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mercoledì 4 maggio 2016
Verba volant (270): solidarietà...
Solidarietà, sost. f.
Forse la notizia in questi giorni vi è sfuggita. Una trentina di migranti accolti in una struttura a Reggio Emilia hanno protestato davanti alla questura della città emiliana per lamentarsi della scarsa qualità del cibo servito dagli operatori che gestiscono quella struttura. Un politico locale ha criticato questa protesta, dicendo che lamentarsi significa "sputare sulla nostra generosa ospitalità". Ha rincarato la dose, spiegando che "l'unica risposta che avrei dato a una protesta del genere è un sonoro calcio nel culo, altro che delegati e dialogo", criticando implicitamente il questore che aveva ricevuto alcuni rappresentanti dei rifugiati, impegnandosi a verificare la vicenda e la fondatezza delle loro rimostranze.
Quel politico è un esponente locale del pd, ma in fondo questo conta assai poco - il mio pessimo giudizio su quel partito non peggiorerà certo per questo episodio. Al di là di qualche reprimenda di maniera, più per l'opportunità che sul merito delle cose dette, immagino che quel tipo non pagherà dazio per queste sue affermazioni, perché ha espresso quello che hanno pensato in tanti leggendo quella notizia, anzi ha espresso un'opinione largamente diffusa nella nostra società, indipendentemente dalle opinioni politiche o dal credo religioso, l'idea di una maggioranza molto ampia, anche con una volgarità che è ormai dilagante e permeante. Quel tale è stato meno ipocrita di tanti altri che hanno fatto lo stesso commento, e nessuno di loro si è preso la briga di mettersi un momento a pensare a quello che diceva, a cosa rappresentano quelle parole, che idea del mondo rispecchiano. E infatti il nostro paese fa largamente schifo.
Non entro nel merito della vicenda, che non conosco. Ricordo soltanto che quella cooperativa ha già avuto problemi per un uso, diciamo, disinvolto dei fondi assegnati per la gestione dei centri per i rifugiati. Credo - per quel poco di esperienza di ristorazione collettiva che ho - che incassando dallo stato 33 euro a persona, a giorno, si possa gestire in maniera adeguata, oltre agli altri servizi, una cucina, garantendo proposte variate e di qualità. Mi pare che per troppi soggetti - mi vengono in mente anche alcuni albergatori della mia città, che magari dicono di votare Lega e che la domenica non si perdono una messa - questa presenza dei rifugiati sia un affare lucroso, che impegna poco le loro scarse qualità imprenditoriali.
Il tema però è quel "calcio in culo" che tanti - la maggioranza - vorrebbero sferrare a quei rifugiati "ingrati". Ci pensavo confrontando questa storia con le vicende raccontate dal film I compagni di Mario Monicelli. Di questo film ho già parlato - lo so - ma offre così tanti spunti che credo ci tornerò su altre volte. Tutta la storia, ambientata nella Torino operaia di fine Ottocento, è punteggiata dalle collette organizzate da quegli operai, per aiutare un loro compagno che ha perso una mano, per sostenere un altro che è stato sospeso, per mantenere la famiglia di un altro ancora che è stato messo in carcere e così via. Per quasi tutto il film vediamo Omero, il più giovane degli operai, girare con il cappello tra i colleghi per raccogliere i soldi delle collette. Non erano più buoni di quanto lo siamo noi - o forse lo erano, ma non è questo il tema - è che sapevano benissimo che in quel tempo quelle collette erano l'unico aiuto che potevano ricevere e quindi dare oggi un qualche soldo per un compagno in difficoltà, e quindi fare un sacrificio perché la miseria era nera per tutti, significava poter ricevere qualcosa domani, quando loro avessero avuto bisogno. La solidarietà è semplicemente questa cosa qui, non bisogna essere dei santi per aiutare gli altri, basta essere uomini, con tutti i nostri limiti, con tutti i nostri difetti. Quegli operai organizzano una colletta anche per la famiglia dell'operaio siciliano, così diverso da loro - anche fisiognomicamente - su cui pure le loro opinioni non sono affatto benevole, su cui hanno dei pregiudizi, che sfiorano il razzismo. Erano i siciliani allora quelli che vengono a rubarci il lavoro. Quelle donne e quegli uomini erano ignoranti, molti di loro non sapevano né leggere né scrivere, però intuivano un concetto che noi, con tutte le nostre filosofie, non riusciamo più a ricordare, ossia che i poveri si salvano solo se stanno insieme, solo se si aiutano, anche quando non si stanno reciprocamente simpatici.
