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giovedì 18 maggio 2017

Considerazioni libere (418): a proposito di un passato da lasciarci alle spalle...

Ho letto con amarezza e sconforto le ultime dichiarazioni di Pier Luigi Bersani, a cui, nonostante tutto, va riconosciuto il merito di esprimere quello che pensa in maniera chiara. In sostanza Bersani dice che occorre fare rinascere il centrosinistra - e fin qui non è una novità - attraverso una federazione di forze politiche, tra cui deve esserci necessariamente il pd renziano. Qui sta il primo dato problematico: Bersani prende atto del risultato delle primarie, che evidentemente pensava - illudendosi - sarebbero andate in modo diverso e riconosce il pd, da cui è uscito in maniera clamorosa, come elemento fondante dello schieramento di centrosinistra. Qui sta la parte più scivolosa del suo ragionamento: ne è egli stesso consapevole e infatti tenta di distinguere tra il gruppo dirigente renziano e i militanti renziani, questi ultimi secondo lui certamente legati al centrosinistra, dato non scontato per i primi. E proprio per questo Bersani spiega che renzi non può essere il federatore di questo nuovo centrosinistra. L'ex segretario del pd dice di avere in mente diverse figure che potrebbero svolgere questo ruolo, ma di questi possibili e immaginifici federatori cita soltanto Giuliano Pisapia.
Se il contributo di Bersani e dei suoi amici alla ricostruzione della sinistra in Italia si ferma qui, allora ringrazio, rifiuto e vado avanti. Conoscendo un po' Bersani e i suoi amici temevo che la montagna avrebbe partorito questo asfittico topolino. Certamente non voterò per Mdp se la prospettiva è quella di sostenere un centrosinistra con dentro il pd, perché il partito di renzi ormai non fa più parte di questo schieramento, non ne fanno più parte i suoi dirigenti né molti dei suoi iscritti: quelli del pd sono un'altra cosa, sono quello che in Francia è rappresentato da Macron, un movimento che si definisce di sinistra solo perché ha un'idea alta dei diritti civili. Ma pensare che le persone omosessuali si possano sposare non significa essere di sinistra; e infatti in Europa molti partiti dichiaratamente di destra sostengono questa tesi. Ho l'impressione che anche Bersani, che pure dice - giustamente - che "la sinistra esiste in natura" ha dimenticato cosa significhi essere di sinistra, probabilmente perché da tempo, da molto tempo prima che nascesse il pd, ha smesso di esserlo o almeno ha smesso di fare politiche di sinistra.
Naturalmente sono consapevole che nel pd è rimasta anche una quota non irrilevante di persone che davvero sono di sinistra, le conosco, so quanto valgono, ho lavorato insieme a loro troppi anni per non sapere cosa possono ancora dare, ma la scelta di rimanere in quel partito, per quanto umanamente comprensibile, è politicamente miope.
Sento che Pisapia, uno dei possibili federatori, parla di "nuovo Ulivo". No, basta. E dobbiamo dirlo prima di tutto noi, che abbiamo fatto quello vecchio, perché siamo stati noi a mettere le basi per il jobs act, per le privatizzazioni selvagge dei servizi pubblici, per la vendita ai privati dei beni comuni, per tutto quello che adesso imputiamo a renzi. E' colpa nostra se è nato renzi: o lo riconosciamo - e Bersani non mi pare disposto a farlo - o moriamo. Probabilmente a questo punto la seconda opzione è quella preferibile, perché finché noi continueremo a fare politica, ci sarà qualcuno che crederà che la sinistra è lo schifo che siamo stati noi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. La sinistra deve liberarsi di noi, del nostro buon senso, della nostra moderazione, della nostra capacità di essere corretti, deve gettarci via in maniera definitiva. E quindi dovete essere politicamente scorretti, smoderati, radicali, rivoluzionari perfino, tutto quello che noi non siamo stati, non abbiamo voluto essere. Prima lo farete meglio sarà.

venerdì 24 febbraio 2017

Considerazioni libere (417): a proposito di una notte che ci sembra senza fine...

La sinistra confusa e smarrita
Da strenuo avversario di quel partito, sono ovviamente contento che il pd sia imploso: c'è voluto molto tempo, troppo tempo, e abbiamo corso troppi rischi - se non ci fosse stato il NO del 4 dicembre adesso racconteremmo tutta un'altra storia - ma alla fine, per quanto uno cerchi di scuotere la bottiglia, acqua e olio non possono mescolarsi e il pd è destinato a finire come merita, come un partito centrista invischiato nella rete tesa da Verdini e dai suoi sodali. Tra un po' immagino che perfino Repubblica gli volterà le spalle, cercando un altro cavallo su cui puntare: renzi e il pd hanno appeal se hanno potere, quando lo perdono, smettono perfino di esistere. Probabilmente renzi continuerà a definirsi di sinistra - l'ha fatto anche nell'ultima assemblea del partito mal nato - ma tra poco abbandonerà anche queste ultime, estreme, fantasie, per rifugiarsi in una sorta di nuovismo tecnicista e vagamente compassionevole, che è la vera cifra del suo pensiero politico. Sic transit gloria mundi.
Domenica scorsa, morto il pd come partito di sinistra - con buona pace dei competitor scesi in campo a contendere le spoglie del cadavere - sono nati due nuovi partiti nella frammentata galassia di quelli che in questo paese si autodefiniscono di sinistra: a Rimini è nata Sinistra Italiana, mentre a Roma sono state gettate le basi per far rinascere qualcosa di simile a quello che sono stati i Ds. E poi in giro ci sono tanti cantieri, tanti laboratori, tante persone che - qualcuno perfino animato dalle migliori intenzioni - lavora per ricostruire la sinistra in Italia, dopo questi drammatici dieci anni dominati dal pd. Sinceramente nessuno di questi progetti mi entusiasma e comunque, a mio avviso, tutti sono inadeguati rispetto alle sfide a cui questo mondo così complicato ci mette di fronte. Mi rendo conto che la contemporaneità dell'assemblea del pd e del congresso di Sinistra Italiana ha finito per relegare quest'ultimo tra le notizie meno importanti: credo sarebbe successo comunque, perché ormai è passata l'idea che in fondo sia sempre il solito chiacchiericcio. E un po' è così; purtroppo.

La notte di cui non vediamo la fine
Il problema non è tanto che continuano a nascere nuovi partiti, ma che rischiano di essere indistinguibili l'uno dall'altro. Di notte tutti i gatti sono bigi, recita un antico proverbio. E' vero, dobbiamo renderci conto che è notte, è notte da molto tempo e lo sarà ancora per molto tempo; prima lo capiamo, meglio è.
Le risposte che vengono date in questi giorni all'annoso problema di cosa sia la sinistra, forse non sono sbagliate in sé - anche se in alcuni casi, come in quello di D'Alema e di Bersani, penso lo siano - ma soprattutto vengono date senza ascoltare le domande. Diventando vecchio, sono sempre meno paziente, e mi arrabbio quando vedo che si continua a perdere tempo. Il dibattito sulle alleanze è sterile, perché se unisci anche molti zero virgola non arrivi alla maggioranza e vince la destra. Io, come potete immaginare, anche per la mia storia personale, ho una grande considerazione per la politica, credo sia fondamentale nella vita delle persone, ma, a questo punto, al punto in cui siamo arrivati, credo che sia insufficiente a spiegare quello che la sinistra deve essere. E soprattutto sia insufficiente per tornare a essere una prospettiva credibile, capace di parlare alle persone che dovrebbe rappresentare e che, di conseguenza, dovrebbero votarla. Il problema non è che ci sono molti partiti, ma che ci sono pochi elettori.
In questi ultimi trent'anni abbiamo perso perfino il lessico comune della sinistra socialista, perché uno dopo l'altro abbiamo mandato al macero gli strumenti su cui quelle idee camminavano. Proviamo a uscire nel mondo vero, fuori dai social, fuori dai nostri giri consueti - perché troppo spesso ci parliamo addosso - e cerchiamo di capire cos'è la sinistra per quelle persone che dovrebbero essere di sinistra, perché sono povere, perché sono sfruttate dai loro padroni, perché il capitalismo le ha messe in ginocchio.
Ad esempio per queste persone la cooperazione cos'è? E' un modo come un altro di fare impresa. Cosa rende davvero diverso fare la spesa alla Coop o all'Esselunga? Temo nulla, se non le offerte, la qualità dei prodotti o i premi delle carte fedeltà. E troppo spesso anche per chi ci lavora c'è poca differenza tra un'impresa cooperativa e una "normale". Per molti la cooperazione è un modo di fare impresa senza pagare le tasse. Lo so che non è così, lo so che tante piccole cooperative svolgono un lavoro prezioso e hanno ideali antichi, ma per molte persone la cooperazione è questo - e tante volte purtroppo è questo - e se non ci mettiamo in relazione con queste persone - che sono la maggioranza - allora saremo sconfitti, perché continueranno a votare per Trump o per l'uomo forte del momento.
Per queste persone il sindacato cos'è? Non spiegatelo a me, che conosco il lavoro difficile di tanti sindacalisti che si impegnano con fatica sul territorio, ma a chi vede le organizzazioni sindacali come strutture distanti, incapaci di tutelarli. Ed è così, è anche così; i sindacati oggi sono un pezzo di quelle classi dirigenti che hanno portato la società in rovina, non sono antagonisti, ma in molti casi complici. Il problema non è solo il susseguirsi di episodi di malaffare, che pure pesano, di singoli esponenti del sindacato, ma l'incapacità di leggere la crisi di questi anni, di cui tutta la sinistra, sindacato compreso, è responsabile. All'inizio di questo millennio in tanti abbiamo applaudito convintamente alla cosiddetta "terza via", invece quello è stato un errore politico fatale, che troppi ancora non riconoscono. Per tante persone un partito cos'è? Lo strumento che alcuni usano per fare carriera e per diventare ricchi. Il luogo dove si parla, si parla, si parla, ma alla fine non si ottiene alcun risultato. Per chi vuole far crescere l'antipolitica una giornata come quella di domenica, con lo spettacolo indecoroso offerto dall'assemblea del pd, è un giorno da segnare in rosso sul calendario, un giorno di festa. Per vent'anni ci hanno spiegato che la politica è qualcosa che fa schifo e la profezia ormai si è avverata.
E non è che possiamo dire a tutti questi cittadini che sbagliano, perché non capiscono che valore abbiano le cooperative, i sindacati, i partiti. Non è che possiamo continuare a raccontare una storia a cui loro non riescono più a credere. Alle persone che hanno paura, che sono sfiduciate, che sono pronte a gettarsi in qualunque avventura, non possiamo più dare delle lezioni. Penso al tema dell'immigrazione: molte persone hanno paura dell'arrivo di poveri da altre parti del mondo. Noi non possiamo rispondere che stanno sbagliando, e continuare a proporre le solite soluzioni, perché i loro argomenti possono anche essere falsi, i dati su cui si basano sono sicuramente falsi - non c'è un'invasione - ma la loro paura è vera e con quella paura dobbiamo confrontarci. Se non lo facciamo vincono quelli che dicono che bisogna gettare a mare quei poveracci che arrivano da lontano. Perché le persone che hanno paura comincino a credere che un mondo diverso è possibile bisogna che tutti insieme ci facciamo carico delle paure, delle insicurezza, che costruiamo reti per aiutare le persone.

