lunedì 16 luglio 2018

Verba volant (548): sedile...

Sedile, sost. m.

Una giovane donna e un giovane uomo che non si conoscono sono seduti vicini nell'aereo che li porta da New York a Dallas. Non avrebbero dovuto sedere accanto, ma la donna a cui era stato assegnato il sedile accanto al giovane sconosciuto ha chiesto di cambiare il proprio posto con la ragazza, che invece sedeva accanto al suo compagno. Quindi una coppia si è ricostituita e una nuova è nata. I due sconosciuti, complice anche la casualità di quell'incontro, cominciano a parlare, probabilmente si piacciono, forse immaginano una storia che potrebbe durare le due ore e mezza di quel viaggio o magari tutta la vita.
La donna che ha involontariamente propiziato quell'incontro, seduta dietro di loro, li ascolta e li osserva. Una ficcanaso, penserete. Forse, ma è anche una che ha l'ambizione di scrivere storie e in quel volo, tra quei due sedili così vicini, c'è oggettivamente una storia da raccontare. Se questo episodio fosse successo dieci anni fa, la donna sarebbe tornata a casa, ci avrebbe scritto un racconto o una sceneggiatura, sforzandosi di immaginare un lieto fine o un dramma o quello di cui sarebbe stata capace. Fosse stata brava e fortunata, quella storia, una volta pubblicata o trasformata in un film, poteva essere letta o vista da molte persone e forse anche dalle due che ne erano protagoniste, che forse si sarebbero divertite a vedere come qualcun altro aveva raccontato la loro vita futura. E chissà se la loro vera vita sarebbe stata migliore o peggiore di quella letteraria o cinematografica.
Invece questa storia non è successa dieci anni fa, ma lo scorso 3 luglio e la "scrittrice" in questione non ha fatto altro per tutto il viaggio che osservare i due giovani seduti davanti a lei e inondare la rete di messaggi e foto su Twitter e Instagram: non ha avuto bisogno di fantasia, ma solo di una batteria carica e di molti giga, ossia di cose che, a differenza della capacità di scrivere, si possono comprare al mercato.
Inaspettatamente quei cinguettii e quelle foto - compresa una dei due gomiti che si toccano, inevitabilmente vista la scarsa distanza di quei due sedili - hanno avuto un immediato successo: mentre l'aereo compiva il suo viaggio, persone in tutto il paese rilanciavano e condividevano quella storia che stava avvenendo sopra le loro teste. Funziona così il mondo dei social, è inutile scandalizzarsi, vive dell'immediatezza e nell'immediatezza può raggiungere un numero incredibile di persone. Al successo ha contribuito Monica Lewinsky, che ha diffuso quelle immagini in una cerchia vastissima, dal momento che è una persona molto famosa e seguita; anche di questo non dobbiamo scandalizzarci, è un segno dei tempi, con cui dobbiamo imparare a convivere.
Questa immediata attenzione morbosa ha avuto però delle conseguenze, perché ben presto i due protagonisti della storia sono stati riconosciuti, ma a questo punto la storia, che solo loro avrebbero potuto vivere e qualcun altro avrebbe potuto scrivere, era già diventata un'altra cosa, molto meno poetica. Il giovane uomo, uno sportivo professionista poco conosciuto, ha capito che quell'attenzione gli sarebbe stata utile e l'ha cavalcata nei giorni successivi, prima che qualcos'altro allontanasse i riflettori da lui, mentre la giovane donna ha dovuto cancellare i suoi profili social. Perché purtroppo quando in uno scandalo, seppur lieve come questo, sono coinvolti una donna e un uomo, lui si salva sempre, mentre lei è sempre quella che deve pagare. Di questo dovremmo scandalizzarci, ma non facciamo nulla per cambiare le cose. E infatti Bill Clinton continua a essere un superpagato conferenziere, mentre Monica Lewinsky si deve arrabattare tra un'ospitata e l'altra, nel sottobosco della notorietà voyeurista in cui siamo immersi.
