lunedì 31 agosto 2026

Verba volant (848): etnia...

Etnia, sost. f.

Nell’Europa dei primi anni Trenta, quando è ancora viva la memoria della Grande Guerra e covano sotto la cenere le braci che ne faranno scoppiare di là a poco una ancora più drammatica, su un treno di lusso bloccato in una remota zona dei Balcani viene ucciso a colpi di coltello un misterioso uomo d’affari di orgine statunitensi. Le circostanze di quell’efferato delitto sono così singolari da mettere in difficoltà un ex ufficiale della polizia belga, divenuto dopo la guerra un celebre investigatore, che casulamente viaggia su quel treno. All’uomo appare evidente che il colpevole di quel delitto può essere solo uno degli altri passaggeri. Tra loro c’è un italiano, divenuto cittadino statunitense, che lavora come rappresentante della Ford.
Apparentemente non ha un motivo per aver compiuto il delitto, anche perché non ha mai visto la vittima prima di quel viaggio, ma per il direttore della compagnia deve essere lui il colpevole: “He is an Italian, and Italians use the knife!”, afferma perentoriamente dopo che l’hanno interrogato. Né il celebre investigatore né il medico di origine greche che partecipa alle indagini obiettano su questo punto.
L’investigatore non crede sia stato lui, ma il suo giudizio non è poi molto diverso da quello dell’amico francese. Anche se l’arma del delitto è evidentemente un coltello, non gli sembra un “delitto latino”, ma un assassinio figlio di una mente “fredda, decisa e piena di risorse”, decisamente “anglosassone”.
Credo che ormai anche voi sappiate che l’assassino non è il ciarliero Antonio Foscarelli. Anche se non è del tutto innocente, non è comunque lui che ha architettato quel complesso delitto. Ha ragione Hercule Poirot: non può essere un focoso italiano a orchestrare quella vendetta, ma una donna non solo assolutamente wasp, ma anche “la più famosa attrice tragica americana del suo tempo”.
Peraltro nel 1935 i primi lettori italiani del celebre romanzo di Agatha Christie non si rendono conto di tutto questo. Perché il traduttore Alfredo Pitta, ben sapendo cosa poteva e non poteva scrivere per evitare la censura fascista, cambia i nomi e le nazionalità di alcuni personaggi, in particolare quelli di orgine italiana: il “cattivo” Cassetti diventa l’irlandese O’Hara e il povero Foscarelli il brasiliano Pereira e taglia pesantemente il dialogo di stampo lombrosiano che ho sopra citato tra Poirot e Bouc sulle caratteristiche criminali dei diversi popoli.
Solo nel ’70 Mondadori ripubblica il romanzo, sempre nella traduzone di Pitta, ma con i nomi “veri”, anche se rimane un errore. A un certo punto si fa riferimento come occupante dell’ultimo scompartimento a un fantomatico brasiliano, che non si capisce davvero da dove spunti. Poi nel 1974 esce il celebre film diretto da Sidney Lumet e il grande caratterista inglese Denis Quilley è un credibile Gino (cambia solo il nome) Foscarelli e su di lui “pesano” i pregiudizi di Bouc. Nel film di Kenneth Branagh il personaggio diventa il latino-americano Biniamino Marquez, perché evidentemente per il pubblico del 2010 sono loro che risolvono le cose con il coltello.
Solo nel 1987 Mondadori affida a Lidia Zazo di ritradurre il romanzo e non solo i personaggi prendono i loro nomi originali, ma finalmente i lettori italiani possono entrare nei pregiudizi europei degli anni Trenta, quando “l’uso di coltelli è solo di certe etnie”, come dice il sindaco di La Spezia, pardon il direttore della compagnia dell’Orient Express.

domenica 18 gennaio 2026

Storie (XXXIV). "La casa di Miss Lina"

Jean si è stancata di vivere in quel motel e consulta le pagine degli annunci in cerca di qualcuno che affitti una stanza a un prezzo decente. "Troppo caro, troppo caro, troppo lontano dagli studi". Jean vuole fare l’attrice: alla mattina fa la cameriera in una tavola calda sul Sunset e il pomeriggio è in giro per audizioni. "Troppo caro. Troppo caro". Un’ennesima ricerca a vuoto. Poi l’occhio si ferma su un annuncio che sembra perfetto: il prezzo è ottimo e quella casa è davvero poco distante dal diner dove lavora. C’è una sola condizione richiesta dalla proprietaria, che si firma Miss Lina: "niente gente del cinema".

