martedì 31 ottobre 2017

Verba volant (451): zucca...

Zucca, sost. f.

Non ho una particolare passione per halloween e non ho addobbato casa con zucche e fantasmi; riconosco che il fatto di non avere figli piccoli mi permette di trascorrere la notte prima di ognissanti in assoluta tranquillità, pregustando il giorno festivo di metà settimana. Ma non sono uno di quelli che si scandalizza del fatto che da qualche anno abbiamo cominciato a celebrare questa festa dei morti, perché halloween - al netto delle zucche, dei fantasmi, di dolcetto o scherzetto - non è un'americanata, ma una festa tutta "nostra", che affonda le sue radici nelle più antiche tradizioni agricole della nostra storia.
Furono i celti a introdurre questa festa - che chiamavano samhain - come momento in cui celebrare a un tempo la fine dell'estate e gli spiriti dei morti. Quel popolo antico immaginava che l'anno cominciasse proprio all'inizio di novembre, perché - fatti gli ultimi raccolti a ottobre - si cominciava in quel mese a preparare i terreni per l'inverno e quindi per le messi dell'anno successivo. Si tratta di una tradizione che è arrivata sino a noi, visto che l'anno agrario comincia l'11 novembre e nelle nostre campagne a san Martino i fittavoli si trasferivano nei nuovi campi: e per questo noi diciamo ancora oggi "fare san Martino" per dire che traslochiamo.
Tornando a samhain, il fatto che quel giorno fosse come temporalmente sospeso tra l'anno che finiva e quello che cominciava faceva sì che fosse più facile la comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Nel giorno che non esisteva i morti potevano tornare sulla terra per rivedere i luoghi in cui avevano vissuto e soprattutto per incontrare nuovamente quelli che avevano lasciato sulla terra.
Naturalmente la chiesa cercò di impossessarsi anche di questa festa e quindi nell'835 venne istituita da papa Gregorio III la festa dei santi, proprio il 1° novembre, a cui Oddone di Cluny, poco meno di un secolo dopo, fece immediatamente seguire la commemorazione di tutti i defunti, per rendere ancora più forte il legame con gli antichi riti pagani. Ma le antiche tradizioni sono dure a morire. E così è nato halloween che in scozzese significa semplicemente all hallows' eve, ossia la notte di tutti gli spiriti, o di tutti i santi, a seconda di come la intendete.
E anche l'uso dei gruppi di ragazzini che girano di casa in casa chiedendo trick or treat non è proprio un'invenzione dei telefim americani. La notte di ognissanti nelle campagne romagnole era conosciuta anche come la carità di murt, perché i poveri giravano le case chiedendo da mangiare e quello che ricevevano serviva a placare, oltre la loro fame, anche le anime dei morti.
Ma ormai non è più tempo né di santi né di spiriti. E le feste servono soltanto a farci comprare qualcosa che non avremmo mai comprato in un giorno normale, qualcosa di cui non abbiamo bisogno e che non possiamo neppure permetterci. Ma ci fanno sentire in colpa se non addobbiamo la casa con una zucca luminosa o se non compriamo quei biscotti a forma di fantasma (o se non cambiamo il telefonino almeno una volta all'anno e non usiamo quello shampoo e così via); e se anche non li possiamo comprare, siamo disposti a indebitarci pur di far festa, perché a quella zucca non possiamo rinunciare, senza quei biscotti non possiamo stare (né senza l'ultimo modello di telefonino né senza quello shampoo). Tanto è facile ottenere un prestito; in questi giorni - come sempre - le pubblicità degli strozzini legali si alternano a quelle per halloween e poi a quelle per natale e via così, perché l'importante è che compriamo, e quando abbiamo finito i soldi, che facciamo debiti per continuare a comprare. E allora halloween è proprio la nostra festa, la festa dei morti, di quelli che sono vivi solo quando sono in fila alla cassa di un supermercato, la festa delle zucche vuote.

lunedì 30 ottobre 2017

Verba volant (450): radio...

Radio, sost. f.

La sera del 30 ottobre 1938 la Cbs interruppe un programma di musica da ballo per annunciare che degli extraterrestri erano sbarcati, con atteggiamento apertamente ostile, nel New Jersey. Ovviamente non erano arrivati gli omini verdi: si trattava della geniale trovata di un giovane autore, tal Orson Welles, che aveva adattato per la radio il romanzo La guerra dei mondi dello scrittore di fantascienza Herbert George Wells. Lo stesso Welles interpretava la parte dell'annunciatore a cui era toccata la ventura di raccontare in diretta lo sbarco degli alieni.
La storia è nota ed è raccontata in molti film - con un evidente omaggio all'autore di Citizen Kane. In Radio days di Woody Allen quella trasmissione mette in fuga lo spasimante della zia Bea, che, anche per colpa degli alieni deve mettere da parte il sogno di trovare finalmente marito. Secondo la vulgata quella trasmissione, nonostante fosse stata preceduta e seguita da un annuncio che si trattava di un programma di finzione, causò il panico, perché gli ascoltatori credettero davvero nell'arrivo dei marziani.
A dire il vero gli storici raccontano che non è andata esattamente così, non ci furono le scene di panico generalizzato che poi vennero raccontate e la trasmissione fu presa dalla grande maggioranza degli ascoltatori per quello che era: un'opera di finzione, uno spettacolo certamente ben riuscito. Un anno dopo le radio avrebbero annunciato un'altra invasione: quella della Polonia da parte delle truppe naziste e quella volta non era uno spettacolo, ma questa è evidentemente un'altra storia.
E allora perché si è creato un mito così duraturo su quella trasmissione? Naturalmente l'indole non proprio modesta di Welles contribuì molto all'affermarsi di questa leggenda, ma il vero elemento scatenante furono i giornali, che nei giorni successivi alla trasmissione cominciarono a scrivere articoli, enfatizzando episodi che pure c'erano stati, ingigantendo il numero delle telefonate ricevute quella sera dalla stazione radiofonica, contribuendo quindi a raccontare una cosa un po' diversa da quella che si era effettivamente svolta. Poi i giornali cominciarono a citarsi a vicenda e ben presto una notizia non vera - o non del tutto vera - riuscì ad affermarsi nell'immaginario dell'opinione pubblica e diventò vera.
Questo interesse quasi morboso della stampa era legato al fatto che la vera protagonista della storia era la radio, un mezzo giovane, potente, che si stava rapidamente imponendo e che era visto come un concorrente, se non come un vero e proprio pericolo dal tradizionale mondo della carta stampata.
Quando parliamo di fake news e del difficile rapporto tra i mezzi di informazione tradizionali e la rete, dovremmo ricordare questa storia.
Signore e signori, è la cosa più terribile alla quale abbia mai assistito...

mercoledì 25 ottobre 2017

Verba volant (449): rivoluzione...