Poi è vero che adesso c'è il welfare, ci sono i servizi - che noi finanziamo con le nostre tasse, quelli che le pagano - e non possiamo anche farci carico personalmente di aiutare tutti quelli che arrivano qui. Poi è vero che non possiamo aiutare tutti. Poi è vero che tra quelli che arrivano qui ci sono dei delinquenti, degli scansafatiche, dei perdigiorno. Ci sono molte ragioni per essere egoisti, ciascuno di noi è bravissimo a giustificare la propria grettezza. Però la vera questione è che noi non siamo poveri, non lo siamo più - o non lo siamo ancora - mentre quei "negri" che rifiutano la "nostra" pastasciutta, dicendo che è scotta, sono poveri, molto poveri. E questa non è una buona ragione per prenderli a calci in culo.
Naturalmente noi continueremo a fare schifo, a guadagnare su quei poveri che pure diciamo di non volere, e insegneremo loro a essere meschini come siamo noi, insegneremo loro a odiarci, e sarà giusto che ci odino. Quando ci prenderanno a calci in culo non dovremo protestare, perché glielo abbiamo insegnato noi.
giovedì 19 marzo 2015
Considerazioni libere (398): a proposito della ricostruizione della sinistra...
So che dell'argomento ho appena scritto, ma francamente mi sembra la novità più rilevante da molto tempo nel campo travagliato della sinistra italiana. Io sostengo la proposta di Maurizio Landini e della Fiom di costituire quella che ormai abbiamo cominciato a chiamare coalizione sociale, parteciperò alla manifestazione di sabato 28 marzo a Roma e farò, nel mio piccolissimo, quello che posso per sostenere questa proposta politica, cercando di valorizzarne il carattere di originalità, sperando che non diventi l'ennesimo esperimento concluso male, l'ennesima occasione di rimpianti e recriminazioni.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.E naturalmente il grande tema del lavoro - e dei lavori - su cui il sindacato sta già svolgendo un'azione importante. Ed è abbastanza naturale che la nostra azione sia partita da lì, anche perché è proprio contro il lavoro - privato e pubblico - che l'azione del governo è più violenta ed eversiva, in particolare nel rapporto tra democrazia e lavoro, come è stato sancito in maniera altissima dall'art. 1 della Costituzione.
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.
sabato 25 maggio 2013
Considerazioni libere (363): a proposito di alcuni valori da condividere...
Uno spettro s'aggira per l'Europa. Lo so: l'incipit di questa mia nuova "considerazione" non è originale; l'ho copiato dal libretto di due vecchi scrittori tedeschi. No, non sono i fratelli Grimm: è un altro genere di favole. Ma torniamo al punto: in Europa si aggira il fantasma della sinistra. Le tristi - e per alcuni versi ridicole - traversie di quella italiana, morta definitivamente alcuni giorni fa, ci ha fatto dimenticare che questa parte dello schieramento politico soffre in tutto il nostro continente. Per quel che riguarda l'Italia importa ormai poco capire se è stata uccisa da un preciso colpo di fucile di Napolitano - cecchino assoldato dalla destra finanziaria internazionale - o si è suicidata sparandosi alla tempia: a questo punto soltanto quelli di Csi possono dirci quale sia il proiettile mortale arrivato per primo alla meta. Ora la sinistra giace defunta - e bisogna dire che Epifani ha il severo contegno di un perfetto impresario di pompe funebri - nell'attesa che Renzi, smessi i panni di Fonzie, faccia rinascere il Pd come un partito moderato di centro, tenuamente pietoso verso i poveri e capace di raccogliere parte dei voti del Pdl, quando finalmente B. morirà.
