venerdì 23 settembre 2022

Verba volant (817): naso...

Naso
, sost. m.

Come era davvero Cleopatra? Secondo Cassio Dione di una bellezza senza pari, mentre Plutarco dice che non era più bella di altre donne, ma che aveva un incredibile fascino. Nessuno di loro l'ha conosciuta. E poi sono storici. Non c'è da fidarsi: mentono per professione. Dai pochissimi ritratti a lei attribuiti non sembra proprio bellissima (almeno secondo i nostri canoni): il naso è leggermente aquilino e il mento sporgente. Forse per questo Pascal dice che "se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata". Ci torneremo su questo naso, ma anche del lavoro degli scultori non possiamo proprio essere sicuri. E poi pare fosse piccolina. Certo l'altezza media a quel tempo era molto diversa da quella di oggi. 
Insomma non sappiamo com'era l'ultima delle regine d'Egitto. Per fortuna c'è il cinematografo. E così siamo sicuri che Cleopatra è bellissima. Come nessun'altra.

Purtroppo non ci è rimasta alcuna immagine della prima Cleopatra della storia del cinema, perché Cléopâtre, il cortometraggio che Geoges Méliès nel 1899 ha dedicato alla regina d'Egitto è andato perduto. Nel 2005 si è gridato al miracolo: in una vecchia cassa sembrava ce ne fosse una copia, ma si trattava di un altro cortometraggio dell'artista francese, L'Oracle de Delphes, di qualche anno successivo. Da quello che sappiamo, nei due minuti del film si raccontava la storia di due esploratori - uno interpretato dallo stesso Méliès - che profanano la tomba dell'antica sovrana, la cui mummia, furente, si risveglia dalla morte, terrorizzando gli incauti e sacrileghi archeologi. 
Cléopâtre, oltre a essere il primo film con protagonista l'ultima discendente della dinastia tolemaica, è anche il primo film su una mummia, un genere che godrà di una particolare fortuna. E anche il film di Méliès appassiona il pubblico, anzi è uno di quelli che crea la sua fama, perché il produttore Charles Urban porta il film in America, proiettandolo con il titolo Robbing Cleopatra's Tomb: è l'inizio del successo di Méliès nel paese che farà diventare il cinema l'arte del XX secolo. 
Méliès è un artista geniale, ma un pessimo uomo d'affari: vende le copie dei suoi film una ad una, senza ottenere alcun diritto per le successive riproduzioni e così la sua casa di produzione nel 1913 è costretta a chiudere. Poi ormai i gusti stanno cambiando e i piccoli film di Méliès, con i suoi ingenui trucchi, sono venuti a noia. Ridotto in miseria, Georges ritrova a Parigi una delle sue primi attrici, Jeanne d'Alcy, che gestisce un chiosco dove vende dolci e giocattoli alla stazione di Montparnasse. I due si sposano e così Georges può continuare a fare piccoli trucchi di magia e inventare storie fantastiche per i bambini del quartiere.
Ed è proprio Jean d'Alcy, con i suoi grandi occhi scuri, a interpretare Cleopatra in quel perduto cortometraggio. Questa bella ragazza francese - nata nel 1865 a Vaujours, poco lontano da Saint-Denis - è una presenza costante in tutti i primi film di Méliés, tanto da essere considerata la prima attrice della storia del cinema. Nel celeberrimo Le Voyage dans la lune del 1902 è lei a "interpretare" la cometa: la più splendente delle stelle del cielo non può che avere i lineamenti di Cleopatra.

Il 3 novembre 1908 esce nei cinema americani Antony and Cleopatra, il primo film in cui si racconta, seppure in una versione molto ridotta - visto che dura solo una decina di minuti - la tragica storia narrata da Shakespeare nell'omonimo dramma. E Cleopatra è la splendida Florence Lawrence.
Il nome di questa attrice - nata nel 1890 a Hamilton, in Canada, nella regione dei Grandi Laghi - è ormai dimenticato, ma all'inizio del Novecento, quando nasce il cinema, lei è la prima vera star. In pochi anni gira quasi trecento cortometraggi. In quei primi anni il suo nome è poco conosciuto, perché all'inizio della carriera viene chiamata semplicemente "The Biograph Girl", ossia la ragazza della Biograph, la casa di produzione per cui lavora, diretta per lo più dal grande David Wark Griffith. I produttori in quegli anni preferiscono non citare nei titoli di testa i nomi degli attori e delle attrici: temono che diventino troppo famosi e che quindi chiedano paghe più alte, ma la fama di Florence, "The Girl of a Thousand Faces" come viene anche chiamata, continua a crescere. E i produttori capiscono che lo star system, anche se è costoso, rende al botteghino. 
Florence è non solo la prima star, è anche la prima a subirne le conseguenze: la sua fama è tanto folgorante, quanto effimera. A causa di un incidente non può lavorare per diversi mesi e ben presto il pubblico si dimentica di lei, e i produttori smettono di farla lavorare. Il crollo di Wall Street cancella i suoi cospicui risparmi e Florence, ormai stanca di fare provini per minuscole parti in una Hollywood in cui nessuno la riconosce più, si suicida. Come Cleopatra, ma, a differenza di lei, bevendo dell'insetticida economico.