La sinistra che aiuta le persone 
Secondo me a questo punto dobbiamo ricominciare da capo, consapevoli degli errori che abbiamo commesso. Occorre fare un passo indietro, molto indietro. Nella seconda metà dell'Ottocento il movimento socialista agli albori, prima di essere un partito, è stato una rete di aiuto concreto alle persone.
Mi viene sempre in mente il film I compagni di Mario Monicelli, in cui si racconta la storia delle lotte di una fabbrica tessile di Torino alla fine di quel secolo. Il socialismo prima di ogni altra cosa era rappresentato dalle collette che i lavoratori organizzavano ogni volta che uno di loro si ammalava o finiva in carcere o moriva e quindi lasciava la propria famiglia in enorme difficoltà. Quelle persone non avevano sempre le idee chiare, non erano sempre socialisti - basta vedere come trattavano il loro collega venuto dal sud, su cui esercitavano un razzismo che farebbe impallidire i leghisti di oggi, o come consideravano le donne - ma capivano che dovevano aiutarsi gli uni con gli altri e organizzavano questa forma di solidarietà, anche come forma di resistenza a un potere che li opprimeva. Il socialismo nasce prima di tutto come questo sistema di aiuto e solo in un secondo tempo è diventato un movimento politico. Senza quella concretezza iniziale sarebbe stato impossibile organizzarsi per fare altre battaglie. Quegli uomini e quelle donne capirono in quel modo, attraverso quella rete di solidarietà, che quello era il modo di affrancarsi, di lottare, di coltivare una speranza. E di creare una comunità.
Credo che siamo tornati a quei tempi lì, e infatti, come allora, di fronte a questa crisi si fa strada una risposta di destra: allora fu il fascismo, oggi è la propaganda che chiamiamo populista, quella di personaggi come Trump, ma gli obiettivi sono sempre quelli: preservare i privilegi dei ricchi e gli squilibri tra le classi, facendo finta di combatterli. Oggi per tante persone le cure mediche sono un lusso, la perdita del lavoro può gettare un'intera famiglia nella povertà, un lavoratore è disposto a rinunciare a diritti anche elementari pur di poter continuare a lavorare, un povero vede in un altro povero un nemico, qualcuno che gli toglie quel poco di cui crede di avere diritto. Per questo credo occorra ripartire da forme, anche elementari, di mutualismo, abbiamo bisogno di ricostruire quelle reti di protezione sociale che le famiglie non riescono più a organizzare e che lo stato - anche quando la sinistra era al governo - ha volutamente fatto fallire. Questa adesso è la priorità.
Alle persone che non capiscono quale sia la differenza tra destra e sinistra non possiamo dire che la soluzione è far nascere un nuovo partito o un partito nuovo. Se ci limitiamo a questo ci volteranno le spalle; credo anche giustamente, perché non possiamo riproporre sempre le stesse cose. Dobbiamo prima di tutto farci carico degli errori che abbiamo commesso. E questa ostinazione è uno dei più gravi.
Tra quelli che sono impegnati in questi mesi a ripensare la sinistra vedo che vanno particolarmente di moda metafore del tipo "occorre costruire ponti". Per costruire qualcosa ci vuole un progetto, e, anche se lo abbiamo, siamo sicuri che quel ponte così ben costruito serva a qualcosa? Rischiamo di avere un bel ponte, ma non le due rive da collegare. Io credo invece che occorra gettare dei semi, anche sapendo che da molti di questi non nascerà nulla, perché la terra è arida, perché le condizioni atmosferiche sono avverse, perché c'è qualcuno pronto a sradicare le piantine appena si fanno largo tra le zolle. Eppure chi avrebbe detto che dalle lotte di quegli operai a metà dell'Ottocento sarebbe sorto un movimento come quello socialista, capace di caratterizzare una parte significativa della storia del secolo successivo? Certo noi abbiamo avuto la forza di distruggerlo dall'interno - e ne paghiamo le conseguenze - ma credo possa rinascere, ripartendo da associazioni, da gruppi spontanei, da forme di aiuto sociale, da strumenti di mutualità solidale, in sostanza dal provare a resistere a questo mondo così violento.
E dobbiamo contemporaneamente fare comunità, anche creando momenti di aggregazione. Siamo sempre più soli, anche se questo strumento in cui scriviamo e leggiamo, ci illude del contrario, e abbiamo bisogno di comunità. Il partito, quando funzionava, era anche questo, andare in sezione era un modo per vedere altre persone, organizzare le feste era un'occasione per lavorare con altri, la casa del popolo era un punto di aggregazione politica perché era anche e soprattutto un momento di aggregazione sportiva, sociale, culturale, di divertimento. Sono convinto che gruppi di acquisto solidale, movimenti per il diritto alla casa, reti di volontariato, associazioni che organizzano ambulatori nelle periferie, artisti che portano i loro lavori tra le persone, servano di più a costruire una cultura di sinistra che i nostri documenti che nessuno leggerà, per quanto ben scritti.
Penso che la politica politicante - passatemi il brutto termine - debba fare un passo indietro e si debba assumere il compito soltanto di evitare che la terra si inaridisca del tutto e che le piante possano in qualche modo resistere, poi dovranno crescere per conto loro e cresceranno.
E noi non dobbiamo avere la pretesa di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ne abbiamo perso il diritto, mi pare. E non dobbiamo metterci per forza un'etichetta politica o avere l'ansia di avere un simbolo da presentare alle elezioni. E forse, prima o poi, questa notte finirà.

martedì 6 dicembre 2016

Considerazioni libere (414): a proposito di un ciclo che si chiude (e di un altro che si apre)...

La crisi che si è aperta con il fragoroso voto di domenica 4 dicembre e con le conseguenti e inevitabili dimissioni del presidente del consiglio è ora nelle mani del Presidente della Repubblica, come è giusto che sia. Come in un grande gioco dell'oca, un colpo di dadi ci ha riportati alla casella di partenza: perché non possiamo dimenticare che il referendum ha chiuso un ciclo politico cominciato esattamente cinque anni fa, proprio nelle ovattate stanze del Quirinale.
Se non ricordiamo quei giorni del novembre 2011 facciamo fatica a inquadrare con esattezza quello che è successo domenica. Sotto la spinta fortissima delle autorità finanziarie europee - dovete ricordare la lettera a firma Trichet-Draghi che imponeva una serie di riforme, di fatto commissariando l'esecutivo, i risolini di Merkel e Sarkozy, il clima da fine impero di quelle settimane - l'allora inquilino del Quirinale, con una forzatura istituzionale e in maniera assolutamente irrituale, fece dimettere il presidente del consiglio in carica, forte comunque di un mandato elettorale, e nominò a quella carica Mario Monti, opportunamente fatto diventare senatore a vita pochi giorni prima di quella investitura. Molte persone applaudirono a quel cambio di governo, una folla festeggiò in piazza del Quirinale, perché allora il premier era Berlusconi, ma quella gioia fu un errore e un'illusione. Fu un errore festeggiare la fine del nostro avversario politico proprio perché avveniva a quel modo, al di fuori della prassi costituzionale, e fu un'illusione, perché la situazione non sarebbe migliorata senza Berlusconi. Anzi.
Dal novembre del 2011 il nostro paese ha vissuto in una sorta di perenne stato di emergenza, con i nostri conti sotto la tagliola delle autorità di Bruxelles e Francoforte e soprattutto con un ruolo predominante del Presidente della Repubblica, diventato, anche per la debolezza degli altri attori politici, il dominus della politica italiana, tanto da essere rieletto a quella carica, un'altra forzatura istituzionale che ha violato lo spirito, se non la lettera, della Costituzione. Certo formalmente in questi cinque il governo ha sempre ottenuto la fiducia del parlamento, ma non si poteva diventare premier senza l'avallo del Quirinale, come ha provato a sua spese il povero Bersani; certo in questi cinque anni l'Italia ha continuato a essere una repubblica parlamentare, ma è stata un'altra cosa, perché l'attività legislativa è stata di fatto delegata all'esecutivo, e siamo andati avanti a colpi di decreti, su cui si imponeva il voto di fiducia per tacitare il parlamento; certo in questi cinque anni la Costituzione era ancora in vigore, ma è stata modificata in alcuni punti fondamentali, come con l'introduzione dell'obbligo del pareggio di bilancio, che segna il passaggio di sovranità alle istituzioni europee. La riforma che abbiamo bocciato domenica scorsa faceva diventare norma costituzionale quello che Napolitano aveva imposto nella pratica e infatti il vero sconfitto del 4 dicembre è il presidente emerito, anche più di renzi, perché è lui il vero padre di questa riforma.
Con il voto del 4 dicembre, con quel nostro NO, abbiamo detto che quella riforma non ci va bene, perché toglie potere ai cittadini, perché mina il principio di rappresentanza che è vitale per una democrazia. Il voto del 4 dicembre è stato importante soprattutto per questo.
Poi, chiuso un ciclo, occorre aprirne un altro e non è chiaro cosa succederà. Certo molto dipende dall'attuale Presidente, la cui prudenza fino ad ora è stata al limite dell'inconsistenza, perché nel disegno costruito dal suo predecessore poteva esserci solo un uomo forte e ora quell'uomo sedeva a Palazzo Chigi, quindi al Quirinale doveva esserci qualcuno che si limitasse al taglio dei nastri, alle cerimonie istituzionali, ai messaggi rassicuranti di fine anno. Inaspettatamente all'uomo in grigio del Quirinale adesso tocca gestire questa fase di vuoto. Speriamo che ascolti la voce che si è alzata dal paese e soprattutto che si attenga allo spirito della Costituzione, come la maggioranza di noi gli ha chiesto con il voto di domenica. Personalmente non ho molta fiducia, ma l'uomo, da vecchio democristiano, potrebbe stupirci.

martedì 2 febbraio 2016

Considerazioni libere (407): a proposito di come è cambiato quel mondo piccolo...


