martedì 25 giugno 2019

Verba volant (677): vendetta...

Vendetta, sost. m.

Noi "moderni" rimaniamo sgomenti di fronte alla storia di una madre che uccide il proprio figlio: è un delitto incomprensibile, che non riusciamo proprio a spiegare. Visto che siamo figli della psicologia, per affrontare un simile delitto non possiamo far altro che ricorrere alla categoria della pazzia e questo in qualche modo ci rassicura: quella donna è folle e contro la follia non si può fare nulla. Quando assistiamo a una rappresentazione della Medea di Euripide, giustifichiamo in questo modo quel doppio infanticidio a cui il tragediografo ateniese ci costringe ad assistere. Ma Medea non è pazza, anzi è lucidissima quando progetta e perfino quando esegue questo delitto, e lo spiega agli spettatori in un lungo monologo, in cui non manca una frecciata polemica contro le teorie di Socrate, che verosimilmente la stava ascoltando seduto in platea.
Non credo che il pubblico che nel 431 a. C. ha assistito per la prima volta alla messa in scena di questa tragedia abbia avuto le nostre stesse sensazioni. Intanto perché nelle storie degli antichi Medea non è certo la prima madre a compiere questo delitto: quando Procne sa che il marito ha violentato sua sorella Filomela, uccide il loro figlio e glielo serve in pasto. Il pubblico ateniese certamente considerava terribile quel delitto, anzi il più terribile dei delitti, ma voleva anche capirne le ragioni. Ed Euripide non vuole raccontarci la storia di una pazza, ma il motivo per cui Medea ha lucidamente compiuto un simile gesto, sapendo benissimo cosa stava facendo.
Medea vuole punire nel modo più doloroso possibile il suo sposo Giasone, padre dei suoi figli, che ha deciso di ripudiarla, quando Creonte, il re di Corinto - la città in cui Giasone e Medea si sono rifugiati - gli offre in sposa la giovane figlia Glauce e, grazie a quel matrimonio, il trono della città. E vuole punire allo stesso modo anche Creonte. E così decide di uccidere i loro figli. Ben sapendo che i figli di Giasone sono anche suoi; e quindi decidendo di punire anche se stessa.
Quando Giasone compare in scena, capiamo immediatamente che razza di uomo sia. Durante il suo primo dialogo con la sposa ripudiata dimostra di non capire affatto il dolore di Medea - e questo rende ancora più forte la rabbia della donna. Giasone le dice che se non lei non avesse fatto la pazza, se non si fosse messa a proferire minacce, avrebbe potuto continuare a vivere, insieme ai suoi figli, a Corinto. Per lui sarebbe stata certamente la soluzione migliore e più comoda: avrebbe avuto a disposizione sia la giovane sposa "ufficiale", grazie alla quale sarebbe stato re, sia una moglie "non ufficiale", da cui sarebbe potuto tornare ogni tanto. E Giasone proprio non capisce perché Medea si ostini a rifiutare una simile soluzione, che le avrebbe garantito una casa e una vita agiata. Bastava che stesse zitta, che non si facesse vedere troppo in giro. Ma visto che ormai Medea ha creato scandalo e ha fatto in modo di venire messa al bando da Creonte, Giasone fa quello che gli uomini pensano di fare sempre in questi casi: mettere tutto a posto con i soldi. Quei soldi offerti a Medea per mantenere i suoi figli sono il segno che in qualche modo la donna attendeva per dare seguito alla sua vendetta, perché lei non può essere comprata e non vuole accettare questa logica per cui ogni cosa lo può essere. Giasone e Medea non sono mai stati così distanti come in questa scena. Nulla più li unisce.
Poi Giasone ricompare nel finale. Corre a casa della sposa ripudiata perché ha saputo che Glauce è morta a causa delle vesti e della corona avvelenate che le sono state date in dono da Medea e scopre che lei ha ucciso anche i loro figli. Medea sta fuggendo, su un carro alato donatale dal Sole, e Giasone dimostra ancora tutta la sua pochezza. Le rinfaccia i delitti che Medea ha commesso per lui, quello di suo fratello, grazie al quale Giasone ha ottenuto il vello d'oro e ha potuto mettersi in salvo fuggendo dalla Colchide, e quello di Pelia, che, ricevuto il vello, ha rifiutato di concedergli il trono promesso. Medea ha fatto di tutto per Giasone e ora per questo lui la accusa. E' un ingrato e un ipocrita, che ha usato Medea e le sue potenti arti magiche, e che soprattutto ha sfruttato l'amore che lei ha provato per lui: davvero non riusciamo a essere solidali con lui, neppure pensando che ha perso i suoi figli in una maniera così tragica.
E pietà non merita neppure Creonte, un altro maschio che capisce solo la logica del potere e del denaro. Euripide invece mostra pietà per la giovane Glauce. La sua morte viene raccontata a Medea da un messo e l'autore qui costruisce in pochi versi un piccolo ritratto di questa ragazza, pieno di sensibilità. Sentiamo la gioia della giovane, felice che sta per sposarsi, ignara di tutto quello che sta succedendo intorno a lei. Indossa la corona e la splendida veste che le sono appena state regalate, sorride, guardandosi allo specchio, e poi si alza e cammina: Euripide ce la descrive mentre danza nel suo vestito nuovo. E' un momento di gioia perfetta, innocente, che dura un solo momento perché poi il veleno inizia il suo terribile effetto. Ma Euripide qui, ancora una volta, dimostra di saper raccontare le donne come nessun altro.
