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lunedì 7 settembre 2015

Considerazioni libere (404): a proposito del mio sostegno a Syriza...

Capisco che quelli del pd e i loro giornali, a partire da Repubblica, cerchino di presentare come un fallimento l'esperienza di governo di Tsipras in Grecia; fanno il loro gioco e, se serve, sono disposti a mentire, pur di sostenere la loro tesi. Syriza rappresenta quello che loro non sono più e che fanno finta di essere. Forse prima di Syriza qualcuno poteva ancora credere che il pd fosse un partito di centrosinistra, adesso questo imbroglio non è più possibile: e questo a loro rode parecchio. E ovviamente è altrettanto naturale che i padroni e i loro giornali, a partire dal Corriere, si affannino a dire che Tsipras è finito: fanno il loro mestiere e attaccano l'unica forza veramente di sinistra che sia riuscita fino ad ora a governare, pur con mille difficoltà, un paese dell'Unione europea.
Faccio invece più fatica a capire perché una parte di persone di sinistra, anche autorevoli, anche intellettualmente in buona fede, siano così certe che quell'esperienza sia finita e anzi ne siano contente, dal momento che hanno ormai bollato Tsipras come un traditore, come uno che ha rinunciato ai propri ideali, per far rimanere il proprio paese nell'area euro. Per spiegare questo paradosso, al di là dell'atavica incapacità di un pezzo rilevante della sinistra europea - e italiana in particolare - di riconoscere le ragioni della politica, in nome di una purezza ideologica al limite dell'onanismo, c'è qualcosa che attiene alla velocità dell'informazione, alla voracità con cui le idee si consumano, all'ansia di capire tutto e subito. La politica è un processo, spesso complicato, quasi mai lineare, che molto difficilmente raggiunge i risultati che si prefigge nello spazio di una notte. Ho l'impressione che tanti che hanno gioito per la vittoria elettorale di Syriza abbiano ingenuamente creduto che bastasse quel voto, o la vittoria successiva del referendum, per cambiare le cose, e che quel voto avrebbe magicamente cambiato la situazione greca ed europea. Purtroppo non funziona così: le elezioni non sono la partita finale di un torneo di calcio, in cui il vincitore alza la coppa, sotto lo sguardo attonito dello sconfitto. La politica è una cosa un po' più complicata, che richiede tempo - oltre che intelligenza - e ora pare manchino l'uno e l'altra.
Tsipras, e chi ha con lui condiviso le scelte dolorose dello scorso luglio, credo sia dovuto partire dall'analisi realistica dei rapporti di forza tra i soggetti in campo: e certamente la Grecia era - ed è - assai più debole dei propri avversari. Spero mi permetterete quella che può sembrare una digressione, ma che credo utile per capire le cose; almeno per come le ho capite io. Molti adesso ci spiegano che la decisione di Berlinguer e del Pci di avviare quel processo che si chiamò "compromesso storico" - e che portò alla nascita del governo della "non sfiducia" - sia stato un errore, il più grave di quel politico, più rimpianto che studiato. Non so se sia stato un errore, certamente in quella fase Berlinguer fu sconfitto, duramente sconfitto, ma io non me la sento di dire che sbagliò, perché quello era il contesto storico in cui quegli uomini erano chiamati a decidere. Gli avversari del Pci erano disposti a tutto - e non erano solo minacce, visto che uccisero Moro - e di fronte a un nemico così potente e così spietato non è facile reagire, con le sole armi della politica. Il nemico che si è trovato di fronte Tsipras non è meno spietato di quello che in quegli anni uccise Gregoris Lambrakis, Salvador Allende, Aldo Moro e tanti altri, che mise le bombe, uccidendo tante persone innocenti, a Milano, a Brescia, a Bologna. In quella notte a Bruxelles non sappiamo quali minacce gli sgherri del capitale abbiano fatto - implicitamente ed esplicitamente - a Tsipras e ai negoziatori greci, ma possiamo immaginare che nessuna opzione sia stata esclusa. Non possiamo dimenticare che in Grecia le forze del capitale controllano la teppaglia fascista di Alba dorata, che è ben ramificata all'interno delle forze dell'ordine; per ora li stanno tenendo al guinzaglio, ma evidentemente sono pronti a scatenarli. La Grecia come potrebbe sopportare uno scontro interno di queste dimensioni? Quale conseguenze avrebbe per un popolo già stremato dalla crisi economica? Tsipras ha avuto paura? Forse sì, ma credo ne avrebbero avuta anche quei "rivoluzionari" salottieri che discettano della crisi greca dietro le loro tastiere e con il culo ben al caldo. E per fortuna là c'era Tsipras e non c'erano loro.
Come avrete capito io non mi sono pentito di aver sostenuto Syriza e Tsipras in questi mesi e li sosterrò ancora, spero che vincano di nuovo le elezioni e che possa nascere un nuovo governo di sinistra in Grecia. Io credo che non sia finita quell'esperienza, ma anzi stia cominciando adesso la parte più interessante. Syriza ha due grandi meriti. Il primo, come ho detto, è di avere svelato il bluff del centrosinistra europeo. Il traditore non è Tsipras, i traditori sono Schultz, Hollande, i socialisti europei - non dico renzi, perché perfino un traditore ha una sua grandezza tragica, mentre al nostro è riservata la parte del buffone - i traditori sono quelli che hanno offerto i loro voti al capitale, in cambio di un'elemosina.
E la vittoria di Syriza è proprio quella che molti indicano come una sconfitta: l'aver riportato al voto i greci. Le forze del capitale stanno attaccando contemporaneamente la democrazia e le conquiste sociali del movimento operaio - lo vediamo bene in Italia, dove il governo ha abolito lo Statuto dei lavoratori e vuole cambiare le istituzioni in senso autoritario - e quindi la decisione di Tsipras di rimettere le decisioni fondamentali al popolo, con il referendum prima e con le prossime elezioni, è qualcosa di eversivo per chi non ama la democrazia. Ai suoi colleghi europei, a questi servi del capitale, Tsipras sta dando una lezione di dignità e di alta politica. Tsipras probabilmente avrebbe trovato una maggioranza parlamentare per continuare a governare la Grecia, sarebbe riuscito a raccattare i voti di qualche "responsabile" - come fa renzi con Verdini e i suoi complici - ma ha deciso di chiedere un nuovo mandato agli elettori. E' un rischio? Forse, ma se vincerà Syriza quel governo sarà ancora più forte, in una campagna d'autunno che si presenta difficilissima. Per la Grecia e per l'Europa.
A quelli che non sono mai contenti vorrei chiedere se pensano che sia meglio affrontare i prossimi mesi con un governo guidato da Alexis Tsipras o da un qualche tecnico prono alle decisioni della Bce. Io credo che i greci capiranno che, quando arriveranno i tecnici della Troika, sarà meglio che ad incontrarli ci siano gli uomini di Syriza piuttosto che quelli di Nuova democrazia. Nelle prossime settimane in Europa dovremo finalmente avviare un ragionamento sulla que­stione del debito, peraltro un tema che non sarebbe mai stato affrontato se non ci fosse stata la vittoria di Syriza e il referendum greco; e questa discussione a chi la vogliamo lasciare, solo alla Merkel e a Schauble? Io preferisco ci sia anche Tsipras a quel tavolo. I prossimi mesi saranno decisivi per la Grecia e per l'Europa, perché c'è finalmente una possibilità, dopo molti anni, di allar­gare il fronte dell'opposizione al finanzcapitalismo, attraverso una poli­tica intel­li­gente, prag­ma­tica, effi­cace. Podemos può avere un risultato importante in Spagna, in Gran Bretagna Jeremy Corbin ha raccolto attorno a sé un movimento più vasto di quello che si poteva immaginare. In Europa una sinistra c'è e deve avere un punto di riferimento in Grecia: ne abbiamo bisogno tutti. Abbiamo bisogno di una sinistra che conosca la politica, ne capisca i tempi e le regole, che abbia il coraggio di affrontare la fatica e il rischio del governo, che non rinunci al dialogo con i cittadini. Finora Syriza ha saputo farlo, per questo io la voterei, per questo io spero possa nascere una sinistra così in Italia.

mercoledì 8 luglio 2015

Considerazioni libere (403): a proposito di una vittoria difficile...