Se non siete di questa zona, se non conoscete la bassa emiliana, in particolare i paesi lungo la riva del Po, forse il nome Brescello non vi dice nulla, ma sicuramente conoscete la sua piazza, perché è una delle più famose della storia del cinema. Non esagero. Provate ad andare una domenica in questo piccolo paese in provincia di Reggio - a proposito, se venite da queste parti, fatemelo sapere, Zaira ed io vi saluteremo volentieri e vi daremo qualche consiglio su dove andare a mangiare - e incontrerete turisti stranieri che si fanno le foto davanti al carro armato o che guardano la campana, quella senza il batacchio naturalmente, ricordando in maniera precisa la scena in cui Peppone ci rimane sotto, perché i film tratti dalle storie di don Camillo sono conosciuti davvero in tutto il mondo.
Brescello non era il paese in cui il parmense Guareschi aveva immaginato le sue storie, ma venne scelto perché aveva le caratteristiche migliori da un punto di vista cinematografico e così è diventato, per tutto il mondo, il paese di Peppone e don Camillo. Ed il paese stesso, con la chiesa, la stazione, il municipio, le case, le botteghe, la grande piazza, è diventato in qualche modo uno dei protagonisti del film, il terzo personaggio, anche perché Peppone e don Camillo non sanno immaginarsi e non potrebbero vivere in un altro posto. Appena si allontanano, ne sentono immediatamente la nostalgia; e debbono tornarci. E' una nostalgia che prende talvolta anche noi, che pure non siamo nati a Brescello.
Quel piccolo paese ha quindi avuto l'opportunità, per molti anni, di rappresentare l'Italia - un'Italia bella, di cui amiamo considerarci figli - grazie alla capacità di Giovanni Guareschi di raccontare le storie del mondo piccolo e a quella di un formidabile gruppo di registi, sceneggiatori, attori, tecnici, che le hanno sapute trasformare in racconti cinematografici. Quei libri e soprattutto quei film hanno avuto un tale successo, non solo in Italia, perché raccontano storie universali, pur partendo dalle vicende di un paese lungo le rive del Po. E quelle storie hanno ancora un tale successo, perché sono vere, perché Guareschi racconta un'Italia vera, un'Italia che oggi naturalmente non c'è più. Fortunatamente non c'è più. E non c'è più anche per merito di persone come Peppone e don Camillo. Io ho avuto la fortuna di conoscerne molti di Peppone, alcuni di loro mi hanno insegnato la politica. E non solo.
Quell'Italia là non era migliore dell'Italia di oggi, come qualche volta potremmo pensare, sprofondati nello schifo in cui ci troviamo. O almeno nessuno di noi vorrebbe davvero tornare a vivere in quegli anni: ci siamo abituati troppo bene. Pur essendo commedie e dovendo finire bene, quei film raccontano un'Italia in cui c'era una miseria terribile, in cui per tante famiglie mangiare tutti i giorni non era affatto scontato, perché magari la terra era cattiva come quella della Bruciata o perché un fittavolo poteva essere sfrattato, con tutta la sua famiglia, senza sapere dove andare. Racconta un'Italia di contrapposizioni politiche e sociali molto dure, in cui gli scioperi duravano giorni e mettevano a rischio la vita delle persone, anche perché facevano morire le mucche che non venivano munte, e in cui la violenza era un aspetto non secondario della lotta politica, e di questo si poteva morire, come il giovane comunista per cui Peppone e don Camillo suonano le loro campane. Nel mondo piccolo raccontato da Guareschi si viveva con la paura, perché il grande fiume incombeva sulle vite di quei territori e poteva trasformarsi da fonte di vita a pericolo mortale. C'era generosità, rispetto per le persone, senso della memoria, ma c'erano anche tante meschinerie, tante paure, tanta ignoranza, che Guareschi racconta senza ipocrisie. Però quella Brescello lì raccontava l'Italia uscita dalla guerra, anzi che di guerre ne aveva combattute due; e quelli che vivevano a Brescello erano sempre stati sconfitti, perché i poveri le perdono sempre le guerre. Raccontava un'Italia che lavorava, in cui il lavoro era fondamentale: non per niente era la parola che, per una volta d'accordo, Peppone e don Camillo, avevano voluto nel primo articolo della nuova Costituzione. Raccontava un'Italia che voleva crescere, che voleva studiare, che voleva far studiare i propri figli - e per questo accettava ogni sacrificio - che voleva finalmente uscire dalla miseria, ma tutta insieme, cercando che nessuno rimanesse indietro. E ci sono anche riusciti Peppone e don Camillo, hanno fatto tanto e di quello che hanno fatto dobbiamo essere loro grati. Come dobbiamo riconoscerne i limiti, che pure ci sono stati.
Brescello oggi non è solo il paese di Peppone e don Camillo, è anche un paese della 'ndrangheta. E' una di quelle realtà del nord in cui la criminalità ha preso piede, in maniera molto diversa da come aveva fatto storicamente nel Mezzogiorno, ma in maniera non meno permeante. A Brescello i mafiosi non sparano, ma fanno affari, prestano denaro, sostengono aziende in crisi, offrono servizi a basso costo, assumono un ruolo politico. A Brescello i mafiosi sono i nostri vicini di casa, i genitori dei compagni di scuola dei nostri figli, le persone con cui lavoriamo, magari il nostro commercialista o il nostro avvocato, le persone a cui chiediamo aiuto in un momento di difficoltà. Poi possiamo far finta di credere che la mafia qui al nord non esista; non ci chiediamo come mai quell'azienda riesca a smaltire i rifiuti industriali a un prezzo così basso, facendoci risparmiare; non ci meravigliamo di fronte a quei soldi, in contanti, con cui hanno acquistato il nostro bar che da mesi cercavamo di vendere, senza successo; non ci facciamo domande se, d'un tratto, cessano i furti che nelle settimane precedenti ci avevano allarmato; non ci stupiamo se il direttore della banca, mentre ci nega il prestito di cui abbiamo così bisogno, ci spiega che quei soldi possiamo averli comunque, chiedendo alla persona giusta. Possiamo far finta di niente, magari lamentarci che sia finito il tempo di Peppone e don Camillo e alla fine girarci dall'altra parte; e così anche noi abbiamo dato il nostro contributo alle mafie, le abbiamo aiutate a crescere, siamo diventati anche noi un po' mafiosi. Adesso Brescello rappresenta purtroppo questa Italia qui, di cui non amiamo considerarci figli, ma con cui conviviamo, arrabbiandoci sempre meno.
Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello. Certo la piazza è sempre quella, con la chiesa, il municipio, le botteghe sotto i portici bassi, ma la gente è certamente diversa e non è questione del colore della pelle o dell'inflessione dialettale, come qualche sciocco vorrebbe farci credere - c'è una 'ndrangheta che parla dialetto reggiano, come c'è una mafia che parla l'inglese fluente dei manager - è cambiata l'idea che dobbiamo farcela tutti insieme, perché ci siamo abituati a credere che ciascuno deve pensare a se stesso, non c'è più la voglia di non lasciare indietro nessuno, perché se l'altro non ce la fa ce ne sarà più per me. Pensiamo che studiare non serva a nulla, tanto mia figlia farà più successo se andrà al Grande fratello e poi si può diventar ricchi anche senza lavorare. E quella parola là, nel primo articolo della Costituzione, ha sempre meno significato: forse sarebbe perfino ora di cambiarla, di toglierla. Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello, perché vedrebbero la mafia che ha vinto. Ma almeno loro non smetterebbero di combattere.

domenica 25 ottobre 2015

Considerazioni libere (406): a proposito di un anno che è passato invano...

Il 25 ottobre dell'anno scorso abbiamo riempito le strade di Roma. E' stata una bellissima manifestazione: c'eravamo, in tanti, in tantissimi, c'era la Cgil, tutta la Cgil, c'erano le nostre bandiere, c'era l'orgoglio della sinistra italiana e c'era la voglia di costruire un'opposizione, costruttiva, consapevole, entusiasta. Io sono uno di quelli che, grazie a quella manifestazione, è tornato in piazza, dopo tanti anni in cui non mi sentivo più a casa in una piazza. E come me erano tanti, ci siamo ritrovati, provenendo ciascuno da una strada diversa. Pensavamo di esserci ritrovati, finalmente, di aver ripreso un cammino insieme, che per troppo tempo avevamo interrotto. E' passato un anno, ma l'opposizione non è nata, né da quella piazza né da altre parti.
In un anno qualcosa in Europa è successo. Un anno fa non avremmo realisticamente creduto che la sinistra radicale avrebbe vinto le elezioni in Grecia - due volte - che due donne di sinistra sarebbero diventate sindaco di Madrid e di Barcellona, che uno come Jeremy Corbyn sarebbe diventato il leader del Labour, che i partiti della sinistra, uniti dopo quarant'anni, sarebbero stati in grado di offrire un governo diverso al Portogallo, un governo che non è ancora nato perché c'è stato un colpo di stato orchestrato dal presidente della Repubblica di quel paese (evidentemente Napolitano ha fatto scuola nella peggior destra europea).
In Italia non abbiamo neppure cominciato o, quando lo abbiamo fatto, con troppa timidezza. Leggo che tra le forze - per usare un eufemismo - che stanno a sinistra del pd si sta ragionando di dar vita a un soggetto comune, almeno a una sorta di coordinamento parlamentare, ma pare che la discussione sia tutta incentrata - e forse arenata - sull'opportunità o meno di fare delle alleanze locali con il pd nelle prossime elezioni amministrative di primavera. Con tutto il rispetto per le amministrazioni di quelle città, non possiamo pensare che la sinistra possa rinascere così, in un dibattito che coinvolge - quando va bene - soltanto un po' di ceto politico. Di fronte a una crisi che coinvolge la sinistra europea da almeno vent'anni e che riguarda temi fondanti, come l'identità, i valori, l'idea stessa di socialismo, non possiamo perdere tempo su un pugno di assessorati tra Milano, Bologna e Napoli. La nostra agenda, almeno per qualche anno, non può essere dettata dalle scadenze elettorali. Per noi l'unico appuntamento fondamentale nel 2016 dovrà essere il referendum sulla riforma costituzionale Gelli-Napolitano, a cui dovremo rispondere convintamente NO, convincendo la maggioranza degli italiani a bocciare questo vero e proprio attentato alla Costituzione. Per il resto dovremo occuparci di altre questioni, a partire dalla critica radicale al modello economico e politico in cui viviamo, in una prospettiva che io credo debba essere autenticamente rivoluzionaria.
Io sono uno di quelli che - forse ingenuamente - ha sperato che la Cgil saltasse il fosso, decidesse di diventare opposizione a questo governo, a questo regime. Evidentemente c'è una discussione all'interno dell'organizzazione, qualcuno pensa che sia possibile, qualcuno ha anche provato a mettere in fila alcune idee, alcune proposte, in un percorso che avrebbe coinvolto necessariamente lo stesso modo di essere sindacato, ma la maggioranza della Cgil pensa ad altro. Ha pensato ad altro nel corso di tutto questo anno, che abbiamo sostanzialmente perso, ha pensato che la cosiddetta minoranza pd avrebbe avuto il coraggio e ha investito su di loro in un'attesa che ormai rischia di essere vana e inconcludente come quella di Godot. Forse non manca intelligenza in qualcuno di quelli della minoranza - partire da Bersani - ma certamente fa loro difetto il coraggio, e un anno fa era già evidentissimo, dal modo in cui si erano ripetutamente piegati a una serie di atti incostituzionali portati avanti dalle maggiori cariche istituzionali del paese. Da uno come Bersani, che ha accettato, senza fiatare, tutto quello che lui stesso ha subito, quando gli fu impedito di presentarsi alle camere, pur avendo vinto le elezioni, non possiamo adesso sperare nulla. Anche perché loro hanno ormai fatto una scelta di campo e purtroppo non a sinistra, hanno scelto l'altra parte, hanno scelto il liberismo, hanno scelto i padroni, è una scelta legittima, ma non può essere la nostra. E spero non sia neppure quella della Cgil, che però non riesce ad affrancarsi da questa zavorra.
Personalmente in questo anno ho smesso di credere che la Cgil possa essere il motore di questo nuovo inizio. Con tanti compagni della Cgil certamente faremo quel cammino, certamente sosterremo battaglie importanti che il sindacato condurrà, a partire da quella per abolire la controriforma dello Statuto dei lavoratori, ma dobbiamo cominciare un percorso dal basso che purtroppo prescinde dalla Cgil che rischierebbe a questo punto di essere soltanto un elemento di freno.
Evidentemente sarà un percorso diverso da quello fatto dagli inglesi non solo perché non esiste un Corbyn italiano, ma soprattutto perché il pd ormai non è più scalabile, è in mano a renzi e ai suoi complici e con loro morirà. Né possiamo sperare, come è successo in Spagna e in Portogallo, in un'alleanza tra la sinistra radicale e quella moderata. In Italia, proprio perché la sinistra moderata non esiste più, anche il senso della definizione di sinistra radicale ha perso di senso. Personalmente continuo a pensare che per l'Italia l'unico modo di ricostruire la sinistra sia quello di ripartire da zero, da qualcosa di simile alle società di mutuo soccorso, alle leghe dei lavoratori, ovviamente alla luce di come il mondo è cambiato in questo secolo. Nella solidarietà tra gli ultimi, tra gli oppressi, tra i vinti della storia, rinascerà una storia diversa. Qualcuno di noi che era in piazza il 25 ottobre di un anno fa non avrà la fortuna di vedere questa storia nuova, ma non per questo bisogna smettere di lottare.

sabato 10 ottobre 2015

Considerazioni libere: (405): a proposito di un omicidio politico...

