martedì 28 gennaio 2020

Verba volant (750): pittura...

Pittura, sost. f.

Cara Artemisia, che piacere rivederti. Non sapevo fossi tornata a Roma.

Cavalier Ripa, sono arrivata pochi mesi fa. Non ci siamo ancora sistemati.

Ormai faccio vita ritirata, so davvero poco di quello che succede in città.

Per fortuna oggi avete fatto un'eccezione.

Come potevo rifiutare  un invito del cardinale Borghese? E poi per la festa per celebrare l'elezione del nuovo pontefice.

Conoscete papa Ludovisi?

Il primo papa a essere educato dai gesuiti. L'ho conosciuto ai tempi in cui era segretario del cardinal Rusticucci. Poi l'ho perso di vista quando è tornato a Bologna. Comunque un vero uomo di chiesa.

E questo sarebbe un pregio o un difetto? 

Il cavalier Ripa si limita a sorridere.

Il sacro collegio ha deciso piuttosto velocemente, sono bastati due giorni di conclave.

Misteri dello Spirito Santo. E poi il conclave è stato convocato in fretta: mancavano diversi cardinali francesi e un bel po' di spagnoli. Neppure il Borromeo è riuscito ad arrivare in tempo da Milano. Con Aldobrandini moribondo, e Bellarmino che si è subito ritirato, Montalto e Borghese sono riusciti ad accordarsi velocemente. Hanno scelto un papa vecchio. Credo però che dovrebbero fare attenzione: sono sempre quelli che riservano maggiori sorprese.
Ma dimmi di te, cara Artemisia, so che ormai non sei più solo la figlia di Orazio. A Firenze hai fatto ottime cose.

Sarò sempre la figlia di Gentileschi, specialmente qui a Roma. Questa città mi è matrigna, ma qui per un artista è più facile lavorare. E sono dovuta tornare. Anche se adesso temo dovremo subire la concorrenza dei bolognesi. So che il nuovo papa ama molto Domenico Zampieri e Giovanni Francesco Barbieri.

Ma il papa è uno, cara Artemisia, e non dispone di molti denari o almeno non può spenderli con la libertà con cui si crede. E soprattutto è già papa. Invece i cardinali sono un centinaio e hanno parecchi soldi da spendere. E vogliono diventare papi. Vedrai che riuscirai ad avere buone commesse.

Spero di non dover sopportare più le malelingue. Voi, cavaliere, siete stato tra i pochissimi che anche allora, durante il processo, siete stati vicini a mio padre e a me. Ora devo chiedere commesse a quelli che allora mi hanno chiamato puttana.

Roma è una città di preti, e le donne per loro o sono sante o sono puttane.

Io non ho mai voluto essere una santa.

Il problema è che tu hai voluto essere una pittrice. E comunque non preoccuparti troppo: Roma è una città che non ha memoria. Non è sempre un bene, ma almeno per te è meglio così. Oggi tu sei affermata, fai parte dell'Accademia del disegno di Firenze. Il cardinal Borghese ha invitato te e non Tassi. Approfitta dell'ipocrisia di questa città.

Siete diventato cattivo, cavaliere.

Sono diventato vecchio.

Vorrei dipingere un'allegoria della pittura. Ho riguardato l'immagine che voi avete disegnato nell'Iconologia. 

So che a Firenze, per il Buonarroti, hai dipinto un'allegoria dell'inclinazione, e che sei stata parecchio audace, mia giovane amica. Temo che metteranno le "braghe" anche a lei.

Ma non avevo un vostro modello a cui ispirarmi.

Immagino vorrai farti un ritratto. La vanità è un peccato a cui voi pittori non sapete proprio resistere. Temo però che nella mia allegoria ci sia un particolare che tu non vorrai proprio riprodurre.

Artemisia Gentileschi ha effettivamente dipinto quell'allegoria della pittura. Ma diciotto anni dopo che era tornata a Roma, quando era stato eletto papa Gregorio XV. E lo ha realizzato molto lontano dalla Città eterna, a Londra, dove era arrivata chiamata da re Carlo I, di cui suo padre era pittore di corte. Nel frattempo erano morti sia papa Ludovisi - era cominciato il lungo regno di Urbano VIII - sia il cavalier Cesare Ripa, l'autore della monumentale Iconologia overo Descrittione di diverse Imagini cavate dall'antichità et di propria inventione.
Probabilmente è morto anche suo padre da pochi giorni, quando Artemisia decide di realizzare infine quell'opera. Conosce bene l'immagine di Ripa, la donna che porta una lunga collana d'oro che termina con un medaglione a forma di maschera, con indosso un vestito di colore cangiante, e tiene in mano tavolozza e pennello. Nel dipinto di Artemisia la donna sta lavorando, sta realizzando un quadro, che dobbiamo immaginare piuttosto grande, visto che il braccio destro si deve alzare parecchio. Ovviamente la figura non ha la fissità di quella dell'Iconologia di Ripa: nel frattempo c'è stato Caravaggio. Artemisia ha quarantasei anni quando dipinge quella tela, si raffigura con i capelli più scuri dei suoi, per adeguarsi all'allegoria di Ripa, e un po' più giovane di quanto sia realmente. Sembra la giovane a cui Orazio Gentileschi ha insegnato a mescolare le polveri, a creare i colori, a dipingere, la giovane che tutta Roma ha chiamato "puttana" solo perché ha deciso di denunciare l'uomo che l'ha stuprata, la giovane a cui sono stati legati e schiacciati i pollici per dimostrare nel processo che lei, la vittima, stava dicendo la verità. C'è solo un particolare dell'allegoria di Cesare Ripa che Artemisia non ha intenzione di replicare: quella donna ha una benda sulla bocca, perché la pittura è muta. Artemisia non vuole dipingere quella benda. Nella vita ha imparato a non tacere. Mai.

domenica 26 gennaio 2020

Verba volant (749): fattoria...

Fattoria, sost. f.

