sabato 17 novembre 2018

Considerazioni libere (427): a proposito di Mickey Mouse...

Novant'anni non sono poi tanti: noi possiamo ragionevolmente sperare di arrivare a quel traguardo (anche perché per avere la pensione dovremo lavorare fino agli ottanta). Però pensate a com'era il mondo novant'anni fa, quando all'Universal's Colony theatre di New York venne proiettato per la prima volta Steamboat Willie, un cartone animato di appena sette minuti che due giovani non ancora trentenni, Walt Disney e Ub Iwerks, avevano realizzato nelle settimane precedenti in un garage. Steamboat Willie fu il primo cartone animato a presentare una colonna sonora con musiche, effetti sonori e dialoghi, anche se non intelligibili, completamente sincronizzata; fu un successo e grazie a quel successo è nato il mito di Mickey Mouse, che proprio con quel cartone animato fece il suo esordio sul grande schermo e cominciò una fortunata carriera che continua ancora. E per questo proprio oggi festeggiamo i novant'anni di Topolino, come chiamiamo in Italia quel personaggio.
Nel mondo del 1928 non era così comune vivere fino a novant'anni, dovevi essere molto ricco o molto sano. E comunque ci pensava la guerra a ucciderti. Quando Mickey Mouse cominciò il suo lungo viaggio la Grande guerra era finita da appena dieci anni ed era un ricordo ancora molto vivo. 
E una nuova guerra stava covando sotto le ceneri delle macerie di quel terribile conflitto. Un anno dopo sarebbe crollata la borsa di Wall street, dando il via a una crisi economica su larga internazionale che segnò in maniera drammatica, specialmente in Europa, i decenni successivi. I fascismi in Europa prendevano vigore e portavano il mondo a un nuovo conflitto.
Mickey Mouse non lo sapeva mentre fischiettava, fingendosi il capitano del battello a vapore su cui faceva il mozzo e mentre corteggiava Minni "suonando" una capra. Solo per pochissimi anni gli fu possibile essere un monello scapestrato: in fretta dovette mettere la testa a posto e diventare un detective. Poi naturalmente partecipò anche alla seconda guerra mondiale e poi alla "guerra fredda" e alla corsa allo spazio, insieme al suo amico Eta Beta. Certamente Mickey Mouse nel 1928, mentre era sul battello a pelare patate, non poteva immaginare che dall'altra parte dell'Atlantico una scrittrice geniale aveva pubblicato proprio quell'anno un piccolo libro intitolato Orlando, la storia incredibile di un personaggio che invece non metterà mai la testa a posto.
Forse anche Mickey Mouse, come Orlando, un giorno si è chiesto
Siamo dunque fatti in modo tale da dover prendere la morte a piccole dosi, giorno per giorno, per continuare ad affrontare l'impresa di vivere?
Ma poi non ha avuto tempo, ha dovuto attraversare il Novecento, diventando anche lui quello che dovevano diventare i miti del "secolo breve", uno strumento per far vendere ogni genere di prodotto, un ambasciatore del consumismo capitalista tra i bambini. Il topo ribelle e anarchico di Steamboat Willie è diventato il testimonial di un'azienda di telefonia.
Alla fine novant'anni sono tanti: come siamo invecchiati male, Topolino.

giovedì 15 novembre 2018

Verba volant (589): giornalista...

Giornalista, sost. m. e f.

