lunedì 15 luglio 2019

Verba volant (686): blu...

Blu, agg. m. e f.

A voler credere a Giacomo Leopardi gli uomini - in ogni tempo e a qualsiasi latitudine - hanno avuto l'abitudine di parlare con la luna. Nei secoli questo satellite ha raccolto le nostre speranze, le nostre paure, i nostri più intimi segreti. Poi la luna risponde - e magari canta con la bella voce di Lybbe Thigpen - a pochissimi fortunati, come Bear e gli amici della grande casa blu.
E anche noi continuiamo a cantare alla luna. Una delle canzoni più famose - e probabilmente la mia preferita - è Blue moon. Ed è una canzone che ha una storia che merita di essere raccontata, una di quelle vecchie storie di Hollywood che a me piacciono tanto.
Il musicista Richard Rodgers e il paroliere Lorenz Hart sono tra gli autori più prolifici della Broadway degli anni Venti, scrivono almeno due musical a stagione, ma la crisi del '29 e l'avvento del sonoro cambiano radicalmente le abitudini degli spettatori americani. E anche questi due newyorchesi di origine ebraica devono trasferirsi a Hollywood. Vengono messi sotto contratto dalla Metro-Goldwyn-Mayer che nel 1933 ha il progetto di realizzare un film, intitolato Hollywood Party, interpretato dai migliori artisti dello studio. Il film - peraltro non memorabile - ha una trama assolutamente esile, che serve soltanto da raccordo per una serie numeri isolati, più o meno riusciti: una specie di rivista nello stile Ziegfeld.
Rodgers e Hart scrivono una canzone per Jean Harlow, una preghiera con cui l'attrice dai capelli color platino chiede di diventare una star del cinema. Jean è già una star, un misto di ingenuità e di erotismo, che è diventata in pochi anni il sogno proibito degli americani. L'anno precedente Jean è stata l'involontaria protagonista di uno dei grandi scandali di Hollywood: a soli due mesi dal matrimonio con il produttore Paul Bern, di oltre vent'anni più vecchio di lei, questi viene ritrovato con un colpo di pistola alla nuca, e accanto un biglietto con la frase "avrai capito che l'altra notte è stata tutta una commedia". Jean è stata una splendida farfalla, fragile e in balia dei predatori, e con una vita altrettanta breve: morirà nel '37 a soli ventisei anni. Jean non ha mai cantato questa canzone - registrata con il titolo Prayer (Oh Lord, make me a movie star) - né è apparsa nel film.
Qualche mese dopo i produttori della Metro chiedono ai loro autori una canzone per i titoli di testa del film Manhattan melodrama. Il film è diretto da W.S. Van Dyke e interpretato da Clark Gable, William Powell e Myrna Loy. E' il primo film in cui Powell e Loy lavorano insieme: quello stesso anno e sempre diretti da Van Dyke, gireranno L'uomo ombra - da un romanzo di Dashiell Hammett - in cui interpretano Nick e Nora Charles, la coppia di investigatori più incredibilmente eleganti e snob del cinema. Manhattan melodrama non è un gran film, ma si è ritagliato un posto d'onore nella cronaca americana: John Dillinger, il più ricercato rapinatore di banche degli anni della Grande Depressione stava uscendo dal Biograph theatre di Chicago proprio dopo aver visto questo film, quando fu colpito a morte da cinque agenti del Fbi. La Metro usò questa notizia per pubblicizzare la pellicola: l'unica a protestare è stata Myrna Loy.
Ma torniamo alla canzone. A Rodgers piace la musica di Prayer e quindi chiede ad Hart di scrivere un nuovo testo, nasce così It's just that kind of play. Ai produttori del film non piace e non viene usata. Nel film c'è anche una scena che si svolge in un night-club, serve una canzone per creare l'ambientazione: la musica c'è già, e Hart scrive per la terza volta un testo. Nasce The bad in every man. Per cantarla viene scritturata la debuttante Shirley Ross, che ha cominciato la sua carriera proprio come cantante di night. Shirley sembrava una promessa, aveva una voce molto dolce, ma evidentemente non era destino, il suo nome non brillerà a Hollywood. La canzone piace ai produttori della Metro e viene inserita nel film, ma Jack Robbins, che per lo studio ha il compito di far fruttare i brani dei film, dice che quella canzone non può avere una vita commerciale: il titolo non funziona e serve un testo più romantico. Hart non vorrebbe proprio scrivere ancora un altro testo, ma alla fine si fa convincere, anche perché la musica di Rodgers è bella. Così nasce Blue moon.