Il culmine della tragedia è il monologo di Medea nel quinto episodio. Glauce ha già ricevuto il dono che la ucciderà e ora è il momento di compiere la vendetta finale ed estrema. Ma, quando vede i suoi figli, il suo proposito vacilla. Medea sta per cedere. Ma alla fine la necessità di punire Giasone prevale. Dopo averli salutati per l'ultima volta, si rivolge al pubblico e dice:
Conosco il misfatto che sto per compiere. Ma il furore dell'animo che spinge i mortali alle più grandi colpe è più forte di me in ogni altro volere.
"Conosci te stesso", dice Socrate, e aggiunge che quando l'uomo riesce a conoscere davvero il bene e il male, cercherà sempre il primo ed eviterà il secondo. Medea conosce se stessa, e conosce altrettanto chiaramente il bene e il male, e fa la sua scelta - quella che noi condanniamo - proprio in virtù di questa conoscenza. Le donne e gli uomini - dice Medea a Socrate - non sono solo ragione, ma anche passione e alcune volte questa è così forte, consapevolmente così forte, da vincere anche la ragione. Le donne e gli uomini sono creature più complesse di quello che credono i filosofi.
E allora il mistero di Medea non è sapere perché ha fatto quello che ha fatto: ce lo racconta lei con spietata chiarezza. Ma sapere come è arrivata a trovarsi in una tale, terribile, situazione. Come ha fatto una donna intelligente come Medea ad innamorarsi di un uomo così stupido? Una donna capace di amare in maniera così incondizionata un uomo che non capisce affatto l'amore?
Euripide ci offre qualche indizio, ma è stato, molti secoli dopo, Pier Paolo Pasolini a chiarire questo punto determinante della storia. E credo sia per questo che per noi Medea sarà sempre Maria Callas, con la sua pelle chiarissima e i suoi penetranti occhi scuri.
Giasone urla a Medea che è "barbara". E Pasolini enfatizza, anche attraverso le vesti e i monili, che Medea è una donna di un altro paese, di un altro tempo. E anche quando arriva in Grecia non vuole - e non può - rinunciare a questi costumi, che sono parte di lei. In Grecia Medea è sola, in una terra che la lascia sgomenta, in cui non riconosce nulla di quello che ha lasciato nel suo paese. Rispondendo a un'ancella che cerca di consolarla, Medea pronuncia una frase che racconta tutto il suo dramma:
sono restata quello che ero: un vaso pieno di sapere non mio.
Medea si è innamorata non di Giasone, ma del mondo in cui lui l'avrebbe condotta, il mondo della modernità. Medea vuole un mondo nuovo, ma si scopre saldamente ancorata nel vecchio.
E infatti Pasolini, in una celebre intervista, dice del suo personaggio:
Medea è il confronto dell'universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo di Giasone, mondo invece razionale e pragmatico. L'intero dramma poggia su questa contrapposizione di due “culture”, sull'irriducibilità reciproca di due civiltà.
Per questo Medea diventa un modo per capire la realtà, in ogni tempo. Perché Giasone, con tutto il suo buon senso borghese, è il potere che si manifesta in forme diverse, ma che pure è sempre uguale a se stesso, arrogante, violento, egoista. E infatti il regista ci spiega che la storia di Medea
potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano ad esempio, che vivesse la stessa catastrofe venendo a contatto con la civiltà occidentale materialistica.
Tra il 1968 e il 1969 Pasolini gira il suo film mentre si infrangono, uno dopo l'altro, i sogni di indipendenza, di libertà e di progresso, che avevano accompagnato la fine dei regimi coloniali per così dire "classici", sostituiti da un nuovo colonialismo, quello del capitale, ben più violento, ma anche più subdolamente pervasivo. E, come è più vera oggi la storia di Medea, quando il capitale non solo continua a sfruttare brutalmente quelle terre, ma anestetizza quelle donne e quegli uomini con i modelli di una cultura di massa, in cui i divi dello sport, della musica e del cinema diventano modelli globali di un mondo immaginario in cui conta solo il denaro, e il successo e la bellezza sono gli strumenti per ottenere più denaro. E può succedere che un bambino africano venga sepolto dalle acque del Mediterraneo, mentre indossa una maglietta con su scritto il nome di Ronaldo.
Medea segue ogni giorno Giasone, pensando che il mondo in cui andrà a vivere sarà migliore di quello che lascia. Ma, una volta arrivata, scopre che quella speranza è destinata a infrangersi, perché a Giasone non importa nulla di lei e dei suoi figli: Medea va bene fin quando è utile, fin quando sarà abbastanza giovane e bella da poterla prostituire, finché sarà abbastanza forte e sana per poterla sfruttare in una fabbrica o in un campo di pomodori, poi sarà gettata via, perché laggiù ce ne sono tantissime come Medea. Ma ci sarà, prima o poi, una Medea così forte, così intelligente, così spietata, da non accettare più questo stato di cose.

domenica 23 giugno 2019

Verba volant (676): rugiada...