Abbiamo vinto, in maniera netta e inequivocabile; e non ci succedeva da tempo. Abbiamo festeggiato, forse con un po' troppa enfasi, ma - dovete scusarci - non ci siamo abituati. Adesso però è il momento di riflettere su cosa ha significato il successo del no nel referendum greco dello scorso 5 luglio, un risultato per molti aspetti storico. E le ragioni per essere preoccupati, nonostante tutto, sono molte.
In questa considerazione non voglio soffermarmi sugli aspetti più propriamente economici della crisi. Il governo greco in questi giorni è impegnato in una trattativa difficile. Le forze del capitale non si sono certo arrese e vorranno punire la Grecia per lo sgarro subito, ma credo che, alla fine e nonostante tutto, un accordo lo troveranno. Si preparano comunque giorni difficili per quel popolo, la loro lotta sarà dura e devono sentire tutta la nostra solidarietà. Non basta aver fatto il tifo la scorsa settimana, non basta aver gioito la notte del 5 luglio, dobbiamo continuare a seguire quello che avviene in Grecia, possibilmente sfuggendo alla controinformazione dei giornali e delle televisione di regime che ci raccontano una realtà distorta. E soprattutto dovremmo provare a fare come la Grecia; che è la cosa più difficile, specialmente qui in Italia. 
E qui vengo al punto che mi interessa di più, ossia alle prospettive della sinistra a seguito di questo voto. E' vero che abbiamo vinto, che siamo riusciti a far passare, per la prima volta, un'opzione politica diversa rispetto all'imperante ideologia ultraliberista, che però è tutt'altro che sconfitta, anzi ha dimostrato, ancora una volta, una pervasività inquietante.
Un elemento che mi preoccupa - molto - è la sostanziale e totale adesione della maggior parte degli esponenti del Pse all'ideologia ultraliberista. In questa vicenda Jean-Claude Juncker e Martin Schulz, pur essendo i rappresentanti di due famiglie politiche formalmente contrapposte, hanno detto e fatto le stesse medesime cose. Anzi Schulz è quello dei due che ha usato i toni più minacciosi, che ha rinunciato da subito alle blandizie diplomatiche, dichiarando esplicitamente che il loro obiettivo era la caduta del governo Tsipras e la creazione di un esecutivo più malleabile, sostanzialmente prono ai voleri della Troika. In questa settimana era impossibile capire chi fosse del Ppe e chi del Pse. Rajoy e renzi sono intervenuti con la stessa virulenza contro il fronte del no, il primo comprensibilmente preoccupato per la crescita di Podemos - che certamente sarà galvanizzato da questo risultato - il secondo, che - purtroppo per noi - non ha questo pensiero, per puro servilismo; eppure Rajoy e renzi sono uno del Ppe e uno del Pse, ma sono ormai indistinguibili per scelte politiche e azione di governo.
Di fatto questo referendum ha segnato il suicidio politico dei socialisti europei, la loro resa di fronte alle forze del capitale. E anche chi - come me - in questi anni è sempre stato critico verso quel movimento e lo ha ritenuto inadeguato, non può essere contento di questa fine ingloriosa.
Pensate a quello che è successo in questi giorni: la piccola Grecia, che rappresenta il 2% del pil di tutta l'Unione europea, è riuscita a bloccare le forze del capitale, perché queste, per tracotanza, hanno costruito un sistema monetario che non prevede l'uscita dall'euro di uno dei paesi aderenti. L'uscita della Grecia dall'area euro e il conseguente ritorno alla dracma è stato il bluff usato in questi mesi dalle forze del capitale, che pure sapevano che questa opzione avrebbe causato più danni a loro che alla Grecia. La forza di Syriza è stata quella di denunciare questo bluff, di dire, come il bambino della fiaba, che il re è nudo. Pensate se questa presa di posizione fosse stata presa, mesi fa, dai paesi governati da esponenti del Pse - dalla Francia, dall'Italia, dalla Danimarca - non sarebbe servito il referendum greco, non sarebbe servito il sacrificio di quel popolo che, per difendere l'Unione, anche per noi, ha messo in pericolo i propri risparmi. Invece il Pse ha scelto il rigore, le privatizzazioni, la legislazione che limita i diritti dei lavoratori, l'aumento della tassazione indiretta e la diminuzione di quella diretta, in buona sostanza ha scelto di abbandonare a se stessi i poveri, i lavoratori, per difendere i ricchi, i privilegiati, ha deciso di allearsi con le forze del capitale, giustificando questa scelta nel nome della modernità.
Come ho scritto molte volte, di questa deriva portiamo la responsabilità tutti noi che abbiamo fatto politica in questi anni nel campo della cosiddetta sinistra riformista e fino a quando non rifletteremo, senza infingimenti, su questo nostro passato recente, che tiene avviluppato ancora tanti, non faremo passi in avanti. Il Pse è il morto che rischia di far annegare il vivo.
Poi c'è un'altra considerazione che riguarda proprio i cittadini greci. A quello che sappiamo la stragrande maggioranza dei giovani di quel paese ha votato no. Credo sia comprensibile, visto che proprio loro sono quelli che hanno subito più duramente gli effetti di questa crisi, che o non trovano lavoro - la disoccupazione giovanile supera il 60% - o, se lo trovano, è sottopagato e precario. Mi piacerebbe sperare che sia cresciuta tra quei giovani una forte consapevolezza di sinistra, ma temo non sia così. Soprattutto in questa generazione è penetrata a fondo l'ideologia ultraliberista, anche perché noi abbiamo offerto loro un pessimo esempio, in questi anni non abbiamo mai davvero rappresentato un modello alternativo per questi ragazzi. 
I ragazzi greci sono così diversi dai loro coetanei italiani? Non credo. Tra i nostri giovani prevale la sfiducia nella politica, la difficoltà a riconoscere i valori della condivisione pubblica, l'idea che perseguire egoisticamente il proprio benessere sia un valore positivo. E' l'ideologia ultraliberista che ha ormai inculcato nei nostri ragazzi l'idea che ognun per sé, Dio per tutti. Questo egoismo, che si trova nei giovani, ma prevale nettamente anche tra i vecchi - basta osservare i comportamenti collettivi di gran parte dei nostri contemporanei - è la destra "interiorizzata", il capitalismo che ormai ha infettato i cervelli e inaridito i cuori, che si è diffuso come un cancro. Così ad esempio la difficoltà di condurre battaglie comuni, e il parallelo tentativo di trattare ognuno il proprio particulare, è uno dei motivi che indebolisce il movimento sindacale. Spero di sbagliarmi, ma credo che il voto dei giovani greci sia la reazione rabbiosa di una generazione con le pezze al culo, e non il prodromo di una rinnovata spinta di sinistra, del diffondersi dell'idea di partecipazione solidale.
Oggi fortunatamente in Grecia Syriza è riuscita a intercettare queste pulsioni, ma in altri paesi, dove la crisi non ha toccato così ferocemente la carne viva della persone, non è la sinistra a svolgere questo ruolo, ma la destra fascista, quella che vive e si rafforza esacerbando il conflitto tra gli ultimi e i penultimi, oppure la destra qualunquista, quella che dice che tutto va male, perché sono tutti uguali. E sempre nella storia, questi movimenti hanno fiancheggiato le forze del capitale, le hanno aiutate, sono state le loro naturali alleate.
Era importante vincere e Tsipras e i compagni di Syriza hanno fatto bene a usare tutti i mezzi per sconfiggere le forze del capitale, ma quanto di quel voto è frutto di un taglio decisamente nazionalista che il governo ha dato a questa consultazione, sfruttando anche il naturale risentimento antitedesco? Probabilmente molti hanno deciso di votare no spinti più dal desiderio di vendicarsi della Germania o dall'orgoglio greco che dall'adesione a un progetto politico così radicalmente di sinistra. Così come per noi è imbarazzante la compagnia delle persone con cui ci siamo ritrovati a festeggiare per l'esito del referendum: il nostro no non è quello della Lega, della Meloni, di Brunetta o di Grillo. In Italia abbiamo rischiato di rappresentare il no quasi solo come un'opzione della destra, della destra peggiore.
Francamente ho visto un po' troppo entusiasmo intorno al risultato del voto greco. L'euforia è giustificata, perché adesso sappiamo che le forze del capitale non sono imbattibili, perché le vediamo costrette a trattare con gli "impresentabili", con quelli senza cravatta, perché probabilmente adesso dovranno accettare di rinegoziare il debito; e tutto questo sarà un'iniezione di fiducia per i compagni di Podemos, per i compagni del Sinn Fein, per i tentativi che si stanno compiendo in Europa di costruire una sinistra nuova. Tra l'altro, morto il Pse, ossia il rappresentante della cosiddetta sinistra riformista, anche il senso della dicotomia tra sinistra riformista e sinistra radicale cade. Dal momento che la sinistra riformista non esiste più - o è una caricatura, come in Italia - la sinistra radicale deve anch'essa ridefinirsi, perché non basta più dire di essere a sinistra del Pse. A sinistra di niente non c'è posto per niente.
Mi pare che in Italia in particolare ci sia la tentazione di riunire tutta la sinistra, senza aggettivi, che si dia un'eccessiva enfasi alla necessità di stare tutti insieme. Capisco che sia importante, vista anche la nostra naturale tendenza a scinderci. Ma se è vero quello che ho detto prima, credo invece che qualche aggettivo occorra usarlo, altrimenti rischiamo che l'entusiasmo che si è creato intorno al pur importantissimo risultato del referendum greco venga vanificato nel lungo periodo. Come sapete io sono particolarmente affezionato all'aggettivo socialista, perché credo che questa parola possa esprimere ancora molta della sua potenzialità, possa spiegare il conflitto che c'è nel mondo - e lo abbiamo visto agire in questi giorni - tra le forze del capitale e quelle del lavoro. Una volta la chiamavano lotta di classe, altro termine che io voglio ricominciare a usare, perché spiega che si sta da una parte o dall'altra e che queste due parti sono destinate a scontrarsi. E infatti essere socialisti significa lottare per un'uguaglianza sostanziale, che è in antitesi alla concezione prettamente individualistica oggi così in auge; essere socialisti significa credere che esistano dei beni comuni da sottrarre al mercato, che la ricchezza debba essere redistribuita, che la piena occupazione e la dignità del lavoro possano porre dei limiti all'iniziativa privata, che il welfare debba essere universalistico.
Ad esempio credo sia significativo il fatto che una delle richieste della Troika su cui si è arenata la trattativa, sia stata quella di impedire al governo Tsipras di reintrodurre la contrattazione collettiva nazionale, abolita dai precedenti governi di destra. Dal momento che questa misura non ha incidenza sul debito che la Grecia è stata costretta ad accumulare, è chiaro che l'Unione europea ha condotto tutti i negoziati in questi mesi - e li sta conducendo oggi - con uno spirito violentemente ideologico, con l'obiettivo di cancellare i diritti conquistati dai lavoratori nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. E, guardando all'Italia, è altrettanto chiaro che il tanto decantato riformismo renziano, che ha prodotto - tra le altre castronerie - il jobs act, non è altro che la mera esecuzione di ordini che vengono dalle forze del capitale; anche per questo il risultato del referendum è stato così importante.
E' stato necessario, ma non sufficiente. E' stato necessario votare no, per fermare l'attacco del capitale, per guadagnare un po' di tempo, per prendere coraggio, ma non è sufficiente per costruire una vera alternativa socialista, che prospetti un sistema radicalmente diverso dei rapporti economici e sociali. Mi pare che i compagni greci ci stiano provando. Noi purtroppo no.