Rivoluzione, sost. f.

Anche chi è radicalmente ostile a quella storia deve riconoscere che quello che avvenne in Russia tra il 25 e il 26 ottobre (ossia il 7 e l'8 novembre, secondo il calendario giuliano) del 1917 - appena cent'anni fa - è uno di quei momenti che hanno segnato la storia, che indicano uno spartiacque tra quello che c'è stato prima e quello che ci sarebbe stato dopo. Perché la Rivoluzione d'ottobre è un evento epocale che segna tutta la storia del Novecento, non solo in quel grande paese.
Quella rivoluzione rappresentò per tanti una speranza - in Italia durante il biennio rosso la parola d'ordine divenne "fare come in Russia" - e per pochi una minaccia e questo conflitto tra speranza e paura della rivoluzione è stato l'elemento che ha caratterizzato direttamente tutta la vicenda della prima metà del Novecento: l'affermarsi in tutta Europa del movimento operaio, al cui interno si consolidò proprio grazie a quella rivoluzione l'opzione marxista e socialista e la conseguente reazione fascista, con tutto quello che ha significato fino alla seconda guerra mondiale, sono incomprensibili senza la Rivoluzione d'ottobre. Anzi proprio quella rivoluzione fu l'elemento che segnò alla fine della Grande guerra il passaggio da un secolo all'altro, da un'era all'altra, perché la prima guerra mondiale sarebbe potuta finire come l'ennesimo scontro tra le potenze europee, come erano stati quelli dei secoli precedenti, ma il fatto che finì con la nascita di uno stato così radicalmente nuovo, davvero rivoluzionario, significava che la storia non sarebbe più stata la stessa. E non fu più la stessa.
L'equilibrio tra le cosiddette potenze nucleari uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale e il processo complesso e drammatico che ha condotto alla fine degli imperi coloniali sono conseguenze a lungo termine della Rivoluzione d'ottobre, perché per tanti popoli del mondo l'Urss fu un esempio e una guida. Perfino il mondo in cui viviamo ora, in cui è sparita l'Unione sovietica, il comunismo sconfitto è considerato alla stregua di un fenomeno politico criminale e il capitalismo ha trionfato senza freni, non solo nella politica, ma nel sentire delle persone, non si spiegherebbe senza la Rivoluzione del 25 e 26 ottobre 1917. La reazione odierna del capitalismo non sarebbe così violenta se non ci fosse stata quella rivoluzione, anche perché la paura del comunismo portò il capitalismo a autoriformarsi alla fine della seconda guerra mondiale, anche introducendo forme di pianificazione tipiche del comunismo. La fine di questo compromesso è la storia che noi ora viviamo.
Ovviamente per quelli come me, la cui storia politica risale in qualche modo a quell'evento, la Rivoluzione d'ottobre ha un significato anche emotivo, che va al di là di ogni analisi di tipo storico. Ed è qualcosa a cui non riusciamo a sottrarci anche quando siamo convinti di guardare a quegli eventi con distacco e con un obiettivo rigore storico.
Sarebbe stupido pensare a quella storia con nostalghia, oppure considerarla in maniera critica; e allo stesso modo non dobbiamo ogni volta prendere le distanze, come scusandoci, da quello che consideriamo giustamente sbagliato o addirittura criminale. La storia è quella, con quello che ci piace e quello che non ci piace, quello di cui siamo fieri e quello di cui ci vergogniamo, la storia non è un menu da cui possiamo scegliere à la carte, lasciando lì le purghe, il culto della personalità, lo stalinismo. La storia della Rivoluzione d'ottobre è tutta intera: prendere o lasciare.
Ed è così, tutta intera, la storia di molti di noi - perché non posso dimenticare che mio padre e tra le persone più importanti che ho conosciuto nella mia vita furono da giovani certamente stalinisti - ed è una storia di cui io sono orgoglioso e che rivendico, per quello che ancora ci insegna, per gli obiettivi che ancora ci impone, per i valori che ci devono guidare nella lotta. Perché in sostanza, al di là di ogni altra considerazione, è la parte giusta. E dobbiamo considerarci fortunati per il fatto che ci hanno insegnato a stare dalla parte giusta; ma è una fortuna che in qualche modo ci dobbiamo meritare, che dobbiamo coltivare e che dobbiamo portare avanti.

martedì 24 ottobre 2017

Verba volant (448): medaglia...

Medaglia, sost. f. 

Apprendo, con mio colpevole ritardo, che Virginio Merola, attuale sindaco di Bologna, ha deciso di istituire un premio, la medaglia al merito civico, in onore di uno dei suoi predecessori, Giorgio Guazzaloca, scomparso il 26 aprile di quest'anno.
Bologna dalla fine della seconda guerra mondiale ha avuto pochi sindaci: uno che ha fatto la storia di quella città e tre che per motivi diversi, essendo persone molto diverse, sono stati sindaci molto importanti e politici di grande statura. In questo Bologna è stata decisamente fortunata. Poi ha avuto - non in quest'ordine - un sindaco indegno di quella carica e quattro sindaci "normali", di cui uno migliore, uno decisamente peggiore, uno che poteva fare sicuramente di più e Giorgio Guazzaloca, che sarà ricordato come il primo sindaco non comunista di Bologna.
Ovviamente capisco il motivo politico che ha spinto il povero Virginio a istituire questo premio: in un momento di difficoltà e di confusione politica, ha voluto strizzare l'occhio a un pezzo di destra bolognese, quella degli affari e dei salotti, delle banche e delle botteghe, delle relazioni e dei saluti ipocriti sotto il Pavaglione, una Bologna di cui Guazzaloca è stato l'indiscusso protagonista, l'uomo che poteva essere sindaco del centrodestra e del centrosinistra, l'amico di tutti. In Virginio, uno dei tantissimi bolognesi nati molto lontani da questa città, c'è anche una certa voglia di accreditarsi in questo mondo in cui contano i quarti di nobiltà petroniana.
Per voi che non c'eravate a Bologna in quegli anni sarà utile ricordare qualcosa. Peraltro Virginio c'era, era il presidente del quartiere Savena e proprio in questa veste fu uno dei maggiori oppositori di Guazzaloca: anzi in qualche modo diventò un leader cittadino proprio grazie a Guazzaloca.
La capacità di Giorgio Guazzaloca è stata quella di riunire attorno alla sua candidatura tutte le variegate anime della destra bolognese, dai vecchi democristiani antifascisti ai giovani picchiatori di Forza nuova, dalla massoneria laica agli ambienti clericali. Tutti questi, rendendosi conto che potevano finalmente vincere o meglio che gli eredi del Pci potevano finalmente perdere, hanno fatto un passo indietro e hanno dato vita a un’alleanza litigiosa che infatti non è riuscita di fatto a governare. Guazzaloca, al di là di qualche leggenda metropolitana, non ha sfondato a sinistra, ha semplicemente - anche se semplice non è stato - riunito tutta la destra.
E ha vinto perché un pezzo consistente della sinistra non ha votato. Il vero problema emerso allora a Bologna fu l'autoreferenzialità di un gruppo dirigente che diede troppe cose per scontate, pensando che alla fine i voti sarebbero arrivati comunque; e soprattutto la presenza di una trama di interessi, sedimentati negli anni e ormai considerati intoccabili, che - anche non dando adito a comportamenti illeciti - finirono per prevalere sui valori, sugli obiettivi e sul disegno generale.
Credo che nel ’99, nonostante tutto, ci fosse ancora la possibilità di costruire qualcosa di diverso, proprio partendo dagli errori commessi. Ma noi f
acemmo l'errore di considerare Giorgio Guazzaloca una parentesi e ci fu fatale; invece con Guazzaloca cominciò un'altra storia.
Ora non sarà ovviamente questa medaglia che salverà l'amico Virginio dalla fine ingloriosa che lo attende, però questa piccola vicenda mi pare racconti meglio di altro cosa è diventata la sinistra bolognese, un tempo orgogliosa, forse fin troppo, della propria storia e ora all'affannosa ricerca di una storia che non le appartiene. E che finirà per distruggerla.

