lunedì 7 settembre 2026

Verba volant (850): locomotiva...

Locomotiva, sost. f.

Sono passati alcuni giorni e forse adesso posso scrivere di Francesco Guccini, senza che lemozione mi costringa a posare la penna, per evitare quelle espressioni retoriche, che a lui non sarebbero affatto piaciute e per cui, senza esitazione, mi avrebbe mandato a cagare. Mi ha colpito la morte di Guccini perché le sue poesie in forma di canzoni hanno accompagnato tanta parte della mia vita, mi hanno raccontato qualcosa del mondo e di me, come fanno sempre i classici. E suppongo che qualcosa del genere sia successo anche voi.

Passata linevitabile commozione - più che per la perdita delluomo, per la constatazione del tempo che passa, inesorabile, per tutti e quindi anche per me - posso anche fare una qualche distinzione tra il poeta e le sue poesie, perché - vale per Guccini, come per tutti gli altri - possiamo amare visceralmente le canzoni senza dover per forza dare un giudizio acriticamente positivo su chi le ha scritte. Lho incontrato un paio di volte, cosa praticamente inevitabile per uno che faceva il mio lavoro - e poi Bologna era al tempo davvero una piccola città, in cui ci conoscevamo un po tutti - ma non sono mai andato in pellegrinaggio né da Vito né a Pavana.

Non so se fosse davvero come il personaggio che si era costruito addosso, forse per difesa, ossia quello del burbero montanaro, a cui piaceva bere e sempre pronto alla battuta greve, certo mi parve in quelle due lontane occasioni scostante. Ma immagino, anche grazie a quello che hanno scritto di lui persone di cui mi fido e che lhanno conosciuto, che fosse migliore di come aveva deciso di rappresentarsi. Poi, come spesso accade, il personaggio diventa una gabbia, ma anche qualcosa a cui ci si abitua. Come potete immaginare non ho amato la santificazione, di cui pure lui stesso è stato complice, che in vecchiaia gli ha fatto il progressismo snob e fazioso dei “serra” e dei “fazio”. E che ha animato molta parte del cordoglio social di questi giorni.

Delle molte, forse troppe, cose dette, quando sarebbe bastato ascoltare i suoi versi, credo che occorra mettere un macigno sopra al dibattito sulle sue idee politiche, perché credo sia profondamente sbagliato considerare Guccini un autore “politico”. Certo ha vissuto nel tempo in cui si diceva che “il personale è politico” e alcune sue canzoni hanno questa ispirazione e soprattutto sono diventate bandiere, ma non sono le migliori e non credo che saranno quelle per cui tra centanni questi i suoi versi parleranno ancora ai nostri nipoti. Certo alcune, penso a Piccola storia ignobile, raccontano quella Italia, che non dobbiamo dimenticare, anche perché qualcuno ci vorrebbe riportare lì, ma valgono più come documento storico che come poesie.

Poi noi bolognesi siamo grati a questo “modenese volgare” perché nessuno come lui ha saputo raccontare la nostra città, anche nei suoi difetti, il suo essere insieme bambina perbene e “busona”. E chissà cosa era peggio per il Maestrone. Ma ha detto anche delle bugie su questa città, o meglio ha inventato il mito di Bologna, di quella sua bohème di provincia, creando un mondo che forse non è mai esistito davvero. Sono un po incazzato per come Guccini ci ha illuso. Penso che alla fine la vera canzone su Bologna sia Il pensionato, quello sì che lo abbiamo conosciuto, perché è uno di quelli che con la sua tenacia e la sua gentilezza ha reso forte questa città, più dei suoi musicisti e dei suoi “biasanòt”.

Eppure la sua grandezza non è nel legame con questa nosta terra emiliana, perché, forse l’unico tra gli altri poeti di quella generazione che pure ne allinea di grandissimi, ha saputo raccontare con la stessa capacità la Pampa, con immagini degne di Borges, e lAmerica profonda con la forza di Steinbeck. Guccini ha raccontato la nostalgia, il tempo che passa e non ritorna, gli amori finiti e quelli mai cominciati, la vita che poteva essere e non è stata, i sogni infranti. È per questo che abbiamo cantato con lui, perché sono sentimenti che abbiamo sentito anche nostri in un qualche momento della nostra vita. Io certamente. Poi la vita è una cosa complessa e per fortuna che ci sono le poesie che provano a raccontarcela.

La mia canzone preferita di Guccini è Bisanzio, peraltro la più bella anche per Paolo Conte, uno che certamente se ne intende più di me. E questa poesia parla della morte, come tutte le sue canzoni più belle. E del nostro essere inadeguati in un mondo che non riconosciamo più. Più invecchio più mi sento come Filemazio, anche se non ho certo la sua saggezza, e neppure la speranza che il mondo che forse nascerà dalle ceneri del nostro sarà migliore.

