venerdì 4 settembre 2026

Verba volant (849): lira...

Lira, sost. f.

Nessuno sapeva suonare la lira come Orfeo: Apollo gli aveva donato quello strumento e le Muse gli avevano insegnato a usarlo. La sua musica era in grado di ammansire le belve più feroci e perfino gli oggetti inanimati si potevano muovere per seguire quelle note.
Orfeo amava, riamato, Euridice e quando la sua sposa morì, per il morso di un serpente, il poeta ebbe la forza – o l’incoscienza, direbbe qualcuno – di scendere negli inferi per chiedere che lei potesse tornare con lui, sulla terra. Ovidio racconta questa storia, facendoci assistere a una scena di stupita meraviglia. Mentre Orfeo canta la sua supplica di fronte ad Ade e a Persefone, tutto si ferma: Tantalo smette di cercare di raccogliere l’acqua per placare la sua sete eterna, si ferma la ruota di Issione, perfino gli avvoltoi cessano di rodere il fegato di Tizio, e mentre le Furie si commuovono, Sisifo si siede sul suo macigno per ascoltare quell’inatteso concerto.
Euridice può tornare sulla terra – Ade cede a quella supplica – ma Orfeo non può volgersi indietro durante il cammino, dovrà condurre fuori dagli inferi la sua sposa senza guardarla. Tutt’intorno è buio, il cammino è malcerto, ma Orfeo precede Euridice accompagnandola con il suo canto: non sappiamo neppure in questo caso che cosa cantasse, immagino un canto di gioia. Ma Orfeo, quando sta quasi per raggiungere l’uscita degli inferi fa quello che non avrebbe dovuto fare: si volge indietro e Euridice sparisce sotto i suoi occhi, per tornare definitivamente nel regno dei morti. Perché Orfeo si è voltato? Questa domanda ci tormenta ogni volta che sentiamo questa storia. Il poeta che era stato capace di fermare gli inferi, di ottenere la vita dal dio della morte, fa una cosa talmente stupida. Non può essere curiosità, come racconta qualcuno. E neppure timore di vedere come fosse diventata la sua amata dopo essere stata nel regno dei morti: il suo amore doveva essere più forte di così. Gluck e Ranieri de’ Calzabigi raccontano il dramma della donna che si sente rifiutata e decide di tornare nell’Ade, costringendo il marito a quello sgaurdo dall’esito così tragico. Gesualdo Bufalino pensa che abbia fatto apposta, e nel suo racconto Euridice capisce che è così: a Orfeo importava solo dimostrare di essere il più grande dei poeti.
Io credo invece che Orfeo volesse davvero avere ancora un po’ di tempo per poter stare con Euridice, che volesse portarla davvero sulla terra, ma in quel momento si è trovato di fronte ai suoi limiti: l’uomo capace di far tutto con il proprio canto, ha pensato che forse non era riuscito a guidare la propria sposa, che non era stato capace di condurla fin lì. Orfeo, forse per la prima volta nella sua vita, si è trovato di fronte ai propri limiti umani e li ha riconosciuti.
Orfeo era un mortale, ma anche figlio di una divinità, la musa Calliope, e quindi nipote di Zeus, Orfeo, come Achille, come tanti altri eroi del mito, sta in mezzo tra cielo e terra; ma c’è un momento in cui devi scegliere, o la vita sceglie per te. La storia di Orfeo ci racconta questo, che c’è sempre un momento in cui abbiamo paura di non farcela, di essere inadeguati, ma che questa è la condizione umana, e che dobbiamo accettarla, accentando i nostri limiti.
E se fosse stata Euridice stessa a chiedergli di girarsi? Amava a tal punto Orfeo da volergli mostrare i suoi limiti, da farlo diventare un uomo. Non sapremo mai cosa i due sposi si siano detti in quel breve tratto di cammino che hanno fatto insieme quel giorno, forse per una volta Orfeo ha smesso di cantare, e ha avuto la capacità di ascoltare Euridice che aveva capito che quel viaggio negli inferi era inutile, perché la morte è un destino a cui non possiamo sfuggire e che lei avrebbe continuato a vivere nei versi di Orfeo. In quel breve cammino Orfeo ed Euridice si sono amati come non si erano mai amati prima, si sono riconosciuti come due esseri umani in cammino. Nessuno sapeva cantare come Orfeo, anche se non sappiamo che cosa cantasse e non lo sapremo mai: noi semplici esseri umani dobbiamo accettare che ci sono tante cose che non siamo destinati a conoscere.




mercoledì 2 settembre 2026

Recensioni. "Le Siège de Corinthe".

