venerdì 19 ottobre 2018

Verba volant (580): piacere...

Piacere, sost. m.

Zeus ed Era sono una di quelle coppie che, dal momento che si detestano così intensamente quanto profondamente si conoscono, sanno benissimo quali sono gli argomenti più efficaci per litigare. A proposito della storia che vi sto per raccontare, la tradizione non ci dice chi abbia cominciato, chi abbia portato il discorso su quell'argomento, ma certamente chi l'ha fatto sapeva che avrebbe scatenato un putiferio. I due si trovarono a discutere su chi, tra l'uomo e la donna, prova maggior piacere durante un atto sessuale: Zeus sosteneva fosse il genere femminile, mentre Era quello maschile. Non ci sarebbe stato modo di dirimere la questione, se non fosse che c'era un uomo sulla terra che era stato donna. Si chiamava Tiresia.
Faceva il pastore nei pressi del monte Citerone e un giorno vide due serpenti che si stavano accoppiando: qualcuno dice che fossero i due animali che ornavano il caduceo di Ermes. Tiresia, forse spaventato o per qualche ipocrita pruderie - eppure chissà quanti animali aveva visto fare quel gesto così naturale - uccise la femmina della coppia. E così lui stesso fu immediatamente trasformato in una ragazza. Rimase in quella condizione per sette anni: curiosamente la storia non ci dice cosa fece in quel lungo periodo, sappiamo soltanto che conobbe l'amore dell'uomo. Realisticamente la donna che Tiresia era diventata non passò sette anni a fare l'amore. Sarebbe interessante sapere cosa fece davvero in quegli anni. Tornò nella sua famiglia? E come reagirono sua madre e soprattutto suo padre a quell'inatteso cambiamento? Continuò a sorvegliare le pecore? Certo è un lavoro che poteva fare anche una donna, ma cosa ne pensarono gli altri pastori del suo villaggio? Fu discriminata? Dovette lasciare la sua città? E quando incontrò un uomo, questi sapeva la sua storia? Andò con lei perché voleva vantarsi con gli amici di aver fatto l'amore con la donna che era stata un uomo, con quel fenomeno della natura? Quanto soffrì la donna che Tiresia era diventata? E quanto lottò per essere quello che era diventata?
Noi sappiamo che può succedere che un giovane uomo scopra che quello non è il genere in cui vorrebbe crescere. Magari la trasformazione non è così radicale e improvvisa come quella subita da Tiresia, ma capita che un giorno incontriamo una donna quando ci aspettiamo di vedere un uomo. E come ci comportiamo? In genere male. Quella giovane persona deve subire il nostro scherno, le nostre risatine, spesso il nostro disprezzo, talvolta la nostra violenza. Non è facile nascere donna - non lo era neppure in quei tempi lontani - ma diventarlo lo è ancora di più.
Ma torniamo alla nostra storia. Dopo sette anni la donna che Tiresia era diventata vide nuovamente due serpenti che si stavano accoppiando e questa volta uccise - con probabilmente più consapevolezza che la volta precedente - il maschio della coppia. E così tornò immediatamente a essere un uomo. Pensate alla gente del suo villaggio: avevano visto uscire con il gregge una donna e ora vedono tornare un uomo. Nuove risa, nuovo disprezzo, nuova violenza. Perché gli omofobi hanno paura soprattutto di quello che non capiscono e purtroppo capiscono così poco.
Per fortuna era proprio il tempo in cui Zeus ed Era avevano preso a discutere su chi provasse maggior piacere e così Tiresia fu convocato al loro cospetto e interrogato rispose:
L'uomo gode solo una decima parte, le altre nove le completa la donna, con l'anima.
Era odiava essere contraddetta e soprattutto essere smentita di fronte al marito, si infuriò e condannò Tiresia a diventare cieco. La leggenda dice che Zeus, che non poteva ridare la vista a Tiresia, perché un dio non può mutare quello che ha fatto un altro dio, fece a quell'uomo il dono di vivere per sette generazioni, come la stirpe di Cadmo, di prevedere il futuro e di mantenere quel potere divinatorio anche dopo la morte. A ben vedere è stato Zeus il più crudele verso il povero Tiresia, è stato Zeus a condannarlo per sempre a un destino tragico.
Se Era non avesse avuto quel brutto carattere e si fosse fermata un momento a ragionare, avrebbe capito che quella risposta l'aveva data quella parte di donna che in Tiresia evidentemente era rimasta. Zeus e noi uomini abbiamo poco da gongolare della risposta di Tiresia, perché non siamo noi a donare quel piacere - come il dio credeva - ma è la donna che, anche in questo caso, completa noi uomini. E la donna che Tiresia è rimasta si è concessa anche una piccola frecciata contro il maschilismo di Zeus, finendo la sua risposta con quel provocatorio "con l'anima", intendendo chiaramente che invece il piacere di noi maschi finisce laggiù dove è cominciato.
I greci antichi rappresentavano i loro dei con i loro difetti: e infatti come sono futili in questa storia Zeus ed Era, futili come siamo noi uomini. Avevano di fronte l'unico essere vivente che era stato uomo e donna e lo interrogano solo sul sesso, non vogliono sapere nient'altro. Capita anche a noi di avere questa sola curiosità morbosa verso le persone che scoprono di essere di un genere diverso da quello in cui sono nate. Cosa ha capito del mondo la donna che Tiresia era diventata, cosa ha capito del rapporto tra le persone, cosa ha capito delle sofferenze che patiscono le donne in una società che le vuole un passo indietro ai maschi? Nessuno ha fatto queste domande. 
Tiresia, dopo l'incontro con Zeus ed Era, ben più terribile di quello con i due serpentelli che pure lo avevano tanto spaventato, cominciò a viaggiare per la città greche: era un uomo ascoltato, perché conosceva il futuro, ma anche perché gli anni lo avevano reso saggio. Mi piace pensare che Tiresia riuscisse a capire quello che sarebbe successo, riuscisse a capire le persone, le loro intenzioni, buone e cattive, e quindi a capire quello che avrebbero fatto, non perché Zeus gli aveva dato questo dono, ma perché era ancora un po' la donna che era diventata.
A noi non è concesso il dono di vivere sette anni come una donna, almeno dovremmo cominciare ad ascoltarle.