Temo ricorderemo a lungo, e con sgomento, quello che è avvenuto in questi giorni nel nostro paese. Se non sapremo reagire - e sinceramente non vedo alcun segno di reazione, capace di mobilitare una nuova resistenza - probabilmente diremo ai nostri figli e ai nostri nipoti che abbiamo assistito al momento in cui il regime si è reso palese, manifesto, al momento in cui il regime ha gettato la maschera, non nascondendo più la propria capacità di violenza.
Saranno tante le meschinità di cui dovremo ricordarci. Io segnalo, ora per allora, l'articolo che Lorenzo D'Albergo - dobbiamo cominciare a fare i nomi dei congiurati e dei loro servi, a futura memoria - ha scritto per Repubblica il 7 ottobre scorso; lo cito non solo perché è un articolo fazioso - ce ne sono stati tantissimi su quel giornale, contro o a favore di molte persone, non sarebbe neppure questo il problema - ma perché volgarmente fazioso, orgogliosamente di propaganda. A D'Albergo hanno detto "parla male di Marino" e D'Albergo esegue, con furia cieca, sfidando il ridicolo, mettendo in fila banalità, mezze verità, discorsi da bar, senza fare alcun riscontro, ma evidentemente né a lui né a chi gli ha ordinato di scrivere quell'articolo importa. Anzi, nel suo pressapochismo, nella sua ostentata volgarità, questo articolo è stato per me il segno che Marino aveva perso: se erano disposti a tanto, significava che ormai il sindaco era condannato. Ce ne sono stati tanti di articoli così, sul Corriere, in Rai, nelle televisioni commerciali e tutti con lo stesso bersaglio, tutti con lo stesso mandante. In questi giorni gli organi di informazione, tutti gli organi di informazione, hanno contribuito a far dimettere Ignazio Marino, tutti hanno partecipato a questo attacco squadrista. Non si sono sottratti neppure autorevoli prelati che, fingendo di non sapere di essere registrati, in una finta trasmissione di intrattenimento, che molte volte si è già prestata a queste operazioni di killeraggio politico, hanno sfogato la loro rabbia contro il bersaglio che doveva essere politicamente ucciso.
Le dimissioni di Marino non sono un episodio di lotta politica, certo meschina, ma in qualche modo riconducibile a precisi e circoscritti obiettivi politici e affaristici. Certo sono state anche questo, ma soprattutto sono state la prova generale del regime: una prova perfettamente riuscita. Da adesso, se non ci sarà una reazione - e temo che non ci sarà - tutto sarà possibile, come, dopo il delitto Matteotti, tutto è stato possibile.
Non so se il mandate di questo omicidio sieda, ora come allora, a Palazzo Chigi. Certo il presidente-segretario è il vincitore di questo scontro, ma sinceramente fatico a immaginarlo così potente. Certo è smodatamente ambizioso, certo è pronto a mentire e a tradire pur di continuare a governare, certo è un esecutore instancabile e tenace, e molto meno stupido di quanto voglia farci credere con il suo improbabile inglese, ma credo che anche lui sia una pedina di altri, che muovono davvero i fili di questa triste vicenda. Gli stessi che stanno riscrivendo la Costituzione in senso autoritario, togliendo ruolo alle assemblee legislative e agli enti locali, gli stessi che hanno abolito una parte importante dello Statuto dei lavoratori, gli stessi che sono pronti a diventare ancora più ricchi con le privatizzazioni dei servizi e dei beni pubblici.
Sicuramente Ignazio Marino è stato la vittima, ma - vi prego - non facciamone un eroe. Marino si è trovato soltanto dalla parte sbagliata della rivoltella. Il dottore è uno che ha provato a giocare e che ha perso, perché aveva carte peggiori o perché era meno bravo a barare, quindi non facciamone un santo o, peggio ancora, una bandiera della sinistra. Sarebbe deleterio, perché proprio la storia politica di Marino è emblematica della crisi democratica di questo paese. Non è che io ce l'abbia particolarmente con lui, solo mi ricordo, mi ricordo tutto. Marino è uno che è entrato in politica per fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno. Solo in una fase di crisi così acuta della politica uno come Marino, venuto dal nulla, poteva sperare di arrivare così in alto, senza dimostrare in fondo nessuna qualità. Per fare il medico occorre aver studiato a lungo, per diventare un bravo chirurgo bisogna lavorare anni, in Italia invece crediamo che per fare politica non occorra studiare, anzi pensiamo che chi ha fatto politica sia il meno adatto per governare. E quindi siamo disposti a votare chi non ha mai fatto politica; perfino uno come Marino.
Stendiamo poi un velo sui mariniani, ossia su quei dirigenti locali del pd che hanno sostenuto Marino quando si candidò a segretario, nella consapevolezza che la sua sconfitta avrebbe comunque assicurato a qualcuno di loro un qualche posto di sottogoverno, in nome di un pluralismo spartitorio che funzionava ancora in quel partito, prima che renzi prendesse tutto. E così i mariniani - non costringetemi a fare i nomi, spulciate un po' e li troverete da soli - sono diventati consiglieri comunali, regionali, deputati; se hanno ancora le loro cariche immagino siano diventati renziani.
Gli apologeti di Marino dicono che è onesto. Se anche lo fosse - e personalmente non lo metto assolutamente in dubbio - cosa significherebbe? Dobbiamo scegliere qualcuno solo perché è onesto? Tutti dovrebbero esserlo. Eppure tanti in Italia hanno fatto carriera politica, in particolare a sinistra, solo perché erano - e sono - onesti. Ma l'onestà non può essere un programma politico, e Marino un programma non l'ha mai avuto, o meglio non ha mai avuto un programma di sinistra, perché non è uno di sinistra, ma solo uno che aveva l'ambizione di fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno.
Si è espresso, da cattolico, a favore delle unioni civili e dei diritti delle persone omosessuali; questo significa essere di sinistra? No. Ha pedonalizzato i Fori imperiali e ha tolto gli ambulanti attorno ai monumenti; questo significa essere di sinistra? Non so, ma francamente non mi pare rilevantissimo. Ha fatto davvero qualcosa per migliorare la vita delle migliaia di persone che vivono malissimo nelle periferie di Roma? Ecco questa sarebbe stata una cosa di sinistra, magari impopolare, perché avrebbe toccato rendite, poteri costituiti, privilegi piccoli e grandi. Ha denunciato l'enorme patrimonio immobiliare, pubblico e privato, che c'è a Roma, spesso vuoto, a volte "affittato" ai soliti noti, mentre tante persone sono senza casa o vivono in case che dovrebbero essere abbattute? Espropriare le case sfitte delle banche sarebbe un atto da comunista e certo Marino non voleva essere considerato tale. Ha messo insieme alcuni slogan, gli stessi che ha messo insieme renzi, che ha messo insieme Civati, che ha messo insieme Barca, che hanno messo insieme tanti altri, miscelandoli in maniera diversa, ma sostanzialmente dicendo - o non dicendo - tutti le stesse cose, usando tutti la stessa vuota retorica, infarcita di nuovismo e di riforme. Tutti costoro non rappresentano altri che se stessi, quando va bene; quando va male rappresentano i "poteri" economici e affaristici che li sostengono, li finanziano, li "votano". Nel cocktail politico di Marino c'era - rispetto a quelli degli altri - un po' più di antipolitica. Ma poi, quando passi dall'antipolitica alla politica, c'è sempre uno più "antipolitico" di te; e Marino alla fine ha pagato anche questo.
Ovviamente non è questo il nodo, non hanno dimesso il sindaco per le buche, per la metro che non funziona, per il degrado, per gli scontrini. Marino ha pagato un prezzo così alto, anche dal punto di vista umano, per non aver offerto la propria disponibilità ai potenti di turno, a quelli che vogliono fare affari con il Giubileo della misericordia, a quelli che da sempre mungono la vacca e che naturalmente vogliono continuare a farlo. Poco importa a questo punto se non l'ha fatto perché è davvero onesto o perché anche lui aveva i suoi amici da beneficare con i soldi "santi" in arrivo, insieme ai pellegrini, nella Città eterna. Questo ormai importa solo a Marino e alla sua coscienza. Quel capitolo è chiuso. Adesso tornano a sedersi a tavola i convitati famelici che abbiamo già visto all'opera. E poco importa che vincano gli uni o gli altri, la cosiddetta destra o la cosiddetta sinistra, sappiamo che sono soliti frequentare gli stessi ristoranti, quelli preferiti anche dai Casamonica e dagli amici degli amici.
Da qualche tempo il partito di regime a Roma è commissariato, ma quanti iscritti sono stati espulsi? Quanti circoli sono stati chiusi? Il "commissario" Orfini non poteva e non voleva cambiare nulla, anzi doveva cambiare il sindaco, e proprio sotto il Giubileo, perché in nome della fretta, dell'emergenza, della necessità di non fare una brutta figura con il resto del mondo, tutto diventa lecito, così come è accaduto a Milano con Expo. Il sogno di renzi e dei suoi pupari è di non andare più al voto, di sostituire i sindaci con podestà nominati dal governo. Ma siccome sanno che non possono farlo, svuotano i poteri degli enti locali, rendono i sindaci sempre più deboli. La riforma della Costituzione sta andando tutta in questa direzione e l'attacco a Marino è figlio della stessa idea: se hanno potuto sbarazzarsi così facilmente del sindaco della capitale, quale altro amministratore può sentirsi al sicuro? L'omicidio politico di Marino è anche un avvertimento, in stile mafioso, a tutti gli altri: o vi adeguate o vi distruggeremo.
A Roma, nonostante i giochi di regime, potrebbe questa volta vincere il candidato del Movimento Cinque stelle; personalmente penso sia auspicabile, piuttosto che vinca un uomo della premiata ditta renzi-verdini. Se fossi romano probabilmente voterei per loro, perfino per uno dal passato discutibile come Alessandro Di Battista o per una antipatica come Roberta Lombardi. Francamente non ho molta fiducia che un'amministrazione grillina possa ribaltare una situazione così incancrenita, possa ripulire tutto il marcio incrostato in questi decenni. Sarebbe perfino ingiusto chiedere a loro un impegno così improbo, caricarli di aspettative impossibili da mantenere, tanto più che avrebbero contro il regime, con tutta la sua potenza di fuoco. Ma è giusto che ne abbiano l'opportunità e, ripeto, se servisse, avrebbero perfino il mio sostegno. Di fronte a un regime occorre rinunciare a qualcuna delle nostre posizioni, pur di fermare - o almeno rallentare - la sua affermazione.
Non può essere questa però la nostra prospettiva. Bisogna cominciare davvero a costruire qualcosa di diverso, bisogna tornare a un'idea di rappresentanza politica, basata su comuni valori, sulla condivisione di interessi di classe, bisogna tornare a costruire un'idea socialista attorno a cui riunire le persone che sono colpite ogni giorno dall'affermazione violenta del finanzcapitalismo, bisogna costruire una difesa per le classi più povere, per i lavoratori con sempre meno diritti, per i giovani che non hanno un futuro. E insieme tornare ad attaccare; prima che sia troppo tardi. 

mercoledì 6 maggio 2015

Considerazioni libere (401): a proposito di quello che dovremmo fare (se ce lo lasceranno fare)...