Stavolta Hart ce l'ha fatta. Già dal titolo, che indica una cosa estremamente rara. In inglese infatti si chiama luna blu la terza luna piena nel caso in cui se ne abbiano quattro in una sola stagione, evento astronomico decisamente infrequente. E Lorenz scrive una struggente canzone d'amore, il ringraziamento alla luna per aver esaudito la preghiera di una persona innamorata. E forse sta pensando a se stesso, ringrazia la luna di avergli fatto incontrare Richard Rodgers, l'uomo che ha sempre amato senza mai avergli confessato nemmeno la propria omosessualità. Il suo amore saranno le sue canzoni.
Ad Hart Hollywood piace, o almeno è felice di vivere in una città in cui la sue scelte sessuali non sono certo accettate, ma almeno si possono esprimere, perché ci sono le "feste" di Cole Porter e di George Cukor, perché ci sono tanti ragazzi messicani pronti a prostituirsi. Invece Rodgers è un figlio di New York che soffre lontano dalla sua città. E poi il cinema non fa per loro. Tornano a Broadway e comincia una nuova stagione di successi, culminata nel 1940 con Pal Joey, che segna il debutto del giovane Gene Kelly, accanto a una veterana star del musical come Vivienne Segal. E per inciso il film del 1957 non funziona perché Rita Hayworth, anche se è bellissima, è più giovane di Sinatra.
E Blue moon? Stavolta Jack Robbins capisce che ha per le mani una miniera d'oro. Il 15 gennaio 1935 fa registrare la canzone a Connee Boswell e poi autorizza che sia usata come sigla del fortunato programma radiofonico Hollywood Hotel, in cui la giornalista Louella Parsons, una delle grandi "pettegole" della Mecca del cinema, racconta i vizi pubblici e le virtù private delle star.
Merita di essere ricordata anche Connee Boswell, probabilmente una delle più grandi cantanti jazz degli anni Trenta e Quaranta, almeno secondo il giudizio di una che se ne intendeva come Ella Fitzgerald. Connee, prima nel trio formato con le sorelle Martha ed Helvetia - le Boswell Sisters - poi da sola, incide moltissime canzoni destinate a diventare standard jazz. Connee è costretta - non si è mai saputo se per una forma molto grave di poliomielite o per una caduta quando era bambina - a cantare da seduta e per questo il suo destino è legato essenzialmente alla radio e ai dischi.
Intanto Blue moon diventa un "classico", la Metro la usa in almeno sette film, a cominciare da At the Circus dei fratelli Marx.
Lorenz Hart muore il 22 novembre 1943, a causa di una polmonite che colpisce un corpo fortemente indebolito dall'alcol; incapace di accettare la propria omosessualità, Lorenz comincia a bere, sparisce per giorni per rifugiarsi dai suoi "amici" in Messico, smette di scrivere canzoni e Rodgers dovrà cominciare un nuovo sodalizio artistico con Oscar Hammerstein II. Insieme scriveranno, tra gli altri, Oklahoma!, Annie get your gun, South PacificThe King and I e The Sound of music, vincendo ben trentacinque Tony durante la loro lunga carriera.
Tutti i grandi cantanti hanno inciso la loro versione di Blue moon. Io amo in particolare quella di Billie Holiday, la grande signora del jazz, perché Billie regala a questa canzone la sua personale nota di rimpianto. Anche Billie ringrazia la luna per qualcuno che le è sfuggito. Proprio come Lorenz Hart.
Noi che invece abbiamo la fortuna di ringraziare la luna per una persona che possiamo stringere, sentendo Blue moon sappiamo che bastava un attimo perché la storia andasse in tutta un'altra direzione.