È il 1971, esce, per l'etichetta Carosello Records, Un L.P. per te: sarà l'ultimo trentatré giri del Quartetto Cetra. Sono canzoni un po' diverse da quelle con cui il gruppo vocale si è fatto conoscere al grande pubblico. Certo c'è Scale e arpeggi: il film Gli Aristogatti è uscito pochi mesi prima e quella canzone è proprio nelle loro corde. La consuetudine con queste canzoni è di vecchia data: nel 1948 hanno partecipato al doppiaggio di Dumbo - sono i corvi e cantano tutti i cori - e il loro lavoro è così ben fatto da meritare una lettera autografa di Walt Disney che si congratula con loro. Però in quell'ellepi c'è anche la canzone Angela.
Facciamo un passo indietro: il 7 agosto 1970 Jonathan Jackson, un ragazzo di diciassette anni militante delle Pantere nere, fa irruzione nell'aula del tribunale di San Rafael in California, dove si sta celebrando un processo contro tre suoi compagni. Prende in ostaggio il giudice Harold Haley, il procuratore distrettuale e alcuni giurati, distribuisce le armi agli imputati e urla: "Bene, signori. Ora comando io". Sequestratori e ostaggi salgono su un furgone parcheggiato fuori dal tribunale, ma poco dopo incontrano un posto di blocco: nello scontro a fuoco rimangono uccisi tutti i militanti delle Pantere nere e anche il giudice Haley. Nel corso delle indagini, la polizia scopre che alcune delle armi usate da Jackson sono intestate ad Angela Davis, una dei leader del movimento e del Partito Comunista degli Stati Uniti. Il direttore dell'Fbi Hoover dichiara che Angela Davis è uno dei dieci criminali più pericolosi del paese. Il 13 ottobre viene arrestata a New York, e il presidente Nixon si congratula con gli agenti che hanno catturato "la terrorista". Il 4 giugno 1972, quasi due anni dopo, una giuria composta di soli uomini bianchi dichiara Angela Davis non colpevole.
C'è una mobilitazione di intellettuali in tutto il mondo che chiedono la liberazione della Davis. Giovanni "Tata" Giacobetti e Virgilio Savona scrivono Angela nell'estate del '71. Qualche mese dopo i Rolling Stones incideranno Sweet Black Angel e John Lennon e Yoko Ono Angela. I "vecchi" Cetra - Savona è del 1919, Lucia Mannucci del 1920, Giacobetti e Felice Chiusano sono del 1922 - hanno battuto i giovani ribelli.
Non si può per un'idea,
per un'idea soltanto
recidere un fiore.
Il 7 novembre '71 il Quartetto Cetra canta Angela nel corso della trasmissione Stasera sì. Il giorno successivo Chiusano riceve una lettera di minaccia, in cui li invita a smettere di fare politica, perché "queste sono cose delicate". Savona scriverà la canzone Sono cose delicate, per rispondere con la consueta ironia a questa minaccia. Comunque la loro presenza in programmi Rai si riduce di molto e si interrompe nel 1975.
Io sono convinto che uno dei problemi di questo paese - non meno importante di tanti altri, badate bene - è quello di non riconoscere che fortuna è stata avere il Quartetto Cetra. Pensate se Broadway avesse avuto i Cetra. Mentre in Italia rischiano di essere ricordati come robetta di consumo - quelli della Vecchia fattoria ia ia oh e poco altro - buoni al massimo per i pastoni in cui vengono replicati i programmi della televisione in bianco e nero.
Prendiamo quel capolavoro che è Però mi vuole bene, scritta da Virgilio Savona e "Tata" Giacobetti, e Gigi Cichellero, un altro dei protagonisti "dimenticati" della musica italiana del secolo scorso. Però mi vuole bene è una canzone - e infatti nasce come il lato B del quarantacinque giri del 1963 Du du du - da da - ed è già un pezzo divertente, ironico, pieno di humor nero, ma diventa perfetto in televisione - questa è la versione dell'anno successivo - quando i Cetra ci aggiungono i gesti, le espressioni, le piccole gag mimate che ovviamente non sono possibili in un'incisione discografica. Lucia è spettacolare in questo pezzo, per come canta e per come tiene la scena. E per come muore naturalmente. Non è più una canzone, ma è quella "cosa" lì - che è difficile perfino da definire - quello specifico numero fatto di musica, parole, gesti, perché i Cetra capiscono come pochissimi altri che la televisione - il Programma nazionale è nato solo dieci anni prima - è uno strumento specifico, nuovo rispetto a tutto quello che c'è stato prima, e quindi richiede contenuti nuovi. Però mi vuole bene, al di là della loro bravura musicale - oltre che cantanti, i Cetra sanno anche suonare - al di là della loro capacità di amalgamare le voci - che è un tratto caratteristico di tutte le loro esibizioni - è così incredibilmente divertente anche perché è il contenuto giusto per quello strumento. I Cetra sono sempre un passo avanti, sono innovatori, nel corso di una carriera che copre almeno quattro decenni di un secolo ricco di novità come il Novecento.
I Cetra sono jazz, sono swing. E soprattutto sono sempre con le orecchie tese e anticipano in Italia tutte le novità della musica del secolo "nuovo". Nel 1945 incidono Pietro Wughi il ciabattino, il primo boogie-woogie e nel 1957 registrano la versione italiana di Rock around the clock di Bill Haley, ossia L'orologio matto. E anche Nella vecchia fattoria è l'adattamento italiano di una canzone popolare americana, Old McDonald had a farm, conosciuta grazie alla versione di Nat King Cole: ed è anche questa una canzoncina perfetta, perché i Cetra sono bravissimi a fare tutto, specialmente le cose che sembrano più facili. Francesco Guccini, uno che è della generazione di Lennon e di Jagger, ha detto
I Beatles erano musicalmente ineccepibili ed i loro testi molto spiritosi e intelligenti, io li paragono a un gruppo italiano, il Quartetto Cetra: quattro grandi professionisti che hanno fatto la canzone italiana.
Certo i quattro ragazzi di Liverpool hanno segnato una stagione, ma non sono bravi come i Cetra. Immagino sia per questo che ci siamo dimenticati di loro. 

venerdì 24 gennaio 2020

Verba volant (748): dongiovanni...

Dongiovanni, sost. m.