Jean, con in mano il giornale, arriva davanti a quella piccola palazzina di Kings Road. È una delle più vecchie di quella strada, un residuo della Hollywood degli anni ruggenti, in mezzo alle nuove villette costruite negli anni Cinquanta. Da fuori appare curata. Una vecchia cameriera le apre la porta, le fa segno di accomodarsi. Jean capisce che è muta e indica l’annuncio. La donna scuote la testa e fa segno di sedersi. Poi sale rapidamente le scale. Jean siede nell’elegante salotto, i mobili sono antiquati, un po’ troppo ornati per i suoi gusti.
Finalmente, dopo un buon quarto d’ora, appare Miss Lina, fasciata in una lunga vestaglia di seta e in testa uno di quei turbanti che Jean ha visto solo nei vecchi film. La voce è flebile.
“Buongiorno signorina. So che è qui per l’annuncio”.
“Sì, sto cercando una camera”.
“Da dove viene?”.
“Chicago”.
“E come mai è qui a Hollywood? Ha un bel visino. Vuole fare l’attrice?”.
“No. Lavoro in un diner qui sul Sunset. Sono venuta con il mio fidanzato, che però mi ha lasciato per un’attricetta. Ho deciso di rimanere, perché comunque non ho più nessuno a Chicago”.
Jean si è preparata per bene quella storia, che peraltro non è del tutto falsa. Effettivamente i suoi genitori a Chicago sono entrambi morti e il ragazzo con cui è venuta ad Hollywood l’ha lasciata per una che lavora nel reparto sartoria della Metro. Semplicemente ha omesso e aggiunto quello che pensa possa far colpo su Miss Lina. E ha visto giusto.
“Mi dispiace, ma d’altra parte da quelli del cinema vengono solo guai. Per quello io non li voglio come affittuari”.

La camera è bella e l’affitto richiesto da Miss Lina è davvero onesto. Le due donne si accordano rapidamente, anche perché la vecchia signora non richiede neppure una garanzia: dal lunedì successivo la ragazza può andare a vivere lì.
Jean è rimasta molto colpita da Miss Lina. Certo è una donna anziana, ma la ragazza non riesce a darle un’età precisa. I lineamenti sono molto belli e gli occhi vivissimi. Jean ha notato che alcune rughe sono disegnate. Miss Lina si è truccata per apparire più vecchia e più brutta di quanto effettivamente sia: una cosa davvero insolita per Hollywood, dove tutti fingono di essere più giovani di quello che sono. Anche i suoi movimenti sono volutamente lenti, quando pensa di non essere vista, Jean ha notato che la donna si muove più velocemente.
Jean è contenta di quella sistemazione. Certo non avrebbe messo nella sua camera quelle tende di pizzo o quel ricercato tappeto, e non avrebbe riempito la mensola del camino con tutti quei ninnoli, ma non può proprio lamentarsi. Per ora lei è la sola pensionante di Miss Lina. L’altra camera è ancora libera, l’affittuario precedente è stato cacciato quando la signora ha scoperto che non era un commesso viaggiatore, ma un press agent della Paramount.
Jean nota che che Miss Lina non sembra mai uscire di casa. Mentre le camere che affitta sono al piano terra, lei vive al primo piano e Jean nel primo mese non l’ha più vista. La sente camminare e a volte chiacchierare con il suo gatto, un siamese che invece spesso scende a controllare le stanze di sotto. Alla fine del primo mese le lascia la cifra pattuita sul tavolino dell’ingresso e poco dopo trova al suo posto una ricevuta firmata solo Miss Lina. Non ha mai visto posta indirizzata a Miss Lina e ovviamente è impossibile chiedere informazioni alla cameriera. In un mese non sa ancora come si chiama la proprietaria di casa.

Jean non ha tempo per pensare a quel mistero. Finalmente ottiene una piccola parte, davvero molto piccola, ma almeno ha una battuta, in "Man of La Mancha". Le sembra di sognare: quel giorno è a pranzo a fianco di Sophia Loren e Peter O’Toole le ha versato il caffé.
Gino Conforti è quello che la mette più a suo agio: è di Chicago anche lui e considera suo dovere far ridere quella ragazza al debutto: “Sai Jean, io ero il Barbiere anche a Broadway, evidentemente è una parte che solo un italiano di Chicago può fare. E non temere la vecchia Rosalie, non è cattiva, è solo inglese”.
Finite le riprese, Gino offre un passaggio a Rosalie Crutchley e a Jean: “Dai ragazze, vi porto a casa”. Jean chiede di essere portata fino al diner. Rosalie le chiede: “Abiti qui?”. Jean non ha il coraggio di dire ai suoi colleghi che la sua padrona di casa non apprezza molto quelli del cinema. Gino insiste: “Non ti preoccupare. Ti portiamo fino a casa”.
L’auto volta per Kings Road e Jean indica la casa. “Tu abiti in quella villetta?”. Gino interroga stupito la ragazza. “Sì, la proprietaria mi ha affitato una stanza”.
“E sai chi è?”.
“A dire la verità, io la conosco solo come Miss Lina”.
“Ragazza mia, tu vivi sotto lo stesso tetto di Lina Lamont”.
Rosalie interviere: “Quella Lina Lamont?”.
“La sola e l’unica - continua Gino - nessuno l’ha più vista dopo quella sera. Qualcuno ci dovrebbe fare un film sulla sua storia”.