L'interesse per la regina d'Egitto continua. Visto il successo del cortometraggio del 1910 interpretato dalla grande attrice francese Madeleine Roch, membro della Comédie-Française, una delle migliori interpreti dei drammi di Victor Hugo, un produttore americano decide che è il momento di girare su Cleopatra un lungometraggio. Anzi si tratta di una produttrice. 
Helen Gardner - nata nel 1884 nella Stato di New York - è una figura singolare del cinema americano dell'età del muto, perché è il primo interprete che, grazie al suo successo, riesce a fondare una propria casa di produzione, The Helen Gardner Picture Players. E Cleopatra, Queen of Egypt, tratto questa volta non da Shakespeare, ma dall'omonimo dramma di Victorien Sardou, è il primo film che Helen produce da sola. E ovviamente ne interpreta il ruolo principale. Oltre a partecipare alla stesura della sceneggiatura, a disegnare i costumi e a collaborare con il montaggio. Helen Gardner vuole che Cleopatra, Queen of Egypt sia il suo film, vuole essere la regina del cinema. Helen è una donna davvero affascinante, che nella sua carriera interpreta anche una versione femminile del classico tratto dal romanzo di Stevenson, banco di prova per tanti suoi famosi colleghi di sesso maschile: nel 1915 è la protagonista, in entrambi i ruoli, di Miss Jekyll and Madame Hyde. 
Helen Gardner è una splendida Cleopatra e il film è un successo. Nonostante gli attacchi della censura che lo colpisce in molte città. Pochi spettatori in America possono leggere questa "scandalosa" didascalia: "Se ti lascio vivere e mi amerai dieci giorni, ti distruggerai?".

Nel 1917 Cleopatra ha gli occhi spiritati e cerchiati di nero della sensuale Theda Bara, la prima vamp del cinema americano. Il termine viene coniato proprio per lei - nata nel 1885 a Cincinnati - dopo che il produttore William Fox la vuole come protagonista del film The Vampire. E le trova questo nome d'arte che è l'anagramma di Arab Death. Theda Bara è la prima femme fatale del cinema, la tentatrice, la donna che porta gli uomini alla perdizione, è Salomè, Carmen, Esmeralda, la vampira che uccide le sue prede. E non può che interpretare anche Cleopatra. 
Il successo di Theda dura pochi anni, negli anni Venti, nell'età del jazz, si impone un altro modello femminile, la flapper, la donna emancipata, che frequenta gli speakeasies e indossa pantaloni e giacche da uomo, e lei si ritira, prigioniera del personaggio che le hanno cucito addosso. Chi è il vero vampiro di questa storia?
Cleopatra costa oltre mezzo milione di dollari, le scene e i costumi sono sfarzosi, vengono impiegate fino a duemila comparse, nella scena del banchetto ci sono leoni e tigri. Il film ottiene un incredibile successo e Theda Bara diventa la Cleopatra più famosa del cinema muto. Nonostante questo grande successo, Cleopatra è uno dei tanti film perduti di quell'età pioneristica. Con l'avvento del sonoro, i film muti non hanno più mercato e il Codice Hays, con i suoi rigidi vincoli moralistici, non favorisce la conservazione di quelle scene "peccaminose", in cui si vedono addirittura le spalle e le cosce nude della regina d'Egitto. Ci rimangono solo pochi fotogrammi con Theda Bara che ci osserva, forse più disperata che sensuale.    

Ethel Teare è l'ultima Cleopatra del cinema muto, nel cortometraggio Antony and Cleopatra del 1924. Ethel è meno sensuale di Theda Bara e il soggetto più aderente al dramma del Bardo di Stratford. 
Dieci anni dopo finalmente "Cleopatra talks". La Paramount vuole fare un colossal di questo nuovo Cleopatra. E ingaggia uno specialista come Cecil B. DeMille, il più grande regista di film storici. E il vecchio Cecil ci mette tutto il suo mestiere. La trama è un adattamento pastiche e melodrammatico delle vicende di Cleopatra e dei suoi rapporti con Cesare e Antonio, un polpettone storico in cui DeMille usa le sue capacità per offrire al pubblico un'intrigante - e un po' torbida - storia d'amore, senza violare, almeno formalmente, le rigide norme del Codice Hays: la schiava egizia che, all'inizio del film, appare durante i titoli di testa, reggendo in mano due recipienti in cui brucia l'incenso, sembra nuda, ma in realtà è la capacità del regista di usare la luce a farla sembrare così. Le scene e i costumi, realizzati rispettivamente da Hans Dreier e Travis Banton, senza risparmiare sui costi di produzione, sono un misto tra il gusto egizio e l'art déco. 
E poi c'è Claudette Colbert - nata nella regione della Marna nel 1903, ma ormai naturalizzata statunitense - bellissima, una delle dive indiscusse degli anni Trenta. È seducente quando appare dopo che il tappeto viene srotolato alla presenza di Cesare, appassionata nella sua storia d'amore con Antonio, tenace quanto si confronta con Ottaviano, ma Claudette non ha il viso e la regalità di Cleopatra. In quell'anno escono ben quattro film di cui l'attrice è protagonista, tra cui It Happened One Night - Accadde una notte in Italia - in cui interpreta la viziata ereditiera Ellie Andrews. È un film che le viene imposto dagli studios, che non vorrebbe fare, anche perché lei e Clark Gable si stanno reciprocamente antipatici. Eppure in questa commedia sofisticata Claudette dà il meglio di sé, è irresistibile nella celebre scena dell'autostop, quando mostra civettuola la gamba, o quando alza le "mura di Gerico", ossia le coperte che la devono "separare" da Gable quando sono costretti a condividere un letto matrimoniale in un piccolo motel di provincia. E grazie a questa commedia ottiene un meritato Oscar ed entra nell'immaginario del pubblico. Con buona pace della sua regina d'Egitto.

