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martedì 29 ottobre 2019

Verba volant (723) teatro...

Teatro, sost. m.

C'è questa compagnia teatrale che sta per cominciare la prova del secondo atto della commedia Il gioco delle parti. Il primo attore non ne vuol sapere di stare in scena con un cappello da cuoco mentre sbatte le uova, ma d'altra parte - si lamenta l'adirato capocomico - cosa possono farci, dalla Francia non arriva più nulla di buono, ci siamo ridotti a mettere in inscena commedie di Pirandello. Come avrete capito quella prova non si svolgerà, interrotta dall'arrivo di sei personaggi in cerca di un autore. Non è solo il gioco letterario del grande drammaturgo siciliano, che prende in giro le astruserie delle sue commedie, quel testo esiste davvero, è stato rappresentato un paio d'anni prima dalla compagnia di Ruggero Ruggeri. Per molti il solito verboso Pirandello, la solita commedia in cui gli attori parlano, parlano, parlano, ma gli spettatori non ci capiscono nulla.
Immagino che il drammaturgo non abbia letto la critica apparsa sull'edizione torinese dell'Avanti! il 6 febbraio 1919, a seguito della rappresentazione al teatro Carignano di questa sua commedia:
Il giuoco vi è diventato meccanismo esteriore di dialogo, puro sforzo letterario di verbalismo pseudofilosofico. L'incomprensione reciproca delle marionette sceniche si è proiettata nel teatro: pieno dominio di monadi senza porte e senza finestre, incomunicabili e incoercibili: l'autore, i personaggi e il pubblico.
Il giovane critico del giornale socialista non ama le commedie di Pirandello: ne ha recensite più di una decina, ma l'unica che l'ha davvero convinto è stata Liolà, per la sua forza da dramma satiresco. E infatti questa commedia viene ritirata dal programma del teatro Alfieri solo dopo due repliche, a seguito delle rumorose proteste di gruppi organizzati di giovani cattolici, sostenuti da alcuni giornali della stessa parte.
Certo Luigi Pirandello non si cura dei giudizi che vengono espressi su quel "fogliaccio" bolscevico da Antonio Gramsci. I due più grandi intellettuali italiani della prima metà del Novecento non sono destinati a conoscersi, né ovviamente a capirsi. Eppure entrambi credono molto nel teatro. Pirandello affida al teatro le sue riflessioni in un gioco di specchi, che raggiunge il proprio culmine nella trilogia del teatro nel teatro. Ma Gramsci non riuscirà a recensire i Sei personaggi: nel 1921 è impegnato a fare delle altre cose. Ha lasciato il posto di critico letterario del giornale a Piero Gobetti. Il politico sardo ha deciso di dedicarsi con impegno alla critica teatrale non solo perché personalmente ama questo genere, ma perché è convinto del suo valore sociale, perché il teatro parla alla collettività e non all'individuo, perché l'opera teatrale è capace di offrire
una rappresentazione viva e sicura di individualità umane che soffrono, gioiscono, lottano per superare continuamente se stesse, per migliorare continuamente la tempra morale della propria personalità storica, attuale, immersa nella vita del mondo.
Certo Gramsci è un intellettuale marxista e nelle sue critiche questo pesa, anche se non sarà mai una fonte di pregiudizio. Pirandello racconta un mondo borghese che non potrebbe essere più lontano da lui. Nessuno dei personaggi del Gioco delle parti ha bisogno di lavorare per vivere, sono borghesi che vivono di rendita, il cui unico impegno pare quello di "gestire" la propria rispettabilità, magari attraverso il rito del duello. Nelle settimane in cui sta per scoppiare il biennio rosso chissà che effetto ha fatto a Gramsci vedere in scena un ricco che cucina per hobby, senza averne bisogno, perché verosimilmente mangerà quello che gli ha preparato il cameriere. Per Gramsci Pirandello racconta un mondo inutile, che la rivoluzione dovrà presto spazzare via, non c'è nessun insegnamento possibile per il popolo da queste commedie.
Dal suo punto di vista Gramsci ha probabilmente ragione e certamente Pirandello non lotta sulla sua stessa barricata, ma forse il filosofo avrebbe dovuto fare uno sforzo in più per capire che quelle commedie raccontano un mondo ormai finito, svuotato, come i gusci d'uovo di cui Leone Gala parla continuamente nella commedia. Nessuno come Pirandello ha la forza di denunciare la crisi e la morte di quel mondo, a cui pure egli appartiene. Ma Gramsci questo non riesce a sentirlo: quelle di Pirandello sono solo parole, che non servono, che non educano. Non è così ovviamente, ma non possiamo pretendere che un uomo come Gramsci riconosca il valore positivo dell'apparente indifferenza di Leone Gala.
Qualche mese prima, l'11 giugno 1918, Gramsci recensisce la rivista satirica Arsenalaide, messa in scena dagli operai dell'Arsenale della città piemontese. Ecco uno spettacolo che gli è piaciuto.
I lavoratori di una maestranza si sono trovati insieme per un fine che non era solo utilitario. Hanno riso insieme. Vi par piccola cosa? È più facile piangere e lamentarsi insieme, che gioire: il riso è esclusività per sua natura, e perciò quando scoppia spontaneo da una società, che non fa di esso il suo scopo, indica un grado superiore raggiunto nella comunione degli spiriti. Hanno sentito questi operai, nella loro collettività, una capacità nuova: la capacità di creare, di istruirsi con le proprie forze, con i mezzi dati da loro stessi. Hanno sentito la propria "intelligenza", il proprio "gusto". Perciò specialmente piace l'iniziativa degli operai dell'Arsenale. Essa indica un alto grado di progresso raggiunto attraverso l'organizzazione. Indica che necessariamente l'organizzazione come forma nuova di civiltà dà luogo, nella sua evoluzione, a tutte le manifestazioni della vita di relazione degli uomini. La cultura e l'arte finiscono col trovare anch'esse il loro posto nell'attività proletaria, non come esteriore dono della società già esistente, ma come energia vitale del proletariato stesso, come sua attività specifica. Si presentano grezze e confuse all'inizio, ma attraverso l'esperienza si affinano e chiariscono.
Probabilmente a Pirandello questo spettacolo non sarebbe piaciuto, ma forse quell'idea che ridere insieme è importante, che è più facile piangere che gioire l'avrebbe potuta sottoscrivere.
E comunque, anche nello scrivere di questo spettacolo frutto dell'impegno di un gruppo di lavoratori, Gramsci non dimentica che il teatro è anche il lavoro di chi scrive, di chi mette in scena, di chi recita. Perché l'aspetto sociale del teatro non nasce solo da un fattore ideologico o dalla sua capacità di essere uno strumento formativo, ma dalla capacità di qualsiasi prodotto artistico di portare bellezza nel mondo.
Gramsci fa politica anche quando fa il critico teatrale: e non potrebbe essere altrimenti. Perché affronta il teatro non solo per quello che è, ma anche per quello che può diventare. Perché per lui il teatro ha valore politico, ovviamente non in un senso volgarmente propagandistico, ma nel suo essere motore di conoscenza, di trasmissione di valori, nel suo essere uno degli strumenti che servono alle donne e agli uomini a crescere, a pensare. Qualcosa che il teatro - tutto il teatro, anche quello borghese che Gramsci non amava - riesce ancora a fare.

mercoledì 14 febbraio 2018

"Sarà domani San Valentino" di William Shakespeare


Sarà domani San Valentino,
ci leveremo di buon mattino,
alla finestra tua busserò,
la Valentina tua diventerò.
Allora egli si alzò,
delle sue robe tutto si vestì,
la porta della camera le aprì,
ed ella non più vergine ne uscì.

Per Gesù, per la Santa Carità,
ahimè, quanta vergogna ci verrà!
I giovani lo fanno,
incuranti del danno,
e del biasimo che gliene verrà. 
Dice lei: "Promettesti di sposarmi,
prima di rovesciarmi."
Dice lui: "Avrei fatto quel che ho detto,
se non fossi venuta nel mio letto."

Così canta Ofelia, nella scena V dell'atto IV di Amleto, mentre vaga per le sale del castello di Elsinore, incontrando re Claudio, la regina e i cortigiani che la guardano con ipocrita compassione. Povera pazza: tutti sembrano dire ascoltando le parole senza senso della giovane figlia di Polonio. Eppure, nonostante questa sia follia, c'è ancora del metodo!
Per quante donne, ancora oggi, in ogni parte del mondo, sono vere queste parole. Per quante donne quell'atto di amore, quella passione, quella gioia, diventano colpa, vergogna, morte. E mentre i maschi non pagano mai per quel loro sfogo, anzi se ne possono vantare, sulle donne ricade il biasimo della società, perché in fondo se l'è cercata. E poi Ofelia è solo una povera pazza.

domenica 1 ottobre 2017

da " Le Troiane" di Euripide


Tacere? No, non tacere. Piangere.
Su che cosa?
Le mie povere ossa!
In che stato sono ridotta,
stesa su un letto di pietra.
Testa, tempie, fianchi: è tutto un dolore.
Voglio contorcermi sul dorso,
oscillando sui fianchi
e accompagnare a questo moto
lacrime e lamenti senza fine.
Anche questa è musica per chi soffre,
gridare sciagure senza danze.
Voi, spose infelici dei Troiani armati di bronzo,
voi vergini destinate a tristi nozze
Ilio è ormai cenere,
piangiamo.
Inizierò il mio canto, come la rondine
lancia ai suoi piccoli lo strido acuto.

sabato 3 giugno 2017

da "Il piacere dell'onestà" (atto I, scena VIII) di Luigi Pirandello

Baldovino (seduto, s'insella le lenti su la punta del naso e, reclinando indietro il capo)
Le chiedo, prima di tutto, una grazia.

Fabio
Dica, dica...

Baldovino
Signor marchese, che mi parli aperto.  

Fabio Ah, sì, sì... Anzi, non chiedo di meglio.  

Baldovino
Grazie. Lei forse però non intende questa espressione "aperto", come la intendo io.

Fabio
Ma... non so... aperto... con tutta franchezza... (e poiché Baldovino, con un dito, fa cenno di no) ... e come, allora?

Baldovino
Non basta. Ecco, veda, signor marchese: inevitabilmente, noi ci costruiamo. Mi spiego. Io entro qua, e divento subito, di fronte a lei, quello che devo essere, quello che posso essere - mi costruisco - cioè, me le presento in una forma adatta alla relazione che debbo contrarre con lei. E lo stesso fa di se anche lei che mi riceve. Ma, in fondo, dentro queste costruzioni nostre messe cosi di fronte, dietro le gelosie e le imposte, restano poi ben nascosti i pensieri nostri più segreti, i nostri più intimi sentimenti, tutto ciò che siamo per noi stessi, fuori delle relazioni che vogliamo stabilire. Mi sono spiegato?  

Fabio
Si, si, benissimo... Ah, benissimo! Mio cugino mi ha detto che lei è molto intelligente.  

Baldovino
Ecco, lei forse crede, adesso, che io abbia voluto darle un saggio della mia intelligenza.  

Fabio
No, no... dicevo, perché... approvo, approvo ciò che lei ha saputo dire così bene.

Baldovino
Comincio io, allora, se permette, a parlare aperto. Provo da un pezzo, signor marchese, dentro, un disgusto indicibile delle abiette costruzioni di me, che debbo mandare avanti nelle relazioni che mi vedo costretto a contrarre coi miei... diciamo simili, se lei non s'offende.  

Fabio
No, prego... dica, dica pure...

Baldovino
Io mi vedo, mi vedo di continuo, signor marchese; e dico: - Ma quanto è vile, ma com'è indegno questo che tu ora stai facendo!

