martedì 19 novembre 2019

Verba volant (728): venduta...

Angelo Morbelli, Venduta, 1897
Venduta, agg. f.

E' il 1904. Gli articoli 134,135, 136 e 137 del Codice civile del Regno d'Italia definiscono l'istituto giuridico dell'autorizzazione maritale. In pratica una donna sposata non può, senza la preventiva autorizzazione del marito, acquistare o vendere immobili, contrarre un mutuo o un'ipoteca. E non può neppure andare in giudizio. Lo stesso Codice prescrive che la potestà sui figli è esercitata unicamente dal padre, si chiama infatti patria potestà. L'articolo 486 del Codice penale prevede una pena detentiva da tre mesi a due anni per le donne colpevoli di adulterio, mentre non esiste tale reato per i mariti fedifraghi. Naturalmente le donne non hanno diritto di voto: nel 1912, in occasione della riforma che introduce il suffragio elettorale maschile, quando qualcuno dice che si potrebbe cogliere l'occasione per estendere il voto anche alle donne, la proposta è accolta come una ridicola provocazione, come un'assurdità non degna neppure di essere presa in considerazione. All'inizio del Novecento una donna su due è analfabeta e, a parte nelle classi più ricche della società, è raro che le bambine possano frequentare più dei primi due anni di scuola. Anche perché una bambina a casa può fare molti lavori, mentre a lei cosa serve saper leggere e scrivere? Nell'immaginario del tempo, la donna è, nel migliore dei casi, l'angelo del focolare. In quell'anno Ruggero Leoncavallo scrive per Enrico Caruso la romanza Mattinata, che ottiene immediatamente un grande successo; magari non conoscete il titolo, ma l'avete certamente ascoltata, è una dolce serenata che comincia con il verso "L'aurora di bianco vestita". La donna è quella cosa lì, che deve essere - come l'aurora - di bianco vestita, perché la donna deve essere vergine, cosa che - ça va sans dire - non è richiesta al maschio. E, come nella canzone, deve aspettare l'uomo che la sposerà; e che deciderà per lei, che leggerà e scriverà per lei, che voterà per lei.
E' il 17 febbraio 1904. Alla Scala di Milano c'è la prima di una nuova opera. Certamente non è il rito esibizionista e volgare che è diventato ora, ma una prima alla Scala è sempre un evento. C'è una divertente canzone del Quartetto Cetra - il testo è dei grandi Garinei e Giovannini - intitolata In un palco della Scala; racconta di una serata milanese del 1893, dieci anni prima della nostra storia, ma poco doveva essere cambiato: le signore in décolletté, un sorso di marsala, un mazzolino di pansée.
Tra la buona società di questa Italia così bigotta e conservatrice, così maschilista e retriva, pensate l'effetto che fa la storia che viene raccontata quella sera alla Scala. Un po' come se mia madre nel '94 fosse andata al cinema a vedere Pulp fiction.
C'è questa famiglia un tempo ricca e importante, che è caduta in disgrazia, tanto che il padre si è ucciso per la vergogna. La madre e gli altri parenti decidono che l'unica soluzione sia quella di "vendere" la propria figlia quindicenne. Per fortuna c'è un sensale che si occupa di tutto: affitta ai ricchi stranieri case già completamente arredate, moglie inclusa. Il matrimonio viene celebrato con tutti i crismi, anche se lo straniero sa che per lui non ha alcun valore, e naturalmente viene consumato: dopo tutto il signore ha pagato. E non poco. Poi gli impegni lo chiamano in patria e la bambina rimane lì, da sola, ma aspetta un figlio. Passano tre anni e lo straniero torna lì, perché nel frattempo si è regolarmente sposato nel suo paese e pensa sia giusto portare il bambino in una famiglia "vera". La ragazza però ama quell'uomo e ama quel loro bambino, anche se sa benissimo che il loro è stato un semplice accordo commerciale. Non è stupida, sa cosa è successo, sa che dietro quel matrimonio c'è stato un affare su cui tanti hanno lucrato. Per lei però è stato un matrimonio "vero". Quando si trova di fronte la nuova moglie di quell'uomo che lei si ostina a considerare suo marito, capisce che ormai non c'è più nulla da fare. Il bambino potrà crescere con suo padre e con la sua "vera" moglie, ma per lei non c'è più posto: e così si uccide, con la stessa spada con cui si è ucciso il padre.

