venerdì 13 dicembre 2019

Verba volant (736): sardina...

Sardina, sost. f.

Contravvengo la regola che mi sono dato da diversi mesi rispetto a quello che scrivo su questo blog: torno a parlare di politica. O meglio voglio parlare un po' della terra in cui sono nato, in cui vivo - e in cui, in anni ormai lontani, ho fatto politica - visto che molti in questi giorni, in attesa di elezioni regionali a cui mi pare si stia attribuendo un significato esagerato, parlano dell'Emilia-Romagna. Non sempre a proposito. E come spunto di riflessione - se vorranno - per i giovani che stanno riempiendo le piazze delle nostre città. Non mi rivolgo a quelli che si sono intrufolati in quelle belle manifestazioni, in cerca di un'improbabile verginità: siamo vecchi, non abbiamo più il fisico per stare in piazza con questo freddo. Per non incontrarvi io sono stato a casa.
Lo scorso 27 maggio - come probabilmente ricordate - ci sono state le elezioni europee e in diverse città, piccole e grandi, anche quelle comunali. Tra queste c'è stata Fidenza, una città di oltre 27mila abitanti, il comune più grande della nostra provincia dopo Parma. Fidenza è una tipica cittadina della nostra terra, un borgo cresciuto lungo la via Emilia, in mezzo a una campagna molto ricca, in cui c'è stato un importante sviluppo artigianale e industriale e che oggi ha un tessuto commerciale molto vivo: probabilmente la conoscete anche voi perché proprio all'altezza del casello dell'A1 c'è uno degli outlet più grandi del nord Italia e una serie di negozi in cui vengono venduti parmigiano e salumi tipici della nostra provincia. Fidenza ha una solida storia di sinistra, anche se in una zona che era più "bianca" rispetto al resto della regione.
In quella domenica di maggio circa tremila fidentini - più o meno un quinto dei voti validi - hanno votato per la Lega alle europee e allo stesso tempo hanno rieletto, al primo turno, il sindaco del Pd alle comunali. Non si tratta evidentemente di un errore né di una provocazione - sono troppi i voti per pensare a una cosa del genere - quelle persone hanno scientemente dato quei due voti, apparentemente contrastanti. Io sono cresciuto in un mondo politico dove una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere: o stavi di qua o stavi di là, i movimenti tra i due schieramenti erano piuttosto rari e soprattutto il voto era coerente, perché era prima di tutto l'espressione di un'adesione, più o meno convinta, a volte anche solo per la spinta di una tradizione familiare, a un'idea. Non è che lo stesso giorno votavi sia per Peppone che per don Camillo.
Qualcosa del genere è avvenuto anche in altre realtà delle regione, in cui si è registrato un exploit della Lega e contemporaneamente sono state confermate, pur con importanti eccezioni, le amministrazioni del centrosinistra. Ecco perché penso che per capire cosa sta succedendo in questa regione - e per capire cosa succederà - occorra partire proprio dal voto di questi tremila fidentini.
Seguo poco le vicende politiche, ma non mi pare che su questo dato sia stata avviata una riflessione seria né da parte della Lega, che si è limitata ad esultare per l'ottimo risultato, prefigurando la vittoria del prossimo anno, né da parte del Pd. Il sindaco si è arrogato il merito di questo risultato, dicendo che i suoi concittadini hanno voluto premiare proprio lui: spiegazione umanamente comprensibile dal suo punto di vita, ma quantomeno avventata. E' un buon ragazzo - probabilmente lo avrei votato perfino io, se non fosse stato del Pd - è un sindaco discreto, ma non è possibile che da solo abbia spostato tanti voti.
Quelle tremila persone sono della Lega o del Pd? Naturalmente non posso rispondere per ciascuno di loro, ma credo che culturalmente siano molto più vicine alle idee della Lega.
Sono tendenzialmente razziste, ossia guardano con sospetto alle persone che non sono nate qui, anche se naturalmente con queste persone fanno "affari" tutti i giorni: affittano le loro case agli stranieri - a volte in nero - li assumono - non sempre in regola - nelle loro aziende o come badanti per i loro genitori anziani - ma, per carità, non come baby sitter per i loro figli - vanno a comprare nei negozi gestiti dei cinesi, perché si spende meno, e frequentano i loro bar. Per soddisfare alcune "esigenze" non disdegnano le puttane nere o sudamericane che stanno lungo la via Emilia. Eppure, anche se dicono di non essere razzisti - anzi si offendono se li chiami così - pensano che gli stranieri siano troppi, che sia per colpa loro se c'è la crisi e che sia a causa loro se in città si registra un clima di insicurezza. E naturalmente guardano con sospetto alle iniziative che promuovono l'integrazione, tutta roba da "buonisti". E non vogliono ascoltare quando qualcuno prova a spiegare che le ragioni della crisi, come quelle dell'insicurezza - fenomeni che peraltro esistono - sono più complessi rispetto a questa semplicistica spiegazione.