Fabio (sconcertato, imbarazzato)
Oh Dio... ma no... perché?  

Baldovino
Perché sì, scusi. Lei, tutt'al più, potrebbe domandarmi perché allora lo faccio? Ma perché... molto per colpa mia, molto anche per colpa d'altri, e ora, per necessità di cose, non posso fare altrimenti. Volerci in un modo o in un altro, signor marchese, è presto fatto. Tutto sta, poi, se possiamo essere quali ci vogliamo. Non siamo soli! Siamo noi e la bestia. La bestia che ci porta. Lei ha un bel bastonarla: non si riduce mai a ragione. Vada a persuader l'asino a non andare rasente ai precipizii: si piglia nerbate, cinghiate, strattoni; ma va lì, perché non ne può far di meno. E dopo che lei l'ha bastonata, pestata ben bene, le guardi un po' gli occhi addogliati: scusi, non ne sente pietà? Dico pietà. non scusarla! L'intelligenza che scusi la bestia, s'imbestialisce , anch'essa. Ma averne pietà è un'altra cosa! Non le pare?  

Fabio
Ah, certo... certo. Vogliamo dunque venire a noi?

Baldovino
Ci siamo, signor marchese. Le ho detto questo, per farle intendere che, avendo il sentimento di quel che faccio, ho anche una certa dignità che mi preme di salvare. Non c'è altro mezzo di salvarla, che parlando aperto. Fingere, sarebbe orribile, oltre che laido, volgarissimo. La verità!  

Fabio
Ecco, sì... chiaramente... vedremo d'intenderci...

Baldovino
E, allora, se permette, domanderò.  

Fabio
Come dice?  

Baldovino
Le farò qualche domanda, se permette.

Fabio
Ah, sì, domandi pure.

Baldovino
Ecco (trae di tasca un taccuino). Ho qua gli estremi della situazione. Dovendo fare una cosa seria. Meglio per lei, meglio per me. (apre il taccuino e lo sfoglia: intanto, comincia a domandare, con l'aria d'un giudice non severo) Lei, signor marchese, è l'amante della signorina...

Fabio (scattando per troncare subito quella domanda e quella ricerca nel taccuino)
Ma no! scusi... così...  

Baldovino (calmo, sorridente)
Vede? Lei recalcitra fin dalla prima domanda!  

Fabio
Ma certo! Perché...

Baldovino (subito, severo)
Non è vero? Dice che non è vero? E allora (si alza) mi scusi, signor marchese. Le ho detto che ho la mia dignità. Non potrei prestarmi a una trista e umiliante commedia.  

Fabio
Ma come! Io credo che, anzi, così come vuol far lei...  

Baldovino
S'inganna. La mia dignità - quella che può essere - posso salvarla solamente a patto che lei parli con me come con la sua stessa coscienza. O cosi, signor marchese, o non ne facciamo niente. Non mi presto a finzioni indecorose. La verità. Mi vuol rispondere?  

Fabio
Ebbene... sì... Ma non cerchi in codesto taccuino, per carità. Lei vuole alludere alla signorina Agata Renni?  

Baldovino (non transigendo, seguita a cercare; trova; ripete).
Agata Renni, precisamente. Ventisette anni?  

Fabio
Ventisei.

Baldovino (guarda nel taccuino)
Compiti il nove del mese scorso: dunque, nel ventisettesimo. E... (guarda di nuovo nel taccuino) ci sarebbe una mamma?  

Fabio
Ma scusi!  

Baldovino
E' scrupolo, creda, nient'altro che scrupolo da parte mia; affidamento per lei. Mi troverà sempre cosi preciso, signor marchese.

Fabio
Ebbene, si, c'è la madre.

Baldovino
Quanti anni, scusi?  

Fabio
Ma... non so... ne avrà cinquantuno... cinquantadue...  

Baldovino
Soltanto? Ecco, perché... dico francamente: sarebbe meglio che non ci fosse. La madre è una costruzione irriducibile. Ma sapevo che c'era. Dunque, abbondiamo un poco... diciamo cinquantatré. Lei, signor marchese, avrà su per giù l’età mia... Io sono sciupato. Ne mostro di più. Ne ho quarantuno.  

Fabio
Oh, ne ho di più io, allora. Quarantatré.

Baldovino
Ah, mi congratulo: li porta meravigliosamente. Sa? Forse anch'io, rimettendomi un poco... Quarantatré, dunque. Ora, scusi, debbo toccare un altro tasto molto delicato.  

Fabio
Mia moglie?

Baldovino
Ne è separato. Per torti... lo so, lei è un perfetto gentiluomo e chi non è capace di farne, è destinato a riceverne. Per torti, dunque, della moglie. E ha trovato qua una consolazione. Ma la vita - trista usuraja - si fa pagare quell'uno di bene che concede, con cento di noje e di dispiaceri.  

Fabio
Purtroppo!

Baldovino
Eh, l'avrei a sapere! Bisogna che ella sconti la sua consolazione, signor marchese! Ha davanti l’ombra minacciosa d'un protesto senza dilazione. Vengo io a mettere una firma d'avallo, e ad assumermi di pagare la sua cambiale. Non può credere, signor marchese, quanto piacere mi faccia questa vendetta che posso prendermi contro la società che nega ogni credito alla mia firma. Imporre questa mia firma. Dire: - Ecco qua: uno ha preso alla vita quel che non doveva e ora pago io per lui, perché se io non pagassi, qua un'onestà fallirebbe, qua l'onore d'una famiglia farebbe bancarotta; signor marchese, è per me una bella soddisfazione: una rivincita! Creda che non lo faccio per altro. Lei ne dubita? Ne ha tutto il diritto. perché io sono... - mi permette un paragone?  

Fabio
Ma si, dica, dica...

Baldovino (seguitando)
... Come uno che venga a mettere in circolazione oro sonante in un paese che non conosca altro che moneta di carta. Subito si diffida dell'oro; è naturale. Lei ha certo la tentazione di rifiutarlo: no? Ma è oro, stia sicuro, signor marchese. Non ho potuto sperperarlo, perché l'ho nell'anima e non nelle tasche. Altrimenti!  

Fabio
Ecco, bene! E allora, questo. Benissimo! Io non vado cercando altro, signor Baldovino. L'onestà! la bontà dei sentimenti!  

Baldovino
Ho anche i ricordi della mia famiglia... Mi è potuto costare di sacrifizii d'amor proprio, d'amarezze senza fine, di ribrezzo, di schifo... - essere disonesto. Che vuole che mi costi l'onestà? Lei m'invita... sì, dico, doppiamente a nozze. Sposerò per finta una donna; ma sul serio, io sposo l'onestà.  

Fabio
Ecco, si, e basta! Mi basta questo!

Baldovino
Basta? Le pare che le basti? Scusi, signor marchese; e le conseguenze?  

Fabio
Come? Non capisco.  

Baldovino
Eh. vedo che lei... - certamente perché soffre davanti a me e fa a se stesso una grande violenza per resistere a questa situazione penosa, pure d'uscirne, tratta con molta leggerezza la cosa.  

Fabio
No, no: tutt'altro! Come, con leggerezza?  

Baldovino
Permette? La mia onestà, signor marchese, dev'essere o non dev'essere?

Fabio
Ma sì che dev'essere! E’ l'unica condizione che le pongo!  

Baldovino
Benissimo. Nei miei sentimenti, nella mia volontà, in tutti i miei atti. C'è. Me la sento. La voglio. La dimostrerò. Ebbene?

Fabio
Che ebbene? Le ho detto che mi basta questo!  

Baldovino
Ma le conseguenze, signor marchese, scusi! Guardi: l'onestà, così come lei la vuole da me che cos'è? Ci pensi un po'. Niente. Un'astrazione. Una pura forma. Diciamo: l'assoluto. Ora scusi, se io devo essere cosi onesto, bisognerà pure che io la viva - per cosi dire - quest'astrazione; che dia corpo a questa pura forma; che io senta quest'onestà astratta e assoluta. E quali saranno allora le conseguenze? Ma prima di tutte, questa, guardi: che io dovrò essere un tiranno.  

Fabio
Un tiranno?

Baldovino
Per forza! Senza volerlo! Per ciò che riguarda, la pura forma, intendiamoci! - Il resto non m'appartiene. Ma per la pura forma, onesto come lei mi vuole e come io mi voglio - di necessità dovrò essere un tiranno glielo avverto. Vorrò rispettate fino allo scrupolo tutte le apparenze, il che di necessità importerà gravissimi sacrifizii a lei, alla signorina, alla mamma; un'angustiosissima limitazione di libertà, il rispetto a tutte le forme astratte della vita sociale. E... parliamoci chiaro, signor marchese, anche per farle vedere che sono animato del più fermo proposito, sa che verrà fuori subito, da tutto questo? Ciò che s'imporrà tra noi e salterà agli occhi di tutti? Che, trattando con me - non si faccia illusioni - onesto com'io sarò, la cattiva azione la commettono loro, non io! Io, in tutta questa combinazione non bella, non vedo che una cosa sola: la possibilità che loro mi fanno - e che io accetto - d'essere onesto.

Fabio
Ecco... caro signore... capirà... - già lei stesso l'ha detto - non... non mi trovo in condizione di seguirla bene, in questo momento... Lei parla meravigliosamente; ma tocchiamo terra, per carità!  

Baldovino
Io? terra? Non posso!  

Fabio
Come non può, scusi? Che vuol dire?

Baldovino
Non posso, per la condizione stessa in cui lei mi mette, signor marchese! Io devo vagare per forza nell'astratto. Guai se toccassi terra! La realtà non è per me: se la riserba lei. La tocchi lei. Parli: io starò ad ascoltarla. Sarò l'intelligenza che non scusa, ma compatisce.

Fabio (subito, additando se stesso)
La bestia?

Baldovino
Scusi: conseguenza!

Fabio
Ma si! Ma si! Ha ragione! E’ proprio così! Dunque, parlo io, parla la bestia: terra terra, alla buona, sa? Lei ascolti e patisca. Proprio per intenderci...

Baldovino
Dice per me?  

Fabio
Con lei, ma si! Con chi dunque?

Baldovino
No, signor marchese! Con se stesso bisogna che lei s'intenda. Io, per me, ho già bell'e inteso tutto. Ho parlato tanto - non soglio mica parlare molto io, sa? - ho parlato perché vorrei che lei si facesse capace di tutto, bene.

Fabio
Io?

Baldovino
Lei, lei. Per me, già ci sono. E’ facilissimo. Che debbo fare io? Nulla. Rappresento la forma. L'azione - e non bella - la commette lei: l'ha già commessa, e io gliela riparo; seguiterà a commetterla, e io la nasconderò. Ma per nasconderla bene, nel suo stesso interesse e nell'interesse sopratutto della signorina, bisogna che lei mi rispetti; e non le sarà facile nella parte che si vuol riserbare! Rispetti, dico, non propriamente me, ma la forma, la forma che io rappresento, l'onesto marito d'una signora perbene. Non la vuol rispettare?

Fabio
Ma sì, certo!

Baldovino
E non comprende che sarà tanto più rigorosa e tiranna, questa forma, quanto più pura lei vorrà che sia la mia onestà? Perciò le dicevo di badare alle conseguenze. Non per me, per lei! Io, guardi: ho buone lenti per la mia filosofia. E per salvare, in queste condizioni, la mia dignità, mi basterà vedere nella donna che di nome sarà mia, una madre.  

Fabio
Ecco, già... benissimo!

Baldovino
E concepire i miei rapporti con lei a traverso la creaturina che verrà, cioè, a traverso l'ufficio che mi toccherà d'adempiere: candido, nobilissimo ufficio, tutto compreso dell'innocenza del nascituro o della nascitura, che sarà. Va bene così?  

