Bisogna dare atto a Matteo Salvini di essersela giocata bene e di avere vinto questa mano. Pur guidando un partito che ha ottenuto solo il 17% dei voti è riuscito a mettersi al centro del palcoscenico e soprattutto a darle un carattere. E' stato capace di polarizzare la scena e di dividere il paese - che peraltro è piuttosto incline a farlo - in tifoserie urlanti e non ascoltanti, riuscendo a tirarsi dietro il povero Di Maio, che invece non ha fatto una gran figura, e soprattutto a far cadere in trappola Mattarella e i suoi mandanti.
Pensate che per qualche giorno Salvini ha corso concretamente il rischio di andare al governo, dove avrebbe dovuto, in quattro e quattr'otto, abolire la legge Fornero e rimandare nei loro paesi un numero incalcolabile di migranti, per citare solo due tra le promesse più roboanti e più facilmente verificabili del suo programma. Certo avrebbe dato la colpa all'alleato, avrebbe rassicurato i suoi elettori che la prossima volta sarebbe stato diverso, ma ormai abbiamo visto che in politica è sempre più "buona la prima": o si riesce subito o si muore (vedi alla voce renzi). Invece ha costretto Mattarella a commettere un gesto forse non eversivo, forse non anticostituzionale - anche se su questo io continuo ad avere le mie perplessità - ma certamente un errore, perché l'uomo del Quirinale si è svestito del proprio ruolo istituzionale per diventare uomo di parte, anche perché nessun altro poteva - o voleva - farlo. In televisione Mattarella ha detto, apertis verbis e con una chiarezza che gli fa onore, che non ha voluto far nascere il governo perché non poteva farlo, perché da Francoforte e da Bruxelles gli hanno detto che non doveva farlo. E lui ha obbedito. Soprattutto Salvini è stato capace di dividere le tifoserie su un tema come l'euro, intestandosi l'opzione più popolare, perché molte persone, probabilmente la maggioranza, sono convinte che l'introduzione della moneta unica abbia rappresentato l'elemento scatenante della crisi.
Lo psicodramma che in cui siamo immersi in questi giorni - e che verosimilmente continuerà nei prossimi - è che sembra che abbiamo di fronte solo due scelte. Si diceva che Clint Eastwood avesse solo due espressioni: con il cappello e senza; allo stesso modo sembra che noi abbiamo due opzioni: con l'euro o senza, senza guardare al resto. Da questo punto di vista il "contratto" era assolutamente significativo: pur essendo molto ipocrita sul tema della moneta unica, aveva però una decisa impronta di classe, perché prevedeva una fortissima riduzione delle tasse per le imprese e per i più ricchi, a danno ovviamente dei più poveri. La destra anti-euro - da Boris Johnson a Salvini, passando per il fascistume vario in giro per l'Europa - è una destra liberista, che scarica la responsabilità su altri - le istituzioni europee da un lato e gli immigrati dall'altro - ma che accetta tutte i precetti dell'ultraliberismo trionfante: inasprimento della tassazione indiretta per diminuire quella diretta, allentamento del principio di progressività, privatizzazione dei servizi, riduzione delle tutele del lavoro. E' una destra che, a differenza dei fascismi dell'inizio del Novecento - con cui pure ha molti tratti in comune da un punto di vista propagandistico e culturale - crede che lo stato non possa intromettersi nell'economia, che i mercati debbano continuare a uccidere liberamente i poveri.
L'euro non è il male in sé, è un male perché per la prima volta nella storia non c'è uno stato che batta moneta, l'euro è il simbolo del capitalismo che si è affrancato dalla politica, che non riconosce più di essere sottomesso a una forza diversa da sé. Anzi se proprio devo dire, io, forse perché mi considero un internazionalista, credo che l'Europa potrebbe essere la dimensione politica per ottenere un risultato che piccoli movimenti non potrebbero raggiungere negli stati nazioni che abbiamo conosciuto fino ad ora. Penso che l'Europa potrebbe governare l'economia meglio di quanto lo potrebbero fare i singoli stati, anche perché ormai non esistono più le banche e le industrie dei singoli paesi, ma solo mostri che operano sopra gli stati. E le leggi dei singoli stati - anche quando ci fosse qualcuno che volesse applicarle - sarebbero impotenti contro queste forze. Il capitale si è fatto internazionale, noi non possiamo continuare a giocare negli angusti recinti degli stati.
Ho scritto nella foga di ieri "né con Mattarella né con i fascioleghisti", è una posizione che molti di voi non condividono, che mi ha tirato addosso molte critiche. Premesso che delle vostre critiche non me ne frega nulla - perché sono notoriamente un orso dal pessimo carattere - ribadisco il concetto, perché non ce la faccio a prendere parte tra due opzioni politiche che mi sono ugualmente estranee. Qui si stanno scontrando, anche duramente, per il potere due bande di sostenitori del capitalismo, io che ostinatamente sono un avversario del capitalismo non riesco a parteggiare per nessuna delle due.
Quindi non chiedetemi di firmare appelli a favore di fantomatici fronti unitari antifascisti, di rassemblement repubblicani, di fare girotondi con quelli della società civile, di cedere al meno peggio, di scendere in piazza a fianco di quelli del pd, ma neppure di quei miei antichi compagni che hanno fatto nascere quel partito e in seguito se ne sono un po' pentiti, di votare uno qualsiasi solo perché si dichiara all'opposizione del fascismo risorgente. E' una posizione minoritaria e settaria? Assolutamente sì. E' una posizione destinata alla sconfitta? Siamo già morti e quindi non mi preoccupo. E' una posizione rancorosa? Certo e comunque caldamente ricambiata. Ma è anche una posizione che mi provoca dolore, perché è il segno di una sconfitta mia personale - e questo conterebbe poco in fondo e comunque è una cosa che non vi riguarda - ma soprattutto di una generazione, o meglio di un paio di generazioni, di donne e uomini, di tutti noi che abbiamo dilapidato un patrimonio che altre donne e altri uomini, con più intelligenza e più coraggio, avevano costruito e ci hanno incautamente consegnato. Guardo a quello che succede con estremo pessimismo, perché noi di sinistra siamo culturalmente - prima ancora che politicamente - irrilevanti; e ce lo meritiamo.
E allo stesso modo non voglio partecipare a un dibattito sì o no sull'euro. Il discrimine deve essere sì o no sul capitalismo. E quando il tema sarà questo io sarò da una parte, Mattarella e Salvini saranno insieme dall'altra.
Continueremo a essere sconfitti? Noi certamente sì, noi non vedremo un mondo diverso da quello del finanzcapitalismo e dei suoi servi. Sarebbe già un grande risultato se fossimo capaci di consegnare a una generazione nuova un barlume di luce, non solo la nostra vergogna: ma credo che non faremo neppure questo.
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lunedì 28 maggio 2018
lunedì 25 settembre 2017
Considerazioni libere (419): a proposito di un voto che fa paura, e che offre una speranza...
Naturalmente per chi ha interesse ad alimentare la paura il dato più significativo del voto tedesco sono quei 94 seggi assegnati ad Alternative für Deutschland, un partito i cui esponenti si richiamano esplicitamente alla storia della peggiore destra di quel grande paese.
Io - lo sapete - non sono ottimista di natura, non tendo a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma credo che i 69 seggi di Die Linke non siano un dato da trascurare. Intanto perché in Germania, ossia il più importante paese dell'Unione, c'è in parlamento un grande partito della sinistra, anzi il partito della sinistra cosiddetta radicale più forte d'Europa. Certo nel Regno Unito c'è il Labour di Corbyn, che è sicuramente più vicino alle istanze dei compagni tedeschi di Die Linke che alla socialdemocrazia della Spd, ma oggettivamente non possiamo ancora dire che il leader laburista sia riuscito a trasformare il suo partito: c'è all'interno di quella grande formazione una componente pronta a tradire, pronta a tornare al rassicurante socialismo che piace così tanto ai padroni. Comunque sia, se guardiamo alla Francia, la forza della sinistra in quel paese non è paragonabile a quella tedesca. Per tacere dell'Italia.
E in Germania è probabilmente più difficile che in un altro paese essere socialista, essere davvero socialista - non quella roba lì della Spd, che sono contento abbia perso - perché quel paese è rinato dopo il dramma del nazismo e della seconda guerra mondiale, per essere antisocialista, perché socialisti si definivano quelli di là, quelli oltre il Muro, quelli che hanno perso nella riunificazione. In una Germania in cui "loro" hanno stravinto, non è facile riprendere in mano le bandiere lacere della sconfitta.
Eppure, nonostante tutto, in Germania la sinistra è un'opzione possibile, più di quattro milioni di persone hanno votato a sinistra. E, grazie al sistema proporzionale - credo dovrebbero ricordarlo gli apprendisti stregoni della sinistra italiana - quei voti hanno una adeguata rappresentanza parlamentare. Non era un risultato scontato, come invece era un risultato scontato il successo di Afd. Il successo della formazione razzista è una profezia che si è autoavverata, come la vittoria di Trump negli Stati Uniti. A forza di dire che quelli di Afd avrebbero potuto avere un buon risultato, hanno convinto le persone che quella era un'opzione possibile, praticabile.
E' uno schema che si ripete e che ormai dovremmo conoscere assai bene. Come in Francia per far vincere l'ultracapitalista Macron è stato necessario continuare a far crescere il Front national, così in Germania affinché Merkel possa continuare a governare è stato necessario far crescere una destra "impresentabile", anche riesumando i vecchi spettri del peggior passato tedesco. Visto che in entrambi i paesi la cosiddetta sinistra di governo ha perso - finalmente - ogni appeal tra gli elettori e non può continuare a fare il lavoro "sporco" per le forze del capitale, come abbiamo fatto noi in Italia, approvando negli ultimi vent'anni tutte le leggi che servivano al capitalismo per dispiegarsi in tutta la sua violenza.
Come all'inizio del secolo scorso i capitalisti usarono i fascisti di Mussolini, di Franco e di Hitler, sperando che, una volta disinnescato il pericolo comunista, li avrebbero ricondotti alla ragione, così ora usano la destra populista. Allora andò male, perché ben presto la bestia fascista morse anche la mano del proprio padrone, che l'aveva fino ad allora nutrita. Anche se comunque i padroni avrebbero sempre preferito avere a che fare con un dittatore fascista piuttosto che con una democrazia, dove c'era il rischio per loro che si rafforzasse la sinistra. C'è il rischio evidentemente che la bestia fascista spezzi la catena con cui la stanno tenendo legata i padroni, mollando quel tanto che basta affinché noi ci spaventiamo e continuiamo a preferire il rassicurante "meno peggio", che a loro fa così comodo. Non credo però che questo sia il pericolo maggiore che dobbiamo temere. Il pericolo vero sono quelli che tengono la catena, i loro denti sono più aguzzi di quelli della belva, hanno una sete di sangue che non può essere placata. Il vero nemico non sono i fascisti, ma, ancora una volta, i padroni.
E contro i padroni l'unica arma è ancora una volta la politica. Per questo i giornali dei padroni preferiscono parlare dei 94 seggi di Afd e non dicono nulla di quelli di Die Linke, perché sono questi a far loro paura. Non vogliono che noi pensiamo che abbiamo un'altra opzione, eppure c'è, c'è sempre stata e in qualche modo ci sarà sempre, se non saremo così sciocchi da rinunciarvi ancora una volta.
Io - lo sapete - non sono ottimista di natura, non tendo a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma credo che i 69 seggi di Die Linke non siano un dato da trascurare. Intanto perché in Germania, ossia il più importante paese dell'Unione, c'è in parlamento un grande partito della sinistra, anzi il partito della sinistra cosiddetta radicale più forte d'Europa. Certo nel Regno Unito c'è il Labour di Corbyn, che è sicuramente più vicino alle istanze dei compagni tedeschi di Die Linke che alla socialdemocrazia della Spd, ma oggettivamente non possiamo ancora dire che il leader laburista sia riuscito a trasformare il suo partito: c'è all'interno di quella grande formazione una componente pronta a tradire, pronta a tornare al rassicurante socialismo che piace così tanto ai padroni. Comunque sia, se guardiamo alla Francia, la forza della sinistra in quel paese non è paragonabile a quella tedesca. Per tacere dell'Italia.
E in Germania è probabilmente più difficile che in un altro paese essere socialista, essere davvero socialista - non quella roba lì della Spd, che sono contento abbia perso - perché quel paese è rinato dopo il dramma del nazismo e della seconda guerra mondiale, per essere antisocialista, perché socialisti si definivano quelli di là, quelli oltre il Muro, quelli che hanno perso nella riunificazione. In una Germania in cui "loro" hanno stravinto, non è facile riprendere in mano le bandiere lacere della sconfitta.
Eppure, nonostante tutto, in Germania la sinistra è un'opzione possibile, più di quattro milioni di persone hanno votato a sinistra. E, grazie al sistema proporzionale - credo dovrebbero ricordarlo gli apprendisti stregoni della sinistra italiana - quei voti hanno una adeguata rappresentanza parlamentare. Non era un risultato scontato, come invece era un risultato scontato il successo di Afd. Il successo della formazione razzista è una profezia che si è autoavverata, come la vittoria di Trump negli Stati Uniti. A forza di dire che quelli di Afd avrebbero potuto avere un buon risultato, hanno convinto le persone che quella era un'opzione possibile, praticabile.
E' uno schema che si ripete e che ormai dovremmo conoscere assai bene. Come in Francia per far vincere l'ultracapitalista Macron è stato necessario continuare a far crescere il Front national, così in Germania affinché Merkel possa continuare a governare è stato necessario far crescere una destra "impresentabile", anche riesumando i vecchi spettri del peggior passato tedesco. Visto che in entrambi i paesi la cosiddetta sinistra di governo ha perso - finalmente - ogni appeal tra gli elettori e non può continuare a fare il lavoro "sporco" per le forze del capitale, come abbiamo fatto noi in Italia, approvando negli ultimi vent'anni tutte le leggi che servivano al capitalismo per dispiegarsi in tutta la sua violenza.
Come all'inizio del secolo scorso i capitalisti usarono i fascisti di Mussolini, di Franco e di Hitler, sperando che, una volta disinnescato il pericolo comunista, li avrebbero ricondotti alla ragione, così ora usano la destra populista. Allora andò male, perché ben presto la bestia fascista morse anche la mano del proprio padrone, che l'aveva fino ad allora nutrita. Anche se comunque i padroni avrebbero sempre preferito avere a che fare con un dittatore fascista piuttosto che con una democrazia, dove c'era il rischio per loro che si rafforzasse la sinistra. C'è il rischio evidentemente che la bestia fascista spezzi la catena con cui la stanno tenendo legata i padroni, mollando quel tanto che basta affinché noi ci spaventiamo e continuiamo a preferire il rassicurante "meno peggio", che a loro fa così comodo. Non credo però che questo sia il pericolo maggiore che dobbiamo temere. Il pericolo vero sono quelli che tengono la catena, i loro denti sono più aguzzi di quelli della belva, hanno una sete di sangue che non può essere placata. Il vero nemico non sono i fascisti, ma, ancora una volta, i padroni.
E contro i padroni l'unica arma è ancora una volta la politica. Per questo i giornali dei padroni preferiscono parlare dei 94 seggi di Afd e non dicono nulla di quelli di Die Linke, perché sono questi a far loro paura. Non vogliono che noi pensiamo che abbiamo un'altra opzione, eppure c'è, c'è sempre stata e in qualche modo ci sarà sempre, se non saremo così sciocchi da rinunciarvi ancora una volta.
giovedì 18 maggio 2017
Considerazioni libere (418): a proposito di un passato da lasciarci alle spalle...
Ho letto con amarezza e sconforto le ultime dichiarazioni di Pier Luigi Bersani, a cui, nonostante tutto, va riconosciuto il merito di esprimere quello che pensa in maniera chiara. In sostanza Bersani dice che occorre fare rinascere il centrosinistra - e fin qui non è una novità - attraverso una federazione di forze politiche, tra cui deve esserci necessariamente il pd renziano. Qui sta il primo dato problematico: Bersani prende atto del risultato delle primarie, che evidentemente pensava - illudendosi - sarebbero andate in modo diverso e riconosce il pd, da cui è uscito in maniera clamorosa, come elemento fondante dello schieramento di centrosinistra. Qui sta la parte più scivolosa del suo ragionamento: ne è egli stesso consapevole e infatti tenta di distinguere tra il gruppo dirigente renziano e i militanti renziani, questi ultimi secondo lui certamente legati al centrosinistra, dato non scontato per i primi. E proprio per questo Bersani spiega che renzi non può essere il federatore di questo nuovo centrosinistra. L'ex segretario del pd dice di avere in mente diverse figure che potrebbero svolgere questo ruolo, ma di questi possibili e immaginifici federatori cita soltanto Giuliano Pisapia.
Se il contributo di Bersani e dei suoi amici alla ricostruzione della sinistra in Italia si ferma qui, allora ringrazio, rifiuto e vado avanti. Conoscendo un po' Bersani e i suoi amici temevo che la montagna avrebbe partorito questo asfittico topolino. Certamente non voterò per Mdp se la prospettiva è quella di sostenere un centrosinistra con dentro il pd, perché il partito di renzi ormai non fa più parte di questo schieramento, non ne fanno più parte i suoi dirigenti né molti dei suoi iscritti: quelli del pd sono un'altra cosa, sono quello che in Francia è rappresentato da Macron, un movimento che si definisce di sinistra solo perché ha un'idea alta dei diritti civili. Ma pensare che le persone omosessuali si possano sposare non significa essere di sinistra; e infatti in Europa molti partiti dichiaratamente di destra sostengono questa tesi. Ho l'impressione che anche Bersani, che pure dice - giustamente - che "la sinistra esiste in natura" ha dimenticato cosa significhi essere di sinistra, probabilmente perché da tempo, da molto tempo prima che nascesse il pd, ha smesso di esserlo o almeno ha smesso di fare politiche di sinistra.
Naturalmente sono consapevole che nel pd è rimasta anche una quota non irrilevante di persone che davvero sono di sinistra, le conosco, so quanto valgono, ho lavorato insieme a loro troppi anni per non sapere cosa possono ancora dare, ma la scelta di rimanere in quel partito, per quanto umanamente comprensibile, è politicamente miope.
Sento che Pisapia, uno dei possibili federatori, parla di "nuovo Ulivo". No, basta. E dobbiamo dirlo prima di tutto noi, che abbiamo fatto quello vecchio, perché siamo stati noi a mettere le basi per il jobs act, per le privatizzazioni selvagge dei servizi pubblici, per la vendita ai privati dei beni comuni, per tutto quello che adesso imputiamo a renzi. E' colpa nostra se è nato renzi: o lo riconosciamo - e Bersani non mi pare disposto a farlo - o moriamo. Probabilmente a questo punto la seconda opzione è quella preferibile, perché finché noi continueremo a fare politica, ci sarà qualcuno che crederà che la sinistra è lo schifo che siamo stati noi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. La sinistra deve liberarsi di noi, del nostro buon senso, della nostra moderazione, della nostra capacità di essere corretti, deve gettarci via in maniera definitiva. E quindi dovete essere politicamente scorretti, smoderati, radicali, rivoluzionari perfino, tutto quello che noi non siamo stati, non abbiamo voluto essere. Prima lo farete meglio sarà.
Sento che Pisapia, uno dei possibili federatori, parla di "nuovo Ulivo". No, basta. E dobbiamo dirlo prima di tutto noi, che abbiamo fatto quello vecchio, perché siamo stati noi a mettere le basi per il jobs act, per le privatizzazioni selvagge dei servizi pubblici, per la vendita ai privati dei beni comuni, per tutto quello che adesso imputiamo a renzi. E' colpa nostra se è nato renzi: o lo riconosciamo - e Bersani non mi pare disposto a farlo - o moriamo. Probabilmente a questo punto la seconda opzione è quella preferibile, perché finché noi continueremo a fare politica, ci sarà qualcuno che crederà che la sinistra è lo schifo che siamo stati noi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. La sinistra deve liberarsi di noi, del nostro buon senso, della nostra moderazione, della nostra capacità di essere corretti, deve gettarci via in maniera definitiva. E quindi dovete essere politicamente scorretti, smoderati, radicali, rivoluzionari perfino, tutto quello che noi non siamo stati, non abbiamo voluto essere. Prima lo farete meglio sarà.
venerdì 24 febbraio 2017
Considerazioni libere (417): a proposito di una notte che ci sembra senza fine...
