lunedì 30 luglio 2018

Verba volant (555): pernacchio...

Pernacchio, sost. m.

Nei giorni scorsi Roberto Saviano ha scritto - anche in maniera piuttosto efficace, lo devo riconoscere, seppur a malincuore - un appello rivolto a "scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber", affinché prendano posizione contro il governo italiano, in particolare contro le idee e le pratiche razziste della Lega. Io, nella mia triplice veste di blogger, filosofo e cuoco - da piccolo avevo anche il sogno di diventare un ballerino come Fred Astaire, ma poi ho dovuto rinunciare per ragioni di forza maggiore - non potevo far finta di nulla.
Ovviamente, caro Roberto, non basta essere napoletani per diventare Benedetto Croce.
La mia prima tentazione è stata - come credo avrete capito - il pernacchio, come codificato con maestria da Eduardo, in un tempo in cui gli intellettuali erano un'altra cosa, ma poi ho deciso di prendere sul serio quello che scrive Saviano: davvero, nonostante lui, il tema che pone è troppo importante per essere eluso.
Io, pur essendo senza condizioni e senza cedimenti all'opposizione di questo governo, pur detestando i suoi uomini e le loro idee, non firmerò mai un appello insieme a Saviano, insieme agli intellettuali "organici" a Repubblica, insieme a tutti questi difensori dei buoni sentimenti a buon mercato. Né con Salvini né con Saviano, per dirla in breve.
So bene qual è la critica che subito mi faranno le lepri marzoline del capitalismo: se tutti avessero fatto come te in Italia ci sarebbe ancora il fascismo, perché la forza della Resistenza è stata quella di mettere da parte le proprie le proprie idee e i propri obiettivi, in nome dell'antifascismo, perché gli uomini di quella stagione seppero privilegiare le poche cose che li univano rispetto alle tante che li dividevano. Intanto non è andata esattamente così, nessuno allora rinunciò alle proprie idee, Togliatti non fu meno comunista, Croce non fu meno liberale, perché stavano dalla stessa parte o perché, successivamente, partecipavano allo stesso governo, anzi lo furono di più, se possibile, proprio in quella fase, perché, certi della vittoria, volevano che alla fine le proprie idee fossero quelle che avrebbero prevalso. Ma per sperare che le proprie idee vincano, prima bisogna averle. E qui crolla l'appello del pernacchiato napoletano.
In fondo è quello che abbiamo vissuto in questi ultimi venticinque anni, nel campo di quello che definivamo allora centrosinistra. Abbiamo fatto tutto il possibile per stare uniti, ci siamo inventati coalizioni e partiti, ma l'unica idea che siamo riusciti a esprimere è stata l'antiberlusconismo. Naturalmente so che era giusto essere contro Berlusconi - non mi pento delle manifestazioni, dei girotondi, delle polemiche anche aspre contro l'uomo di Arcore e i suoi complici - ma non doveva essere sufficiente, e invece ci bastò. E infatti, quando Berlusconi, per ragioni fisiche più che politiche, ha cominciato ad affievolirsi, quel centrosinistra è sparito del tutto, con il paradosso che mentre Berlusconi è riuscito a resistere e fa ancora luce, per quanto sempre più fioca, noi invece non ci siamo più. Per una breve stagione qualcuno ha creduto che allo stesso modo bastasse dirsi antirenziani, che è una specie di ossimoro: come si fa a essere contro il nulla? E adesso siamo all'antisalvinismo - perdonate l'orrendo neologismo, almeno tanto brutto quanto il personaggio eponimo. 
Nell'appello di Saviano, per quanto lungo e ricco di citazioni, non c'è un'idea, e non può esserci. Perché non è permesso averla. L'unica idea che adesso potrebbe provare a battersi contro il risorgere del fascismo - perché è questo che stiamo vivendo, anche nei suoi aspetti più violenti, come le uccisioni e i pestaggi contro i "diversi" - è il socialismo, ossia l'idea di costruire una società radicalmente diversa nei rapporti di produzione, l'idea di una redistribuzione rivoluzionaria della ricchezza, l'idea che dovremo anche noi combattere la guerra di classe che da sempre i padroni hanno ingaggiato contro di noi. Sinceramente non possiamo pretendere che un giornale dei padroni come Repubblica o uno come Saviano diventino comunisti. Potranno essere al massimo badogliani 2.0.
Per sconfiggere i fascisti ci si può anche alleare con i badogliani, ma con la consapevolezza che questi rimangono nostri nemici di classe. Purtroppo non siamo a questo punto: mettere la nostra firma sotto l'appello di Saviano significa soltanto arrendersi al nemico. Ancora una volta.
Il fatto che continueremo a essere ostinatamente contro quelli che ci hanno portato a questo punto, contro il pd, contro i padri e i nonni del pd - anche contro noi stessi, visto che nella nostra storia politica portiamo questo peso - non significa però essere indulgenti con i "nuovi". In politica non deve valere la regola che il nemico del mio nemico è mio amico. No, il mio nemico continua a esserlo, perfino quando mi dà ragione, come ad esempio sulla Tav; perché in politica non conta solo l'esito finale, ma anche il percorso come ci sei arrivato. E capita a volte di arrivare allo stesso punto, ma partendo da punti diversi, facendo strade diverse, e quelle strade diverse devono pesare, quei punti di partenza diversi devono rimanere lì.
Come sapete sono molto pessimista sul nostro futuro. Mussolini per riuscire a vincere dovette uccidere Giacomo Matteotti e ridurre al silenzio Antonio Gramsci, solo per citare due tra i più grandi. Noi dobbiamo avere paura di Salvini - che in un'altra epoca sarebbe stato accolto con un pernacchio - perché non deve uccidere nessuno, non deve incarcerare nessuno. Perché non c'è nessuno da uccidere e nessuno da incarcerare. Non ci sono donne e uomini che facciano vivere un'idea diversa.

domenica 29 luglio 2018

Verba volant (554): propaganda...

Propaganda, sost. f.

Alla notizia che Mirsilo, il tiranno della sua città, era morto, il poeta Alceo di Mitilene scrisse dei versi, il cui spirito possiamo ben capire dall'unico frammento conservato:
ora ci si deve ubriacare, e bere anche a forza, dacché infine Mirsilo è morto
Alceo era dovuto fuggire, era esule dalla sua città, proprio a causa del tiranno, perché Mirsilo era suo nemico e, non conoscendo per fortuna il politicamente corretto, poté fare quello che in maniera naturale si fa durante una guerra: essere contento della morte di un proprio nemico.
A leggere tanti dei commenti che hanno accompagnato la lunga morte di Sergio Marchionne - cominciata quando gli azionisti gli hanno tolto ogni potere, rigorosamente a mercati chiusi, e finita quando la natura ha fatto il suo corso - pare che la guerra di classe debba sfuggire a questa regola, crudele quanto elementare. A sentire quelli che sanno tutto, dobbiamo sempre rispettare il cadavere di un nemico, anche nel caso che lui non lo abbia fatto, quando stava vincendo; anzi proprio tanto più questo nostro nemico è stato crudele, noi dovremmo dimostrare la nostra superiorità, dopo la sua morte. Non sono d'accordo. E sinceramente trovo questo atteggiamento assolutamente ipocrita. La guerra esige coerenza e anche una certa dose di cattiveria.
Della morte di Marchionne a me è interessata soprattutto l'azione di propaganda che il finanzcapitalismo ha fatto intorno al suo cadavere. La propaganda - si sa - è da sempre un'arma potente in una guerra e, anche in questo caso, la guerra di classe non si sottrae a questa regola. Il finanzcapitalismo ha usato il cadavere di Marchionne, come normalmente usa i corpi dei propri servi. Mi hanno colpito molto i tanti articoli in cui gli aedi del regime hanno decantato la capacità di lavorare di Marchionne che, stando alle fonti agiografiche, in dieci anni si sarebbe preso un solo fine settimana di vacanza, che si alzava ogni notte alle tre, che convocava i propri collaboratori in qualunque ora del giorno e della notte e in qualunque giorno dell'anno. Se era davvero così, Marchionne era non solo uno spietato nemico di classe, ma anche un vero stupido. Ma ovviamente in un'opera di propaganda interessa quello che viene detto, non che quello che viene detto sia vero.
Il mito del capo che non dorme mai, che lavora continuamente, non è particolarmente originale. I collaboratori di Mussolini dovevano tenere accesa la luce nel suo studio di palazzo Venezia, così che le persone che passavano sotto le sue finestre sapessero che il Duce stava lavorando per loro. Ma nell'agiografia di Marchionne non c'è solo questo: è un po' la versione social del titolo di una vecchia telenovela Anche i ricchi piangono. Voi che l'avete attaccato - ci dicono i suoi biografi - non vi rendete conto di quanto fosse faticosa la sua vita? Certo guadagnava tanto, guadagnava in maniera vergognosa, ma poi non era in grado di spendere i suoi soldi, visto che non poteva andare in vacanza, non poteva fare nulla di quello che è concesso a voi mortali. Vorreste davvero, voi che vi lamentate di lavorare per otto ore al giorno, prendere il suo posto e lavorarne venti? Anzi, se foste davvero riconoscenti, visto che ha salvato i vostri posti di lavoro, dovreste anche voi lavorare di più, ovviamente senza pretendere di farvi pagare.
Ci dimenticheremo presto di Marchionne: i generali in guerra si sostituiscono altrettanto in fretta che i soldati. L'azione della propaganda invece rimarrà, e noi continueremo a ringraziare i padroni per tutto quello che fanno per noi.
    

