giovedì 23 maggio 2019

Verba volant (663): clarinetto...

Clarinetto, sost. m.

Evelyn ha detto di sì: domenica verrà con me al concerto di Benny Goodman alla Carnegie Hall. Quando gliel'ho chiesto, è stata zitta per un tempo che mi è sembrato infinito: credevo proprio che avrebbe detto di no. Invece ha detto di sì.
Per trovare i soldi per i biglietti ho dovuto chiedere due dollari a mia zia Esther: a lei ho detto di Evelyn e mi ha promesso che non ne parlerà con i miei genitori. A loro non posso dire che mi piace la figlia del signor Kroptin; è anarchico, Evelyn non è stata neppure battezzata. Lavorando da Joe un po' di soldi li guadagno, ma cinque dollari e cinquanta non li avevo proprio. 

Benny Goodman aveva ventinove anni quando gli fu proposto di tenere un concerto alla Carnegie Hall: la prima volta per un'orchestra swing nel tempio della musica classica di New York. Benny scoppiò a ridere, era il "re dello swing", i suoi brani erano i più ascoltati alla radio, la sua big band riempiva le sale da ballo e i locali di tutto il paese, ma la Carnegie Hall era tutta un'altra storia.
Aveva una sua big band solo dal '34, ma suonava il clarinetto da quando era un ragazzo a Chicago. Il suo quasi coetaneo John Hammond, ricchissimo rampollo della famiglia Vanderbilt e fervente socialista, gli aveva suggerito di adottare per la sua orchestra gli arrangiamenti di uno dei più famosi bandleader neri, Fletcher Henderson, che in quel momento aveva meno successo di pubblico e aveva bisogno di soldi. Sempre Hammond gli aveva presentato il vibrafonista Lionel Hampton e il pianista Teddy Wilson, tutti e due neri. E Benny Goodman fu il primo a presentare una big band in cui suonavano insieme musicisti bianchi e di colore: uno scandalo per l'America degli anni Trenta. John Hammond aveva fiuto per la musica e lo dimostrò per tutta la vita: scoprì, tra gli altri, due ragazzi che hanno fatto un certo successo, Bruce Springsteen e un tal Robert Zimmerman.

Sono così emozionata, a New York si parla solo del concerto di Benny Goodman, non ci sono più biglietti da settimane. Sono felice che Moses me lo abbia chiesto: mi piace quel ragazzo. Credo che sarebbe piaciuto anche a mia madre, se ci fosse ancora. So che Moses non ha parlato di me alla sua famiglia; lui non me l'ha detto, ma lo so. Per stasera però non voglio pensarci, mi metterò il vestito più bello di mamma e me ne andrò con Moses alla Carnegie Hall. Non so se a mio padre Moses piace: non è proprio anarchico, ma per il resto dice che non ha importanza. Ci sarà anche mio padre al concerto, ma fuori dal teatro, a raccogliere fondi per i compagni che stanno combattendo in Spagna contro i fascisti.

Fu lo stesso Benny Goodman a volere che i sostenitori della Repubblica spagnola raccogliessero soldi prima del suo concerto. Lui, come Duke Ellington, faceva parte di un Comitato dei Musicisti in aiuto della democrazia spagnola e nel 1937 aveva tenuto un concerto per sostenere la causa antifascista.

Evelyn è bellissima questa sera. Mi stringe il braccio, ci guardano tutti. Mi sento il re della Carnegie Hall.

Benny Goodman sapeva che quel concerto era importante e lo preparò con grande attenzione. Dice la leggenda - perché naturalmente quel concerto alimentò molte leggende - che quando gli chiesero quanto doveva durare l'intervallo, Goodman rispose, con una certa baldante insolenza: "E Toscanini di quanto lo fa?". Ma Benny affrontò quell'appuntamento con grande umiltà e chiese aiuto a tanti altri musicisti, che non facevano parte della sua big band.
Finalmente il concerto comincia: in scena tutta l'orchestra con tre classici del suo repertorio: Don't be that way, Sometimes I'm happy e One o'clock jump. Poi Goodman vuole presentare al pubblico della Carnegie Hall una sorta di storia del jazz, cominciando con Sensation rag, un pezzo dixieland di Edwin Edwards. In questa parte del concerto il trio (Goodman al clarinetto, Wilson al pianoforte e Gene Krupa alla batteria) si alterna al quartetto, quando si aggiunge Hampton al vibrafono.

Ma che succede, perché applaudono con così poco entusiasmo. Vorrei alzarmi e gridare in mezzo alla sala: "Questa musica è la nostra vita, la nostra anima".