domenica 5 luglio 2015

da "I Persiani" di Eschilo (vv. 230-244)

Atossa
Questo voglio sapere, amici: in quale parte della terra dicono che si trovi Atene?
Coro
Lontano, dove Sole potente si tuffa languendo.
Atossa
E spasima, mio figlio Serse, di catturare una tale città?
Coro
Tutta la Grecia s'inchinerebbe al Gran Re.
Atossa
Pari a noi contano nerbo d'uomini armati?
Coro
D'una tempra che già diede tormento ai Persiani.
Atossa
In pugno? Lampo di freccia a incurvare lo scatto dell'arco, o...
Coro
No, no: picche immote, corazzate di scudi.
Atossa
E in più, che altro? Scorte domestiche d'oro?
Coro
Pare una vena d'argento. Forziere è la terra.
Atossa
Ma quale capo li comanda? Chi guida il loro esercito?
Coro
Di nessun essere umano essi sono detti schiavi o sudditi!
Atossa
Ma allora come possono reggere all'assalto di genti nemiche?
Coro
Come? Tanto bene ci riescono che hanno fatto a pezzi un'armata di Dario, grande e potente.

venerdì 3 luglio 2015

Considerazioni libere (402): a proposito della Grecia che amiamo...

Spero che José Saramago mi possa perdonare per aver usato, cambiandolo un po', un bellissimo brano tratto da "La zattera di pietra", adattandola a quello che succede in questi giorni in Grecia e in Europa.

La razza degli inquieti, fermento del diavolo, non si estingue facilmente, per quanto si adoprino gli àuguri in pronostici. È lei che segue con gli occhi il treno che passa e si rattrista, nostalgica, per il viaggio che non farà, è lei che non può vedere un uccello nel cielo senza provare la bramosia di un volo alcionio, è lei che, nel dileguarsi di una barca all’orizzonte, libera dall’anima un sospiro tremulo, l’amata ha creduto perché fossero sì vicini, solo lui sapeva perché era sì lontano. Fu dunque uno di quegli insoliti e inquieti uomini che per la prima volta osò scrivere le parole dello scandalo, segnale di una evidente perversione, Nous aussi, nous sommes grecs, le scrisse su un muro, in un angolino, timidamente, come chi, non potendo ancora proclamare il suo desiderio, non ce la fa più a nasconderlo. Essendo stato scritto, come si può leggere, in francese, si penserà che il fatto sia accaduto in Francia, è il caso di dire, Pensi ciascuno ciò che vuole, poteva esser successo anche in Belgio, o in Lussemburgo. Questa dichiarazione inaugurale dilagò rapidamente, comparve sulle facciate dei palazzi, sui frontoni, sull'asfalto delle strade, nei corridoi della metropolitana, sui ponti e sui viadotti, i fedeli europei conservatori protestavano, Questi anarchici sono pazzi, è sempre così, si fa scontare tutto all'anarchia.
Ma la frase oltrepassò le frontiere e dopo che le ebbe oltrepassate ci si accorse che, alla fin fine, era già comparsa anche negli altri paesi, in tedesco Auch wir sind Griechen, in inglese We are Greeks too, in italiano Anche noi siamo greci, e di repente fu come una miccia, ardeva dappertutto a lettere rosse, nere, blu, verdi, gialle, viola, un fuoco che sembrava inestinguibile, in olandese e fiammingo Wij zijn ook Grieken, in svedese Vi ocksa ar greker, in spagnolo Nosotros también somos griecos, in danese Vi er også grækerne. Ma il culmine, l'auge, l'acme, parola rara che non torneremo a usare, fu quando tra le mura del Vaticano, sulle venerabili pareti e sulle colonne della basilica, sullo zoccolo della Pietà di Michelangelo, sulla cupola, a enormi lettere azzurro chiaro sul pavimento di Piazza San Pietro, la stessa identica frase apparve in latino, Nos quoque graeci sumus, come una sentenza divina al plurale majestatis.
Alla sera al mattino l'Europa si svegliò coperta di queste scritte. Ciò che, all'inizio, forse era stato solo il mero e impotente sfogo di un sognatore continuò a dilagare fino a diventare grido, protesta, manifestazione di piazza.

mercoledì 1 luglio 2015

Verba volant (199): no...

No, avv.

