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venerdì 10 novembre 2017

da "Lezioni sul fascismo" di Palmiro Togliatti

Come, in Italia, a un determinato momento si pose il problema della organizzazione della dittatura fascista e come si riuscì ad organizzare il movimento reazionario? Questo è il tema.
Andiamo alle origini. Da un lato vi è la crisi rivoluzionaria, la borghesia è impossibilitata a governare con i vecchi sistemi, c’è un malcontento generale, offensiva della classe operaia, scioperi politici, generali, ecc. Siamo, in una parola, nel dopoguerra: la crisi rivoluzionaria profonda.
In essa si rimarca specialmente un elemento: la impossibilità per la classe dirigente italiana di applicare la vecchia politica, la politica applicata fino al 1912, la politica giolittiana, “riformista”. Non già riformista perché fossero andati al potere i riformisti, ma perché essa era una politica di concessioni a determinati gruppi, intesa a mantenere in piedi la forma della dittatura borghese nella sua veste parlamentare.
Nel dopoguerra questa politica non regge più perché la massa operaia e contadina vi si ribella.
Due grandi avvenimenti si notano nel dopoguerra: il grande sviluppo del Partito socialista italiano che conta centinaia di migliaia di aderenti e milioni di elettori. Dall’altra parte il risveglio delle classi contadine, con molti partiti poiché i contadini sono spezzati. Il partito popolare è un partito contadino. Contemporaneamente vediamo dei movimenti di contadini, delle occupazioni di terre nel mezzogiorno, ecc.
Gli operai e contadini muovono all’attacco e ha inizio il loro blocco. Questa confluenza dell’attacco operaio e contadino si trova nel dopoguerra italiano nelle forme più sviluppate. Essa segna la fine delle forme parlamentari.
La borghesia deve liquidare il parlamentarismo. Il malcontento non si estende solo agli operai ma abbraccia anche la piccola borghesia. Sorgono movimenti piccolo-borghesi, ex combattenti, ecc. la borghesia, la piccola borghesia non sopporta più il regime esistente, vuol cambiare.
Questo è il terreno su cui sorge il fascismo.
Quando questo movimento nella piccola borghesia si trasforma in movimento unico? Non al principio, ma alla fine del 1920. Esso si trasforma quando interviene un elemento nuovo, quando come elemento organizzatore intervengono le forze più reazionarie della borghesia, prima il fascismo si sviluppava ma non era ancora l’elemento fondamentale.
Il movimento fascista sorge durante la guerra. Dopo, continua nei fasci di combattimento. Ma vi sono degli elementi che non lo seguiranno fino in fondo. Per esempio, polemizzando con Nenni lo chiamiamo fascista. Ma a un certo momento egli si è staccato. All’origine il fascismo era composto da vari gruppi, non omogenei, che non avrebbero marciato assieme fino in fondo. Vedi le sezioni fasciste della città nel 1919-1920, vi trovate degli elementi della piccola borghesia appartenenti a vari partiti, che discutevano i problemi politici generali, ponevano una serie di questioni, avanzavano delle rivendicazioni, su questo terreno si ha il primo programma del fascismo (piazza San Sepolcro), prevalentemente piccolo-borghese, che rispecchia l’orientamento dei fasci urbani. Prendete invece il fascismo di campagna: Emilia, ecc. Non è così. Sorge più tardi: 1920. esso si presenta sotto l’aspetto di squadre armate per la lotta contro il proletariato. Sorge come squadrismo. Vi aderiscono spostati, piccoli borghesi, strati sociali intermedi. Ma è immediatamente organo di combattimento contro la classe operaia. Nelle sue sedi non si discute. Perché questa differenza? Perché qui è intervenuto immediatamente, come elemento di organizzazione, l’agrario.
A partire dalla metà del 1921 anche in città si creano delle squadre. Prima a Trieste dove il problema nazionale è più acuto, poi nelle altre città dove più tese sono le forza. Le squadre si forgiano sul tipo della campagna. A Torino dopo l’occupazione delle fabbriche; in Emilia invece il fascismo aveva già a quest’epoca delle forti organizzazioni.
Verso la fine del 1920, interviene anche nelle città la borghesia come elemento d’organizzazione e si hanno le squadre fasciste. Si apre in questo momento una serie di crisi, la crisi dei primi due anni.
Che cosa si discute: siamo noi un partito? Questo il problema del congresso di Roma, del congresso all’Augusteo: dobbiamo diventare un partito. Mussolini: rimaniamo ancora un movimento. Mussolini si sforzava di tener legate più masse possibili ed è per questo che egli ha sempre goduto maggior favore. La lotta era fra elementi che volevano abbattere apertamente le organizzazioni della classe operaia e coloro nei quali ancora forti erano i residui delle vecchie ideologie.
Mussolini tradisce il movimento dannunziano che poteva essere pericoloso. Nel 1920, prende un atteggiamento di simpatia verso l’occupazione delle fabbriche, ma poi cambia completamente. Ci sono allora i primi contatti aperti fra movimento fascista e l’organizzazione degli industriali. Si inizia l’offensiva che durerà due anni, fino alla marcia su Roma.
Era intervenuto l’elemento d’organizzazione gli agrari avevano dato la forma d’organizzazione squadrista a gli industriali l’avevano poi applicata nella città.
Da questa analisi si può dedurre la giustezza di quanto sostenevamo sui due elementi, sulle forze della piccola borghesia e sull’elemento di organizzazione costituito dalla grande borghesia.

martedì 28 aprile 2015

Palmiro Togliatti parla alla Camera l'8 dicembre 1952

Questo è uno stralcio del lungo discorso con cui Palmiro Togliatti chiede sia votata la pregiudiziale di incostituzionalità sulla riforma della legge elettorale presentata dal ministro degli interni Mario Scelba, la cosiddetta "legge truffa".
Qui potete leggere il testo completo.

Togliatti
La Costituzione sancisce che l’Italia è una Repubblica democratica, e dal concetto che fa risiedere nel popolo la sovranità deriva il carattere rappresentativo di tutto il nostro ordinamento, al centro del quale stanno le grandi Assemblee legislative, la Camera e il Senato della Repubblica, a cui tutti i poteri sono coordinati e da cui tutti i poteri derivano.
Ma vi è di più. Questo ordinamento costituzionale democratico e rappresentativo ha una natura particolare, che nessuno può negare, perché la Costituzione non soltanto dice che l’Italia è una Repubblica democratica ma che essa è una Repubblica fondata sul lavoro. E di qui derivano molte cose. Di qui derivano tutti i diritti economici e sociali, deriva la previsione di quelle riforme delle strutture economiche,che volemmo fosse nella Costituzione come indicazione di una strada per l’avvenire, e a proposito della quale un dibattito elegante ebbi allora con l’onorevole Calamandrei, e risolvemmo la cosa accontentandoci di metterci d’accordo su una citazione di Dante. Le riforme economiche, però, sono rimaste nella Costituzione e ne sono parte essenziale.
Da questa definizione particolare del nostro ordinamento democratico non possono non derivare, però, particolari conseguenze per quanto si riferisce al diritto politico .e ai rapporti fra lo Stato e i cittadini.
