mercoledì 20 febbraio 2019

Verba volant (627): manette...

Manette, sost. f. pl.

Io c'ero nel '92 e nel '93, facevo politica attiva, vivevo quegli anni di improvvisi e spesso drammatici cambiamenti con inevitabile preoccupazione, ma - anche per via dell'età - con un certo ottimistico entusiasmo: pensavo davvero di poter fare la differenza. Ma evidentemente non è stato così.
Erano gli anni che per pigrizia giornalistica chiamammo di Tangentopoli. Erano i mesi in cui gli arresti si susseguivano a un ritmo sfrenato, perché le manette erano diventate uno strumento di indagine. Questo era in sostanza il metodo del tanto osannato pool dei magistrati milanesi: veniva tolta la libertà a molte persone e poi cominciava l'indagine, confidando in crolli psicologici e soprattutto nella viltà dei traditori. Qualcuno allora tentò di protestare, tentò di dire che quella strada ci avrebbe condotto al baratro, ma non volevamo ascoltare, perché volevamo quegli arresti. Ne volevamo sempre di più.
C'era cattiveria nell'aria. Ogni arresto era accolto da applausi e più l'arrestato era potente più questi erano fragorosi. Era la cattiveria che vedemmo nella notte del 30 aprile '93, davanti all'ingresso del Raphael. Vedevamo le manette e gioivamo. Gli arresti erano diventati uno spettacolo televisivo, che aprivano ogni sera i telegiornali. E tante fortune politiche sono nate grazie a quelle manette: chi nelle piazze urlava contro i ladri e contro i corrotti veniva seguito, a prescindere da qualunque altra cosa dicesse, chi aveva fatto scattare quelle manette veniva portato sugli scudi.
Adesso, riguardando a quella storia con il disincanto di chi non ha più vent'anni, sono convinto che ci fosse un disegno. Non sono un complottista, non penso che ci sia stato qualcuno che deliberatamente fece scoppiare quello scandalo e condusse le vicende fino a dove sono giunte, ma certamente in tanti fummo guidati, più o meno consapevolmente, verso un esito che qualcuno aveva prefigurato e da cui ha tratto incredibili benefici. Il biennio di Tangentopoli ha segnato la fine definitiva della democrazia rappresentativa e parlamentare nel nostro paese, ha sancito la morte dei partiti politici e la decomposizione degli altri corpi intermedi, ha decretato la nascita di una sorta di post-democrazia, in cui le scelte sono sempre più sottratte ai cittadini a favore di un'élite tecnico-capitalista, che negli anni successivi si è imposta e ha dominato senza controlli e senza freni i paesi occidentali, non solo l'Italia, in cui la Costituzione è stata messa "sotto tutela" e spesso disapplicata.
E noi abbiamo partecipato a tutto questo, abbiamo fatto di tutto per uccidere i partiti - peraltro già agonizzanti - votando a favore dell'introduzione del maggioritario, dell'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle regioni, riducendo il finanziamento pubblico alla politica, assumendo come un dato di fatto un bipolarismo posticcio, in cui fingevamo di dividerci, per poi fare le stesse cose una volta arrivati al governo. E lo abbiamo fatto sempre elogiando i magistrati, anzi - in particolare nel campo di quello che cominciammo a chiamare centrosinistra - scegliendo preferibilmente come nostre guide alcuni di loro, perché erano nell'immaginario di quegli anni - e purtroppo per molti è ancora così - gli unici depositari delle virtù politiche.
Ripensandoci quegli anni sono stati terribili per la storia politica e sociale del nostro paese: eravamo cattivi, volevamo vendetta. Ma forse pensavamo ancora che qualcosa potesse cambiare.
Anche perché mi ricordo bene di quegli anni, ho molta paura di quello che sta succedendo oggi. L'immotivato entusiasmo con cui abbiamo accolto la notizia dell'arresto dei genitori di un leader che disprezziamo, la sete di vendetta dei sostenitori di quel leader, che ora vogliono un arresto nell'altro campo, per una sorta di legge del taglione, lo scoramento che ha preso tanti per il mancato rinvio a giudizio di un ministro, sono i segnali che stiamo precipitando di nuovo in quel clima. Mi aspetto una stagione in cui le manette torneranno a essere protagoniste, in cui prima si arresterà e poi si comincerà a indagare, in cui gli arresti torneranno a essere uno spettacolo televisivo. Ma c'è anche una differenza profonda con quegli anni ormai lontani: adesso è solo rancore, è solo cattiveria, non c'è l'idea che qualcosa potrà cambiare.
Abbiamo visto quali sono stati gli esiti di quel biennio della storia italiana, come sia la democrazia e la politica ne siano uscite profondamente ridimensionate e ferite. Sinceramente non so, in questo clima avvelenato, quali potrebbero essere le conseguenze di una nuova stagione come quella. Temo le peggiori.