Com'era ampiamente prevedibile una risicata maggioranza parlamentare - non legittimata da un mandato politico su questo tema ed eletta con una legge dichiarata anticostituzionale - ha approvato una nuova legge elettorale, ossia il sistema con cui nei prossimi anni sceglieremo i nostri rappresentanti in parlamento. Si tratta di una cattiva legge che, in maniera furbesca, elude solo sulla carta i rilievi di incostituzionalità sollevati dalla Corte a proposito del porcellum e che è stata costruita scientemente per favorire il partito personale del presidente-segretario, a cui verrà assegnato - al di là dell'effettivo consenso elettorale - un potere che nessun primo ministro ha mai avuto nella storia repubblicana del nostro paese.
Con l'approvazione dell'italicum e con l'abolizione dello Statuto dei lavoratori - anche se non riuscirà a completare il disegno di riforma costituzionale con l'abolizione del Senato elettivo, perché vorrà andare il prima possibile al voto, per capitalizzare il suo prossimo inevitabile successo elettorale - renzi sarà il presidente del consiglio che più ha fatto per applicare il progetto eversivo pensato da Licio Gelli. Si apre un tempo buio per la democrazia in Italia e quando se ne renderanno conto quelli che in questi anni si sono piegati, anche in buona fede, ai disegni di renzi, sarà ormai troppo tardi. Per loro e per noi.
Naturalmente, fatta questa premessa, credo che abbiamo fatto bene in questi giorni a protestare, spero continueremo a farlo in tanti e auspico che ci sia un'iniziativa politica forte contro questa legge, fino alla campagna per raccogliere le firme per chiedere il referendum abrogativo. Però non mi piace nascondermi dietro un dito. Da sempre penso che le leggi elettorali siano importanti, ma non fondamentali; e che sia inutile affannarsi a chiedere un cambiamento della legge elettorale, quando il problema vero è la mancanza di una reale prospettiva politica. In sostanza sono convinto che renzi e il suo partito vincerebbero comunque, perché sono l'espressione della parte peggiore della nostra società, ne garantiscono i privilegi e le rendite di posizione, e soprattutto perché rispondono ai dettami dei veri poteri che ci governano.
Esistono leggi elettorali giuste e leggi ingiuste; e questa è ingiusta. Esistono leggi elettorali migliori e leggi peggiori; e questa è peggiore. Ma nessuna legge elettorale risolve i problemi della politica. E la sinistra in Italia ne ha moltissimi. Noi siamo stati - anche questo era ampiamente prevedibile - sconfitti, perché - dobbiamo ammetterlo - non abbiamo mai davvero giocato. Da anni abbiamo smesso di giocare.
Solo negli ultimi giorni - fuori tempo massimo - una parte, peraltro poco consistente e politicamente residuale, del partito di maggioranza relativa ha deciso di opporsi a questo progetto, intuendo di essere definitivamente caduta in trappola. Ma ormai era troppo tardi. Avevano già consegnato la vittoria a renzi e ai suoi servi e adesso non credano che questa tardiva alzata di scudi serva a restituire loro una verginità che hanno irrimediabilmente perduto. Che abbiamo irremediabilmente perduto, anche noi che nel pd non siamo mai entrati, ma abbiamo messo le basi per la resistibile ascesa di matteo renzi.
Il governo, nonostante il voto alla Camera rappresenti - secondo le nostre vecchie categorie politiche - una sconfitta, è più forte, proprio perché quelle categorie non esistono più e ora l'unica cosa importante è vincere, non importa come. Il presidente-segretario, con un colpo di mano, ha ricattato il suo partito e l'intero parlamento e il ricatto ha funzionato, perché una parte consistente di deputati ha preferito votare a favore di una legge liberticida piuttosto che rischiare il "tutti a casa". Il problema però non è la debolezza di queste mezze figure, a cui anni fa abbiamo affidato sciaguratamente il partito, e né il trasformismo italico di qualche nuovo Scilipoti, che è corso "in aiuto" del pd - Migliore fa schifo anche me, ma con tutta evidenza il problema non può essere lui - il problema vero, tutto eminentemente politico, è che non non abbiamo una prospettiva di sinistra né per domani né per dopodomani.
Leggo che i vari Bersani, Cuperlo, Speranza, giurano e spergiurano che rimarranno nel pd e c'è da crederci, anche perché questi non riescono a immaginare altra vita fuori da quel partito. Civati se n'è andato. Bene, meglio tardi che mai, ma Civati è poca cosa e, comunque sia è un illuso chi pensa che da uno così possa rinascere la sinistra. Ce lo ricordiamo alla prima Leopolda, ce la ricordiamo con la sua smania "rottamatrice": Civati è soltanto un renzi venuto male, un renzi che ha perso; ed è destinato a perdere ancora. Si mettano l'animo in pace Camusso e quanti ancora pensano che ci sarà la scissione: non solo non è programmata, ma non è neppure immaginata. Anche perché - e su questo dobbiamo essere crudelmente realisti - una scissione non avrebbe comunque un approdo. Dove andrebbero quelli che oggi lasciano il pd?
C'è ancora troppo poco a sinistra: ci siamo noi "sinistri sparsi", ci sono alcune sigle storiche della sinistra politica, ovviamente in lite tra di loro, ci sono alcuni tentativi, molto lodevoli, di far nascere qualcosa a livello locale - penso all'esperienza bolognese di Ri-cominciamo a sinistra - certamente c'è la Cgil - e per fortuna che c'è - ma evidentemente in quell'organizzazione ci sono idee molto diverse sia su come dovrà essere il sindacato sia su quale ruolo potrà e dovrà avere in politica, in questa fase così complicata e drammatica della vita del paese. In sostanza c'è poco - e quel poco è frastagliato e debole - e su questo renzi continuerà a lucrare, con il suo populismo, con la sua retorica da quattro soldi, con le sue generiche promesse.
E' inutile quindi sperare in un capitombolo di renzi, in una qualche imboscata parlamentare - sarebbe ad ogni modo una buona notizia, perché il personaggio è anche umanamente odioso - ma questo ennesimo cambio di cavallo nascerebbe comunque nell'ambito della destra - così come Berlusconi è stato sostituito da Monti, Monti da Letta e Letta da renzi, nel tentativo, a volte affannoso, della destra finanziaria e dei "mercanti" di scegliere chi è in grado di garantire in maniera più efficace i propri interessi e privilegi. E quindi "loro" avrebbero comunque pronto uno con cui sostituire il fantoccio di Rignano.
Prepariamoci allora a costruire un'alternativa, altrimenti il prossimo sarà peggio, come renzi è decisamente peggio di Berlusconi. Non facciamoci troppe illusioni: non ci sono scorciatoie. Nelle prossime elezioni, al di là di questa cattiva legge, non saremo nemmeno in partita: il ballottaggio sarà evidentemente tra renzi e Grillo, tra il "partito della nazione" e il M5s. La legge è stata costruita per dare questo esito, che i giornali di regime presenteranno come lo scontro tra l'ordine e il disordine, tra la certezza e l'incertezza; sarà questo il vero banco di prova del "nuovo" pd che imbarcherà Bondi, Verdini e un altro bel pezzo di centrodestra, oltre ai "cacicchi" locali e a tutta la "merda" che sta già raccogliendo a livello locale, come è ben dimostrato dal caso campano. E vincerà ovviamente renzi, anche con tanti voti di sinistra, che di fronte a questo schema non resisteranno al richiamo del "voto utile". Dico fin d'ora che il mio voto il pd non lo avrà comunque, qualunque sia il suo avversario. Ma il mio voto conta appunto uno.
In questa fase sarebbe già importante poterci assicurare una sorta di diritto di tribuna, con la sinistra che c'è, con le liste che ci sono, in tutta la loro inadeguatezza. Come si dice: meglio che niente piuttosto.
Coltiviamo quello che c'è, provando a non litigare troppo tra di noi, consapevoli che non sarà da lì che rinascerà la sinistra - che sarà il compito di un'altra generazione - e che ci vorrà tempo. Forse avremo qualche possibilità in più in alcuni contesti locali, nelle elezioni comunali. Leggo che a Bologna qualcuno accarezza finalmente l'idea di costruire una lista di sinistra capace di sconfiggere l'uomo imposto dal pd; non è impossibile, visto anche l'esito delle ultime elezioni regionali e la pochezza dell'attuale sindaco. Una rete di amministratori, alcune pratiche di buon governo, una diffusione il più capillare possibile sul territorio, credo possano essere molto utili a chi si assumerà l'onere di ripartire.
Senza eludere però la questione di fondo: non si può costruire la sinistra senza una cultura politica. Noi abbiamo ucciso la sinistra in Italia non solo perché siamo stati inadeguati - e lo siamo stati - ma soprattutto perché abbiamo rinunciato alla nostra cultura per abbracciare quella liberista, ci siamo culturalmente arresi al nostro nemico. Rimettiamoci allora a studiare, ripartendo da quello che abbiamo elaborato nel corso di un secolo, a partire dal socialismo. Non sarà facile, ma ne varrà la pena. Come ho detto, è quello che altri dovranno fare, noi - anche per rimediare ai nostri errori - dovremo resistere, per fare in modo che abbiano il tempo di farlo.

sabato 18 aprile 2015

Considerazioni libere (400): a proposito del 25 aprile...