Les hommes naissent et demeurent égaux, diranno i rivoluzionari francesi pochi mesi dopo che i due "irregolari" del teatro europeo, un vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile ragazzo e un prete che a Venezia gestiva un bordello, scrivono e mettono in scena il Don Giovanni.
Non sono rivoluzionari Wolfgang Amadeus Mozart e Lorenzo Da Ponte, lavorano per l'imperatore, la cui sorella avrebbe "perso la testa" a Parigi qualche anno dopo - Da Ponte anzi è il poeta di corte per il teatro italiano degli Asburgo - eppure è difficile immaginare un'opera più eversiva del Dissoluto punito ossia il Don Giovanni, come recita il titolo del dramma giocoso andato in scena il 29 ottobre 1787 al Teatro degli Stati generali di Praga. Certo alla fine del dramma l'impudente seduttore viene punito, viene trascinato all'inferno dai demoni evocati dalla statua del Commendatore, e gli altri personaggi possono cantare, tirando un sospiro di sollievo, la morale: 
Questo è il fin di chi fa mal:
e de' perfidi la morte
alla vita è sempre ugual! 
Don Giovanni è un gran seduttore, il catalogo delle sue conquiste meticolosamente tenuto dal fido Leporello, è lì a testimoniarlo, ma le donne si lasciano facilmente sedurre. Il "catalogo" è un testo illuminante non tanto per il numero delle donne avute dall'impenitente spagnolo, ma perché ci mostra Don Giovanni all'opera. Più che un seduttore, è uno che conosce le persone e che sa sfruttare le loro debolezze. Delle 2.065 donne che ha avuto - saranno poi 2.066, visto che nel corso dell'opera riesce a far scattare la sua trappola anche con la cameriera di Donna Elvira - non sappiamo quante siano le vecchie, ma suppongo che la percentuale sia piuttosto alta. Sono prede facili: vogliono sentirsi dire che sono giovani. E così le brutte: quando Don Giovanni dice loro che sono belle, vogliono assolutamente crederci. Oggi Don Giovanni lavorerebbe nel marketing e nella pubblicità. E poi ci sono le cameriere, le contadine, ossia le donne del popolo: per loro è parecchio più difficile dire no se un signore chiede qualcosa, anche "quella" cosa. E molte di loro avranno anche pensato cosa guadagnare da quella situazione. Don Giovanni conosce le meschinerie delle persone e le mette a frutto. E sa anche che gli uomini che lo criticano per quella sua condotta licenziosa in verità lo invidiano, si chiedono come possono fare per essere al suo posto. Don Giovanni sa che il mondo fa schifo e cerca di guadagnarci.
E infatti nell'opera non si salva nessuno, né donne né uomini, né signori né plebei. Gli uomini - e le donne, colpevole dimenticanza dei redattori della Dichiarazione, ma non di quel prete spretato che le conosce assai bene - nascono e rimangono uguali. La condanna è assolutamente egualitaria: è il trionfo dell'illuminismo. Donna Elvira sa chi è Don Giovanni, anche prima che Leporello le spieghi le sue non proprio originali tecniche di seduzione, lo ama, sfidando l'evidenza, perché non riesce a star sola. Zerlina sa bene cosa quel ricco signore vuole da lei, ma immagina anche, oltre all'avventura, a un riscatto sociale, sa che i cavalieri sono di rado onesti e sinceri con le donne, ma magari lei è l'eccezione. E Donna Anna siamo proprio sicuri che non abbia riconosciuto l'uomo che ha fatto entrare nella sua stanza, e nel suo letto? Davvero ha creduto che fosse Don Ottavio?
Non fanno miglior figura i "cornuti" della storia: sinceramente se lo sono meritato. Masetto, al di là delle spacconate, quando Don Giovanni lo allontana per rimaner solo con Zerlina, deve essere ben stupido per non sapere cosa quel signore voglia fare. Oppure è connivente. Perché le corna pesano un po' meno se in tasca uno ha dei denari. Don Ottavio per difendere la sua amata al massimo propone di ricorrere alla carte bollate. E approfitta della situazione per concludere il matrimonio, tanto ormai chi la prende una come Anna.
E ridiscendendo sulla scala sociale, Leporello, nonostante i richiami all'ordine e gli inviti alla prudenza che rivolge, inascoltato, al suo padrone, approfitta delle briciole che cadono dalla sua tavola. Non si limita a mangiare gli avanzi delle leccornie che Don Giovanni assaggia soltanto: si prende anche altro. Lo vediamo nella scena con Donna Elvira: immagino non gli dispiaccia che quella bella signora lo creda il padrone. Non è stata certamente quella la prima volta in cui i due hanno fatto quel giochetto. E anche i suoi inviti alla moderazione non sono dettati dal rispetto verso le donne, ma solo dalla paura delle conseguenze. Leporello non vuole che Don Giovanni cambi vita, solo lo preferirebbe un po' più prudente. Per continuare a goderne anche lui.
E poi c'è il Commendatore. Non crediate che faccia tutta quella scena perché si preoccupa per la figlia. Non gliene importa nulla di lei. Ce l'ha con Don Giovanni perché l'ha colpito nell'onore e soprattutto nel portafoglio: una figlia non più vergine vale meno nel mercato matrimoniale. Ormai o se la piglia quel pesce lesso di Don Ottavio o gli rimane in casa. E non credo sia un caso se Da Ponte e Mozart ci dicono che quel nobile signore è all'inferno. Il Commendatore viene a prendere Don Giovanni per portarlo con sé.
Alla fine, di fronte alle ipocrisie di tutti questi personaggi, che passano la vita a mentire, a se stessi e agli altri, a fingere di essere virtuosi, Da Ponte e Mozart chiaramente prendono le parti di Don Giovanni, che sarà pure un farabutto, ma non fa mai finta di non esserlo. Quanti vecchi si scoprono all'improvviso credenti al momento in cui si trovano di fronte alla morte, che magari non arriva. Don Giovanni che ha il privilegio di vedere addirittura i diavoli che lo vengono a prendere - una cosa che a noi non succederà, perché quel giorno i demoni avranno altre incombenze - quando chiunque altro avrebbe detto mi pento, pur di sfuggire a quella compagnia, ripete per tre volte il suo no. Don Giovanni non vuole cambiare: e c'è dell'eroismo in questa follia.
Tra il Don Giovanni e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino - e non della donna - lassù in Lamagna, in una bella città affacciata sulla laguna della Vistola, un professore di filosofia, le cui abitudini sono così metodiche che i suoi concittadini sono soliti regolare gli orologi quando lo vedono passare, l'antitesi perfetta di un dongiovanni - ma anche di tipi come Mozart e Da Ponte - pubblica un libro in cui è scritto, tra le molte altre cose,
Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Anche se non fosse sceso con il Commendatore all'inferno, Don Giovanni non avrebbe certo letto La Critica della ragion pratica: avrebbe avuto altro - e di meglio - da fare. Però il cielo stellato lo ha ammirato spesso, è stato un compagno fedele delle sue molte avventure. E, a suo modo, ammira perfino la legge morale in sé, anche se non è proprio quella a cui pensa Kant. Don Giovanni, e lo vediamo nell'ostinazione coraggiosa con cui affronta la morte, pensa che la sua vita si destinata a quel fine. E che diritto abbiamo noi di dire che sbaglia?   

martedì 21 gennaio 2020

Verba volant (747): crudeltà...