A questo punto il nostro viaggio tra gli occhi di Cleopatra ci riporta nel paese delle piramidi, perché nel 1943 c'è la prima Cleopatra egiziana. Grazie agli intensi rapporti politici e commerciali con la Francia, il cinema è arrivato in Egitto già dal tempo dei Lumière. Negli anni Venti nasce l'industria cinematografica del paese e nel 1927 esce il primo film prodotto, diretto e interpretato da artisti egiziani. A Giza vengono costruiti gli studi della Misr, che non sfigurano con quelli della nascente Hollywood. I film egiziani si diffondono in tutto il mondo arabo e l'industria del cinema diventa la seconda del paese, dopo quella tessile. 
E naturalmente non può mancare un film dedicato a Cleopatra e Amina Rizk - nata a Tanta nel 1910 - ottiene la parte. Questo nome può non dirvi nulla, ma Amina è davvero una star. In una lunga carriera durata settant'anni, ha interpretato duecento spettacoli teatrali e quasi ottanta film per il cinema e la televisione. Amina è l'indiscussa regina del cinema egiziano.        

So che ormai tutti, quando viene nominata Cleopatra, pensiamo agli occhi viola di Elizabeth Taylor, ma per me nessuna come Vivien Leigh è riuscita a incarnare la regalità dell'ultima discendente di Tolomeo. Con il suo sguardo magnetico Liz ti seduce, ma se Vivien ti guarda, le devi obbedire. Come dice Plutarco "all’attrattiva della persona e della parola si aggiungeva una forza di carattere che ne pervadeva il discorso e il gesto": credo che solo Vivien Leigh sia riuscita a interpretare in questo modo quel complesso personaggio.
Al di là di questa mia personale predilezione, Caesar and Cleopatra non è il clamoroso successo atteso dai suoi produttori. Gli incassi sono ottimi, anche perché il pubblico, finita la guerra - il film esce nel Regno Unito l'11 dicembre 1945 - ha voglia di tornare al cinema e per di più a vedere una star come Vivien Leigh - nata nel 1913 a Darjeeling, nel Bengala - la memorabile Miss Rossella di Gone with the Wind. Ottimi, ma non sufficienti a coprire le spese, che sono state troppo alte, per colpa della guerra, che ha rallentato di mesi il lavoro, e soprattutto del desiderio del regista Gabriel Pascal di realizzare il proprio capolavoro: ha fatto arrivare negli studi di Denham nel Buckinghamshire della vera sabbia egiziana, in modo di assicurare un "colore" reale alla storia. Anche perché Vivien Leigh è la prima Cleopatra in Technicolor. 
La sceneggiatura è basata sull'opera teatrale di George Bernard Shaw che, nonostante le riserve per come le sue opere vengono adattate per il cinema - è ancora arrabbiato perché Pascal ha cambiato il finale di Pygmalion - ottiene il permesso di leggere la stesura: sarà l'ultima volta, visto che morirà cinque anni dopo. Claude Rains, il capitano Renault di Casablanca e uno dei migliori attori inglesi della sua generazione, è un ottimo Giulio Cesare. Nonostante tutto questo, il film non funziona, anche perché è complicato tradurre per il grande schermo un'opera teatrale complessa come quella di Shaw, in cui c'è poca azione, ma, attraverso lunghi dialoghi, viene esplorato il complicato rapporto tra il vecchio condottiero vincitore e la giovane regina sconfitta.
Il personaggio di Cleopatra segna negativamente la vita di Vivien Leigh. Durante le riprese del film, rese difficili dai bombardamenti dell'aviazione tedesca, l'attrice cade e perde il bambino che sta aspettando. Le riprese vengono sospese per oltre un mese, Vivien soffre di una forte depressione, che scatena il suo disturbo bipolare. Il fatto che il film non ottenga buone critiche e il successo sperato, peggiora le sue condizioni di salute già labili. Ma Vivien è un'attrice sensibile e intelligente e ottiene ancora un grande successo, sia a teatro che al cinema, interpretando il personaggio di Blanche in A Streetcar Named Desire - ruolo per cui ottiene il suo secondo Oscar nel 1951. In quello stesso anno torna a teatro con suo marito Lawrence Olivier e la loro compagnia mette in scena nella stessa stagione, prima al West End e l'anno successivo a Broadway, Antony and Cleopatra di Shakespeare e Caesar and Cleopatra di Shaw, alternando i due titoli una sera dopo l'altra. Le critiche sono in genere positive, tranne quella del giovane "arrabbiato" Kenneth Tynan, che scrive che Vivien è mediocre e costringe Olivier a peggiorare la sua interpretazione per non farla sfigurare. Si tratta di un giudizio ingeneroso, ma a cui Vivien, provata dalla malattia, dà troppo peso, acuendo la sua depressione, una malattia che l'accompagnerà fino alla morte nel 1967, a soli cinquantatré anni. Il cinema e il teatro perdono una splendida regina.

