mercoledì 18 aprile 2018

Verba volant (510): forno...

Forno, sost. m.

Il profumo che esce da un forno la mattina è certamente uno dei piaceri della vita. Poi sai bene che dietro a quell'odore così gradevole e capace di attirarti, come il canto delle sirene, c'è il duro lavoro dei fornai, che di notte, mentre noi placidamente dormiamo, hanno preparato quel pane, ma intanto tu ti puoi perdere in quel profumo. Non so se chi è nato e cresciuto in una città ha avuto - e ha - la stessa opportunità, ma io che ho frequentato le elementari nei Settanta in un piccolo paese del contado bolognese e andavo a scuola a piedi, ricordo che ogni mattina sentivo quel profumo, perché il forno stava nel breve tragitto tra casa nostra e la scuola. E risento quel profumo anche ora, perché per arrivare in ufficio passo davanti al forno della famiglia Zalaffi.
Credo immaginerete - cari e fedeli lettori di Verba volant - che questa definizione non è dedicata solo alla nostalgia del profumo del pane appena sfornato, ma a una metafora di cui in questi giorni si fa largo uso - mi sembra un po' a sproposito - quella dei "due forni". Pare che l'abbia inventata Giulio Andreotti negli anni Sessanta e comunque, al di là di questa inutile questione di copyright, descrive bene la situazione politica di quel decennio, perché la Democrazia cristiana, grazie alla sua forza e alla sua capacità di essere molte cose contemporaneamente, aveva la possibilità di avere interlocutori sia alla propria destra, dai liberali ai missini, che alla propria sinistra, fino ai socialisti. E naturalmente sfruttò fino in fondo tutte queste possibilità, riuscendo a essere il dominus della politica italiana per tanti anni. Quella stessa metafora fu applicata in anni successivi anche al Psi di Bettino Craxi, anche se in questo caso si trattava di una possibilità più teorica che pratica. Certo i socialisti seppero sfruttare questa posizione in tante amministrazioni locali, riuscendo a governare sia con la Dc che con il Pci, magari ottenendo il sindaco, proprio grazie a questa possibilità, ma a livello nazionale non ci fu mai veramente l'opzione della nascita di un governo formato da Pci e Psi, con la Dc all'opposizione. Di questo erano consapevoli tutti gli attori della politica italiana. Bastava vedere cosa era successo nel '78 quando la Dc di Aldo Moro tentò un'apertura al Pci di Enrico Berlinguer: pensate cosa sarebbe successo se qualcuno avesse tentato di formare un governo senza la Dc. Comunque allora le insegne dei forni erano ben chiare.
Oggi mi pare che nella politica italiana non ci sia più nessuno capace di fare il pane né tanto meno qualcuno che abbia la voglia di svegliarsi la notte per farlo. Questi non hanno proprio la stoffa per fare i fornai, al massimo possono aprire delle botteghe in cui rivendono pane confezionato, preparato giorni prima da qualche altra parte. Senza nessun profumo. 
Francamente la politica dei due forni non mi è mai piaciuta, neppure quando c'erano quelli che sapevano fare il pane. Mi pare sia un'espressione di quell'opportunismo italiano, ben rappresentato dall'antico adagio "o Franza o Spagna purché se magna", attribuito in maniera malevola al Guicciardini.
Mi piacerebbe invece richiamare un altro uso antico, di cui però anch'io - e penso molti di voi - ho ancora memoria. Quando io ero bambino nessuna delle nostre famiglie faceva il pane in casa, lo acquistavamo al forno, però c'erano alcune occasioni in cui quel forno, pur rimanendo di proprietà del fornaio, diventava comunitario, ad esempio per cuocere il coniglio a pasqua. Ricordo che mia nonna, come altre donne della sua età, portavano le teglie a cuocere là, perché con i forni "moderni" che avevano in casa non veniva bene. Quell'uso comunitario del forno era una traccia, un ricordo, di un passato - che è il presente in tante realtà del mondo - quando le famiglie che vivevano in una stessa comunità condividevano alcune cose, come il forno appunto, che non potevano avere ognuna nella propria casa. E quel forno era di tutti, e tutti ne avevano cura, come se fosse il proprio.
Naturalmente quello che ogni famiglia sfornava rimaneva di sua proprietà, ma quando c'è un forno comune non è sempre facile dire cosa è mio e cosa è tuo e magari, in un momento di difficoltà, quel che sarebbe stato solo mio poteva diventare anche un po' tuo. Oppure se io quel giorno non potevo portare il pane a cuocere, tu potevi cuocere anche il mio, mentre lo preparavi per te. Ecco io alla politica dei due forni preferisco decisamente quella del forno comunitario, di un solo forno di cui tutti dovremmo prenderci cura e di una comunità che, intorno a quel forno, pratica una forma concreta di solidarietà.

venerdì 13 aprile 2018

Verba volant (509): mentire...

Mentire, v. intr.