In politica non è facile rispondere con un o con un no, perché in genere le questioni sono più complicate di così, faticano a essere incasellate in questa dicotomia elementare, richiedono una risposta più articolata e soprattutto perché tra il e il no c'è tutta una varietà di possibili risposte, tra cui spesso si trova quella giusta. Peraltro anche nella vita è così, raramente è solo o solo no. Però ci sono delle volte, in politica - come nella vita - in cui non c'è più spazio per questi distinguo e bisogna rispondere, in maniera secca: o no.
Il prossimo 5 luglio io voterei no, convinto, convintissimo, e spero che tanti greci - la maggioranza - facciano questa stessa scelta. Il no ha molti significati, ma alla fine è sostanzialmente una scelta di campo: di qua noi e di là "loro".
Devo dire che "loro" ci stanno aiutando parecchio a definire i campi. Non fanno neppure finta, non cercano di apparire diversi da quello che sono. "Loro", rifiutando fino all'ultimo - anche in queste drammatiche ore - le proposte elaborate dal governo greco, hanno detto chiaramente che l'obiettivo che perseguono non è quello di risanare l'economia greca o di trovare una soluzione alla crisi europea, magari la soluzione "tecnica", asetticamente neutra, come dicevano - mentendo - solo pochissimo tempo fa. "Loro" vogliono distruggere la Grecia perché ha osato eleggere un governo diverso da quello che "loro" avrebbero voluto, un governo che fa proposte di sinistra, neppure troppo radicali, proposte che un tempo avremmo definito socialdemocratiche. A "loro" non interessa sapere se il governo greco pagherà o non pagherà i propri debiti - una cifra alta, ma in fondo sopportabile, una cifra che potrebbe essere estinta, in tutto o in parte, senza troppi contraccolpi, come è avvenuto con il debito tedesco negli anni Cinquanta. Invece "loro" chiedono quattro cose: riduzione drastica delle pensioni, abbassamento dei salari e abolizione dei diritti dei lavoratori, smantellamento dei servizi pubblici e privatizzazioni. E' quello che hanno imposto all'Italia, con i governi di Monti, poi di Letta e infine di renzi; dalla riforma Fornero all'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori le leggi fatte in Italia vanno tutte in questa direzione. E' quello che hanno imposto alla Germania, alla Francia, a tutti i paesi dell'Unione europea. E' quello che vogliono dalla Grecia.
Per questo non possono tollerare che un piccolo paese rifiuti questo schema, magari avendo la presunzione di offrire una propria ricetta per tentare di uscire dalla crisi. Il governo greco ha proposto, tra le altre misure, di aumentare l'imposta sulle società dal 26 al 29%, di introdurre una tassa speciale del 12% per le imprese con profitti superiori ai 500mila euro l'anno, di aumentare la tassa sul lusso e sugli yacht privati, di tassare le licenze di telefonia mobile, di tagliare 200 milioni dalle spese per la difesa: si tratta evidentemente di misure che colpiscono direttamente i greci ricchi e i capitalisti internazionali. E contemporaneamente ha varato dei provvedimenti per tutelare la fascia dei più poveri. Si tratta chiaramente di uno scontro di classe - non ci sono altre parole per dirlo, anche se sembrano desuete - di una fase, violentissima, dello scontro tra il capitale e le forze del lavoro. E se saremo sconfitti, questa volta sarà difficilissimo pensare di tornare in gioco, almeno per quelli della mia generazione impossibile.
La decisione del governo greco di indire questo referendum, di far decidere ai cittadini greci se accettare o meno l'accordo tra la Grecia e i suoi creditori, è l'altra ragione per cui la reazione del capitale è così rabbiosa. In questi anni abbiamo registrato una progressiva riduzione degli ambiti e delle prerogative degli istituti democratici, proprio mentre si cercavano di annullare le conquiste del movimento dei lavoratori. Anzi le due cose sono andate perfettamente di pari passo. Anche in questo caso le vicende italiane sono significative: tutte le riforme varate in queste anni - e segnatamente quelle che portano la firma di quest'ultimo disgraziato governo - vanno nella direzione di una concentrazione di potere in capo all'esecutivo, a scapito di quello legislativo, e di una centralizzazione, a scapito delle autonomie, portando quindi il segno di una svolta autoritaria.
In questi giorni occorre scegliere da che parte stare e - al di là del risultato di domenica - questo referendum avrà un significato storico, perché mostra la verità, squarcia il velo sulle ipocrisie della politica di questi anni infelici. Questo referendum segna in particolare la sconfitta dei socialisti europei, la loro irrilevanza politica. La decisione dei partiti socialisti, sia di quelli che sono al governo sia di quelli che nei loro paesi sono all'opposizione, di schierarsi per il , di accettare supinamente quello che viene loro imposto dalle forze del capitale, segna un passaggio storico, così come la decisione dei socialdemocratici tedeschi di votare i crediti di guerra all'inizio del primo conflitto mondiale segnò la fine dell'Internazionale. Da oggi il Pse non esiste più, perché ha decretato la propria fine arrendendosi al proprio nemico. Anche in questo caso purtroppo l'Italia ha anticipato i tempi di questa crisi: la decisione dei Democratici di sinistra di far nascere il pd ha rappresentato il suicidio dei socialisti in Italia, di cui l'attuale sciagurato governo - il cui capo ovviamente si spertica, anche nel suo improbabile inglese, a favore del - rappresenta soltanto la naturale e inevitabile degenerazione.
Non sappiamo cosa succederà il prossimo 5 luglio, non sappiamo cosa decideranno i greci: la pressione affinché votino è fortissima, tutti i mezzi di informazione europei sono schierati per il , dipingono scenari foschi in caso di vittoria del no. Sarà difficile per i greci resistere a questa tensione. E soprattutto non sappiamo cosa succederà dopo il 5. Se vincerà il non è detto che le forze del capitale si limitino ad applicare lo schema dell'accordo che avevano chiesto a Tsipras di firmare, probabilmente chiederanno altre misure: si prepara per quel popolo nobile e fiero una tristissima agonia, perché il capitale si avventerà su quel paese con una violenza inaudita, con spirito di vendetta e per dare una lezione preventiva agli altri popoli europei, caso mai avessero la tentazione di votare a sinistra. Votare equivale a insaponare il cappio a cui quel popolo sarà appeso.
Se vincerà il no non sappiamo cosa succederà, probabilmente le forze del capitale non riconosceranno l'esito del referendum e, nel chiuso delle loro stanze, stanno già preparando un colpo di stato, per quanto non convenzionale, per esautorare il governo Tsipras. Lo hanno fatto in Italia, quando napolitano, forzando e violando la Costituzione, fece dimettere Berlusconi che, nonostante tutto, era stato eletto, e impose al parlamento il governo Monti. I leader dei partiti greci dell'opposizione, compresi i traditori del Pasok, sono già stati a Bruxelles e a Berlino per trattare la resa e probabilmente anche in quel paese useranno il presidente della Repubblica, esponente di Nea Dimokratia, per bloccare il tentativo di Tsipras.
Se vincerà il no il governo legittimo della Grecia potrà, con la forza della democrazia, dire che quei debiti sono illegittimi perché concessi, con il solo intento speculativo, quando si sapeva che non sarebbero stati onorati, e perché il cercare di pagarli metterebbe in ginocchio un popolo. E perché la Grecia è la terra di Solone, il primo legislatore che varò un provvedimento per l'estinzione dei debiti quando questi potevano essere pagati soltanto a prezzo della schiavitù del debitore.
Spero di aver fatto capire perché per me quello che succede in questi giorni, in queste ore, in Grecia non è qualcosa che riguarda soltanto quel popolo, a cui noi possiamo guardare con più o meno solidarietà, a seconda del legame che abbiamo con quella terra - che per me è fortissimo, come sapete - ma è qualcosa che ci riguarda direttamente, riguarda il futuro nostro e dei nostri figli. Domenica le donne e gli uomini della Grecia voteranno anche per noi. E non sono chiamati a un referendum tra l'euro e la dracma, come ha detto renzi, con la sua solita arroganza clownesca, non sono chiamati a un referendum pro o contro l'Europa: la Grecia è naturalmente Europa, non può non esserlo, visto che l'Europa è nata lì, in quelle città. E' un referendum pro o contro questa Europa, che non è l'unica Europa possibile, ma solo l'Europa che il capitale ha costruito per difendere i propri interessi. Anche per chiarire che c'è una bella differenza tra il nostro no - che è il no di Syriza e della migliore sinistra europea - e il no della destra fascista e nazionalista, della destra delle piccole patrie, dei muri, dei respingimenti oppure il no qualunquista e opportunista di quelli che vogliono approfittare del momento per raccogliere qualche consenso in più, con la loro antipolitica volgare e urlata.
Il nemico è potente, fortissimo, ma questa volta abbiamo un vantaggio, perché il capitale, credendosi invincibile, ha peccato di orgoglio - di ybris avrebbero detto gli antichi Greci - e ha costruito un sistema che non prevede vie di uscita. Non pensava che un giorno uno dei paesi dell'area euro avrebbe avuto un governo come quello che c'è adesso in Grecia o come ci potrebbe essere l'anno prossimo in Spagna; pensava che ci sarebbe sempre stato un fantoccio facilmente manovrabile, un Samaras, un renzi, o robe del genere. Per questo hanno paura, perché il rischio che salti l'euro, una volta uscita la Grecia, è un'opzione possibile, a cui non sono preparati. Noi dobbiamo sfruttare questa loro paura, dobbiamo sapere che, per una volta, abbiamo noi il coltello dalla parte del manico. E vogliamo usarlo.
Per questo voterei no, perché questo è un voto per la democrazia, per i diritti politici e civili, per il lavoro, perché questo è un voto per il socialismo.
Forza, compagne e compagni greci, gridiamo forte insieme il nostro OXI.

martedì 20 gennaio 2015

Considerazioni libere (394): a proposito di una speranza che potrebbe realizzarsi...