Spero mi scuserete, ma questa "considerazione" sarà più personale del solito: alla fine un blog è quello che una volta chiamavamo più prosaicamente diario. Ho proposto a Zaira di celebrare il prossimo 25 aprile a Milano, per partecipare alla manifestazione nazionale dell'Anpi. E' la seconda volta che ci vado, perché quasi sempre ho celebrato questa festa nella città dove vivevo o lavoravo: Granarolo, Bologna, Castel Maggiore e infine Salsomaggiore. Un anno siamo andati a Monte Sole, un luogo dove è importante tornare ogni tanto - anche al di fuori delle date canoniche - perché camminando tra quei ruderi, osservando quegli alberi, ascoltando i silenzi di quelle belle colline, senti più vivo il dramma di quelle donne e di quegli uomini. Il 25 aprile naturalmente lo si può ricordare dovunque, ma certo ci sono luoghi dove la memoria è più viva: un anno mi piacerebbe farlo a Sant'Anna di Stazzema.
Questo sarà un 25 aprile particolare, intanto perché si tratta di un anniversario "rotondo": il settantesimo e quindi credo sia giusto festeggiarlo in maniera per così dire istituzionale, insieme a tante altre persone, che condividono questi valori. E poi perché sarà il primo anniversario della morte di mio padre, una delle persone che mi ha insegnato il motivo per cui è giusto celebrare il 25 aprile. Era da poco finita la manifestazione qui a Salsomaggiore, quando ricevetti la telefonata con cui mi dissero che stava per morire.
A Milano ci sono andato - insieme a mio padre e a un po' di compagni di Granarolo - nel 1994. Sembra un secolo fa: non ero laureato, non conoscevo ancora Zaira, non sapevo dove fosse Salsomaggiore, non usavamo internet - io avevo da pochi mesi il cellulare - facevo l'assessore nel mio Comune e pensavo che "da grande" avrei fatto l'insegnante. Qualcuno di voi sicuramente c'era e se lo ricorderà: fu un anno particolare, e una manifestazione particolare. Nanni Moretti la descrive a suo modo all'inizio di Aprile. C'erano state le elezioni politiche il 27 e il 28 marzo, le prime con la "nuova" legge elettorale - la legge Mattarella - le prime della cosiddetta "seconda Repubblica". Noi avevamo perso - perso male, anche perché pensavamo di vincere - e aveva vinto Berlusconi e al governo c'erano i fascisti di Alleanza nazionale. Per molti di noi fu un trauma, che sentimmo in maniera ancora più forte proprio il 25 aprile, perché quel governo, per la prima volta nella storia della Repubblica, non solo non festeggiava quella data - il capo del governo platealmente non partecipò a nessuna manifestazione - ma non riconosceva il valore fondante di quell'avvenimento storico. La Democrazia cristiana festeggiava il 25 aprile, loro no. Loro erano diversi e volevano fare un'Italia diversa; e ci sono riusciti, purtroppo.
Andare a Milano fu un gesto di opposizione, un gesto di rabbia, per quanto impotente. La città leghista ci accolse ovviamente con freddezza, ma soprattutto il clima era pessimo: ricordo che piovve tutto il pomeriggio e fu anche complicato tenere insieme il gruppo; da Granarolo avevamo fatto un pullman e io ricordo di quel giorno soprattutto il lavoro per non "perdere" nessuno. Quel cielo grigio, quella pioggia incessante, quella giornata fredda, nonostante fossimo a fine aprile, erano la metafora di come stavamo, di come saremmo stati negli anni successivi. L'inverno del nostro scontento, avrebbe detto Shakespeare, non era finito, ma anzi stava per cominciare.
Quell'anno - e quella manifestazione - ha segnato in qualche modo la storia delle celebrazioni successive, perché, al di là delle frasi di circostanza, della retorica istituzionale, la Festa della Liberazione è stata via via presentata come una festa "nostra", una festa di reduci, una festa "antica" che non serviva più alla "nuova" Italia. E contemporaneamente si è fatto più asfissiante il tentativo di riscrivere tutta la storia di quegli anni, si è fatta strada l'idea della pacificazione, fino all'equiparazione tra chi aveva combattuto nella Resistenza e chi per la repubblica di Salò. Non ci sono stati solo i libri di Pansa e di altri pennivendoli che hanno lucrato sul revisionismo, ma tanti esponenti del nostro partito e della sinistra hanno cominciato a pensare - e a dire - che il mondo era cambiato e doveva cambiare anche il 25 aprile. Sono stato contento quando ho letto che il "nuovo" Presidente - non a caso un vecchio democristiano - in questi giorni ha parlato di "pericolose equiparazioni", ma ormai molta acqua è passata e per tanti italiani il 25 aprile è soltanto un giorno rosso del calendario, l'occasione di un ponte o magari il momento per andare a fare shopping in uno dei tanti centri commerciali aperti. Fascista ormai non sembra significare più nulla e noi che continuiamo ostinatamente a usare questa parola veniamo giudicati, quando va bene, dei vecchi aggrappati ai nostri ricordi, dei fossili del Novecento.
Personalmente torno a Milano, dopo ventun'anni, perché credo che il momento sia grave come allora, anzi più grave, proprio perché sono passati ventun'anni e perché non sento quella rabbia di allora, ma solo l'impotenza. Io, come tanti altri, ho anche smesso di fare politica - a parte questo blog, a cui mi aggrappo tenacemente, per non perdere il vizio. Vado a Milano per fare opposizione a questo governo, a questo regime, che - nonostante le parole di circostanza - non riconosce il 25 aprile, i valori del del 25 aprile, perché non rispetta la Costituzione. L'attacco alla Carta è più violento ora che allora, perché intanto si sono fatti furbi, lo stanno facendo in maniera più eversiva, ma con toni decisamente più gentili, con meno baldanza, anzi facendo finta di rispettarne le forme. E renzi andrà a Monte Sole, senza paura di sfidare il ridicolo - tanto sarà applaudito anche lì - nonostante sia il presidente del consiglio che vuole abolire il Senato, che ha scritto una legge elettorale che assegna al vincitore delle elezioni - e quindi a lui - un potere smisurato, che ha cancellato lo Statuto dei lavoratori.
Torno a Milano, dopo ventun'anni - sperando almeno che non piova, anche perché adesso non affronto bene l'umidità come allora - per dare la mia testimonianza, per ritrovarmi tra compagni, per sentirmi meno solo. Ventun'anni fa ero più ottimista, pensavo che ce l'avremmo comunque fatta - e per un momento ci illudemmo, nel '96, di aver passato il momento più buio. Adesso non lo sono più, anche perché abbiamo capito che il nemico contro cui combattiamo non è Berlusconi o renzi o quello che di volta in volta mettono lì ad eseguire gli ordini, ma un potere senza volto, la cui ideologia è diventata invasiva e ormai dominante. Ma anche se ormai siamo sconfitti - almeno noi che abbiamo fatto tanti e tali errori che ci hanno fatto arrivare a questo punto - credo che sia giusto celebrare la Festa della Liberazione - a Milano o dove volete e potete farlo - almeno per ringraziare chi ci ha dato questa opportunità, chi si è battuto a costo della vita, chi ci ha creduto. E per tenere viva un'idea, fino a quando arriverà una generazione nuova, che riprenderà la lotta.
Grazie a voi uomini liberi.
ORA E SEMPRE RESISTENZA! 

mercoledì 1 aprile 2015

Considerazioni libere (399): a proposito di sfide...

