mercoledì 2 settembre 2026

Recensioni. "Le Siège de Corinthe".

Amo il teatro e, come sapete, amo in particolare il teatro in cui i protagonisti sulla scena cantano e ballano (molte delle cose che scrivo sono dedicate a questo originale tipo di spettacolo) e quindi mi piace tornare al Rossini Opera Festival, che quest’anno si è svolto, ovviamente a Pesaro, dall’11 al 23 agosto. Per fortuna condivido questa insana passione con mia moglie e quindi questi giorni al ROF sono anche le nostre, meritate, vacanze estive.

E saranno questi giorni a cavallo del Ferragosto, sarà che Pesaro è una piccola città – e quindi è ancora più un merito organizzare un tale appuntamento internazionale – sarà appunto la dimensione vacanziera, ma durante il giorno si annullano i ruoli tra chi invece alla sera sta di sopra o davanti al palco. Quando ti trovi, alla fine dello spettacolo, a mangiare una pizza con la protagonista, la bravissima Vasilisa Berzhanskaya, ed è lei che riconosce te perché vi siete già visti la mattina su una panchina del centro e ha letto un tuo post su Instagram, allora capisci che il ROF è differente. Per tacere che se poi dopo due giorni vi ritrovate nello stesso locale a mangiare una piadina, allora siete diventati praticamente parenti.

Al di là della vacanza, amo il ROF perché in questo festival, a differenza di quello che mi pare succeda in altri analoghi appuntamenti, la dimensione teatrale è sempre molto presente. Naturalmente è importante la parte musicale, e non potrebbe essere altrimenti, nel festival che ha segnato una fase fondamentale della cosiddetta Rossini Renaissance, e che, a fianco del programma principale, valorizza i giovani artisti formati dall’Accademia Rossiniana (che bello il loro Viaggio a Reims). Certamente ci sono nel pubblico che arriva da tutto il mondo gli appassionati che sanno riconoscere con innegabile competenza i preziosismi, e a volte i limiti, vocali degli interpreti, ma tanti come me vengono per godersi gli spettacoli di quel genio drammaturgico di Gioachino Rossini, che – peraltro come Verdi e Puccini – si considerava un uomo di teatro e scriveva ben consapevole che la sua musica doveva raccontare una storia.

Quest’anno in particolare abbiamo avuto la felice opportunità di vedere due delle farse che il genio pesarere ha scritto per il Teatro San Moisè di Venezia, L’occasione fa il ladro e La scala di seta in due produzioni diventate, seppur in tempi differenti, ormai storiche, rispettivamente firmate da Jean-Pierre Ponnelle e Damiano Michieletto.

Al di là delle differenze, entrambe le regie ci hanno portato in qualche modo “dietro le quinte”, svelando i meccanismi e i trucchi teatrali e, cosa non solita nei teatri italiani, alla fine degli spettacoli i tecnici sono meritatament
e saliti alla ribalta per prendersi gli applausi di noi spettatori, come i musicisti e i cantanti. Ed è giusto che sia così, perché la magia del teatro è anche merito del loro lavoro.

E da qualche anno, tra le attività collaterali c’è la possibilità di visitare una mostra delle più belle e significative maquette della storia del ROF e vedere un documentario in cui è particolarmente valorizzato il lavoro degli artigiani che, a partire da quei modelli, hanno creato le scene e i costumi che hanno dato vita ad alcuni spettacoli diventati pietre miliari del genere. Ecco il ROF ti ricorda in ogni momento che non stai ascoltando un disco, ma stai assistendo a uno spettacolo che ti può far divertire o ti può anche “dare fastidio”, e certamente ti fa pensare, come è successo con la terza opera in programma, Le Siège de Corinthe.