mercoledì 17 ottobre 2018

Verba volant (579): pugno...

Pugno, sost. m.

Gli antichi greci tributavano onori quasi divini ai vincitori delle gare sportive: credo con una qualche ragione. C'è qualcosa di sovrannaturale nel gesto perfetto di un atleta: è l'attimo che Mirone è riuscito a rendere eterno nella statua del discobolo. Però gli atleti sono pur sempre uomini e per raggiungere - quando lo raggiungono - quell'attimo di assoluta perfezione, devono lavorare duramente, devono allenarsi, devono sbagliare migliaia e migliaia di volte.
Peter Norman è uno di quelli che è riuscito a raggiungere quell'attimo di divina perfezione: il 16 ottobre 1968 ha corso i 200 metri in 20.06, come non aveva mai fatto prima e come non avrebbe mai fatto dopo. Ma in quella stessa gara, la finale dei 200 maschili alle olimpiadi di Città del Messico, c'era un altro dio, Tommie Smith, che li corse in 19.83, il primo uomo a scendere sotto i venti secondi, e quindi Norman arrivò secondo. Inaspettatamente, perché c'era anche John Carlos - il terzo eroe di quella finale straordinaria - capace di arrivare a 20.01 il giorno prima, ma che in quella gara arrivò solo terzo.
Di quella gara fantastica però non ci ricordiamo come si è svolta, dei suoi record, ma solo della premiazione: la foto di quel momento è uno dei simboli più celebri del Sessantotto, del "potere nero", della ribellione. Smith e Carlos sono al loro posto, sul primo e sul terzo gradino del podio, la testa chinata verso il petto, i piedi scalzi e i due pugni - il destro di Smith e il sinistro di Carlos - guantati di nero, chiusi, a sfidare il cielo.
Norman è sul secondo gradino, guarda in avanti, dalla foto non sembra rendersi conto di quello che avviene alle sue spalle: e per molto tempo questo è stato un errore molto diffuso. Per molti anni Norman è stato considerato come una specie di terzo incomodo, un intruso, tanto che la leggenda lo voleva terzo, dietro a Carlos. Per fortuna in tanti, negli anni successivi hanno raccontato la verità: in Italia è stato Gianni Mura. Norman sapeva benissimo quello che stava succedendo; quando vide il silenzio attonito dello stadio, sapeva quello che i suoi due compagni stavano facendo. Come Smith e Carlos, ha voluto indossare anche lui lo stemma dell'Olympic Project for Human Rights, pare sia stato lui a suggerire ai due amici, in quei minuti concitati, di indossare un guanto ciascuno, visto che ne avevano un solo paio. Peter condivide la protesta. E' stato un attimo, quando ha capito quello che i suoi compagni volevano fare, ha deciso che anche lui - che veniva dall'Australia, che era bianco, che non soffriva la discriminazione come i neri degli Stati Uniti - doveva fare qualcosa. E' come per la gara perfetta: anche se dura solo venti secondi, occorrono anni per prepararla. E vale lo stesso per una decisione del genere: basta un attimo per indossare una spilla, ma servono anni per capire che quella è la cosa da fare, è la parte giusta della barricata, è il momento per dire che occorre iniziare a combattere.
I due atleti statunitensi rimasero stupiti di sentirsi dire da quel ragazzo bianco dell'Australia
I will stand with you, io starò con voi.

Quei due pugni chiusi, alzati verso il cielo, raccontano ancora la nostra rabbia, il nostro bisogno di combattere un mondo che è sempre più ingiusto. Dobbiamo essere grati a Smith e a Carlos per quel gesto. Ma noi, soprattutto noi che non siamo eroi, dobbiamo ricordare la lezione di Peter Norman e dire: io starò con voi.