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domenica 11 ottobre 2026

Verba volant (852): resistenza...

Madeleine Lebeau

 

Resistenza, sost. f.

Madeleine ha solo sedici anni quando incontra Marcel Dalio, che ne ha ventiquattro più di lei ed è sposato. Madeleine vuole diventare un’attrice, vuole comparire sulle copertine delle riviste che legge avidamente fin da bambina, sognando la vita delle stelle del cinema. Quando si incontrano lei è apparsa, non accreditata, in un film di scarso successo, anche se diretto da Georg Wilhelm Pabst, mentre lui è un attore famoso, che ha lavorato con Jean Gabin ne Il bandito della Casbah e ha avuto ruoli importanti in due film di Jean Renoir, La grande illusione e La regola del gioco.

Poche settimane dopo avere conosciuto Madeleine, Dalio divorzia da Jany Holt, anche lei un’attrice. E così i due si sposano. Ma i genitori di Marcel sono ebrei rumeni e lui, come molti altri francesi di origine ebraica, decide di fuggire, prima che le truppe tedesche invadano la Francia. Peraltro nei mesi successivi la propaganda nazista userà proprio il volto di Marcel Dalio per mostrare nei loro manifesti i tratti somatici del “tipico” ebreo.

Tanti francesi, alcuni convinti, molti per viltà e per convenienza, accettano di collaborare con il nuovo regime. Alcuni fuggono, ma altri decidono di resistere. Farà così Jany Holt, che decide di rimanere in Francia. Continua a recitare, anche se in ruoli sempre più piccoli, perché, nonostante sia molto brava, è di origini rumene e non si schiera con abbastanza entusiasmo a fianco del governo di Vichy, entra nella Resistenza, viene arruolata dal traduttore e poeta Denyse Clairouin nel gruppo Mitridate e fa attività di spionaggio. Alla fine della guerra Jany ottiene, meritatamente, la Croce di guerra.

Madeleine, anche se non è ebrea di nascita, decide di seguire il marito. E qui comincia una storia che sembra un film. I Dalio ottengono i visti di transito per il Portogallo da Aristides de Sousa Mendes, il diplomatico portoghese che, console a Bordeaux, disobbendo alle direttive che arrivano dal governo fascista di Salazar, fornisce a migliaia di ebrei francesi i visti necessari per raggiungere il suo Paese.

Arrivati a Lisbona, Marcel trova per lui e la moglie due visti per il Cile e così il 9 agosto 1940 partono per l’America, imbarcati sulla SS Quanza. Superato un uragano nel mezzo dell’Atlantico, la nave arriva a New York il 19 agosto e 196 passaggeri riescono a sbarcare: i loro visti sono in regola, a differenza di quelli di Marcel e di Madeleine che sono falsi, come quelli di molti altri fuggiaschi. La SS Quanza il 30 agosto arriva a Veracruz in Messico e qui altri 35 passeggeri vengono sbarcati. Ne rimangono a bordo 86, praticamente tutti ebrei, che rimangono sbigottiti di fronte alla decisione del capitano di tornare a Lisbona.

La nave fa scalo a Norfolk per rifornirsi di carbone e qui viene fermata dalle autorità federali, perché nel frattempo un gruppo di ebrei statunitensi ha preso a cuore la loro vicenda e un avvocato si è rivolto a un giudice, che prende tempo per decidere sul loro status. Un passeggero si getta a nuoto tentando di raggiungere le coste della Virginia, ma viene recuperato e il capitano ordina che il ponte della SS Quanza sia presidiato da guardie armate. Il sottosegretario di Stato che si occupa della questione dei rifugiati vorrebbe negare lo sbarco, ma Eleanor Roosvelt interviene presso il marito e tutti i passeggeri della nave vengono considerati rifugiati politici. Sei decideranno comunque di tornare in Europa. Il 14 settembre Madeleine e Marcel sbarcano finalmente negli Stati Uniti e ovviamente decidono di andare a Hollywood.

Nel ’41 Marcel ottiene una piccola parte in Una notte a Lisbona di Edward H. Griffith: è un azzimato concierge. Riesce a lavorare regolarmente durante gli anni della guerra, ma ottiene sempre ruoli molto secondari, interpreta per lo più il personaggio stereotipato del francese. Nulla a che vedere con quello che aveva fatto in patria prima della guerra. Anche Madeleine, che ha studiato inglese sulla SS Quanza, ottiene una piccola parte in La porta d’oro, un bel film con due star del calibro di Charles Boyer e Olivia de Havilland, e l’anno successivo interpreta la stella delle Ziegfeld Follies Anna Held in Il sentiero della gloria, accanto a Errol Flynn. A Hollywood la carriera della giovane attrice sembra finalmente sbocciare.

Il 1942 è un anno importante per Madeleine. La Warner le offre un contratto da cento dollari a settimana per ventisei settimane per recitare in diversi film e il primo è Casablanca. È felice. Ovviamente non può immaginare che sta per recitare in uno dei film più amati e citati della storia del cinema, ma il suo ruolo, quello di Yvonne, l’amante abbandonata da Rick, è il secondo ruolo femminile della storia. Madeleine è sicura che quel film segnerà la sua carriera. E non si sbaglia.

Mentre la produzione procede Madeleine vede che, nelle frequenti revisioni della sceneggiatura, il suo personaggio viene progressivamente ridimensionato, pensa per non mettere in ombra quello di Ilsa. Alla fine saranno solo tre le scene in cui compare Yvonne, anche se tutte sono importanti e la terza è una di quelle che tutti noi cinefili romantici amiamo di più di quel film.

La prima scena è poco dopo l’inizio del film e serve a raccontare il passato del personaggio. Capiamo che, tempo prima, Rick e Yvonne hanno passato una notte insieme: per lui lo sfogo di un momento, per lei invece la speranza di una storia d’amore. Nella scena Yvonne tenta di riavvicinarsi all’uomo che ama, che però la respinge. Nella seconda scena, ambientata più tardi nella stessa giornata, vediamo che Yvonne cerca di superare il rifiuto ubriacandosi, come per altro ha fatto anche Rick quando è stato lasciato da Ilsa. Fa un ultimo, disperato, tentativo di convincere Rick che la affida a Sascha, il barista russo infatuato di lei, affinché la riaccompagni a casa, ammonendolo di tornare subito. A questo punto la ragazza scompare per un lungo periodo. Nella terza scena la vediamo ritornare al locale al braccio di un soldato tedesco. Si avvicina al bar e ordina gli alcolici più costosi. Anche lei, come il capitano Renault, non si preoccupa di quello che i nazisti stanno facendo in Europa, se “collaborare” con loro significa avere denaro, potere e prestigio. In fondo anche Rick agisce così, muovendosi in una sorta di “zona grigia”.

Ma poi un gruppo di soldati comincia a cantare Die Wacht am Rhien. Victor Laszlo decide di reagire. Si alza, chiede all’orchestra del Rick’s Café di suonare La Marsigliese e comincia a cantare, seguito da tutti gli avventori, finché l’inno francese sovrasta il canto tedesco. E anche noi, ogni singola volta che vediamo Casablanca, ci emozioniamo per quella scena e cominciamo a cantare.

Ci sono solo tre primissimi piani in questa scena, uno per Ilsa che guarda con amore il coraggio di Victor e due proprio per Yvonne che, in piedi, canta, piangendo, La Marsigliese. La sua ultima battuta del film è “Viva la France!”. Certo è Yvonne che, prima di Rick e del capitano Renault, decide che la loro neutralità è una forma di complicità e che è arrivato il momento di schierarsi, ma è anche Madeleine che canta e piange, pensando alla sua vicenda di esule, a quello che ha visto in quei drammatici mesi.

Quelle settimane in cui gira Casablanca sono importanti per Madeleine anche per la sua vita personale. C’è anche Marcel Dalio nel film diretto da Michael Curtiz: è Emil, il croupier del Rick’s. Una parte certo meno importante di quella della moglie, anche se partecipa a un’altra scena celeberrima. Il capitano Renault cerca un prestesto per chiudere il locale e dichiara serio: “I am shocked, shocked to find that gambling is going on in here!”. Al che Emil si avvicina cerimonioso, gli porge del denaro, dicendo: “Your winnings, sir”.

La passione tra i due attori è finita, le differenze tra i due sono troppo evidenti, Dalio soffre il successo della moglie e Madeleine ormai non vuole più vivere con lui. Proprio mentre girano il film, Marcel ottiene il divorzio, accusando Madeleine di aver abbondonato il tetto coniugale e questo provoca anche l’ipocrita decisione della Warner di rescindere il contratto dell’attrice.

Dopo Casablanca ormai è un’attrice indipendente. Per la 20th Century Fox recita in un ruolo importante nel dramma di guerra Paris After Dark, ambientato nella Parigi occupata, e anche in questo film Dalio ha una piccola parte. Poi passa alla MGM, per cui recita nel film Music for Millions e negli spettacoli organizzati per i soldati nella base di Camp Roberts. Debutta anche a Broadway nella commedia The French Touch, diretta da René Clair.

Finita la guerra, la ventiquattrenne Madeleine vuole ritornare in Francia e continua a lavorare al cinema. Il suo primo lavoro è il film in costume I realisti, tratto dal romanzo di Balzac, in cui interpreta la bellissima Marie-Nathalie de Verneuil. Lavora regolarmente, in alcuni film è anche la protagonista, il suo nome è conosciuto dagli spettatori, ma la grande fama non arriva, non è destinata a diventare una star. Ma la storia del grande cinema incrocia ancora una volta la vita di Madeleine.

Nel 1963, sempre splendida, è Madeleine, l’affascinante attrice francese che un tempo è stata una delle amanti di Guido Anselmi in 8½, il capolavoro di Federico Fellini che ottiene l’Oscar come miglior film straniero.  Nel 1967 intepreta il suo ultimo film, La fioriaia degli innocenti, ancora un lavoro in costume in cui ha il ruolo di Maria de Medici. Vive spesso a Roma e nel 1988 sposa Tullio Pinelli, che ha conosciuto proprio grazie al film di Fellini. Vivono insieme fino alla morte del grande sceneggiatore nel 2009. Si trasferisce allora in Spagna, ad Estepona, dove muore il 1° maggio 2016.

Come ha fatto con Yvonne, anche nel personaggio dell’attrice francese Madeleine Lebeau mette qualcosa delle sue speranze infrante: “Mi sento come se avessi rovinato tutto nella mia vita e nel mio lavoro”.

lunedì 14 settembre 2026

Verba volant (851): promessa...

Promessa, sost. f.