Siamo in tanti, in tutta Europa, a guardare con speranza a quello che succederà domenica prossima in Grecia: una vittoria netta di Syriza e la formazione di un nuovo governo guidato da Alexis Tsipras avrebbero un significato fondamentale non solo per quel paese, ma per tutta la sinistra europea, a partire da quei paesi dove i partiti del nostro schieramento sono più forti e possono legittimamente aspirare a vincere le elezioni, come in Spagna e in Irlanda, ma anche per l'Italia, dove la sinistra politica adesso di fatto non esiste e noi "sinistri" ci sentiamo sempre più "esodati della politica", spesso tentati dalla voglia di mollare, di astenerci.
Le forze dominanti presentano queste elezioni greche come una sorta di referendum pro o contro l'Unione europea, cercando quindi di far passare il messaggio che la "loro" Europa, l'Europa dei mercati, delle banche, delle rendite, è l'Europa tout court, l'unica e sola Europa possibile. La migliore delle Europe possibili, direbbe il dottor Pangloss. E quindi chi critica la "loro" Europa viene descritto come una sorta di terrorista, come chi la vuole distruggere. Basta guardare un telegiornale italiano o leggere un qualsiasi giornale: il primo obiettivo di Syriza sarebbe l'uscita dall'euro, una cosa che non c'è nel programma di Salonicco e anzi è fuori dall'orizzonte politico di quel partito, che è fortemente europeista.
Comprensibilmente la destra greca - e i loro servi del Pasok, il pd greco - fa di tutto per imbrogliare le carte e Samaras si presenta come il garante dell'unità del paese sotto l'egida dell'Europa "tedesca", dal momento che non può presentare nessun risultato positivo della sua azione di governo, visto che le ricette proposte dal Memorandum stilato dalla Troika si sono rivelate incapaci di invertire la tendenza e di portare il paese fuori dalla crisi. Anzi l'hanno aggravata, gettando nella povertà milioni di persone. La destra, mentendo, sostiene che la crisi del debito greco sia endogena, così da giustificare l'inevitabilità delle riforme neoliberali (più o meno lo stesso che hanno fatto in Italia, imponendo a napolitano i governi monti, letta e renzi). Tutti i corifei del regime spiegano che la violazione delle scelte imposte dal Memorandum, ossia la rinuncia alle "loro" riforme, provocherebbe l'uscita della Grecia dall'euro, con gravissime conseguenze, che però sarebbero limitate soltanto a quel paese. L'Economist però prevede che entro la fine di quest'anno saranno sette gli stati europei ad avere un debito pubblico al di sopra del 100% del loro pil, dimostrando quindi che il problema non è il debito pubblico greco, ma la crisi dell'eurozona. L'unico punto della propaganda elettorale di Samaras, ossia che la Grecia rimarrebbe isolata in Europa se vincesse Syriza, è smentita ormai nei fatti e anzi, proprio l'affanno con cui i leader europei, di destra e del cosiddetto centrosinistra, sostengono Samaras, sta favorendo il consolidamento elettorale della sinistra.
Vedremo cosa succederà lunedì prossimo. E' chiaro che un eventuale governo di Syriza non chiederà alla Troika di avere più tempo per rispettare gli impegni dettati dal Memorandum, non farà come hanno fatto in questi mesi Samaras e Venizelos, ma - proprio in forza di un risultato elettorale di questa portata e di un mandato democratico così ampio - chiederà la fine dell'austerità, in nome della non sostenibilità del debito. Per questo i poteri che lavorano nell'ombra per il fallimento della Grecia, dell'Italia, della Spagna hanno paura della democrazia, cercano di limitarla, come sta succedendo nel nostro paese, con le riforme istituzionali presentate dal governo renzi. Democrazia e lavoro sono due facce della stessa medaglia, come ci hanno insegnato i nostri padri Costituenti.
Naturalmente per Syriza, anche se otterrà la maggioranza assoluta, non sarà facile governare questo passaggio, perché incontrerà resistenze da parte del mondo politico e di ampi settori dell'amministrazione, che vedranno diminuire il potere che hanno acquisito - anche in maniera disonesta - in questi anni, e soprattutto del mondo degli affari, che ha già messo gli occhi sui beni da privatizzare e ha scommesso sul fallimento del paese, per acquistare a prezzi di realizzo tutto quello che può essere valorizzato. E tutti questi avranno l'appoggio delle istituzioni europee e degli organismi finanziari internazionali, che faranno di tutto - lecito e illecito - per sabotare l'esperienza greca. Immaginatevi come saranno schierati nelle prossime settimane gli organi di informazione, pronti a sottolineare ogni presunto errore del governo Tsipras. Per questo dobbiamo vigilare, anche qui, e sostenere quel governo.
L'esperienza di Syriza non deve essere una parentesi, come auspicano i nostri nemici. E sappiamo già che dopo le elezioni il potere della sinistra sarà fragile - troppo fragile, visti i nemici contro cui deve difendersi - se si limiterà al confronto istituzionale e se non troverà delle alleanze in Europa. E' una cosa che abbiamo già visto succedere troppe volte, perché un paese non si cambia solo dall'alto, perché non basta controllare le leve del potere, ma bisogna far crescere una cultura politica diversa; e questa volta non possiamo permetterci di sbagliare.
Bisogna partire dall'idea che in Europa c'è un conflitto, anche se non è quello che ci raccontano i giornali. Ed è un conflitto che, forse per la prima volta con questa nettezza, non avviene tra stati nazionali, ma nasce all'interno dei singoli stati ed è esteso a tutto il continente. La rivoluzione ha una lunga storia in questa parte del mondo - l'ha in qualche modo plasmata - ma questa storia si è sempre intrecciata con quella degli stati nazionali, perché le classi dominanti sono riuscite, praticamente in ogni occasione, a far in modo che gli interessi di ogni singolo paese prevalessero sui comuni interessi di classe naturalmente transnazionali, costringendo quindi i lavoratori francesi, tedeschi, inglesi, italiani, a combattersi, in nome proprio di questi fantomatici superiori interessi nazionali, che ovviamente nascondevano gli interessi delle classi che li guidavano.
Adesso lo scenario è mutato, anche per merito di quegli antifascisti che immaginarono, mentre erano ancora nelle carceri fasciste, un'Europa completamente diversa da quella in cui erano nati e cresciuti. L'auspicata vittoria di Syriza - come quelle che speriamo seguiranno di Podemos e del Sinn Fein - unisce in questo conflitto l'Europa dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, ossia di un mondo del lavoro che è sempre più sfruttato e oppresso. Lo vediamo bene in Italia, dove non per caso l'attuale governo si dedica con un'incredibile tenacia alla lotta contro i lavoratori e i loro diritti.
Proprio la consapevolezza di far parte di un conflitto globale ci può aiutare. E in qualche modo anche "loro" ci temono, nonostante la sicumera con cui ci affrontano, nonostante la vicenda greca venga in queste ultime ore sottovalutata, proprio per far passare l'idea che si tratta di un problema interno di quei "pigri" dei greci. La Germania deve fare i conti con i segnali di un rallentamento della propria economia e una parte della destra comincia a riflettere e avanza l'ipotesi che per uscire dalla crisi siano necessari gli investimenti pubblici e un allentamento delle politiche di austerità. La stessa Bce farà probabilmente quello che fino ad ora le è stato impedito di fare, ossia acquistare titoli di stato, invece che continuare a finanziare le banche con denaro prestato a tassi ridicolmente bassi, che poi viene messo sul mercato delle famiglie e delle imprese, con ampi margini di lucro. Ormai tra i cittadini europei cresce la consapevolezza che il denaro per "salvare" la Grecia sia stato utilizzato soltanto per pagare gli interessi sul debito e quindi sia servito alle banche del Nord per ridurre le perdite su crediti che hanno distribuito, in maniera quantomeno disinvolta, ai paesi del Sud.
Le compagne e i compagni di Syriza non possono farcela da soli, proprio perché la loro è una battaglia europea, che passa attraverso il taglio del debito e un piano di investimenti pubblici, una sorta di new deal europeo.
Per questo servono a loro, servono a noi, una forte consapevolezza politica, una riflessione teorica sulla crisi del capitalismo e al contempo una capacità di movimento che certamente in Italia non abbiamo avuto - troppo persi in un dibattito di posizionamento tattico tra piccole sigle e nel rapporto con il partito che ha egemonizzato, con tutti i mezzi, il centrosinistra - una presenza capillare nel territorio, anche in maniera solidale, per aiutare quelli che non ce la fanno, quelli che rischiano di rimanere indietro, una velocità di mobilitazione che ci può offrire la rete, se la sappiamo usare, al di là degli appelli generici o di firme fatte in maniera automatica, sull'onda di uno sdegno momentaneo. Serve in sostanza un partito socialista, insieme antico e nuovo, antico nei valori e nuovo nelle forme con cui fa politica, con un'attenzione solidale che è anch'essa antica, perché fa parte della migliore tradizione della sinistra.
Lo dico senza polemica, perché credo sinceramente che in questa fase - come dice il mio amico Fausto - tutti siamo indispensabili, ma mi sembra che la nostra discussione sia incentrata troppo su chi debba essere il Tsipras italiano, mentre sarebbe più importante concentrarsi su quello che ciascuno di noi può fare per far nascere questo nuovo partito.
To μέλλον έχει όνομα. Αξιοπρέπεια. Δικαιοσύνη. Δημοκρατία. 
Il futuro ha un nome. Dignità. Giustizia. Democrazia.

sabato 3 gennaio 2015

Il Programma di Salonicco. Il programma di governo di Syriza

Salonicco, 15 settembre 2014
 
Cosa farà il governo di Syriza

Il contesto della trattativa

Chiediamo elezioni parlamentari immediate e un forte mandato di negoziazione con l’obiettivo di:


• Cancellare la maggior parte del valore nominale del debito pubblico in modo che diventi sostenibile nel contesto di una "Conferenza europea del debito". E' successo per la Germania nel 1953. Può anche accadere per il Sud Europa e la Grecia.
• Includere una "clausola di crescita" nel rimborso della parte restante in modo che tale rimborso sia finanziato con la crescita e non attraverso leggi di bilancio.
• Includere un periodo significativo di grazia ("moratoria") del pagamento del debito per recuperare i fondi per la crescita.
• Escludere gli investimenti pubblici dai vincoli del Patto di Stabilità e di Crescita.
• Un "New Deal Europeo" di investimenti pubblici finanziati dalla Banca europea per gli investimenti.
• Un aiuto quantitativo da parte della Banca centrale europea con acquisti diretti di obbligazioni sovrane.