Amo il teatro e, come sapete, amo in particolare il teatro in cui i protagonisti sulla scena cantano e ballano (molte delle cose che scrivo sono dedicate a questo originale tipo di spettacolo) e quindi mi piace tornare al Rossini Opera Festival, che quest’anno si è svolto, ovviamente a Pesaro, dall’11 al 23 agosto. Per fortuna condivido questa insana passione con mia moglie e quindi questi giorni al ROF sono anche le nostre, meritate, vacanze estive.

E saranno questi giorni a cavallo del Ferragosto, sarà che Pesaro è una piccola città – e quindi è ancora più un merito organizzare un tale appuntamento internazionale – sarà appunto la dimensione vacanziera, ma durante il giorno si annullano i ruoli tra chi invece alla sera sta di sopra o davanti al palco. Quando ti trovi, alla fine dello spettacolo, a mangiare una pizza con la protagonista, la bravissima Vasilisa Berzhanskaya, ed è lei che riconosce te perché vi siete già visti la mattina su una panchina del centro e ha letto un tuo post su Instagram, allora capisci che il ROF è differente. Per tacere che se poi dopo due giorni vi ritrovate nello stesso locale a mangiare una piadina, allora siete diventati praticamente parenti.

Al di là della vacanza, amo il ROF perché in questo festival, a differenza di quello che mi pare succeda in altri analoghi appuntamenti, la dimensione teatrale è sempre molto presente. Naturalmente è importante la parte musicale, e non potrebbe essere altrimenti, nel festival che ha segnato una fase fondamentale della cosiddetta Rossini Renaissance, e che, a fianco del programma principale, valorizza i giovani artisti formati dall’Accademia Rossiniana (che bello il loro Viaggio a Reims). Certamente ci sono nel pubblico che arriva da tutto il mondo gli appassionati che sanno riconoscere con innegabile competenza i preziosismi, e a volte i limiti, vocali degli interpreti, ma tanti come me vengono per godersi gli spettacoli di quel genio drammaturgico di Gioachino Rossini, che – peraltro come Verdi e Puccini – si considerava un uomo di teatro e scriveva ben consapevole che la sua musica doveva raccontare una storia.

Quest’anno in particolare abbiamo avuto la felice opportunità di vedere due delle farse che il genio pesarere ha scritto per il Teatro San Moisè di Venezia, L’occasione fa il ladro e La scala di seta in due produzioni diventate, seppur in tempi differenti, ormai storiche, rispettivamente firmate da Jean-Pierre Ponnelle e Damiano Michieletto.

Al di là delle differenze, entrambe le regie ci hanno portato in qualche modo “dietro le quinte”, svelando i meccanismi e i trucchi teatrali e, cosa non solita nei teatri italiani, alla fine degli spettacoli i tecnici sono meritatament
e saliti alla ribalta per prendersi gli applausi di noi spettatori, come i musicisti e i cantanti. Ed è giusto che sia così, perché la magia del teatro è anche merito del loro lavoro.

E da qualche anno, tra le attività collaterali c’è la possibilità di visitare una mostra delle più belle e significative maquette della storia del ROF e vedere un documentario in cui è particolarmente valorizzato il lavoro degli artigiani che, a partire da quei modelli, hanno creato le scene e i costumi che hanno dato vita ad alcuni spettacoli diventati pietre miliari del genere. Ecco il ROF ti ricorda in ogni momento che non stai ascoltando un disco, ma stai assistendo a uno spettacolo che ti può far divertire o ti può anche “dare fastidio”, e certamente ti fa pensare, come è successo con la terza opera in programma, Le Siège de Corinthe.

Allora noi pubblico, nella interessante lettura che ne ha dato Davide Livermore – un regista che io non sempre amo e che anche in questa occasione non mi ha del tutto convinto – abbiamo svolto una nostra parte nel dramma. Perché se i greci assediati vestono in costumi antichi, anche un po’ stereotipati, ossia come noi adesso pensiamo che si vestirebbe un greco antico, i turchi assedianti vestono come noi, con giacca e pantaloni, fumano, fotografano ogni cosa con i loro telefonini da cui non si staccano mai, proprio come facciamo noi. E spesso gli assediati guardano proprio noi, seduti nelle nostre poltrone, e vedono quelli che li stanno assediando. Siamo noi i “cattivi” che alla fine distruggeremo Corinto, nonostante, come Maometto II, in maniera ipocrita diciamo di voler difendere la cultura e la bellezza, ma, alla fine dei conti non facciamo nulla per difenderla, anzi se ci scappa, possiamo anche urinare su una colonna.

E anche il ROF è sotto assedio in questi tempi difficili, e probabilmente non per caso si è visto diminuire in maniera significativa l’indispensabile contributo del Ministero della Cultura. Per fortuna però il ROF resiste e noi che amiamo il teatro e la sua funzione civile e politica dobbiamo fare di tutto per difenderlo.

Que le soleil, témoin de ma victoire, demain cherche Corinthe et ne la trouve pas!”, canta Maometto II. Domani invece troveremo ancora il ROF.