lunedì 17 settembre 2018

Verba volant (569): miss...

Miss, sost. f.

Chiara ha l'età per essere mia figlia, anzi sono io che sono abbastanza vecchio da poter essere suo padre. Immagino che sarei fiero della sua bellezza, del fatto che - anche se per me rimarrebbe sempre una bambina - è già bella come una donna; temo sarei uno di quei padri che riempiono la propria bacheca su Facebook di foto della figlia.
Poi sarei anche un padre preoccupato, probabilmente così preoccupato da diventare rompicoglioni. Sarei preoccupato proprio perché è bella, perché vedo che nella nostra società una persona - e specialmente una donna, una giovane donna - viene valutata solo in merito a quanto lunghe siano le sue gambe o prosperosi i suoi seni. Perché vedo che per lei ci sono pochissime - o meglio quasi nessuna - opportunità di affermarsi, di far valere la propria intelligenza, la propria determinazione, le proprie capacità, al di là della sua bellezza. Probabilmente vorrei che se ne andasse il prima possibile dall'Italia, non perché consideri gli altri paesi dei paradisi, ma perché il nostro fa davvero schifo.
Tra i molti auguri che avrei fatto a mia figlia non ci sarebbe certo stato quello di partecipare a un concorso di bellezza, di diventare una miss. Poi immagino anche che, una volta che lei avesse deciso, non l'avrei ostacolata.
Quel concorso in fondo è un gioco, o almeno così dovrebbe essere considerato, una cosa poco seria, una cosa da raccontare un giorno ai figli e ai nipoti. Quel concorso non mi piace - e per questo non avrei voluto che Chiara partecipasse - non perché le fa sfilare in costume da bagno, non perché alimenta un vouyerismo morboso; ovviamente sono cose che non mi piacciono - per nessuna, figurarsi per mia figlia - ma confido che lei sia abbastanza intelligente e forte da tenere lontani questi figuri. No, questo concorso - come tutti i mille concorsi che si svolgono nel nostro paese - non mi piace perché alimenta l'idea perversa che sia il solo mezzo attraverso cui si possa raggiungere il successo e soprattutto che il successo sia l'unico obiettivo a cui può ambire una giovane donna.
Io avrei voluto insegnarle - e se non ci sono riuscito è evidentemente colpa mia - che nella vita ci sono cose più importanti e che sta a lei scoprirle e realizzarle. Le avrei voluto insegnare che si può anche avere successo, che si può diventare famosi, ma che per farlo occorre studiare e lavorare, che non basta mettersi lì e sbattere gli occhi e far vedere le cosce. Immagino sarebbe stato complicato, visto che è quello che vedono ogni giorno i nostri figli, quello che gli insegnano. Basta esserci, nel posto giusto al momento giusto e magari con la persona giusta, e ovviamente si può fare di tutto per esserci, anche cedere a lusinghe o ricatti. Per questo alla fine la sua bellezza finisce per preoccuparmi.
Ah, quasi me ne dimenticavo, uno dei motivi per cui sono così fiero che Chiara sia mia figlia è perché è "storpia" e perché ha imparato a fare tutto con quella sua gamba "bionica" e perché va in giro a spiegare alle altre ragazze che si può fare, che si può fare tutto anche senza una gamba o un braccio. Per questo vincerà il concorso? Potrebbe essere. Ed è uno dei motivi per cui detesto questa società in cui stiamo facendo crescere lei e le sue coetanee, perché siamo arrivati al punto che vincere è così importante che qualcuno pensa che una persona farebbe di tutto per farlo, anche tagliarsi una gamba. In fondo - penserà qualcuno - Chiara è fortunata: non deve andare a letto con il Weinstein di turno, le manca una gamba. Io voglio che mia figlia non debba nemmeno pensare che questo è l'unico modo per una donna di emergere o perfino di lavorare e che consideri quella sua gamba "strana" per quello che è, non qualcosa da esibire, ma uno strumento che la fa vivere.
Non voglio che mia figlia diventi una miss, mi basta che sia una donna.

sabato 15 settembre 2018

Verba volant (568): euro...

Euro, sost. m.

