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mercoledì 16 marzo 2011

Considerazioni libere (214): a proposito di ragazze e di ragazzi...

Ho letto in questi giorni due articoli interessanti, uno dedicato al costo degli affitti a Bologna e l'altro sulle condizioni di salute degli adolescenti nell'Etiopia meridionale. Nulla di più differente, penserete voi; e invece non è difficile trovare qualcosa che li lega. Vediamolo insieme.
Il Corriere di Bologna, mentre anche nella nostra città si teme una qualche forma di "affittopoli" - perdonate l'orrenda parola - ossia appartamenti di enti pubblici affittati a prezzi di favore ai soliti noti o ai loro parenti, ha provato a capire che opportunità ha chi vuole vivere in affitto, senza essere parente di nessuno. Il quotidiano ha fatto tre casi: un giovane tra i 25 e i 29 anni che lavora e vuole andare a vivere da solo, una coppia tra i 30 e i 34 anni, entrambi lavoratori, che decide di metter su casa insieme, la stessa coppia, dopo un paio d'anni, che decide di avere un figlio. L'indagine è rigorosa e ben fatta, il dato che emerge immediatamente è chiarissimo: per il giovane solo e per la famiglia con un bambino la situazione è dura e in entrambi i casi l'affitto incide oltre il 30% sul reddito familiare, la soglia che la Banca d'Italia ha individuato come quella del cosiddetto "disagio abitativo". Sono dati che dovrebbero far riflettere sia i politici nazionali che gli amministratori locali. C'è però un altro dato che emerge dall'inchiesta. Per calcolare i redditi dei vari casi ipotizzati sono stati utilizzati i dati dell'ufficio statistica del Comune di Bologna: un ragazzo tra i 25 e i 29 anni guadagna in media 13.608 euro all’anno, una ragazza della stessa età 11.655 euro, l'uomo tra i 30 e i 34 anni ha un reddito di 18.969 euro e la donna di 15.896 euro, dopo un paio d'anni la differenza sale a 9.364, naturalmente a vantaggio dell'uomo. Mi rendo conto che questa può sembrare un'ovvietà, la classica scoperta dell'acqua calda, eppure pensate che programma rivoluzionario sarebbe per la sinistra lavorare per raggiungere la parità di reddito tra uomini e donne.
La seconda notizia l'ho trovata in un articolo uscito su Le Monde, tradotto da Internazionale. Per cinque anni un'equipe dell'università etiope di Jimma ha studiato le abitudini alimentari e le conseguenti condizioni di salute di oltre duemila adolescenti tra i 13 e i 17 anni nell'Etiopia meridionale. Fino a quando non ci sono particolari problemi di accesso al cibo - che comunque in quella regione dell'Africa è ben lontano dagli standard occidentali - le condizioni di salute di ragazze e ragazzi tendono a essere uguali, come è naturale. Quando però per una carestia o per altri fattori si riduce la disponibilità dei generi alimentari a soffrirne di più sono le ragazze. Il 25% delle ragazze ha attraversato periodi di insicurezza alimentare, contro il 16% dei coetanei maschi, con ovvie conseguenze sulla salute: le ragazze denutrite hanno avuto il triplo delle malattie rispetto ai ragazzi che vivevano sotto lo stesso tetto. I bambini e gli adolescenti sono nutriti per primi e con cibo migliori rispetto alle femmine. Purtroppo molte famiglie delle campagne dell'Etiopia - e non solo lì - credono ancora che il maschio sia una "risorsa" più preziosa, che sarà più produttivo e sarà in grado di aiutare maggiormente la famiglia. Non è così. Già ora le donne costituiscono il 45% della manodopera impiegata in agricoltura e sono le figlie femmine che rimangono più a lungo ad aiutare le loro famiglie; le donne in genere non si ubriacano, non spendono soldi nelle prostituzione e sono più capaci di risparmiare. Sono loro la vera risorsa per i paesi in via di sviluppo, come spiegano i maggiori economisti.
I miei attenti lettori - e le mie attente lettrici - avranno già capito il legame tra i due articoli e la morale di questa breve "considerazione".

p.s. a proposito, anche se con un po' di ritardo, buon 8 marzo...

venerdì 15 gennaio 2010

Considerazioni libere (60): a proposito di classi sociali...

