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sabato 26 novembre 2022

"A favore delle omissioni" di Han Magnus Enzenberger


Classici non letti, invenzioni
che ha risparmiato a sé e ad altri,
scommesse perdute,
pistole con la sicura,
titoli, posti, onorificenze
che si è lasciato scappare,
aerei persi all’ultimo momento,
indimenticabili cilecche, misere vittorie
che per un pelo ha scansato, e donne
con cui mai andò a letto:

nella tua sedia a rotelle ripensa,
tenero e riconoscente,
a quanto ha evitato,
risparmiando il mondo.

lunedì 20 maggio 2019

"Piccola lode al pubblico della poesia" di Nanni Balestrini


Eccoci qui ancora una volta
seduti di fronte al pubblico della poesia
che è seduto di fronte a noi minaccioso
ci guarda e aspetta la poesia

in verità il pubblico della poesia non è minaccioso
forse non è neanche tutto seduto
forse c’è anche qualcuno in piedi
perché sono venuti così entusiasti e numerosi

o forse ci sono un po’ di sedie vuote
ma quelli che sono venuti sono i migliori
hanno fatto questo grande sforzo proprio per noi
perché poi mai dovrebbero minacciarci

il pubblico della poesia non minaccia proprio nessuno
è invece mite generoso attento
prudente interessato devoto
ingordo imaginifico un po’ inibito

pieno di buone intenzioni di falsi problemi
di cattive abitudini di pessime frequentazioni
di mamme aggressive di desideri irrealizzabili
di dubbie letture e di slanci profondi

non è assolutamente cretino non
è sordo indifferente malvagio non è
insensibile prevenuto senza scrupoli non è vile
opportunista pronto a vendersi al primo venuto

non è un pubblico tranquillo benpensante credulone
senza troppe pretese
che se ne lava le mani
e giudica frettolosamente

è invece un pubblico che persegue degusta apprezza
lento da scaldare ma che poi rende
come direbbe Pimenta
e soprattutto è un pubblico che ama

il pubblico della poesia è infinito vario inafferrabile
come le onde dell’oceano profondo
il pubblico della poesia è bello aitante avido temerario
guarda davanti a se impavido e intransigente

mi vede qui che gli leggo questa roba
e la prende per poesia
perché questo è il nostro patto segreto
e la cosa ci sta bene a tutti e due

come sempre io non ho niente da dirgli
come sempre il pubblico della poesia lo sa benissimo
ma se lo dice tra sé e sé e non a alta voce
non solo perché è cortese volonteroso bendisposto

e in fondo anche cauto ottimista trattabile
ma soprattutto perché ama
ama di un amore profondo sincero irresistibile
di un amore tenace esclusivo lacerante

chi
ama il pubblico della poesia
fingete di chiedere anche se lo sapete benissimo
ma state al gioco perché siete svegli e simpatici

il pubblico della poesia non ama mica me
questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro
di cui io non sono che uno dei tanti valletti
diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli

il pubblico della poesia ama lei
lei e
solo lei e
sempre lei

lei che è sempre così imprevedibile
lei che è sempre così impraticabile
lei che è sempre così imprendibile
lei che è sempre così implacabile

lei che attraversa sempre col rosso
lei che è contro l’ordine delle cose
lei che è sempre in ritardo
lei che non prende mai niente sul serio

lei che fa chiasso tutta la notte
lei che non rispetta mai niente
lei che litiga spesso e volentieri
lei che è sempre senza soldi

lei che parla quando bisogna tacere
e tace quando bisogna parlare
lei che fa tutto quello che non bisogna fare
e non fa tutto quello che bisogna fare

lei che si trova sempre così simpatica
lei che ama il casino per il casino
lei che si arrampica sugli specchi
lei che adora la fuga in avanti

lei che ha un nome finto
lei che è dolce come una ciambella
e feroce come un labirinto
lei che è la cosa più bella che ci sia

il pubblico della poesia ama lei
chi
bravi lei la poesia
e come potrebbe il pubblico della poesia non amarla

perché ama la poesia vi chiederete
forse perché la poesia fa bene
cambia il mondo
diverte

salva l’anima
mette in forma
illumina rilassa
apre orizzonti

chissà ognuno di voi ha certamente i suoi buoni motivi
se no non sarebbe qua
ma meglio non essere troppo curiosi dei fatti degli altri
se si vuole evitare che gli altri ficchino il naso nei nostri

sia dunque lode al pubblico della poesia
lode al suo giusto nobile grande amore per la poesia
nel cui riflesso noi pallidi e umili messaggeri
viviamo grati e benedicenti

lui tace e si alza
un foglio cade giù dal tavolo
lui s’inchina agli applausi
lei raccoglie il foglio e lo legge

