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mercoledì 26 marzo 2014

Verba volant (77): moschea...

Moschea, sost. f.

Questa parola è arrivata in italiano dal francese mosquée, che deriva a sua volta dallo spagnolo mezquita; gli spagnoli coniarono questa parola dall'arabo màsgid - in cui si trova la radice del verbo sagiad, prosternarsi - arrivato ai crociati nell'adattamento armeno mzkith. Nell'italiano antico troviamo anche la parola meschita - con tutta evidenza arrivata direttamente dallo spagnolo, senza il passaggio attraverso il francese. Dante usa questa parola per indicare le alte torri della città di Dite, nell'VIII canto dell'Inferno:
già le sue meschite / là entro certe ne la valle cerno / vermiglie come se di foco uscite / fossero
Ariosto invece la usa comunemente con il significato di moschea:
Ardea palagi, portici e meschite.
La moschea è l'edificio del culto musulmano che, secondo la tradizione, deriverebbe la sua prima forma architettonica dalla casa di Medina in cui Maometto era solito riunire i suoi proseliti per discutere questioni religiose; in origine la moschea era usata anche a scopi profani, come luogo di riunione di fedeli, sede della maggiore autorità politica e militare, luogo di ricovero e alloggio, mentre ora si tratta prevalentemente di un luogo riservato alla preghiera e all'insegnamento religioso.
Ho deciso di affrontare questa definizione non solo per l’etimologia interessante, che chiama in causa almeno altre quattro lingue - prova ulteriore della mescolanza della nostra lingua e, di conseguenza, della nostra cultura - ma soprattutto perché alcuni giorni fa sul blog LaboratoriopoliticaBologna è stato pubblicato un articolo intitolato 10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano.
Alcune di queste dieci ragioni lasciano oggettivamente il tempo che trovano e anzi mi pare indeboliscano un articolo che fornisce invece degli spunti molto interessanti. Il fatto che la presenza di una moschea farebbe crollare i prezzi degli immobili vicini e che un minareto, con la sua altezza, sarebbe un’ostentazione della presenza dell’islam in città - come un Pirellone qualsiasi - sono motivi che rischiano di ritorcersi contro chi non vuole la moschea. Se i costruttori della moschea si impegnassero a valorizzare un’area abbandonata della città - come fanno quelli che propongono la realizzazione di un centro commerciale o di una multisala - monetizzando il “disturbo” con opere infrastrutturali utili all’intera città, come una strada, e si impegnassero a tenere basso il minareto, allora non ci sarebbero più seri argomenti per negare l’autorizzazione: la costruzione di una moschea diventerebbe una questione puramente economica ed urbanistica.
Al termine della ragione nr. 8 l’autore si chiede: “Milano è forse in vendita?“. Una domanda retorica, evidentemente, di una persona che pensa che una città non dovrebbe esserlo. Su questo sono d’accordo con lui. Il problema è che Milano, come ogni altra città - piccola e grande - di questo paese è in vendita già da molti anni. Altrimenti non ci spiegheremmo come mai continuino a sorgere nuovi e brutti palazzi assolutamente inutili, dal momento che altre abitazioni non servono, ma basterebbe sistemare quelle che già ci sono, continuino a nascere nuovi e brutti centri commerciali, insomma continuino a venir fuori nelle nostre periferie nuovi e brutti edifici che non servono, solo per alimentare un’industria edilizia che non sa fare altro che costruire - peraltro male - per soddisfare la megalomania di ingegneri ed architetti, e soprattutto per tenere in piedi un sistema di tangenti che fa vivere una parte consistente della politica e della pubblica amministrazione.
Curioso che la critica a questo sistema, adesso in nome di valori etici e religiosi, la faccia chi in Lombardia ha sempre governato male - con camicie bianche, azzurre, verdi (lo hanno fatto anche quelli con le camicie rosse o rosa, purtroppo) - e, come si legge nelle cronache di questi giorni e di queste settimane, ha sempre attinto a piene mani da quelle casse. Quindi Milano l’avete già venduta e adesso non potete fare le anime candide, in nome della difesa della cattolicità.