Molti di voi, a parte quelli che sono appassionati di storia della fotografia, probabilmente non conoscono il nome di Philippe Halsman, ma sono sicuro che avete visto uno dei suoi celeberrimi scatti. Avete presente una di quelle belle foto in bianco e nero dove il soggetto, in genere un personaggio famoso, è immortalato mentre salta? Ecco quella è una fotografia di questo artista, nato a Riga nel 1906, quando c’era ancora lo zar.
Nel 1928 Philippe, che studia ingegneria, e suo padre sono in vacanza in Tirolo. Durante una delle loro escursioni lungo i sentieri alpini il padre muore, a seguito di gravi ferite alla testa. Gli Halsman sono ebrei e la propaganda antisemita condiziona pensantemente le indagini e anche il lavoro della magistratura: la polizia non accetta la versione di Philippe, che dice che il padre è caduto, e il ragazzo, accusato di omicidio, viene condannato a quattro anni di carcere, nonostante non ci siano prove contro di lui. C’è una mobilitazione di intellettuali, guidata da Thomas Mann, per ottenere una revisione del processo. Nel 1930 Philippe ottiene comunque la grazia e va a vivere in Francia. Lavora per Vogue e in pochi anni diventa uno dei ritrattisti più ricercati della capitale francese. Ma le truppe tedesche arrivano anche lì e Philippe, aiutato dall’amico di famiglia Albert Einstein, fugge negli Stati Uniti.
Il suo primo successo in America è la pubblicità del rossetto Victory Red realizzato dalla Elizabeth Arden, un‘immagine entrata nella storia della pubblicità, grazie anche alla bellezza della sua giovane modella, Constance Ford, che nel 1959 è la madre di Sandra Dee in A Summer Place. Nel 1942 Philippe comincia a lavorare per Life: la sua prima copertina per la rivista è il ritratto di una modella che indossa un cappello Lilly Daché. Saranno centuno le copertine firmate da Halsman e molte sono destinate a entrare nella storia della fotografia.
In questi anni Philippe si specializza nei ritratti. Nel 1947 ritrae Albert Einstein, che durante la lunga sessione di prove confida al suo giovane amico tutto il suo turbamento perché i suoi studi sono stati decisivi per la creazione di un’arma letale come la bomba atomica: esce un celebre ritratto dello scienziato, pensoso e triste, che nel 1966 le poste federali utilizzerranno per il francobollo in suo onore e che andrà nel 1999 sulla copertina di Time, quando Einstein viene indicato come “l’uomo del secolo”. Ma ovviamente sono tanti anche i personaggi del mondo dello spettacolo che si trovano davanti all’obiettivo di Halsman.
Nel 1949 Life pubblica una sua foto in cui ritrae otto giovani “starlets”, otto promesse del cinema. Forse non è una delle sue foto migliori, ma anche questa è destinata a diventare storica. Nessuna di loro guarda in camera, guardano un punto lontano, ciascuna di loro uno diverso, forse per significare che si attendono, laggiù da qualche parte, un radioso destino.
In alto a sinistra, la ventiduenne canadese Lois Maxwell mostra una sguardo fiero. Ha un carattere forte, che ha dimostrato fin da giovanissima: a quindici anni fugge di casa per unirsi, mentendo sull’età, al Canadian Women’s Army Corps, con cui arriva nel Regno Unito, dove partecipa agli spettacoli per le truppe. Quando Philippe scatta questa foto, Lois ha già vinto un Golden Globe come “attrice emergente più promettente” per il suo ruolo in That Hagen Girl, un film peraltro non memorabile con Ronald Reagan e una ventenne Shirley Temple. Ma non si aprono per lei le porte di Hollywood, tanto che Lois decide di venire in Italia. Nei cinque anni in cui vive a Roma, oltre a dedicarsi alla guida sportiva, interpreta alcuni film, di cui il più famoso è Aida. Una giovane Sophia Loren (è il primo film in cui compare l’acca nel nome) interpreta il ruolo della protagonista, mentre Lois è Amneris. Entrambe muovono le labbra mentre rispettivamente Renata Tebaldi ed Ebe Stigliani cantano al loro posto. Dopo una partecipazione in Lolita, Lois ottiene la parte di Miss Moneypenny in Dr. No del 1962 e terrà questo ruolo fino a A View to a Kill del 1985: in vent’anni cambiano tre James Bond, viene sostituita una “Bond girl” a ogni film, ma Moneypenny ha sempre i bei tratti decisi di questa attrice. Conosce Rger Moore alla fine della seconda guerra mondiale, quando sono nella stessa classe alla Royal Academy of Dramatic Art. Ed è proprio il suo amico e collega a dire che Lois “sarebbe stata una M meravigliosa”.
Accanto a lei, seduta c’é, elegantissima nel suo vestito scuro, Suzanne Dalbert, anche lei ha ventidue anni all’epoca della foto. È nata a Parigi, ha recitato a teatro nella compagnia di Louis Jouvet, poi arriva, come tante che aspirano al successo, a Hollywood. Ottiene un ruolo secondario in The Accused, un noir con protagonista Loretta Young, ma non riesce a fare fortuna. Ancora qualche piccola parte, un po’ di televisione e poi torna in Francia. A soli quarantre anni muore suicida.
Come le sue compagne, neppure la ventenne Ricky Soma guarda Philippe. Nonostante sia in questa fotografia e abbia la possibilità di firmare un contratto con David O. Selznick, il vero “Wizard of Hollywood”, non esordisce mai al cinema, anche se la settima arte si intreccerà con la sua vita. Si chiama Enrica e i suoi genitori vengono da Ispra, sul Lago Maggiore. Il padre, Antonio, apre a Manhattan il ristorante Tony’s Wife, che in pochi anni diventa uno dei locali più famosi di Broadway, anche perché Tony accoglie i clienti più importanti cantando a testa in giù, stando in equlibrio sulle mani. E quindi diventa famoso come “Broadway Tony” e “Yoga Tony”.Antonio vuole che la sua bella figlia entri nel mondo dello spettacolo e, visto che è portata per la danza, la fa studiare con George Balanchine. E Ricky non lo delude: riesce a entrare nel New York City Ballet e a diventare prima ballerina. Proprio grazie a questa foto John Huston si innamora di lei, ma il regista di The Maltese Falcon è sposato e ha ventiquattro anni più di lei. Per John Ricky rinuncia al cinema, anche perché nasce subito il loro primo figlio, Tony, a cui seguirà, un anno dopo, Anjelica. Il matrimonio non va bene, John la tradisce dopo pochi anni, e Ricky lascia gli Stati Uniti. Muore a Digione, a trentanove anni, in un incidente d’auto.
Sotto Lois vediamo, in una posa da vera vamp, la splendida Laurette Luez, che ha ventun’anni. È nata a Honolulu: la madre è australiana e il padre hawaiano di origini portoghesi. Sono entrambi cantanti e ballerini e Loretta cresce ballando sul palcoscenico. A sei anni si esibisce davanti al Sultano Ibrahim di Johor in visita a Los Angeles. Nel 1950 viene scritturata per una piccola parte in D.O.A., un noir di Rudolph Maté. Poi la sua bellezza esotica le assicura qualche partecipazione in film ambientati in lontani paesi: nel 1953 è una schiava che danza in Siren of Baghdad, in televisione è la seducente Karamaneh, uno degli agenti del supercriminale Fu Manchu.
Ha uno sguardo triste Jane Nigh, che è l’unica delle sette ragazze che è nata a Hollywood e ha ventiquattro anni. La madre lavora per gli studios, anche sua sorella Nancy fa l’attrice. Un talent scout della Fox la mette sotto contratto nel 1944 mentre sta lavorando in una fabbrica di armamenti. Il suo esordio è in Laura, un noir con la splendida Gene Tierney come protagonista. Jane rimane per cinque anni con questa casa di produzione, poi, dopo questa foto, si sgancia e continua a lavorare come indipendente, e infine firma un cotratto con la Momogram Pictures, una piccola casa di produzione che realizza film con un budget ridotto. Jane ottiene finalmente parti da protagonista, in particolare quando serve una bella ragazza che vive in campagna: County Fair, Blue Grass of Kentucky, Rodeo, sono alcuni dei film che la vedono in cartellone. E poi anche per lei c’è la televisione. Ha un ruolo regolare nella serie Big Town ambientata nella redazione di un giornale: è la segretaria innamorata dell’intraprendete giornalista. Forse non è la carriera che sognava quando Philippe le ha scattato questa foto, ma Jane appare in più di quaranta tra film e programmi televisivi.
Invece non sappiamo nulla della ragazza bionda che, seduta accanto a Jane, chiude la fila centrale. Si chiama Dolores Gardner e la sua carriera finisce con questa foto in bianco e nero su Life.
In basso, sedute a terra, ci sono due ragazze. Quella a destra, un bel viso e i lunghi capelli scuri, è la ventitrenne di Port Jefferson, New York, Cathy Downs. Al 6646 di Hollywood Boulevard c’è una stella con il su0 nome. Al tempo di questa fotografia la sua carriera cinematografica, cominciata molto bene, è praticamente finita. A differenza delle altre sette sue colleghe, ha recitato in otto film della 20th Century Fox, anche in ruoli da protagonista. È Clementine Carter, l’ex fidanzata di Doc Holliday, in My Darling Clementine, un classico del genere western, è la moglie infedele nel noir For You I Die, è la seducente Carol in The Noose Hangs High, uno dei divertenti film della coppia comica Abbott e Costello. Sembra una carriera promettente: Cathy è bella e sa recitare, ma nel 1947 viene inspiegabilmente licenziata dalla Fox e da quel momento nessuna grande casa di produzione si interessa a lei. Cathy ha commesso un “errore” che Hollywood non sembra disposto a perdonarle. Lei però non demorde, partecipa a film prodotti da piccole case indipendenti, recita in radiodrammi, ma soprattutto lavora in televisione, fino al 1965 quando appare in un episodio di Perry Mason.
La ventitrenne seduta accanto a lei non ha bisogno di presentazioni ed è proprio lei a far diventare storica questa fotografia. Philippe si rende immediatamente conto che quella ragazza ha una marcia in più rispetto alle altre: “She plays the camera the way a virtuoso playcs an instrument”.
Il suo nome è già Marilyn Monroe, ma la sua carriera sembra ferma a un punto morto. La Fox la licenzia per la sua “insufficiente recitazione drammatica”, la Columbia le fa un contratto di sei mesi, la fa recitare in un ruolo secondario, Ladies of the Chorus, ma non lo rinnova. Nel 1949 accetta di posare nuda per una foto che finisce in un calendario: con quei cinquanta dollari può continuare a pagarsi l’affitto.
Noi sappiamo che Philippe non si è sbagliato: quella ragazza ha davvero la stoffa per stare davanti a un obiettivo. E insieme faranno foto bellissime, tra le migliori della diva. Halsman dice: “Quando chiedi a una persona di saltare, la sua attenzione è per lo più diretta all’atto del saltare e la maschera cade, così che appare la persona reale”. E Marilyn regala all’amico Philippe dei salti magnifici, in cui vedi tutta la sua innocente gioia fanciullesca.
Cosa provava Dolores quando vedeva le fotografie di Marilyn sulle riviste? Forse un po’ di invidia. Non l’ha mai raccontato a sua figlia, non le ha mai mostrato quella foto, ma c’era anche lei, accanto a Marilyn. Forse per rammarico per quella parola detta o non detta. Magari anche sollievo. Per alcune di loro quella fotografia aveva segnato un destino tragico. No, meglio non dire nulla a sua figlia.


lunedì 7 settembre 2026

Verba volant (850): locomotiva...