La sinistra confusa e smarrita
Da strenuo avversario di quel partito, sono ovviamente contento che il pd sia imploso: c'è voluto molto tempo, troppo tempo, e abbiamo corso troppi rischi - se non ci fosse stato il NO del 4 dicembre adesso racconteremmo tutta un'altra storia - ma alla fine, per quanto uno cerchi di scuotere la bottiglia, acqua e olio non possono mescolarsi e il pd è destinato a finire come merita, come un partito centrista invischiato nella rete tesa da Verdini e dai suoi sodali. Tra un po' immagino che perfino Repubblica gli volterà le spalle, cercando un altro cavallo su cui puntare: renzi e il pd hanno appeal se hanno potere, quando lo perdono, smettono perfino di esistere. Probabilmente renzi continuerà a definirsi di sinistra - l'ha fatto anche nell'ultima assemblea del partito mal nato - ma tra poco abbandonerà anche queste ultime, estreme, fantasie, per rifugiarsi in una sorta di nuovismo tecnicista e vagamente compassionevole, che è la vera cifra del suo pensiero politico. Sic transit gloria mundi.
Domenica scorsa, morto il pd come partito di sinistra - con buona pace dei competitor scesi in campo a contendere le spoglie del cadavere - sono nati due nuovi partiti nella frammentata galassia di quelli che in questo paese si autodefiniscono di sinistra: a Rimini è nata Sinistra Italiana, mentre a Roma sono state gettate le basi per far rinascere qualcosa di simile a quello che sono stati i Ds. E poi in giro ci sono tanti cantieri, tanti laboratori, tante persone che - qualcuno perfino animato dalle migliori intenzioni - lavora per ricostruire la sinistra in Italia, dopo questi drammatici dieci anni dominati dal pd. Sinceramente nessuno di questi progetti mi entusiasma e comunque, a mio avviso, tutti sono inadeguati rispetto alle sfide a cui questo mondo così complicato ci mette di fronte. Mi rendo conto che la contemporaneità dell'assemblea del pd e del congresso di Sinistra Italiana ha finito per relegare quest'ultimo tra le notizie meno importanti: credo sarebbe successo comunque, perché ormai è passata l'idea che in fondo sia sempre il solito chiacchiericcio. E un po' è così; purtroppo.
La notte di cui non vediamo la fine
Il problema non è tanto che continuano a nascere nuovi partiti, ma che rischiano di essere indistinguibili l'uno dall'altro. Di notte tutti i gatti sono bigi, recita un antico proverbio. E' vero, dobbiamo renderci conto che è notte, è notte da molto tempo e lo sarà ancora per molto tempo; prima lo capiamo, meglio è.
Le risposte che vengono date in questi giorni all'annoso problema di cosa sia la sinistra, forse non sono sbagliate in sé - anche se in alcuni casi, come in quello di D'Alema e di Bersani, penso lo siano - ma soprattutto vengono date senza ascoltare le domande. Diventando vecchio, sono sempre meno paziente, e mi arrabbio quando vedo che si continua a perdere tempo. Il dibattito sulle alleanze è sterile, perché se unisci anche molti zero virgola non arrivi alla maggioranza e vince la destra. Io, come potete immaginare, anche per la mia storia personale, ho una grande considerazione per la politica, credo sia fondamentale nella vita delle persone, ma, a questo punto, al punto in cui siamo arrivati, credo che sia insufficiente a spiegare quello che la sinistra deve essere. E soprattutto sia insufficiente per tornare a essere una prospettiva credibile, capace di parlare alle persone che dovrebbe rappresentare e che, di conseguenza, dovrebbero votarla. Il problema non è che ci sono molti partiti, ma che ci sono pochi elettori.
Da strenuo avversario di quel partito, sono ovviamente contento che il pd sia imploso: c'è voluto molto tempo, troppo tempo, e abbiamo corso troppi rischi - se non ci fosse stato il NO del 4 dicembre adesso racconteremmo tutta un'altra storia - ma alla fine, per quanto uno cerchi di scuotere la bottiglia, acqua e olio non possono mescolarsi e il pd è destinato a finire come merita, come un partito centrista invischiato nella rete tesa da Verdini e dai suoi sodali. Tra un po' immagino che perfino Repubblica gli volterà le spalle, cercando un altro cavallo su cui puntare: renzi e il pd hanno appeal se hanno potere, quando lo perdono, smettono perfino di esistere. Probabilmente renzi continuerà a definirsi di sinistra - l'ha fatto anche nell'ultima assemblea del partito mal nato - ma tra poco abbandonerà anche queste ultime, estreme, fantasie, per rifugiarsi in una sorta di nuovismo tecnicista e vagamente compassionevole, che è la vera cifra del suo pensiero politico. Sic transit gloria mundi.
Domenica scorsa, morto il pd come partito di sinistra - con buona pace dei competitor scesi in campo a contendere le spoglie del cadavere - sono nati due nuovi partiti nella frammentata galassia di quelli che in questo paese si autodefiniscono di sinistra: a Rimini è nata Sinistra Italiana, mentre a Roma sono state gettate le basi per far rinascere qualcosa di simile a quello che sono stati i Ds. E poi in giro ci sono tanti cantieri, tanti laboratori, tante persone che - qualcuno perfino animato dalle migliori intenzioni - lavora per ricostruire la sinistra in Italia, dopo questi drammatici dieci anni dominati dal pd. Sinceramente nessuno di questi progetti mi entusiasma e comunque, a mio avviso, tutti sono inadeguati rispetto alle sfide a cui questo mondo così complicato ci mette di fronte. Mi rendo conto che la contemporaneità dell'assemblea del pd e del congresso di Sinistra Italiana ha finito per relegare quest'ultimo tra le notizie meno importanti: credo sarebbe successo comunque, perché ormai è passata l'idea che in fondo sia sempre il solito chiacchiericcio. E un po' è così; purtroppo.
La notte di cui non vediamo la fine
Il problema non è tanto che continuano a nascere nuovi partiti, ma che rischiano di essere indistinguibili l'uno dall'altro. Di notte tutti i gatti sono bigi, recita un antico proverbio. E' vero, dobbiamo renderci conto che è notte, è notte da molto tempo e lo sarà ancora per molto tempo; prima lo capiamo, meglio è.
Le risposte che vengono date in questi giorni all'annoso problema di cosa sia la sinistra, forse non sono sbagliate in sé - anche se in alcuni casi, come in quello di D'Alema e di Bersani, penso lo siano - ma soprattutto vengono date senza ascoltare le domande. Diventando vecchio, sono sempre meno paziente, e mi arrabbio quando vedo che si continua a perdere tempo. Il dibattito sulle alleanze è sterile, perché se unisci anche molti zero virgola non arrivi alla maggioranza e vince la destra. Io, come potete immaginare, anche per la mia storia personale, ho una grande considerazione per la politica, credo sia fondamentale nella vita delle persone, ma, a questo punto, al punto in cui siamo arrivati, credo che sia insufficiente a spiegare quello che la sinistra deve essere. E soprattutto sia insufficiente per tornare a essere una prospettiva credibile, capace di parlare alle persone che dovrebbe rappresentare e che, di conseguenza, dovrebbero votarla. Il problema non è che ci sono molti partiti, ma che ci sono pochi elettori.
In questi ultimi trent'anni abbiamo perso perfino il lessico comune della sinistra socialista, perché uno dopo l'altro abbiamo mandato al macero gli strumenti su cui quelle idee camminavano. Proviamo a uscire nel mondo vero, fuori dai social, fuori dai nostri giri consueti - perché troppo spesso ci parliamo addosso - e cerchiamo di capire cos'è la sinistra per quelle persone che dovrebbero essere di sinistra, perché sono povere, perché sono sfruttate dai loro padroni, perché il capitalismo le ha messe in ginocchio.
Ad esempio per queste persone la cooperazione cos'è? E' un modo come un altro di fare impresa. Cosa rende davvero diverso fare la spesa alla Coop o all'Esselunga? Temo nulla, se non le offerte, la qualità dei prodotti o i premi delle carte fedeltà. E troppo spesso anche per chi ci lavora c'è poca differenza tra un'impresa cooperativa e una "normale". Per molti la cooperazione è un modo di fare impresa senza pagare le tasse. Lo so che non è così, lo so che tante piccole cooperative svolgono un lavoro prezioso e hanno ideali antichi, ma per molte persone la cooperazione è questo - e tante volte purtroppo è questo - e se non ci mettiamo in relazione con queste persone - che sono la maggioranza - allora saremo sconfitti, perché continueranno a votare per Trump o per l'uomo forte del momento.
Per queste persone il sindacato cos'è? Non spiegatelo a me, che conosco il lavoro difficile di tanti sindacalisti che si impegnano con fatica sul territorio, ma a chi vede le organizzazioni sindacali come strutture distanti, incapaci di tutelarli. Ed è così, è anche così; i sindacati oggi sono un pezzo di quelle classi dirigenti che hanno portato la società in rovina, non sono antagonisti, ma in molti casi complici. Il problema non è solo il susseguirsi di episodi di malaffare, che pure pesano, di singoli esponenti del sindacato, ma l'incapacità di leggere la crisi di questi anni, di cui tutta la sinistra, sindacato compreso, è responsabile. All'inizio di questo millennio in tanti abbiamo applaudito convintamente alla cosiddetta "terza via", invece quello è stato un errore politico fatale, che troppi ancora non riconoscono. Per tante persone un partito cos'è? Lo strumento che alcuni usano per fare carriera e per diventare ricchi. Il luogo dove si parla, si parla, si parla, ma alla fine non si ottiene alcun risultato. Per chi vuole far crescere l'antipolitica una giornata come quella di domenica, con lo spettacolo indecoroso offerto dall'assemblea del pd, è un giorno da segnare in rosso sul calendario, un giorno di festa. Per vent'anni ci hanno spiegato che la politica è qualcosa che fa schifo e la profezia ormai si è avverata.
E non è che possiamo dire a tutti questi cittadini che sbagliano, perché non capiscono che valore abbiano le cooperative, i sindacati, i partiti. Non è che possiamo continuare a raccontare una storia a cui loro non riescono più a credere. Alle persone che hanno paura, che sono sfiduciate, che sono pronte a gettarsi in qualunque avventura, non possiamo più dare delle lezioni. Penso al tema dell'immigrazione: molte persone hanno paura dell'arrivo di poveri da altre parti del mondo. Noi non possiamo rispondere che stanno sbagliando, e continuare a proporre le solite soluzioni, perché i loro argomenti possono anche essere falsi, i dati su cui si basano sono sicuramente falsi - non c'è un'invasione - ma la loro paura è vera e con quella paura dobbiamo confrontarci. Se non lo facciamo vincono quelli che dicono che bisogna gettare a mare quei poveracci che arrivano da lontano. Perché le persone che hanno paura comincino a credere che un mondo diverso è possibile bisogna che tutti insieme ci facciamo carico delle paure, delle insicurezza, che costruiamo reti per aiutare le persone.
La sinistra che aiuta le persone
Secondo me a questo punto dobbiamo ricominciare da capo, consapevoli degli errori che abbiamo commesso. Occorre fare un passo indietro, molto indietro. Nella seconda metà dell'Ottocento il movimento socialista agli albori, prima di essere un partito, è stato una rete di aiuto concreto alle persone.
Mi viene sempre in mente il film I compagni di Mario Monicelli, in cui si racconta la storia delle lotte di una fabbrica tessile di Torino alla fine di quel secolo. Il socialismo prima di ogni altra cosa era rappresentato dalle collette che i lavoratori organizzavano ogni volta che uno di loro si ammalava o finiva in carcere o moriva e quindi lasciava la propria famiglia in enorme difficoltà. Quelle persone non avevano sempre le idee chiare, non erano sempre socialisti - basta vedere come trattavano il loro collega venuto dal sud, su cui esercitavano un razzismo che farebbe impallidire i leghisti di oggi, o come consideravano le donne - ma capivano che dovevano aiutarsi gli uni con gli altri e organizzavano questa forma di solidarietà, anche come forma di resistenza a un potere che li opprimeva. Il socialismo nasce prima di tutto come questo sistema di aiuto e solo in un secondo tempo è diventato un movimento politico. Senza quella concretezza iniziale sarebbe stato impossibile organizzarsi per fare altre battaglie. Quegli uomini e quelle donne capirono in quel modo, attraverso quella rete di solidarietà, che quello era il modo di affrancarsi, di lottare, di coltivare una speranza. E di creare una comunità.
Credo che siamo tornati a quei tempi lì, e infatti, come allora, di fronte a questa crisi si fa strada una risposta di destra: allora fu il fascismo, oggi è la propaganda che chiamiamo populista, quella di personaggi come Trump, ma gli obiettivi sono sempre quelli: preservare i privilegi dei ricchi e gli squilibri tra le classi, facendo finta di combatterli. Oggi per tante persone le cure mediche sono un lusso, la perdita del lavoro può gettare un'intera famiglia nella povertà, un lavoratore è disposto a rinunciare a diritti anche elementari pur di poter continuare a lavorare, un povero vede in un altro povero un nemico, qualcuno che gli toglie quel poco di cui crede di avere diritto. Per questo credo occorra ripartire da forme, anche elementari, di mutualismo, abbiamo bisogno di ricostruire quelle reti di protezione sociale che le famiglie non riescono più a organizzare e che lo stato - anche quando la sinistra era al governo - ha volutamente fatto fallire. Questa adesso è la priorità.
Alle persone che non capiscono quale sia la differenza tra destra e sinistra non possiamo dire che la soluzione è far nascere un nuovo partito o un partito nuovo. Se ci limitiamo a questo ci volteranno le spalle; credo anche giustamente, perché non possiamo riproporre sempre le stesse cose. Dobbiamo prima di tutto farci carico degli errori che abbiamo commesso. E questa ostinazione è uno dei più gravi.
Tra quelli che sono impegnati in questi mesi a ripensare la sinistra vedo che vanno particolarmente di moda metafore del tipo "occorre costruire ponti". Per costruire qualcosa ci vuole un progetto, e, anche se lo abbiamo, siamo sicuri che quel ponte così ben costruito serva a qualcosa? Rischiamo di avere un bel ponte, ma non le due rive da collegare. Io credo invece che occorra gettare dei semi, anche sapendo che da molti di questi non nascerà nulla, perché la terra è arida, perché le condizioni atmosferiche sono avverse, perché c'è qualcuno pronto a sradicare le piantine appena si fanno largo tra le zolle. Eppure chi avrebbe detto che dalle lotte di quegli operai a metà dell'Ottocento sarebbe sorto un movimento come quello socialista, capace di caratterizzare una parte significativa della storia del secolo successivo? Certo noi abbiamo avuto la forza di distruggerlo dall'interno - e ne paghiamo le conseguenze - ma credo possa rinascere, ripartendo da associazioni, da gruppi spontanei, da forme di aiuto sociale, da strumenti di mutualità solidale, in sostanza dal provare a resistere a questo mondo così violento.
E dobbiamo contemporaneamente fare comunità, anche creando momenti di aggregazione. Siamo sempre più soli, anche se questo strumento in cui scriviamo e leggiamo, ci illude del contrario, e abbiamo bisogno di comunità. Il partito, quando funzionava, era anche questo, andare in sezione era un modo per vedere altre persone, organizzare le feste era un'occasione per lavorare con altri, la casa del popolo era un punto di aggregazione politica perché era anche e soprattutto un momento di aggregazione sportiva, sociale, culturale, di divertimento. Sono convinto che gruppi di acquisto solidale, movimenti per il diritto alla casa, reti di volontariato, associazioni che organizzano ambulatori nelle periferie, artisti che portano i loro lavori tra le persone, servano di più a costruire una cultura di sinistra che i nostri documenti che nessuno leggerà, per quanto ben scritti.
Penso che la politica politicante - passatemi il brutto termine - debba fare un passo indietro e si debba assumere il compito soltanto di evitare che la terra si inaridisca del tutto e che le piante possano in qualche modo resistere, poi dovranno crescere per conto loro e cresceranno.
E noi non dobbiamo avere la pretesa di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ne abbiamo perso il diritto, mi pare. E non dobbiamo metterci per forza un'etichetta politica o avere l'ansia di avere un simbolo da presentare alle elezioni. E forse, prima o poi, questa notte finirà.
Ad esempio per queste persone la cooperazione cos'è? E' un modo come un altro di fare impresa. Cosa rende davvero diverso fare la spesa alla Coop o all'Esselunga? Temo nulla, se non le offerte, la qualità dei prodotti o i premi delle carte fedeltà. E troppo spesso anche per chi ci lavora c'è poca differenza tra un'impresa cooperativa e una "normale". Per molti la cooperazione è un modo di fare impresa senza pagare le tasse. Lo so che non è così, lo so che tante piccole cooperative svolgono un lavoro prezioso e hanno ideali antichi, ma per molte persone la cooperazione è questo - e tante volte purtroppo è questo - e se non ci mettiamo in relazione con queste persone - che sono la maggioranza - allora saremo sconfitti, perché continueranno a votare per Trump o per l'uomo forte del momento.
Per queste persone il sindacato cos'è? Non spiegatelo a me, che conosco il lavoro difficile di tanti sindacalisti che si impegnano con fatica sul territorio, ma a chi vede le organizzazioni sindacali come strutture distanti, incapaci di tutelarli. Ed è così, è anche così; i sindacati oggi sono un pezzo di quelle classi dirigenti che hanno portato la società in rovina, non sono antagonisti, ma in molti casi complici. Il problema non è solo il susseguirsi di episodi di malaffare, che pure pesano, di singoli esponenti del sindacato, ma l'incapacità di leggere la crisi di questi anni, di cui tutta la sinistra, sindacato compreso, è responsabile. All'inizio di questo millennio in tanti abbiamo applaudito convintamente alla cosiddetta "terza via", invece quello è stato un errore politico fatale, che troppi ancora non riconoscono. Per tante persone un partito cos'è? Lo strumento che alcuni usano per fare carriera e per diventare ricchi. Il luogo dove si parla, si parla, si parla, ma alla fine non si ottiene alcun risultato. Per chi vuole far crescere l'antipolitica una giornata come quella di domenica, con lo spettacolo indecoroso offerto dall'assemblea del pd, è un giorno da segnare in rosso sul calendario, un giorno di festa. Per vent'anni ci hanno spiegato che la politica è qualcosa che fa schifo e la profezia ormai si è avverata.
E non è che possiamo dire a tutti questi cittadini che sbagliano, perché non capiscono che valore abbiano le cooperative, i sindacati, i partiti. Non è che possiamo continuare a raccontare una storia a cui loro non riescono più a credere. Alle persone che hanno paura, che sono sfiduciate, che sono pronte a gettarsi in qualunque avventura, non possiamo più dare delle lezioni. Penso al tema dell'immigrazione: molte persone hanno paura dell'arrivo di poveri da altre parti del mondo. Noi non possiamo rispondere che stanno sbagliando, e continuare a proporre le solite soluzioni, perché i loro argomenti possono anche essere falsi, i dati su cui si basano sono sicuramente falsi - non c'è un'invasione - ma la loro paura è vera e con quella paura dobbiamo confrontarci. Se non lo facciamo vincono quelli che dicono che bisogna gettare a mare quei poveracci che arrivano da lontano. Perché le persone che hanno paura comincino a credere che un mondo diverso è possibile bisogna che tutti insieme ci facciamo carico delle paure, delle insicurezza, che costruiamo reti per aiutare le persone.
La sinistra che aiuta le persone
Secondo me a questo punto dobbiamo ricominciare da capo, consapevoli degli errori che abbiamo commesso. Occorre fare un passo indietro, molto indietro. Nella seconda metà dell'Ottocento il movimento socialista agli albori, prima di essere un partito, è stato una rete di aiuto concreto alle persone.
Mi viene sempre in mente il film I compagni di Mario Monicelli, in cui si racconta la storia delle lotte di una fabbrica tessile di Torino alla fine di quel secolo. Il socialismo prima di ogni altra cosa era rappresentato dalle collette che i lavoratori organizzavano ogni volta che uno di loro si ammalava o finiva in carcere o moriva e quindi lasciava la propria famiglia in enorme difficoltà. Quelle persone non avevano sempre le idee chiare, non erano sempre socialisti - basta vedere come trattavano il loro collega venuto dal sud, su cui esercitavano un razzismo che farebbe impallidire i leghisti di oggi, o come consideravano le donne - ma capivano che dovevano aiutarsi gli uni con gli altri e organizzavano questa forma di solidarietà, anche come forma di resistenza a un potere che li opprimeva. Il socialismo nasce prima di tutto come questo sistema di aiuto e solo in un secondo tempo è diventato un movimento politico. Senza quella concretezza iniziale sarebbe stato impossibile organizzarsi per fare altre battaglie. Quegli uomini e quelle donne capirono in quel modo, attraverso quella rete di solidarietà, che quello era il modo di affrancarsi, di lottare, di coltivare una speranza. E di creare una comunità.