Allora noi pubblico, nella interessante lettura che ne ha dato Davide Livermore – un regista che io non sempre amo e che anche in questa occasione non mi ha del tutto convinto – abbiamo svolto una nostra parte nel dramma. Perché se i greci assediati vestono in costumi antichi, anche un po’ stereotipati, ossia come noi adesso pensiamo che si vestirebbe un greco antico, i turchi assedianti vestono come noi, con giacca e pantaloni, fumano, fotografano ogni cosa con i loro telefonini da cui non si staccano mai, proprio come facciamo noi. E spesso gli assediati guardano proprio noi, seduti nelle nostre poltrone, e vedono quelli che li stanno assediando. Siamo noi i “cattivi” che alla fine distruggeremo Corinto, nonostante, come Maometto II, in maniera ipocrita diciamo di voler difendere la cultura e la bellezza, ma, alla fine dei conti non facciamo nulla per difenderla, anzi se ci scappa, possiamo anche urinare su una colonna.

E anche il ROF è sotto assedio in questi tempi difficili, e probabilmente non per caso si è visto diminuire in maniera significativa l’indispensabile contributo del Ministero della Cultura. Per fortuna però il ROF resiste e noi che amiamo il teatro e la sua funzione civile e politica dobbiamo fare di tutto per difenderlo.

Que le soleil, témoin de ma victoire, demain cherche Corinthe et ne la trouve pas!”, canta Maometto II. Domani invece troveremo ancora il ROF.

martedì 1 settembre 2026

Recensioni. "The Odyssey".

Non credevo che avrei dovuto scriverlo, ma se leggerete questo articolo prima di aver visto il film, fate attenzione agli spoiler, perché Christopher Nolan non racconta affatto l’Odissea che abbiamo letto noi negli anni del liceo (anche se molti di quelli che hanno commentato il film non l’hanno mai letta, se va bene hanno soltanto visto il peraltro bellissimo sceneggiato Rai degli anni Settanta, che vi consiglio di rivedere per apprezzare ancora di più i “tradimenti” di Nolan).

Io amo più l’Iliade che l’Odissea. Ho da sempre trovato più interessante la storia di Achille e di Ettore, i due guerrieri che non amano la guerra, che pure sono costretti a combattere, anzi di cui sono i due indiscussi campioni, e i cui destini sono fatalmente intrecciati, perché necessariamente morto uno dovrà morire anche l’altro, rispetto a quella dell’uomo “dal multiforme ingegno”, con cui non ho mai sentito nessuna affinità, neppure nella lettura dantesca. Fno a ora per me Odisseo era il guerriero che vince soltanto con l’inganno e che, finita la guerra, decide di non tornare a casa, ma preferisce fare razzie per il Mediterraneo, ingannando le donne che usa a suo piacimento, finché, solo perché stanco, senza mezzi e senza uomini, torna a casa, indossa di nuovo la corona e si comporta come se tutto fosse come ancora prima, come se quei vent’anni non fossero mai passati. E poi, risolte le beghe interne, sconfitti i nobili che vogliono un cambio di regime, lascia ancora una volta la sua sposa, che pure gli è stata immeritatamente fedele, e riparte per continuare a fare il pirata, in lidi sempre più lontani.

Poi vorrei ricordare ai grecisti della domenica che in queste settimane si sono baloccati sul colore della pelle di Elena, magari non parlando dello sfregio che le fa Menelao per segnarne il possesso (peraltro non vi ha dato fastidio che Euriloco sia indiano? che problema avete con le donne? o siete anche voi come Menelao?) che questo è un film, che è cosa diversa da un libro. E che deve farti sobbalzare dalla paura sulla poltrona del cinema, così come i racconti degli aedi facevano paura ai loro ascoltatori. Che deve farti sognare, innamorare, tenerti in ansia, tutte cose che Nolan, da esperto aedo del cinema, sa fare benissimo. Immagino che Omero si sarebbe molto divertito e forse avrebbe invidiato Nolan per le possibilità tecniche che lui ha. Nessun poeta potrebbe raccontare l’attacco di Scilla ai sei compagni di Odisseo come riesce a fare il regista grazie alla potenza del cinematografo. Ovidio sarebbe impazzito a vedere come Circe trasforma gli uomini in porci.

