venerdì 9 novembre 2018

Verba volant (588): melagrana...

Melagrana, sost. f.

Diciamoci la verità: se era per quel codardo di Adamo noi saremmo ancora nudi nell'eden, a girare in tondo e a guardare l'erba che cresce, come pesci rossi in una palla di vetro. Tutte le cose belle della vita - l'amore, la poesia, la passione, la musica - le dobbiamo a Eva, a quel suo gesto ribelle di cogliere e mangiare il frutto proibito. Ma come sempre avviene - siccome le storie le scrivono gli uomini - il ruolo della donna è stato sminuito e così ci hanno raccontato che è stato il diavolo - un maschio, ovviamente - a tentarla. E' ora di dare a Eva quello che è di Eva.
Ma che frutto era il frutto proibito? Probabilmente era una melagrana. L'ignoto cantastorie che girava per i villaggi lungo le rive del Giordano e che si è inventato questa storia - e che certo non poteva immaginarsi che avrebbe avuto una tale fortuna - dovendo raccontare un frutto capace di scatenare un tale finimondo, pensò immediatamente a quello del melograno; e probabilmente fecero lo stesso i suoi ascoltatori: erano talmente tutti certi che fosse una melagrana, che non si sono nemmeno presi la briga di specificarlo, quando alla fine hanno deciso di mettere su papiro quella leggenda. Che altro frutto poteva essere?
La melagrana è il frutto della dea babilonese Ishtar e della divinità anatolica Cibele, in sostanza di quell'antichissima divinità che ebbe nomi diversi e che è conosciuta anche come la Grande madre.
E così, viaggiando da oriente a occidente, questo frutto è arrivato nell'antica Grecia. Ade, il dio degli inferi, si innamorò di Core, la bellissima figlia di Demetra, la dea della fertilità e delle messi. Folle di passione, decise di rapirla e non voleva liberarla, nonostante la giovane piangesse, non toccasse cibo e chiedesse continuamente di tornare dalla madre. Zeus, spaventato dal fatto che gli uomini avevano smesso di fare sacrifici da quando la giovane era stata rapita e Demetra per il dolore aveva inaridito i loro campi e distrutto i raccolti, riuscì a convincere il fratello e finalmente Ade permise a Core di tornare dalla madre, ma a una condizione: che non avesse mangiato nulla mentre era negli inferi. La ragazza era piena di gioia, stava per tornare sulla terra, ai suoi affetti, ma ricordò che - cedendo alla debolezza della sete - aveva mangiato sei chicchi di una melagrana raccolta nel giardino di Ade. Sei chicchi non erano un frutto intero, ma erano pur sempre un cibo degli inferi, e quindi Ade e Demetra dovettero trovare un accordo: per sei mesi all'anno Core - ossia la ragazza, perché questo significa quel nome - sarebbe diventata Persefone, la potente regina degli inferi, la dea a cui le donne si affidavano nel momento di partorire, e per gli altri sei mesi sarebbe tornata sulla terra, insieme alla madre. E' questo andare e tornare della dea che regola l'alternare dell'estate e dell'inverno e quindi la vita di noi mortali.
La melagrana è il frutto delle donne, del tempo in cui le donne erano dee, prima che gli uomini cominciassero a inventare delle storie per relegarle in una posizione subalterna, al ruolo di comparse. Ma poteva succedere che un maschio pentito raccontasse di nuovo la storia di quando le donne erano dee: e infatti durante il Rinascimento Leonardo e Botticelli dipinsero entrambi una Madonna della melagrana. E quel frutto svelava che quella donna era a un tempo Eva e Maria, Core e Persefone, in sostanza la dea della vita.
Ho ripensato a queste storie così lontane guardando la foto di Amal, la bambina di sette anni morta il 1° novembre scorso in Yemen, in quella terra da dove vengono le melagrane. Amal è morta perché per giorni non ha potuto né mangiare né bere. Amal non è potuta diventare una donna, perché nel suo paese gli uomini stanno facendo una guerra terribile e perché questa guerra - come tutte le guerre - ha distrutto ogni melograno, ogni altro albero, ha seccato ogni sorgente, ha violato l'ordine rigoroso della natura.
Amal deve essere per noi l'immagine di Eva, anche se non ha potuto ribellarsi a quello che qualcun altro ha deciso per lei, e quella di una Maria che ha conosciuto solo la passione. Amal è la figlia che ci è stata rapita, che è stata portata agli inferi e che non siamo più in grado di salvare. E' la dea che non abbiamo voluto che fosse.

martedì 6 novembre 2018

Verba volant (587): profezia...

Profezia, sost. f.