Maurizio Landini ha molti pregi, ma uno dei più importanti è la capacità di esprimersi in maniera chiara. Lo ha fatto sabato a Roma, nella bella e riuscita manifestazione della Fiom - in cui eravamo in migliaia - e lo ha fatto domenica, in un appuntamento dello Spi a Medicina - in provincia di Bologna - a cui Zaira ed io abbiamo avuto l'opportunità di partecipare. Proprio perché parla chiaro, solo un interprete fazioso e molto "disinvolto" può fargli dire cose che in queste settimane non ha mai detto. Landini non ha mai detto di volere fare un nuovo partito, l'ennesimo nuovo partito di sinistra destinato a racimolare l'1 o il 2%, né ha detto di voler fare il federatore della sinistra che c'è, come ha fatto - con un prevedibile insuccesso - Antonio Ingroia. Landini ha forse un'ambizione politica - del tutto legittima - ma adesso credo occorra stare sul merito delle cose che dice, che sono importanti.
Landini è partito, come molti di noi, da una constatazione. Al di là di quello che dice di essere, il governo renzi è il primo esecutivo che ha deciso di attuare in maniera integrale - anzi accentuandone i caratteri regressivi - il programma scritto da Confindustria. Questo governo non si propone di mediare tra interessi sociali contrapposti, ma ha semplicemente deciso di schierarsi con un unico blocco sociale, quello dei padroni. Noi chiamiamo questa cosa destra, renzi e i renziani la chiamano sinistra, ma è poco importante la disquisizione sui nomi, quello che conta sono le cose e questo governo è quello che ha abolito i punti fondanti dello Statuto dei lavoratori, cosa che non aveva fatto neppure un esecutivo dichiaratamente di destra, come quello guidato da Silvio Berlusconi. E' il governo che attua, con pedissequa puntualità, tutti i punti indicati nella lettera della Bce dell'agosto 2011, che neppure Monti - che pure era stato messo lì a quello scopo - era riuscito a completare. Infine è il governo che propone una serie di riforme istituzionali che stravolgono l'impianto della Costituzione, prevedendo un'inedita concentrazione di potere nelle mani di chi guida il governo, a scapito delle assemblee legislative, degli enti locali e degli organi di garanzia. So che ai miei amici piddini fa male sentirselo ripetere, ma si tratta, né più né meno, di quanto auspicato da Licio Gelli nel Piano di rinascita nazionale, un testo che voleva essere eversivo. 
Partendo da qui, Landini lancia delle sfide.
Sfida prima di tutto il sindacato, il suo sindacato, la Cgil. Se siamo arrivati a questo punto non possiamo dire che la colpa è tutta degli altri, che la colpa è di renzi o di Berlusconi o della "casta". In Italia non c'è stato un colpo di stato, non ci siamo ritrovati un governo così pericolo all'improvviso. C'è stata una transizione lunga che ha coinvolto il nostro paese come tutto il resto dell'Europa. In questa transizione è mancata una riflessione critica a sinistra, anzi noi di sinistra abbiamo teorizzato - e agito di conseguenza - l'adesione ai valori del liberismo, abbiamo pensato che dal governo, da raggiungere in qualunque modo, potessimo cambiare un sistema economico - che intanto diventava sempre più potente e spietato - e che invece ha cambiato noi, ci ha fagocitato.
Pensate a cosa è successo al sistema cooperativo, a come si è trasformato, a come è diventato permeabile alla criminalità, perdendo progressivamente tutti gli anticorpi. Ovviamente sapete cosa è diventato il pd, anche per colpa nostra, che pure in quel partito non ci siamo mai entrati, ma abbiamo contribuito a metterne le basi, attraverso l'ultima fase dei Ds.
E la Cgil non poteva rimanere immune da questa deriva. Troppi di noi, nei posti di lavoro, ci siamo scontrati con una Cgil che si è limitata a difendere qualche rendita di posizione, se non qualche vero e proprio privilegio, che non ha avuto la capacità di farsi interprete di bisogni nuovi. E abbiamo visto, nel paese, un sindacato incapace di difendere i "nuovi" lavoratori - le partire Iva, gli atipici, i precari - un sindacato che preferiva resistere nel proprio ridotto, mentre i diritti venivano via via erosi. Naturalmente so che la Cgil è molto altro e io sono fiero di essere iscritto a questo sindacato. Ma proprio perché credo nel valore di questo strumento, perché vedo quello che fanno ogni giorno sul territorio, penso che siamo stati deboli e adesso questa debolezza la stiamo scontando, e con gli interessi, visto che i padroni - e il governo loro complice - ci vogliono semplicemente distruggere. Landini parla di un sindacato diverso, in cui gli iscritti abbiano più ruolo, in cui i delegati possano scegliere i dirigenti e definire le scelte di fondo di quella organizzazione. Capisco che qualche collega di Landini storca il naso di fronte a queste proposte - lo ha fatto domenica Carla Cantone - ma adesso è il momento di mettersi in gioco. Perché altrimenti ne saremo travolti.
Poi Landini sfida la politica. Quando dice che il pd di renzi ha deciso di scegliere come proprio interlocutore l'altra parte, dice anche che c'è un vuoto, perché nessuno è rimasto a presidiare questa parte dello schieramento. In piazza a Roma c'erano persone che, se domani dovessero votare, non saprebbero per chi farlo. Domenica a Medicina ho incontrato vecchi compagni - che non vedevo da tempo e con cui ho condiviso splendidi anni di militanza - confessare con tristezza che si sono ritirati dalla politica: sono risorse che la sinistra non può perdere. Sempre domenica Cantone non è riuscita ad uscire dallo schema pernicioso - e per noi alla lunga mortale - del "meno peggio": ha detto in sostanza che visto che di là c'è Salvini, c'è il populismo lepenista, c'è il fascismo di Casa Pound, dobbiamo lavorare affinché il pd cambi. E' un'illusione naturalmente: il pd non cambierà, perché - al netto del malaffare che ormai permea tanta parte di quel partito - è ormai renziano nelle viscere, perché renzi non è una malattia da cui si può guarire, non è un tumore che può essere estirpato, renzi è l'evoluzione a cui ci hanno condotto questi trent'anni e non è più possibile tornare indietro.
Landini in sostanza dice: c'è un vuoto e quel vuoto dobbiamo essere capaci di riempirlo. La sfida che lancia alla politica è tutta qui, e non è un caso che in fondo, al di là di alcuni atteggiamenti un po' di maniera, pochi nella sinistra politica abbiano davvero sposato l'idea della coalizione sociale. Su questo punto sono d'accordo con Landini: la sinistra deve avere una rappresentanza politica. Ci vorrà tempo per farla nascere, ma dovrà nascere.
E qui veniamo all'ultima sfida, che in qualche modo Landini lancia a tutti noi, a chi crede in certi valori, a chi si sente, nonostante tutto, di sinistra. Non possiamo stare qui ad aspettare la prossima manifestazione, le prossime elezioni, perché intanto "loro" di là lavorano e ci tolgono sempre più spazio, ci stringono la corda intorno al collo. Intanto dobbiamo dire che ci siamo, che ci siamo accorti del loro gioco, che non ci possono più abbindolare con il trucco del "meno peggio", perché loro sono a tutti gli effetti il "peggio". Dobbiamo far crescere idee, dobbiamo contarci e raccontarci, dobbiamo manifestare anche per piccole cose, perché devono sapere che non ci arrenderemo facilmente. Devono avere paura di noi, della nostra reazione, della nostra capacità di mobilitarci, devono sapere che qualunque cosa facciano noi siamo pronti a criticarli, anche a sfotterli, a lanciare contro di loro una pernacchia, magari quando fanno la ruota e si fanno applaudire dalle loro claque organizzate e prezzolate. 
Ma al di là di questa resistenza, soprattutto dobbiamo fare in modo che le persone non si sentano sole. E' la riflessione di Landini che domenica mi ha colpito di più. Le persone si sentono sole, perché vengono lasciate sole nei loro bisogni, nelle loro povertà, nelle loro difficoltà, perché "loro" hanno bisogno che noi siamo così deboli. Uno dei sensi della coalizione sociale è proprio questo: l'impegno a non lasciare solo nessuno.
Come sapete il 30 marzo abbiamo festeggiato i cent'anni di un grande protagonista della sinistra italiana: Pietro Ingrao. Io ho cercato di ricordarlo pubblicando su questo blog parte di una sua riflessione, di un discorso che fece nel novembre del 1975 per l'apertura di una sessione della "scuola di partito" delle Frattocchie. Ingrao parlava allora di "socializzazione della politica", per dire che la politica deve entrare nelle cose, nella concretezza della vita delle persone. Forse, dopo quarant'anni, è necessario ripartire da qui, da questa idea di trasformazione radicale della società, per dare concretezza alla democrazia.

giovedì 19 marzo 2015

Considerazioni libere (398): a proposito della ricostruizione della sinistra...

So che dell'argomento ho appena scritto, ma francamente mi sembra la novità più rilevante da molto tempo nel campo travagliato della sinistra italiana. Io sostengo la proposta di Maurizio Landini e della Fiom di costituire quella che ormai abbiamo cominciato a chiamare coalizione sociale, parteciperò alla manifestazione di sabato 28 marzo a Roma e farò, nel mio piccolissimo, quello che posso per sostenere questa proposta politica, cercando di valorizzarne il carattere di originalità, sperando che non diventi l'ennesimo esperimento concluso male, l'ennesima occasione di rimpianti e recriminazioni.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.
E naturalmente il grande tema del lavoro - e dei lavori - su cui il sindacato sta già svolgendo un'azione importante. Ed è abbastanza naturale che la nostra azione sia partita da lì, anche perché è proprio contro il lavoro - privato e pubblico - che l'azione del governo è più violenta ed eversiva, in particolare nel rapporto tra democrazia e lavoro, come è stato sancito in maniera altissima dall'art. 1 della Costituzione.
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.

giovedì 12 marzo 2015

Considerazioni libere (397): a proposito di coalizione sociale...

Quello che sta succedendo in questi giorni nel nostro paese rende sempre più necessaria e urgente la creazione, tra noi di sinistra, di una coalizione sociale, ampia e resistente. Uso questo aggettivo non a caso, perché credo occorra trovare tra di noi uno spirito di collaborazione tra diversi, che fino ad ora è evidentemente mancato e ci ha resi deboli, in balia di una forza che, diventata egemone culturalmente prima che politicamente, ci sta lentamente fagocitando.
Il partito di governo è sempre più forte e sempre più arrogante. In questo momento non esiste alcuna alternativa politica possibile al blocco di potere che si è aggregato intorno al pd renziano. I piccoli partiti della sinistra radicale, oltre a essere divisi da suggestioni ideologiche a questo punto incomprensibili - che spesso nascondono antipatie personali e rancori, ancora più incomprensibili - sono in alcuni casi tentati dal rapporto con il monolite renziano, nell'illusione, per loro mortale, di riuscire a spostarne il baricentro politico, che rimane invece ormai saldamente ancorato a destra. Mi dispiace doverlo dire ancora una volta, ma la parabola di Vendola è ormai finita, visto anche che è al termine la sua esperienza amministrativa, che ha avuto qualche luce, ma troppe ombre.
A destra l'unica prospettiva possibile - e l'unica che viene mantenuta in vita dal sistema dei media, finanziati da quegli stessi poteri che finanziano il pd - è quella della Lega, a cui presto o tardi si unirà anche quel che rimane del populismo berlusconiano. Renzi ha interesse ad avere come unico interlocutore ed avversario una destra impresentabile e credo lo vedremo presto alle elezioni regionali in Veneto: la radicalizzazione lepenista della Lega, il suo abbraccio con i cascami del fascismo italiano, l'uscita di amministratori moderati di centrodestra come Tosi, favoriscono il pd anche in quella regione finora ostile, perfino con una candidata impresentabile come Alessandra Moretti.
Poi c'è Grillo, la cui forza politica, per quanto non irrilevante, rimane ai margini, finendo comunque per costituire un puntello per l'egemonia renziana. Se le alternative sono Salvini o Grillo, Renzi diviene un candidato accettabile perfino per un pezzo - grande, troppo grande - della sinistra. In questo è evidente la forza del pd di Renzi, non tanto nella capacità di attrarre una parte di ceto politico - Migliore e la Giannini sono le maschere farsesche di quel trasformismo che è così tipico nel nostro paese.
Non illudiamoci poi che nasca una qualche resistenza dentro al pd: al di là di qualche dichiarazione, forse di qualche uscita che avverrà nei prossimi mesi, non è da lì che rinascerà un barlume di sinistra in Italia. Anche perché il pd è figlio - per quanto degenere e degenerato - dei Ds, è figlio nostro, della nostra incapacità di elaborare una risposta politica di sinistra all'affermazione sfrontata e violenta dell'ideologia ultraliberista. Noi, con le nostre "terze vie", con i nostri ragionamenti capziosi sul riformismo, con la nostra incessante ricerca del centro, e soprattutto con una pratica di governo, nazionale e locale, che non ha dato un segno forte, ma ha semplicemente scimmiottato le politiche di destra, siamo i responsabili della nascita di Renzi. E quindi suonano un po' patetiche - al di là della simpatia personale che io continuo ad avere per l'uomo - certe riflessioni di Bersani. Noi - e non Renzi - siamo quelli che abbiamo finanziato le scuole paritarie, che abbiamo introdotto una miriade di contratti atipici, che abbiamo privatizzato tanti beni pubblici e la lista potrebbe continuare; mi fermo per carità di patria. Scusate, ci siamo sbagliati. Adesso proviamo a ripartire, anche forti di quegli errori.
Il segno della forza di questo disegno egemonico - di cui Renzi è soltanto la punta dell'iceberg, la faccia presentabile e manovrabile, da spendere in campagna elettorale - è in due provvedimenti con cui il governo in questi giorni - e significativamente uno dopo l'altro, uno insieme all'altro - ha voluto rendere evidente il proprio disegno "riformatore", come lo chiamano loro: la pesante modifica dello Statuto dei lavoratori, con la cancellazione dell'art. 18 e l'introduzione del demansionamento, e la riforma costituzionale - peraltro votata dalla sola maggioranza - con l'abolizione del senato, lo spostamento del potere sull'esecutivo e la riscrittura di quasi tutta la seconda parte della Costituzione. Questi due provvedimenti, anche nel loro carattere simbolico, svelano il carattere autoritario e di destra di questa maggioranza, a cui si accompagna una retorica genericamente rivolta alla coesione sociale, tesa a impedire il conflitto, a presentare la lotta sociale come un male in sé.
E non a caso adesso il nuovo bersaglio di questa forza egemonica, dopo aver annientato il maggior partito del centrosinistra, è la Cgil, ossia l'ultimo corpo sociale intermedio rimasto nel paese. Per un potere autoritario e populista i corpi intermedi sono un intralcio, perché ha bisogno di entrare in una relazione emozionale con il popolo, senza passaggi intermedi. E quando non funziona l'incantesimo ci si può sempre rivolgere ai cacicchi di turno, ai vari De Luca sparsi per la provincia italiana, ai sempiterni gestori di clientele. Lo so che la Cgil ha delle responsabilità per quello che è successo, sono parte delle responsabilità di cui parlavo prima, quelle che abbiamo anche noi, però non possiamo fare l'errore di accodarci a quelli che sputano su questo sindacato - sugli altri due sputiamo pure, non meritano di più - ne abbiamo bisogno adesso e ne avremo bisogno dopo. Senza la Cgil, pur con tutti i suoi limiti - e magari un po' meglio di quella con cui ci confrontiamo adesso, un po' più consapevole del suo ruolo politico e sociale in questa fase di emergenza, un po' meno attenta a certi equilibri politici e più attenta ai bisogni degli ultimi della società, un po' più di lotta e un po' meno di governo, come si diceva con un antico slogan - non nascerà la coalizione sociale.
Questo governo ha chiaramente scelto da che parte stare, senza infingimenti: dalla parte di Confindustria, dei padroni, delle rendite, di cui ha sposato il programma, in parte andando perfino oltre i loro desiderata - un po' come successe negli anni Venti con  il fascismo - e garantendo a queste forze tutti i vantaggi legati alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Perché purtroppo il capitalismo italiano non è solo feroce ed avido, come quello degli altri paesi, è anche disonesto, arruffone, sempre pronto a legarsi alla criminalità. E adesso è vincente, e senza freni.
Spero di aver chiarito che si tratta di una situazione di emergenza, un'emergenza a un tempo democratica e sociale, a cui dobbiamo rispondere in maniera decisa, con risposte di emergenza. Prima di tutto rinunciando alle primogeniture, agli esami dei quarti di nobiltà di sinistra dei nostri interlocutori. Se hai fame, prima di chiederti di partecipare alla coalizione sociale, dovrei provare a offrirti un pasto, se sei malato, prima di chiederti di votare per la sinistra, dovrei provare a curarti. Noi non abbiamo ancora le pezze al culo come la Grecia - anche perché nelle regioni più povere del Mezzogiorno la criminalità organizzata sostituisce lo stato nella gestione del welfare - ma ci arriveremo e, se ci arriveremo avendo già l'idea di costruire una rete solidale di mense, di ambulatori, di servizi di aiuto per i bambini, per gli anziani soli, per i più deboli, la rinascita di una sinistra sociale sarà un po' meno difficile. E partirà da lì o non ripartirà.
Visto che loro ci attaccano sui fondamentali, ossia su democrazia e lavoro, noi dobbiamo resistere su questi stessi fondamentali, riscoprendo i valori fondanti di una sinistra che deve essere critica in maniera spietata degli attuali rapporti sociali e deve avere l'ambizione rivoluzionaria di trasformarli. In maniera radicale e non violenta.
Un compagno ha richiamato giustamente un pensiero di Antonio Gramsci che faccio mio:
Mi sono convinto che anche quando tutto è perduto, bisogna mettersi tranquillamente all'opera ricominciando dall'inizio.
Adesso tutto è perduto e noi non siamo tranquilli, siamo esasperati, siamo arrabbiati - e dobbiamo continuare ad esserlo - e per questo dobbiamo ricominciare dall'inizio, da una coalizione sociale che affondi nel territorio, avendo come valori la Costituzione, il lavoro, l'uguaglianza, la solidarietà.