Quando si asserisce che la Repubblica è fondata sul lavoro, quando si dice che i cittadini hanno eguaglianza di diritti, pari dignità sociale, e quando si aggiunge che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica dello Stato, non si può non riconoscere che il fatto che noi abbiamo definito la Repubblica italiana come Repubblica fondata sul lavoro ha particolari conseguenze per il diritto politico, per la definizione esatta, cioè, dell’ordinamento costituzionale dello Stato.
Infine, vi è una organizzazione storicamente determinata, quella dei partiti politici, che la Costituzione stessa richiama in quel suo articolo 49 dove dice che i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico (cioè in eguaglianza) a determinare la politica nazionale.
Questo è il nostro ordinamento costituzionale, questo e non altro. È evidente che in siffatto ordinamento l’elemento che si può considerare prevalente e che certamente è essenziale è la rappresentatività. È un elemento essenziale per ciò che si riferisce ai rapporti tra i cittadini e le assemblee supreme dello Stato. Ma che vuol dire che un ordinamento costituzionale sia rappresentativo?
[...]
Se guardiamo alla storia, incontriamo all’inizio e partiamo da una visione della rappresentanza come istituto di diritto privato, nel senso che essa riguarda la tutela, attraverso un delegato o mandatario, di determinati interessi di gruppi precostituiti. Alludo alle assemblee rappresentative elette secondo il principio della curia, applicando i quale si ha in partenza una schiacciante maggioranza di “deputati” delle classi possidenti e una minima rappresentanza di operai, di contadini, di lavoratori. Ho voluto ricordare questa bizzarra forma di degenerazione di una istituzione che dovrebbe essere rappresentativa, perché è quella che maggiormente rassomiglia al sistema che viene proposto qui dall’onorevole Scelba. Non vi è dubbio, infatti, che la visione che traspare dalla legge in discussione ci prospetta un Parlamento diviso in curie, non più secondo un criterio economico o sociale, ma secondo un criterio politico. Precede alla elezione del Parlamento un’azione del governo per riuscire, partendo dai dati delle precedenti consultazioni, a raccoglier determinate forze politiche a proprio appoggio. A questo gruppo è quindi già assegnato, prima che si sia proceduto alle elezioni, un numero fisso di mandati, e un numero fisso e ridotto di mandati è assegnato, in modo precostituito, agli oppositori del governo. A questo ci vorrebbe riportare l’onorevole Scelba: al Parlamento eletto per curie. Ed è peggio, direi, il Parlamento per curie ordinate secondo un criterio politico che non secondo un criterio economico, perché scompare qualsiasi base oggettiva della differenziazione. Unica base rimane la volontà sovrana del potere esecutivo.
[...]
Ed ecco subito un altro concetto non facile a districare, quello che definisce la natura nostra, di deputati in quanto rappresentanti. Noi siamo, sì, rappresentanti dei nostri elettori. Nessuno lo può negare: essi si rivolgono a noi, ci inviano lettere, ci sottopongono quesiti; ad essi parliamo, con essi esiste un legame particolare. Ciascuno di noi però - e la Costituzione lo afferma - rappresenta tutto il paese. Nel dibattito intorno a questo concetto, l’estensore della relazione a questo disegno di legge fa naufragio. Mi rincresce doverglielo dire e sottolineare: fa naufragio.
La realtà è che nello sviluppo della scienza del diritto pubblico il fascismo ci ha spinti molto all’indietro. Quando noi oggi andiamo a rivedere i testi e i trattati di diritto costituzionale che andarono per la maggiore durante il fascismo, siamo costretti a inorridire. Ci troviamo di fronte a tale mostruosa contorsione di concetti, a tali bizzarri travestimenti di idee un tempo chiare, per cui comprendiamo come oggi chi allora appartenne a quella schiera non possa comprendere nulla.
[...]
Lei ha peccato contro lo spirito, onorevole Tesauro, e questo peccato non è remissibile. Lei lo sa!
La difficoltà da cui Ella non è riuscito a districarsi è di comprendere come mai il deputato, eletto da un gruppo di cittadini, sia rappresentante di tutto il paese. Sono nato a Genova, mi hanno eletto a Roma, rappresento tutta l’Italia. Come mai? Perché? Questo non si comprende, se non si guarda a tutto lo sviluppo del sistema. La cosa - dice Vittorio Emanuele Orlando -, cioè la rappresentanza come tale, è una nozione che non presenta difficoltà se si riconduce a un «fatto esterno e visivo». Qui affiora, attraverso questa ardita semplificazione, il concetto giusto, che è in pari tempo, vedremo subito, il concetto nuovo della rappresentanza politica e, quindi, dell’ordinamento costituzionale rappresentativo.
Curioso! Questo concetto nuovo venne formulato la prima volta più di 150 anni fa, nell’Assemblea nazionale francese, nel 1789, dal conte di Mirabeau. «Le assemblee rappresentative - diceva - possono essere paragonate a carte geografiche, che debbono riprodurre tutti gli ambienti del paese con le loro proporzioni, senza che gli elementi più considerevoli facciano scomparire i minori». Ecco il concetto nuovo, per cui la rappresentanza viene ridotta quasi a un elemento visivo, e quindi immediatamente compresa nel suo valore sostanziale.
[...]
II 1848 è l’anno in cui appare sulla scena per la prima volta in modo autonomo una nuova classe, la classe operaia, che rivendica non soltanto una rappresentanza e quindi una parte del potere, ma collega questa rivendicazione al proprio programma di trasformazione sociale. Nel 1871 la classe operaia va assai più in là della rivendicazione di una parte del potere per se stessa. Essa afferma la propria capacità di costruire un nuovo Stato.
Questi grandi fatti storici si impongono all’attenzione di tutti. Agli uomini politici di più chiaro spirito liberale e democratico essi indicano la necessità di fare quel passo che separa i parlamenti liberali dai parlamenti democratici rappresentativi. Di non accontentarsi cioè di dire che la maggioranza rappresenta l’opinione generale, anche quella della minoranza, ma di costruire un organismo nel quale si rispecchi la nazione, sperando e augurando che questo consenta uno sviluppo progressivo senza scosse rivoluzionarie. La rivoluzione operaia del giugno 1848 è soffocata nel sangue. Sull’atto di nascita del regime borghese, istallatosi in Francia dopo il secondo crollo napoleonico, sta la macchia di sangue delle fucilate con le quali venne fatta strage degli eroici combattenti della Comune. È una macchia indelebile. Si spegne l’eco delle fucilate, ma resta odor di polvere nell’aria! Il movimento operaio si afferma, va avanti. Il problema è posto, bisogna progredire, bisogna tener conto delle forze nuove che si affermano. Per questo vi è chi comprende che ormai è necessario forgiare l’ordinamento dello Stato in modo che consenta questo progresso e lasci che queste forze, nello Stato stesso, si possano affermare. Per questo il sistema di rappresentanza proporzionale delle minoranze nel Parlamento, che è l’approdo tecnico del movimento, può veramente essere definito il punto più alto che sino ad ora è stato toccato dalla evoluzione dell’ordinamento rappresentativo di una società divisa in classi. Così lo hanno sentito tutti i nostri politici, e non solo quelli che ho già citato. Filippo Turati, quando propose, nel 1919, di passare alla rappresentanza proporzionale, asseriva per questo che la sua proposta aveva un valore storico. Sidney Sonnino si richiamava apertamente, nel proporre e difendere la proporzionale, al fatto storico della Comune. Si trattava di dare una impronta definitiva di democraticità, di rappresentatività e di giustizia all’ordinamento costituzionale dello Stato, nel momento in cui il movimento sociale non può più essere soppresso con la forza.