Ha poco senso anche la critica che la moschea sarebbe un pericolo per la città perché non sarebbe solo un luogo di culto, ma “un centro dove la comunità si raduna per affrontare questioni culturali, sociali e politiche”. Pensate se le “vostre” chiese fossero soltanto luoghi di culto, peraltro sempre meno frequentati, e non ci fossero intorno oratori, strutture sportive, asili e ospizi, se non fossero il centro di una rete di forte ed organizzato associazionismo, da cui peraltro molti di voi prendono i voti - non quelli sacri, ma quelli più profani, che a voi interessano. Peraltro siete sempre voi che avete inventato la sussidiarietà, proprio per finanziare con i nostri soldi questa rete di servizi privati, mentre da amministratori smantellavate quelli pubblici. Come vedete anche su questo tema credo fareste meglio a tacere: fate miglior figura.
Come ho detto, non sono queste le parti più interessanti dell’articolo, che invece - al di là di un evidente e manifesto pregiudizio e di un latente razzismo – pone all’inizio una questione vera. L’autore dell’articolo dice infatti
L’Islam non è, formalmente, una religione. L’articolo 8 della Costituzione sancisce, sì, che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, ma precisa che quelle diverse dalla cattolica non possono andare in contrasto con l’ordinamento giuridico italiano. […] E qui i problemi sono due: il primo è che nessuno è ancora riuscito a dimostrare formalmente che l’Islam sarebbe compatibile con i valori costituzionalmente sanciti; il secondo è che non c’è rappresentanza, nel senso che, non essendoci una gerarchia piramidale, nell’islam vige l’autoreferenzialità.
Come probabilmente avrete capito, io sono uno di quelli che spera che a Milano nasca una moschea e che ha ritenuto uno dei limiti dell’amministrazione di Cofferati non essere andata avanti con più determinazione nella decisione di costruirne una a Bologna.
Peraltro io non ho grandi simpatie per la religione islamica - non ne ho neppure per la vostra, se è per quello - ma credo sia un diritto che tutti - sia voi che loro - abbiano dei luoghi in cui pregare. Ricordo che ci abbiamo messo alcuni secoli per far sì che la religione cattolica non continuasse ad essere in contrasto con i diritti individuali delle persone, ossia con i valori che successivamente sono stati espressi dalla nostra Costituzione del ’48. E’ stata una lotta durissima, in cui voi avete ucciso molti di noi, ma non vi serbiamo rancore. Per fortuna adesso chi professa la religione cattolica - quasi tutti, perché qualche talebano rimane ancora tra di voi - accetta i principi costituzionali. E’ stato un cammino lungo, ma ci siete riusciti, perché non dovrebbero riuscirci i musulmani? Ovviamente mi auguro che la lotta con l’islam sia meno lunga e meno cruenta di quella che abbiamo dovuto ingaggiare contro di voi.
Il principio basilare è quello che è giustamente scritto nell’articolo e che ribadisco ancora una volta: la religione islamica, nelle sue varie forme, non può entrare in contrasto con i principi della Costituzione. Si tratta, come è evidente, di un percorso di crescita culturale - allo stesso modo in cui lo è stato per la vostra religione - che non sarà semplice, ma su cui è necessario tenere la barra diritta e su cui è necessario investire, perché la presenza di persone di religioni diverse all’interno della nostra società è un dato ormai ineliminabile.
Personalmente penso che questo percorso di crescita sarà più semplice se ci saranno luoghi in cui tale confronto sia possibile, per questo auspico che nascano moschee, non solo a Milano. So che non ci sarà un Vaticano II della religione islamica né ci sarà un papa Francesco con cui dialogare - sarebbe stato più semplice - ma dovremo forse fare percorsi più complicati, individuali. Credo che anche in questo l’educazione e la formazione - come ho scritto nella definizione di integrazione - possano fare tantissimo e, alla lunga, saranno determinante per vincere questa sfida.