SEGRETISSIMO
DA NON RIVELARE
ASSOLUTAMENTE MAI
AL PUBBLICO DELLA POESIA

il pubblico della poesia ama la poesia
perché vuole essere amato vuole essere amato
perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato
del suo profondo amore per se stesso

per sua fortuna il pubblico della poesia
crede solo di ascoltare la poesia
perché se la ascoltasse veramente capirebbe
la disperata impossibilità e inutilità del suo amore

e si prenderebbe a schiaffi dalla mattina alla sera
brucerebbe tutti i libri sulle piazze
si butterebbe in un canale
o finirebbe i suoi tristi giorni in un convento

CONCLUSIONE
LA POESIA FA MALE
MA PER NOSTRA FORTUNA
NESSUNO CI VORRA’ CREDERE MAI

lunedì 25 marzo 2019

"Poesia come arte che insorge" di Lawrence Ferlinghetti


Osa essere un guerrigliero poetico non-violento,
                                                                un antieroe.
Controlla la tua voce più incontrollata con
                                                      compassione.
Fai il vino nuovo con gli acini della rabbia.

Ricorda che gli uomini e le donne sono esseri
infinitamente estatici, infinitamente sofferenti.

Solleva i ciechi, spalanca le tue finestre chiuse,
                                                    solleva il tetto,
svita le serrature delle porte, ma non buttare via
                                                                 i cardini.

venerdì 11 gennaio 2019

"Amore che vieni, amore che vai" di Fabrizio De André

Quei giorni perduti a rincorrere il vento,
a chiederci un bacio e volerne altri cento,
un giorno qualunque li ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai.
Un giorno qualunque ti ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai,
e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore,
fra un mese fra un anno scordate le avrai.
Amore che vieni da me fuggirai,
fra un mese fra un anno scordate le avrai.
Amore che vieni da me fuggirai,
venuto dal sole o da spiagge gelate,
perduto in novembre o col vento d'estate,
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai.
Amore che vieni, amore che vai,
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai
amore che vieni, amore che vai.

qui la potete ascoltare

venerdì 21 settembre 2018

Άρνηση - "Rifiuto" di Georgos Seferis

Georgos Seferis morì ad Atene il 20 settembre 1971. I suoi funerali, due giorni dopo, divennero una grande manifestazione contro la dittatura dei Colonnelli. Le donne e gli uomini di Atene, mentre accompagnavano la salma del loro grande poeta intonavano questa canzone, intitolata Άρνηση - Rifiuto - che Seferis aveva scritto molti anni prima per Mikis Theodorakis e che divenne, da poesia d'amore che era, l'inno della resistenza greca contro la dittatura fascista. I Colonnelli ovviamente vietarono la canzone, ma le sue parole continuarono a risuonare nelle menti e nei cuori dei greci. Perché la poesia è più forte di qualsiasi regime. 

Στο περιγιάλι το κρυφό
κι άσπρο σαν περιστέρι
διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.
Διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.

Πάνω στην άμμο την ξανθή
γράψαμε τ' όνομά της
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.

Με τι καρδιά, με τι πνοή,
τι πόθους και τι πάθος
πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.
Πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.

Sulla spiaggia nascosta
e bianca come una colomba
avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.
Avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.

Sopra la sabbia bionda
scrivemmo il suo nome.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.