Credo che siamo tornati a quei tempi lì, e infatti, come allora, di fronte a questa crisi si fa strada una risposta di destra: allora fu il fascismo, oggi è la propaganda che chiamiamo populista, quella di personaggi come Trump, ma gli obiettivi sono sempre quelli: preservare i privilegi dei ricchi e gli squilibri tra le classi, facendo finta di combatterli. Oggi per tante persone le cure mediche sono un lusso, la perdita del lavoro può gettare un'intera famiglia nella povertà, un lavoratore è disposto a rinunciare a diritti anche elementari pur di poter continuare a lavorare, un povero vede in un altro povero un nemico, qualcuno che gli toglie quel poco di cui crede di avere diritto. Per questo credo occorra ripartire da forme, anche elementari, di mutualismo, abbiamo bisogno di ricostruire quelle reti di protezione sociale che le famiglie non riescono più a organizzare e che lo stato - anche quando la sinistra era al governo - ha volutamente fatto fallire. Questa adesso è la priorità.
Alle persone che non capiscono quale sia la differenza tra destra e sinistra non possiamo dire che la soluzione è far nascere un nuovo partito o un partito nuovo. Se ci limitiamo a questo ci volteranno le spalle; credo anche giustamente, perché non possiamo riproporre sempre le stesse cose. Dobbiamo prima di tutto farci carico degli errori che abbiamo commesso. E questa ostinazione è uno dei più gravi.
Tra quelli che sono impegnati in questi mesi a ripensare la sinistra vedo che vanno particolarmente di moda metafore del tipo "occorre costruire ponti". Per costruire qualcosa ci vuole un progetto, e, anche se lo abbiamo, siamo sicuri che quel ponte così ben costruito serva a qualcosa? Rischiamo di avere un bel ponte, ma non le due rive da collegare. Io credo invece che occorra gettare dei semi, anche sapendo che da molti di questi non nascerà nulla, perché la terra è arida, perché le condizioni atmosferiche sono avverse, perché c'è qualcuno pronto a sradicare le piantine appena si fanno largo tra le zolle. Eppure chi avrebbe detto che dalle lotte di quegli operai a metà dell'Ottocento sarebbe sorto un movimento come quello socialista, capace di caratterizzare una parte significativa della storia del secolo successivo? Certo noi abbiamo avuto la forza di distruggerlo dall'interno - e ne paghiamo le conseguenze - ma credo possa rinascere, ripartendo da associazioni, da gruppi spontanei, da forme di aiuto sociale, da strumenti di mutualità solidale, in sostanza dal provare a resistere a questo mondo così violento.
E dobbiamo contemporaneamente fare comunità, anche creando momenti di aggregazione. Siamo sempre più soli, anche se questo strumento in cui scriviamo e leggiamo, ci illude del contrario, e abbiamo bisogno di comunità. Il partito, quando funzionava, era anche questo, andare in sezione era un modo per vedere altre persone, organizzare le feste era un'occasione per lavorare con altri, la casa del popolo era un punto di aggregazione politica perché era anche e soprattutto un momento di aggregazione sportiva, sociale, culturale, di divertimento. Sono convinto che gruppi di acquisto solidale, movimenti per il diritto alla casa, reti di volontariato, associazioni che organizzano ambulatori nelle periferie, artisti che portano i loro lavori tra le persone, servano di più a costruire una cultura di sinistra che i nostri documenti che nessuno leggerà, per quanto ben scritti.
Penso che la politica politicante - passatemi il brutto termine - debba fare un passo indietro e si debba assumere il compito soltanto di evitare che la terra si inaridisca del tutto e che le piante possano in qualche modo resistere, poi dovranno crescere per conto loro e cresceranno.
E noi non dobbiamo avere la pretesa di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ne abbiamo perso il diritto, mi pare. E non dobbiamo metterci per forza un'etichetta politica o avere l'ansia di avere un simbolo da presentare alle elezioni. E forse, prima o poi, questa notte finirà.
mercoledì 11 gennaio 2017
Considerazione libere (416): a proposito di due sì...
In questi giorni potremmo dedicare il nostro tempo a riflettere sui motivi, legittimamente giuridici o inconfessabilmente politici, che hanno spinto i giudici della Consulta a emettere questa sentenza oppure a discutere su come sono stati scritti i quesiti o ancora a pensare alle conseguenze politiche di questa sentenza, sull'opportunità che si voti prima possibile il referendum o che si vada a elezioni anticipate. O su come questo referendum ci servirà a ricostruire una sinistra in Italia. Francamente però oggi non abbiamo questo tempo. Ne abbiamo pochissimo. E abbiamo scarse energie. E il nostro poco tempo e le nostre scarse energie dobbiamo dedicarle a fare propaganda per il SI', a spiegare qual è il vero significato di questi referendum, di quelli su cui saremo chiamati ad esprimerci e anche di quello che per ora non è stato ammesso. Ed è qualcosa che non riguarda solo strettamente il tema dell'utilizzo dei voucher o quello degli appalti o finanche quello, seppur fondamentale, dell'art. 18. Sono temi che abbiamo affrontato e su cui torneremo. Ma la questione vera riguarda la dignità costituzionale del lavoro, che i costituenti vollero sancire in maniera solenne - e assolutamente inedita - in quell'art. 1 molto citato, ma poco applicato.
La battaglia in cui dobbiamo essere impegnati già da queste ore e su cui dovremo saper costruire un fronte il più ampio possibile - speriamo maggioritario - è simile a quella che ci ha impegnato nei mesi passati. Perché anche lo scorso 4 dicembre in gioco non era tanto la sopravvivenza del Senato o il meccanismo di formazione delle leggi, quanto l'idea stessa di democrazia rappresentativa. Oggi allo stesso modo questi referendum ci servono a ribadire la centralità costituzionale del lavoro, l'idea che i diritti delle persone che lavorano devono essere garantiti a partire dalla legge fondamentale del nostro ordinamento.
Perché il nostro lavoro, il lavoro di tutti, deve essere uno sforzo libero. Pare scontato, ma non lo è: lo sforzo di uno schiavo, di un uomo o di una donna costretti a cedere il proprio tempo e le proprie energie, non può essere considerato lavoro. Le meraviglie architettoniche dell'antichità furono costruite da schiavi e oggi sono schiavi quelli che producono le magliette che indossiamo o i telefonini con cui ci teniamo continuamente in contatto, e questo non è lavoro. E non serve andare in Asia o in Africa, basta fermarsi nelle campagne dove si raccolgono le arance e i pomodori o andare in qualche fabbrica o in un call center. Lo dobbiamo ricordare quando valutiamo la crescita di un paese: la schiavitù conviene dal punto di vista puramente economico, dal momento che garantisce bassi costi di produzione e crescita della ricchezza complessiva. Però quello non è lavoro e non realizza la prosperità comune. Perché il lavoro di ciascuno di noi realizza a un tempo noi stessi e la società. E’ abbastanza semplice capire che il lavoro libero di ciascuno di noi contribuisce al bene della comunità, è qualcosa di cui abbiamo immediata evidenza. Forse non abbiamo ancora capito quanto il lavoro sia importante per ciascuno di noi. A chi è successo - a me è successo intorno ai quarant’anni - di non avere un lavoro sa che si tratta di un momento che si ricorda con dolore e ansia. Chi non lavora non esprime la sua capacità di essere, in qualche modo non è. L'art. 1 dice questo e dice che la democrazia si realizza con il lavoro e che il lavoro si tutela con la democrazia.
Troppo spesso in questi anni ci hanno fatto credere che il lavoro sia solo un dovere o, ancora peggio, una concessione che ci viene fatta, qualcosa per cui dobbiamo ringraziarli. Invece il lavoro è un nostro diritto. In gioco nel prossimo referendum c'è semplicemente questo. La domanda che quei due quesiti rivolgono a tutti noi è questa: abbiamo diritto al lavoro, un lavoro sicuro, un lavoro retribuito in maniera proporzionale ed equa? SI'.
La battaglia in cui dobbiamo essere impegnati già da queste ore e su cui dovremo saper costruire un fronte il più ampio possibile - speriamo maggioritario - è simile a quella che ci ha impegnato nei mesi passati. Perché anche lo scorso 4 dicembre in gioco non era tanto la sopravvivenza del Senato o il meccanismo di formazione delle leggi, quanto l'idea stessa di democrazia rappresentativa. Oggi allo stesso modo questi referendum ci servono a ribadire la centralità costituzionale del lavoro, l'idea che i diritti delle persone che lavorano devono essere garantiti a partire dalla legge fondamentale del nostro ordinamento.
Perché il nostro lavoro, il lavoro di tutti, deve essere uno sforzo libero. Pare scontato, ma non lo è: lo sforzo di uno schiavo, di un uomo o di una donna costretti a cedere il proprio tempo e le proprie energie, non può essere considerato lavoro. Le meraviglie architettoniche dell'antichità furono costruite da schiavi e oggi sono schiavi quelli che producono le magliette che indossiamo o i telefonini con cui ci teniamo continuamente in contatto, e questo non è lavoro. E non serve andare in Asia o in Africa, basta fermarsi nelle campagne dove si raccolgono le arance e i pomodori o andare in qualche fabbrica o in un call center. Lo dobbiamo ricordare quando valutiamo la crescita di un paese: la schiavitù conviene dal punto di vista puramente economico, dal momento che garantisce bassi costi di produzione e crescita della ricchezza complessiva. Però quello non è lavoro e non realizza la prosperità comune. Perché il lavoro di ciascuno di noi realizza a un tempo noi stessi e la società. E’ abbastanza semplice capire che il lavoro libero di ciascuno di noi contribuisce al bene della comunità, è qualcosa di cui abbiamo immediata evidenza. Forse non abbiamo ancora capito quanto il lavoro sia importante per ciascuno di noi. A chi è successo - a me è successo intorno ai quarant’anni - di non avere un lavoro sa che si tratta di un momento che si ricorda con dolore e ansia. Chi non lavora non esprime la sua capacità di essere, in qualche modo non è. L'art. 1 dice questo e dice che la democrazia si realizza con il lavoro e che il lavoro si tutela con la democrazia.
Troppo spesso in questi anni ci hanno fatto credere che il lavoro sia solo un dovere o, ancora peggio, una concessione che ci viene fatta, qualcosa per cui dobbiamo ringraziarli. Invece il lavoro è un nostro diritto. In gioco nel prossimo referendum c'è semplicemente questo. La domanda che quei due quesiti rivolgono a tutti noi è questa: abbiamo diritto al lavoro, un lavoro sicuro, un lavoro retribuito in maniera proporzionale ed equa? SI'.
giovedì 15 dicembre 2016
Considerazioni libere (415): a proposito di una nuova battaglia...
Non è finita con il referendum. Lo sapevamo che non sarebbe finita. Se qualcuno tra noi che abbiamo votato NO ha creduto che quel voto cambiasse le cose è un illuso. Anzi la partita vera comincia adesso. Vedo purtroppo che molti compagni del NO sono rimasti delusi dal fatto che è nato il governo Gentiloni. Facciamo chiarezza: noi non abbiamo combattuto quella battaglia per cambiare governo, abbiamo lottato per la Costituzione. Se lo ricordino anche quelli del sì che adesso ci dicono con strafottenza che il nostro voto non è servito a nulla: invece quel voto è servito, anzi è servito anche a loro e prima o poi ci ringrazieranno di averli fatti perdere. Perché certamente è meglio che abbia vinto il NO e quindi che in questo paese ci sia ancora la nostra cara e vecchia Costituzione, per quanto un po’ acciaccata dalle mezze e male riforme che abbiamo fatto in questi anni, ma quel voto, per le sue stesse caratteristiche, non poteva segnare un nuovo inizio per la sinistra in questo paese. Come renzi si sbaglia quando crede che il 40% dei sì sia tutta "roba" sua, anche noi dobbiamo renderci conto che nel NO ci sono tante cose, spesso contrapposte.
Certo in quel NO c’è un pezzo importante della sinistra di questo paese, una sinistra che si è ritrovata unita, dopo molti anni in cui ha militato su fronti opposti. Ma queste differenze, per molti versi, ancora rimangono e pesano sulle vicende politiche, e perfino umane, di molti di noi.
Ad esempio tra me e D’Alema - si parva licet - nonostante questa volta ci siamo ritrovati a votare, dopo molti anni, nello stesso modo, c’è una differenza notevole, perché immagino che lui continui a essere un socialdemocratico che pensa che il capitalismo si possa riformare, passo dopo passo, mentre io penso che a questo punto occorra assumere una prospettiva davvero alternativa, e dichiaratamente anticapitalista e rivoluzionaria. Sono convinto che se siamo arrivati a questo punto così basso è anche per una precisa responsabilità di D’Alema - e anche mia, visto che stavamo nello stesso partito - ad esempio perché in quegli anni ci siamo convinti che fosse necessario modificare le leggi sul lavoro, e che fosse "moderno" togliere un po’ di diritti ai lavoratori, per guadagnarci in competitività. Invece abbiamo visto che togliere diritti serve solo a dare più armi agli speculatori e fa crescere solo le disuguaglianze. E il malaffare.
Nelle prossime settimane avremo forse una possibilità nuova, anche in questo caso grazie a un referendum, questa volta per abolire la cosiddetta riforma del lavoro conosciuta come jobs act. Non so se D’Alema ed io voteremo ancora nello stesso modo - spero di sì, e non solo per un attacco strumentale a questo governo, che evidentemente quella riforma ancora la difende. Perché a me - lo ripeto a scanso di equivoci - interessa poco la sorte di questo o di quel governo, interessano poco le narrazioni più o meno immaginifiche, interessa ancor meno il dibattito all'interno del pd. invece mi interessano le condizioni vere delle persone. Bisogna ripartire dalle sofferenze delle donne e degli uomini: tanti di quelli che hanno votato NO hanno usato quel voto proprio per dire che stanno male e che nessuno pensa a loro.
Personalmente non credo che a breve ci sia lo spazio per costruire in questo paese un forte partito di sinistra radicale e francamente non penso neppure che sia fondamentale dedicare tutte le nostre energie nelle prossime settimane a costruire una nostra risicata rappresentanza parlamentare - anche se vedo che questo tema di politique politicenne appassiona molti - ma penso che ci sia spazio per una serie di battaglie sociali su temi di sinistra. E il lavoro è senz’altro il primo di questi temi.
In qualche modo la battaglia per il NO alla modifica della Costituzione si lega a quella per l’abolizione del jobs act, perché quella formula dell’art. 1 "fondata sul lavoro" non è un espediente retorico, è un principio. E questo principio è adesso l’unico limite alle violenze di classe. E quindi la battaglia contro il jobs act e a favore dello Statuto dei lavoratori, diventa qualcosa di più, diventa il segno che dal lavoro si deve ricominciare.
Non so se sia vero che le elezioni anticipate verranno fatte scattare per impedire il referendum sul jobs act, come si è lasciato sfuggire il commensale di Buzzi e di Mafia capitale. Anche se fosse, quella battaglia per il lavoro e i diritti non deve perdere di intensità. Faremo rinascere una sinistra in Italia solo attraverso questa rinnovata consapevolezza che combattere per i diritti del lavoro è urgente e necessario.
Certo in quel NO c’è un pezzo importante della sinistra di questo paese, una sinistra che si è ritrovata unita, dopo molti anni in cui ha militato su fronti opposti. Ma queste differenze, per molti versi, ancora rimangono e pesano sulle vicende politiche, e perfino umane, di molti di noi.
Ad esempio tra me e D’Alema - si parva licet - nonostante questa volta ci siamo ritrovati a votare, dopo molti anni, nello stesso modo, c’è una differenza notevole, perché immagino che lui continui a essere un socialdemocratico che pensa che il capitalismo si possa riformare, passo dopo passo, mentre io penso che a questo punto occorra assumere una prospettiva davvero alternativa, e dichiaratamente anticapitalista e rivoluzionaria. Sono convinto che se siamo arrivati a questo punto così basso è anche per una precisa responsabilità di D’Alema - e anche mia, visto che stavamo nello stesso partito - ad esempio perché in quegli anni ci siamo convinti che fosse necessario modificare le leggi sul lavoro, e che fosse "moderno" togliere un po’ di diritti ai lavoratori, per guadagnarci in competitività. Invece abbiamo visto che togliere diritti serve solo a dare più armi agli speculatori e fa crescere solo le disuguaglianze. E il malaffare.
Nelle prossime settimane avremo forse una possibilità nuova, anche in questo caso grazie a un referendum, questa volta per abolire la cosiddetta riforma del lavoro conosciuta come jobs act. Non so se D’Alema ed io voteremo ancora nello stesso modo - spero di sì, e non solo per un attacco strumentale a questo governo, che evidentemente quella riforma ancora la difende. Perché a me - lo ripeto a scanso di equivoci - interessa poco la sorte di questo o di quel governo, interessano poco le narrazioni più o meno immaginifiche, interessa ancor meno il dibattito all'interno del pd. invece mi interessano le condizioni vere delle persone. Bisogna ripartire dalle sofferenze delle donne e degli uomini: tanti di quelli che hanno votato NO hanno usato quel voto proprio per dire che stanno male e che nessuno pensa a loro.
Personalmente non credo che a breve ci sia lo spazio per costruire in questo paese un forte partito di sinistra radicale e francamente non penso neppure che sia fondamentale dedicare tutte le nostre energie nelle prossime settimane a costruire una nostra risicata rappresentanza parlamentare - anche se vedo che questo tema di politique politicenne appassiona molti - ma penso che ci sia spazio per una serie di battaglie sociali su temi di sinistra. E il lavoro è senz’altro il primo di questi temi.
In qualche modo la battaglia per il NO alla modifica della Costituzione si lega a quella per l’abolizione del jobs act, perché quella formula dell’art. 1 "fondata sul lavoro" non è un espediente retorico, è un principio. E questo principio è adesso l’unico limite alle violenze di classe. E quindi la battaglia contro il jobs act e a favore dello Statuto dei lavoratori, diventa qualcosa di più, diventa il segno che dal lavoro si deve ricominciare.
Non so se sia vero che le elezioni anticipate verranno fatte scattare per impedire il referendum sul jobs act, come si è lasciato sfuggire il commensale di Buzzi e di Mafia capitale. Anche se fosse, quella battaglia per il lavoro e i diritti non deve perdere di intensità. Faremo rinascere una sinistra in Italia solo attraverso questa rinnovata consapevolezza che combattere per i diritti del lavoro è urgente e necessario.
lunedì 5 dicembre 2016
Considerazioni libere (413): a proposito di una battaglia che continua...
Abbiamo vinto.
Oggi prevale l'euforia, ma non possiamo smettere di combattere proprio ora. Non dobbiamo smettere di combattere proprio ora. Anche perché la guerra, quella vera, comincia oggi.
Prima di tutto dovremo organizzare la resistenza, perché "loro" cambieranno faccia, si libereranno di renzi e degli altri servi sciocchi - come nel novembre del 2011 si sono liberati di Berlusconi - e noi ci illuderemo, come allora, di aver vinto, ma non sono cambiati, torneranno ad attaccare la Costituzione, perché hanno mezzi e uomini illimitati per continuare questa guerra contro la democrazia. E perché sanno - a volte anche meglio di noi - che democrazia e lavoro si tengono e quindi vogliono limitare la democrazia per limitare, fino ad annullare, i diritti dei lavoratori. Dobbiamo denunciare ogni loro malefatta, dobbiamo far vedere alle persone che in buona fede hanno votato sì quali sono le vere intenzioni delle forze del capitale. E dobbiamo farlo capire anche a quelli che hanno votato NO per pura reazione, con poco o scarso interesse per la Costituzione, a quelli che hanno fatto la cosa giusta per il motivo sbagliato.
Comincia per noi una fase difficile, ma almeno avremo un punto chiaro di programma: la difesa della Costituzione del '48 e la sua piena applicazione. Questa dovrà essere la nostra parola d'ordine, questo dovrà essere il programma di base di uno schieramento di opposizione, in questi giorni difficili che ci attendono. E bisognerà, per una volta, essere chiari e non fare alcuno sconto. Nessuna intelligenza con il nemico, nessun distinguo. Non potremo più accettare accordi, anche solo locali, con il pd, con chi ha votato questa cosiddetta riforma, da domani il discrimine per ogni alleanza politica dovrà essere appunto la battaglia per la difesa della Costituzione del 1948, togliendo anche l'articolo che impone il pareggio di bilancio, che è stato il primo granello fatto entrare nel meccanismo della Costituzione per scardinarla.
