martedì 15 ottobre 2019

Verba volant (719): triangolo...

Triangolo, sost. m.

Tolto il lussureggiante sfarzo egizio, tolto il conturbante fascino esotico, tolta la marcia trionfale - e naturalmente tolti gli elefanti - Aida rimane una bellissima storia di amore e di potere, nella quale si intrecciano drammaticamente le vite di tre personaggi. La prima volta che Aida entra in esca, poco dopo l'inizio del primo atto - dopo essere stata invocata da Radamès con la celebre aria Celeste Aida - è insieme agli altri due vertici di questo tragico triangolo. E sempre con loro tre in scena la tragedia si conclude. E che proprio Amneris sia un personaggio fondamentale si capisce dal fatto che è assolutamente inutile al fine della storia. Anche senza Amneris Aida e Radamès vivrebbero un amore impossibile, anche senza Amneris Aida soffrirebbe il dissidio tra la fedeltà alla patria e la devozione verso il padre da un lato e l'amore per il nemico dall'altro, anche senza Amneris Radamès svelerebbe all'amata - e al padre di lei - che l'attacco sta per avvenire presso le gole di Napata, anche senza Amneris Radamès sarebbe condannato a morte come traditore e Aida morirebbe con lui.
Ma se Amneris non serve, perché tanto lavoro per creare un personaggio così ricco, dal punto di vista drammaturgico e musicale? Perché a Verdi non interessa affatto la storia della guerra tra l'Egitto e l'Etiopia, non gli interessa il contesto che porta Radamès a morire, ma vuole raccontare la storia di tre persone che amano e che vedono il loro amore precluso. Senza Amneris Aida non avrebbe senso.
Amneris deve superare un ostacolo fuori di lei, la rivale, l'altra donna, e fa di tutto per farlo, usa tutta la sua forza, tutto il suo potere, mentre per Aida quell'ostacolo è tutto dentro di lei, il dramma che le fa sperare che Radamès ritorni vincitore, anche se quella vittoria significherà la sconfitta, fino alla distruzione del suo paese, fino alla morte della sua stessa famiglia. Invece per Radamès l'ostacolo al suo amore per Aida è l'ambizione: per l'uomo che entra in scena cantando Se quel guerrier io fossi! cosa ci può essere di meglio che ottenere la corona dell'Egitto, che il matrimonio con Amneris gli garantirebbe?
Come a Macbeth, la "strega" Amneris gli promette che sarà re, ma Radamès non impazzisce. Certo prova a resistere, quando Aida gli prospetta la possibilità della fuga in Etiopia fa di tutto per convincersi che è la scelta sbagliata, ma sono scuse puerili, che Aida ha facile gioco a smontare. Radamès dei tre è l'unico che alla fine supera davvero l'ostacolo, anche perché il suo era il meno difficoltoso da superare. Le due donne non ci riescono. Perché Aida, anche quando convince l'amato a lasciare l'Egitto, vive il suo dramma, sa di essere proprio in quel momento la pedina di un gioco a cui lei non ha chiesto di giocare, sa di essere ascoltata da suo padre, soffre perché sa che sta ingannando Radamès e probabilmente si chiede cosa succederà quando egli se ne renderà conto, anche laggiù dove l'aura è imbalsamata. Aida soffre anche quando apparentemente vince. E Amneris se ne rende conto poco dopo, quando, anche di fronte alla disperata offerta che fa a Radamès di salvargli la vita, egli rifiuta: Aida ha vinto, è per lei un ostacolo insormontabile. E forse in quel momento si ricorda di quel sprezzante son tua rivale, figlia dei Faraoni che le ha rivolto in un momento in cui ha gettato la maschera. Amneris ha perso, nonostante sia una donna così potente, nonostante sia la figlia dei Faraoni.
C'è qualcosa di beffardo in quel rito che Amneris compie sopra la tomba in cui sa che Radamès sta morendo, perché noi sappiamo che laggiù c'è anche la sua rivale, la donna che ha vinto, e che Amneris in quel momento sta invocando la pace anche per lei. Ma Verdi almeno la preserva da questa notizia: forse Amneris in quel momento può pensare che un giorno le due donne, che allora saranno due regine di pari grado, si scontreranno di nuovo, questa volta su un altro terreno.
Non succederà naturalmente, perché Aida per superare il proprio ostacolo sa che deve morire. E infatti accetta l'inevitabile con serenità e con forza, il suo canto è quasi di gioia, come se con la morte di compisse la fuga prima vagheggiata, ma questa volta senza inganni, senza infingimenti. E Aida si gode questo momento di felicità perfetta, senza curarsi di quanto durerà.

domenica 13 ottobre 2019

Storie (XIII). "Il regalo di Verdi..."

