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giovedì 19 marzo 2015

Considerazioni libere (398): a proposito della ricostruizione della sinistra...

So che dell'argomento ho appena scritto, ma francamente mi sembra la novità più rilevante da molto tempo nel campo travagliato della sinistra italiana. Io sostengo la proposta di Maurizio Landini e della Fiom di costituire quella che ormai abbiamo cominciato a chiamare coalizione sociale, parteciperò alla manifestazione di sabato 28 marzo a Roma e farò, nel mio piccolissimo, quello che posso per sostenere questa proposta politica, cercando di valorizzarne il carattere di originalità, sperando che non diventi l'ennesimo esperimento concluso male, l'ennesima occasione di rimpianti e recriminazioni.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.
E naturalmente il grande tema del lavoro - e dei lavori - su cui il sindacato sta già svolgendo un'azione importante. Ed è abbastanza naturale che la nostra azione sia partita da lì, anche perché è proprio contro il lavoro - privato e pubblico - che l'azione del governo è più violenta ed eversiva, in particolare nel rapporto tra democrazia e lavoro, come è stato sancito in maniera altissima dall'art. 1 della Costituzione.
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.

giovedì 4 dicembre 2014

Verba volant (147): giustizia...


Giustizia, sost. f.

Per definire questa parola, ho deciso di raccontarvi una storia, una storia di ingiustizia.
Sono passati trent'anni dal più grave disastro industriale della storia, avvenuto la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 a Bhopal, una città dell'India centrale: è un anniversario passato, purtroppo, sotto silenzio.
Quella notte, per un guasto di un impianto, da una fabbrica di pesticidi di proprietà della multinazionale americana Union Carbide si sviluppò una nube di isocianato di metile. Le 40 tonnellate di gas uccisero immediatamente quasi quattromila persone, mentre altre 15mila sono morte nei mesi successivi, a seguito delle conseguenze della fuga di gas. Si calcola che si siano ammalate, di gravi patologie polmonari e oculari, circa 500mila persone. La cosa ancora più drammatica e vergognosa è che a Bhopal si continua a morire per le conseguenze di quell'incidente, avvenuto trent'anni fa. Lo stabilimento non è stato ripulito, l'area non è stata bonificata, sono state abbandonate là centinaia di tonnellate di scorie tossiche, l'esposizione alle quali provoca ogni mese dalle dieci alle trenta morti. Le falde sono inquinate, con un danno gravissimo alla salute delle persone - sono frequenti infatti le anomalie genetiche - e alla crescita economica di quella città, che è una delle più povere del paese.
Le uniche persone ritenute responsabili del disastro sono stati otto dirigenti indiani della Union Carbide, giudicati colpevoli di omicidio colposo da un tribunale di Bhopal nel 2010; sono stati condannati a scontare due anni di carcere e a pagare 100.000 rupie di multa (circa 2.000 dollari). Sono stati tutti liberati, dopo il pagamento di una cauzione. Le indagini hanno dimostrato che non sono state applicate diverse misure di sicurezza: non vennero utilizzati i deflettori che avrebbero potuto impedire l'infiltrazione dell'acqua, i refrigeratori e le torri antincendio non funzionavano. Inoltre i medici non furono tempestivamente informati sulla natura del gas, rendendo più complicati i primi soccorsi.
La Union Carbide, a titolo di risarcimento, ha versato 2.000 dollari alle famiglie delle vittime e 550 dollari per i feriti, per un totale di 470 milioni di dollari e con questo si è tacitata la coscienza. Nel 2001 la Dow Chemical, la seconda più grande produttrice chimica al mondo, ha acquistato per 11 miliardi e 600 milioni di dollari la Union Carbide e da allora non c'è più un responsabile del disastro. Warren Anderson, che all'epoca del disastro era l'amministratore delegato della Union Carbide, è vissuto, fino al 29 settembre di quest'anno, con i lauti proventi della sua buona uscita negli Stati Uniti, nonostante su di lui pendesse un mandato di arresto internazionale per omicidio colposo, che nessuno ha eseguito perché il governo indiano, per timore di spaventare gli investitori internazionali, non ha mai chiesto la sua estradizione al governo degli Stati Uniti (e naturalmente il governo americano non avrebbe mai arrestato un proprio cittadino per un reato commesso in India).
La Dow Chemical non prende neppure in considerazione di ripulire l'area contaminata, perché quanto avvenuto a Bhopal non è una propria responsabilità. La stessa azienda nel 2002 ha accantonato la somma di 2 miliardi e 200 milioni di dollari - quasi cinque volte quello speso per i risarcimenti di Bhopal - per affrontare le possibili richieste di risarcimento di tribunali statunitensi in cause per i danni provocati dall'amianto prodotto dalla Union Carbide: evidentemente i cittadini statunitensi valgono molto di più di quelli indiani, alla faccia di qualunque principio sull'uguaglianza degli uomini.
Pianigiani, nel suo dizionario etimologico, definisce la giustizia come "ciò che è giusto e dovuto altrui" e spiega che deriva dal latino jus, in cui si riconosce la radice yu, yug, che indica un legame, da cui anche il termine agricolo giogo. C'è un legame tragico tra la fabbrica e i suoi padroni e quelle famiglie e c'è un obbligo dei primi a risarcire le seconde, un obbligo però che sappiamo disatteso.
Di fronte a un'ingiustizia così plateale noi possiamo far finta di niente, pensare che in fondo sia qualcosa che non ci riguarda; oppure possiamo decidere che è qualcosa che ci riguarda. E quindi dobbiamo ricordare; e arrabbiarci; e lottare. E dobbiamo credere che un giorno ci sarà la giustizia, su questa terra. E fare tutto quello che è in nostro potere affinché quel giorno arrivi, il prima possibile.

sabato 21 dicembre 2013

Verba volant (34): permesso...

Permesso, sost. m.