Non ci illudiamo. La sinistra in questo paese sappia che l'attende un compito ancora più arduo: provare a ricostruirsi non solo in base a questa prospettiva repubblicana, che è necessaria, ma non sufficiente. La sinistra rinascerà in Italia se sarà socialista e quindi valorizzando gli aspetti più progressisti della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza. Lo so che è un compito che ci pare irrealizzabile, anche in un giorno di festa come oggi, ma non possiamo smettere di fare questo sogno.
La lotta, nel nome della Costituzione, continua.
Oggi prevale l'euforia, ma non possiamo smettere di combattere proprio ora. Non dobbiamo smettere di combattere proprio ora. Anche perché la guerra, quella vera, comincia oggi.
Prima di tutto dovremo organizzare la resistenza, perché "loro" cambieranno faccia, si libereranno di renzi e degli altri servi sciocchi - come nel novembre del 2011 si sono liberati di Berlusconi - e noi ci illuderemo, come allora, di aver vinto, ma non sono cambiati, torneranno ad attaccare la Costituzione, perché hanno mezzi e uomini illimitati per continuare questa guerra contro la democrazia. E perché sanno - a volte anche meglio di noi - che democrazia e lavoro si tengono e quindi vogliono limitare la democrazia per limitare, fino ad annullare, i diritti dei lavoratori. Dobbiamo denunciare ogni loro malefatta, dobbiamo far vedere alle persone che in buona fede hanno votato sì quali sono le vere intenzioni delle forze del capitale. E dobbiamo farlo capire anche a quelli che hanno votato NO per pura reazione, con poco o scarso interesse per la Costituzione, a quelli che hanno fatto la cosa giusta per il motivo sbagliato.
Comincia per noi una fase difficile, ma almeno avremo un punto chiaro di programma: la difesa della Costituzione del '48 e la sua piena applicazione. Questa dovrà essere la nostra parola d'ordine, questo dovrà essere il programma di base di uno schieramento di opposizione, in questi giorni difficili che ci attendono. E bisognerà, per una volta, essere chiari e non fare alcuno sconto. Nessuna intelligenza con il nemico, nessun distinguo. Non potremo più accettare accordi, anche solo locali, con il pd, con chi ha votato questa cosiddetta riforma, da domani il discrimine per ogni alleanza politica dovrà essere appunto la battaglia per la difesa della Costituzione del 1948, togliendo anche l'articolo che impone il pareggio di bilancio, che è stato il primo granello fatto entrare nel meccanismo della Costituzione per scardinarla.
Non ci illudiamo. La sinistra in questo paese sappia che l'attende un compito ancora più arduo: provare a ricostruirsi non solo in base a questa prospettiva repubblicana, che è necessaria, ma non sufficiente. La sinistra rinascerà in Italia se sarà socialista e quindi valorizzando gli aspetti più progressisti della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza. Lo so che è un compito che ci pare irrealizzabile, anche in un giorno di festa come oggi, ma non possiamo smettere di fare questo sogno.
La lotta, nel nome della Costituzione, continua.
giovedì 20 ottobre 2016
Considerazioni libere (411): a proposito di una scelta ponderata, nel merito...
Da qualche giorno, ossia da quando la campagna elettorale per il referendum è entrata nel vivo e la propaganda del governo e dei suoi complici si sta facendo sempre più violenta e volgare, vedo aumentare gli appelli a entrare nel merito della riforma. Come se fino adesso avessimo parlato d'altro.
Alcuni di quelli che lanciano questi appelli sono certamente in buona fede: si tratta in genere di costituzionalisti e di esimi professori schierati per il NO che, comprensibilmente, vorrebbero spiegare le molte buone ragioni di questa loro scelta, in base ai loro studi e alla loro dottrina. Non sempre, a dire il vero, il loro modo di spiegare le ragioni del NO risulta efficace e anzi talvolta rischiano di trasformare questo tema in un dibattito da specialisti, mentre è qualcosa che riguarda tutti noi, anzi più ci riguarda quanto più siamo deboli e indifesi, perché la Costituzione è nata proprio per difendere chi ha meno, chi sa meno, gli ultimi della società, offrendo a tutti gli stessi diritti. Uno di questi professori in buona fede che rischia di fare danni è Valerio Onida, con il suo ricorso volto a "spacchettare" il quesito; se il suo ricorso fosse accolto il referendum sarebbe posticipato, offrendo un ulteriore vantaggio a renzi, che ha tutto l'interesse a prendere tempo per continuare le sue elargizioni elettorali, e togliendo spinta ai già scarsi e deboli sostenitori del NO.
Poi ci sono quelli che non sono in buona fede - e sono ovviamente la maggioranza - il cui obiettivo è quello di dare una mano al governo, senza apparentemente darlo a vedere, senza apparire troppo schierati; siamo pur sempre in Italia, patria di cerchiobottisti e di opportunisti. Molti "autorevoli" commentatori di Repubblica - ad esempio, ma non solo - stanno facendo questo gioco sporco e tanti altri vedrete che seguiranno. La loro tesi è che noi votiamo NO unicamente per odio a renzi e proprio per questa ragione ci spiegano che questo nostro NO è sbagliato, perché non è possibile costruire qualcosa unicamente su questo sentimento così poco commendevole. Dicono che votiamo NO solo per far cadere il governo e in questo modo ci accusano di non discutere nel merito delle proposte di riforma. Curiosamente la recente - e inattesa - dichiarazione di voto di Mario Monti a favore del NO ha rinfocolato questa tesi, dal momento che lo stesso Monti ha motivato questa scelta solo con le critiche a renzi, in particolare alle regalie che si stanno facendo sempre più sfacciate, senza dire una parola sulla riforma; visto il personaggio, servo fedele dei poteri internazionali che hanno ispirato e sostenuto questa riforma, forse questa sortita è una polpetta avvelenata.
Il problema di noi del NO è che troppo spesso di fronte a questi argomenti ci mettiamo in difesa e rinunciamo ad attaccare. Invece dobbiamo essere noi ad andare all'attacco, proprio perché su questo tema stiamo da sempre sul merito, anche quando attacchiamo renzi e i suoi complici. Perché il merito della riforma non è né la cancellazione del senato, né lo svilimento delle autonomie, né il combinato disposto di riforma e legge elettorale - figurarsi poi se può essere il Cnel - il merito vero di ciò di cui stiamo discutendo è quale idea di democrazia vogliamo per il futuro di questo paese. Quello che dobbiamo far capire ai cittadini - quelli che voteranno sì per opportunismo e per cieca fiducia in renzi ormai sono perduti, ma tanti ancora non hanno deciso - è proprio questo.
Questa non è una riforma che riguarda alcuni articoli, non è l'adeguamento di alcuni punti a nuove esigenze, non è un'operazione di semplice, per quanto necessario, maquillage, questa è proprio una "nuova" costituzione, che risponde a principi diversi rispetto a quelli su cui è fondata la Costituzione del '48. So bene che renzi e i renzioti dicono che i principi della prima parte non vengono modificati - ed effettivamente non vengono modificati - ma quando, come in questo caso, le norme della seconda parte vengono totalmente riscritte tenendo conto di altri principi, allora anche la prima parte viene tradita. Per questo lo "spacchettamento" finisce per essere soltanto un esercizio accademico: c'è un'idea complessiva nella proposta del governo ed è un'idea che confligge totalmente con la Costituzione vigente. Questo è il merito, su questo siamo chiamati a un solo sì o a un solo NO. E per questo non votiamo sul senato o sul meccanismo di formazione delle leggi o sul Cnel, ma votiamo proprio sulla Costituzione, su tutta la Costituzione, principi compresi. Stiamo nel merito; dobbiamo spiegare ai nostri concittadini che il vero quesito, al di là di quello che sarà o non sarà scritto sulla scheda, è: "Volete una nuova Costituzione al posto di quella entrata in vigore nel 1948?". NO.
E non vogliamo che una nuova costituzione venga scritta da renzi e da Verdini. In questo certamente il referendum è anche una consultazione sul governo, indipendentemente da ogni altra considerazione in merito ai provvedimenti presi da questo esecutivo. Umanamente disprezzo renzi, ma non è questo il punto, non mi fido di lui e non mi fido di quelli da cui lui prende ordini. Stiamo dunque ancora nel merito, spiegando che il quesito della scheda potrebbe essere efficacemente "tradotto" in questo modo: "Volete che renzi scriva la nuova Costituzione?". NO.
Questa nuova costituzione, che porta il nome di renzi, ma che è stata scritta nelle stanze di alcune grandi istituzioni finanziarie, è ispirata dall'idea che i cittadini debbano contare sempre meno, che la sovranità non debba più appartenere al popolo - o appartenergli sono nominalmente - ma che in realtà debba essere esercitata da chi può e da chi sa. Debba essere esercitata dalle banche, dalle grandi industrie, dalle multinazionali, in sostanza debba essere esercitata dai padroni, dalle persone molto ricche, basandosi sul principio che gli interessi dei padroni coincidono con quelli generali. Invece non è così: i padroni hanno sempre fatto - e sempre faranno - solo i loro interessi, a scapito degli interessi collettivi e di quelli delle classi più povere. La guerra di classe non è un'invenzione di Marx, ma il conflitto che ogni giorno i padroni combattono contro di noi, per sfruttarci. La Costituzione serve a difenderci e per questo loro la vogliono cambiare. In gioco non è la sopravvivenza di qualche posto da senatore, ma questa idea sottesa alla riforma che le istituzioni democratiche siano un ostacolo allo sviluppo. E per questo tutti i banchieri, tutti gli industriali, tutti i potenti sono schierati per il sì e fanno schierare per il sì le loro marionette, da Obama alla Merkel, da Hollande a Juncker.
Oggi hanno già abolito le elezioni provinciali, eppure le Province ancora funzionano: allora qualcuno potrà chiedere di abolire anche le elezioni regionali e poi quelle comunali. Oggi aboliscono non il Senato, ma l'elezione democratica di questo organo, in nome dell'efficienza e del risparmio; domani qualcuno sosterrà, in nome degli stessi principi, che anche seicento deputati sono troppi, troppo costosi e troppo inefficienti, e quindi ne chiederà la riduzione, e che il meccanismo di voto è troppo complicato e troppo costoso. E non ci sarà più alcun principio per fermare questa deriva, perché con questo sì saranno riusciti a distruggere gli anticorpi della Costituzione. Questo è il merito. Su questo saremo chiamati a votare il prossimo 4 dicembre. Per questo voteremo NO.
A questi pretesi riformatori - o meglio a questi nuovi costituenti - poco importa che le leggi vengano approvate da una o due camere. E francamente importa poco anche a me il puro meccanismo. A loro importa che le leggi vengano approvate soltanto dai governi - come avviene di fatto da molti anni in Italia, dal momento che il parlamento si limita a ratificare, spesso sotto l'imposizione del voto di fiducia, i decreti del governo, come è avvenuto in Francia con la Loi travail, fatta passare senza un voto parlamentare, con una procedura d'emergenza, come una legge di guerra. E questa nuova costituzione va in questa direzione, con la scusa di semplificare, di rendere più veloci le decisioni. Vogliono semplicemente essere loro a decidere. Per questo diciamo NO.
Ai nuovi costituenti interessa manomettere la Costituzione del '48, perché quella Costituzione, proprio perché è nata in quegli anni, perché è figlia della Resistenza, ha un forte impianto progressista. Quella formula dell'art. 1 "fondata sul lavoro" non è un espediente retorico, è un principio. E questo principio è adesso l'unico limite alle violenze di classe. Per questo vogliono scrivere una nuova costituzione, mentre noi dobbiamo lottare per applicare davvero, fino in fondo, la Costituzione del '48. Questo è il merito: "Volete vivere in un paese senza Costituzione?". NO.
Alcuni di quelli che lanciano questi appelli sono certamente in buona fede: si tratta in genere di costituzionalisti e di esimi professori schierati per il NO che, comprensibilmente, vorrebbero spiegare le molte buone ragioni di questa loro scelta, in base ai loro studi e alla loro dottrina. Non sempre, a dire il vero, il loro modo di spiegare le ragioni del NO risulta efficace e anzi talvolta rischiano di trasformare questo tema in un dibattito da specialisti, mentre è qualcosa che riguarda tutti noi, anzi più ci riguarda quanto più siamo deboli e indifesi, perché la Costituzione è nata proprio per difendere chi ha meno, chi sa meno, gli ultimi della società, offrendo a tutti gli stessi diritti. Uno di questi professori in buona fede che rischia di fare danni è Valerio Onida, con il suo ricorso volto a "spacchettare" il quesito; se il suo ricorso fosse accolto il referendum sarebbe posticipato, offrendo un ulteriore vantaggio a renzi, che ha tutto l'interesse a prendere tempo per continuare le sue elargizioni elettorali, e togliendo spinta ai già scarsi e deboli sostenitori del NO.
Poi ci sono quelli che non sono in buona fede - e sono ovviamente la maggioranza - il cui obiettivo è quello di dare una mano al governo, senza apparentemente darlo a vedere, senza apparire troppo schierati; siamo pur sempre in Italia, patria di cerchiobottisti e di opportunisti. Molti "autorevoli" commentatori di Repubblica - ad esempio, ma non solo - stanno facendo questo gioco sporco e tanti altri vedrete che seguiranno. La loro tesi è che noi votiamo NO unicamente per odio a renzi e proprio per questa ragione ci spiegano che questo nostro NO è sbagliato, perché non è possibile costruire qualcosa unicamente su questo sentimento così poco commendevole. Dicono che votiamo NO solo per far cadere il governo e in questo modo ci accusano di non discutere nel merito delle proposte di riforma. Curiosamente la recente - e inattesa - dichiarazione di voto di Mario Monti a favore del NO ha rinfocolato questa tesi, dal momento che lo stesso Monti ha motivato questa scelta solo con le critiche a renzi, in particolare alle regalie che si stanno facendo sempre più sfacciate, senza dire una parola sulla riforma; visto il personaggio, servo fedele dei poteri internazionali che hanno ispirato e sostenuto questa riforma, forse questa sortita è una polpetta avvelenata.
Il problema di noi del NO è che troppo spesso di fronte a questi argomenti ci mettiamo in difesa e rinunciamo ad attaccare. Invece dobbiamo essere noi ad andare all'attacco, proprio perché su questo tema stiamo da sempre sul merito, anche quando attacchiamo renzi e i suoi complici. Perché il merito della riforma non è né la cancellazione del senato, né lo svilimento delle autonomie, né il combinato disposto di riforma e legge elettorale - figurarsi poi se può essere il Cnel - il merito vero di ciò di cui stiamo discutendo è quale idea di democrazia vogliamo per il futuro di questo paese. Quello che dobbiamo far capire ai cittadini - quelli che voteranno sì per opportunismo e per cieca fiducia in renzi ormai sono perduti, ma tanti ancora non hanno deciso - è proprio questo.
Questa non è una riforma che riguarda alcuni articoli, non è l'adeguamento di alcuni punti a nuove esigenze, non è un'operazione di semplice, per quanto necessario, maquillage, questa è proprio una "nuova" costituzione, che risponde a principi diversi rispetto a quelli su cui è fondata la Costituzione del '48. So bene che renzi e i renzioti dicono che i principi della prima parte non vengono modificati - ed effettivamente non vengono modificati - ma quando, come in questo caso, le norme della seconda parte vengono totalmente riscritte tenendo conto di altri principi, allora anche la prima parte viene tradita. Per questo lo "spacchettamento" finisce per essere soltanto un esercizio accademico: c'è un'idea complessiva nella proposta del governo ed è un'idea che confligge totalmente con la Costituzione vigente. Questo è il merito, su questo siamo chiamati a un solo sì o a un solo NO. E per questo non votiamo sul senato o sul meccanismo di formazione delle leggi o sul Cnel, ma votiamo proprio sulla Costituzione, su tutta la Costituzione, principi compresi. Stiamo nel merito; dobbiamo spiegare ai nostri concittadini che il vero quesito, al di là di quello che sarà o non sarà scritto sulla scheda, è: "Volete una nuova Costituzione al posto di quella entrata in vigore nel 1948?". NO.
E non vogliamo che una nuova costituzione venga scritta da renzi e da Verdini. In questo certamente il referendum è anche una consultazione sul governo, indipendentemente da ogni altra considerazione in merito ai provvedimenti presi da questo esecutivo. Umanamente disprezzo renzi, ma non è questo il punto, non mi fido di lui e non mi fido di quelli da cui lui prende ordini. Stiamo dunque ancora nel merito, spiegando che il quesito della scheda potrebbe essere efficacemente "tradotto" in questo modo: "Volete che renzi scriva la nuova Costituzione?". NO.
Questa nuova costituzione, che porta il nome di renzi, ma che è stata scritta nelle stanze di alcune grandi istituzioni finanziarie, è ispirata dall'idea che i cittadini debbano contare sempre meno, che la sovranità non debba più appartenere al popolo - o appartenergli sono nominalmente - ma che in realtà debba essere esercitata da chi può e da chi sa. Debba essere esercitata dalle banche, dalle grandi industrie, dalle multinazionali, in sostanza debba essere esercitata dai padroni, dalle persone molto ricche, basandosi sul principio che gli interessi dei padroni coincidono con quelli generali. Invece non è così: i padroni hanno sempre fatto - e sempre faranno - solo i loro interessi, a scapito degli interessi collettivi e di quelli delle classi più povere. La guerra di classe non è un'invenzione di Marx, ma il conflitto che ogni giorno i padroni combattono contro di noi, per sfruttarci. La Costituzione serve a difenderci e per questo loro la vogliono cambiare. In gioco non è la sopravvivenza di qualche posto da senatore, ma questa idea sottesa alla riforma che le istituzioni democratiche siano un ostacolo allo sviluppo. E per questo tutti i banchieri, tutti gli industriali, tutti i potenti sono schierati per il sì e fanno schierare per il sì le loro marionette, da Obama alla Merkel, da Hollande a Juncker.
Oggi hanno già abolito le elezioni provinciali, eppure le Province ancora funzionano: allora qualcuno potrà chiedere di abolire anche le elezioni regionali e poi quelle comunali. Oggi aboliscono non il Senato, ma l'elezione democratica di questo organo, in nome dell'efficienza e del risparmio; domani qualcuno sosterrà, in nome degli stessi principi, che anche seicento deputati sono troppi, troppo costosi e troppo inefficienti, e quindi ne chiederà la riduzione, e che il meccanismo di voto è troppo complicato e troppo costoso. E non ci sarà più alcun principio per fermare questa deriva, perché con questo sì saranno riusciti a distruggere gli anticorpi della Costituzione. Questo è il merito. Su questo saremo chiamati a votare il prossimo 4 dicembre. Per questo voteremo NO.
A questi pretesi riformatori - o meglio a questi nuovi costituenti - poco importa che le leggi vengano approvate da una o due camere. E francamente importa poco anche a me il puro meccanismo. A loro importa che le leggi vengano approvate soltanto dai governi - come avviene di fatto da molti anni in Italia, dal momento che il parlamento si limita a ratificare, spesso sotto l'imposizione del voto di fiducia, i decreti del governo, come è avvenuto in Francia con la Loi travail, fatta passare senza un voto parlamentare, con una procedura d'emergenza, come una legge di guerra. E questa nuova costituzione va in questa direzione, con la scusa di semplificare, di rendere più veloci le decisioni. Vogliono semplicemente essere loro a decidere. Per questo diciamo NO.
Ai nuovi costituenti interessa manomettere la Costituzione del '48, perché quella Costituzione, proprio perché è nata in quegli anni, perché è figlia della Resistenza, ha un forte impianto progressista. Quella formula dell'art. 1 "fondata sul lavoro" non è un espediente retorico, è un principio. E questo principio è adesso l'unico limite alle violenze di classe. Per questo vogliono scrivere una nuova costituzione, mentre noi dobbiamo lottare per applicare davvero, fino in fondo, la Costituzione del '48. Questo è il merito: "Volete vivere in un paese senza Costituzione?". NO.
mercoledì 20 luglio 2016
¡No pasarán!
17 luglio 1936: comincia la guerra civile spagnola.
Se devo pensare a un solo avvenimento che possa raccontare a un ragazzo nato nel nuovo millennio tutto il Novecento - nella sua grandezza e nella sua meschinità, con i suoi crimini e con le sue speranze - inevitabilmente penso alla guerra di Spagna, alla nostra sconfitta nella guerra di Spagna.