martedì 11 marzo 2014

Verba volant (73): integrazione...

Integrazione, sost. f.

Per questa definizione non parto, come al solito, dall'etimologia, ma da un episodio successo a Modena pochi giorni fa. In quella città, come in molte altre, il Pd ha organizzato le primarie per scegliere il proprio candidato sindaco. Fin qui nulla di particolarmente interessante: lo scontro tra un ex-bersaniano e una renziana, una delle consuete prove di forza - o dovrei dire di debolezza - di quell'infelice partito. I votanti sono stati 12.600, circa la metà rispetto ai 21.000 che avevano partecipato alle primarie per scegliere il segretario nazionale. Francamente pensavo sarebbero stati anche di meno, ma evidentemente la lotta tra le due fazioni è riuscita a mobilitare un po' di persone, più o meno "cammellate" dagli esponenti locali del partito.
Alle primarie del Pd possono partecipare anche i cittadini stranieri e qui è sorto un problema: i votanti stranieri sono stati circa 1.400 contro i 366 che avevano partecipato l’altra volta. Questa crescita in controtendenza ha destato un qualche sospetto, anche perché pare che qualcuno di questi nuovi cittadini, folgorati dalla foga primarista del Pd, abbia ricevuto un qualche “incentivo” per partecipare al voto. Purtroppo qualcosa di analogo, anche se in proporzioni meno appariscenti e soprattutto meno determinanti per l’esito finale, è successo anche in altre realtà del nostro paese; in alcune regioni italiane è tutto il sistema delle primarie a essere condizionato da brogli e imbrogli, ma non è questo il punto.
Non mi interessa tanto l’episodio in sé: il mio giudizio su quel partito è già così negativo che non può peggiorare neppure se queste gravi accuse si rivelassero fondate. Non so se una parte di quegli elettori siano stati effettivamente comprati, ma evidentemente c’è qualcosa che non va se sul 10% dell’elettorato ci sono sospetti di questo genere. Mi interessa ragionare invece sull’idea di integrazione: ho l’impressione che in questa vicenda abbiamo sì integrato i cittadini stranieri, ma nei nostri vizi, nelle nostre pratiche peggiori, abbiamo insegnato a loro che le cose in Italia vanno così: è meglio che lo capiscano in fretta e che si adattino all’andazzo generale. In sostanza non la citerei come una buona pratica di integrazione.
L’integrazione è propriamente l’azione di rendere intero, pieno, perfetto in senso etimologico, ciò che è incompleto o insufficiente a un determinato scopo. Sempre più spesso nel linguaggio corrente - anche per l’influenza dell’inglese integration - indica l’incorporazione, l’assimilazione di un individuo o di una categoria o di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società già costituite.
In Italia, per qualche mese, abbiamo perfino avuto un ministro dell’integrazione, i cui risultati sono stati - com’era prevedibile - inconsistenti. Per altro il ministro Kyenge è stata nominata solo per appuntare una medaglia al petto del II governo Napolitano, un ministro utile per le foto di rito del Quirinale. Se non fosse stato per la canea rozza e volgare della Lega ci saremmo presto dimenticati di lei.