Locomotiva, sost. f.

Sono passati alcuni giorni e forse adesso posso scrivere di Francesco Guccini, senza che l’emozione mi costringa a posare la penna, per evitare quelle espressioni retoriche, che a lui non sarebbero affatto piaciute e per cui, senza esitazione, mi avrebbe mandato a cagare. Mi ha colpito la morte di Guccini perché le sue poesie in forma di canzoni hanno accompagnato tanta parte della mia vita, mi hanno raccontato qualcosa del mondo e di me, come fanno sempre i classici. E suppongo che qualcosa del genere sia successo anche voi.

Passata l’inevitabile commozione - più che per la perdita dell’uomo, per la constatazione del tempo che passa, inesorabile, per tutti e quindi anche per me - posso anche fare una qualche distinzione tra il poeta e le sue poesie, perché - vale per Guccini, come per tutti gli altri - possiamo amare visceralmente le canzoni senza dover per forza dare un giudizio acriticamente positivo su chi le ha scritte. L’ho incontrato un paio di volte, cosa praticamente inevitabile per uno che faceva il mio lavoro - e poi Bologna era al tempo davvero una piccola città, in cui ci conoscevamo un po’ tutti - ma non sono mai andato in pellegrinaggio né da Vito né a Pavana.

Non so se fosse davvero come il personaggio che si era costruito addosso, forse per difesa, ossia quello del burbero montanaro, a cui piaceva bere e sempre pronto alla battuta greve, certo mi parve in quelle due lontane occasioni scostante. Ma immagino, anche grazie a quello che hanno scritto di lui persone di cui mi fido e che l’hanno conosciuto, che fosse migliore di come aveva deciso di rappresentarsi. Poi, come spesso accade, il personaggio diventa una gabbia, ma anche qualcosa a cui ci si abitua. Come potete immaginare non ho amato la santificazione, di cui pure lui stesso è stato complice, che in vecchiaia gli ha fatto il progressismo snob e fazioso dei “serra” e dei “fazio”. E che ha animato molta parte del cordoglio social di questi giorni.

Delle molte, forse troppe, cose dette, quando sarebbe bastato ascoltare i suoi versi, credo che occorra mettere un macigno sopra al dibattito sulle sue idee politiche, perché credo sia profondamente sbagliato considerare Guccini un autore “politico”. Certo ha vissuto nel tempo in cui si diceva che “il personale è politico” e alcune sue canzoni hanno questa ispirazione e soprattutto sono diventate bandiere, ma non sono le migliori e non credo che saranno quelle per cui tra cent’anni questi i suoi versi parleranno ancora ai nostri nipoti. Certo alcune, penso a Piccola storia ignobile, raccontano quella Italia, che non dobbiamo dimenticare, anche perché qualcuno ci vorrebbe riportare lì, ma valgono più come documento storico che come poesie.

Poi noi bolognesi siamo grati a questo “modenese volgare” perché nessuno come lui ha saputo raccontare la nostra città, anche nei suoi difetti, il suo essere insieme bambina perbene e “busona”. E chissà cosa era peggio per il Maestrone. Ma ha detto anche delle bugie su questa città, o meglio ha inventato il mito di Bologna, di quella sua bohème di provincia, creando un mondo che forse non è mai esistito davvero. Sono un po’ incazzato per come Guccini ci ha illuso. Penso che alla fine la vera canzone su Bologna sia Il pensionato, quello sì che lo abbiamo conosciuto, perché è uno di quelli che con la sua tenacia e la sua gentilezza ha reso forte questa città, più dei suoi musicisti e dei suoi “biasanòt”.

Eppure la sua grandezza non è nel legame con questa nosta terra emiliana, perché, forse l’unico tra gli altri poeti di quella generazione che pure ne allinea di grandissimi, ha saputo raccontare con la stessa capacità la Pampa, con immagini degne di Borges, e l’America profonda con la forza di Steinbeck. Guccini ha raccontato la nostalgia, il tempo che passa e non ritorna, gli amori finiti e quelli mai cominciati, la vita che poteva essere e non è stata, i sogni infranti. È per questo che abbiamo cantato con lui, perché sono sentimenti che abbiamo sentito anche nostri in un qualche momento della nostra vita. Io certamente. Poi la vita è una cosa complessa e per fortuna che ci sono le poesie che provano a raccontarcela.

La mia canzone preferita di Guccini è Bisanzio, peraltro la più bella anche per Paolo Conte, uno che certamente se ne intende più di me. E questa poesia parla della morte, come tutte le sue canzoni più belle. E del nostro essere inadeguati in un mondo che non riconosciamo più. Più invecchio più mi sento come Filemazio, anche se non ho certo la sua saggezza, e neppure la speranza che il mondo che forse nascerà dalle ceneri del nostro sarà migliore.

Anche solo per questa canzone, grazie Francesco.

venerdì 4 settembre 2026

Verba volant (849): lira...

Lira, sost. f.

Nessuno sapeva suonare la lira come Orfeo: Apollo gli aveva donato quello strumento e le Muse gli avevano insegnato a usarlo. La sua musica era in grado di ammansire le belve più feroci e perfino gli oggetti inanimati si potevano muovere per seguire quelle note.
Orfeo amava, riamato, Euridice e quando la sua sposa morì, per il morso di un serpente, il poeta ebbe la forza – o l’incoscienza, direbbe qualcuno – di scendere negli inferi per chiedere che lei potesse tornare con lui, sulla terra. Ovidio racconta questa storia, facendoci assistere a una scena di stupita meraviglia. Mentre Orfeo canta la sua supplica di fronte ad Ade e a Persefone, tutto si ferma: Tantalo smette di cercare di raccogliere l’acqua per placare la sua sete eterna, si ferma la ruota di Issione, perfino gli avvoltoi cessano di rodere il fegato di Tizio, e mentre le Furie si commuovono, Sisifo si siede sul suo macigno per ascoltare quell’inatteso concerto.
Euridice può tornare sulla terra – Ade cede a quella supplica – ma Orfeo non può volgersi indietro durante il cammino, dovrà condurre fuori dagli inferi la sua sposa senza guardarla. Tutt’intorno è buio, il cammino è malcerto, ma Orfeo precede Euridice accompagnandola con il suo canto: non sappiamo neppure in questo caso che cosa cantasse, immagino un canto di gioia. Ma Orfeo, quando sta quasi per raggiungere l’uscita degli inferi fa quello che non avrebbe dovuto fare: si volge indietro e Euridice sparisce sotto i suoi occhi, per tornare definitivamente nel regno dei morti. Perché Orfeo si è voltato? Questa domanda ci tormenta ogni volta che sentiamo questa storia. Il poeta che era stato capace di fermare gli inferi, di ottenere la vita dal dio della morte, fa una cosa talmente stupida. Non può essere curiosità, come racconta qualcuno. E neppure timore di vedere come fosse diventata la sua amata dopo essere stata nel regno dei morti: il suo amore doveva essere più forte di così. Gluck e Ranieri de’ Calzabigi raccontano il dramma della donna che si sente rifiutata e decide di tornare nell’Ade, costringendo il marito a quello sgaurdo dall’esito così tragico. Gesualdo Bufalino pensa che abbia fatto apposta, e nel suo racconto Euridice capisce che è così: a Orfeo importava solo dimostrare di essere il più grande dei poeti.
Io credo invece che Orfeo volesse davvero avere ancora un po’ di tempo per poter stare con Euridice, che volesse portarla davvero sulla terra, ma in quel momento si è trovato di fronte ai suoi limiti: l’uomo capace di far tutto con il proprio canto, ha pensato che forse non era riuscito a guidare la propria sposa, che non era stato capace di condurla fin lì. Orfeo, forse per la prima volta nella sua vita, si è trovato di fronte ai propri limiti umani e li ha riconosciuti.
Orfeo era un mortale, ma anche figlio di una divinità, la musa Calliope, e quindi nipote di Zeus, Orfeo, come Achille, come tanti altri eroi del mito, sta in mezzo tra cielo e terra; ma c’è un momento in cui devi scegliere, o la vita sceglie per te. La storia di Orfeo ci racconta questo, che c’è sempre un momento in cui abbiamo paura di non farcela, di essere inadeguati, ma che questa è la condizione umana, e che dobbiamo accettarla, accentando i nostri limiti.
E se fosse stata Euridice stessa a chiedergli di girarsi? Amava a tal punto Orfeo da volergli mostrare i suoi limiti, da farlo diventare un uomo. Non sapremo mai cosa i due sposi si siano detti in quel breve tratto di cammino che hanno fatto insieme quel giorno, forse per una volta Orfeo ha smesso di cantare, e ha avuto la capacità di ascoltare Euridice che aveva capito che quel viaggio negli inferi era inutile, perché la morte è un destino a cui non possiamo sfuggire e che lei avrebbe continuato a vivere nei versi di Orfeo. In quel breve cammino Orfeo ed Euridice si sono amati come non si erano mai amati prima, si sono riconosciuti come due esseri umani in cammino. Nessuno sapeva cantare come Orfeo, anche se non sappiamo che cosa cantasse e non lo sapremo mai: noi semplici esseri umani dobbiamo accettare che ci sono tante cose che non siamo destinati a conoscere.




lunedì 31 agosto 2026

Verba volant (848): etnia...

Etnia, sost. f.

