domenica 20 gennaio 2019

Verba volant (615): nuvola...

Nuvola, sost. f.

Se Platone non avesse deciso di scrivere in una maniera così originale le proprie riflessioni filosofiche, usando l'espediente di mettere in scena una serie di atti unici il cui protagonista assoluto è Socrate, oggi noi conosceremmo quella strana figura di intellettuale ateniese solo attraverso la satira corrosiva di Aristofane, visto che anche lui mette in scena Socrate nella propria commedia Le nuvole.
Qual è il "vero" Socrate? Quello di Platone o quello di Aristofane? Immagino che voi tutti pensiate sia il primo, vista la fortuna successiva delle opere platoniche. E come è possibile non amare quel vecchio filosofo che, dopo aver dedicato tutta la sua vita alla conoscenza, diventa vittima di un processo politico, è colpito da un'accusa infamante, da cui si difende con estrema dignità, e che accetta alla fine un'ingiusta sentenza di morte, rinunciando alla fuga che gli salverebbe la vita.
Amiamo a tal punto il Socrate di Platone che vogliamo credere che sia esistito. Quando leggiamo l'Apologia non possiamo non pensare che un uomo abbia davvero pronunciato quella difesa appassionata della filosofia e che quell'uomo alla fine, proprio in nome di quella filosofia, sia stato ucciso. Noi vogliamo credere che Socrate abbia detto e fatto quello che Platone gli fa dire e fare. Ma Platone è anche lui un filosofo e scrive non per raccontare Socrate, ma per lasciare ai posteri la propria filosofia. Platone scrive per noi, per i lettori del futuro, che ovviamente non hanno conosciuto Socrate e a cui egli può far credere di tutto. Aristofane invece scrive per spettatori che conoscono Socrate, probabilmente lo stesso filosofo era a teatro durante le Grandi Dionisie del 423 a.C., anche se forse non si alzò in piedi - come racconta Claudio Eliano - per farsi riconoscere, con un gesto di arrogante sfida, visto che tra gli spettatori c'erano parecchi che non erano di Atene. E gli ateniesi riconobbero nel Socrate di Aristofane il Socrate che loro conoscevano e si racconta che in un primo momento dimostrarono tutta la loro approvazione, anche se poi nell'agone la commedia arrivò terza su tre, probabilmente perché prevalse al momento del voto la decisione di compiacere i potenti "protettori" di Socrate, tra cui il popolare Alcibiade. Peraltro anche la commedia arrivata seconda, intitolata Conno del meno noto commediografo Amipsia - che non è giunta fino a noi - era contro Socrate.
Comunque sia, gli ateniesi si divertirono di fronte a quel Socrate che, seduto in un cesto issato a mezz'aria per studiare più da vicino i fenomeni celesti, spiega al vecchio Strepsiade:
Non venererai altri dei fuorché quelli che onoriamo noi: il Caos, le Nuvole, la Lingua.
E si divertirono anche quando alla fine della commedia Strepsiade dà fuoco al "pensatoio" di Socrate, uccidendo il filosofo. Vent'anni prima del processo, Aristofane pare sia stato il primo a suggerire l'eliminazione fisica di Socrate. Ed evidentemente gli ateniesi gli hanno dato ragione.
Sarebbe però riduttivo dire che Le nuvole è una commedia contro Socrate. Anzi personalmente credo che questo sia il suo aspetto meno significativo. E certamente il meno attuale.
