martedì 29 novembre 2011
da" Ad occhi aperti" di Marguerite Yourcenar
sabato 9 aprile 2011
Considerazioni libere (220): a proposito di pane...
Per capire quello che sta succedendo in queste settimane in Egitto bisogna capire cosa è successo in questi cinquant'anni in cui si è passati dall'autosufficienza alimentare a una pericolosa e costosa dipendenza dall'estero. Il regime egiziano, così come quelli degli altri paesi mediorientali, ha garantito il pane alla propria popolazione, attraverso un largo utilizzo di sussidi alimentari, assicurandosi il tal modo il favore popolare e quindi la stabilità del regime. Sadat, alla fine degli Settanta, tentò di ridurre i sussidi, ma questo provocò la cosiddetta "intifada del pane" del '77. Dopo il suo assassinio nell'81, il suo successore Mubarak riprese senza esitazioni la politica dei sussidi, sia utilizzando le risorse legate alle esportazioni di petrolio sia gli aiuti statunitensi. Attravreso il programma Food for peace, gestito dall'Agenzia per lo sviluppo internazionale, l'Egitto ha ricevuto dagli Stati Uniti 4,6 miliardi di dollari tra prestiti e sovvenzioni varie. Questa politica di sussidi ha garantito a Mubarak di rimanere al potere per quasi trent'anni, ma si è alla fine rivelata fatale non solo per lui - del che può interessare poco - e per l'intero Egitto. Infatti gli aiuti stranieri e il basso prezzo dei cereali sui mercati internazionali negli anni Ottanta e Novanta hanno spinto il governo egiziano a non investire nell'agricoltura e quindi si è innescato quel meccanismo che ha portato alle rivolte di queste settimane.
L'equilibrio è saltato quando è cominciato ad aumentare il prezzo del grano. Da un lato il governo egiziano ha continuato la sua politica di sussidi, vendendo la farina ai fornai a un prezzo bloccato; ma, dal momento che il prezzo della farina stava crescendo sul mercato internazionale, i fornai hanno trovato più conveniente vendere la farina al mercato nero, ricavandone anche cinque volte di più rispetto ai normali prezzi di vendita calmierati; questa crescita del mercato nero è stata possibile grazie alla connivenza delle autorità locali, in una spirale perversa di corruzione, in cui i soli a rimetterci gli egiziani poveri, ossia la grande massa dei consumatori. In Egitto, come anche in Tunisia, è aumentato il Pil, ma c'è stato un netto calo degli standard di vita in tutte le fasce della popolazione, escluso il 20% più ricco: è aumentato il divario tra i ricchi e i poveri e il 40% della popolazione egiziana è arrivata a vivere con meno di due dollari al giorno.
C'è un altro aspetto interessante di questa vicenda, in cui la politica si intreccia strettamente con le scelte economiche. La maggior causa dell'aumento del prezzo del grano a livello internazionale è l'aumento del prezzo del petrolio. In un'agricoltura sempre più meccanizzate e sempre più dipendente dall'uso di fertilizzanti e pesticidi realizzati sinteticamente, è sempre più necessario il petrolio. Il carburante è necessario per far funzionare i macchinari, per garantire il funzionamento dei sistemi di irrigazione, per trasportare i raccolti, per realizzare i prodotti chimici, in cui il petrolio viene usato sia come materia prima sia per alimentare un ciclo produttivo che ha bisogno di moltissima energia. Tra la metà del 2007 e la metà del 2008 il prezzo del greggio è aumentato dell'87%, passando da 75 a 140 dollari al barile; nello stesso periodo sono aumentati i prezzi dei generi alimentari, da 160 a 225 dollari, secondo gli indici predisposti dalla Fao. Inoltre si è scoperto che i cereali possono essere utilizzati per la produzione di carburante e questo ha rivoluzionato il campo agricolo: negli ultimi sei anni l'aumento della produzione mondiale di mais è stato assorbito per due terzi dall'industria per la produzione di biocarburanti, lasciando una quantità inferiore alla disponibilità per soddisfare la domanda mondiale di cibo, che nel frattempo è aumentata con l'aumentare della popolazione. La Banca mondiale ha calcolato che ogni volta che il petrolio supera i 50 dollari al barile, un aumento dell'1% si traduce in un aumento dello 0,9% del prezzo del mais, perché aumenta il margine di profitto dell'etanolo e quindi la richiesta di mais. Naturalmente i proventi del petrolio hanno contribuito non alla crescita economica dei paesi produttori, ma all'arricchimento delle élites legate ai vari dittatori e alle loro famiglie. C'è una spirale perversa che in qualche modo bisogna trovare il modo di spezzare: le rivolte di queste settimane, legate in gran parte alle proteste per i rincari dei generi alimentari, stanno provocando un aumento del prezzo del petrolio, che conseguentemente provocherà un aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, a partire dal pane.