Non sono sempre memorabili i film degli anni successivi in cui compare l'affascinante regina dell'Egitto. Nel 1953 esce Serpent of the Nile con Rhonda Fleming nel ruolo della protagonista, anche se i cinefili ricordano il film soprattutto per il balletto di una giovane Julie Newmar, "vestita" soltanto di una vernice dorata che le copre tutto il corpo. La pin up dai capelli rossi è certo una bellezza esuberante, ma non può competere con quella di Sofia Scicolone - nata a Roma nel 1934 - che nel 1954 è la protagonista di Due notti con Cleopatra, in cui interpreta, usando il suo nuovo nome d'arte Sophia Loren, sia la regina che la sua sosia, la schiava Nisca. 
Si tratta ovviamente di un film commerciale, costruito intorno alla generosa bellezza di Sophia e alla verve comica di Alberto Sordi, ma è realizzato da validi professionisti, che hanno fatto grande il cinema italiano. Il regista è Mario Mattoli, la sceneggiatura è firmata da Ruggero Maccari ed Ettore Scola, mentre le musiche sono di Armando Trovajoli. E accanto ai due protagonisti ci sono alcuni ottimi caratteristi: Ugo D'Alessio, Enzo Garinei, Giacomo Furia, Riccardo Garrone, solo per citarne alcuni.
Qualche anno dopo arriveranno per Sophia Loren i film che la faranno diventare una star internazionale e l'indiscussa regina del cinema italiano. Non può che essere lei la "nostra" Cleopatra.   

Nel 1957 Virginia Mayo, un'attrice impegnata per lo più nel genere western, è Cleopatra in The Story of Mankind - in Italia L'inferno ci accusa - un film che, nonostante il cast di vecchie glorie di Hollywood, si è ritagliato un posto tra i peggiori della storia del cinema. 
Cinque anni dopo è Pascale Petit a interpretare Cleopatra in Una regina per Cesare, una coproduzione italo-francese in cui viene raccontata, a differenza di quello che avviene negli altri film, soltanto la lotta dinastica in Egitto precedente all'arrivo dei Romani: Pascale è una Cleopatra senza Antonio. L'attrice francese è una sensuale regina d'Egitto, ma il film è mediocre, e purtroppo la carriera di Pascale non riuscirà a decollare, rimanendo schiacciata in pellicole come I dolci vizi... della casta Susanna. Nonostante tutto, per i produttori si tratta di un insperato successo economico: infatti la 20th Century Fox acquista i diritti del film. Solo per toglierlo dalla sale. Sta per uscire Cleopatra diretto da Mankiewicz e la Fox vuole che il pubblico non abbia un'altra Cleopatra oltre Liz.  

Eppure quella Cleopatra poteva essere Joan Collins - che ha fatto un lungo provino per la parte e nel 1955, diretta da Howard Hawks, è stata la principessa Nellifer in Land of the Pharaohs - o Joanne Woodward - un Oscar nel 1958 per The Three Faces of Eve - o la bellissima modella, quasi esordiente al cinema, Suzy Parker. E poi c'erano Audrey Hepburn e Sophia Loren, al tempo sotto contratto con la Fox. Rouben Mamoulian, che in un primo momento deve essere il regista del film, vorrebbe Dorothy Dandridge, la protagonista di Carmen Jones, ma Hollywood non è ancora pronta per una Cleopatra nera. 
Chissà che film sarebbe stato senza Liz? Comunque il produttore Walter Wanger sogna di realizzare quel film da più di dieci anni e dopo averla vista nel classico noir A Place in the Sun - Un posto al sole nelle sale italiane - ha deciso che solo Elizabeth Taylor - nata nel 1932 a Londra, ma ormai americana - potrà essere "la quintessenza della femminilità e della forza".
Immagino che prima o poi qualcuno farà una serie televisiva sulla realizzazione di questo lunghissimo film - dura più di quattro ore - costato più di trenta milioni di dollari, che rischiava di far fallire quella storica casa di produzione: un enorme set costruito ai Pinewood Studios di Londra e poi ricostruito, ancora più in grande, a Cinecittà, la battaglia di Azio girata nelle acque davanti a Ischia e quella di Farsalo ad Almeria in Spagna, con il film già in fase di montaggio. E un'incredibile serie di problemi, dallo sciopero dei parrucchieri alla malattia della protagonista. 
Un film iniziato da un regista e finito da un altro e con molti sceneggiatori. Nonostante questa squadra di autori, il 22 gennaio 1962, quando viene girata la prima scena in cui sono insieme Elizabeth Taylor e Richard Burton, sono scritte solo centotrentadue pagine di sceneggiatura e ne mancano quasi duecento. Di giorno si gira e di notte si scrive. Ma quel lunedì segna anche la fortuna del film. A proposito di quella scena Wanger scriverà: "potevi quasi sentire l'elettricità tra Liz e Burton". Forse i ricordi di Walter sono influenzati da quello che è successo dopo: l'ardente e tormentata storia d'amore tra Cleopatra e Antonio è diventata la storia, altrettanto ardente e tormentata, di Elizabeth e Richard. E anche grazie a questa travolgente, e scandalosa, love story, che in breve domina i giornali e i rotocalchi di tutto il mondo, quel film incassa quasi sessanta milioni di dollari, salvando la Fox. E soprattutto creando il mito di Liz. 
I critici non sono benevoli con l'attrice, qualcuno la giudica troppo in carne, altri dicono che la sua voce è troppo sottile, e che il confronto con i suoi coprotagonisti, Burton e Rex Harrison come Cesare, attori teatrali di grande talento, la danneggia. Ma tutto questo non conta: per tutti noi Cleopatra avrà sempre i penetranti occhi viola di Liz.

