mercoledì 17 luglio 2019

Verba volant (687): spazio...

Spazio, sost. m.

Sono passati già vent'anni da quel fatale lunedì 13 settembre 1999, quando la luna è uscita dall'orbita terrestre, a causa della violentissima esplosione del deposito di scorie nucleari che i governi del pianeta, per una volta tutti d'accordo, avevano deciso di ammassare sul satellite, illudendosi così di risolvere il problema, allontanandolo per sempre dalla terra.
La nostra vita è cambiata molto da allora. Me li ricordo bene quei giorni, era il primo anno in cui facevo il responsabile della Festa provinciale dell'Unità. A giugno avevamo perso il Comune di Bologna: era la prima volta che la città era amministrata da un sindaco non di sinistra. Tutte queste cose che allora mi sembravano così importanti svanirono di fronte a quello che successe quel giorno. Naturalmente la Festa fu chiusa. Ma già dopo poche settimane tutto sembrò ricominciare come prima, tornammo alla vita di tutti i giorni e io cominciai a lavorare alla campagna di tesseramento, in vista del congresso della Federazione che ci sarebbe stato in inverno per eleggere il nuovo segretario, per sostituire Mauro Zani che da Roma avevano nominato commissario: il nostro obiettivo era quello di riprenderci il Comune, dopo la parentesi di Guazzaloca.
Però non c'era più la luna. Le nostre notti diventarono completamente buie, ma pensavamo che in fondo non cambiava poi molto: bastava accendere un interruttore per avere la luce, anche di notte. Non ci furono più le maree; e sinceramente anche di questo non ci preoccupammo molto. E non ci diede pensiero neppure l'estinzione improvvisa di alcune specie animali che avevano bisogno della luce della luna per riprodursi. Certo la sparizione della grande barriera corallina fu oggetto di una qualche discussione, grazie anche all'impegno di David Attenborough, che però era considerato dai più come una sorta di Cassandra e quindi le sue continue denunce erano accolte al massimo con un'alzata di spalle. Io nel frattempo ho cambiato lavoro e città; e mi sono sposato con Zaira. La vita continuava, senza la luna.
In quei giorni in cui noi ci occupavamo delle nostre piccole beghe quotidiane, gli scienziati si impegnarono - ovviamente inascoltati - per spiegarci che era proprio perché c'era la luna che l'asse di rotazione della terra non era perpendicolare al suo piano orbitale, ma inclinato di circa 23 gradi e che proprio quell'inclinazione permetteva l'alternarsi delle stagioni. Ma a noi cosa importava? Avevamo gli impianti di riscaldamento e quelli per l'aria condizionata, trasformavamo già l'inverno in estate e l'estate in inverno. Sentivamo che qualcosa succedeva, che i cambi di temperatura erano più repentini, che passavamo da giorni di freddo intenso a giorni di caldo soffocante, ma non ci facevamo troppo caso. Anche i giorni sembravano accorciarsi, ma allora erano cambiamenti minimi.
Poi cominciarono le grandi carestie del 2007 e finalmente capimmo che stava succedendo qualcosa di grave. Noi apparentemente riuscivamo a vivere senza la luna, ma gli animali e soprattutto le piante non riuscirono ad adattarsi a quella circostanza straordinaria. In un primo momento pensammo che avremmo potuto intervenire, ma questo richiese un consumo di energia così elevato da ridurre al minimo le materie prime: il petrolio, come sapete, è finito nel '14 e il carbone finirà tra alcuni mesi. Abbiamo perfino ricominciato a usare in maniera massiccia l'energia nucleare e naturalmente adesso non sappiamo più come stoccare le scorie. A pensarci è un ironico paradosso: se adesso voi state leggendo queste mie riflessioni è grazie all'energia che ci ucciderà.
Alcuni scienziati hanno calcolato che se ci fosse ancora la luna oggi sulla terra saremmo più di sette miliardi e mezzo di persone, mentre oggi, senza la luna, siamo già meno di cinque miliardi. 
Noi - io e voi che leggete questo blog - siamo nati dalla parte "giusta" del mondo, resisteremo qualche decennio in più, qualcuno di noi morirà perfino di vecchiaia o per una malattia "normale", ma il nostro destino è segnato.
Mi capita spesso di uscire di notte - anche se ormai non ha più senso parlare di giorno e di notte - e guardo il cielo. Provo e pensare dove sarebbe la luna.
Ieri, mentre me ne stavo lì, solo nel buio, mi sono chiesto cosa sarà successo alle donne e agli uomini che vivevano nella base lunare Alpha.

