domenica 11 ottobre 2026

Verba volant (852): resistenza...

Madeleine Lebeau

 

Resistenza, sost. f.

Madeleine ha solo sedici anni quando incontra Marcel Dalio, che ne ha ventiquattro più di lei ed è sposato. Madeleine vuole diventare un’attrice, vuole comparire sulle copertine delle riviste che legge avidamente fin da bambina, sognando la vita delle stelle del cinema. Quando si incontrano lei è apparsa, non accreditata, in un film di scarso successo, anche se diretto da Georg Wilhelm Pabst, mentre lui è un attore famoso, che ha lavorato con Jean Gabin ne Il bandito della Casbah e ha avuto ruoli importanti in due film di Jean Renoir, La grande illusione e La regola del gioco.

Poche settimane dopo avere conosciuto Madeleine, Dalio divorzia da Jany Holt, anche lei un’attrice. E così i due si sposano. Ma i genitori di Marcel sono ebrei rumeni e lui, come molti altri francesi di origine ebraica, decide di fuggire, prima che le truppe tedesche invadano la Francia. Peraltro nei mesi successivi la propaganda nazista userà proprio il volto di Marcel Dalio per mostrare nei loro manifesti i tratti somatici del “tipico” ebreo.

Tanti francesi, alcuni convinti, molti per viltà e per convenienza, accettano di collaborare con il nuovo regime. Alcuni fuggono, ma altri decidono di resistere. Farà così Jany Holt, che decide di rimanere in Francia. Continua a recitare, anche se in ruoli sempre più piccoli, perché, nonostante sia molto brava, è di origini rumene e non si schiera con abbastanza entusiasmo a fianco del governo di Vichy, entra nella Resistenza, viene arruolata dal traduttore e poeta Denyse Clairouin nel gruppo Mitridate e fa attività di spionaggio. Alla fine della guerra Jany ottiene, meritatamente, la Croce di guerra.

Madeleine, anche se non è ebrea di nascita, decide di seguire il marito. E qui comincia una storia che sembra un film. I Dalio ottengono i visti di transito per il Portogallo da Aristides de Sousa Mendes, il diplomatico portoghese che, console a Bordeaux, disobbendo alle direttive che arrivano dal governo fascista di Salazar, fornisce a migliaia di ebrei francesi i visti necessari per raggiungere il suo Paese.

Arrivati a Lisbona, Marcel trova per lui e la moglie due visti per il Cile e così il 9 agosto 1940 partono per l’America, imbarcati sulla SS Quanza. Superato un uragano nel mezzo dell’Atlantico, la nave arriva a New York il 19 agosto e 196 passaggeri riescono a sbarcare: i loro visti sono in regola, a differenza di quelli di Marcel e di Madeleine che sono falsi, come quelli di molti altri fuggiaschi. La SS Quanza il 30 agosto arriva a Veracruz in Messico e qui altri 35 passeggeri vengono sbarcati. Ne rimangono a bordo 86, praticamente tutti ebrei, che rimangono sbigottiti di fronte alla decisione del capitano di tornare a Lisbona.

La nave fa scalo a Norfolk per rifornirsi di carbone e qui viene fermata dalle autorità federali, perché nel frattempo un gruppo di ebrei statunitensi ha preso a cuore la loro vicenda e un avvocato si è rivolto a un giudice, che prende tempo per decidere sul loro status. Un passeggero si getta a nuoto tentando di raggiungere le coste della Virginia, ma viene recuperato e il capitano ordina che il ponte della SS Quanza sia presidiato da guardie armate. Il sottosegretario di Stato che si occupa della questione dei rifugiati vorrebbe negare lo sbarco, ma Eleanor Roosvelt interviene presso il marito e tutti i passeggeri della nave vengono considerati rifugiati politici. Sei decideranno comunque di tornare in Europa. Il 14 settembre Madeleine e Marcel sbarcano finalmente negli Stati Uniti e ovviamente decidono di andare a Hollywood.

Nel ’41 Marcel ottiene una piccola parte in Una notte a Lisbona di Edward H. Griffith: è un azzimato concierge. Riesce a lavorare regolarmente durante gli anni della guerra, ma ottiene sempre ruoli molto secondari, interpreta per lo più il personaggio stereotipato del francese. Nulla a che vedere con quello che aveva fatto in patria prima della guerra. Anche Madeleine, che ha studiato inglese sulla SS Quanza, ottiene una piccola parte in La porta d’oro, un bel film con due star del calibro di Charles Boyer e Olivia de Havilland, e l’anno successivo interpreta la stella delle Ziegfeld Follies Anna Held in Il sentiero della gloria, accanto a Errol Flynn. A Hollywood la carriera della giovane attrice sembra finalmente sbocciare.