Probabilmente uno dei problemi dell’integrazione sta proprio nella definizione di questo termine. E’ bene che gli stranieri si assimilino ai nostri usi e costumi, che sono quello che sono? E’ bene che, insieme alla nostra lingua - che peraltro gli italiani parlano sempre peggio - imparino a essere “italiani”? Ho qualche dubbio. Oppure noi abbiamo bisogno di loro per raggiungere l’intero, il pieno? E a cosa servono? A riempire le nostre case malandate, che noi affittiamo a loro, regolarmente in nero? O ci servono per garantire una quota sempre maggiore di lavoratori ricattabili, sfruttati e sfruttabili? Oppure ci servono delle nuove prostitute, perché ci siamo stancati di quelle di casa nostra?
Non voglio girare troppo intorno all’argomento e quindi faccio un esempio di quelli che divide, su cui le contrapposizioni sono più nette: l’integrazione dei rom. Sul tema si fronteggiano, quasi con la stessa enfasi, due minoranze. Da una parte ci sono i “cattivi“, quelli che dicono che i rom non lavorano perché non vogliono lavorare e preferiscono rubare, che è inutile spendere risorse per loro visto che non sono recuperabili, che le case andrebbero date agli italiani e così via. Dall’altra parte ci sono i “buoni“, quelli che, con la stessa incrollabile sicurezza dei primi, trovano una giustificazione per qualunque cosa facciano i rom, che imputano alla nostra società le loro difficoltà a trovare un lavoro, a inserirsi, che pensano che di fronte all’integrazione debba essere sacrificato ogni altro principio. Né con gli uni né con gli altri si può risolvere il problema. In mezzo a questi due poli opposti c’è la maggioranza delle persone, quelli che guardano ai rom con sospetto e paura, che dicono che il problema è troppo complesso e che in fondo ci sono problemi ben più gravi. Questi sono la maggioranza - siamo la maggioranza - e quindi inesorabilmente il tema si elude, si tralascia. Tanto c’è sempre altro di cui parlare.
Io credo che bisognerebbe cominciare a trattare questa questione non in maniera manichea, ma partendo dal complesso rapporto che esiste nelle nostre società - per brevità le definisco europee, anche se ci sono profonde differenze le une dalle altre - tra la maggioranza e le diverse minoranze, spesso anche numericamente consistenti, con culture, stili di vita, religioni differenti.
Questa presenza di culture diverse è un dato di fatto della nostra società: è una convivenza complessa, delicata, pericolosa a volte, ma è ineliminabile. A dire la verità questa convivenza c’è sempre stata, fin dall’antichità: Alessandria, Gerusalemme, Atene e Roma erano città multiculturali, ben prima che qualcuno inventasse questa parola. Di fronte alle domande che ci pone questa complessità l’integrazione è la risposta sbagliata: che vantaggio potremmo mai trarre dalla costruzione di un’unica società globalizzata, senza identità? Nessuno, né chi si dovrebbe integrare né chi finirebbe per subire l’integrazione. La risposta giusta è confronto, nel quale ciascuno non deve avere paura di comunicare i propri valori , di cui deve essere fiero - senza fondamentalismi, naturalmente - e soprattutto non deve avere paura di perdere la propria identità. Confronto ed educazione viaggiano all’unisono, perché solo l’educazione e la conoscenza profonda della propria cultura, ci permettono di confrontarci con quelle degli altri.