sabato 21 ottobre 2017

Verba volant (447): inquinamento...

Inquinamento, sost. m.

Non era mai spiovuto; ma, a un certo tempo, da diluvio era diventata pioggia, e poi un’acquerugiola fine fine, cheta cheta, ugual uguale: i nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto, ma leggiero e diafano; e il lume del crepuscolo fece vedere a Renzo il paese d’intorno.

E quella pioggia, quasi miracolosamente lavò via la peste. 
Anche noi oggi, nella grande pianura in cui vissero secoli fa Renzo e Lucia, aspettiamo la pioggia, sperando che spazzi via le polveri sottili e che renda un po' più respirabile l'aria. E così potremo tornare tranquillamente a prendere la nostra auto, per accompagnare nostro figlio nella scuola a pochi minuti da casa, per andare a comprare il pane nella strada parallela alla nostra, ma soprattutto per andare il sabato pomeriggio al centro commerciale. Potremo aumentare il riscaldamento in casa, perché non vogliamo indossare un maglione in più, e soprattutto nei negozi, perché vogliamo che le loro porte siano sempre aperte, d'estate e d'inverno. E quindi vai di condizionatore nei mesi della canicola e di termosifone in quelli del freddo: l'importante è che il cliente entri. 
La pioggia salvò la nostra pianura dalla peste nera, almeno a sentire don Lisander, che viveva in una Milano dove non c'era ancora il problema dell'inquinamento. E quando la pioggia finalmente finì, per lasciare il posto al sole, Renzo poté incontrare di nuovo Lucia, fra' Cristoforo poté sciogliere il voto che la giovane aveva fatto in preda alla paura e don Abbondio poté celebrare quelle nozze da lui tanto temute, tanto Rodrigo era morto e l'Innominato s'era convertito. 
Quando invece tornerà il sole, dopo le piogge che arriveranno nelle prossime ore, nei prossimi giorni, sulla pianura padana, don Ferrante e gli uomini di scienza come lui troveranno gli argomenti per spiegarci che l'inquinamento non dipende dalla nostra auto, dal nostro impianto di riscaldamento, ma che si tratta di un problema di altri, dei cinesi magari, che sono così lontani. Azzeccagarbugli troverà il modo di denunciare quegli amministratori coraggiosi che hanno cercato di fare qualcosa contro le aziende che inquinano. Ferrer si farà rieleggere per l'ennesima volta promettendoci che non limiterà la nostra libertà di andare in auto e di consumare energia. 
E noi saremo contenti, perché in sostanza siamo contenti che le cose vadano avanti così, siamo contenti di vivere nelle nostre case calde, di andare a lavorare in automobile, siamo contenti che l'aria sia irrespirabile, perché, come don Abbondio, abbiamo paura. Abbiamo paura di perdere quello che abbiamo raggiunto, se davvero provassimo a costruire un modello di sviluppo diverso, abbiamo paura di tornare indietro.
No, stavolta la pioggia non ci salverà.

venerdì 20 ottobre 2017

Verba volant (446): estradare...

Estradare, v. tr.

Se riconosciamo il principio che comminare una pena non deve e non può essere una forma di vendetta, dobbiamo trarne le conseguenze, anche quando non ci piacciono, ad esempio nel momento in cui affrontiamo la questione delle pene per i terroristi. Quando un movimento terrorista riconosce la propria sconfitta, finisce la necessità di punire i componenti di quel movimento, che evidentemente non sono più un pericolo per la società.
Pur riconoscendo che ci sono ancora diversi aspetti da chiarire nella vicenda del terrorismo di sinistra in Italia degli anni Settanta - ad esempio su come è stato infiltrato e su quanto questi infiltrati hanno influito sulla sua linea d'azione, fino al rischio di essere eterodiretto da forze dello stato che teoricamente doveva distruggere - è accettato ormai da tutti che quella stagione è politicamente chiusa e che quel terrorismo è stato sconfitto.
I terroristi possono quindi tornare nelle proprie case. Silenziosamente. Come effettivamente è avvenuto in questi anni e come sta avvenendo. Il silenzio è necessario per rispettare il dolore delle vittime che comprensibilmente soffrono per queste decisioni, per questa sorta di amnistia de facto, ma che non hanno alcun titolo per emettere sentenze e tanto meno per assegnare pene.
Detto questo mi pare che la colpa più grave di Cesare Battisti sia quella di non capire che sulla sua vicenda deve calare il silenzio. Come cala sempre sugli sconfitti. Battisti sembra voler sfidare questa regola, vuole apparire, fa di tutto affinché si parli di lui. La sua "fuga" - o viaggio non autorizzato per rifornirsi di vino, secondo la sua versione - i suoi brindisi a uso dei fotografi, le sue dichiarazioni a dir poco fantasiose secondo cui rischierebbe la vita a tornare in Italia, hanno reso la sua posizione indifendibile e soprattutto lo hanno reso ostaggio di piccoli maneggi politici, al limite della meschinità, che poco hanno a che fare con la giustizia: il presidente Temer vuole estradarlo solo per far vedere che è diverso da Lula e che in Brasile l'aria è cambiata, a uso dei suoi oppositori interni, il governo italiano vuole l'estradizione perché fa finta di essere rigoroso esecutore di una giustizia politica che normalmente non ha la forza di applicare. A nessuno ovviamente interessa nulla di Battisti - a parte il suo editore - e siccome lui sembra godere di questa situazione, francamente peggio per lui. Battisti ha perso l'occasione per chiedere solidarietà.

mercoledì 18 ottobre 2017

Verba volant (445): alternanza...