In questi giorni ho visto molti amici esibire con orgoglio il proprio tesserino dell'ordine dei "pennivendoli". Vi capisco, amici giornalisti, umanamente e professionalmente vi capisco. Io sono stato un funzionario di partito e ora sono un impiegato comunale, due categorie che non godono di una buona stampa, e quindi mi sono sempre incazzato - e mi incazzo ancora - quando si fanno generalizzazioni sulla categoria a cui appartengo, perché ho conosciuto funzionari di partito molto seri e conosco impiegati pubblici che lavorano molto. Quindi quando vi dicono che siete delle "puttane" avete ragione di arrabbiarvi.
Ma proprio perché solidarizzo con la vostra incazzatura, permettetemi di sottolineare due cose. Voi fate un lavoro molto particolare, così particolare che se chi è al governo non si arrabbia con voi, significa che lo state facendo male. Ovviamente so che le parole sono pericolose come le pietre, ma un conto è dirvi che siete "puttane" e un altro conto è impedirvi di fare il vostro lavoro. Non difendo quelli che oggi sono al governo - sono ormai molti anni che non difendo quelli che sono al governo - e sono convinto che siano capacissimi non solo di insultarvi, ma anche di limitare la vostra libertà: e su questo tutti noi dobbiamo vigilare e non dobbiamo lasciarvi soli nella battaglia. L'altra nota che vorrei farvi è che, come io mi arrabbio di più con i miei colleghi fancazzisti piuttosto che con quelli che ci chiamano genericamente "fannulloni", credo che anche voi dovreste essere molto arrabbiati con i vostri colleghi che fanno le "puttane", e mi pare non siano pochissimi.
Tra l'altro una vostra battaglia seria e non corporativa contro le "puttane" potrebbe aiutare tutti noi a riflettere sulla libertà di stampa, che è un tema vitale per la società. E lo è tanto di più oggi che non esiste più la stampa e in cui la libertà scarseggia. Viviamo in una società in cui sono spariti - anzi in cui qualcuno ha fatto sparire - i cosiddetti corpi intermedi, e in cui vengono sempre più drammaticamente ristretti gli ambiti democratici, in cui chi è al potere cerca un contatto diretto e plebiscitario con il "popolo" e in cui le libertà democratiche sono compresse, magari a favore di quelle civili. In questo quadro i giornalisti possono o difendere i corpi intermedi e i i cittadini o diventare strumenti di quel collegamento plebiscitario tra potere e popolo. Mi pare che molti di voi abbiate scelto questa seconda opzione, anche perché avete partecipato con accanimento a distruggere i corpi intermedi, ad esempio i partiti, anche perché pensavate di prenderne il posto. C'è un quotidiano in Italia, uno dei più importanti - non ne farò il nome, ma è facilmente intuibile - che si è dedicato con abnegazione - e con successo - a distruggere la sinistra politica di questo paese, pensando di diventarne in una fase successiva il soggetto egemone, fatto salvo che invece la sinistra è morta, anche per colpa di quel giornale, e ora quei giornalisti temono giustamente per l'insorgere di una destra sempre più pericolosa.
E così in Italia assistiamo a una riduzione della libertà - anche di stampa - che si accompagna a una riduzione drammatica della stampa. In poco più di un decennio i due maggiori quotidiani italiani sono passati da 960mila copie vendute a 370mila e una riduzione analoga hanno avuto tutti gli altri quotidiani italiani. So bene che in questo decennio sono cambiate molte cose, c'è la rete, ci sono i social, c'è una diffusione incredibile di free-press, che spesso è l'unica carta stampata che il popolo legge. Ma questo crescere di strumenti non ha fatto aumentare la libertà di informazione. Tutt'altro.
Un'altra piccola cosa: è giusto protestare quando il potere cerca di limitare la libertà di azione dei giornalisti, ma cosa succede quando è il mercato che limita questa libertà, quando sono i padroni dei giornali a mettere dei paletti? Io scenderei volentieri in piazza a fianco dei giornalisti italiani se cominciassimo a farci anche queste domande. Non pretendo nemmeno di avere delle risposte, anche perché immagino che le mie sarebbero un po' troppo radicali per molti di voi, ma credo sarebbe già sufficiente condividere domande e preoccupazioni. Oppure possiamo far finta che ci vada bene così, che tanto passeranno anche questi - in fondo è passato anche Napoleone - e che voi resisterete avvinghiati ai vostri tesserini.