venerdì 24 gennaio 2020

Verba volant (748): dongiovanni...

Dongiovanni, sost. m.

Les hommes naissent et demeurent égaux, diranno i rivoluzionari francesi pochi mesi dopo che i due "irregolari" del teatro europeo, un vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile ragazzo e un prete che a Venezia gestiva un bordello, scrivono e mettono in scena il Don Giovanni.
Non sono rivoluzionari Wolfgang Amadeus Mozart e Lorenzo Da Ponte, lavorano per l'imperatore, la cui sorella avrebbe "perso la testa" a Parigi qualche anno dopo - Da Ponte anzi è il poeta di corte per il teatro italiano degli Asburgo - eppure è difficile immaginare un'opera più eversiva del Dissoluto punito ossia il Don Giovanni, come recita il titolo del dramma giocoso andato in scena il 29 ottobre 1787 al Teatro degli Stati generali di Praga. Certo alla fine del dramma l'impudente seduttore viene punito, viene trascinato all'inferno dai demoni evocati dalla statua del Commendatore, e gli altri personaggi possono cantare, tirando un sospiro di sollievo, la morale: 
Questo è il fin di chi fa mal:
e de' perfidi la morte
alla vita è sempre ugual! 
Don Giovanni è un gran seduttore, il catalogo delle sue conquiste meticolosamente tenuto dal fido Leporello, è lì a testimoniarlo, ma le donne si lasciano facilmente sedurre. Il "catalogo" è un testo illuminante non tanto per il numero delle donne avute dall'impenitente spagnolo, ma perché ci mostra Don Giovanni all'opera. Più che un seduttore, è uno che conosce le persone e che sa sfruttare le loro debolezze. Delle 2.065 donne che ha avuto - saranno poi 2.066, visto che nel corso dell'opera riesce a far scattare la sua trappola anche con la cameriera di Donna Elvira - non sappiamo quante siano le vecchie, ma suppongo che la percentuale sia piuttosto alta. Sono prede facili: vogliono sentirsi dire che sono giovani. E così le brutte: quando Don Giovanni dice loro che sono belle, vogliono assolutamente crederci. Oggi Don Giovanni lavorerebbe nel marketing e nella pubblicità. E poi ci sono le cameriere, le contadine, ossia le donne del popolo: per loro è parecchio più difficile dire no se un signore chiede qualcosa, anche "quella" cosa. E molte di loro avranno anche pensato cosa guadagnare da quella situazione. Don Giovanni conosce le meschinerie delle persone e le mette a frutto. E sa anche che gli uomini che lo criticano per quella sua condotta licenziosa in verità lo invidiano, si chiedono come possono fare per essere al suo posto. Don Giovanni sa che il mondo fa schifo e cerca di guadagnarci.
E infatti nell'opera non si salva nessuno, né donne né uomini, né signori né plebei. Gli uomini - e le donne, colpevole dimenticanza dei redattori della Dichiarazione, ma non di quel prete spretato che le conosce assai bene - nascono e rimangono uguali. La condanna è assolutamente egualitaria: è il trionfo dell'illuminismo. Donna Elvira sa chi è Don Giovanni, anche prima che Leporello le spieghi le sue non proprio originali tecniche di seduzione, lo ama, sfidando l'evidenza, perché non riesce a star sola. Zerlina sa bene cosa quel ricco signore vuole da lei, ma immagina anche, oltre all'avventura, a un riscatto sociale, sa che i cavalieri sono di rado onesti e sinceri con le donne, ma magari lei è l'eccezione. E Donna Anna siamo proprio sicuri che non abbia riconosciuto l'uomo che ha fatto entrare nella sua stanza, e nel suo letto? Davvero ha creduto che fosse Don Ottavio?