Alternanza, sost. f.

Molti di noi hanno praticato in gioventù una forma autogestita - e sostanzialmente illegale - di alternanza scuola-lavoro, ossia andavamo regolarmente a scuola e poi, a volte il pomeriggio, qualche volta il fine settimana, più spesso durante i mesi estivi, facevamo qualche lavoretto. Piccole cose, a volte per aiutare i nostri genitori nelle attività di famiglia, ma spesso anche fuori, e sempre senza tante formalità burocratiche. Guadagnavamo poco ovviamente, ma di quel poco eravamo contenti perché ci dava un senso di autonomia, più illusoria che reale. Non è che fossero momenti particolarmente formativi, non imparavamo certo un mestiere, ma scoprivamo il mondo del lavoro con le sue regole.
Imparavamo che dovevamo essere puntuali e che dovevamo fare il meglio possibile quello che ci veniva chiesto e che per quell'impegno dovevamo ottenere un compenso. Imparavamo anche che se chi lavorava con noi lo faceva poco o male, questo si ritorceva prima di tutto contro di noi: una cosa che avremmo imparato anche nel posto di lavoro "normale". In sostanza imparavamo il rispetto.
Eravamo sfruttati? Potevamo esserlo, ma i nostri "padroni" non erano McDonald's, erano in genere persone che i nostri genitori conoscevano - e magari i nostri genitori erano a loro volta i "padroni" dei loro figli - e le famiglie esercitavano - in questo come nel resto della nostra vita - un forte controllo sociale; e infatti se combinavamo qualcosa sul posto di lavoro la cosa che dovevamo temere di più erano le "reazioni" dei nostri genitori una volta tornati a casa.
Anche al netto della nostalgia che gioca sempre brutti scherzi, credo che quelle esperienze ci siano state, tutto sommato, utili. Curioso che tocchi a un comunista come me rimpiangere e lodare questa forma di sregolato proto-liberismo.
Proprio alla luce di queste mie lontane esperienze, sono solidale con le ragazze e i ragazzi che protestano contro l'alternanza scuola-lavoro prevista dalla cosiddetta "buona scuola". Perché i ragazzi non vengono pagati per quello che fanno e perché c'è pochissimo controllo su come vengono impiegati e su cosa effettivamente imparano. In sostanza la "buona scuola" ha offerto alle aziende una massa di ragazzi da impiegare, senza alcun costo, in lavori stupidi, ripetitivi, pesanti che comunque qualcuno avrebbe dovuto fare dietro retribuzione. Gli unici che ci guadagnano da questa operazione sono i padroni, dimostrando ancora una volta quanto l'azione di questo governo sia schiettamente di classe.
Questa alternanza insegna ai ragazzi che il loro ruolo all'interno del mondo del lavoro è quello degli sfruttati, che il loro lavoro non vale nulla perché non deve essere pagato e che loro non valgono nulla, perché possono essere rimpiazzati da altri. Esattamente quello che avviene per molti nel lavoro "vero". E così la "buona scuola" è il jobs act insegnato ai giovani.
Ragazzi, benvenuti nel mondo.

lunedì 16 ottobre 2017

Verba volant (444): produttore...

Produttore, sost. m.

Harvey Weinstein è malato e quindi deve essere curato in una qualche lussuosa clinica privata? No, Harvey Weinstein è un uomo che ha usato tutto il suo potere per commettere delle violenze su molte donne e quindi merita il carcere. Io non sono un tipo violento, ma volentieri a uno come lui lo taglierei; di netto. Detto questo credo che questa vicenda non riguardi solo lui e le sue vittime, ma in qualche modo tutti noi.
Da quanti anni Harvey Weinstein usava il suo potere in questo modo? Molti, probabilmente più di venti. Quante donne hanno subito le sue violenze? Molte, troppe. Quante persone sapevano o sospettavano? Molte di più di quelle che in questi giorni si sono scandalizzate. Infatti cosa è successo in questi anni? Niente. Perché quelle donne avevano troppa paura di denunciarlo, perché sapevano che non sarebbero state credute, che sarebbero state derise, oltraggiate, accusate di cercare pubblicità, perché loro sarebbero state considerate colpevoli e Weinstein la vittima. Perché gli uomini che sapevano erano pavidi o invidiosi - magari quelle bellissime donne si fossero concesse anche a loro - o peggio pensavano che Weinstein avesse un qualche diritto di chiedere quello che chiedeva, in cambio di una parte in un film di successo.
Mi piacerebbe pensare che la spettacolare caduta di Harvey Weinstein sia una vittoria delle donne, il segno che qualcosa sta finalmente cambiando. A leggere molti commenti - terribili quelli di tante donne - sulle attrici che hanno denunciato Weinstein sembra proprio di no. Temo che Weinstein sia caduto adesso solo perché non è più così forte come prima, quando pretendeva sesso dalle sue attrici, sapendo che sarebbe rimasto impunito. Per chi voleva togliere di mezzo il vecchio leone che mezzo migliore di uno scandalo sessuale, vero e documentato, in cui non c'era nulla da inventare? Anche questa è una forma di violenza sulle donne, un modo sporco di usare il loro corpo.
Viviamo in una società in cui è normale usare il corpo delle donne, per vendere un'automobile o per farci votare un partito politico. Viviamo in una società in cui le nostre mogli, le nostre sorelle, le nostre figlie, se solo avessimo il coraggio di ascoltarle, potrebbero raccontare cosa è successo a loro, quando hanno incontrato il "loro" Weinstein, cosa è costato loro rifiutare o accettare quelle proposte. Viviamo in una società in cui noi stessi abbiamo dato un voto più alto a quella studentessa così carina o abbiamo promosso quella nostra collega così bella; poi magari non abbiamo avuto il coraggio di provarci, ma anche noi siamo stati Weinstein. E' un film che non ci piace, ma che dobbiamo avere il coraggio di vedere.
Nessuno ci condanna per quel voto o per quella promozione, noi non ci condanniamo - non lo facciamo mai - e neppure le donne vittime di quel nostro abuso - sia quelle che ne hanno approfittato sia quelle che lo hanno subito, perché magari meritavano davvero quel posto - ma quel voto, quella promozione, sono una forma di violenza, o comunque sono un'ingiustizia e rappresentano la nostra debolezza e la nostra immaturità, perché, ancora una volta, abbiamo usato il corpo delle donne.
Noi non siamo Harvey Weinstein, non abbiamo il suo potere, non abbiamo le sue opportunità. Ma se avessimo quel potere? se avessimo quelle opportunità? Ovviamente possiamo mentire e dire che di fronte ad Angelina Jolie non ci avremmo neppure pensato. Oppure, come facciamo molto spesso, avremmo dato la colpa a lei. La bellezza delle donne non può continuare a essere il nostro alibi.
Il problema è che ci hanno insegnato a essere come Harvey Weinstein. E per questo non è malattia, come fosse il morbillo. E allora dobbiamo imparare un'altra lezione, completamente diversa: questa è la soluzione, l'unica soluzione possibile. Dobbiamo girare un altro film.
Ma ogni giorno ci allontaniamo da questa soluzione e soprattutto non facciamo assolutamente nulla affinché i nostri figli siano diversi da noi. E ogni giorno ci fanno vedere una spot pubblicitario in cui ci fanno desiderare Angelina Jolie, perché quel desiderio sessuale fa vendere più profumo. E così finiamo per considerare normale usare il corpo di una donna. Fino a che non siamo Harvey Weinstein e per spegnere quel desiderio possiamo prenderci direttamente quella donna.
Abbiamo bisogno di cambiare film. Dubito che da soli ce la faremo. Abbiamo bisogno di chiedere aiuto. Alle donne. Lo dobbiamo a noi stessi, ma soprattutto a loro.