Naturalmente, il modo in cui si realizza il principio non è uniforme [...]. Lo so. Non è stato trovato ancora un modo di avere la perfetta proporzionalità della rappresentanza. Rimane sempre un certo scarto tra la realtà del paese e la rappresentanza nella Camera, a seconda che si adotti un determinato sistema di conteggio dei voti e dei rappresentanti in rapporto ai voti, oppure un altro sistema. Ma questo non ha niente a che fare con l’abbandono del principio. Quello che interessa è il principio. Il principio per cui noi siamo rappresentanti di tutto il paese nella misura in cui la Camera è specchio della nazione. Dello specchio, veramente, si può dire che ogni parte, anche piccolissima, di esso, è eguale al tutto, perché egualmente rispecchia il tutto che gli sta di fronte. Qualora il principio venga abbandonato, è distrutta la base dell’ordinamento dello Stato che la nostra Costituzione afferma e sancisce.

venerdì 24 agosto 2012

Palmiro Togliatti parla all'Assemblea Costituente il 25 marzo 1947

Presidente
Ha chiesto di parlare l’onorevole Togliatti. Ne ha facoltà.
Togliatti
(segni di attenzione) Signor presidente, signore, onorevoli colleghi. Siamo giunti al termine non di una lotta, ma di un dibattito, di una discussione elevata, ardente, appassionata, la quale ha profondamente interessato non soltanto questa Assemblea, ma tutto il Paese.
Arrivati a questo punto, una dichiarazione, non direi di voto, ma tale che precisi la posizione politica dei differenti partiti, è doverosa, e noi ringraziamo il nostro presidente di averci permesso di fare questa dichiarazione in questo modo, affinché essa possa essere abbastanza ampia e motivata, tale da non lasciare nessun dubbio in nessuno.
Doverosa è la dichiarazione di voto, da parte nostra, di fronte all’Assemblea, doverosa di fronte al nostro partito, doverosa di fronte alle masse di lavoratori e cittadini che ci seguono, che ci hanno dato la loro fiducia, mandandoci qui come rappresentanti della nazione.
L’articolo che sta davanti a noi consta di tre parti. A proposito della terza, il nostro gruppo ha presentato degli emendamenti, anzi un emendamento, il quale potrà essere concordato e posto ai voti insieme con l’emendamento presentato da altri autorevoli colleghi.
Non abbiamo avuto nessuna difficoltà, sin dall’inizio, ad approvare la prima parte dell’articolo, quella nella quale si dice che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
Non solo non abbiamo avuto difficoltà, ma i colleghi della prima Sottocommissione ricordano senza dubbio che questa formulazione è stata data da me stesso.
E qui permettetemi un ricordo.
L’onorevole Dossetti, riferendosi a questa prima parte dell’articolo che stiamo discutendo, cercando di darne una giustificazione dottrinaria, diceva che questa si può trovare in un corso di Diritto ecclesiastico, tenuto precisamente nel 1912, all’Università di Torino, dal senatore Francesco Ruffini.
Voi mi consentirete di ricordare all’onorevole Dossetti che sono stato allievo di quel corso, che l’ho frequentato quel corso, che ho dato l’esame di Diritto ecclesiastico su quelle dispense che egli ha citato e lodato. È, forse, per questo che non ho trovato difficoltà a dare quella formulazione. Ricordo però anche che quelle lezioni non erano frequentate soltanto da me. Veniva alle volte e si sedeva in quell’aula un uomo, un grande scomparso, amico e maestro mio, Antonio Gramsci, e uscendo dalle lezioni e passeggiando in quel cortile dell’Università di Torino, oggi semidistrutto dalla guerra, egli parlava con me anche del problema che ci occupa in questo momento, del problema dei rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano. Eravamo allora entrambi giovanissimi, entrambi all’inizio della nostra vita politica e ci sforzavamo di individuare quali erano le origini e quali avrebbero potuto essere le sorti future di quel contrasto tra lo Stato e la Chiesa che allora era ancora per gran parte in atto in Italia, ma che in parte era superato o si stava superando, e ricordo che Gramsci mi diceva che il giorno in cui si fosse formato in Italia un governo socialista, in cui fosse sorto un regime socialista, uno dei principali compiti di questo governo, di questo regime, sarebbe stato di liquidare completamente la questione romana garantendo piena libertà alla Chiesa cattolica.
Ripeto che la prima parte di questo articolo non offre per noi nessuna difficoltà.
E vengo alla seconda parte, che è quella a proposito della quale hanno avuto luogo i più ampi dibattiti ed avrà luogo lo schieramento più importante in quest’aula. Qui si tocca il fondo del problema dei rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. Ora, di questo problema noi non ci siamo interessati soltanto oggi né soltanto nel corso delle discussioni della prima Sottocommissione e della Commissione dei settantacinque. Fin dall’inizio del 1946, quando si tenne in Roma il V Congresso del nostro partito, dedicammo una parte non trascurabile dei nostri dibattiti all’esame di questo problema, e la nostra posizione venne allora definita così nel rapporto che io tenni al congresso. Permettetemi di citare. "Poiché l’organizzazione della Chiesa" dicevo io allora "continuerà ad avere il proprio centro nel nostro Paese e poiché un conflitto con essa turberebbe la coscienza di molti cittadini, dobbiamo regolare con attenzione la nostra posizione nei confronti della Chiesa cattolica e del problema religioso. La nostra posizione è anche a questo proposito conseguentemente democratica. Rivendichiamo e vogliamo che nella Costituzione italiana vengano sancite le libertà di coscienza, di fede, di culto, di propaganda religiosa e di organizzazione religiosa. Consideriamo queste libertà come le libertà democratiche fondamentali, che devono essere restaurate e difese contro qualunque attentato da qualunque parte venga. Oltre a questo, però, esistono altre questioni che interessano la Chiesa e sono state regolate coi Patti del Laterano. Per noi la soluzione data alla questione romana è qualcosa di definitivo, che ha chiuso e liquidato per sempre un problema. Al Trattato del Laterano è però indissolubilmente legato il Concordato. Questo è per noi uno strumento di carattere internazionale, oltre che nazionale, e comprendiamo benissimo che non potrebbe essere riveduto se non per intesa bilaterale, salvo violazioni che portino l’una parte o l’altra a denunciarlo. Questa nostra posizione è chiara e netta. Essa toglie ogni possibilità di equivoco e impedisce che fondandosi sopra un equivoco si possano avvelenare o intorbidare i rapporti fra le forze più avanzate della democrazia, che seguono il nostro partito e la Chiesa cattolica".