You saw me standing alone
without a dream in my heart
without a love of my own.

sabato 13 luglio 2019

Verba volant (685): égalité...

Égalité, sost. f.
Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
Il socialista George Orwell quando scrisse La fattoria degli animali pensava con tutta evidenza alla rivoluzione russa, ma l'icastica aggiunta al settimo comandamento dell'animalismo potrebbe essere stata scritta tranquillamente negli anni della rivoluzione francese, visto che la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, approvata solennemente dall'Assemblea nazionale il 26 agosto 1789, dovrebbe essere intitolata più propriamente Dichiarazione dei diritti del maschio e del cittadino.
E anche nella storiografia la rivoluzione francese sembra proprio un "gioco da maschi": Bailly, La Fayette, Mirabeau, Danton, Marat, Hebert, Saint-Just, Robespierre, tutti maschi. Le uniche due donne che in qualche modo emergono dalle cronache di quegli anni infuocati sono l'odiata regina, l'austriaca Maria Antonietta, passata alla storia per una frase che non ha mai pronunciato, e Charlotte Corday, che ha dato l'occasione a Jacques-Louis David di trasformare Marat nel più celebre martire della rivoluzione, di un cristo laico e repubblicano. Al massimo le donne nella rivoluzione potevano fare le "cattive".
Invece le donne c'erano, hanno scritto, hanno manifestato, hanno combattuto, insomma anche loro hanno fatto la rivoluzione. Proprio come hanno fatto i maschi. Solo che di loro non sappiamo praticamente nulla.
Claire Lacombe è nata il 4 marzo 1765 a Pamiers, una piccola città nel cuore dell'Occitania, l'antica terra dei catari. Suo padre Bernard era un commerciante ed era regolarmente sposato con la madre di Claire. Ma dal momento che la ragazza divenne un'attrice, già pochi anni dopo la rivoluzione lo scrittore de Lamartine disse che era la figlia naturale - una bastarda in sostanza - di una coppia di attori: una delle tante menzogne che sono state dette e scritte contro di lei.
Come attrice ha avuto un buon successo nei teatri della provincia, ma naturalmente era attratta da Parigi: era lì che avrebbe potuto diventare davvero famosa. Claire arriva nella capitale a ventisette anni, nel 1792, nel pieno del fermento rivoluzionario. Dato che è repubblicana si avvicina ai cordiglieri, allora guidati da Marat, anche se non può iscriversi ufficialmente al loro club perché è aperto solo ai maschi. Però Claire vuole fare comunque qualcosa e quindi partecipa, il 10 agosto di quello stesso anno, all'assalto delle Tuileries, combattendo insieme a un gruppo di volontari venuti da Marsiglia, intonando un canto di battaglia destinato a diventare assai celebre.
Nei mesi successivi Claire aderisce al movimento degli Arrabbiati, il gruppo più radicale della rivoluzione, che chiedeva l'introduzione di un calmiere e la fine della speculazione finanziaria che stava affamando il popolo. Gli Arrabbiati sono stati l'unico partito che ha promosso una sezione dedicata alle donne, la Società delle repubblicane rivoluzionarie, di cui Claire è diventata subito una delle leader più ascoltate.
In qualche modo era naturale che la partecipazione delle donne alla politica e il radicalizzarsi sui temi sociali andassero di pari passo: erano proprio le donne a essere più sensibili ai temi della miseria. Forse è anacronistico definire gli Arrabbiati come socialisti, ma certamente sono stati il gruppo che ha tentato di portare la rivoluzione su un altro livello. E questo è stato il motivo per cui i capi della rivoluzione - dai moderati come Bailly agli estremisti come Marat - li hanno sempre combattuti: erano tutti fieramente capitalisti, sostenitori della libertà del mercato. Ed erano tutti altrettanto fieramente maschilisti e il ruolo delle donne è stato certamente uno degli elementi che ha esacerbato l'ostilità dei altri partiti contro gli Arrabbiati.
Il 12 maggio 1793, Claire e le sue compagne chiedono il diritto di portare le armi per combattere nella guerra di Vandea. Il 2 giugno la giovane partecipa all'assedio della Convenzione, che determina l'arresto dei moderati girondini e l'inizio della repubblica giacobina. Claire però continua a lottare anche contro il Comitato di salute pubblica, ormai dominato da Robespierre. Il 5 settembre pronuncia un discorso in cui chiede l'epurazione del governo. Claire ha passato il segno, contro di lei i giacobini montano la falsa accusa di aver ospitato in casa sua dei nobili controrivoluzionari. Il 16 settembre viene arrestata, ma le accuse sono così infondate che la sera stessa viene rilasciata. Il 7 ottobre viene chiamata a difendersi alla Convenzione e qui pronuncia il suo ultimo discorso pubblico, in cui, ancora una volta, tiene insieme la lotta delle donne e il progresso della rivoluzione. 
I nostri diritti sono quelli del popolo, e se ci si opprime, noi opporremo resistenza all'oppressione.
E' troppo. Claire deve essere zittita. Alcune donne delle Halles - che pure erano sempre state sostenute e difese da Claire e dalle sue compagne - accusano le Repubblicane rivoluzionarie di averle costrette ad indossare il berretto frigio, un simbolo concesso solo ai maschi. Ci sono tafferugli alla Convenzione: la stessa Claire viene aggredita. Per il governo giacobino è un'ottima occasione per sistemare le cose una volta per tutte: la Società delle Repubblicane rivoluzionarie viene messa fuorilegge e tutti i club femminili vengono sciolti. Il 2 aprile 1794 Claire viene arrestata, ma non processata: non le si vuole offrire un pubblico davanti a cui difendersi. Sarà scarcerata il 20 agosto 1795, durante il governo del Direttorio, quando ormai la rivoluzione per cui aveva lottato con tanta passione e tenacia è finita. 
Claire lascia immediatamente Parigi e pare torni a fare l'attrice. Nel 1798 sappiamo che è stata di nuovo nella capitale, perché ha avuto una lite con la padrona di casa. Ha trentatré anni e di lei non ci sono più notizie. Un suo quasi coetaneo venuto dalla Corsica è già l'uomo forte del nuovo regime. 
Nei tumultuosi giorni che seguono il suo primo arresto, un deputato giacobino della Convenzione dice di lei
Mademoiselle Lacombe non aveva altro merito che un bell'aspetto. Non possedeva delle brillanti qualità, ma i suoi modi erano adatti alle masse.
In fondo - sembrano dire tutti - mademoiselle Lacombe è solo una donna, un'attrice per di più, cosa volete che capisca di politica? Solo un bel faccino, utile per prendere qualche voto, ma la politica deve continuare a essere un "gioco da maschi". Ma per sconfiggere questa idea serve una rivoluzione che non è ancora stata fatta.