Questi tremila si lamentano che le tasse sono troppo alte e che i servizi sono pochi - anche se per "quelli là" facciamo sempre troppo, diamo le case a "loro" e non ai "nostri" poveri - e quando gli fai notare che si potrebbe pagare tutti meno e avere servizi più efficienti, dicono di essere d'accordo. Ma quando il dentista o il meccanico gli propongono di non fare fattura, accettano subito: l'importante è pagare di meno, e non pensano alle conseguenze.
E hanno un rapporto complesso con le regole. A parole tutti dicono che sono importanti, basta che vengano applicate agli altri. Parcheggiano senza pensare nei posti riservati ai disabili, ma quando ne hanno legittimamente diritto loro o un loro familiare, si lamentano perché qualcuno ha posteggiato in quei posti. In generale nel rapporto con le leggi sono piuttosto indulgenti verso se stessi.
La caratteristica principale di questi tremila nostri concittadini - non sappiamo chi siano, ma evidentemente li conosciamo, sono i nostri vicini, i nostri colleghi, sono troppi per non conoscerli - è che pensano prima di tutto a se stessi e alle loro famiglie piuttosto che alla comunità. Questo è qualcosa che è molto lontano dallo spirito emiliano-romagnolo che io ho conosciuto. E credo che in questo egoismo profondo - che è più antropologico che politico - risieda uno dei motivi per cui hanno preferito votare per il Pd.
Votare per il Pd significa prima di tutto garantire una continuità che evidentemente fa comodo a molti. Perché l'amministrazione ogni anno dà quel po' di soldi indispensabili per continuare l'attività del gruppo culturale in cui passo il mio tempo libero, perché da anni concede una sede all'associazione a cui aderisco, perché mio figlio fa sport con una società a cui il Comune ha concesso l'uso degli impianti. E così via. Non è voto di scambio. Quei contributi, quelle concessioni di spazi, quegli aiuti sono assolutamente legittimi. Semplicemente molte persone pensano che sia meglio andare avanti così, non smuovere le acque. Peraltro i cambi di amministrazione non rappresentano queste rivoluzioni promesse nelle campagne elettorali: per lo più la continuità regna sovrana. Anche perché, per quanto cambino i sindaci, non cambiano mai gli apparati amministrativi.
L'amministrazione pubblica locale è qui piuttosto efficiente, quindi questi "bravi" leghisti fanno due conti: perché rischiare? Meglio l'usato sicuro. Che è il motivo per cui in Lombardia una parte degli elettori del Pd preferiscono tenersi nei loro Comuni i sindaci leghisti che, al di là dei toni da battaglia di certe dichiarazioni, sono amministratori capaci e garantiscono un rassicurante status quo.
Per questa ragione credo che il prossimo 26 gennaio Stefano Bonaccini sarà riconfermato presidente dell'Emilia-Romagna. Senza il mio voto, ma cosa farò io naturalmente importa assai poco. Immagino già i festeggiamenti delle sardine e dei coraggiosi - oltre al respiro di sollievo di quelli del Pd - ma quel giorno non avranno salvato l'anima di questa regione. Perché in sostanza non c'è più nulla da salvare. Salveranno qualche carriera politica, e un sistema sanitario che funziona bene, almeno per quelli di noi che vivono nelle città e vicino all'asse della via Emilia. Non è poco ovviamente - e si sa che noi vecchi - che siamo maggioranza - siamo sensibili a questo tema.
E per questo sinceramente suonano anacronistici gli slogan di entrambi gli schieramenti, secondo cui il voto alla Lega scardinerà l'ultima roccaforte rossa, mentre quello al Pd sarà l'estremo baluardo contro i barbari. L'Emilia "rossa" non esiste più. E quei tremila voti sono il segno più evidente della sconfitta della sinistra, in particolare dell'incapacità della nostra generazione, di noi che abbiamo amministrato negli ultimi trent'anni in Emilia-Romagna.
C'è un quadro - non tra i più famosi - di Francisco Goya, intitolato La sepoltura della sardina. Il pittore racconta la festa con cui si chiudeva a quel tempo il carnevale: non c'è gioia in quel dipinto, solo una folla allucinata che si dimena sotto uno stendardo in cui è rappresentato un ghigno grottesco. Fate attenzione, care sardine, spero davvero che questa non sia la vostra fine.