Come vedete, vi sono qui alcune affermazioni fondamentali, alle quali abbiamo il dovere di rimanere coerenti, alle quali ci siamo sforzati di rimanere coerenti, alle quali credo che siamo rimasti coerenti fino ad ora.
Prima affermazione fondamentale: la rivendicazione delle libertà di coscienza, di fede, di culto, di propaganda religiosa e di organizzazione religiosa. Il progetto di Costituzione, per questa parte, ci soddisfa. Noi appoggeremo tutte quelle proposte le quali tenderanno a rendere sempre più tranquille le coscienze di tutti i credenti di tutte le fedi, garantendo loro tutte le libertà di cui hanno bisogno per esplicare il loro culto e svolgere la loro propaganda.
Seconda affermazione: consideriamo definitiva la soluzione della questione romana, e non vogliamo in nessun modo riaprirla.
Terza affermazione: riteniamo che il Concordato sia uno strumento bilaterale e che solo bilateralmente potrà essere riveduto.
Nel corso dei dibattiti della prima Sottocommissione e della Commissione dei settantacinque, ci siamo costantemente attenuti a questi principi, e anche nel mio intervento, e negli interventi degli altri colleghi del mio gruppo, nel dibattito generale sulla Costituzione e nel dibattito su questa parte della Costituzione stessa, queste sono le posizioni che noi abbiamo affermate.
Abbiamo, però, sollevato, in pari tempo, alcune questioni che ci preoccupavano e che ci hanno incominciato a preoccupare particolarmente – e in questo concordo col giudizio dato dal collega Nenni – quando ci si chiese di inserire come tali, e il Trattato e il Concordato, nella nostra nuova Costituzione attraverso un esplicito richiamo.
Precisamente, le questioni che ci preoccupavano erano quella della firma e quella di alcune determinate norme, sia del Trattato sia del Concordato, in cui trovavamo un contrasto con altre norme della Costituzione, da tutti noi insieme volute e approvate preliminarmente nelle commissioni. Questa contraddizione apriva un problema; poneva un interrogativo. Mai abbiamo parlato di una denuncia o dell’uno o dell’altro dei due strumenti diplomatici che sono legati insieme in quel complesso che viene chiamato “Patti del Laterano”. Le stesse preoccupazioni nostre, del resto, in maggiore o minore misura, abbiamo sentito esprimere da tutti, anche dai colleghi di parte democristiana, quando sono intervenuti nel dibattito. Tutti hanno riconosciuto, credo senza eccezioni, per quanto con maggiore o minor vigore, la fondatezza almeno di una parte delle esigenze presentate sia da noi che da altri colleghi di questa parte. In pari tempo abbiamo affermato sin dall’inizio, raccogliendo un appello venuto dal presidente Orlando, il nostro desiderio che si trovasse di tutta questa questione una soluzione attorno alla quale potesse venire realizzata, se non l’unanimità, per lo meno la grande maggioranza di questa Assemblea.
Questo infatti ritenevamo fosse necessario, anzi quasi indispensabile, per consolidare la pace religiosa del nostro Paese. In questo senso ci siamo mossi nelle conversazioni e trattative che hanno avuto luogo negli scorsi giorni tra noi e i rappresentanti di altri gruppi dell’Assemblea. Diverse formule sono state presentate e vagliate nel corso di queste conversazioni. Una di esse, la quale aveva l’autorevole appoggio dell’onorevole Orlando, passava dall’affermazione: "I rapporti ecc. ecc. sono regolati" all’affermazione: "La Repubblica riconosce e conferma i Patti lateranensi". Questa formula, pur essendo per degli aspetti più tassativa, direi anche più impegnativa dell’altra, pure soddisfaceva una delle nostre esigenze, quella del cambio della firma. Al posto di quella del fascismo, subentrava la firma della Repubblica. Non siamo però riusciti a venire all’accordo su questa formula, così come non eravamo riusciti precedentemente a trovare un accordo sopra altre formule le quali tenevano conto di esigenze affacciate, come ho detto, da tutte le parti, anche dalla parte democristiana.
Ho sentito testé l’onorevole De Gasperi affermare che per lo meno una di queste formule, quella sostenuta dall’onorevole Basso, avrebbe potuto essere accettata, se non si fosse impegnata su di essa una discussione impegnativa prima che la cosa venisse davanti all’Assemblea. Mi permetta, onorevole De Gasperi, ma ciò che ella ha detto è una svalutazione diretta dell’Assemblea. I dibattiti che precedono preparano i dibattiti nell’Assemblea; ma qui si decide ogni questione, qui ogni formula deve essere pesata, valutata, accettata o respinta. In questo sta la sovranità della nostra Assemblea. (applausi)
Da ultimo, quando vedemmo che nessuna delle formule presentate era tale che, essendo accettata dalla parte democristiana, ci consentisse di avere quella larga maggioranza o di raggiungere anche quell’unanimità che avremmo voluto si raggiungesse nell’interesse del Paese, si discusse della possibilità di presentazione di un ordine del giorno il quale, a conclusione del dibattito, mettesse in valore l’importanza, il peso di esso nella vita nazionale, pur non dicendo in sostanza nulla di più e nulla di meno di quanto diceva l’articolo 7 e di quanto nel corso del dibattito quasi concordemente era stato detto da tutti.
L’ordine del giorno venne formulato da un autorevole parlamentare e soddisfaceva molti di noi. Anche esso, però, alla fine venne respinto. Nemmeno in quella direzione trovammo quella via di uscita che stavamo cercando, e ciò nonostante avessimo affermato – e tutti lo riconoscevano insieme con noi – che l’approvazione di un simile ordine del giorno, pur non aggiungendo e non togliendo nulla all’articolo, sarebbe stata un atto politico importante, che avrebbe facilitato l’opera necessaria a raggiungere i più larghi consensi possibili e forse l’unanimità.
In nessun modo, dunque, siamo riusciti a metterci d’accordo. Perché? Perché ci siamo trovati a un certo momento e ci troviamo ora in una specie di vicolo cieco? Perché il nostro dibattito è arrivato a questo punto di evidente drammaticità?
Onorevoli colleghi, qui si pone un problema profondo, che io formulerei a questo modo: in sostanza con chi è il dibattito? Fra noi e i colleghi di parte democristiana? Non credo.
I colleghi di parte democristiana alle volte parlano presentandosi come unici difensori della libertà della coscienza religiosa delle masse cattoliche. Non credo che alcuno dei partiti di sinistra voglia lasciare loro la esclusività di questa funzione.
Anche nel nostro partito esistono, e credo per la maggioranza degli iscritti, i cittadini cattolici e noi siamo assertori e difensori della libertà della loro coscienza religiosa. È vero, noi difendiamo questa libertà come partito democratico, moderno, progressivo, comunista, se volete; ma, a ogni modo, la difendiamo. Non lasciamo a voi l’esclusività di questa funzione.