Il 1942 è un anno importante per Madeleine. La Warner le offre un contratto da cento dollari a settimana per ventisei settimane per recitare in diversi film e il primo è Casablanca. È felice. Ovviamente non può immaginare che sta per recitare in uno dei film più amati e citati della storia del cinema, ma il suo ruolo, quello di Yvonne, l’amante abbandonata da Rick, è il secondo ruolo femminile della storia. Madeleine è sicura che quel film segnerà la sua carriera. E non si sbaglia.

Mentre la produzione procede Madeleine vede che, nelle frequenti revisioni della sceneggiatura, il suo personaggio viene progressivamente ridimensionato, pensa per non mettere in ombra quello di Ilsa. Alla fine saranno solo tre le scene in cui compare Yvonne, anche se tutte sono importanti e la terza è una di quelle che tutti noi cinefili romantici amiamo di più di quel film.

La prima scena è poco dopo l’inizio del film e serve a raccontare il passato del personaggio. Capiamo che, tempo prima, Rick e Yvonne hanno passato una notte insieme: per lui lo sfogo di un momento, per lei invece la speranza di una storia d’amore. Nella scena Yvonne tenta di riavvicinarsi all’uomo che ama, che però la respinge. Nella seconda scena, ambientata più tardi nella stessa giornata, vediamo che Yvonne cerca di superare il rifiuto ubriacandosi, come per altro ha fatto anche Rick quando è stato lasciato da Ilsa. Fa un ultimo, disperato, tentativo di convincere Rick che la affida a Sascha, il barista russo infatuato di lei, affinché la riaccompagni a casa, ammonendolo di tornare subito. A questo punto la ragazza scompare per un lungo periodo. Nella terza scena la vediamo ritornare al locale al braccio di un soldato tedesco. Si avvicina al bar e ordina gli alcolici più costosi. Anche lei, come il capitano Renault, non si preoccupa di quello che i nazisti stanno facendo in Europa, se “collaborare” con loro significa avere denaro, potere e prestigio. In fondo anche Rick agisce così, muovendosi in una sorta di “zona grigia”.

Ma poi un gruppo di soldati comincia a cantare Die Wacht am Rhien. Victor Laszlo decide di reagire. Si alza, chiede all’orchestra del Rick’s Café di suonare La Marsigliese e comincia a cantare, seguito da tutti gli avventori, finché l’inno francese sovrasta il canto tedesco. E anche noi, ogni singola volta che vediamo Casablanca, ci emozioniamo per quella scena e cominciamo a cantare.

Ci sono solo tre primissimi piani in questa scena, uno per Ilsa che guarda con amore il coraggio di Victor e due proprio per Yvonne che, in piedi, canta, piangendo, La Marsigliese. La sua ultima battuta del film è “Viva la France!”. Certo è Yvonne che, prima di Rick e del capitano Renault, decide che la loro neutralità è una forma di complicità e che è arrivato il momento di schierarsi, ma è anche Madeleine che canta e piange, pensando alla sua vicenda di esule, a quello che ha visto in quei drammatici mesi.

Quelle settimane in cui gira Casablanca sono importanti per Madeleine anche per la sua vita personale. C’è anche Marcel Dalio nel film diretto da Michael Curtiz: è Emil, il croupier del Rick’s. Una parte certo meno importante di quella della moglie, anche se partecipa a un’altra scena celeberrima. Il capitano Renault cerca un prestesto per chiudere il locale e dichiara serio: “I am shocked, shocked to find that gambling is going on in here!”. Al che Emil si avvicina cerimonioso, gli porge del denaro, dicendo: “Your winnings, sir”.

La passione tra i due attori è finita, le differenze tra i due sono troppo evidenti, Dalio soffre il successo della moglie e Madeleine ormai non vuole più vivere con lui. Proprio mentre girano il film, Marcel ottiene il divorzio, accusando Madeleine di aver abbondonato il tetto coniugale e questo provoca anche l’ipocrita decisione della Warner di rescindere il contratto dell’attrice.

Dopo Casablanca ormai è un’attrice indipendente. Per la 20th Century Fox recita in un ruolo importante nel dramma di guerra Paris After Dark, ambientato nella Parigi occupata, e anche in questo film Dalio ha una piccola parte. Poi passa alla MGM, per cui recita nel film Music for Millions e negli spettacoli organizzati per i soldati nella base di Camp Roberts. Debutta anche a Broadway nella commedia The French Touch, diretta da René Clair.