martedì 10 dicembre 2019

Verba volant (735): urlo...

Urlo, sost. m.

Spoletta ha visto troppi uomini giustiziati in quel modo, ha visto troppi uomini fucilati: Cavaradossi è morto, non può saper fingere così bene.
Non gli serve avvicinarsi al corpo per capire che il suo piano è andato in fumo. Guarda in faccia Sciarrone, vede la soddisfazione nei suoi occhi e adesso sa che è stato il suo gendarme ad armare i fucili dei soldati dopo che lui li aveva caricati a salve. Non sa però se lo ha tradito per ordine di Scarpia o se ha agito di sua iniziativa. Deve saperlo: nel primo caso anche Annina è in pericolo. Per ora deve far finta di nulla: si avvicina al corpo di Cavaradossi, constata che è morto, fa cenno ai suoi uomini di rientrare nella casamatta e dice a Sciarrone di seguirlo: andranno insieme a fare rapporto al barone. Percorrono lentamente i corridoi di Castel Sant'Angelo: nessuno dei due vuole dare la schiena all'altro.
In quel momento Spoletta pensa anche a Tosca, a quando scoprirà il corpo senza vita dell'amato, vorrebbe parlarle, vorrebbe spiegarle, è addolorato per lei. Ma adesso deve pensare a salvarsi. E a salvare Annina. Deve pensare in fretta, alla fine di quel corridoio c'è la porta che conduce all'appartamento di Scarpia. Un colpo di fortuna inatteso per lui incrociare padre Silvestro, il prete che è stato chiamato per Cavaradossi e che il pittore ha rifiutato. "Venga con noi, padre, sono certo che sua eccellenza il barone voglia incontrare anche lei". Finché nella stanza ci sarà anche il vecchio sacerdote, Spoletta sa di essere al sicuro: Scarpia non lo farà certo uccidere da Sciarrone davanti a un prete. E' sicuro di riuscire a capire, vedrà se i due si scambieranno un gesto d'intesa: se questo avverrà, non potrà che fuggire, sperando di guadagnare un po' di tempo prima che Scarpia gli scagli addosso tutta la polizia di Roma, avvertire Annina del pericolo che incombe su di lei, ma se quel gesto non ci sarà, gli basterà uccidere Sciarrone prima che riveli a Scarpia che lui lo ha tradito, cercando di salvare il pittore. E comunque Sciarrone non parlerà, se c'è il prete.
Spoletta bussa, ma da dentro non viene nessuna risposta. Bussa ancora, ma tutto tace. Don Silvestro dice che potranno tornare più tardi, e subito Sciarrone gli dà ragione. Vuole andarsene da lì, anche lui ha bisogno di tempo; sa che Spoletta vuole ucciderlo. Il capitano invece invece non ha più tempo: "No, dobbiamo entrare". Nessuno di loro si aspetta di vedere quel macabro spettacolo: Scarpia disteso a terra, in una pozza di sangue, due candelabri con le candele ormai spente a destra e a sinistra della sua testa e un crocifisso sul petto, imbrattato anch'esso di sangue. Le urla di don Silvestro attirano altri uomini. Spoletta capisce subito quello che è successo: Tosca si è vendicata. C'è ormai troppa gente, lui deve fare quello che tutti si aspettano che faccia: organizzare la cattura dell'assassina.