Anzi, mi pare che il dibattito sia stato un po’ viziato dal fatto di esser diventato un dibattito con voi, colleghi democristiani, mentre non lo è. In fondo, il dibattito è tra l’Assemblea costituente italiana e un’altra parte, l’altra parte contraente e firmataria dei Patti del Laterano. Questa è la realtà, che dobbiamo guardare in faccia se vogliamo comprendere bene di che si tratta e quello che dobbiamo fare.
Qui è avvenuto però un fatto spiacevole. È avvenuto che da tutti i settori dell’Assemblea, compreso il vostro, si è detto che un determinato ritocco di alcune norme dei Patti, in un momento determinato, con le forme opportune, sarebbe desiderabile e dovrebbe potersi fare. Ecco una voce unanime, o quasi, che esce dal luogo dove siedono i rappresentanti della nazione. Questa voce, però, non è andata più in là.
Onorevole De Gasperi, qui è mancato qualcosa, è mancato, più che l’intermediario, il rappresentante autorizzato di questa voce, che è la voce della nazione, che si sia presentato all’altra parte, le abbia significato quello che qui si pensa e sia in grado ora di significare a noi quello che da noi quest’altra parte richiede. Non siamo infatti autorizzati a credere che la vostra opinione di partito sia opinione autorizzata dall’altra parte.
In questo dibattito, insomma, abbiamo sentito l’assenza, quell’assenza che lamentava anche l’onorevole Orlando, del governo. La democrazia italiana in questa occasione non è stata guidata da un governo, il quale si sentisse legittimo rappresentante di quella opinione democratica e repubblicana, che qui in modo unanime espresse una stessa esigenza, pure con sfumature diverse riguardo all’intensità. E forse questo è il male che succede in tutti i Paesi, quando si agitano questioni di questa natura e il partito dirigente è il Partito democristiano. (commenti)
L’onorevole De Gasperi ha parlato, e io mi aspettavo parlasse come capo del governo. Se avesse parlato come capo del governo dicendoci: "Così si pone il problema; questo è da farsi nell’interesse nazionale", lo avrei applaudito. Egli ha avuto invece, come uomo di governo, un unico accenno alla necessità di consolidare il regime repubblicano. Onorevole De Gasperi, questo accenno l’abbiamo compreso; l’avevamo anzi già compreso prima.
Ripeto: avremmo voluto che l’onorevole De Gasperi non parlasse qui, come ha parlato, quale esponente del Partito democristiano o, ancora di meno, come esponente della coscienza cattolica, la quale non si estrinseca né si può estrinsecare in un solo partito; ma che, per tramite suo, tutto il nostro dibattito fosse guidato da un rappresentante autorizzato di tutta la nazione, cioè dal nostro governo, democratico e repubblicano.
Questo non è avvenuto; e dobbiamo dolercene. Siamo dunque costretti, per conoscere la posizione dell’altra parte, a leggere il suo organo autorizzato ufficiale L’Osservatore Romano.
L’onorevole Nenni ne ha parlato come di un giornale tra gli altri. No, questo non è esatto, e questo non basta. Permettetemi di parlare dell’Osservatore Romano come dell’esponente autorizzato dell’altra parte. Esso è l’unica voce, l’unico mezzo che abbiamo per conoscere che cosa pensa la Santa Sede, la quale è firmataria, insieme con i rappresentanti di allora dello Stato italiano, degli atti di cui stiamo discutendo.
Orbene, le affermazioni a questo proposito dell’organo ufficiale autorizzato della Santa Sede non sono equivoche. Prendo soltanto quattro degli articoli consacrati, in date diverse, alla trattazione di questo problema dall’Osservatore Romano e vi trovo le stesse affermazioni.
Il 13 di marzo: "Simile omissione [l’omissione del richiamo al Trattato e al Concordato nella Costituzione] significherebbe nella realtà... non un silenzio, non una lacuna, ma una minaccia, un pericolo. La minaccia alla pace religiosa, il pericolo di vederla turbata per la possibilità che lo sia".
Il 19 dello stesso mese: "Questo eventuale diniego [si tratta sempre del diniego del richiamo esplicito ai Patti], il sostenerlo necessario, il presagirlo possibile, turba già la pace e l’unità spirituale del popolo, il quale può ben pensare fin d’ora che tale pace, tale unità è minacciata per l’avvenire, se al suo unico fondamento si vuol... togliere la sicurtà costituzionale".
Il 20 e il 21 dello stesso mese: "Per quanto si protesti fin d’ora di non voler cadere nell’anticlericalismo di maniera, né in una lotta contro la religione, tuttavia [se si esclude dall’articolo 5 il richiamo costituzionale ai Patti lateranensi], pace religiosa... certissimamente non sarà, purtroppo".
Il 22 di marzo: "Se realmente si vuole che nessuna lotta a carattere religioso turbi il faticoso rinnovamento della patria, perché mai così manifesto timore di riaffermare, in un momento e in un documento solenne, l’efficacia di Patti sottoscritti non soltanto tra un governo e altro governo, tra uno Stato e altro Stato, bensì tra il popolo italiano e la sua fede e la sua Chiesa?".
Non vi è dubbio che ci troviamo di fronte a un’esplicita manifestazione di volontà dell’altra parte, della Chiesa cattolica, della Santa Sede. Ed è questo il punto da cui dobbiamo partire, onorevoli colleghi, nel determinare la nostra posizione. Questo è il punto da cui dobbiamo partire, dal momento che tutte le questioni da noi precedentemente sollevate sono state sempre subordinate a una esigenza fondamentale, quella di non turbare la pace religiosa del nostro Paese.
Esisteva o no la pace religiosa prima di oggi, prima del crollo del fascismo, prima della disfatta? Si può discutere, si può vedere come sono andate le cose storicamente.
Nel 1929, quando i Patti lateranensi furono firmati, non c’è dubbio che, nonostante tutto il precedente lavorio preparatorio compiuto da uomini politici di marca democratica e di fede liberale, non c’è dubbio che quell’accordo, concluso in quel momento, fece veramente pesare sul nostro Paese – permettetemi l’espressione romantica – l’ombra funesta del triste amplesso di Pietro e Cesare. Lo sentimmo chiaramente noi, che dirigevamo la lotta antifascista della parte avanzata del popolo italiano. Sentimmo che, nonostante oggi si interpreti l’espressione “uomo della Provvidenza” dicendo che si trattava di riferirsi a quella virtù che la Provvidenza ha di mandare uomini buoni e uomini cattivi, allora “uomo della Provvidenza” fu inteso come uomo “provvidenziale”.