Crudeltà, sost. f.

Il collegio dei sacerdoti di Olimpia ha impiegato vent'anni per scegliere lo scultore che avrebbe dovuto realizzare la statua per il tempio di Zeus. Comprensibile: si trattava della statua più importante all'interno del tempio più prestigioso di tutto il mondo greco. Immaginatevi le pressioni politiche, i tentativi di corruzione, le dispute artistiche che una tale scelta comportava. Ogni artista greco avrebbe fatto carte false per un tale onore e ogni città voleva poter dire che era stato preferito il "suo" scultore.
Il tempio è stato terminato nel 456 a.C. e finalmente nel 436 i sacerdoti hanno annunciato che sarebbe toccato a Fidia. Il suo nome è il più accreditato già da molti anni, ma dopo l'inaugurazione ufficiale del Partenone, avvenuta nel 438, non c'è più discussione. Anche se probabilmente gli spartani hanno continuato a insistere affinché quell'incarico non fosse affidato a un ateniese, per di più così legato all'ambiente pericleo. Ad Atene Fidia aveva avuto l'incarico di sovrintendere all'edificazione del tempio, di disegnare i bozzetti di tutte le decorazioni esterne e interne e di realizzare la grande statua di Atena Parthénos. Quando finalmente i sacerdoti di Olimpia comunicano il nome del prescelto tanti greci hanno già ammirato il Partenone: ormai Fidia è una star.
I sacerdoti gli mettono a disposizione un edificio a fianco del tempio per realizzare quella statua. Gli archeologi lo hanno individuato e all'interno hanno ritrovato tracce dei materiale impiegato, avorio, ceramica, ossidiana e poi punteruoli, martelli, scalpelli, gli arnesi del lavoro di Fidia e dei suoi uomini. Verosimilmente l'artista si è portato dietro gran parte della propria bottega e ha assunto altro personale a Olimpia. Nel 433, dopo soli tre anni, la statua è pronta.
È colossale: supera i dodici metri di altezza. Appare sproporzionata rispetto al tempio, che pure era molto grande. Strabone nella sua Geografia scrive
Zeus, seduto, sfiorava il soffitto con la testa, dando l’impressione che, se si fosse alzato in piedi, avrebbe sfondato il tetto.
Pausania, nel quinto libro del Viaggio in Grecia, ne dà la descrizione più completa. Il dio, fatto di oro e avorio è seduto in trono. Indossa una corona di ramoscelli di ulivo, sandali d'oro, un mantello anch'esso d'oro, decorato con fiori di giglio in pietra dura e figure di animali. Nella mano destra tiene una Nike alata, anch'essa di oro e avorio, mentre nella sinistra uno scettro, su cui poggia un'aquila, ovviamente d'oro.
Sul fatto che questa statua di Fidia fosse un capolavoro dobbiamo fidarci, oltre che della descrizione di Pausania, del giudizio degli antichi che l'hanno considerata una delle sette meraviglie del mondo, perché la statua è andata perduta, probabilmente distrutta nell'incendio che ha devastato Costantinopoli nel 475 d.C.; la statua infatti era arrivata nella collezione di un ricco funzionario dell'impero, un tal Lauso, e il suo palazzo è stato distrutto proprio in quella data, insieme all'Afrodite Cnidia di Prassitele e a molti altri capolavori. Lauso aveva un ottimo gusto e le capacità di soddisfarlo.
Vi consiglio però di fare una gita a Modena. Vedrete uno dei capolavori assoluti del romanico, il duomo di Lanfranco con le statue di Wiligelmo, mangerete benissimo - anche senza andare dal cuoco più bravo del mondo - e, se vi rimane un po' di tempo, potrete visitare il museo archeologico-etnologico, che custodisce una lastra di marmo, che è una copia di ottima fattura, probabilmente di una bottega di artigiani greci, di una parte del rilievo del trono di Zeus a Olimpia. C'è qualcosa del genere anche al British Museum, però a Londra non c'è il gnocco fritto. 
I sacerdoti devono essere stati piuttosto minuziosi con Fidia rispetto a tutti i particolari della statua, ciascuno dei quali ha un preciso significato simbolico. Ma probabilmente l'artista ha avuto una qualche libertà in più rispetto alle figure del basamento e del trono, di cui si è forse limitato a disegnare i bozzetti, lasciandone la realizzazione alla sua bottega.
Per il trono ha scelto un motivo piuttosto tradizionale, l'uccisione dei Niobidi. Niobe è figlia di Tantalo e sorella di Pelope. Tantalo è così benvoluto dagli dei da essere invitato con una certa regolarità sull'Olimpo. Proprio in una di queste occasioni ha fatto una cosa piuttosto sconveniente, ha rubato l'ambrosia, il cibo degli dei, e l'ha portata sulla terra, dandola ai suoi sudditi, non per generosità, ma certo per far pesare il suo legame con gli dei, e per fare del populismo a buon mercato, una cosa che i politici tendono a fare anche oggi, pur non regalandoci l'ambrosia. Come ben sappiamo Tantalo per questo è stato crudelmente punito. Niobe da bambina ha probabilmente seguito il padre nei suoi viaggi sull'Olimpo, ha frequentato le giovani dee, e, una volta diventata sposa di Anfione, figlio di Zeus e re di Tebe, crede di essere come loro. Non capisce perché tutti onorino la sua compagna di giochi Leto, che non è regina e ha avuto solo due figli, un maschio e una femmina, mentre lei ha avuto sette figli forti e robusti e sette figlie bellissime. Ma quei due giovani sono Apollo e Artemide, che, istigati dalla madre, decidono di punire la presunzione di Niobe e ne uccidono rispettivamente i figli e le figlie. Fidia nel fregio che adorna il trono di Zeus rappresenta proprio l'uccisione di questi quattordici giovani, innocenti. 
È un mito tradizionale, la strage dei Niobidi è soggetto spesso rappresentato dagli antichi in pittura e in scultura, ma perché Fidia ha voluto scegliere proprio questa scena, in una celebrazione di Zeus trionfante? 
Probabilmente quando Fidia ha sottoposto i bozzetti del trono al collegio dei sacerdoti questi hanno lodato la scelta: una storia edificante, il segno che gli uomini non devono essere superbi, non devono peccare di ὕβϱις - hybris - ossia di tracotanza, che devono accettare i propri limiti. Niobe è il simbolo della superbia ancora in Dante che la mette nel Purgatorio
O Nïobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
E probabilmente qualcuno di quei sacerdoti, amici di Sparta e difensori delle tradizioni, avranno pensato che quella di Niobe era una lezione che avrebbero dovuto imparare quei tracotanti degli ateniesi, che si consideravano ormai i migliori dei greci: una sorta di contrappasso che proprio il loro più grande artista ricordasse a cosa rischiavano di andare incontro, sfidando le antiche leggi.
Ma credo che Fidia abbia ingannato quei sacerdoti. Non vuole raccontare l'espiazione di una colpa. Nel momento in cui celebra la massima potenza di Zeus, il re degli dei, signore della pace e dell'ordine, ricorda che tutto ciò poggia sulla crudeltà e sul sangue. Certo Niobe è stata superba, ma perché uccidere quattordici giovani innocenti per punirla? La strage dei Niobidi è irrazionale, sproporzionata, violentemente sadica. Come si fa a onorare un dio il cui regno poggia su una strage di tale efferatezza?
Chissà se qualcuno dei sacerdoti di Olimpia ha capito il gioco di Fidia. Far entrare in un tempio, il tempio più sacro di tutta l'Ellade una statua con un messaggio così radicalmente antireligioso. Comunque sia a Olimpia tutti ringraziano l'artista ateniese per quella statua, che, al di là del messaggio, porta nuovi turisti e quindi soldi. 
E così lo scultore torna ad Atene, ma qui l'aria è cambiata, i sostenitori di Pericle non hanno vita facile. Nel 432 viene accusato di malversazione: si sarebbe impadronito di una parte dell'oro destinato alla statua di Atena. Per fortuna Fidia ha tenuto i conti in ordine, riesce a dimostrare che tutto l'oro ricevuto è servito per le vesti della dea, che vengono pesate: non manca un grammo. Neppure questa statua si è salvata dalle fiamme, la conosciamo solo grazie alla testimonianza del viaggiatore Pausania. Il braccio sinistro della dea poggiava su un grande scudo, del diametro di quattro metri, dietro a cui si nascondeva il serpente Erittonio; sul lato esterno dello scudo Fidia ha scolpito delle scene di amazzonomachia, mentre su quello interno una gigantomachia. Una delle figure su questo scudo aveva il suo volto: un piccolo peccato di vanità, che gli è stato fatale. Viene accusato di empietà e stavolta non può scagionarsi: viene imprigionato e qui muore dopo pochi mesi, forse avvelenato. La lotta politica ad Atene era piuttosto violenta e non risparmiava queste esecuzioni sommarie. In fondo Fidia ce l'aveva già raccontato: il potere, per quanto appaia sfavillante, poggia sempre sulla crudeltà.