Naturalmente anche la "scrittrice" ha provato a incassare il prima possibile l'inattesa notorietà, mentre i suoi profili diventavano sempre più seguiti, consapevole che doveva battere il ferro finché era caldo. Credo abbia ottenuto un lavoro grazie a quelle foto e almeno si è vista rimborsare i molti soldi spesi per la connessione, perché il suo gestore l'ha voluta premiare di quella pubblicità. Perché questo alla fine è quello che conta davvero, che tutti noi passiamo la vita a riprendere, fotografare, condividere quello che che facciamo, facendolo conoscere al mondo, consumando inutilmente spazio nella rete che qualcuno ci fa pagare.
Questa storia si porta dietro alcune domande. E' lecito essere curiosi delle vite degli altri? Possiamo anche rispondere no, ma saremmo consapevoli che si tratta di una risposta ipocrita. Noi tutti osserviamo le vite degli altri, più o meno volontariamente, più o meno morbosamente: in fondo la letteratura e il cinema fanno esattamente questa cosa, ci fanno vivere le vite che avremmo voluto vivere o ci mostrano quelle che non avremmo voluto vivere. Magari per farci apprezzare di più la vita che viviamo. E' lecito raccontare le vite degli altri? No, e stavolta la risposta non è ipocrita, non solo perché "ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale", ma perché nessuno di noi vuole che le proprie vite siano davvero raccontate. E infatti il genere letterario con il più alto tasso di menzogna è l'autobiografia. E tanto più le nostre vite non devono essere messe dagli altri in rete. Già ciascuno di noi metta in bella mostra la propria vita sui social, anche quello che sarebbe meglio non mostrare, e sarebbe necessario riflettere prima di aggiungere foto, commenti, apprezzamenti, prima di mostrare il lato peggiore di noi. Dalla nostra stupidità non possiamo difenderci, ma dovremmo avere gli strumenti di farlo dalla morbosità e dalla cattiveria degli altri. Non è lecito usare le vite degli altri per avere più like nei propri profili o per trovare lavoro o per far guadagnare una società telefonica. Quelle due persone sono state sfruttate, a un certo punto almeno una di loro è stata contenta di farsi sfruttare, ma questo non rende meno grave quell'azione.
Confido che di questa piccola storia - come è giusto che sia - tra un po' non si parlerà più. I like sono diminuiti rapidamente, così come erano aumentati, e tra qualche giorno, quando vi sarete dimenticati anche di questa definizione che ora state leggendo, quella giovane donna potrà tornare alla propria vita, magari sperando di incontrare la propria anima gemella su un volo tra New York e Dallas. Questa storia sarà per lei un ricordo, spero non troppo brutto.
Probabilmente la vera vittima di questa vicenda è la voglia di raccontare una storia. Di fronte a una bella storia quella donna seduta nel sedile di un aereo aveva di fronte due scelte: mettere in moto la propria fantasia e immaginare i tanti possibili esiti, le conseguenze, le gioie, i dolori, oppure smettere di pensare, accendere il suo telefono ed essere il passivo registratore del reality in cui siamo immersi ogni giorno e che qualcuno scambia per letteratura e per cinema, ma in cui non c'è alcuno sforzo, alcun tentativo di provare a capire cosa sia la vita che viviamo. Quella donna ha più o meno consapevolmente voluto evitare la fatica di scrivere, perché scrivere è anche fatica, è un lavoro, che richiede impegno e dedizione e ha preferito la strada più semplice. Quella donna soprattutto ha rinunciato a pensare: ha fatto la scelta più ovvia in questi tempi infelici e proprio il fatto che sia la più ovvia, quella che sembrava normale prendere, ci dice quanto in basso siamo arrivati.

