domenica 18 gennaio 2026

Storie (XXXIV). "La casa di Miss Lina"

Jean si è stancata di vivere in quel motel e consulta le pagine degli annunci in cerca di qualcuno che affitti una stanza a un prezzo decente. "Troppo caro, troppo caro, troppo lontano dagli studi". Jean vuole fare l’attrice: alla mattina fa la cameriera in una tavola calda sul Sunset e il pomeriggio è in giro per audizioni. "Troppo caro. Troppo caro". Un’ennesima ricerca a vuoto. Poi l’occhio si ferma su un annuncio che sembra perfetto: il prezzo è ottimo e quella casa è davvero poco distante dal diner dove lavora. C’è una sola condizione richiesta dalla proprietaria, che si firma Miss Lina: "niente gente del cinema".

Jean, con in mano il giornale, arriva davanti a quella piccola palazzina di Kings Road. È una delle più vecchie di quella strada, un residuo della Hollywood degli anni ruggenti, in mezzo alle nuove villette costruite negli anni Cinquanta. Da fuori appare curata. Una vecchia cameriera le apre la porta, le fa segno di accomodarsi. Jean capisce che è muta e indica l’annuncio. La donna scuote la testa e fa segno di sedersi. Poi sale rapidamente le scale. Jean siede nell’elegante salotto, i mobili sono antiquati, un po’ troppo ornati per i suoi gusti.
Finalmente, dopo un buon quarto d’ora, appare Miss Lina, fasciata in una lunga vestaglia di seta e in testa uno di quei turbanti che Jean ha visto solo nei vecchi film. La voce è flebile.
“Buongiorno signorina. So che è qui per l’annuncio”.
“Sì, sto cercando una camera”.
“Da dove viene?”.
“Chicago”.
“E come mai è qui a Hollywood? Ha un bel visino. Vuole fare l’attrice?”.
“No. Lavoro in un diner qui sul Sunset. Sono venuta con il mio fidanzato, che però mi ha lasciato per un’attricetta. Ho deciso di rimanere, perché comunque non ho più nessuno a Chicago”.
Jean si è preparata per bene quella storia, che peraltro non è del tutto falsa. Effettivamente i suoi genitori a Chicago sono entrambi morti e il ragazzo con cui è venuta ad Hollywood l’ha lasciata per una che lavora nel reparto sartoria della Metro. Semplicemente ha omesso e aggiunto quello che pensa possa far colpo su Miss Lina. E ha visto giusto.
“Mi dispiace, ma d’altra parte da quelli del cinema vengono solo guai. Per quello io non li voglio come affittuari”.

La camera è bella e l’affitto richiesto da Miss Lina è davvero onesto. Le due donne si accordano rapidamente, anche perché la vecchia signora non richiede neppure una garanzia: dal lunedì successivo la ragazza può andare a vivere lì.
Jean è rimasta molto colpita da Miss Lina. Certo è una donna anziana, ma la ragazza non riesce a darle un’età precisa. I lineamenti sono molto belli e gli occhi vivissimi. Jean ha notato che alcune rughe sono disegnate. Miss Lina si è truccata per apparire più vecchia e più brutta di quanto effettivamente sia: una cosa davvero insolita per Hollywood, dove tutti fingono di essere più giovani di quello che sono. Anche i suoi movimenti sono volutamente lenti, quando pensa di non essere vista, Jean ha notato che la donna si muove più velocemente.
Jean è contenta di quella sistemazione. Certo non avrebbe messo nella sua camera quelle tende di pizzo o quel ricercato tappeto, e non avrebbe riempito la mensola del camino con tutti quei ninnoli, ma non può proprio lamentarsi. Per ora lei è la sola pensionante di Miss Lina. L’altra camera è ancora libera, l’affittuario precedente è stato cacciato quando la signora ha scoperto che non era un commesso viaggiatore, ma un press agent della Paramount.
Jean nota che che Miss Lina non sembra mai uscire di casa. Mentre le camere che affitta sono al piano terra, lei vive al primo piano e Jean nel primo mese non l’ha più vista. La sente camminare e a volte chiacchierare con il suo gatto, un siamese che invece spesso scende a controllare le stanze di sotto. Alla fine del primo mese le lascia la cifra pattuita sul tavolino dell’ingresso e poco dopo trova al suo posto una ricevuta firmata solo Miss Lina. Non ha mai visto posta indirizzata a Miss Lina e ovviamente è impossibile chiedere informazioni alla cameriera. In un mese non sa ancora come si chiama la proprietaria di casa.

Jean non ha tempo per pensare a quel mistero. Finalmente ottiene una piccola parte, davvero molto piccola, ma almeno ha una battuta, in "Man of La Mancha". Le sembra di sognare: quel giorno è a pranzo a fianco di Sophia Loren e Peter O’Toole le ha versato il caffé.
Gino Conforti è quello che la mette più a suo agio: è di Chicago anche lui e considera suo dovere far ridere quella ragazza al debutto: “Sai Jean, io ero il Barbiere anche a Broadway, evidentemente è una parte che solo un italiano di Chicago può fare. E non temere la vecchia Rosalie, non è cattiva, è solo inglese”.
Finite le riprese, Gino offre un passaggio a Rosalie Crutchley e a Jean: “Dai ragazze, vi porto a casa”. Jean chiede di essere portata fino al diner. Rosalie le chiede: “Abiti qui?”. Jean non ha il coraggio di dire ai suoi colleghi che la sua padrona di casa non apprezza molto quelli del cinema. Gino insiste: “Non ti preoccupare. Ti portiamo fino a casa”.
L’auto volta per Kings Road e Jean indica la casa. “Tu abiti in quella villetta?”. Gino interroga stupito la ragazza. “Sì, la proprietaria mi ha affitato una stanza”.
“E sai chi è?”.
“A dire la verità, io la conosco solo come Miss Lina”.
“Ragazza mia, tu vivi sotto lo stesso tetto di Lina Lamont”.
Rosalie interviere: “Quella Lina Lamont?”.
“La sola e l’unica - continua Gino - nessuno l’ha più vista dopo quella sera. Qualcuno ci dovrebbe fare un film sulla sua storia”.