Ammetto che il mio ricordo da vecchio possa essere condizionato dal fatto che noi adolescenti degli anni Ottanta ci eravamo invaghiti di Maya, rapiti dai suoi occhi e dalla sua capacità di trasformarsi in qualunque essere vivente. Spazio 1999 era una bella serie realizzata a metà degli anni Settanta nel Regno Unito, che non ha avuto una grande fortuna, certamente non paragonabile a quella di Star Trek.
I protagonisti erano Martin Landau e Barbara Bain, allora marito e moglie, che avevano lavorato insieme qualche anno prima in un'altra fortunata serie, Missione impossibile. Nonostante l'impegno produttivo notevole per una serie televisiva - gli autori degli effetti speciali erano gli stessi di 2001: Odissea nello spazio e che poi avrebbero lavorato in Alien e in Guerre stellari - Spazio 1999 fu interrotta dopo solo due stagioni. Barbara Bain non ebbe il successo che avrebbe meritato, mentre Landau conoscerà un'inaspettata carriera solo diversi anni più tardi, diventando uno dei "grandi vecchi" del cinema americano. Anche Catherine Schell - Maya - ha lavorato poco dopo questo film, avendo più successo come proprietaria di un piccolo albergo nella campagna della Loira.
La serie, nonostante la Rai avesse partecipato alla produzione - e infatti alcuni attori italiani furono coinvolti in ruoli minori - non ebbe una programmazione felice in Italia. Prima alcuni episodi furono montati insieme per fare un film, con la musiche di Ennio Morricone. La prima serie fu trasmessa nel '76, divisa in tre diversi periodi e tre diverse fasce orarie. Mentre la seconda - quella con Maya - fu trasmessa nel '79 e ogni episodio era diviso in due puntate, con la sigla finale degli Oliver Onions. E così noi vedemmo la prima stagione dopo la seconda, non capendo bene chi fosse il geniale professor Bergman.
Su Spazio 1999 ho scoperto questa curiosità che voglio condividere con voi e che mi sembra che da sola racconti un'epoca. L'episodio della prima serie L'ultimo tramonto è stato trasmesso dalla Rai nell'estate del '76, poi quella copia, l'unica disponibile, è andata perduta. Per l'edizione in dvd è stata utilizzata una registrazione su audiocassetta fornita da un telespettatore, che - nell'epoca non c'erano ancora i videoregistratori - aveva messo il microfono del registratore a nastro accanto al televisore. Mi rendo conto che per alcuni dei miei più giovani lettori sto usando termini incomprensibili, ma i più vecchi sanno di cosa sta parlando. Quella registrazione non copre i primi minuti dell'episodio, perché, a causa di uno sciopero dei giornalisti Rai, l'edizione del telegiornale che precedeva il telefilm fu più breve e quindi il telespettatore si sintonizzò a trasmissione iniziata. Erano i tempi in cui riuscivamo ad andare sulla luna, ma non a registrare un telefilm.

lunedì 15 luglio 2019

Verba volant (686): blu...

Blu, agg. m. e f.