Fabio
Benissimo, sì sì, benissimo!

Baldovino
Per me, badi, non per lei benissimo! Lei, signor marchese, più approva e più va incontro a un mondo di guaj!

Fabio
Come... perché, scusi? Io non vedo tutte codeste difficoltà che vede lei!  

Baldovino
Credo mio obbligo fargliele vedere, signor marchese. Lei è un gentiluomo. Necessità di cose, di condizioni, la costringono a non agire onestamente. Ma lei non può fare a meno dell'onestà! Tanto vero che, non potendo trovarla in ciò che fa, la vuole in me. Devo rappresentarla io, la sua onestà: esser cioè, l'onesto marito devo rappresentarla io, la sua onestà: esser cioè, l'onesto marito d'una donna, che non può essere sua moglie; l'onesto padre d'un nascituro, che non può essere suo figlio. E’ vero questo?  

Fabio
Sì, si, è vero.

Baldovino
Ma se la donna è sua, e non mia; se il figliolo è suo, e non mio, non capisce che non basterà che sia onesto soltanto io? Dovrà essere onesto anche lei, signor marchese, davanti a me. Per forza! Onesto io, onesti tutti. Per forza! 

Fabio
Come come ? Non capisco! Aspetti...

Baldovino
Lei si sente mancare il terreno sotto i piedi.  

Fabio
Ma no, dico... se debbono mutare le condizioni...

Baldovino
Per forza! Le muta lei! Queste apparenze da salvare, signor marchese, non sono soltanto per gli altri! Ce ne sarà una, qua, anche per voi! Una che voi stessi avrete voluta e a cui io appunto dovrei dar corpo: la vostra onestà. Ci pensa lei? Badi che non è facile!  

Fabio
Ma se lei sa!

Baldovino
Appunto perché so! Parlo contro il mio interesse; ma non posso farne a meno. La consiglio di rifletter bene, signor marchese!

(Pausa. Fabio si alza e si mette a passeggiare concitatamente, costernato. Si alza anche Baldovino e aspetta)

Fabio (passeggiando)
Certo che... comprenderà che... se io...

Baldovino
Ma sì, creda, sarà bene che lei ci rifletta ancora un poco, su quanto le ho detto, e lo riferisca - se crede - anche alla signorina. (guarda appena verso l'uscio a destra) Forse non ce ne sarà bisogno, perché...

Fabio (voltandosi di scatto, con ira)
Che cosa crede?  

Baldovino (calmissimo, triste)
Oh... sarebbe in fondo naturalissimo. Io mi ritiro. Mi comunicherà, o mi farà comunicare all'albergo le sue decisioni. (fa per avviarsi; si volta). Può contare intanto, signor marchese, insieme con la signorina, su la mia intera discrezione.  

Fabio
Ci conto.  

Baldovino (lento, grave)
Sono carico, per conto mio, di ben altre colpe; e qui, per me, non c'è colpa, ma solo una sventura. Qualunque sia la decisione, sappia che resterò sempre gratissimo - in segreto - al mio antico compagno di collegio, d'avermi stimato degno d'accostarmi onestamente a questa sventura. (si inchina). Signor marchese...

martedì 3 gennaio 2017

da "Tragedie in due battute" di Achille Campanile

Amleto in trattoria

Personaggi: 
Amleto
Il cameriere
Avventori, camerieri, sigaraio, ecc.

In una trattoria di Danimarca, all'ora del pranzo. 

Amleto
esaminando il microscopico pollo che gli è stato servito

Cameriere, che è questo che m'avete servito? 

Il cameriere
Oh, signore, era un pollo, ma ora e morto, pace all'anima sua, e non è più niente. 

(Sipario)

mercoledì 2 novembre 2016

da "Pilade" di Pier Paolo Pasolini


Vecchio
Oh, uno Diverso, certo. Ma la sua Diversità, per noi,
era come noi avevamo stabilito in cuore
che la Diversità doveva essere. Ossia:
noi vedevamo in lui uno di noi
- niente altro che uno di noi -
dotato di una misteriosa grazia.
Infatti, ci sono, tra gli uomini, ideali comuni:
sappiamo cos’è la fedeltà, la lealtà,
il disinteresse, la passione - ma è raro
che applichiamo a noi tali ideali...
E quando capita che qualcuno
li viva nella sua vita - nei suoi occhi
e i suoi atti - allora pensiamo
che si tratti di un dono divino.
Pensiamo che sia, semplicemente, la sua natura,
nata con lui, senza che gli costi nulla
- come nulla costa a noi la nostra.
Pensiamo, insomma, ch’egli sia com’è -
cioè un uomo ideale - senza che ciò contraddica
le semplici norme umane.

Coro
Ma, che cosa c’è invece in lui, ora, al posto
di quella grazia che noi gli attribuivamo?

Vecchio
La Diversità, appunto. Ma la vera diversità
quella che noi non comprendiamo
come una natura non comprende un’altra natura.
Una diversità che dà scandalo.

lunedì 31 ottobre 2016

da "Peppino Girella" di Eduardo De Filippo


È sempre cos’e nient. Tutte le situazioni così l’abbiamo risolte: è cosa ’e niente, è cosa ’e niente. Non teniamo che mangiare: è cosa ’e niente. Ci manca il necessario: cosa ’e niente. ‘O padrone muore e io perdo il posto: vabbuò cosa ’e niente, cosa ’e niente. Ci negano il diritto della vita: è cosa ’e niente. Ci tolgono l’aria: vabbuò che vvuo’ fa’, è cosa ’e niente. Sempre cosa ’e niente.
Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato. A furia ‘e ddicere: è cosa ‘e niente, siamo diventati cos’e nient io e te.
Chi ruba lavoro è come se rubasse danaro. Ma se onestamente non si può vivere, dimmi, dimmi vabbuò è cos’e nient. Non piangere è cos’e niente. Se io esco e uccido a qualcuno è cos’e nient. E se io impazzisco e finisco al manicomio e ti chiedono perché vostro marito è impazzito tu devi dire: è impazzito per niente. È cos’e nient.
È niente. È sempre cosa ’e niente.

