mercoledì 23 gennaio 2019

Verba volant (616): tait...

Tait, sost. m.

Nel 2018 sono state dedicate molte riflessioni - qualcuna perfino interessante - alla prima guerra mondiale, in occasione del centesimo anniversario della fine di quel sanguinoso conflitto. Mi pare che nel 2019 non si dedichi la stessa attenzione a un altro centenario, altrettanto significativo: quello della conferenza di pace di Parigi, iniziata il 18 gennaio 1919 e durata, con alcuni intervalli fino al 21 gennaio dell'anno dopo: allora viaggiare comportava tempi lunghi e anche comunicare da una capitale all'altra non era così facile come oggi. Eppure questo lungo appuntamento diplomatico è stato determinante per quello che è successo nel corso del Novecento, e in qualche modo determina ancora le vicende politiche di alcune regioni, come i Balcani e il Medio Oriente.
Occorre dire prima di tutto chi partecipò a quella conferenza di pace e già questo credo renda chiaro cosa stava accadendo e cosa poi sarebbe successo. Poterono partecipare soltanto i paesi che avevano vinto la guerra e di fatto fu una trattativa tra Francia, Regno Unito, Italia e Stati Uniti, a cui si aggiungeva il Giappone quando ci si doveva occupare di questioni asiatiche. Gli altri paesi belligeranti, anche se - come è il caso del Belgio - avevano sopportato in maniera drammatica il peso di quel conflitto, di fatto non contavano nulla, nonostante fossero dalla parte "giusta", quella dei vincitori. Chi aveva perso non aveva possibilità di parlare ed evidentemente già questo è il segno di uno squilibrio che non poteva rimanere senza conseguenze. Questa ottusa miopia, di cui la Francia fu certamente la maggior responsabile, pesò moltissimo nella propaganda che permise la nascita e l'affermarsi del nazismo in Germania. Ed ebbe anche un peso in Italia, dove il tema della "vittoria mutilata" fu uno dei più riusciti slogan che favorirono il consolidarsi popolare del fascismo.
Non venne invitato anche un altro paese, che era formalmente tra i vincitori del conflitto, ossia la Russia, che aveva cominciato la guerra guidata dallo zar e l'aveva finita quando al governo c'erano i soviet. La rivoluzione d'Ottobre è stato il fattore storico che ha determinato la storia del Novecento, ma tra i diplomatici riuniti a Parigi è come se la Russia non ci fosse. O meglio, i governi delle potenze vincitrici sapevano benissimo cosa era avvenuto in Russia e, se solo ne avessero avuto la forza, se solo non ci fosse stata quella guerra tremenda, avrebbero mandato le loro truppe a fianco dei controrivoluzionari bianchi, e soprattutto temevano quello che il paese dei soviet poteva rappresentare: un esempio per i lavoratori di tutto il mondo.
Ma la Russia non c'era - non volevano che ci fosse - perché - e questo è il limite più forte che vediamo in quei vecchi uomini politici che si erano formati nell'Ottocento - il mondo era completamente cambiato, erano ormai altri gli attori in campo, si combatteva un'altra guerra.
I capi di governo e i ministri che trattavano nelle ovattate sale del Quai d'Orsay ragionavano ancora come se fossero al Congresso di Vienna, disegnando confini sulle carte di paesi lontani - che per lo più non avevano mai visto - spartendosi territori, contendendosi città e porti, disegnando alleanze, anche in base alle proprie simpatie e antipatie personali.