Nino sa che parlano di lui, ma non capisce quello che si stanno dicendo i due soldati austriaci che lo trascinano con poca grazia all'interno del cassero di porta Galliera. Adesso è in una stanza male illuminata e ha di fronte un ufficiale. "Ragazzo, perché vuoi entrare a Bologna proprio stasera? E cosa tieni in quel sacco?" Per fortuna l'austriaco parla italiano, anzi Nino riconosce lo stesso accento di quando parla il signor Piave, che va spesso a Busseto. Il ragazzo tira fuori il biglietto che il Maestro gli ha dato il giorno prima, proprio in vista di un'evenienza simile. L'espressione dell'ufficiale cambia mentre legge quelle poche righe e Nino sa perché: tutti conoscono il Maestro. "A Venezia ho visto il Nabucco e l'Attila, il tuo padrone scrive della grande musica. Puoi andare, ma fa' attenzione. Sono giorni complicati qui a Bologna".
Nino lo ha già capito. È già venuto a Bologna, anche se non ha mai fatto quel viaggio da solo. La prima volta è stato cinque anni prima, quando suo padre ha accompagnato il Maestro che doveva incontrare Rossini, e se l'è portato dietro. Poi Nino è venuto altre volte, sempre con suo padre, sempre a portare un regalo del Maestro a Rossini. Ma in queste settimane suo padre sta male e così il Maestro ha affidato a lui il compito di portare il regalo. Le altre volte è sempre entrato da porta San Felice, dalla via Emilia. Ma stasera è chiusa. I soldati austriaci gli hanno fatto capire che tutte le porte sono state chiuse: si può entrare a Bologna solo da porta Galliera. E se non avesse trovato quell'ufficiale amante dell'opera non sarebbe entrato neppure da lì.
Ormai è troppo tardi e buio per presentarsi a casa di Rossini. Nino si ferma alla prima locanda che incontra. Così può sistemare il cavallo, mangiare e dormire. Alla locanda finalmente capisce cosa sta succedendo. I piemontesi stanno perdendo la guerra e le truppe austriache hanno attraversato il Po per ristabilire l'ordine anche a Bologna, da cui sono partiti duemila volontari per combattere insieme ai piemontesi contro gli austriaci. Sembra che in un'osteria alcuni bolognesi abbiano picchiato un ufficiale austriaco e adesso il generale Welden ha portato in città settemila uomini. Hanno sistemato i cannoni sulla Montagnola e hanno chiuso tutte le porte. Il grosso dell'esercito è accampato fuori, ma se i bolognesi non consegneranno con le buone quelli che hanno picchiato l'austriaco, entreranno loro con le cattive. Qualche giorno prima a Sermide hanno ucciso diversi uomini e raso al suolo quasi tutte le case, perché quei valorosi non si volevano arrendere. E adesso vogliono fare lo stesso a Bologna.
Nino pensa che, appena consegnato il regalo, dovrà trovare il modo di uscire in fretta dalla città. Se non fosse così stanco dal viaggio probabilmente non avrebbe dormito, agitato com'è. Si è legato il prezioso pacco alla mano, per svegliarsi se qualcuno tentasse di rubarglielo.
Appena fa luce, si alza, controlla il sacco, si sistema alla meglio ed esce. Andrà a piedi, tornerà dopo a prendere il cavallo. Il problema è che lui sa la strada entrando da porta San Felice. È facile, bisogna andare sempre diritto, passi la grande piazza, passi le due torri e poco dopo c'è il palazzo di Rossini. Da lì non sa che strada prendere. La città è deserta, le botteghe sono chiuse, si sente solo il rumore di truppe che si stanno muovendo. Gira, provando a capire dove debba andare, all'altezza di via Malcontenti un cane gli si avvicina, lo fiuta e comincia a seguirlo. Prova a chiedere a un paio di persone che incrocia per strada dove sia la casa di Rossini, ma nessuno lo sa. "Strano, se uno viene a Busseto, tutti ti dicono qual è la casa di Verdi". Finalmente lui e il cane arrivano vicino alla grande piazza, è piena di austriaci. Adesso Nino vede le torri e sa dove deve andare. Fa caldo, ma d'altra parte siamo all'inizio di agosto. Per  fortuna ci sono i portici, proprio come a Busseto. E così puoi camminare all'ombra. A Nino piacciono i portici.