sabato 15 ottobre 2016

da "Morte accidentale di un anarchico" di Dario Fo

Questore
Allora, lei continua a rimanere nella convinzione che se l'anarchico s'è buttato dalla finestra, saremmo stati noi a spingervelo?
Matto
Me l'avete convalidato voi stesso un momento fa... perdendo la testa!
Commissario
Ma noi non eravamo presenti nell'attimo in cui s'è buttato. Domandi alla guardia!
Guardia
Sì, signor giudice loro erano appena usciti quando quello s'è buttato!
Matto
Sarebbe come a dire che uno innesca una bomba in una banca, e poi esce, non è colpevole, perché non era presente al momento dello scoppio! Ah, andiamo bene con la logica qui!...
Questore
Ma no signor giudice, c'è stato un equivoco... l'agente si riferiva alla prima versione... noi stiamo parlando della seconda.
Matto
Ah, già... perché c'è stata una specie di ritrattazione in un secondo tempo.
Questore
Beh, proprio ritrattazione non direi... una semplice correzione...
Matto
Giusto. Sentiamo: che cosa avete corretto? (Il questore fa cenno al commissario).
Commissario
Beh, abbiamo...
Matto
Vi avverto che anche per questa nuova versione ho qui dei verbali. Prego: sentiamo...
Commissario
Abbiamo corretto l'ora del... come dire... dell'inganno...
Matto
Come l'ora dell'inganno?
Questore
Sì, insomma, abbiamo dichiarato che il tranello dell'anarchico con relative frottole invece che a mezzanotte gliel'avevamo recitato verso le otto di sera.
Commissario
Alle 20 insomma...!
Matto
Ah, avete anticipato tutto di quattro ore, anche il volo dalla finestra! Una specie di orario estivo sviluppato!
Commissario
No, il volo no... quello è avvenuto sempre a mezzanotte... invariato. C'erano i testimoni.
Questore
Fra gli altri quel giornalista che stava nel cortile, si ricorda? (Il giudice fa cenno di no). Quello che ha sentito i tonfi sul cornicione e al suolo ed è accorso per primo... quello s'è segnato subito l'ora.
Matto
Va bene... il suicidio è avvenuto a mezzanotte e il saltafossa bidone alle 20... E allora, come la mettiamo con il raptus? Dico... è sul raptus, fino a prova contraria, che si basa tutta la vostra versione del suicidio... Tutti quanti, a cominciare dal giudice istruttore per finire al pubblico ministero, avete sempre insistito sul fatto che quel poveraccio si sarebbe buttato: "causa del raptus improvviso"... e adesso, sul più bello, mi sbattete via il "raptus".
Questore
No, no... noi non glielo sbattiamo via affatto il "raptus"...
Matto
E sì che lo sbattete!: mi distanziate il suicidio di addirittura quattro ore dal momento in cui lei o quel suo collaboratore entrate e gli fate lo scherzo gigante del: "Abbiamo le prove!" E dove mi va a finire così il "raptus" all'improvviso? Dopo quattro ore... hai voglia... avrebbe avuto il tempo di smaltire altro che quella di balla, l'anarchico... potevate anche raccontargli che Bakunin era un pappone e faceva il confidente della polizia e del Vaticano, ed era lo stesso!
Questore
Ma era proprio quello che volevamo, signor giudice!
Matto
Volevate raccontargli di Bakunin pappone?
Questore
No, volevamo dimostrare che il "raptus" non può essere stato determinato dai nostri inganni, dalle nostre false affermazioni... insomma proprio perché da quel momento all'altro suicidio sono trascorse quattro ore!
Matto
E già, ha ragione! Ma che bella pensata... che bravo!!!
Questore
Grazie signor giudice.
Matto
E già, così nessuno può incolparvi di certo: la balla cattiva c'è stata, ma non può considerarsi determinante!
Commissario
Esatto. Quindi siamo innocenti.
Matto
Bravi. Non si capisce perché poi quel poveraccio si sia buttato dalla finestra, ma non ha importanza, per adesso, importante è che voi risultiate innocenti.
Questore
Grazie ancora. Le dirò con sincerità che temevo lei partisse prevenuto nei nostri riguardi.
Matto
Prevenuto?
Commissario
Sì, che ci volesse colpevoli ad ogni costo.
Matto
Per carità... è proprio all'opposto semmai: vi dirò che se mi sono comportato in modo un po' duro e provocatorio, è stato solo per indurvi a produrre prove e argomenti tali da mettermi in condizioni di aiutarvi il più possibile ad uscirne vittoriosi.
Questore
Ne sono sinceramente commosso... E' bello sapere che la magistratura è sempre la migliore amica della polizia!!!
Matto
Diciamo collaboratrice...
Commissario-Questore
Sì, diciamo.
Matto
Ma anche voi dovete collaborare perché io vi possa aiutare fino in fondo... e rendere inattaccabile la vostra posizione.
Questore
Senz'altro.
Commissario
Con piacere.
Matto
Per prima cosa dobbiamo provare, con argomenti inconfutabili che, durante quelle quattro ore l'anarchico aveva smaltito ogni più piccolo scoramento, il famoso crollo psicologico, come lo chiama il giudice archiviatore.
Commissario
Beh, c'è la testimonianza dell'agente qui, e anche la mia, in cui si dichiara che l'anarchico dopo un primo moto di sconforto si riprendeva...
Matto
E' a verbale?
Commissario
Sì, credo...
Matto
Sì, sì, c'è, fa parte della seconda versione dei fatti... eccola: "il ferroviere si calma e dice che fra lui e l'ex ballerino non c'erano dei buoni rapporti". Ottimo!
Questore
Come a dire che non gliene importava un gran che di venire a sapere che fosse lui il dinamitardo assassino.
Matto
Certo, non lo stimava molto, né come anarchico né come ballerino!
Commissario
Forse non lo considerava nemmeno anarchico.
Matto
Io dico che lo disprezzava.
Commissario
Oh, che porta così male!
Matto
E non dimentichiamo che il nostro ferroviere era a conoscenza del fatto che nel gruppo anarchico romano bazzicassero un sacco di spie e confidenti della polizia... lui gliel'aveva detto al ballerino: "la polizia e i fascisti vi adoperano per far scoppiare disordini... siete pieni di provocatori pagati... che vi portano dove vogliono... e poi chi ci andrà di mezzo sarà tutta la sinistra..."
Commissario
Può darsi che abbiano litigato proprio per questo!
Matto
Già, e dal momento che il ballerino non gli aveva dato retta, forse il nostro ferroviere ha cominciato a sospettare che anche lui fosse un provocatore.
Questore
Ah, può darsi.
Matto
Quindi, non importandogli niente, prova inconfutabile: l'anarchico era sereno.
Commissario
Anzi sorrideva addirittura... si ricorda, l'ho dichiarato io stesso fin dalla prima versione.
Matto
Già, ma c'è purtroppo il guaio, che nella prima versione siete anche andati a raccontare che l'anarchico s'era acceso una sigaretta "abbattuto" alla Francesca Bertini e che aveva commentato "sconsolato": "è la fine dell'anarchia". Ta-tata-ta! andiamo, ma che v'è saltato in mente di buttarla sul melodrammatico a 'sto modo. Per dio!
Questore
Ha ragione, signor giudice. E' che è stata un'idea sua, del giovanotto qui; gliel'avevo anche detto: "le sceneggiate lasciamole fare ai cinematografi, noi facciamo i poliziotti".
Matto
Datemi retta, a 'sto punto, l'unica, per capirci qualche cosa, se vogliamo trovare una soluzione organica, è buttare tutto all'aria e ricominciare da capo.
Commissario
Dobbiamo dare una terza versione?
Matto
Per carità! basta rendere più plausibili le due che abbiamo già.
Questore
Giusto.
Matto
Dunque, punto primo, regola prima: qquel che è detto è detto e non si torna più in dietro. Perciò resta fisso che lei commissario e lei o chi per lei signor questore avete fatto il vostro saltafosso bidone... che l'anarchico s'è fumata la sua ultima sigaretta, che ha recitato la sua frase melodrammatica... ma, è qui che abbiamo la variante, non si è buttato dalla finestra perché non era ancora mezzanotte, erano solo le otto.
Questore
Come da seconda versione...
Matto
E si sa che un ferroviere rispetta sempre l'orario.
Questore
Fatto sta che così abbiamo tutto il tempo di fargli cambiare umore... tanto da fargli rimandare l'intento suicida.
Commissario
Non fa una grinza!
Matto
Sì, ma come è avvenuto questo cambiamento... il tempo da solo non basta a medicare certe ferite... qualcuno l'avrà aiutato... che so, con qualche gesto...
Agente
Io gli ho dato un chewingum!
Matto
Bravo. E voi?
Questore
Ma, io non c'ero...
Matto
No, questo è un momento troppo delicato, lei doveva esserci!
Questore
D'accordo, c'ero.
Matto
Bene, tanto per cominciare possiamo dire che la costernazione in cui era caduto l'anarchico vi aveva un pò commossi?
Commissario
Sì, a me mi aveva proprio commosso.
Matto
E possiamo aggiungere che vi era dispiaciuto l'averlo amareggiato... signor questore... lei un uomo così sensibile!
Questore
Sì, in fondo m'aveva fatto una certa pena... mi era dispiaciuto.
Matto
Perfetto! E scommetto che non ha potuto fare a meno di posargli una mano sulla spalla...
Questore
No, non credo...
Matto
Andiamo, è un gesto paterno...
Questore
Beh, forse, ma non ricordo.
Matto
Io sono sicuro che l'ha fatto! La prego... mi dica di sì!...
Agente
Sì, sì, l'ha fatto... l'ho visto io!
Questore
Beh, se m'ha visto lui...
Matto (rivolto al commissario) E lei invece gli ha mollato un buffetto sulla guancia... così (gli dà un buffetto)
Commissario
No, mi spiace deluderla, ma sono sicuro che no... non gli ho dato buffetti...
Matto
Certo che mi delude... e sa perché?... Perché quell'uomo oltreché anarchico era un ferroviere! Se l'era dimenticato? E sa che significa ferroviere? Significa qualcosa che è legata per tutti alla nostra infanzia... significa trenini elettrici e a molla. Lei da bambino non ha mai avuto trenini?
Commissario
Sì ne avevo uno proprio a vapore... col fumo... un treno blindato, naturalmente.
Matto
E faceva anche tu-tut?
Commissario
Sì, tu-tut...
Matto
E' splendido! Ha detto tu-tut... e le si sono illuminati gli occhi!! No, lei dottore non può che aver sentito affetto per quell'uomo... perché nel suo inconscio era legato al suo trenino... e se l'indiziato fosse stato, che so, un banchiere, lei non l'avrebbe nemmeno guardato, ma era un ferroviere e... lei, ne sono più che certo... lei gli ha dato il buffetto...
Agente
Sì, è vero... l'ho visto io... gliel'ha dato: due buffetti!
Matto
Vede... ho i testimoni! E che cosa ha aggiunto mentre lo buffettava...
Commissario
Non ricordo...
Matto
Glielo dico io cosa ha detto: gli ha detto: "su, su... non abbatterti così..." e l'ha chiamato per nome "vedrai, l'anarchia non morirà!"
Commissario
Ma, non mi pare...
Matto
Eh, no... per dio... lei l'ha detto... se no mi arrabbio. Guardi il nervo sul collo. Ammette sì o no d'averlo detto?
Commissario
Eh, va bene, se le fa piacere...
Matto
E allora lo dica... devo metterlo a verbale (comincia a scrivere).
Commissario
Beh, ho detto... su, su... "Ragazzo, non te la prendere... vedrai... l'anarchia non morirà!"
Matto
Bene... e poi avete cantato!
Questore
Abbiamo cantato...?
Matto
Per forza, arrivati a 'sto punto... s'è creato un clima di tale amicizia, di cameratismo... che non si può fare a meno di cantare... tutti in coro! Sentiamo cosa avete cantato? "Nostra patria è il mondo intero" immagino...
Questore
No, scusi signor giudice ma sul fatto del canto in coro non la possiamo proprio più seguire...
Matto
Ah, non mi seguite?... e allora sapete che vi dico?: io vi mollo e arrangiatevi... son fatti vostri... Ordinerà i fatti così come me li avete esposti... sapete cosa ne sortirà... scusatemi l'espressione vivace: ne verrà fuori un gran casino! Si proprio! Prima dite una cosa... poi la ritrattate... date una versione, dopo mezz'ora, ne date un'altra tutta diversa... non vi trovate nemmeno d'accordo fra di voi... qui c'è un appuntato che racconta addirittura che l'anarchico avrebbe già tentato di buttarsi una prima volta lo stesso giorno nel tardo pomeriggio, in vostra presenza... e voi di 'sto particolare da niente non ne avete manco accennato... fate dichiarazioni a tutta la stampa e, se non mi sbaglio, addirittura al telegiornale, di questo tenore: "naturalmente" degli interrogatori fatti all'anarchico non esiste nessun verbale, non s'è fatto in tempo... e dopo un pò: miracolo, ne saltano fuori addirittura due o tre di verbali... e firmati da lui... di suo pugno, da vivo! Ma se un indiziato si contraddicesse una metà di come vi siete impapocchiati voi, l'avreste come minimo accoppato! Sapete cosa pensa a 'sto punto di voi la gente? Che siete dei gran cacciaballe... oltre che dei biricchini... ma chi volete che vi creda più ormai, oltre il Giudice archiviatore naturalmente. E sapete la ragione principale del perché la gente non vi crede?... perché la vostra versione dai fatti oltre che strampalata, manca di umanità... di calore umano... nessuno dimentica la risposta sgarbata e insolente data da lei commissario alla povera vedova dell'anarchico che le chiedeva perché non l'avessero avvisata della morte del marito. Non c'è mai un momento di commozione... nessuno di voi che si lasci mai andare... che sbraghi... magari che rida, pianga... canti!... la gente vi saprebbe perdonare tutte le contraddizioni in cui siete caduti a pié sospinto... ma se, in cambio, dietro a questi impacci, riuscisse ad intravedere un cuore... due "uomini umani" che si lasciano afferrare alla gola dalla commozione e, ancorché poliziotti, cantano con l'anarchico la sua canzone... pur di fargli piacere... "nostra patria è il mondo intero"... chi non scoppierebbe in lacrime... chi non urlerebbe i vostri nomi festanti ascoltando una simile storia! Vi prego! Per il vostro bene... perché l'inchiesta vada in vostro favore... Cantate!
(comincia a cantare sottovoce ammiccando ai poliziotti che impacciati uno dopo l'altro accennano a cantare con lui).
"Raminghi per le terre e per i mari
per un'idea lasciamo i nostri cari."
Forza! voce! (li afferra addirittura per le spalle esaltandoli)
"Nostra patria è il mondo intero... voce per dio!
nostra legge è la libertà ed un pensiero
ed un pensiero... nostra patria è il mondo intero..."
(lentamente, sul coro a voce piena, scende il buio).

giovedì 13 ottobre 2016

da "Mistero buffo" di Dario Fo

La nascita del giullare

- Ahh... gent... vegnì chì che gh'è '1 giular! Giular ca son mi... che fa i salt e ca '1 tràmbula e che... h... oh... a u fai rider, ca foi coi alt e fai vedar com'a sont groli e grosi i balon che vai d'intorna a far guere son sfigürat, o trai via el pileo e... pffs... soi sengobrà. Vegnì chì ca è ora e lögu ca'l fa '1 pajasso tütt inturna, mi a v'insegni, vegna... vegna... Ul fa el saltin, ul fa el cantin, ul fa i giüghetti! Va' la lengua 'me la gira! Ah... ah... a l'è un cultell... boja sta' a recurdat... Ma mi no a l'era sempar... quest ca voi contar, come sunt nasüo. Che mi non son nasüo giular, non son vegnù d'un fiat dal zielo, e, op! e son rivà chi: «Bondì, bonasera». No! Mi a son el frai d'on miracol! Un miracol es fait sü d' me! Vuri' credem? U l'è fait! Mi son nasüt vilan. Vilan, cuntaden propi. U s'eri tristo, alegro, no g'avevi tera, no! U s'eri rivado a 'ndà a lavurar, paréi a tüti in de sti vaj, da partütt. E un zorno u jtat vesen 'na untagna, ma de piera. U l'era de nissün, u l'hai saüdo. U dimandat: «No! Nissün veul sta muntagna!» E mi sunt andai fin su... sun 'dait raspà cuj ung e hu vist che gh'era un po' de tera, e hu vist che gh'era un filolin di aqua co l'andeva da giò de basso, e alora hu scuminsà a gratare. Son andai a tacat al fiüm, hu sbrancat inscì ste brasce, hu te portat la tera, u gh'era i me fjulit, la mia mujer. U l'è dolza la mia mujer, bianca c'u l'è, u l'ha dü zine tunde, e l'andar morbido cu l'hai... cu la par 'na giunca ca meuvasse. Oh... l'è bela! A'g voj ben mi, e voj parlarne. La tera u purtà su coi brasci! e l'erba, che fasevet: pfut... e te vegneva sü tütu, E dài ca l'era belo, l'era tera d'ora! U ciapeva la sapa, u te la meteva e... zu... te nasseva un arbero. Meravegia, u l'era sta tera: u l'era un meracol! U andava piopi, u andava tüti i arbori, a roveri, andava da pertütu. I andava a semenar 'n la lüna giüsta, mi cunusseva! E vegniva roba de magnar dulza, bela, bona. Ugh'era zicurìn, u gh'era crodi, u gh'era fazoj, rave, u gh'era tüto! Par mi, par nüm. O era cuntentu! O se balava, e pö el piueva sempar par di dì e ol sol el brüsava e mi andava, vegniva, e i lüne ereno giüsti, ne gh'era gi mai tropo vento o tropa gruma. U l'era bel! bel! U l'era tera nostra! Bela u l'era, stu gradùn. E ogni dì, u ne fazeva üni... la pareva la torre de Babele... bela cun sti gradi, u l'era ol paradis, ol paradis terestre. Ol giüri. E tüti i pasava i cuntaden e i diseva: - Che cü ca ghet... boja, varda! Da na muntagna u l'ha tirà feura!... Me disgrassià ca nun hai pensat! E invidia i g'aveva e un die l'è pasat ul padron. Ul padron de tüta la vale, u la vardà e l'ha dit: - Du' l'è ca l'è nassüda sta torre? De chi l'è sta tera? - Me, - a g'ho dit, - a l'ho faja me con sti mani, u l'era de nissün. - De nissün? L'è na parola ca nu gh'è, nissun, a l'è la mea. - No! nun è la tua! A sunt anda anca in dal nutar, varda, nu gh'era. U dumandà al prevete, u l'era de nissün e mi l'ho faita, toco par toco. - L'è mea, te me l'hai a darme. - Non poit dar, padron... mi no poi andà sota i altri a trabajar. - Mi t'hai paghi! at do denar, dime quanto vo'. - No! No, non voj denar, no, parché, s' te me dài denar, dopo a no podo comprar altra tera col dinar che te me dài e devo andar a lavorar, a trabajar ancora soto i altri. Non vòi me, no vòi! - Damela! - No! Alura lü l'ha fait una rigulada e l'è 'ndai. El dì appresso a l'è vegnü el prevete a dumandar. - L'è del padrun... fa' el bravo, mola, nun te stai a far de caprissi, varda che quelo l'è tremendo, l'è cativu, mola sta tera! In Deo Domini fa' el bun... - No! no! - g'ho di', - no voi, - e g'ho fà anca un brüt muviment cun la man. A l'è vegnü el nodaro, u l'è vegnü anca lü, ul südava, boja, par vegnì sü a truarme: - Fa' el bravo, gh'è la lege, sta' atento che ti nun ti pode, che ti no... - No! No! - e g'ho fai anca a lü... u l'è andà via biastemando. Ul padron non l'ha mia molà, no! U l'ha cominzà andà a cacia, ul faseva pasà tüti i léguri da la parte de la mia tera! El 'ndava a dre con tüti i cavali e i amisi e '1 me schisciava i sciesi. E in un dì sulamente el m'ha brüsat tüt... u l'era estat... u l'era secat. E lü l'ha dait feug a tüta la muntagna e '1 m'ha brüsà tüt, anca i besti brüsà, la ca' brüsada, ma nun sunt andaj via! Hu aspeciat... e l'è vegnü a pieuver de note, e apreso hu scumensà a netar, a polir, a rimpiantar pal, a remeter roba, repurtar la tera, a sestemar le piere, a fà gnir giò l'acqua dapartüt, perché de lì, boja, no me voj movar! E no me son movüdo! Solo che un di a l'è rivado lü, g'aveva a pres tüti i so suldat; ul rideva, nüm erum nei campi cui fiulit, la mia mujera e mi; s'erum a lavurar, a trabajar, lì. U l'è vegnü, l'è descendü da cavalo, ul s'è cavà le braghe, u l'è vegnü tacat a la mia mujer, u l'hai catada, u l'hai sbatüda par tera, e g'ha strasciat i sochi... Mi a vureva meuves, ma i me tegneva i suldat, e '1 g'ha salta' a dos, u l'ha faita, u l'ha faita cume füdess una vaca. Ca mi e i fiulit cui ögi sbarat, che i vardava e mi a me mueva, me sunt liberat, hu catait 'na sapa, hu dit: - Disgrassià! - Férmat, - m'ha dit me' mujer, - nol fa', no i specian oltre, i specian propi quelo, che te valset el to baston, par pö coparte. No te hai capit? I veur coparte e trar via la tera, no i specia altri, lü el debia pür difenderse, no valse meterse a sbragar con loro. Ca ti no t'hait onore, ti set povero, set contadin, vilan, non puoi pensar dignitat, onore, quela è roba par quei che inn sciuri! ai nobli! Che pö vegn a inrabirse se ghe fan la tosa, se ghe fan la dona, la mujer, ma ti no! Lassa far. Valse pi tera che l'onor de ti, de mi, che tüti. Manza son mi, manza per amor de ti. E mi, a splanger. Caragnà in sü st'afari, l'hu vardà tüt, e i fiulit che piagneva... E lori peu i son andà rigulando content feuravia... u l'era un planger tremendo! Num se pudeva vardarse a presso vün cu l'alter, nun se vardava... s'andava per i paes, u te ciapaven a buciade, a sasade, a piere. Vusaven: - Oh... beu...! No g'hai la forza de far feura onor che nu te g'hai, bestia che te set, la tua mujera a l'ha incalcada el padron e ti te se' stait tranquilo par un mücc de tera, desgrasiò! E la mia mujer l'andava inturna: - Pütana, vaca! - u ghe disevan, e i scarpavan. Nanca in giesa la lassaven pasar. Nissün! E i fiulit no i podeva 'ndare intorna, tüti eremo lì e no ghe guardava pü nissün. La mia mujer a l'è scapada! Mi l'hai pù vidüa; mi no so indue l'è 'ndada, e i fiulit nu me vardava: maladi son vignit, ne manco i plangeva, E son morti! E mi son restai sol. Sol cun sta tera! Nun saveva cossa che fare. Una sera hu ciapai un toc de corda, hu bütà su una trave, me la son metüda inturna al colo, hu dit: - Bon, me lassi andà, adess! Fo per lassam andà impicatt, u me senti pugià una manada, a me volti, a gh'è vün co 'na facia smorta, cui ogi grosi che '1 me dis: - Me dàj un po' de bevar? - Ma te par el mument de vegnì a dumandà de bevar a vün che fa l'impicatt? Boja! Ul vardi e '1 g'aveva una facia de pover crist anca lü e vardi e ghe n'era altri doi, anca lor con una facia patida. - Va ben, ve darò da bevar, dopo me impichi. A vo' a teu par bevar, i vardi ben: - Pü che bevar, vialtri avì besogn de magnar! Ma mi l'è tanti dì che nun fai de magnare... U gh'è de farlo, se vurì. Hu ciapat un baslot, hu metüd in sul feug, a g'ho fait scaldare de le fave, e gh'i ho dai, un baslot per ün, e i magnava! I magnava! Mi no g'aveva voia de magnar... «Speci che adess i magna e peu me impichi». E intanto ch'el magnava, quel cui ög plù grandi che'l pareva propi un pover crist ul surideva e ul diseva: - Brüta storia l'è ti che te vöret impicass! Mi so ben ul perché t'ol vòi fare. T'è perdü tüt, la mujera, i fiulit e te g'ha sojament una tera, bon, mi savie ben! Se füsse in ti no lo vorria fare. E '1 magnava! E 'l magnava! E peu a la fin l'ha metüd giò tüt e l'ha dit: - Ti sai chi son me? - No! Ma g'ho avüt un dübi che ti te set Jesus Cristo, - Bon! T'è induinat. Quest l'è Pietro, e'1 Marco l'è quel là, - Piazer. E cussa fait qua? - Ti te m'hait dait de magnar e mi te do de parlare. - De parlare? Cussa l'è sta roba? - Disgrassià, giüsta che t'hai tegnit la tera, giüsta che non te vòi de padron, giüsta che t'hai üt la forsa de no molar, giüsta… At voi ben, aite forte, bon! ma t' manca un qui cos che t'ha d'aver: qua e qua! (fa segno alla fronte e alla bocca). No star lì atchì in sü la tera, vai d'intorna e a quei che te tira piere, ti parla e dighe, faig comprender, e fai de manera che sta vesciga sgiunfiada ca l'è ol to padron, ti sbüsa cun la tua lengua e fa' andar feura l'acqua e ul sier ca vegn feura a sbrodar marscio. Ti devi schisciare sti padrun, e i previti e tüti quei che va inturna, i nodari, i avogador, quei che va d'intorna. No par ben de ti, par la tua tera, ma par quei che è come ti, ca non han tera e che non han gnente e che han de soffregare sojamente, e che non han dignità da vantare. Campar de servelo, e no de pie! - Ma noi comprende? Mi non son capaze. Mi g'ho 'na lengua che non se move de rentra, embiscigo de par tüto e intopigo a ogni parlar... e no g'ho de stil e g'ho el servelo che u l'è fioco, molo! Come fabia a far le robe che te diset, andà intorna a parlar co i altri? - No arpanza, che ol miracol 'gne adess. Ul m'ha catat per la crapa, ul m'ha catat visin e peu '1 m'ha dit: - Jesus Cristo a soi mi che t' vegna a ti a dat parlar. E sta lengua u la beuciarà e 'ndrà a schisciar 'me 'na lama da partüto vescighe a far sbrogare, a da' contra i padroni e li far schisciare parché i altri i capissa, parché i altri imprenda e parché i altri i poda rigolar. Che no è che col ridare ch'ol padron ul s' fa sbragare, che se i ride contra i padron, ol padron, da montagna ca l'è dijen colina e peu niente ca se move, Tegne! A t' do un baso che at farà parlare. E’l m'ha basao sü la. boca, lungo el m'ha basao. E de bot ho sentit la lengua ca sbissava da partüto, e un zervei c'al se mueva, e tüti i jambi che s'andava in dar par lori, e sunt andà in mess a la piassa del paes a vusà: - Gnìììl Zente! Vegnì chì! Giulare'. Ai fao giugar, giostrare col padron, vesciga granda o l'è e mi de lengua i vo' sbüsare! E ve raconto de tüto, come '1 vien, come '1 vaga e come el Deo nu l'è quelo che '1 roba! È '1 rubar che pregne e i legi süi libri che son lor... parlare, parlare. Ehi gente! Ol padron se va a schisciare! Schisciare! O l'è de schisciare!...

