sabato 7 agosto 2021

Verba volant (801): ritirarsi...

Ritirarsi
, v. int.

Nessun mortale corre più veloce di Atalanta, nessun mortale scaglia il giavellotto più lontano di lei, nessun mortale ha il suo coraggio e la sua abilità nella battute di caccia. Quando qualcuno le vuole fare un complimento, immancabilmente le dice che sa cacciare e combattere come un uomo. E lei si arrabbia, perché ad Atalanta non interessa essere come un uomo: vuole essere una donna, una donna libera di decidere della propria vita. 

Quando al re Iaso viene annunciato che la sua sposa ha dato alla luce una bambina, l'uomo si dispera. Tutte le sue speranze si sono infrante: vuole un maschio che possa dar lustro alla sua casata, magari ai giochi olimpici. Invece è arrivata quell'inutile bambina. Il re è furioso, non vuole avere quella femmina tra i piedi: una bocca in più da sfamare e soprattutto una dote principesca da pagare. Senza neppure essere lavata, la neonata viene consegnata a uno dei suoi servi affinché la porti in mezzo ai boschi del monte Pelio. Se vorranno gli dei potranno salvarla: quella bambina non è più un problema suo.
Un'orsa sente i vagiti della neonata, la raccoglie, la scalda, la lava, la allatta. Per qualche giorno l'animale si prende cura di quella strana cucciola senza peli, ma capisce che quella creatura non può crescere insieme a lei. C'è una coppia di vecchi pastori che vivono in mezzo al bosco: quella bambina è della loro stessa razza, sapranno cosa fare. E l'orsa sa che sono due brave persone, non hanno mai cercato di ucciderla, ma anzi le lasciano del cibo per l'inverno. L'uomo e la donna si meravigliano di trovare una neonata davanti alla porta della loro umile casa: è un dono del cielo e allevano quella bambina come fosse la loro figlia. E Atalanta cresce, bellissima, in mezzo a quei boschi, corre, va a caccia, diventa abilissima in questa attività. 
La fama di quella vergine cacciatrice comincia a diffondersi tra le città greche. E così quando Giasone raccoglie i migliori guerrieri per la sua spedizione contro la Colchide, chiama anche lei, l'unica donna tra i cinquanta guerrieri che salpano da Iolco sulla nave Argo. Molti di quei re arroganti guardano con malcelato fastidio a questa decisione di Giasone: le donne devono stare al loro posto, a casa, non possono mettersi in mente di combattere a fianco degli uomini. In una guerra le donne devono essere il bottino. Invece Atalanta è capace di combattere, anzi è brava più di molti di loro, e non sono poche le volte che il suo intervento è risolutivo. E questo non fa che accrescere la loro rabbia.
La spedizione dei guerrieri greci è un successo - peraltro solo grazie all'intervento di un'altra donna, Medea - e la fama di Atalanta comincia a diffondersi tra le città elleniche. I rapsodi raccontano le sue gesta, e non c'è neppure bisogno di inventarsi delle storie, come devono fare con gli altri eroi: con Atalanta è sufficiente dire la verità. La giovane cacciatrice è contenta di questa attenzioni, anche se si infastidisce quando dicono che sarà la prossima Teseo o la futura Eracle. "Io sono la prima Atalanta", ribatte con giustificato orgoglio.
Quando il re di Calidone deve organizzare una grande battuta di caccia per uccidere l'enorme cinghiale che terrorizza i contadini e devasta le campagne circostanti, anche Atalanta chiede di partecipare. E anche questa volta re e principi non vogliono che una femmina si intrometta: arrivano perfino a rifiutarsi di prendere parte alla caccia, se il principe Meleagro si ostina a volere che quella bastarda partecipi alla battuta. Lui però non cede. Altri due cacciatori tentano di violentare la ragazza - che impari a stare al suo posto - ma Atalanta sa difendersi, la sua vendetta è terribile e finiscono entrambi uccisi. Alla fine la caccia ha successo, grazie ad Atalanta che riesce a colpire per prima l'animale, indebolendolo abbastanza da farlo uccidere dagli altri partecipanti alla battuta. Meleagro riconosce che senza di lei non ce l'avrebbero fatta e così le assegna il premio più ambito: la pelle della bestia uccisa. Ma anche questo non fa che crescere il risentimento degli altri nobili cacciatori.
Ormai la fama di Atalanta non conosce confini e il re Iaso decide di riconoscere la figlia, perché le sue imprese possono portare lustro alla casata e al regno. Atalanta torna a casa e perdona la sua famiglia, ma la fiducia verso il padre si rivela mal riposta. Il re vuole che Atalanta si sposi: serve un uomo per continuare la dinastia. A lei gli uomini non interessano, vuole continuare a essere libera: il matrimonio non fa per lei. Il padre insiste. Atalanta cede, ma pone una condizione: sposerà il pretendente che riuscirà a sconfiggerla in una gara di corsa. Nonostante arrivino da tutta la Grecia per tentare l'impresa, allettati dalla ricca dote, dal trono e dalla gloria, nessuno riesce a sconfiggere Atalanta nella corsa. 
Un giorno arriva dalla Beozia il giovane Melanione che accetta la sfida perché è innamorato di Atalanta. E la ragazza rimane colpita dall'amore di quel pretendente. Comincia la gara, Atalanta si rende subito conto che può facilmente sconfiggerlo, e allora, inaspettatamente, decide di rallentare. Melanione corre più veloce che può e quando arriva al traguardo non riesce a credere di non trovare già lì Atalanta. Si gira ed eccola: corre piano, quasi cammina e, bella come non mai, lo raggiunge sulla linea d'arrivo. Il pubblico che assiste a quella sfida rumoreggia, la criticano per essersi ritirata, gli stessi che per anni l'hanno considerata una "diversa". I rapsodi sono i più accaniti contro di lei: doveva continuare a correre, doveva sconfiggere tutti i pretendenti, doveva dimostrare di essere la più forte. Ma cosa le è preso? Si vede che è una bastarda che non ha a cuore l'orgoglio della sua città. 
Ad Atalanta quelle critiche fanno male, anche se c'è ormai abituata: lei non è mai abbastanza, lei è sempre una donna. Ma in questo momento della sua vita lei sa che c'è qualcosa di più importante che vincere, e fa quello che ha sempre fatto: decide lei cosa fare, cosa diventare, cosa essere. Decide di essere Atalanta.