mercoledì 11 ottobre 2017

Verba volant (443): sezione...

A Castrignano de' Greci, un piccolo comune della Grecìa salentina, ossia uno dei paesi in cui si parla ancora il griko, la sede del pd è passata, armi e bagagli, a Mdp. Mentre un'insegna veniva tolta e l'altra veniva messa, tra gli applausi dei militanti, sono risuonate le note dell'Internazionale: un tuffo nel passato, l'occasione per un piccolo articolo di colore, presto dimenticato.
Non sono mai andato a Castrignano, ma nella mia vita ho visitato parecchie sezioni, quando si chiamavano ancora così: spesso erano posti piuttosto tristi, a essere sincero. Non so se esista ancora la sezione di cui sono stato segretario molti anni fa. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi com'era la politica quando non c'era internet e c'erano invece le sezioni. A dire la verità quando allora parlavo in una sezione mi ascoltavano molte meno persone di quante adesso leggano le cose che scrivo nel mio blog. Con Facebook faccio conoscere le mie idee a persone che mai avrei potuto incontrare nella mia piccola sezione del contado bolognese - o anche quando facevo il funzionario della federazione -eppure allora facevo politica, mentre adesso le mie parole rimangono qui, sostanzialmente sterili, non avendo neppure la possibilità dell'oblio, come forse meriterebbero.
Io sono uno dei tanti che la politica l'ha conosciuta e imparata in sezione, perché, pur durante riunioni spesso noiose e talvolta inconcludenti, imparavi a parlare e soprattutto ad ascoltare prima di parlare; una buona abitudine che qui in rete abbiamo perso, visto che spesso commentiamo senza neppur aver letto quello che gli altri hanno scritto, solo in base a quello che pensiamo che abbiano scritto. La politica in sezione procedeva lentamente - e molte volte questa lentezza ti esasperava - qui in rete va decisamente più in fretta, ma quante volte ci siamo resi conto di aver scritto una cosa stupida solo perché non ci siamo presi neppure un minuto per pensare e abbiamo scritto di getto, magari commentando una notizia non vera. In sezione imparavi a capire cosa era importante e cosa no, imparavi che le opinioni di tutti erano importanti, ma che c'erano compagni il cui parere dovevi ascoltare con maggiore attenzione, perché non rappresentavano solo se stessi, ma altre persone che facevano lo stesso lavoro, o vivevano nella stessa zona o avevano lo stesso problema. Qui in rete invece siamo tutti allo stesso livello, sembra una conquista democratica, perché tutti contiamo uno: è vero, ma così nessuno rappresenta davvero gli interessi e i bisogni degli altri e quindi rischi di prendere per buona la cosa detta da una persona solo perché la dice prima o più forte degli altri, e magari è qualcosa che interessa solo a lui. La sezione serviva anche a radicare una rappresentanza, ma abbiamo voluto annullare perfino l'idea che ci servano strumenti per gestire la rappresentanza, pensiamo di poter dialogare direttamente con le persone che prendono le decisioni, ma siamo più deboli perché siamo soli e quella che ci sembra più democrazia - perché siamo "amici" su Facebook del sindaco, del senatore, del ministro e possiamo loro dire quello che pensiamo - è meno democrazia. La sezione poi rappresentava una comunità, un luogo, non solo fisico, in cui eri meno solo, in cui sapevi che c'erano altre persone che vivevano il tuo impegno.
So che queste riflessioni mi fanno sembrare uno che guarda solo indietro, perso nella nostalgia di un tempo che non verrà più. E' vero, e devo ammettere che già ai miei tempi le sezioni facevano fatica a vivere, se non erano animate da gruppi di compagne e compagni davvero molto volonterosi, che dedicavano a quello gran parte del loro tempo. E penso che una nostra responsabilità sia stata quella di non fare abbastanza per aiutare quelle compagne e quei compagni, perché pensavamo che le sezioni non fossero "moderne".
Non so bene cosa siano diventate le sezioni oggi, visto che non le frequento da diversi anni. Quello che leggo però mi preoccupa. Ho letto che a Bologna hanno praticamente chiuso tutte le sezioni che c'erano nei luoghi di lavoro - compresa quella "mitica" dei tramvieri - leggo che in vista del congresso della federazione ci sono sezioni in cui si sono visti raddoppiare gli iscritti in una notte. Non sono le sezioni che io conoscevo, anche se per lo più gli indirizzi sono gli stessi. Qualche anno fa conoscevo bene tutti i segretari di sezione di Bologna e della sua provincia, so che qualcuno di loro c'è ancora, ma è cambiato tutto, non solo l'insegna attaccata fuori della porta. E' cambiata l'idea che una sezione serva, perché si è immaginata che la politica debba vivere solo fuori. Anche allora dicevamo che la sezione non ci bastava, ma distruggere - come è stato fatto - quel tessuto ha significato distruggere un modo di fare politica, un modo che aveva sicuramente dei limiti, ma che ha contribuito a costruire la democrazia.
Sinceramente non so se può tornare il tempo delle sezioni, se basta cambiare per l'ennesima volta le insegne. Credo di no. Perché abbiamo distrutto ormai i ponti alle nostre spalle. E perché sarebbe anacronistico far finta che la rete non esista. Magari una generazione diversa dalla nostra capirà come sfruttarne le enormi possibilità per creare una nuova forma di comunità.   

martedì 10 ottobre 2017

Verba volant (442): italiano...