Non fanno miglior figura i "cornuti" della storia: sinceramente se lo sono meritato. Masetto, al di là delle spacconate, quando Don Giovanni lo allontana per rimaner solo con Zerlina, deve essere ben stupido per non sapere cosa quel signore voglia fare. Oppure è connivente. Perché le corna pesano un po' meno se in tasca uno ha dei denari. Don Ottavio per difendere la sua amata al massimo propone di ricorrere alla carte bollate. E approfitta della situazione per concludere il matrimonio, tanto ormai chi la prende una come Anna.
E ridiscendendo sulla scala sociale, Leporello, nonostante i richiami all'ordine e gli inviti alla prudenza che rivolge, inascoltato, al suo padrone, approfitta delle briciole che cadono dalla sua tavola. Non si limita a mangiare gli avanzi delle leccornie che Don Giovanni assaggia soltanto: si prende anche altro. Lo vediamo nella scena con Donna Elvira: immagino non gli dispiaccia che quella bella signora lo creda il padrone. Non è stata certamente quella la prima volta in cui i due hanno fatto quel giochetto. E anche i suoi inviti alla moderazione non sono dettati dal rispetto verso le donne, ma solo dalla paura delle conseguenze. Leporello non vuole che Don Giovanni cambi vita, solo lo preferirebbe un po' più prudente. Per continuare a goderne anche lui.
E poi c'è il Commendatore. Non crediate che faccia tutta quella scena perché si preoccupa per la figlia. Non gliene importa nulla di lei. Ce l'ha con Don Giovanni perché l'ha colpito nell'onore e soprattutto nel portafoglio: una figlia non più vergine vale meno nel mercato matrimoniale. Ormai o se la piglia quel pesce lesso di Don Ottavio o gli rimane in casa. E non credo sia un caso se Da Ponte e Mozart ci dicono che quel nobile signore è all'inferno. Il Commendatore viene a prendere Don Giovanni per portarlo con sé.
Alla fine, di fronte alle ipocrisie di tutti questi personaggi, che passano la vita a mentire, a se stessi e agli altri, a fingere di essere virtuosi, Da Ponte e Mozart chiaramente prendono le parti di Don Giovanni, che sarà pure un farabutto, ma non fa mai finta di non esserlo. Quanti vecchi si scoprono all'improvviso credenti al momento in cui si trovano di fronte alla morte, che magari non arriva. Don Giovanni che ha il privilegio di vedere addirittura i diavoli che lo vengono a prendere - una cosa che a noi non succederà, perché quel giorno i demoni avranno altre incombenze - quando chiunque altro avrebbe detto mi pento, pur di sfuggire a quella compagnia, ripete per tre volte il suo no. Don Giovanni non vuole cambiare: e c'è dell'eroismo in questa follia.
Tra il Don Giovanni e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino - e non della donna - lassù in Lamagna, in una bella città affacciata sulla laguna della Vistola, un professore di filosofia, le cui abitudini sono così metodiche che i suoi concittadini sono soliti regolare gli orologi quando lo vedono passare, l'antitesi perfetta di un dongiovanni - ma anche di tipi come Mozart e Da Ponte - pubblica un libro in cui è scritto, tra le molte altre cose,
Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Anche se non fosse sceso con il Commendatore all'inferno, Don Giovanni non avrebbe certo letto La Critica della ragion pratica: avrebbe avuto altro - e di meglio - da fare. Però il cielo stellato lo ha ammirato spesso, è stato un compagno fedele delle sue molte avventure. E, a suo modo, ammira perfino la legge morale in sé, anche se non è proprio quella a cui pensa Kant. Don Giovanni, e lo vediamo nell'ostinazione coraggiosa con cui affronta la morte, pensa che la sua vita si destinata a quel fine. E che diritto abbiamo noi di dire che sbaglia?   