Anche solo per questa canzone, grazie Francesco.

venerdì 4 settembre 2026

Verba volant (849): lira...

Lira, sost. f.

Nessuno sapeva suonare la lira come Orfeo: Apollo gli aveva donato quello strumento e le Muse gli avevano insegnato a usarlo. La sua musica era in grado di ammansire le belve più feroci e perfino gli oggetti inanimati si potevano muovere per seguire quelle note.
Orfeo amava, riamato, Euridice e quando la sua sposa morì, per il morso di un serpente, il poeta ebbe la forza – o l’incoscienza, direbbe qualcuno – di scendere negli inferi per chiedere che lei potesse tornare con lui, sulla terra. Ovidio racconta questa storia, facendoci assistere a una scena di stupita meraviglia. Mentre Orfeo canta la sua supplica di fronte ad Ade e a Persefone, tutto si ferma: Tantalo smette di cercare di raccogliere l’acqua per placare la sua sete eterna, si ferma la ruota di Issione, perfino gli avvoltoi cessano di rodere il fegato di Tizio, e mentre le Furie si commuovono, Sisifo si siede sul suo macigno per ascoltare quell’inatteso concerto.
Euridice può tornare sulla terra – Ade cede a quella supplica – ma Orfeo non può volgersi indietro durante il cammino, dovrà condurre fuori dagli inferi la sua sposa senza guardarla. Tutt’intorno è buio, il cammino è malcerto, ma Orfeo precede Euridice accompagnandola con il suo canto: non sappiamo neppure in questo caso che cosa cantasse, immagino un canto di gioia. Ma Orfeo, quando sta quasi per raggiungere l’uscita degli inferi fa quello che non avrebbe dovuto fare: si volge indietro e Euridice sparisce sotto i suoi occhi, per tornare definitivamente nel regno dei morti. Perché Orfeo si è voltato? Questa domanda ci tormenta ogni volta che sentiamo questa storia. Il poeta che era stato capace di fermare gli inferi, di ottenere la vita dal dio della morte, fa una cosa talmente stupida. Non può essere curiosità, come racconta qualcuno. E neppure timore di vedere come fosse diventata la sua amata dopo essere stata nel regno dei morti: il suo amore doveva essere più forte di così. Gluck e Ranieri de’ Calzabigi raccontano il dramma della donna che si sente rifiutata e decide di tornare nell’Ade, costringendo il marito a quello sgaurdo dall’esito così tragico. Gesualdo Bufalino pensa che abbia fatto apposta, e nel suo racconto Euridice capisce che è così: a Orfeo importava solo dimostrare di essere il più grande dei poeti.
Io credo invece che Orfeo volesse davvero avere ancora un po’ di tempo per poter stare con Euridice, che volesse portarla davvero sulla terra, ma in quel momento si è trovato di fronte ai suoi limiti: l’uomo capace di far tutto con il proprio canto, ha pensato che forse non era riuscito a guidare la propria sposa, che non era stato capace di condurla fin lì. Orfeo, forse per la prima volta nella sua vita, si è trovato di fronte ai propri limiti umani e li ha riconosciuti.
Orfeo era un mortale, ma anche figlio di una divinità, la musa Calliope, e quindi nipote di Zeus, Orfeo, come Achille, come tanti altri eroi del mito, sta in mezzo tra cielo e terra; ma c’è un momento in cui devi scegliere, o la vita sceglie per te. La storia di Orfeo ci racconta questo, che c’è sempre un momento in cui abbiamo paura di non farcela, di essere inadeguati, ma che questa è la condizione umana, e che dobbiamo accettarla, accentando i nostri limiti.
E se fosse stata Euridice stessa a chiedergli di girarsi? Amava a tal punto Orfeo da volergli mostrare i suoi limiti, da farlo diventare un uomo. Non sapremo mai cosa i due sposi si siano detti in quel breve tratto di cammino che hanno fatto insieme quel giorno, forse per una volta Orfeo ha smesso di cantare, e ha avuto la capacità di ascoltare Euridice che aveva capito che quel viaggio negli inferi era inutile, perché la morte è un destino a cui non possiamo sfuggire e che lei avrebbe continuato a vivere nei versi di Orfeo. In quel breve cammino Orfeo ed Euridice si sono amati come non si erano mai amati prima, si sono riconosciuti come due esseri umani in cammino. Nessuno sapeva cantare come Orfeo, anche se non sappiamo che cosa cantasse e non lo sapremo mai: noi semplici esseri umani dobbiamo accettare che ci sono tante cose che non siamo destinati a conoscere.