Vediamo però cosa succede nel resto dell'Europa, dove almeno non hanno avuto la sfortuna di avere il Pd, e quindi ci sono ancora dei partiti socialisti, per quanto malandati. L'unico grande paese europeo governato dai socialisti è la Francia, ma Hollande è ai minimi storici della popolarità e di conseguenza il suo partito e la sua maggioranza sono in fibrillazione, temendo che la rovina del presidente trascini anche loro; al di là della sacrosanta legge di civiltà che istituisce i matrimoni tra le persone dello stesso sesso, Hollande non ha fatto nulla per migliorare le condizioni dei cittadini più poveri e quindi cresce, al di là delle Alpi, una protesta a sinistra, che rischia però di portare voti ai fascisti di Marine Le Pen, per una non inconsueta eterogenesi dei fini. Qualcosa di simile avviene anche nel Regno Unito, dove - nonostante gli sforzi del giovane Milliband - il Labour, ancora tramortito dagli anni di Blair, non spera di arrivare al governo, mentre cresce a destra del partito di Cameron un movimento populista antieuropeo, l'Ukip di Nigel Farage. Non sta meglio la Spd che, non contando di sconfiggere Angela Merkel alle prossime elezioni, ha puntato tutto sul pareggio, scegliendo il candidato più adatto a formare una GrosseKoalition, una sorta di Enrico Letta tedesco, già pronto alla resa; curiosamente poi il nuovo segretario di quel partito ha proposto, con una mossa di tipico sapore veltroniano, di cambiare nome all'Internazionale socialista, per farla diventare una sorta di casa comune dei progressisti. In Grecia il Pasok ha anticipato di qualche mese la via italiana di adesione supina alle linee politiche ed economiche dettate da Francoforte e in Spagna il Psoe non ha avuto la capacità di mettersi in sintonia con le importanti manifestazioni di piazza che hanno animato la vita politica di quel paese, condannandosi all'opposizione. E' interessante anche quello che avviene nei paesi del nord Europa, che sanno cosa significa socialdemocrazia e sanno che può funzionare: da alcuni anni la Svezia è governata dal centrodestra, che ha cominciato a ridurre la rete di welfare di quel paese. E' notizia di questi giorni - come sapete - che nelle periferie delle città svedesi sono scoppiate delle rivolte, che hanno visto sulle stesse barricate giovani immigrati e giovani svedesi, arrabbiati - gli uni e gli altri - per motivi diversi, ma sostanzialmente perché vedono il proprio futuro con sempre minori prospettive di miglioramento: evidentemente in quel sistema c'è - e non da ora - qualcosa che vacilla e anche per responsabilità dei socialdemocratici. Curioso poi è il caso dell'Islanda, dove è tornato a vincere il partito di centrodestra responsabile della crisi economica in quella piccola repubblica artica. Su quel paese si è probabilmente qui da noi vagheggiato anche troppo, ma certo c'era stato un protagonismo dei cittadini che poteva essere un esempio anche per altri paesi; i cittadini avevano preso decisioni radicali, ad esempio riguardo alla questione del pagamento del debito. Il partito di sinistra che aveva beneficiato elettoralmente di questa sorta di rivoluzione islandese, una volta al governo, ha scelto la strada della responsabilità e dell'accordo con le autorità finanziarie internazionali - in sostanza ha deciso di pagare - tradendo così le aspettative degli elettori che quindi hanno nuovamente premiato il partito populista di destra, che ha basato la propria campagna elettorale sulla riduzione delle tasse. Vi ricorda qualcosa? Chissà come si dice Imu in islandese? In sostanza nelle sedi europee i capi di governo socialisti, in primis Hollande, ma anche il belga Di Rupo e la danese Thorning-Schmidt, non riescono minimamente a incidere sulle scelte della destra rigorista, non solo perché sono in netta minoranza, ma soprattutto perché manca un pensiero di sinistra altrettanto forte del pensiero ultraliberista che è diventato ormai dominante. Il problema non è solo politico, ma è insieme politico e culturale; se i governi di sinistra o di centrosinistra in Europa propongono le stesse soluzioni dei governi di destra, tanto da poter, senza troppe difficoltà, costruire governi di larghe coalizioni, come possono essere interlocutori forti e autorevoli contro il pensiero della destra? Quando va bene riescono ad attenuarne la ferocia sociale, ma nulla di più.