Spoletta è diventato rivoluzionario prima di tutto per amore. E' stata Annina a parlargli delle idee nuove arrivate dalla Francia, di un mondo futuro in cui saranno tutti fratelli - e sorelle - in cui non ci saranno più papi e re. Annina ha imparato queste cose stando a servizio della marchesa Attavanti. Poi Spoletta ha visto come agiscono i difensori dell'ordine. Quando sono arrivati i napoletani, si è ritrovato in maniera inaspettata capitano dei carabinieri ed è diventato l'uomo di fiducia di Scarpia. Quante ingiustizie ha dovuto compiere per lui, per il papa, per i nuovi padroni. Come quella volta che il barone ha finto di salvare il conte Palmieri, accusato ingiustamente di tramare contro lo stato, in cambio dei gioielli di famiglia che il padre gli aveva portato. Prendendo tutte quelle ricchezze gli ha promesso solennemente che i fucili sarebbero stati caricati a salve. Ma naturalmente non ha prestato fede al giuramento e ha ordinato a Spoletta di procedere con l'esecuzione. Scarpia ha sperperato in pochi giorni tutto quel denaro e ha ormai dimenticato perfino il volto di quel giovane, invece ogni notte Spoletta si sveglia di soprassalto: vede davanti a sé, come quella fredda mattina, i visi della madre e del padre del giovane, vede annientarsi le loro speranze, mentre il corpo del figlio cade a terra, dopo che lui ha dato l'ordine fatale.
E così, quando Scarpia gli ha detto, di fronte alla povera Tosca, di fare "come Palmieri", si è sentito ribollire il sangue. Non può avere sulla coscienza anche quel delitto. Non vuole che anche Tosca diventi compagna dei suoi incubi. Spoletta sa bene qual è il prezzo che il barone chiede per la vita di Cavaradossi. Spoletta vorrebbe urlare a Tosca che è un inganno, che Cavaradossi morirà comunque, che il sacrificio della donna sarà inutile. Ma poi decide che questa volta sarà diverso, che questa volta non sarà come Palmieri, non può impedire a Tosca di sentire su di sé il corpo di quel lurido maiale, ma può salvare Cavaradossi. E quando saranno lontani, Tosca e Mario dimenticheranno quel 14 giugno.
Spoletta sa che sarà scoperto, che dovranno fuggire anche lui e Annina, ma ormai non ce la fa più a fare quella vita. E poi si sente responsabile di quello che sta per succedere a Cavaradossi e a Tosca. E' stato lui a far evadere Angelotti, a pensare al nascondiglio nella cappella di sant'Andrea della Valle. Non poteva sapere che Cavaradossi sarebbe stato lì e che sarebbe successo tutto quell'intrigo.
Non è riuscito neppure a salvare il fratello della marchesa, non ha fatto in tempo a rivelargli che era lui che lo aveva fatto fuggire: Angelotti si è suicidato proprio davanti a lui.

Angelotti è morto. Cavaradossi è morto. Almeno che riesca a salvare Tosca. Ordina agli uomini di bloccare le uscite di Castel Sant'Angelo. Li manda a controllare le scale. L'intera fortezza è in subbuglio. Lui e Sciarrone corrono verso la piattaforma dove è avvenuta la fucilazione. Stanno per salire le scale: il suo sottoposto lo precede. Spoletta si guarda intorno. Buio. Nessuno. Il suo coltello affonda nel corpo del traditore. Almeno Cavaradossi è vendicato. Tosca ha pensato a Scarpia e lui a Sciarrone.
Spoletta corre salendo gli ultimi gradini rimasti. Apre la porta. La luce finalmente. Respira come non ha mai respirato in vita sua. Vede i suoi uomini: "Prendete Floria Tosca. Viva".
Finalmente vede la donna. Le grida di fermarsi. Corre verso di lei, vuole dirle che lui sa, che lui è dalla sua parte. Deve arrivare da lei prima dei suoi uomini, stavolta deve avere il tempo di parlare. Tosca scappa. Per lei è solo lo sgherro di Scarpia. Gli grida addosso tutto il suo odio. Sale verso i camminamenti, inseguita da Spoletta. E' un attimo, ma Tosca vede una strana ansia negli occhi di quell'uomo, un'ansia che non riesce a spiegare. La donna ha ormai deciso. Lui sa bene cosa lei sta per fare.
Tosca ormai non può sentire nulla, neppure l'urlo disperato di Spoletta.