giovedì 28 maggio 2020

Verba volant (770): mascherina...

Mascherina, sost. f.

Visto che ormai la mascherina è diventata un'indispensabile compagna delle nostre vite, il lasciapassare grazie a cui possiamo entrare nei negozi, nei ristoranti, dopodomani nei cinema e nei teatri, credo meriti raccontare la storia etimologica di questa parola. Chissà che possa insegnarci qualcosa.
Si tratta di una storia relativamente recente, perché nel latino classico - quello del Calonghi, per intenderci - per indicare la maschera si usa il termine persona, dal momento che le maschere di legno indossate sempre in scena dagli attori nelle tragedie e nelle commedie, sono costruite in modo tale da amplificare al massimo possibile il suono della voce. Invece nel latino medievale si è cominciata a diffondere questa parola, proveniente con molta probabilità dal mondo longobardo, con il significato di strega. Perché la strega è una donna che si camuffa, che si nasconde per incutere paura o per ingannare.
Chissà se il diciannovenne Thomas Lyle Williams conosceva questa etimologia, quando nel 1915 a Chicago ha combinato insieme polvere di carbone e vaselina allo stato gelatinoso per creare un prodotto che sua sorella Mabel potesse usare per truccarsi gli occhi. Probabilmente la parola spagnola gli è suonata più esotica e poi voleva trovare un termine diverso da rimmel, dal nome del chimico francese che lo aveva creato a metà dell'Ottocento. Comunque sia le streghe quando vogliono sedurre noi poveri mortali non devono far altro che sbattere i loro occhi con quelle ciglia lunghissime, merito indubbiamente del mascara. E poi visto che Mabel è stata molto soddisfatta del trucco creato dal fratello, Thomas ha deciso di cominciare a venderlo per posta e dopo qualche anno ha fondato la Maybelline, diventata negli anni una delle maggiori fornitrici per le streghe.
Altri etimologisti collegano invece la parola maschera al verbo manducare, ossia mangiare. Perché il manducus, che troviamo ad esempio nelle commedie di Plauto - recitate anch'esse con le personae -, non è solo uno che mangia tanto, ma è anche l'orco. E questo personaggio, come ci insegna anche la famiglia Malaussène, ha spesso bisogno di camuffarsi per ingannare le proprie prede.
Cominciano a diventare sinistre queste maschere. Tant'è vero che gli psicologi parlano di mascafobia che colpisce specialmente i bambini piccoli. Quando si trovano di fronte a volti irriconoscibili, spesso con bocche che non si muovono, facendo sembrare che la voce esca dal nulla, i bambini si spaventano. E si spaventano anche di più quando quelle strane maschere le indossano i loro genitori: chi è quello strano tipo che sembra mio papà, ma ha un'altra faccia? E poi una maschera nasconde le espressioni facciali che permettono ai bambini - ma anche a noi che non lo siamo più da un pezzo - di capire le vere intenzioni di chi abbiamo di fronte. Perché le parole spesso ingannano, almeno quanto uno sbattere di ciglia.
Un'altra scuola di pensiero ritiene che questa parola derivi dall'arabo mascharat, che significa buffonata, scherzo. Gli etimologisti credono che questa parola sia arrivata in Europa a seguito del ritorno dei crociati, che peraltro non erano certo andati laggiù a scherzare. E infatti noi a carnevale, il solo periodo dell'anno in cui licet insanire, ci mascheriamo. Così, per divertirci, mentre il resto dell'anno mettiamo una maschera per far finta di essere migliori di quello che effettivamente siamo. O perché gli altri ci vogliono con quella maschera. E non sempre queste nostre maschere quotidiane riescono a nascondere il fatto che siamo orchi e streghe. I bambini, loro malgrado, devono imparare in fretta ad avere paura di noi.
E noi adesso perché usiamo le mascherine? Non per nascondere, né per sedurre - anche se ormai ci sono mascherine di vari colori il cui scopo è evidentemente quello di attirare l'attenzione, come le piume di un pavone - non per ingannare, né tanto meno per scherzare. Le usiamo per proteggere. A dire la verità io sono convinto che molti di noi pensino che serva unicamente a proteggerci, altrimenti col cavolo che sopporteremmo questo innegabile fastidio. La usiamo perché non vogliamo che gli altri ci infettino, perché sono sempre gli altri a essere malati: è sempre colpa degli altri. Invece dobbiamo indossare la mascherina per non infettare gli altri. Dobbiamo ricordare, tutte le volte che con la mascherina nascondiamo il nostro sorriso o il nostro ghigno, che gli orchi e le streghe possiamo essere noi. Sta a vedere che questa è l'unica maschera che alla fine racconta la verità.

domenica 24 maggio 2020

Verba volant (769): specchio...

Specchio, sost. m.