Davvero nelle vicende drammatiche di quei pochi anni e di quel solo paese possiamo leggere tutta la storia europea del secolo scorso. L'affermazione di un fascismo violentemente antidemocratico, creato, fatto crescere e sostenuto fino alla fine dal capitale e alleato con tutte le forze retrive della società, dalla chiesa all'esercito. La debolezza e l'ipocrisia di quei democratici, anch'essi al soldo del capitale, che decisero di sacrificare i valori della democrazia - che pure a parole dicevano di difendere - pur di contrastare le forze popolari che stavano emergendo. La presa di consapevolezza da parte della nuova classe dei lavoratori che il mondo poteva essere finalmente cambiato, se loro fossero entrati nelle istituzioni democratiche da cui, fino allora, erano stati esclusi. Il germinare fecondo dell'idea che la democrazia si può realizzare davvero solo se si sovvertono i rapporti di forza economici, se i contadini diventano padroni delle terre che coltivano, se gli operai controllano le fabbriche e i mezzi di produzione, se i lavoratori diventano protagonisti della vita economica, perché non ci può essere democrazia dove c'è povertà, dove c'è lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. La nascita di una resistenza internazionale, la consapevolezza che quello che succede in un paese riguarda anche la vita delle persone che vivono negli altri paesi, che i lavoratori possono vincere solo se rimangono uniti: le migliaia di volontari, donne e uomini, di tutte le età, di tante idee politiche, che formarono le Brigadas Internacionales rappresentano una delle pagine più gloriose della storia antifascista del secolo scorso. Il riconoscimento che troppe volte le divisioni tra le forze che rappresentano i lavoratori, l'affermazione di categorie dottrinali, il prevalere di interessi nazionali e delle forme più deteriori della tattica politica finiscono per indebolire, in maniera esiziale come è avvenuto appunto in Spagna, la lotta delle classi più povere. L'uso senza limiti della violenza, una violenza cieca, inumana, che lascia senza fiato, che solo un grandissimo artista come Pablo Picasso poteva raccontare, in quella che - non a caso - è l'opera d'arte che racconta da sola tutto il Novecento.
La guerra di Spagna è tutto questo. E per questa ragione, a ottant'anni dall'inizio di quel conflitto, quella storia ci parla in maniera così chiara, così diretta. Quella storia è la nostra storia, qui e ora. Perché quella lotta continua ancora, seppure in forme molto diverse rispetto a un secolo fa. Il capitale in questi ottant'anni si è fatto ancora più violento, più spietato, più egoista, ha ucciso e uccide milioni di persone: Guernica è ovunque, in ogni angolo del mondo. La nostra reazione è invece più debole, le divisioni tra i lavoratori, tra gli oppressi, tra gli sfruttati, sono sempre più nette e finiscono per farci soccombere. Per questo abbiamo bisogno di studiare il nostro passato, abbiamo bisogno di raccontare storie che ci vogliono far credere che siano lontane, ma che invece sono attualissime, abbiamo bisogno di esercitare la memoria. E abbiamo bisogno di studiare la realtà, di svelare quello che vogliono nasconderci, di indignarci di fronte alla verità che scopriamo. E soprattutto abbiamo bisogno di lottare, senza arrenderci, anche se è così dura, anche se ci sentiamo così deboli, anche se pensiamo che saremo sconfitti.
Ora come allora ¡No pasarán!
Davvero nelle vicende drammatiche di quei pochi anni e di quel solo paese possiamo leggere tutta la storia europea del secolo scorso. L'affermazione di un fascismo violentemente antidemocratico, creato, fatto crescere e sostenuto fino alla fine dal capitale e alleato con tutte le forze retrive della società, dalla chiesa all'esercito. La debolezza e l'ipocrisia di quei democratici, anch'essi al soldo del capitale, che decisero di sacrificare i valori della democrazia - che pure a parole dicevano di difendere - pur di contrastare le forze popolari che stavano emergendo. La presa di consapevolezza da parte della nuova classe dei lavoratori che il mondo poteva essere finalmente cambiato, se loro fossero entrati nelle istituzioni democratiche da cui, fino allora, erano stati esclusi. Il germinare fecondo dell'idea che la democrazia si può realizzare davvero solo se si sovvertono i rapporti di forza economici, se i contadini diventano padroni delle terre che coltivano, se gli operai controllano le fabbriche e i mezzi di produzione, se i lavoratori diventano protagonisti della vita economica, perché non ci può essere democrazia dove c'è povertà, dove c'è lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. La nascita di una resistenza internazionale, la consapevolezza che quello che succede in un paese riguarda anche la vita delle persone che vivono negli altri paesi, che i lavoratori possono vincere solo se rimangono uniti: le migliaia di volontari, donne e uomini, di tutte le età, di tante idee politiche, che formarono le Brigadas Internacionales rappresentano una delle pagine più gloriose della storia antifascista del secolo scorso. Il riconoscimento che troppe volte le divisioni tra le forze che rappresentano i lavoratori, l'affermazione di categorie dottrinali, il prevalere di interessi nazionali e delle forme più deteriori della tattica politica finiscono per indebolire, in maniera esiziale come è avvenuto appunto in Spagna, la lotta delle classi più povere. L'uso senza limiti della violenza, una violenza cieca, inumana, che lascia senza fiato, che solo un grandissimo artista come Pablo Picasso poteva raccontare, in quella che - non a caso - è l'opera d'arte che racconta da sola tutto il Novecento.
La guerra di Spagna è tutto questo. E per questa ragione, a ottant'anni dall'inizio di quel conflitto, quella storia ci parla in maniera così chiara, così diretta. Quella storia è la nostra storia, qui e ora. Perché quella lotta continua ancora, seppure in forme molto diverse rispetto a un secolo fa. Il capitale in questi ottant'anni si è fatto ancora più violento, più spietato, più egoista, ha ucciso e uccide milioni di persone: Guernica è ovunque, in ogni angolo del mondo. La nostra reazione è invece più debole, le divisioni tra i lavoratori, tra gli oppressi, tra gli sfruttati, sono sempre più nette e finiscono per farci soccombere. Per questo abbiamo bisogno di studiare il nostro passato, abbiamo bisogno di raccontare storie che ci vogliono far credere che siano lontane, ma che invece sono attualissime, abbiamo bisogno di esercitare la memoria. E abbiamo bisogno di studiare la realtà, di svelare quello che vogliono nasconderci, di indignarci di fronte alla verità che scopriamo. E soprattutto abbiamo bisogno di lottare, senza arrenderci, anche se è così dura, anche se ci sentiamo così deboli, anche se pensiamo che saremo sconfitti.
Ora come allora ¡No pasarán!
lunedì 20 giugno 2016
Considerazioni libere (410): a proposito di una ferita che non riusciremo a curare...
In queste ore, in cui leggiamo e ascoltiamo, fino alla noia, i commenti dei risultati elettorali, c'è una frase che mi ha colpito più di altre: la sconfitta mi appartiene. L'ha detto Roberto Giachetti, commentando l'esito del voto di Roma e l'ha detto, praticamente usando la stessa formula, il candidato della Lega a Varese. L'espressione ha perfino una sua qualche nobiltà retorica: il candidato sconfitto, con questa formula autoaccusatoria, sembra volersi far carico - unico e solo - degli errori che hanno portato appunto alla sconfitta. Temo non sia solo questo, purtroppo. Dietro questa frase c'è l'idea - diffusa, molto diffusa - che la politica non sia altro che lo scontro, più o meno muscolare, di due campioni, uno che vince e uno che necessariamente perde. E anche questi ultimi ballottaggi sono stati rappresentati come una sorta di rinnovata battaglia tra Orazi e Curiazi.
La politica è - o dovrebbe essere, o almeno a noi l'hanno insegnata così - un'altra cosa: impegno collettivo, condivisione di idee e di valori, sforzo comune, assunzione delle responsabilità da parte di tutti. In fondo i partiti rappresentavano anche questo, soprattutto questo: il luogo dove si faceva sintesi. E certo c'erano i leader - grandi leader - e c'erano i candidati, ma la responsabilità delle sconfitte - così come l'onere delle vittorie - era condiviso. Quando l'Italia era diversa, non credo che a nessun candidato sconfitto sarebbe venuta in mente una frase del genere - e non per schivare la propria parte, non piccola, di responsabilità - ma perché era quell'entità collettiva, il partito appunto, che aveva vinto o perso, e quindi la sconfitta - come la vittoria - non apparteneva al candidato, ma al partito. E infatti una delle funzioni fondamentali dei partiti era quella di selezionare e di scegliere i candidati. I meccanismi di questa selezione e di questa scelta non sempre erano trasparenti, non sempre erano lineari, non sempre erano giusti, ma comunque sia portava il livello della responsabilità dal singolo al collettivo. Sempre, in ogni occasione.
Se un giovane che non ha conosciuto quell'Italia lì mi chiedesse qual è la vera differenza tra quelle che ci siamo abituati a chiamare la prima e la seconda repubblica, direi che è proprio questa. In pochissimi anni, distrutti i partiti storici, la politica è diventata via via il campo di leader nazionali e locali sempre più autonomi, sempre più "padroni" delle sconfitte e delle vittorie.
Ci sono state precise scelte istituzionali che hanno portato a questo: l'introduzione dell'elezione diretta degli amministratori locali, dal sindaco al presidente della Regione, la scelta del maggioritario, la decisione di indicare il candidato alla presidenza del consiglio nella scheda elettorale e così via. Scelte a cui non ci siamo opposti, ma che anzi abbiamo auspicato e reso concrete, tagliando il ramo su cui eravamo seduti.
Poi ci sono state le scelte politiche che hanno accompagnato - e in qualche modo esasperato - questa tendenza a personalizzare la politica. La prima risposta, all'inizio degli anni Novanta, alla fine dei partiti della Costituente è stata la creazione di un partito inedito per la storia di questo paese, come Forza Italia, un partito personale, un partito in cui le candidature venivano assunte - quando non per ragioni clientelari o per le particolari "simpatie" del proprietario del partito - secondo criteri dettati dal marketing: quello veniva candidato perché più adatto a vincere. E quindi se non vinceva era lui il responsabile della sconfitta, la sconfitta era sua. Ecco dove è cominciato. Poi nel campo cosiddetto progressista è stata introdotta l'ideologia delle primarie, togliendo al partito l'ultimo potere rimasto, per consegnarlo a una sorta di ordalia dalle regole incerte, cambiate in funzione dell'obiettivo da raggiungere e del candidato da far emergere, e in cui spesso si sono inseriti interessi altri e diversi, pilotandone l'esito. Infine è nato un partito che ha rifiutato da subito di essere considerato tale - e anzi ha fatto di questo rifiuto di essere definito partito il suo principale tratto ideologico - e in cui le scelte dei candidati vengono fatte in maniera oscura, per usare un eufemismo. E in questa crisi sono nate in tutto il paese leadership locali, più o meno estese, a volte ereditarie, a volte legate in maniera clientelare ai partiti nazionali, a volte slegate e in contrapposizione a essi. L'esito di questa nuova tornata amministrativa è sintomatico di questa svolta: a Salerno è stato eletto l'erede politico del ras Vincenzo De Luca, a Benevento è stato eletto il redivivo Clemente Mastella, a Napoli ha vinto Luigi De Magistris, personaggi diversi, molto diversi tra di loro, eppure tutti il segno della crisi della politica dei partiti e dell'affermarsi di una personalizzazione molto spinta. Che spesso non va oltre la figura del leader. Emblematico il caso di Milano: Giuliano Pisapia è stato eletto cinque anni fa con un grande consenso, ha governato bene la città e probabilmente sarebbe stato rieletto, ma, una volta che ha deciso di non continuare la sua esperienza amministrativa, la lista da lui promossa ha avuto esiti ridicoli; e temo succederà qualcosa di simile a Napoli, quando De Magistris sarà costretto a lasciare, se non sorgerà intanto un'altra "stella" popolare come lui.
Il dramma è che è ormai impossibile tornare indietro, perché in questi quasi trent'anni è stata fatta una campagna sistematica contro i partiti, a favore della personalizzazione della politica. Quando un esponente del Movimento Cinque stelle ha provato a porre il problema e ha proposto una sorta di congresso costitutivo di quel soggetto politico, è stato isolato e poi espulso: la vicenda di Federico Pizzarotti è tutta qui, al di là delle altre considerazioni di facciata. Il dramma è che i partiti sarebbero il vero e unico strumento per ridare un potere ai cittadini, un potere sostanziale e reale, ma sono gli stessi cittadini che beneficerebbero di ciò a rifiutare questo strumento, a voler espungere perfino questa parola dal lessico politico, a disprezzare l'unico strumento che in qualche modo li potrebbe difendere dalle oligarchie, dalle scelte dettate da forze i cui interessi sono sempre in contrasto con quelli dei cittadini. Guardate come sono riusciti a trasformare il referendum di ottobre, che non è più il confronto tra due opzioni di riforma costituzionale, ma il plebiscito su una persona; quando - come spero - vinceremo il referendum, loro avranno comunque riportato una vittoria, perché noi ci saremo piegati alla loro logica, una logica antidemocratica e profondamente oligarchica.
Mi chiedo spesso come siamo arrivati a questo, se avremmo potuto fare qualcosa per fermare questo attacco così violento alla democrazia, il più violento della storia repubblica, ancora più violento di quello subito negli anni della strategia della tensione e delle stragi fasciste. Ricordo però che avvenne tutto in fretta, molto in fretta: nel 1990 quando io venni eletto per la prima volta in consiglio comunale a Granarolo, alle elezioni si erano presentati la Dc, il Pci e il Psi, ossia i tre partiti della Costituente, e dopo cinque anni, alla fine di quel mandato, nessuno dei tre partiti esisteva più. Allora non capimmo che qualcuno aveva voluto che sparissero, qualcuno che poi negli anni successivi avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla mancanza dei partiti, qualcuno che ancora adesso sta tramando per diminuire gli ambiti democratici del paese, per rendere più deboli gli strumenti della democrazia rappresentativa, per far diventare la nostra repubblica un'altra cosa, anche attraverso le cosiddette riforme e anche attraverso la nostra accettazione di questo stato di cose sancita da un voto referendario. Per questo è così importante votare NO.
Fino a che non faremo i conti con questa storia, con gli errori che facemmo allora, e che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere, allora non riusciremo a ricostruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che potremo lasciare - non vergognandoci - a quelli che verranno dopo di noi.
La politica è - o dovrebbe essere, o almeno a noi l'hanno insegnata così - un'altra cosa: impegno collettivo, condivisione di idee e di valori, sforzo comune, assunzione delle responsabilità da parte di tutti. In fondo i partiti rappresentavano anche questo, soprattutto questo: il luogo dove si faceva sintesi. E certo c'erano i leader - grandi leader - e c'erano i candidati, ma la responsabilità delle sconfitte - così come l'onere delle vittorie - era condiviso. Quando l'Italia era diversa, non credo che a nessun candidato sconfitto sarebbe venuta in mente una frase del genere - e non per schivare la propria parte, non piccola, di responsabilità - ma perché era quell'entità collettiva, il partito appunto, che aveva vinto o perso, e quindi la sconfitta - come la vittoria - non apparteneva al candidato, ma al partito. E infatti una delle funzioni fondamentali dei partiti era quella di selezionare e di scegliere i candidati. I meccanismi di questa selezione e di questa scelta non sempre erano trasparenti, non sempre erano lineari, non sempre erano giusti, ma comunque sia portava il livello della responsabilità dal singolo al collettivo. Sempre, in ogni occasione.
Se un giovane che non ha conosciuto quell'Italia lì mi chiedesse qual è la vera differenza tra quelle che ci siamo abituati a chiamare la prima e la seconda repubblica, direi che è proprio questa. In pochissimi anni, distrutti i partiti storici, la politica è diventata via via il campo di leader nazionali e locali sempre più autonomi, sempre più "padroni" delle sconfitte e delle vittorie.
Ci sono state precise scelte istituzionali che hanno portato a questo: l'introduzione dell'elezione diretta degli amministratori locali, dal sindaco al presidente della Regione, la scelta del maggioritario, la decisione di indicare il candidato alla presidenza del consiglio nella scheda elettorale e così via. Scelte a cui non ci siamo opposti, ma che anzi abbiamo auspicato e reso concrete, tagliando il ramo su cui eravamo seduti.
Poi ci sono state le scelte politiche che hanno accompagnato - e in qualche modo esasperato - questa tendenza a personalizzare la politica. La prima risposta, all'inizio degli anni Novanta, alla fine dei partiti della Costituente è stata la creazione di un partito inedito per la storia di questo paese, come Forza Italia, un partito personale, un partito in cui le candidature venivano assunte - quando non per ragioni clientelari o per le particolari "simpatie" del proprietario del partito - secondo criteri dettati dal marketing: quello veniva candidato perché più adatto a vincere. E quindi se non vinceva era lui il responsabile della sconfitta, la sconfitta era sua. Ecco dove è cominciato. Poi nel campo cosiddetto progressista è stata introdotta l'ideologia delle primarie, togliendo al partito l'ultimo potere rimasto, per consegnarlo a una sorta di ordalia dalle regole incerte, cambiate in funzione dell'obiettivo da raggiungere e del candidato da far emergere, e in cui spesso si sono inseriti interessi altri e diversi, pilotandone l'esito. Infine è nato un partito che ha rifiutato da subito di essere considerato tale - e anzi ha fatto di questo rifiuto di essere definito partito il suo principale tratto ideologico - e in cui le scelte dei candidati vengono fatte in maniera oscura, per usare un eufemismo. E in questa crisi sono nate in tutto il paese leadership locali, più o meno estese, a volte ereditarie, a volte legate in maniera clientelare ai partiti nazionali, a volte slegate e in contrapposizione a essi. L'esito di questa nuova tornata amministrativa è sintomatico di questa svolta: a Salerno è stato eletto l'erede politico del ras Vincenzo De Luca, a Benevento è stato eletto il redivivo Clemente Mastella, a Napoli ha vinto Luigi De Magistris, personaggi diversi, molto diversi tra di loro, eppure tutti il segno della crisi della politica dei partiti e dell'affermarsi di una personalizzazione molto spinta. Che spesso non va oltre la figura del leader. Emblematico il caso di Milano: Giuliano Pisapia è stato eletto cinque anni fa con un grande consenso, ha governato bene la città e probabilmente sarebbe stato rieletto, ma, una volta che ha deciso di non continuare la sua esperienza amministrativa, la lista da lui promossa ha avuto esiti ridicoli; e temo succederà qualcosa di simile a Napoli, quando De Magistris sarà costretto a lasciare, se non sorgerà intanto un'altra "stella" popolare come lui.
Il dramma è che è ormai impossibile tornare indietro, perché in questi quasi trent'anni è stata fatta una campagna sistematica contro i partiti, a favore della personalizzazione della politica. Quando un esponente del Movimento Cinque stelle ha provato a porre il problema e ha proposto una sorta di congresso costitutivo di quel soggetto politico, è stato isolato e poi espulso: la vicenda di Federico Pizzarotti è tutta qui, al di là delle altre considerazioni di facciata. Il dramma è che i partiti sarebbero il vero e unico strumento per ridare un potere ai cittadini, un potere sostanziale e reale, ma sono gli stessi cittadini che beneficerebbero di ciò a rifiutare questo strumento, a voler espungere perfino questa parola dal lessico politico, a disprezzare l'unico strumento che in qualche modo li potrebbe difendere dalle oligarchie, dalle scelte dettate da forze i cui interessi sono sempre in contrasto con quelli dei cittadini. Guardate come sono riusciti a trasformare il referendum di ottobre, che non è più il confronto tra due opzioni di riforma costituzionale, ma il plebiscito su una persona; quando - come spero - vinceremo il referendum, loro avranno comunque riportato una vittoria, perché noi ci saremo piegati alla loro logica, una logica antidemocratica e profondamente oligarchica.
Mi chiedo spesso come siamo arrivati a questo, se avremmo potuto fare qualcosa per fermare questo attacco così violento alla democrazia, il più violento della storia repubblica, ancora più violento di quello subito negli anni della strategia della tensione e delle stragi fasciste. Ricordo però che avvenne tutto in fretta, molto in fretta: nel 1990 quando io venni eletto per la prima volta in consiglio comunale a Granarolo, alle elezioni si erano presentati la Dc, il Pci e il Psi, ossia i tre partiti della Costituente, e dopo cinque anni, alla fine di quel mandato, nessuno dei tre partiti esisteva più. Allora non capimmo che qualcuno aveva voluto che sparissero, qualcuno che poi negli anni successivi avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla mancanza dei partiti, qualcuno che ancora adesso sta tramando per diminuire gli ambiti democratici del paese, per rendere più deboli gli strumenti della democrazia rappresentativa, per far diventare la nostra repubblica un'altra cosa, anche attraverso le cosiddette riforme e anche attraverso la nostra accettazione di questo stato di cose sancita da un voto referendario. Per questo è così importante votare NO.
Fino a che non faremo i conti con questa storia, con gli errori che facemmo allora, e che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere, allora non riusciremo a ricostruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che potremo lasciare - non vergognandoci - a quelli che verranno dopo di noi.
mercoledì 23 marzo 2016
Considerazioni libere (409): a proposito di vittime e di colpevoli...