La premiere del colossal si tiene a New York il 12 giugno 1963. Il pubblico italiano dovrà aspettare il 30 gennaio dell'anno successivo, ma intanto si è divertito con Totò e Cleopatra. Il grande attore napoletano interpreta Marco Antonio e un suo fratello, praticamente gemello, il commerciante di schiavi Totonno. I continui scambi tra questi due personaggi e la bravura di Totò - affiancato da capacissimi caratteristi, da Gianni Agus a Toni Ucci, da Lia Zoppelli a Carlo Delle Piane - fanno di questo film, evidentemente girato per sfruttare l'effetto del film americano, un gioiello del cinema comico italiano di quegli anni. La brava attrice francese Magali Noël è una splendida e prosperosa Cleopatra. Una bella carriera di attrice e cantante quella di Magali, tra la Francia e l'Italia, tra il cinema e il cabaret: ma per noi sarà sempre Gradisca.  
Non è un film su Cleopatra, ma alla fine del 1963 esce la commedia Take Her, She's Mine - che in Italia sarà Prendila, è mia. James Stewart è un padre che prima permette alla figlia Mollie, intrepretata dalla giovanissima Sandra Dee, di andare a studiare a Parigi e poi, pentito, decide di seguirla per controllarla. In una festa su una chiatta lungo la Senna tutte le ragazze sono vestite da Cleopatra e la biondissima Sandra sfoggia una parrucca uguale a quella di Liz.
È ormai una Cleopatra-mania. Nel 1964 esce la commedia inglese Carry on Cleo. Il film non sfrutta solo la popolarità del film della Fox, ma anche le scene e i costumi che sono rimasti a Londra, dopo che il set è stato spostato a Cinecittà. È una sorta di parodia, in cui alla fine Cleo e Tony rimangono in Egitto per passare insieme "un lungo sabato sera". Amanda Barrie con i suoi occhi sgranati, il caschetto nero e quei completini succinti è la perfetta Cleopatra della Swinging London.

È complicato essere Cleopatra dopo Liz Taylor, ma anche gli anni Settanta sentono il fascino di questo personaggio. Proprio nel 1970 esce Cleopatra, un film indipendente girato dal fotografo Michael Auder, fortemente influenzato dalle opere di Andy Warhol. Non c'è una sceneggiatura, si improvvisa davanti alla macchina da presa. Gli interpreti arrivano praticamente tutti dalla Factory. Ci sono Gerard Malanga, Nico, Taylor Mead, Ultra Violet. E Viva - come ha ribattezzato lo stesso Warhol questa ragazza nata a Syracuse nel 1938 - che ha girato lo scandaloso Blue Movie con la regia del creatore della pop art e Lions Love di Agnès Varda, è la perfetta Cleopatra di questo decennio.
Nel 1972 Charlton Heston vuole dirigere e interpretare una nuova versione cinematografica di Antony and Cleopatra - in Italia sarà distribuito con il titolo All'ombra delle piramidi. Il film non è un successo, ma l'attrice inglese Hildegard Neil, attiva per lo più nel West End e con la Royal Shakespeare Company, è una splendida Cleopatra, forse più guerriera che sensuale: quando indossa l'elmo è ancora più bella.