A voler credere a Giacomo Leopardi gli uomini - in ogni tempo e a qualsiasi latitudine - hanno avuto l'abitudine di parlare con la luna. Nei secoli questo satellite ha raccolto le nostre speranze, le nostre paure, i nostri più intimi segreti. Poi la luna risponde - e magari canta con la bella voce di Lybbe Thigpen - a pochissimi fortunati, come Bear e gli amici della grande casa blu.
E anche noi continuiamo a cantare alla luna. Una delle canzoni più famose - e probabilmente la mia preferita - è Blue moon. Ed è una canzone che ha una storia che merita di essere raccontata, una di quelle vecchie storie di Hollywood che a me piacciono tanto.
Il musicista Richard Rodgers e il paroliere Lorenz Hart sono tra gli autori più prolifici della Broadway degli anni Venti, scrivono almeno due musical a stagione, ma la crisi del '29 e l'avvento del sonoro cambiano radicalmente le abitudini degli spettatori americani. E anche questi due newyorchesi di origine ebraica devono trasferirsi a Hollywood. Vengono messi sotto contratto dalla Metro-Goldwyn-Mayer che nel 1933 ha il progetto di realizzare un film, intitolato Hollywood Party, interpretato dai migliori artisti dello studio. Il film - peraltro non memorabile - ha una trama assolutamente esile, che serve soltanto da raccordo per una serie numeri isolati, più o meno riusciti: una specie di rivista nello stile Ziegfeld.
Rodgers e Hart scrivono una canzone per Jean Harlow, una preghiera con cui l'attrice dai capelli color platino chiede di diventare una star del cinema. Jean è già una star, un misto di ingenuità e di erotismo, che è diventata in pochi anni il sogno proibito degli americani. L'anno precedente Jean è stata l'involontaria protagonista di uno dei grandi scandali di Hollywood: a soli due mesi dal matrimonio con il produttore Paul Bern, di oltre vent'anni più vecchio di lei, questi viene ritrovato con un colpo di pistola alla nuca, e accanto un biglietto con la frase "avrai capito che l'altra notte è stata tutta una commedia". Jean è stata una splendida farfalla, fragile e in balia dei predatori, e con una vita altrettanta breve: morirà nel '37 a soli ventisei anni. Jean non ha mai cantato questa canzone - registrata con il titolo Prayer (Oh Lord, make me a movie star) - né è apparsa nel film.
Qualche mese dopo i produttori della Metro chiedono ai loro autori una canzone per i titoli di testa del film Manhattan melodrama. Il film è diretto da W.S. Van Dyke e interpretato da Clark Gable, William Powell e Myrna Loy. E' il primo film in cui Powell e Loy lavorano insieme: quello stesso anno e sempre diretti da Van Dyke, gireranno L'uomo ombra - da un romanzo di Dashiell Hammett - in cui interpretano Nick e Nora Charles, la coppia di investigatori più incredibilmente eleganti e snob del cinema. Manhattan melodrama non è un gran film, ma si è ritagliato un posto d'onore nella cronaca americana: John Dillinger, il più ricercato rapinatore di banche degli anni della Grande Depressione stava uscendo dal Biograph theatre di Chicago proprio dopo aver visto questo film, quando fu colpito a morte da cinque agenti del Fbi. La Metro usò questa notizia per pubblicizzare la pellicola: l'unica a protestare è stata Myrna Loy.
Ma torniamo alla canzone. A Rodgers piace la musica di Prayer e quindi chiede ad Hart di scrivere un nuovo testo, nasce così It's just that kind of play. Ai produttori del film non piace e non viene usata. Nel film c'è anche una scena che si svolge in un night-club, serve una canzone per creare l'ambientazione: la musica c'è già, e Hart scrive per la terza volta un testo. Nasce The bad in every man. Per cantarla viene scritturata la debuttante Shirley Ross, che ha cominciato la sua carriera proprio come cantante di night. Shirley sembrava una promessa, aveva una voce molto dolce, ma evidentemente non era destino, il suo nome non brillerà a Hollywood. La canzone piace ai produttori della Metro e viene inserita nel film, ma Jack Robbins, che per lo studio ha il compito di far fruttare i brani dei film, dice che quella canzone non può avere una vita commerciale: il titolo non funziona e serve un testo più romantico. Hart non vorrebbe proprio scrivere ancora un altro testo, ma alla fine si fa convincere, anche perché la musica di Rodgers è bella. Così nasce Blue moon.