Infine, dichiariamo ancora una volta che la questione del prestito forzoso durante l’occupazione nazista della Banca di Grecia è una questione ancora aperta per noi. I nostri partner lo sanno. Diventerà la posizione ufficiale del paese a partire dal nostro primo giorno al potere.

In base a questo piano, ci batteremo e garantiremo una soluzione socialmente praticabile sul problema del debito della Grecia in modo che il nostro paese sia in grado di pagare il debito residuo attraverso la creazione di nuova ricchezza e non di avanzi primari, che privano la società di reddito.

Con questo programma, noi porteremo avanti mettendo in sicurezza il paese il recupero e la ricostruzione produttiva con:

• Aumento immediato di investimenti pubblici di almeno € 4 miliardi.
• Graduale inversione di tutte le ingiustizie del Memorandum.
• Graduale ripristino di stipendi e pensioni in modo da far aumentare i consumi e la domanda.
• Sostegno alle piccole e medie imprese, con incentivi per l’occupazione, e sovvenzione per il costo energetico del settore in cambio di occupazione e di clausole ambientali.
• Investimenti nella conoscenza, la ricerca, e la nuova tecnologia al fine di far tornare a casa giovani scienziati, che sono massicciamente emigrati negli ultimi anni.
• Ricostruzione dello stato sociale, il ripristino dello stato di diritto e la creazione di un regime meritocratico.

Siamo pronti a negoziare e stiamo lavorando per costruire le più ampie alleanze possibili in Europa.
L’attuale governo Samaras è di nuovo pronto ad accettare le decisioni dei creditori. L’unica alleanza che si preoccupa di costruire è con il governo tedesco.
Questa è la differenza tra di noi e questo è, alla fine, il dilemma:
Negoziazione europea di un governo di Syriza o accettazione dei termini dei creditori sulla Grecia da parte del governo Samaras.
Negoziazione o non-negoziazione.
Crescita o austerità. Syriza o Nuova Democrazia.

Ma cosa accadrà fino che la trattativa non sarà finita?

Con Syriza per un piano nazionale di ricostruzione per la società greca.
Noi ci assumiamo la responsabilità e, di conseguenza, l’impegno verso il popolo greco per un Piano di Ricostruzione Nazionale che sostituirà il Memorandum già nei nostri primi giorni al potere, prima e indipendentemente dal risultato della negoziazione.
Il Piano di Ricostruzione Nazionale si basa su quattro grandi pilastri per invertire la disintegrazione sociale ed economica, per la ricostruzione dell’economia e l’uscita dalla crisi.
I quattro pilastri del Piano di Ricostruzione Nazionale
1° : Affrontare la crisi umanitaria
2° : Riavviare l’economia e promuovere la giustizia fiscale
3° : Riconquistare l’occupazione
4° : Trasformare il sistema politico per rafforzare la democrazia
 
1° pilastro: Affrontare la crisi umanitaria
Costo totale stimato € 1.882 miliardi
Il nostro programma per affrontare immediatamente la crisi umanitaria, con un costo stimato circa di duemila miliardi, comprende una griglia completa di interventi di emergenza, in modo da alzare uno scudo di protezione per gli strati sociali più vulnerabili.
• Elettricità gratis per 300.000 famiglie attualmente sotto la soglia di povertà fino a 300 kWh al mese per famiglia; cioè, 3.600 kWh all’anno. Costo totale: € 59,4 milioni.
• Programma di sussidi pasto per 300.000 famiglie senza reddito. L’attuazione avverrà tramite un ente pubblico di coordinamento, in collaborazione con le autorità locali, la Chiesa e le organizzazioni di solidarietà. Costo totale: € 756 milioni.
• Programma di garanzia abitativa. L’obiettivo è la fornitura iniziale di 30.000 appartamenti (30, 50, e 70 m²), sovvenzionando affitto a € 3 per m². Costo totale: € 54 milioni.
• Restituzione del bonus di Natale, come 13 ͣ pensione, a 1.262.920 pensionati che hanno una pensione fino a € 700. Costo totale: € 543,06 milioni.
• Assistenza medica e farmaceutica gratuita per i disoccupati non assicurati. Costo totale: € 350 milioni.
• Tessera speciale di trasporto pubblico per il disoccupati di lunga durata e di coloro che sono sotto la soglia di povertà. Costo totale: € 120 milioni.
• Abrogazione del livellamento della imposta speciale di consumo sul gasolio da riscaldamento a quello per autotrazione. Portare il prezzo di partenza del combustibile per riscaldamento per le famiglie torna a € 0,90 al lt, invece degli attuali € 1,20 a lt. Previsto Benefit.

2° pilastro: Riavviare l’economia e promuovere la giustizia fiscale
Costo totale stimato: € 6,5 miliardi
Totale beneficio stimato: € 3 miliardi
Il secondo pilastro è incentrato sulle misure per riavviare l’economia. La priorità è data ad alleviare l’economia reale con la soppressione fiscale, sollevando i cittadini degli oneri finanziari, iniettando liquidità e migliorare la domanda.
La tassazione eccessiva sulla classe media e su quelli che non evadono fiscalmente ha intrappolato una grande parte di cittadini in una situazione che minaccia direttamente la loro condizione lavorativa, la loro proprietà privata, non importa quanto piccola e la loro stessa esistenza fisica, come dimostrato dal numero senza precedenti di suicidi.
• Estinzione di obbligazioni finanziarie ai fondi statali e di sicurezza sociale, in 84 rate.
Beneficio stimato: € 3 miliardi
Le entrate che ci aspettiamo di raccogliere su base annua (tra il 5% e il 15% del totale dovuto) saranno agevolate dalle seguenti misure:
1. L’immediata cessazione dell’azione penale, nonché del sequestro di conti bancari, della prima casa, di stipendi, ecc, e il rilascio del certificato di regolarità fiscale a tutti quelli inclusi nel processo di risoluzione.
2. Una sospensione di dodici mesi delle misure di perseguimento e di esecuzione nei confronti di debitori con un consolidato di reddito pari a zero, inclusi nel processo di risoluzione.
3. Abrogazione del trattamento anticostituzionale delle obbligazioni finanziarie in essere allo stato come reato in atto (in flagranza).
4. Abolizione della obbligatoria di acconto del 50% del debito in essere come prerequisito per avere un'udienza. La caparra sarà decisa da un giudice. Sarà circa il 10% -20%, a seconda delle condizioni finanziarie del debitore.
5. Abolizione immediata dell’attuale tassa unificata di proprietà (Enfia). Introduzione di una tassa sulle grandi proprietà.
Immediata correzione al ribasso dei tassi di zona delle proprietà per m².
Costo stimato: € 2 miliardi.
Tale tassa sarà progressiva, con una alta soglia esentasse. Con l’eccezione di case di lusso, non verrà applicata per la residenza primaria. Inoltre, non riguarderà la piccola e media proprietà.
• Restituzione della soglia di imposta sui redditi di € 12.000 annuali. Aumento del numero di aliquote di imposta per garantire una tassazione progressiva.
Costo stimato: € 1,5 miliardi.
• Riduzione del debito personale attraverso la ristrutturazione di prestiti ("prestiti rossi") in sofferenza da parte di individui e imprese.
Questa nuova legislazione di sollievo comprenderà: caso per caso la parziale cancellazione del debito contratto da persone che ora sono sotto la soglia di povertà, così come il principio generale di ristrutturazione del debito in essere, in modo che il suo rientro totale verso le banche, lo Stato ed i fondi di previdenza sociale non superi ⅓ del reddito di un debitore.
• Stiamo allestendo un ente pubblico di intermediazione per la gestione del debito privato, non come una "bad bank", ma come ente sia di gestione di qualsiasi pagamento in ritardo alle banche sia come di controllo delle banche per quanto riguarda l’attuazione delle transazioni concordate.
• Nei prossimi giorni, Syriza presenterà una proposta di legge per estendere all’infinito la sospensione dei pignoramenti sulla prima casa, per un valore inferiore a € 300.000. La proposta di legge prevede anche il divieto di vendere o trasferire i diritti su prestiti e ipoteche sulle terre per garantire i prestiti alle istituzioni finanziarie non bancarie o società.
• Istituzione di una banca pubblica di sviluppo e delle banche per usi speciali: capitale iniziale di € 1 miliardo.
• Ripristino del salario minimo di € 751 €