Italiano, agg. m.

E noi quando siamo diventati italiani? Non mi riferisco al paese, quello lo sappiamo - o almeno dovremmo saperlo, perché lo abbiamo studiato a scuola - nel 1861, anche se, come diceva il povero d'Azeglio, fatta l'Italia, non erano ancora stati fatti gli italiani. Voglio sapere invece quando ciascuno di noi è diventato italiano. E potrei fare la stessa domanda a un francese, a un cinese, a un neozelandese.
Burocraticamente sono italiano perché sono nato da due genitori italiani e quindi lo sono diventato così, all'improvviso, quando ne ero assolutamente inconsapevole. Poi lo sono progressivamente diventato perché ho imparato a parlare in italiano, perché sono andato a scuola, perché ho conosciuto la storia e la cultura di questo paese, di cui ero diventato cittadino a mia insaputa. Poi ho acquistato consapevolezza di essere un cittadino italiano quando, poco dopo aver compiuto diciott'anni, sono andato per la prima volta a votare. Immagino che per parecchi maschi la naja sia stato un altro elemento che ha contribuito a renderli italiani. E proprio perché essere italiano - ma anche essere francese, cinese, neozelandese - è qualcosa che riguarda la cultura e la consapevolezza di ciascuno di noi - molto più della burocrazia - adesso non mi definisco mai così. Mi sento emiliano più che italiano, europeo più che italiano, e più di tutto mi sento comunista più che italiano.
Per questa ragione credo che debba essere approvata prima possibile - perfino da questo parlamento così incredibilmente delegittimato - una legge che introduca lo ius soli al posto dello ius sanguinis: è un elemento di civiltà, al di là di ogni altra considerazione politica. Ma proprio per quello che ho detto prima questo dibattito, che pure impegna tante persone, tante coscienze - anche in buona fede - che anima la vita politica italiana in queste settimane, mi sembra inadeguato, proprio perché ho l'impressione che lo ius soli sia una specie di etichetta - certamente una bella etichetta - messa sopra un barattolo che però è vuoto.
Quali sono i diritti di cui devono godere una bambina e un bambino nati in Italia da genitori non italiani, ma che sono comunque italiani? Quali sono - o quali dovrebbero essere - i diritti di un cittadino, indipendentemente dal suo "suolo" e dal suo "sangue"? Su questo mi sembra che abbiamo idee piuttosto diverse. Perché molti sono convinti che basti un'uguaglianza formale: cari bambini, siete tutti italiani allo stesso modo e adesso gambe in spalla. Per me invece dietro quell'etichetta dovremmo cominciare a ragionare davvero di diritti, perché non è uguale se sei maschio o femmina, come non è uguale se sei ricco o povero. I maschi si prendono più diritti delle femmine e i ricchi se ne prendono ancora di più. E quindi, anche se Fatima e Maria sono entrambe burocraticamente italiane perché tutte e due sono nate in Italia, continuano a essere pagate meno di Mohamed e di Giuseppe, solo perché sono donne: essere o non essere italiane conta assai poco. Se Mohamed e Giuseppe lavorano entrambi in nero senza diritti, cambia poco che siano o non siano italiani.
Fatima e Mohamed sono nati in Italia e quindi sono italiani, ma che diritti ha un italiano? Per me è questa la domanda vera. Ed è anche per questo che la questione dello ius soli è così combattuta.  Perché Maria e Giuseppe, italiani perché nati in Italia, hanno pochissimi diritti, ne sono consapevoli e pensano - non del tutto a torto, a dire il vero - che quando anche Fatima e Mohamed diventeranno italiani, quel poco lo dovranno dividere e allora sarà pochissimo. E quindi difendono il loro poco: è naturale che lo facciano e non possiamo scandalizzarci. Dovremmo invece indignarci del fatto che sono sfruttati, indipendentemente da quello che dice il loro certificato di nascita.
La questione non è essere o non essere italiani - o francesi, o cinesi, o neozelandesi - ma essere o non essere sfruttati, perché siamo poveri, perché siamo donne, perché non abbiamo studiato. Allora cosa vuol dire essere italiano? Che significato può avere quel pezzo di carta per Fatima e Mohamed? Poco, perché anche loro sono consapevoli della società in cui hanno avuto la ventura di nascere e sanno che dovranno dividersi quel poco che qualcuno ha già e che quindi, una volta diviso, diventerà pochissimo, ma che a loro sembra già desiderabile, non avendo nulla. E qui rischia di nascere un conflitto, un conflitto che è già sotto gli occhi di tutti noi, anche se non lo vogliamo vedere; perché non vogliamo vedere che il dramma per tutti, per Fatima e per Giuseppe, per Maria e per Mohamed, è che non ci sono diritti, che quel vaso, con quella bella etichetta, è drammaticamente vuoto.

lunedì 9 ottobre 2017

Storie (X). "Senza mai perdere la tenerezza..."