Confesso che è stato piuttosto faticoso arrivare alla fine della Traviata firmata da Sofia Coppola e dalla maison Valentino, tanto sontuosamente quanto inutilmente patinata. Non fosse stato per la musica di Verdi - che praticamente nulla riesce a rovinare - avrei cambiato canale.
Secondo questa versione Violetta Valéry sarebbe una donna parigina, molto bella e molto corteggiata, che rifiuta le attenzioni di un uomo ricco e potente per legarsi a un giovane innamorato e spiantato. Ma alla fine muore. Sipario. Un bell'applauso. Peccato che Verdi e Piave raccontino tutta un'altra storia. Violetta è una puttana, anzi la puttana più ricercata di Parigi, che, grazie al proprio lavoro, vive nella ricchezza, possiede una casa in città e una in campagna, si può permettere vestiti firmati e gioielli, organizza feste sontuose. E che a un certo punto decide di rinunciare a tutto questo per amore di un giovane che dice di amarla, ma che, non disponendo delle cospicue sostanze della propria famiglia, controllate dal padre, lei deve mantenere nel lusso. Visto che però, per amore, ha smesso di "esercitare", i soldi rapidamente finiscono e soprattutto Violetta deve accettare la terribile malattia che per mesi ha cercato di nascondere agli altri e se stessa.
I versi di Piave, che pure scrive con grande cautela, dosando le parole, perché sa che devono superare una censura molto rigida e codina, non lasciano spazio a equivoci di sorta: Violetta fa quel mestiere, fino alla fine dei suoi giorni. E infatti i gestori della Fenice, nel 1853, quando lo spettacolo va in scena per la prima volta, nella locandina scrivono che la scena si svolge a "Parigi e vicinanze nel 1700 circa". Marie Duplessis - la donna che Dumas chiama Marguerite Gautier e Piave Violetta Valéry - è morta da appena sei anni: Verdi e Piave stanno raccontando una storia d'attualità. Non nascondendo nulla, al massimo attenuandone alcuni aspetti.
Perché centosessantatré anni dopo una giovane e talentuosa regista non ha il coraggio di raccontare questa storia? Perché, tra l'altro avendo una fama che le permette di fare sostanzialmente quello che vuole, si censura in questo modo, anche così goffamente? Questa lussuosa versione della Traviata, anche se non ci racconta la vera storia di Violetta, ha comunque un merito: ci racconta, al di là delle intenzioni degli esecutori e dei "mandanti", molto di noi, di questa nostra società così ottusamente maschilista e ipocrita. Ci dice che ci sono argomenti che non vogliamo affrontare - che neppure una donna se vuole avere successo deve affrontare - e soprattutto che non siamo pronti a raccontare una storia in cui una donna, una donna come Violetta, è la vera protagonista, indipendentemente dagli uomini che le girano intorno.
Si può raccontare in prima serata su Rai Uno la favola di una puttana "salvata" da Richard Gere. Ma è meglio non far vedere - neppure su Rai Cinque - la storia di una donna che non aspetta il suo cavaliere su un bianco destriero, ma è lei che rende migliori gli uomini che ne hanno conosciuto il valore. Il vecchio Germont è quello che più lucidamente, di fronte a Violetta che muore, confessa la propria meschinità. Forse dopo qualche mese si sarà dimenticato di quelle parole e tornerà a essere lo stronzo che abbiamo conosciuto nel secondo atto, ma in quel momento cade la sua maschera di ipocrita perbenista - di uno che ha speso soldi per donne così - e capisce che quella che lui ha sempre considerato un essere inferiore è migliore di lui. Non sappiamo se anche Alfredo in quel momento si renda conto di quale fortuna abbia avuto a essere amato, seppur per un breve periodo, da una donna come Violetta: in tutto il dramma non dimostra mai grande perspicacia ed è difficile immaginare che proprio adesso gli si svegli un neurone.
Di tutto questo immagino non si siano resi conto gli incolpevoli e inconsapevoli spettatori della prima, rigorosamente invitati dalla maison. Peccato, immagino che tra di loro fossero parecchi i "clienti" di professioniste come Violetta. E anche qualche ipocrita come Germont. Forse perfino qualche puttana è riuscita ad accaparrarsi l'ambito invito: comprensibile, visto che chi ha da vendere cerca sempre di andare dove ci sono quelli che comprano. 
No, meglio non raccontare questa storia, meglio far finta che sia un feuilleton ottocentesco, per non urtare la sensibilità del gentile pubblico, degli invitati illustri. E soprattutto perché così come l'hanno scritta Verdi e Piave non è rappresentabile. Meglio attenuarne la carica eversiva. Meglio sfumare se si vuole fare uno spettacolo di successo. Alla fine lei muore. Sipario. Un bell'applauso.
Traviata è l'unica opera in cui Verdi decide di mettere in scena direttamente il suo pubblico. Lo fa naturalmente in tutte le sue opere, anche in Rigoletto e nel Trovatore, anche quando la scena è ambientata in un tempo lontano, ma in Traviata lo fa senza alcuno schermo. È come se, alzato il sipario, ci fosse sul palco un enorme specchio: chiunque di voi, ci dicono Verdi e Piave, può partecipare a queste feste organizzate da Violetta e da Flora. Per tradire Verdi e Piave basta decidere di togliere quello specchio, come ha fatto Sofia Coppola, come ha fatto Liliana Cavani nella celebre edizione della Scala del 1990 - dove per sicurezza quest'opera non è stata rappresentata per quasi trent'anni - come fanno quasi tutti i grandi teatri - ma voglio citare la Traviata del Festival Verdi di Parma del 2007 in cui Violetta è una puttana senza infingimenti. Meglio raccontare soltanto una storia d'amore finita male.
Invece abbiamo bisogno che quello specchio continui a riflettere le nostre meschinità, perché noi spettatori continuiamo a partecipare a quelle feste volgari, continuiamo a pagare per avere i corpi delle donne, che magari preferiamo chiamare escort - noi mica andiamo con le puttane - continuiamo ad avere una doppia morale, per cui di notte andiamo con quelle donne, ma di giorno ci scandalizziamo quando le vediamo nelle strade, non sia mai che nostra figlia "pura siccome un angelo" le veda, continuiamo a credere che le donne, puttane o mogli poco importa, debbano stare un gradino sotto o fare un passo indietro. E quando alzano la testa, le possiamo sempre picchiare. Sipario. Un bell'applauso.