domenica 9 dicembre 2018

Verba volant (600): disgrazia...

Disgrazia, sost. f.

Il tema non è chiedersi perché agli adolescenti di oggi piaccia della musica di merda - in linea di massima ogni generazione pensa che la musica di quella venuta dopo faccia schifo - o interrogarsi sulla capacità genitoriale delle madri che accompagnano i propri figli in discoteca all'età in cui le nostre ci permettevano al massimo di guardare la televisione fino alle dieci e mezza. E non mi concentrerei neppure troppo sul ragazzo che ha fatto un gesto stupido, molto stupido, probabilmente per una bravata di cui non poteva certo immaginare le conseguenze: una delle poche cose che impariamo invecchiando è che la stupidità umana è un fattore ineliminabile dalle nostre vite. Almeno quanto la sfortuna.
Dovremmo invece riflettere seriamente sul fatto che una cosa del genere potrebbe succedere anche a noi - anche se non andremo mai a uno spettacolo di questo rapper volgare e ignorante - perché a ciascuno di noi può capitare di incontrare uno particolarmente stupido che non si rende conto della propria stupidità. Mi dispiace dirlo con questa brutalità - soprattutto perché si tratta di morti giovanissimi e ovviamente innocenti, pensando ai quali siamo naturalmente addolorati - ma le persone morte a Corinaldo in quella tragica notte sono state particolarmente sfortunate e contro questa casualità noi uomini non possiamo fare nulla.
Una cosa del genere può succedere a ciascuno di noi, perché noi - tutti noi - frequentiamo locali, pubblici e privati, che non sono a norma, che non possono neppure essere messi a norma. Lo facciamo sempre e spesso anche consapevolmente. Quando abbiamo voglia di andare a vedere uno spettacolo e riusciamo a infilarci negli ultimi posti - posti che magari sono stati aggiunti all'ultimo proprio per soddisfare le richieste del pubblico pagante - siamo contenti e non scriviamo vibranti post su Facebook contro l'avidità del gestore della sala. Quando andiamo in un bar molto affollato - e anzi ci siamo andati proprio perché ci vanno tutti - non pensiamo a dove sono le uscite di sicurezza e a dove scappare se qualcuno fa lo stupido. Ci lamentiamo, spesso anche rumorosamente, quando dobbiamo aspettare perché vengono fatti dei controlli di sicurezza. E potrei raccontarvi molti altri casi, perché - come noto - noi amiamo le regole solo quando vengono fatte applicare agli altri.
Se chi gestisse locali, ristoranti, spazi dedicati al divertimento, applicasse alla lettera la miriade di regole - tra l'altro spesso contraddittorie - che ci sono in questo paese probabilmente non aprirebbe nemmeno. Vale per questo, come per quasi tutto il resto in Italia. Da una parte c'è un corpus di regole farraginose e complicate, che tendenzialmente vengono riscritte in maniera sempre più vessatoria a seguito di una disgrazia. In Italia le leggi sul pubblico spettacolo, almeno dall'incendio del cinema Statuto in poi, sono sempre state varate in occasioni del genere e immagino che, sull'onda dei commenti dei social, neppure questa volta mancherà una nuova legge perché "non vogliamo che si ripeta una nuova Corinaldo". In mezzo c'è un sparuto drappello di controllori che non ha le risorse, le competenze e che al massimo si può far rilasciare una bella dichiarazione autografa del gestore che tutto è stato fatto a norma, in modo da non dover pagare per i mancati - e spesso materialmente impossibili - controlli. E dall'altro lato c'è il mondo vero, in cui in mezzo a quelli che lavorano bene, ci sono quelli che lavorano male, che ovviamente tendono sempre a crescere. Sinceramente non so se il gestore della Lanterna azzurra sia uno dei primi o dei secondi. Certo, se avesse rispettato la norma che gli impone poco più di quattrocento persone a sera, avrebbe ricevuto un mare di critiche da quelli che non avevano avuto la "fortuna" di vedere Coso-e-basta. O forse è stato solo troppo avido e ha riempito quella sala più del limite che lui conosce e che è comunque superiore a quello che gli "impone" la legge. Qualcuno forse indagherà e qualcun altro, forse, pagherà. In genere in Italia non avviene né l'una né l'altra cosa. In attesa della prossima disgrazia. Perché contro la stupidità non si può far nulla. E perché non facciamo mai nulla affinché non si ripeta una nuova disgrazia.

venerdì 7 dicembre 2018

Verba volant (599): spada...

Spada, sost. f.

