mercoledì 23 maggio 2018

Verba volant (526): concerto...

Concerto, sost. m.

La decisione - sbagliata - della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna di non autorizzare il concerto degli Stato sociale, organizzato dal Comune in piazza Maggiore per metà giugno, non è solo una notizia di cronaca locale, ma credo permetta di riflettere sull'uso che facciamo delle nostre città e sull'idea di cultura, dal momento che il motivo del diniego è la mancanza dell'"alto valore culturale", il solo che giustificherebbe l'uso di quella piazza storica. Come vedete due temi di una qualche rilevanza, perfino per questo sfortunato paese. Per inciso spero sarete solidali con me perché dover difendere una presa di posizione dell'amministrazione comunale di Bologna mi costa davvero una grandissima fatica.
Il primo errore - grave errore - di questa vicenda è stato quello di vincolare l'uso di piazza Maggiore - o di qualunque altra piazza storica del nostro paese - alla decisione di una Soprintendenza. Una piazza non può mai diventare un museo, ma è un pezzo della città, e quindi deve spettare ai cittadini - e all'amministrazione che li rappresenta - decidere cosa fare in quella piazza. E se facendo una manifestazione in quella piazza qualcosa si danneggia? Può succedere, anche se si fa molta attenzione: in quel caso la città lo aggiusterà. E se facendo qualcosa quella piazza si sporca? Questo succede sicuramente, bisogna organizzarsi per pulire dopo che quella manifestazione è finita. Secondo me l'unico discrimine è vedere se si tratta di un evento pubblico o privato, perché non puoi chiudere piazza Maggiore, una piazza deve rimanere sempre un luogo pubblico, aperto a tutti, anche se chi organizza un evento è un privato, che ovviamente in questo caso si dovrà far carico degli eventuali danni e della pulizia. Non possono esserci altre regole. La città deve sempre avere il potere di decidere cosa fare in piazza, tranne quello di "vendere" quello spazio pubblico, anche per un solo giorno, a qualcuno che lo voglia chiudere.
La piazza non è un museo, ma un teatro, in cui la città rappresenta se stessa. E' stato fatto di tutto in piazza Maggiore: feste, concerti, incoronazioni, funerali, grandi manifestazioni politiche - qualcuna l'ho organizzata anch'io - sono stati montati palchi, strutture di barocca complessità. Nel 1655, per rendere omaggio alla regina di Svezia, la giostra di quell'anno fu fatta su una grande nave, la cui prua toccava la facciata del palazzo dei Banchi, all'altezza di via Pescherie, e la poppa era appoggiata alla ringhiera sopra la porta di palazzo d'Accursio. Immagino che oggi la Soprintendenza non darebbe il permesso. E piazza Maggiore è ancora lì, in attesa di altri eventi per raccontare la città e i suoi cambiamenti. Poi ci può non piacere come la città si rappresenta, ma forse perché non ci piace neppure quello che la città è diventata.
Per almeno cinque secoli la sera del 24 agosto, la sera di san Bartolomeo, si svolgeva la "festa della porchetta" così chiamata perché "una porcellina arrostita di honesta grandezza" veniva gettata al popolo dal palazzo del Podestà e "quella sera ogn'uno ha del porco, ogn'uno s'unge il muso, ogn'uno sguazza". Così allora la città si raccontava, come oggi vorrebbe raccontarsi con le canzoni: è giusto che sia così. E tra quattro secoli qualcuno in un blog scriverà dei concerti che si facevano in quella piazza, dai Clash agli Stato sociale, passando per Dino Sarti.
Era il 1974, erano gli anni dell'austerity a seguito della crisi petrolifera del '73, e il sindaco Renato Zangheri chiese a Dino Sarti di esibirsi il 14 agosto in piazza Maggiore. L'Estate romana sarebbe cominciata tre anni dopo, allora le città d'agosto sembravano deserte, un cartello dopo l'altro di "chiuso per ferie", eppure quella piazza si riempì, perché erano tante le persone che erano a casa e Zangheri lo aveva capito. Dino Sarti con le sue simpatiche canzoni metà in italiano e metà in dialetto, con le versioni in bolognese di Brel e Bécaud, con le vecchie canzonette di Carlo Musi, sarebbe stato considerato di "alto valore culturale"? Probabilmente no, almeno per chi pensa che solo "certa" musica sia cultura. E il professor Zangheri non era certo persona a cui mancasse gusto musicale, sarebbe stato probabilmente più consono alle sue corde organizzare un concerto lirico o sinfonico, ma scelse Dino Sarti, perché voleva che fosse un appuntamento della città, di tutta la città. E per molti anni Bologna volle raccontare se stessa anche attraverso quel concerto del 14 agosto, che veniva ripetuto, con le stesse rassicuranti canzoni che tutti conoscevano, con le battute di Dino Sarti che tutti ormai si aspettavano. Aveva ragione Zangheri: quella era cultura, perché quello allora univa in qualche modo una comunità, la raccontava. Pare che il soprintendente abbia detto che non conosce gli Stato sociale: può succedere, in fondo non è così grave; è più grave, visto l'incarico che ha, che non conosca il significato di cultura.
Liberiamo le città da questa burocrazia ignorante che le vuole far morire. Liberiamo la musica e ogni altra espressione artistica da chi vuol decidere cosa è cultura e cosa no.     