mercoledì 16 febbraio 2011

Considerazioni libere (207): a proposito di multiculturalismo...

In casi come quello successo pochi giorni fa a Roma le parole di giustificazione e di consolazione possono farci sentire meglio, ma non devono nascondere la verità, per quanto cruda: Sebastian, Elena Patrizia, Eldeban e Raoul non sono i primi bambini rom a morire nel rogo di una capanna fatiscente e non saranno certo gli ultimi. Prima o poi succederà una nuova tragedia, vedremo la stessa disperazione negli occhi dei genitori, sentiremo le stesse parole di chi si rimpalla la responsabilità. Dobbiamo ringraziare il presidente Napolitano che ha saputo esprimere, attraverso l'efficacia di un gesto - quella carezza paterna e riservata - il nostro dolore e il nostro sconforto. Ma non possiamo fermarci a questo.
So bene che il tema dell'accoglienza dei rom è uno di quelli che divide, ma questo non è un motivo per non affrontarlo. Quando si parla di rom, di zingari, solitamente i toni si alzano, le polemiche si fanno trancianti. Si fronteggiano con questa enfasi due minoranze. Da un lato ci sono quelli che posso definire schematicamente i "cattivi": sono quelli che dicono che i rom non lavorano perché non vogliono lavorare e preferiscono rubare, quelli che dicono che è inutile spendere risorse per loro visto che non sono più recuperabili, quelli che dicono che le case andrebbero date agli italiani e così via; abbiamo sentito tutto il repertorio pochi giorni fa. Dall'altra parte ci sono i "buoni": sono quelli che, con la stessa incrollabile sicurezza dei primi, trovano una giustificazione per qualunque cosa facciano i rom, quelli che imputano alla nostra società le loro difficoltà a trovare un lavoro, a inserirsi, quelli che pensano che di fronte all'accoglienza debba essere sacrificato ogni altro principio. Nessuno di questi alla fine aiuta a risolvere il problema. In mezzo a questi due poli opposti c'è la maggioranza delle persone, quelli che guardano ai rom con sospetto e paura, quelli che dicono che il problema è troppo complesso, quelli che dicono che in fondo ci sono problemi ben più gravi. Loro sono la maggioranza - siamo la maggioranza - e quindi inesorabilmente il tema si elude, si tralascia. Il giorno dopo la tragedia il Corriere della sera riportava la notizia in cronaca, nelle pagine interne, dopo la cosiddetta cronaca politica e le notizie dall'Egitto; dopo pochissimi giorni la notizia ha smesso di essere tale e quindi eliminata dal giornale. La polvere è stata rapidamente messa sotto il tappeto.
Dei rom ho già parlato in altre "considerazioni" - la nr. 154 e la nr. 166, per la precisione - provando a spiegare cosa intendo io per politica di accoglienza. Se avete voglia cercate quelle riflessioni, su cui non voglio tornare oggi per concentrarmi su un'altra questione.
La presenza dei rom, oltre che alle questioni legate alle scelte di politica sociale delle diverse amministrazioni, dovrebbe anche farci riflettere sul complesso rapporto che esiste nelle nostre società - per brevità le definisco europee, anche se ci sono profonde differenze le une dalle altre - tra la maggioranza e le diverse minoranze, spesso anche numericamente consistenti, con culture, stili di vita, religioni differenti. Trovo piuttosto curioso che su questo tema, almeno in Europa - non dico in Italia perché qui parliamo sempre e solo di una cosa sola - si stia esercitando più il fronte conservatore che quello progressista: personalmente ritengo che questa sia una causa, non secondaria, delle attuali difficoltà della sinistra europea a parlare con i cittadini. Prima Angela Merkel e poi David Cameron, che guidano paesi in cui l'immigrazione è un fenomeno molto consistente, hanno parlato della fine del multiculturalismo, pochi giorni fa il cardinal Ravasi, "ministro degli esteri" di Benedetto XVI, ha parlato della necessità di sostituire l'approccio multiculturale con quello interculturale.
Voglio riportare alcune riflessioni di Ravasi che mi sembrano particolarmente interessanti.
Bisogna costruire un confronto che non sia scontro, nel quale anche i valori siano comunicati ma senza perdere la propria identità: una sorta di convivenza culturale, molto delicata e complessa.
Il multiculturalismo è un dato di fatto fin dall'antichità, ma oggi è diventato emblematico nelle città, dove si vedono compresenze di identità culturali diversissime, talvolta quasi dei fondamentalismi che stanno uno accanto all'altro: con scintille, scontri.
Il dialogo, come dice questa bella parola greca, presuppone il dia-logos e quindi il rapporto tra due logoi. Il che significa che l'interculturalità non ha come meta l'identificazione, la costruzione di un'unica società globalizzata.
La tentazione multiculturale era quella del duello: il più forte riesce a occupare più spazio. Ciò che dobbiamo creare con l'interculturalità è piuttosto un duetto, che in musica può essere costituito da un basso e da un soprano. Cosa c'è di più diverso di queste due voci? E perché ci sia armonia, è forse necessario che il basso canti in falsetto e il soprano abbassi il tono?
No, l'essenziale è avere una forte coscienza della propria identità, perché non si fa dialogo senza un volto.

Credo che, a partire da quello che avviene nel nostro paese con le difficoltà di una convivenza sempre più difficile per finire con quello che sta succedendo nel mondo, in particolare nelle coste meridionali del Mediterraneo, questa sia una riflessione da sviluppare con attenzione.

giovedì 7 ottobre 2010

Considerazioni libere (170): a proposito di diritto allo studio...