Quando - e soprattutto perché - l'Europa è diventata un valore per noi di sinistra? Premetto - a scanso di equivoci - che io non sono sovranista. Non posso esserlo perché sono l'esatto contrario: sono internazionalista. Anzi sono internazionalista perché sono comunista e non si può essere comunisti e sovranisti allo stesso tempo.
Quando penso però alla mia storia politica - agli anni della mia "resistibile" carriera - ricordo l'enfasi che mettevo - che mettevamo più o meno tutti noi - sul tema dell'Europa: era nei nostri documenti congressuali, nei nostri discorsi, nel nostro sentire comune. Allora pensavamo - e mi sembra che molti lo pensino ancora oggi, non solo nel pd, ma anche nella composita galassia della "sinistra a sinistra del pd" - che essere di sinistra significasse essere a favore dell'integrazione europea e che lavorare per questo fine dovesse rappresentare un nostro obiettivo fondamentale. Sbagliavamo. Drammaticamente. E probabilmente questo è stato uno dei più gravi dei nostri errori.
Ovviamente io mi sento europeo, anzi mi sento europeo più di quanto mi senta italiano, perché sono nato e cresciuto nella cultura europea, e non potrò che essere tale, perché continuerò per sempre ad amare il teatro di Shakespeare e di Eduardo, la musica di Mozart e di Verdi, i quadri di Picasso e di Raffaello, i romanzi di Dostoevskij e di Calvino. Sono europeo perché la mia filosofia è quella greca. E altrettanto naturalmente sono contento che una lungimirante classe politica abbia deciso, alla fine del secondo conflitto mondiale, di creare dei meccanismi - attraverso il controllo comune delle materie prime che servono alla guerra, il carbone e l'acciaio - che rendessero sempre più difficile quello che era successo nei secoli precedenti, ossia lo scontro armato tra i paesi che, pur condividendo una cultura comune, avevano coltivato interessi economici e politici divergenti e spesso contrapposti. Occorre però anche dire che, al di là della capacità degli uomini che fecero l'Europa, la storia aveva deciso di andare da un'altra parte. Nella seconda metà del Novecento i paesi europei hanno smesso di essere potenze e il loro ruolo è stato preso da altre entità politiche e quindi i conflitti tra di essi sarebbero stati oggettivamente inutili e irrilevanti. E non si combatte mai una guerra inutile.
E allora perché, sostanzialmente tra la fine degli Ottanta e gli inizi dei Novanta - gli anni del nostro disorientamento, gli anni in cui abbiamo cominciato a morire - ci siamo aggrappati a questa idea dell'Europa? Credo per un motivo inconfessabile; e che infatti non abbiamo mai confessato. Teorizzavamo - e questo lo dicevamo in maniera esplicita - che l'Italia fosse un paese a maggioranza di destra, quasi naturaliter di destra, e quindi pensavamo che per vincere noi dovessimo progressivamente spostarci verso il centro, se non sposare tesi apertamente di destra. E questo accadde: diventammo un'altra cosa e vincemmo, e quindi ci convincemmo che stavamo facendo bene, che quella era la strada giusta. Invece avevamo vinto non perché eravamo diventati un'altra cosa, ma perché ci avevano fatto vincere, perché avevano capito che eravamo deboli, influenzabili, che saremmo stati a loro disposizione. Ma credo anche che pensassimo che il nostro paese fosse sostanzialmente irriformabile - un peccato esiziale per chi si professava riformista - che i condizionamenti interni e direi gli ostacoli etici prima che politici fossero troppo forti o comunque che noi fossimo troppo deboli per sconfiggerli. Ci convincemmo che in un contesto molto più ampio, che noi immaginavamo virtuoso, come quello europeo, la tara italiana, che era così preponderante se paragonata solo al nostro paese, sarebbe stata molto minore e finalmente affrontabile. E così cademmo nella loro trappola.
Qual è stata la funzione storica del governo Prodi? A cosa siamo davvero serviti noi che abbiamo fatto il centrosinistra? A portare l'Italia nell'euro. La destra non ci sarebbe riuscita - o almeno non ci sarebbe riuscita con la stessa facilità e la stessa rapidità con cui ci riuscimmo noi, perché noi avevamo una classe dirigente migliore e perché le persone che più avevano a temere di quel passaggio si fidavano di noi. A distanza di tanti anni dobbiamo riconoscere che è stata da parte loro un capolavoro politico: noi abbiamo fatto quello che loro non volevano e non avrebbero saputo fare, abbiamo consegnato il nostro paese a un potere fuori controllo e così ci siamo addossati ogni responsabilità.
E così adesso, dopo che hanno ricreato una destra fascista che fa paura, noi dobbiamo per forza di cose affidarci ancora una volta a loro. Tra Draghi e Orban chi scegliereste? Ovviamente Draghi, diranno subito i miei piccoli lettori. No, avete sbagliato. La soluzione per sconfiggere il fascismo non può essere quella di affidarsi a chi lo ha creato. E allo stesso modo non possiamo combattere il sovranismo solo affidandoci a un sovranismo a una dimensione più grande. Non si sconfigge il fascismo che sta tornando a essere forte in Europa affidandoci all'Europa del capitale. Provate a immaginare a qualcosa di diverso, provate a non essere schiavi di questa scelta, che sarà comunque per noi esiziale.