La buona educazione è una cosa importante e infatti le nostre mamme ci hanno insegnato che quando si sta per entrare in un posto bisogna sempre dire "con permesso". Oggettivamente c'è una discreta ipocrisia in questa forma di galateo: in genere lo diciamo quando già stiamo entrando, in modo da non dare il tempo a chi sta dentro di negarci questa licenza.
In sostanza facciamo finta che ci venga dato un permesso che effettivamente non chiediamo e che con tutta probabilità ci verrebbe negato, se quello potesse davvero dire quello che pensa. Comunque sia, grazie a questo piccolo espediente, ci è consentito di entrare in una casa, in un ufficio, in una bottega, sperando di essere i benvenuti.
Fin qui ho esaminato il permesso per entrare, vediamo ora come funziona l’uscita.
In genere non abbiamo bisogno di una particolare concessione per uscire, anzi il malcapitato che ci ospita il più delle volte è ben lieto di lasciarci andare per la nostra strada. Naturalmente buona creanza vuole che salutiamo sempre, quando usciamo.
In alcuni casi invece è necessaria una speciale licenza per poter uscire da un determinato posto. Se non siamo artigiani o lavoratori in proprio genericamente intesi - o meglio, se non siamo finti lavoratori a progetto, finte partita Iva e così via - per uscire prima dal lavoro abbiamo bisogno del permesso del nostro capo, spesso scritto e firmato. A volte tale permesso ci vien fatto penare; tanto più se siamo finti lavoratori autonomi.
Per essere dimessi dall’ospedale abbiamo bisogno del permesso del medico; questo in genere non è difficile da avere, anzi, vista la cronica carenza di posti letto e la necessità di risparmiare sulla spesa sanitaria, è più che probabile che il permesso ci venga dato anche prima del tempo.
Anche per uscire dal carcere è necessario un permesso. In queste settimane abbiamo saputo che in alcuni casi è più facile averlo; ad esempio aiuta avere il numero telefonico del ministro della giustizia e aver precedentemente assunto il figlio dello stesso ministro oppure serve essere un pluriomicida con una certa propensione alle evasioni. Si tratta oggettivamente di cose non proprio facilissime, non alla portata di tutti. Quindi fa bene Berlusconi a non voler entrare in galera: così non deve porsi il problema di come uscirne.

postilla seria
Il fatto che da almeno vent’anni il principale protagonista della politica italiana sia un delinquente, plurindagato e alla fine condannato con sentenza passata in giudicato, non ha contribuito a ragionare con serenità sul funzionamento della giustizia.
La riforma della giustizia è stata usata da parte del plurindagato e dei suoi accoliti come un’arma contro i magistrati che lo stavano indagando e di conseguenza non appena in questi vent’anni qualcuno ha osato criticare il lavoro dei magistrati, anche legittimamente, è stato immediatamente additato come sostenitore del Caimano. Così, visto che il tema è rimasto compresso tra le due opposte partigianerie, non se n’è mai parlato seriamente.
Adesso è ora di uscire da questa morsa.

domenica 17 novembre 2013

Verba volant (10): affidare...

Affidare, v. tr.

Questo è il primo verbo di cui mi accingo a scrivere la definizione e credo sia un verbo importante, uno di quelli ricchi di significato.
A volte se ne banalizza l'uso e si usa affidare come un sinonimo di assegnare, ad esempio "ti affido un compito". Nel verbo c'è però la radice della parola latina fidus e questo ci fa capire che affidare qualcosa a qualcuno comporta un impegno molto forte per entrambi i soggetti coinvolti: chi affida deve avere una piena fiducia nell’altra persona e colui a cui viene affidato un incarico deve svolgerlo con grande dedizione, deve fare tutto il possibile per far sentire che la fiducia in lui è ben riposta.
Provate a pensare a quante persone affidereste qualcosa a cui tenete moltissimo, la cosa a cui tenete di più. Io ci ho provato e sono molto poche. Ovviamente c’è mia moglie, anche perché il matrimonio – o la scelta di vivere insieme – è anche un reciproco e giornaliero affidarsi. Poi c’è sicuramente il mio amico Gian Pietro, che so capace di fare quello che deve fare con determinazione. C’è qualche amico di Facebook di cui mi fido di più di “amici” in carne e ossa, ma di questo mi occuperò nella definizione di amico. Ecco io faccio un po’ fatica a fidarmi – e ad affidarmi – per cui probabilmente il vostro elenco è un po’ più corposo, ma se ci pensate attentamente credo non sia molto lungo; difficilmente lo è.
Per questo credo sia molto difficile il compito di chi deve, per il proprio ruolo istituzionale, affidare una delle cose più importanti e delicate del mondo, ossia la cura e l’educazione di un bambino, ad un’altra persona, che egli non conosceva prima e che ha imparato a conoscere nel corso di qualche colloquio o in un’udienza.
In poco tempo un giudice deve farsi un’idea di chi si trova davanti, deve capire se può avere fiducia in lui – o in lei – e affidargli la cura di un bambino che, per ragioni diverse e comunque traumatiche, non ha più i genitori che si occupano di lui. Questa capacità non è qualcosa che si impara alla facoltà di giurisprudenza, è una dote, un intuito che si accumula, magari facendo tesoro dei propri errori. Credo ci siano giudici che vanno in pensione senza essere mai riusciti ad avere questa capacità, ma purtroppo siamo umani. E ci sono persone, che non hanno studiato, a cui io affiderei questo compito, perché so che lo farebbero con grande coscienza e senza commettere errori.
Io non so se il giudice che ha deciso di affidare una bambina a due uomini che vivono da tempo insieme e che hanno costituito una famiglia, pur senza il vincolo del matrimonio, ha questa capacità di capire a chi affidare qualcuno. Non so se ha fatto bene o ha fatto male. Spero per la bambina che non si sia sbagliato.
Avrebbe commesso un errore se non avesse preso in considerazione quelle due persone solo perché omosessuali. Avrebbe commesso un errore anche se avesse affidato loro la bambina proprio perché omosessuali, per ribadire un principio che pure per me è sacrosanto, ossia che siamo tutti uguali.
Quel giudice, con la sua sentenza, non doveva cambiare la legge o la morale di questo paese, doveva semplicemente – anche se questo semplice non è mai – decidere se poter affidare quella bambina a quelle due persone.
E’ compito nostro cambiare le leggi, anche quelle morali. E prima o poi ci arriveremo, nonostante quelli che pensano che la famiglia sia formata solo da un uomo e una donna, magari regolarmente sposati, ma questa è un’altra battaglia e un’altra storia.

giovedì 19 aprile 2012

Considerazioni libere (281): a proposito di un film che non è solo un film...