Oggi voglio raccontare una vicenda - sperando di non abusare della pazienza dei miei sparuti lettori - successa poco meno di vent'anni fa in un piccolo comune vicino a Bologna.
I protagonisti di questa storia sono due bambini, di nome M. e A., un maschio e una femmina, praticamente coetanei - tra i due c'è un solo anno di differenza - che i medici hanno diagnosticato, sin dalla nascita, come portatori di handicap gravissimo; uno dei due, se fosse nato solo qualche anno prima, senza i continui progressi registrati ogni giorno dalla medicina, sarebbe sopravvissuto probabilmente soltanto per due o tre anni. Per fortuna M. e A. sono nati in famiglie che hanno avuto la capacità di accoglierli con grande amore e si sono molto impegnate per assicurare loro il massimo dell'assistenza possibile, un compito non semplice, che solo l'amore appunto ha reso - e rende - possibile; e giustamente le famiglie di M.e A. sono le altre protagoniste di questa storia.
Raggiunti i tre anni, M.e A. sono stati iscritti alla scuola materna comunale. Non è stato semplice, ma l'inserimento è stato positivo, grazie al lavoro delle insegnanti, alla competenza della coordinatrice pedagogica e al supporto costante della neuropsichiatra dell'unità sanitaria. Naturalmente ci sono stati dei costi: sono stati necessari alcuni adeguamenti nella struttura, si sono dovuti finanziare dei momenti specifici di formazione sia per le insegnanti sia per il personale ausiliario, è stato ridotto il numero complessivo delle bambine e dei bambini ammessi alla scuola; l'Amministrazione comunale ha deciso di sopportare queste spese, tagliando in qualche altro settore, per garantire ai due bambini un primo inserimento nel mondo della scuola e per aiutare in maniera concreta quelle due famiglie. Una parte delle attività della scuola è stata indirizzata a spiegare agli altri la diversità di M.e A. e anche questo aspetto, grazie alla sensibilità delle famiglie, è stato positivo.
Quasi nello stesso tempo è stata coinvolta la Direzione didattica - c'era allora una direttrice molto attiva - per capire come garantire l'inserimento dei due bambini nella scuola elementare. Un intelligente funzionario del Provveditorato - allora si chiamava così quello che ora si chiama Csa - ha proposto l'istituzione di una "unità educativa sperimentale", una u.e.s., ovvero la creazione di una classe "speciale" per M.e A. all'interno della scuola elementare. In un primo momento la proposta ha suscitato una qualche perplessità: istituire una classe "speciale" sembrava un passo indietro rispetto a una scelta, ormai consolidata nella scuola, di favorire al massimo l'integrazione nelle classi dei bambini portatori di handicap. Il funzionario spiegò che in quel caso l'integrazione avrebbe avuto risultati molto scarsi, per la gravità delle patologie di M.e A.; per loro da un certo punto di vista sarebbe stato meglio continuare la scuola materna, anche se era impossibile. Spiegò poi che attraverso la u.e.s. sarebbe stato possibile da un lato seguire in maniera adeguata M.e A. e dall'altro lato organizzare attività e laboratori per coinvolgere, insieme a loro due, tutti gli alunni della scuola, e non solo i loro coetanei di classe.
Questa scelta implicava uno sforzo notevole per tutte le istituzioni coinvolte; per garantire l'attuazione del progetto e il tempo pieno per M.e A. il Provveditorato avrebbe dovuto garantire l'assegnazione di un insegnante a tempo pieno per la u.e.s. e di uno a tempo parziale per i laboratori, l'Usl - ora si chiama Asl - l'assegnazione di un insegnante e il coordinamento del controllo neuropsichiatrico, il Comune l'assegnazione di un terzo insegnante e di una bidella. A carico del Comune ci fu anche la costruzione ex novo di uno spazio, a fianco della scuola elementare e collegata con quella, con tutte le caratteristiche tecniche necessarie. Realizzare tutto questo non è stato semplice, ha richiesto qualche tempo, con la decisione di far slittare di un anno l'ingresso del bambino più grande nella scuola dell'obbligo e di farlo stare un anno in più nella scuola materna comunale.
Tutto questo lavoro ha permesso a M.e A. di completare le scuole dell'obbligo, di non far gravare l'assistenza esclusivamente sulle loro famiglie e infine di insegnare ai tanti bambini che hanno frequentato la scuola elementare in quei cinque anni che, anche se apparentemente non siamo tutti uguali, tutti abbiamo gli stessi diritti e tutti abbiamo grandi ricchezze da donare agli altri. Per M. l'unico modo di comunicare con gli altri era - ed è - attraverso le mani: il suo abbraccio è qualcosa che non può essere dimenticato.
Ho scritto di questa esperienza, che - vi assicuro - è vera, perché ho letto la storia di un ragazzo disabile che, iscritto alla seconda superiore, alcuni giorni fa nessuno ha accompagnato in bagno quando ne aveva bisogno; né la scuola né il Comune - quello di Milano, in questo caso - hanno le risorse per garantire questa assistenza e ora la madre sarà costretta ad andare a scuola con il figlio per impedire il ripetersi di un episodio del genere, che è stato un trauma per quel ragazzo. Le autorità hanno detto che non ci sono le risorse.
Ho raccontato la storia di M.e A. per dire che le risorse, se c'è la volontà, si trovano e soprattutto che le risorse, anche se ingenti, non sono sufficienti, se non ci sono idee, competenze, voglia di sperimentare. Nella storia di M.e A. non ci sono soltanto istituzioni che hanno speso soldi pubblici, ma persone che hanno creduto in un progetto, convinti che la priorità fosse garantire il rispetto dell'art. 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

domenica 19 settembre 2010

Considerazioni libere (166): a proposito di zingari...