Con che cuore, con che respiro
- che speranze e che cori -
afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.
Afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.

giovedì 13 settembre 2018

"Chi ha orecchie..." di Guido Ceronetti

Chi ha orecchie in tenda
chi ha orecchie in tenda
Dice e ripete l'oscuro Giovanni
sgranando al porto le sue visioni
tra le grida dei friggitori
e le scannate angurie.
Io le orecchie le ho e in questa tenda
ci sto da molti anni.
Ma verrà mai qualcuno?
Una mano che getti una voce?
Che ci sia stato fin da principio
un errore di stampa?

giovedì 1 febbraio 2018

"Il Nobel della lettura" di Nicanor Parra


Il Nobel della Lettura
dovrebbero darlo a me
che sono il lettore ideale
e leggo tutto ciò che trovo:
leggo i nomi delle strade
e le insegne luminose
e i muri dei bagni
e le nuove liste di prezzi
e la cronaca nera
e i pronostici del derby
e le targhe delle auto.

martedì 9 gennaio 2018

"Bambino di Modena" di Gianni Rodari


Perché in silenzio
bambino di Modena,
e il gioco di ieri
non hai continuato?
Non è più ieri:
ho visto la Celere
quando sui nostri babbi ha sparato.

Non è più ieri, non è più lo stesso:
ho visto, e so tante cose, adesso.
So che si muore una mattina
sui cancelli dell’officina,
e sulla macchina di chi muore
gli operai stendono il tricolore.

domenica 31 dicembre 2017

"Fine d'anno" di Jorge Luis Borges


Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

sabato 30 settembre 2017

"Vai ragazza" di Taslima Nasreen


Hanno detto - non prendertela…
Hanno detto - stai calma…
Hanno detto - smettila di parlare…
Hanno detto - stai zitta…
Hanno detto - stai seduta…
Hanno detto - abbassa la testa…
Hanno detto - continua a piangere, lascia scorrere le lacrime…

Come dovresti reagire?

Dovresti alzarti ora
dovresti stare in piedi
tenere le spalle dritte
tenere alta la testa…
dovresti parlare
dire cosa pensi
dirlo forte
urlare!

Dovresti urlare così forte da farli correre a nascondersi.

Diranno - “Sei una svergognata!”
Quando lo senti, ridi…

Diranno - “Hai un carattere dissoluto!”
Quando lo senti, ridi più forte…

Diranno - “Sei corrotta!”
E tu ridi, ridi ancora più forte…

Sentendoti ridere, grideranno,
“Sei una puttana!”

Quando dicono così,
tu mettiti le mani sui fianchi,
stai ferma e dì,
“Sì, sì, sono una puttana!”

Resteranno scioccati.
Ti fisseranno increduli.
Aspetteranno che tu dica di più, molto di più…

Gli uomini fra loro arrossiranno e suderanno.
Le donne tra loro sogneranno di essere una puttana come te.

martedì 5 settembre 2017

"Paradossi e ossimori" di John Ashbery

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.
La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sí, ma io ritengo che il gioco sia
una piú profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.
È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

giovedì 3 agosto 2017

"3.30 a.m." di Sam Shepard

è un gallo
o una donna che strilla in lontananza
-
è cielo nero
o sul punto di farsi blu cupo
-
è una stanza di motel
o la casa di qualcuno
-
è il corpo di me vivo
o morto
-
è il Texas
o Berlino Ovest
-
che ore sono comunque
-
quali pensieri
posso chiamare alleati
-
imploro una tregua
da tutti i pensieri
-
una pausa pulita
in spazio bianco
-
lasciatemi battere la strada
a testa vuota
-
almeno una volta
-
non sto elemosinando
non mi butterò in ginocchio
-
non sono in condizioni di combattere

giovedì 13 luglio 2017

"Una lettera mi basta" di Liu Xiaobo

per Xia

una lettera mi basta
per andare oltre e
trovarmi a parlare con te

proprio come il vento che attraversa
la notte
e usa il suo sangue
per scrivere un verso segreto
che mi ricorda che ogni parola
è l’ultima

il ghiaccio che hai nel corpo
si scioglie in una leggenda di fuoco
negli occhi del carnefice
l’ira diventa pietra


due file di sbarre di ferro
inaspettatamente si sovrappongono
falene sbattono forte le ali verso
la luce della lampada, segno incessante
che disegna la tua ombra

Oggi è morto un poeta, un uomo che ha passato in carcere molti anni della sua vita, anche perché era un poeta. Credo sia giusto ricordarlo con una questa sua poesia, dedicata alla moglie...

mercoledì 21 giugno 2017

"Pensatina dell'antimetafisicante" di Giorgio Caproni

Un'idea mi frulla,
scema come una rosa.
Dopo di noi non c'è nulla.
Nemmeno il nulla,
che già sarebbe qualcosa.

giovedì 8 giugno 2017

da "La maschera dell'anarchia" di Percy Bysshe Shelley

Che cos’è la Libertà?
…potete dire ugualmente che cos’è la schiavitù…
Poiché il suo vero nome è cresciuto
fino ad un eco di voi stessi.