Da questo punto di vista il caso italiano è piuttosto emblematico. La difficoltà palese dell'attuale esecutivo - che finora si è caratterizzato per molti rinvii e pochi provvedimenti di carattere schiettamente liberista - non sta nella dialettica tra destra e sinistra, che non esiste, ma nella presenza di B., ossia di un elemento eversivo del sistema politico e istituzionale, difficile da incasellare anche nella destra europea. Infatti il programma della coalizione "Italia bene comune" solo con una buona dose di ipocrisia poteva essere considerato di sinistra, tanto è vero che quella parola non compare mai in quel documento, se non una volta, in un inciso, per definire qualcosa d'altro. Con tutta la buona volontà di questo mondo, qualcuno può definire Enrico Letta un uomo di sinistra? No. Così come giustamente Matteo Renzi tende a rifiutare questa etichetta. Il programma del Pd era sostanzialmente quello di Monti, tanto che ne accettava uno dei cardini fondamentali, ossia il pareggio di bilancio in Costituzione; io, come altri, ho votato comunque per quel partito, perché ero convinto che avrebbe almeno impedito a B. di tornare alla ribalta politica, ma questa speranza è stata, con tutta evidenza, mal riposta e di questo il Pd pagherà dazio, prima o poi. Come sapete - l'ho scritto alcune altre volte - io per qualche tempo ho cullato l'idea che il Pd si scindesse, in maniera consensuale, in due partiti: uno socialista e uno liberal-democratico; ho anche sperato che Barca potesse far scattare questo meccanismo. Ora, dopo quello che è successo in queste settimane, ho perso anche questa speranza: il gruppo dirigente del Pd non è palesemente in grado di sollevarsi dalle logiche di sopravvivenza da ceto politico che l'hanno caratterizzato questi anni. E Barca, ben che vada, si prepara a creare l'ennesima corrente.
Una storia si è chiusa e non sappiamo però se un'altra è destinata ad aprirsi: quello che sta succedendo in Europa non ci fa essere ottimisti. Eppure è l'unica strada su cui, per uno come me, è possibile cominciare un cammino, anche dopo tante delusioni. Se il Pd non più essere un mio compagno di viaggio - perché chiaramente prenderà una strada diversa - non posso neppure pensare che la soluzione nasca da un assemblaggio, più o meno forzoso, dei partitini o dei loro spezzoni nati dalla crisi del maggior partito della sinistra italiana: credo sia bastata la fallimentare esperienza della Lista Ingroia per capire che la sinistra non rinascerà in questo modo. E non rinascerà seguendo le sirene di un nuovo capo, per quanto sia affascinante e coinvolgente la sua "narrazione": un partito deve avere l'ambizione di essere una cosa un po' diversa. Per questo non dovremo avere neppure la frenesia di essere pronti per la prossima scadenza elettorale: la gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Anche in questo caso l'esperienza recente di Cambiare si può, che, in vista delle elezioni, ha deciso in fretta e furia di partecipare alla nascita della lista della sinistra radicale, è significativa e deve servire da insegnamento per quello che non si deve fare. Immagino che dovremo saltare qualche giro prima di pensare di essere pronti, pena il dover sempre perdere troppo tempo e troppe energie per curarci le ferite, dopo le inevitabili cadute. Va costruita una rete, con una pazienza che dovremo imparare a praticare, anche se questa non è esattamente una caratteristica rivoluzionaria.
Un pezzo del nostro mondo, del mondo della sinistra, era in piazza sabato scorso a Roma, sotto le bandiere della Fiom. Tanti "soloni" del Pd ci hanno spiegato, prima e dopo la manifestazione, che la Fiom deve fare il sindacato e non deve diventare un partito; in linea di massima è vero e sarebbe vero in una situazione ordinaria. Purtroppo la situazione è straordinaria, visto che non esiste più in Italia un partito che rappresenti e difenda il lavoro, ovviamente nella sua modernità molto varia e frastagliata. Credo di essere stato chiaro, ma voglio ripeterlo: il futuro della sinistra - se ci sarà - non può passare attraverso l'individuazione di un nuovo leader, anche se bravo come Maurizio Landini. Se partiamo da lì, siamo perduti: per l'ennesima volta. La manifestazione della Fiom è stata importante per un altro punto, perché ha detto che c'è un pezzo d'Italia, per adesso assolutamente minoritario, ma comunque vivo, che è disponibile a lavorare al progetto di una "costituente di sinistra del lavoro fondato sul rispetto della salute, della dignità e dell'ambiente", come l'ha definita con esattezza Adriano Sofri. Ed è stata importante perché Stefano Rodotà, nel suo intervento intenso e appassionato, ci ha tornato a spiegare che senso possiamo dare, da sinistra, all'art. 1 della nostra Costituzione, ossia che democrazia e lavoro devono sempre rimanere collegati, devono far parte di uno stesso progetto riformatore, perché l'una senza l'altro non stanno insieme.