venerdì 13 luglio 2018

Verba volant (547): ricco...

Ricco, agg. m.

Non mi appassiona il dibattito estivo sui radical chic - che tendenzialmente mi sono sempre stati antipatici - ma vorrei porre a voi, ponendola a me stesso, una domanda: un ricco può essere davvero comunista?
La domanda credo sia meno banale di quanto possa sembrare all'inizio - anche a me era sembrata tale, lo confesso - ma forse così banale non è, visto che non sono riuscito a darmi una risposta del tutto convincente. Se rispondo in maniera istintiva, allora la risposta è certamente no, un ricco non può essere un comunista, è uno che si trova dall'altra parte della barricata nella guerra di classe. E poi la parola ricco deriva dall'antico tedesco - qualcosa vorrà dire - e ha la stessa radice che ritroviamo in reich, quindi il ricco è per definizione etimologica il re, il potente. E il re non può essere comunista.
Ma quando ci rifletto un po' di più, quella domanda mi svela una contraddizione nella quale tanti di noi vivono. Perché se ne porta dietro un'altra: io sono ricco? So che esiste una soglia di povertà: ossia lo stato stabilisce un reddito sotto il quale una persona è considerata ufficialmente povera, con tutto quello che questo comporta. E allo stesso modo esiste una soglia di ricchezza, un limite, superato il quale, devi essere considerato ricco? Ovviamente no, ciascuno di noi deve valutare soggettivamente se si considera ricco.
Io sono un impiegato comunale di categoria c, mia moglie lavora in un caf, non abbiamo figli, abbiamo la casa di proprietà su cui paghiamo un mutuo, abbiamo un'auto e qualche risparmio. Per esperienza familiare e personale, so cosa significa dovere fare delle rinunce, anche se ho la fortuna di non essere mai stato davvero povero, ricordo quando dovevamo guardare continuamente cosa avevamo in tasca e in base a quello decidere cosa fare e soprattutto non fare. Adesso oggettivamente non è così. Per natura ed educazione ricevuta, Zaira ed io non siamo persone che spendono molto - anzi mia moglie dice che io sono un po' tirchio e quando andiamo a fare la spesa spesso brontolo, anche quando non c'è davvero motivo, ma per stare nel personaggio - ma possiamo andare in vacanza, comprarci un paio di scarpe belle, andare a cena fuori, senza fare troppa attenzione. Siamo fortunati e io credo sinceramente di avere abbastanza, il che mi sembra già un gran risultato e quindi mi sento di aver superato la fatidica, per quanto soggettiva, soglia di ricchezza.
Eppure credo anche, in tutta onestà, di essere comunista. Credo che la ricchezza debba essere redistribuita, penso che sia giusto che io paghi più tasse per finanziare quei servizi che devono andare a vantaggio di tutti, specialmente di quelli che hanno meno di quello che ho io, penso - come recitava la Clausola IV della Statuto del Labour - che gli obiettivi da raggiungere per avere una società finalmente giusta siano la "proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio" e "il controllo da parte del popolo di ogni industria e servizio". Ma intanto vivo in questo mondo dominato dal capitalismo, e devo venire ogni giorno a patti con un regime che vorrei abolire: ho un conto in banca, faccio la spesa al supermercato, acquisto i prodotti elettronici delle grandi multinazionali e così via. Adotto qualche forma minima di resistenza: non pago più Bill Gates, ma uso un sistema operativo open source, cerco di fare attenzione ai miei acquisti, per lo più ignoro le pubblicità. Si tratta però di piccole azioni, che non cambiano la sostanza, se sei ricco - anche nella forma in cui io mi considero ricco - devi accettare tutti i giorni di fare compromessi con il capitale e credo che questo ti renda un po' meno comunista.
Zaira e io in queste settimane abbiamo cominciato a guardare in televisione la serie The Americans, che racconta la vita di due spie dell'Unione sovietica negli Stati Uniti di Reagan. Elizabeth e Philip vivono come due normali cittadini americani, hanno un lavoro, una casa, hanno un tenore di vita che non si sarebbero immaginati vivendo nel loro paese; uno dei temi forti della serie è proprio il contrasto tra essere due agenti comunisti, fedeli al partito e all'ideologia - tanto da essere disposti a morire in nome del comunismo - e vivere, anche piuttosto bene, nel sistema che combattono. Io ovviamente non devo fingere di essere felice di vivere nel regime capitalista; mi ci sono adattato, anche in maniera piuttosto soddisfacente, e posso scrivere che questo sistema è profondamente ingiusto, che è violento, che occorre fare di tutto per abbatterlo. Ma la contraddizione rimane ed è qualcosa con cui devo convivere. Come credo succeda a quelli di voi che condividono questa situazione.
Un ricco può essere comunista? No. Ma forse un comunista può essere ricco, o meglio può essere soddisfatto di quello che ha, quando lo ha guadagnato in maniera onesta, lavorando e non sfruttando gli altri. Non credo sia poco.