Aspettavo con passione civile e con curiosità cinefila il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana. Questa attesa non è stata delusa: Romanzo di una strage è un bel film, ben girato e interpretato con intensità da tutti gli attori; dopo questo film sarà quasi impossibile non associare Giuseppe Pinelli al volto di Pierfrancesco Favino. Al di là di ogni possibile riserva - io ne farò qualcuna nel corso di questa "considerazione" - dobbiamo essere grati al regista di aver accettato questa questa sfida e di aver raccontato una storia che allo stesso tempo - e paradossalmente - è troppo lontana e troppo vicina. Per una parte di questo paese, in particolare per tutti quelli che sono nati dopo la strage, si tratta di un episodio lontano, dai contorni confusi, un fatto con nessuna conseguenza e nessun legame con quello che succede ai nostri tempi. Nelle interviste in cui ha presentato il film, Giordana ha giustamente ricordato che, durante una ricerca svolta alcuni anni fa tra i ragazzi che frequentano le medie superiori a Milano, il 43% ha detto che la strage è opera delle Brigate rosse, il 38% della mafia, il 25% degli anarchici. Speriamo che questo film possa servire almeno a evitare gli errori più grossolani e anacronistici. Per la maggioranza della nostra cosiddetta classe dirigente - intesa nel senso più largo possibile e quindi politici, funzionari dello stato, imprenditori, giornalisti - la strage di piazza Fontana è un episodio ancora vivo, perché, nella nostra società sclerotizzata e gerontocratica, la classe dirigente in questi quarant'anni è cambiata davvero ben poco. Io ho cominciato a riflettere su quell'episodio attraverso le parole di Pier Paolo Pasolini, quel celebre articolo che comincia con "Io so". Grazie a Pasolini anche noi abbiamo potuto dire che sappiamo chi sono i responsabili di quella e delle altre stragi.
Giordana e i suoi sceneggiatori tentano un'operazione ambiziosa, di fornire una versione di quella vicenda che possa servire a pacificare e unire il paese. Su questo obiettivo si è speso con grande autorevolezza il presidente Napolitano, con parole importanti e non retoriche e soprattutto con il gesto di invitare alla giornata dedicata alle vittime del terrorismo Gemma Calabresi e Licia Pinelli, riconoscendo quindi che i loro mariti sono stati le ultime due vittime di quella strage. Il film, fin da una delle prime scene, mostra quelli che poi si cominciarono a chiamare gli "opposti estremismi". Poco prima che venga ucciso l'agente Annarumma il giornalista Marco Nozza dice a Luigi Calabresi - cito a memoria e quindi scusate se le parole non sono esatte: "oggi c'è una brutta aria, tutti troppo eccitati, voi e loro". Nelle scene successive sia Pinelli che Calabresi mostrano di non voler accettare questo clima di violenza; su questo idem sentire si costruisce il loro rapporto di reciproca stima. Per la cronaca lo scambio di libri tra i due c'è stato, anche se non si è svolto a Natale né in una libreria Feltrinelli. Calabresi regalò a Pinelli Mille milioni di uomini, quando ancora in questura a Milano speravano di "coltivare" un possibile informatore, e l'anarchico ricambiò con l'amato libro di Edgar Lee Masters*.
Nel film ci sono molti personaggi positivi: Aldo Moro, il colonnello dei carabinieri Alferano che conduce le "indagini parallele", il giudice Paolillo, i magistrati veneti Calogero e Stiz, perfino Saragat che, in uno dei sottofinali, pare pentirsi della tentazione di voler accettare - se non di aver auspicato - una svolta autoritaria, in nome della superiore fedeltà democratica. Visto che i "buoni" sono tanti si fatica a capire come mai abbiano perso. L'insistenza sulla figura di Moro è una delle forzature del film; appare fin dall'inizio, già presago delle sventure che capiteranno all'Italia e anche della sua tragica morte. Non è mai una persona, ma sempre un personaggio, lo sguardo dolente, gli occhi rivolti al cielo; eppure ben immerso nelle cose terrene, lo si vede ricevere rapporti segreti dei carabinieri - a che titolo un ministro degli esteri ha una sorta di servizio segreto personale? - e soprattutto, nel sottofinale già citato del pentimento di Saragat, è Moro che elabora e giustifica la teoria che a quel punto occorra coprire tutto con una coltre d'oblio, profezia che peraltro si è perfettamente avverata.
Il film cade nei dialoghi di fantasia, mentre è perfetto quando racconta episodi veri, come la conferenza stampa del questore Guida dopo la morte di Pinelli, un episodio da vedere e rivedere. L'altro dialogo di fantasia, oltre a quello tra Moro e Saragat, che non regge è quello tra Calabresi e Federico Umberto D'Amato, il "capo" dell'ufficio affari riservati del ministero dell'interno. Qui c'è la riserva più forte che ho da fare al film; siamo praticamente alla fine, Calabresi sta per essere ucciso - e noi lo sappiamo - dopo aver svolto delle indagini private che lo hanno portato a elaborare una teoria: quel 12 dicembre sarebbero scoppiate due bombe, una messa dagli anarchici a scopo dimostrativo, che sarebbe dovuta esplodere nella banca chiusa senza fare vittime, e una messa dagli estremisti di destra, con la complicità di uomini dei servizi, per uccidere, facendo ricadere la colpa sugli anarchici. Il film quindi finisce, chiudendo il cerchio sulla tesi degli "opposti estremismi". Giordana e i suoi sceneggiatori devono questa tesi - che è avallata nel film dal fatto da essere pronunciata da un "eroe" in un momento drammaturgicamente saliente - da un libro di Paolo Cucchiarelli. Il giornalista sostiene tre tesi: l'ipotesi delle due bombe di diversa matrice, il coinvolgimento di Giuseppe Pinelli negli attentati degli anarchici, anche precedenti a piazza Fontana, la presenza di Calabresi nel suo ufficio quando morì l'anarchico. Giordana, per rispettare l'idea di fondo del film, ossia la pacificazione, accoglie solo la prima ipotesi. Adriano Sofri ha scritto un libro, una sorta di istant e-book, intitolato 43 anni, pubblicato in rete e scaricabile gratuitamente. Spero lo leggerete e che leggerete anche La notte che Pinelli edito da Sellerio; la tesi del raddoppio delle bombe, degli attentatori, dei due taxi, è una forzatura che sfida logica e buon senso.
Il film, al di là di questo punto specifico, è prezioso per molte ragioni, ma soprattutto perché ci offre alcuni immagini "illuminanti" di quei mesi. Dà i brividi vedere la faccia di Marcello Guida e pensare che quella persona, già vicedirettore della colonia penale fascista di Ventotene, nel '69 era questore a Milano. Dà i brividi vedere che in quella questura si muoveva con un'autorità indefinita un emissario dell'ufficio affari riservati, un'assoluta anomalia istituzionale. Dà i brividi vedere un uomo dei servizi segreti, Guido Giannettini, che va a organizzare le azioni dei gruppi neofascisti veneti. Dà i brividi vedere Junio Valerio Borghese, persona che in un altro paese sarebbe stata in carcere, aspettare che il governo decreti lo stato d'emergenza, perché evidentemente qualcuno glielo aveva garantito. Dà i brividi vedere quanti fascisti e quanti uomini dei servizi erano infiltrati nei gruppi anarchici.
Il 12 dicembre non fu un episodio drammatico dello scontro tra destra e sinistra. L'Italia stava crescendo, stava cambiando in profondità, socialmente e culturalmente, prima ancora che politicamente; certo erano significativi i progressi elettorali del Pci, così come la crescita della coscienza operaia all'interno delle fabbriche, ma ancora più importanti erano i cambiamenti e i progressi della società. All'inizio del film Borghese arringa un'adunata fascista e significatrivamente proclama che il pericolo non viene tanto dai rossi quanto dalle donne che vogliono il divorzio, dai preti che vogliono sposarsi, dai giovani che contestano l'autorità dei loro insegnanti. Allora sì il paese era più avanti delle classi dirigenti, i notabili democristiani come Rumor, i relitti del fascismo come D'Amato e Guida; ora purtroppo il paese non è più avanti, ma cammina testa a testa, in una continua sfida al ribasso, con la propria classe dirigente, ma questa è un'altra storia. Questo straordinario cambiamento sociale era ormai avviato, sembrava inarrestabile, toccava larghi settori della società, e allora forze potenti si misero in moto per fermare questo cammino. C'era chi voleva tornare del tutto indietro, chi pensava che in Italia potesse succedere quello che era avvenuto in Grecia e fecero tutto quello che era in loro potere per farlo. In diverse momenti fummo vicinissimi al colpo di stato, ma in Italia il Pci era troppo forte e, in fondo, i vecchi democristiani, con tutto i loro difetti, non vollero davvero arrivare fino in fondo e preferirono fermarsi prima dell'abisso, perché c'erano valori in cui credevano con sincerità, al di là di ogni retorica. E poi c'era una società, fatta di donne e di uomini, di persone più o meno impegnate in politica, di vecchi e di giovani, che sapeva mobilitarsi: tra le immagini più belle del film ci sono quelle, vere, del funerale delle vittime. Scrive, con un po' di retorica, il cronista del Corriere il il 16 dicembre 1969, ma in simili occasioni anche la retorica è importante:
Fra le decine di migliaia di persone che gremivano il sagrato e la piazza gelida bagnata, c’erano gli operai in tuta blu con il nome della ditta cucito sul petto, fraternamente accanto ad altri uguali operai, in uniforme, agenti e carabinieri. C'erano studenti colmi di questa e quella dottrina, c'erano vecchine e ragazze vestite come vuole la buffa moda, contestatori e borghesi, poveri e ricchi, moderati ed estremisti di tutte le frange di destra e di sinistra. C'erano gli avversari di ieri e forse di domani. Non di oggi. Oggi era giorno di dolore, di preghiera, non di passioni.
Si lottò ancora molto, e molti morirono, a Milano e in tutta Italia. Ma la cosa peggiore non successe, anche perché ci fu quella risposta popolare.