E certo la conferenza di Parigi fu anche questo. Era inevitabile che accadesse, dal momento che uno degli esiti più fragorosi della Grande guerra fu la dissoluzione dei due più antichi imperi dell'Europa centrale e del Mediterraneo: quello degli Asburgo e quello ottomano. Due imperi enormi, estremamente compositi, che riunivano popoli diversi che stavano per diventare stati diversi. Con la complicazione che questo comportava, perché in un impero multietnico come quello austro-ungarico non era così semplice disegnare confini, visto che nel corso dei secoli i popoli si erano mescolati in maniera a volte imprevedibile e in ogni città potevano esserci persone provenienti da regioni diverse, per i più diversi motivi: studio, amore, commercio. Nasce da qui la difficoltà - se non l'impossibilità - di trovare una soluzione nei Balcani e in genere in tutta l'Europa orientale, senza prevedere un'entità politica di livello superiore, quello che è stato per alcuni decenni il comunismo e il rapporto - anche conflittuale - con Mosca. Mentre nei paesi in cui c'era stato l'impero ottomano era fin troppo facile disegnare confini, basti pensare alle artificiose divisioni imposte dall'accordo Sykes-Picot e ai suoi confini dritti come tratti di penna, con in più l'impegno a costituire il "focolare" per gli ebrei. Un altro problema della conferenza di Parigi di cui paghiamo ancora le conseguenze.
E infatti la conferenza di Parigi è stata un fallimento, almeno nelle sue conseguenze a medio e lungo termine. Queste scelte politiche erano destinate all'insuccesso non solo per la miopia che dimostrarono i governanti francesi e britannici o l'ingenuità assai poco lungimirante di quelli statunitensi, ma perché ormai non erano più i governi a definire i confini e quindi la politica. Era passato un secolo dal tempo di Metternich e di Talleyrand. O meglio erano proprio i confini a non avere più lo stesso significato in quel mondo che stava cambiando, anche per via di un progresso scientifico e tecnologico che in alcuni decenni cambiò tante cose, molte di più di quelle che erano cambiate nei secoli precedenti. Ma soprattutto erano ormai in campo due forze che programmaticamente non riconoscevano i confini e neppure gli stati ed erano intrinsecamente internazionali. Una addirittura prese questo nome, mentre l'altra lo era di fatto. E queste due forze combattevano ormai un'altra guerra, quella di classe, la cui posta in gioco non era più il controllo di quella città, di quel fiume, di quella regione, ma l'annientamento definitivo dell'altro combattente. Sappiamo poi chi ha vinto quella guerra.
Pensate a quello che succedeva in Italia. Mentre nel 1920 Giolitti riusciva finalmente a risolvere - con il trattato di Rapallo - la questione di Trieste e dell'Istria italiana, un tema che la conferenza di Parigi aveva lasciato in sospeso tra le polemiche e le recriminazioni, nel nostro paese ci furono le mobilitazioni contadine, i tumulti annonari, le manifestazioni operaie, gli scioperi, le occupazioni di terreni e di fabbriche, che caratterizzarono il cosiddetto "biennio rosso". E questa era ormai la questione centrale, molto più di chi controllava quelle città costiere che erano state importanti al tempo in cui erano lo sbocco al mare dell'impero asburgico. Fu la paura dei capitalisti di fronte al tentativo rivoluzionario del biennio rosso a spingere alla reazione, a finanziare il fascismo, a decidere che doveva essere un regime autoritario a distruggere il movimento dei lavoratori. Solo a un uomo dell'Ottocento come D'Annunzio poteva importare ancora di Fiume. Al capitale importava di mettere a tacere Matteotti e Gramsci, di chiudere i giornali, di uccidere sul nascere il movimento socialista che stava nascendo e che allora poteva vincere, almeno i capitalisti temevano che avrebbe vinto, forse più di quanto lo credessero gli stessi socialisti.
C'è qualcosa di patetico in quei vecchi politici in tait che, chiusi nei loro salotti, disegnavano con stolido egoismo un mondo che non conoscevano più e che ormai era fuori dal loro controllo. Ma c'è anche qualcosa di drammatico, perché - per un curioso paradosso - in quella conferenza di pace furono poste le basi per molte delle guerre che sarebbero scoppiate nei decenni successivi.