Nell’Europa dei primi anni Trenta, quando è ancora viva la memoria della Grande Guerra e covano sotto la cenere le braci che ne faranno scoppiare di là a poco una ancora più drammatica, su un treno di lusso bloccato in una remota zona dei Balcani viene ucciso a colpi di coltello un misterioso uomo d’affari di orgine statunitensi. Le circostanze di quell’efferato delitto sono così singolari da mettere in difficoltà un ex ufficiale della polizia belga, divenuto dopo la guerra un celebre investigatore, che casulamente viaggia su quel treno. All’uomo appare evidente che il colpevole di quel delitto può essere solo uno degli altri passaggeri. Tra loro c’è un italiano, divenuto cittadino statunitense, che lavora come rappresentante della Ford.
Apparentemente non ha un motivo per aver compiuto il delitto, anche perché non ha mai visto la vittima prima di quel viaggio, ma per il direttore della compagnia deve essere lui il colpevole: “He is an Italian, and Italians use the knife!”, afferma perentoriamente dopo che l’hanno interrogato. Né il celebre investigatore né il medico di origine greche che partecipa alle indagini obiettano su questo punto.
L’investigatore non crede sia stato lui, ma il suo giudizio non è poi molto diverso da quello dell’amico francese. Anche se l’arma del delitto è evidentemente un coltello, non gli sembra un “delitto latino”, ma un assassinio figlio di una mente “fredda, decisa e piena di risorse”, decisamente “anglosassone”.
Credo che ormai anche voi sappiate che l’assassino non è il ciarliero Antonio Foscarelli. Anche se non è del tutto innocente, non è comunque lui che ha architettato quel complesso delitto. Ha ragione Hercule Poirot: non può essere un focoso italiano a orchestrare quella vendetta, ma una donna non solo assolutamente wasp, ma anche “la più famosa attrice tragica americana del suo tempo”.
Peraltro nel 1935 i primi lettori italiani del celebre romanzo di Agatha Christie non si rendono conto di tutto questo. Perché il traduttore Alfredo Pitta, ben sapendo cosa poteva e non poteva scrivere per evitare la censura fascista, cambia i nomi e le nazionalità di alcuni personaggi, in particolare quelli di orgine italiana: il “cattivo” Cassetti diventa l’irlandese O’Hara e il povero Foscarelli il brasiliano Pereira e taglia pesantemente il dialogo di stampo lombrosiano che ho sopra citato tra Poirot e Bouc sulle caratteristiche criminali dei diversi popoli.
Solo nel ’70 Mondadori ripubblica il romanzo, sempre nella traduzone di Pitta, ma con i nomi “veri”, anche se rimane un errore. A un certo punto si fa riferimento come occupante dell’ultimo scompartimento a un fantomatico brasiliano, che non si capisce davvero da dove spunti. Poi nel 1974 esce il celebre film diretto da Sidney Lumet e il grande caratterista inglese Denis Quilley è un credibile Gino (cambia solo il nome) Foscarelli e su di lui “pesano” i pregiudizi di Bouc. Nel film di Kenneth Branagh il personaggio diventa il latino-americano Biniamino Marquez, perché evidentemente per il pubblico del 2010 sono loro che risolvono le cose con il coltello.
Solo nel 1987 Mondadori affida a Lidia Zazo di ritradurre il romanzo e non solo i personaggi prendono i loro nomi originali, ma finalmente i lettori italiani possono entrare nei pregiudizi europei degli anni Trenta, quando “l’uso di coltelli è solo di certe etnie”, come dice il sindaco di La Spezia, pardon il direttore della compagnia dell’Orient Express.

martedì 10 ottobre 2023

Verba volant (847): ruga...

Ruga
, sost. f.

Joseph Sweeney muore a New York il 25 novembre 1963. Ha già settantanove anni, ma continua a lavorare fino alla fine: proprio quell’anno recita in tre episodi della serie televisiva Car 54, Where Are You?, interpretando ogni volta un personaggio diverso, e in un episodio di Dr. Kildare. D’altra parte quando i registi hanno bisogno di un vecchio dall’aria sveglia pensano immediatamente a lui. Il suo volto solcato dalle rughe con i radi capelli bianchi è ormai diventato familiare per il pubblico televisivo. La fortuna di Joseph è stata la televisione, ma come tutti quelli della sua generazione - è nato a Philadelphia il 26 luglio 1884 - comincia la sua carriera a teatro.
Da ragazzo condivide il sogno di recitare con un suo amico, William, che ha solo quattro anni più di lui e vive al piano di sotto. Anche se i genitori di Joseph si lamentano di quel vicino perché si esercita di continuo a fare il giocoliere: non reggono più il rumore delle palline che cadono a terra, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Quel ragazzo nel 1894 lascia Philadelphia, lavora per un breve periodo in un teatro all’aperto a Plymouth Park e finalmente quattro anni dopo debutta nei locali di New York, dove si esibisce come giocoliere e comico con il nome di W.C. Fields. È una delle star delle Ziegfeld Follies e in pochi anni il suo naso rosso e le sue irriverenti battute diventeranno famose in tutta l’America. Nel 1935 ottiene la parte di Wilkins Micawber in una fortunata edizione cinematografica di David Copperfiled. Quel ragazzo che voleva diventare un giocoliere ce l’ha fatta, ma nel 1946 muore per una grave emorragia gastrica. E per ironia della sorte proprio il giorno di Natale, una festa spesso oggetto delle sue scandalose battute.
Joseph lascia Philly nel 1910 e arriva a New York. Dopo molte audizioni e qualche piccola parte negli spettacoli di vaudeville, finalmente debutta a Broadway e riesce a fare una bella carriera. Non è mai il protagonista, ma dal 1919 al 1939 recita in ben diciannove produzioni. Per lo più è il “cattivo”, un ruolo che, dopo qualche dubbio iniziale, comincia davvero a piacergli: “Mi sono accorto - dice in un’intervista del 1928 - che quando faccio il cattivo il pubblico mi ascolta quando parlo”.
Alla fine degli anni Trenta, quando le possibilità per lui a teatro cominciano a diminuire, tenta, come tanti suoi colleghi, la strada di Hollywood. È un maggiordomo in Scandalo a Philadelphia, il grande successo del 1940 con Katharine Hepburn, Cary Grant e James Stewart, anche se non è accreditato nei titoli. Sono anni difficili, non ci sono parti per lui, sembra che il sogno di Joseph sia destinato a frantumarsi, ma per fortuna alla fine degli Quaranta arriva la televisione. Joseph ha già sessantacinque anni e i capelli bianchi: comincia a interpretare la parte del nonno, del vecchio testimone, dell’anziano droghiere e così via. Ha salvato la pensione, non sarà costretto a tornare con la coda tra le gambe a Philadelphia, anche se la sua carriera sembra ormai arrivata al capolinea, destinata a spegnersi lentamente, tra una puntata e l’altra di qualche telefilm.
Poi arrivano gli anni Cinquanta e in maniera assolutamente imprevedibile Joseph si trova a recitare in due lavori che segnano una delle migliori stagioni dello spettacolo degli Stati Uniti, in un momento in cui Broadway e Hollywood cercano di resistere agli attacchi della “caccia alle streghe”.

Il 22 gennaio 1953 debutta al Martin Beck Theatre il nuovo dramma scritto da Arthur Miller. C’è una grande attesa tra il pubblico e gli addetti ai lavori, visto il successo di Erano tutti miei figli del 1957 e soprattutto di Morte di un commesso viaggiatore del 1949. Sono gli anni più duri del maccartismo e nell’aprile del 1952 Miller si trasferisce alcune settimane a Salem, nel Massachussetts, per studiare i documenti conservati nell’archivio della città relativi ai processi svolti tra il 1692 e il 1693 che avevano portato all’impiccagione di diciannove persone accusate di stregoneria e all’uccisione per schiacciamento di un ventesimo imputato che si era rifiutato di testimoniare.
Agli spettatori del Martin Beck Theatre è ben chiaro che Miller quando descrive il fanatismo che porta i “bravi” cittadini di Salem a uccidere tante persone con false accuse di stregoneria racconta l’America dei suoi tempi, in cui alcuni, per aumentare il proprio potere, sfruttando una furia irrazionale contro il pericolo comunista, alimentano paura e fanatismo. Si cercano dei colpevoli e, quando non si trovano, si inventano, piegando i meccanismi della giustizia ai propri interessi. Sottoposti a tortura, praticamente tutti gli imputati dei processi di Salem confessano di praticare la stregoneria, pur di fermare quei terribili supplizi. Come le persone condotte davanti alla Commissione per le attività antiamericane finiscono per confessare e denunciare altre persone sotto la pressione di minacce e durissimi condizionamenti psicologici.
Durante i processi di Salem il contadino Giles Corey è l’unico che si rifiuta di testimoniare al processo. Per tre giorni viene tenuto nudo in una fossa, sopra di lui vengono sistemati un’asse di legno e, uno dopo l’altro, massi sempre più pesanti, sperando che ceda e confessi. Ma Giles resiste, quando il giudice gli chiede se vuole confessare, lui si limita a sibilare: “Peso”. Finché quei sassi non gli provocano lo scoppio del torace.
I critici dei quotidiani più importanti di New York e molti degli spettatori non apprezzano quella decisa presa di posizione politica di Miller, che mette l’America sul banco degli imputati. Ma The Crucible - in italiano Il crogiolo, Luchino Visconti lo traduce e lo mette in scena in Italia appena due anni dopo - pur rimanendo in cartellone solo per centonovantasette repliche, diventa una bandiera per l’America che resiste. L’anno successivo ottiene il Tony come miglior opera in prosa.
A interpretare il vecchio Giles Corey viene richiamato proprio Joseph Sweeney. Si tratta di una piccola parte, ma è quella che consacra la sua carriera a Broadway.