Per un curioso paradosso, la più inverosimile delle fake news per giustificare una guerra è stata anche la più celebre, quella che ha goduto di maggiore fortuna: sinceramente nessuno può davvero credere che i re di tutte le città greche abbiano deciso di partecipare alla spedizione contro Troia, organizzata da Agamennone, solo per riportare a Sparta Elena, tanto più che avevano un pessimo giudizio su Menelao e che pensavano che quelle corna se le fosse proprio meritate. E non ci crede neppure Omero, che appare in imbarazzo quelle poche volte in cui è costretto a citare quell'episodio: per sua fortuna egli racconta quello che è successo in cinquantun giorni del decimo anno di guerra, quando tutti si sono ormai dimenticati delle menzogne che hanno raccontato per giustificare quel conflitto. E poi Omero è un poeta, che vuole raccontare una storia d'amore, quella di Achille e di Patroclo, destinata a concludersi in modo tragico.
Per questo forse non ha il coraggio di raccontare perché quella guerra era scoppiata: le città greche, che si stavano sviluppando, in cui stava crescendo una classe di mercanti sempre più intraprendenti e di uomini legati alla finanza, avevano bisogno di togliere a Troia il controllo dell'Ellesponto - quello che in altra epoca chiameremo stretto dei Dardanelli - e quindi della navigazione verso le terre che si affacciavano sul ponto Eusino, ricche di risorse minerarie e tra le zone di maggior produzione di cereali del mondo antico. Questo però non si poteva raccontare e con Troia non funzionava neppure la storia, sempre molto usata per giustificare una guerra, dello scontro tra civiltà. I troiani parlavano greco, la città era protetta da un'antichissima statua lignea di Atena, anzi erano quelli che attaccavano a essere culturalmente e artisticamente un passo indietro rispetto alla grande e antica città che dominava l'Ellesponto.
In questi giorni altre navi stanno solcando le acque del Mediterraneo, navigando verso oriente: sono molto diverse da quelle descritte da Omero, spinte dalla forza dei venti e da quella dei rematori. E sono molto diverse le bugie di Agamennone e mi pare che nessuno di quelli che si accingono a cantarne le gesta abbia la stessa ritrosia di Omero a diffondere le sue menzogne. Non appena Agamennone ha detto che l'esercito di Troia ha usato delle armi chimiche, in tantissimi gli hanno dato ragione, si sono fatti fotografare con una mano sulla bocca e hanno scritto elzeviri per dire che è proprio vero, che quelle armi sono state usate, i più audaci hanno detto di averne sentito perfino la puzza, a chilometri di distanza. Curiosamente, mentre le bugie sono così diverse, le ragioni, vere, sono così uguali. Agamennone e i re suoi alleati hanno deciso di organizzare questa spedizione, perché c'è una classe di banchieri, di mercanti, di industriali, che ha bisogno di quel conflitto, perché una guerra fa guadagnare soldi, molti soldi, a chi sa come sfruttarla. Ma questo è meglio non raccontarlo, toglie eroismo, toglie fascino alla guerra.
Omero non ci racconta molte morti, descrive tanti combattimenti, ma pochi morti, perché vuole raccontarci le morti importanti, quella di Patroclo per mano di Ettore e quella di Ettore per mano di Achille. E così sappiamo - come sapeva lo stesso Achille - che anche lui morirà, perché il suo destino è strettamente legato a quello dell'eroe troiano: morto Ettore, anche lui è destinato a soccombere, nonostante la sua invincibilità. Eppure tante donne e tanti uomini morirono quando Troia fu alla fine sconfitta, Omero non ce lo vuole raccontare, ma quella guerra fece soprattutto vittime tra i civili. Gran parte dei soldati greci partirono vivi dalla spiaggia di Troia, anche se tanti di loro non arrivarono mai a casa, come i compagni di Odisseo o vennero uccisi quando giunsero in patria, come Agamennone. Gran parte dei soldati di Agamennone tornerà a casa anche questa volta, anche perché la loro guerra è molto diversa da quella degli antichi, possono combattere rimanendo lontani dai loro nemici; torneranno a casa, ma sappiamo che tante volte il loro ritorno non sarà né semplice né felice, perché una guerra ti lascia dentro delle ferite, anche quando la combatti davanti a uno schermo, quando le persone che uccidi sono punti luminosi, come in un videogame. La cosa che invece è proprio uguale in questa storia è che quando Troia, ancora una volta, cadrà, rimarranno tra le macerie le donne e i bambini, quelli più deboli, quelli che non avrebbero voluto combattere, quelli che non avevano nulla da guadagnare dalla guerra. Come è sempre stato, saranno loro, solo loro, le vittime dalla guerra, anche quando sopravviveranno alla catastrofe, perché Troia non ci sarà più, dopo che l'avremo distrutta e non sarà più possibile ricostruirla. Ma anche su questo preferiamo ascoltare delle menzogne.