Questa analisi - che ho ricavato da due interessanti articoli tradotti nel nr. 891 di Internazionale, uno di Annia Ciezadio e uno di Michael T. Klare, pubblicati rispettivamente su Foreign Affairs e su The Nation - può sembrare a prima vista troppo tecnica. Eppure se ne possono ricavare alcune indicazioni immediate, su cui i governi occidentali - e naturalmente le forze di sinistra, che siano al governo o all'opposizione - dovrebbero riflettere.
E' chiaro che la politica dei sussidi e degli aiuti deve essere immediatamente fermata, tanto più la dove serve a mantenere al potere dittatori corrotti. Occorre lavorare per far riprendere l'agricoltura nei paesi in via di sviluppo. I paesi del G8 si erano impegnati a devolvere 20 miliardi di dollari in tre anni a favore di questo settore; le somme effettivamente spese sono meno di un ventesimo e si è fatto poco per aumentare davvero la produzione agricola mondiale. Poi occorre ridurre drasticamente il prezzo del petrolio e questo è possibile soltanto riducendone il consumo. Sono cose certamente più semplici a dirsi che a farsi, ma bisogna pur cominciare, se si vuole offrire una qualche prospettiva a quei giovani che altrimenti non potranno far altro che cercare di arrivare in qualche modo da noi.
sabato 15 gennaio 2011
da "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni
Era quello il second'anno di raccolta scarsa. Nell'antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti e abbandonati da' contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo per carità. Ho detto: più dell'ordinario; perché le insopportabili gravezze, imposte con una cupidigia e con un'insensatezza del pari sterminate, la condotta abituale, anche in piena pace, delle truppe alloggiate ne' paesi, condotta che i dolorosi documenti di que' tempi uguagliano a quella d'un nemico invasore, altre cagioni che non è qui il luogo di mentovare, andavano già da qualche tempo operando lentamente quel tristo effetto in tutto il milanese: le circostanze particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione d'un mal cronico. E quella qualunque raccolta non era ancor finita di riporre, che le provvisioni per l'esercito, e lo sciupinìo che sempre le accompagna, ci fecero dentro un tal vòto, che la penuria si fece subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro. Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini, pensate in quel tempo!), nasce un'opinione ne' molti, che non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d'averla temuta, predetta; si suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali o immaginari, i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d'averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento universale, l'abbominio della moltitudine male e ben vestita. Si diceva di sicuro dov'erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s'indicava il numero de' sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell'immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne' quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano. S'imploravan da' magistrati que' provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l'abbondanza. I magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo d'alcune derrate, d'intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri editti di quel genere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione; e siccome questi in ispecie non avevan certamente quella d'attirarne da dove ce ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava e cresceva. La moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza de' rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de' più generosi e decisivi. E per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore.
Nell'assenza del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, che comandava l'assedio di Casale del Monferrato, faceva le sue veci in Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. Costui vide, e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la meta (così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si fosse comunemente venduto trentatre lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo.
Ordini meno insensati e meno iniqui eran, più d'una volta, per la resistenza delle cose stesse, rimasti ineseguiti; ma all'esecuzione di questo vegliava la moltitudine, che, vedendo finalmente convertito in legge il suo desiderio, non avrebbe sofferto che fosse per celia. Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato; e lo chiese con quel fare di risolutezza e di minaccia, che dànno la passione, la forza e la legge riunite insieme. Se i fornai strillassero, non lo domandate. Intridere, dimenare, infornare e sfornare senza posa; perché il popolo, sentendo in confuso che l'era una cosa violenta, assediava i forni di continuo, per goder quella cuccagna fin che durava; affacchinarsi, dico, e scalmanarsi più del solito, per iscapitarci, ognun vede che bel piacere dovesse essere. Ma, da una parte i magistrati che intimavan pene, dall'altra il popolo che voleva esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, pressava e brontolava, con quel suo vocione, e minacciava una di quelle sue giustizie, che sono delle peggio che si facciano in questo mondo; non c'era redenzione, bisognava rimenare, infornare, sfornare e vendere. Però, a farli continuare in quell'impresa, non bastava che fosse lor comandato, né che avessero molta paura; bisognava potere: e un po' più che la cosa fosse durata, non avrebbero più potuto. Facevan vedere ai magistrati l'iniquità e l'insopportabilità del carico imposto loro, protestavano di voler gettar la pala nel forno, e andarsene; e intanto tiravano avanti come potevano, sperando, sperando che, una volta o l'altra, il gran cancelliere avrebbe inteso la ragione. Ma Antonio Ferrer, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere, rispondeva che i fornai s'erano avvantaggiati molto e poi molto nel passato, che s'avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar dell'abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. O fosse veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, o che, anche conoscendo dagli effetti l'impossibilità di mantener quel suo editto, volesse lasciare agli altri l'odiosità di rivocarlo; giacché, chi può ora entrar nel cervello d'Antonio Ferrer? il fatto sta che rimase fermo su ciò che aveva stabilito. Finalmente i decurioni (un magistrato municipale composto di nobili, che durò fino al novantasei del secolo scorso) informaron per lettera il governatore, dello stato in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse andare.
Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra, fece ciò che il lettore s'immagina certamente: nominò una giunta, alla quale conferì l'autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l'altra. I deputati si radunarono, o come qui si diceva spagnolescamente nel gergo segretariesco d'allora, si giuntarono; e dopo mille riverenze, complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria, tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta, ma convinti che non c'era da far altro, conclusero di rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialì.
[...]
La moltitudine aveva voluto far nascere l'abbondanza col saccheggio e con l'incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo vedrà a momenti. È poi facile anche vedere, e non inutile l'osservare come tra quegli strani provvedimenti ci sia però una connessione necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell'antecedente, e tutti del primo, che fissava al pane un prezzo così lontano dal prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risultato naturalmente dalla proporzione tra il bisogno e la quantità. Alla moltitudine un tale espediente è sempre parso, e ha sempre dovuto parere, quanto conforme all'equità, altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: è quindi cosa naturale che, nell'angustie e ne' patimenti della carestia, essa lo desideri, l'implori e, se può, l'imponga. Di mano in mano poi che le conseguenze si fanno sentire, conviene che coloro a cui tocca, vadano al riparo di ciascheduna, con una legge la quale proibisca agli uomini di far quello a che eran portati dall'antecedente. Ci si permetta d'osservar qui di passaggio una combinazione singolare. In un paese e in un'epoca vicina, nell'epoca la più clamorosa e la più notabile della storia moderna, si ricorse, in circostanze simili, a simili espedienti (i medesimi, si potrebbe quasi dire, nella sostanza, con la sola differenza di proporzione, e a un di presso nel medesimo ordine) ad onta de' tempi tanto cambiati, e delle cognizioni cresciute in Europa, e in quel paese forse più che altrove; e ciò principalmente perché la gran massa popolare, alla quale quelle cognizioni non erano arrivate, poté far prevalere a lungo il suo giudizio, e forzare, come colà si dice, la mano a quelli che facevan la legge.
Così, tornando a noi, due erano stati, alla fin de' conti, i frutti principali della sommossa; guasto e perdita effettiva di viveri, nella sommossa medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo, spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano, che pur doveva bastare fino alla nuova raccolta. A questi effetti generali s'aggiunga quattro disgraziati, impiccati come capi del tumulto: due davanti al forno delle grucce, due in cima della strada dov'era la casa del vicario di provvisione.
Del resto, le relazioni storiche di que' tempi son fatte così a caso, che non ci si trova neppur la notizia del come e del quando cessasse quella tariffa violenta. Se, in mancanza di notizie positive, è lecito propor congetture, noi incliniamo a credere che sia stata abolita poco prima o poco dopo il 24 di dicembre, che fu il giorno di quell'esecuzione. E in quanto alle gride, dopo l'ultima che abbiam citata del 22 dello stesso mese, non ne troviamo altre in materia di grasce; sian esse perite, o siano sfuggite alle nostre ricerche, o sia finalmente che il governo, disanimato, se non ammaestrato dall'inefficacia di que' suoi rimedi, e sopraffatto dalle cose, le abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bensì nelle relazioni di più d'uno storico (inclinati, com'erano, più a descriver grand'avvenimenti, che a notarne le cagioni e il progresso) il ritratto del paese, e della città principalmente, nell'inverno avanzato e nella primavera, quando la cagion del male, la sproporzione cioè tra i viveri e il bisogno, non distrutta, anzi accresciuta da' rimedi che ne sospesero temporariamente gli effetti, e neppure da un'introduzione sufficiente di granaglie estere, alla quale ostavano l'insufficienza de' mezzi pubblici e privati, la penuria de' paesi circonvicini, la scarsezza, la lentezza e i vincoli del commercio, e le leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso, quando, dico, la cagion vera della carestia, o per dir meglio, la carestia stessa operava senza ritegno, e con tutta la sua forza."Ode al pane" di Pablo Neruda

Del mare e della terra faremo pane,
coltiveremo a grano la terra e i pianeti,
il pane di ogni bocca,
di ogni uomo,
ogni giorno
arriverà perché andammo a seminarlo
e a produrlo non per un uomo
ma per tutti,
il pane, il pane
per tutti i popoli
e con esso ciò che ha
forma e sapore di pane
divideremo:
la terra,
la bellezza,
l’amore,
tutto questo ha sapore di pane.
