venerdì 22 marzo 2019

Verba volant (640): corbelleria...

Corbelleria, sost. f.

Lo so, è la seconda volta che scrivo su Verba volant contro Cacciari. A mia discolpa, posso solo dire che ha cominciato lui: non è colpa mia se dice spesso delle corbellerie. Una delle ultime in ordine di tempo è questa sua apodittica affermazione, detta immagino con il suo solito piglio professorale:
Se la gente avesse letto qualche libro in più oltre a Topolino, capirebbe molte cose.
Ho avuto la fortuna nella mia vita accademica di non aver mai dovuto leggere un libro del professor Cacciari e naturalmente non l'ho fatto neppure dopo, per puro diletto. Nonostante io e Cacciari condividiamo l'augusto titolo di filosofi - anche se io non esercito. 
Invece ho avuto la fortuna di leggere moltissimi numeri di Topolino. Anche questo l'ho già raccontato da qualche altra parte di questo dizionario: io sono cresciuto nel contado bolognese, dentro un'edicola.
Quando io ero piccolo, nei primissimi anni Settanta, nelle edicole non c'erano molti fumetti, ma c'era Topolino. Ho un ricordo vivissimo del momento in cui Topolino arrivava, ogni settimana, a Quarto. Mentre praticamente tutto il resto che veniva venduto in edicola - dai giornali alle riviste - arrivava dal distributore la mattina intorno alle cinque - costringendo i miei nonni a delle quotidiane levatacce - Topolino arrivava all'ufficio postale. Non ho mai saputo perché - mi pare che succedesse anche con la Settimana enigmistica, ma la cosa mi interessava molto meno, come potete immaginare. Il mercoledì mattina mio nonno andava all'ufficio postale e prendeva il pacco di Topolino. Io spesso lo accompagnavo e agguantavo il giornalino prima di tutti: ero il primo a Quarto a poter leggere Topolino. Per un po' ero convinto di essere il primo al mondo a poter leggere Topolino.
Come si dice, l'occasione fa uomo ladro. E' esattamente quello che è successo a me: crescere in un'edicola, con Topolino a disposizione, e Geppo, Tiramolla e i pochi altri che stavano nello scaffale dei fumetti - me lo ricordo con precisione dove stava quello scaffale, a distanza di una quarantina d'anni - ha fatto di me un precoce lettore. Di questo deve ringraziare certamente Topolino
E devo dire che Topolino mi ha anche insegnato l'italiano: magari non riuscivo a capire cosa significassero esattamente pusillanime e villanzone, ma quel giornale stuzzicava sempre la mia curiosità. Perché Topolino era scritto in un bell'italiano, ricco e senza errori. E mi ha insegnato anche un po' di storia, visto che topi e paperi non disdegnavano di avventurarsi in epoche lontane. E la geografia, dato che viaggiavano moltissimo, viste le disponibilità finanziarie di Paperone.
Poffarbacco, se non ci fosse stato Topolino non sarei diventato neppure un filosofo.


giovedì 21 marzo 2019

Verba volant (639): poesia...

Poesia, sost. f.