lunedì 18 febbraio 2019

Verba volant (626): autonomo...

Autonomo, agg. m.

L'Emila-Romagna non esiste. O meglio, esiste una suddivisione amministrativa della repubblica italiana che ha questo nome; si tratta peraltro di un'entità amministrativa che ha una storia molto lunga, visto che il suo territorio corrisponde più o meno alla Gallia cispadana, diventata la Regio VIII, a seguito delle riforme di Augusto. Ed esiste un ente, che ha sede a Bologna, in viale Aldo Moro, che ha alcune importanti funzioni e in cui lavorano - facendo spesso molto bene - tante colleghe e tanti colleghi. Nonostante tutto questo l'Emilia-Romagna non esiste, perché nessuno di noi che è nato e vive qui si definisce emiliano-romagnolo. Esistono invece i territori che la compongono, in ciascuno dei quali si possono riconoscere caratteri originari e unificanti, per quanto simili da Piacenza a Rimini. Esiste certamente la Romagna ed esiste l'Emilia - il territorio che conosco meglio, perché ci sono nato, ci ho sempre vissuto, ci ho fatto politica - che ha caratteristiche diverse in ciascuno dei suoi centri ordinatori, disposti - a eccezione di Ferrara, che anche per questo ha un proprio peculiare carattere - lungo la via Emilia.
Non è una questione oziosa, non è il tema per alimentare degli anacronistici campanilismi - come quello sulla primogenitura dei tortellini che da sempre divide Bologna e Modena - ma un punto importante, visto che l'Emilia-Romagna sarà una delle tre regioni - insieme alla Lombardia e al Veneto - a cui saranno devolute funzioni importanti, a seguito della cosiddetta autonomia differenziata. Si tratta di un provvedimento dalle conseguenze notevoli - e potenzialmente pericolose - su cui mi pare si discuta troppo poco. Che coinvolge più in generale il tema delle funzioni amministrative - ossia chi debba fare cosa - e della coesione di questo paese.
Come sapete, io sono sempre stato radicalmente contrario alla trasformazione delle Province in enti di secondo grado e quindi all'abolizione delle elezioni provinciali. Se proprio occorreva modificare l'assetto delle autonomie locali in questo paese - cosa di cui non sono del tutto convinto - se si voleva proprio risparmiare sul numero degli eletti - su cui non sono assolutamente d'accordo e che anzi trovo politicamente pericoloso - si sarebbe dovuto potenziare il ruolo delle Province, magari riducendole - ad esempio in Emilia-Romagna potevano dimezzarsi, passando da dieci a cinque - e contestualmente ridurre le funzioni delle Regioni, trasformando queste in enti di secondo grado, facendole diventare una sorta di "unione delle province".
Il problema è che da molti anni non esiste un'idea complessiva sul sistema delle autonomie, nonostante che il più vecchio partito italiano tra quelli rappresentati in parlamento sia una forza politica di carattere regionale, che ha ideologicamente oscillato tra la secessione e il federalismo, pur partecipando a governi tra i più centralisti della storia repubblicana. Nessuno ha avuto la voglia e ha fatto la fatica di elaborare una teoria complessiva sull'intero sistema delle autonomie, preferendo le riforme ad effetto, come è stata quella dell'abolizione delle Province. E spesso le stesse forze politiche, gli stessi leader, sono stati un giorno centralisti e quello successivo federalisti, a seconda di dove quel giorno erano al governo. Questa è gestione del potere, ma non è politica.