E’ lavorare e avere una paga tale
appena da menare la vita
giorno per giorno nelle vostre dimore,
come in una cella
per lasciare gli agi ai tiranni,
cosicché per loro voi vi riducete
telaio e aratro e spada e vanga
volenti o nolenti curvi
alla loro difesa e nutrimento.

E’ vedere i vostri figli gracili
con le loro madri languenti e sofferenti,
quando i venti invernali sono lugubri…
Essi stanno morendo mentre io parlo.

E’ bramare un pasto
quale il ricco nella sua gozzoviglia
getta ai cani che stanno rimpinzandosi sotto il suo sguardo.

E’ lasciare che lo Spettro dell’Oro
prenda dal Lavoro mille volte
più di quanto mai potè la sua ricchezza
nella tirannidi d’un tempo.

La carta moneta, questa contraffazione dei titoli di proprietà,
cui voi attribuite qualcosa del valore
dell’eredità della Terra

è sentirsi schiavi dentro
e non avere fermo controllo sul vostro volere,
ma essere come altri vi rendono.

E infine quando vi lagnate
con un borbottio debole e vano
è vedere la ciurma del Tiranno
schiacciare a cavallo le vostre spose e voi…
Il sangue ammanta l’erba come rugiada.

Allora è provare spirito di vendetta
ferocemente desiderando scambiare
sangue con sangue e torto con torto:
non fate questo se siete forti.

Questa è schiavitù. Uomini selvaggi,
oppure belve selvatiche dentro una tana
non avrebbero sopportato quanto voi.
Ma tali avversità quelli non conobbero mai.

Che cosa sei tu, Libertà?
Oh, potessero gli schiavi
rispondere dalle tombe in cui vivono
a questa domanda!
I tiranni fuggirebbero come vaghe immagini di sogno:

si faccia una grande Adunanza
degli intrepidi e dei liberi
da qualche parte su suolo inglese
dove le pianura si stendono ampie tutt’attorno.
Il cielo azzurro in alto,
la terra verde su cui camminate,
tutto ciò che è eterno
testimoni la solennità.

Voi che soffrite pene indicibili,
perché sentite o vedete
il vostro misero paese comprato o venduto
e pagato con sangue e oro…

Fate una vasta adunata,
che con grande solennità
dichiari con parole acconce che voi
siete, come Dio vi ha fatti, liberi.

E queste parole allora diverranno
come la tonante sorte dell’Oppressione
che rintocca in ogni cuore e cervello,
ancora…ancora…ancora.

Levatevi come leoni dopo il torpore
in numero invincibile,
fate cadere le vostre catene a terra
come rugiada che nel sonno sia scesa su di voi.
Voi siete molti, essi sono pochi.

da "Canto general" di Pablo Neruda


Nostra terra, vasta terra,
solitudini,
si popolò di voci, braccia, bocche.
Una silenziosa sillaba ardeva
aggregando la rosa clandestina,
fino a che le praterie trepidarono
coperte di metalli e di galoppi.
Fu dura la verità come un aratro

Spezzò la terra, stabilì il desiderio,
affondò le sue propagande germinali
e nacque nella segreta primavera.
Fu ridotto al silenzio il suo fiore, fu rifiutata
la sua riunione di luce, fu combattuto
il lievito collettivo, il bacio
delle bandiere nascoste,
però si sollevò abbattendo le pareti
allontanando le carceri dal suolo.
Il popolo oscuro fu il suo calice,
ricevette la sostanza rifiutata,
la propagò nei limiti marini,
la pestò in mortai indomabili.
E uscì con le pagine ammaccate
e con la primavera sul cammino.
Ora di ieri, ora di mezzogiorno,
ora di oggi ancora, ora attesa
tra il minuto morto e quello che nasce,
nella irta età della menzogna.

Patria, nascesti dai taglialegna,
da figli senza battesimo, da falegnami,
da coloro che dettero come un uccello
strano
una goccia di sangue volante,
e oggi nascerai di nuovo duramente
da dove il traditore e il carceriere
ti credono per sempre seppellita.