Finita la guerra, la ventiquattrenne Madeleine vuole ritornare in Francia e continua a lavorare al cinema. Il suo primo lavoro è il film in costume I realisti, tratto dal romanzo di Balzac, in cui interpreta la bellissima Marie-Nathalie de Verneuil. Lavora regolarmente, in alcuni film è anche la protagonista, il suo nome è conosciuto dagli spettatori, ma la grande fama non arriva, non è destinata a diventare una star. Ma la storia del grande cinema incrocia ancora una volta la vita di Madeleine.

Nel 1963, sempre splendida, è Madeleine, l’affascinante attrice francese che un tempo è stata una delle amanti di Guido Anselmi in 8½, il capolavoro di Federico Fellini che ottiene l’Oscar come miglior film straniero.  Nel 1967 intepreta il suo ultimo film, La fioriaia degli innocenti, ancora un lavoro in costume in cui ha il ruolo di Maria de Medici. Vive spesso a Roma e nel 1988 sposa Tullio Pinelli, che ha conosciuto proprio grazie al film di Fellini. Vivono insieme fino alla morte del grande sceneggiatore nel 2009. Si trasferisce allora in Spagna, ad Estepona, dove muore il 1° maggio 2016.

Come ha fatto con Yvonne, anche nel personaggio dell’attrice francese Madeleine Lebeau mette qualcosa delle sue speranze infrante: “Mi sento come se avessi rovinato tutto nella mia vita e nel mio lavoro”.

lunedì 14 settembre 2026

Verba volant (851): promessa...

Promessa, sost. f.