mercoledì 14 maggio 2025

"L’unica cosa che non si può comprare è la vita" di José Pepe Mujica

Sono José Mujica, sono stato un contadino, per guadagnarmi la vita, nella prima parte della mia esistenza.
E poi ho lottato per cambiare e migliorare la vita della mia società.
E adesso sono in un’altra tappa, sono Presidente -  e domani  -  come qualsiasi altro uomo, sarò un cumulo di vermi e scomparirò.
Ho avuto degli inconvenienti, varie ferite, qualche anno di prigione. Alla fine, cose di routine, per qualunque persona si appresti a voler cambiare il mondo. Sono vivo per miracolo.
E sopra a tutte le cose, amo la vita. E spero di arrivare alla fine del mio viaggio, come qualcuno che entra in un bar e dice al proprietario: “È il mio giro!”
Il nostro modo di vivere e i nostri valori, sono l’espressione della società nella quale viviamo.
Ho avuto molto tempo per riflettere e ho scoperto questo: o siamo felici con poco -  perché capiamo che la felicità è dentro di noi  -  oppure non otterremo niente.
Questa non è un’apologia della povertà, ma un’apologia della sobrietà.
Ma visto che abbiamo inventato una società di consumo e l’economia deve crescere, perché se non cresce è una tragedia.
Ci siamo inventati una montagna di consumi superflui, bisogna ininterrottamente comprare, gettare, comprare.
Quello che stiamo sprecando è tempo della nostra vita, perché quando io compro qualcosa  - o tu - non lo compri con il denaro, lo compri con il tempo della vita, che hai dovuto spendere per avere quel denaro.
Però con questa differenza, che l’unica cosa che non si può comprare è la vita.
La vita scorre. Ed è miserabile, sprecare la vita, per perdere la libertà.
Visto che l’Uruguay è un paese piccolo, non abbiamo un aereo presidenziale. E non ci importa neanche averlo.
Abbiamo deciso di comprare dalla Francia un elicottero molto caro, per metterlo al centro del paese.
Invece di comprare un aereo presidenziale, abbiamo comprato un elicottero per metterlo al centro del paese per salvare la vita alle vittime di incidenti, per avere un servizio permanente di soccorso veloce.
Questa cosa così semplice. Vedi il dilemma?
Compro un aereo presidenziale o compro un elicottero di salvataggio? Ritorniamo sempre allo stesso punto.
E mi pare che il concetto di sobrietà abbia molto a che fare con questa cosa.
Io non sto consigliando di andare a vivere nelle caverne, vivere sotto ad un tetto di paglia, niente di tutto questo. No, no. Non è questo.
Quello che dico è dare le spalle al mondo dello spreco e delle spese inutili e delle case lussuose, che poi hanno bisogno di tre, quattro, cinque, dozzine di domestici. Perché fare tutto questo?
Perché?
Non ce n’è bisogno.
Si può vivere con molta più sobrietà e allocare risorse per cose davvero importanti per la società.
E questo è il vero senso repubblicano, che si è perso nella politica.
Almeno devo dire quello che penso. Non possiamo dire che non ci sono risorse.
I governi si preoccupano delle prossime elezioni, ci si batte per il potere e ci dimentichiamo delle persone, dei problemi del mondo.
Non è crisi ecologica, è crisi politica.
Siamo arrivati ad una fase della civilizzazione in cui c’è bisogno di un accordo planetario. Ma guardiamo dall’altra parte.
Per questo l’uomo potrebbe essere l’unico animale capace di autodistruggersi. È questo il dilemma che potremo avere in futuro.
Quello che vorrei trasmettere alle persone è che si può cadere e rialzarsi sempre. E sempre vale la pena ricominciare da zero. Una e mille volte, finché abbiamo vita.
Questo è il messaggio più grande della vita. E che si può riassumere in questo che i perdenti sono quelli che smettono di lottare. E smettere di lottare è smettere di sognare.
Lottare, sognare, confrontarsi con la realtà, è questo il senso della vita.
Non si può vivere coltivando il rancore. Nessuno può far niente per i dolori che ho avuto nella vita, nessuno può cancellarli. Bisogna imparare a farsi carico delle proprie cicatrici e continuare sulla strada, guardando avanti.
Se mi fermo a medicarmi le ferite, non posso avanzare. E per me la vita è sempre davanti. Quello che è importante è il domani.
Mi dicono, e mi gridano, che bisogna aver memoria per non riprodurre il passato.
Io lo conosco, l’umano! È l’unico animale che inciampa venti volte sullo stesso sasso. E ogni generazione impara dalle esperienze che ha vissuto e non da quelle che altri hanno vissuto.
Non idealizzo l’uomo. Che possiamo imparare dalle esperienze altrui? Impariamo dalle esperienze che viviamo noi.
Però, questo è il mio modo di vedere la vita. E non ho conti da regolare.