E poi - anche questo non è propriamente un tema originale - bisogna tornare a parlare di uguaglianza, perché questo è un tema che rimane un discrimine assoluto tra sinistra e destra, è una delle cose che ci definisce, come spiega con chiarezza Norberto Bobbio in Destra e sinistra:
Vediamo però cosa succede nel resto dell'Europa, dove almeno non hanno avuto la sfortuna di avere il Pd, e quindi ci sono ancora dei partiti socialisti, per quanto malandati. L'unico grande paese europeo governato dai socialisti è la Francia, ma Hollande è ai minimi storici della popolarità e di conseguenza il suo partito e la sua maggioranza sono in fibrillazione, temendo che la rovina del presidente trascini anche loro; al di là della sacrosanta legge di civiltà che istituisce i matrimoni tra le persone dello stesso sesso, Hollande non ha fatto nulla per migliorare le condizioni dei cittadini più poveri e quindi cresce, al di là delle Alpi, una protesta a sinistra, che rischia però di portare voti ai fascisti di Marine Le Pen, per una non inconsueta eterogenesi dei fini. Qualcosa di simile avviene anche nel Regno Unito, dove - nonostante gli sforzi del giovane Milliband - il Labour, ancora tramortito dagli anni di Blair, non spera di arrivare al governo, mentre cresce a destra del partito di Cameron un movimento populista antieuropeo, l'Ukip di Nigel Farage. Non sta meglio la Spd che, non contando di sconfiggere Angela Merkel alle prossime elezioni, ha puntato tutto sul pareggio, scegliendo il candidato più adatto a formare una GrosseKoalition, una sorta di Enrico Letta tedesco, già pronto alla resa; curiosamente poi il nuovo segretario di quel partito ha proposto, con una mossa di tipico sapore veltroniano, di cambiare nome all'Internazionale socialista, per farla diventare una sorta di casa comune dei progressisti. In Grecia il Pasok ha anticipato di qualche mese la via italiana di adesione supina alle linee politiche ed economiche dettate da Francoforte e in Spagna il Psoe non ha avuto la capacità di mettersi in sintonia con le importanti manifestazioni di piazza che hanno animato la vita politica di quel paese, condannandosi all'opposizione. E' interessante anche quello che avviene nei paesi del nord Europa, che sanno cosa significa socialdemocrazia e sanno che può funzionare: da alcuni anni la Svezia è governata dal centrodestra, che ha cominciato a ridurre la rete di welfare di quel paese. E' notizia di questi giorni - come sapete - che nelle periferie delle città svedesi sono scoppiate delle rivolte, che hanno visto sulle stesse barricate giovani immigrati e giovani svedesi, arrabbiati - gli uni e gli altri - per motivi diversi, ma sostanzialmente perché vedono il proprio futuro con sempre minori prospettive di miglioramento: evidentemente in quel sistema c'è - e non da ora - qualcosa che vacilla e anche per responsabilità dei socialdemocratici. Curioso poi è il caso dell'Islanda, dove è tornato a vincere il partito di centrodestra responsabile della crisi economica in quella piccola repubblica artica. Su quel paese si è probabilmente qui da noi vagheggiato anche troppo, ma certo c'era stato un protagonismo dei cittadini che poteva essere un esempio anche per altri paesi; i cittadini avevano preso decisioni radicali, ad esempio riguardo alla questione del pagamento del debito. Il partito di sinistra che aveva beneficiato elettoralmente di questa sorta di rivoluzione islandese, una volta al governo, ha scelto la strada della responsabilità e dell'accordo con le autorità finanziarie internazionali - in sostanza ha deciso di pagare - tradendo così le aspettative degli elettori che quindi hanno nuovamente premiato il partito populista di destra, che ha basato la propria campagna elettorale sulla riduzione delle tasse. Vi ricorda qualcosa? Chissà come si dice Imu in islandese? In sostanza nelle sedi europee i capi di governo socialisti, in primis Hollande, ma anche il belga Di Rupo e la danese Thorning-Schmidt, non riescono minimamente a incidere sulle scelte della destra rigorista, non solo perché sono in netta minoranza, ma soprattutto perché manca un pensiero di sinistra altrettanto forte del pensiero ultraliberista che è diventato ormai dominante. Il problema non è solo politico, ma è insieme politico e culturale; se i governi di sinistra o di centrosinistra in Europa propongono le stesse soluzioni dei governi di destra, tanto da poter, senza troppe difficoltà, costruire governi di larghe coalizioni, come possono essere interlocutori forti e autorevoli contro il pensiero della destra? Quando va bene riescono ad attenuarne la ferocia sociale, ma nulla di più.