martedì 21 gennaio 2020

Verba volant (747): crudeltà...

Crudeltà, sost. f.

Il collegio dei sacerdoti di Olimpia ha impiegato vent'anni per scegliere lo scultore che avrebbe dovuto realizzare la statua per il tempio di Zeus. Comprensibile: si trattava della statua più importante all'interno del tempio più prestigioso di tutto il mondo greco. Immaginatevi le pressioni politiche, i tentativi di corruzione, le dispute artistiche che una tale scelta comportava. Ogni artista greco avrebbe fatto carte false per un tale onore e ogni città voleva poter dire che era stato preferito il "suo" scultore.
Il tempio è stato terminato nel 456 a.C. e finalmente nel 436 i sacerdoti hanno annunciato che sarebbe toccato a Fidia. Il suo nome è il più accreditato già da molti anni, ma dopo l'inaugurazione ufficiale del Partenone, avvenuta nel 438, non c'è più discussione. Anche se probabilmente gli spartani hanno continuato a insistere affinché quell'incarico non fosse affidato a un ateniese, per di più così legato all'ambiente pericleo. Ad Atene Fidia aveva avuto l'incarico di sovrintendere all'edificazione del tempio, di disegnare i bozzetti di tutte le decorazioni esterne e interne e di realizzare la grande statua di Atena Parthénos. Quando finalmente i sacerdoti di Olimpia comunicano il nome del prescelto tanti greci hanno già ammirato il Partenone: ormai Fidia è una star.
I sacerdoti gli mettono a disposizione un edificio a fianco del tempio per realizzare quella statua. Gli archeologi lo hanno individuato e all'interno hanno ritrovato tracce dei materiale impiegato, avorio, ceramica, ossidiana e poi punteruoli, martelli, scalpelli, gli arnesi del lavoro di Fidia e dei suoi uomini. Verosimilmente l'artista si è portato dietro gran parte della propria bottega e ha assunto altro personale a Olimpia. Nel 433, dopo soli tre anni, la statua è pronta.
È colossale: supera i dodici metri di altezza. Appare sproporzionata rispetto al tempio, che pure era molto grande. Strabone nella sua Geografia scrive
Zeus, seduto, sfiorava il soffitto con la testa, dando l’impressione che, se si fosse alzato in piedi, avrebbe sfondato il tetto.
Pausania, nel quinto libro del Viaggio in Grecia, ne dà la descrizione più completa. Il dio, fatto di oro e avorio è seduto in trono. Indossa una corona di ramoscelli di ulivo, sandali d'oro, un mantello anch'esso d'oro, decorato con fiori di giglio in pietra dura e figure di animali. Nella mano destra tiene una Nike alata, anch'essa di oro e avorio, mentre nella sinistra uno scettro, su cui poggia un'aquila, ovviamente d'oro.
Sul fatto che questa statua di Fidia fosse un capolavoro dobbiamo fidarci, oltre che della descrizione di Pausania, del giudizio degli antichi che l'hanno considerata una delle sette meraviglie del mondo, perché la statua è andata perduta, probabilmente distrutta nell'incendio che ha devastato Costantinopoli nel 475 d.C.; la statua infatti era arrivata nella collezione di un ricco funzionario dell'impero, un tal Lauso, e il suo palazzo è stato distrutto proprio in quella data, insieme all'Afrodite Cnidia di Prassitele e a molti altri capolavori. Lauso aveva un ottimo gusto e le capacità di soddisfarlo.
Vi consiglio però di fare una gita a Modena. Vedrete uno dei capolavori assoluti del romanico, il duomo di Lanfranco con le statue di Wiligelmo, mangerete benissimo - anche senza andare dal cuoco più bravo del mondo - e, se vi rimane un po' di tempo, potrete visitare il museo archeologico-etnologico, che custodisce una lastra di marmo, che è una copia di ottima fattura, probabilmente di una bottega di artigiani greci, di una parte del rilievo del trono di Zeus a Olimpia. C'è qualcosa del genere anche al British Museum, però a Londra non c'è il gnocco fritto. 
I sacerdoti devono essere stati piuttosto minuziosi con Fidia rispetto a tutti i particolari della statua, ciascuno dei quali ha un preciso significato simbolico. Ma probabilmente l'artista ha avuto una qualche libertà in più rispetto alle figure del basamento e del trono, di cui si è forse limitato a disegnare i bozzetti, lasciandone la realizzazione alla sua bottega.