Poi le cose cambiarono, senza dubbio. Questa prima impressione si attutì; qualche posizione fu conquistata e consolidata da noi; qualche posizione fu perduta dal fascismo; la nostra lotta per la democrazia, per la libertà contro la tirannide si sviluppò; gli uomini si svincolarono da quella primitiva impressione. Arrivammo così alla guerra di liberazione, nella quale avemmo profonda l’impressione che la pace religiosa veramente ci fosse. Vedemmo infatti nelle nostre unità partigiane operai cattolici affratellati con militanti comunisti e socialisti; vedemmo nelle unità comandate dai migliori tra i nostri capi partigiani, i cappellani militari, sacerdoti, frati, accettare la stessa nostra disciplina di lotta. Tutto questo ci permetteva di ritenere che la pace religiosa fosse stata raggiunta. Per questo chiudemmo quella pagina; né avevamo alcuna intenzione di riaprirla. Non solo, ma arrivammo a quel grande successo, a quella grande vittoria che è stata l’unità sindacale, giungemmo alla conclusione di un patto di unità sindacale fra le grandi correnti tradizionali del movimento operaio italiano: la corrente comunista, la corrente socialista e la corrente cattolica. Poi ci fu il 2 giugno, che segnò senza dubbio un passo addietro, per gli episodi di cui tutti fummo testimoni; per i motivi che tutti sappiamo. E ora siamo di fronte all’avvenire e a difficoltà nuove per il nostro Paese: siamo di fronte a problemi economici e politici che si stanno accumulando e intrecciando l’uno con l’altro. In questa situazione, abbiamo bisogno della pace religiosa, né possiamo in nessun modo consentire a che essa venga turbata.
Ora, il contrario del termine “pace” è “guerra”. È vero che per fare la guerra bisogna essere in due e che una delle parti può sempre dichiarare – come fai tu, compagno Nenni – "noi la guerra non la vogliamo"; ma per dichiararla, la guerra, basta uno solo. Di questo bisogna tener conto.
Questa è la situazione reale, di fatto, che oggi esiste, e noi, Partito comunista, che dal momento in cui abbiamo incominciato ad agire legalmente nel Paese, sempre abbiamo avuto tra i nostri principali obiettivi quello di mantenere la pace religiosa, non possiamo trascurare questa situazione, anzi dobbiamo tenerne conto e adeguare ad essa la nostra posizione e, di conseguenza, il nostro voto.
E qui la mia dichiarazione di voto potrebbe trasformarsi in un appello: potrei rivolgermi ai colleghi socialisti, ai colleghi di altre parti, invitandoli a votare con noi, a votare come noi voteremo. (interruzioni-commenti)
Essenzialmente però noi votiamo tenendo conto della nostra responsabilità; e comprendiamo benissimo che la responsabilità nostra è più grave forse di quella di qualsiasi altro membro di questa Assemblea: è certamente più grave di quelli che posso considerare come degli isolati, dell’onorevole Lussu, dell’onorevole Crispo, o dell’onorevole Condorelli, che non sono a capo di grandi partiti; anche, vorrei dire, dell’onorevole Benedetto Croce, che è passato in quest’aula come un’ombra, l’ombra di un passato molto lontano! La nostra responsabilità è più grande, in sostanza, anche di quella dei colleghi socialisti, perché non siamo soltanto partito della classe operaia, ma siamo considerati come il partito più avanzato dei lavoratori, e in sostanza la maggioranza della classe operaia orienta la sua azione a seconda del modo come il nostro partito si muove.
Per questo non è soltanto alla nostra coscienza e convinzione personale, individuale che noi ci richiamiamo, come si richiamano altri colleghi, nel decidere il nostro voto. Essenzialmente facciamo appello a questa nostra responsabilità politica, e al modo come noi realizziamo la linea politica che ci siamo tracciata nella attuale situazione del nostro Paese. La classe operaia non vuole una scissione per motivi religiosi, così come non vuole la scissione fra noi e i socialisti. Noi siamo dunque lieti, anche se voteremo differentemente dal Partito socialista, che questo fatto non apra un contrasto fra di noi. In pari tempo però sentiamo che è nostro dovere fare il necessario perché una scissione e un contrasto non si aprano tra la massa comunista e socialista da una parte e i lavoratori cattolici dall’altra.
Abbiamo avuto stamane i risultati della votazione svoltasi in preparazione del congresso confederale alla Camera del lavoro di Milano. Si sono avuti 327mila voti per i comunisti, 152mila per i socialisti e 106mila per i democristiani. Orbene, vogliamo noi che tra questa massa di 106mila operai che segue la Democrazia cristiana e la rimanente massa di tre o quattrocentomila operai che non seguono la Democrazia cristiana, ma di cui molti sono cattolici, si apra un contrasto proprio oggi, in un momento in cui questioni così gravi sono poste davanti a noi, in cui è soprattutto necessario che le forze del lavoro siano unite? (commenti). Non solo, ma io ritengo che la classe operaia, che noi qui rappresentiamo, o almeno quella parte di lavoratori che è rappresentata da noi, sia interessata a che sia mantenuta e rafforzata l’unità morale e politica della nazione, sulla base di una esigenza di rinnovamento sociale e politico profondo. Anche di questo interesse e di questa esigenza noi teniamo conto.
E qui avrei finito, onorevoli colleghi; avrei finito se la posizione assunta dal nostro partito in questa discussione, e soprattutto nelle conversazioni che hanno avuto luogo nei giorni scorsi, non fosse stata al centro di una particolare attenzione e nella stampa e nell’assemblea.
Forse mi permetterete di dedicare qualche minuto ancora all’esame delle critiche e delle obiezioni che ci sono state fatte, tanto più in quanto ciò mi permetterà di chiarire ancora meglio la nostra posizione e trarne tutto il succo.
Lascerò da parte le volgarità, gli articoli come quelli che scriveva l’altro giorno un illustre camaleonte, il signor Mario Missiroli, domandandosi che cosa c’è sotto all’atteggiamento dei comunisti, eventualmente favorevole al voto dell’articolo 5 o dell’articolo 7, nella forma in cui questo articolo viene presentato. L’autore di questo scritto argomenta lungamente e argomenta, naturalmente, in termini di hegelismo. Ma l’hegelismo l’abbiamo studiato anche noi, anche noi ce la sappiamo cavare con queste formulette, e soprattutto sappiamo come molte volte esse vengano adoperate esclusivamente per coprire una specie di cinismo, come quello di cui dà prova questo signore che accusa noi di non avere una coscienza etica dello Stato, perché saremmo disposti anche ad accettare la formula dell’articolo 5 così come ci è stata presentata: proprio lui che, per esaltare i Patti del Laterano, scrisse un intiero volume che, si dice, ebbe il personale plauso di Mussolini!
È evidente che lezioni di etica da un camaleonte non le prendiamo.
Ma eleviamoci in un’atmosfera superiore: paullo maiora canamus. Anche in quest’aula, la questione del nostro atteggiamento è stata posta, e prima di tutto dall’onorevole Orlando, il quale ha detto: "Non vorrei collocarmi più a sinistra dei comunisti". Che cosa è destra e che cosa è sinistra non sempre è facile dirlo in politica, onorevole Orlando. A ogni modo, non ho ben capito se, quando ella usava quella espressione, intendeva esprimere una perplessità sua circa la posizione che ella doveva prendere, oppure se avesse voluto che noi ci collocassimo un po’ più a sinistra per far posto a lei. (si ride). Insomma, vi è qualcuno che avrebbe voluto ad ogni costo che fossimo noi a condurre questa battaglia. No, signori: noi conduciamo le battaglie che sembra a noi debbano essere combattute e, quando riteniamo che per consolidare l’unità politica e morale della nazione debba essere presa una determinata posizione, la prendiamo, lo diciamo chiaramente e ci assumiamo tutte le responsabilità che ne derivano.