Molti di voi, a parte quelli che sono appassionati di storia della fotografia, probabilmente non conoscono il nome di Philippe Halsman, ma sono sicuro che avete visto uno dei suoi celeberrimi scatti. Avete presente una di quelle belle foto in bianco e nero dove il soggetto, in genere un personaggio famoso, è immortalato mentre salta? Ecco quella è una fotografia di questo artista, nato a Riga nel 1906, quando c’era ancora lo zar.
Nel 1928 Philippe, che studia ingegneria, e suo padre sono in vacanza in Tirolo. Durante una delle loro escursioni lungo i sentieri alpini il padre muore, a seguito di gravi ferite alla testa. Gli Halsman sono ebrei e la propaganda antisemita condiziona pensantemente le indagini e anche il lavoro della magistratura: la polizia non accetta la versione di Philippe, che dice che il padre è caduto, e il ragazzo, accusato di omicidio, viene condannato a quattro anni di carcere, nonostante non ci siano prove contro di lui. C’è una mobilitazione di intellettuali, guidata da Thomas Mann, per ottenere una revisione del processo. Nel 1930 Philippe ottiene comunque la grazia e va a vivere in Francia. Lavora per Vogue e in pochi anni diventa uno dei ritrattisti più ricercati della capitale francese. Ma le truppe tedesche arrivano anche lì e Philippe, aiutato dall’amico di famiglia Albert Einstein, fugge negli Stati Uniti.
Il suo primo successo in America è la pubblicità del rossetto Victory Red realizzato dalla Elizabeth Arden, un‘immagine entrata nella storia della pubblicità, grazie anche alla bellezza della sua giovane modella, Constance Ford, che nel 1959 è la madre di Sandra Dee in A Summer Place. Nel 1942 Philippe comincia a lavorare per Life: la sua prima copertina per la rivista è il ritratto di una modella che indossa un cappello Lilly Daché. Saranno centuno le copertine firmate da Halsman e molte sono destinate a entrare nella storia della fotografia.
In questi anni Philippe si specializza nei ritratti. Nel 1947 ritrae Albert Einstein, che durante la lunga sessione di prove confida al suo giovane amico tutto il suo turbamento perché i suoi studi sono stati decisivi per la creazione di un’arma letale come la bomba atomica: esce un celebre ritratto dello scienziato, pensoso e triste, che nel 1966 le poste federali utilizzerranno per il francobollo in suo onore e che andrà nel 1999 sulla copertina di Time, quando Einstein viene indicato come “l’uomo del secolo”. Ma ovviamente sono tanti anche i personaggi del mondo dello spettacolo che si trovano davanti all’obiettivo di Halsman.
Nel 1949 Life pubblica una sua foto in cui ritrae otto giovani “starlets”, otto promesse del cinema. Forse non è una delle sue foto migliori, ma anche questa è destinata a diventare storica. Nessuna di loro guarda in camera, guardano un punto lontano, ciascuna di loro uno diverso, forse per significare che si attendono, laggiù da qualche parte, un radioso destino.
In alto a sinistra, la ventiduenne canadese Lois Maxwell mostra una sguardo fiero. Ha un carattere forte, che ha dimostrato fin da giovanissima: a quindici anni fugge di casa per unirsi, mentendo sull’età, al Canadian Women’s Army Corps, con cui arriva nel Regno Unito, dove partecipa agli spettacoli per le truppe. Quando Philippe scatta questa foto, Lois ha già vinto un Golden Globe come “attrice emergente più promettente” per il suo ruolo in That Hagen Girl, un film peraltro non memorabile con Ronald Reagan e una ventenne Shirley Temple. Ma non si aprono per lei le porte di Hollywood, tanto che Lois decide di venire in Italia. Nei cinque anni in cui vive a Roma, oltre a dedicarsi alla guida sportiva, interpreta alcuni film, di cui il più famoso è Aida. Una giovane Sophia Loren (è il primo film in cui compare l’acca nel nome) interpreta il ruolo della protagonista, mentre Lois è Amneris. Entrambe muovono le labbra mentre rispettivamente Renata Tebaldi ed Ebe Stigliani cantano al loro posto. Dopo una partecipazione in Lolita, Lois ottiene la parte di Miss Moneypenny in Dr. No del 1962 e terrà questo ruolo fino a A View to a Kill del 1985: in vent’anni cambiano tre James Bond, viene sostituita una “Bond girl” a ogni film, ma Moneypenny ha sempre i bei tratti decisi di questa attrice. Conosce Rger Moore alla fine della seconda guerra mondiale, quando sono nella stessa classe alla Royal Academy of Dramatic Art. Ed è proprio il suo amico e collega a dire che Lois “sarebbe stata una M meravigliosa”.
Accanto a lei, seduta c’é, elegantissima nel suo vestito scuro, Suzanne Dalbert, anche lei ha ventidue anni all’epoca della foto. È nata a Parigi, ha recitato a teatro nella compagnia di Louis Jouvet, poi arriva, come tante che aspirano al successo, a Hollywood. Ottiene un ruolo secondario in The Accused, un noir con protagonista Loretta Young, ma non riesce a fare fortuna. Ancora qualche piccola parte, un po’ di televisione e poi torna in Francia. A soli quarantre anni muore suicida.