sabato 18 gennaio 2020

Verba volant (746): amicizia...

Amicizia, sost. f.

Ruth, la prossima settimana al Mocambo canterà Ella Fitzgerald.
Katy sveglia l'amica per darle quella notizia: sa quanto ammiri quella cantante. E poi sono quasi le cinque: Ruth si sarebbe dovuta alzare comunque. Da quando dividono quella piccola stanza a West Hollywood praticamente si vedono soltanto un'ora al giorno, quando Katy torna dal Mocambo dove fa la cameriera, poco prima che Ruth parta per andare a fare la stiratrice nella lavanderia del signor Jefferson. In quell'ora, in cui una si sveste per andare a letto e l'altra si prepara per il lavoro, Ruth vuole sapere dall'amica chi ha visto quella notte al Mocambo, perché tutta Hollywood passa per l'8588 di Sunset boulevard. Vedessi come è elegante Grace Kelly. Sophia Loren è splendida e gentilissima con tutte noi. Ruth chiede sempre se ci sono andati Bogey e Lauren Bacall: li adora. Katy si è innamorata di Tony Curtis. In quell'ora quella piccola stanza si riempie di sogni.
Katy finisce di raccontare mentre si infila nel letto ancora caldo, perché le due amiche devono condividere anche quello. D'altra parte, quando sono arrivate da Atlanta non potevano permettersi di affittare un appartamento con due stanze. O bimbe, la signora Castrucci ha esclamato in italiano, guardandole in faccia, dopo aver alzato gli occhiali dai loro documenti, voi due siete sicure di essere sorelle? Il cognome è lo stesso, i documenti sono veri: in fondo si è trattato di una piccola bugia. Katy e Ruth si sentono sorelle fin da quando sono bambine, anche se le loro famiglie non hanno mai voluto che giocassero insieme. E naturalmente non hanno potuto frequentare la stessa scuola. Anche per questo sono scappate da Atlanta. E adesso inseguono i loro sogni, sempre insieme, qui a Hollywood. Comunque la proprietaria ha smesso subito di fare domande, Katy e Ruth hanno capito molto presto che quella mancanza di curiosità della signora Castrucci è una necessità. In quella casa nessuno fa domande. Loro due continuano a essere le sorelle Smith. E poi quasi tutti gli inquilini si chiamano Smith.

Ci rimarrà un'intera settimana, comincia martedì 15, potresti venire domenica. 
Una settimana intera al Mocambo? Come ci sarà riuscita? 

Due settimane prima il telefono ha squillato nell'ufficio di Charlie Morrison.
Mocambo club. Chi parla?
Charlie, buongiorno. Sono Marilyn. Come stai?
Morrison ha riconosciuto subito la voce dell'attrice. Qual buon vento, cara?
So che Norman Granz ti ha chiamato per organizzare qualche serata di Ella Fitzgerald e che tu hai detto di no. A me Ella piace molto.
Charlie riceve spesso telefonate del genere e ormai sa come eludere quelle richieste. Non mi sembra adatta al club. Sono sicuro che Norman le troverà qualche altro ingaggio qui a Hollywood.
Però, caro Charlie, nessun club è come il Mocambo.
Grazie Marilyn.
Il problema non sarà il colore della sua pelle?
Marilyn mi conosci, sai che non escluderei mai un artista per quel motivo.
Proprio perché Marilyn conosce molto bene quelli come Charlie Morrison, sa esattamente che quello è il problema. Una cantante nera al Mocambo? Fa perdere soldi.
Charlie, ti propongo un piccolo affare. Se tu potessi dire in giro che tutte le sere in cui canta Ella Fitzgerald Marilyn Monroe sarà al Mocambo, cambieresti idea?
Tutte le sere? Anche una settimana?
Anche una settimana, caro Charlie, per Ella lo faccio volentieri.     