Nel 1954 per la settima stagione della fortunata serie antologica Westinghouse Studio One della CBS lo sceneggiatore Reginald Rose decide di scrivere un dramma ambientato nella stanza di un tribunale di New York, la seduta in cui dodici giurati vengono chiamati a decidere il verdetto in un caso di omicidio. Sembra un caso facile: le prove e le testimonianze oculari sono tutte lì a confermare che quel ragazzo abbia ucciso suo padre. Probabilmente basteranno solo pochi minuti alla giuria per deliberare. Si fa un primo giro di votazioni: undici giurati votano per la colpevolezza, solo il giurato n. 8 è contrario e chiede di esaminare ancora le prove. Comincia una discussione estenuante, durante la quale emergono le differenze tra quei dodici giurati, apparentemente un blocco monolitico di maschi bianchi. E vengono fuori anche pregiudizi e drammi: alla fine quelle prove che sembravano così solide si rivelano inconsistenti. Incriminare il figlio è stata la soluzione più semplice, legata a idee preconcette da parte degli inquirenti. Nell’ultima votazione il verdetto è finalmente unanime: dodici “non colpevole”.
Anche Twelve Angry Men - come The Crucible - è un testo che prende posizione, che invita gli spettatori a riflettere sui pericoli che corre la società quando la paura e il pregiudizio hanno la meglio sul buon senso. E sui pericoli di un sistema giudiziario apparentemente equo, in cui se sei povero, immigrato e fai parte di una minoranza rischi la vita, perché non ti giudicherà una giuria di tuoi “pari”.
Lo spettacolo va in scena negli studi della CBS di New York il 20 settembre 1954 e trasmesso in diretta sulla costa orientale, mentre viene registrato in cinescopio per essere ritrasmesso sulla costa occidentale. La regia è affidata a Franklin J. Schaffner, che nel 1971 vincerà l’Oscar per Patton e avrà un grande successo con Papillon e I ragazzi venuti dal Brasile. Nel cast il nome più noto è quello di Robert Cummings nel ruolo del giurato n. 8; Cummings è inizialmente noto per i suoi ruoli nelle commedie brillanti, anche se Alfred Hitchcock lo fa diventare un attore drammatico.
La trasmissione è un successo: vincono l’Emmy Rose, Schaffner e Cummings.
Il giurato n. 9 è il più vecchio tra i componenti della giuria, giudicato con sufficienza dai più giovani giurati. Ma è lui che, inaspettatamente vota “non colpevole” durante la seconda votazione, permettendo di rimettere tutto in discussione. Serve un attore di esperienza e Joseph Sweeney ha la faccia giusta per il ruolo.
Tre anni dopo Henry Fonda decide di portare quel testo sul grande schermo. Non è solo uno degli attori più popolari di Hollywood, è anche un convinto sostenitore dei diritti civili e quel testo gli sembra perfetto. Coinvolge da subito Reginald Rose e i due decidono di produrre il film. Chiamano a dirigere il film l’esordiente Sidney Lumet, un giovane regista che fino a quel momento ha lavorato solo in televisione, tra l’altro in alcuni drammi della serie Studio One.
Fonda riesce a convincere altri grandi nomi a partecipare a quell’impresa. Il giurato n. 3 è Lee J. Cobb, che è stato il protagonista a teatro di Morte di un commesso viaggiatore. Cobb ha conosciuto bene la “caccia alle streghe”: accusato di essere un membro del Partito comunista, resiste due anni senza fare nomi davanti alla Commissione, poi, come altri, non riuscendo più a lavorare, cede e viene costretto a denunciare altri suoi compagni. E.G. Marshall è il giurato n. 4, nel 1953 è il protagonista del dramma di Miller, nel ruolo del reverendo Hale. E poi ci sono Jack Warden, Martin Balsam, Ed Begley.
Del cast della produzione televisiva vengono chiamati George Voskovec, il giurato n. 11, il cortese orologiaio che viene dall’Europa e che mostra una forse eccessiva ammirazione per il sistema giudiziario americano, e naturalmente Joseph. E la sua interpretazione non sfigura tra quei giganti del cinema. Joseph è semplicemente perfetto e quel ruolo è destinato a consegnarlo nella storia del cinema. Meritatamente.

lunedì 25 settembre 2023

Verba volant (846): nano...

Nano
, sost. m.

Forse qualcuno, prima o poi, farà un film sulla vita del giovane Joseph Henry Rosenberg. Nasce in un villaggio dell’Ungheria nel 1881 da una famiglia di origini ebraiche. Quando ha sei anni i suoi genitori emigrano negli Stati Uniti e si stabiliscono a Cleveland. Joseph è uno studente brillante e nel 1903 si laurea in ingegneria a Yale. Il giovane ingegnere si trasferisce in Messico dove lavora per un’azienda che sta costruendo una ferrovia. Quando questa fallisce Joseph si trasferisce in Arizona e lavora nel settore del legname. Sente che in Nevada stanno cercando degli ingegneri per le miniere d’oro. Prende un cavallo e viaggia da solo attraverso il West, per due settimane, fino a Goldfield in Nevada: una tribù indiana gli fa guadare in maniera piuttosto avventurosa il fiume Colorado. Ma non è destino che faccia l’ingegnere. Nel 1910 viene assunto dalla Arizona Central Bank: serve un tecnico per capire se la banca può permettersi di prestare soldi a quegli avventurieri. Sedici anni dopo si trasferisce a Los Angeles per lavorare nel settore prestiti della Los Angeles Merchants Bank e quando questa viene assorbita dalla Bank of America, Joseph ne diventa vicepresidente.
Negli anni Trenta le banche pensano sia un rischio troppo alto fare prestiti a quei matti che fanno il cinematografo. Rosenberg non è d’accordo e convince gli azionisti a investire in questo nuovo settore e così questo ingegnere nato nella vecchia Europa, al tempo di Francesco Giuseppe, diventa uno degli uomini più potenti di Hollywood: tocca a lui, e solo a lui, approvare i prestiti necessari ai produttori per realizzare un film.
Nel 1936 Walt Disney ha già speso 1,25 milioni di dollari per realizzare Biancaneve e i sette nani. A Hollywood tutti pensano che fallirà, chiamano quel progetto “Disney’s Folly”. Suo fratello Roy è preoccupato: il sogno di Walt di realizzare il primo film a cartoni animati della storia rischia di far fallire il loro studio. E anche sua moglie Lillian non sa cosa pensare quando Walt le chiede di mettere un’ipoteca sulla loro casa per ottenere ancora un po’ di soldi. Hanno bisogno di 250mila dollari per finire il lavoro e solo Rosenberg glieli può dare. Viene organizzata una proiezione con quello che è pronto. L’austero banchiere ebreo, che non è sposato e non ha figli, che sembra vivere solo per gli affari, rimane impassibile per tutto il film. Disney è tesissimo. Alla fine Rosenberg si alza e, senza un sorriso, dice: “Walt, questa cosa farà un sacco di soldi”. Il prestito è approvato: è così che Joseph Rosenberge ha salvato Biancaneve.

All’inizio degli anni Trenta Walt Disney - nato a Chicago nel 1901 - è già famoso: ha creato Mickey Mouse e i suoi cartoni, intitolati Silly Symphony, sono distribuiti nei cinema di tutto il mondo. Ma Walt ha l’ambizione di fare qualcosa di più, dei veri e propri lungometraggi a cartoni animati, con trame complesse e personaggi sviluppati. Nel 1933 Mary Pickford gli propone il progetto di adattare per lo schermo Alice’s Adventures in Wonderland. Walt ha cominciato a Kansas City proprio con Alice, con dei brevi cartoni animati in cui una bambina in carne e ossa che interpreta il personaggio creato da Lewis Carroll interagisce con personaggi animati. La quarantenne attrice canadese, con i suoi riccioli biondi, sogna di essere Alice: potrebbe essere un progetto vantaggioso per entrambi. Ma proprio quell’anno la Paramount esce nelle sale con Alice in Wonderland, in cui sono impegnati tutti i suoi migliori attori, tra cui i giovani Cary Grant e Gary Cooper.
Walt pensa a una versione a cartoni animati di Rip van Winkle, il classico di Washington Irving: potrebbe essere un live action con il popolarissimo Will Rogers nel ruolo del protagonista. Ma anche in questo caso la Paramount ha già acquisito i diritti. Walt pensa che potrebbe funzionare una versione a cartoni animati dell’operetta di Victor Herber Babes in Toyland, ma arriva prima Hal Roach che nel 1934 realizza un film con Stan Laurel e Oliver Hardy, e la giovane Charlotte Henry, che l’anno prima è stata Alice nel film della Paramount.
A questo punto Walt decide che il suo primo film a cartoni animati, tutto a cartoni animati, sarà dedicato a Biancaneve. Aveva quindici anni e vendeva i giornali per strada quando è uscito il film con Marguerite Clark, lo ha visto in un cinema di Kansas City. Nel giugno del 1934 annuncia in un’intervista al New York Times che, vent’anni dopo quel mitico film, farà il suo Biancaneve, un film destinato a entrare nella storia.
Nell’agosto del 1934 Walt affida allo sceneggiatore Richard Creedon - nato anche lui a Chicago, ma cinque anni prima di Disney - l’incarico di preparare una prima bozza di soggetto su cui lavorare, suggerendogli di valorizzare, molto di più che nella fiaba dei Grimm e nella sceneggiatura di Winthrop Ames, i personaggi dei sette nani, che dovranno avere ognuno una propria individualità. Ed anche dei nomi. Su quel soggetto di ventun pagine, intitolato semplicemente Snowwhite Suggestions, Disney convoca in ottobre tre riunioni a cui partecipano, oltre a lui, Creedon, il paroliere Larry Morey - nato a Los Angeles nel 1905 - il disegnatore Albert Hurter - nato in Svizzera nel 1883 è il più vecchio del gruppo - l’animatore Ted Sears - nato nel 1900 nel Massachusetts - lo sceneggiatore e attore Pinto Colvig - nato in Oregon nel 1892.
Per quel film Larry scriverà i testi di One Song, With a Smile and a Song, Whistle While Your Work, Heigh-Ho, Someday My Prince Will Come, canzoni destinate a entrare nella storia. E il film otterrà una sola nomination all’Oscar proprio grazie alla colonna sonora (per la cronaca ha vinto in questa categoria Cento uomini e una ragazza, un film dimenticato). Albert dovrà dare il proprio benestare a ogni creazione dei disegnatori. Ted coordinerà il lavoro degli animatori. Pinto, oltre a inventare molte gag, sarà la voce di Brontolo e Pisolo.
Nel corso dei mesi successivi Disney mette a lavorare al film tutti i suoi migliori collaboratori. Sono sette i registi accreditati, coordinati da David Hand - nato in Oregon nel 1900 - otto nella squadra di sceneggiatori e oltre quaranta tra disegnatori e animatori. Ma l’ultima parola su ogni decisione spetta a Walt, che può, a buon diritto, essere considerato l’autore del film.

Finalmente il 21 dicembre 1937 viene organizzata una grande anteprima al Carthay Circle Theatre di Los Angeles. In platea ci sono quelli che hanno sghignazzato alle spalle del folle sogno di Walt e un gran numero di celebrità. Ci sono Shirley Temple e Judy Garland, Ginger Rogers e Charlie Chaplin, Mary Pickford e Marlene Dietrich, John Barrymore e Carole Lombard, Clark Gable e Douglas Fairbanks Jr., e molti altri. Al termine del film si alzano tutti in piedi tributando un lunghissimo applauso. Il 27 dicembre sulla copertina di Time c’è Walt Disney che, alla scrivania, gioca con i suoi sette piccoli protagonisti.
Dopo altre due anteprime, una al Radio City Music Hall di New York e l’altra a Miami, il film viene distribuito nelle sale il 4 febbraio dell’anno successivo. È un successo incredibile: il film incassa 4,2 milioni solo negli Stati Uniti e in Canada durante la prima uscita, più del doppio di quello che è costato. Joseph Rosenberg ha avuto ragione.
Ed è immediatamente un successo anche in Europa. Esce il 12 marzo di quell’anno nel Regno Unito e il 4 maggio in Francia. Il 2 giugno esce in Cina. L’8 dicembre 1938 è anche nei cinema italiani, dopo l’anteprima il 24 agosto alla 6ª Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove vince il Grande trofeo d’arte della Biennale. Tra i paesi europei, manca solo la Germania nazista; solo nel 1950 il film sarà distribuito nella Germania Ovest. Mentre per la distribuzione in Unione Sovietica bisognerà aspettare il 1955, quando comincia, per volere di Khrushchev, la destalinizzazione.