Ieri era il giorno della commozione, non potevamo far altro che stringerci, in qualche modo - ciascuno con la nostra sensibilità - intorno alle vittime. Oggi la commozione non deve bastarci più.
Nella notte del 18 marzo scorso l'Europa ha subito un attacco violento, uno dei più duri che abbia dovuto patire in questi anni, un attacco probabilmente mortale. I responsabili di questo vero e proprio attentato all'Europa sono Merkel, Hollande, Cameron, renzi e gli altri leader che hanno sottoscritto un accordo giuridicamente illegale e politicamente vergognoso con il governo di Erdogan. Con quel trattato l'Unione europea ha delegato la gestione dei profughi alla Turchia, un paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951: inviare dei profughi in un paese che non rispetta quell'accordo significa violare il diritto internazionale. I profughi saranno deportati in massa, senza che le loro richieste d'asilo siano valutate individualmente: anche in questo caso una violazione del diritto internazionale. Per fortuna in queste ore il governo greco sta facendo resistenza, proprio in nome delle regole del diritto che vuole siano comunque rispettate, ma temo che anche in questo caso l'Unione riuscirà ad accerchiare il governo Tsipras, con la minaccia che, se non si piegherà, i profughi saranno tutti a loro carico, un peso che evidentemente quel paese - già stretto dai tagliagola inviati da Draghi e da Lagarde - non può sopportare.
In base a questo accordo la Turchia si impegna ad accogliere i profughi che si trovano già ad Idomeni e negli altri campi in Grecia e soprattutto a impedire che nelle prossime settimane avvengano nuovi sbarchi in Europa attraverso l'Egeo. Da parte sua, l'Unione europea si impegna ad accogliere tanti profughi siriani - che ora si trovano in Turchia - quanti saranno forzatamente rimpatriati dalla Grecia - ma comunque non più di 72mila - e soprattutto a versare al regime turco sei miliardi di euro, in due rate. Al di là di generiche buone intenzioni, non ci sono garanzie che verranno rispettati i diritti dei rifugiati, non ci sono assicurazioni su come verranno scelti i 72mila siriani di cui il regime di Erdogan vuole liberarsi. I governi europei hanno consapevolmente e colpevolmente deciso di girare le spalle a questi poveri cristi, di gettare alle ortiche i più elementari principi di umanità e di solidarietà, di affidare a un sicario prezzolato - i cui metodi sono stati più volte denunciati - le vite di migliaia di donne e di uomini, la cui unica colpa è quella di essere poveri, di aver tentato di fuggire da una realtà spaventosa, dalle guerre di cui i governi occidentali sono responsabili, dai disastri ambientali provocati dalle multinazionali che finanziano quei governi. Quei profughi li hanno creati i governi occidentali e adesso pagano il regime turco perché elimini il problema.
Questi stessi personaggi, che si sono macchiati di questa infamia, oggi piangono le vittime di Bruxelles, come ieri hanno pianto le vittime di Parigi, si avvolgono nelle bandiere - che sono anche le nostre - cantano gli inni - che sono anche i nostri - sfoderano tutta la loro retorica, per condannare la strage di vittime innocenti nella capitale belga. Ci dicono che saranno loro a difendere la "nostra" civiltà, così duramente colpita, e che ci condurranno in questa guerra sanguinosa, ma necessaria. Ci spiegano che dovremo fare dei sacrifici, che dovremo rinunciare alla nostra libertà, per avere maggior sicurezza. Anch'io piango quei morti, anch'io voglio cantare quell'inno d'Europa, che è un pezzo importante della nostra identità - perché davvero mi sento più europeo che italiano - ma non voglio combattere con i terroristi di stato, con i governi che sono più pericolosi di quelli da cui dovrebbero, almeno formalmente, difenderci.
Questa consapevolezza non significa sottovalutare il pericolo che il terrorismo islamico rappresenta per noi e per le donne e gli uomini che lo subiscono, a differenza di noi, ogni singolo giorno, in quei paesi che, secondo la retorica guerresca dei nostri mezzi di informazione, dovrebbero essere nostri nemici, senza distinzioni. Non posso e non voglio considerare miei nemici le donne e gli uomini dell'Africa e del Medio oriente solo perché hanno un colore diverso dal mio o professano una religione diversa da quella che io ho conosciuto da bambino. E dobbiamo lavorare affinché loro non ci considerino nemici, anche se i governi - nostri e loro - fanno di tutto per convincerci del contrario.
I terroristi sono un pericolo reale, che dobbiamo temere, ma evidentemente gli strumenti utilizzati fino ad ora per contrastarli sono inefficaci, nonostante i governi ci rassicurino di essere capaci di difenderci. Fermare un folle che ha deciso di farsi saltare in aria in un aeroporto o in una stazione della metropolitana è impossibile, impedire un attacco suicida è come voler svuotare il mare con un cucchiaio. Per neutralizzare il terrorismo bisogna tagliare la testa del serpente, ma questa testa è quella degli emiri del Golfo, è quella della famiglia degli Saud, è quella dei signori del petrolio; la testa del serpente è ospite d'onore nelle cancellerie occidentali, è un alleato temuto e riverito e soprattutto è qualcuno con cui ogni giorno le compagnie internazionali fanno i loro affari. Troppo comodo incolpare un Salah Abdeslam qualsiasi e allo stesso tempo stringere le mani insanguinate di Mohammed ben Nayef, a cui Hollande ha dato la Legion d'onore. I governi occidentali non vogliono e non possono tagliare la testa del serpente, perché è la loro testa, e quindi gli attentati continueranno, il problema non è sapere se, ma solo quando e dove. Continueranno perché servono ai governi occidentali che - come è avvenuto in Francia - possono instaurare uno stato di emergenza perenne e servono a chi con il terrorismo conduce la propria lotta politica.
I terroristi hanno ucciso persone a caso, a Bruxelles come a Parigi, come ovunque, ma non hanno colpito dei bersagli a caso. Nei giorni scorsi hanno fatto esplodere una bomba in Turchia - uccidendo anche lì nostri fratelli innocenti, per cui non abbiamo alzato bandiere - perché gli emiri del Golfo persico considerano il regime di Erdogan come un loro nemico nella complicata scacchiera mediorientale e volevano dare un segnale forte proprio mentre l'Unione europea faceva affari con quel regime, sulla pelle dei profughi. Bruxelles è stata scelta perché è la città dell'Europa - e della Nato - e perché in questi mesi il governo di quel paese ha tentato di scendere a patti con il serpente: ma si tratta di un gioco pericoloso, in cui la sconfitta è quasi certa.
L'altra cosa da fare per eliminare il terrorismo è svuotare quei serbatoi di possibili esecutori di attentati che sono le grandi periferie delle nostre città. Ci sono migliaia di ragazze e di ragazzi, di donne e di uomini, che facciamo vivere in brutti palazzi, che facciamo lavorare senza diritti, a cui facciamo frequentare scuole spesso inadeguate. Ci sono migliaia di persone che vedono ogni giorno la parte peggiore di quella che noi chiamano pomposamente la civiltà occidentale, che ogni giorno sfruttiamo, di cui ogni giorno compriamo i corpi e di cui vorremmo spezzare le anime. A queste persone chiediamo solidarietà dopo ogni attentato, ma ogni giorno vedono i nostri sguardi torvi e sospettosi quando li incrociamo nella metropolitana o sono davanti a noi in una fila. Chiediamo loro di aiutarci a sconfiggere i terroristi, ma poi votiamo per partiti razzisti che fanno campagna incitando l'odio contro di loro. Neghiamo loro i diritti e pretendiamo che conoscano solo i doveri, che noi per primi non rispettiamo. Noi ogni giorno ci facciamo odiare e poi non possiamo stupirci se qualcuno di questi giovani si sveglia una mattina e pensa che la soluzione sia uccidere qualcuno di noi.
I governi occidentali, le multinazionali che li sostengono e da cui prendono ordini, sono responsabili degli attentati di Bruxelles, come di quelli di Parigi, non solo perché fanno affari con il serpente, ma perché tengono in piedi questo sistema, dal momento che la paura garantisce il loro potere e il razzismo paga elettoralmente, perché le nostre società sono razziste, perché noi non siamo disposti a dividere il nostro con chi ha più bisogno, perché ci siamo convinti che il mio nemico sia Mohamed, mentre il vero nemico è il capitalista che sfrutta allo stesso modo Mohamed e me.
Per questo dobbiamo ribellarci alla guerra che vogliono farci combattere, dobbiamo ribellarci allo scontro di civiltà, e dobbiamo combattere contro chi guadagna da questa situazione, di qua e di là del Mediterraneo, a nord e a sud del mondo, e dobbiamo condurre questa lotta insieme a tutti gli oppressi, a tutti i poveri del mondo, perché un povero, qualunque sia il suo paese, ha un solo nemico, quello che lo sfrutta. Allora quando ti chiedono da che parte stai?, tu rispondi dalla parte delle vittime, degli ultimi, degli sfruttati; è la parte giusta.
Nella notte del 18 marzo scorso l'Europa ha subito un attacco violento, uno dei più duri che abbia dovuto patire in questi anni, un attacco probabilmente mortale. I responsabili di questo vero e proprio attentato all'Europa sono Merkel, Hollande, Cameron, renzi e gli altri leader che hanno sottoscritto un accordo giuridicamente illegale e politicamente vergognoso con il governo di Erdogan. Con quel trattato l'Unione europea ha delegato la gestione dei profughi alla Turchia, un paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951: inviare dei profughi in un paese che non rispetta quell'accordo significa violare il diritto internazionale. I profughi saranno deportati in massa, senza che le loro richieste d'asilo siano valutate individualmente: anche in questo caso una violazione del diritto internazionale. Per fortuna in queste ore il governo greco sta facendo resistenza, proprio in nome delle regole del diritto che vuole siano comunque rispettate, ma temo che anche in questo caso l'Unione riuscirà ad accerchiare il governo Tsipras, con la minaccia che, se non si piegherà, i profughi saranno tutti a loro carico, un peso che evidentemente quel paese - già stretto dai tagliagola inviati da Draghi e da Lagarde - non può sopportare.
In base a questo accordo la Turchia si impegna ad accogliere i profughi che si trovano già ad Idomeni e negli altri campi in Grecia e soprattutto a impedire che nelle prossime settimane avvengano nuovi sbarchi in Europa attraverso l'Egeo. Da parte sua, l'Unione europea si impegna ad accogliere tanti profughi siriani - che ora si trovano in Turchia - quanti saranno forzatamente rimpatriati dalla Grecia - ma comunque non più di 72mila - e soprattutto a versare al regime turco sei miliardi di euro, in due rate. Al di là di generiche buone intenzioni, non ci sono garanzie che verranno rispettati i diritti dei rifugiati, non ci sono assicurazioni su come verranno scelti i 72mila siriani di cui il regime di Erdogan vuole liberarsi. I governi europei hanno consapevolmente e colpevolmente deciso di girare le spalle a questi poveri cristi, di gettare alle ortiche i più elementari principi di umanità e di solidarietà, di affidare a un sicario prezzolato - i cui metodi sono stati più volte denunciati - le vite di migliaia di donne e di uomini, la cui unica colpa è quella di essere poveri, di aver tentato di fuggire da una realtà spaventosa, dalle guerre di cui i governi occidentali sono responsabili, dai disastri ambientali provocati dalle multinazionali che finanziano quei governi. Quei profughi li hanno creati i governi occidentali e adesso pagano il regime turco perché elimini il problema.
Questi stessi personaggi, che si sono macchiati di questa infamia, oggi piangono le vittime di Bruxelles, come ieri hanno pianto le vittime di Parigi, si avvolgono nelle bandiere - che sono anche le nostre - cantano gli inni - che sono anche i nostri - sfoderano tutta la loro retorica, per condannare la strage di vittime innocenti nella capitale belga. Ci dicono che saranno loro a difendere la "nostra" civiltà, così duramente colpita, e che ci condurranno in questa guerra sanguinosa, ma necessaria. Ci spiegano che dovremo fare dei sacrifici, che dovremo rinunciare alla nostra libertà, per avere maggior sicurezza. Anch'io piango quei morti, anch'io voglio cantare quell'inno d'Europa, che è un pezzo importante della nostra identità - perché davvero mi sento più europeo che italiano - ma non voglio combattere con i terroristi di stato, con i governi che sono più pericolosi di quelli da cui dovrebbero, almeno formalmente, difenderci.
Questa consapevolezza non significa sottovalutare il pericolo che il terrorismo islamico rappresenta per noi e per le donne e gli uomini che lo subiscono, a differenza di noi, ogni singolo giorno, in quei paesi che, secondo la retorica guerresca dei nostri mezzi di informazione, dovrebbero essere nostri nemici, senza distinzioni. Non posso e non voglio considerare miei nemici le donne e gli uomini dell'Africa e del Medio oriente solo perché hanno un colore diverso dal mio o professano una religione diversa da quella che io ho conosciuto da bambino. E dobbiamo lavorare affinché loro non ci considerino nemici, anche se i governi - nostri e loro - fanno di tutto per convincerci del contrario.
I terroristi sono un pericolo reale, che dobbiamo temere, ma evidentemente gli strumenti utilizzati fino ad ora per contrastarli sono inefficaci, nonostante i governi ci rassicurino di essere capaci di difenderci. Fermare un folle che ha deciso di farsi saltare in aria in un aeroporto o in una stazione della metropolitana è impossibile, impedire un attacco suicida è come voler svuotare il mare con un cucchiaio. Per neutralizzare il terrorismo bisogna tagliare la testa del serpente, ma questa testa è quella degli emiri del Golfo, è quella della famiglia degli Saud, è quella dei signori del petrolio; la testa del serpente è ospite d'onore nelle cancellerie occidentali, è un alleato temuto e riverito e soprattutto è qualcuno con cui ogni giorno le compagnie internazionali fanno i loro affari. Troppo comodo incolpare un Salah Abdeslam qualsiasi e allo stesso tempo stringere le mani insanguinate di Mohammed ben Nayef, a cui Hollande ha dato la Legion d'onore. I governi occidentali non vogliono e non possono tagliare la testa del serpente, perché è la loro testa, e quindi gli attentati continueranno, il problema non è sapere se, ma solo quando e dove. Continueranno perché servono ai governi occidentali che - come è avvenuto in Francia - possono instaurare uno stato di emergenza perenne e servono a chi con il terrorismo conduce la propria lotta politica.
I terroristi hanno ucciso persone a caso, a Bruxelles come a Parigi, come ovunque, ma non hanno colpito dei bersagli a caso. Nei giorni scorsi hanno fatto esplodere una bomba in Turchia - uccidendo anche lì nostri fratelli innocenti, per cui non abbiamo alzato bandiere - perché gli emiri del Golfo persico considerano il regime di Erdogan come un loro nemico nella complicata scacchiera mediorientale e volevano dare un segnale forte proprio mentre l'Unione europea faceva affari con quel regime, sulla pelle dei profughi. Bruxelles è stata scelta perché è la città dell'Europa - e della Nato - e perché in questi mesi il governo di quel paese ha tentato di scendere a patti con il serpente: ma si tratta di un gioco pericoloso, in cui la sconfitta è quasi certa.
L'altra cosa da fare per eliminare il terrorismo è svuotare quei serbatoi di possibili esecutori di attentati che sono le grandi periferie delle nostre città. Ci sono migliaia di ragazze e di ragazzi, di donne e di uomini, che facciamo vivere in brutti palazzi, che facciamo lavorare senza diritti, a cui facciamo frequentare scuole spesso inadeguate. Ci sono migliaia di persone che vedono ogni giorno la parte peggiore di quella che noi chiamano pomposamente la civiltà occidentale, che ogni giorno sfruttiamo, di cui ogni giorno compriamo i corpi e di cui vorremmo spezzare le anime. A queste persone chiediamo solidarietà dopo ogni attentato, ma ogni giorno vedono i nostri sguardi torvi e sospettosi quando li incrociamo nella metropolitana o sono davanti a noi in una fila. Chiediamo loro di aiutarci a sconfiggere i terroristi, ma poi votiamo per partiti razzisti che fanno campagna incitando l'odio contro di loro. Neghiamo loro i diritti e pretendiamo che conoscano solo i doveri, che noi per primi non rispettiamo. Noi ogni giorno ci facciamo odiare e poi non possiamo stupirci se qualcuno di questi giovani si sveglia una mattina e pensa che la soluzione sia uccidere qualcuno di noi.
I governi occidentali, le multinazionali che li sostengono e da cui prendono ordini, sono responsabili degli attentati di Bruxelles, come di quelli di Parigi, non solo perché fanno affari con il serpente, ma perché tengono in piedi questo sistema, dal momento che la paura garantisce il loro potere e il razzismo paga elettoralmente, perché le nostre società sono razziste, perché noi non siamo disposti a dividere il nostro con chi ha più bisogno, perché ci siamo convinti che il mio nemico sia Mohamed, mentre il vero nemico è il capitalista che sfrutta allo stesso modo Mohamed e me.
Per questo dobbiamo ribellarci alla guerra che vogliono farci combattere, dobbiamo ribellarci allo scontro di civiltà, e dobbiamo combattere contro chi guadagna da questa situazione, di qua e di là del Mediterraneo, a nord e a sud del mondo, e dobbiamo condurre questa lotta insieme a tutti gli oppressi, a tutti i poveri del mondo, perché un povero, qualunque sia il suo paese, ha un solo nemico, quello che lo sfrutta. Allora quando ti chiedono da che parte stai?, tu rispondi dalla parte delle vittime, degli ultimi, degli sfruttati; è la parte giusta.
martedì 2 febbraio 2016
Considerazioni libere (407): a proposito di come è cambiato quel mondo piccolo...
Se non siete di questa zona, se non conoscete la bassa emiliana, in particolare i paesi lungo la riva del Po, forse il nome Brescello non vi dice nulla, ma sicuramente conoscete la sua piazza, perché è una delle più famose della storia del cinema. Non esagero. Provate ad andare una domenica in questo piccolo paese in provincia di Reggio - a proposito, se venite da queste parti, fatemelo sapere, Zaira ed io vi saluteremo volentieri e vi daremo qualche consiglio su dove andare a mangiare - e incontrerete turisti stranieri che si fanno le foto davanti al carro armato o che guardano la campana, quella senza il batacchio naturalmente, ricordando in maniera precisa la scena in cui Peppone ci rimane sotto, perché i film tratti dalle storie di don Camillo sono conosciuti davvero in tutto il mondo.
Brescello non era il paese in cui il parmense Guareschi aveva immaginato le sue storie, ma venne scelto perché aveva le caratteristiche migliori da un punto di vista cinematografico e così è diventato, per tutto il mondo, il paese di Peppone e don Camillo. Ed il paese stesso, con la chiesa, la stazione, il municipio, le case, le botteghe, la grande piazza, è diventato in qualche modo uno dei protagonisti del film, il terzo personaggio, anche perché Peppone e don Camillo non sanno immaginarsi e non potrebbero vivere in un altro posto. Appena si allontanano, ne sentono immediatamente la nostalgia; e debbono tornarci. E' una nostalgia che prende talvolta anche noi, che pure non siamo nati a Brescello.
Quel piccolo paese ha quindi avuto l'opportunità, per molti anni, di rappresentare l'Italia - un'Italia bella, di cui amiamo considerarci figli - grazie alla capacità di Giovanni Guareschi di raccontare le storie del mondo piccolo e a quella di un formidabile gruppo di registi, sceneggiatori, attori, tecnici, che le hanno sapute trasformare in racconti cinematografici. Quei libri e soprattutto quei film hanno avuto un tale successo, non solo in Italia, perché raccontano storie universali, pur partendo dalle vicende di un paese lungo le rive del Po. E quelle storie hanno ancora un tale successo, perché sono vere, perché Guareschi racconta un'Italia vera, un'Italia che oggi naturalmente non c'è più. Fortunatamente non c'è più. E non c'è più anche per merito di persone come Peppone e don Camillo. Io ho avuto la fortuna di conoscerne molti di Peppone, alcuni di loro mi hanno insegnato la politica. E non solo.