Finalmente è domenica, Ruth quella sera andrà al Mocambo e ascolterà Ella Fitzgerald. Katy la farà entrare dal retro, dall'ingresso di servizio. Poi nella confusione potrà andare in sala. Quelle serate sono un successo: Katy ritorna a casa sempre più tardi, una mattina ha incrociato Ruth che già usciva. Tutti vogliono vedere Marilyn, che ogni sera è sempre più bella. E così tutti ascoltano Ella. Ovviamente anche Charlie è contento, quando fa i conti degli incassi.
Katy e Ruth sono nel retro del club. Sonny, il ragazzo che controlla la porta di servizio, si è girato dall'altra parte quando sono arrivate le ragazze. Katy gli piace, si ferma sempre a fare due chiacchiere con lui; quando due giorni prima gli ha chiesto di far passare la sua coinquilina ha accettato subito. Non ha mai avuto il coraggio di chiederle un appuntamento: una come lei, anche se è così gentile, non può uscire con uno come lui. Sonny guarda la coinquilina, rimane sorpreso, non è proprio come se l'aspettava. Pensa che forse Katy potrebbe uscire con lui.
Ormai è fatta: Katy spiega che alla fine del corridoio c'è una piccola porta e allora Ruth potrà mescolarsi ai clienti, a qual punto nessuno farà più a caso a lei.
Ma quelle sono Ella e Marilyn. Ruth indica all'amica le due donne che, sedute dietro il palco, stanno parlando. Katy inciampa e così l'attrice e la cantante si accorgono delle ragazze.
Tutto a posto? Marilyn si avvicina a Katy. Ti conosco, lavori qui.  
Sì, miss Monroe. Katy si rialza.
E tu? Non ti ho vista queste sere.
Mi chiamo Ruth. Siamo amiche, viviamo insieme, Katy mi ha fatto entrare. Voglio ascoltare lei miss Fitzgerald, è la mia cantante preferita. Vi prego, non dite che ci avete visto qui.
Marilyn e Ella si scambiano un cenno e un sorriso. Ella stringe la mano di Ruth e di Katy. Tranquille. Anch'io sono entrata di nascosto nei club per ascoltare le mie orchestre preferite.
Tutto a posto? È Charlie Morrison.
Sì, caro Charlie. Stavo chiedendo a Katy se poteva cercarti, ma eccoti qui. Arrivi sempre al momento giusto. Immagino che tu non abbia problemi se questa sera al mio tavolo ci sarà anche la mia amica Ruth, vero?

Quella sera Ella è sfavillante. La prossima canzone è di Cole Porter. La voglio dedicare a due amiche. Che stasera sono diventate anche nostre amiche.

If you're ever down a well, ring my bell.
If you're ever up a tree, just phone to me.
If you ever loose your teeth when
you're out to dine, borrow mine.
When other friendships are soon forget, ours will still be great.

lunedì 13 gennaio 2020

Verba volant (745): gelo...

Gelo, sost. m.

Terminate le sfarzose e sfiancanti cerimonie - Ping, Pang e Pong sono davvero i migliori a organizzare queste cose - finita la festa che l'ha stordita per giorni, Turandot rimane finalmente sola e la giovane donna si rende conto quanto le costerà essere stata sconfitta, quanto sarà infelice quel matrimonio che ha subito. Calaf non la ama, non l'ha mai amata, l'ha usata per salire al trono: quando Altoum morirà - e non ci vorrà molto - sarà lui a diventare il nuovo imperatore. Calaf ama solo il potere, non gli basta essere il figlio di un re, vuole di più, vuole il potere più grande che un uomo possa ottenere. Per questo ha abbandonato suo padre a un destino di miseria, per questo ha guardato senza fiatare Liù sacrificarsi per lui, per questo ha stuprato Turandot.
E noi assistiamo impotenti a questa violenza. Il principe ancora ignoto afferra la giovane donna che si nega, che gli chiede di lasciarla, ma a lui questo non importa. Non può fermarsi proprio in quel momento in cui il traguardo è così vicino, solo per le grida di una donna. Anzi le dice che è lei a volerlo, perché "il gelo tuo è menzogna" e consuma lo stupro, dicendole chiaramente che "il bacio tuo mi dà l'Eternità". Non finge di amarla, le dice che quello stupro gli serve per diventare imperatore. E Calaf, come fanno spesso gli stupratori, le getta in faccia quella violenza, le dice che le è piaciuto, che dovrebbe ringraziarlo per quello che le ha fatto: "Sei mia! Tu che tremi se ti sfioro!". E poi la annichilisce con una frase che svela tutta la sua grettezza: "La mia gloria è il tuo amplesso". Turandot solo in quel momento capisce quanto deve aver sofferto quella sua ava che lei ha voluto con tenacia vendicare. Anche a lei il maschio che le ha fatto violenza avrà detto che in fondo ti è piaciuto. E gli altri le hanno detto che te la sei cercata e che adesso non devi lamentarti. Perché quel no non è stato accettato, non viene mai accettato, ma viene considerato un .
Turandot è sconfitta perché suo padre l'ha abbandonata: finalmente ho trovato un uomo che l'ha rimessa al suo posto, che l'ha domata, e io ho trovato un erede maschio degno di me. È sconfitta perché il popolo vuole un re, e non quella donna che si è messa in testa di diventare regina. Soprattutto è sconfitta perché ha visto che quella sua lotta, quell'uccidere uno dopo l'altro i pretendenti, che si ostinano a chiederla in sposa, quel suo cercare di vendicare l'ava violentata, tutto questo è stato inutile, se anche una giovane donna come Liù, una giovane schiava, non ha capito quello che lei stava facendo. E Turandot ha lottato con l'intelligenza, e finché ha combattuto su questo piano ha vinto, e Calaf vince perché di fronte all'intelligenza della donna di cui ha paura usa la forza, l'unica che può piegare la principessa.
Turandot stava lottando anche per lei, stava lottando per tutte le donne, ma Liù non ha voluto capirlo e quel suo sacrificio estremo per un uomo che non la voleva e che non la meritava, segna Turandot nel profondo. Di fronte al suicidio di Liù Turandot sente drammaticamente di aver fallito. Per questo diventa preda di un essere meschino come Calaf e delle trame che gli uomini hanno messo in campo per annichilirla, per farle perdere la propria dignità. Non è riuscita a cambiare il mondo, nonostante tutto il suo potere. Perché Liù e le donne di Pechino non hanno capito quella sua lotta, non hanno voluto combattere insieme a lei. E Turandot si arrende, capisce che la sua resistenza è vana. Si piega a quel matrimonio, alla violenza di quei maschi che hanno voluto il potere e alla volontà di quelle donne che hanno avuto paura di avere una regina.

giovedì 9 gennaio 2020

Verba volant (744): diluvio...

