martedì 22 ottobre 2019

Verba volant (721): potere...

Potere, sost. m.

E se Verdi per il finale del terzo atto di Nabucco avesse scritto un coro "normale"? Poteva succedere, i versi di Temistocle Solera non sono proprio indimenticabili, bastava che il Maestro componesse un coro come ne aveva già fatti - e come ne avrebbe poi fatti tanti - e non quella "cavolata", come diceva Rossini, in cui tutti, dai tenori ai bassi, cantano la stessa nota. E comunque Nabucco è piaciuto molto al pubblico della Scala e di tutti i grandi teatri italiani a metà dell'Ottocento - ma a Parigi è stato un fiasco - non perché c'era il Va, pensiero, e infatti - al di là dei racconti di chi non c'era - in quegli spettacoli non ne hanno mai chiesto il bis, come facciamo invece noi moderni, che quando assistiamo a Nabucco, aspettiamo frementi quel coro e pretendiamo di riascoltarlo. Perché intanto Va, pensiero è diventato non solo quel capolavoro musicale che indubbiamente è, ma il coro più famoso del mondo, perché intanto è diventato una leggenda. E' successo già durante la vita del Maestro, che peraltro - da comunicatore scaltro com'era - ha saputa alimentarla. Va, pensiero è la musica giusta arrivata al momento giusto. Come Imagine di John Lennon e altri pochissimi brani che condividono questa assoluta perfezione di essere la musica che il mondo stava aspettando.
Proviamo allora a parlare di Nabucco, immaginando che sul finale del terzo atto ci sia un coro "normale". Che storia ci racconta quel gran teatrante di Verdi? E' la storia del personaggio che dà il titolo all'opera, il re degli assiri che a scuola abbiamo imparato a conoscere come Nabucodonosor II, la storia di un re potente e spietato che, a causa della sua sfrenata ambizione, smarrisce la ragione e per questo finisce per perdere ciò a cui tiene di più, ossia il potere, perché nella storia c'è un altro personaggio, sua figlia Abigaille, che è ancora più ambiziosa e spietata di lui; ma alla fine, proprio per combattere questa nuova regina, ossia quello che lui era prima, Nabucco rinsavisce, torna a combattere e riacquista il potere perduto. Mentre la regina cattiva muore. Questa è in sostanza la storia di Nabucco, almeno la storia che interessa a Verdi, che sa raccontare come pochi altri il potere. Poi naturalmente c'è dell'altro, perché il pubblico non paga il biglietto per vedere solo questo: va a teatro per vedere la storia d'amore tra il buono e la bella, storia che naturalmente deve essere contrastata, in questo caso dalla cattiva, che è naturalmente Abigaille: è già pronta, non occorre inventarla. Quindi la sua morte risolve anche questo problema e permette ai due eroi di vivere il proprio amore.
Perché - ed è questo un altro punto che occorre sottolineare - Nabucco, al di là di quello che spesso succede nell'opera, finisce bene: l'unica che muore è la regina cattiva, che peraltro non è neppure la vera figlia del re, ma solo una schiava arrivata non si sa come in quel posto prestigioso. Tutti gli altri vivono felici e contenti. Certo a Babilonia non c'è un cambio di regime, caduta Abigaille non nasce la repubblica, rimane la monarchia autocratica, ma visto che il re è diventato buono - almeno si spera sia così - dovrebbe essere migliore di quella che c'era prima. E anche a Gerusalemme continua a prosperare la teocrazia oscurantista e fanatica di Zaccaria. Solo che si suppone che i due regimi - almeno per qualche anno - rimarranno in pace, in nome dell'unico dio che ora le élite dei due paesi congiuntamente venerano, magari per attaccare insieme qualche altro popolo, che si rifiuta di riconoscere quel dio. Evidentemente non è questo finale in cui si celebra l'immenso Jeovah che interessa all'agnostico - o forse addirittura ateo - Verdi.
Il giovane di Busseto - non ha ancora trent'anni quando debutta Nabucco - oltre all'ambizione di diventare un gran compositore, anche se certamente non poteva immaginare che sarebbe diventato il Giuseppe Verdi delle mille lire, attraverso una storia piena di passione, in cui la musica accende gli animi, ci dice che il potere è una bestia terribile, che gli uomini - e le donne - non riescono a domare. E ci mette in guardia, perché il potere è qualcosa a cui anche noi aspiriamo. Certo nessuno di noi diventerà mai re di Babilonia, ma molti di noi hanno esercitato - o ancora esercitano - il proprio potere, in famiglia, con i colleghi di lavoro, con gli studenti, semplicemente con quelli che vediamo essere più deboli di noi. E tutti noi possiamo in un attimo diventare Nabucco, possiamo impazzire per quel potere, possiamo usarlo nel peggiore dei modi possibili, possiamo causare dolore, financo lutti, perché siamo inebriati di quel potere, ci piace quando gli altri ci adulano, quando ci chiedono protezione, quando invocano la nostra pietà. E facciamo di tutto per conservarlo, mettiamo anche a rischio noi stessi e le persone a cui diciamo di voler bene. E sempre incombe su di noi un'Abigaille, pronta a essere perfino peggiore di noi.