Quest'anno gli organizzatori del Festival Verdi di Parma hanno voluto mettere in scena il Macbeth, un'opera tra le meno note del Maestro di Busseto che, dopo essere stata rappresentata, con la direzione dello stesso Verdi, a Firenze nel 1847, è stata dimenticata fino a una storica messa in scena alla Scala del '52, con la Callas nel ruolo di Lady Macbeth. L'opera, su libretto di Francesco Maria Piave, è molto fedele alla tragedia di Shakespeare, la sua più breve e una delle più rappresentate.
E' utile riflettere su Macbeth, perché questa tragedia non parla solo della brama per il potere, ma affronta un tema che in qualche modo riguarda tutti noi.
L'inizio della tragedia è notissimo: tre donne appaiono ai generali scozzesi Macbeth e Banco, che stanno tornando dopo una battaglia in cui hanno valorosamente combattuto alla testa delle loro truppe e sconfitto i nemici del re Duncan. E le tre streghe fanno a entrambi una profezia: annunciano a Macbeth che sarà re e a Banco che sarà padre di re. Quella profezia è come la scintilla che fa scoppiare l'ambizione di Macbeth: decide di uccidere Duncan, che sarà ospite nel suo castello, per prenderne il posto.
Ma se le streghe non fossero apparse a Macbeth, egli avrebbe comunque ucciso Duncan? Avrebbe comunque commesso tanti atroci delitti pur di diventare re? Sarebbe diventato re? E' uno strano gioco quello delle streghe: per essere certe che la loro profezia si compirà, diventano loro stesse protagoniste della storia e in qualche modo fanno in modo di determinarne l'esito. Macbeth è in qualche maniera predestinato al male? Se così fosse, se ci fosse un potere capace di determinare le nostre vite, non saremmo colpevoli di quello che facciamo. Quanto noi uomini siamo davvero liberi? Mi sembra questa la domanda che ci pone Shakespeare.
Sarebbe comodo pensare che il nostro destino è già scritto. Eppure, nonostante l'apparizione delle streghe, certamente Macbeth poteva non uccidere Duncan; e forse non lo avrebbe fatto se Lady Macbeth non fosse intervenuta ad armare la mano del marito. Anche su questo si apre un'altra parentesi interessante: Shakespeare non dà un nome a Lady Macbeth, che tutti nel dramma chiamano appunto così. Macbeth e sua moglie sono davvero due persone distinte o siamo noi uomini, nella nostra contraddittorietà a essere molte cose contemporaneamente? Noi siamo liberi, ci dicono Shakespeare e Verdi, e di questa libertà spesso abusiamo.
Nel programma del Festival c'è stata una bella serata dedicata proprio al dramma scespiriano: Sergio Rubini ha ridotto la tragedia a una sorta di monologo. Ascoltate in questo modo, recitate da un unico attore, le battute della tragedia, in un alternarsi di voci, ho avuto l'impressione che in fondo Shakespeare abbia messo in scena un solo personaggio, al cui interno si agita un conflitto. Ciascuno di noi è a un tempo Macbeth e Lady Macbeth, l'ambizione senza coraggio e la determinazione che non conosce scoramento, a un tempo Macbeth e Banco, la forza malvagia dell'uomo votato al male e il rigore dell'uomo retto, capace anche di sfidare le streghe, il Macbeth codardo e impaurito di fronte alle streghe e quello tornato coraggioso quando sa che il suo destino è segnato, e forse noi siamo anche le streghe, siamo noi che creiamo le tentazioni in cui fatalmente, ma non inesorabilmente, cadremo. 
Uno dei passi più famosi del dramma è il monologo di Macbeth del terzo atto, che comincia con una sorta di invocazione: tomorrow, and tomorrow, and tomorrow. E' una riflessione sulla vanità della vita. Rubini ha voluto chiudere il suo monologo con questi versi, che non chiudono il dramma, ma che ne rappresentano indubbiamente un punto focale.
Life's but a walking shadow, a poor player,
that struts and frets his hour upon the stage,
and then is heard no more. It is a tale
told by an idiot, full of sound and fury,
signifying nothing.
La vita è solo un’ombra che cammina: / un povero istrione, / che si dimena, e va pavoneggiandosi / sulla scena del mondo, un’ora sola: / e poi non s’ode più. / Favola raccontata da un’idiota, / tutta piena di strepito e furore, / che non vuol dir niente.
E' l'attore che ha concluso il suo racconto, ma siamo anche noi, tutti noi, che ci illudiamo che la nostra vita sia così importante, che le cose che facciamo, che diciamo, che scriviamo, siano così memorabili e che invece saranno spazzate vie, tutte, con un alito di vento.