Per finire questa mia "description de l'Égypte" e raccontarvi di un'altra Cleopatra, devo fare un passo indietro. Nel 1965 viene pubblicato Astérix et Cléopâtre, il sesto albo della serie dedicata al villaggio di Galli che resiste alla conquista delle truppe di Cesare. Albert Uderzo disegna una vezzosa Cleopatra - con il naso all'insù - avendo ben in mente il film di Mankiewicz, spesso citato nelle vignette, e René Goscinny scrive una delle sue storie più divertenti: gli scontri "coniugali" tra Cleopatra e Cesare sono deliziosi. Dopo tre anni viene realizzato un film a cartoni animati e per dare la voce alla protagonista viene chiamata la bravissima Micheline Dax, una veterana del cabaret e del teatro, diventata una regina del doppiaggio di animazione (è sua anche la voce francese di Miss Piggy). 
Nel 2002 viene presentato al pubblico il secondo live action dedicato agli eroi di Goscinny e Uderzo, basato sulla storia raccontata nell'albo del 1965, Astérix & Obélix: Mission Cléopâtre. I produttori del film con Christian Clavier e Gérard Depardieu nei panni di Asterix e Obelix vogliono che Cleopatra sia un'attrice altrettanto famosa, anzi vogliono che siano una regina. E la regina più bella del cinema francese è Monica Bellucci - nata in Umbria nel 1964, ma ormai diventata loro apanage: non ce la restituiranno, come hanno fatto con la Monna Lisa. E Monica è davvero splendente. Puoi anche essere Cesare: è impossibile resisterle.   

Vivien e Monica, Liz e Sophia, e tutte le altre: la storia di Cleopatra non finirà con loro. Sappiamo che Laeta Kalogridis e Patty Jenkins - due donne finalmente, perché abbiamo bisogno che il mondo lo raccontino le donne - stanno scrivendo la sceneggiatura di un nuovo film dedicato alla regina d'Egitto. Pare ci sia qualche difficoltà a trovare chi deve metterci i soldi: un problema del cinema fin dai tempi di Méliès. Ma sono certo che prima o poi ci riusciranno, perché ci sarà sempre un nuovo film su questo personaggio. E chi poteva essere la prossima Cleopatra se non Wonder Woman? Gal Gadot - nata nel 1985 a pochi chilometri da Tel Aviv - mi sembra decisamente perfetta. I tempi cambiano e cambia anche l'idea che abbiamo di Cleopatra. 
Di che colore era la pelle di Cleopatra? Il tema, ai tempi del politically correct, è diventato rilevante, visto che alcuni sostengono che Gal non sarebbe adatta a interpretare questo ruolo proprio perché, essendo di una famiglia di origini aschenazite, è decisamente bianca. A quello che sappiamo Cleopatra era di origine greco-macedone da parte di padre ed egiziana da parte di madre, in un tempo in cui non c'era la nostra morbosa - e inconfessabilmente razzista - attenzione per il colore della pelle. Uno degli aspetti del fascino di Cleopatra era il fatto di essere poliglotta, a suo modo cittadina del mondo, una donna che sapeva unire oriente e occidente. Mi auguro che il nuovo film racconti finalmente anche questo. 
E il naso? Cosa c'entra il naso di Cleopatra? La vera domanda che il filosofo francese credo voglia porci è piuttosto un'altra. Cosa sarebbe successo se ad Azio avesse vinto Cleopatra? Se la capitale del mondo fosse diventata la cosmopolita Alessandria, la città della Biblioteca, a metà tra oriente e occidente? Ma Cleopatra ha perso e la storia l'ha fatta Ottaviano. Purtroppo.
A noi rimangono solo gli occhi di Cleopatra. Da Jean a Gal.

sabato 27 agosto 2022

Verba volant (816): balneare...

Balneare
, agg. m. e f.

Dobbiamo riconoscerlo: a noi orfani della prima Repubblica questa crisi non è proprio piaciuta. È stata troppo veloce. A quelli come noi è mancato soprattutto il giro delle consultazioni: senza quelle come facciamo a conoscere le posizioni dell’Union Valdotaine e della Südtiroler Volkspartei? I più viziosi avrebbero voluto un “mandato esplorativo”, ovviamente anche quello con le sue consultazioni. E poi l’incarico pieno: per questo ce ne sarebbero voluti almeno due di giri, se non tre. A occhio e croce, per noi una bella crisi di governo dovrebbe durare almeno un mesetto, non questa roba qui, fatta di furia.
E poi non ci è proprio andata giù questa cosa di votare a fine settembre, con la campagna elettorale in agosto. Noi nella prima Repubblica non l’avremmo mai fatto. Intanto, nonostante quello che vi raccontano, noi non abbiamo mai avuto questa smania di andare a votare. Lo so, spesso non riuscivamo a finire una legislatura, andavamo a elezioni anticipate, ma a malincuore, come extrema ratio, e, quando ci andavamo volevamo proprio essere sicuri che non ci fosse un’altra possibilità. E poi ci siamo inventati il “governo balneare”. Anche perché ai nostri tempi, in agosto l’Italia si fermava. All’inizio del mese il telegiornale faceva vedere le macchine in fila che entravano in A1 al casello di Melegnano, per poi far vedere le stesse macchine, allo stesso casello, ma in fila in uscita, dopo due settimane. Le città si riempivano di cartelli “chiuso per ferie” e a chi sarebbe venuto in mente di fare una campagna elettorale in uno stabilimento balneare, quelli erano zona franca, come la Svizzera.

