domenica 23 settembre 2018

Verba volant (572): autunno...

Autunno, sost. m.

E' sempre interessare vedere come nascono e crescono le parole. Nel termine autumnus è facile riconoscere la stessa radice del participio passato di augere, che significa aumentare, arricchire. Quando è nata questa parola, in un mondo legato al succedersi delle stagioni e ai ritmi della natura, l'autunno era la stagione della ricchezza, il momento in cui gli uomini godevano dei frutti della terra. L'autunno era una "bella stagione". Per noi invece è l'estate il momento culminante dell'anno e l'autunno è un momento di declino e infatti questa parola è spesso usata come una metafora per descrivere il decadimento, la vecchiaia, la fine inesorabile. Non amiamo l'autunno, che al massimo ci ispira canzoni di struggente malinconia.
Non amiamo l'autunno perché non amiamo neppure invecchiare. Se ci pensate è un curioso paradosso: la nostra società sta rapidamente invecchiando, cresce ogni anno l'età media, viviamo di più e spesso, grazie ai progressi della medicina, anche meglio. Siamo una società decisamente vecchia, eppure fingiamo di essere giovani. Facciamo di tutto per fingere quello che non siamo, ci vestiamo e ci trucchiamo per sembrare diversi, ci sottoponiamo a terapie e interventi chirurgici, i nostri discorsi sono pieni di retorica giovanilistica, noi maschi - anche in questo ci facciamo riconoscere - cerchiamo compagne giovanissime, siamo una società di finti giovani, che tenta in ogni modo di esorcizzare l'autunno.
E proprio questo nostro fingerci giovani, questo alterare artificiosamente la natura, finisce anche per danneggiare quelli che davvero sono giovani, perché prendiamo il loro posto, non li facciamo crescere, spesso li sfruttiamo, nutrendoci della loro vitalità. Non sappiamo più riconoscere che l'autunno è l'età della ricchezza, proprio perché precede l'inverno e quindi anche la morte, e siamo così invidiosi della primavera che la rubiamo a chi avrebbe il diritto di goderne. 

venerdì 21 settembre 2018

Άρνηση - "Rifiuto" di Georgos Seferis

Georgos Seferis morì ad Atene il 20 settembre 1971. I suoi funerali, due giorni dopo, divennero una grande manifestazione contro la dittatura dei Colonnelli. Le donne e gli uomini di Atene, mentre accompagnavano la salma del loro grande poeta intonavano questa canzone, intitolata Άρνηση - Rifiuto - che Seferis aveva scritto molti anni prima per Mikis Theodorakis e che divenne, da poesia d'amore che era, l'inno della resistenza greca contro la dittatura fascista. I Colonnelli ovviamente vietarono la canzone, ma le sue parole continuarono a risuonare nelle menti e nei cuori dei greci. Perché la poesia è più forte di qualsiasi regime. 

Στο περιγιάλι το κρυφό
κι άσπρο σαν περιστέρι
διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.
Διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.

Πάνω στην άμμο την ξανθή
γράψαμε τ' όνομά της
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.

Με τι καρδιά, με τι πνοή,
τι πόθους και τι πάθος
πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.
Πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.

Sulla spiaggia nascosta
e bianca come una colomba
avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.
Avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.

Sopra la sabbia bionda
scrivemmo il suo nome.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.

Con che cuore, con che respiro
- che speranze e che cori -
afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.
Afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.