giovedì 15 novembre 2018

Verba volant (589): giornalista...

Giornalista, sost. m. e f.

In questi giorni ho visto molti amici esibire con orgoglio il proprio tesserino dell'ordine dei "pennivendoli". Vi capisco, amici giornalisti, umanamente e professionalmente vi capisco. Io sono stato un funzionario di partito e ora sono un impiegato comunale, due categorie che non godono di una buona stampa, e quindi mi sono sempre incazzato - e mi incazzo ancora - quando si fanno generalizzazioni sulla categoria a cui appartengo, perché ho conosciuto funzionari di partito molto seri e conosco impiegati pubblici che lavorano molto. Quindi quando vi dicono che siete delle "puttane" avete ragione di arrabbiarvi.
Ma proprio perché solidarizzo con la vostra incazzatura, permettetemi di sottolineare due cose. Voi fate un lavoro molto particolare, così particolare che se chi è al governo non si arrabbia con voi, significa che lo state facendo male. Ovviamente so che le parole sono pericolose come le pietre, ma un conto è dirvi che siete "puttane" e un altro conto è impedirvi di fare il vostro lavoro. Non difendo quelli che oggi sono al governo - sono ormai molti anni che non difendo quelli che sono al governo - e sono convinto che siano capacissimi non solo di insultarvi, ma anche di limitare la vostra libertà: e su questo tutti noi dobbiamo vigilare e non dobbiamo lasciarvi soli nella battaglia. L'altra nota che vorrei farvi è che, come io mi arrabbio di più con i miei colleghi fancazzisti piuttosto che con quelli che ci chiamano genericamente "fannulloni", credo che anche voi dovreste essere molto arrabbiati con i vostri colleghi che fanno le "puttane", e mi pare non siano pochissimi.
Tra l'altro una vostra battaglia seria e non corporativa contro le "puttane" potrebbe aiutare tutti noi a riflettere sulla libertà di stampa, che è un tema vitale per la società. E lo è tanto di più oggi che non esiste più la stampa e in cui la libertà scarseggia. Viviamo in una società in cui sono spariti - anzi in cui qualcuno ha fatto sparire - i cosiddetti corpi intermedi, e in cui vengono sempre più drammaticamente ristretti gli ambiti democratici, in cui chi è al potere cerca un contatto diretto e plebiscitario con il "popolo" e in cui le libertà democratiche sono compresse, magari a favore di quelle civili. In questo quadro i giornalisti possono o difendere i corpi intermedi e i i cittadini o diventare strumenti di quel collegamento plebiscitario tra potere e popolo. Mi pare che molti di voi abbiate scelto questa seconda opzione, anche perché avete partecipato con accanimento a distruggere i corpi intermedi, ad esempio i partiti, anche perché pensavate di prenderne il posto. C'è un quotidiano in Italia, uno dei più importanti - non ne farò il nome, ma è facilmente intuibile - che si è dedicato con abnegazione - e con successo - a distruggere la sinistra politica di questo paese, pensando di diventarne in una fase successiva il soggetto egemone, fatto salvo che invece la sinistra è morta, anche per colpa di quel giornale, e ora quei giornalisti temono giustamente per l'insorgere di una destra sempre più pericolosa.
E così in Italia assistiamo a una riduzione della libertà - anche di stampa - che si accompagna a una riduzione drammatica della stampa. In poco più di un decennio i due maggiori quotidiani italiani sono passati da 960mila copie vendute a 370mila e una riduzione analoga hanno avuto tutti gli altri quotidiani italiani. So bene che in questo decennio sono cambiate molte cose, c'è la rete, ci sono i social, c'è una diffusione incredibile di free-press, che spesso è l'unica carta stampata che il popolo legge. Ma questo crescere di strumenti non ha fatto aumentare la libertà di informazione. Tutt'altro.
Un'altra piccola cosa: è giusto protestare quando il potere cerca di limitare la libertà di azione dei giornalisti, ma cosa succede quando è il mercato che limita questa libertà, quando sono i padroni dei giornali a mettere dei paletti? Io scenderei volentieri in piazza a fianco dei giornalisti italiani se cominciassimo a farci anche queste domande. Non pretendo nemmeno di avere delle risposte, anche perché immagino che le mie sarebbero un po' troppo radicali per molti di voi, ma credo sarebbe già sufficiente condividere domande e preoccupazioni. Oppure possiamo far finta che ci vada bene così, che tanto passeranno anche questi - in fondo è passato anche Napoleone - e che voi resisterete avvinghiati ai vostri tesserini.   

venerdì 9 novembre 2018

Verba volant (588): melagrana...