da "Ho sposato un comunista" di Philip Roth

- La politica è la grande generalizzatrice, - mi diceva Leo, - e la letteratura è la grande particolareggiatrice, e non soltanto esse sono tra loro in relazione inversa, ma hanno addirittura un rapporto antagonistico. Per la politica, la letteratura è decadente, molle, irrilevante, fastidiosa, ostinata, noiosa, una cosa che non ha senso e che non dovrebbe neppure esistere. Perché? Perché la letteratura è l’impulso a entrare nei particolari. Come puoi essere un artista e rinunciare alle sfumature? Ma come puoi essere un politico e permettere le sfumature? Come artista, le sfumature sono il tuo dovere. Il tuo dovere è non semplificare. Anche se tu dovessi scegliere di scrivere nel modo più semplice, alla Hemingway, resta il dovere di dare la sfumatura, spiegare la complicazione, suggerire la contraddizione. Non cancellare la contraddizione, non negare la contraddizione, ma vedere dove, all’interno della contraddizione, si colloca lo straziato essere umano. Tener conto del caos, farlo entrare. Devi farlo entrare. Altrimenti produci propaganda, se non per un partito politico, per un movimento politico, stupida propaganda per la vita stessa, per la vita come essa stessa, forse, vorrebbe essere propagandata. 
Nei primi cinque o sei anni della rivoluzione russa i rivoluzionari gridavano: “Amore libero, ci sarà l’amore libero!” Ma, una volta al potere, non potevano permetterlo. Perché l’amore libero cos’è? È il caos. Ed essi non volevano il caos. Non era per questo che avevano fatto la loro gloriosa rivoluzione. Volevano qualcosa di accuratamente disciplinato, organizzato, contenuto, prevedibile scientificamente, se possibile. L’amore libero nuoce all’organizzazione, all’apparato sociale, politico e culturale. Anche l’arte nuoce all’organizzazione. La letteratura nuoce all’organizzazione. Non perché sia apertamente pro o contro, o anche subdolamente pro o contro. Nuoce all’organizzazione perché non è generale. L’intrinseca natura del particolare consiste nella sua particolarità, e l’intrinseca natura della particolarità sta nel non potersi conformare. 
Sofferenza generalizzata? Ecco il comunismo. Sofferenza particolareggiata? Ecco la letteratura. L’antagonismo è in questa polarità. Tenere in vita il particolare in un mondo che semplifica e generalizza: ecco dove comincia la lotta. Non devi scrivere per legittimare il comunismo e non devi scrivere per legittimare il capitalismo. Sei estraneo all’uno e all’altro. Se sei uno scrittore, non ti allei né con l’uno né con l’altro. Sì, vedi le differenze, e naturalmente vedi che questa merda è un po’ meglio di quella merda, o che quella merda è un po’ meglio di questa merda. Molto meglio, forse. Ma la merda tu la vedi. Non sei un funzionario governativo. Non sei un militante. Non sei un credente. Sei uno che affronta il mondo, e ciò che vi accade, in un modo assai diverso. Il militante introduce una fede, una grande idea che cambierà il mondo, mentre l’artista introduce un prodotto per il quale, al mondo, non c’è posto. È un prodotto inutile. L’artista, lo scrittore serio, introduce nel mondo una cosa che non c’era neanche all’inizio. 
Quando Dio, in sette giorni, creò tutta questa roba, gli uccelli, i fiumi, gli esseri umani, non ebbe dieci minuti per la letteratura. “E poi ci sarà la letteratura. A qualcuno piacerà, altri ne saranno ossessionati, vorranno farla…” No. No. Non disse così. Se allora tu avessi chiesto a Dio: “Ci saranno degli idraulici?” “Sì, ci saranno. Poiché avranno delle case, avranno bisogno di idraulici.” “Ci saranno dei medici?” “Sì. Poiché si ammaleranno, avranno bisogno di medici che diano loro delle pillole.” “E la letteratura?” “La letteratura? Che stai dicendo? A che serve? Dove la mettiamo? Per piacere, sto creando un universo, io, mica un’università. Niente letteratura”.

sabato 19 maggio 2018

Verba volant (525): test...