Ammetto che io sono andato al cinema prevenuto: ho così poca stima per i detrattori del film da spingermi a farmelo piacere, a prescindere. Invece mi ha stupito, ne sono uscito entusiasta, come non mi succedeva da tempo. E con la voglia di tornare a vederlo. Perché non ci sono le cose più note, non c’è la storiella del nome Nessuno, non c’è l’inganno del letto d’ulivo (ma d’altra parte Odisseo e Penelope hanno già deciso che quello non sarà più il loro letto), Odisseo non è il furbastro che la fa franca in tutte le occasioni con un colpo d’ingegno.

Christopher Nolan ci racconta un Odisseo completamente diverso. E stavolta sì, questo è finalmente anche il “mio” Odisseo. Il regista inglese cambia completamente la prospettiva. Odisseo è consapevole che la guerra è scoppiata perché Agamennone vuole permettere alle città greche di commerciare liberamente lungo le rotte che portano al Ponto Eusino, senza sottostare alla città che controlla lo stretto, e che quindi la storia di Elena è solo un pretesto. Ma non si finge pazzo, parte per una guerra che sa che sarà lunga e da cui potrebbe non tornare. Dopo dieci anni di quel terribile conflitto, quando ormai i Greci non ne possono più tremati e stanno per essere sconfitti – perché per loro tornare vuol dire perdere – propone uno stratagemma e fa vincere la guerra ad Agammennone e ai Greci. Perché non basta una scintillante e paurosa armatura per vincere una guerra, serve anche l’intelligenza.

Ma per lui quella notte cambia tutto. Ha visto cosa è successo ad Hiroshima e sa che è colpa sua, solo sua. Gli ci vorranno dieci anni per capire quello che ha commesso, ma non per guarire. Anzi Odisseo ci mette dieci anni, che in quest’ottica è anche un tempo relativamente breve – altri ce ne mettono anche di più – per capire che non guarirà mai, che quella ferita lacerante se la porterà sempre dietro, che i sogni continueranno, che la testa del Palladio continuerà a rotolare così come quella della giovane sacerdotessa, ogni volta che chiuderà gli occhi.

Certo lui ha avuto fortuna, ha trovato un’eccellente psicoanalista, che ha saputo alternare farmaci e analisi, che gli ha permesso di affontare, ma mai sconfiggere, i suoi demoni. L’unica colpa di Calipso è stata quella di innamorarsi di un suo paziente, una cosa che a una terapeuta non dovrebbe mai succedere. Soprattutto Odisseo ha ritrovato una compagna che ha deciso, nonostante tutto, di farsi carico di questo fardello. Penelope, che potrebbe continuare a fare la regina, come ha fatto egregiamente per vent’anni, non ha colpe da espiare, ma ama talmente Odisseo da dividere con lui questo peso. Pochi di noi hanno questa fortuna.

L’Odisseo di Nolan è uno sconfitto e per questo per lui non c’è che l’esilio e sinceramente quella scena finale con la barca in rotta verso il tramonto rende perfino il “folle volo” una cosetta di poco conto, una chiusa che non sta all’altezza di questo colpo di genio.

Perché questo Odisseo è l’eroe di tutti noi sconfitti dalla vita, che abbiamo scelto l’esilio in un mondo che non ci piace, ma che abbiamo contribuito a creare così. È un poltico fallito, uno che ha creduto alla rivoluzione, uno che ha accettato troppi compromessi, tradendo alla fine gli ideali della propria giovinezza e l’eredità dei propri padri.

Quando Penelope arriva a capire che i tanto temuti “popoli del mare”, quelli che porteranno la distruzione, siamo noi, la regina Anne Hathaway, rompendo la quarta parete, si rivolge davvero a ciascuno di noi, a me, all’amico Luca Martini, a tanti che sentiamo questo peso. Non guariremo più, ci aspetta solo l’esilio.

Questo è quello che pensava Omero – anche ammettendo che sia esistito – rispetto a questo personaggio? Immagino di no, anzi sono sicuro di no, perché un po’ di greco antico l’ho masticato in gioventù. Ma Omero, come ciascuno di noi che ha l’ambizione di scrivere storie, sa bene che, una volta alzata la penna dal foglio – o dal papiro o dal pc, scegliete voi il supporto – il personaggio cessa di essere tuo e diventa del lettore e di chi vuole continuare a scriverne. E peraltro tutti noi siamo debitori a questo oscuro aedo che ha plasmato la letteratura occidentale, perché nell’Iliade e nell’Odissea ci sono già tutte le storie, che noi, senza vergogna, spacciamo come originali.