A questo punto però succede qualcosa che non è mai successa alla Carnegie Hall: una jam session. Assieme a Goodman e ai suoi musicisti salgono sul palco il clarinettista Harry Carney e il saxofonista Johnny Hodges dell'orchestra di Duke Ellington, il chitarrista Freddie Green, il saxofonista Lester Young e il trombettista Buck Clayton dell'orchestra di Count Basie e dietro al piano il "Conte" in persona. Per quasi quattordici minuti le note di Honeysuckle rose travolgono il pubblico della Canergie Hall.

Mi viene voglia di ballare, capisco come deve sentirsi Moses: questa è la sua musica. Ti prende, ti fa muovere, ti dà un'incredibile energia. Sono felice di essere qui con lui.

Benny Goodman sente che ormai i 2.760 spettatori della Carnegie Hall sono una cosa sola e lo seguono. La big band attacca un altro classico Body and soul, poi due canzoni dei Gershwin The man I love e I got rhythm, e un successo di Berlin, Blues skies. Finalmente è l'ora di Martha Tilton che canta Loch Lomond
E' ormai un crescendo. L'orchestra suona ormai come in una sala da ballo e non nell'austera Carnegie Hall. I pezzi si succedono e poi Benny Goodman dà il segnale: attaccano le note di Sing, sing, sing (with a swing): dodici minuti di pura e scatenata energia. Questo brano è di un grande jazzista, Louis Prima, di una famiglia italoamericana di New Orleans. Si succedono gli assolo: Irving "Babe" Russin al sax tenore, Harry James alla tromba e lo stesso Goodman, supportato da Krupa. Il batterista di origini polacche aveva ascoltato con grande attenzione una serie di registrazioni di percussionisti congolesi e quella sera dalle sue bacchette sgorgano le stesse ipnotiche cadenze ritmiche bantu. Poi Goodman, inaspettatamente, concede un assolo al pianista Jess Stacy. In questo brano solitamente Stacy dava il ritmo all'orchestra, ma Goodman ha voluto che fosse proprio uno strumento "classico" come il pianoforte, con tutte le sue sonorità a chiudere il concerto alla Carnegie Hall.

Evelyn sta ballando. La voglio baciare.

Il bis è uno dei pezzi del repertorio di Fletcher Henderson, Big John's special.

Mamma, che disco stai ascoltando? E' divertente questa musica; ma perché stai piangendo?

Solo nel 1950 fu pubblicato il doppio ellepi del concerto, grazie al fortunoso ritrovamento degli acetati che si credevano perduti. The Famous 1938 Carnegie Hall Jazz Concert è il primo ellepi a superare il milione di copie vendute. Per essere parte della storia non era più necessario essere stati alla Carnegie Hall quella sera del 16 gennaio 1938.

Anche Evelyn e Moses erano diventati parte della storia. Qualche mese dopo quel concerto si sposarono. E non era certo facile essere una coppia mista nell'America della fine degli anni Trenta. Mentre Evelyn e Moses ballavano al ritmo dello swing di Benny Goodman, in Europa si preparava la guerra, e Moses non sarebbe mai tornato dalle spiagge francesi.
Rimaneva un bambino che, nato un anno dopo il grande concerto della Carnegie Hall, sarebbe cresciuto suonando il rock'n'roll.   


martedì 21 maggio 2019

Verba volant (662): passione...

Passione, sost. f.

