E saranno questi giorni a cavallo del Ferragosto, sarà che Pesaro è una piccola città – e quindi è ancora più un merito organizzare un tale appuntamento internazionale – sarà appunto la dimensione vacanziera, ma durante il giorno si annullano i ruoli tra chi invece alla sera sta di sopra o davanti al palco. Quando ti trovi, alla fine dello spettacolo, a mangiare una pizza con la protagonista, la bravissima Vasilisa Berzhanskaya, ed è lei che riconosce te perché vi siete già visti la mattina su una panchina del centro e ha letto un tuo post su Instagram, allora capisci che il ROF è differente. Per tacere che se poi dopo due giorni vi ritrovate nello stesso locale a mangiare una piadina, allora siete diventati praticamente parenti.
Al di là della vacanza, amo il ROF perché in questo festival, a differenza di quello che mi pare succeda in altri analoghi appuntamenti, la dimensione teatrale è sempre molto presente. Naturalmente è importante la parte musicale, e non potrebbe essere altrimenti, nel festival che ha segnato una fase fondamentale della cosiddetta Rossini Renaissance, e che, a fianco del programma principale, valorizza i giovani artisti formati dall’Accademia Rossiniana (che bello il loro Viaggio a Reims). Certamente ci sono nel pubblico che arriva da tutto il mondo gli appassionati che sanno riconoscere con innegabile competenza i preziosismi, e a volte i limiti, vocali degli interpreti, ma tanti come me vengono per godersi gli spettacoli di quel genio drammaturgico di Gioachino Rossini, che – peraltro come Verdi e Puccini – si considerava un uomo di teatro e scriveva ben consapevole che la sua musica doveva raccontare una storia.
Quest’anno in particolare abbiamo avuto la felice opportunità di vedere due delle farse che il genio pesarere ha scritto per il Teatro San Moisè di Venezia, L’occasione fa il ladro e La scala di seta in due produzioni diventate, seppur in tempi differenti, ormai storiche, rispettivamente firmate da Jean-Pierre Ponnelle e Damiano Michieletto.
Al di là delle differenze, entrambe le regie ci hanno portato in qualche modo “dietro le quinte”, svelando i meccanismi e i trucchi teatrali e, cosa non solita nei teatri italiani, alla fine degli spettacoli i tecnici sono meritatament
e saliti alla ribalta per prendersi gli applausi di noi spettatori, come i musicisti e i cantanti. Ed è giusto che sia così, perché la magia del teatro è anche merito del loro lavoro.
E da qualche anno, tra le attività collaterali c’è la possibilità di visitare una mostra delle più belle e significative maquette della storia del ROF e vedere un documentario in cui è particolarmente valorizzato il lavoro degli artigiani che, a partire da quei modelli, hanno creato le scene e i costumi che hanno dato vita ad alcuni spettacoli diventati pietre miliari del genere. Ecco il ROF ti ricorda in ogni momento che non stai ascoltando un disco, ma stai assistendo a uno spettacolo che ti può far divertire o ti può anche “dare fastidio”, e certamente ti fa pensare, come è successo con la terza opera in programma, Le Siège de Corinthe.
Allora noi pubblico, nella interessante lettura che ne ha dato Davide Livermore – un regista che io non sempre amo e che anche in questa occasione non mi ha del tutto convinto – abbiamo svolto una nostra parte nel dramma. Perché se i greci assediati vestono in costumi antichi, anche un po’ stereotipati, ossia come noi adesso pensiamo che si vestirebbe un greco antico, i turchi assedianti vestono come noi, con giacca e pantaloni, fumano, fotografano ogni cosa con i loro telefonini da cui non si staccano mai, proprio come facciamo noi. E spesso gli assediati guardano proprio noi, seduti nelle nostre poltrone, e vedono quelli che li stanno assediando. Siamo noi i “cattivi” che alla fine distruggeremo Corinto, nonostante, come Maometto II, in maniera ipocrita diciamo di voler difendere la cultura e la bellezza, ma, alla fine dei conti non facciamo nulla per difenderla, anzi se ci scappa, possiamo anche urinare su una colonna.
E anche il ROF è sotto assedio in questi tempi difficili, e probabilmente non per caso si è visto diminuire in maniera significativa l’indispensabile contributo del Ministero della Cultura. Per fortuna però il ROF resiste e noi che amiamo il teatro e la sua funzione civile e politica dobbiamo fare di tutto per difenderlo.
“Que le soleil, témoin de ma victoire, demain cherche Corinthe et ne la trouve pas!”, canta Maometto II. Domani invece troveremo ancora il ROF.