* L'Antologia di Spoon river ritorna drammaticamente nella vita di Pinelli. Il pomeriggio del 12 dicembre Pinelli, dal circolo Ponte della Ghisolfa, scrive una lettera a un compagno trentino, Paolo Faccioli, in carcere per gli attentati di quell'anno. E' una sorta di "testamento" di Pinelli:
Caro Paolo,
rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco: ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita. Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficenti [sic] per riempire la giornata.
Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti. L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura. Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti.
Siccome tua madre non vuole che ti invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana, per altri libri dovresti dirmi tu i titoli. Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio in particolare da me ed un presto vederci.
Sulla tomba di Pinelli c'è una poesia di Masters, l'epitaffio di Carl Hamblin.


domenica 15 aprile 2012

Considerazioni libere (280): a proposito di bisogno di giustizia...

Chi legge con qualche assiduità queste mie "considerazioni" - ma anche un lettore occasionale - sa bene che non ho alcuna simpatia verso la Lega nord, un partito di destra e xenofobo, il cui leader ha dato un grande contributo alla scadimento della vita politica italiana. Detto questo mi stupisce un fatto: praticamente ogni giorno una diversa procura italiana apre un nuovo fascicolo su un qualche esponente di quel partito; ormai abbiamo perso il conto delle indagini in corso. Provo a fare due ipotesi. O quei fascicoli erano già "pronti", magari istruiti a seguito di denunce ed esposti di qualche ex-militante, ma venivano prudentemente tenuti "chiusi", perché la Lega era al governo e leghista era il ministro dell'interno. O quei fascicoli sono stati frettolosamente aperti, per seguire un facile consenso, perché una caratteristica dell'Italia, un vero e proprio "carattere originario" del nostro paese, è quello di essere ossequiosi verso il potente di turno, per poi maramaldeggiare quando questo sia caduto. Propendo per la prima ipotesi, visto che da tempo, almeno qui in Emilia-Romagna, terra di recente "conquista" per il Carroccio, si rincorrevano voci su una cattiva gestione del partito, tanto da esserci continue espulsioni e commissariamenti. Ad ogni modo, questo non getta una buona luce sulla presunta indipendenza della magistratura inquirente italiana e sull'obbligatorietà dell'azione penale.
Ieri è stata emessa la sentenza - a questo punto quella definitiva, mi pare di capire - sulla strage del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia a Brescia. Gli imputati sono stati tutti assolti, anche chi ha da tempo preferito una più sicura latitanza, e le parti civili, ossia i familiari delle vittime, sono state condannate al pagamento delle spese processuali. Non ci sono ormai più parole per descrivere lo sdegno civile per queste sentenze che si susseguono nella storia di questa, come di tutte le altre stragi italiane. In questa sede non posso addentrarmi in una storia processuale così complicata e probabilmente a questo punto la sentenza non poteva essere che di assoluzione. Le forze che hanno lavorato, fin da subito, per impedire di raggiungere una verità processuale erano potenti e ben ramificate all'interno delle istituzioni, dalla politica alle forze dell'ordine, passando per i servizi segreti. Certamente molti magistrati, alcuni per dolo, altri per incompetenza, molti altri per pedissequa accettazione dell'opinione dominante, hanno contribuito con efficacia a questa opera di sistematico depistaggio, aiutati da un sistema bizantino e cavilloso che favorisce ogni tipo di abuso.
Concludo con una notizia di un paio di settimane fa. La procura di Milano ha accusato, con prove schiaccianti, un magistrato calabrese di essere sostanzialmente a disposizione della 'ndrangheta. Pochi mesi prima lo stesso magistrato, su cui anni fa c'erano state altre indagini conclusasi con un provvedimento disciplinare, aveva avuto una promozione, in pratica automatica e poi ratificata dal Csm, legata unicamente alla sua anzianità di servizio.
Riportando queste notizie non voglio alimentare il qualunquismo ormai dilagante - e che temo sarà premiato alle prossime elezioni - ma mettere alcuni punti fermi su una questione centrale per la democrazia italiana. Nel ventennio che ci siamo lasciati alle spalle, dominato dalla figura di B., la polemica sulla giustizia è stata un elemento caratterizzante del dibattito politico: l'imputato B. ha cercato in ogni modo di limitare l'indipendenza del potere giudiziario, cercando in particolare di separare magistratura giudicante da magistratura inquirente e sottoponendo quest'ultima al potere esecutivo, e naturalmente i magistrati hanno cercato in ogni modo di resistere a questi attacchi, anche uscendo in qualche caso dalle prerogative e dai limiti costituzionali. Nel clima manicheo di quegli anni o si stava con B. o si stava con i magistrati. Io - che non sono mai stato con B.  - devo ammettere che questa polemica, così accesa, non ha aiutato la causa della magistratura. In Italia la giustizia non funziona e continuare a negarlo è un problema. Peraltro gli investitori internazionali seri - e non quelli che parlano per compiacere Monti & Co - spiegano che uno dei motivi per cui non investono in Italia è proprio il cattivo funzionamento della giustizia, molto più che i presunti limiti ai licenziamenti imposti dall'art. 18. Di fronte a qualunque critica i magistrati si limitano, in maniera corporativa - come fanno i taxisti - ad alzare le barricate, mettendo tutti a tacere citando Falcone, Borsellino e tutti gli altri magistrati che per questo paese, e per la giustizia, hanno sacrificato la vita. Fanno come quelli che impediscono si critichi la politica israeliana, sbandierando la Shoa. Se vogliono essere la coscienza critica di questo paese - e sa il cielo quanto bisogno di coscienza abbiamo bisogno noi italiani - i magistrati devono cominciare a riconoscere gli errori di una parte di loro. Dovrebbero fare lo stesso i giornalisti, i professori universitari, i medici, gli avvocati, ma francamente non siamo pronti per una tale rivoluzione, ma dai giudici abbiamo il diritto di pretenderlo con maggior forza. Io capisco bene che c'è una parte del paese - non minoritaria - che non ama le regole e quindi non ama chi quelle regole è chiamato a farle rispettare e soprattutto che c'è ancora chi - magari in maniera meno rozza di B. e dei suoi avvocati - cerca di limitare il potere autonomo della magistratura, ma finché non ci sarà da parte dei magistrati questa opera di verità, finché continueranno su questa strada, non troveranno molti alleati, saranno sempre una delle tante "caste" italiane, in perenne conflitto con le altre. Tanto più in questi tempi in cui tanti diritti sono sotto attacco, noi abbiamo bisogno di una magistratura seria, credibile e autorevole, perché da sempre sono gli ultimi ad avere più bisogno della giustizia, ad avere bisogno che i loro diritti vengano difesi.