In questi giorni l'ex ministro laburista Alan Milburn ha presentato i risultati di un'indagine condotta da una commissione della Camera dei comuni sulla mobilità sociale nel Regno Unito. I dati si commentano da soli: benché solo il 7% dei bambini inglesi frequenti le scuole private e quindi provenga da famiglie ricche che si possono permettere tali costi, il 75% dei giudici, il 70% dei finanzieri della City, il 45% degli alti funzionari dello stato e il 32% dei parlamentari hanno frequentato queste scuole. In sostanza in Gran Bretagna le carriere migliori sono ad appannaggio di chi ha avuto - e di chi ha - un'educazione migliore, ma chi ha un'educazione migliore è in grandissima maggioranza figlio e nipote di persone già facenti parte della classe dirigente britannica; c'è una scarsissima mobilità sociale e per citare lo stesso Milburn "abbiamo un sacco di ragazzi brillanti che non riescono a farsi strada perché non hanno gli agganci e non possono frequentare le scuole che contano".
Non ho trovato dati aggiornati sulla situazione nel nostro paese, ma l'esperienza mi porta a credere che la situazione sia ben peggiore, aggravata dal fatto che qui non esiste un sistema di scuole private di eccellenza (e anche le scuole pubbliche non sono messe bene) e le carriere si trasmettono semplicemente per via ereditaria, con la conseguenza che nella nostra classe dirigente e nel mondo delle professioni - dove peraltro c'è uno scarso ricambio generazionale - ci sono tantissimi "figli di".
Per tornare in Gran Bretagna, i bambini - per non parlare delle bambine - che nascono in famiglie povere sono decisamente svantaggiati: hanno meno opportunità di apprendere, di leggere, di viaggiare rispetto ai loro coetanei che hanno la fortuna di nascere in famiglie ricche. I ricercatori statunitensi Betty Hart e Todd Risley hanno dimostrato che i figli dei professionisti sentono in media 2.153 parole all'ora rispetto alle 616 dei figli di famiglie povere e che questo influisce in maniera diretta sullo sviluppo cognitivo dei bambini, fin dai primi anni di vita. Questo è naturalmente un limite grave per la società, che si priva di intelligenze e risorse potenziali solo per il fatto che hanno la sfortuna di nascere in famiglie "sbagliate", ma soprattutto è una grande ingiustizia sociale per quelle bambine e quei bambini.
Dal nostro vocabolario sono ormai sparite le espressioni "lotta di classe" e "nemico di classe": questo probabilmente è un bene. Ma è anche sparita la parola "classe". E questo credo sia un male, anche perché ci manca una categoria importante per interpretare quello che avviene intorno a noi. Ad esempio - scusate se riprendo un tema che ho appena affrontato, nella "considerazione" nr. 56 - per spiegare i fatti di Rosarno si è preferito utilizzare le categorie etniche piuttosto che quelle sociali: a mio avviso, non si è trattato di uno scontro tra bianchi e neri, tra italiani e stranieri, ma di uno scontro tra quelli che un tempo avremmo chiamato proletari e sottoproletari, oppure - per usare espressioni che Adriano Sofri utilizza nel saggio contenuto nel volume Sinistra senza sinistra, edito da Feltrinelli nell'ottobre 2008 - tra i "penultimi" e gli "ultimi". Può sembrare un paradosso, ma proprio quando l'economia è diventata l'elemento centrale delle nostre vite - molto più della politica - è venuta a mancare quell'idea di divisione in classi della società che serve a spiegarne le dinamiche.
Personalmente credo la sinistra europea dovrebbe ripartire da qui: dallo studio delle classi e dall'evidenza che queste tendono sempre più a chiudersi, con l'obiettivo di dare a tutti i bambini - e a tutte le bambine - le stesse opportunità.

p.s. ho preso spunto per questa "considerazione" dall'editoriale che l'ex direttore della rivista The Observer Will Hutton ha scritto per il nr. 829 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura