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martedì 3 settembre 2013

Considerazioni libere (376): a proposito di una guerra che sta per scoppiare...

Non sono andato a cercare le mie vecchie "considerazioni", ma la memoria è ancora sufficientemente buona per citarmi, senza incorrere in errori grossolani. Due anni fa pensavo - e l'ho scritto da qualche parte - che i governi occidentali dovessero intervenire, in qualche modo, contro il regime di Assad. C'era l'entusiamo delle "primavere", erano stati deposti Ben Ali e Mubarak, il regime di Gheddafi aveva i giorni contati, nonostante la resistenza del dittatore e dei suoi familiari, insomma c'era un certo ottimismo e sembrava che molto dovesse cambiare e molto è effettivamente cambiato, nonostante quello che è successo nelle ultime settimane. Anche i siriani cominciarono a scendere in piazza. Fu chiaro fin da subito che quelle manifestazioni avevano un carattere un po' diverso da quelle che avevamo visto negli altri paesi arabi, motivi politici e religiosi si intrecciavano più strettamente - e pericolosamente - di quanto avveniva altrove con le rivendicazioni economiche e sociali; e le prospettive di un cambio di regime erano già fonte di preoccupazione, eppure a me sembrava che in quel preciso momento, in quelle circostanze storiche, fosse utile eliminare il giovane Assad. Pensavo fosse sufficiente un'azione mirata, in "stile" israeliano, bastava decapitare il regime, un po' come si era fatto in Libia, magari evitando con maggiore attenzione le vittime civili, anche se in queste cose è difficile essere chirurgici. D'altra parte à la guerre comme à la guerre. E poi immaginavo che i governi occidentali volessero impedire che Assad parlasse, visto che anche lui - ben più di Gheddafi - era stato coccolato dai leader che contano. Fanno sorridere quelli che adesso fanno le verginelle perché è spuntata la foto della cena tra Assad e Kerry, con relative consorti; il giovane dittatore e la sua splendida moglie erano considerati interlocutori affidabili, anche perché educati nei migliori college inglesi. 
Come è noto, allora si decise di non decidere, sperando che la situazione sarebbe rimasta sotto controllo e che se la sarebbero risolta i siriani, in qualche modo. O meglio si finse di non decidere, perché i governi occidentali cominciarono, più o meno direttamente, a finanziare l'opposizione. In questo sostegno si sono distinti i paesi arabi del Golfo, in testa l'Arabia Saudita, a cui gli Stati Uniti delegano volentieri questi compiti. Da tempo i nostri governi fanno finta che l'Arabia Saudita sia un paese "normale", anche se non è vero; si tratta della peggiore dittatura della regione, tanto più pericolosa perché estremamente ricca. Il paese a cui gli Stati Uniti delegano la loro politica mediorientale è una monarchia assoluta e feudale al cui confronto l'Inghilterra di Giorgio III della fine del Settecento parrebbe un paese schiettamente democratico. L'Arabia Saudita è più o meno come la Corea del nord - dinastia regnante e beghe di corte incluse - l'unica differenza è che è molto ricca e, come noto, a quelli molto ricchi si perdonano vizi che non accettiamo da chi ha le pezze al culo. Gli Stati Uniti e l'Europa a questa famiglia di dittatori ha affidato il controllo di un'area così delicata e se ne vedono purtroppo le conseguenze. In questi due anni gli stati del Golfo hanno finanziato le ali più estreme e fanatiche del jihadismo siriano, come hanno fatto ovunque ne abbiano avuto la possibilità e l'opportunità, essendo quei paesi i maggiori finanziatori di al-Qaeda ed Hamas, solo per citare due movimenti che - come noto - contribuiscono non poco alla pace mondiale.  
Anche per responsabilità occidentale quindi, in Siria adesso è completamente cambiata la prospettiva. Credo sia necessario partire dai numeri: ci sono stati 100mila morti, oltre 4 milioni di sfollati e 2 milioni e mezzo di profughi. Adriano Sofri ha spiegato in modo ineccepibile cosa è diventato adesso, trascorsi più di due anni, quel conflitto: una guerra civile.
Nella guerra civile viene giuridicamente, e definitivamente, superato il confine della sovranità nazionale, anche per chi non lo volesse creder umanamente, cioè moralmente, superato dalla brutalità del sovrano contro i suoi sudditi o una loro parte. Perché la guerra civile delegittima il sovrano senza legittimare il ribelle, come nelle sognate insurrezioni contro una tirannide, che mettono il popolo da una parte e la corte dall'altra. Nella guerra civile svanisce l'autorità, nemmeno quel dualismo di potere che un tempo si vagheggiava come una tappa verso un potere nuovo; e gli uni e gli altri - e le ulteriori divisioni dentro altri e uni - non sanno se non odiare e distruggere.
Arrivati a questo punto, naturalmente è impossibile rimanere indifferenti su quello che succede in Siria, indipendentemente dall'uso o meno delle armi chimiche - su questo punto specifico ho scritto giorni fa una breve riflessione, che metto in nota a questa "considerazione" - è da tempo, a essere onesti, che è impossibile rimanere indifferenti, perché i civili non sono morti tutti l'altro ieri, ma muoiono da anni. Proprio perché c'è questa guerra civile è altrettanto difficile avere una posizione netta e personalmente tendo a sospettare quelli che hanno le idee troppo chiare su una vicenda di questo genere. La guerra, almeno come pare la stiano pensando Obama e Hollande - che è riuscito a prendere il posto di Blair, alla destra del presidente statunitense - fatta "dall’esterno", senza rischi, con attacchi dal cielo e dal mare, magari con i droni, causerebbe molte più vittime di quelle calcolate fino ad ora e non risolverebbe il problema centrale: comunque andranno le cose, la Siria rimarrà stretta tra il jihadismo sunnita, radicalizzatosi dopo il colpo di stato in Egitto e finanziato dal petrolio saudita, e il fondamentalismo sciita degli iraniani. 
Personalmente credo che sia impossibile scegliere di schierarsi da una parte o dall'altra. Io non sto dalla parte degli Assad e anzi voglio stare con chi vuole rovesciare quella famiglia: purtroppo non sono riusciti a farlo perché quel regime non solo è armato dalla Russia dell'amico Putin, ma anche perché Israele (e quindi gli Stati Uniti) preferisce avere ai suoi confini dei nemici che si combattono tra di loro. In Siria e, di conseguenza in Libano, si gioca una partita molto complicata tra Arabia Saudita, Iran e Turchia. Naturalmente non sto neppure dalla parte di chi vuole sostituire quel regime con uno nuovo, islamico e fanatico - i due termini non sono sinonimi naturalmente, se non per i profeti di crociata, dell'una e dell'altra parte - ben armato, anche con armi chimiche, gentilimente offerte dai governi occidentali. Per antica abitudine e per inveterata posizione politica, sto dalla parte delle siriane e dei siriani che non vogliono un regime e che vorrebbero poter immaginare un futuro diverso per i propri figli. Francamente se una bomba "intelligente" eliminasse, magari con un colpo solo, Assad e i suoi famigli e i nuovi dittatori che si preparano a prenderne il posto, sarei estremamente soddisfatto; non ci spero perché le bombe sono stupide quanto le persone che le fanno scoppiare. Esclusa questa opzione irrealizzabile, credo però che bisognerebbe intervenire, per salvare quel popolo da una guerra che si combatte già. Capisco chi esclude del tutto ogni forma di intervento, apprezzo le loro posizioni filosofiche e religiose, però là si combatte, senza regole, e ne stanno facendo le spese persone che non c'entrano. Bisogna trovare un modo per salvare quelle persone dalla guerra che c'è già e non farne un'altra; questo naturalmente implica dei rischi, assolutamente maggiori della guerra "pulita" che gli Stati Uniti e la Francia stanno per cominciare. Dalle mie parti si dice: non si può andare a messa e stare a casa. E' così anche in questo caso, se ci importa davvero di quel popolo, allora dobbiamo intervenire, con truppe di terra e con tutto ciò che sarà necessario, dobbiamo limitare il conflitto, se e come sarà possibile, dobbiamo portare le famiglie fuori dalle città, dobbiamo combattere, quando saremo costretti, e lo saremo, visto che le due parti in lotta non staranno ferme mentre questa forza di polizia internazionale - o come la vogliamo chiamare - sarà nel loro paese. Se invece si deciderà semplicemente di bombardare questo o quell'obiettivo, allora sarebbe meglio tornarsene a casa e dire, senza ipocrisie, che di quei "beduini" non ci importa nulla. Che si ammazzino tra loro; è una posizione politica anche questa, forse un po' rozza, ma con una logica. Evitiamo, per favore, le ipocrisie, specialmente quelle "umanitarie".
Naturalmente se decidessimo di intervenire, dovremmo anche essere consapevoli che questo intervento, da solo, non sarà sufficiente. Per cominciare ad affrontare il problema, occorre capire qual è stata la vera molla che ha scatenato le "primavere" e che mantiene viva la rivolta in Siria: quei popoli non si battono tanto per valori democratici che non hanno mai conosciuto e di cui hanno un'idea vaga, ma perché sono disperati, perché hanno fame. In paesi come quelli, in cui la stragrande maggioranza della popolazione è formata da giovani che vivono con economie di sussistenza e senza alcuna prospettiva per il futuro, le rivolte sono inevitabili, contro quei regimi che hanno tolto loro la libertà, ma soprattutto contro un sistema che nega lo sviluppo e rifiuta di redistribuire le ricchezze così ingiustamente sperequate. In quei paesi dove è scoppiata la "primavera", ma anche in Siria, nonostante pare sia già in corso la controrivoluzione - e in Egitto è così, visto che sono tornati al potere i militari, come quando c'era Mubarak - la cosa fondamentale è che sono nate o stanno nascendo organizzazioni eterogenee, attraverso cui una società civile in embrione comincia a esprimere i suoi interessi e le sue posizioni, al di fuori delle istituzioni politiche e religiose; è un processo in corso. C'è un affrancamento di quei popoli. L'incapacità dei governi degli Stati Uniti e della Russia, ma anche di potenze vecchie e nuove come Europa e Cina, di influenzare in qualche modo quello che avviene in Siria è la conseguenza dell'incapacità storica di tutti questi attori di creare modelli di sviluppo che coinvolgano davvero i popoli mediorientali e non solo l'élite politica ed economica di quei paesi. Al di là dell'intervento necessario di questi giorni, nelle forme che io auspico e che temo si realizzerà in maniera opposta, l'Occidente dovrebbe accettare il fatto che quei popoli devono avere il diritto che la loro storia non si decida più in altri luogi - come è successo nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot o come è successo dopo la seconda guerra mondiale con la creazione delle sfere di influenza tra Usa e Urss. Finora la storia della Siria è sempre dipesa da decisioni di altri, forse questa rivolta ci dice che noi non possiamo più decidere per loro.
Ci prepariamo a sparare nel buio, invece sarebbe ora di accendere la luce.

post scriptum
Naturalmente è giusto continunare a considerare l'uso di armi chimiche un crimine, qualcosa che viola le "regole" della guerra. Bisognerebbe riflettere però che nel frattempo queste regole sono cambiate, e molto, ad esempio da quando l'Italia usò il gas nella guerra di Etiopia. Negli ultimi anni si sono combattute alcune guerre con caratteristiche del tutto differenti da quelle del passato: c'è un incredibile squilibrio tra le forze in campo (altrimenti non scoppierebbero neppure) e quindi si sa già chi vincerà. In queste guerre inoltre si combatte con armi "intelligenti", ossia in grado di uccidere i nemici in armi e i civili, senza alcun rischio per chi attacca; le "regole" della guerra, grazie alla tecnologia, sono completamente cambiate, perché i rischi di una parte, quella attaccante e vincitrice, sono significativamente annullati e pesano tutti su quella attaccata e perdente. In questo quadro credo andrebbe fatta una riflessione su quali siano veramente le violazioni delle regole o meglio andrebbero riscritte le regole.

mercoledì 27 marzo 2013

Considerazioni libere (350): a proposito di errori...

Visto che il tema è tornato prepotentemente alla ribalta, provo anch'io a dare il mio contributo, di parte naturalmente.
Come credo sia ormai chiaro, il problema ora non è più sapere chi ha ucciso i due pescatori indiani. Sono stati i due militari italiani? Sono state altre persone imbarcate sulla Enrica Lexie? Sono stati altri uomini coinvolti in quel concitato conflitto a fuoco? Probabilmente a questo punto è impossibile stabilire una verità processuale. Umanamente, spero per loro che non siano stati Latorre e Girone: devono già sopportare una prova difficile e credo sarebbe ancora più difficile farlo con questo peso. Ma questo riguarda ovviamente loro e la loro coscienza. In molti si sono fatti un'idea precisa di questa vicenda, naturalmente senza averne nessuna conoscenza. Una grande maggioranza degli italiani li ha già assolti, mentre un'altra parta, tanto piccola quanto esarcerbata nei toni, li ha già condannati. Personalmente non ho una particolare simpatia per quelle due persone e non ho particolare rispetto per l'istituzione che essi rappresentano, ma non so cosa sia successo e sinceramente mi interessa anche poco. In qualche modo - e a mio avviso giustamente - il nostro paese si è già assunto la responsabilità dell'accaduto, riconoscendo un indennizzo economico alle famiglie dei pescatori uccisi. Naturalmente so che il denaro non può ripagare la vita delle persone - in questo come in qualunque altro caso di omicidio - ma questo è il criterio che gli uomini si sono dati, dopo che hanno fortunatamente abbandonato la legge del taglione. Riconosciuto questo diritto alle famiglie dei morti, lo stato italiano ha il diritto di riportare in Italia le persone che per suo conto hanno agito e ha il dovere, nelle forme e nei modi che valuterà, di giudicare se hanno operato correttamente.
Fatta questa premessa, questa vicenda è significativa da un punto di vista politico e purtroppo sintomatica della pessima condizione delle nostre istituzioni: e di questo voglio parlare. Il punto fondamentale - mai abbastanza ripetuto - è che i due militari italiani non dovevano a essere a bordo di quella nave. Perché i militari italiani devono scortare, a spese dello stato, convogli privati? Che interesse nazionale c'era per garantire la presenza di soldati italiani sulla Enrica Lexie? Nessuno, naturalmente. Questo è un punto fondamentale. Tutta questa vicenda è figlia di quell'errore madornale, i cui responsabili hanno nomi e cognomi - troppo noti per citarli ancora - e quindi chi adesso pretende di salvare la vita dei due marò, alzando la voce in maniera scomposta, dovrebbe avere almeno la decenza di stare zitto. Oltre al fatto che su quella nave non avrebbero neppure dovuto salirci, chi li ha mandati non ha nemmeno chiarito quali fossero esattamente i loro compiti e soprattutto non ha detto cosa fare in caso di incidenti.
Detto questo, purtroppo un incidente è avvenuto e ha provocato la morte dei due pescatori indiani, ed è stato commesso un altro errore, altrettanto madornale. A quel punto doveva essere trovata una soluzione immediata - ripeto immediata - per riportare in Italia i due militari. L'esercito di un paese più forte e più organizzato avrebbe probabilmente organizzato un'azione per recuperare direttamente dalla nave i due militari. Capisco che questo non sia alla portata né delle nostre forza armate né tantomeno dei nostri inefficaci, inefficienti e corrotti servizi segreti, ma forse qualche sistema più "italiano" poteva essere escogitato, pur nella concitazione del momento, magari dando un po' di soldi a qualche funzionario o militare indiano affinché chiudesse un occhio - o tutti e due - proprio durante il passaggio di Latorre e Girone. Oppure il governo italiano poteva immeditamente avviare una trattativa, ovviamente riservata, con quello indiano, promettendo qualcosa a quel paese in cambio della restituzione dei militari. Come si dice in campagna, "più la mescoli, più puzza", evidentemente questa saggezza contadina non è familiare agli "altissimi" funzionari della Farnesina e della Difesa, che hanno perso tempo, tempo prezioso. Probabilmente questi esperti, forti della lettura delle barzellette della "Settimana enigmistica", hanno immaginato che gli indiani siano tutti magri, con il turbante, impegnati a dormire su letti di chiodi o a incantare serpenti. Qualcuno, più preparato culturalmente, ha visto una puntata di Quark in cui hanno mostrato le mucche passeggiare per le vie delle città indiane e si è fatto l'idea che quel paese sia ancora sottosviluppato.
L'India invece è un grande paese, molto più importante e influente dell'Italia. C'è poi un problema che i nostri "esperti" hanno probabilmente sottovalutato. La leader del partito di governo in India è una donna che l'opposizione chiama in maniera spregiativa "l'italiana" e che proprio per essere nata in Piemonte non può diventare il primo ministro di quel paese, nonostante faccia parte della famiglia "regnante" in India. In una situazione simile, i nostri diplomatici e i nostri militari - che nel frattempo erano riusciti a "piazzare" a capo dei loro ministeri un ambasciatore e un ammiraglio - non hanno immaginato che la condizione dei due militari diventasse ogni giorno più grave, proprio in forza dell'essere italiani? Evidentemente no.
Poi c'è stato il colpo di genio di questi ultimi giorni. Sinceramente quando il governo Monti, alla fine del suo mandato, ha annunciato che i due militari non sarebbero tornati in India ho pensato che le diplomazione indiana e italiana avessero trovato finalmente un accordo. Naturalmente nessuno dei due governi, e specialmente quello di New Delhi, poteva ammetterlo, ma mi pareva potesse essere un modo onorevole per chiudere la vicenda. Dopo qualche settimana di polemiche, della sorte dei due marò non si sarebbe più parlato e tutto sarebbe andato a posto; l'accordo poteva interessare altre vicende poco chiare, in cui l'Italia è coinvolta in quel paese, come le tangenti Finmeccanica. Invece ho scoperto che sono più stupidi di quello che io, che non sono mai stato tenero con loro, credevo; il nostro governo ha fatto la furbata e dopo pochi giorni ha fatto la cosa peggiore che, a quel punto, potesse fare, ossia rimandare indietro Latorre e Girone, che a questo punto naturalmente il governo indiano non ci restituirà più. Mi dispiace molto per loro, ma adesso è impossibile che il governo di New Delhi ceda, ne andrebbe della loro reputazione e il partito del Congresso rischierebbe di perdere le prossime elezioni. Non credo proprio che Sonia Gandhi a questo punto rinuncerà a vincere le elezioni, per fare un favore a quelle "belle ghigne" di Napolitano e di Monti.
Non commento la sceneggiata di ieri di Terzi di Sant'Agata in parlamento, con cui l'ormai ex-diplomatico si è assicurato un posto da senatore nella ormai prossima legislatura, tra i pagliacci del Pdl. E' la fine farsesca e indegna di un governo nato in maniera illegittima e che ha dimostrato un'incapacità unica, a dispetto della presunzione dei suoi componenti. Il governo dei tecnici è indecente come il governo che l'ha preceduto, ma almeno quello era stato votato da una parte degli italiani. Anche per questo abbiamo bisogno di un governo diverso, che speriamo riesca a riportare in Italia, tra qualche anno, Latorre e Girone.

lunedì 9 aprile 2012

Considerazioni libere (279): a proposito di internazionalismo...

Perfino i provincialissimi giornali italiani - di solito impegnati nella complicata esegesi delle dichiarazioni dei nostri politici - si sono accorti che da qualche anno si riuniscono i Brics, ossia i capi di stato e di governo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Questi cinque paesi rappresentano da soli il 26% del territorio e il 42% della popolazione mondiali; hanno abbondanti risorse naturali strategiche, ingenti riserve valutarie e producono il 14% del pil mondiale e tutti gli analisti concordano sul fatto che questo dato è destinato a crescere, a danno dei paesi del cosiddetto G7.
Quarant'anni sono un periodo di tempo piuttosto breve - tanto più per me che ora di anni ne ho ormai 42. Al di là di questo dato anagrafico non fondamentale, proviamo a ricordare come erano questi cinque paesi nel 1970. La situazione era completamente diversa e il mondo si divideva in maniera piuttosto netta tra chi stava con gli Stati Uniti e chi con l'Unione Sovietica, secondo una rappresentazione geopolitica uscita direttamente dalla fine della seconda guerra mondiale e dagli accordi di pace tra le potenze vincitrici. Brasile e Sudafrica erano senza dubbio nella sfera di influenza americana, mentre l'India, pur essendo tra i fondatori dei cosiddetti "paesi non allineati", guardava con maggior simpatia verso l'Unione Sovietica; la Cina era un regime comunista e quindi, pur essendo in qualche modo in competizione con il potente vicino, era d'ufficio inserito nella sfera sovietica. Dal punto di vista istituzionale, in questi quarant'anni Cina e India non hanno subito cambiamenti: sono rimasti rispettivamente un regime con un partito unico e una democrazia parlamentare. Naturalmente tra la Repubblica Popolare Cinese della rivoluzione culturale e la Cina di oggi ci sono differenze enormi - che credo siano evidenti a ciascuno di voi - ma la continuità del regime è un elemento altrettanto evidente. La differenza più vistosa tra il 1970 e oggi è il fatto che nel fatidico '89 è sparita l'Unione Sovietica: al suo posto sono nati diversi stati, di cui la Russia è il più grande e potente. Come noto solo in alcuni di questi stati ci sono oggi vere democrazie, simili a quelle dei vicini paesi europei; in Russia ad esempio c'è un regime formalmente democratico, ma il potere è di fatto concentrato nelle mani di un solo uomo, Vladimir Putin, che peraltro nella metà degli anni Settanta era un ufficiale del Kgb. In Brasile nel 1970 era al governo il generale Garrastazu Médici, la cui giunta militare è stata una delle più repressive negli anni della cosiddetta dittatura dei gorillas, che durò dal 1964 al 1984; attualmente è presidente del Brasile Dilma Rousseff, che nel '70 era in carcere perché era una guerrigliera socialista, che aveva partecipato alla lotta armata contro il regime. In Sudafrica c'era il regime segregazionista della minoranza afrikaner; nel '70 l'attuale presidente sudafricano, Jacob Zuma, era in carcere, per la sua attività politica nell'African National Congress, il partito dei neri, un'organizzazione che era considerata terrorista anche dal governo degli Stati Uniti. Letto così, con soltanto queste poche notizie, il bilancio di questi quarant'anni è decisamente positivo e io credo, da uomo di sinistra, che dobbiamo essere felici di questi risultati che abbiamo raggiunto, che sono costati lotte, sacrifici personali e collettivi molto forti.
Eppure non possiamo fermarci qui. Nel nr. 943 di Internazionale è pubblicato un breve saggio che la scrittrice indiana Arundhati Roy ha scritto per il settimale Outlook; si intitola Capitalism. A ghost story; è un testo molto denso, che vi consiglio di leggere. L'analisi che Arundhati Roy fa della situazione indiana è molto interessante, anche perché questo paese, come abbiamo visto, è una repubblica dal 1950 ed è, con 1 miliardo e 173 milioni di abitanti, la più grande democrazia del mondo. Le cento persone più ricche possiedono l'equivalente di un quarto del pil dell'intero paese; 800 milioni di persone vivono con meno di venti rupie al giorno e le persone che si sono suicidate perché non erano in grado di pagare i debiti sono già 250mila. In questo blog ho dedicato diverse "considerazioni" all'India; ve ne segnalo tre che spero avrete il tempo di rileggere: la nr. 102 sullo sfruttamento delle miniere di bauxite nella zona di Niyamgiri, che mettono in crisi l'ecosistema di quella regione - che le tribù considerano sacro - e la stessa sopravvivenza di quelle popolazioni; la nr. 105 sulle donne che vivono facendo le madri surrogate per le coppie occidentali che non possono avere figli; la nr. 111 sui ragazzi che vivono e lavorano nelle grandi discariche di prodotti tecnologici che arrivano in India dagli Stati Uniti e dall'Europa. Si tratta di problemi particolari che offrono però un esauriente quadro d'insieme sulla situazione complessiva di quel paese.
Come spiega in maniera efficace Roy, "il rapporto tra crescita del pil e occupazione è un mito", tanto è vero che dopo vent'anni di costante crescita il tasso di disoccupazione è aumentato - siamo adesso al 10,8% - e sul totale della popolazione attiva il 90% si guadagna da vivere nel cosiddetto settore informale. Secondo la definizione degli economisti, il settore informale è tutta quella parte dell'economia che non è regolamentata da norme legali e contrattuali; si tratta di lavoratori formalmente indipendenti, ma che in effetti sono strettamente vincolati alle decisioni di quelli che li pagano e quindi sfruttati; sono lavoratori a domicilio, venditori ambulanti, collaboratori domestici, contadini senza terra e costretti a lavorare sulle terre di altri per sopravvivere.
Arundhati Roy spiega come lo sfruttamento passa attraverso la realizzazione di grandi opere, spesso di dubbia utilità; racconta il progetto del "corridoio industriale Delhi-Mumbai"; ne riporto un passo.
Dholera sarà collegata al corridoio industriale Delhi-Mumbai (Dmic), lungo 1.500 chilometri e largo trecento, con nove enormi zone industriali, una linea ferroviaria ad alta velocità, tre porti, sei aeroporti, un'autostrada a sei corsie e una centrale elettrica da quattromila megawatt. Questa speculazione nasce da un accordo tra i governi di India e Giappone, e tra i loro rispettivi partner privati, su un'idea del McKinsey global institute.
Sul sito del Dmic si legge che il progetto "interesserà" circa 180 milioni di persone, ma non specifica in che modo. Si costruiranno nuove città e la popolazione passerà dagli attuali 231 milioni di abitanti a 314 milioni entro il 2019. In appena sette anni. Quand'è l'ultima volta che uno stato o un dittatore ha ordinato il trasferimento di milioni di persone?
La scrittrice indiana dedica gran parte del suo saggio a spiegare come il grande capitale riesce a influenzare la cultura, l'informazione, il sentire diffuso, in sostanza a plasmare l'opinione pubblica, e questo è probabilmente l'aspetto che più merita di essere approfondito e per questo vi rimando al testo che è chiaro e molto documentato.
A me interessa riflettere su un altro aspetto. Come dice giustamente Arundhati Roy i diritti umani - e aggiungo io, la stessa democrazia - "sono importanti, ma non sono la lente adatta per capire le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo". Luciano Gallino in un suo saggio recente dice che la guerra di classe c'è ancora, ma adesso è il capitalismo finanziario che attacca le residue conquiste ottenute dai lavoratori o che impedisce - come avviene in India - che alcuni diritti che a noi paiono scontati possano essere raggiunti in quel paese. In questi quarant'anni, come ho detto, c'è stato - e per fortuna - uno sviluppo della democrazia: un intero popolo, come è avvenuto in Sudafrica, ha avuto l'effettivo accesso al voto; in tanti paesi - ad esempio dell'America latina - siamo passati dalla dittatura alla democrazia; anche nell'Europa occidentale in questi ultimi quarant'anni sono finite le dittature portoghese, spagnola e greca; e poi c'è stato il movimento delle donne, che è stata la grande novità politica degli ultimi decenni del secolo scorso. Molte di queste conquiste però sono più formali che sostanziali, perché il potere effettivo è sempre più di un oligarchia vera e propria e sempre con le parole della Roy "mentre i miliardari fanno piroette sulla nostra testa, enormi quantità di denaro corrompono le istituzioni democratiche (i tribunali, il parlamento, i mezzi di informazione), che non funzionano più come dovrebbero".
Come ho avuto modo di scrivere altre volte, queste grandi ingiustizie che ci sono nel mondo aprono una grande prospettiva alla sinistra, che dovrebbe avere la capacità, l'intelligenza e la voglia di coglierle. Abbiamo perso qui - in Italia come negli altri paesi occidentali - tra i valori fondanti della sinistra, l'abitudine a volgere lo sguardo verso il mondo. Io sono convinto che se ricominceremo a guardare cosa avviene fuori dai nostri paesi - e oggi è anche  più facile, viste le possibilità che ci offre la tecnologia - la sinistra potrebbe avere un'opportunità nuova, perché le cose che non vanno sono davvero troppe.

giovedì 26 gennaio 2012

Considerazioni libere (267): a proposito di ricerche e censure...

Facciamo insieme un piccolo esperimento. Provate a cercare con Google un'immagine legata alla parola Tienanmen; le prime icone che compaiono sul vostro schermo sono la riproduzione di quella foto celebre che tutti abbiamo in mente: il ragazzo che fronteggia una colonna di carri armati nel giugno del 1989 sulla grande piazza della capitale cinese. Provate a fare la stessa ricerca con Baidu - è semplice, basta cliccare www.baidu.com e non farsi spaventare dai caratteri cinesi; è intuitivo capire dove è la sezione "immagini", visto che la home è organizzata in maniera molto simile a quella di Google - qui trovate una splendida miscellanea di foto della piazza e dei palazzi che la circondano, tante immagini di persone in vacanza e delle grandi manifestazioni promosse dal regime, ma nessuna riproduzione della foto dello studente che ebbe il coraggio di sfidare il potere del partito comunista. Questa prova la può fare ognuno di noi, anche se non conosce il cinese; chi invece conosce quella splendida e antica lingua può dirvi che attraverso Baidu è impossibile avere una qualche informazione di quello che è successo a Pechino più di vent'anni fa, un avvenimento che è entrato nella storia, oltre che nell'immaginario, del secolo scorso. Se fate la stessa ricerca su Baidu scrivendo Tienanmen con i caratteri cinesi, verrà fuori questa scritta: "In base alle leggi, ai regolamenti e alle politiche pertinenti, alcuni risultati di questa ricerca non sono mostrati"; naturalmente nulla sulle proteste degli studenti è ritenuto "pertinente" dalle autorità.
Google ha in tutto il mondo 425 milioni di utenti, ma Baidu ne ha già 400 e sono destinati a salire in maniera molto veloce - si prevede infatti che saranno almeno 750 milioni tra cinque anni. Google oltre ad essere il più importante motore di ricerca del mondo - anzi proprio per questo motivo - ha degli incassi che arrivano quasi a sette miliardi di dollari all'anno. Baidu, anch'essa quotata al Nasdaq, ha per ora incassi molto inferiori - circa mezzo miliardo di dollari all'anno - ma le previsioni sono rosee: a luglio dell'anno scorso la società ha annunciato un aumento del 95% dei profitti trimestrali, e questo ha fatto sì che nel 2011 le sue azioni siano cresciute del 65%, dopo essere più che raddoppiate nel 2010. Baidu non è un'azienda di stato - anzi è registrata alle isole Cayman - ma per lavorare e prosperare in Cina si è piegata all'ideologia del regime, divenendone un docile strumento.
Per tornare al nostro esempio, un giovane cinese che possiede un computer e ha l'accesso alla rete - e si trova quindi in una posizione di ipotetica parità con un suo coetaneo statunitense o europeo - non sa, a meno che la vicenda abbia coinvolto qualcuno della sua famiglia - ma in un paese di un miliardo e 300 milioni di abitanti la possibilità è piuttosto remota - cosa sia successo nel giugno del 1989 nel suo paese, non sa chi sia Liu Xiaobo né che abbia vinto il Nobel per la pace nel 2010 e così via. Quel giovane cinese sa tutto quello che gli è permesso di sapere dopo che la censura del regime ha deciso quello che è opportuno che egli sappia. Il governo cinese ha capito che la rete può essere molto pericolosa e infatti sono 50mila gli esperti di informatica che ogni giorno sorvegliano la rete. In realtà coloro che effettuano questa forma di controllo sono molti di più, perché ogni provider deve controllare quello che compare in rete prima ancora dell'intervento della polizia. E il controllo è tanto più meticoloso sugli scambi di messaggi all'interno del paese che sulle informazioni che vengono dall'estero: ogni regime teme e controlla i propri cittadini sempre più che i nemici all'esterno. Baidu non dà informazioni su quante siano le persone incaricate di svolgere questo controllo preventivo. Esiste però un sistema di selezione automatico che indirizza ogni messaggio in tre grandi gruppi: verde per i messaggi che non contengono nulla di "disarmonico", rosso per quelli che devono essere censurati, giallo per quelli in cui c'è un'ambiguità, che richiede l'intervento umano.
In questi mesi sono state condotte molte analisi sul ruolo che la rete e i social network hanno avuto nelle "primavere arabe" e nei movimenti di protesta, da Madrid a New York, da Santiago a Tel Aviv. Molti commentatori, spesso quelli che hanno meno dimestichezza con le nuove tecnologie, hanno esaltato il ruolo della rete, tanto da coniare espressioni come "le prime rivoluzioni informatiche". Personalmente penso che in molti casi questo ruolo sia stato enfatizzato; come ho scritto in una "considerazione" di circa un anno fa - la nr. 205 - "la voce della rivolta non è passata, o è passata solo in minima parte, sulla rete, la rivolta si è diffusa tra le persone, con il dialogo, il confronto, il passaparola". Allo stesso modo la forza delle persone riunite a Zuccotti park stava proprio nella parola, nel confronto diretto e continuo, nel guardarsi negli occhi, mentre le mani si alzavano per votare.
Si può essere ottimisti o pessimisti su quello che succederà in Cina, anche grazie alla rete. Sapete che io in genere tendo alla seconda opzione. Sulla voglia di libertà faccio volentieri un'eccezione, perché questo desiderio ha una forza incalcolabile che viene aumentata in maniera esponenziale dalla rete. E in questo caso il numero è un potente alleato della voglia di libertà: ogni giorno, ventiquattr'ore su ventiquattro, centinaia di migliaia di cinesi, più o meno giovani, sono davanti ai loro computer, chattano, si scambiano mail, fanno ricerche. In Cina ci sono 200 milioni di blogger che ogni giorno scrivono miliardi di parole. Controllare questa massa enorme di informazioni è impossibile anche per un regime potente come quello cinese e qualcosa è destinato fatalmente a sfuggire dalle maglie della censura. Così come qualche censore prima o poi comincerà a leggere quello che è proibito agli altri leggere e certe idee sono virus che quando cominciano a circolare sono inarrestabili. Nonostante questo ottimismo è però molto preoccupante pensare che forza di condizionamento ha questo strumento a cui noi diamo tanta importanza e a cui affidiamo le nostre riflessioni, i nostri pensieri, anche la nostra voglia di protesta, se non di ribellione, e - quando ci riusciamo - di proposta. Così come Baidu controlla quello che i cinesi possono o non possono sapere, cosa ci assicura che Google sia davvero così libero e democratico? Lo strumento ha caratteristiche analoghe e in linea teorica può essere usato allo stesso modo, se qualcuno decide che qualcosa non deve essere conosciuto basterebbe cancellarlo da Google per farlo finire nel dimenticatoio. Sinceramente non mi sento tanto più tranquillo di un cinese.

p.s. del 27 gennaio: cambiano alcune regole di Twitter; ecco un interessante articolo del Post.

domenica 5 giugno 2011

Considerazioni libere (237): a proposito di operai e di modernità...

All'indomani del 22° anniversario della repressione di piazza Tiananmen - un anniversario che, come sempre, è passato sotto silenzio sui mezzi di informazione dei paesi occidentali, per non urtare la suscettibilità della nuova superpotenza cinese - mentre il Premio Nobel Liu Xiaobo e sua moglie sono ancora in carcere, così come Ai Weiwei e un numero imprecisato di altri dissidenti, mentre insomma il governo cinese mostra, come sempre, il volto peggiore del socialismo, per un tragico paradosso della storia, la Cina mostra anche il volto peggiore del capitalismo.
Il 3 giugno dell'anno scorso - nella "considerazione" nr. 121 - ho parlato delle terribili condizioni dei lavoratori della Foxconn, l'azienda di Taiwan che, per conto di Apple, produce in Cina gli iPhone e gli iPad, i maggiori successi commerciali dell'azienda di Cupertino. In quella "considerazione", che vi invito a rileggere, ho parlato della catena di suicidi tra i giovani operai nello stabilimento-città di Shenzen, una mega-fabbrica dove lavorano - e vivono - poco più di 300mila operai, seguendo ritmi di lavoro alienanti.
Nonostante i suicidi, le prime, comprensibilmente timide, proteste dei lavoratori, qualche, ancora più timida - in questo caso incomprensibilmente - reazione da parte dei mezzi di informazione occidentali, i dirigenti della Foxconn non hanno abbandonato il modello produttivo della mega-fabbrica, anzi lo hanno rilanciato. Nel nuovo impianto di Chengdu, nella regione del Sichuan, si produce l'iPad2; ci lavorano già oltre centomila dipendenti, che dovrebbero arrivare a 500mila l'anno prossimo.
Il 20 maggio scorso nello stabilimento c'è stata un'esplosione, che ha provocato la morte di tre lavoratori e il ferimento di un'altra ventina. Dopo sei giorni, inoltre, un altro operaio si è suicidato. La causa dell'esplosione è la polvere di alluminio. In un rapporto di metà maggio la ong di Hong Kong Sacom ha denunciato i possibili rischi di queste polveri.
I lavoratori non hanno un'adeguata formazione sull'uso delle sostanze chimiche e non sono sottoposti a regolari esami medici. Alcuni intervistati si lamentano di soffrire di allergie, ma la direzione non indaca sulla salute dei dipendenti. C'è anche il problema della scarsa ventilazione e dell'inadeguatezza dell'attrezzatura protettiva.

Nel sito della Sacom c'è anche un video, che trovate anche su Youtube, che vi invito a vedere.
I reclutatori della Foxconn lavorano insieme ai funzionari locali del partito per convincere i lavoratori a trasferirisi nella mega-fabbrica. Rispetto a Shenzen le paghe sono un po' migliori, ma le condizioni di vita e di lavoro sono, se possibile, peggiori, gli orari sono lunghissimi, nei dormitori ci sono soltanto bagni chimici e non c'è l'acqua per lavarsi. Anche in questo stabilimento la Foxconn ha reagito energicamente contro i suicidi, vietandoli: alla famiglia di un operaio che si suicida non spetta alcun indennizzo.
Foxconn e Apple non hanno ancora espresso nessuna posizione ufficiale. Il capitalismo cinese fa passi da gigante, protetto dall'ideologia comunista dei successori di Mao.

venerdì 10 dicembre 2010

Liu Xiaobo pronuncia la sua difesa il 23 dicembre 2009 nel corso del processo che lo ha condannato

Giugno 1989 è stato un momento di svolta nella mia vita. La carriera universitaria ha seguito un corso normale; dopo la laurea sono rimasto all'università di Pechino.
In cattedra, ero un insegnate benvoluto ed ero un intellettuale pubblico. Negli anni Ottanta, ho pubblicato articoli e libri, sono stato invitato a conferenze e corsi anche in America e Europa. La mia regola di vita era di comportarmi con onestà, senso di responsabilità e dignità.

Poi, tornato in Cina per prendere parte al movimento dell'89, fui imprigionato per "propaganda controrivoluzionaria e incitazione al crimine". Non avrei più potuto pubblicare o fare conferenze in Cina. Per aver espresso opinioni politiche diverse e aver preso parte a un movimento pacifico e democratico, un insegnante perde la cattedra, uno scrittore perde il diritto di pubblicare e un intellettuale la possibilità di parlare in pubblico: questo è triste, non solo per me, ma per la Cina, dopo trent'anni di riforme.

Le esperienze più drammatiche della mia vita dopo il 4 giugno hanno a che fare con i tribunali. Le due occasioni che ho avuto di esprimermi in pubblico mi sono state fornite dal tribunale di Pechino, una nel gennaio 1991 e una ora. Capi d'accusa identici: reati d'opinione.
Le anime del 4 giugno non riposano ancora in pace. Dopo essere uscito dalla prigione di Qincheng nel 1991, ho perso il diritto di parola nel mio paese e mi sono potuto esprimere solo coi media stranieri. Sono stato agli arresti domiciliari (maggio 1995-gennaio 1996), mandato in un campo di rieducazione attraverso il lavoro (ottobre 1996-ottobre 1999) e oggi sono processato dai miei nemici.

Ripeto quanto avevo detto venti anni fa nella "Dichiarazione per il secondo sciopero della fame del 2 giugno": non ho nemici, non provo odio. Nessuno dei poliziotti che mi hanno tenuto sotto sorveglianza, arrestato, interrogato, nessuno dei procuratori che mi hanno perseguito, nessuno dei giudici che mi hanno condannato è un mio nemico. Anche se non posso accettare i vostri arresti e le vostre condanne, rispetto le vostre professioni e personalità.

L'odio corrode la saggezza e la coscienza, la "mentalità del nemico" avvelena lo spirito di una nazione, incita a lotte mortali, distrugge la tolleranza e l'umanità di una società, blocca lo sviluppo verso democrazia e libertà. Spero di trascendere le mie vicende in una comprensione dello sviluppo dello stato e dei cambiamenti della società, contrastare l'ostilità del potere con le mie migliori intenzioni, sostituire l'odio con l'amore.

La politica delle riforme ha portato allo sviluppo dello stato e alla trasformazione della società. Le riforme sono cominciate quando è stato abbandonato il principio della lotta di classe. Ci siamo dedicati allo sviluppo economico e all'armonia sociale. Il processo di abbandono della filosofia della lotta equivaleva allo stemperamento della mentalità del nemico, all'eliminazione della psicologia dell'odio e all'eliminazione del "latte della lupa" nel quale i cinesi erano stati immersi. Questo processo ha consentito la nascita di un ambiente più sereno per le riforme, per ristabilire l'amore fra le persone, per offrire un terreno più favorevole alla coesistenza pacifica di valori e interessi diversi. Così sono esplosi la creatività e il ritorno a un sentimento di umanità. L'orientamento dell'economia al mercato, il pluralismo culturale, l'evoluzione di uno stato di diritto hanno tratto profitto dall'indebolimento della mentalità del nemico. Anche in campo politico, dove i progressi sono stati più lenti, il potere è diventato più tollerante delle diversità sociali, è calata la persecuzione dei dissidenti.

L'indebolimento della mentalità del nemico ha portato il potere ad accettare l'universalità dei diritti dell'uomo. Nel 1998, il governo si è impegnato a sottoscrivere le due convenzioni internazionali sui diritti umani dell'Onu. Nel 2004, l'Assemblea del popolo ha iscritto per la prima volta nella Costituzione che "lo stato rispetta e garantisce i diritti umani". Il potere politico ha annunciato di voler mettere "l'uomo al centro" e di voler creare una "società armoniosa". Questi cambiamenti li ho sperimentati dopo il mio ultimo arresto.
Anche se mi professo innocente, ho conosciuto due prigioni, quattro uffici di polizia, tre procuratori e due giudici. Nel mio caso, non mi hanno mai mancato di rispetto. Il 23 giugno 2009 sono stato trasferito dal mio domicilio sorvegliato all'Ufficio di pubblica sicurezza di Pechino, noto come Beikan. Nei sei mesi che ho passato lì ho visto i progressi intervenuti nella gestione delle carceri.

Sono convinto che in Cina il progresso politico non si fermerà: nessuna forza può bloccare l'aspirazione dell'uomo alla libertà. Un giorno la Cina diventerà uno stato di diritto rispettoso dei diritti umani. Spero che un tale progresso potrà riflettersi sul mio caso.
L'esperienza più fortunata di questi vent'anni è l'amore incondizionato di mia moglie Liu Xia. Oggi non può essere presente al processo, ma voglio dirti, amore mio, che sono sicuro che il tuo amore per me non cambierà. Nella mia vita non libera, il nostro amore ha conosciuto l'amarezza imposta dall'ambiente esterno, ma quando ci penso lo considero un amore senza confini. Sono stato condannato a una prigione visibile, mentre tu aspetti in una prigione invisibile. Il tuo amore è la luce che supera i muri di recinzione e le sbarre alle finestre, che carezza la mia pelle, che mi consente di mantenere la mia calma interiore, la mia magnanimità e la mia lucentezza, rendendo significativo ogni minuto che trascorro in prigione. Ma il mio amore per te è pieno di colpe e rimpianti, tanto che rende pesanti i miei passi. Sono come una pietra in una landa desolata, ma il mio amore è solido. Anche se venissi ridotto in polvere, ti abbraccerei con le mie ceneri.

Spero che un giorno il mio paese sarà una terra dove ci si potrà esprimere liberamente; dove valori, fedi, opinioni diverse potranno convivere. Spero in un paese dove le opinioni politiche diverse da quelle di chi detiene il potere saranno rispettate e protette; dove tutti i cittadini potranno esprimere le loro opinioni politiche senza paura e le voci dissenzienti non saranno perseguitate. Spero di essere l'ultima vittima dell'immarcescibile inquisizione e che dopo di me nessun altro venga incarcerato per quello che ha detto.
La libertà di espressione è la base dei diritti umani, la radice dell'umanità, la madre della verità. Impedire la libertà di parola significa calpestare i diritti umani, schiacciare la verità. Non mi sento colpevole di aver utilizzato il diritto alla libertà di parola sancito dalla Costituzione.
Io sono innocente, e anche se vengo condannato per questo, non me ne cruccio.
Grazie.

mercoledì 24 novembre 2010

Considerazioni libere (181): a proposito di prigionieri adolescenti...

Come ho già avuto occasione di scrivere in un'altra "considerazione", io credo che la Turchia dovrebbe far parte dell'Unione europea. Il primo filosofo della tradizione occidentale e il primo storico sono due greci, Talete ed Ecateo, nati a Mileto, le cui rovine sono a 5 chilometri a nord della città turca di Akköy. Uno degli uomini più importanti per la cultura europea è un ebreo, cittadino romano, nato nell'attuale città turca di Tarsus, nella provincia di Mersin. La nostra letteratura ha come mito fondante la guerra per una città le cui rovine si trovano sulla costa turca. Le nostre radici più profonde sono in quella terra.
C'è anche un altro motivo che - credo - dovrebbe spingerci ad auspicare l'ingresso della Turchia nell'Unione, un motivo tutto rivolto al futuro. La Turchia è un paese di prevalente religione islamica e l'Europa deve imparare a riconoscere quella religione tra i propri elementi fondanti, perché molti cittadini europei sono musulmani.
L'ingresso della Turchia in Europa pone naturalmente anche dei problemi, ma rimane un'opportunità, soprattutto per quel popolo, ma anche per noi. Devono cambiare molte cose in Turchia prima che quel paese possa entrare, a pieno titolo, nelle istituzioni europee, deve crescere una cultura dei diritti, che adesso non è sempre evidente.
In questa "considerazione" voglio citare ampi brani di un testo curato da Osservatorio Iraq, un sito di informazione collegato all'associazione Un ponte per... dedicato al problema dei detenuti-bambini in Turchia. Vi chiedo la pazienza di leggerlo, si commenta da solo.
La decisione da parte del governo di Ankara di estendere anche ai minorenni le misure destinate a fronteggiare il terrorismo arriva nel 2006, all’indomani dei duri scontri tra manifestanti e forze di sicurezza scoppiati a Diyarbakir, durante i funerali di 14 membri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), uccisi dall’esercito mediante l’utilizzo di armi chimiche.
È in quel momento che il governo apporta una serie di emendamenti alla Legge anti-terrorismo (Tmy) emanata l’anno precedente, che hanno consentito di arrestare, mettere sotto processo e condannare centinaia di minorenni.
Un emendamento all’articolo 9 della legge consente che ragazzini tra i 15 e i 18 anni vengano processati alla stregua degli adulti, non davanti ad appositi Tribunali minorili, ma affidandoli invece ai Tribunali penali speciali, previsti dall’articolo 250 del Codice di procedura penale turco, che regola i crimini legati al terrorismo e alla criminalità organizzata.
Un altro emendamento all’articolo 13 ha escluso per i minorenni la possibilità di posporre le sentenze o di commutare le condanne detentive in altre forme di pena.
Nello stesso anno risale poi una decisiva sentenza della Corte di cassazione che, violando gli standard internazionali, ha ritenuto che la partecipazione a manifestazioni di protesta possa essere ritenuta una prova legale per stabilire la "adesione a un’organizzazione".
La conseguenza è stata che centinaia di minorenni sono stati processati come membri del Pkk solo per aver preso parte a manifestazioni di protesta contro il governo o lo stato turco.

A essere vittima della legge sono stati per la maggior parte minorenni arrestati nel corso di manifestazioni non autorizzate, accusati di avere intonato slogan a favore del Pkk, di avere esposto bandiere della stessa organizzazione o di avere lanciato pietre contro le forze dell’ordine, e processati e condannati alla stregua di membri armati del Pkk. Nell’ambito di questi arresti una parte consistente è costituita da minorenni, per lo più di età compresa tra i 15 e i 17 anni, ma talvolta di non più di 12 anni. Le condanne vanno dai 4/5 anni di media, fino a estremi di 7 anni e mezzo comminati nel 2010, poco prima che la legge venisse emendata.
A finire nel mirino della legge sono soprattutto ragazzi kurdi. Secondo le stime dell’ong turca Justice for children initiative, dei circa tremila minorenni che si trovano abitualmente nelle carceri turche "quasi tutti sono kurdi".

I dati ufficiali (presenti solo fino al 2008) mettono in evidenza un incremento costante dei fermi e delle condanne comminate in applicazione della Tmy. Nel 2006, grazie agli emendamenti apportati alla legge anti-terrorismo, sono stati avviati procedimenti legali contro 299 minorenni; nel 2007 si è arrivati a 438 procedimenti, che sono diventati 571 nel 2008.
Di questi ultimi, 306 sono stati accusati di "adesione a un’organizzazione terroristica", punita sia dall’articolo 314/2 del Codice penale turco che dalla Legge anti-terrorismo del 2006, mentre i restanti 265 sono stati presumibilmente processati per "propaganda a favore di un’organizzazione terroristica", previsto dall’articolo 7/2 della Tmy.
In totale - stando ai dati del ministero di Giustizia di Ankara, aggiornati alla fine del 2007 - nelle carceri turche si trovavano 2.622 minori; almeno 1.440 di loro non erano sistemati in strutture apposite, ma nelle prigioni ordinarie, ricevendo lo stesso trattamento degli adulti. Dal 2008 in poi non sono disponibili dati ufficiali sul numero di minorenni processati e condannati in base alla legge antiterrorismo. Tuttavia, nel 2008 l’Unicef parlava di circa 2.500 bambini tenuti in stato di detenzione in Turchia e in attesa di processo. Esistono poi le stime compiute da diverse organizzazioni non governative per i diritti umani e le libertà civili.
Nel luglio 2009, alcuni esperti legali affermavano che più di mille ragazzini erano stati posti sotto custodia negli ultimi due anni con accuse legate al terrorismo. Solo poche settimane dopo, e stando ai dati della Justice for children iniziative, circa trecento ragazzi tra i 12 e i 18 anni erano detenuti nelle prigioni turche.
In sintesi, e considerando solo gli ultimi due anni, Human rights watch parla di "molte centinaia di casi" di minorenni detenuti in virtù della Tmy, perché condannati o in quanto in attesa di processo. La stessa ong con sede a New York cita poi le testimonianze di avvocati turchi impegnati nella questione secondo cui il numero è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi due anni, fino agli emendamenti compiuti dal governo di Ankara nel luglio di questo anno.
Gli unici dati ufficiali per il periodo 2008-2010 possono essere estrapolati da una dichiarazione rilasciata nell’aprile 2010 dal direttore generale delle prigioni turche, che parlava di 276 bambini incarcerati per accuse legate al "terrorismo", pari al 10% del totale dei minorenni detenuti nelle carceri turche, ossia 25.597. Un dato questo confermato nella sostanza dal ministro di Giustizia Sadullah Ergin, che nel giugno 2010 - poche settimane prima che la legge fosse emendata - parlava di 206 minorenni incarcerati grazie alla Tmy e di un numero totale di 2.506 detenuti-bambini.

Ad attirare l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani sono state anche le procedure processuali adottate per condannare i minorenni accusati di attività legate al "terrorismo". Prima del 2006, i bambini accusati secondo la legge anti-terrorismo venivano giudicati comunque dai Tribunale minorili, dove c'erano procuratori preparati e dotati di capacità e conoscenze appropriate per giudicare dei bambini. In seguito, sono stati giudicati come "terroristi ordinari" davanti alle Corti penali speciali. Secondo Callers of justice for children, i minorenni sono processati con le stesse procedure previste per gli adulti e condannati al termine di processi farsa tenuti davanti ai Corti penali speciali.
Le prove addotte in sede di processo sono spesso del tutto insufficienti. Come rileva un rapporto del 2009 dell'Associazione per i diritti umani, per condannare un minorenne a diversi anni di carcere è sufficiente che questo abbia semplicemente partecipato a manifestazioni di protesta, magari con il volto coperto, che abbia intonato slogan in lingua kurda o lanciato pietre contro le forze di sicurezza. Nel rapporto 2010 sulla Turchia, Amnesty International cita anche i frequenti casi di "confessioni" estorte sotto tortura, o rilasciate comunque in assenza di avvocati o assistenti sociali. Il tutto in totale contraddizione con le leggi internazionali riconosciute dalla Turchia, come l’articolo 14.4 della Convenzione internazionale per i diritti civili e politici, che stabilisce che "la procedure applicabili ai minorenni devono tenere conto della loro età e, auspicabilmente, promuovere la loro riabilitazione".
Il sistema giudiziario minorile della Turchia è finito anche nel rapporto 2009 dell’Unione europea sui progressi dei paesi candidati all’adesione. Nel documento Bruxelles si dice "preoccupata per l'assenza di tribunali riservati ai minori e per gli abusi commessi in virtù della legislazione anti-terrorismo”.

Tutte le ong che si sono interessate dei minorenni detenuti nelle carceri turche parlano di condizioni di vita estreme, dettate anche dal fatto che in Turchia non ci sono strutture carcerarie fatte apposta per i bambini, e che i minori stanno con gli adulti nelle stesse prigioni degli adulti.
Una ricerca condotta dall'Associazione dei medici turchi sui minorenni detenuti in base alla Tmy nella famigerata prigione E-Type di Diyarbakır parlava di celle con soli tre metri quadrati di spazio per persona, di violenze, malnutrizione e assenza di assistenza medica.
Nel maggio 2009, una delegazione di medici e operatori per i diritti umani ha avuto modo di visitare lo stesso carcere, rilevando casi di violenze fisiche e psicologiche, maltrattamenti e discriminazioni (i bambini detenuti "politici" ricevevano meno acqua calda degli altri o venivano esclusi dalle lezioni di computer cui potevano accedere i detenuti ordinari).
Un rapporto sullo stesso carcere, redatto poche settimane dopo dall’Associazione degli avvocati di Diyarbakir, rilevava tra l’altro che nel cibo dato ai ragazzi erano stati trovati chiodi, aghi e insetti; che venivano garantiti solo dieci minuti di acqua calda al giorno e che i ragazzi dovevano lavarsi i vestiti a mano, e le loro celle erano piene di insetti e topi. Ad Adana sono state riscontrate anche prove di torture usate contro i bambini.
Frequenti sono state in questi anni le denunce per i traumi subiti dai bambini in carcere. Secondo la citata ricerca dell'Associazione dei medici turchi, il 65-75 % dei bambini detenuti sconta gravi problemi psicologici.

L’incremento costante di processi e condanne di minorenni che ha fatto seguito all’emendamento della Tmy ha suscitato una forte mobilitazione della società civile turca, oltre che di quella internazionale.
In particolar modo va segnalata la campagna di raccolta firme dell'associazione Çocuk için Adalet Çağırıcıları, lanciata nel 2009 e volta proprio a ottenere una revisione della contestata legge.
Sempre nel 2009, la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per gli emendamenti del 2006, che "consentono di processare bambini di meno di 15 anni come adulti nei Tribunali penali speciali" e anche per la sua applicazione che di fatto punisce "la presenza o la partecipazione a dimostrazioni e incontri pubblici".
Sotto l’enorme pressione interna e internazionale, nel settembre del 2009 il governo dell’Akp annunciò un progetto di legge che fu però accantonato a fine anno e ripreso solo nella primavera successiva.

La riforma della Tmy - proposta dal governo dell’Akp e sostenuta dai kurdi del Partito della pace e della democrazia (Bdp) e dai kemalisti del Partito repubblicano del popolo (Chp) - è stata approvata dalla Grande assemblea turca il 22 luglio del 2010. Le più importanti novità introdotte dalla nuova legge sono le seguenti: tutti i minorenni dovranno essere processati davanti ai Tribunali minorili, o davanti ai tribunali ordinari nelle funzioni di Tribunali minorili; i minorenni autori di resistenza a pubblici ufficiali nel corso di manifestazioni non potranno essere incriminati per "crimini a favore di un’organizzazione terroristica", né per "adesione a un’organizzazione terroristica"; la pena massima per i minorenni fermati durante una manifestazione e trovati in possesso di armi di qualunque tipo o di materiale propagandistico legato a un’organizzazione illegale viene ridotta da cinque a tre anni, e quella minima da due anni a sei mesi; i minorenni incriminati in base alla Tmy potranno beneficiare del diritto di posporre le sentenze e di altre agevolazioni dedicate ai minori di 18 anni. Infine, la nuova legge stabilisce che i minorenni processati e condannati prima del luglio 2010 dovranno essere rilasciati, in attesa di essere processati nuovamente sulla base delle nuove norme.
A votare contro fu il Partito di azione nazionale (Mhp). Il vice-capogruppo del partito di estrema destra Oktay Vural affermò che gli emendamenti proposti equivalevano di fatto a una "amnistia".

Pur esprimendo apprezzamento per le modifiche apportate dalla nuova legge, le diverse ong che seguono la questione dei minorenni detenuti nelle carceri turche continuano a esprimere preoccupazione. Secondo Human right watch, le questioni critiche tuttora irrisolte sono principalmente due.
Innanzitutto, gli emendamenti introdotti nel luglio 2010 non pongono fine alla possibilità di arrestare dei minorenni nel corso delle manifestazioni e di porli in stato di detenzione in attesa del processo. A causa delle lentezze del sistema giudiziario, i periodi di custodia cautelare in Turchia possono estendersi per diversi mesi e arrivare fino a un anno. Secondo la stessa ong, nel corso del 2009 i periodi di detenzione pre-processuale a Diyarbakır e Adana sono durati in media 5 mesi, ma in diversi casi hanno superato l’anno di durata. A farne le spese sono stati anche bambini di 13 o 14 anni, che nel periodo considerato sono rimasti lontani dalle proprie famiglie e dagli amici e impossibilitati dal proseguire gli studi. Ma grave, secondo Hrw, è anche l’assenza di strumenti giudiziari in grado di porre fine alla violenze e ai maltrattamenti che avvengono abitualmente nelle carceri turche a carico dei minorenni. Sulla stessa linea si pone Amnesty International, che - in un rapporto pubblicato all’indomani dell’approvazione degli emendamenti alla Tmy - invita le autorità di Ankara "a garantire il diritto alle proteste pacifiche" e ricorda che "la detenzione per i bambini dovrebbero essere utilizzata solo come ultima risorsa e all’interno di strutture appositamente dedicate loro".
Altri osservatori, come l’avvocato Filiz Kerestecioğlu, pongono l’attenzione sulla mancata riforma del Codice penale, che, di fatto, impedirebbe la liberazione di tanti detenuti-bambini. Sono numerosi infatti i casi di minorenni condannati non in virtù delle leggi anti-terrorismo, ma in base agli articoli 220/6 e 314 del Codice e dunque esclusi dai vantaggi della riforma del luglio 2010.

A due mesi dalla riforma della Tmy, i minorenni incriminati in base alle vecchie norme e rimessi in libertà ammontavano a circa un centinaio di unità. A limitare la scarcerazioni, oltre alle leggi del Codice rimaste in vigore, è anche la discrezionalità che abitualmente viene lasciata alla magistratura e la lentezza del sistema giudiziario turco. Secondo l’avvocato Sinan Zincir, "le corti tendono a non decidere, accampando una mancanza di giurisdizione in merito, e a delegare la questione ai Tribunali minorili". In mancanza di dati ufficiali si può fare riferimento alle stime della citata Associazione per i diritti umani, secondo cui a settembre erano 24 i bambini detenuti a Mardin, 12 a Bitlis, 2 ad Adıyaman, 12 a Malatya e 40 tra le prigioni di Maltepe e Bakırköy, a Istanbul.

martedì 23 novembre 2010

Considerazioni libere (180): a proposito delle province dell'impero...

Terminato il vertice Stati Uniti-Europa, che si è svolto pochi giorni fa a Lisbona, il governo cinese, attraverso un funzionario di non primissimo piano ha ironizzato sul tempo perduto da Obama per incontrare un'entità politica di ormai scarso rilievo internazionale, che, oltretutto, si presenta con almeno tre presidenti: quello della commissione europea, quello del consiglio europeo e quello del consiglio dell'unione europea, peraltro pronti a essere smentiti, scavalcati, messi in ombra dai leader dei maggiori paesi. La presenza di Obama segna almeno un'attenzione formale - una sorta di rispetto dovuto a un parente anziano e non sempre lucido - che la nuova superpotenza asiatica non pensa proprio di rivolgere alle nostre istituzioni comunitarie. Il governo cinese è ben più sensibile agli investitori occidentali, che hanno capito le potenzialità enormi di quel paese.
La Cina è ormai il centro di un impero e così, come avveniva - e in parte avviene ancora - con gli Stati Uniti nel continente americano - tende sempre più a considerare i paesi asiatici come il proprio "orto di casa". Vorrei dedicare questa "considerazione" a due paesi che sono ormai entrati nella sfera cinese, con tutto quello che questo comporta.
Il Laos è uno degli stati più poveri del mondo: il 41% della popolazione ha meno di 14 anni, l'agricoltura di sussistenza costituisce il 30% del Pil e sfama l'80% dei laotiani. E' un paese che ha anche grandi risorse.
Le dieci dighe attualmente in funzione producono 669 megawatt di energia, che viene esportata, ne sono previste altre 27 e ci sono gli studi di fattibilità per altre 42. Ho avuto l'occasione di descrivere più volte - in altre "considerazioni" che potete trovare in questo blog - i danni provocati da queste grandi dighe all'ambiente e alla popolazione: le foreste vengono via via distrutte, alterando l'intero sistema delle acque e le caratteristiche dei suoli. In Laos in particolare la costruzione delle dighe provoca la sparizione delle risaie e la dimunizione e l'impoverimento dei fiumi, che garantiscono, attraverso l'agricoltura e la pesca, la sopravvivenza, come ho detto, dell'80% della popolazione. Come avviene in Africa, in Asia, in America latina, le dighe si rivelano un enorme affare per le compagnie che le realizzano e che vendono l'energia elettrica, ma un dramma per le popolazioni che spesso non godono neppure dei vantaggi dell'elettricità.
Il sottosuolo del Laos potrebbe garantire 50 miliardi di tonnellate di potassio, fondamentale per la produzione di fertilizzanti, e 2,5 miliardi di tonnellate di bauxite. Gli scavi sono già cominciati, senza alcuna attenzione a cosa viene distrutto per garantirsi queste materie prime.
Infine il Laos può diventare un grande produttore di gomma: nel nord del paese la coltivazione di questa pianta interessa già 166.700 ettari, modificando profondamente il paesaggio e la natura stessa del territorio. Gli agricoltori laotiani si sono fatti prendere dall'euforia di possibili nuovi guadagni, ma alla lunga questa trasformazione impoverirà l'intero territorio.
La Cina ha interessi in Laos nel settore elettrico, direttamente o attraverso propri soci fedeli, come i generali del regime birmano, in quello minerario e in quello della gomma. Anche l'India tenta di entrare nel gioco, ma gli interessi cinesi sono già ben radicati: la prima miniera di potassio già funzionante è di un'impresa cinese e cinesi sono i proprietari delle piantagioni di gomma di cui parlavo prima. Di fatto la Cina sfrutta il Laos, garantendosi un docile serbatoio di materie prime. Gli interessi della popolazione laotiana sono evidentemente del tutto secondari.
Il Laos è a sud, mentre la Mongolia si trova a nord, non cambia però la dipendenza di fatto di questo paese dal potente vicino cinese.
Questa è la storia di una ragazza, come è stata raccontata a Peace Reporter dalla responsabile del Mongolian center equality center.
Nel marzo 2009, A. incontra un'intermediaria mentre lavora come cameriera in una caffetteria di Ulaan Baatar [la capitale mongola]. Un giorno una cliente le chiede quanto guadagna e si offre di aiutarla. Le dice che può aiutarla a diventare estetista, la può iscrivere a un corso e aggiunge che può farle guadagnare molti soldi. A. vive con il suo bambino e quattro fratelli più giovani, il suo salario di 130 dollari è appena sufficiente per sopravvivere. La donna le promette che non si tratta né di prostituzione né di uso di alcol, insomma che non si tratta di affari loschi. Firmano un accordo per cui la donna pagherà il viaggio di A., che le restituirà il denaro quando avrà uno stipendio.
Maggio 2009, A. e altre tre ragazze partono dalla Mongolia per il seguente tragitto: Ulaan Baatar-Erlian, in Cina, in treno; Erlian-Pechino in taxi; Pechino-Qinhuangdao [una città in espansione della nuova Cina], dove incontreranno altri intermediari. Le ragazze cominciano a lavorare alla fine di maggio 2009. Gli intermediari le minacciano, le obbligano a prostituirsi. A. e le altre tre ragazze devono servire i clienti quando sono nel locale e stare con loro tutta la notte per prestazioni sessuali. La tariffa è di 200 renmimbi cinesi, ma loro non hanno mai ricevuto denaro.
Quando le ragazze decidono di rifiutarsi di prostituirsi, e dicono di voler tornare in Mongolia, gli intermediari confiscano i loro documenti, le violentano e drogano con la forza. Quindi sono sempre obbligate ad usare droghe e ad avere rapporti sessuali con i clienti. Ad un certo punto A. e le ragazze riescono ad usare internet di nascosto, contattano il consolato mongolo, informano i funzionari della loro situazione (costrette alla prostituzione, all’uso di droghe e senza soldi), chiedono aiuto e riescono a scappare.
A giugno 2009 A. e le altre ragazze sono rimpatriate in Mongolia con l’assistenza dell’ambasciata mongola in Cina e sono mandate al nostro Centro.

Queste ragazze sono state fortunate, ma la Mongolia, a causa della sua povertà, è diventato un paese "serbatoio" di donne, dirette in Cina e in altri paesi, non solo asiatici; sono criminali cinesi coloro che gestiscono questi traffici.
La potenza economica cinese ai margini dell'impero provoca anche questo.

martedì 16 novembre 2010

da "Liberi dalla paura" di Aung San Suu Kyi

Non è il potere che corrompe; ma la paura.
[…]
I Birmani si erano stancati di un precario stato di passiva apprensione, in cui si sentivano come "acqua in mani raccolte a coppa" del potere.
Potremmo essere freddi e limpidi
Come acqua in mani raccolte a coppa
Oh, ma se potessimo essere
Come schegge di vetro
In mani raccolte a coppa.
Le schegge di vetro, le più piccole con la forza tagliente e luccicante di difendersi contro le mani che cercano di frantumarle, possono essere interpretate come il vivido simbolo della scintilla di coraggio indispensabile per chi vuole liberarsi dalla morsa dell'oppressione.
[…]
Lo sforzo necessario per rimanere incorrotti in un ambiente in cui la paura è parte integrante dell'esistenza quotidiana non è immediatamente evidente a quelli abbastanza fortunati da vivere in uno Stato governato dalla legalità.
In un'età in cui immensi progressi tecnologici hanno creato armi letali che potrebbero essere, e sono, usate dai potenti e da uomini senza scrupoli per dominare i deboli e gli indifesi, sorge la necessità imperativa di un rapporto più stretto fra politica e morale a livelli nazionale e internazionale. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo stipulata dall'Onu proclama che "ogni individuo e ogni organo della società" dovrebbero adoperarsi per promuovere i diritti e le libertà fondamentali cui hanno diritto tutti gli esseri umani indipendentemente da razza, nazionalità e religione. Ma finché esisteranno governi la cui autorità è fondata sulla coercizione anziché sul mandato popolare e gruppi d'interesse che privilegiano i profitti immediati alla pace e alla prosperità a lungo termine, l'iniziativa internazionale concertata al fine di proteggere e promuovere i diritti umani rimarrà, nel migliore dei casi, un tentativo realizzato parzialmente. Continueranno a esistere aree di lotta, dove le vittime dell'oppressione dovranno ricorrere alle proprie risorse interne per difendere i loro inalienabili diritti di appartenenti alla famiglia umana.
L'autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo. Senza una rivoluzione dello spirito, le forze che hanno prodotto le iniquità del vecchio ordine continuerebbero a operare, rappresentando una minaccia costante al processo di riforma e rigenerazione. Non è sufficiente limitarsi a invocare libertà, democrazia e diritti umani. Deve esistere la determinazione compatta di perseverare nella lotta, di sopportare sacrifici in nome di verità imperiture, per resistere alle influenze corruttrici del desiderio, della malevolenza, dell'ignoranza e della paura.
[…]
Fra le libertà essenziali cui gli uomini aspirano per arricchire la propria vita, la libertà dalla paura spicca contemporaneamente sia come mezzo sia come fine.
La fonte del coraggio e della resistenza di fronte al potere scatenato è generalmente una salda fede nella sacralità dei principi etici combinata con la certezza storica che, malgrado tutte le sconfitte, la condizione umana abbia per fine ultimo il progresso spirituale e materiale. Ciò che distingue l'uomo dal bruto è la sua capacità di miglioramento e autoredenzione. Alle radici della responsabilità umana vi è il principio di perfezione, l'impulso a raggiungerla, l'intelligenza di trovare la strada giusta e la volontà di seguirla, se non fino alla fine, almeno per il tratto necessario a sollevarsi al di sopra dei limiti personali e degli ostacoli contingenti. Ciò che conduce l'uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un'umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.

sabato 16 ottobre 2010

Considerazioni libere (172): a proposito di spose bambine e di delitti d'onore...

Circa otto giorni fa ho letto sul sito OsservatorioIraq questa notizia: in Turchia i matrimoni in cui sono coinvolte donne minorenni arrivano al 37% del totale di quelli registrati. Si tratta di un fenomeno che è presente, pur in proporzioni minori, anche nelle città, sia nella capitale Ankara che nella più "occidentale" Istanbul, ma la media sale drammaticamente nelle più remote regioni curde del sud-est: qui i matrimoni con spose bambine sono circa il 68% del totale.
Si tratta prima di tutto di un problema culturale, ma le leggi turche non aiutano a tutelare i diritti delle giovani donne: infatti il diritto civile stabilisce che per sposarsi bisogna avere compiuto 17 anni, ma il codice penale definisce bambino solo chi ha meno di 15 anni e questa ambiguità delle legge permette che questi matrimoni possano essere registrati. A complicare il tutto c'è poi la difficoltà in alcune regioni di controllare effettivamente i dati anagrafici delle persone. Queste informazioni sono state fornite dall’organizzazione per i diritti delle donne Uçan Süpürge, durante la presentazione del progetto chiamato "Spose bambine: vittime di tradizioni distruttive e di un’eredità sociale patriarcale", che durerà 18 mesi e coinvolgerà 54 province turche; la stessa ong sta lavorando per raccogliere le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che porti a 18 anni l'età legale per potersi sposare. La coordinatrice del progetto Selen Dogan, nella stessa occasione ha affermato che "i matrimoni prematuri violano i diritti delle donne e dei bambini, e più in generale i diritti umani" e ha ricordato che nel solo 2009, secondo i dati del ministero turco dell’istruzione, sono state 693 le studentesse che hanno lasciato gli studi per sposarsi. La stessa Dogan ha spiegato che, anche se molte di queste donne non possono essere considerate come una sorta di "prigioniere in casa", certamente la maggior parte di loro sono del tutto inconsapevoli dei propri diritti e che, con altrettanta certezza, c'è un preciso legame tra "matrimoni prematuri" e violenze domestiche.
Personalmente sono favorevole all'ingresso della Turchia nell'Unione europea e ho considerato una buona notizia l'esito del recente referendum che ha contribuito a togliere potere ai militari, per rafforzare le istituzioni democratiche; credo però che gli stati europei - e l'Italia che ha notevoli interessi in quel paese - dovrebbero fare pressione sul governo turco affinché la legge venga cambiata, ma soprattutto che si lavori concretamente per far crescere una cultura dei diritti, specialmente dei diritti delle donne. C'è poi un altro aspetto su cui mi sembra necessario riflettere: spesso noi "progressisti" abbiamo condannato - e condanniamo - il governo turco per il modo in cui sono trattati i curdi; io, nel mio piccolo, ne ho parlato in due "considerazioni", la nr. 75 e la nr. 109, per la precisione. Forse dovremmo fare un po' più di attenzione: dobbiamo certamente continuare a chiedere che il governo turco rispetti i diritti della minoranza curda, ma dobbiamo anche denunciare lo stato delle donne curde. Il fatto di essere una minoranza oppressa non giustifica gli uomini curdi a mantenere un regime così rigidamente patriarcale.
Letta questa notizia, ho deciso di scriverne sul mio blog, ma per qualche giorno non ho trovato il tempo per farlo. Nel frattempo ho letto nel nr. 867 di Internazionale un'interessante inchiesta che il giornalista inglese Robert Fisk ha condotto per il quotidiano The Independent sulla condizione delle donne in Medio oriente. Vi consiglio di leggere questo articolo. A questo punto ho deciso di scrivere questa "considerazione" perché i temi sono strettamente legati.
Secondo i dati delle Nazioni Unite - molto probabilmente sottostimati - nel 2007, l'ultimo dato per cui ci sono dati significativi, cinquemila donne sono state uccise per motivi d'onore. Molti di questi delitti sono le conseguenze di "matrimoni prematuri"; poi ci sono storie terribili di violenze domestiche, di stupri consumati in famiglia e infine "lavati" con il delitto. Naturalmente sono sempre le donne, e in genere le giovani donne, che pagano per colpe che altri hanno commesso. Leggere l'articolo di Fisk è come scendere in un girone dantesco: ci sono storie di ragazze uccise dalle loro famiglie soltanto perché possedevano un cellulare o perché nella memoria del loro telefonino c'era un numero non conosciuto; storie di donne che si sono uccise perché innamorate di un uomo che era di una casta inferiore o che non era stato scelto per lei dal padre; storie di ragazze uccise perché scoperte incinta, magari dopo uno stupro.
C'è un elemento interessante nell'inchiesta di Fisk, che merita di essere sottolineato. Il fenomeno dei delitti d'onore non è legato alla religione, come troppo spesso anche noi tendiamo a pensare. O almeno non è solo legato alla religione. Il delitto d'onore è un fenomeno che interessa tutto il Medio oriente, dal laico Libano all'India di religione indù, passando ovviamente per i paesi islamici, più o meno radicali; ma nella comunità cristiana della Giordania i delitti d'onore sono più frequenti che nel resto del paese. E' un problema culturale prima che religioso, su cui bisogna intervenire, a partire dall'educazione, ricordando sempre che il primo obiettivo deve essere quello di tutelare i diritti delle donne e dei bambini.

venerdì 8 ottobre 2010

da "Carta 08", il manifesto dei dissidenti cinesi

Liu Xiaobo, firmatario di Carta 08, premio Nobel per la pace 2010

I nostri principi fondamentali
Questo è un momento storico per la Cina e da esso dipende il nostro futuro. Rivedendo il processo di modernizzazione politica negli ultimi 100 anni e più, noi riaffermiamo e sottoscriviamo i seguenti valori universali fondamentali:
Libertà. Essa è il fulcro dei valori umani universali. Libertà di parola, di stampa, di credo, di raduno, di associazionismo, di movimento, come anche la libertà di sciopero, di dimostrare e protestare, sono le forme in cui essa si esprime. Senza libertà, la Cina rimarrà sempre lontana dagli ideali della civiltà.
Diritti umani. Essi non sono concessi benevolmente dallo Stato. Ogni persona nasce con specifici diritti alla dignità e alla libertà. Il governo esiste per la protezione dei diritti umani dei suoi cittadini. L’esercizio del potere dello Stato deve essere autorizzato dal popolo. La serie di disastri politici nella storia recente della Cina è una conseguenza diretta del disprezzo da parte del regime verso i diritti umani.
Uguaglianza. L’integrità, dignità, libertà di ogni persona - senza guardare al livello sociale, l’occupazione, il sesso, le condizioni economiche, l’etnia, il colore della pelle, la religione o il credo politico - sono uguali per tutti. Bisogna sostenere i principi di uguaglianza di fronte alla legge e nei diritti sociali, economici, culturali, civili e politici.
Repubblica. La forma repubblicana sostiene che il potere deve essere bilanciato fra rami differenti del governo e deve comporre e servire i diversi interessi. Esso ricorda l’ideale politico della tradizione cinese della “bellezza di tutti sotto il cielo”. Permette a differenti interessi di gruppo e assemblee sociali, persone di varie culture e credo, di esercitare un auto-governo democratico e decidere in modo da raggiungere soluzioni pacifiche a problemi del pubblico, sulla base di un uguale accesso al governo e a una libera e onesta competizione.
Democrazia. Il principio fondamentale della democrazia è che il popolo è sovrano e che il popolo sceglie il suo governo. La democrazia ha queste caratteristiche: 1) il potere politico comincia con il popolo e la legittimità di un regime deriva dal popolo; 2) il potere politico va esercitato attraverso scelte fatte dal popolo; 3) le cariche nei posti più importanti a tutti i livelli del governo sono determinate attraverso libere e competitive elezioni periodiche; 4) onorando il volere della maggioranza, si deve anche proteggere la dignità fondamentale, la libertà e i diritti umani delle minoranze. In breve, la democrazia è il mezzo moderno per giungere a un governo che sia davvero “del popolo, dal popolo, per il popolo”.
Regole costituzionali. Esse sono il modo in cui i principi espressi nella costituzione vengono attuati attraverso un sistema legale e delle regole legali. Significa proteggere la libertà e i diritti dei cittadini, limitare e definire gli scopi del potere di un governo legittimo, provvedere che vi sia un apparato amministrativo che serva questi fini.