- Oh, gente, venite qui che c'è il giullare! Giullare son io, che salta e piroetta e che vi fa ridere, che prende in giro i potenti e vi fa vedere come sono tronfi e gonfi i palloni che vanno in giro a far guerre dove noi siamo gli scannati, e ve li faccio sfigurare, gli tolgo il tappo e... pfis... si sgonfiano. Venite qui che è l'ora e il luogo che io faccia da pagliaccio, che vi insegni. Faccio il saltino, faccio la cantatina, faccio i giochetti! Guarda la lingua come gira! Sembra un coltello, cerca di ricordartelo. Ma io non sono stato sempre... e questo che vi voglio raccontare, come sono nato. Non che io non sono nato giullare, non sono venuto con un soffio dal cielo e, op! sono arrivato qui: «Buongiorno, buonasera». No! Io sono il frutto di un miracolo! Un miracolo che è stato fatto su di me! Volete credermi? È cosi! Io sono nato villano. Villano, contadino proprio. Ero triste, allegro, non avevo terra, no! Ero arrivato a lavorare, come tutti in queste valli, dappertutto. E un giorno sono andato vicino a una montagna, ma di pietra. Non era di nessuno: io l'ho saputo. Ho chiesto: «No! Nessuno vuole questa montagna!» Allora io sono andato fino in cima ho grattato con le unghie e ho visto che c'era un po' di terra, e ho visto che c'era un filino d'acqua che scendeva, e allora ho cominciato a grattare. Sono andato in riva al fiume, ho schiantato queste braccia, ho portato la terra alla montagna, c'erano i miei bambini, mia moglie. È dolce mia moglie, bianca che è, ha due seni tondi, e l'andamento morbido che ha, che sembra una giovenca quando si muove. Oh! è bella! Le voglio bene io e voglio parlarne. La terra ho portato su con le braccia e l'erba cresceva velocemente, faceva: pff... e veniva su di tutto. E dài che era bello, era terra d'oro! Piantavo la zappa e... pff... nasceva un albero. Meraviglia era, quella terra! Era un miracolo! C'erano pioppi, roveri e alberi dappertutto. Li seminavo con la luna giusta, io conoscevo, e cresceva roba da mangiare, dolce, bella, buona. C'era cicorino, cardi, fagioli, rape, c'era di tutto. Per me, per noi! Oh, ero contento! Si ballava, e poi pioveva sempre per dei giorni e il sole scottava e io andavo, venivo, le lune erano giuste e non c'era mai troppo vento o troppa nebbia. Era bello! bello! Era terra nostra. Bello era questo gradinone. Ogni giorno ne facevo uno, sembrava la torre di Babele, bella con queste terrazze. Era il paradiso, il paradiso terrestre! Lo giuro. E tutti i contadini passando dicevano: - Che culo che hai, boia, guarda: da una pietraia l'hai tirata fuori! Me disgraziato che non l'ho pensato! E avevano invidia. Un giorno è passato il padrone di tutta la valle, ha guardato e ha detto: - Da dove è nata questa torre? Di chi è questa terra? - Mia, - gli ho detto, - l'ho fatta io con queste mani, non era di nessuno. - Nessuno? È una parola che non c'è, nessuno, è mia! - No! non è la tua! Sono andato anche dal notaio, non era di nessuno, ho chiesto al prete, era di nessuno e io l'ho fatta, pezzo per pezzo. - È mia, e tu me l'hai a dare. - Non posso dartela, padrone... io non posso andare sotto gli altri a lavorare. - Io te la pago! Ti do denaro, dimmi quanto vuoi. - No! No, non voglio denaro, perché, se mi dai i soldi, poi non posso comprare altra terra coi soldi che mi dai e devo andare ancora a lavorare sotto agli altri. Non voglio io, non voglio! - Dammela! - No! Allora lui ha fatto una risata ed è andato. Il giorno appresso è venuto il prete a domandare. - È del padrone... fai il bravo, molla, non fare i capricci, guarda che quello è tremendo, è cattivo, molla questa terra. In Deo Domino fai il bravo! - No! No! - gli ho detto, - non voglio, - e gli ho fatto anche un brutto gesto con la mano. È venuto il notaio, è arrivato anche lui, sudava, boia, per venire su a trovarmi. - Fai il bravo, c'è la legge, stai attento che non puoi, che tu non... - No! No! - e ho fatto anche a lui un brutto gesto con la mano, è andato via bestemmiando. Il padrone non ha mollato, no! Ha cominciato ad andare a caccia, faceva passare tutte le lepri dalla parte della mia terra! Andava continuamente avanti e indietro con i cavalli e gli amici a schiacciarmi le siepi. E un giorno mi ha bruciato tutto... Era estate... era seccato. Lui ha dato fuoco a tutta la montagna e mi ha bruciato tutto, anche le bestie bruciate, la casa bruciata, ma non sono andato via! Ho aspettato... è cominciato a piovere la notte, e dopo la pioggia ho cominciato a pulire, a ripiantare pali, a sistemare pietre, a riportare terra, a far scendere acqua dappertutto, perché di lì, boia, non mi voglio muovere! E non mi sono mosso! Solo che un giorno è arrivato lui, aveva appresso tutti i suoi soldati e rideva, noi eravamo nei campi coi bambini, mia moglie e io stavamo lavorando. È venuto, è sceso da cavallo, si è tolto i calzoni, è venuto vicino a mia moglie, l'ha presa, l'ha buttata per terra, le ha strappato le gonne... Io volevo muovermi, ma i soldati mi tenevano, e lui le è saltato addosso, l'ha fatta come fosse una vacca. Che io e i bambini con gli occhi sbarrati, che guardavano, e io mi muovevo, con uno strattone mi sono liberato, ho preso una zappa e ho detto: - Disgraziati! - Fermati, - mi ha detto mia moglie, - non lo fare, non aspettano altro, aspettano proprio questo: che tu alzi il tuo bastone, per poi ammazzarti. Non hai capito? Vogliono ammazzarti e portarti via la terra, non aspettano altro, lui deve pur difendersi, non vale mettersi contro di loro, che tu non hai onore, tu sei povero, sei contadino, villano, non puoi pensare a onore e dignità, quella è roba per i signori, i nobili! Che poi si arrabbiano se gli fanno la figlia, se gli fanno la donna, la moglie, ma tu no! Lascia fare. Vale più la terra che l'onore di te, di me, più di tutto. Manza sono io, manza per amore di te. E io a piangere... piangere su questo affare, ho guardato tutto e i bambini che piangevano. E loro, col padrone, di colpo sono andati via ridendo contenti, soddisfatti. Era un piangere tremendo il nostro! Non riuscivamo a guardarci in viso l'un l'altro. S'andava in paese, ti prendevano a sassate, a pietre. Gridavano: - Oh bue! che non hai la forza di difendere il tuo onore perché non ne hai, bestia che sei, tua moglie l'ha montata il padrone e tu sei stato tranquillo per un mucchio di terra, disgraziato! E mia moglie andava in giro: - Puttana, vacca! - le dicevano e scappavano. Neanche in chiesa la lasciavano entrare. Nessuno! I bambini non potevano andare in giro, tutti erano li, e non ci guardava più nessuno. Mia moglie è scappata! Io non l'ho più vista; io non so dove è andata. I bambini non mi guardano: sono venuti ammalati e manco piangevano. Sono morti! Io sono rimasto solo. Solo con questa terra! Non sapevo cosa fare. Una sera ho preso un pezzo di corda l'ho buttato su una trave, me la sono messa intorno al collo, ho detto: - Bene, mi lascio andare, adesso! Faccio per lasciarmi andare, impiccato, quando mi sento battere una mano sulla spalla, mi volto, c'è uno con una faccia pallida, con gli occhi grandi che mi dice; - Mi dai un po' da bere? - Ma ti sembra il momento di venire a chiedere da bere a uno che si sta impiccando? Boia! Lo guardo e vedo che ci aveva una faccia da povero cristo anche lui, poi guardo e vedo che ce n'erano altri due, anche loro con una faccia patita. - Va bene, vi darò da bere e poi mi impicco. Vado a prendere da bere, li guardo bene: - Più che bere voialtri avete bisogno di mangiare! Ma io sono tanti giorni che non faccio da mangiare... C'è da farlo, se volete. Ho preso un tegame e ho messo sul fuoco a scaldare delle fave e gliel'ho date, una ciotola ciascuno, e mangiavano, mangiavano! Io non avevo voglia di mangiare... «Aspetto che mangino e poi mi impicco», E intanto che mangiava, quello con gli occhi più grandi, che sembrava proprio un povero cristo, sorrideva e diceva: - Brutta storia questa che vuoi impiccarti! Io so bene perché lo vuoi fare. Hai perso tutto, la moglie, i bambini e ti è rimasta solo la terra, bene, io so bene! Se fossi in te non lo farei. E mangiava! mangiava! Poi alla fine ha appoggiato tutto e ha detto: - Tu sai chi sono io? - No, ma ho avuto il dubbio che tu sei Gesù Cristo. - Bene! Hai indovinato. Questo è Pietro, e il Marco è quello là. - Piacere. E cosa fate qua? - Tu mi hai dato da mangiare e io ti do da parlare. - Da parlare? Cos'è questa cosa? - Disgraziato! Giusto che hai tenuto la terra, giusto che non vuoi padroni, giusto che hai avuto la forza di non mollare, giusto... Ti voglio bene, sei forte, buono! Ma ti manca qualche cosa che è giusto che tu devi avere: qua e qua (fa segno alla fronte e alla bocca). Non rimanere qui attaccato a questa terra, vai in giro e a quelli che ti tirano le pietre digli, fagli comprendere, e fai in modo che questa vescica gonfia che è il padrone tu la buchi con la lingua, e fai uscire il siero e l'acqua a sbrodolare marcio. Tu devi schiacciare questi padroni e i preti e tutti quelli che gli stanno intorno: i notai, gli avvocati, eccetera. Non per il bene tuo, per la tua terra, ma per quelli come te che non hanno terra, che non hanno niente e che devono soffrire solamente e che non hanno dignità da vantare. Insegna loro a campare di cervello e non di piedi ! - Ma non capisci? Io non sono capace, io ho una lingua che non si muove dentro la bocca, mi intoppo ad ogni parola e non ho dottrina e ho il cervello fiacco e molle. Come faccio a fare le cose che tu dici, e andare in giro a parlare con gli altri? - Non preoccuparti che il miracolo viene adesso. Mi ha preso per la testa, mi ha tirato vicino e poi mi ha detto: - Gesù Cristo sono io, che vengo a te a darti la parola. E questa lingua bucherà e andrà a schiacciare come una lama vesciche dappertutto e a dar contro ai padroni, e schiacciarli, perché gli altri capiscano, perché gli altri apprendano, perché gli altri possano sfotterli. Che non è che col ridere che il padrone si fa sbracare, che se si ride contro i padroni, il padrone da montagna che è diviene collina, e poi più niente. Tieni! Ti do un bacio che ti farà parlare. Mi ha baciato sulla bocca, a lungo mi ha baciato, E di colpo ho sentito la lingua che guizzava dappertutto, e il cervello che si muoveva e tutte le gambe che andavano da sole, e sono andato in mezzo alla piazza del paese a gridare: - Venite gente! Venite qui! C'è qui il giullare! Vi faccio far satira, giostrare col padrone, che vescica grande è e io con la lingua la voglio bucare. E vi racconto di tutto, come viene e come va, e come Dio non è quello che ruba! È il rubare impunito e le leggi sui libri che sono loro... parlare, parlare. Ehi gente! Il padrone si va a schiacciare! Schiacciare! È da schiacciare!..

sabato 28 novembre 2015

"Vincenzo De Pretore" di Eduardo De Filippo

De Pretore Vincenzo s’arrangiava
campava ‘a bona ‘e Dio, comme se dice.
Figlio di padre ignoto, senz’amice,
facev’ ‘o mariuolo pe’ campà.

Marciava bene: ‘o vestetiello inglese
‘a scarpa mocassino su misura;
‘a cammina le steva na pittura;
‘a cravatta marro’ “petit-pois”.

Nun s’ ‘a faceva, comme v’aggio ditto,
né cu n’amico, né cu nu parente;
campava sulo, nun liggeva niente;
ma ‘o Codice ‘o puteva declamà.

Pe’ na manovra ca fenette ‘nfieto
- nu scippo a na bizzoca - jiett’ ‘a dinto;
nemmen’ ‘o pizzo c’ ‘o mustaccio finto
chella vota ‘o putètteno salvà.

L’ammonimento già l’aveva avuto.
Ddoje vote sorvegliato speciale…
Se spuzzuliaje na Pasca e dduje Natale
c’ ‘o scisto, ‘a fava secca e c’ ‘o cantà.

Quanno ascette, Vicienzo ce penzaje:
“s’adda perdere ‘o nomm’ ‘e De Pretore
si nun trovo nu Santo protettore
ca me protegge ‘nterra, e in aldilà!