sabato 19 ottobre 2019

Verba volant (720): intelligenza...

Intelligenza, sost. f.

Noi moderni spesso ce ne dimentichiamo, ma praticamente tutto quello che sappiamo della religione greca deriva da ciò che hanno scritto uomini che di mestiere facevano i cantastorie e i poeti. Certo anche alcuni degli autori che hanno scritto la Bibbia e il Corano - per stare soltanto nell'ambito mediterraneo - dimostrano di avere grandi capacità letterarie, ma in entrambi questi casi credo fossero consapevoli di scrivere dei testi religiosi. Il collettivo di aedi il cui lavoro ci è stato tramandato sotto il nome di Omero, e poi Esiodo e via via tutti gli altri da cui traiamo le storie della mitologia greca vogliono prima di tutto raccontare storie. Naturalmente anche loro erano consapevoli che quei racconti erano funzionali a tramandare un sapere religioso, che avevano un profondo valore educativo e propagandistico. Sapevano che stavano creando una tradizione, e spesso c'era qualcuno che commissionava loro quelle storie con un preciso scopo, ma in loro, in tutti loro, c'è sempre il gusto di raccontare. E credo che sia per questo che noi amiamo ancora così tanto quell'intricato complesso di racconti. E li saccheggiamo per raccontare le nostre storie.
Ho pensato a questo, leggendo quello che Esiodo nella Teogonia scrive a proposito della nascita di Atena: una storia davvero affascinante. Il poeta nato ad Ascra, una piccola città della Beozia, ai piedi del monte Elicona, racconta che Zeus, poco dopo aver sconfitto il padre Crono, grazie al saggio consiglio di Meti, e quindi dopo essere diventato il re degli dei, prende in sposa proprio questa dea. Meti appartiene alla generazione dei Titani, precedente a quella degli dei olimpi. Esiodo specifica che Meti è la prima sposa di Zeus. A questo punto però Gea e Urano, i dei primigeni, quelli che sono stati sconfitti da Crono e dai Titani, dicono a Zeus di fare attenzione, perché Meti avrebbe generato una dea molto potente, dagli occhi azzurri, e poi un maschio che, una volta cresciuto, avrebbe spodestato Zeus, come egli aveva fatto con Crono e come prima ancora Crono aveva fatto con Urano. Zeus allora, come dice Esiodo, raccoglie la dea nel suo ventre, ossia la divora, proprio come Crono ha fatto con le sue sorelle e i suoi fratelli e ha tentato di fare anche con lui. Una leggenda successiva racconta che Zeus ci sia riuscito con uno stratagemma, puntando sulla vanità di Meti, che aveva la capacità di prendere la forma di qualunque cosa: il dio le chiede di trasformarsi in una goccia d'acqua e così la può facilmente bere. Quello che Zeus non sa è che Meti è già gravida.
La storia continua: Zeus sposa altre dee, tutte della stessa generazione di Meti, dando vita a lunghe genealogie divine, e infine Era, sua sorella, una delle dee "nuove", che a questo punto sarà la sua ultima sposa, la regina degli dei in un ordine ormai stabilizzato, anche se Zeus continuerà a giacere con altre dee e altre mortali. Solo a questo punto dalla testa di Zeus nasce Atena, la dea dagli occhi azzurri, una creatura già perfettamente formata, per di più vestita e armata. Esiodo non dice altro, mentre le leggende successive dicono che, prima che Atena nascesse in quel modo così insolito, Zeus sentiva un grande dolore: comprensibile, ma non serve certo a rendere più verosimile questo strano racconto.