Il protagonista della commedia è il vecchio Strepsiade, un ateniese che presenta se stesso come un semplice contadino, ma che è abbastanza ricco da temere che il figlio Fidippide sperperi la notevole fortuna familiare alle corse dei cavalli. Strepsiade non è certo un uomo di cultura, ma ha saputo che ci sono in città questi filosofi che insegnano a prevalere in ogni scontro dialettico, anche quando si ha palesemente torto. Strepsiade immagina che se Fidippide imparerà queste tecniche potrà vincere ogni causa che i creditori gli intenteranno, salvando quindi il patrimonio. Il figlio però fa la bella vita con i soldi del padre, non ha certo voglia di andare a lezione da Socrate e così Strepsiade decide di andarci lui stesso, per cercare di imparare come imbrogliare gli altri. Ma è troppo vecchio e troppo ignorante - non certo troppo onesto - per capire cosa gli stanno insegnando e così viene cacciato. Quando torna a casa racconta la propria disavventura al figlio, riuscendo imprevedibilmente ad accendere la sua curiosità. Fidippide, al contrario del padre, riesce a capire come il Discorso peggiore possa sempre sconfiggere il Discorso migliore, ossia come la menzogna possa vincere sulla verità, e, tornato a casa, mette subito in pratica le tecniche acquisite, sconfiggendo retoricamente due dei suoi tanti creditori. Strepsiade è al settimo cielo: il patrimonio familiare è salvo. Ma Fidippide ha ormai imparato il gioco e non vuole certo smettere: comincia a picchiare il padre, riuscendo perfino a dimostragli che un figlio ha tutto il diritto di farlo. E allora Strepsiade, finalmente pentito, decide di bruciare il pensatoio, tra le risate del pubblico.
Non si salva nessuno in questa terribilmente caustica commedia di Aristofane.
Non si salva Socrate che viene apertamente accusato di empietà, di non riconoscere gli dei della città, ma anche di farsi pagare per insegnare questa empietà ai giovani ateniesi. E durante il processo dell 399 a.C., più di vent'anni dopo la commedia - almeno a quanto riferisce Platone - Socrate si volle difendere anche da questa precisa accusa, ossia di essere pagato dai suoi discepoli, anche se di questo non si fa menzione nella denuncia che Meleto aveva presentato contro di lui: in questo passo dell'Apologia il Socrate di Platone interloquisce direttamente con quello di Aristofane. Un autore di teatro che risponde a un altro autore di teatro. Per il commediografo Socrate è uno dei tanti che vendono le proprie parole, che vendono la propria intelligenza e la propria cultura al potente e al ricco di turno. Quanti ne conosciamo di personaggi così, sempre disposti a giustificare ogni nefandezza, ogni ingiustizia, solo perché sanno che ne trarranno un vantaggio materiale, o pensano di trarlo.
Ma non si salvano neppure questi due campioni della "società civile" - come diremmo oggi - Strepsiade e Fidippide. Ed è forse questo il vero motivo per cui gli ateniesi, dopo i primi applausi, hanno fischiato Aristofane: perché erano loro i veri bersagli della commedia. L'unico obiettivo di Strepsiade e di Fidippide è quello guadagnare dei soldi, non importa se onestamente o meno. E se pensano che la cultura - in questo caso la filosofia - possa servire a questo scopo, sono perfino disposti ad andare a scuola, a sottomettersi a qualcosa che non capiscono. Sono così gretti, sono così attaccati al denaro che pensano che tutto, compresa la filosofia, possa essere piegato a questo scopo. Non concepiscono altro. E quando non raggiungono il loro scopo, dicono che la cultura non serve a nulla, anzi che è dannosa. Quanto sono moderni questi due personaggi. Anche di loro ne conosciamo davvero tantissimi.
E quante volte anche noi abbiamo "usato" la nostra filosofia, l'abbiamo piegata ai nostri peggiori interessi? Quante volte l'abbiamo venduta o comprata, siamo stati Socrate o Strepsiade?