In questi giorni tanti amici di Facebook hanno messo nelle loro bacheche questa famosa poesia di Bertolt Brecht. E hanno fatto bene.
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.

E' un modo civile per protestare contro la decisione del governo francese, prontamente sostenuto da quello italiano, di avviare una campagna di espulsioni dalla Francia di cittadini di etnia rom. Ho già affrontato il tema - nella "considerazione" nr. 154, per la precisione - si tratta evidentemente di un provvedimento, oltre che ingiusto, non efficace dal punto di vista della sicurezza, ma necessario a Sarkozy per cercare di riguadagnare popolarità presso l'opinione pubblica. Come è già stato detto in più occasioni e da voci ben più autorevoli della mia si tratta di una decisione profondamente ingiusta perché prevede l'espulsione di persone dal suolo francese non su base di provati motivi di ordine pubblico a carattere individuale, ma in base unicamente all'appartenenza a un gruppo etnico.
In Europa i pregiudizi contro gli zingari ci sono sempre stati, come ci sono sempre stati verso gli ebrei e le minoranze, ma nelle società contadine la loro capacità di allevare i cavalli e di lavorare i metalli faceva sì che i rom avessero un loro posto nell'ordine economico e sociale - uno degli ultimi certo, ma comunque un posto. Quando queste loro capacità non sono più servite, sono rimasti i pregiudizi, aggravati dal fatto che per molti di loro l'unica forma di sussistenza è stata la beneficienza e l'elemosina e per troppi la delinquenza e la prostituzione. Quindi sono nati ai margini delle grandi città - ma non in tutta Europa, perché esempi migliori ci sono - in maniera più o meno tollerata dalle amministrazioni, campi nomadi, che da un lato hanno esasperato chi già abitava in quei luoghi, spesso appartanenti alle fasce più deboli della popolazione, e dall'altro lato hanno favorito i criminali che ci sono tra gli zingari, dando loro l'occasione di poter reclutare sempre nuovi giovani nelle loro bande. E' oggettivamente molto probabile che un giovane rom che è stato sempre respinto dalla società accetti di far parte di una banda per trafugare il rame o per spacciare droga o per commettere furti negli appartamenti.
Non in tutti i paesi è avvenuto questo. In Grecia ad esempio, anche con l'aiuto delle amministrazioni pubbliche, i rom sono diventati commercianti ambulanti, garantendo la fornitura di generi alimentari e di prima necessità ai villaggi e alle case sparse in quel territorio montuoso, dove i trasporti sono difficoltosi e la mobilità delle persone, specialmente anziane, molto complicata. Queste famiglie non vivono nei campi; certo esistono ancora pregiudizi nei loro riguardi, ma non è un problema sociale così diffuso, come in Francia, in Italia o in Spagna.
Il problema degli zingari è molto complesso e francamente non basta scandalizzarsi, non bastano i buoni sentimenti. Anzi i buoni sentimenti, gli appelli all'integrazione non servono né alla causa dei rom né a convincere la maggioranza delle persone che, al di là delle proprie convinzioni politiche, ritiene giusto agire con durezza verso gli zingari. Per troppi anni in Italia, per l'influenza della dottrina cattolica da un lato e delle idee di sinistra dall'altro, è stato prevalente un atteggiamento che possiamo definire buonista - benché questa parola non mi piaccia molto, mi pare renda abbastanza bene l'idea. Pubblicamente si difendevano i diritti degli zingari, trovando giustificazioni anche per chi tra loro commetteva reati, privatamente si continuavano a coltivare dei pregiudizi. Questo atteggiamento ha portato a cercare di nascondere il problema, delegando di fatto al volontariato e alle reti delle parrocchie l'aiuto delle famiglie degli zingari e sperimentando l'integrazione unicamente nelle scuole, con insegnanti spesso impreparati a questo compito. E gli amministratori hanno, un po' furbescamente, cercato di assecondare la maggioranza dei loro concittadini, cercando di non avere il "problema" sul loro territorio, magari scaricandolo su quello vicino.
Non esistono "ricette" per affrontare il problema, ma sicuramente né le false e ipocrite politiche di inclusione né le semplici politiche di repressione servono ad affrontare il problema. Bisognerebbe davvero perseguire chi commette reati, agendo con durezza, ma allo stesso tempo bisognerebbere togliere a chi delinque la possibilità di reclutare nuovi delinquenti; per questo occorre chiudere i campi rom e dare occasioni ai ragazzi che lo chiedono di fare una vita diversa, dignitosa. Loro ce lo chiedono, se abbiamo la voglia di ascoltarli.