Per il trono ha scelto un motivo piuttosto tradizionale, l'uccisione dei Niobidi. Niobe è figlia di Tantalo e sorella di Pelope. Tantalo è così benvoluto dagli dei da essere invitato con una certa regolarità sull'Olimpo. Proprio in una di queste occasioni ha fatto una cosa piuttosto sconveniente, ha rubato l'ambrosia, il cibo degli dei, e l'ha portata sulla terra, dandola ai suoi sudditi, non per generosità, ma certo per far pesare il suo legame con gli dei, e per fare del populismo a buon mercato, una cosa che i politici tendono a fare anche oggi, pur non regalandoci l'ambrosia. Come ben sappiamo Tantalo per questo è stato crudelmente punito. Niobe da bambina ha probabilmente seguito il padre nei suoi viaggi sull'Olimpo, ha frequentato le giovani dee, e, una volta diventata sposa di Anfione, figlio di Zeus e re di Tebe, crede di essere come loro. Non capisce perché tutti onorino la sua compagna di giochi Leto, che non è regina e ha avuto solo due figli, un maschio e una femmina, mentre lei ha avuto sette figli forti e robusti e sette figlie bellissime. Ma quei due giovani sono Apollo e Artemide, che, istigati dalla madre, decidono di punire la presunzione di Niobe e ne uccidono rispettivamente i figli e le figlie. Fidia nel fregio che adorna il trono di Zeus rappresenta proprio l'uccisione di questi quattordici giovani, innocenti. 
È un mito tradizionale, la strage dei Niobidi è soggetto spesso rappresentato dagli antichi in pittura e in scultura, ma perché Fidia ha voluto scegliere proprio questa scena, in una celebrazione di Zeus trionfante? 
Probabilmente quando Fidia ha sottoposto i bozzetti del trono al collegio dei sacerdoti questi hanno lodato la scelta: una storia edificante, il segno che gli uomini non devono essere superbi, non devono peccare di ὕβϱις - hybris - ossia di tracotanza, che devono accettare i propri limiti. Niobe è il simbolo della superbia ancora in Dante che la mette nel Purgatorio
O Nïobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
E probabilmente qualcuno di quei sacerdoti, amici di Sparta e difensori delle tradizioni, avranno pensato che quella di Niobe era una lezione che avrebbero dovuto imparare quei tracotanti degli ateniesi, che si consideravano ormai i migliori dei greci: una sorta di contrappasso che proprio il loro più grande artista ricordasse a cosa rischiavano di andare incontro, sfidando le antiche leggi.
Ma credo che Fidia abbia ingannato quei sacerdoti. Non vuole raccontare l'espiazione di una colpa. Nel momento in cui celebra la massima potenza di Zeus, il re degli dei, signore della pace e dell'ordine, ricorda che tutto ciò poggia sulla crudeltà e sul sangue. Certo Niobe è stata superba, ma perché uccidere quattordici giovani innocenti per punirla? La strage dei Niobidi è irrazionale, sproporzionata, violentemente sadica. Come si fa a onorare un dio il cui regno poggia su una strage di tale efferatezza?
Chissà se qualcuno dei sacerdoti di Olimpia ha capito il gioco di Fidia. Far entrare in un tempio, il tempio più sacro di tutta l'Ellade una statua con un messaggio così radicalmente antireligioso. Comunque sia a Olimpia tutti ringraziano l'artista ateniese per quella statua, che, al di là del messaggio, porta nuovi turisti e quindi soldi. 
E così lo scultore torna ad Atene, ma qui l'aria è cambiata, i sostenitori di Pericle non hanno vita facile. Nel 432 viene accusato di malversazione: si sarebbe impadronito di una parte dell'oro destinato alla statua di Atena. Per fortuna Fidia ha tenuto i conti in ordine, riesce a dimostrare che tutto l'oro ricevuto è servito per le vesti della dea, che vengono pesate: non manca un grammo. Neppure questa statua si è salvata dalle fiamme, la conosciamo solo grazie alla testimonianza del viaggiatore Pausania. Il braccio sinistro della dea poggiava su un grande scudo, del diametro di quattro metri, dietro a cui si nascondeva il serpente Erittonio; sul lato esterno dello scudo Fidia ha scolpito delle scene di amazzonomachia, mentre su quello interno una gigantomachia. Una delle figure su questo scudo aveva il suo volto: un piccolo peccato di vanità, che gli è stato fatale. Viene accusato di empietà e stavolta non può scagionarsi: viene imprigionato e qui muore dopo pochi mesi, forse avvelenato. La lotta politica ad Atene era piuttosto violenta e non risparmiava queste esecuzioni sommarie. In fondo Fidia ce l'aveva già raccontato: il potere, per quanto appaia sfavillante, poggia sempre sulla crudeltà.