3° pilastro: Piano Nazionale per riconquistare l’occupazione
Costo stimato: € 3 miliardi
Un aumento netto di posti di lavoro di 300.000 occupati in tutti i settori dell’economia - privata, pubblica, sociale - dovrebbe essere l’effetto del nostro piano biennale per riguadagnare occupazione. Tale piano è indispensabile per assorbire i disoccupati di lunga durata, in particolare quelli con più di 55 anni, così come i giovani disoccupati, che sarebbero in gran parte ignorati dalla crescita economica. Il nostro piano permetterebbe di risparmiare fondi per estendere l’indennità di disoccupazione a beneficio di più persone.
• Restituzione del quadro istituzionale per la tutela dei diritti del lavoro che è stato demolito dai governi del Memorandum.
• Restituzione del cosiddetto "effetto-dopo" dei contratti collettivi; degli stessi contratti collettivi, così come dell’arbitrato.
• Abolizione di tutte le norme che consentono i licenziamenti ingiustificati e di massa, nonché dell’affitto dei dipendenti.
Costo zero
Programma di occupazione per i 300.000 nuovi posti di lavoro.
Stima dei costi del primo anno: € 3 miliardi

4° pilastro: Trasformare il sistema politico per rafforzare la democrazia
Costo totale stimato: € 0
Dal primo anno di governo di Syriza, intendiamo mettere in moto il processo di ricostruzione istituzionale e democratico dello Stato. Potenziamo le istituzioni della democrazia rappresentativa e si introducono nuove istituzioni di democrazia diretta.
1. Organizzazione regionale dello Stato. Miglioramento della trasparenza, della autonomia economica ed efficacia del funzionamento dei Comuni e delle Regioni. Autorizziamo le istituzioni di democrazia diretta e l’introduzione di nuove.
2. Rafforzamento della partecipazione democratica dei cittadini. Introduzione di nuove istituzioni, come ad esempio l’iniziativa legislativa popolare, veto delle persone e l’iniziativa popolare per indire un referendum.
3. Rafforzamento del Parlamento, riduzione dell’immunità parlamentare, e l’abrogazione del particolare regime giuridico della non-azione penale verso i parlamentari.
4. Regolamento del paesaggio radio/televisivo, con l’osservazione di tutti i presupposti di legge e aderendo a criteri di rigore finanziario, fiscale e sicurezza sociale. Ripristino della Ert (Public Radio e Televisione) su base zero.

Stima del costo del piano non negoziabile di misure immediate per ristrutturare la società.
Abbiamo calcolato il costo totale del programma immediato per affrontare la crisi umanitaria e il costo fiscale dell’eliminazione delle mostruose tassazioni.
Ciò sarà interamente coperto come segue:
1. Prima di tutto, le misure e le procedure di soluzione e liquidazione. Abbiamo in programma di raccogliere, come minimo, € 20 miliardi su un totale di € 68 miliardi di mora per un periodo di sette anni. Ciò porterebbe ad aggiungere circa € 3 miliardi nelle casse pubbliche nel primo anno.
2. In secondo luogo, con una decisa la lotta contro l’evasione fiscale e il contrabbando (ad esempio carburante e di sigarette), cosa che richiede determinazione e volontà politica di scontrarsi con interessi oligarchici.
3. Per quanto riguarda il capitale iniziale per una organizzazione pubblica di intermediazione e il costo della creazione di una banca pubblica di sviluppo e delle banche per usi speciali, per un totale di € 3 miliardi, saranno finanziate dal cosiddetto "cuscino di comodo" dai, circa € 11 miliardi del Fondo di Stabilità Finanziaria Ellenica destinato al sistema bancario.
4. Per quanto riguarda il costo totale del piano per riconquistare l’occupazione: esso ammonta a € 5 miliardi, € 3 miliardi dei quali sono i costi nel primo anno di attuazione. Durante questo primo anno, il costo sarà finanziato mediante: € 1 miliardo dal quadro di riferimento strategico nazionale 2007-2013 "progetti ponte"; € 1,5 miliardi dal suo equivalente 2014-2020 e € 500 milioni da altri strumenti europei destinati all’occupazione.
Inoltre, considerando l’enorme sforzo che sarà richiesto per ripristinare le pensioni, il nostro governo, invece di svendere proprietà pubbliche, trasferirà una parte di essi a fondi di previdenza sociale.
Queste sono il minimo di misure da adottare al fine di invertire le conseguenze catastrofiche del coinvolgimento del Settore Privato per Investimenti (PSI) sui fondi pensione e singoli obbligazionisti e ripristinare gradualmente le pensioni.

Previsione costo totale del Programma Salonicco: € 11.382 miliardi
Stima ricavi totali: € 12.000 miliardi.

martedì 21 febbraio 2012

Considerazioni libere (271) a proposito di quello che si potrebbe fare per salvare la Grecia...