Adesso vi racconto una storia. È la primavera del 1963: si vota per eleggere il parlamento della IV legislatura. Quella precedente si è chiusa con il quarto governo Fanfani, in cui, accanto alla Dc, ci sono il Psdi e il Pri, con l’appoggio esterno del Psi. Si tratta, nonostante tutto, di un esecutivo che attua alcune importanti riforme: viene istituita la scuola media unica, vengono nazionalizzate le industrie elettriche e creata l’Enel e viene introdotta una cedolare sugli utili delle attività finanziarie. Per una parte dei democristiani e per il Pli questi provvedimenti sembrano cose da bolscevischi, mentre per una parte dei socialisti è troppo poco in cambio del sostegno al governo. Di fatto le elezioni del ’63 sono una specie di referendum sul centrosinistra. La Dc, pur prima con il 38,8%, perde quattro punti percentuali, guadagnati dai liberali, mentre il Psi tiene e il Pci avanza del 2,5%, arrivando al 25,2%. Per allora si tratta di scostamenti significativi.
È Aldo Moro l’uomo forte della Dc, è lui che vuole andare avanti, in maniera organica, nell’alleanza con i socialisti e quindi è a lui che il Presidente della Repubblica, il conservatore Antonio Segni, affida l’incarico di formare il governo, sperando probabilmente che fallisca. Si è votato il 28 e 29 aprile e Moro riceve l’incarico il 25 maggio. Intanto ci sono stati un paio di consigli nazionali della Dc e i comitati centrali del Pci e del Psi. Il segretario socialista, Pietro Nenni, che vuole andare avanti, ponendo come condizioni l’attuazione delle Regioni e la riforma urbanistica, deve fronteggiare una forte opposizione interna da parte dei suoi compagni di partito che dicono che il rapporto con la Dc non deve isolare il Pci. E Palmiro Togliatti dal canto suo dice che il Pci è pronto per tornare al governo, accusando il centrosinistra come una manovra per impedirlo.
Le consultazioni di Moro procedono lentamente. Anche perché le condizioni di salute di papa Giovanni si aggravano e il 3 giugno quel pontefice così amato muore, proprio durante il Concilio. Allora quello che succedeva Oltretevere aveva una qualche influenza sulla politica italiana. Poi l’8 e il 9 di quello stesso mese si vota per le amministrative in Sicilia: vanno bene per la Dc che recupera i voti perduti. Finalmente sembra che il governo Moro possa nascere, ma gli autonomisti del Psi votano contro la relazione di Nenni, anche perché nell’accordo per il nuovo governo non è citata la riforma urbanistica. A questo punto Moro si ritira. Anche Nenni si dimette da segretario del Psi, e viene convocato il congresso del partito per ottobre. Siamo già a metà giugno. Intanto i cardinali hanno eletto il nuovo papa, Paolo VI. Cosa fare? Non si vogliono sciogliere le Camere: non si può mica votare in estate.
Nasce così il primo “governo balneare”. Al presidente della Camera, il giurista napoletano Giovanni Leone viene affidato il compito di formare un governo di transizione, in attesa del congresso del Psi. Leone è un notabile di provata fede democristiana, che è stimato dalle molte anime del suo partito e considerato poco ambizioso: l’uomo perfetto per un incarico del genere.
Il 22 giugno il primo governo Leone giura. Un bel monocolore democristiano. Ci sono Andreotti, Rumor, Colombo, e tanti notabili, dalla Sicilia arriva Bernardo Mattarella - il padre dell’attuale inquilino del Colle - e da Napoli Angelo Raffaele Jervolino - sì, il padre di Rosa. Poi ci sono il vecchio Attilio Piccioni, garante del saldo rapporto con gli Stati Uniti e Giulio Pastore, il fondatore della Cisl, in un delicato equilibrio di correnti e di rappresentanze territoriali.
Il 5 e l’11 luglio il governo ottiene la fiducia prima al Senato e poi alla Camera. Solo i democristiani votano a favore, Psi, Psdi e Pri si astengono, mentre il Pci, il Pli e i fascisti votano contro. Leone sa bene che il suo governo non è destinato a entrare nella storia. Aumenta le pensioni degli statali, aderisce a un patto contro le atomiche, promosso dalla nato con l’Unione Sovietica. Il suo compito è tirare avanti, aspettando il congresso del Psi, che finalmente si tiene alla fine di ottobre. Non è un congresso semplice per Nenni: almeno un terzo dei delegati si schiera contro l’idea di collaborare con la Dc. Il 29 ottobre il congresso si chiude con un pieno mandato a Nenni ad avviare un governo con la Dc di Moro. Leone lascia passare i Santi e i Morti e il 4 novembre – che è ancora festa nazionale – si dimette. Da quel momento comincerà il cosiddetto centrosinistra organico, con i tre governi guidati da Moro.
Il 9 ottobre di quell’anno avviene il disastro del Vajont: sarebbe ingeneroso imputarne le colpe al governo momentaneamente in carica, ma certamente quella classe dirigente, presa nel suo complesso, è responsabile di quella terribile tragedia.