Nolan è stato bravo a creare il suo Odisseo e, da persona colta che ha letto tanto prima di fare questo film, lo ha fatto con classe, mantenendo una coerenza in tutto il racconto, togliendo quello che non serviva e aggiungendo quello che invece era utile alla sua storia, che – lo ripeterò fino alla nausea – non è quella di Omero, come non è quella di Dante o di Joyce o di tutti quelli che l’hanno raccontata e che la racconteranno in futuro, perché per fortuna ci saranno altri che avranno l’ambizione  di raccontare il “loro” Odisseo.

Sono talmente tanti i particolari convincenti che qui non posso dirli tutti, ma da vecchio grecista senza orecchio musicale, che con fatica ha imparato a scandire gli accenti degli esametri omerici, fatemi citare il colpo di genio dell’aedo rap che canta le gesta di Odisseo: anch’io ho cominciato a battere il piede con Eumeo e tutta la corte di Itaca.

Nolan ha tolto gli dei, una cosa che noi vecchi atei abbiamo particolarmente gradito, non c’è nulla di soprannaturale nel suo racconto, Atena non è la dea glaucopide di cui parla Omero, ma la coscienza di Odisseo, per quello ha il viso della sacerdotessa sacrificata (ma anche la piccola Ifigenia ha i tratti inconfodibili di Zendaya, non so se ottenuti con gli effetti speciali o ricercando una bambina con quegli splendidi lineamenti), le anime dei morti sono i suoi demoni, per quello non compaiono né Anticlea né Achille, e lui non scende nell’Ade, ma sono loro che salgono. Non so se Nolan ha mai letto le Città invisibili di Italo Calvino – secondo me sì – ma a me quei morti hanno ricordato il finale di quello splendido romanzo.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”.

Odisseo non ha neppure bisogno di Tiresia: sa già cosa il cieco indovino gli sta per rivelare. E soprattutto non è Poseidone che lo punisce, è sua, solo sua, la colpa di aver sganciato la bomba, è sua, solo sua, la colpa di aver tradito la rivoluzione. E questo ce lo porteremo dietro tutta la vita, qui nell’esilio.

lunedì 31 agosto 2026

Verba volant (848): etnia...

Etnia, sost. f.