venerdì 27 luglio 2018

Verba volant (553): eclissi...

Eclissi, sost. f.

C'è stato un tempo - molto lontano - in cui le donne e gli uomini guardavano la luna con venerata gratitudine, ne conoscevano i movimenti nel cielo, sapevano che per alcune notti sarebbe cresciuta fino a diventare piena e che nelle notti successive sarebbe calata, fino a sparire. Ma anche quando non la vedevano, non avevano paura, perché erano sicuri che il ciclo sarebbe ricominciato. Così nei tempi antichi le donne e gli uomini misuravano il trascorrere del tempo. E sapevano anche che quei movimenti così regolari influivano sulla natura, sul mare, sulle piante e sugli animali, e anche sui loro corpi. Le donne sentivano che, come la luna, anche loro subivano dei cicli regolari e che questi cicli erano fondamentali per la loro specie. E per questo in quel tempo le donne comandavano sugli uomini, perché avevano un legame con la luna che nessun uomo avrebbe mai potuto avere.
Ma c'erano dei momenti - rari per fortuna, ma imprevedibili - in cui la luna spariva: improvvisamente. Certo era sempre tornata al suo posto nel cielo, ma le donne e gli uomini non potevano essere certi che dopo un'eclissi la luna sarebbe tornata. Immaginarono che da qualche parte del mondo ci fossero dei mostri capaci di rubare la luna, capaci di trascinarla giù. L'avevano sempre liberata, ma se quella volta non fosse stato così? Per questo cominciarono a far ogni sorta di rumore durante un'eclissi, a urlare, a sbattere pietre e bastoni, perché quel fragore avrebbe dovuto disturbare i mostri che avevano rubato la luna.
Molto tempo dopo dal momento in cui i maschi presero il sopravvento e cominciarono a calcolare il tempo seguendo il corso del sole, un saggio di Mileto, Talete, capì che quei fenomeni erano prevedibili - e così riuscì a prevedere l'eclissi di sole del 585 a. C. - perché erano legati alla rotazione degli astri nel cielo. E infatti Talete è, secondo la tradizione, il primo filosofo, è suo il primo nome che incontriamo nei manuali di filosofia dei licei. Talete era un uomo che aveva molto viaggiato, aveva appreso le leggi dell'astronomia in Egitto e sempre in quel paese, osservando le piramidi, aveva imparato la geometria, e infatti i suoi teoremi riguardano i triangoli. Con Talete comincia un'altra storia, anche se gli uomini continuavano ad avere paura delle eclissi e cominciarono a dire che non erano mostri quelli che rubavano la luna, ma donne misteriose, come se queste volessero riprendersi il potere, che invece gli uomini avevano loro sottratto.
Noi abbiamo compiuto quel viaggio iniziato da Talete, siamo i figli degli uomini che hanno camminato sulla luna. Abbiamo smesso di guardarla, non sappiamo più quando cresce e quando cala. Abbiamo sentito i nostri nonni dire che avrebbero aspettato la luna per imbottigliare il vino e le nostre nonne prevedere, seguendo le fasi lunari, i parti delle loro figlie e delle loro nipoti. Noi compriamo il vino al supermercato e i nostri figli li "tiriamo fuori" quando decidiamo noi, magari perché abbiamo bisogno di liberare una camera in ospedale. Osserviamo l'eclissi un po' annoiati: abbiamo già visto i documentari e sappiamo che tornerà, nessuno l'ha rubata. Per convincerci a guardare questa eclissi hanno dovuto dirci che sarà la più lunga del secolo, e poi non ci sono partite di calcio. L'unica cosa che è rimasta proprio uguale è che se dobbiamo trovare un colpevole immaginiamo sia una donna.

giovedì 26 luglio 2018

Verba volant (552): fuoco...

Fuoco, sost. m.

In greco antico pyr è la parola che indica il fuoco e in questo termine ritroviamo una radice antichissima che esprime ciò che è puro, ciò che rende puro. E infatti questo aggettivo italiano deriva etimologicamente, attraverso il latino, proprio dalla parola greca che indica il fuoco, mentre focus ha un significato etimologico molto più strumentale: è ciò che riscalda, ciò che cuoce.
Il fuoco quindi per gli antichi greci è un elemento capace di purificare, è qualcosa di sacro. E' difficile in questi giorni associare questo significato al fuoco, mentre una parte della Grecia, l'Attica centrale e occidentale, è devastata dagli incendi, mentre vediamo le immagini del fumo che nasconde l'Acropoli, mentre piangiamo per la morte di donne e di uomini uccisi da quell'elemento così potente.
Gli antichi greci raccontavano che fu Prometeo a donare il fuoco agli uomini, sottraendolo a Zeus. Anche Prometeo era un dio, ma più antico degli dei dell'Olimpo, di una generazione più vecchia rispetto a Zeus. Aveva assistito alla sconfitta dei Giganti, aveva visto Zeus spodestare il padre Crono, aveva visto i nuovi dei prendere il potere, ma questo a Prometeo non importava, vedeva gli uomini soffrire e capì che poteva fare qualcosa. Decise di rubare una fiaccola dal braciere che ardeva perennemente sull'Olimpo, la nascose in una canna e la portò agli uomini. Sapeva che sarebbe stato punito, che Zeus si sarebbe vendicato, ma sapeva anche che quella fiamma avrebbe rappresentato per l'umanità l'inizio di un cammino che l'avrebbe condotta lontano. La punizione di Zeus fu terribile: incatenò Prometeo alle rocce del Caucaso e ogni giorno un'aquila gli dilaniava il fegato, che si riformava durante la notte, in un supplizio infinito.
La storia di Prometeo ha affascinato gli antichi e i moderni, perché Prometeo fa quello che è giusto fare, è disposto a sfidare il potere pur di farlo, è disposto a sacrificarsi.   
Il giovane Karl Marx scrive:
La filosofia, fintanto che una goccia di sangue ancora pulserà nel suo cuore assolutamente libero, dominatore dell'universo, griderà sempre agli avversari con Epicuro: "empio non è colui che nega gli dèi del volgo, ma colui che attribuisce agli dèi i sentimenti del volgo". La filosofia non fa mistero di ciò. La confessione di Prometeo: "francamente, io odio tutti gli dèi", è la sua propria confessione, la sentenza sua propria contro tutte le divinità celesti e terrestri che non riconoscono come suprema divinità l'autocoscienza umana. Nessuno può starle a fianco.
Alle tristi lepri marzoline, che gioiscono della apparentemente peggiorata condizione civile della filosofia, essa replica quanto Prometeo replica al servo degli dèi Ermete: "io, t’assicuro, non cambierei la mia misera sorte con la tua servitù; molto meglio lo star qui legato a questa rupe io stimo, che fedele messaggero esser di Zeus". Prometeo è il più grande santo e martire del calendario filosofico.
A un giovane rivoluzionario, credo possiamo perdonare questa enfasi, che oggi ci appare inutilmente retorica. Non è inutile però combattere ancora contro gli dei del capitale e contro le lepri marzoline, sempre al loro servizio.
In questi giorni chiaramente la Grecia è stata vittima di un attacco. Non sappiamo ancora chi di preciso ha voluto appiccare questi incendi, ma certamente sappiamo chi è responsabile del fatto che questi incendi abbiano colpito così duramente quel paese, a causa delle durissime condizioni economiche che, attraverso l'Europa, le forze del capitale ha imposto a quel governo. Questi incendi attaccano un paese che è stato scientemente reso più debole. Chi ha ordinato questi incendi ha voluto continuare con il fuoco, quello che i governi europei, le istituzioni monetarie, le banche centrali, hanno fatto con le loro politiche. L'obiettivo è colpire un popolo che ostinatamente non si è piegato e che ha scelto un governo diverso da quello che il capitale avrebbe voluto imporgli.
Forse oggi il giovane Karl Marx ci direbbe che, come aveva fatto Prometeo, il fuoco si combatte con il fuoco, al fuoco bisogna rispondere con il fuoco. A chi brucia la Grecia noi dobbiamo rispondere non bruciando i loro palazzi, le loro belle case - anche se la tentazione di punirli in questo modo è molto forte e difficile da domare - ma facendo ardere le nostre idee e le nostre passioni. Noi sappiamo che il capitale ci infliggerà terribili supplizi e che, come dice il Prometeo di Eschilo:
non posso tacere nè gridare la mia sorte, il mio essere.
Ma sappiamo anche che una volta che la fiamma è stata portata tra gli uomini non è più possibile tornare indietro, quella fiamma continuerà a bruciare e nessuno riuscirà a togliercela, come Zeus ha dovuto rinunciare a levare il fuoco agli uomini.

domenica 22 luglio 2018

Verba volant (551): pensionato...

Pensionato, sost. m.

So che non ci crederete, ma queste riflessioni non sono legate al fatto che io detesti umanamente e politicamente quel servo arrogante di Tito Boeri: direi le stesse cose anche se il presidente dell'Inps non fosse un ultras del finanzcapitalismo.
Tra la coppia Salvini-Di Maio e Boeri io sto recisamente con i primi, non perché sia diventato leghista o grillino, ma semplicemente perché riconosco le regole della malavita: i boss delle bande che hanno vinto devono eliminare i gangster di quelle che hanno perso.
Il problema è che in questo paese non sappiamo più - se lo abbiamo mai saputo - cosa significhi funzione pubblica. Il presidente dell'Inps non deve essere un esperto di pensioni - anzi può non capirne nulla - ma deve essere un funzionario - o una funzionaria - capace di organizzare una struttura complessa con più di 18mila dipendenti e un bilancio annuo di 315 milioni di euro, che svolge un ruolo essenziale nella tenuta democratica del paese. Io cittadino, che da lavoratore contribuisco mensilmente al bilancio dell'ente, sperando di goderne qualche frutto da pensionato, eleggo già un parlamento per decidere dopo quanti anni di lavoro potrò usufruire del sistema previdenziale e in che entità, e sempre con il mio voto contribuisco - quando vinco - a determinare la nascita di un governo che ha il compito di garantire la tenuta del bilancio dell'Inps, ossia che si faccia garante che quando io raggiungerò la fatidica età della pensione ci saranno i soldi per pagarmela. E' la politica che deve decidere quanti soldi ciascuno di noi deve versare all'Inps e quanti ne deve ricevere, accettando anche il principio che ci saranno alcuni che riceveranno soltanto, perché non hanno avuto le condizioni o la possibilità di versarne, e che quindi non deve esserci relazione diretta tra ciò che io ho versato e ciò che riceverò, ma che la previdenza deve essere uno degli strumenti attraverso cui si redistribuisce la ricchezza a favore dei più poveri.
Al presidente dell'Inps, da cittadino e da utente, non devo chiedere quando potrò andare in pensione e con sistema, ma devo chiedere delle altre cose, ossia che nel territorio ci sia una rete sufficientemente ampia di uffici a cui rivolgermi, che le comunicazioni che ricevo siano chiare e comprensibili, che mi venga risposto nei tempi di legge quando faccio una domanda, che i beni di cui dispone quell'ente siano utilizzati in maniera efficiente e così via, ossia che il sistema funzioni bene. Da collega della funzione pubblica, mi piacerebbe poi che il presidente dell'Inps fosse capace di valorizzare e di far lavorare al meglio quei 18mila colleghi che lavorano lì, perché senza il loro lavoro quel sistema, che dovrà garantire la mia pensione, non potrà reggere. Per far funzionare una struttura complessa come l'Inps non serve un esperto di previdenza, ma un funzionario che abbia le competenze gestionali e l'esperienza per dirigerla. Non so se Boeri abbia queste capacità, anche se ne dubito, visto che non ha mai lavorato nella pubblica amministrazione, non ha mai fatto, tra le molte esperienze di cui può vantarsi nel suo curriculum, il burocrate. Boeri è stato scelto perché è un economista fedele alla linea e ossequiente al governo del momento. Dal momento che il governo è cambiato, anche se la linea è sempre quella, ossia quella dettata dal finanzcapitalismo, Boeri deve legittimamente andarsene. Poi Boeri può aspirare a fare politica, come ha fatto prima di diventare presidente dell'Inps e come ha fatto durante la sua presidenza, perché è quello che gli si richiedeva, ma non quello che avrebbe dovuto fare.
Al di là delle regole della malavita, che in questo paese conosciamo fin troppo bene, avremmo bisogno di rispettare quelle della democrazia, che invece tendiamo a eludere.

venerdì 20 luglio 2018

Verba volant (550): capello...

Capello, sost. m.

Due gemelle. Una delle due ha un problema: deve studiare per un esame, ma il suo capo le ha chiesto di partecipare a un evento. E così chiede aiuto alla sorella. Questa la vorrebbe aiutare, ma c'è un problema: sono davvero identiche, possono anche scambiarsi i vestiti, ma i suoi capelli non sono così lisci come quelli della gemella. Quando tutto sembra perduto, ecco la soluzione: lo shampoo che rende lisci e setosi i capelli più crespi. La storia ha un lieto fine: lo scambio delle gemelle riesce e da quel momento entrambe useranno sempre quello shampoo così efficace per i loro capelli.
Immagino che abbiate visto anche voi questa réclame. Uno spot innocuo - anche piuttosto stupido, a essere sinceri - il solito tentativo di convincerci a comprare uno shampoo. Come spesso succede, le cose più stupide sono quelle più pericolose: è una delle pubblicità più violentemente sessiste che passano in televisione. Non sappiamo nulla di quelle due ragazze, solo che una studia e lavora. Brava. Ma evidentemente fa un lavoro in cui parlare è assolutamente superfluo.
Lo scambio dei gemelli è un espediente letterario che è stato sviluppato molte volte nella letteratura e nel cinema - da Plauto a Goldoni, da Shakespeare a Pirandello - e comunque l'effetto è sempre legato al momento in cui il gemello che finge di essere l'altro apre bocca. E infatti il primo problema della gemella avrebbe dovuto essere: "cosa succederà quando dovrò parlare? cosa dovrò rispondere quando mi chiederanno qualcosa? come farò a riconoscere le persone che ti conoscono?". No, nessun problema, perché sua sorella fa un lavoro, qualunque esso sia, in cui parlare è assolutamente inutile, basta esserci, basta essere bella, ben vestita, ben truccata, con i capelli a posto, possibilmente lisci e setosi. A parlare ci penserà evidentemente il suo capo, un maschio ovviamente. E la situazione non cambierà neppure quando avrà completato i suoi faticosi studi, qualunque siano: continuerà a essere giudicata per come appare, non per quello che dice. Le due gemelle potranno continuare a sostituirsi nei loro posti di lavoro, e nessuno se ne accorgerà. L'importante è che usino sempre lo stesso shampoo.
Il problema non sono soltanto le sentenze sessiste o le discriminazioni nei luoghi di lavoro o le violenze nelle famiglie, ma il fatto che i giudici, quelli che devono fare le assunzioni, i padri di famiglia sono cresciuti vedendo pubblicità come queste. E che i nostri figli stanno crescendo vedendo pubblicità come queste. E anche le nostre figlie, che ho paura si stiano ormai convincendo che è meglio se stanno zitte. No, care ragazze, potete e dovete parlare, perché ciascuna di voi è diversa e ha il diritto di essere ascoltata. Anzi è un vostro dovere parlare, perché questa società ha bisogno non dei vostri capelli, ma delle vostre idee.

mercoledì 18 luglio 2018

Verba volant (549): altro...

Altro, pron. m.

A leggere i giornali, ad ascoltare quelli che alimentano le notizie, parrebbe che il maggior problema di questo paese sia la gestione delle donne e degli uomini che arrivano da altri paesi. Nel 2017 si è trattato di 119.247 persone, certo un numero rilevante, ma comunque di poco inferiore allo 0,2% dell'intera popolazione italiana, più o meno una città come Forlì. Dall'inizio del 2018 sono stati meno di 15mila.
Non voglio affatto minimizzare il problema, anzi, io credo che questo sarà il tema che caratterizzerà la storia mondiale dei prossimi decenni, perché molti fattori, di carattere demografico, ambientale, economico, socio-culturale, spingeranno una massa incalcolabile di donne e di uomini a emigrare dalle loro terre per cercarne delle altre. E questo fenomeno - di proporzioni ben maggiori di quello che ha interessato l'Europa tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando ci fu la grande emigrazione che portò milioni di donne e uomini europei nelle terre "vuote" delle Americhe - è destinato a sconvolgere in maniera radicale il nostro pianeta, per moltissimo tempo.
Ma in Italia - come nel resto dell'Europa e negli Stati Uniti - non stiamo affatto parlando di questo fenomeno, non stiamo cercando di capire come sarà tra un secolo il nostro paese, sotto la spinta di alcune generazioni di emigranti con un tasso di natalità decisamente superiore a quello delle popolazioni autoctone. Noi parliamo sempre d'altro.
Chiaramente sarà loro il futuro, io - come molti di voi - non lo vedrò e non lo so neppure immaginare, potrebbe perfino succedere che questi "nuovi" siano destinati a cambiare il mondo, in meglio, anche nei rapporti economici e sociali: forse faranno loro la rivoluzione che noi non abbiamo la volontà e la forza di fare. E quando succederà - magari in seguito a una catastrofe ambientale - che un intero popolo, non un centinaio di uomini stipati su una barca, deciderà di venire a stabilirsi in queste terre che noi continuiamo a definire nostre, non ci sarà evidentemente nulla da fare, non sarà questione di costruire un muro, o di chiudere i porti, o di gestire nuovi centri di accoglienza: semplicemente loro arriveranno e prenderanno il nostro posto, anche perché noi saremo morti o sempre più vecchi.
Capisco che per molti questa sia una prospettiva terribile, una sorta di apocalisse, personalmente non ho così paura, perché, per ragioni squisitamente anagrafiche, mia moglie e io non ci saremo e soprattutto perché penso che questa società sia così marcia che energie nuove e diverse non possano che farle bene. Ma - ripeto - non è qualcosa su cui io o voi - o Salvini - possiamo mettere becco.
Anche se non possiamo farci nulla, credo però che non sarebbe inutile cominciare a parlarne davvero, smettendo una buona volta di discutere di quello di cui vogliano farci discutere, per distrarci. Dovremmo aprire un grande dibattito politico e culturale per provare a immaginare cosa succederà. Personalmente - provo a dare un modesto e non richiesto contributo - credo dovremmo impegnarci come non mai a preservare quello che di grandissimo la nostra civiltà ha creato nei secoli, in modo da consegnarlo nel modo migliore ai nuovi che arriveranno, affinché serva a loro non tanto a capire chi eravamo noi, ma per imparare quello che noi colpevolmente abbiamo dimenticato. Ai nuovi che arriveranno dovremo consegnare le nostre biblioteche, i nostri musei, le nostre città, ma anche le nostre tradizioni, il nostro territorio e il nostro paesaggio, affinché siano per loro motivo di progresso, affinché possano crescere leggendo i versi di Dante e guardando gli affreschi di Michelangelo, ascoltando le musiche di Verdi e gustando le decine di paste ripiene che le nostre nonne ci hanno insegnato a fare, così uguali e così diverse, in ogni angolo di questo paese.
E invece noi stiamo qui a discutere giorni interi - ormai ho perso il conto - se e quando qualche centinaio di persone debbano sbarcare da una nave, quanti debbano andare in Francia e in Germania, dove costruire nuovi centri di accoglienza. Pare che questo sia l'unico tema che affronta il nuovo governo, l'unico tema su cui i nostri politici abbiano qualcosa da dire. E su questi temi non fondamentali ci accapigliamo, anche con le migliori intenzioni. So bene che il Talmud dice che "chi salva una vita salva il mondo intero" e quindi la battaglia affinché quei pochi siano salvati è degna di essere combattuta, fosse anche l'ultima cosa che faremo. Ma vi chiedo allo stesso tempo di non farci distrarre. Non è questo il tema, neppure se alla fine riuscissimo a vincere, riuscissimo a convincere i nostri riottosi concittadini ad aprire le porte a quei poveri cristi che continueranno a sbarcare. E' ora di cominciare a parlare d'altro.

lunedì 16 luglio 2018

Verba volant (548): sedile...

Sedile, sost. m.

Una giovane donna e un giovane uomo che non si conoscono sono seduti vicini nell'aereo che li porta da New York a Dallas. Non avrebbero dovuto sedere accanto, ma la donna a cui era stato assegnato il sedile accanto al giovane sconosciuto ha chiesto di cambiare il proprio posto con la ragazza, che invece sedeva accanto al suo compagno. Quindi una coppia si è ricostituita e una nuova è nata. I due sconosciuti, complice anche la casualità di quell'incontro, cominciano a parlare, probabilmente si piacciono, forse immaginano una storia che potrebbe durare le due ore e mezza di quel viaggio o magari tutta la vita.
La donna che ha involontariamente propiziato quell'incontro, seduta dietro di loro, li ascolta e li osserva. Una ficcanaso, penserete. Forse, ma è anche una che ha l'ambizione di scrivere storie e in quel volo, tra quei due sedili così vicini, c'è oggettivamente una storia da raccontare. Se questo episodio fosse successo dieci anni fa, la donna sarebbe tornata a casa, ci avrebbe scritto un racconto o una sceneggiatura, sforzandosi di immaginare un lieto fine o un dramma o quello di cui sarebbe stata capace. Fosse stata brava e fortunata, quella storia, una volta pubblicata o trasformata in un film, poteva essere letta o vista da molte persone e forse anche dalle due che ne erano protagoniste, che forse si sarebbero divertite a vedere come qualcun altro aveva raccontato la loro vita futura. E chissà se la loro vera vita sarebbe stata migliore o peggiore di quella letteraria o cinematografica.
Invece questa storia non è successa dieci anni fa, ma lo scorso 3 luglio e la "scrittrice" in questione non ha fatto altro per tutto il viaggio che osservare i due giovani seduti davanti a lei e inondare la rete di messaggi e foto su Twitter e Instagram: non ha avuto bisogno di fantasia, ma solo di una batteria carica e di molti giga, ossia di cose che, a differenza della capacità di scrivere, si possono comprare al mercato.
Inaspettatamente quei cinguettii e quelle foto - compresa una dei due gomiti che si toccano, inevitabilmente vista la scarsa distanza di quei due sedili - hanno avuto un immediato successo: mentre l'aereo compiva il suo viaggio, persone in tutto il paese rilanciavano e condividevano quella storia che stava avvenendo sopra le loro teste. Funziona così il mondo dei social, è inutile scandalizzarsi, vive dell'immediatezza e nell'immediatezza può raggiungere un numero incredibile di persone. Al successo ha contribuito Monica Lewinsky, che ha diffuso quelle immagini in una cerchia vastissima, dal momento che è una persona molto famosa e seguita; anche di questo non dobbiamo scandalizzarci, è un segno dei tempi, con cui dobbiamo imparare a convivere.
Questa immediata attenzione morbosa ha avuto però delle conseguenze, perché ben presto i due protagonisti della storia sono stati riconosciuti, ma a questo punto la storia, che solo loro avrebbero potuto vivere e qualcun altro avrebbe potuto scrivere, era già diventata un'altra cosa, molto meno poetica. Il giovane uomo, uno sportivo professionista poco conosciuto, ha capito che quell'attenzione gli sarebbe stata utile e l'ha cavalcata nei giorni successivi, prima che qualcos'altro allontanasse i riflettori da lui, mentre la giovane donna ha dovuto cancellare i suoi profili social. Perché purtroppo quando in uno scandalo, seppur lieve come questo, sono coinvolti una donna e un uomo, lui si salva sempre, mentre lei è sempre quella che deve pagare. Di questo dovremmo scandalizzarci, ma non facciamo nulla per cambiare le cose. E infatti Bill Clinton continua a essere un superpagato conferenziere, mentre Monica Lewinsky si deve arrabattare tra un'ospitata e l'altra, nel sottobosco della notorietà voyeurista in cui siamo immersi.
Naturalmente anche la "scrittrice" ha provato a incassare il prima possibile l'inattesa notorietà, mentre i suoi profili diventavano sempre più seguiti, consapevole che doveva battere il ferro finché era caldo. Credo abbia ottenuto un lavoro grazie a quelle foto e almeno si è vista rimborsare i molti soldi spesi per la connessione, perché il suo gestore l'ha voluta premiare di quella pubblicità. Perché questo alla fine è quello che conta davvero, che tutti noi passiamo la vita a riprendere, fotografare, condividere quello che che facciamo, facendolo conoscere al mondo, consumando inutilmente spazio nella rete che qualcuno ci fa pagare.
Questa storia si porta dietro alcune domande. E' lecito essere curiosi delle vite degli altri? Possiamo anche rispondere no, ma saremmo consapevoli che si tratta di una risposta ipocrita. Noi tutti osserviamo le vite degli altri, più o meno volontariamente, più o meno morbosamente: in fondo la letteratura e il cinema fanno esattamente questa cosa, ci fanno vivere le vite che avremmo voluto vivere o ci mostrano quelle che non avremmo voluto vivere. Magari per farci apprezzare di più la vita che viviamo. E' lecito raccontare le vite degli altri? No, e stavolta la risposta non è ipocrita, non solo perché "ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale", ma perché nessuno di noi vuole che le proprie vite siano davvero raccontate. E infatti il genere letterario con il più alto tasso di menzogna è l'autobiografia. E tanto più le nostre vite non devono essere messe dagli altri in rete. Già ciascuno di noi metta in bella mostra la propria vita sui social, anche quello che sarebbe meglio non mostrare, e sarebbe necessario riflettere prima di aggiungere foto, commenti, apprezzamenti, prima di mostrare il lato peggiore di noi. Dalla nostra stupidità non possiamo difenderci, ma dovremmo avere gli strumenti di farlo dalla morbosità e dalla cattiveria degli altri. Non è lecito usare le vite degli altri per avere più like nei propri profili o per trovare lavoro o per far guadagnare una società telefonica. Quelle due persone sono state sfruttate, a un certo punto almeno una di loro è stata contenta di farsi sfruttare, ma questo non rende meno grave quell'azione.
Confido che di questa piccola storia - come è giusto che sia - tra un po' non si parlerà più. I like sono diminuiti rapidamente, così come erano aumentati, e tra qualche giorno, quando vi sarete dimenticati anche di questa definizione che ora state leggendo, quella giovane donna potrà tornare alla propria vita, magari sperando di incontrare la propria anima gemella su un volo tra New York e Dallas. Questa storia sarà per lei un ricordo, spero non troppo brutto.
Probabilmente la vera vittima di questa vicenda è la voglia di raccontare una storia. Di fronte a una bella storia quella donna seduta nel sedile di un aereo aveva di fronte due scelte: mettere in moto la propria fantasia e immaginare i tanti possibili esiti, le conseguenze, le gioie, i dolori, oppure smettere di pensare, accendere il suo telefono ed essere il passivo registratore del reality in cui siamo immersi ogni giorno e che qualcuno scambia per letteratura e per cinema, ma in cui non c'è alcuno sforzo, alcun tentativo di provare a capire cosa sia la vita che viviamo. Quella donna ha più o meno consapevolmente voluto evitare la fatica di scrivere, perché scrivere è anche fatica, è un lavoro, che richiede impegno e dedizione e ha preferito la strada più semplice. Quella donna soprattutto ha rinunciato a pensare: ha fatto la scelta più ovvia in questi tempi infelici e proprio il fatto che sia la più ovvia, quella che sembrava normale prendere, ci dice quanto in basso siamo arrivati.

venerdì 13 luglio 2018

Verba volant (547): ricco...

Ricco, agg. m.

Non mi appassiona il dibattito estivo sui radical chic - che tendenzialmente mi sono sempre stati antipatici - ma vorrei porre a voi, ponendola a me stesso, una domanda: un ricco può essere davvero comunista?
La domanda credo sia meno banale di quanto possa sembrare all'inizio - anche a me era sembrata tale, lo confesso - ma forse così banale non è, visto che non sono riuscito a darmi una risposta del tutto convincente. Se rispondo in maniera istintiva, allora la risposta è certamente no, un ricco non può essere un comunista, è uno che si trova dall'altra parte della barricata nella guerra di classe. E poi la parola ricco deriva dall'antico tedesco - qualcosa vorrà dire - e ha la stessa radice che ritroviamo in reich, quindi il ricco è per definizione etimologica il re, il potente. E il re non può essere comunista.
Ma quando ci rifletto un po' di più, quella domanda mi svela una contraddizione nella quale tanti di noi vivono. Perché se ne porta dietro un'altra: io sono ricco? So che esiste una soglia di povertà: ossia lo stato stabilisce un reddito sotto il quale una persona è considerata ufficialmente povera, con tutto quello che questo comporta. E allo stesso modo esiste una soglia di ricchezza, un limite, superato il quale, devi essere considerato ricco? Ovviamente no, ciascuno di noi deve valutare soggettivamente se si considera ricco.
Io sono un impiegato comunale di categoria c, mia moglie lavora in un caf, non abbiamo figli, abbiamo la casa di proprietà su cui paghiamo un mutuo, abbiamo un'auto e qualche risparmio. Per esperienza familiare e personale, so cosa significa dovere fare delle rinunce, anche se ho la fortuna di non essere mai stato davvero povero, ricordo quando dovevamo guardare continuamente cosa avevamo in tasca e in base a quello decidere cosa fare e soprattutto non fare. Adesso oggettivamente non è così. Per natura ed educazione ricevuta, Zaira ed io non siamo persone che spendono molto - anzi mia moglie dice che io sono un po' tirchio e quando andiamo a fare la spesa spesso brontolo, anche quando non c'è davvero motivo, ma per stare nel personaggio - ma possiamo andare in vacanza, comprarci un paio di scarpe belle, andare a cena fuori, senza fare troppa attenzione. Siamo fortunati e io credo sinceramente di avere abbastanza, il che mi sembra già un gran risultato e quindi mi sento di aver superato la fatidica, per quanto soggettiva, soglia di ricchezza.
Eppure credo anche, in tutta onestà, di essere comunista. Credo che la ricchezza debba essere redistribuita, penso che sia giusto che io paghi più tasse per finanziare quei servizi che devono andare a vantaggio di tutti, specialmente di quelli che hanno meno di quello che ho io, penso - come recitava la Clausola IV della Statuto del Labour - che gli obiettivi da raggiungere per avere una società finalmente giusta siano la "proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio" e "il controllo da parte del popolo di ogni industria e servizio". Ma intanto vivo in questo mondo dominato dal capitalismo, e devo venire ogni giorno a patti con un regime che vorrei abolire: ho un conto in banca, faccio la spesa al supermercato, acquisto i prodotti elettronici delle grandi multinazionali e così via. Adotto qualche forma minima di resistenza: non pago più Bill Gates, ma uso un sistema operativo open source, cerco di fare attenzione ai miei acquisti, per lo più ignoro le pubblicità. Si tratta però di piccole azioni, che non cambiano la sostanza, se sei ricco - anche nella forma in cui io mi considero ricco - devi accettare tutti i giorni di fare compromessi con il capitale e credo che questo ti renda un po' meno comunista.
Zaira e io in queste settimane abbiamo cominciato a guardare in televisione la serie The Americans, che racconta la vita di due spie dell'Unione sovietica negli Stati Uniti di Reagan. Elizabeth e Philip vivono come due normali cittadini americani, hanno un lavoro, una casa, hanno un tenore di vita che non si sarebbero immaginati vivendo nel loro paese; uno dei temi forti della serie è proprio il contrasto tra essere due agenti comunisti, fedeli al partito e all'ideologia - tanto da essere disposti a morire in nome del comunismo - e vivere, anche piuttosto bene, nel sistema che combattono. Io ovviamente non devo fingere di essere felice di vivere nel regime capitalista; mi ci sono adattato, anche in maniera piuttosto soddisfacente, e posso scrivere che questo sistema è profondamente ingiusto, che è violento, che occorre fare di tutto per abbatterlo. Ma la contraddizione rimane ed è qualcosa con cui devo convivere. Come credo succeda a quelli di voi che condividono questa situazione.
Un ricco può essere comunista? No. Ma forse un comunista può essere ricco, o meglio può essere soddisfatto di quello che ha, quando lo ha guadagnato in maniera onesta, lavorando e non sfruttando gli altri. Non credo sia poco.

mercoledì 11 luglio 2018

Verba volant (546): cartone...

Cartone, sost. m.

Venerdì sera a casa da solo: Zaira è andata a cena con le sue colleghe. C'è il mondiale: siamo già ai quarti di finale e non ho ancora visto una partita tutta intera. Tra poco comincerà Brasile-Belgio; spero sia un bell'incontro e decido di tifare Belgio, perché immagino che perderà. E' la sindrome di Ettore. Non ho voglia di cucinare solo per me e soprattutto non ho voglia di lavare i piatti. Scendo dal kebabbaro sotto casa: ci sono pizzerie migliori a Salsomaggiore, decisamente migliori, anche vicine a casa nostra, ma voglio far presto e spendere poco, e voglio uscire vestito come sono in casa. Prendo la pizza, me la faccio tagliare a spicchi, prendo anche una bottiglietta di birra di una nota marca olandese, molto mainstream - spendo in tutto 7 euro e cinquanta - e sono a casa per gli inni. Visto che ormai siamo tutti social faccio una foto, peraltro venuta non molto bene, dove riesco a mostrare la pizza nel suo cartone, la birra e il televisore acceso. Mangio la pizza rigorosamente dal cartone, senza posate, bevo la birra dalla bottiglietta e guardo la partita, in cui inaspettatamente la squadra per cui faccio il tifo passa in vantaggio. E vince.
So che a voi non importa nulla di come io abbia trascorso un caldo venerdì sera di luglio, ma aspettate: in questo raccontino c'è anche la morale. Sotto la foto, insieme a qualche like e ai graditi saluti di alcuni amici, arrivano le critiche. Mi aspettavo a dire il vero qualche presa in giro, visto che a me piace cucinare e quindi mi vanto su "faccialibro" di piatti che mi sono venuti bene, almeno in foto. Invece i commenti hanno altro tenore: la pizza non si deve mangiare nel cartone, perché dà un cattivo sapore al cibo, meglio una vera pizza napoletana, meglio una birra artigianale, o in subordine una birra di una nota marca della Sardegna, peraltro di proprietà di quella stessa azienda olandese così mainstream. Ecco venerdì sera ho avuto la conferma di quello che diceva Lenin: lo slowfoodismo è una malattia infantile del comunismo.
Io credo di riconoscere la differenza tra una buona birra artigianale e una normale birra prodotta in maniera industriale e anche tra una pizza preparata con ingredienti di qualità e una con prodotti non di prima scelta. E naturalmente so che devono avere prezzi diversi, perché per preparare una buona pizza o una birra artigianale serve molto lavoro e il lavoro deve essere pagato. Poi noi non siamo sempre disposti a pagare un prezzo alto per quello che mangiamo o beviamo, molto spesso non possiamo permettercelo e a volte qualcuno che se lo può permettere non ne capisce neppure la differenza.
So che per molto tempo abbiamo creduto fosse una battaglia di sinistra valorizzare i prodotti di fascia alta, ma forse è anche per questo che abbiamo perso, che siamo diventati un'altra cosa, che abbiamo smesso di capire quelli che mangiano la pizza nel cartone e bevono birre mainstream. Perché le persone normali, le persone che noi dovremmo difendere, sono costrette a fare le loro scelte solo in base al costo e a chi si trova in queste condizioni non possiamo proporre sempre il biologico, il naturale, il km 0, ossia tutto quello che è decisamente migliore, ma anche quello che costa di più - perché deve costare di più - e quindi quello che loro non si possono permettere. Inseguendo il cibo di qualità, ci siamo dimenticati che la maggior parte di noi mangia ogni giorno cose di scarsa o scarsissima qualità.
Allora dovremmo fare una battaglia politica affinché quello che costa ragionevolmente poco sia anche di qualità accettabile, o che comunque nell'industria alimentare i risparmi non siano solo a danno della qualità delle materie prime o degli stipendi dei lavoratori. Possiamo fare tutte le battaglie per sostenere i piccoli produttori, i negozi sotto casa, l'alimentazione di qualità, ma dobbiamo soprattutto lottare perché la qualità sia appannaggio di tutti.
Io posso permettermi una pizza migliore e una birra artigianale - anche se sto in casa in canottiera a guardare la partita - posso permettermi di andare a fare spesa dagli agricoltori del mio territorio, posso preferire i negozi di vicinato, ma sono un privilegiato, anche se non ho un rolex. A me interessa di più che molte famiglie non siano costrette a fare sempre la spesa in un hard discount dove i lavoratori sono pagati poco - questo purtroppo succede non solo lì, ma anche in supermercati dove i prodotti costano di più e quindi i padroni hanno maggiori ricavi - e dove i prodotti costano poco perché sono scadenti.
Ricordate che il vecchio Marx diceva quella cosa sul pane e le rose? Forse noi ci siamo fissati un po' troppo sulle nostre rose e ci siamo scordati che a molti nostri fratelli manca il pane. E ci siamo dimenticati che quel pane deve costare poco e deve essere di buona qualità. E che chi fa il pane per noi deve essere pagato in maniera equa per il suo lavoro. Poi verranno anche le rose e il pane fatto con farine biologiche macinate a pietra e lievito madre.

lunedì 9 luglio 2018

Verba volant (545): cinematografo...

Cinematografo, sost. m.

Credo che in tutta onestà dobbiamo riconoscere che Carlo Vanzina è stato un uomo sfortunato. Come è successo a tanti, ha scelto per sé - o forse la vita ha scelto per lui - di fare l'artigiano, come suo padre. E probabilmente era bravo a fare quel mestiere almeno quanto lo era stato suo padre e forse anche di più, perché aveva avuto l'opportunità di veder lavorare, oltre a suo padre, tanti altri bravissimi artigiani, di carpire da loro i segreti del mestiere. Ma il lavoro di un bravo falegname si misura anche con la qualità del materiale che ha a disposizione: per quanto sia bravo, se il legno che deve usare è scadente, quel mobile durerà poco. Certo un bravo falegname è capace di nascondere i difetti del legno, sa realizzare il meglio possibile con quello che ha, ma non può fare miracoli. A Steno era capitato Totò, a suo figlio Massimo Boldi e Jerry Calà e ha fatto quello che ha potuto.
Carlo Vanzina ha dovuto raccontare un'Italia che faceva schifo, ma che, non essendone consapevole, si voleva far bella di quella schifezza: inevitabilmente i suoi film sono quello che sono.
Certo Vanzina è anche colpevole, perché quello che fa il cinematografo, a differenza del falegname, non è solo un artigiano, è anche un operatore culturale, è uno che contribuisce a plasmare l'immaginario, a creare la cultura di un tempo. E i film di Carlo Vanzina sono stati a un tempo l'effetto e la causa: i film di Vanzina erano quello che erano perché l'Italia faceva schifo e l'Italia faceva schifo, anche perché i film di Vanzina - anche se non solo i suoi - la rendevano così.
L'Italia che raccontava Steno non era meno volgare di quella che descriveva suo figlio, ma le convenienze - e anche la vecchia e cara censura democristiana - imponevano che quella volgarità non fosse rappresentata. Quando i "soliti ignoti", così fieramente popolari e popolani, dopo una notte di duro "lavoro", scoprono che al di là del muro abbattuto non c'è il monte di pietà, pensate che non abbiano bestemmiato tutti i santi del paradiso? Ma nel film quelle imprecazioni non ci sono. In quei film ci sono attrici che sono più belle che brave, come capita sovente anche nei film di Vanzina. Ma siccome allora il massimo che si poteva vedere era una spalla o una coscia - e per un qualche fotogramma - anche quelle attrici meno bravi dovevano essere capaci di sfoderare la loro capacità di seduzione. Vanzina poteva spogliare le sue attrici, a cui non si richiedeva che di essere bellissime.
Poi capita di essere indulgenti quando si guardano i primi film di Carlo Vanzina. Certo gioca la sua parte anche la nostalgia, il ricordo di quando eravamo ragazzi, ma a volte dobbiamo ammettere che non erano poi così brutti, perché li confrontiamo con quelli di oggi. L'Italia di Sapore di mare e Vacanze di Natale ci rischia di apparire meno volgare e violenta di quella di oggi, per quanto facesse già abbastanza schifo. Anche nell'Italia raccontata dagli artigiani della generazione del padre di Carlo c'erano molti problemi, era un paese bigotto, maschilista, violento, ignorante, ma quei film dovevano anche offrire una qualche speranza, perché il cinema, anche quello di intrattenimento, voleva raccontare un paese che stava crescendo, seppur a fatica, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, verso cui quegli autori non erano certamente indulgenti. E insieme ai tantissimi artigiani, c'erano anche degli artisti, a volte quegli stessi artigiani erano artisti.
Vanzina è stato sfortunato anche perché si è trovato in un'Italia in cui gli artisti non c'erano più e in cui anche gli artigiani erano sempre meno considerati, perché per fare un mobile non serve perder tempo con un falegname, basta realizzare una struttura in serie, che costi poco e che sia di scarsa qualità, in modo che si rompa il prima possibile e che sia presto da sostituire. Gli artigiani perdono troppo tempo: cosa ci vuole a fare un film? un bel culo, un paio di rutti, parecchie volgarità e sei a posto. L'Italia di oggi fa più schifo di quella raccontata da Vanzina e ormai non serve neppure più raccontarla in un film, scriverci sopra una sceneggiatura: è tutto un reality, basta accendere la macchina da presa e comincia lo spettacolo. Non sai fare nulla, ma proprio nulla: sei perfetto. A noi non toccherà di rimpiangere Totò e Pasolini, temo finiremo per rimpiangere Boldi e Vanzina.   

venerdì 6 luglio 2018

Verba volant (544): quaranta...

Quaranta, agg. num.

Daniele è nato nella primavera del 1978, nei giorni del rapimento di Aldo Moro. I suoi genitori erano operai e votavano entrambi per il Pci; non erano iscritti al partito, non erano militanti, ma sapevano che quella era la loro parte. Daniele ha fatto le superiori, ha partecipato a qualche manifestazione degli studenti medi a metà degli anni Novanta, perché ci andavano i suoi compagni e perché gli stava antipatico Berlusconi, che intanto aveva vinto le elezioni. Daniele ha votato per la prima volta alle politiche del 1996 e ha votato, in maniera piuttosto naturale, senza pensarci troppo, per l'Ulivo, perché era contro Berlusconi. Daniele oggi lavora, si è sposato, ha una figlia. Per chi ha votato Daniele ventidue anni dopo? Non lo so. Non sono sicuro neppure che ci sia andato.
Daniele non esiste ovviamente, o almeno io non lo conosco personalmente, ma come lui ce ne sono tanti nel nostro paese. Daniele è un quarantenne - e quindi uno che non può definirsi giovane - che non ha mai visto la sinistra in Italia. Ha visto quella cosa che noi gli dicevamo che era la sinistra, ma ha anche visto che mentre noi dicevamo una cosa, ne stavamo facendo un'altra. Noi gli dicevamo che eravamo contro Berlusconi e per un bel po' di tempo se l'è fatto bastare e ha continuato a votarci. Se un sondaggista chiedesse a Daniele come si colloca politicamente, lui direbbe senza esitare di essere di sinistra, senza mentire. Ma poi ha votato per la Lega. Daniele si rende conto che è una contraddizione, non è stupido, ma è arrabbiato, ha visto gli effetti che su tanti suoi colleghi - anche se non su di lui - ha avuto il jobs act e ha votato per gli avversari di quelli che hanno voluto questa legge, per chi ha detto che la cambierà, anche se dice quelle cose terribili contro gli stranieri. Oppure ha votato per il M5s perché questi almeno non sono gli stessi che ha visto per vent'anni.
A quelli che fanno analisi sociologiche e politologiche sul motivo della vittoria della destra - di questa destra - in Italia, che si chiedono perché nel nostro paese persone di sinistra possano votare a destra, vorrei far conoscere Daniele, che magari è meno bravo di loro a parlare, che non ha studiato tanto come loro, ma ha capito quello che in tanti dimostrano ancora di non capire, ossia che per più di vent'anni abbiamo chiamato sinistra una cosa che non era tale e che le persone che avrebbero dovuto riconoscere come tale non sono mai riuscite a percepire dalla loro parte. Il tema non è capire perché le persone di sinistra votino a destra, ma perché persone che appartengono a una determinata parte della barricata della guerra di classe non percepiscano quella che ancora noi chiamiamo sinistra come la loro parte. E allora non è Daniele che sbaglia quando vota Lega, ma siamo noi che per più di vent'anni abbiamo sistematicamente tradito quelli come Daniele.
Nel nostro paese c'è un'intera generazione che non sa cosa sia la sinistra, che non l'ha mai vista. Neppure sotto il ventennio fascista è successo un fenomeno di tale portata. Certo anche in quegli anni terribili è stata cresciuta una generazione con i miti imposti dal regime, che non poteva conoscere altro che quello che a scuola, in chiesa, nelle associazioni, perfino in vacanza, insegnava il fascismo, ma le fiammelle della sinistra, nelle sue diverse forme, poterono covare sotto la cenere, perché quelle fiamme erano vere e, nonostante la repressione, continuarono a brillare. In questo ventennio capitalista non solo il regime ha potuto forgiare, attraverso la scuola, ma soprattutto con gli strumenti della cultura di massa, dalla televisione alla rete, una generazione nei propri disvalori, ma il suo vero successo è che non c'è stata vera opposizione, praticamente nulla ha continuato a bruciare. E adesso ci rimane solo un pugno di cenere. E una generazione che non ha idea di cosa sia la sinistra e un'altra che sta per votare che è ancora più lontana, perché non può neppure contare sui ricordi dei propri genitori.
Curiosamente poi quelli che non capiscono perché Daniele voti a destra, sono gli stessi che si stupiscono del successo di Jeremy Corbyn - che nel 1978 aveva 29 anni e da delegato al congresso del Labour fece approvare una mozione per far entrare i dentisti nel sistema sanitario nazionale - o di Alexandria Ocasio-Cortez, che nel 1978 non era ancora nata. Eppure loro vincono perché dicono le cose che le persone come Daniele hanno bisogno di sentire dire, combattono le battaglie che devono essere combattute. E' un terribile paradosso: tutti dicono che è quasi impossibile ricostruire la sinistra - e la realtà sembra dar loro ragione - eppure è anche dannatamente semplice, basta avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. E' un coraggio che a noi manca, che abbiamo perduto.

mercoledì 4 luglio 2018

Verba volant (543): vincente...

Vincente, agg. m. e f.

In questi giorni gli intellettuali di riferimento della minoranza "illuminista" di questo paese, quelli che dicono sempre le cose giuste, quelli che fanno sempre le battaglie giuste, quelli che hanno sempre ragione insomma, hanno sventolato la fotografia di quattro donne italiane, giovani, belle, vincenti, le quattro donne che hanno ottenuto la medaglia d'oro nella staffetta 4x400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona.
Non volevano festeggiare quel risultato brillante, frutto di fatiche e di duri allenamenti, come sarebbe stato giusto fare e come quelle ragazze meritavano, ma hanno usato quella foto contro la maggioranza "non illuminata" e contro il governo che la rappresenta, perché incidentalmente quelle quattro giovani italiane hanno la pelle scura, la stessa "pigmentazione" delle donne e degli uomini che questa maggioranza di italiani - e il governo che la rappresenta - non è disposta a far arrivare in Italia, a ogni costo, anche quando queste donne e questi uomini rischiano la vita. Quella foto per gli "illuminati" è diventata il simbolo dell'ipocrisia del governo, che festeggia chi vince una medaglia d'oro e lascia morire chi arriva su un barcone.
Gli "illuminati" però non hanno capito molto e anzi anche loro sono un po' razzisti, perché guardano al colore della pelle di quelle quattro giovani italiane più che a quello che rappresentano. Il capitalismo in cui viviamo e che domina il nostro mondo non è razzista, non divide il mondo a seconda del colore della pelle delle persone. Almeno per due ragioni. Prima di tutto perché nella esigua minoranza delle persone che dominano, grazie alle loro risorse, questo pianeta, ci sono bianchi e neri e gialli, cristiani e musulmani e atei, gli sfruttatori non guardano a dove sono nati quando devono combattere la loro guerra di classe contro di noi. Anzi l'unica vera discriminazione che è rimasta è quella verso le donne, perché i ricchi nella stragrande maggioranza sono maschi. E in seconda ragione perché per loro noi siamo semplicemente consumatori e quando compriamo quello che loro ci vendono non guardano al colore della nostra pelle, né guardano dove siamo nati quando devono sfruttarci.
Il mondo in cui Jesse Owens correva e saltava come nessun altro era razzista. Era razzista la Germania in cui egli vinse quattro medaglie d'oro, facendo schiumare di rabbia Hitler e i teorici della superiorità della razza ariana, ma erano profondamente razzisti anche gli Stati Uniti, dove vigeva un rigido sistema di segregazione razziale e dove Owens non poteva salire sugli stessi autobus dei bianchi, dormire negli stessi alberghi, perfino usare gli stessi gabinetti pubblici. In questo nostro mondo dominato dal capitale non importa davvero che quelle quattro atlete siano nere, importa che siano giovani, che siano belle - anzi questo è fondamentale in qualsiasi campo ed è veramente discriminante - che siano vincenti, perché questo solo conta.
Sei vecchio, sei brutto, sei uno sconfitto? Puoi anche essere bianco e nessuno ti farà mai una foto. La maggioranza degli italiani - e il governo che la rappresenta - vuole fermare quei barconi non perché le donne e gli uomini che ci sono dentro siano neri, ma perché sono poveri. Noi giriamo la testa dall'altra parte quando in strada vediamo un povero, che solo incidentalmente ha la pelle molto più scura della nostra. Il capitalismo non ci fa odiare i neri, ci fa odiare i poveri. Se non capiamo questo adesso, non capiremo perché tra un po', quando saremo stati definitivamente sconfitti, saremo noi a essere oggetto di questo odio.

lunedì 2 luglio 2018

Verba volant (542): scherzo...

Scherzo, sost. m.

Marco Travaglio ha detto che Beppe Grillo scherzava quando ha proposto di scegliere attraverso un sorteggio i componenti del senato. Prima o poi dovremo interrogarci su come abbia fatto questo borioso e infingardo avventuriero della penna a diventare il direttore di un giornale di sinistra e addirittura uno dei leader più ascoltati di questa sfortunata parte politica. Ma facciamo un'ipotesi di scuola, fingiamo per un momento che Travaglio sia una persona per bene, in buona fede e che creda davvero che si tratti di una boutade. Purtroppo è capitato a tanti di noi, undici anni fa abbiamo sottovalutato l'impatto del Vaffa-day, abbiamo pensato che si trattasse di uno scherzo più o meno di cattivo gusto, oppure - i più cattivi di noi - del tentativo di un istrione in disarmo di riprendere la scena. Comunque abbiamo sempre considerato Grillo un comico, abbiamo valutato le sue dichiarazioni con le categorie dello spettacolo e così, di scherzo in scherzo, ci siamo ritrovati che i tantissimi voti raccolti dal suo partito sono serviti in maniera determinante a far nascere un governo autoritario e parafascista. Forse sarebbe ora che la smettessimo di dire che si tratta di uno scherzo e che cominciassimo a prenderlo sul serio.
Proporre di sorteggiare i senatori non è affatto uno scherzo e ora capiamo quanto sia stato pericoloso credere che tutti i no al tentativo eversivo del pd di abolire il senato fossero uguali. La proposta di Grillo è altrettanto pericolosa di quella di renzi, perché in entrambi i casi l'obiettivo non è colpire l'istituzione senato, ma l'idea stessa della politica come rappresentanza. In sostanza Grillo ci dice che tutti noi possiamo diventare senatori, che tutti noi abbiamo i titoli per farlo. E questo è in qualche modo vero, visto che tutti siamo chiamati a votare per il senato. Anzi sarebbe auspicabile che tutti noi potessimo diventare davvero senatori, che avessimo tutti noi la capacità di farlo.
Protagora per giustificare la democrazia, ossia il governo del popolo, contro quelli che dicevano che la politica doveva essere appannaggio solo di una ridotta schiera di persone, che per nascita, o per censo, o per cultura, potevano occuparsene, spiegava che a tutti gli uomini gli dei avevano donato, e allo stesso grado, il senso della giustizia e il rispetto - o il senso del limite - le due caratteristiche che fondano la politica, che permettono agli uomini di vivere insieme.
Immagino che Grillo non conosca questa teoria, che ritroviamo nel cosiddetto "mito di Protagora", che pure è una delle basi teoriche fondanti della democrazia dell'antica Grecia. Che giustificava, tra le altre cose, che una parte delle cariche nell'antica Atene fossero assegnate attraverso il meccanismo del sorteggio: appunto perché ogni cittadino poteva occuparsi della cosa pubblica. Naturalmente la cosa funzionava perché Atene era una piccola città e perché il sorteggio non era libero, ma avveniva per aree geografiche, in modo che negli organi collegiali scelti con questo meccanismo ci fossero cittadini che abitavano lungo la costa e altri nell'entroterra, qualcuno della città e qualcun altro della campagna, perché a seconda della provenienza geografica rappresentavano istanze e interessi diversi. Non si trattava di partiti come li intendiamo noi, ma certo di persone che in quei consessi rappresentavano interessi precisi e definiti e proprio il fatto che si trovassero insieme faceva sì che dovessero trovare la mediazione tra interessi che spesso erano diversi, se non opposti.
I cittadini di Atene per poter partecipare alla vita pubblica venivano educati in maniera collettiva, ad esempio attraverso il teatro, in cui erano gli spettatori a essere pagati per assistere agli spettacoli. La democrazia che usava anche il sorteggio aveva bisogno che i cittadini fossero informati e consapevoli. Grillo pensa evidentemente a un'altra cosa, pensa a cittadini sempre più ignoranti, sempre più inconsapevoli, sempre più passivi, in modo da essere guidati o teleguidati da qualcun altro. E' la democrazia della rete, in cui uno vale uno, ma chi conta i voti conta un po' più degli altri.
Ma l'aspetto pericoloso della proposta di Grillo non è solo la proposta in sé, ossia la creazione di un senato di persone inconsapevoli e facilmente manipolabili da chi dovrebbe necessariamente "aiutare" i cittadini-senatori, ma anche la sua più ovvia obiezione, ossia che la politica è qualcosa di troppo complicato, di cui i cittadini non devono occuparsi, ma che deve essere gestita dai "tecnici". Togli la maschera clownesca di Grillo e appare quella mortifera di Monti. Il governo dei sorteggiati e il governo dei tecnici sono le due facce della stessa pericolosissima medaglia.
Ed è facile vedere come anche questo si stia facendo strada. A me non preoccupa che il vicepresidente del consiglio nella sua vita abbia fatto solo lo steward allo stadio o che una ministra dell'istruzione non sia laureata o che una sottosegretaria alla cultura da tre anni non tocchi un libro. Se quella ministra avesse la forza politica di fare della scuola un punto centrale dell'azione di governo e se tutte le sue decisioni fossero tese a sostenere la scuola pubblica non mi importerebbe quale sia il suo tutolo di studio; se quella sottosegretaria sostenesse la creazione di una rete di biblioteche pubbliche diffuse nel territorio non mi curerei dei libri che non ha letto. E' importante la politica, le scelte che si fanno, da che parte si sta nella lotta di classe.
Mi preoccupo che tutte queste parole servono a indebolire la politica, ad allontanare le persone dalla politica. Questi, da Grillo a Monti, passando per il povero renzi e l'immarcescibile Travaglio, pensano a una democrazia dove i cittadini siano sempre più un optional, dove le percentuali dei votanti continuino a scendere - e non per caso il ministro della democrazia diretta propone di togliere la soglia ai referendum, in modo che una minoranza decida per tutti. E purtroppo tutto questo non è uno scherzo.