venerdì 22 aprile 2011

Considerazioni libere (223): a proposito di quello che succede nel cuore dell'Europa...

Il 20 aprile, mercoledì, alla mattina, dopo aver letto sul Corriere il preoccupato articolo del regista e drammaturgo di origine ungherese Giorgio Pressburger sulla nuova costituzione del suo paese, ho deciso di scrivere una "considerazione" su questa vicenda, che è stata gravemente e colpevolmente sottovalutata dall'opinione pubblica europea. Quello stesso giorno, tornato a casa nel tardo pomeriggio, ho letto in rete la notizia che un finora sconosciuto deputato a servizio di B. aveva presentato un progetto di legge per cambiare l'art. 1 della nostra Costituzione.
Non mi interessa più di tanto entrare nel merito della proposta di questo tizio, visto quanto è peregrina e paradossale: una delle caratteristiche essenziali e peculiari del berlusconismo è sempre stato ed è ancora lo svilimento delle assemblee parlamentari, a cui ora, tutto d'un tratto, si vorrebbero sottomettere tutti gli altri organi istituzionali, comprese presidenza della Repubblica e corte costituzionale. Mi interessa invece intervenire sul metodo. Come era facile prevedere, il poveretto è stato subito scaricato e si è detto che si è trattato di un'iniziativa isolata e non concordata, eppure "c'è del metodo in questa follia". Così oggi nell'editoriale del Corriere, pur criticando la stupidità della proposta dell'ignaro deputato, Angelo Panebianco, con argomentazioni ben più intelligenti e sottili, trova l'occasione per dire che probabilmente il riferimento al lavoro nell'art. 1 andrebbe sostituito con un richiamo alla libertà. Ogni giorno viene lanciato un piccolo sasso e temo che presto ci troveremo davanti un cumulo tale da non poter più essere spostato. Per questo dobbiamo far capire al maggior numero possibile di persone che difendere la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, non è né l'esercizio retorico e un po' barboso di vecchi professori né il totem ideologico dell'estrema sinistra, ma qualcosa che riguarda tutti noi.
Torno così al tema, alla "considerazione" che avevo in mente lo scorso mercoledì. L'Ungheria non è un paese lontano, ma sta nel cuore dell'Europa. Fa parte dell'Unione e della Nato, ha una storia lunghissima che si è spesso intrecciata anche con la storia italiana, ha una grande tradizione culturale, come ci ricorda con giustificato orgoglio Pressburger. Eppure lunedì prossimo - il giorno non è scelto a caso, perché si vuole dare all'evento un forte connotato religioso - proprio in Ungheria entrerà in vigore una nuova costituzione di stampo fortemente reazionario, che porta indietro in maniera drammatica le lancette della storia, ai regimi fascisti degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Ogni democratico europeo dovrebbe sentire questa ferita, tanto più che avviene in un paese che per tutto il Novecento ha conosciuto e sofferto la durezza del totalitarismo: tra le due guerre il regime fascista dell'ammiraglio Horty, alleato di Hitler e Mussolini, e dopo la seconda guerra mondiale il regime comunista, normalizzato, dopo la troppo breve esperienza riformista di Imre Nagy, dalle truppe sovietiche nel '56.
La nuova costituzione è stata scritta e votata dal partito di maggioranza Fidesz, di impronta nazionalista e conservatrice, e da un partito della destra cattolica, i cui deputati insieme raggiungono i due terzi del parlamento. I partiti di sinistra, all'opposizione, hanno abbandonato l'aula in segno di protesta.
Dalla nuova costituzione scompare il nome Repubblica Ungherese per essere sostituito con quello di Paese Magiaro, identificando la struttura politica con la nazione etnica. Viene esteso il diritto di voto agli ungheresi che vivono nei paesi confinanti, prefigurando una sorta di Grande Ungheria, come la immaginava Horthy, ma non si fa alcun riferimento alle minoranze che vivono all'interno dei confini, ebrei e rom su tutti. la nuova costituzione mescola elementi di forte nazionalismo, di fondamentalismo cattolico e di ultraliberismo. Alcuni esempi. Il nuovo stato viene posto sotto la protezione della corona di santo Stefano e il testo è infarcito di riferimenti all'orgoglio magiaro. E' inserito il concetto di tutela della vita fin dal concepimento, in vista della prossima abolizione della legge sull'aborto, e non ci sono elementi di riconoscimento né per le minoranze religiose né per le coppie omosessuali. In nome della famiglia, i genitori esprimeranno il loro voto, alle elezioni politiche, anche a nome dei figli minorenni, un unicum nelle democrazie occidentali. Viene stabilita un'unica aliquota fiscale, pari al 16%, abolendo il criterio di progressività contributiva. Il fiorino è dichiarata moneta nazionale nella costituzione, così da rendere di fatto impossibile il passaggio all'euro. Il lavoro non è considerato un diritto, ma un obbligo - qui l'analogia è con la costituzione sovietica - per soddisfare coloro che pensano che gli zingari non lavorano perché non vogliono lavorare e quindi debbano essere puniti.
Rispetto all'ordinamento istituzionale la costituzione voluta da Fidesz prevede un netto rafforzamento del potere esecutivo, a scapito di quello legislativo e soprattutto di quello giudiziario. Viene limitata la sfera di intervento della corte costituzionale, che non potrà più occuparsi di temi riguardanti l'economia e la previdenza; la magistratura viene sottoposta al controllo del governo. A scanso di equivoci, ricordo ancora una volta che sto parlando della nuova costituzione ungherese, e non dei desiderata di B., anche se gli obiettivi tendono a sovrapporsi. La politica economica è sottratta al controllo parlamentare attraverso l'istituzione di un organo, il "consiglio del bilancio", nominato dal governo; tra i poteri di questo nuovo organo c'è anche quello di proporre lo scioglimento del parlamento, se il debito pubblico dovesse superare il 50% del pil.
La costituzione infine istituzionalizza la temuta Nmhh, ossia l'agenzia preposta al controllo sull'informazione, creata alla fine dell'anno scorso. Il governo ungherese infatti ha deciso di cancellare le redazioni giornalistiche di televisioni e radio pubbliche, sostituendolo con un unico centro d'informazioni statale, sotto il controllo della Nmhh. Inoltre a questa agenzia è stato assegnato il compito di comminare multe pesantissime per i mezzi di informazione che pubblichino articoli considerati "lesivi dell'interesse pubblico" o "politacamente non equilibrati".
Solo alcuni anni fa l'Austria subì una serie di sanzioni - peraltro pienamente giustificate - da parte dell'Unione europea, per il fatto che il partito di Haider era entrato nella coalizione di governo, senza comunque esprimere il cancelliere. Nonostante le dichiarate simpatie naziste di quel partito, non ci fu alcun emendamento alla costituzione e quella forza politica si è fortemente ridimensionata, anche prima della morte - che non rimpiangiamo - del suo leader. La nuova legge costituzionale ungherese è passata tra l'indifferenza delle cancellerie europee e degli intellettuali pronti a mobilitarsi per cause di paesi più lontani, eppure l'Ungheria in questo primo semestre del 2011 detiene la presidenza dell'Unione. L'Ungheria da lunedì prossimo non potrà essere considerata una democrazia. Preoccupa che questo lento scivolamento verso un regime di stampo e stile fascista sia avvenuto attraverso il consenso della grande maggioranza del popolo ungherese; è qualcosa su cui tutti noi europei democratici dovremmo interrogarci, perché i nostri paesi non sono certo immuni da questi germi, come dimostrano non solo B. e la Lega - che hanno fatto lunghi passi in quella direzione - ma anche certi atteggiamenti di Sarkozy.
Cosa abbiamo fatto o non abbiamo fatto per arrivare a questo punto? Cosa possiamo ancora fare? Il fascismo, sotto ogni nome si presenti, cresce grazie all'indifferenza e viene sconfitto dalla partecipazione e dall'impegno.