domenica 1 febbraio 2015

Considerazioni libere (395): a proposito di un'elezione anomala...

Abbiamo un nuovo presidente della Repubblica. Vedremo come si comporterà nei prossimi anni e ciascuno di noi potrà dare un giudizio. Francamente adesso io non ho voglia di unirmi ai cori di giubilo che da tante - forse troppe - parti sento levarsi per l'esito di questa elezione. Soprattutto perché si è trattato di un'elezione anomala dal punto di vista costituzionale.
Sia gli antirenzisti - a cui io ovviamente mi iscrivo - sia i sostenitori di renzi - i servi, come quelli in buona fede - descrivono giustamente l'elezione di Sergio Mattarella come una vittoria del presidente-segretario. Credo però che tutti, anche i renzisti in buona fede, dovrebbero preoccuparsi di come si sono andate le cose. Anche perché questa volta il dominus è stato il vostro capo e, nonostante lui, è stata eletta una persona degna, ma avrebbe potuto essere un altro a dare le carte e quindi avremmo potuto ritrovarci al Quirinale una figuro di tutt'altra risma. Alcuni hanno già sottolineato che questa è stata la prima volta, nella storia repubblicana, che un presidente del consiglio ha sostanzialmente scelto il presidente della Repubblica, sovvertendo lo spirito della Costituzione del '48.
Come ho già scritto molte volte, in questi ultimi anni, anche per responsabilità dirette del precedente presidente della Repubblica, la nostra Costituzione è stata travolta, se non nella lettera, nella prassi. Dal punto di vista formale la Costituzione ha subito una sola ferita, anche se molto grave, ossia l'introduzione dell'obbligatorietà del pareggio di bilancio, che ha rappresentato la resa della nostra classe politica - anche del centrosinistra - alla Troika e l'inizio del comissariamento di fatto del nostro paese da parte delle autorità finanziarie internazionali. C'è in corso una campagna per la raccolta delle firme per il referendum abrogativo, promossa anche - in maniera un po' ipocrita, a questo punto - da chi quella riforma l'ha votata in parlamento, come la cosiddetta sinistra del pd, e speriamo, prima o poi, di poter abrogare questa norma, che viola la spirito della Costituzione del '48. O almeno di renderla inefficace, riacquistando, come stanno facendo in Grecia, l'autonomia politica dalla Troika. Sentir dire dal nuovo ministro delle finanze di quel paese che il governo greco non tratterà più con la Troika è stata un'inizione di ottimismo per tutta la sinistra e l'inizio, speriamo, di una nuova fase della storia europea.
La riforma più grave però è quella che non è intervenuta sulla lettera della Costituzione, ma nella sua applicazione. Quando però si interviene in questo modo, senza una discussione formale, senza arrivare a riforme vere e proprie, ossia senza modificare i testi, è chiaro cosa si lascia, ma non quello a cui si giunge. Sicuramente il nostro paese non è più una repubblica parlamentare, perché la sovranità non appartiene più al parlamento, che ha smesso ormai di legiferare, limitandosi a trasformare in legge - spesso senza neppure modificarli - i decreti del governo. Non sappiamo però cosa sia diventata, perché questa ibrida repubblica presidenziale o semipresidenziale - in cui tra l'altro vengono costantemente compresse, fino all'annullamento, le autonomie locali - non ha regole scritte, non ci sono contrappesi istituzionali e affida il potere a una persona, che lo può esercitare senza controllo, come appunto sta facendo adesso renzi, o meglio chi muove le fila, usandolo come un burattino.
Il problema però non è l'arroganza antidemocratica di renzi o la succube acquiescenza della minoranza del partito mal nato e neppure - come troppi ancora credono - la rapace idiosincrasia alle regole dimostrata da berlusconi, ma il fatto che in questi vent'anni la Costituzione del '48 è stata scardinata in un punto essenziale, e forse non è più recuperabile. La nostra Costituzione infatti è nata quando esistevano i partiti politici e ne prevede la presenza - non solo nell'art. 49 - ma appunto nella prassi. La proposta di candidare Sergio Mattarella è stata fatta da renzi, non solo per soddisfare il suo ego ipertrofico e in base a una serie di calcoli politici, per altro rivelatesi esatti, ma anche perché non esistono più i partiti, che sono stati scientemente scardinati. La "nuova" democrazia che l'ultraliberismo sta costruendo deve prescindere dai partiti, li teme, così come teme tutti i corpi intermedi. E, non a caso, in queste settimane l'azione del governo italiano è tutta tesa a distruggere la Cgil, ossia l'ultimo corpo intermedio rimasto in questo paese, l'ultimo ostacolo a questo impasto di liderismo e di populismo di cui renzi è il perfetto campione.
Purtroppo nella vicenda del Quirinale nessuno si è alzato per denunciare questo imbroglio. Ovviamente non l'ha fatto la destra, a cui tutto questo va benissimo: è questo il vero "patto del Nazareno", che non è stato affatto tradito da renzi, che non esce indebolito da questa elezione. Quello che tiene insieme i contraenti del patto del Nazareno - se vogliamo continuare a chiamarlo così - è propria questa "riforma" della Costituzione, questo indebolimento progressivo, ma inesorabile, della democrazia. Non mi aspettavo che lo facesse Bersani che ha già dimostrato di non avere il coraggio e forse anche la voglia - la sua ostinazione a difendere la "ditta" ormai sfiora il patetico, anche se mi spiace dirlo per una persona che comunque stimo - di scardinare questo gioco. Non capisco perché non lo abbia fatto Sel che invece ha portato il suo mattoncino, peraltro ininfluente, per costruire il monumento alla vanagloria di renzi. E non l'hanno fatto neppure quelli del Movimento Cinque stelle che pure sembra che qualcosa abbiano intuito, ma, per l'ostinazione a non voler partecipare alla partita, rimangono costantemente in panchina. Quando Di Maio ha detto che il Movimento avrebbe valutato come muoversi tra la quarta e la quinta votazione è stato evidente che erano non solo fuori gioco, ma fuori dal mondo, perché era chiaro da giorni che ieri Mattarella sarebbe stato eletto, con i voti sostanzialmente compatti dei contraenti del Nazareno.  
A questo punto, come ha scritto a caldo Mauro Zani in una riflessione che condivido in toto, noi antirenzisti dobbiamo fare un'altra cosa, una cosa completamente diversa, e cominciare un cammino lungo e destinato forse all'insuccesso, almeno in Italia, teso a costruire, attraverso tappe intermedie, "la sinistra del XXI secolo; larga, democratica sul serio, coerentemente radicale", partendo dalle riflessioni teoriche già fatte e dalla proposte che già ci sono.
C'è un punto però che a me preoccupa molto. Una costituzione non è un assemblaggio di pezzi, ma un organismo che, quando si toglie un pezzo - come hanno fatto in Italia, estirpando i partiti - rischia di morire, come sta appunto avvenendo alla nostra Costituzione, che per fortuna è un organismo molto forte, che ha moltissimi anticorpi, e resiste tenacemente agli attacchi che subisce, perfino quando vengono portati da chi è posto a capo della Repubblica, come è avvenuto in questi anni. La Costituzione è così forte da aver resistito agli attacchi di napolitano e dei suoi complici, quindi possiamo continuare a sperare. Possiamo anche sperare che l'uomo che adesso siede al Quirinale, nonostante il modo in cui è stato eletto, non voglia essere l'esecutore testamentario della Costituzione, ma si riveli un avversario dei disegni di renzi e dei suoi mandanti. La sua storia personale ci permette di pensarlo.
Non possiamo però cullarci in questa speranza, così come non possiamo continuare a sperare nella scissione del pd o nell'aggregazione di tutte le sigle della sinistra politica, cose che, se anche avvenissero - e la prima sicuramente non avverrà - sarebbero a questo punto inefficaci. Se "loro" non vogliono che esistano corpo intermedi, bisogna che noi facciamo tutto il possibile per costruirne uno di tipo nuovo, che affianchi la Cgil, a cui non possiamo chiedere di fare tutto, di essere l'alfa e l'omega della sinistra italiana, bisogna che ci sia qualcosa che riempia il vuoto che si è creato. Lo dobbiamo al paese, alla sua storia e al suo futuro.