lunedì 18 febbraio 2019

Verba volant (626): autonomo...

Autonomo, agg. m.

L'Emila-Romagna non esiste. O meglio, esiste una suddivisione amministrativa della repubblica italiana che ha questo nome; si tratta peraltro di un'entità amministrativa che ha una storia molto lunga, visto che il suo territorio corrisponde più o meno alla Gallia cispadana, diventata la Regio VIII, a seguito delle riforme di Augusto. Ed esiste un ente, che ha sede a Bologna, in viale Aldo Moro, che ha alcune importanti funzioni e in cui lavorano - facendo spesso molto bene - tante colleghe e tanti colleghi. Nonostante tutto questo l'Emilia-Romagna non esiste, perché nessuno di noi che è nato e vive qui si definisce emiliano-romagnolo. Esistono invece i territori che la compongono, in ciascuno dei quali si possono riconoscere caratteri originari e unificanti, per quanto simili da Piacenza a Rimini. Esiste certamente la Romagna ed esiste l'Emilia - il territorio che conosco meglio, perché ci sono nato, ci ho sempre vissuto, ci ho fatto politica - che ha caratteristiche diverse in ciascuno dei suoi centri ordinatori, disposti - a eccezione di Ferrara, che anche per questo ha un proprio peculiare carattere - lungo la via Emilia.
Non è una questione oziosa, non è il tema per alimentare degli anacronistici campanilismi - come quello sulla primogenitura dei tortellini che da sempre divide Bologna e Modena - ma un punto importante, visto che l'Emilia-Romagna sarà una delle tre regioni - insieme alla Lombardia e al Veneto - a cui saranno devolute funzioni importanti, a seguito della cosiddetta autonomia differenziata. Si tratta di un provvedimento dalle conseguenze notevoli - e potenzialmente pericolose - su cui mi pare si discuta troppo poco. Che coinvolge più in generale il tema delle funzioni amministrative - ossia chi debba fare cosa - e della coesione di questo paese.
Come sapete, io sono sempre stato radicalmente contrario alla trasformazione delle Province in enti di secondo grado e quindi all'abolizione delle elezioni provinciali. Se proprio occorreva modificare l'assetto delle autonomie locali in questo paese - cosa di cui non sono del tutto convinto - se si voleva proprio risparmiare sul numero degli eletti - su cui non sono assolutamente d'accordo e che anzi trovo politicamente pericoloso - si sarebbe dovuto potenziare il ruolo delle Province, magari riducendole - ad esempio in Emilia-Romagna potevano dimezzarsi, passando da dieci a cinque - e contestualmente ridurre le funzioni delle Regioni, trasformando queste in enti di secondo grado, facendole diventare una sorta di "unione delle province".
Il problema è che da molti anni non esiste un'idea complessiva sul sistema delle autonomie, nonostante che il più vecchio partito italiano tra quelli rappresentati in parlamento sia una forza politica di carattere regionale, che ha ideologicamente oscillato tra la secessione e il federalismo, pur partecipando a governi tra i più centralisti della storia repubblicana. Nessuno ha avuto la voglia e ha fatto la fatica di elaborare una teoria complessiva sull'intero sistema delle autonomie, preferendo le riforme ad effetto, come è stata quella dell'abolizione delle Province. E spesso le stesse forze politiche, gli stessi leader, sono stati un giorno centralisti e quello successivo federalisti, a seconda di dove quel giorno erano al governo. Questa è gestione del potere, ma non è politica.
Per tutto questo io, da cittadino che vive in Emilia-Romagna e che ci vivrà ancora a lungo - almeno finché non potrò finalmente lasciare l'Italia - sono radicalmente contrario a questo accordo. Perché su tutela e sicurezza del lavoro, norme generali sull'istruzione, governo del territorio, protezione civile, tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali, tutela della salute, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, rapporti internazionali, organizzazione della giustizia di pace, agricoltura, protezione della fauna, esercizio dell’attività venatoria e acquacoltura, promozione e organizzazione di attività culturali, ordinamento sportivo, quello che viene deciso in Emilia-Romagna deve essere diverso da quello che viene deciso in Lombardia, in Toscana, in Calabria?
Per una volta, stiamo nel merito e proviamo a dire cosa sia giusto o sbagliato, indipendentemente da chi lo sostiene e chi lo avversa. Alcune delle funzioni elencate - istruzione, salute, cultura, ambiente, sicurezza sul lavoro, per non parlare di finanza pubblica e rapporti internazionali - sono funzioni tipicamente statali. Esattamente quando abbiamo deciso che l'Emilia-Romagna deve diventare uno stato? Non mi pare che l'attuale amministrazione regionale - peraltro votata da un'infima minoranza, visto che si è trattato di un turno elettorale tra i più ignorati del secondo dopoguerra - abbia ottenuto un tale mandato. O questo accordo è una barzelletta e le parole non contano nulla o, se contano, bisogna assumersene le conseguenze: dire che tre territori del nostro paese possono avere tali poteri, significa dire che lo stato italiano non esiste più, se non in forma residuale. Lo abbiamo deciso? Non mi pare e comunque deciderlo richiede un certo grado di condivisione e un certo tempo, visto che la nostra Costituzione dice un'altra cosa. Non possono essere due governi, uno nazionale e uno regionale, attraverso un atto - di cui non è nemmeno chiara la natura giuridica - fare una cosa del genere.
Se la Regione è un ente troppo piccolo per assumersi certe funzioni - almeno per me lo è - è troppo grande per altre che sono in questo corposo elenco. Perché il governo del territorio deve essere gestito a livello regionale? Che senso ha fare una programmazione territoriale che va da Rimini a Piacenza, i cui territori hanno caratteristiche così diverse? Occorre invece progettare su scala più piccola, ad esempio su quella provinciale, perché i fiumi sono da sempre elementi ordinatori di questo territorio. Governare Bologna significa progettare un territorio che va da Porretta a Molinella, due realtà molto differenti una dall'altra, ma entrambe attraversate dal Reno. Come e quanto si costruisce a monte, sull'appennino, incide necessariamente su quello che succede a valle, nella bassa. E' solo un esempio, ma tutto il nostro territorio è innervato dai fiumi - e dai canali che l'uomo ha via via costruito - che, nascendo in montagna, confluiscono nel Po e ciascuno di questi ha caratteristiche diverse, il cui governo deve rimanere a livello locale. Mentre noi abbiamo fatto l'opposto: abbiamo smantellato le Province e abbiamo reso debolissimi i Comuni, mai così ininfluenti sulla vita dei loro cittadini.
Mi rendo conto che per fare una cosa del genere bisognerebbe avere la testa e il cuore di conoscere un territorio, l'ambizione di governarlo. Tutte cose che oggi latitano non solo nella classe politica, ma anche nella società, che si frega bellamente di quello che succede, pur di mantenere la propria prebenda, il proprio pezzetto di potere.
Francamente, al punto in cui siamo, non essere governati da Roma o da Bologna cambia poco.