Melagrana, sost. f.

Diciamoci la verità: se era per quel codardo di Adamo noi saremmo ancora nudi nell'eden, a girare in tondo e a guardare l'erba che cresce, come pesci rossi in una palla di vetro. Tutte le cose belle della vita - l'amore, la poesia, la passione, la musica - le dobbiamo a Eva, a quel suo gesto ribelle di cogliere e mangiare il frutto proibito. Ma come sempre avviene - siccome le storie le scrivono gli uomini - il ruolo della donna è stato sminuito e così ci hanno raccontato che è stato il diavolo - un maschio, ovviamente - a tentarla. E' ora di dare a Eva quello che è di Eva.
Ma che frutto era il frutto proibito? Probabilmente era una melagrana. L'ignoto cantastorie che girava per i villaggi lungo le rive del Giordano e che si è inventato questa storia - e che certo non poteva immaginarsi che avrebbe avuto una tale fortuna - dovendo raccontare un frutto capace di scatenare un tale finimondo, pensò immediatamente a quello del melograno; e probabilmente fecero lo stesso i suoi ascoltatori: erano talmente tutti certi che fosse una melagrana, che non si sono nemmeno presi la briga di specificarlo, quando alla fine hanno deciso di mettere su papiro quella leggenda. Che altro frutto poteva essere?
La melagrana è il frutto della dea babilonese Ishtar e della divinità anatolica Cibele, in sostanza di quell'antichissima divinità che ebbe nomi diversi e che è conosciuta anche come la Grande madre.
E così, viaggiando da oriente a occidente, questo frutto è arrivato nell'antica Grecia. Ade, il dio degli inferi, si innamorò di Core, la bellissima figlia di Demetra, la dea della fertilità e delle messi. Folle di passione, decise di rapirla e non voleva liberarla, nonostante la giovane piangesse, non toccasse cibo e chiedesse continuamente di tornare dalla madre. Zeus, spaventato dal fatto che gli uomini avevano smesso di fare sacrifici da quando la giovane era stata rapita e Demetra per il dolore aveva inaridito i loro campi e distrutto i raccolti, riuscì a convincere il fratello e finalmente Ade permise a Core di tornare dalla madre, ma a una condizione: che non avesse mangiato nulla mentre era negli inferi. La ragazza era piena di gioia, stava per tornare sulla terra, ai suoi affetti, ma ricordò che - cedendo alla debolezza della sete - aveva mangiato sei chicchi di una melagrana raccolta nel giardino di Ade. Sei chicchi non erano un frutto intero, ma erano pur sempre un cibo degli inferi, e quindi Ade e Demetra dovettero trovare un accordo: per sei mesi all'anno Core - ossia la ragazza, perché questo significa quel nome - sarebbe diventata Persefone, la potente regina degli inferi, la dea a cui le donne si affidavano nel momento di partorire, e per gli altri sei mesi sarebbe tornata sulla terra, insieme alla madre. E' questo andare e tornare della dea che regola l'alternare dell'estate e dell'inverno e quindi la vita di noi mortali.
La melagrana è il frutto delle donne, del tempo in cui le donne erano dee, prima che gli uomini cominciassero a inventare delle storie per relegarle in una posizione subalterna, al ruolo di comparse. Ma poteva succedere che un maschio pentito raccontasse di nuovo la storia di quando le donne erano dee: e infatti durante il Rinascimento Leonardo e Botticelli dipinsero entrambi una Madonna della melagrana. E quel frutto svelava che quella donna era a un tempo Eva e Maria, Core e Persefone, in sostanza la dea della vita.
Ho ripensato a queste storie così lontane guardando la foto di Amal, la bambina di sette anni morta il 1° novembre scorso in Yemen, in quella terra da dove vengono le melagrane. Amal è morta perché per giorni non ha potuto né mangiare né bere. Amal non è potuta diventare una donna, perché nel suo paese gli uomini stanno facendo una guerra terribile e perché questa guerra - come tutte le guerre - ha distrutto ogni melograno, ogni altro albero, ha seccato ogni sorgente, ha violato l'ordine rigoroso della natura.
Amal deve essere per noi l'immagine di Eva, anche se non ha potuto ribellarsi a quello che qualcun altro ha deciso per lei, e quella di una Maria che ha conosciuto solo la passione. Amal è la figlia che ci è stata rapita, che è stata portata agli inferi e che non siamo più in grado di salvare. E' la dea che non abbiamo voluto che fosse.