Che scandalo, che storia è mai questa. Una cosa così può capitare solo in Giappone. Che nel 1904 è come dire su Marte; sì, si sa che il Giappone esiste - proprio quell'anno ha cominciato una guerra con la Russia per il controllo della Manciuria e della Corea - ma è molto lontano. E poi quelli non sono neppure cristiani: magari laggiù succede davvero che le famiglie facciano sposare le loro figlie, quando sono ancora delle bambine. Da noi non succede. A dire la verità, l'articolo 55 del Codice civile del Regno d'Italia, dice che una donna per sposarsi deve avere quindici anni. Da noi, che siamo civili, le bambine lavorano nei campi o in fabbrica, ma non fanno mica figli, non sanno nemmeno come si fanno a quell'età. Veramente non serve che loro lo sappiano, è facile che trovino un maschio che "spieghi" loro come si fa, con le buone o con le cattive. Dicono che in certe case di vicolo Bottonuto ci sono anche delle bambine, ma io non le ho mai viste. Naturalmente io in certi posti non ci vado, parlo per sentito dire. E comunque se sono lì, è perché o loro o le loro madri hanno combinato qualcosa. Le figlie delle famiglie oneste non si trovano in quelle case lì. Il pittore milanese Angelo Morbelli dipinge due quadri intitolati Venduta, uno nel 1884 e un altro nel 1897: sono bambine, più piccole di Cio-Cio-San, sono piccoli ritratti con cui vuole gettare in faccia alla borghesia la piaga della prostituzione minorile. Per fortuna qui da noi queste cose non succedono: le bambine fanno le bambine, imparano a ricamare, a cucinare, a fare tutti questi lavori da donne. Siamo cristiani noi, siamo un popolo civile. Pinkerton non è giapponese, ma un cristiano, tanto che la ragazza si converte a questa religione e per questo viene ripudiata dalla sua famiglia, su istigazione dello zio bonzo. Però è un americano, e quelli lì non sono proprio come noi. Con un europeo una storia del genere non sarebbe potuta succedere: noi siamo di un'altra cultura, da noi le donne sono rispettate. E infatti nelle leggi in vigore nel 1904 in tutta Europa è prevista la fattispecie giuridica del delitto d'onore, ed è lecito bastonare una donna per “correggere” il suo comportamento, non è reato violentare una donna “di malaffare” e non è considerato uno stupro avere rapporti sessuali con la propria moglie se questa non è consenziente, anzi è lei che rischia di essere accusata di violare i doveri coniugali. La musica è bella, non c'è niente da dire: Puccini è sempre Puccini. E la Storchio: che voce, che temperamento. Non ha mica quindici anni: che donna. Certo che queste cantanti: pensa che l'anno scorso ha avuto un figlio da Toscanini. Sì, sì, le critiche sono state ingenerose. La musica è proprio bella, ma la storia, suvvia: sono cose che in un paese come il nostro non possono proprio succedere. Siamo troppo civili.

domenica 17 novembre 2019

Verba volant (727): affondare...

Affondare, v. intr.

Il mercante di Venezia è una storia in cui non c'è un "cattivo": è una cosa piuttosto rara perché questi personaggi sono molto utili per quelli che devono inventare delle storie. Nonostante questo Shakespeare è riuscito a scrivere una grande commedia che parla a noi, come parlava ai suoi contemporanei, e che continuerà a parlare alle donne e agli uomini che vivranno tra quattrocento anni - ammesso che questo pianeta ci sia ancora tra quattro secoli.
A dire la verità un "cattivo" in questa commedia c'è, è sempre in scena ed è ciò che fa muovere i personaggi: il denaro. E' il denaro che serve a Bassanio per poter diventare uno dei pretendenti di Porzia, è il denaro con cui Antonio dimostra il suo amore non corrisposto per l'amico, è il denaro che rende indispensabile un uomo altrimenti disprezzato come Shylock, è il denaro rubato con cui Jessica punisce il padre usuraio, è il denaro che diventa il terreno su cui si scontrano i due nemici Antonio e Shylock, è il denaro non restituito che vale una libbra di carne. Perché è il denaro a determinare i rapporti tra tutti i personaggi della commedia. E che li rende, di volta in volta, i "cattivi". E che rende così attuale questa storia, in un mondo come il nostro in cui i rapporti tra le persone sono definiti in maniera praticamente esclusiva dal denaro, da ciò che si possiede e da ciò che non si possiede, da ciò che si ostenta e da ciò che si desidera ostentare.
Ed è proprio il denaro a rendere ironicamente simili Antonio e Shylock. All'inizio della commedia il mercante guarda con superiorità, venata di razzismo, il parvenu a cui pure è costretto a ricorrere, ma poi, una volta caduto in disgrazia, perché le sue navi sembrano naufragate, diventa un uomo umiliato. Mentre Shylock, anche se è ricco, vive da povero, in qualche modo ostenta la propria finta povertà. E la fuga della figlia, che, a differenza di lui, è nata in un mondo in cui mostrare di essere ricchi è un valore, lo umilia. E così i due finiscono per diventare la stessa maschera. E quando Porzia, che non li conosce, arriva in tribunale, deve chiedere "Chi è l'ebreo?". Non c'è più una differenza di razza - che non c'è mai stata - ma la paura della povertà rende uguali questi due uomini per cui il denaro è così importante.
Per questo Il mercante di Venezia è prima di tutto una commedia sulla povertà, che tutti, senza distinzione di razza o religione, indistintamente temono. E che aleggia pericolosamente su ciascuno di loro.
Ed è una commedia sulla cupidigia, perché tutti vogliono il denaro. Per Shylock sua figlia è importante solo perché, morta la moglie, regge la casa. E una volta fuggita, non si preoccupa per lei, per quello che le potrebbe succedere, ma per i soldi che sta spendendo. Quando un amico lo informa che Jessica a Genova sta spendendo molto denaro, il padre dice
Morta vorrei vederla, qui, ai miei piedi,
coi gioielli agli orecchi!... In una bara,
e dentro i miei ducati!
Non c'è un "cattivo" neppure nella storia che vive oggi drammaticamente Venezia. Sarebbe bello se ci fosse: sconfitto il cattivo, avremmo salvato quella città. Invece è difficile immaginare che tra quattro secoli Venezia sia ancora lì. Forse sopravviverà soltanto la sua "brutta copia" che si trova a Las Vegas. Come nella commedia di Shakespeare, anche in quello che sta succedendo oggi nella città lagunare nessuno è davvero cattivo, perché lo siamo tutti, perché abbiamo accettato un mondo in cui il denaro è la pietra di paragone di ogni altro valore, è il fattore che determina le nostre vite.
E Venezia, come Jessica, è vittima della nostra cupidigia. Pensiamo a come ricavarne sempre nuovi ducati, e non pensiamo che un giorno potrebbe "fuggire". I mercanti di Venezia vendono la loro città, ma non se ne curano.
Antonio e Shylock - anche in questo ugualmente simili, nonostante non lo vogliano ammettere - saranno ugualmente colpevoli, quando alla fine la loro città affonderà.