Quell'Italia là non era migliore dell'Italia di oggi, come qualche volta potremmo pensare, sprofondati nello schifo in cui ci troviamo. O almeno nessuno di noi vorrebbe davvero tornare a vivere in quegli anni: ci siamo abituati troppo bene. Pur essendo commedie e dovendo finire bene, quei film raccontano un'Italia in cui c'era una miseria terribile, in cui per tante famiglie mangiare tutti i giorni non era affatto scontato, perché magari la terra era cattiva come quella della Bruciata o perché un fittavolo poteva essere sfrattato, con tutta la sua famiglia, senza sapere dove andare. Racconta un'Italia di contrapposizioni politiche e sociali molto dure, in cui gli scioperi duravano giorni e mettevano a rischio la vita delle persone, anche perché facevano morire le mucche che non venivano munte, e in cui la violenza era un aspetto non secondario della lotta politica, e di questo si poteva morire, come il giovane comunista per cui Peppone e don Camillo suonano le loro campane. Nel mondo piccolo raccontato da Guareschi si viveva con la paura, perché il grande fiume incombeva sulle vite di quei territori e poteva trasformarsi da fonte di vita a pericolo mortale. C'era generosità, rispetto per le persone, senso della memoria, ma c'erano anche tante meschinerie, tante paure, tanta ignoranza, che Guareschi racconta senza ipocrisie. Però quella Brescello lì raccontava l'Italia uscita dalla guerra, anzi che di guerre ne aveva combattute due; e quelli che vivevano a Brescello erano sempre stati sconfitti, perché i poveri le perdono sempre le guerre. Raccontava un'Italia che lavorava, in cui il lavoro era fondamentale: non per niente era la parola che, per una volta d'accordo, Peppone e don Camillo, avevano voluto nel primo articolo della nuova Costituzione. Raccontava un'Italia che voleva crescere, che voleva studiare, che voleva far studiare i propri figli - e per questo accettava ogni sacrificio - che voleva finalmente uscire dalla miseria, ma tutta insieme, cercando che nessuno rimanesse indietro. E ci sono anche riusciti Peppone e don Camillo, hanno fatto tanto e di quello che hanno fatto dobbiamo essere loro grati. Come dobbiamo riconoscerne i limiti, che pure ci sono stati.
Quel piccolo paese ha quindi avuto l'opportunità, per molti anni, di rappresentare l'Italia - un'Italia bella, di cui amiamo considerarci figli - grazie alla capacità di Giovanni Guareschi di raccontare le storie del mondo piccolo e a quella di un formidabile gruppo di registi, sceneggiatori, attori, tecnici, che le hanno sapute trasformare in racconti cinematografici. Quei libri e soprattutto quei film hanno avuto un tale successo, non solo in Italia, perché raccontano storie universali, pur partendo dalle vicende di un paese lungo le rive del Po. E quelle storie hanno ancora un tale successo, perché sono vere, perché Guareschi racconta un'Italia vera, un'Italia che oggi naturalmente non c'è più. Fortunatamente non c'è più. E non c'è più anche per merito di persone come Peppone e don Camillo. Io ho avuto la fortuna di conoscerne molti di Peppone, alcuni di loro mi hanno insegnato la politica. E non solo.
Quell'Italia là non era migliore dell'Italia di oggi, come qualche volta potremmo pensare, sprofondati nello schifo in cui ci troviamo. O almeno nessuno di noi vorrebbe davvero tornare a vivere in quegli anni: ci siamo abituati troppo bene. Pur essendo commedie e dovendo finire bene, quei film raccontano un'Italia in cui c'era una miseria terribile, in cui per tante famiglie mangiare tutti i giorni non era affatto scontato, perché magari la terra era cattiva come quella della Bruciata o perché un fittavolo poteva essere sfrattato, con tutta la sua famiglia, senza sapere dove andare. Racconta un'Italia di contrapposizioni politiche e sociali molto dure, in cui gli scioperi duravano giorni e mettevano a rischio la vita delle persone, anche perché facevano morire le mucche che non venivano munte, e in cui la violenza era un aspetto non secondario della lotta politica, e di questo si poteva morire, come il giovane comunista per cui Peppone e don Camillo suonano le loro campane. Nel mondo piccolo raccontato da Guareschi si viveva con la paura, perché il grande fiume incombeva sulle vite di quei territori e poteva trasformarsi da fonte di vita a pericolo mortale. C'era generosità, rispetto per le persone, senso della memoria, ma c'erano anche tante meschinerie, tante paure, tanta ignoranza, che Guareschi racconta senza ipocrisie. Però quella Brescello lì raccontava l'Italia uscita dalla guerra, anzi che di guerre ne aveva combattute due; e quelli che vivevano a Brescello erano sempre stati sconfitti, perché i poveri le perdono sempre le guerre. Raccontava un'Italia che lavorava, in cui il lavoro era fondamentale: non per niente era la parola che, per una volta d'accordo, Peppone e don Camillo, avevano voluto nel primo articolo della nuova Costituzione. Raccontava un'Italia che voleva crescere, che voleva studiare, che voleva far studiare i propri figli - e per questo accettava ogni sacrificio - che voleva finalmente uscire dalla miseria, ma tutta insieme, cercando che nessuno rimanesse indietro. E ci sono anche riusciti Peppone e don Camillo, hanno fatto tanto e di quello che hanno fatto dobbiamo essere loro grati. Come dobbiamo riconoscerne i limiti, che pure ci sono stati.
Brescello oggi non è solo il paese di Peppone e don Camillo, è anche un paese della 'ndrangheta. E' una di quelle realtà del nord in cui la criminalità ha preso piede, in maniera molto diversa da come aveva fatto storicamente nel Mezzogiorno, ma in maniera non meno permeante. A Brescello i mafiosi non sparano, ma fanno affari, prestano denaro, sostengono aziende in crisi, offrono servizi a basso costo, assumono un ruolo politico. A Brescello i mafiosi sono i nostri vicini di casa, i genitori dei compagni di scuola dei nostri figli, le persone con cui lavoriamo, magari il nostro commercialista o il nostro avvocato, le persone a cui chiediamo aiuto in un momento di difficoltà. Poi possiamo far finta di credere che la mafia qui al nord non esista; non ci chiediamo come mai quell'azienda riesca a smaltire i rifiuti industriali a un prezzo così basso, facendoci risparmiare; non ci meravigliamo di fronte a quei soldi, in contanti, con cui hanno acquistato il nostro bar che da mesi cercavamo di vendere, senza successo; non ci facciamo domande se, d'un tratto, cessano i furti che nelle settimane precedenti ci avevano allarmato; non ci stupiamo se il direttore della banca, mentre ci nega il prestito di cui abbiamo così bisogno, ci spiega che quei soldi possiamo averli comunque, chiedendo alla persona giusta. Possiamo far finta di niente, magari lamentarci che sia finito il tempo di Peppone e don Camillo e alla fine girarci dall'altra parte; e così anche noi abbiamo dato il nostro contributo alle mafie, le abbiamo aiutate a crescere, siamo diventati anche noi un po' mafiosi. Adesso Brescello rappresenta purtroppo questa Italia qui, di cui non amiamo considerarci figli, ma con cui conviviamo, arrabbiandoci sempre meno.
Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello. Certo la piazza è sempre quella, con la chiesa, il municipio, le botteghe sotto i portici bassi, ma la gente è certamente diversa e non è questione del colore della pelle o dell'inflessione dialettale, come qualche sciocco vorrebbe farci credere - c'è una 'ndrangheta che parla dialetto reggiano, come c'è una mafia che parla l'inglese fluente dei manager - è cambiata l'idea che dobbiamo farcela tutti insieme, perché ci siamo abituati a credere che ciascuno deve pensare a se stesso, non c'è più la voglia di non lasciare indietro nessuno, perché se l'altro non ce la fa ce ne sarà più per me. Pensiamo che studiare non serva a nulla, tanto mia figlia farà più successo se andrà al Grande fratello e poi si può diventar ricchi anche senza lavorare. E quella parola là, nel primo articolo della Costituzione, ha sempre meno significato: forse sarebbe perfino ora di cambiarla, di toglierla. Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello, perché vedrebbero la mafia che ha vinto. Ma almeno loro non smetterebbero di combattere.
Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello. Certo la piazza è sempre quella, con la chiesa, il municipio, le botteghe sotto i portici bassi, ma la gente è certamente diversa e non è questione del colore della pelle o dell'inflessione dialettale, come qualche sciocco vorrebbe farci credere - c'è una 'ndrangheta che parla dialetto reggiano, come c'è una mafia che parla l'inglese fluente dei manager - è cambiata l'idea che dobbiamo farcela tutti insieme, perché ci siamo abituati a credere che ciascuno deve pensare a se stesso, non c'è più la voglia di non lasciare indietro nessuno, perché se l'altro non ce la fa ce ne sarà più per me. Pensiamo che studiare non serva a nulla, tanto mia figlia farà più successo se andrà al Grande fratello e poi si può diventar ricchi anche senza lavorare. E quella parola là, nel primo articolo della Costituzione, ha sempre meno significato: forse sarebbe perfino ora di cambiarla, di toglierla. Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello, perché vedrebbero la mafia che ha vinto. Ma almeno loro non smetterebbero di combattere.
domenica 25 ottobre 2015
Considerazioni libere (406): a proposito di un anno che è passato invano...
Il 25 ottobre dell'anno scorso abbiamo riempito le strade di Roma. E' stata una bellissima manifestazione: c'eravamo, in tanti, in tantissimi, c'era la Cgil, tutta la Cgil, c'erano le nostre bandiere, c'era l'orgoglio della sinistra italiana e c'era la voglia di costruire un'opposizione, costruttiva, consapevole, entusiasta. Io sono uno di quelli che, grazie a quella manifestazione, è tornato in piazza, dopo tanti anni in cui non mi sentivo più a casa in una piazza. E come me erano tanti, ci siamo ritrovati, provenendo ciascuno da una strada diversa. Pensavamo di esserci ritrovati, finalmente, di aver ripreso un cammino insieme, che per troppo tempo avevamo interrotto. E' passato un anno, ma l'opposizione non è nata, né da quella piazza né da altre parti.
In un anno qualcosa in Europa è successo. Un anno fa non avremmo realisticamente creduto che la sinistra radicale avrebbe vinto le elezioni in Grecia - due volte - che due donne di sinistra sarebbero diventate sindaco di Madrid e di Barcellona, che uno come Jeremy Corbyn sarebbe diventato il leader del Labour, che i partiti della sinistra, uniti dopo quarant'anni, sarebbero stati in grado di offrire un governo diverso al Portogallo, un governo che non è ancora nato perché c'è stato un colpo di stato orchestrato dal presidente della Repubblica di quel paese (evidentemente Napolitano ha fatto scuola nella peggior destra europea).
In Italia non abbiamo neppure cominciato o, quando lo abbiamo fatto, con troppa timidezza. Leggo che tra le forze - per usare un eufemismo - che stanno a sinistra del pd si sta ragionando di dar vita a un soggetto comune, almeno a una sorta di coordinamento parlamentare, ma pare che la discussione sia tutta incentrata - e forse arenata - sull'opportunità o meno di fare delle alleanze locali con il pd nelle prossime elezioni amministrative di primavera. Con tutto il rispetto per le amministrazioni di quelle città, non possiamo pensare che la sinistra possa rinascere così, in un dibattito che coinvolge - quando va bene - soltanto un po' di ceto politico. Di fronte a una crisi che coinvolge la sinistra europea da almeno vent'anni e che riguarda temi fondanti, come l'identità, i valori, l'idea stessa di socialismo, non possiamo perdere tempo su un pugno di assessorati tra Milano, Bologna e Napoli. La nostra agenda, almeno per qualche anno, non può essere dettata dalle scadenze elettorali. Per noi l'unico appuntamento fondamentale nel 2016 dovrà essere il referendum sulla riforma costituzionale Gelli-Napolitano, a cui dovremo rispondere convintamente NO, convincendo la maggioranza degli italiani a bocciare questo vero e proprio attentato alla Costituzione. Per il resto dovremo occuparci di altre questioni, a partire dalla critica radicale al modello economico e politico in cui viviamo, in una prospettiva che io credo debba essere autenticamente rivoluzionaria.
Io sono uno di quelli che - forse ingenuamente - ha sperato che la Cgil saltasse il fosso, decidesse di diventare opposizione a questo governo, a questo regime. Evidentemente c'è una discussione all'interno dell'organizzazione, qualcuno pensa che sia possibile, qualcuno ha anche provato a mettere in fila alcune idee, alcune proposte, in un percorso che avrebbe coinvolto necessariamente lo stesso modo di essere sindacato, ma la maggioranza della Cgil pensa ad altro. Ha pensato ad altro nel corso di tutto questo anno, che abbiamo sostanzialmente perso, ha pensato che la cosiddetta minoranza pd avrebbe avuto il coraggio e ha investito su di loro in un'attesa che ormai rischia di essere vana e inconcludente come quella di Godot. Forse non manca intelligenza in qualcuno di quelli della minoranza - partire da Bersani - ma certamente fa loro difetto il coraggio, e un anno fa era già evidentissimo, dal modo in cui si erano ripetutamente piegati a una serie di atti incostituzionali portati avanti dalle maggiori cariche istituzionali del paese. Da uno come Bersani, che ha accettato, senza fiatare, tutto quello che lui stesso ha subito, quando gli fu impedito di presentarsi alle camere, pur avendo vinto le elezioni, non possiamo adesso sperare nulla. Anche perché loro hanno ormai fatto una scelta di campo e purtroppo non a sinistra, hanno scelto l'altra parte, hanno scelto il liberismo, hanno scelto i padroni, è una scelta legittima, ma non può essere la nostra. E spero non sia neppure quella della Cgil, che però non riesce ad affrancarsi da questa zavorra.
Personalmente in questo anno ho smesso di credere che la Cgil possa essere il motore di questo nuovo inizio. Con tanti compagni della Cgil certamente faremo quel cammino, certamente sosterremo battaglie importanti che il sindacato condurrà, a partire da quella per abolire la controriforma dello Statuto dei lavoratori, ma dobbiamo cominciare un percorso dal basso che purtroppo prescinde dalla Cgil che rischierebbe a questo punto di essere soltanto un elemento di freno.
Evidentemente sarà un percorso diverso da quello fatto dagli inglesi non solo perché non esiste un Corbyn italiano, ma soprattutto perché il pd ormai non è più scalabile, è in mano a renzi e ai suoi complici e con loro morirà. Né possiamo sperare, come è successo in Spagna e in Portogallo, in un'alleanza tra la sinistra radicale e quella moderata. In Italia, proprio perché la sinistra moderata non esiste più, anche il senso della definizione di sinistra radicale ha perso di senso. Personalmente continuo a pensare che per l'Italia l'unico modo di ricostruire la sinistra sia quello di ripartire da zero, da qualcosa di simile alle società di mutuo soccorso, alle leghe dei lavoratori, ovviamente alla luce di come il mondo è cambiato in questo secolo. Nella solidarietà tra gli ultimi, tra gli oppressi, tra i vinti della storia, rinascerà una storia diversa. Qualcuno di noi che era in piazza il 25 ottobre di un anno fa non avrà la fortuna di vedere questa storia nuova, ma non per questo bisogna smettere di lottare.
In un anno qualcosa in Europa è successo. Un anno fa non avremmo realisticamente creduto che la sinistra radicale avrebbe vinto le elezioni in Grecia - due volte - che due donne di sinistra sarebbero diventate sindaco di Madrid e di Barcellona, che uno come Jeremy Corbyn sarebbe diventato il leader del Labour, che i partiti della sinistra, uniti dopo quarant'anni, sarebbero stati in grado di offrire un governo diverso al Portogallo, un governo che non è ancora nato perché c'è stato un colpo di stato orchestrato dal presidente della Repubblica di quel paese (evidentemente Napolitano ha fatto scuola nella peggior destra europea).
In Italia non abbiamo neppure cominciato o, quando lo abbiamo fatto, con troppa timidezza. Leggo che tra le forze - per usare un eufemismo - che stanno a sinistra del pd si sta ragionando di dar vita a un soggetto comune, almeno a una sorta di coordinamento parlamentare, ma pare che la discussione sia tutta incentrata - e forse arenata - sull'opportunità o meno di fare delle alleanze locali con il pd nelle prossime elezioni amministrative di primavera. Con tutto il rispetto per le amministrazioni di quelle città, non possiamo pensare che la sinistra possa rinascere così, in un dibattito che coinvolge - quando va bene - soltanto un po' di ceto politico. Di fronte a una crisi che coinvolge la sinistra europea da almeno vent'anni e che riguarda temi fondanti, come l'identità, i valori, l'idea stessa di socialismo, non possiamo perdere tempo su un pugno di assessorati tra Milano, Bologna e Napoli. La nostra agenda, almeno per qualche anno, non può essere dettata dalle scadenze elettorali. Per noi l'unico appuntamento fondamentale nel 2016 dovrà essere il referendum sulla riforma costituzionale Gelli-Napolitano, a cui dovremo rispondere convintamente NO, convincendo la maggioranza degli italiani a bocciare questo vero e proprio attentato alla Costituzione. Per il resto dovremo occuparci di altre questioni, a partire dalla critica radicale al modello economico e politico in cui viviamo, in una prospettiva che io credo debba essere autenticamente rivoluzionaria.
Io sono uno di quelli che - forse ingenuamente - ha sperato che la Cgil saltasse il fosso, decidesse di diventare opposizione a questo governo, a questo regime. Evidentemente c'è una discussione all'interno dell'organizzazione, qualcuno pensa che sia possibile, qualcuno ha anche provato a mettere in fila alcune idee, alcune proposte, in un percorso che avrebbe coinvolto necessariamente lo stesso modo di essere sindacato, ma la maggioranza della Cgil pensa ad altro. Ha pensato ad altro nel corso di tutto questo anno, che abbiamo sostanzialmente perso, ha pensato che la cosiddetta minoranza pd avrebbe avuto il coraggio e ha investito su di loro in un'attesa che ormai rischia di essere vana e inconcludente come quella di Godot. Forse non manca intelligenza in qualcuno di quelli della minoranza - partire da Bersani - ma certamente fa loro difetto il coraggio, e un anno fa era già evidentissimo, dal modo in cui si erano ripetutamente piegati a una serie di atti incostituzionali portati avanti dalle maggiori cariche istituzionali del paese. Da uno come Bersani, che ha accettato, senza fiatare, tutto quello che lui stesso ha subito, quando gli fu impedito di presentarsi alle camere, pur avendo vinto le elezioni, non possiamo adesso sperare nulla. Anche perché loro hanno ormai fatto una scelta di campo e purtroppo non a sinistra, hanno scelto l'altra parte, hanno scelto il liberismo, hanno scelto i padroni, è una scelta legittima, ma non può essere la nostra. E spero non sia neppure quella della Cgil, che però non riesce ad affrancarsi da questa zavorra.
Personalmente in questo anno ho smesso di credere che la Cgil possa essere il motore di questo nuovo inizio. Con tanti compagni della Cgil certamente faremo quel cammino, certamente sosterremo battaglie importanti che il sindacato condurrà, a partire da quella per abolire la controriforma dello Statuto dei lavoratori, ma dobbiamo cominciare un percorso dal basso che purtroppo prescinde dalla Cgil che rischierebbe a questo punto di essere soltanto un elemento di freno.
Evidentemente sarà un percorso diverso da quello fatto dagli inglesi non solo perché non esiste un Corbyn italiano, ma soprattutto perché il pd ormai non è più scalabile, è in mano a renzi e ai suoi complici e con loro morirà. Né possiamo sperare, come è successo in Spagna e in Portogallo, in un'alleanza tra la sinistra radicale e quella moderata. In Italia, proprio perché la sinistra moderata non esiste più, anche il senso della definizione di sinistra radicale ha perso di senso. Personalmente continuo a pensare che per l'Italia l'unico modo di ricostruire la sinistra sia quello di ripartire da zero, da qualcosa di simile alle società di mutuo soccorso, alle leghe dei lavoratori, ovviamente alla luce di come il mondo è cambiato in questo secolo. Nella solidarietà tra gli ultimi, tra gli oppressi, tra i vinti della storia, rinascerà una storia diversa. Qualcuno di noi che era in piazza il 25 ottobre di un anno fa non avrà la fortuna di vedere questa storia nuova, ma non per questo bisogna smettere di lottare.
sabato 10 ottobre 2015
Considerazioni libere: (405): a proposito di un omicidio politico...
Temo ricorderemo a lungo, e con sgomento, quello che è avvenuto in questi giorni nel nostro paese. Se non sapremo reagire - e sinceramente non vedo alcun segno di reazione, capace di mobilitare una nuova resistenza - probabilmente diremo ai nostri figli e ai nostri nipoti che abbiamo assistito al momento in cui il regime si è reso palese, manifesto, al momento in cui il regime ha gettato la maschera, non nascondendo più la propria capacità di violenza.