Da questo punto di vista il caso italiano è piuttosto emblematico. La difficoltà palese dell'attuale esecutivo - che finora si è caratterizzato per molti rinvii e pochi provvedimenti di carattere schiettamente liberista - non sta nella dialettica tra destra e sinistra, che non esiste, ma nella presenza di B., ossia di un elemento eversivo del sistema politico e istituzionale, difficile da incasellare anche nella destra europea. Infatti il programma della coalizione "Italia bene comune" solo con una buona dose di ipocrisia poteva essere considerato di sinistra, tanto è vero che quella parola non compare mai in quel documento, se non una volta, in un inciso, per definire qualcosa d'altro. Con tutta la buona volontà di questo mondo, qualcuno può definire Enrico Letta un uomo di sinistra? No. Così come giustamente Matteo Renzi tende a rifiutare questa etichetta. Il programma del Pd era sostanzialmente quello di Monti, tanto che ne accettava uno dei cardini fondamentali, ossia il pareggio di bilancio in Costituzione; io, come altri, ho votato comunque per quel partito, perché ero convinto che avrebbe almeno impedito a B. di tornare alla ribalta politica, ma questa speranza è stata, con tutta evidenza, mal riposta e di questo il Pd pagherà dazio, prima o poi. Come sapete - l'ho scritto alcune altre volte - io per qualche tempo ho cullato l'idea che il Pd si scindesse, in maniera consensuale, in due partiti: uno socialista e uno liberal-democratico; ho anche sperato che Barca potesse far scattare questo meccanismo. Ora, dopo quello che è successo in queste settimane, ho perso anche questa speranza: il gruppo dirigente del Pd non è palesemente in grado di sollevarsi dalle logiche di sopravvivenza da ceto politico che l'hanno caratterizzato questi anni. E Barca, ben che vada, si prepara a creare l'ennesima corrente.
Una storia si è chiusa e non sappiamo però se un'altra è destinata ad aprirsi: quello che sta succedendo in Europa non ci fa essere ottimisti. Eppure è l'unica strada su cui, per uno come me, è possibile cominciare un cammino, anche dopo tante delusioni. Se il Pd non più essere un mio compagno di viaggio - perché chiaramente prenderà una strada diversa - non posso neppure pensare che la soluzione nasca da un assemblaggio, più o meno forzoso, dei partitini o dei loro spezzoni nati dalla crisi del maggior partito della sinistra italiana: credo sia bastata la fallimentare esperienza della Lista Ingroia per capire che la sinistra non rinascerà in questo modo. E non rinascerà seguendo le sirene di un nuovo capo, per quanto sia affascinante e coinvolgente la sua "narrazione": un partito deve avere l'ambizione di essere una cosa un po' diversa. Per questo non dovremo avere neppure la frenesia di essere pronti per la prossima scadenza elettorale: la gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Anche in questo caso l'esperienza recente di Cambiare si può, che, in vista delle elezioni, ha deciso in fretta e furia di partecipare alla nascita della lista della sinistra radicale, è significativa e deve servire da insegnamento per quello che non si deve fare. Immagino che dovremo saltare qualche giro prima di pensare di essere pronti, pena il dover sempre perdere troppo tempo e troppe energie per curarci le ferite, dopo le inevitabili cadute. Va costruita una rete, con una pazienza che dovremo imparare a praticare, anche se questa non è esattamente una caratteristica rivoluzionaria.