venerdì 18 gennaio 2019

Verba volant (614): valle...

Valle, sost. f.

Nel 1988 c'erano ancora l'Unione sovietica e il Pci. Noi avevamo più o meno vent'anni, ma se lo racconti a quelli che hanno adesso vent'anni è come se parlassi del Risorgimento.
Sanremo era, come sempre, Sanremo: e infatti vinse Massimo Ranieri, sgolandosi, con Perdere l'amore, una canzone fatta, con artigiana maestria, proprio per vincere il festival. In gara c'era anche Fiorella Mannoia con Le notti di maggio, un bellissimo brano scritto da Ivano Fossati, perché allora - più di adesso - il festival era un incrocio di cose molto diverse e comunque, in genere, fatte da persone che le sapevano fare. A me però interessa ricordare un'altra canzone, che ebbe, comprensibilmente, meno successo: La valle dei Timbales.
La presentò un gruppo nato per l'occasione, I figli di Bubba, e che dopo quel disco si sarebbe sciolto. Il nucleo di quella composita band erano Franz di Cioccio e Mauro Pagani, che è anche l'autore del brano. Intendiamoci: La valle dei Timbales non è Impressioni di settembre, ma, nel suo piccolo, è un capolavoro di armonia e di ironia, che vi invito a riascoltare - se magari l'avete dimenticata - o ad ascoltare per la prima volta - se siete troppo giovani per sapere cosa succedeva quando noi avevamo vent'anni. Scoprirete che per fare bene i cretini facendo musica bisogna essere bravi e loro erano - e sono ancora per fortuna - tra i più bravi a fare musica.
La valle dei Timbales è la parodia della perfetta canzonetta per il festival, che suona già "vecchia" nella scelta delle parole e degli accordi, e una caustica presa in giro della società di allora. La canzone è sanremese anche nella censura: all'inizio il testo recita "fanculo all'esclusiva, fanculo alla tivù" che divenne per le serate televisive "saluti all'esclusiva, saluti alla tivù", perché c'erano parole che non potevano assolutamente essere dette al festival e su Rai1. Ma durante l'ultima serata Pagani la cantò come doveva essere cantata.
La canzone racconta la storia di uno che fugge dalle ansie di questo mondo - dal "logorio della vita moderna" avrebbe detto qualche anno prima Ernesto Calindri - per rifugiarsi in un fantomatico e lontano paradiso - la valle dei Timbales appunto - tra "peones, marones, salmones, daiquiri e bon bons", una terra dove la femmina è - o almeno si spera che sia - procace, e vorace. Tra i motivi che spingono l'ignoto protagonista della canzone a lasciare il paese in cui vive c'è "la faccia di Andreotti" e la certezza che nella valle dei Timbales non ci saranno più né il sette e quaranta, né Celentano, né la Carrà.
Spaventa un po' che a trentun'anni di distanza l'unica cosa che sia davvero sparita dalle nostre vite sia il sette e quaranta. La Carrà, con il suo faustiano caschetto biondo, ha appena pubblicato il suo "primo" disco di Natale e "cresce" l'attesa per la serie animata Adrian, come recita ripetitivo e assordante lo spot che sentiamo ogni sera nelle reti di una nota azienda televisiva italiana, per reclamizzare questo cartone animato in cui un ottantenne si fa disegnare giovane. Ovviamente non è colpa dei "vecchi" se continuano a essere sulla scena, anzi mi fa piacere per loro, ma è dei "nuovi" che o non ci sono o scimmiottano quelli che ci sono stati prima di loro, e quindi è meglio tenersi gli "originali". In questa coazione a ripetere, in questo eterno presente, in cui la Carrà è sempre uguale a se stessa, c'è un segno evidente della crisi del nostro tempo.
Anche Andreotti non c'è più, ma temo finiremo perfino per rimpiangerlo, perché anche per essere politici disonesti bisogna essere capaci, mentre questi "nuovi" sono insieme disonesti e incapaci.  E in più sono volgarmente esibizionisti: suppongo che anche Andreotti mangiasse - almeno tre volte al giorno - ma non ci sono foto a testimoniarlo e comunque, se mangiava in pubblico, masticava con la bocca chiusa. Ma al di là della buona educazione, noi siamo ancora fermi lì, come se sentissimo sempre Celentano cantare Prisencolinensinainciusol. E aspettassimo l'ennesima regalia da parte del governo di turno: ieri gli ottanta euro, oggi il reddito di cittadinanza. Cosa c'è di più andreottiano di questa elargizione a pochi mesi dalle elezioni? Ol rait.
E visto che non abbiamo più vent'anni e non pensiamo più che cambieremo il mondo, non ci rimane che fuggire nella valle dei Timbales. Se non fosse che correremmo il rischio di ritrovarci insieme a migliaia di nostri "bravi" connazionali, loro sì davvero voraci, che vanno laggiù per sfogare le loro perversioni sui bambini e le bambine di quel paradiso.
Certo che siamo stati davvero stronzi: a quelli che hanno adesso vent'anni non abbiamo lasciato né il Pci né la valle dei Timbales.