Nell’Europa dei primi anni Trenta, quando è ancora viva la memoria della Grande Guerra e covano sotto la cenere le braci che ne faranno scoppiare di là a poco una ancora più drammatica, su un treno di lusso bloccato in una remota zona dei Balcani viene ucciso a colpi di coltello un misterioso uomo d’affari di orgine statunitensi. Le circostanze di quell’efferato delitto sono così singolari da mettere in difficoltà un ex ufficiale della polizia belga, divenuto dopo la guerra un celebre investigatore, che casulamente viaggia su quel treno. All’uomo appare evidente che il colpevole di quel delitto può essere solo uno degli altri passaggeri. Tra loro c’è un italiano, divenuto cittadino statunitense, che lavora come rappresentante della Ford.
Apparentemente non ha un motivo per aver compiuto il delitto, anche perché non ha mai visto la vittima prima di quel viaggio, ma per il direttore della compagnia deve essere lui il colpevole: “He is an Italian, and Italians use the knife!”, afferma perentoriamente dopo che l’hanno interrogato. Né il celebre investigatore né il medico di origine greche che partecipa alle indagini obiettano su questo punto.
L’investigatore non crede sia stato lui, ma il suo giudizio non è poi molto diverso da quello dell’amico francese. Anche se l’arma del delitto è evidentemente un coltello, non gli sembra un “delitto latino”, ma un assassinio figlio di una mente “fredda, decisa e piena di risorse”, decisamente “anglosassone”.
Credo che ormai anche voi sappiate che l’assassino non è il ciarliero Antonio Foscarelli. Anche se non è del tutto innocente, non è comunque lui che ha architettato quel complesso delitto. Ha ragione Hercule Poirot: non può essere un focoso italiano a orchestrare quella vendetta, ma una donna non solo assolutamente wasp, ma anche “la più famosa attrice tragica americana del suo tempo”.
Peraltro nel 1935 i primi lettori italiani del celebre romanzo di Agatha Christie non si rendono conto di tutto questo. Perché il traduttore Alfredo Pitta, ben sapendo cosa poteva e non poteva scrivere per evitare la censura fascista, cambia i nomi e le nazionalità di alcuni personaggi, in particolare quelli di orgine italiana: il “cattivo” Cassetti diventa l’irlandese O’Hara e il povero Foscarelli il brasiliano Pereira e taglia pesantemente il dialogo di stampo lombrosiano che ho sopra citato tra Poirot e Bouc sulle caratteristiche criminali dei diversi popoli.
Solo nel ’70 Mondadori ripubblica il romanzo, sempre nella traduzone di Pitta, ma con i nomi “veri”, anche se rimane un errore. A un certo punto si fa riferimento come occupante dell’ultimo scompartimento a un fantomatico brasiliano, che non si capisce davvero da dove spunti. Poi nel 1974 esce il celebre film diretto da Sidney Lumet e il grande caratterista inglese Denis Quilley è un credibile Gino (cambia solo il nome) Foscarelli e su di lui “pesano” i pregiudizi di Bouc. Nel film di Kenneth Branagh il personaggio diventa il latino-americano Biniamino Marquez, perché evidentemente per il pubblico del 2010 sono loro che risolvono le cose con il coltello.
Solo nel 1987 Mondadori affida a Lidia Zazo di ritradurre il romanzo e non solo i personaggi prendono i loro nomi originali, ma finalmente i lettori italiani possono entrare nei pregiudizi europei degli anni Trenta, quando “l’uso di coltelli è solo di certe etnie”, come dice il sindaco di La Spezia, pardon il direttore della compagnia dell’Orient Express.

domenica 18 gennaio 2026

Storie (XXXIV). "La casa di Miss Lina"

Jean si è stancata di vivere in quel motel e consulta le pagine degli annunci in cerca di qualcuno che affitti una stanza a un prezzo decente. "Troppo caro, troppo caro, troppo lontano dagli studi". Jean vuole fare l’attrice: alla mattina fa la cameriera in una tavola calda sul Sunset e il pomeriggio è in giro per audizioni. "Troppo caro. Troppo caro". Un’ennesima ricerca a vuoto. Poi l’occhio si ferma su un annuncio che sembra perfetto: il prezzo è ottimo e quella casa è davvero poco distante dal diner dove lavora. C’è una sola condizione richiesta dalla proprietaria, che si firma Miss Lina: "niente gente del cinema".

Jean, con in mano il giornale, arriva davanti a quella piccola palazzina di Kings Road. È una delle più vecchie di quella strada, un residuo della Hollywood degli anni ruggenti, in mezzo alle nuove villette costruite negli anni Cinquanta. Da fuori appare curata. Una vecchia cameriera le apre la porta, le fa segno di accomodarsi. Jean capisce che è muta e indica l’annuncio. La donna scuote la testa e fa segno di sedersi. Poi sale rapidamente le scale. Jean siede nell’elegante salotto, i mobili sono antiquati, un po’ troppo ornati per i suoi gusti.
Finalmente, dopo un buon quarto d’ora, appare Miss Lina, fasciata in una lunga vestaglia di seta e in testa uno di quei turbanti che Jean ha visto solo nei vecchi film. La voce è flebile.
“Buongiorno signorina. So che è qui per l’annuncio”.
“Sì, sto cercando una camera”.
“Da dove viene?”.
“Chicago”.
“E come mai è qui a Hollywood? Ha un bel visino. Vuole fare l’attrice?”.
“No. Lavoro in un diner qui sul Sunset. Sono venuta con il mio fidanzato, che però mi ha lasciato per un’attricetta. Ho deciso di rimanere, perché comunque non ho più nessuno a Chicago”.
Jean si è preparata per bene quella storia, che peraltro non è del tutto falsa. Effettivamente i suoi genitori a Chicago sono entrambi morti e il ragazzo con cui è venuta ad Hollywood l’ha lasciata per una che lavora nel reparto sartoria della Metro. Semplicemente ha omesso e aggiunto quello che pensa possa far colpo su Miss Lina. E ha visto giusto.
“Mi dispiace, ma d’altra parte da quelli del cinema vengono solo guai. Per quello io non li voglio come affittuari”.

