mercoledì 24 aprile 2019

Verba volant (654): egoismo

Egoismo, sost. m.

A seguito dell'incendio che ha distrutto una parte della cattedrale di Notre-Dame, ho visto che si è aperta una discussione sull'opportunità di spendere una cifra considerevole - immagino molto considerevole - per ricostruire le parti di quel monumento andate a fuoco. O meglio su come tutti quei soldi potrebbero essere spesi in maniera migliore, ad esempio per aiutare chi in Africa e in Asia rischia quotidianamente la morte per fame e per sete. La variante è quella di chi, pur riconoscendo la necessità di restaurare la cattedrale francese, si indigna perché per altri scopi - vedasi sempre le crisi umanitarie in giro per il pianeta - non scatta la stessa mobilitazione solidale: è più semplice salvare un mucchio di pietre che un uomo. In sostanza questa è la domanda che gira per la rete in questi giorni: è meglio spendere i soldi per aiutare i "miserabili" o per restaurare Notre-Dame?
Naturalmente la domanda è stupida, come ogni domanda a cui non può essere data risposta - e che non merita risposta - ma il fatto che venga posta, che questo tema cresca nell'opinione generale, diventando qualcosa di cui discutere, spesso animatamente, credo che ci debba far riflettere. Questa domanda, nella sua assurda dicotomia, è la spia di un modo di pensare di cui probabilmente anche noi siamo vittime, più o meno consapevoli. Ma da cui dovremmo imparare a difenderci.
Intanto c'è un generale clima di sfiducia verso gli altri che diventa una forma di egoismo. Nel momento in cui una forza politica italiana ha proposto di impegnare delle risorse pubbliche del nostro paese per partecipare alla ricostruzione di Notre-Dame, la prima reazione che ho letto è stata: ma i francesi cosa cazzo hanno mai fatto per noi? Io sono culturalmente agli antipodi di quella forza politica e penso che questa proposta sia strumentale all'immagine che essa si vuole dare, ossia di difensore dell'identità cristiana contro l'invasione musulmana e la secolarizzazione di cui noi atei saremmo gli alfieri: se ci fosse da restaurare la Tour Eiffel ovviamente loro sarebbero i primi a dire di non sborsare un euro per i "mangiarane". Invece io credo sarebbe giusto che ogni paese europeo stanziasse una cifra per ricostruire la cattedrale di Notre-Dame, perché - indipendente da quello che ciascuno di noi crede o non crede - quella chiesa è uno dei simboli della cultura occidentale, almeno quanto il Partenone o il Colosseo, è qualcosa che non appartiene più a un paese o a una città - anche se ne sono i simboli - ma appartiene all'umanità, e quindi tutti dobbiamo farcene carico. Immagino invece che quella proposta rimarrà una boutade da campagna elettorale.
Il vero problema di chi si pone questa domanda - se sia meglio aiutare i poveri piuttosto che ricostruire una chiesa - è che alla fin fine non è disponibile a fare né l'una né l'altra cosa. Per lo più non tirano fuori un soldo dicendo che non si fidano, che non sanno dove finiranno i loro denari: una scusa sempre pronta e ormai generalmente e ipocritamente accettata. Ma la vera questione è un'altra: sono gli stessi che quando si pone il tema di come aiutare gli altri, discutono su chi devono essere questi "altri". Perché dobbiamo aiutare gli africani, quando in Italia ci sono tanti poveri? Perché dobbiamo aiutare quelli delle regioni del Meridione, quando nell'Italia settentrionale ci sono dei poveri? E così via, fino al cuore della questione: perché dovrei aiutare gli altri, quando posso "aiutare" me stesso? La Lega vince non perché abbia un grande leader o perché gli italiani credano nelle autonomie regionali, ma perché la maggioranza degli italiani - e credo che si possa dire lo stesso per tutti i paesi occidentali - ragiona in questo modo. America first alla fine è solo un modo per dire I first, come prima gli italiani vuol dire soltanto prima io. Cinquant'anni dopo il Sessantotto, al potere non c'è più la fantasia, ma solo l'egoismo.
Il corollario di questo assunto è che non ci sono abbastanza risorse: quante volte ce lo siamo sentiti ripetere in questi trent'anni. Bisogna fare delle scelte, bisogna fare dei sacrifici, bisogna accettare il male minore, perché la coperta è troppo corta. Per trent'anni la sinistra ha governato facendo suo questo assunto - noi abbiamo governato tagliando, riducendo i servizi, scegliendo questo a discapito di quello, perché non ci sono le risorse. Balle. Le risorse ci sono, solo che bisogna andarsele a prendere, bisogna toglierle ai ricchi - e non aspettare che loro ci concedano i loro soldi, come sta avvenendo con la ricostruzione di Notre-Dame. I soldi sono lì, tutti lì, per fare tutto, per ricostruire Notre-Dame e per liberare i poveri dal bisogno. Ovviamente i ricchi non sono disposti a darci i loro soldi, per questo glieli dobbiamo strappare di mano, e soprattutto non vogliono darli per combattere la povertà, perché i ricchi sono ricchi, così vergognosamente ricchi, proprio perché sfruttano i poveri. I ricchi hanno bisogno che ci siano i poveri, quindi non aspettatevi che facciano qualcosa per aiutarli, piuttosto riparano il tetto di una chiesa.
Non facciamoci allora imprigionare da una discussione sterile: Notre-Dame va ricostruita perché è un simbolo della nostra storia e della nostra cultura, non perché siamo francesi o cattolici, ma perché siamo donne e uomini. Gli sfruttati del pianeta vanno aiutati esattamente per lo stesso motivo: perché siamo donne e uomini, indipendentemente da dove ciascuno di noi sia nato. Io voglio che sia ricostruita Notre-Dame proprio perché sono comunista, ossia per lo stesso motivo per cui penso che il senso della nostra vita sia lottare contro lo sfruttamento e per la liberazione sociale delle donne e degli uomini di tutto il mondo.