Ma anche l’onorevole Nitti ci ha fatto oggetto della sua critica e delle sue benevole osservazioni. L’onorevole Nitti si è lusingato di darci una piccola lezione di interpretazione del marxismo. Onorevole Nitti, siamo sempre disposti ad accogliere tutte le lezioni. Però, quando si tratta di una interpretazione del marxismo, diretta allo scopo di determinare la nostra politica, questa lezione ce la diamo fra noi. La sede di essa è il nostro comitato centrale, sono gli organi dirigenti del nostro partito. Se ella crede di entrare nel nostro partito (Ilarità), forse potrà anche collaborare alla elaborazione della dottrina marxista nei riflessi e nelle applicazioni che questa comporta nella vita politica di oggi. La porta non è chiusa per nessuno, e non è detto che ella non possa rapidamente superare i gradini che portano anche alle più alte cariche del partito, in modo che ella possa dare il suo contributo alle direttive di azione di un partito che si sforza di applicare alla situazione attuale precisamente i principi del marxismo. (si ride)
Ma lasciamo gli scherzi, onorevole Nitti, ella ha detto una cosa che io non accetto: ella ha detto che i regimi socialisti non si conciliano con l’esistenza della religione. Non è vero: e questo è il punto che desidero chiarire meglio, perché illumina nel modo migliore la nostra posizione di oggi.
Vi è una sola esperienza in proposito, l’esperienza dell’Unione Sovietica. È evidente che nel corso della sua esistenza, l’Unione Sovietica ha dovuto attraversare differenti periodi, anche per questo riguardo. Ma che cosa avvenne in quel Paese? Avvenne che la Chiesa cristiana ortodossa, l’unica Chiesa ivi esistente, per il suo orientamento politico e per il tipo stesso della organizzazione, era strettamente vincolata al vecchio regime zarista, a quel regime di oppressione economica, politica e sociale, a quel regime di tirannide che era uno dei più arretrati, inumani e barbari di quei tempi.
Gli esponenti della Chiesa ortodossa ritennero di dover prendere la difesa del regime zarista e delle forze sociali che esso esprimeva, contro le masse di operai, di contadini, di intellettuali avanzati, che volevano rinnovare profondamente, su una base socialista, il loro Paese, e adempivano questo compito edificando un nuovo Stato, uno Stato socialista. Ebbene, il nuovo Stato accettò la lotta e vinse. Vinse, e non poteva non vincere, come non possono non vincere tutti i regimi che attuano profonde trasformazioni politiche e sociali, quando queste sono mature nella coscienza popolare e nello sviluppo stesso delle cose. Vinse, e la Chiesa ortodossa ne subì, per un periodo di tempo abbastanza lungo, le conseguenze.
Però noi vedemmo, già prima dell’ultima guerra, che la situazione era cambiata; e nel corso della guerra non soltanto funzionarono regolarmente, liberamente le istituzioni religiose, ma il sentimento religioso agì come stimolo alla lotta eroica delle grandi masse della popolazione di tutte le parti della Russia per la difesa della patria socialista minacciata nella sua esistenza dalle orde dell’invasione tedesca e fascista. Oggi esiste in Russia un regime di piena libertà religiosa (commenti), e il regime socialista si rivela perfettamente conciliabile con questa libertà.
Questo, colleghi democristiani, è il punto al quale io volevo arrivare, perché da esso traggo due insegnamenti: il primo è che non vi è contrasto fra un regime socialista e la coscienza religiosa di un popolo; il secondo è che non vi è nemmeno contrasto fra un regime socialista e la libertà religiosa della Chiesa, e in particolare di quella cattolica.
Questa è la posizione di principio più profonda, che non solo giustifica, ma spiega la posizione che noi prendiamo in questo voto. Vogliamo rendere sempre più evidente al popolo italiano questa verità. Quindi è inutile che vi poniate delle domande superflue: è inutile vi domandiate cosa c’è sotto. Non c’è sotto nient’altro che questo: il nostro voto sarà dato secondo convinzione e per disciplina: per disciplina a una linea politica, secondo la convinzione che questa politica è quella che meglio corrisponde agli interessi della nazione italiana.
Si dice che verrà chiesto un voto segreto, oppure che voteremo pubblicamente per appello nominale. Il nostro voto non cambierà, sia che si voti in segreto, sia che si voti apertamente. Non vi sono in noi preoccupazioni elettorali se non nel senso di tener fede alle assicurazioni che abbiamo dato agli elettori che hanno votato per noi... (commenti animati-interruzioni)
una voce
Non ci crediamo.
Togliatti
Onorevoli colleghi della Democrazia cristiana, la vostra intolleranza è utile. (commenti). Essa serve a dimostrare la validità delle argomentazioni dei vostri contraddittori. Ho cercato di dimostrare prima che è stato un inconveniente per noi aver dovuto trattare con voi e non direttamente con altre parti. Voi mi state dando la prova che ho ragione. Sono convinto che in un consesso di prelati romani sarei stato ascoltato sino alla fine con più sopportazione di quanto voi non mi abbiate ascoltato. (commenti prolungati al centro)
Presidente
Mi sembra che i commenti siano già stati troppo lunghi. Permettano che l’onorevole Togliatti riprenda il suo discorso.
Togliatti
Si è anche parlato di una eventuale minaccia di un appello al Paese, attraverso un referendum, o un plebiscito, minaccia che determinerebbe il nostro atteggiamento. Anche questo non è vero. Qualora noi ritenessimo che vi è una questione o un dissenso che bisogna portare dinanzi al popolo, noi stessi chiederemmo il referendum. E del resto, colleghi di parte monarchica, abbiamo vinto già una volta un referendum: siamo disposti a vincerne un altro. (commenti)
una voce a destra
Bene, si faccia il referendum!
Condorelli
Ne prendiamo atto.
Togliatti
I motivi per i quali, visti fallire i nostri tentativi per arrivare attraverso una modificazione delle formule presentate o attraverso la presentazione di un ordine del giorno successivo al voto dell’articolo, i motivi per i quali, visti fallire questi tentativi, il gruppo parlamentare comunista ha deciso di votare per la formula che viene presentata, sono dunque motivi profondi, che investono tutto l’orientamento politico del nostro partito.
La nostra lotta è lotta per la rinascita del nostro Paese, per il suo rinnovamento politico, economico e sociale. In questa lotta noi vogliamo l’unità dei lavoratori, prima di tutto, e, attorno a essa, vogliamo si realizzi l’unità politica e morale di tutta la nazione. Disperdiamo le ombre le quali impediscono la realizzazione di questa unità! Dando il voto che diamo, noi non sacrifichiamo, dunque, nulla di noi stessi; anzi, siamo coerenti con noi stessi sino all’ultimo. Siamo oggi quello che siamo stati in tutta la lotta di liberazione e in tutto il periodo di profonda crisi e di ricostruzione apertosi dopo la fine della guerra. Siamo oggi quel che saremo domani, nella lotta che condurremo insieme a voi, accanto a voi – se volete – o in contrasto con voi, per la ricostruzione, il rinnovamento, la rinascita d’Italia.
