sabato 18 maggio 2019

Verba volant (661): piramide...

Piramide, sost. f.

Parigi, 16 maggio 2119: il re di Francia Carlo XIII, succeduto da soli due anni al padre Luigi XIX, annuncia via Twitter che per festeggiare il ventesimo anniversario della fine della Grande guerra europea sarà demolita la Piramide del Louvre. Il primo ministro, in una successiva conferenza stampa, spiega che la Cour Napoléon tornerà vuota, come ai tempi dell'Impero, per far risaltare la bellezza del palazzo, e che una squadra di architetti è già al lavoro per studiare come realizzare un nuovo ingresso del museo.
Il giovane re non ha probabilmente valutato quanto i suoi sudditi siano legati alla tradizione e agli antichi simboli della loro città. I professori delle accademie di belle arti del paese e dell'intera Europa si stracciano le vesti all'idea che un tale monumento venga abbattuto e che venga così profondamente snaturata l'immagine del Louvre. Il direttore del museo rassegna immediatamente le dimissioni in segno di protesta. In rete parte una petizione per salvare il monumento, migliaia di francesi - subito seguiti da cittadini di ogni parte del mondo - postano una loro foto sotto la Piramide. Al grido di sauvons la Pyramide una grande folla la domenica successiva all'annuncio si raduna al Louvre e marcia verso l'Eliseo: la Piramide è uno dei simboli della storia di Parigi e non si può toccare.
Naturalmente i programmi televisivi non si occupano d'altro. Vengono organizzati approfondimenti e dibattiti, anche se non si trova qualcuno che voglia difendere la scelta del re. Fino a quando un vecchio insegnante di liceo, il professor Sylvestre Bonnard, scrive una lettera alla redazione del telegiornale di TF1 per dire che forse la piramide si potrebbe spostare, che se ne potrebbe tranquillamente parlare. Il giovane redattore, che non ha mai visto in vita sua una lettera, tanto più scritta a mano, una volta letta, la porta al direttore. Viene immediatamente organizzato un dibattito: il professor Bonnard si confronterà con l'ex direttore del Louvre, la direttrice dell'École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi e un noto critico d'arte, che cura una rubrica in televisione, tutti contrari al progetto.
Quando l'intervistatore chiede a Bonnard di spiegare la sua stravagante posizione, il professore tira fuori da una vecchia cartella, diversi ritagli di giornali, che risalgono agli anni Ottanta del ventesimo secolo. Alcuni di quei quotidiani, come Le Figaro, non si pubblicano più da molti anni, altri, come Le Monde, sono diventati siti web, ma allora erano importanti e tutti stampati su carta. In tutti quegli articoli si criticava la decisione del presidente François Mitterand di mettere qualcosa nella Cour Napoléon e soprattutto il progetto dell'architetto Ieoh Ming Pei che prevedeva la costruzione di una piramide di vetro, perché non c'entrava nulla con l'architettura del Louvre. Sfogliando i ritagli, il professor Bonnard fa notare che i più critici erano i professori di storia dell'arte, i direttori dei musei, i critici d'arte. Poi Bonnard ricorda le polemiche - in cui si distinsero professori, direttori, critici - quando, negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, venne costruita una bizzarra torre di ferro sul lato del Champ de Mars più vicino alla Senna.
"Anch'io, cari colleghi, amo l'antico. Forse lo amo perfino più di voi, visto che anch'io lo sono. Ma non voglio dimenticare che c'è stato un tempo, più o meno lontano, in cui quello che ora è per noi antico era nuovo, era appena stato costruito. L'errore del re non è quello di togliere la Piramide, ma quello di non costruire qualcosa al suo posto: se noi non costruiremo nulla, non lasceremo mai qualcosa che diventerà antico".

Il 16 maggio 2019 è morto a New York Ieoh Ming Pei, che tra un secolo - spero - i nostri nipoti ricorderanno come l'architetto della Piramide del Louvre.

giovedì 16 maggio 2019

Verba volant (660): fiamma...

Fiamma, sost. f.