E chi sceglio? Chi piglio?” - Finalmente,
chillo ca cerca trova, penza e penza.
Se scigliette nu Santo ‘e conseguenza,
ca meglio d’isso ‘ncielo nun ce stà.

Pato a Gesù, marito d’ ‘a Madonna,
‘mparentat’ a Sant’Anna e a San Gioacchino:
“Si nun me po’ proteggere a puntino
qua San Giuseppe me pruteggiarrà?”

Arrubbava vasanne fijurelle;
nu furto, nu lumino e ddoje cannele…
Era cadut’ ‘ puorco dint’ ‘e mmele.
San Giuseppe ‘o faceva rispettà.

Chi ‘o manteneva ‘o 19 ‘e Marzo,
‘o jiuorno ‘e San Giuseppe! Addirittura,
si se trovava ‘ncopp’ a na Quistura,
nun se steva cujeto manco llà.

Campanno ‘e chistu passo, se capisce,
pure si te protegge ‘o Pateterno,
quaccheduno ce stà, pure all’Inferno,
ca ‘mpiz’ ‘a cora, pe te scumbinà.

A Piaza Municipio, ‘na matina,
sfilann’ ‘o portafoglio a nu signore,
chisto, cchiù lesto, ferm’ a De Pretore
e ‘o ‘ncatasta cu tanta abilità,

‘nfacc’a nu camionne; a nun contento
d’averle sbutecato ‘na mascella,
‘o lassa, mette man’ ‘a rivoltelle,
e tira, senza scrupolo e piatà.

De Pretore cadette “E’ muorto!…E’ muorto!”
“Gneornò, suspir’ancora!”. Ll’aizàjeno
‘a terra e lestu s’ ‘o purtàjeno
dint’ a na carruzzella p’ ‘o salvà.

Miezo stunato… ‘a man’ ‘e nu ‘nfirmiere…
nu fieto ‘e mmedicina l’affucava
e mentre nu chirurgo s’accustava
De Pretore già steva in aldilà.

Cu ‘e pied’ ‘a fora, e cu nu cammisone
‘e musullina, pallido e scaruso,
era, gnorsì, nu poco curioso;
ma ll’aneme se vestono accussì.

Allero e zumpettianno se fermaje
for’ ‘o palazzo ‘e Dio, ‘nnanz’ ‘o purtone:
spustaje cu fforza na maniglia ‘attone,
sbattènnola doje vote pè chiammà.

Nu spurtiello quadrato s’arapette,
e comm’ ‘a guardaporta s’affaciaje
na capa ‘e pruvulone, ca spiaje.
Nomme, cognomme, patria e qualità.

“E a chi volete?” “Voglio a S. Giuseppe…”
“Ma siete atteso?…Siete canusciuto?”
“Ma sono addirittura benvoluto,
San Giuseppe m’ha fatto saglì ccà!”

“Allora ci tenete appuntamento?”
“Così credo. Voi dite: De Pretore,
chillo ca ve scegliette Protettore,
vò sapè, mò che è muorto, c’ ‘adda fa!”

Se chiudett’ ‘o spurtiello. De Pretore
sentett’ ‘o passo ca s’alluntanava.
Doppo poco sentette ca turnava,
cchiù svelto e risoluto a cammenà.

Arapenn’ ‘o spurtiello n’ata vota,
‘o pruvulone, tutt’amariggiato,
dicette: “De Pretò, te si sbagliato.
San Giuseppe ha risposto: “e ch’aggia fa?

Si è muorto se mettesse mmiez’ ‘e muorte,
chi ‘o sape a stu Vicienzo De Pretore?”
Stev’ parlanno cu nostro Signore,
‘o quale ha ditto: “Làssace parlà”.

Vicienzo rummanètte penzieruso.
Po’ dicette: “Ma chesta è malafede!
Si se conta stu fatto nun se crede:
‘e ll’ampe s’ ‘e sapeva cunzumà?

È meglio ca ce jate n’ata vota,
facènnol’ accanì ca so’ diciso;
si nun traso e rummanno ‘mparaviso
facce correr’ ‘e guardie ‘e l’aldilà!”

Doppo aspettato cos’ ‘e mez’ora,
sentette c’ ‘o purtone s’arapeva,
e tanto d’ ‘o remore ca faceva,
Vicienzo se sentette scunucchià.

Po’, quanno s’arapette tuttuquanto,
vedette a San Giuseppe ca scenneva
nu scalone’ndurato, e ca diceva:
“Ma chistu De Pretore, chi sarrà?”

E De Pretore, cu ‘na faccia tosta,
‘o jett’ incontro, cu ‘na mana tesa:
“So’ De Pretore, ‘o figlio d’ ‘a Turresa!
M’hanno sparato ‘na mez’ora fa”

“T’hanno sparato? Uh povero guaglione!
Chi è stato ca t’ha fatt’ ‘o mmalamente?
“Ma allora nun sapite proprio niente?…
Vuje ‘mparaviso che ce state a ffa?…

Llavissev’ ‘a sapè, ca si so muorto,
è certamente pure colpa vosta.
Io arrubavo sicuro, a bella posta,
sapenno ca ce stìveve vuje ccà”

“Sicchè tu si ‘nu muorto mariuolo?!”
“Gnernò, mò ca so’ muorto song’onesto.
Nu mariuolo vivo, si fa chesto,
nun ‘o ffà pe murì, ma pe’ campà”.

“E’ giusto!” rispunnette S. Giuseppe
“però, ccà ‘ncopp’, stu ragionamento
difficilmente, dint’ a ‘nu mumento,
cagna ‘na Legge antica ca ce sta!

Chi arroba in vita, è sempre mariuolo
E doppo muorto resta segnalato…
Si ‘o mariuolo fosse perdunato
‘o ffuoco eterno che ce stesse a ffà?”

De Pretore dicette: “ ‘J che ne saccio,
io nun pozo capì tutte sti llegge.
Chi tene a S. Giuseppe c’ ‘o prutegge,
è San Giuseppe che c’adda penzà”

“Primm’ ‘e tutto - dicette San Giuseppe -
sta prutezione, si me l’ ‘e cercata,
tu te l’ ‘e vista, e tu te l’ ‘e pigliata.
Nun capisco pecchè t’avev’ a dà!”

“Overo? E tutte chelli ffigurelle
cu vvuje fotografato e culurato?
Io, certi vvote, me so ‘ndebbitato
p’ ‘e cannèle e pe’ ll’uoglio! E mò che ffà?…

Mò me dicite “Ccà ce sta ‘na Legge…
Ca ‘o mariuolo è sempre signalato…”
A me, si nun m’avessero sparato,
fosse muorto p’ ‘a famma, San Giusè!…

Mò tantu bello, nun facimme storie,
parlate in confidenza c’ ‘o Signore.
Dicìtele “Vicienzo De Pretore
ll’aggio protetto, e ‘o faccio restà ccà”

“E si me dice: no?” “Peggio pe’ vvuje,
ca ‘lloco ‘ncoppa nun cuntate niente.
Pe’ chello c’ aggio spiso, stregn’ ‘e diente.
Ma vuje …ce avite perzo ‘e dignità!”

San Giuseppe, nu poco penzieruso,
s’abbiaje p’ ‘o scalone, a malincuore,
e se truvaje ‘mpresenza d’ ‘o Signore,
cu lluocchie ‘nterra pe’ nun ‘o guardà.

“Giuseppe cosa c’è?” “Caro Maestro,
va trova comm’ è gghiuto e comm’ è stato,
‘o certo è ca me sento scuncertato.
Nun saccio comm’ avesse accummincià.

Fore ce sta nu mariuolo muorto
Ca se chiama Vicienzo De Pretore.
Siccome me scegliette Protettore
Giustamente vulesse restà ccà”

“San Giusè, ma te fusse rimbambito?
Nu mariuolo! E dice: giustamente?
Ma tu te si stunate veramente!
Chest’ è ‘a vicchiaja ca te fa parlà”

“Che centra? Vuje, ched’è, nun site vecchio?
Anze, si ce penzate, mmiez’ a nnuje,
‘o vicchiacone overo site vuje.
Insomma, ccà se tratt’ ‘e dignità.

De Pretore arrubbava, sissignore;
è muorto acciso pe’ chesta ragione.
S’era fissato c’ ‘a prutezione:
m’appicciava ‘e cannele… c’aggia fa?

Lle vaco a ddì ca nun ne saccio niente…
Ca conta solamente ‘o Pateterno,
e ca se n’adda scènnere all’Inferno
pecchè ‘a protezione nun ce sta?…

Si vuje vulite fa chesta figura,
io nun ‘a voglio fa. Sa che ve dico?
Ve rummanno devoto, frato, amico;
ma ve saluto, e mme ne vaco a ccà”

Dicette ‘o Pateterno: “Chella è ‘a porta.
Però piènzece bbuono nu mumento.
Pecchè, si po’ te ven’ ‘o pentimento,
‘a porta è chiusa, e chiusa restarrà!”

E c’ ‘a mazza fiorita, San Giuseppe,
comme si nun avesse manco ‘ntiso,
lassav’ ‘o posto ‘e copp’ ‘o Paraviso,
c’ ‘a capa sotto, e senza s’avutà.

‘A Madonna, strignènnose dint’ ‘e spalle,
se su sette pur’essa e s’avutaje;
facette ‘a riverenza, salutaje,
dichiaranno: “Ma comme pozzo fa?…

Giuseppe è mio marito, certamente…
E lo devo seguire ovunque vada.
Io, come moglie, seguo la sua strada:
‘na mugliera fedele chesto fa”

Gesù Cristo dicette: “Io song’ ‘o figlio…
Che faccio? ‘E llasso sule? E cu’ qua’ core?
Specialmente mia Madre, se ne more…
Io mme ne vaco cu Papà e Mammà”

Sant’Anna fece segno a San Gioacchino
San Giuvanne, cumpar’ ‘o Salvatore…
L’Angelo Gabriele Annunciatore
pur’ isso s’ ‘a vuleva spalummà.

Tanto, ca ‘o Pateterno se su sette,
strillanno: “Fermi tutti!!…Dove andate?
Si overamente ascite e ve ne jate,
‘o Paraviso nun ‘o pozzo fa”

Tutt’ ‘a Sacra Famiglia se fermaje,
aspettanno ‘a Parola d’ ‘o Signore.
“Va bene, fate entrare a De Pretore…
Almeno, m’ ‘o facite interrogà!”

De Pretore trasette “Vieni avanti
Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore”
“E di cognome?” “Faccio De Pretore”
“Tuo padre?” “De Pretore fuje mammà”

“Come sarebbe?!” “So’ di padre ignoto”
“Non capisco. Ma ignoto di che cosa?”
“Che quando sulla terra non si sposa,
‘e figlie nun se ponno dichiarà”

“Ma i figli sono figli” “Niente affatto.
Vuje ve credite ca so tutte eguale;
ma ‘e figlie, ‘nterra, si nun so’ legale,
campano comme ponno: c’hann’a fa?”

“Ma c’è la Chiesa!” “Comme nun ce stesse,
Nun cagna ‘a strada vecchia p’una nova;
ce sta chi ‘o pate fauzo s’ ‘o trova…
E addeventa legale chillu llà”

Doppo capuziato, ‘o Pateterno
dicette: “Aggio capi’ ‘o fattariello.
Pirciò tu addeventaste mariunciello?”
“Gnorsì, ma sulamente pe’ campà.

Senza ‘nu pate ca te mann’ ‘a scola,
campanno abandunato mmiez’ ‘a via,
facenno sulamente a capa mia…
se sape ca fernesce p’arrubà!