Stavolta Hart ce l'ha fatta. Già dal titolo, che indica una cosa estremamente rara. In inglese infatti si chiama luna blu la terza luna piena nel caso in cui se ne abbiano quattro in una sola stagione, evento astronomico decisamente infrequente. E Lorenz scrive una struggente canzone d'amore, il ringraziamento alla luna per aver esaudito la preghiera di una persona innamorata. E forse sta pensando a se stesso, ringrazia la luna di avergli fatto incontrare Richard Rodgers, l'uomo che ha sempre amato senza mai avergli confessato nemmeno la propria omosessualità. Il suo amore saranno le sue canzoni.
Ad Hart Hollywood piace, o almeno è felice di vivere in una città in cui la sue scelte sessuali non sono certo accettate, ma almeno si possono esprimere, perché ci sono le "feste" di Cole Porter e di George Cukor, perché ci sono tanti ragazzi messicani pronti a prostituirsi. Invece Rodgers è un figlio di New York che soffre lontano dalla sua città. E poi il cinema non fa per loro. Tornano a Broadway e comincia una nuova stagione di successi, culminata nel 1940 con Pal Joey, che segna il debutto del giovane Gene Kelly, accanto a una veterana star del musical come Vivienne Segal. E per inciso il film del 1957 non funziona perché Rita Hayworth, anche se è bellissima, è più giovane di Sinatra.
E Blue moon? Stavolta Jack Robbins capisce che ha per le mani una miniera d'oro. Il 15 gennaio 1935 fa registrare la canzone a Connee Boswell e poi autorizza che sia usata come sigla del fortunato programma radiofonico Hollywood Hotel, in cui la giornalista Louella Parsons, una delle grandi "pettegole" della Mecca del cinema, racconta i vizi pubblici e le virtù private delle star.
Merita di essere ricordata anche Connee Boswell, probabilmente una delle più grandi cantanti jazz degli anni Trenta e Quaranta, almeno secondo il giudizio di una che se ne intendeva come Ella Fitzgerald. Connee, prima nel trio formato con le sorelle Martha ed Helvetia - le Boswell Sisters - poi da sola, incide moltissime canzoni destinate a diventare standard jazz. Connee è costretta - non si è mai saputo se per una forma molto grave di poliomielite o per una caduta quando era bambina - a cantare da seduta e per questo il suo destino è legato essenzialmente alla radio e ai dischi.
Intanto Blue moon diventa un "classico", la Metro la usa in almeno sette film, a cominciare da At the Circus dei fratelli Marx.
Lorenz Hart muore il 22 novembre 1943, a causa di una polmonite che colpisce un corpo fortemente indebolito dall'alcol; incapace di accettare la propria omosessualità, Lorenz comincia a bere, sparisce per giorni per rifugiarsi dai suoi "amici" in Messico, smette di scrivere canzoni e Rodgers dovrà cominciare un nuovo sodalizio artistico con Oscar Hammerstein II. Insieme scriveranno, tra gli altri, Oklahoma!, Annie get your gun, South PacificThe King and I e The Sound of music, vincendo ben trentacinque Tony durante la loro lunga carriera.
Tutti i grandi cantanti hanno inciso la loro versione di Blue moon. Io amo in particolare quella di Billie Holiday, la grande signora del jazz, perché Billie regala a questa canzone la sua personale nota di rimpianto. Anche Billie ringrazia la luna per qualcuno che le è sfuggito. Proprio come Lorenz Hart.
Noi che invece abbiamo la fortuna di ringraziare la luna per una persona che possiamo stringere, sentendo Blue moon sappiamo che bastava un attimo perché la storia andasse in tutta un'altra direzione.

You saw me standing alone
without a dream in my heart
without a love of my own.