I primi abbozzi del personaggio non soddisfano Walt: quei disegni ricordano troppo i personaggi dei fumetti. In una delle proposte Biancaneve somiglia addirittura a Betty Boop. E questo al conservatore Disney non va assolutamente bene: la licenziosa Betty non è certo un modello per le famiglie americane.
Walt affida la supervisione di Biancaneve a Hamilton Luske - nato a Chicago nel 1903 - con la precisa indicazione di creare un personaggio dai tratti umani, più realistico di qualsiasi altro mai uscito dalle penne dello studio. Hamilton e al suo collaboratore Les Clark hanno lavorato nel 1934 al cartone The Goddess of Spring, una sorta di versione a cartoni animati del mito di Persefone. Loro due hanno creato proprio questo personaggio che è in qualche modo il modello della Biancaneve che vuole Disney. Persefone però è ancora un personaggio animato e quindi Hamilton gira le scene in cui è impegnata Biancaneve con una giovane modella, Marge Belcher, e quei filmati vengono copiati dagli animatori. In questo modo i movimenti del personaggio diventano assolutamente naturali, perché Biancaneve si muove proprio come Marge.
Marge nasce a Los Angeles nel 1919. Il padre, Ernest, è un coreografo che lavora per gli studi, ma soprattutto è uno di quelli che insegna a ballare alle star. Shirley Temple, Joan Crawford, Fay Wray, Betty Grable e Cyd Charisse sono alcune tra le allieve della sua lunga carriera. E naturalmente insegna anche alle sue due figlie. Marge è quella più portata. Si esibisce, ma soprattutto anche lei comincia a insegnare nella scuola del padre. Quando alla Disney serve una giovane ballerina che possa essere la modella per Biancaneve, quella sedicenne che ha già una grande esperienza è la scelta naturale. Per Disney sarà anche la modella della Fata Turchina e della vezzosa “ippopotama”, che è la protagonista della Danza delle ore in Fantasia. Di questa celeberrima scena Marge cura anche la coreografia. Alla Disney Marge conosce anche il suo primo marito, l’animatore Art Babbit, che è nella squadra che lavora sulla Regina cattiva.
Il matrimonio dura tre anni e Marge sposa il ballerino Gower Champion. E da quel momento diventa Marge Champion. I due sono sotto contratto per la MGM che cerca di farne i nuovi Ginger e Fred. Ovviamente è impossibile ripetere l’incredibile successo di quella straordinaria coppia di ballerini, ma Marge e Gower riescono a ritagliarsi un loro spazio nei musical degli anni Cinquanta. Marge, oltre a recitare, non smette di insegnare a ballare e di preparare coreografie sia per il cinema che per la televisione. Fa anche qualche apparizione a Broadway, ma anche a teatro il suo impegno è per lo più dietro le quinte: nel 1964 è la consulente per i numeri di danza di Hello Dolly!
Rimane una leggenda dello spettacolo americano. Nel 1984 fa la sua ultima apparizione in televisione: in una puntata di Saranno famosi è l’insegnante di danza classica della scuola che non fa ballare un’allieva solo perché, essendo nera, non la ritiene adatta alla danza classica, scatenando le proteste degli studenti e della professoressa Grant. Nel 2001, a ottant’anni, torna a Broadway: è Emily Whitman in un fortunato revival di Folies di Stephen Sondheim. La sua parte è quella di una ex ballerina delle Weismann Follies, sposata con Theodore e co-proprietaria con il marito di una scuola di danza. Quando canta Rain on the Roof ha ancora lo smagliante sorriso di Biancaneve.
Perché Hamilton Luske disegna Biancaneve anche un po’ con i tratti di quella giovane ballerina. E disegnare il viso di questo personaggio non è affatto facile, perché Biancaneve non deve solo essere bella, deve essere la più bella del reame. E Hollywood è un regno dove ci sono moltissime splendide regine. Biancaneve è un po’ Mary Pickford, la fidanzata d’America, che ormai ha abbandonato le scene e si avvia a un lungo e inesorabile declino. È un po’ Constance Bennett, una delle pochissime dive del muto che è riuscita a passare al sonoro. È un po’ Janet Gaynor, la prima attrice a vincere l’Oscar nel 1929 e nel 1937 protagonista di È nata una stella. Certo Biancaneve somiglia in qualcosa a tutte queste grandi regine del cinema, ma quello che ha reso immortale questo personaggio è che Biancaneve è solo Biancaneve. Ed è viva. Non credo sia un caso che proprio lei sia stata il primo personaggio a cartoni animati a ricevere una stella sulla Hollywood Walk of Fame, perché Biancaneve non è affatto un personaggio di fantasia.
Naturalmente Biancaneve deve avere anche una bella voce e saper cantare come un usignolo e questo si rivela una ricerca più ardua del previsto. Vengono fatti più di centocinquanta provini, ma nessuna riesce a convincere quelli della Disney e soprattutto Walt. Un giorno un assistente dello studio chiama al telefono un suo vecchio amico, il professore di canto Guido Caselotti. Guido è originario di Udine, ma si è trasferito da ragazzo negli Stati Uniti. È conosciuto non solo come organista e maestro di musica, ma anche perché è il marito di Maria Giuseppina Orefice, che in Italia è nota come soprano. L’assistente di Disney chiede a Guido se conosce qualche ragazza che abbia una bella voce e sappia cantare. La figlia più piccola di Guido, la diciannove Adriana, ascolta la telefonata da un altro apparecchio e comincia a cantare. Il padre si arrabbia, ma l’uomo di Disney dice che va bene, viene organizzato un provino con Walt e Adriana diventa la voce di Biancaneve.
È nata a Bridgeport nel Connecticut, ma dai sette ai dieci anni vive in Italia, perché la madre lavora per il Teatro Reale dell’Opera di Roma. Anche sua sorella maggiore Louise è una cantante e un’insegnante: una decina d’anni dopo il film insegnerà a una giovane cantante d’opera greca, tal Maria Callas.
Adriana riceve 970 dollari per doppiare Biancaneve. Il suo nome non compare nei titoli e Walt le impedisce di partecipare a programmi radiofonici, perché solo Biancaneve deve avere quella voce. E quello è stato il ruolo della vita: Adriana ha continuato a cantare le canzoni del film in spot promozionali del film, in speciali televisivi - il giorno del Ringraziamento del 1972 ha cantato con Julie Andrews - per le mostre su Biancaneve realizzate nei parchi creati dalla Disney. Adriana Caselotti si è ampiamente meritata il suo posto nelle Disney Legends.

Immagino che potrei stare qui a raccontarvi storie su Biancaneve ancora per parecchio tempo. Potrei raccontarvi di JoAnn Dean Killingsworth, la giovane ballerina e pattinatrice che il 17 luglio 1955 è stata Biancaneve in occasione dell’inaugurazione di Disneyland. È la prima volta che una persona in carne e ossa indossa il vestito di Biancaneve e per JoAnn sarà anche l’ultima: quello è un lavoro che è durato un solo giorno, eppure è stato il più importante della sua carriera.
Oppure potrei raccontarvi delle voci italiane di Biancaneve, perché nella prima edizione quando parla la voce è quella di Rosetta Calavetta, mentre quando canta è quella di Lina Pagliughi.
Rosetta è una regina del doppiaggio italiano. La sua voce, oltre alla mora Biancaneve, è quella di alcune bellissime bionde del cinema: Lana Turner, Marilyn Monroe, Doris Day, Veronica Lake, Kim Novak, Janet Leigh. Ma anche quella della terribile Crudelia De Mon.
Curiosamente Lina è un’italoamericana - nasce a New York, ma sua madre è di Albareto - che fa fortuna in Italia. Arriva a Milano per perfezionare gli studi di canto lirico e non tornerà più n America. Nel 1927 debutta ventenne come Gilda al Teatro Nazionale di Milano. Si rifiuta di prendere l’aereo e quindi per le tournée all’estero deve usare la nave. Per questo si esibisce prevalentemente in Italia, prima nei teatri e poi attraverso l’Eiar. È Mimi, Violetta, Rosina e diventa anche Biancaneve.

Ho confessato nella prima puntata di questa serie su Biancaneve che io - come Alvin Singer - preferisco la Regina cattiva. E per questo voglio finire con una storia su di lei. Perché Biancaneve non esisterebbe senza la sua crudele matrigna.
Nei primi appunti di Creedon la regina viene definita “grassa e matta”, insomma una sorta di Maga Magò. Ma a Walt questa idea non piace molto, vuole che sia una specie di Lady Macbeth, tanto bella quanto crudele. Probabilmente è stato lo svizzero Albert Hurter a pensare alla statua di Uta von Ballenstedt che si trova nella cattedrale di Naumburg. Uta, moglie del margravio di Meissen, scagionata da un’accusa di stregoneria, la donna più bella del Medioevo, gli è sembrata la perfetta Regina cattiva. E poi con gli occhi di Joan Crawford Grimilde non può che diventare la più letale dark lady della storia del cinema. Non rifiuteremo mai la tua mela. 

p.s. per le altre puntate della storia di Biancaneve, potete andare qui e qui.

martedì 19 settembre 2023

Verba volant (845): sexy...

Sexy
, agg. m. e f.