E songo a melione chella ggente
Ca pe’ se mantenè pulit’ ‘a fora,
quanno nu figlio nun è nato ancora,
le negano ‘o diritto d’ ‘o ccampà.

Se ll’accidene ‘ncuorpo, ‘e ccriature,
senza piatà, redento e pazianno.
Pariente e amice ‘o ssanno e nun ‘o ssanno…
E se levano ‘a tuorno ‘a verità.

Overo, Patetè, sti criaturelle
accise primm’ ‘e nascere, addo’ vanno?
Veneno ‘Mparaviso, e nun ‘o ssanno?
E vuje nun c’ ‘o putisseve spiegà?”

“Dove sei nato?” “So’ napulitano.
Pure pe’ chesto stevo scumbinato…
Pe’ Napule ogneduno ha studiato,
pe’ vedè comm’ aveven’ ‘a ‘nguaià!”

“Pero’ senza volerlo…” “Per progetto.
Caro Maestro, con la malafede;
con l’arma che si vede e non si vede,
con la calunnia e con la falsità”

“Ma c’è il governo!” “Nun ne sape niente.
Se ‘mbrogliano cu ‘e llegge pure lloro.
Nun c’è che ffà; s’hanno ‘mparat’ ‘o coro,
ch’a Napule se vene pe’ cantà.

‘O peggio surdo è chi nun sente apposta.
Pecchè, si voglio fa na vita onesta
E nisciuno m’aiuta, che me resta?
Industrializzo la disonestà”

Nu minuto ‘e silenzio, ‘o Pateterno,
cu ‘na santa pazienza se su sette,
e cu ‘na voce ferma po’ dicette:
“Chistu Napulitano resta ccà!”

Po’ se chiammaje San Ciro: “Cì, ‘e sentito
‘o fatto d’ ‘e creature?” “Ll’aggio ‘ntiso…”
rispunnette San Ciro, “’Mparaviso
nun c’è cchiù posto p’ ‘e ricoverà!

Arrivavano a chiome, st’Angiulille…
Ca j’ dicevo…scusate si v’ ‘o ddico:
ma ‘o Pateterno fosse ‘nu nemico?
Sti mmeze criaturelle che nne fa?

Cu ‘e ccapuzzelle grosse, a forma ‘e pera;
ch’ ‘e ddetelle azzeccate e ll’uocchie ‘nchiuse,
pàrene vicchiarelle penzieruse,
ca sanno ‘a ggente, ‘o munno e ‘a ‘nfamità!

N’aggio fatte nuttate appriesso a lloro,
attuorno a tutte chelli spalluzzelle!
Ce n’aggio miso ‘nguenta e ppumatelle…
Ma ‘e scelle nun putevano spuntà…”

Dicett’ ‘o Pateterno: “Nun fa niente.
Nun vularranno maje chist’Angiulille.
Che ffà… so piccerille piccerille
E mm’ ee porto cu mmico, a passià.

Pe’ comme vanno ‘e fatte ‘ncopp’ ‘a terra,
ce sta na Legge mia, can un perdona.
Chillo ca dice: “Dio nun se ne addona”
se sbaglia, pecchè ‘a Leggia mia ce sta.

Nun è ca tutt’ ‘e juorne stong’ attiento
a chello ca succede ‘ncopp’ ‘a terra;
pero’ si se scatena quacche guerra,
è ll’ommo stesso c’ ‘a fa scatenà.

Se ‘mbroglia dint’ ‘a stessa cattiveria,
se ‘mbriaca c’ ‘a vendetta e c’ ‘a malizia;
s’accide, se condanna e fa giustizia;
ma è sempe ‘a Leggia mia ca ce ‘o ffa fa.

Andate tutti a letto. Domattina
Vi sveglierete nelle prime ore
per spiegare a Vincenzo De Pretore
in Paradiso come ci si sta”

‘E Sante cu ‘na meza resatela
e cu ‘nu miez’inchino s’abbiàjeno.
Ammaglieranno amaro se cuccàjeno
penzanno: “’A rrobba mo’ s’adda ‘nzerrà!”

‘O Pateterno, ‘a sera, è abituato
a sentì, ‘Mparaviso, ‘e meglie cante.
Invece, chella notte, tuttuquante
nun ‘e ssenteva manco ‘e pepetià.

E, cu ‘nu naso fino ‘e Pateterno,
‘O Signore capett’ ‘a serenata.
Nun potette durmì tutt’ ‘a nuttata,
penzanno che discorso aveva fa.

Schiarato juorno, fece l’adunata
e dicette: “Capisco il malumore,
avvuje ve fa paura De Pretore,
ch’ è mariunciello, e ca ve po’ arrubbà?

State tranquilli, ne rispondo io.
Chisto pirciò se chiamma Paraviso.
Lietto sicuro, pane ben diviso…
Neh, De Pretore c’arrubbasse a ffà?”

‘E Sante se guardàjeno tutte ‘nfaccia
E ‘ntunajen’ ‘a cchiù bbella Pasturale,
comm’a chella che cantano a Natale:
e pe’ Vicienzo che felicità!

A poco a poco tutte chistu coro,
e tutta chesta musica fernette.
‘E bello De Pretore se sentette
‘a stanchezza e ‘o dolore d’ ‘o campà.

Po’ n’ata voce ‘e cristiane,
una diceva: “Fatelo dormire.
Ripiglia il polso, ma non puo’ capire.
Complimenti, Dottore… se ne va?”

Cu ll’uocchie miez’ aperte, lle parette
‘e vedè ‘na figura d’omme anziano,
cu nu figlietto e cu ‘na penna ‘mmano
e ca diceva:”’O pozzo interrogà?”

N’ata voce dicette: “Con prudenza”
“Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore”
“E di cognome?” “Faccio De Pretore”
“Tuo padre?” “Ve l’ho detto poco fa”

N’ata voce dicette: “Su coraggio
cercate di rispondere al signore”.
“Gnorsì, già mi ha concesso l’alto onore.
Sul’isso me puteva perdunà.

Ce ll’aggio ditto, ch’ero mariunciello
e ca pe’ chesto songo muorto acciso.
Fatemi rimanere in Paradiso!
Tengo… ‘a prumessa e voglio…restà ccà…”

Credenno ca parlava c’ ‘o Signore,
‘nzerraje pe’ sempe ll’uocchie De Pretore.

venerdì 18 settembre 2015

da "Marat/Sade" di Peter Weiss


La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell'ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade

Marat
O questo prurito…
Questo prurito… questo prurito…
Questo prurito mi farà impazzire
Simonne!
Simonne, bagna il panno nell'acqua e aceto, rinfrescami la fronte Simonne.
La febbre, la febbre…
Tutto sotto la mia pelle brucia, Simonne…

Sade
So bene che adesso saresti pronto a cedere tutta la tua fama e il favore del popolo per un paio di giorni di salute.

Marat
E tu marchese? A che cosa rinunceresti pur di credere in qualcosa?

Sade
Dovremmo saper distinguere il vero dal falso per poter credere.
Dovremmo conoscere noi stessi. Io non mi conosco.
Quando credo di aver scoperto qualcosa, la metto in dubbio… e la nego un istante dopo.
Qualunque cosa facciamo è solo una larva di quello che vorremmo fare e mai si scoprono verità diverse dalle verità mutevoli delle proprie esperienze.
Io non so se sono il boia o la vittima.
Invento le torture più mostruose e nel descriverle le patisco nella mia carne.
Sono capace di tutto e tutto mi riempie di spavento e così vedo anche come altri, all'improvviso, si trasformino in belve e si lascino trascinare ad atti imprevedibili.
Belve folli, Marat.
Siamo belve folli….

Entrano in scena un uomo e una donna, avanzano carponi. Improvvisano una lotta feroce, una danza, un amplesso.

Sade (fuori campo)
Una belva folle, una belva folle è l'uomo.
Nella mia vita di millenni ho partecipato a milioni di delitti.
Grassa, grassa è dovunque la terra, della poltiglia degli umani visceri.
Noi pochi viventi, noi pochi viventi camminiamo su un pantano che trabocca di cadaveri.
Dovunque sotto i nostri piedi, ad ogni passo, sotto di noi ossa putride, ceneri, matasse di capelli, denti spaccati, crani spaccati.
Una belva folle son io.
Non c'è gabbia che chiuda, non c'è fine che tenga.
Io mi apro un passaggio sotto qualunque muro, tra lo sterco e l'ossame.
Vedrete, vedrete.
Non è ancora finita
Ho i miei piani segreti.

I due figuranti, prima immobili, fuggono ed escono dalla scena.

Sade
Tu giaci immerso dentro la tua vasca come nell'acqua rosea dell'utero, Marat.
E nuoti solo con la tua immagine del mondo che non corrisponde più agli avvenimenti.
Volevi immischiarti nella realtà e lei ti ha messo con le spalle al muro.
Io ho rinunciato ad occuparmene, la mia vita è l'immaginazione.
La rivoluzione non mi interessa più.

Marat
Falso, Sade, falso.
Con l'immaginazione non si abbattono muri.
Gli ordinamenti non si sovvertono con la penna.
Per quanto ci si affanni, il nuovo nasce soltanto tra goffi e ripetuti tentativi.
Siamo così infetti dai modi di pensare tramandati da generazione in generazione che anche i migliori di noi ancora non sanno come cavarsela.
Abbiamo inventato la rivoluzione, ma non sappiamo ancora come governarla.
Alla Convenzione siedono uomini attaccati ai brandelli del passato, uomini che vogliono sommare ai diritti dell'uomo il sacro diritto all'arricchimento in un felice, vicendevole latrocinio.
La rivoluzione è già vinta, dicono.
E invece siamo più che mai lontani dal nostro scopo.

domenica 5 luglio 2015

da "I Persiani" di Eschilo (vv. 230-244)

Atossa
Questo voglio sapere, amici: in quale parte della terra dicono che si trovi Atene?
Coro
Lontano, dove Sole potente si tuffa languendo.
Atossa
E spasima, mio figlio Serse, di catturare una tale città?
Coro
Tutta la Grecia s'inchinerebbe al Gran Re.
Atossa
Pari a noi contano nerbo d'uomini armati?
Coro
D'una tempra che già diede tormento ai Persiani.
Atossa
In pugno? Lampo di freccia a incurvare lo scatto dell'arco, o...
Coro
No, no: picche immote, corazzate di scudi.
Atossa
E in più, che altro? Scorte domestiche d'oro?
Coro
Pare una vena d'argento. Forziere è la terra.
Atossa
Ma quale capo li comanda? Chi guida il loro esercito?
Coro
Di nessun essere umano essi sono detti schiavi o sudditi!
Atossa
Ma allora come possono reggere all'assalto di genti nemiche?
Coro
Come? Tanto bene ci riescono che hanno fatto a pezzi un'armata di Dario, grande e potente.

domenica 28 giugno 2015

da "La tempesta" (atto IV, scena I) di William Shakespeare


Prospero
I giochi di magia son terminati. 
Come t'avevo detto, quegli attori 
erano solo spiriti dell'aria, 
ed in aria si son tutti dissolti, 
in un'aria sottile ed impalpabile. 
E come questa rappresentazione 
- un edificio senza fondamenta - 
così l'immenso globo della terra, 
con le sue torri ammantate di nubi, 
le sue ricche magioni, i sacri templi 
e tutto quello che vi si contiene 
è destinato al suo dissolvimento; 
e al pari di quell'incorporea scena 
che abbiam visto dissolversi poc'anzi, 
non lascerà di sé nessuna traccia. 
Siamo fatti anche noi della materia 
di cui son fatti i sogni; 
e nello spazio e nel tempo d'un sogno 
è racchiusa la nostra breve vita.