Che cosa difendiamo
C’è un generale declino dei sistemi autoritari in tutto il mondo. Anche in Cina l’era degli imperatori e dei feudatari sta andando verso la fine. In ogni luogo è tempo ormai per tutti i cittadini di divenire padroni dei loro Stati. La pista che conduce fuori dell’impasse attuale in cui versa la Cina è quella che porta al distacco dalla nozione autoritaria di confidare in un'“illuminata supervisione” o in un “onesto burocrate”, seguendo invece un sistema di libertà, democrazia, stato di diritto, verso la crescita della coscienza di moderni cittadini che vedono i diritti come fondamentali e la partecipazione come un dovere.
Proprio per questo e in uno spirito di dovere, responsabilità, costruttività di cittadini, offriamo le seguenti raccomandazioni su un governo nazionale, i diritti dei cittadini, lo sviluppo sociale.
1. Una Nuova Costituzione. Dobbiamo riformulare la nostra attuale costituzione, eliminando quegli aspetti che non sono in conformità con il principio secondo cui la sovranità è del popolo, trasformandolo in un documento che davvero garantisce i diritti umani, autorizza l’esercizio del potere pubblico, serve come sostegno legale alla democratizzazione della Cina. La Costituzione deve essere la legge suprema del Paese, inviolabile da parte di individui, gruppi o partiti.
2. Separazione dei poteri. Dobbiamo costruire un governo moderno, in cui sia garantita la separazione fra potere esecutivo, giudiziario e amministrativo. Abbiamo bisogno di una legge amministrativa che definisca l’ampiezza della responsabilità del governo, prevenendo abusi di potere. Il governo deve rispondere a chi paga le tasse. La divisione di potere fra governi provinciali e centrale deve sottostare al principio per cui i poteri del governo centrale sono solo quelli stabiliti dalla costituzione, mentre tutti gli altri poteri appartengono ai governi locali.
3. Democrazia legislativa. I membri dei corpi legislativi devono essere tutti scelti attraverso elezioni dirette, e una democrazia legislativa dovrebbe osservare norme giuste e imparziali.
4. Indipendenza del potere giudiziario. La legge deve essere al di sopra degli interessi di ogni specifico partito politico e i giudici devono essere indipendenti. È necessario stabilire una Corte suprema costituzionale e varare procedure per le revisioni della costituzione. Al più presto vanno aboliti tutti quei Comitati per gli affari politici e legali che a tutt’oggi permettono ai membri del Partito comunista di ogni livello di decidere in anticipo e fuori delle corti su casi politicamente sensibili. Dobbiamo proibire con forza l’uso di cariche pubbliche per scopi privati.
5. Pubblico controllo del servizio pubblico. L’esercito deve rispondere al governo nazionale, non a un partito politico e dovrebbe essere reso molto più professionale. Il personale militare deve giurare sulla Costituzione e rimanere neutrale. Organizzazioni politiche e partitiche devono essere proibite fra i militari. Tutti i rappresentanti pubblici, compresa la polizia, devono servire in modo neutrale, senza schierarsi. Deve finire la pratica attuale di favorire un partito politico nelle assunzioni per un servizio pubblico.
6. Garantire i diritti umani. Si devono garantire in modo preciso i diritti umani e il rispetto per la dignità umana. Si deve creare un Comitato per i diritti umani, capace di vigilanza fino ai corpi legislativi più al vertice, capace di bloccare possibili abusi di potere da parte del governo che violino i diritti umani. Una Cina democratica e costituzionale deve garantire in modo speciale la libertà personale dei cittadini. Nessuno deve subire arresti illegali, detenzione, accuse, interrogatori, punizioni. Il sistema della “rieducazione attraverso il lavoro” deve essere abolito.
7. Elezione dei pubblici ufficiali. Ci deve essere un sistema completo per elezioni democratiche basate su “una persona, un voto”. Va attuato in modo sistematica l’elezione diretta dei responsabili amministrativi a livello di contea, città, provincia e nazione. Il diritto a tenere elezioni libere e periodiche e a parteciparvi è un diritto inalienabile per ogni cittadino.
8. Uguaglianza fra città e campagne. Almeno i due terzi del sistema attuale di registrazione deve essere abolito. Esso favorisce i residenti delle città e colpisce quelli che risiedono nelle campagne. Dobbiamo invece stabilire un sistema che dà ad ogni cittadino gli stessi diritti costituzionali e la stessa libertà nello scegliere dove vivere.
9. Libertà di formare gruppi. Deve essere garantito il diritto dei cittadini a formare gruppi. L’attuale sistema di registrazione per gruppi non governativi, che richiede “l’approvazione” previa di un gruppo, va sostituita con un sistema in cui un gruppo registra se stesso in modo diretto e semplice. La costituzione e la legge deve governare la formazione di partiti politici; ciò significa che dobbiamo abolire il privilegio speciale di un partito che monopolizza il potere e dobbiamo garantire principi per una competizione libera e obbiettiva fra i partiti politici.
10. Libertà di raduno. La Costituzione difende assemblee pacifiche, dimostrazioni, proteste e libertà di espressione quali diritti fondamentali del cittadino. Non si deve permettere al partito al governo e il governo stesso di interferire in modo illegale o non costituzionale contro di essi.
11. Libertà di espressione. Dobbiamo rendere universale il diritto di parola, di stampa e di libertà accademica, garantendo che i cittadini siano informati e messi nella possibilità di esercitare il loro diritto di supervisione. Queste libertà vanno sostenute con una legge sulla stampa che abolisca le restrizioni politiche su di essa. L’articolo dell’attuale codice criminale che parla di “crimine di incitamento alla sovversione del potere statale” deve essere abolito. Dobbiamo finirla col guardare alle parole come dei crimini.
12. Libertà di religione. Dobbiamo garantire la libertà di religione e di credo, istituendo la separazione fra religione e Stato. Non vi devono essere interferenze del governo nelle attività religiose pacifiche. Dobbiamo abolire ogni legge, regolamento, regola locale che limiti o sopprima la libertà religiosa dei cittadini. Dobbiamo abolire il sistema attuale che richiede ai gruppi religiosi (e ai loro luoghi di culto) di ottenere l’approvazione ufficiale in anticipo, sostituendolo con un sistema in cui la registrazione è facoltativa e, per quelli che la scelgono, automatica.
13. Educazione civica. Nelle nostre scuole dobbiamo eliminare l’educazione politica e gli esami che mirano ad indottrinare gli studenti nell’ideologia di Stato, instillando il sostegno verso il governo di un partito. Dobbiamo sostituirla con l’educazione civica che promuova valori universali e diritti dei cittadini, faccia crescere la coscienza civica e promuova le virtù civiche che servono la società.
14. Protezione della proprietà privata. Dobbiamo attuare e proteggere il diritto alla proprietà privata e promuovere un sistema economico di mercato libero e onesto. Dobbiamo abbandonare i monopoli governativi nel commercio e nell’industria e garantire la libertà di fondare nuove imprese. Dobbiamo varare un Comitato sulla proprietà dello Stato, che faccia rapporto al parlamento nazionale, che verifiche il trasferimento di imprese statali a proprietà di privati, in una maniera neutra, competitiva e ordinata. Dobbiamo varare una riforma fondiaria che promuova la proprietà privata della terra, garantisca il diritto di comprare e vendere la terra, e permetta alla proprietà privata di essere valutata in modo vero nel mercato.
15. Riforma finanziaria e delle tasse. Dobbiamo stabilire un sistema della finanza pubblica che sia regolato in modo democratico e verificabile, e che assicuri la protezione dei diritti di chi paga le tasse, e che operi secondo procedure legali. Abbiamo bisogno di un sistema per cui le entrate pubbliche ad un certo livello – centrale, provinciale, di contea, o locale – siano controllate allo stesso livello. Abbiamo bisogno di una grande riforma del sistema delle tasse che abolisca ogni tassa ingiusta, semplifichi il sistema, distribuisca il peso delle imposte in modo equilibrato. Ai membri del governo è vietato l’aumento delle tasse, o l’istituzione di nuove, senza decisione pubblica e l’approvazione di una assemblea democratica. Dobbiamo riformare anche il sistema di proprietà per incoraggiare la competizione fra un più vasto numero di partecipanti al mercato.
16. Sicurezza sociale. Dobbiamo costruire un sistema di sicurezza sociale che copra tutti i cittadini, e assicuri loro un accesso fondamentale a istruzione, sanità, pensione e impiego.
17. Proteggere l’ambiente. Abbiamo bisogno di proteggere l’ambiente naturale e promuovere uno sviluppo che sia sostenibile e responsabile verso i nostri discendenti e verso il resto dell’umanità. Ciò significa che lo Stato e suoi rappresentanti a tutti i livelli devono non solo fare quello che è giusto per giungere a questi scopi, ma accettare anche la supervisione e la partecipazione di organizzazioni non governative.
18. Una repubblica federale. Una Cina democratica deve cercare di agire come una massima potenza responsabile, che contribuisca alla pace e allo sviluppo della regione Asia-Pacifico avvicinandosi agli altri in uno spirito di uguaglianza e onestà. Per Hong Kong e Macao dobbiamo sostenere le libertà che là esistono di già. Riguardo a Taiwan, dobbiamo anzitutto dichiarare il nostro impegno verso i principi di libertà e di democrazia, e quindi cercare una formula di riunificazione pacifica, negoziando fra uguali, ed essendo pronti al compromesso. Dobbiamo anche affrontare dispute nelle aeree delle minoranze in Cina con una mente aperta, cercando vie per trovare uno schema in cui tutte i gruppi etnici e religiosi possano fiorire. Dovremmo tendere allo scopo di una federazione di comunità democratiche della Cina.
19. Verità nella riconciliazione. Dobbiamo riabilitare la reputazione di tutte le persone - comprese le loro famiglie - che hanno sofferto di ostracismo e umiliazione nelle campagne politiche del passato o sono stati bollati come criminali a causa del loro pensiero, parole, o fede. Lo Stato dovrebbe pagare un risarcimento a queste persone. Tutti i prigionieri politici e di coscienza devono essere liberati. Ci deve essere una Commissione per la ricerca della verità incaricata di trovare prove fattuali delle ingiustizie e atrocità del passato, determinando le responsabilità , garantendo giustizia e su queste basi, ricercando anche la riconciliazione sociale.

giovedì 8 luglio 2010

Considerazioni libere (138): a proposito di affari sporchi...

In una mia "considerazione" di un po' di tempo fa (la nr. 84, per la precisione), ho raccontato di quello che sta succedendo in Birmania, del tentativo della giunta militare al potere di "controllare" le prossime elezioni e dei modi con cui i militari stanno rubando le ricchezze del paese, spesso con l'interessata complicità delle multinazionali occidentali.
Sul tema degli affari della giunta birmana è uscito in questi giorni il rapporto della ong americano-thailandese EarthRights International. Nel rapporto si spiega che dal 1998 la compagnia petrolifera Myanma Oil and Gas Enterprise, controllata dalla giunta, è socia di tre importanti compagnie petrolifere - la francese Total, la statunitense Chevron e la thailandese Pttep - per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale Yadana. La ong ha calcolato che questa attività abbia fruttato più di nove miliardi di dollari, metà dei quali finiti nelle tasche dei generali, in conti off-shore aperti presso due importanti banche di Singapore, la Overseas Chinese Banking Corporation e il DBS Group, che però ufficialmente negano ogni coinvolgimento con il regime birmano.
Secondo le informazioni della EarthRights International, nella regione del Tenasserim, dove si trovano il giacimento e il gasdotto, sarebbero dislocati almeno quattordici battaglioni dell'esercito birmano, a cui Chevron e Total hanno delegato la propria sicurezza. Questo compito è esercitato con il pugno di ferro. A febbraio stati assassinati due membri dell'etnia mon nel villaggio di Ahlersakan nell'area del gasdotto; queste due uccisioni sarebbero parte di una campagna di "esecuzioni mirate", effettuate dal battaglione 282, che ha proprio il compito di garantire la sicurezza del personale delle compagnie petrolifere e del gasdotto.
In quest'area del paese vivono circa cinquantamila persone che - sempre secondo l'ong - sarebbero sottoposte a una sorta di coscrizione obbligatoria non retribuita per effettuare i lavori necessari per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale.
In troppi guadagnano grazie al regime birmano e al controllo che esso esercita su quel popolo.

giovedì 3 giugno 2010

Considerazioni libere (121): a proposito di operai...

Chi fabbrica gli iPhone e gli i Pad? La domanda sembra prevedere una facile risposta: la Apple. Eppure questa risposta è sbagliata: a Cupertino, nel cuore della Silicon valley, c'è Steve Jobs, ci sono gli ingegneri e i programmatori, ci sono gli esperti di marketing e di bilanci, ma non ci sono gli operai. La risposta giusta è Foxconn. Questa grande azienda di Taiwan, per conto di Apple - ma anche di altre grandi imprese come Dell e Hewlett Packard - produce in Cina molto del materiale elettronico che noi acquistiamo e usiamo.
Gli iPhone e gli iPad in particolare vengono prodotti nel grande stabilimento di Shenzen, una città di oltre 13 milioni di abitanti nel sud della Cina, che si trova vicino a Hong Kong. In questo stabilimento lavorano circa 300mila persone, più o meno una media città italiana. E lo stabilimento è una vera e propria città, con i suoi dormitori, il suo ospedale, perfino il suo teatro, secondo la testimonianza di Jobs, che ha voluto ribadire che la Foxconn "non è una fabbrica di schiavi". Eppure gli operai lavorano per dodici ore al giorno per sei giorni alla settimana, quando non vengono fatti straordinari - suppongo che non rimanga molto tempo per andare a teatro. Sempre senza calcolare gli eventuali straordinari, un operaio guadagna 100 dollari al mese. Ritmi di lavoro e livelli retributivi non sono diversi da quelli di altre aziende cinesi, ma questa uniformità non li rende certamente giusti.
E infatti il motivo per cui si parla dello stabilimento di Shenzen non sono questi massacranti turni di lavoro né questi bassissimi salari. Steve Jobs è stato costretto a intervenire in difesa della Foxconn, perché dall'inizio del 2010 undici operai si sono suicidati all'interno della fabbrica e altri due sono rimasti feriti, gettandosi dai tetti dei loro dormitori. Visto il numero degli operai che lavorano a Shenzen, i suicidi della Foxconn non rappresentano un'anomalia rispetto alla media cinese, almeno da un punto di vista meramente statistico: ma anche in questo caso il fatto che sia la norma statistica non rende il fenomeno accettabile.
A rendere la cosa ancora più preoccupante è il fatto che gli operai che non ce l'hanno fatta sono giovani, avevano dai 18 ai 24 anni, solo uno ne aveva 27. Sono i più giovani, quelli che hanno cominciato a vedere l'impetuosa crescita economica del loro paese, quelli che sono meno abituati dei loro genitori e dei loro fratelli maggiori a durissime condizioni di vita a soffrire lo stress di turni di lavoro sempre più lunghi, della riduzione delle ore di sonno, della mancanza di spazi e tempi per sé, oltre il lavoro.
I dirigenti della Foxconn stanno cercando di intervenire. Hanno fatto installare delle reti attorno ai dormitori, per rendere impossibili i "voli" dai tetti; hanno chiamato psicologi e sociologi per studiare le condizioni degli operai; hanno mandato tra i ragazzi un monaco buddista; hanno anche diramato un ordine di servizio che vieta il suicidio. Hanno anche deciso di prevedere una serie di aumenti fino al 30%: chissà quanto gli operai si decideranno a non suicidarsi più. Non hanno pensato a ridurre a rendere più umani i turni di lavoro: sarebbe impossibile, visto il successo che in questi mesi sta avendo l'iPad, il nuovo gioiello della Apple. Il mercato globale richiede migliaia e migliaia di pezzi e la Foxconn è pronta a soddisfare queste richieste, anche facendo degli straordinari.
Al di là del paradosso che tutto questo sta avvenendo in un paese che è formalmente guidato da un partito che si definisce comunista, ma che ha assunto i peggiori "spiriti animali" del capitalismo, questa storia sarebbe potuta succedere in India o in qualche altro paese "rampante" dell'Asia e dell'Africa. Non sarebbe potuta succedere né negli Stati Uniti né in Europa, dove invece siamo ben felici di acquistare a un prezzo conveniente l'ultimo modello di iPhone. Dobbiamo essere consapevoli che anche noi siamo parte della catena che sfrutta gli operai cinesi.
Francamente non so cosa sia andato a fare Bersani in Cina la scorsa settimana, ma penso che i partiti della sinistra europea dovrebbero cominciare a ragionare di questo, se vogliono essere credibili anche quando affrontano le ingiustizie che ci sono nel nostro mondo. Una volta cantavamo "L'Internazionale": gli operai cinesi non meritano di non essere sfruttati?