Cos'è una poesia? Etimologicamente, risalendo al greco antico ποιέω - che significa fare - è una cosa fatta, una creazione. Al di là di questo, è però qualcosa difficile da definire, anche se tutti noi, compresi quelli che sono poco avvezzi alle poesie, probabilmente anche chi non ne mai letta una e perfino chi non sa proprio leggere, la saprebbe riconoscere, quando ne vedesse una. Sono quelle lettere in un rapporto del tutto particolare con il resto della pagina. Ovviamente una poesia è una cosa un po' più complessa di un insieme di parole al centro di uno spazio bianco, però la "cosa" poesia è in parte questo. In più una poesia è musica e qui quell'insieme di parole si apre magicamente all'infinito.
Borges - che aveva una particolare capacità di raccontare l'infinito - costruisce la sua infinita biblioteca, come l'insieme di tutti i possibili libri in cui si susseguono le sequenze dei venticinque simboli ortografici in tutte le loro possibili combinazioni. Dopo aver terminato questa terribile costruzione, geometrica e barocca, l'autore argentino si rende conto che
a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d'un numero infinito di fogli infinitamente sottili.
Curiosamente Borges, che era cieco e quindi ascoltava le poesie invece di leggerle - e le dettava invece di scriverle - non immagina un'altra forma di infinito possibile, racchiuso questa volta in un solo verso. Scegliete voi un qualsiasi verso di una qualsiasi poesia e immaginate di ripeterlo molte volte nel corso della vostra vita: ogni volta quel verso sarà leggermente diverso, perché cambia lo strumento, cambia la vostra voce - che è diversa dalla mattina alla sera di uno stesso giorno ed è diversa quando siete bambini e quando siete vecchi - e soprattutto perché cambiate voi e ogni volta che recitate quel verso siete una persona diversa. E naturalmente cambia quel verso se lo recita un'altra persona, perché la sua voce è diversa dalla vostra e di qualunque altro essere vivente. E anche nell'epoca della riproducibilità infinita dei suoni, quandanche fosse possibile costruire degli strumenti così perfetti capaci di riprodurre quel verso ogni volta nello stesso identico modo, saremmo diversi noi che lo ascoltiamo e quindi quel verso sarebbe ancora ogni volta diverso. C'è un infinito in ogni verso di ogni poesia. Ed è qualcosa che a un tempo ci affascina e ci mette ansia, come muoversi negli infiniti corridoi della biblioteca di Borges. 
E allora cambiamo la domanda, cambiando solo un articolo: cos'è la poesia? E qui è ancora più complicato, perché evidentemente non basta dire che è la capacità di fare poesie, anche se questa definizione che assimila il poeta a qualunque altro artigiano, a qualunque altro uomo capace di fare un oggetto, è etimologicamente esatta. Perché in fondo le poesie sono cose che noi uomini facciamo. Qualcuno è molto bravo a farle, qualcuno è meno bravo, qualcuno si crede bravo. Per qualcuno è il proprio lavoro, per altri è solo una passione. C'è un aspetto tecnico del fare poesia che è naturalmente ineludibile. Il calzolaio fa una cosa che serve proteggere i nostri piedi, il falegname fa una cosa che serve a farci sedere, e così via, il poeta fa una cosa che serve a comunicare, a raccontare. A volte, anche se credo molto raramente, una poesia serve solo a chi la scrive, ma in generale è un modo per costruire legami, per trasmettere idee o anche solo piacere.   
La poesia è importante per chi la fa, ma anche per quelli per cui è fatta, ossia per tutti noi. C'è un piacere particolare quando scopriamo la poesia. E la poesia non la si trova solo nelle poesie, ma c'è una poesia nelle parole a cui noi dovremmo fare più attenzione. Adesso lo faccio raramente, ma a me piace leggere ad alta voce. Rileggo ad alta voce queste cose che voi leggete, per correggerle; studiavo ad alta voce, e ogni tanto sentivo - anche in un testo che non voleva essere poesia, che non doveva essere poesia - un qualcosa che non sapevo definire, ma che mi sembrava poesia. A volte è la semplice scelta di una parola piuttosto che un'altra o il modo per chiudere una frase. 
Borges racconta che i bibliotecari passano la loro vita a cercare un libro e naturalmente questa ricerca è inutile e frustrante, perché è praticamente impossibile trovare un libro in una marea infinita di libri. Noi più semplicemente dobbiamo fare attenzione a quello che leggiamo - ma anche a quello che scriviamo - a quello che ascoltiamo - ma anche a quello che diciamo - perché, nascosto lì, da qualche parte, può esserci un po' di poesia. E per fortuna è molta più di quella che pensiamo e quindi la nostra ricerca non sarà così vana. Dobbiamo solo abituarci a riconoscerla.

p.s. buona Giornata mondiale della poesia...