Se gli dei - e le dee - esistessero, la storia di Fedra sarebbe comunque tragica, ma in qualche modo tollerabile per noi mortali. Ma se gli dei - e le dee - non esistono - e ai tempi di Euripide e di Aristofane su questo c'erano già molti dubbi - il dramma di Fedra diventa per noi insostenibile.
Il tragediografo ateniese sa che per raccontare la storia della moglie di Teseo deve mettere in scena anche Artemide e Afrodite, perché così vuole la tradizione e soprattutto così vuole il pubblico, da cui dipende il successo delle sue opere, ma sa che si tratta di un trucco, riconosciuto e accettato come tale, più o meno consapevolmente, da gran parte degli spettatori. Gli ateniesi ne hanno viste troppe, sanno che gli dei di Omero e di Esiodo non esistono, ma vogliono far finta che invece siano ancora loro a determinare le scelte dei mortali: altrimenti, di fronte a Fedra, impazzirebbero.
E non è certo un caso se Aristofane, per denunciare quanto Euripide sia pericoloso per la loro città, citi proprio questa tragedia. Quando, nella Rane, il tragediografo dice che egli ha raccontato la storia di Fedra in maniera veritiera, Eschilo - attraverso cui parla il commediografo - gli risponde
Certo! Ma un poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra.
Aristofane sa che Euripide ha raccontato una storia vera, una storia in cui gli dei non hanno alcun ruolo, in cui le donne e gli uomini - e solo loro - devono rispondere di quello che hanno fatto o non fatto. Ma allo stesso tempo dice che un poeta ha il dovere di celare questa verità, che spaventa gli uomini. Lo scontro tra Aristofane ed Euripide è tutto qui: il primo vuole educare gli uomini con l'esempio, mentre il secondo lo fa con la verità.
Fedra si è innamorata di Ippolito non per opera di Afrodite, che così avrebbe voluto vendicarsi di quel giovane che ha consacrato ad Artemide la propria verginità. Euripide non sa perché Fedra si sia innamorata, non può saperlo, perché nessuno lo sa, neppure un poeta. Nessuno di noi sa perché ci siamo innamorati e continuiamo a farlo. E quindi Fedra non sa perché sta provando un tale e violento desiderio per quel giovane uomo, anche se capisce che è sconveniente, perché quel ragazzo è il figlio dell'uomo che lei ha sposato, e soprattutto si rende conto che quel suo amore è destinato a consumarla, perché Ippolito non la ama, visto che ha deciso, in maniera assolutamente radicale, di rinunciare per sempre all'amore, per dedicarsi unicamente ai piaceri dello spirito.
Quando assistiamo al dramma di Euripide, riusciamo a capire cosa sta provando Fedra, soffriamo insieme a lei, perché, al di là delle nostre esperienze personali, fortunate o sfortunate, liete o tristi che siano - anche se naturalmente non abbiamo provato un dramma così - possiamo in qualche modo capire cosa sta succedendo nella sua anima. Invece non riusciamo a capire Ippolito: ci è totalmente alieno. Comprenderemmo se rifiutasse Fedra perché è la sposa del padre o perché non la ama, ma non capiamo perché abbia deciso di rifiutare l'amore e la passione, per sempre. Ippolito e la sua virtù così rigorosa ci sono completamente estranei e quindi non possiamo che soffrire insieme a Fedra, nonostante tutto.   
E parteggiamo per Fedra anche quando lei mente, quando lascia il biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata, ben sapendo che questa accusa provocherà la sua morte, come poi avverrà. Fedra naturalmente sa che anche lei deve pagare con la vita: è pronta a farlo.
Fedra non è pazza. Eppure spesso è stata definita così, perché in questo modo gli uomini, non avendo più a disposizione la scusa degli dei, hanno tentato di allontanare da sé la lucida intelligenza e la tagliante provocazione di questa donna. Fedra è tanto pazza che è l'unica di questo strano, sbilanciato, triangolo a capire cosa stia davvero succedendo. Non lo capisce Ippolito, neppure quando gli viene spiegato, e non lo capisce Teseo ovviamente.
Fedra è l'intelligenza di un amore irragionevole, è un ossimoro vivente.
Fedra non è neppure una donna che si lascia travolgere dagli eventi, ma è una donna che sceglie; e sceglie l'amore, anche se questo porterà alla rovina lei e la persona che è l'oggetto di quel suo amore. E Fedra non desidera la passione di una notte. Certo in lei c'è un forte desiderio sessuale, non negato e in qualche modo perfino sbandierato, ma Ippolito non è un capriccio. La storia di Fedra ci dice che la passione fisica è qualcosa di importante, che non possiamo comprimere. Anzi quando lo facciamo siamo destinati a morire.
Fedra vuole essere libera, ed è questo che rende quel personaggio rivoluzionario, prima che scandaloso. Fedra - secondo le convenzioni del mondo - avrebbe dovuto rinunciare a Ippolito, ma così sarebbe stata prigioniera di una maschera, quella della brava moglie e dell'onesta donna di casa, che avrebbe sempre sentito come una costrizione. Fedra ha voluto essere una donna, in maniera eroica. E anche la morte di Ippolito serve a questo scopo. Quell'accusa non è il gesto di vendetta di una donna rifiutata - ancora una volta un momento di pazzia, secondo i nostri canoni - ma un atto lucidissimo. Ippolito ha scelto la prigionia delle forme e lei, che comunque lo ama, decide infine di liberarlo. Una volta per sempre. Fedra, con questo gesto, vuole dirci che la libertà che c'è nel suo amore è più forte della prigionia della virtù.