Non conosciamo il nome della prima Biancaneve in carne e ossa del 1902, ma conosciamo bene quello del primo personaggio animato che deve vedersela con una Regina cattiva che, invidiosa della bellezza di quella sua giovane figliastra, cerca di ucciderla.
Il 31 marzo 1933 esce nei cinema, prodotto da Max Fleischer e distribuito dalla Paramount, un cartone animato intitolato Snow-White con protagonista nientepopodimeno che Betty Boop.
In quei mesi Betty è all’apice del successo. Ha esordito al cinema solo tre anni prima in un cartone animato intitolato Dizzy Dishes: è ancora una barboncina antropomorfa con grandi occhi scuri che indossa un vestito succinto che non riesce a coprirle né le spalle né le lunghissime gambe, tanto che si vede una sensuale giarrettiera. Il successo è immediato e travolgente. In quel cartone Betty fa solo una breve apparizione, non è lei la protagonista, ma la sua prorompente sensualità ruba la scena e in breve diventa una star dell’età del jazz.
Betty, con i suoi capelli corti e l’aria sbarazzina, provocante e innocente allo stesso tempo, è la perfetta incarnazione della flapper, della donna del secolo nuovo, indipendente ed emancipata, che mostra con orgoglio la propria bellezza. Nel 1932 perde le ultime caratteristiche animali e diventa a tutti gli effetti una donna, anzi un vero e proprio sex symbol. Non resisterà molto: già nel 1934, con la rigorosa applicazione del Codice Hays e a seguito delle proteste sempre più insistenti dei gruppi conservatori e di quelli religiosi, Betty viene “normalizzata”: diventa una casalinga, con un vestito decisamente più casto che le copre spalle e gambe. E nel 1939 il suo personaggio sarà definitivamente cancellato: Betty Boop o dà scandalo o non è.
Ma torniamo a Snow-White. La regina interroga il suo specchio magico per sapere chi sia la più bella del regno e quello, che ha l’inconfondibile voce di Cab Calloway, le risponde che è Betty Boop. Per altro il grande Cab è un “amico” di Betty già dai tempi del cartone Minnie The Moocher, un altro dei grandi successi dei Fleischer Studios.
La regina ordina alle sue guardie di decapitare Betty. Ma quelle guardie sono Bimbo e Koko, i due fedeli compagni di avventure della ragazza. In lacrime portano Betty in una foresta, ma proprio quando stanno per sferrare il colpo mortale, distruggono le loro armi. Purtroppo sprofondano nel terreno prima di poterla liberare. Betty riesce comunque a scappare, ma cade in un fiume ghiacciato e rimane rinchiusa in una sorta di teca di ghiaccio. Per fortuna quel blocco arriva fino alla casetta dei sette nani, che lo portano in una grotta incantata, dove trovano Koko e Bimbo. E spariscono. La regina, trasformata in una strega, arriva anche lei nella caverna, trasforma Koko in un fantasma che canta St. James Infirmary Blues, in una delle sequenze più famose del cartone animato.
La strega riesce a congelare Betty, Koko e Bimbo, ma quando chiede di nuovo allo specchio chi sia la più bella, questi manda un fumo magico che libera gli amici e trasforma la regina in un drago. Il mostro insegue Betty e i suoi compagni, ma Bimbo gli afferra la lingua e lo mette in fuga. Il cartone finisce con Betty, Koko e Bimbo che ballano in cerchio. E vissero felici e contenti, almeno fino alla prossima avventura.
I sette minuti di Show-White sono un capolavoro del cinema di animazione della Golden Age.
Anche se è Dave Fleischer a firmarne la regia, l’autore è Roland Crandall, storico animatore dello studio. Ci mette circa sei mesi a realizzare da solo l’intero film. Oltre che aver lavorato alla serie dedicata a Betty, Roland nel 1933 crea, insieme a Seymour Kneitel, Popeye, l’altro grande successo targato Fleischer.
La voce di Betty è quella di Mae Questel. Mae è nata a New York nel 1908. La sua famiglia di ebrei ortodossi non approva il desiderio della ragazzina di dedicarsi allo spettacolo, ma Mae è bravissima a fare le imitazioni, a diciassette anni vince un concorso per giovani talenti che le permette di lavorare in tanti locali della città. Una delle sue imitazioni più riuscite è quella della cantante Helen Kane e quando Fleischer, che ha creato Betty Boop basandosi proprio su Helen, ascolta Mae, la ingaggia per doppiarla.
Per Betty Mae non si limita a imitare la voce infantile e un po’ chioccia di Helen, ma aggiunge una sensualità che richiama il fascino di Clara Bow, un’altra delle icone dell’età del jazz.
Quella voce così caratteristica, dal 1931, contribuisce a creare il successo di Betty Boop. E quando nel 1988 Betty farà un’apparizione in Chi ha incastrato Roger Rabbit sarà ancora Mae, ottantenne, a dare la voce al “suo” personaggio.
Per Fleischer Mae è anche la voce di Olivia. Almeno fino a quando gli studi sono al 1600 di Broadway. Quando nel 1938 Fleischer decide di spostarsi a Miami, questa figlia di New York non vuole trasferirsi e il lavoro passa a Marge Hines, che ha doppiato Betty Boop in Dizzy Dishes e nei primi cartoni della serie.
Un altro che fatica a staccarsi da New York è Woody Allen che vuole sia Mae a cantare Chameleon Days in Zelig e a interpretare sua madre nell’episodio Edipo relitto in New York Stories.

Dieci anni dopo - e soprattutto sei anni dopo quella, castigatissima, di Disney - arriva nei cinema una Biancaneve ancora più sexy di Betty Boop. Ed è nera.
Negli anni Quaranta Robert Clampett, nato a San Diego nel 1913, è uno degli animatori e registi che realizzano per la Warner i cartoni animati delle due fortunate serie Looney Tunes e Merrie Melodies. Robert ama il jazz e una sera del 1941, dopo aver visto una replica della rivista di Duke Ellington Jump for Joy, si ferma a parlare con il Duca e gli altri interpreti dello spettacolo. Tutti gli chiedono di realizzare un cartone animato con neri come protagonisti. Al cinema sono già usciti film con soli interpreti di colore, come Cabin in the Sky e Stormy Weather, perché non può esserci anche un cartone animato “nero”?
Quella sera nasce l’idea di una parodia del più celebre cartone animato della storia del cinema, l’incredibile successo di Walt Disney del 1937, premiato dall’Academy con un Oscar speciale in cui la statuetta è attorniata da sette piccoli “oscar”.
Robert e tutti i suoi collaboratori passano diverse sere al Club Alabam, il locale sulla Central Avenue, che è il cuore della musica nera a Los Angeles.
Il 16 gennaio 1943 esce nei cinema Coal Black and de Sebben Dwarfs.
C’è questa regina, una grossa matrona nera che vive in un castello. È molto ricca, la sua stanza è piena di ogni ben di dio: oro, ma soprattutto pneumatici, zucchero, caffè, gin. Siamo durante la seconda guerra mondiale e quindi è facile capire che la regina è diventata ricca con la borsa nera. La regina ha tutto, ma vuole un principe. Così lo chiede al suo specchio magico. E in un baleno, a bordo di una macchina di lusso, arriva il principe Chawmin’, che sfodera un sorriso dove brilla una splendente dentatura d’oro, ne mancano solo due, ma sono sostituiti da dadi. L’attenzione del principe però si concentra sulla giovane cameriera, che si chiama So White, e subito perde la testa. Effettivamente So White è splendida, ha due grandi occhi neri, le curve nei punti giusti e due lunghissime gambe. Indossa una paio di hot pants e una camiciola che non lasciano molto spazio alla fantasia.
Il principe e So White cominciano a ballare, scatenando l’odio della regina, che chiama al telefono la Murder Incorporated, con l’ordine di eliminare la ragazza. I killer arrivano a bordo del loro furgone, su cui è impresso il loro tariffario: ” chiunque per un dollaro, e la tariffa si dimezza per un nano. Ma sono patriottici - in fondo c’è la guerra - e quindi l’elenco si conclude con. “Japs: free”.
I killer rapiscono So White, ma la liberano al limite di un bosco. Quando la ragazza esce dal furgone i sicari appaiono molto soddisfatti: le impronte di rossetto sulle loro faccia fanno capire come So White li abbia convinti a liberarla. Nel bosco la ragazza incontra i sette nani, sette piccoli e maldestri soldati che “arruolano” immediatamente So White come vivandiera del loro piccolo reggimento.
La regina medita vendetta. Indossato un grande naso che la fa assomigliare a Jimmy Durante, si traveste da venditrice ambulante e raggiunge l’accampamento dei sette nani. So White mangia la mela e cade a terra. I nani si accorgono di quello che è successo, si vendicano della regina, ma non riescono a svegliare la loro amica. Pensano che l’unica soluzione sia chiamare il principe Chawmin’, che bacia So White, ma non succede nulla, la ribacia, e ancora e ancora, fino a perdere il fiato e a invecchiare prematuramente. A questo punto Dopey, il più giovane dei nani – l’equivalente di Cucciolo – stampa un bacio in bocca a So White e la ragazza si sveglia. Il principe gli chiede come abbia fatto. “Segreto militare”, risponde il nano soddisfatto.
Per realizzare il progetto, oltre alla sua squadra di animatori, Clampett coinvolge alcuni artisti neri. La voce di So White è quella di Vivian Dandridge, la sorella maggiore di Dorothy. Mentre Ruby Dandridge, loro madre e un’attrice già nota a Hollywood, è la regina. Ma per le voci di tutti i sette nani si affida al grande Mel Blanc, la voce di Bugs Bunny, Duffy Duck, Porky Pig, Silvestro e Titti, Beep Beep e Wile E. Coyote, e praticamente di tutti gli altri personaggi dei cartoni animati della Warner.
Il cartone animato riscuote immediatamente un grande successo, incontrando sia il favore del pubblico che quello della critica. Ma già qualche mese dopo la National Association for the Advancement of Colored People chiede alla Warner di ritirare il cartone animato.
Presto la casa di produzione accetta di ritirare dai cinema il cartone animato, come altri dieci che hanno caratteristiche simili. Sono i cosiddetti Censored Eleven, undici cartoni animati della stagione d’oro della Warner, che non verranno più trasmessi neppure in televisione, se non in programmi che ne stigmatizzano il razzismo.
Ed effettivamente Coal Black and de Sebben Dwarfs è un campionario di tutti gli stereotipi con cui la cultura di massa americana ha presentato i neri per decenni. Sorridiamo di fronte a quelle gag, ma ci arrabbiamo perché la nostra sensibilità ormai non è più disposta a tollerare una comicità del genere. Certo Robert Camplett non è razzista, ma proprio questo ci rende ancora più arrabbiati, se un artista come lui ha potuto scrivere uno spettacolo del genere. E ci fa pensare che questo modo di raccontare i neri è stato interiorizzato anche dagli stessi americani di colore, che pure hanno partecipato alla realizzazione del cartone animato. E probabilmente hanno riso di fronte a quelle battute così offensive.
Certo la società è molto cambiata da allora, ma le polemiche che sono seguite alla scelta di affidare a Rachel Zegler la parte di Biancaneve ci dice che il cammino è ancora in salita (continua, la prima parte della serie su Biancaneve è qui)

martedì 12 settembre 2023

Verba volant (844): fiaba...