Diluvio, sost. m.

Gli antichi greci, a differenza di tutti i popoli la cui origine risale a quel grande continente che conosciamo come Asia e in particolare alla regione dei grandi fiumi, non credono al diluvio. Non ne parlano mai né Omero né Esiodo. Anche nell'antica Grecia ci sono storie che evidentemente sono state influenzate da questa ancestrale tradizione orientale, il cui lascito più noto è per la nostra cultura la storia di Noè e dell'arca in cui il vecchio patriarca ha salvato, oltre alla propria famiglia, tutte le specie viventi. In Grecia ci sono storie che raccontano grandi alluvioni, alcune con conseguenze catastrofiche, però mai un diluvio, quello che copre le terre emerse e uccide tutte le creature, tranne quelle che il dio iracondo che l'ha causato decide di salvare.
Il più famoso dei "diluvi" dell'antica Grecia è quello di Deucalione e Pirra. Aristotele nei Meteorologica dice che il cosiddetto diluvio di Deucalione ha interessato la regione di Dodona, un'area vasta, ma pur sempre circoscritta, della Grecia continentale, intorno all'Acheloo, spiegando che questo fiume nei secoli ha spesso cambiato il proprio corso.
La cosa più complicata per quei creatori di leggende è quella di trovare il motivo per cui gli dei avrebbero dovuto scatenare un tale cataclisma, capace di distruggere l'intero genere umano. Alla fine la colpa è stata data a Liceo, l'uomo-lupo, il re di un paese, l'Arcadia, dove i sacrifici umani erano continuati anche dopo che erano stati banditi da gran parte della Grecia. Raccontano allora che Liceo ha avuto l'empietà di servire allo stesso Zeus, che si era recato alla sua reggia sotto le sembianze di un viandante, le carni di suo figlio Nittimo, mescolate a quelle di pecore e capre. Zeus, scoperta l'empietà di Liceo, trasforma lui e gli altri suoi quarantanove figli in lupi. Poi, tornato sull'Olimpo, ancora sdegnato per quello che Liceo ha fatto, causa il diluvio. Francamente Zeus spesso ha già chiuso un occhio - se non tutti e due - sulle empietà dei mortali. E non è che gli dei siano poi migliori degli uomini. Anzi i greci amano tanto i loro dei proprio perché sono peggiori di loro. Forse quella volta Zeus si è vergognato perché quei sacrifici avvenivano in nome suo, e lui li ha tollerati troppo a lungo. Comunque sia la decisione è presa, Zeus può tutto e decide che per i mortali non c'è più posto in questa terra.
Prometeo, saputa dell'intenzione di Zeus, avvisa il proprio figlio Deucalione, re di Ftia. Questi costruisce un'arca per sé e per la propria sposa, Pirra, figlia di Epimeteo e Pandora. I due sposi sono anche cugini, perché Prometeo ed Epimeteo sono fratelli. Caricano l'arca con tutto il necessario per sopravvivere in mare - ma non gli animali - e aspettano. La pioggia finalmente arriva, imperversa per nove giorni, invadendo gran parte delle terre, tranne le cime dei monti.
E così Megaro, svegliato dai versi di uno stormo di gru spaventate per quell'innaturale cataclisma, riesce a rifugiarsi su una delle cime della catena dei Gerania, che guarda il golfo di Corinto. Anche un pastore della Tessaglia, Cerambo, si salva salendo sulla cima del monte Otri. Gli abitanti di Parnasso, visto che i lupi fuggono verso le vette più alte, li seguono e si salvano anche loro, decidendo di fondare lì una nuova città, che chiamano Licorea, proprio in onore dei lupi. E così i figli di Liceo, trasformati in lupi, sono tra i primi a trovare riparo dalla punizione che Zeus ha scatenato proprio a causa loro. Verosimilmente altri dei e altre dee hanno preannunciato ai loro figli, amanti, protetti, l'arrivo del diluvio e quindi altri si saranno imbarcati in navi costruite per l'occorrenza, così come molti altri si saranno rifugiati sulle montagne. Peraltro la cima più alta dei Gerania arriva a 1.351 metri, poco più del Vesuvio. Il diluvio di Zeus è stato poco efficace, anzi forse si sono salvati proprio i più cattivi, i più furbi, i più spregiudicati, che hanno raggiunto le aree sicure a scapito dei più buoni e più deboli.
Comunque sia, smesso di piovere, l'arca di Deucalione e Pirra si arena su un monte: il Parnaso secondo la tradizione più diffusa, oppure l'Etna o l'Athos o l'Otri. A seconda di chi racconta la storia. Deucalione per essere certo di poter sbarcare alza in volo una colomba e interpreta il suo ritorno come un segno favorevole. Immagino che questa storia vi ricordi qualcosa.
La parte più bella della storia è il racconto di come Deucalione e Pirra hanno ripopolato la terra, oltre a quelli che si sono salvati in altro modo. Appare a loro la saggia Temi, una delle dee più antiche, quella che è stata la prima sposa di Zeus, ordina loro di chinare il capo e di gettarsi dietro le spalle le ossa della madre. Deucalione e Pirra hanno madri diverse, sono morte entrambe ed è impossibile recuperare le loro ossa. I due capiscono però che la dea con quelle parole non si riferisce alle donne che li hanno generati, ma alla Terra, e così, raccolte delle pietre se le gettano dietro la schiena e da quelle di Deucalione nascono uomini, mentre le donne sorgono dove Pirra ha gettato le sue. Qui i miti si confondono. Zeus, che pure ha scatenato tutto quel putiferio, sembra sparire ed ecco apparire Temi, che dice che tutti noi siamo figli della Terra, ossia siamo figli della Gran madre. È il segno che l'antica religione femminile e matriarcale ancora prova a resistere nella memoria di chi inventa queste storie. Eppure noi sappiamo che Pirra è la figlia di Pandora, ossia la donna che ha portato i mali sulla terra: le storie dei maschi ormai hanno definitivamente vinto.
E noi? I greci, con il loro crudo realismo, ci hanno insegnato che non possiamo neppure sperare nel diluvio. 

mercoledì 8 gennaio 2020

Verba volant (743): schiuma...