Ci sono film che non puoi scindere dai volti delle attrici e degli attori che li hanno interpretati: Il laureato è senz'altro uno di questi. Mrs Robinson è Anne Bancroft e Ben è Dustin Hoffman: e non può essere che così.
Invece poteva essere in un altro modo; e chissà come sarebbe stato questo film così famoso con altri protagonisti. Il produttore e il regista - probabilmente più il primo che il secondo - volevano che gli interpreti principali fossero Doris Day e Robert Redford. Ben nel romanzo di Charles Webb è un giovane alto, biondo, sportivo - pratica il surf, visto che la storia si svolge nel sud della California - praticamente il ritratto di Redford e Mrs Robinson è una bella quarantenne wasp, proprio come Doris Day. E' comprensibile poi che il produttore Lawrence Turnam volesse Mrs Day: era una delle attrici più famose d'America, la sua presenza, tanto più in un ruolo del genere, così scandaloso, avrebbe assicurato al film un incredibile successo d'incassi. E anche Redford, per quanto giovane, era già conosciuto.
Fu Doris Day a risolvere definitivamente la questione: sappiamo dalla sua autobiografia che considerò questa offerta una specie di insulto, un'offesa personale. Ebbe parole di fuoco per la sceneggiatura. Aveva dimostrato in L'uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock di essere un'attrice capace anche di fare una parte drammatica; e probabilmente avrebbe saputo essere una convincente Mrs Robinson, ma non voleva esserlo. Doris Day è stata la principessa di Hollywood degli anni Cinquanta e Sessanta, e decise di fermarsi lì: stava cominciando un nuovo modo di fare cinema, cambiavano le storie e come venivano raccontate. E Doris Day sapeva che quel mondo non era più il suo: e nel 1968, un anno dopo l'uscita del Laureato smise di fare film. Stava cambiando l'America e Doris Day disse che non ne sarebbe più stata l'immagine.
A questo punto poteva toccare a Patricia Neal, che, benché di qualche anno più giovane di Doris Day, era già stata l'altra "più grande". In Colazione da Tiffany è la rivale matura di Audrey Hepburn, anche se le due attrici erano coetanee, e in Hud il selvaggio - per cui ottenne l'Oscar come miglior attrice nel 1964 - è la governante di cui si invaghiscono i giovani della famiglia Bannon. Ma Patricia era stata colpita da un ictus e, quando si doveva girare Il laureato, il percorso di riabilitazione - che poi finì con successo, visto che riprese a recitare - non era ancora terminato.
Ed ecco arrivare Anne Bancroft, la più giovane delle tre - aveva trentasei anni - e quella decisamente meno wasp, essendo di origine italiane, lucane per la precisione. E di fronte alla sua Mrs Robinson ciascuno di noi avrebbe capitolato: è letale, sei consapevole che lo è, ma assolutamente irresistibile. Doris Day sarebbe stata credibile e affascinante, Ben avrebbe potuto avere una storia con lei, e poi sarebbe potuta diventare una strega. Anne Bancroft lo era già: quando ammalia Ben, il pericolo è già lì, sotto i tuoi occhi, ma ci cadi ugualmente. Non ti inganna, sai che quella fiamma ti distruggerà. Ma a vent'anni non puoi resistere a toccare il fuoco.
Anne Bancroft era soprattutto un'attrice teatrale: aveva interpretato a Broadway il dramma Anna dei miracoli, nella parte dell'insegnante di una bambina sordo-cieca. E per quello stesso ruolo aveva ottenuto l'Oscar nel 1963, quando l'opera teatrale era diventata un film. E anche dopo il successo del Laureato Anne Bancroft si dedicherà prevalentemente al teatro, pur continuando a illuminare con la sua bravura e la sua bellezza - questa volta non così pericolosa - alcuni film, da quelli comici del marito Mel Brooks ad altri decisamente più drammatici, come The Elephant man.
Ma torniamo al nostro film: non essendoci più Doris Day, il regista Mike Nichols riuscì a far passare l'idea che Robert Redford era troppo bello e quindi cercarono qualcuno che lo fosse decisamente meno: e così, dopo molti provini, decisero di affidare quella parte all'esordiente Dustin Hoffman. Probabilmente il debutto più clamoroso nella storia del cinema. Dustin aveva tren'anni all'epoca del film, tra lui e Anne Bancroft c'erano solo sei anni di differenza, anche se avrebbero dovuto essere venti. Ma sono assolutamente loro due, Ben e Mrs Robinson.
Mike Nichols è stato geniale nella scelta di questi due attori, anche se è arrivata in questa maniera così complicata. E soprattutto è stato grande per come li ha fatti recitare. Katharine Ross - che fu preferita a Candice Bergen per la parte di Elaine - ha raccontato che Nichols li fece provare per tre settimane in un teatro di posa, senza scene e costumi, prima di girare, proprio come se preparasse una pièce teatrale. E anche Nichols era al secondo film - il primo era stato Chi ha paura di Virginia Woolf?, un debutto da Oscar - ma era un regista teatrale, che si era fatto le ossa nei circuiti off-Braodway. Il cinema americano stava proprio cambiando, aveva ragione Doris Day.
E Robert Redford e Dustin Hoffman saranno una specie di Dioscuri di questo cinema degli anni Settanta, che rivoluzionerà i generi, a partire da quello simbolo del cinema americano, il western, arrivando a lavorare insieme nel 1976 in Tutti gli uomini del Presidente, il film che racconta, attraverso lo scandalo Watergate, la fine tragica delle illusioni, il crollo dell'America di Doris Day.
Una curiosità: il produttore del Laureato non voleva proprio rinunciare a Doris Day e pensò perfino di affidarle la parte della madre di Ben, mentre il padre sarebbe stato Ronald Reagan.
Quella stagione così ricca del cinema americano fu anch'essa una fiammata, destinata a essere spenta negli anni Ottanta, quando Reagan ottenne un ruolo che nessuno si immaginava gli avrebbero mai affidato.
Quel film è famoso grazie anche alle canzoni di Paul Simon e Art Garfunkel, tra cui la celeberrima Mrs Robinson.
When you’ve got to choose
every way you look at this you lose.
Certo Mrs Robinson ha perso, ma abbiamo perso anche noi, che ci siamo avvicinati troppo alla fiamma.