mercoledì 13 febbraio 2019

Verba volant (625): canzone...

Canzone, sost. f.

Immagino che qualcuno di voi, intuendo che parlerò di Sanremo, non continuerà a leggere questa definizione, pensando che con tutti i problemi che ci sono in Italia, non possiamo continuare a farci distrarre dal festival. Fate pure, smettete pure di leggere, ma vi assicuro che non sono solo canzonette.
Per lo più ce lo dimentichiamo, ma il nome completo di questa manifestazione, giunta alla 69° edizione, è Festival della canzone italiana e quindi il concorso dovrebbe premiare la miglior canzone. Io ho provato ad ascoltare quella che quest'anno ha vinto Sanremo. Ho fatto un po' fatica - lo ammetto - ho perfino qualche dubbio che quella cosa lì possa essere definita una canzone, ma questo dipende ovviamente dalla mia età. Non ho ascoltato le altre canzoni e quindi non entro nel dibattito - che appassiona il paese - se abbia meritato o meno il premio.
Gli etimologisti non sono d'accordo sull'origine del verbo cantare: alcuni riconoscono la radice del sanscrito kanati, che significa gridare, mentre altri la radice di can'sati, che in quella stessa lingua antica significa raccontare. Qualcuno, sentendo Mahmood e altri suoi "colleghi", potrebbe dire che la prima etimologia è quella esatta, ma Soldi, al di là delle mie o vostre preferenze, è certamente una canzone perché racconta, a suo modo, una storia. E soprattutto racconta una storia che è a un tempo privata, personale, e universale. E' una storia di ipocrisia e di falsi sentimenti, una storia molto attuale, visto che gran parte dei rapporti tra le persone sono misurati unicamente dal denaro, in cui vali solo per quanto vendi, spendi, guadagni, per il tuo conto in banca o comunque per quello che puoi vendere.
E' una denuncia sincera? Non so, non possiamo chiedere tanto a un giovane che è nato e cresciuto in questa società di merda. Ma alle canzoni non dobbiamo chiedere la sincerità, basta la verità. E quella di Soldi è certamente una storia "vera", che descrive il mondo in cui stiamo crescendo i nostri figli. Basta questo per fare una canzone, che può anche vincere il festival di Sanremo nel 2019.
Poi è verosimile che Mahmood abbia vinto più per quello che è che per la sua canzone. E' credibile che la giuria d'onore, composta come una collezione di figurine, alla Veltroni - mancava solo l'atleta parolimpica per completare la consueta compagnia di giro del progressismo à la carte e dei buoni sentimenti - e quella dei giornalisti abbiano voluto "fare resistenza", premiando il giovane italiano dalla pelle un po' più scura, per mandare un "messaggio" al governo dei muri, dei porti chiusi, del razzismo trionfante. Naturalmente il razzismo non si combatte in questo modo, ma vallo a spiegare alle "anime belle" che non frequentano le periferie di cui parla Mahmood e da cui anche lui immagino se ne andrà dopo Sanremo, se non se n'è già andato. Immagino però la loro soddisfazione - perché l'ho letta anche in tanti commenti di favorevoli a questo premio - per aver fatto il "bel gesto", certi in questo modo di essersi pulita la coscienza; e da domani potranno continuare a essere gli stronzi "progressisti" di sempre, che - come un leghista qualsiasi - accettano uno "straniero" quando è ricco, quando è un campione, quando è una bella donna, ma se ne infischiano quando è povero. Perché contano i soldi. Mahmood va bene perché ha vinto.
Anche noi, che non facciamo parte di giurie di qualità, votiamo sempre di più il cantante, la sua storia, il suo aspetto, rispetto alla canzone. Solo che, a differenza di quelli che sono riconosciuti in una giuria, possiamo permetterci di essere razzisti anche durante Sanremo, come siamo ogni altro giorno dell'anno. Sarebbe una storia da raccontare, e da farci una canzone.