Per tutto questo io, da cittadino che vive in Emilia-Romagna e che ci vivrà ancora a lungo - almeno finché non potrò finalmente lasciare l'Italia - sono radicalmente contrario a questo accordo. Perché su tutela e sicurezza del lavoro, norme generali sull'istruzione, governo del territorio, protezione civile, tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali, tutela della salute, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, rapporti internazionali, organizzazione della giustizia di pace, agricoltura, protezione della fauna, esercizio dell’attività venatoria e acquacoltura, promozione e organizzazione di attività culturali, ordinamento sportivo, quello che viene deciso in Emilia-Romagna deve essere diverso da quello che viene deciso in Lombardia, in Toscana, in Calabria?
Per una volta, stiamo nel merito e proviamo a dire cosa sia giusto o sbagliato, indipendentemente da chi lo sostiene e chi lo avversa. Alcune delle funzioni elencate - istruzione, salute, cultura, ambiente, sicurezza sul lavoro, per non parlare di finanza pubblica e rapporti internazionali - sono funzioni tipicamente statali. Esattamente quando abbiamo deciso che l'Emilia-Romagna deve diventare uno stato? Non mi pare che l'attuale amministrazione regionale - peraltro votata da un'infima minoranza, visto che si è trattato di un turno elettorale tra i più ignorati del secondo dopoguerra - abbia ottenuto un tale mandato. O questo accordo è una barzelletta e le parole non contano nulla o, se contano, bisogna assumersene le conseguenze: dire che tre territori del nostro paese possono avere tali poteri, significa dire che lo stato italiano non esiste più, se non in forma residuale. Lo abbiamo deciso? Non mi pare e comunque deciderlo richiede un certo grado di condivisione e un certo tempo, visto che la nostra Costituzione dice un'altra cosa. Non possono essere due governi, uno nazionale e uno regionale, attraverso un atto - di cui non è nemmeno chiara la natura giuridica - fare una cosa del genere.
Se la Regione è un ente troppo piccolo per assumersi certe funzioni - almeno per me lo è - è troppo grande per altre che sono in questo corposo elenco. Perché il governo del territorio deve essere gestito a livello regionale? Che senso ha fare una programmazione territoriale che va da Rimini a Piacenza, i cui territori hanno caratteristiche così diverse? Occorre invece progettare su scala più piccola, ad esempio su quella provinciale, perché i fiumi sono da sempre elementi ordinatori di questo territorio. Governare Bologna significa progettare un territorio che va da Porretta a Molinella, due realtà molto differenti una dall'altra, ma entrambe attraversate dal Reno. Come e quanto si costruisce a monte, sull'appennino, incide necessariamente su quello che succede a valle, nella bassa. E' solo un esempio, ma tutto il nostro territorio è innervato dai fiumi - e dai canali che l'uomo ha via via costruito - che, nascendo in montagna, confluiscono nel Po e ciascuno di questi ha caratteristiche diverse, il cui governo deve rimanere a livello locale. Mentre noi abbiamo fatto l'opposto: abbiamo smantellato le Province e abbiamo reso debolissimi i Comuni, mai così ininfluenti sulla vita dei loro cittadini.
Mi rendo conto che per fare una cosa del genere bisognerebbe avere la testa e il cuore di conoscere un territorio, l'ambizione di governarlo. Tutte cose che oggi latitano non solo nella classe politica, ma anche nella società, che si frega bellamente di quello che succede, pur di mantenere la propria prebenda, il proprio pezzetto di potere.
Francamente, al punto in cui siamo, non essere governati da Roma o da Bologna cambia poco.