Attila è una delle opere risorgimentali di Giuseppe Verdi, una di quelle per cui il Maestro di Busseto è stato celebrato come uno dei padri dell'Italia unita. E certamente in quest'opera - che debuttò a Venezia il 17 marzo 1846, nel pieno delle temperie politica e culturale che portò al Quarantotto - Verdi vuole raccontare la nascita di una "nuova" Italia, che non è più Roma e il suo impero ormai morente, rappresentati dal generale Ezio, che di fronte al re degli unni che sta per sottomettere l'intero paese, non sa fare altro che proporgli un patto politico - prenditi tutto il resto del mondo, ma lascia a noi l'Italia - che noi definiremmo proprio da "basso impero". E mentre l'imperatore fugge in fretta e furia da Roma invece che guidare la difesa del paese - è qualcosa che succederà anche in tutt'altra epoca - rimane solo il vecchio papa a difendere l'Urbe. La cosa più significativa è che questa "nuova" Italia nasce per opposizione a un condottiero venuto dal nord dell'Europa, in ultima istanza tedesco. Chissà come dovevano vibrare gli animi dei patrioti veneziani a sentire raccontare quella storia di "resistenza" al nemico invasore, tanto più che nell'opera si fa preciso riferimento alla nascita della loro città da parte dei profughi fuggiti dalla conquistata Aquileia.
I nostri animi non possono più vibrare così, visto che l'Italia è poi stata fatta, in qualche modo. Ed è stata fatta non prima degli italiani - come lamentava D'Azeglio - ma nonostante gli italiani.
Non so cosa abbia spinto la Scala a scegliere proprio questa opera per inaugurare la nuova stagione - probabilmente ragioni di carattere musicale e artistico di cui non sono competente e quindi non posso commentare - ma mi piace pensare che sia stata scelta Attila perché la vera protagonista è una donna, anzi la protagonista - ossia Odabella, figlia del signore di Aquileia - è l'unico personaggio veramente positivo di questo dramma. Attila è il conquistatore, il "nemico" sanguinario e crudele. Ezio è il rappresentante di un mondo in declino e condannato a essere travolto. Rimane la coppia dei "nuovi" italiani, Odabella e Foresto, ma tra i due non c'è confronto. Foresto è - nelle parole dello stesso Verdi - il "perfetto cornuto", colui che, pur professando a ogni piè sospinto il proprio amore per Odabella, non sa riconoscere che lei è più forte e coraggiosa di lui. Foresto è tanti di noi, che abbiamo paura del valore delle nostre compagne, non lo sappiamo accettare, lo sentiamo come un pericolo alla nostra supposta virilità. Invece è Attila che riconosce la forza e l'energia di Odabella, e si invaghisce di lei; probabilmente Attila è un don Giovanni che non riesce ad amare, ma di fronte alla giovane italiana vacilla e rischia di essere sincero.
Giuseppe Verdi quando deve raccontare la nascita della "nuova" Italia ci dice che sta avvenendo grazie a una donna. E una donna che ama il suo nemico. Perché Attila è soprattutto una storia d'amore.
Odabella entra in scena all'inizio del dramma. Di fronte ad Attila che ha conquistato Aquileia, facendone uccidere tutti gli uomini, tra cui il padre della giovane, vengono condotte queste coraggiose guerriere, che hanno combattuto con grande valore. Il re rimane ammirato in particolare dal coraggio di Odabella, che gli chiede, con un atto temerario, le sia resa la spada per poter continuare a combattere. Attila, con un gesto che vuol esser galante, le dona la propria spada e da questo momento Odabella diventa una sorta di "prigioniera" volontaria nel campo degli unni. C'è qualcosa di strano - e di apparentemente inverosimile - in questa combattente, in questa "nemica" che, armata, gode di una notevole libertà a corte e che può seguire Attila nel corso delle sue scorrerie per l'Italia, fino alle porte di Roma. La spada è il legame tra i due amanti che non si dichiarano. Teoricamente lei continua a stare vicino ad Attila per ucciderlo, ma il momento adatto pare non arrivare mai; anzi a un certo punto, gli salva la vita, impedendogli di bere la coppa di vino che Foresto aveva avvelenato. Giustifica questo gesto con la volontà di essere lei quella che deve vendicare il padre e la sua città. C'è qualcosa che però non torna nella storia. Alla fine del dramma sarà Odabella a uccidere Attila, ma il suo è ancora un atto d'amore: il re è perduto e accerchiato, per questo vuole essere lei a toglierli la vita.
Verdi e Piave - che sistemò il libretto di Solera, che non aveva convinto il Maestro - non ci dicono cosa succede dopo la morte di Attila, ma francamente è difficile immaginare Odabella che, nella sua casa in un'isola della laguna, fa la "brava" moglie di Foresto, magari cucendo merletti. Se avessero già inventato le Americhe, forse Odabella avrebbe potuto andare a combattere in quelle terre lontane, a continuare là la sua lotta, come Garibaldi, oppure sarebbe potuta diventare un pirata e magari trasformarsi in una leggenda, come l'Olandese volante.
Chissà come sarebbe stata la "nuova" Italia se Odabella fosse diventata, anche ufficialmente, la regina degli unni, grazie a quelle nozze di cui nell'opera si celebra solo la vigilia? E se l'Italia fosse nata grazie a questo matrimonio tra nemici, tra stranieri? Dovremmo fidarci di più di quello che fanno le donne.