In questa breve storia c'è il capolavoro di Esiodo, che riesce a salvare la parte più antica della tradizione religiosa greca, quella secondo cui la saggezza è l'attributo esclusivo della Grande madre, della dea primigenia, assicurando ad Atena una discendenza matrilineare, visto che questa dea nasce per partenogenesi, non essendo esplicitato chi sia il padre e se un padre effettivamente ci sia. E allo stesso tempo dice che nei tempi nuovi la saggezza è diventata un patrimonio maschile, che è stata inglobata dall'elemento maschile. E in subordine riesce a fare di Atena, la dea vergine, l'ultima incarnazione della Grande madre, una delle figlie di Zeus, una dea che ha il proprio posto all'interno dell'ordine maschile dell'Olimpo, un ordine che non muterà più, visto che Zeus ha divorato Meti, impedendo di fatto ogni altra rivoluzione. E Atena avrà solo sacerdoti maschi, il suo culto non ammette sacerdotesse. Ci voleva un poeta per creare una storia così, che liberasse per sempre la religione greca dai suoi precedenti matriarcali e la consegnasse al potere dei maschi. Ma proprio perché è un poeta Esiodo ci lascia le tracce della storia che c'era prima, della storia che egli non vuole venga dimenticata.
Ma chi è Meti? Anche in questo caso Esiodo "inventa" una dea, scegliendo la caratteristica della primigenia divinità femminile, che secondo lui è più importante, la caratteristica che i maschi hanno bisogno di far loro, di divorare, per poter governare il mondo. Esiodo dice in sostanza che i maschi devono rubare l'intelligenza delle donne.
E infatti μῆτις - mètis - è una delle parole con cui gli antichi greci indicano l'intelligenza. Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant spiegano che si tratta di un'intelligenza applicata e impegnata nella pratica. E' qualcosa che la parola intelligenza da sola non riesce a tradurre in maniera efficace, perché è insieme intuito e capacità di previsione, attenzione ed esperienza, prudenza e spigliatezza. E' l'intelligenza che non riflette sulla sua natura, non si fa domande sul suo funzionamento, ma agisce. E infatti non è l'intelligenza dei filosofi, di Platone e di Aristotele, ma è quella polimorfa dei sofisti, capaci di adattarsi alle situazioni, di essere flessibili e sagaci.
Ci sono tre aspetti che caratterizzano la mètis. Il primo riguarda il rapporto tra usare la forza e ricorrere appunto alla sagacia. In qualsiasi confronto si può prevalere o grazie alla forza, ma naturalmente in questo caso il più debole è sempre destinato a soccombere, oppure grazie alla mètis, e questo ovviamente permette anche a chi è fisicamente inferiore di vincere, magari perché ha la capacità di allearsi con altri deboli come lui. Il secondo riguarda il rapporto della mètis con il tempo. E' l'intelligenza che nasce dal passato, dall'esperienza, non è mai un impulso improvviso. E' l'intelligenza che agisce nel presente, perché è in grado di cogliere l'occasione, magari dopo una lunga attesa. E' infine l'intelligenza del futuro perché ha la capacità di progettare, di prevedere. Il terzo è il più interessante, e in qualche modo anche il più moderno. Dal momento che la mètis si applica alla realtà, che è fluida, mobile, per molti aspetti contraddittoria, essa stessa deve essere tale, perché solo il simile agisce sul simile. Di fronte alla flessibilità del mondo, solo un'intelligenza altrettanto - se non più - flessibile può avere l'ambizione di afferrarlo. Non funzionano regole date una volta per tutte, canoni prestabiliti, per cogliere una realtà in continua metamorfosi: per questo uno dei poteri di Meti è quello di cambiare continuamente forma. Il segreto della mètis è la capacità di anticipare sempre la complessità del reale. 
Esiodo nel suo racconto spiega che Meti continua a vivere in Zeus, che è lei a indicargli il malanno e il vantaggio. Poi sappiamo che Zeus per lo più non ascolta questa voce dentro di sé. Come noi maschi non ascoltiamo l'intelligenza polimorfa e flessibile delle donne.