Un pezzo del nostro mondo, del mondo della sinistra, era in piazza sabato scorso a Roma, sotto le bandiere della Fiom. Tanti "soloni" del Pd ci hanno spiegato, prima e dopo la manifestazione, che la Fiom deve fare il sindacato e non deve diventare un partito; in linea di massima è vero e sarebbe vero in una situazione ordinaria. Purtroppo la situazione è straordinaria, visto che non esiste più in Italia un partito che rappresenti e difenda il lavoro, ovviamente nella sua modernità molto varia e frastagliata. Credo di essere stato chiaro, ma voglio ripeterlo: il futuro della sinistra - se ci sarà - non può passare attraverso l'individuazione di un nuovo leader, anche se bravo come Maurizio Landini. Se partiamo da lì, siamo perduti: per l'ennesima volta. La manifestazione della Fiom è stata importante per un altro punto, perché ha detto che c'è un pezzo d'Italia, per adesso assolutamente minoritario, ma comunque vivo, che è disponibile a lavorare al progetto di una "costituente di sinistra del lavoro fondato sul rispetto della salute, della dignità e dell'ambiente", come l'ha definita con esattezza Adriano Sofri. Ed è stata importante perché Stefano Rodotà, nel suo intervento intenso e appassionato, ci ha tornato a spiegare che senso possiamo dare, da sinistra, all'art. 1 della nostra Costituzione, ossia che democrazia e lavoro devono sempre rimanere collegati, devono far parte di uno stesso progetto riformatore, perché l'una senza l'altro non stanno insieme.
E poi - anche questo non è propriamente un tema originale - bisogna tornare a parlare di uguaglianza, perché questo è un tema che rimane un discrimine assoluto tra sinistra e destra, è una delle cose che ci definisce, come spiega con chiarezza Norberto Bobbio in Destra e sinistra:
Intendo semplicemente ribadire la mia tesi che l'elemento che meglio caratterizza le dottrine e i movimenti che si sono chiamati "sinistra", e come tali sono stati per lo più riconosciuti, è l'egualitarismo, quando esso sia inteso non come l'utopia di una società in cui tutti sono eguali in tutto, ma come tendenza, da un lato, a esaltare più ciò che rende gli uomini eguali che ciò che li rende diseguali, dall'altro, in sede pratica, a favorire le politiche che mirano a rendere più eguali i diseguali.Il tema è tanto più centrale adesso, visto che le diseguaglianze tendono ad aumentare, su scala mondiale - le 358 persone più ricche al mondo hanno una ricchezza pari a quella del 45% più povero della popolazione mondiale - e in ogni singolo paese: questo è un effetto della crisi, ma contemporaneamente ne è anche causa. E soprattutto nasce dall'idea - che è uno dei punti di forza del pensiero ultraliberista - secondo cui la diseguaglianza è in sé un fattore di progresso e di dinamismo sociale. Noi sappiamo che non è così, lo sanno i più poveri del mondo. E non possiamo neppure accettare l'idea che tutti devono avere le stesse opportunità di partenza, perché - poco dopo che la corsa è cominciata - per troppe persone si aprono voragini di disegualianza incolmabili. Allora dobbiamo pensare, ancora una volta, che l'idea di uguaglianza deve andare di pari passo con quella di differenza, perché la differenza è uno dei presupposti della libertà. Ma questa libertà è vera soltanto nella democrazia e nella partecipazione e ha bisogno, per essere concreta, della solidarietà, ossia della dignità del fare come responsabilità verso sé e gli altri. E qui arriviamo a un punto in cui - come è evidente - tutti i valori fondamentali della sinistra si tengono e si chiamano a vicenda. In fondo la definizione dei valori per un partito di sinistra non richiede troppe pagine né la costituzione di un comitato di saggi. Io credo che potremmo partire da qui, provando poi a verificare cosa si adatta e cosa no e facendo, di conseguenza, delle scelte. Pensandoci, è meno difficile di quanto si possa credere.
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