Come le sue compagne, neppure la ventenne Ricky Soma guarda Philippe. Nonostante sia in questa fotografia e abbia la possibilità di firmare un contratto con David O. Selznick, il vero “Wizard of Hollywood”, non esordisce mai al cinema, anche se la settima arte si intreccerà con la sua vita. Si chiama Enrica e i suoi genitori vengono da Ispra, sul Lago Maggiore. Il padre, Antonio, apre a Manhattan il ristorante Tony’s Wife, che in pochi anni diventa uno dei locali più famosi di Broadway, anche perché Tony accoglie i clienti più importanti cantando a testa in giù, stando in equlibrio sulle mani. E quindi diventa famoso come “Broadway Tony” e “Yoga Tony”.Antonio vuole che la sua bella figlia entri nel mondo dello spettacolo e, visto che è portata per la danza, la fa studiare con George Balanchine. E Ricky non lo delude: riesce a entrare nel New York City Ballet e a diventare prima ballerina. Proprio grazie a questa foto John Huston si innamora di lei, ma il regista di The Maltese Falcon è sposato e ha ventiquattro anni più di lei. Per John Ricky rinuncia al cinema, anche perché nasce subito il loro primo figlio, Tony, a cui seguirà, un anno dopo, Anjelica. Il matrimonio non va bene, John la tradisce dopo pochi anni, e Ricky lascia gli Stati Uniti. Muore a Digione, a trentanove anni, in un incidente d’auto.
Sotto Lois vediamo, in una posa da vera vamp, la splendida Laurette Luez, che ha ventun’anni. È nata a Honolulu: la madre è australiana e il padre hawaiano di origini portoghesi. Sono entrambi cantanti e ballerini e Loretta cresce ballando sul palcoscenico. A sei anni si esibisce davanti al Sultano Ibrahim di Johor in visita a Los Angeles. Nel 1950 viene scritturata per una piccola parte in D.O.A., un noir di Rudolph Maté. Poi la sua bellezza esotica le assicura qualche partecipazione in film ambientati in lontani paesi: nel 1953 è una schiava che danza in Siren of Baghdad, in televisione è la seducente Karamaneh, uno degli agenti del supercriminale Fu Manchu.
Ha uno sguardo triste Jane Nigh, che è l’unica delle sette ragazze che è nata a Hollywood e ha ventiquattro anni. La madre lavora per gli studios, anche sua sorella Nancy fa l’attrice. Un talent scout della Fox la mette sotto contratto nel 1944 mentre sta lavorando in una fabbrica di armamenti. Il suo esordio è in Laura, un noir con la splendida Gene Tierney come protagonista. Jane rimane per cinque anni con questa casa di produzione, poi, dopo questa foto, si sgancia e continua a lavorare come indipendente, e infine firma un cotratto con la Momogram Pictures, una piccola casa di produzione che realizza film con un budget ridotto. Jane ottiene finalmente parti da protagonista, in particolare quando serve una bella ragazza che vive in campagna: County Fair, Blue Grass of Kentucky, Rodeo, sono alcuni dei film che la vedono in cartellone. E poi anche per lei c’è la televisione. Ha un ruolo regolare nella serie Big Town ambientata nella redazione di un giornale: è la segretaria innamorata dell’intraprendete giornalista. Forse non è la carriera che sognava quando Philippe le ha scattato questa foto, ma Jane appare in più di quaranta tra film e programmi televisivi.
Invece non sappiamo nulla della ragazza bionda che, seduta accanto a Jane, chiude la fila centrale. Si chiama Dolores Gardner e la sua carriera finisce con questa foto in bianco e nero su Life.
In basso, sedute a terra, ci sono due ragazze. Quella a destra, un bel viso e i lunghi capelli scuri, è la ventitrenne di Port Jefferson, New York, Cathy Downs. Al 6646 di Hollywood Boulevard c’è una stella con il su0 nome. Al tempo di questa fotografia la sua carriera cinematografica, cominciata molto bene, è praticamente finita. A differenza delle altre sette sue colleghe, ha recitato in otto film della 20th Century Fox, anche in ruoli da protagonista. È Clementine Carter, l’ex fidanzata di Doc Holliday, in My Darling Clementine, un classico del genere western, è la moglie infedele nel noir For You I Die, è la seducente Carol in The Noose Hangs High, uno dei divertenti film della coppia comica Abbott e Costello. Sembra una carriera promettente: Cathy è bella e sa recitare, ma nel 1947 viene inspiegabilmente licenziata dalla Fox e da quel momento nessuna grande casa di produzione si interessa a lei. Cathy ha commesso un “errore” che Hollywood non sembra disposto a perdonarle. Lei però non demorde, partecipa a film prodotti da piccole case indipendenti, recita in radiodrammi, ma soprattutto lavora in televisione, fino al 1965 quando appare in un episodio di Perry Mason.
La ventitrenne seduta accanto a lei non ha bisogno di presentazioni ed è proprio lei a far diventare storica questa fotografia. Philippe si rende immediatamente conto che quella ragazza ha una marcia in più rispetto alle altre: “She plays the camera the way a virtuoso playcs an instrument”.
Il suo nome è già Marilyn Monroe, ma la sua carriera sembra ferma a un punto morto. La Fox la licenzia per la sua “insufficiente recitazione drammatica”, la Columbia le fa un contratto di sei mesi, la fa recitare in un ruolo secondario, Ladies of the Chorus, ma non lo rinnova. Nel 1949 accetta di posare nuda per una foto che finisce in un calendario: con quei cinquanta dollari può continuare a pagarsi l’affitto.
Noi sappiamo che Philippe non si è sbagliato: quella ragazza ha davvero la stoffa per stare davanti a un obiettivo. E insieme faranno foto bellissime, tra le migliori della diva. Halsman dice: “Quando chiedi a una persona di saltare, la sua attenzione è per lo più diretta all’atto del saltare e la maschera cade, così che appare la persona reale”. E Marilyn regala all’amico Philippe dei salti magnifici, in cui vedi tutta la sua innocente gioia fanciullesca.
Cosa provava Dolores quando vedeva le fotografie di Marilyn sulle riviste? Forse un po’ di invidia. Non l’ha mai raccontato a sua figlia, non le ha mai mostrato quella foto, ma c’era anche lei, accanto a Marilyn. Forse per rammarico per quella parola detta o non detta. Magari anche sollievo. Per alcune di loro quella fotografia aveva segnato un destino tragico. No, meglio non dire nulla a sua figlia.