venerdì 18 settembre 2009

Considerazioni libere (2): a proposito di Sanaa (e della sua famiglia)...

Il dramma avvenuto a Kabul ha distolto l'attenzione morbosa dell'informazione televisiva dall'omicidio della giovane Sanaa. Non dobbiamo dimenticare Sanaa, così come abbiamo dimenticato facilmente e in fretta Hina (dimenticare è una prerogativa della nostra società).
Le storie tragiche di Sanaa e di Hina ci pongono di fronte a una grande responsabilità. Loro avevano accettato quell'integrazione di cui tanto spesso noi parliamo, nel bene e nel male, volevano avere quei diritti di donne che sentivano avere le loro coetanee italiane. Questa integrazione non l'avevano accettata le loro famiglie che preferivano vivere secondo modelli culturali e religiosi che noi sentiamo come medievali, anche se non bisogna andare troppo indietro nel tempo per ritrovare anche qui (e non solo nelle regioni del sud) le tracce di una rigida società patriarcale e dei famigerati "delitti d'onore".
I padri di Sanaa e di Hina devono essere condannati, con rigore. Ma a me pare che questo non sia sufficiente. La nostra società ha una responsabilità verso le persone che vengono a vivere qui da altri paesi, con altre culture e altre mentalità. Certo dobbiamo pretendere da loro che seguano le leggi italiane, che accettino i principi costituzionali, e dobbiamo punirli, con severità, quando non rispettano le nostre leggi, proprio per proteggere le persone più deboli, le donne, i bambini. Però, se vogliamo che sia un'adesione vera ai diritti e ai doveri, la stessa adesione che avevano raggiunto le due giovani vittime, dobbiamo anche convincere che il nostro sistema di vita, le nostre regole, la nostra morale comune è migliore della loro. Su questo francamente mi sembra che siamo più in difficoltà.
Io sarò pessimista (e la cosa, come è naturale, tende a crescere con il passare degli anni), ma non mi sembra che il sistema dei valori nel nostro paese sia molto forte. Nei giorni precedenti a cui Hina fu uccisa, scoppiò quello scandalo che i giornali chiamarono "vallettopoli" (favori sessuali in cambio di parti o comparsate televisive); quando Hina disse al padre che le sarebbe piaciuto entrare nel mondo dello spettacolo (desiderio legittimo e abbastanza comune per una giovane curiosa, che poi deciderà di fare tutt'altro, così come molti maschi della mia generazione non hanno poi fatto i cowboy o gli astronauti, nonostante i propositi più volte espressi), cosa avrà capito questo padre di fronte a un mondo che gli sembrava fatto soltanto di puttane?
Che cosa stiamo insegnando alle giovani italiane e a quelle che, pur non essendo nate in Italia, lo vogliono fortemente diventare? E cosa insegnamo ai maschi? Insegnamo che basta andare in televisione per raggiungere la notorietà, anche se non si ha alcun talento (anzi spesso è proprio richiesto di non avere alcun talento); insegnamo che chi ha un potere concede i propri favori in cambio di qualcosa; insegnamo che i diritti e i doveri sono variabili estremamente indipendenti. Insegnamo che chi è più furbo se la cava sempre, tanto ci sarà un condono o un qualche tribunale che gli darà ragione.
Non è una critica solo a questo sistema politico (che pure ha molte responsabilità, anche culturali), ma a una società che esclude, invece di includere.