Test, sost. m.

4 comunisti, perché hanno poca voglia di lavorare, guadagnano al giorno £ 8 e 4 fascisti guadagnano £ 15 al giorno. Chi guadagna di più?

Si tratta di un facile esercizio aritmetico per vedere se i bambini di epoca fascista sapevano fare le moltiplicazioni. Ce ne sono tanti di questo genere che servivano a costruire l'ideologia del regime, a farla vivere nella mente dei bambini.

Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi?
A. Raggiungerò il titolo di studio che voglio
B. Avrò sempre abbastanza soldi per vivere
C. Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero
D. Riuscirò a comprare le cose che voglio
E. Troverò un buon lavoro

Questa invece è la domanda numero dieci del questionario Invalsi per la rilevazione delle informazioni sugli studenti, a cui i bambini delle classi quinte della scuola primaria hanno dovuto rispondere in questi giorni. I bambini dovevano mettere per ogni frase una crocetta su uno dei sei quadrati: per niente; pochissimo; poco; abbastanza; molto; totalmente. Anche in questo caso il bambino diventa il destinatario di un messaggio, ben chiaro: esisti se hai i soldi. E' il pensiero unico del capitalismo trasferito in un test per la scuola elementare.
Sono passati più di ottant'anni tra questi due testi e devo riconoscere che una differenza c'è. E purtroppo quello attuale è perfino peggiore di quello di epoca fascista. Perché in questo il messaggio è esplicito, quell'esercizio era stato scritto da un anonimo redattore di un sussidiario per le scuole elementari con un obiettivo preciso e seguendo chiare direttive. Temo invece che l'anonimo autore del test Invalsi non si sia neppure reso conto di quello che stava scrivendo. Per verificare il grado di maturità del bambino - perché immagino sia questo lo scopo di questa domanda - chi l'ha scritta ha usato l'unico metro di giudizio che egli conosce e che evidentemente considera condiviso da tutti. E che è condiviso da tutti. Ossia il denaro e la capacità di comprare. Tra l'altro è anche significativo l'ordine con cui le frasi sono presentate: il lavoro viene messo alla fine e perde la relazione con i soldi. Il punto focale è "comprare le cose che voglio".
Quando io ero un ragazzino mi dicevano che dovevo studiare e che se avessi studiato avrei trovato un lavoro. I miei genitori, che non avevano studiato e che comunque avevano un lavoro migliore dei loro padri e delle loro madri, ne erano convinti e in qualche modo credo per quelli della mia generazione questo sia stato ancora vero. Probabilmente siamo stati gli ultimi. Adesso, se avessi un figlio, io avrei la certezza che il suo lavoro non dipenderebbe da quanto e come ha studiato. E naturalmente per i miei genitori era chiara la relazione tra lavoro migliore e salario maggiore. Anche in questo caso io non lo potrei più credere per un mio ipotetico figlio. In sostanza per quelli della mia generazione l'idea era: più studi, migliore sarà il tuo lavoro, e quindi migliore sarà il tuo futuro.
Io alla fine della quinta elementare non avrei saputo rispondere a queste cinque domande, e forse neppure alla fine delle medie. Alla fine del liceo avrei saputo rispondere con una certa sicurezza sul fatto che sarei riuscito a laurearmi - che era il mio obiettivo di allora - e probabilmente avrei risposto positivamente anche all'ultima domanda, sull'onda di un giovanile entusiasmo. Solo adesso che ho quasi cinquant'anni credo di poter rispondere in maniera positiva alle domande B. e C. Mentre trovo fuorviante la quarta: perché l'importante è riuscire a comprare le cose di cui io e la mia famiglia abbiamo bisogno, non ciò che voglio.
Spero che i bambini abbiano messo le crocette in maniera anarchica e casuale in quei trenta quadrati, ma ho paura di un testo del genere e credo abbia contribuito, insieme a quello che vedono in televisione, a quello che ascoltano in casa dalle loro famiglie, a tutto quello che insegniamo loro, più o meno volontariamente, a farli diventare meri consumatori. Quel testo, nella sua burocratica asetticità, ci dice che a noi non importa se i nostri figli e le nostre figlie saranno felici o peggio che crediamo che saranno felici solo con in mano l'ultimo modello di smartphone.