Sono trascorsi cinque anni: ci sono di nuovo le elezioni. Ovviamente in primavera. La Dc ottiene un buon risultato, aumenta del 3,4%. Anche il Pci avanza, grazie all’alleanza con il Psiup, un nuovo partito formato dai compagni che sono usciti dal Psi in polemica con i governi di centrosinistra della legislatura appena finita. È proprio il Psi il più colpito. E al suo interno si fanno più forti le voci di chi chiede la fine dell’esperienza del centrosinistra. Il partito non è pronto a entrare in un nuovo governo con la Dc.
Siamo di nuovo a uno stallo. E di nuovo viene chiamato in gioco Giovanni Leone. Il 5 luglio giura il suo secondo governo. Diversi ministri sono gli stessi del Leone I: stesso delicato equilibrio tra correnti e rappresentanze territoriali per questo nuovo monocolore Dc. Fa sorridere leggere i nomi e soprattutto guardare le foto in bianco e nero dei ministri: sembrano di un’altra epoca rispetto all’Italia della contestazione. Eppure il paese vive anche di questo contrasto, di una classe dirigente che è molto lontana, culturalmente e antropologicamente, prima ancora che politicamente, dalle novità che si respirano nel paese.
Anche questa volta Leone non pretende di passare alla storia, ma, visto il dilagare della contestazione studentesca il suo governo non può non presentare una serie di riforme per l’università. Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre riprendono le trattative tra la Dc e il Psi per la formazione di un nuovo governo di coalizione. Quando queste finalmente si concludono, il 19 novembre Leone presenta le dimissioni: il suo secondo “governo balneare” ha svolto dignitosamente il suo compito di traghettatore. Anche grazie a questi non memorabili, ma utili, governi, il 24 dicembre 1971 viene inaspettatamente eletto, dopo una snervante serie di scrutini, alla Presidenza della Repubblica. Come noto, quell’esperienza non è andata bene, ma questa è un’altra storia.

Immagino che adesso molti di voi si chiederanno: “ma perché ci racconti tutto questo?”.
Intanto perché mi piace raccontarvi vecchie storie: lo sapete, è una mia debolezza.
Ma anche perché voglio dire a chi non c’era e a chi, anche se c’era, non lo ricorda più, che è esistita un’Italia diversa. Non era un’Italia migliore, anzi. E se siamo diventati quello che siamo ora è anche per colpa di quello che è successo allora, delle insipienze, delle meschinerie, del connivente malaffare di quegli anni. Eppure c’era più democrazia, più di quanta ce ne sia ora in questa Italia così apparentemente moderna. Perché c’era una cosa che adesso non c’è più: i partiti. E quei partiti raccontavano, nelle loro differenze, nel bene e nel male, il paese.
Adesso possiamo sorridere guardando le vecchie foto dei ministri prese dalla Navicella, con quelle facce serie, con i capelli fissati dalla brillantina - ovviamente Linetti - con quei grigi completi tutti uguali. Ma c’erano gli italiani così, erano i nostri nonni, i nostri genitori. Sono nostre fotografie di famiglia. E in quelle gallerie in bianco e nero mancavano le donne, perché dovevano stare un passo indietro in quella società. I vecchi democristiani erano tanti in Italia. Come erano tanti i vecchi comunisti e i vecchi socialisti. Per me hanno nomi e cognomi, sono persone che fanno parte del mio vissuto. Quel parlamento raccontava l’Italia, la rappresentava. E quando quei partiti decidevano qualcosa, con i loro riti, a volte bizantini, c’erano pezzi del paese che da un lato accettavano e dall’altro condizionavano quelle scelte, in un rapporto bidirezionale piuttosto complesso. E i congressi di partito erano processi lunghi, non solo perché non c’erano né internet né i telefonini, ma perché coinvolgevano un popolo, che voleva discutere e le cui decisioni avevano un peso.
Da molti anni tutto questo non esiste più. Anche per colpa di noi che siamo stati gli ultimi, tristi, epigoni di quella stagione. Quell’identificazione si è spezzata. Eliminati i partiti, il loro posto è stato preso da bande, più o meno raccogliticce, da capitani di ventura, da corsari, da donne e uomini che non rispondono più a nessuno, se non alle emozioni del momento, a interessi più o meno leciti. Si scambiano per partiti i gruppi di clientes e parassiti che sostano in anticamera. E così può succedere che una crisi di governo si consumi in una manciata di ore, tra le arroganti prepotenze di Draghi, i calcoli furbeschi di Meloni e di Letta, le volubili paure di Conte, le bizze infantili di Renzi e Calenda, i rosari ipocriti di Salvini, le senili ambizioni di Berlusconi, personaggi che rappresentano a fatica se stessi. Chissà come si deve essere sentito il figlio del vecchio Bernardo Mattarella? Comprensibile che non abbia voluto neppure riceverli. E in fondo, a pensarci, cos’è stato il governo Draghi se non un lunghissimo ed estenuante governo di transizione? Una lunga parentesi, tra il nulla e il nulla. E senza neppure la dignità di considerarsi “balneare”.