martedì 22 gennaio 2019

da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (X)

12 settembre 1927

Carissimo Carlo,
ho ricevuto insieme la tua lettera del 30 agosto e l'assicurata del 2 settembre. Ti ringrazio di tutto cuore. Non so cosa ti ha scritto Mario; ho l'impressione che ti abbia troppo allarmato, mentre io pensavo che la sua visita avrebbe contribuito a rassicurare la mamma. Mi sono sbagliato. - La tua lettera del 30 agosto è poi addirittura drammatica. Ti voglio, d'ora innanzi, scrivere spesso, per cercare di convincerti che il tuo stato d'animo non è degno di un uomo (e tu non sei più tanto giovane, ormai). È lo stato d'animo di chi è in preda al panico, di chi vede pericoli e minacce da tutte le parti, e perciò diventa impotente ad operare seriamente e a vincere le difficoltà reali, dopo averle bene determinate e circoscritte da quelle immaginarie che la sola fantasia ha creato.
E prima di tutto voglio dirti che tu e anche gli altri di casa non mi conoscete che ben poco e avete perciò una opinione completamente sbagliata sulla mia forza di resistenza. Mi pare che siano quasi ventidue anni da che io ho lasciato la famiglia; da quattordici anni poi sono venuto a casa solo due volte, nel '20 e nel '24. Ora in tutto questo tempo non ho mai fatto il signore; tutt'altro; ho spesso attraversato dei periodi cattivissimi e ho anche fatto la fame nel senso più letterale della parola. A un certo punto questa cosa bisogna dirla. Probabilmente tu qualche volta mi hai un po' invidiato perché mi è stato possibile studiare. Ma tu non sai certamente come io ho potuto studiare. Ti voglio solo ricordare ciò che mi è successo negli anni dal 1910 al 1912. Nel '10, poiché Nannaro era impiegato a Cagliari, andai a stare con lui. Ricevetti la prima mesata, poi non ricevetti più nulla: ero tutto a carico di Nannaro, che non guadagnava più di cento lire al mese. Cambiammo di pensione. Io ebbi una stanzetta che aveva perduto tutta la calce per l'umidità e aveva solo un finestrino che dava in una specie di pozzo, più latrina che cortile. Mi accorsi subito che non si poteva andare avanti, per il malumore di Nannaro che se la prendeva sempre con me. Incominciai col non prendere più il poco caffè al mattino, poi rimandai il pranzo sempre più tardi e così risparmiavo la cena. Per otto mesi circa mangiai così una sola volta al giorno e giunsi alla fine del terzo anno di liceo, in condizioni di denutrizione molto gravi. Solo alla fine dell'anno scolastico seppi che esisteva la borsa di studio del Collegio Carlo Alberto, ma nel concorso si doveva fare l'esame su tutte le materie dei tre anni di Liceo; dovevo perciò fare uno sforzo enorme nei tre mesi di vacanze. Solo zio Serafino si accorse delle deplorevoli condizioni di debolezza in cui mi trovavo, e mi invitò a stare con lui ad Oristano, come ripetitore di Delio. Vi rimasi 1 mese e mezzo e per poco non divenni pazzo. Non potevo studiare per il concorso, dato che Delio mi assorbiva completamente e la preoccupazione, unita alla debolezza, mi fulminava. Scappai di nascosto. Avevo solo un mese di tempo per studiare. Partii per Torino come se fossi in istato di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 lire avute da casa. C'era l'Esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza. Mi fu rimborsato il viaggio in seconda, un'ottantina di lire ma non c'era da ballare perché gli esami duravano circa quindici giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire. Non so come ho fatto a dar gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma incominciarono i guai. Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l'iscrizione all'università, e siccome l'iscrizione era sospesa, erano sospese anche le 70 lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione di 70 lire, dove mi fecero credito; io ero così avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura. Cosí ricevevo 70 lire e spendevo 70 lire per una pensione molto misera. E passai l'inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari. Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai più per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole. Per di più abitavo proprio sulle rive della Dora, e la nebbia gelata mi distruggeva.
Perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili, senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all'opera, ricominciando dall'inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l'eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo. 
Ti potrei raccontare qualche aneddoto divertente. Nei primi mesi che ero qui a Milano, un agente di custodia mi domandò ingenuamente se era vero che io, se avessi cambiato bandiera, sarei stato ministro. Gli risposi sorridendo che ministro era un po' troppo, ma che sottosegretario alle Poste o ai Lavori Pubblici avrei potuto esserlo, dato che tali erano gli incarichi che nei governi si davano ai deputati sardi. Scosse le spalle e mi domandò perché dunque non avevo cambiato bandiera, toccandosi la fronte col dito. Aveva preso sul serio la mia risposta e mi credeva matto da legare.
Dunque, allegro, e non lasciarti sommergere dall'ambiente paesano e sardo: bisogna sempre essere superiori all'ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori. Capire e ragionare, non piagnucolare come donnette! Hai capito? Devo proprio essere io, che sono in prigione, con delle prospettive abbastanza brutte, a far coraggio a un giovanotto che può muoversi liberamente, può esplicare la sua intelligenza nel lavoro quotidiano e rendersi utile? Ti abbraccio affettuosamente insieme con tutti di casa.

Nino

Ciò che hai promesso di mandarmi, mandalo appena puoi, perché ne ho proprio bisogno. Spero in seguito di non dover più ricorrere al tuo aiuto.