martedì 22 dicembre 2009

Considerazioni libere (49): a proposito della giustizia e della pena di morte...

In questi giorni di neve e gelo - l'informazione italiana preferisce sempre occuparsi di un disastro, più o meno annunciato, per poi passare ad altri disastri - è passata sotto silenzio una notizia proveniente dagli Stati Uniti. Alcuni giorni fa un tribunale della Florida ha definitivamente scagionato, grazie alla prova del Dna, James Bain dalla terribile accusa di aver rapito e violentato un bambino. L'omicidio è avvenuto nel 1974, quando Bain aveva soltanto 19 anni; allora non esisteva la prova del Dna e quest'uomo ha trascorso, da innocente, 35 anni in carcere. Aveva chiesto da oltre un decennio di sottoporsi alla prova del Dna, ma soltanto quest'anno un giudice ha accolto la sua richiesta, grazie all'impegno di "Innocence projet", una combattiva associazione dei diritti umani. L'uomo, che quando avvenne il sequestro del bambino era a casa sua con la sorella, fu arrestato dalla polizia in base a un affrettato identikit. La vittima dichiarò di essere stato stuprato da un giovane con le basette e i baffi, connotati rispondenti a quelli di Bain. Non è stato fatto un faccia a faccia tra i due, ma il bambino pensò di riconoscerlo in una fotografia. "In realtà - ha protestato l’avvocato Seth Miller dell'associazione "Innocence project" - la vittima fu spinta a farlo dalla polizia". Ha ammesso Ed Threadgill, l’ex procuratore della Florida che lo fece condannare: "Mi rammarico del tragico abbaglio, se ci fosse stata la prova del Dna lo avremmo evitato".
La storia di James Bain non è isolata. Dal 1989, ossia da quando i tribunali hanno accettato le prove del Dna per riesaminare casi già passati in giudicato, 248 detenuti innocenti sono stati scarcerati negli Stati Uniti, di questi 17 erano stati condannati a morte. La maggioranza di queste persone sono afroamericane. Kirk Bloodswort nel 1993 è stato il primo condannato a morte strappato alla sedia elettrica dalla prova del codice genetico. Bloodsworth era stato condannato per lo stupro e l'omicidio di una bambina di nove anni a Baltimora. Sempre proclamandosi innocente, chiese che le prove contro di lui venissero esaminate. All' inizio gli dissero che quella decisiva, le tracce di seme umano sui vestiti della vittima, era stata distrutta; poi, grazie alle pressioni di "Innocence project", la prova riapparve misteriosamente e Bloodswort potè essere scagionato in via definitiva.
Nonostante questi fatti, le esecuzioni quest’anno sono aumentate a 52, contro le 42 del 2007 e le 37 del 2008. Dobbiamo sempre ricordare che nel mondo ci sono ancora 85 Stati che prevedono effettivamente la pena di morte nel loro ordinamento. Voglio riportare un passo di un discorso che Norberto Bobbio tenne il 3 aprile del 1981 in occasione della sesta Assemblea annuale di "Amnesty International".
La pena di morte di morte non serve a diminuire i delitti di sangue. Ma se si riuscisse a dimostrare che li previene? Ecco allora che l'abolizionista deve fare ricorso a un'altra istanza, a un argomento di carattere morale, a un principio posto come assolutamente indiscutibile (un vero e proprio postulato etico). E questo argomento non può esser desunto che dall'imperativo morale: non uccidere, da accogliersi come un principio che ha valore assoluto. Ma come? Si potrebbe ribattere: l'individuo singolo ha diritto di uccidere per legittima difesa e la collettività no? Rispondo: la collettività non ha questo diritto perché la legittima difesa nasce e si giustifica soltanto come risposta immediata in istato di impossibilità di fare altrimenti; la risposta della collettività è mediata attraverso un procedimento, talora anche lungo, in cui si dibattono argomenti pro e contro; in altre parole la condanna a morte in seguito a un procedimento non è piú un omicidio per legittima difesa, ma un omicidio legale legalizzato, perpetrato a freddo, premeditato. Un omicidio che richiede degli esecutori, cioè persone autorizzate a uccidere. Non per nulla l'esecutore della pena di morte, per quanto autorizzato a uccidere, è sempre stato considerato un personaggio infame [...]. Questa autorizzazione non giustifica l'atto autorizzato e non lo giustifica, perché l'atto è ingiustificabile, ed è ingiustificabile perché è degradante per chi lo compie e per chi lo subisce (come si vede dicendo “degradante” uso un giudizio morale). Lo stato non può porsi sullo stesso piano del singolo individuo. L'individuo singolo agisce per rabbia, per passione, per interesse, per difesa. Lo stato risponde meditatamente, riflessivamente, razionalmente. Anch'esso ha il dovere di difendersi. Ma è troppo piú forte del singolo individuo per aver bisogno di spegnerne la vita a propria difesa. Lo stato ha il privilegio e il beneficio del monopolio della forza. Deve sentire tutta la responsabilità di questo privilegio e di questo beneficio. Capisco benissimo che è un ragionamento arduo, astratto, che può essere tacciato di moralismo ingenuo, di predica inutile. Ma cerchiamo di dare una ragione alla nostra ripugnanza alla pena di morte. La ragione è una sola: il comandamento di non uccidere.

martedì 13 ottobre 2009

Considerazioni libere (15): a proposito dei dubbi sul caso Polanski...

In questi giorni ho letto, come immagino avranno fatto molti di voi, vari articoli a commento dell'arresto di Roman Polanski e francamente non mi è facile avere un'idea precisa su quanto è accaduto e soprattutto su cosa sarebbe giusto che ora accadesse. Questo caso rende ben evidente che lo stesso concetto di giustizia è estremamente relativo e può essere interpretato in vari modi; al di là del dramma umano dei protagonisti, in particolare della giovane donna che è stata vittima della violenza, è un caso che ben si presta a esercitare l'arte del dubbio.
Mi ha colpito una tesi che solo apparentemente sembra paradossale: molti sostengono che il regista di origine polacca si faccia in qualche modo scudo della propria notorietà, della propria meritata fama, eppure Bernard-Henri Lévy sostiene che sia proprio la sua fama a danneggiarlo, perché se non fosse stato un personaggio pubblico, conosciuto in tutto il mondo, il procuratore avrebbe probabilmente insabbiato il caso, avvenuto molti anni prima e su cui c'era stato un accordo tra la vittima e il colpevole, mentre in questo caso, in vista delle elezioni (negli Stati Uniti i procuratori vengono eletti infatti), egli ha pensato bene di sollevare la propria campagna elettorale con un arresto che gli darà sicuramente notorietà e solleticherà gli istinti della parte più conservatrice dei suoi potenziali elettori. E' un ragionamento interessante, che dovrebbe far riflettere quanti, anche qui in Italia, sostengono con forza la tesi di eleggere i procuratori: questo sistema non garantisce i cittadini sull'imparzialità della giustizia, ma finisce per sottomettere le decisioni dei magistrati inquirenti a logiche in parte estranee alla necessità di punire i colpevoli e di difendere i diritti dei singoli e della società.
L'altro tema che si legge di frequente è quello che il genio dell'artista non può cancellare le colpe dell'uomo. Personalmente credo sia la questione di fondo nel caso di Polanski (e anche la più drammatica): egli ha commesso un reato molto grave ed è giusto che paghi per quello che ha fatto. Forse ha già scontato la sua pena, non solo perché ha pagato un indennizzo alla ragazza vittima della violenza, ma soprattutto perché questa storia ha in qualche modo segnato la sua vita di esule (seppur un esule molto ricco e celebrato con ogni onore). E' vero che la storia non si fa con i se, eppure se quella brutta storia non fosse successa, Polanski avrebbe continuato a vivere negli Stati Uniti, sarebbe stato più sereno (per quanto ciò sia concesso a un uomo) e forse avrebbe fatto film meno belli di quelli che ha fatto. Lo stato ha ancora il diritto di punire quell'uomo? Certamente sì, anche perché egli ha commesso un crimine grave che lede i diritti non solo della vittima, ma di tutte le donne: lo stato deve, in tutti i casi, punire chi abusa del proprio potere e della propria forza per sottomettere una persona più debole. Ma continuo ad avere dei dubbi che questo diritto legittimo sia giusto in senso assoluto.
Per quello che vale il mio giudizio penso che Polanski dovrebbe accettare con serenità il verdetto legittimo della corte che lo giudicherà, aspettandosi anche una condanna, che sarebbe assolutamente equa e che sarebbe, proprio grazie alla sua notorietà, ancora più efficace per rivendicare i diritti delle donne, e in particolare delle giovani donne, a non diventare oggetto di violenza da parte degli uomini. Forse a Polanski è toccata la parte del capro espiatorio e immagino che penserà che questo sia un'ingiustizia, ma egli è anche un artista e certo conosce Sofocle: da che parte sta la giustizia, con Antigone o con Creonte?

lunedì 5 ottobre 2009

Considerazioni libere (12): a proposito delle pene...

Nonostante alcune persone continuino a chiederne l'introduzione, la pena di morte è fortunatamente considerata nel nostro paese un fatto esecrabile, per cui molti di noi sostengono le iniziative e le campagne per arrivare a una moratoria prima, e all'abolizione poi, di questa pena in tutto il pianeta. Credo sia giusto continuare a condannare quegli stati che ancora la applicano, ma penso anche che non ci si debba fermare a questo tema: il trattamento che uno stato riserva ai carcerati è una cartina di tornasole del livello di democrazia in quello stesso paese. Le condizioni delle carceri italiane sono purtroppo lo specchio fedele delle inefficienze e delle ingiustizie del nostro paese
Mettere una persona in completo isolamento deve essere considerato una forma di tortura, e come tale condannata. Diversi studiosi hanno verificato che una persona che ha vissuto alcuni mesi in isolamento completo, senza alcun contatto con un altro essere umano, perde progressivamente ogni capacità di organizzarsi, tende a stare in una condizione di apatia, che può sfociare sia nella rabbia irrazionale sia nella depressione. Anche quando questa persona esce dall'isolamento fà un'enorme fatica a riprendere i contatti con le altre persone, fatica persino a ricominciare a parlare con loro. Certamente l'uso dell'isolamento è un metodo sbrigativo e sul momento efficace per reprimere fenomeni di violenza dentro un carcere, ma non risponde alle esigenze di umanità e di rieducazione che queste strutture dovrebbero perseguire.
Gli Stati Uniti sono un paese con un enorme numero di persone in carcere e soprattutto con un altissimo tasso di detenzione: il 25% della popolazione carceraria del mondo contro il 5% della popolazione mondiale. Nonostante nel 1890 (non è un errore, mi riferisco a più di un secolo fa) la Corte suprema avesse già affrontato il problema dell'isolamento, arrivando quasi a dichiararlo illegale, attualmente nelle supercarceri statunitensi ci sono dai 75 ai 100 mila carcerati in isolamento completo. Non esistono dati ufficiali, anche perché il sistema federale demanda l'ordinamento della giustizia ai singoli stati e i sovrintendenti delle varie carceri hanno ampi livelli di autonomia nell'applicazione di questa pena aggiuntiva. Solitamente l'isolamento è giustificato come un modo per reprimere la violenza dentro le carceri. Però non esistono dati che mettano in relazione la diffusione della violenza e l'uso dell'isolamento e neppure dati che confermino che un uso massiccio dell'isolamento faccia diminuire la violenza dentro le carceri (in alcuni stati anzi è avvenuto il contrario). Purtroppo il sistema dell'isolamento è popolare negli Stati Uniti, se un sovrintendente non lo applica si trova di fronte un'opinione pubblica che ne richiede l'utilizzo. Esistono invece studi che dimostrano come chi è uscito dai supercarceri, dove è frequente l'applicazione dell'isolamento e comunque i sistemi di controllo sono molto duri, ha una maggiore probabilità di tornare al crimine, anche perché è aumentato il suo senso di estraneità alla società e la sua voglia di ribellarsi.
In Gran Bretagna fino alla fine degli anni settanta il sistema carcerario prevedeva l'utilizzo frequente dell'isolamento, contro sia i criminali più violenti sia i terroristi dell'Ira. In seguito, per la necessità di ridurre i costi di detenzione e di fronte al fatto che non si riduceva il livello di violenza nelle carceri (ma anche grazie a un movimento dell'opinione pubblica), è cambiata radicalmente la strategia: ai detenuti più pericolosi e turbolenti vengono concesse maggiori opportunità di lavoro e di formazione, alloggiandoli in piccoli reparti di una decina di persone. Questa strategia ha pagato: il livello di violenza nelle carceri inglesi è diminuito in maniera costante e il numero di detenuti in isolamento di tutta la Gran Bretagna è inferiore a quello del solo Maine.

p.s. devo queste considerazioni al medico e scrittore Atul Gawande, che ha pubblicato un lungo articolo su The New Yorker, ripreso e tradotto nel nr. 815 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura

lunedì 28 settembre 2009

Considerazioni libere (7): a proposito della giustizia...

Voglio dedicare questa nota a un tema che è da tempo al centro della discussione politica in Italia (con toni spesso esasperati), partendo da un'idea che mi è stata sollecitata dal commento di Nadia a una mia nota di qualche giorno fa (la considerazione nr. 3, per la precisione).
Tra le molte cose che non funzionano in questo paese c'è sicuramente il sistema della giustizia. Certo ci sono magistrati e pubblici ministeri che lavorano moltissimo e che svolgono con coscienza il proprio lavoro. A queste persone dobbiamo essere grati, anche perché lavorano in condizioni di oggettiva difficoltà, con pochissimi mezzi (mentre in genere i "cattivi" sono, anche tecnologicamente, più avanti). Ci sono stati magistrati (davvero troppi), che sono stati uccisi proprio perché hanno difeso, contro tutti (a volte anche contro pezzi deviati dello stato), i principi della giustizia. E' un dovere civile ricordare ogni giorno queste persone, molto più di quello che facciamo, al di là dei pur doverosi anniversari.
Credo però che, specialmente noi di sinistra, non possiamo nasconderci dietro a un dito. Di fronte agli attacchi continui, violenti, interessati che ogni giorno il centrodestra (e in particolare Berlusconi e i suoi avvocati) portano alla giustizia italiana, non possiamo difendere in maniera acritica un sistema che funziona male. I cittadini vivono sulla propria pelle che la giustizia non funziona e non ci capiscono quando difendiamo la categoria così, a prescindere.
In Italia vedersi riconosciuti i propri diritti attraverso una causa civile è difficilissimo, richiede troppo tempo e troppi soldi, senza la certezza che si arrivi a un esito soddisfacente. Le cause penali sono lunghe e in tante occasioni non c'è la certezza della pena. Ogni grado di giudizio sembra avere il compito non di controllare quanto già stabilito, ma quello di stravolgere le sentenze dei gradi precedenti. Certo questo stato di cose dipende una legislazione barocca, che contiene norme contradditorie, che possono essere interpretate in un senso o nell'altro. Ma c'è anche la responsabilità di una "casta" di magistrati, che è ben attenta a difendere le proprie prerogative, ma poco capace di mettersi in gioco, anche di accettare delle responsabilità. Se un sostituto procuratore dedica gran parte delle sue energie, del proprio tempo e quindi delle risorse pubbliche, a intentare procedimenti che regolrmente portano all'assoluzione degli imputati, il suo lavoro è efficace, soprattutto è utile alla società? Che tutela hanno i cittadini, ma soprattutto che tutela ha lo stato? Perché un magistrato incapace o fannullone (i ritmi di lavoro di un tribunale sono spesso inadeguati rispetto alle esigenze dei cittadini) non può essere licenziato? Perché un magistrato che sottomette continuamente i principi costituzionali alle proprie convinzioni, politiche o etiche (per quanto rispettabili e legittime), non può essere rimosso?
Io non voglio che la magistratura venga controllata dal potere esecutivo, so bene quanto sia importante per uno stato moderno la divisione dei poteri, ma questo controllo non può neppure essere delegato a un sistema corporativo, così fortemente sindacalizzato, come è quello della magistratura in Italia. Mi rendo conto che questa considerazione rischia di essere impopolare, ma credo che superare questo stato di cose sia necessario proprio per tutelare quell'autonomia che è minacciata da interessi e da poteri così forti. Essere di sinistra vuol dire anche garantire la giustizia e il rispetto delle regole, perché sono i più deboli, i più poveri, che hanno bisogno delle regole. I ricchi, in qualche modo, se la cavano sempre.