Rugiada, sost. f.

Qual è la colpa di Salomè? Naturalmente per Marco e per Matteo, due dei quattro biografi ufficiali del figlio del falegname di Nazareth, è stata quella di aver voluto la morte di Giovanni Battista, uno che, nel fermento religioso di quegli anni, quando la vecchia religione stava morendo e ne serviva una nuova, per poco non è diventato "più famoso di Gesù". E che Giovanni sia davvero il "numero due" è testimoniato dal fatto che la chiesa delle origini, quando la battaglia con le altre religioni era un vero corpo a corpo - e c'è stato un tempo in cui Mitra era in netto vantaggio - ha assegnato proprio a questo profeta pastore il compito di "presidiare" il solstizio d'estate, mentre Gesù doveva fare lo stesso con quello d'inverno. I solstizi sono come le stazioni a Monopoli, bisogna occuparli tutti per vincere la partita. A dire il vero Marco e Matteo non la chiamano mai per nome, ma la indicano semplicemente come la figlia di Erodiade. Sappiamo che si chiamava Salomè grazie a Giuseppe Flavio, e francamente questo ebreo che voleva diventare romano non avrebbe perso un'occasione così ghiotta per parlare male di una famiglia ebraica in vista e poco rispettabile, come quella di Erode, per di più con una storiaccia del genere: anche gli storici sanno che il sesso fa vendere.
Comunque Giovanni, per diventare davvero il "numero due", aveva bisogno di un "cattivo". E francamente Erode Antipa non aveva il fisico del villain. Ve lo ricordate in Jesus Christ Superstar? Grassottello, con i ricci, che canta una canzonetta dal ritmo ragtime? No, Giovanni aveva bisogno di un "vero" cattivo. Ci voleva una donna. Meglio giovane, meglio bella, meglio puttana. Il sesso aiuta a vendere anche le religioni, pensate alle conturbanti nudità delle Maddalene. Salomè era perfetta. Era giovane, era molto bella, quindi era una puttana. Una che balla mezza nuda, coperta solo con dei veli, è certamente una poco di buono. E visto che i solstizi sono sempre notti particolari, in cui le streghe fanno volentieri una capatina qui nel mondo dei vivi, Salomè poteva diventare benissimo una strega, la cattiva per antonomasia.
E così è nato lo scontro tra il profeta pastore e la strega puttana e ovviamente immaginate chi poteva vincere, visto che questa storia ce l'hanno raccontata sempre e solo dei maschi. E' Salomè che ha sedotto il povero Erode Antipa, che l'ha provocato con le sue danze lascive - d'altra parte, siamo onesti, chi avrebbe potuto resistere a Rita Hayworth - è Salomè che ha preso in mano la testa mozzata e sanguinante di Giovanni e l'ha baciata, in un una scena decisamente porn-splatter. Ma dalla bocca di Giovanni è uscito un vento impetuoso che ha scagliato via la strega, facendola volare in aria.
Secondo un'altra versione - neppure questa particolarmente favorevole alla povera Salomè - la giovane lasciva si sarebbe messa a piangere di fronte alla testa di Giovanni e quelle lacrime sarebbero la rugiada, che in queste notti d'estate rinfrescano la campagna.
Ma siccome le streghe sono dure a morire la rugiada della notte di san Giovanni è una rugiada magica, che rende potenti alcune erbe, come l'iperico e l'artemisia, erbe delle streghe naturalmente. E anche la felce, il cui fiore secondo la leggenda si schiude solo la notte di san Giovanni. E le noci ancora verdi bagnate dalla rugiada della notte di san Giovanni devono essere raccolte, solo da donne con i piedi nudi, per fare, la notte di san Lorenzo, il nocino, liquore amato dalle streghe.
Certo Giovanni ha vinto, c'è il suo nome sul calendario - e naturalmente questo calendario è solare, il calendario dei maschi - ma Salomè, la strega della notte del solstizio, resiste e noi maschi dobbiamo stare attenti: abbiamo certamente vinto molte battaglie, ma la guerra non è ancora finita. Un giorno, o meglio una notte di luna, Salomè e tutte le streghe potrebbero tornare nel posto da cui i maschi le hanno cacciate.

C'è una curiosa tradizione parmigiana - che non conosco in altre zone d'Italia - che racconta bene questa nostra terra emiliana: la sera di san Giovanni noi la festeggiamo mangiando i tortelli d'erbetta, annegati nel burro e asciugati nel parmigiano. E li mangiamo all'aperto, senza aspettare la rugiada, e li mangiamo insieme, in un rito collettivo. E ricordiamo in questo modo di essere stati contadini e celebriamo i prodotti della nostra terra e il lavoro che occorre per realizzarli. E mangiando i tortelli soprattutto celebriamo le azdore che li fanno, ossia le donne che "reggono" la casa, figlie di Salomè e delle streghe.