Fiaba, sost. f.

Rachel Zegler è la Biancaneve degli anni Venti del XXI secolo. Una Biancaneve scandalosa per alcuni, visto che la pelle di questa splendida ragazza nata nel 2001 nel New Jersey, di origini colombiane e polacche - anche se le prime sono decisamente prevalenti - non è proprio candida come la neve. Tanto che Steven Spielberg l’ha voluta come Maria nella sua versione di West Side Story. Ma la storia di questa ragazza è un classico - un archetipo, direbbe Bettelheim - e quindi sappiamo che Rachel non sarà l’ultima: ogni epoca avrà la sua Biancaneve. E sappiamo anche che questa nuova Biancaneve non avrà bisogno di un principe per salvarsi.

Purtroppo non conosciamo il nome della prima Biancaneve del cinema. Di quel Snow White del 1902 non sappiamo nulla, se non il titolo registrato dalla Lubin Manufacturing Company. Questa casa di produzione è stata fondata a Philadelphia proprio quell’anno da Siegmund Lubin, nato a Breslavia nel 1851 ed emigrato nel 1876 negli Stati Uniti. È un optometrista che, affascinato dal lavoro di Edison, diventa uno dei pionieri del cinema. Sono più di mille i film realizzati nello studio chiamato Lubinville, ma sono andati quasi tutti perduti. Nel giugno 1914 un incendio ha distrutto studio e negativi e tre anni dopo la casa di produzione è fallita, costringendo Siegmund a tornare al lavoro di optometrista.

E così la prima Biancaneve di questa nostra storia è Marguerite Clark. Ormai il suo nome è dimenticato, ma nell’epoca del muto è famosa quanto Mary Pickford. Entrambe sono sotto contratto della Famous Players-Lasky e la loro rivalità domina le cronache pettegole della nascente Hollywood. A dire la verità, Mary e Marguerite non fanno nulla per alimentare questo scontro, ci pensano rispettivamente la madre e la sorella maggiore e soprattutto i produttori che hanno capito molto presto che il cinema vive anche grazie alle sue stelle e alle storie su di loro. Nel 1918 il Motion Picture Magazine conduce un sondaggio tra gli appassionati di cinema per decidere chi sia la migliore: vince Pickford, ma con uno scarto di neppure ventimila voti. Mary però è molto più abile di Marguerite, diventa in pochi anni, grazie alla creazione dell’United Artists, una delle donne più potenti del cinema americano. Marguerite si ritira, all’apice della carriera, nel 1921. A trentotto anni non ha più voglia di fare l’ingenua e ha guadagnato abbastanza per vivere come una signora in una grande villa della Louisiana.
Marguerite, nata nel 1883 ad Avondale, in Ohio, a sedici anni scopre il teatro. E in pochissimo tempo la sua carriera prende il largo. Nel 1900 debutta a Broadway e ottiene un successo dopo l’altro. Arriva al cinema tardi - gli attori teatrali all’inizio guardano con qualche sospetto alla nuova arte - ha già trentun’anni, anche se ne dimostra molti meno - anche questa è una caratteristica che ha in comune con Mary - e quell’aria da ragazzina e i suoi grandi occhi scuri entrano immediatamente nell’immaginario del pubblico.
Il 31 ottobre 1912 Marguerite debutta al Little Theatre come Biancaneve nella commedia scritta, diretta e prodotta da Winthrop Ames, che è anche il proprietario di quella storica sala sulla 44esima. È uno dei successi di quella stagione. Con lei ci sono le gemelle Madeline e Marion Fairbanks, Donald Gallaher e l’attrice inglese Elaine Inescort nella parte della Regina cattiva.
Inescort ha solo quattro anni più di Biancaneve. Anche lei bellissima, fa una lunga carriera: non si fermerà, come è successo a Mary Pickford, a causa dell’avvento del sonoro. E nel 1961, a ottantadue anni, è la contessa Lydia Ivanovna in una celebre edizione di Anna Karenina prodotta dalla BBC, con Claire Bloom e Sean Connery.
È anche grazie al successo di quella commedia che Marguerite viene chiamata a Hollywood e nel 1916 la Famous Players-Lasky produce un nuovo Snow White, un lungometraggio di sessantatré minuti. Ames scrive la sceneggiatura, basata sulla sua commedia, mentre la regia è affidata a James Searle Dawley, uno dei grandi registi di quell’età pionieristica: è lui a firmare, nel 1910, il primo Frankenstein. Creighton Hale è il principe, mentre l’attrice australiana Dorothy Cumming è la Regina cattiva. Dorothy è più giovane di Marguerite. Show White è il suo primo film a Hollywood, dopo gli esordi nel suo paese. Alla fine degli anni Venti raggiunge l’apice della fama con The King of Kings di Cecil B. DeMille, in cui interpreta Maria, e The Wind di Lilian Gish.
Quasi tutti i quaranta film interpretati da Marguerite Clark sono andati perduti. Fortunatamente una copia di Show White è stata ritrovata ad Amsterdam nel 1992, con le didascalie in olandese. E così Marguerite continua a guardarci con quei suoi grandi occhi neri e l’aria innocente, aspettando il suo principe.

E sarà l’unica Biancaneve per altri trentacinque anni: un record. Certo in mezzo c’è stata la Biancaneve più famosa di tutte - e di lei racconterò in un’altra delle mie storie - ma solo nel 1951 il personaggio dei Grimm torna al cinema. E in Italia. Il film è I sette nani alla riscossa, scritto, diretto e prodotto da Paolo William Tamburella. È nato a Cleveland nel 1910, il padre Silvestro è professore di letteratura italiana e direttore di un giornale per la comunità italoamericana della città. Il giovane decide di tornare nell’Italia appena uscita dalla guerra e di fare cinema. Nel 1946 è il produttore di Sciuscà diretto da Vittorio De Sica, per cui vince l’Oscar, il primo del cinema italiano. I sette nani alla riscossa è il suo terzo film da regista. Anche l’ultimo: muore a soli quarantuno anni, prima che il film venga distribuito nelle sale.
Tamburella decide di raccontare cosa è successo dopo il “e vissero felici e contenti”. Biancaneve e il principe Biondello vivono sì felici nel loro castello, ma il Principe Nero, invaghitosi della donna, decide di attaccare il loro regno. Biancaneve viene fatta prigioniera dagli sgherri del cattivo, ma i sette nani vengono in aiuto della loro amica. E stavolta sì tutti vivranno felici e contenti.
Biancaneve è la diciassettenne Rossana Podestà, all’inizio della carriera. Il regista francese Léonide Moguy l’ha scoperta l’anno prima a Tripoli, la città in cui è nata. Grandi occhi scuri e fisico da pin-up, Rossana diventa presto famosa non solo in Italia. Negli anni Cinquanta recita in tanti film storici e mitologici, diventando la “regina del peplum”: è Nausicaa in Ulisse di Maria Camerini, con Kirk Douglas e Silvana Mangano nel doppio ruolo di Penelope e Circe, e la protagonista di Elena di Troia di Robert Wise. E diventa una femme fatale negli anni Sessanta: è la bellissima Giorgia nei Sette uomini d’oro. Decisamente Rossana non è più l’ingenua Biancaneve.

Dopo quel film italiano il cinema e la televisione riscoprono la classica storia dei fratelli Grimm. In molte di queste versioni è però l’attrice che interpreta la Regina cattiva a essere la vera star del film. Vanessa Redgrave, Diana Rigg, Sigourney Weaver, Miranda Richardson, Monica Bellucci, Julia Roberts, Charlize Theron, Isabelle Huppert sono splendide Regine, molto più affascinanti delle rispettive Biancaneve.
Se fossimo stati lo specchio magico non avremmo avuto dubbi su chi scegliere come la più bella. Peraltro anche la Regina del film Disney - disegnata su Joan Crawford - è molto più bella di Biancaneve.
Come dice Alvin in Io e Annie.
Senti, anche da piccolo mi piacevano sempre le donne sbagliate. Forse è questo il mio problema. Quando la mia mamma mi portò a vedere Biancaneve, tutti si innamorarono di Biancaneve. Io no. Io immediatamente mi innamorai della Regina Cattiva.
Che appare nel film in veste di cartone animato, con la voce di Diane Keaton.

Gal Gadot sarà la Regina di Rachel Zegler e anche in questo caso è difficile scegliere chi sia la più bella del reame.

In una storia delle attrici che sono state Biancaneve bisogna ricordare anche Marie Liljedal, una bellissima attrice svedese, nata nel 1950, protagonista tra il 1968 e il 1971 di alcuni film erotici, tra cui il celebre Grimms Märchen von lüsternen Pärchen: non certo memorabile, ha però aperto la strada a una “lettura” erotica della fiaba che avrà una certa fortuna negli anni successivi. In Italia il film - diretto da Rolf Thiele, che pure negli anni Sessanta con Eva è stato in concorso a Cannes - è arrivato con il titolo Divagazioni erotiche.
Ovviamente anche la commedia sexy degli anni Settanta “scopre” Biancaneve. In La principessa sul pisello e Biancaneve & Co. il personaggio è interpretato da due attrici famose del genere, Christa Linder e Michela Miti. Tra i “nani” di questo film occorre ricordare alcuni grandi caratteristi del cinema italiano: Enzo Garinei, Aldo Ralli e Tiberio Murgia. Si tratta di classici film soft-porn. Decisamente più esplicito il film diretto nel 1995 da Franco Lo Cascio Biancaneve e i sette nani. Accanto a sette nani ungheresi, Ludmilla Antonova è decisamente disinibita, che ha aperto la strada a una serie di Biancaneve decisamente sexy che abbondano nei siti “specializzati”.

Voglio finire questa storia di Biancaneve con la splendida Macarena Garcia, giovane protagonista di Biancanieves, un film del 2012, scritto e diretto da Pablo Berger. Si tratta di un film muto girato in bianco e nero. La storia si svolge in Andalusia negli anni Venti. Carmen è la figlia di un torero paralitico e di una cantante, morta dandola alla luce. La seconda moglie del padre prima uccide l’uomo e poi incarica un sicario di eliminare anche Carmen. Una compagnia di nani girovaghi trova la ragazza lungo un fiume, dove è stata abbandonata, creduta morta. Carmen, con il nome di Biancanieves, diventa una famosa torera, a Siviglia, nell’arena dove il padre è rimasto paralizzato, ottiene una grande vittoria, ma la matrigna l’ha riconosciuta e la uccide con una mela avvelenata. I nani non possono far altro che vendicarsi della donna, scatenandole contro un toro.
Cent’anni dopo Snow White Biancaneve non può più salvarsi