Oggi nascerai dal popolo come allora.

Oggi uscirai dal carbone e dalla rugiada.
Oggi arriverai a scuotere le porte
con mani maltrattate, con pezzi
di anima sopravvissuta, con grappoli
di sguardi che la morte non estinse,
con attrezzi scontrosi
armati sotto gli stracci.

sabato 18 marzo 2017

da "Omeros" di Derek Walcott


Ora udiva l’aedo mormorare il suo canto profetico,
grave del dolore del passato. Era una nota prolungata
e senza fine, che serpeggia come la lingua del fiume scuro:

“Eravamo del color delle ombre quando scendevamo
tintinnanti di ceppi per congiungerci alle catene del mare,
le monete d’argento si moltiplicavano all’orizzonte venduto,
e queste ombre sono ristampate ora sulla sabbia bianca
delle coste agli antipodi, i tuoi antenati di cenere
che venivano dal Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.

C’erano sementi nel nostro stomaco, negli incrinati baccelli
del nostro cranio, sopra i ponti brucianti, i tuberi
avvizziti in un lampo. Guardammo gli dei del fiume
da serpenti trasformarsi in correnti. Da vicino
i nostri occhi mostravano fronde secche nelle iridi brune,
e dalla spina dorsale ricurva la cassa toracica s’irradiava

come fronde da un ramo di palma. Poi, quando le palme
morte oscillavano fuoribordo, i cadaveri dalle costole scoperte
fluttuavamo, navigando verso la sabbia bianca e che ricordavano,

fino al Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.
Così, quando verdi rami bruciati che solcano la corrente,
cercando di trattenere la risacca tra le dita piegate,
dopo una notte di vento forte in un hotel di pietra bianca,
oltre la scia della bianca vela triangolare dei surfisti,
ricordaci al cameriere negro che porta il conto.”

Ma fecero la traversata, sopravvissero. È questa la gloria dell’epica.
Moltiplica le lance della pioggia, moltiplica la loro rovina,
la grazia nata dalla sottrazione mentre la porta di ferro della stiva

si riempiva ai loro occhi come coppe lasciate sotto la pioggia,
e il catenaccio tamburellava la sua eco, come fa il tuono
quando applaudendo perpetua il proprio riverbero.

domenica 23 ottobre 2016

"Gerusalemme" di Yehuda Amichai


Sul terrazzo,
nella città vecchia,
pende il bucato
all’ultima luce del giorno.
Il velo bianco di una mia nemica,
il fazzoletto di un mio nemico
che lui ha usato per asciugarsi il sudore della fronte.
E nel cielo della città vecchia
sta un aquilone
ma all’estremità del filo c’è un bambino
che non vedo per colpa del muro.
Abbiamo fatto sventolare molte bandiere.
Hanno fatto sventolare molte bandiere
perché pensassimo che fossero felici
perché pensassero che fossimo felici.

mercoledì 10 agosto 2016

"Siria" di Eugenio Montale


Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava
la via di Aleppo.

lunedì 30 maggio 2016

"Per tutte coloro che sono morte" di Erica Jong


Per tutte coloro che sono morte denudate, rasate, rapate.
Per tutte coloro che hanno invocato invano la grande Dea
solo per aver la lingua strappata alla radice.
Per tutte coloro che sono state trafitte, torturate, spezzate sulla ruota
per i peccati dei loro Inquisitori.
Per tutte coloro la cui bellezza suscitò il furore dei torturatori;
per tutte coloro cui la bruttezza fu condanna.
Per tutte coloro che non eran belle né brutte, ma solo donne orgogliose.
Per tutte le abili dita spezzate dalla morsa.
Per tutte le braccia morbide strappate dall'alveolo.
Per tutti i seni in boccio dilaniati da pinze incandescenti.
Per tutte le levatrici uccise per il peccato
di aver fatto nascere l'uomo in un mondo imperfetto.
Per tutte quelle streghe, mie sorelle,
che respiravano più liberamente avvolte dalle fiamme,
sapendo, mentre abbandonavano le spoglie femminili,
e la carne bruciata cadeva come frutta nelle fiamme,
che solo la morte le avrebbe mondate del peccato
per cui morivano il peccato di esser nata donna,
che è più della somma delle parti di un corpo femminile.