Saranno tante le meschinità di cui dovremo ricordarci. Io segnalo, ora per allora, l'articolo che Lorenzo D'Albergo - dobbiamo cominciare a fare i nomi dei congiurati e dei loro servi, a futura memoria - ha scritto per Repubblica il 7 ottobre scorso; lo cito non solo perché è un articolo fazioso - ce ne sono stati tantissimi su quel giornale, contro o a favore di molte persone, non sarebbe neppure questo il problema - ma perché volgarmente fazioso, orgogliosamente di propaganda. A D'Albergo hanno detto "parla male di Marino" e D'Albergo esegue, con furia cieca, sfidando il ridicolo, mettendo in fila banalità, mezze verità, discorsi da bar, senza fare alcun riscontro, ma evidentemente né a lui né a chi gli ha ordinato di scrivere quell'articolo importa. Anzi, nel suo pressapochismo, nella sua ostentata volgarità, questo articolo è stato per me il segno che Marino aveva perso: se erano disposti a tanto, significava che ormai il sindaco era condannato. Ce ne sono stati tanti di articoli così, sul Corriere, in Rai, nelle televisioni commerciali e tutti con lo stesso bersaglio, tutti con lo stesso mandante. In questi giorni gli organi di informazione, tutti gli organi di informazione, hanno contribuito a far dimettere Ignazio Marino, tutti hanno partecipato a questo attacco squadrista. Non si sono sottratti neppure autorevoli prelati che, fingendo di non sapere di essere registrati, in una finta trasmissione di intrattenimento, che molte volte si è già prestata a queste operazioni di killeraggio politico, hanno sfogato la loro rabbia contro il bersaglio che doveva essere politicamente ucciso.
Le dimissioni di Marino non sono un episodio di lotta politica, certo meschina, ma in qualche modo riconducibile a precisi e circoscritti obiettivi politici e affaristici. Certo sono state anche questo, ma soprattutto sono state la prova generale del regime: una prova perfettamente riuscita. Da adesso, se non ci sarà una reazione - e temo che non ci sarà - tutto sarà possibile, come, dopo il delitto Matteotti, tutto è stato possibile.
Non so se il mandate di questo omicidio sieda, ora come allora, a Palazzo Chigi. Certo il presidente-segretario è il vincitore di questo scontro, ma sinceramente fatico a immaginarlo così potente. Certo è smodatamente ambizioso, certo è pronto a mentire e a tradire pur di continuare a governare, certo è un esecutore instancabile e tenace, e molto meno stupido di quanto voglia farci credere con il suo improbabile inglese, ma credo che anche lui sia una pedina di altri, che muovono davvero i fili di questa triste vicenda. Gli stessi che stanno riscrivendo la Costituzione in senso autoritario, togliendo ruolo alle assemblee legislative e agli enti locali, gli stessi che hanno abolito una parte importante dello Statuto dei lavoratori, gli stessi che sono pronti a diventare ancora più ricchi con le privatizzazioni dei servizi e dei beni pubblici.
Sicuramente Ignazio Marino è stato la vittima, ma - vi prego - non facciamone un eroe. Marino si è trovato soltanto dalla parte sbagliata della rivoltella. Il dottore è uno che ha provato a giocare e che ha perso, perché aveva carte peggiori o perché era meno bravo a barare, quindi non facciamone un santo o, peggio ancora, una bandiera della sinistra. Sarebbe deleterio, perché proprio la storia politica di Marino è emblematica della crisi democratica di questo paese. Non è che io ce l'abbia particolarmente con lui, solo mi ricordo, mi ricordo tutto. Marino è uno che è entrato in politica per fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno. Solo in una fase di crisi così acuta della politica uno come Marino, venuto dal nulla, poteva sperare di arrivare così in alto, senza dimostrare in fondo nessuna qualità. Per fare il medico occorre aver studiato a lungo, per diventare un bravo chirurgo bisogna lavorare anni, in Italia invece crediamo che per fare politica non occorra studiare, anzi pensiamo che chi ha fatto politica sia il meno adatto per governare. E quindi siamo disposti a votare chi non ha mai fatto politica; perfino uno come Marino.
Stendiamo poi un velo sui mariniani, ossia su quei dirigenti locali del pd che hanno sostenuto Marino quando si candidò a segretario, nella consapevolezza che la sua sconfitta avrebbe comunque assicurato a qualcuno di loro un qualche posto di sottogoverno, in nome di un pluralismo spartitorio che funzionava ancora in quel partito, prima che renzi prendesse tutto. E così i mariniani - non costringetemi a fare i nomi, spulciate un po' e li troverete da soli - sono diventati consiglieri comunali, regionali, deputati; se hanno ancora le loro cariche immagino siano diventati renziani.
Gli apologeti di Marino dicono che è onesto. Se anche lo fosse - e personalmente non lo metto assolutamente in dubbio - cosa significherebbe? Dobbiamo scegliere qualcuno solo perché è onesto? Tutti dovrebbero esserlo. Eppure tanti in Italia hanno fatto carriera politica, in particolare a sinistra, solo perché erano - e sono - onesti. Ma l'onestà non può essere un programma politico, e Marino un programma non l'ha mai avuto, o meglio non ha mai avuto un programma di sinistra, perché non è uno di sinistra, ma solo uno che aveva l'ambizione di fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno.
Si è espresso, da cattolico, a favore delle unioni civili e dei diritti delle persone omosessuali; questo significa essere di sinistra? No. Ha pedonalizzato i Fori imperiali e ha tolto gli ambulanti attorno ai monumenti; questo significa essere di sinistra? Non so, ma francamente non mi pare rilevantissimo. Ha fatto davvero qualcosa per migliorare la vita delle migliaia di persone che vivono malissimo nelle periferie di Roma? Ecco questa sarebbe stata una cosa di sinistra, magari impopolare, perché avrebbe toccato rendite, poteri costituiti, privilegi piccoli e grandi. Ha denunciato l'enorme patrimonio immobiliare, pubblico e privato, che c'è a Roma, spesso vuoto, a volte "affittato" ai soliti noti, mentre tante persone sono senza casa o vivono in case che dovrebbero essere abbattute? Espropriare le case sfitte delle banche sarebbe un atto da comunista e certo Marino non voleva essere considerato tale. Ha messo insieme alcuni slogan, gli stessi che ha messo insieme renzi, che ha messo insieme Civati, che ha messo insieme Barca, che hanno messo insieme tanti altri, miscelandoli in maniera diversa, ma sostanzialmente dicendo - o non dicendo - tutti le stesse cose, usando tutti la stessa vuota retorica, infarcita di nuovismo e di riforme. Tutti costoro non rappresentano altri che se stessi, quando va bene; quando va male rappresentano i "poteri" economici e affaristici che li sostengono, li finanziano, li "votano". Nel cocktail politico di Marino c'era - rispetto a quelli degli altri - un po' più di antipolitica. Ma poi, quando passi dall'antipolitica alla politica, c'è sempre uno più "antipolitico" di te; e Marino alla fine ha pagato anche questo.
Ovviamente non è questo il nodo, non hanno dimesso il sindaco per le buche, per la metro che non funziona, per il degrado, per gli scontrini. Marino ha pagato un prezzo così alto, anche dal punto di vista umano, per non aver offerto la propria disponibilità ai potenti di turno, a quelli che vogliono fare affari con il Giubileo della misericordia, a quelli che da sempre mungono la vacca e che naturalmente vogliono continuare a farlo. Poco importa a questo punto se non l'ha fatto perché è davvero onesto o perché anche lui aveva i suoi amici da beneficare con i soldi "santi" in arrivo, insieme ai pellegrini, nella Città eterna. Questo ormai importa solo a Marino e alla sua coscienza. Quel capitolo è chiuso. Adesso tornano a sedersi a tavola i convitati famelici che abbiamo già visto all'opera. E poco importa che vincano gli uni o gli altri, la cosiddetta destra o la cosiddetta sinistra, sappiamo che sono soliti frequentare gli stessi ristoranti, quelli preferiti anche dai Casamonica e dagli amici degli amici.
Da qualche tempo il partito di regime a Roma è commissariato, ma quanti iscritti sono stati espulsi? Quanti circoli sono stati chiusi? Il "commissario" Orfini non poteva e non voleva cambiare nulla, anzi doveva cambiare il sindaco, e proprio sotto il Giubileo, perché in nome della fretta, dell'emergenza, della necessità di non fare una brutta figura con il resto del mondo, tutto diventa lecito, così come è accaduto a Milano con Expo. Il sogno di renzi e dei suoi pupari è di non andare più al voto, di sostituire i sindaci con podestà nominati dal governo. Ma siccome sanno che non possono farlo, svuotano i poteri degli enti locali, rendono i sindaci sempre più deboli. La riforma della Costituzione sta andando tutta in questa direzione e l'attacco a Marino è figlio della stessa idea: se hanno potuto sbarazzarsi così facilmente del sindaco della capitale, quale altro amministratore può sentirsi al sicuro? L'omicidio politico di Marino è anche un avvertimento, in stile mafioso, a tutti gli altri: o vi adeguate o vi distruggeremo.
A Roma, nonostante i giochi di regime, potrebbe questa volta vincere il candidato del Movimento Cinque stelle; personalmente penso sia auspicabile, piuttosto che vinca un uomo della premiata ditta renzi-verdini. Se fossi romano probabilmente voterei per loro, perfino per uno dal passato discutibile come Alessandro Di Battista o per una antipatica come Roberta Lombardi. Francamente non ho molta fiducia che un'amministrazione grillina possa ribaltare una situazione così incancrenita, possa ripulire tutto il marcio incrostato in questi decenni. Sarebbe perfino ingiusto chiedere a loro un impegno così improbo, caricarli di aspettative impossibili da mantenere, tanto più che avrebbero contro il regime, con tutta la sua potenza di fuoco. Ma è giusto che ne abbiano l'opportunità e, ripeto, se servisse, avrebbero perfino il mio sostegno. Di fronte a un regime occorre rinunciare a qualcuna delle nostre posizioni, pur di fermare - o almeno rallentare - la sua affermazione.
Non può essere questa però la nostra prospettiva. Bisogna cominciare davvero a costruire qualcosa di diverso, bisogna tornare a un'idea di rappresentanza politica, basata su comuni valori, sulla condivisione di interessi di classe, bisogna tornare a costruire un'idea socialista attorno a cui riunire le persone che sono colpite ogni giorno dall'affermazione violenta del finanzcapitalismo, bisogna costruire una difesa per le classi più povere, per i lavoratori con sempre meno diritti, per i giovani che non hanno un futuro. E insieme tornare ad attaccare; prima che sia troppo tardi.
Saranno tante le meschinità di cui dovremo ricordarci. Io segnalo, ora per allora, l'articolo che Lorenzo D'Albergo - dobbiamo cominciare a fare i nomi dei congiurati e dei loro servi, a futura memoria - ha scritto per Repubblica il 7 ottobre scorso; lo cito non solo perché è un articolo fazioso - ce ne sono stati tantissimi su quel giornale, contro o a favore di molte persone, non sarebbe neppure questo il problema - ma perché volgarmente fazioso, orgogliosamente di propaganda. A D'Albergo hanno detto "parla male di Marino" e D'Albergo esegue, con furia cieca, sfidando il ridicolo, mettendo in fila banalità, mezze verità, discorsi da bar, senza fare alcun riscontro, ma evidentemente né a lui né a chi gli ha ordinato di scrivere quell'articolo importa. Anzi, nel suo pressapochismo, nella sua ostentata volgarità, questo articolo è stato per me il segno che Marino aveva perso: se erano disposti a tanto, significava che ormai il sindaco era condannato. Ce ne sono stati tanti di articoli così, sul Corriere, in Rai, nelle televisioni commerciali e tutti con lo stesso bersaglio, tutti con lo stesso mandante. In questi giorni gli organi di informazione, tutti gli organi di informazione, hanno contribuito a far dimettere Ignazio Marino, tutti hanno partecipato a questo attacco squadrista. Non si sono sottratti neppure autorevoli prelati che, fingendo di non sapere di essere registrati, in una finta trasmissione di intrattenimento, che molte volte si è già prestata a queste operazioni di killeraggio politico, hanno sfogato la loro rabbia contro il bersaglio che doveva essere politicamente ucciso.
Le dimissioni di Marino non sono un episodio di lotta politica, certo meschina, ma in qualche modo riconducibile a precisi e circoscritti obiettivi politici e affaristici. Certo sono state anche questo, ma soprattutto sono state la prova generale del regime: una prova perfettamente riuscita. Da adesso, se non ci sarà una reazione - e temo che non ci sarà - tutto sarà possibile, come, dopo il delitto Matteotti, tutto è stato possibile.
Non so se il mandate di questo omicidio sieda, ora come allora, a Palazzo Chigi. Certo il presidente-segretario è il vincitore di questo scontro, ma sinceramente fatico a immaginarlo così potente. Certo è smodatamente ambizioso, certo è pronto a mentire e a tradire pur di continuare a governare, certo è un esecutore instancabile e tenace, e molto meno stupido di quanto voglia farci credere con il suo improbabile inglese, ma credo che anche lui sia una pedina di altri, che muovono davvero i fili di questa triste vicenda. Gli stessi che stanno riscrivendo la Costituzione in senso autoritario, togliendo ruolo alle assemblee legislative e agli enti locali, gli stessi che hanno abolito una parte importante dello Statuto dei lavoratori, gli stessi che sono pronti a diventare ancora più ricchi con le privatizzazioni dei servizi e dei beni pubblici.
Sicuramente Ignazio Marino è stato la vittima, ma - vi prego - non facciamone un eroe. Marino si è trovato soltanto dalla parte sbagliata della rivoltella. Il dottore è uno che ha provato a giocare e che ha perso, perché aveva carte peggiori o perché era meno bravo a barare, quindi non facciamone un santo o, peggio ancora, una bandiera della sinistra. Sarebbe deleterio, perché proprio la storia politica di Marino è emblematica della crisi democratica di questo paese. Non è che io ce l'abbia particolarmente con lui, solo mi ricordo, mi ricordo tutto. Marino è uno che è entrato in politica per fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno. Solo in una fase di crisi così acuta della politica uno come Marino, venuto dal nulla, poteva sperare di arrivare così in alto, senza dimostrare in fondo nessuna qualità. Per fare il medico occorre aver studiato a lungo, per diventare un bravo chirurgo bisogna lavorare anni, in Italia invece crediamo che per fare politica non occorra studiare, anzi pensiamo che chi ha fatto politica sia il meno adatto per governare. E quindi siamo disposti a votare chi non ha mai fatto politica; perfino uno come Marino.
Stendiamo poi un velo sui mariniani, ossia su quei dirigenti locali del pd che hanno sostenuto Marino quando si candidò a segretario, nella consapevolezza che la sua sconfitta avrebbe comunque assicurato a qualcuno di loro un qualche posto di sottogoverno, in nome di un pluralismo spartitorio che funzionava ancora in quel partito, prima che renzi prendesse tutto. E così i mariniani - non costringetemi a fare i nomi, spulciate un po' e li troverete da soli - sono diventati consiglieri comunali, regionali, deputati; se hanno ancora le loro cariche immagino siano diventati renziani.
Gli apologeti di Marino dicono che è onesto. Se anche lo fosse - e personalmente non lo metto assolutamente in dubbio - cosa significherebbe? Dobbiamo scegliere qualcuno solo perché è onesto? Tutti dovrebbero esserlo. Eppure tanti in Italia hanno fatto carriera politica, in particolare a sinistra, solo perché erano - e sono - onesti. Ma l'onestà non può essere un programma politico, e Marino un programma non l'ha mai avuto, o meglio non ha mai avuto un programma di sinistra, perché non è uno di sinistra, ma solo uno che aveva l'ambizione di fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno.
Si è espresso, da cattolico, a favore delle unioni civili e dei diritti delle persone omosessuali; questo significa essere di sinistra? No. Ha pedonalizzato i Fori imperiali e ha tolto gli ambulanti attorno ai monumenti; questo significa essere di sinistra? Non so, ma francamente non mi pare rilevantissimo. Ha fatto davvero qualcosa per migliorare la vita delle migliaia di persone che vivono malissimo nelle periferie di Roma? Ecco questa sarebbe stata una cosa di sinistra, magari impopolare, perché avrebbe toccato rendite, poteri costituiti, privilegi piccoli e grandi. Ha denunciato l'enorme patrimonio immobiliare, pubblico e privato, che c'è a Roma, spesso vuoto, a volte "affittato" ai soliti noti, mentre tante persone sono senza casa o vivono in case che dovrebbero essere abbattute? Espropriare le case sfitte delle banche sarebbe un atto da comunista e certo Marino non voleva essere considerato tale. Ha messo insieme alcuni slogan, gli stessi che ha messo insieme renzi, che ha messo insieme Civati, che ha messo insieme Barca, che hanno messo insieme tanti altri, miscelandoli in maniera diversa, ma sostanzialmente dicendo - o non dicendo - tutti le stesse cose, usando tutti la stessa vuota retorica, infarcita di nuovismo e di riforme. Tutti costoro non rappresentano altri che se stessi, quando va bene; quando va male rappresentano i "poteri" economici e affaristici che li sostengono, li finanziano, li "votano". Nel cocktail politico di Marino c'era - rispetto a quelli degli altri - un po' più di antipolitica. Ma poi, quando passi dall'antipolitica alla politica, c'è sempre uno più "antipolitico" di te; e Marino alla fine ha pagato anche questo.
Ovviamente non è questo il nodo, non hanno dimesso il sindaco per le buche, per la metro che non funziona, per il degrado, per gli scontrini. Marino ha pagato un prezzo così alto, anche dal punto di vista umano, per non aver offerto la propria disponibilità ai potenti di turno, a quelli che vogliono fare affari con il Giubileo della misericordia, a quelli che da sempre mungono la vacca e che naturalmente vogliono continuare a farlo. Poco importa a questo punto se non l'ha fatto perché è davvero onesto o perché anche lui aveva i suoi amici da beneficare con i soldi "santi" in arrivo, insieme ai pellegrini, nella Città eterna. Questo ormai importa solo a Marino e alla sua coscienza. Quel capitolo è chiuso. Adesso tornano a sedersi a tavola i convitati famelici che abbiamo già visto all'opera. E poco importa che vincano gli uni o gli altri, la cosiddetta destra o la cosiddetta sinistra, sappiamo che sono soliti frequentare gli stessi ristoranti, quelli preferiti anche dai Casamonica e dagli amici degli amici.
Da qualche tempo il partito di regime a Roma è commissariato, ma quanti iscritti sono stati espulsi? Quanti circoli sono stati chiusi? Il "commissario" Orfini non poteva e non voleva cambiare nulla, anzi doveva cambiare il sindaco, e proprio sotto il Giubileo, perché in nome della fretta, dell'emergenza, della necessità di non fare una brutta figura con il resto del mondo, tutto diventa lecito, così come è accaduto a Milano con Expo. Il sogno di renzi e dei suoi pupari è di non andare più al voto, di sostituire i sindaci con podestà nominati dal governo. Ma siccome sanno che non possono farlo, svuotano i poteri degli enti locali, rendono i sindaci sempre più deboli. La riforma della Costituzione sta andando tutta in questa direzione e l'attacco a Marino è figlio della stessa idea: se hanno potuto sbarazzarsi così facilmente del sindaco della capitale, quale altro amministratore può sentirsi al sicuro? L'omicidio politico di Marino è anche un avvertimento, in stile mafioso, a tutti gli altri: o vi adeguate o vi distruggeremo.
A Roma, nonostante i giochi di regime, potrebbe questa volta vincere il candidato del Movimento Cinque stelle; personalmente penso sia auspicabile, piuttosto che vinca un uomo della premiata ditta renzi-verdini. Se fossi romano probabilmente voterei per loro, perfino per uno dal passato discutibile come Alessandro Di Battista o per una antipatica come Roberta Lombardi. Francamente non ho molta fiducia che un'amministrazione grillina possa ribaltare una situazione così incancrenita, possa ripulire tutto il marcio incrostato in questi decenni. Sarebbe perfino ingiusto chiedere a loro un impegno così improbo, caricarli di aspettative impossibili da mantenere, tanto più che avrebbero contro il regime, con tutta la sua potenza di fuoco. Ma è giusto che ne abbiano l'opportunità e, ripeto, se servisse, avrebbero perfino il mio sostegno. Di fronte a un regime occorre rinunciare a qualcuna delle nostre posizioni, pur di fermare - o almeno rallentare - la sua affermazione.
Non può essere questa però la nostra prospettiva. Bisogna cominciare davvero a costruire qualcosa di diverso, bisogna tornare a un'idea di rappresentanza politica, basata su comuni valori, sulla condivisione di interessi di classe, bisogna tornare a costruire un'idea socialista attorno a cui riunire le persone che sono colpite ogni giorno dall'affermazione violenta del finanzcapitalismo, bisogna costruire una difesa per le classi più povere, per i lavoratori con sempre meno diritti, per i giovani che non hanno un futuro. E insieme tornare ad attaccare; prima che sia troppo tardi.
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