Il dottor Ernesto osservava i bambini che giocavano a pallone nel cortile sotto le finestre del suo piccolo ambulatorio, alla periferia meridionale di Rosario. Non riusciva a ricordare i loro nomi, anche se li aveva visitati tutti, parecchie volte; ricordava un po' i nomi dei loro genitori, ma ancora meglio quelli dei loro nonni. Erano davvero molti anni che faceva il medico laggiù ed era il momento di smettere; a dire il vero era ormai da qualche anno che non usciva di notte per le emergenze, ci pensava il dottor Morales, che aveva meno della metà dei suoi anni e che sapeva usare il telefonino e il computer. E poi alla sua età non era prudente continuare ad andare in giro in motocicletta per le strade dissestate della città.
Il mondo là fuori era molto cambiato da quando si era laureato e aveva viaggiato per tutta l'America latina prima di ritornare a Rosario per fare il medico. Era sparita l'Unione sovietica e un nero era diventato presidente degli Stati Uniti. Lui continuava a definirsi un comunista - ormai erano pochissimi a farlo - non ricordava neppure più quando aveva cominciato a esserlo: era passato tanto tempo. Le periferie del mondo non erano affatto cambiate; anzi secondo lui la periferia di Rosario era cambiata in peggio negli ultimi cinquant'anni. Certo adesso c'erano più auto - e a causa dei loro scarichi si respirava molto peggio ed erano aumentate le malattie ai polmoni - c'erano i telefonini - e chissà che effetto avranno le onde che emettono tra qualche anno - c'era più cibo - ma quell'apparente abbondanza era a scapito della salute degli uomini e della terra. Rispetto a quando era più giovane quella sua periferia era più caotica e rumorosa e lui odiava la rozza immagine di persone che si muovevano come impazzite al ritmo di quel tremendo rumore della città. Non gli piaceva quello che vedeva dalla sua finestra e non gli piaceva diventare vecchio.
La vita di quei bambini che lui visitava tutti i giorni non era molto diversa da quella dei loro genitori e dei loro nonni. Riusciva a guarirne di più, non perché fosse diventato più bravo, ma perché c'erano medicine più efficaci, anche se troppe volte non c'erano abbastanza soldi per comprarle e quindi i bambini poveri di Rosario continuavano a morire, più che i bambini ricchi. Questa era un'ingiustizia che non riusciva a sopportare, non ci riusciva quando era giovane e non ci riusciva neppure adesso, anche se ormai era stanco e aveva capito che indignarsi non sarebbe servito a niente.
C'era stato un tempo in cui aveva pensato che non gli sarebbe bastato fare il medico, un tempo in cui avrebbe voluto impugnare le armi e andare a combattere. Strano che gli venisse in mente proprio adesso. In fondo era soddisfatto del suo lavoro, pensava alle persone che aveva salvato; diceva sempre che aveva più valore, un milione di volte, la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell'uomo più ricco della terra. E lui era riuscito a salvare molte vite dei poveri di Rosario.
Avrebbe voluto fare di più, avrebbe voluto cambiare il mondo, avrebbe voluto che le bambine e i bambini della sua città che lui aveva curato avessero avuto la possibilità anche loro di studiare e diventare magari medici, per salvare altre vite e insegnare ad altri bambini. Pensava alle bambine e ai bambini che morivano ogni giorno da qualche parte del mondo, in qualche periferia; lo diceva sempre al dottor Morales che sarebbe stato un bravo medico se avesse continuato a sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.
Amava quei bambini, pensava che il vero medico - come il vero rivoluzionario - dovrebbe essere sempre guidato da grandi sentimenti d'amore.
Mentre questi pensieri si affollavano nella sua testa, sentì un rumore e un bambino che cominciò a piangere. Era José - o Juan, non ricordava affatto i loro nomi - il figlio più piccolo di Estrela: era caduto, sanguinava. Prese la borsa e uscì in strada, come aveva fatto migliaia di volte. José - o Juan, non se lo ricordava proprio - non si era fatto nulla, si era solo spaventato e piangeva. Il dottor Ernesto lo prese in braccio, lo portò in ambulatorio e fasciò la ferita, come aveva fatto certamente anche con sua madre vent'anni prima. José - o Juan, neppure noi ci ricordiamo il suo nome - come tutti i bambini del quartiere sapeva che il dottor Ernesto lo avrebbe aiutato, ma ne aveva anche un po' paura: era quello che gli faceva le punture, che gli dava dei colpi sulla schiena, che gli dava le medicine cattive. Quando vide che il dottore frugava nella borsa pensò che cercasse una puntura. Invece ne tirò fuori una caramella, con la sua bella carta colorata e luccicante e gliela diede. Il bambino la prese, la scartò delicatamente, mise in tasca la carta e in bocca la caramella. "Ecco la tua medicina per oggi", brontolò il dottor Ernesto, "e adesso torna fuori".
Nonostante tutto il dottor Ernesto non aveva perso la tenerezza.

giovedì 5 ottobre 2017

da "Le città invisibili" di Italo Calvino

Zaira
Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d'un lampione e i piedi penzolanti d'un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l'altezza di quella ringhiera e il salto dell'adultero che la scavalca all'alba; l'inclinazione d'una grondaia e l'incedervi d'un gatto che s'infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all'improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell'usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo.
Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

mercoledì 4 ottobre 2017

Verba volant (441): legge...

Legge, sost. f.

Esattamente da quando noi di sinistra abbiamo cominciato a credere che rispettare le leggi sia un valore in sé? Posta così la domanda è volutamente provocatoria, eppure la questione mi ronza in mente da qualche giorno, perché in tanti, discutendo della vicenda catalana, hanno detto che i leader di quella regione hanno sbagliato perché le leggi spagnole non prevedono che si celebri un referendum avente come oggetto la secessione e sono sinceramente convinti che questo da solo basti ad argomentare la loro posizione. In sostanza se le leggi non ti consentono di farlo, non puoi farlo, al massimo puoi cercare di cambiare quelle leggi, sempre nel quadro di una legge superiore, come ad esempio una costituzione. Personalmente credo che i leader catalani abbiano commesso un gravissimo errore perché la secessione è la risposta politica sbagliata, ma non perché viola le leggi della Spagna.
Non mi interessa tornare sulla vicenda catalana, che ho usato solo come esempio, il tema che voglio affrontare è più complesso ed è proprio questo: il rapporto tra la politica e la legge. Riflettete: quando noi di sinistra pensiamo a persone che ci hanno ispirato, pensiamo a "criminali", a persone che hanno sistematicamente violato le leggi. Antonio Gramsci e Carlo Rosselli hanno deliberatamente disobbedito alle leggi del loro paese, Nelson Mandela e José Mujica erano considerati terroristi, i partigiani erano "banditi", il Che era un "bandito". E l'elenco potrebbe continuare molto a lungo, perché in fondo la storia della sinistra è proprio questo: scardinare l'ordine costituito - e le leggi che ne garantiscono la sopravvivenza - in nome di un ideale più alto, in nome del progresso politico e sociale. E' la storia di Antigone che viola le norme imposte dal re Creonte per rispettare leggi che per lei sono più importanti, che per lei hanno un valore superiore a quelle di volta in volta definite dall'autorità pubblica.
So che il tema è controverso. Io ovviamente non auspico che le persone scendano in piazza e inizino a commettere reati in nome di un ideale politico, di un qualsiasi ideale politico, soprattutto del mio, e so anche che le leggi nel corso del Novecento sono state spesso una conquista del movimento dei lavoratori. E infatti i padroni fanno di tutto per abolirle: pensate a cosa è stato fatto nel nostro paese contro lo Statuto dei lavoratori, una legge che noi dobbiamo difendere a ogni costo, o cosa hanno provato a fare - e proveranno ancora a fare - contro la nostra Costituzione. Io non sono contro le leggi, ma contro l'idea - che ho l'impressione stia prevalendo - che la lotta politica possa avvenire solo all'interno di un sistema di leggi definite.
In una partita di calcio è essenziale rispettare le regole: se una squadra scende in campo con ventidue giocatori vincerà certamente contro quella che ne schiererà solo undici, ma nella vita politica non dobbiamo per forza accettare di "giocare" con le regole che l'avversario ha scritto, magari per impedirci non solo di vincere, ma perfino di toccare palla. Invece ci stanno convincendo del contrario, tra l'altro creando una sorta di analogia tra la violenza e il non rispettare la legge. La nostra società rifiuta la violenza, anzi il rifiuto della violenza è una conquista della nostra società. I terroristi usano la violenza per cercare di cambiare leggi che loro considerano sbagliate e noi giustamente condanniamo il terrorismo, ma non dobbiamo condannare anche la disobbedienza e il conflitto che nasce da essa. Al potere costituito il terrorismo serve molto e lo vediamo proprio da questo: in questi anni ci hanno convinto che disobbedire al potere sia una forma di violenza e siccome la violenza è un male, ergo anche disobbedire è un male. No, i sillogismi non funzionano in politica. La violenza dei terroristi è una cosa, il rifiuto di obbedire a una legge che consideriamo ingiusta e la lotta per cambiarla, anche al di fuori delle norme, è un'altra cosa.
Perché la legge è importante non in sé, ma per quello che dice. L'etimologia della parola lex è complessa, ma probabilmente risale al verbo greco lèghein, che significa dire, parlare, è la stessa radice che troviamo in logos. La legge in sostanza è ciò che dice il potere, ne consegue quindi che ciò che interessa non è la legge, ma chi esercita il potere e quindi chi ha fatto quella legge. Se chi esercita il potere lo fa in maniera arbitraria, le sue leggi sono arbitrarie. E contro quelle leggi - e quel potere - abbiamo il dovere morale di opporci. La politica in fondo è questa cosa qui: la lotta per far prevalere un'idea di progresso, di crescita, di giustizia sociale. Almeno per la sinistra dovrebbe essere questo. E se per farlo è necessario violare le leggi, dovremo violarle, se per farlo è necessario il conflitto, non potremo sottrarci a combattere.