Ecco il palazzo, è facile da riconoscere, perché ci sono tutto intorno delle grandi scritte in latino. Nino prova a bussare, anche se vede che è tutto chiuso. "Forestiero, smettila di far rumore, non ti darà il tiro nessuno." Dalla casa di fronte è uscita una ragazza. "Rossini è partito in fretta e furia una settimana fa con tutti i suoi servitori. Sono andati a Firenze, lì la situazione è più calma. E non ci sono gli austriaci." "E io adesso che faccio?", Nino si mette a sedere sul primo scalino della porta del palazzo di Rossini, con le mani nei capelli, mentre il cane gli si mette accanto, continuando ad annusare. "Intanto alzati e vieni a mangiare qualcosa." La ragazza lo prende per mano e gli fa un largo sorriso. "E il cane è tuo?"
Nino si accorge solo adesso di quanto sia bella quella ragazza. Neppure a Busseto ha mai visto degli occhi così. Sono fermi sotto l'androne, mentre mangia il pane che la ragazza gli ha offerto, Nino le spiega perché è venuto a Bologna, per portare a Rossini un regalo di Verdi. Lei non sa chi sia Verdi, ma sa che Rossini è un gran musicista, anche se in città è più noto per i suoi pranzi. "Delle volte la sua cuoca mi chiede di accompagnarla quando va a fare la spesa e lui le fa comprare ogni ben di dio". Sarà il vino, sarà il sorriso della ragazza, Nino sta dimenticando perché è lì e non si preoccupa più di non aver trovato in casa Rossini. Anzi, è proprio contento.
Arriva di corsa un ragazzino. "Gilda, Gilda, presto, dobbiamo andare tutti in piazza davanti alla Montagnola. Gli austriaci hanno lasciato piazza Maggiore, ma certo stanno preparando qualcosa." La ragazza non fa in tempo a ringraziarlo, che è già corso via per chiamare altre persone. Va in casa ed esce con un vecchio fucile. "Devo andare." "Ma tu sei una donna." "Ci sono momenti in cui anche le donne devono combattere." "Posso venire con te?"
E così dopo pochi minuti Nino si ritrova nella grande piazza del mercato. Tutti quelli che non ha visto in strada sembra si siano radunati lì. Le donne sono tante. Ci sono anche tanti ragazzini. Le armi sono poche e a Nino sembrano piuttosto vecchie. Tutti guardano verso la Montagnola, verso i cannoni degli austriaci. Gilda ha presentato Nino a un gruppo di persone che abitano nella zona di porta Ravegnana. "È un patriota anche lui." Nino non è sicuro di essere un patriota, certo non gli piacciono gli austriaci, e poi se Gilda è una patriota, lo vuol essere anche lui.
La giornata passa in un clima di attesa. E di paura. Nino ascolta le storie di quello che è successo nel mantovano, delle case distrutte, dei raccolti bruciati. Nino è un contadino, per lui non c'è maggior peccato che distruggere il cibo. Non si capisce cosa vogliono fare gli austriaci, però bisogna vigilare.
Decidono che una parte di loro rimarrà in piazza. Gilda si offre volontaria, anche Nino decide di rimanere. Anche il cane rimane lì, è dalla mattina che sta vicino a Nino. Viene acceso qualche fuoco per illuminare la piazza. Qualcuno porta delle pagnotte di pane. Nino all'improvviso si ricorda della sacca che si porta dietro da due giorni: il regalo di Verdi. Tira fuori la spalla cotta che il Maestro fa preparare a Carlo, il suo norcino di fiducia. E' una specialità e a Rossini piace moltissimo. Il ragazzo chiede un coltello a uno dei suoi nuovi compagni e comincia a tagliare, come ha visto fare a casa. "Questa è roba delle mie parti, non ce l'avete a Bologna". Comincia con dei piccoli pezzi, perché sono in tanti che adesso si sono avvicinati a lui e a Gilda. Finalmente anche il cane riceve il premio per aver seguito il ragazzo. "Ecco tenete, questa spalla ve la manda il Maestro Giuseppe Verdi di Busseto". È la sera del 7 agosto 1848.