lunedì 22 aprile 2019

Verba volant (653): preghiera...

Preghiera, sost. f.

Quando comincia a scrivere le musiche di quello che diventerà West Side Story Leonard Bernstein è un giovane pianista e direttore d'orchestra già noto nel mondo della musica colta: nel 1943 è il direttore assistente della Filarmonica di New York, nel '45 viene nominato direttore dell'orchestra del New York City Center, nel '53, quando comincia a scrivere l'opera dedicata all'infelice storia d'amore tra Maria e Tony e contemporaneamente lavora all'operetta Candide, dirige alla Scala Maria Callas e Fedora Barbieri nella Medea di Luigi Cherubini. Ha già composto due sinfonie, alcuni balletti e due musical, On the town nel 1944 e Wonderful town nei primi anni Cinquanta. Il primo è noto per la versione cinematografica intitolata Un giorno a New York con Gene Kelly - che fu anche il regista del film, insieme a Stanley Donen - e Frank Sinatra. Wonderful town - la storia di due sorelle che arrivano a New York decise a far fortuna rispettivamente come scrittrice e attrice - nonostante il successo di Broadway, non diventò mai un film: forse rappresentare la storia di due giovani donne indipendenti era troppo per i signori degli studios degli anni Cinquanta.
Nel 1953 il trentacinquenne Bernstein riceve la proposta di scrivere le musiche per un libretto del suo quasi coetaneo Arthur Laurents, uno scrittore e sceneggiatore che era finito nella "lista nera" del senatore McCarthy perché dichiaratamente omosessuale e di sinistra, e che quindi non riusciva più a lavorare a Hollywood. Al progetto viene chiamato anche un altro giovane - aveva poco più di vent'anni - Stephen Sondheim, che deve scrivere i testi delle canzoni. Nasce così West Side Story, uno dei capolavori del teatro musicale del Novecento, che debutta al Winter Garden Theater di New York il 26 settembre 1957, diretto da Jerome Robbins, che fu anche l'autore delle coreografie, che noi possiamo vedere grazie al film del 1961, diretto dallo stesso Robbins e da uno dei grandi artigiani di Hollywood, Robert Wise. Anche Robbins venne indagato dal Comitato per le attività anti-americane. Su di lui furono fatte forti pressioni e si arrivò al ricatto: se non avesse collaborato, sarebbe stata resa pubblica la sua omosessualità; e così Robbins denunciò se stesso e diversi colleghi. 
Come noto Arthur Laurents ha scritto West Side Story come una sorta di versione moderna di Romeo e Giulietta, ambientata in un quartiere di New York allora controllato dalle gang, dove le tensioni razziali erano molto forti. L'autore non fa mancare i punti di contatto tra le due opere: il primo incontro dei due innamorati avviene durante il ballo, la grande scena d'amore si svolge su un balcone, il destino tragico dei due personaggi è deciso da un inganno. Credo però che il solo riferimento alla tragedia di Shakespeare sia riduttivo: West Side Story è qualcosa di diverso e forse ancora più coinvolgente, grazie anche alle geniali musiche di Bernstein, che mescola musica contemporanea, melodramma, jazz, classica, in uno stile unico e irripetibile. 
Certo c'è la storia dei due giovani che si amano, nonostante appartengano a contesti sociali e familiari che si combattono. A Romeo e Giulietta pesa essere un Montecchi e una Capuleti, sentono di essere parte delle loro famiglie, con tutto quello che questo comporta, nel bene e nel male, ma è in qualche modo un ostacolo esterno, qualcosa che loro immediatamente superano in nome del loro amore. Romeo e Giulietta sono separati solo dal nome e al nome - come dice la giovane donna all'amato - si può rinunciare.
Che cos'è un nome? Quella che chiamiamo "rosa" anche con un altro nome avrebbe il suo profumo.