Non c'è una sola Grecia. C'è la Grecia antica, i cui confini non coincidono con quelli della penisola ellenica, ma arrivano ad abbracciare praticamente tutte le terre che si affacciano sul Mediterraneo – questo davvero meriterebbe di essere chiamato "mare egeo" – la Grecia ideale che abbiamo imparato a conoscere attraverso i libri oppure attraverso le opere d'arte e le reliquie archeologiche sparse nei musei di tutto il mondo – la Grecia è stata anche depredata di tante sue ricchezze, non dobbiamo mai dimenticarlo – la Grecia che ha creato il modo occidentale di vedere l'uomo, la natura, l'universo, e che ci ha dato le categorie di pensiero che continuiamo a usare ogni giorno nelle nostre filosofie, la Grecia che ha ispirato i poeti, anche molti secoli dopo che si sono spente le fiamme del rogo che distrusse la biblioteca di Alessandria; è la Grecia che io amo immensamente e a cui ho dedicato tante pagine di questo blog, la Grecia di Omero e di Borges, la Grecia di Sofocle e di Dürrenmatt, la Grecia di Odisseo e di Protagora. Poi c'è la Grecia della memoria antifascista, la Grecia che ebbe il coraggio di liberarsi, con le proprie forze, dagli eserciti di occupazione dell'Italia di Mussolini e della Germania di Hitler e poi la Grecia che seppe liberarsi una seconda volta, alla metà degli anni Settanta, da una durissima dittatura militare fascista, la Grecia della Resistenza e dei poeti e degli intellettuali esuli; anche di questa Grecia ho raccolto in questo blog molte testimonianze, dalle musiche di Mikis Theodorakis ai versi di Titos Patrikios e Georgos Seferis. Infine c'è la Grecia di oggi, la Grecia delle donne e degli uomini che soffrono le conseguenze di una crisi terribile e che sono le vittime di un esperimento politico ed economico destinato a distruggere per sempre quel paese, così come, prima della Grecia, gli uomini del Fondo monetario e della Banca mondiale hanno distrutto Haiti e tanti paesi africani, con il pretesto di fare il bene di quei popoli. C'è anche una Grecia che lotta, ancora una volta, per difendere la propria libertà e la propria dignità; e non è un caso che alcuni dei protagonisti delle lotte di ieri siano ancora lì a testimoniare, con la propria voce o anche solo con la propria presenza in piazza, la voglia di lottare di quel popolo.
Guardando i servizi dei telegiornali e leggendo gli articoli dei giornali – non molti a dire il vero, perché ormai sono quasi tutti omologati al pensiero unico del liberismo trionfante – cercando comunque di capire quello che sta succedendo, non riesco a distinguere le diverse immagini di quel paese che mi è così caro, pur se non ci sono mai andato. Mi angoscia pensare che, dopo questo primo esperimento in Europa, condotto sulla pelle dei greci, toccherà al Portogallo di Pessoa e di Saramago, per poi passare a una cavia più grande: la Spagna o l'Italia. Varrà forse la pena chiedersi come mai i paesi più deboli dell'Europa – almeno di quella che una volta avremmo chiamato Europa occidentale – sono anche quelli in cui sono durate più a lungo e sono finite più tardi – in alcuni casi solo pochi decenni fa – le dittature fasciste; penso che una relazione ci sia, mentre altri preferiscono indugiare, in maniera francamente razzista, su una presunta inferiorità civile e politica dei paesi mediterranei, dei paesi del sud.
Provate a leggere gli articoli che alcuni giornali – non inquadrati, o alcuni direbbero troppo inquadrati – dedicano a questo sfortunato paese: ne esce un quadro desolante. Le aziende stanno progressivamente chiudendo, i negozi non aprono e, se aprono, rimangono vuoti, cresce il numero dei disoccupati, cresce il numero di persone che fa la fila davanti agli uffici di collocamento e alle mense per i poveri, è diminuito perfino l’introito delle lotterie, che pure in paesi in crisi, ma non ancora alla bancarotta – come ad esempio l’Italia – continua a crescere. I fondamentali dell’economia, come si chiamavano una volta – prima che l’unico parametro di riferimento diventasse lo spread – sono tutti negativi. La disoccupazione ha raggiunto il 20,9%, 3 milioni di persone – quasi un terzo del paese – sono a rischio di indigenza, il pil in un anno è sceso di oltre il 7%. Soprattutto non c’è alcuna prospettiva per il futuro; e questo è il dato più terribile, al di là di ogni dato statistico.
La Grecia è un paese ormai fallito, per colpa delle sue classi dirigenti e per colpa delle istituzioni finanziarie internazionali, che hanno imposto alla Grecia una cura sbagliata, che finora non è stata efficace e che si rivelerà a breve esiziale. Nessuno è esente da colpe, soprattutto tra i greci, se la situazione è arrivata al punto in cui è arrivata. Mentre pochissimi si arricchivano enormemente a spese della collettività, tanti godevano di alcune piccole prebende, i benefici che i patroni sanno sempre elargire ai loro clientes; e così quasi tutti hanno goduto di piccoli o grandi privilegi e hanno preferito tacere, mentre il paese andava inesorabilmente alla deriva. Ora i grandi ricchi si sono messi in salvo, hanno già "esportato" i loro capitali nelle confortevoli banche svizzere e sperano che il paese fallisca definitivamente, magari reintroducendo una dracma svalutata, per poter tornare e acquistare in svendita l'intero paese; si illudono anch'essi, perché saranno preceduti da chi ha più risorse e più influenza: i cinesi hanno già acquistato il Pireo. Per i poveri, finiti i loro piccoli privilegi, è venuta l'ora di rendere i conti, anche per le colpe degli altri.
Come hanno denunciato in pochi in questi anni, la corruzione è un male diffuso in maniera endemica in quel paese, non solo nel ceto politico, ma in tutti i settori della società. Per tante persone la possibilità di ottenere un impiego pubblico, in cambio dell'appoggio a questo o quel partito, a questo o quel sindacato, a questo o quel capobastone, ha rappresentato il punto di arrivo e, una volta ottenuto, la possibilità di passare dalla parte del vessato a quella, più remunerativa, del vessatore. Troppo spesso nella pubblica amministrazione chi non è corrotto è troppo stupido o perfino troppo indolente per farlo. Come è ormai noto il governo di centrodestra di Kostas Karamanlís, mentre i governi di centrodestra dell'Europa chiudevano benignamente gli occhi, ha truccato i conti per dimostrare di poter entrare nell'eurozona: anche questo, purtroppo, è la Grecia. Sono tante le cose che hanno contribuito a far sì che la situazione degenerasse in questo modo. Le Olimpiadi del 2004 sono costate oltre un decimo del pil e non hanno portato alcun reale beneficio al paese, se non per i costruttori delle grandi opere. La Grecia è uno dei paesi europei che ha la più alta spesa per armamenti: il governo greco spende ogni anno per l'acquisto di armi quasi il 3% del pil e i maggiori venditori di armi e tecnologie belliche sono proprio la Germania e la Francia, ossia i paesi che ora impongono la "cura da cavallo" che probabilmente ucciderà la Grecia. E che pretendono di inviare i propri "commissari" a vigilare sul governo di Atene.
Sappiamo ormai qual è la ricetta impartita al "malato" greco: liberalizzare le tariffe, i mercati e il lavoro, privatizzare i servizi pubblici, bloccare le assunzioni, diminuire i finanziamenti per scuole, ospedali, università, servizi sociali; una cura che impone di riportare il debito del paese, ormai chiaramente in recessione, al 60% del pil, in regime di parità di bilancio. Un obiettivo impossibile. Chiedere a un paese privo di esportazione, come la Grecia, feroci tagli di spesa e non proporzionali aumenti d'imposta, con lo scopo di infondere "fiducia" al sistema per riavviare finalmente la crescita, è una mossa da analfabeti economici e da fanatici ideologizzati. Sono le stesse ricette che le stesse persone hanno imposto ad Haiti e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Il vero salvataggio della Grecia e, in prospettiva, degli altri paesi "deboli" dell’Europa non può avvenire seguendo le regole imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali. Una prima soluzione, per tamponare l'emergenza, potrebbe passare attraverso un accordo che dimezzi in modo selettivo i debiti pubblici che non possono essere ripagati o che li sterilizzi, ad esempio allungando di molto le scadenze. Questo accordo trasferirebbe l'insolvenza dagli stati, ossia dai cittadini, alle banche, in modo da separare il credito commerciale dagli investimenti speculativi. Quanti più saranno gli stati a rischio che si impegnano su questa strada, tanta maggiore sarà la forza per imporla. Ma non a caso l'Europa, per non correre rischi, ha imposto alla Grecia un primo ministro che viene dalle fila della Bce e che quindi garantisce l'ortodossa applicazione delle regole decise tra Francoforte, New York e Bruxelles. E – en passant – ha fatto lo stessa cosa in Italia. Almeno gli spagnoli se lo sono eletti il loro Monti, anche se il risultato alla fine non cambierà.
Ma la vera soluzione del problema greco – e di quello portoghese, spagnolo, italiano – è ripensare in maniera radicale al modo in cui funziona la nostra società, a come intendiamo lo sviluppo, nella convinzione che continuare su questa strada ci porterà fatalmente a sbattere. In un tempo di crisi così radicale come quello che stiamo vivendo, dobbiamo fare i conti, sia a livello nazionale che a quello locale, con i modi in cui otteniamo e gestiamo le risorse primarie, energetiche e alimentari. L'unica risorsa a cui possiamo accedere nel giro di pochissimo tempo sono risparmio ed efficienza energetica; su questo dovremmo cominciare a lavorare seriamente, anche perché le soluzioni già ci sono, manca troppo spesso la volontà di attuarle. Probabilmente dovremo sperimentare – adattandoci – forme di utilizzo delle risorse che adesso ci appaiono dettate dalla povertà e dal bisogno, ma che potrebbero rivelarsi utili per il futuro, oltre che più consone allo sviluppo naturale della nostra specie. Negli articoli che descrivevano le festività natalizie ad Atene tutti i commentatori notavano che nella città mancavano le luminarie e gli addobbi luminosi delle vetrine: probabilmente ci sono luci di cui si può fare a meno, perché la luce servirà per vedere e non per farsi vedere. Allo stesso modo la mancanza di carburante potrebbe spingerci a usare di meno le auto private e di più i mezzi pubblici. Un futuro e per ora impossibile nuovo governo greco – nuovo davvero – potrebbe decidere di convertire in tempi rapidi le fabbriche affinché producano impianti per le fonti rinnovabili e di cogenerazione, mezzi di trasporto collettivi e a basso consumo. In fondo durante la guerra i governi di tutti i paesi europei erano riusciti a convertire gran parte delle loro industrie per sostenere lo sforzo bellico; bisognerebbe fare lo stesso in tempo di pace. Il governo potrebbe promuovere nuovi interventi edilizi per eliminare la dispersione energetica e definire delle politiche per una più efficace e compatibile gestione degli orari. Un discorso analogo si potrebbe fare per quel che riguarda l'approvvigionamento alimentare: il futuribile governo greco potrebbe sostenere una conversione dell'agricoltura che sia meno dipendente dal petrolio, favorendo anche un'alimentazione meno dipendente da derrate importate. Uno sforzo del genere, fortemente innovativo, potrebbe coinvolgere tante famiglie e potrebbe cambiare l'aspetto del paese, che soffre da troppo tempo di incuria e di abbandono; ricorderete certamente gli incendi che ciclicamente distruggono quel paese, così come le piogge stanno piegando tanti territori italiani. Il sempre più futuribile governo greco potrebbe avere un programma che preveda interventi sul patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali e sulla diminuzione dei rifiuti, con interventi che riducano gli sprechi e producano occupazione di qualità. Magari si potrebbero anche fare dei debiti – che non sono il male in sé, ma sono pericolosi solo quando si sa di non poterli onorare – per finanziare scuola, università, servizi sanitari efficienti. Forse questa è un'altra soluzione possibile, anche se ora nessuno ha il coraggio di proporre un programma elettorale con proposte del genere; comunque, nonostante la sua carica utopistica, è un programma meno irrealistico e folle dell'idea di affidare alla liberalizzazione dei servizi e dei rapporti di lavoro, in una parola al mercato nella sua sfrenatezza, la ripresa di una crescita che sottragga la Grecia al cappio del debito e della crisi.