lunedì 26 luglio 2021

Considerazioni libere (428): a proposito di una sconfitta...

Riconosco di essere stato fortunato, ma devo dire una cosa che credo di aver già scritto e detto diverse volte: io ho conosciuto un mondo diverso. Eppure non sono così vecchio - anche se ho il vezzo di dire di essere un figlio del secolo scorso. Io ho conosciuto un mondo che di fronte a un'emergenza come quella che stiamo vivendo avrebbe reagito in una maniera completamente diversa. E soprattutto che di fronte alla riconosciuta necessità di avviare una campagna vaccinale di massa avrebbe dedicato ogni energia affinché questo risultato fosse raggiunto nel minor tempo possibile. Io ho conosciuto un mondo in cui i partiti, le associazioni, le parrocchie, i sindacati - insomma i corpi intermedi, come dicevamo una volta - si sarebbero mobilitati, anche in uno spirito di competizione, per fare in modo che tutti potessero vaccinarsi. Ho conosciuto un mondo in cui non sarebbe stato necessario il green pass, che non è un mezzo di schedatura nazista, come tanti cretini dicono, ma è certamente il segno di una sconfitta, perché l'unico modo che questo paese ha per costringere la persone a vaccinarsi è il ricatto: se non ti vaccini non vai allo stadio, se non ti vaccini non vai in vacanza, se non ti vaccini non vai in pizzeria. 
Ne avevo un sospetto, per quel poco che mi lascio raccontare da Zaira, ma dal momento che non ho praticamente nessuna vita sociale né leggo i giornali o vedo la televisione, né guardo le bacheche dei miei "amici" su Facebook, non mi ero reso conto fino in fondo del grado di abbruttimento sociale e civile che c'è attorno a questo tema. Che è tanto più sorprendente perché è una cosa che ci dovrebbe unire: perché uno non si vaccina per se stesso, ma lo fa inevitabilmente per gli altri, soprattutto per quelli che, per motivi di salute non possono farlo. L'immunità di gregge è proprio questo: vaccinarsi in moltissimi affinché chi non può farlo goda della stessa protezione che abbiamo noi che invece possiamo vaccinarci. Ed è il modo in cui abbiamo debellato tante malattie e l'unico modo in cui per ora possiamo combattere questa nuova, e le future che verranno. O che sono già arrivate. Quando ho scritto sui social, invece delle solite mie storie sui film in bianco e nero e sui musical di Broadway, che la vera libertà non è quella di non vaccinarsi, ma appunto quella di aiutare gli altri facendolo, si è scatenato un putiferio. Ho scritto che parlare di "dittatura sanitaria" è una castroneria, e l'ho voluto scrivere non a caso il 25 luglio, perché quella era una vera dittatura. Ammetto di essere stato anch'io cattivo, perché pensavo di parlare contro miei nemici storici, fascisti e compagnia cantante, con cui sapete che non ho pazienza né voglia di parlare, invece ho scoperto che c'è non solo una differenza politica, ma antropologica. E che la distinzione non è per forza di cose ideologica. Anzi. Ormai è così radicata la sfiducia verso tutti, è così entrato nelle viscere un individualismo violento, che non si è disposti a ascoltare una elementare regola di buon senso. 
Questo l'ho certamente già scritto, ma lo ripeto. Una cinquantina d'anni fa - ma sembra che sia passato molto più tempo - i miei genitori non si sono posti il tema se vaccinarmi o meno. Per quelli della loro generazione il vaccino non era solo un obbligo sanitario, ma in qualche modo una conquista sociale, il segno che il mondo stava cambiando, in meglio. La possibilità che tutti i bambini venissero vaccinati rappresentava una conquista, perché questo avrebbe significato debellare una serie di malattie, per cui molti, troppi, bambini loro coetanei erano morti. C'era probabilmente un'ingenuità eccessiva in questo affidarsi alla magnifiche sorti e progressive della scienza, così come era a volte mal riposta la fiducia che avevano comunque per il medico, che era uno che aveva studiato e quindi aveva più ragione di loro, che invece non avevano studiato. E infatti uno dei loro principali obiettivi era che noi studiassimo, che diventassimo anche noi dottori. E giustamente noi adesso siamo più attenti e critici, ma la possibilità che tutti i bambini - e gli adulti come in questo caso - siano vaccinati è ancora una conquista sociale e di progresso. 
Sconfiggere le malattie, così come il curare tutte le persone allo stesso modo, è un obiettivo socialista, se questa parola avesse ancora un senso. Ma mi sono accorto che ormai non l'ha più. E allora se il mondo in cui viviamo è questo, anch'io mi vaccino solo per proteggere me e mia moglie. Ma questa è una sconfitta.