La camera è bella e l’affitto richiesto da Miss Lina è davvero onesto. Le due donne si accordano rapidamente, anche perché la vecchia signora non richiede neppure una garanzia: dal lunedì successivo la ragazza può andare a vivere lì.
Jean è rimasta molto colpita da Miss Lina. Certo è una donna anziana, ma la ragazza non riesce a darle un’età precisa. I lineamenti sono molto belli e gli occhi vivissimi. Jean ha notato che alcune rughe sono disegnate. Miss Lina si è truccata per apparire più vecchia e più brutta di quanto effettivamente sia: una cosa davvero insolita per Hollywood, dove tutti fingono di essere più giovani di quello che sono. Anche i suoi movimenti sono volutamente lenti, quando pensa di non essere vista, Jean ha notato che la donna si muove più velocemente.
Jean è contenta di quella sistemazione. Certo non avrebbe messo nella sua camera quelle tende di pizzo o quel ricercato tappeto, e non avrebbe riempito la mensola del camino con tutti quei ninnoli, ma non può proprio lamentarsi. Per ora lei è la sola pensionante di Miss Lina. L’altra camera è ancora libera, l’affittuario precedente è stato cacciato quando la signora ha scoperto che non era un commesso viaggiatore, ma un press agent della Paramount.
Jean nota che che Miss Lina non sembra mai uscire di casa. Mentre le camere che affitta sono al piano terra, lei vive al primo piano e Jean nel primo mese non l’ha più vista. La sente camminare e a volte chiacchierare con il suo gatto, un siamese che invece spesso scende a controllare le stanze di sotto. Alla fine del primo mese le lascia la cifra pattuita sul tavolino dell’ingresso e poco dopo trova al suo posto una ricevuta firmata solo Miss Lina. Non ha mai visto posta indirizzata a Miss Lina e ovviamente è impossibile chiedere informazioni alla cameriera. In un mese non sa ancora come si chiama la proprietaria di casa.

Jean non ha tempo per pensare a quel mistero. Finalmente ottiene una piccola parte, davvero molto piccola, ma almeno ha una battuta, in "Man of La Mancha". Le sembra di sognare: quel giorno è a pranzo a fianco di Sophia Loren e Peter O’Toole le ha versato il caffé.
Gino Conforti è quello che la mette più a suo agio: è di Chicago anche lui e considera suo dovere far ridere quella ragazza al debutto: “Sai Jean, io ero il Barbiere anche a Broadway, evidentemente è una parte che solo un italiano di Chicago può fare. E non temere la vecchia Rosalie, non è cattiva, è solo inglese”.
Finite le riprese, Gino offre un passaggio a Rosalie Crutchley e a Jean: “Dai ragazze, vi porto a casa”. Jean chiede di essere portata fino al diner. Rosalie le chiede: “Abiti qui?”. Jean non ha il coraggio di dire ai suoi colleghi che la sua padrona di casa non apprezza molto quelli del cinema. Gino insiste: “Non ti preoccupare. Ti portiamo fino a casa”.
L’auto volta per Kings Road e Jean indica la casa. “Tu abiti in quella villetta?”. Gino interroga stupito la ragazza. “Sì, la proprietaria mi ha affitato una stanza”.
“E sai chi è?”.
“A dire la verità, io la conosco solo come Miss Lina”.
“Ragazza mia, tu vivi sotto lo stesso tetto di Lina Lamont”.
Rosalie interviere: “Quella Lina Lamont?”.
“La sola e l’unica - continua Gino - nessuno l’ha più vista dopo quella sera. Qualcuno ci dovrebbe fare un film sulla sua storia”.