Per Tony e Maria è più complicato: sono nati in paesi diversi, la loro pelle ha un colore diverso, parlano una lingua diversa. La loro vita nell'America degli anni Sessanta sarebbe stata difficile anche se la storia avesse avuto un altro epilogo, meno tragico. Maria a New York non ha una famiglia, ha solo suo fratello Bernardo e quando Tony, accecato dalla rabbia per la morte dell'amico Riff, lo uccide durante uno scontro tra le due bande, uccide tutta la famiglia di Maria. E questo ha un peso drammaturgico che non c'è nella tragedia scespiriana.
E poi c'è in West Side Story l'invenzione di Anita, che diventa il motore che muove tutta l'azione del secondo atto, fino al suo tragico epilogo. Anita, la ragazza più grande, quella che in qualche modo nel resto dell'opera ha sempre protetto Maria, ora è durissima con lei, è piena di rabbia perché ha appena perso l'uomo che amava e getta tutta il suo risentimento in faccia alla sua giovane amica. Le dice che deve lasciare
a boy like that who'd kill your brother.
Le dice che deve dimenticarlo e che deve prenderne uno del suo paese.
Maria sa che Anita ha ragione:
It's true for you, not for me.
E qui Sondheim ha scritto alcuni dei più bei versi d'amore della storia della musica
I have a love, and it's all that I have,
right or wrong, what else can I do?
I have a love, and it's all that I need.
Le parole di Maria sono semplici, di una sintassi banale, ma sono perfette. E sfidano Anita, il suo amore per l'uomo che ha perso.
You were in love - or so you said.
You should know better.
A questo punto, siamo quasi al finale, all'epilogo della storia, Maria e Anita cantano - e piangono - insieme. Anita vede in Maria l'amore che lei ha provato per Bernardo e si arrende alla forza di questa giovane donna. E allora, grazie a questa forza, Anita decide di aiutare Maria, vuole parlare con Tony, cerca i Jets, ma viene derisa, umiliata, offesa.
Nel 1984, ventisette anni dopo il debutto, Leonard Bernstein ha diretto, per la prima e ultima volta, l'intera opera, per un'incisione che è entrata nella storia della musica, con Kiri Te Kanawa nel ruolo di Maria, José Carreras in quello di Tony e Tatiana Troyanos come Anita. Qui potete ascoltare il duetto che ho cercato di raccontarvi, nello spezzone di un bellissimo documentario girato durante quella intensa settimana di registrazione. Tatiana Troyanos è incredibilmente brava a rendere il passaggio dalla rabbia alla consapevolezza della forza dell'amore.
E a questo punto non è più Montecchi contro Capuleti, Jets contro Sharqs, capisci che non è mai stato questa la vera dicotomia. La vera cesura è tra chi accetta l'amore e chi lo rifiuta, tra le donne come Maria e Anita che capiscono la forza di questo sentimento e gli uomini che tentano di controllarlo.
West Side Story è un'opera sulla forza delle donne. All'inizio del secondo atto, dopo il canto di gioia di Maria, mentre si svolge un balletto, da fuori scena si sentono i primi versi di Somewhere, che poi viene ripreso dall'intera compagnia. Nello spettacolo questa canzone veniva cantata da Reri Grist, che interpretava Consuelo; la Grist diventerà una delle più importanti soprano afroamericane del suo tempo. Nella registrazione dell'84 Bernstein affida questa canzone alla grandissima Marilyn Horne. E' un'aria classica, quasi sacra, il canto del corifeo in una tragedia greca.
Someday
somewhere
we'll find a new way of living
we'll find there's a way of forgiving
Con queste stesse parole, sussurrate, Maria stringe a sé il corpo ormai senza vita di Tony.
E il finale è tutto di Maria: quando Tony muore tra le sue braccia, ucciso da Chino, mentre arrivano le due bande pronte a ricominciare la battaglia, lei si alza e tutto il suo dolore si trasforma in una forza sacra. Maria, che pochi momenti prima abbiamo sentito cantare, con l'entusiasmo di un'adolescente I feel pritty, all'improvviso non è più una bambina, è più forte di tutti, delle bande, della polizia, tutti si devono piegare a lei. Maria, a differenza di Giulietta, non muore, ma diventa una sorta di testimone sacra, una Madonna dell'amore doloroso.
Say it loud and there's music playing.
Say it soft and it's almost like praying.
Ma alla fine nessuno ha il coraggio di pronunciare il nome di Maria.