lunedì 2 ottobre 2017

Verba volant (440): messinscena...

Messinscena, sost. m.

Nei giorni scorsi, io - nel mio piccolissimo - ho difeso il diritto dei cittadini catalani di poter votare, specialmente dopo che il governo di Madrid ha tentato stupidamente di impedire questo voto. E proprio perché non considero il referendum una "messinscena", come ha detto domenica sera - ancor più stupidamente - il primo ministro spagnolo, credo occorra leggere i numeri di quel voto. E i numeri ci dicono con chiarezza che gli indipendentisti hanno perso; perché, nonostante la chiamata alle armi del governo catalano, oggettivamente favorita dalla reazione rabbiosa e antidemocratica di Madrid, solo il 42,6% dei catalani si è recata alle urne e nel complesso quelli che hanno votato sì rappresentano il 38% di tutti gli aventi diritto, una minoranza, per quanto significativa e agguerrita. Gli indipendentisti catalani sono andati peggio dei loro "cugini" scozzesi nel 2014. Esiste quindi in Catalogna una maggioranza dell'opinione pubblica che, evidentemente per ragioni anche molto diverse, ritiene che quella regione sia parte della Spagna.
Poi, nonostante questo chiarissimo risultato, dal momento che in democrazia non bastano i numeri, ma serve anche la politica, il vero sconfitto del giorno del referendum è stato Mariano Rajoy, perché ha dimostrato di non capire davvero nulla di politica e di non conoscere il paese che dovrebbe guidare. Rajoy si è dimostrato assolutamente incapace di gestire una situazione tutto sommato non troppo difficile da tenere sotto controllo. Poteva far finta di tollerare il referendum e domenica sera avrebbe potuto presentarsi in televisione, rivendicando la vittoria, ringraziando la maggioranza dei cittadini catalani, blandendo la parte meno estremista di quelli che avevano votato sì, gettando la sconfitta sui leader catalani. Invece ha voluto usare la forza e naturalmente questo gli si è ritorto contro e quindi adesso si ritrova un mucchio di macerie.
Rajoy si è dimostrato incapace perché non ha avuto la capacità di pensare a quello che sarebbe successo il giorno dopo. Non si è chiesto come potranno continuare a lavorare insieme gli uomini della polizia nazionale con i loro colleghi della polizia locale, dopo che li ha trattati da "disertori", li ha in qualche modo costretti a essere tali. E come lavoreranno i funzionari catalani che dovranno necessariamente continuare ad avere rapporti con quelli di Madrid? Nessuno - e questa è la vera disfatta del referendum - né da parte catalana né da parte spagnola aveva un disegno su cosa sarebbe dovuto succedere il giorno successivo al referendum.  Si è andati allo scontro, ma ovviamente lo scontro non poteva essere risolutivo, non è una corrida in cui il toro - o più raramente l'uomo - muore e quindi alla fine festeggi il vincitore. I due governi hanno cominciato una battaglia in cui ci sarebbero stati solo feriti, ma le ferite sono spesso molto difficili da dimenticare e queste ferite peseranno sulla storia dei prossimi anni della Spagna e della Catalogna. Quindi chi ha responsabilità di aver voluto infliggere questi colpi porterà su di sé questa colpa.
Spero che Rajoy si dimetta o che qualcuno lo costringa a dimettersi perché è veramente un incapace. Anzi un incapace stupido: la categoria peggiore.
E' difficile, ma credo potremmo sperare che da questa crisi nasca qualcosa. Sarebbe importante che i socialisti - che mi pare si stiano scrollando di dosso l'eredità centrista che è stata così esiziale per la sinistra europea - e quelli di Podemos avanzassero insieme una proposta per garantire alla Catalogna - e alle altre regioni spagnole - una forma di autonomia in un quadro federale, ragionando anche su quello che non può più essere un feticcio, ossia la monarchia borbonica voluta da Franco. Sarebbe bello pensare che questa crisi - così mal gestita da due destre - possa essere l'occasione per la rinascita, grazie alla sinistra, della República. Per tutta la Spagna.

domenica 1 ottobre 2017

da " Le Troiane" di Euripide


Tacere? No, non tacere. Piangere.
Su che cosa?
Le mie povere ossa!
In che stato sono ridotta,
stesa su un letto di pietra.
Testa, tempie, fianchi: è tutto un dolore.
Voglio contorcermi sul dorso,
oscillando sui fianchi
e accompagnare a questo moto
lacrime e lamenti senza fine.
Anche questa è musica per chi soffre,
gridare sciagure senza danze.
Voi, spose infelici dei Troiani armati di bronzo,
voi vergini destinate a tristi nozze
Ilio è ormai cenere,
piangiamo.
Inizierò il mio canto, come la rondine
lancia ai suoi piccoli lo strido acuto.