Siamo convinti, dando il nostro voto all’articolo che ci viene presentato, di compiere il nostro dovere verso la classe operaia e le classi lavoratrici, verso il popolo italiano, verso la democrazia e la Repubblica, verso la nostra patria! (vivi applausi all’estrema sinistra -commenti animati)

domenica 9 gennaio 2011

Palmiro Togliatti pronuncia l'orazione funebre per i sei operai uccisi a Modena il 9 gennaio 1950

Alle salme dei sei cittadini di Modena, caduti nelle vie di questa città il giorno 9 gennaio, ai familiari affranti dal lutto, alla città intera, che abbiamo visto stamane ancora impietrita dallo stupore e dal dolore, ai lavoratori di Modena e di tutta l'Emilia qui convenuti e qui presenti, porto l'espressione della solidarietà e del cordoglio profondo del Partito Comunista Italiano, del partito di Antonio Gramsci, del partito che lavora nello spirito di Lenin e di Stalin.
Credo però che nessuno, in questo momento ed in questa circostanza, vorrà contestarmi il diritto di recarvi l'espressione della solidarietà e del cordoglio di tutti gli italiani i quali hanno senso di umanità e di fraternità civile.
Vero è che in questo momento, di fronte alla maestà infinita della morte, di fronte allo schianto dei familiari e al dolore di tutto il popolo, di fronte agli occhi vostri pieni di lagrime, io sento soprattutto la vanità dì tutte le parole umane.
Ma parlare bisogna, perché voi, compagni e fratelli nostri, non siete caduti vittima di un tragico equivoco. Prima di voi, nelle stesse condizioni, per le stesse cause, altri lavoratori sono caduti e continuano a cadere. La fine vostra è indice di una tragedia che investe tutto il popolo, che tocca la vita stessa della nazione italiana.
Ed allora parlare bisogna, e chiaramente bisogna parlare; e debbono parlare chiaramente, prima di tutto, i partiti e gli uomini che si sentono legati al popolo da inscindibili legami, e che sentono rivolgersi verso di loro la fiducia e l'attesa dei lavoratori.
Bene hai fatto, o città di Modena, città eroica e gloriosa, medaglia d'oro della guerra per la libertà d'Italia, madre di lavoratori coraggiosi e disciplinati; bene hai fatto ad avvolgere le bare di questi tuoi figlioli caduti, nel drappo dei colori nazionali. Questo drappo e questi colori sono il simbolo della nostra unità, dell'unità della patria e dì tutti i cittadini italiani nella difesa dei valori essenziali della nostra esistenza. Tutta la nostra vita, tutta la vita e tutta la lotta del nostro partito, ci fanno fede che io non vorrei pronunciare, in questo momento, altre parole che non fossero un appello severo ad unirsi tutti, davanti a queste bare, per deprecare ciò che è accaduto, per respingere questa macchia dalla realtà della vita del nostro paese.
Ma voi, voi siete stati uccisi!
In uno Stato che ha soppresso la pena di morte anche per i più efferati tra i delitti, voi siete stati condannati a morte, e la sentenza è stata su due piedi eseguita nelle vie della città, davanti al popolo inorridito.
Chi vi ha condannati a morte? Chi vi ha ucciso? Un prefetto, un questore irresponsabili e scellerati? Un cinico ministro degli interni. Un presidente del consiglio cui spetta solo il tristissimo vanto di aver deliberatamente voluto spezzare quella unità della nazione che si era temprata nella lotta gloriosa contro l'invasore straniero; di aver scritto sulle sue bandiere quelle parole di odio contro i lavoratori e di scissione della vita nazionale che ieri furono del fascismo e oggi sono le sue?
Voi chiedevate una cosa sola, il lavoro, che è la sostanza della vita di tutti gli uomini degni di questo nome. Una società che non sa dare lavoro a tutti coloro che la compongono è una società maledetta. Maledetti sono gli uomini che, fieri di avere nelle mani il potere, si assidono al vertice di questa società maledetta, e con la violenza delle armi, con l'assassinio e l'eccidio respingono la richiesta più umile che l'uomo possa avanzare: la richiesta di lavorare.
È stato detto che questo stato di cose deve finire. È stato detto: basta!
Ripetiamo questo basta, tutti assieme, dando ad esso la solennità e la forza che promanano da questa stessa nostra riunione. Ma dire basta, non è sufficiente, perché gli assassinii e gli eccidi si succedono come le note di una tragedia, in modo tale che non ha nessun precedente nel nostro paese, e che tutti riempie di orrore. Non è sufficiente dire basta, dobbiamo impegnarci a qualche cosa di più. Noi vogliamo la pace sociale e la pace tra i popoli. Anche a questo governo ed agli uomini che lo dirigono abbiamo offerto e chiesto una politica di distensione e di pace. A milioni di lavoratori che appoggiavano questa nostra offerta e richiesta, si è risposto con le armi da fuoco, con l'assassinio, con l'eccidio. Non possiamo non tener conto di questa risposta. È di fronte ad essa che dobbiamo assumerci un nuovo impegno.
Come partito dì avanguardia della classe operaia e del popolo italiano, coscienti della nostra forza che ci ha consentito di conchiudere vittoriosamente cento battaglie, ci impegnarono ad una nuova, più vasta lotta, in difesa della esistenza, della sicurezza, degli elementari diritti civili dei lavoratori.
Ci impegniamo a svolgere un'azione tale, di propaganda, di agitazione, di organizzazione, che raccolga ed unisca in questa lotta nuovi milioni e milioni di lavoratori, tutte le forze sane del popolo italiano. Ci impegniamo a preparare e suscitare un movimento tale, un sussulto proveniente dal più profondo stato di cose che grida vendetta al cospetto di Dio.
E voi, compagni e fratelli caduti, Angelo Appiani di anni 30; Alberto Rovati di anni 36; Arturo Malagoli di anni 21; Ennio Garagnani di anni 21; Renzo Bersani di anni 21; Arturo Chiappelli di anni 43, riposate!
Non oso, non son capace di dirvi: riposate in pace! Troppo breve, troppo tempestosa, tragicamente troncata è stata la vostra esistenza. Troppo grave è l'appello che esce dalle vostre bare.
Ma voi, madri, sorelle, spose, non piangete! Non piangiamo, lavoratori di Modena. Sia l'acre sapore delle lagrime, per non piangere, inghiottito, stimolo aspro al lavoro nuovo, alla lotta!
Dobbiamo far uscire l'Italia da questa situazione dolorosa. Vogliamo che l'Italia diventi un paese civile, dove sia sacra la vita dei lavoratori, dove sacro sia il diritto dei cittadini al lavoro, alla libertà, alla pace!
Andiamo avanti, grazie allo sforzo unito di tutti i lavoratori, di tutto il popolo italiano; nostra deve essere, nostra sarà la vittoria!
Allora anche voi, compagni e fratelli caduti, riposerete in pace!