Schiuma, sost. f.

È bella Lena Horne, ha gambe lunghe e un sorriso smagliante e disarmante, ma non è fatale come la sua amica Ava Gardner né scandalosa come Rita Hayworth, non è il "sogno proibito" dell'America, potrebbe esserne la fidanzata, come Ginger Rogers. È brava Lena Horne, sa ballare e sa recitare, ma soprattutto ha una voce calda e avvolgente, è una delle cantanti più brave della sua generazione, di quelle grandi artiste che stanno facendo la fortuna degli studios. È nera Lena Horne, ed è per questo che non è diventata la star che avrebbe meritato di essere. A Hollywood non le fanno mai dimenticare il colore della sua pella e lei non vuole mai dimenticarlo.
Esordisce a sedici anni, nel 1933, come corista e ballerina al Cotton club, ma si capisce subito che quella ragazza nata a New York in una famiglia della borghesia nera della città non è destinata a rimanere nella fila. Lena va a Hollywood, perché tutti quelli che vogliono diventare qualcuno devono andare là. E nel 1942 la Metro la mette sotto contratto: è la prima attrice e cantante nera a cui uno dei grandi studios offra un'opportunità del genere.
I neri vanno al cinema e amano i film musicali, vorrebbero comprare i dischi dei loro attori preferiti, ma finora nessuno di questi è mai stato protagonista di un musical, perché i produttori sanno che un film con un protagonista nero non verrebbe mai proiettato in molte sale del paese. L'unico modo per risolvere il problema è quello di fare dei musical solo per i neri. Nel 1943 escono così Stormy weathers e Cabin in the sky, prodotti rispettivamente dalla 20th Century Fox e dalla MGM. Le grandi majors mettono al lavoro i loro migliori artisti bianchi, spesso ebrei, per realizzare questi film, i registi sono rispettivamente Andrew L. Stone e Vincente Minelli, Harold Arlen, l'autore di Over the rainbow, collabora alle musiche di entrambi i film. Poi chiamano i più grandi artisti neri e il gioco è fatto. Lena Horne compare in tutti e due i film con un ruolo da protagonista. È lei a cantare in maniera struggente Stormy weathers per l'uomo che ama. Poi ci sono Ethel Waters, Louis Armstrong, Cab Calloway, Bill Robinson. Le trame sono piuttosto fragili, quei film sono più una sorta di collage di pezzi musicali a uso del pubblico nero che finalmente può vedere sul grande schermo i propri beniamini.
Cabin in the sky è un film per neri che negli stati del Sud viene proiettato solo nei "loro" cinema, ma siamo pur sempre nel 1943 e dato che Lena canta Ain't it the truth mentre è immersa in una vasca da bagno piena di schiuma, da cui emergono soltanto il viso e le spalle, l'intera scena - che adesso è un'immagine da educande - viene tagliata. Quelle spalle sono decisamente troppo per l'America, bianca e nera che sia, degli anni Quaranta.
Per qualche anno Lena viene ancora scritturata per partecipare ai musical, ma adesso gli studios adottano un'altra tecnica. A un certo punto del film i protagonisti entrano in un nightclub e trovano questa splendida artista che canta e, finita la canzone, la storia può ricominciare; così quella scena si può tranquillamente tagliare senza creare problemi alla trama. Basta stampare i manifesti senza il nome della Horne e quel film è pronto a diventare un successo anche negli stati del Sud.
C'è la guerra e tutti gli artisti sono impegnati negli spettacoli per le truppe. Naturalmente anche Lena viene chiamata dare il suo contributo. Però protesta perché i soldati neri vengono fatti sedere sempre in fondo alla sala, rigidamente divisi dai loro commilitoni bianchi che hanno i posti migliori. Le dicono che canterà per un pubblico fatto solo di soldati neri: non le piace, è accettare ancora una volta una forma di segregazione, ma deve accettare. Ci saranno anche dei prigionieri tedeschi. Quando sale sul palco Lena vede nelle prime file i visi bianchissimi dei soldati tedeschi, ha un moto di rabbia, lascia il microfono, scende le scale, percorre la sala e va dove iniziano le file dei soldati americani e comincia a cantare.
A questo punto per Lena Horne non c'è più posto a Hollywood. Naturalmente diventa un bersaglio per il senatore McCarthy. Lavora al Café Society, il night del Greenwich village che è stato il primo locale in cui bianchi e neri potevano sia esibirsi sia essere clienti, senza alcuna distinzione, "the wrong place for the right people", come dice il suo fondatore Barney Josephson. È amica di Paul Robeson, il protagonista a Londra di Show boat e di una celebre edizione di Otello, ma anche un acceso sostenitore della causa repubblica in Spagna e dei diritti dei neri in America. A causa delle sue posizioni apertamente socialiste a Robeson viene ritirato il passaporto e questo gli impedisce di svolgere la propria attività di cantante e attore: ad Harlem fonda un giornale, Freedom, che diventa dal '50 al '55 una tribuna per la battaglia dei diritti. Poi nel 1947 Lena sposa a Parigi il direttore d'orchestra, compositore e arrangiatore Leonard George Hayton, anche lui sotto contratto con la Metro; per i suoi arrangiamenti sarà nominato sei volte all'Oscar, vincendolo due volte. Hayton è bianco e il loro matrimonio è ulteriore motivo di scandalo per la carriera di Lena Horne.
E così Lena comincia a dirigere alcuni dei più importanti club del paese, naturalmente continuando a esibirsi. Il suo album registrato dal vivo Lena Horne at the Waldorf Astoria diventa una pietra miliare della sua "nuova" carriera, che la porta nei maggiori teatri e nightclub degli Stati Uniti. E poi c'è la televisione, che non dimentica questa bravissima cantante. Non avrà mai un proprio show, ma tutti i suoi colleghi bianchi - e maschi - che ce l'hanno, da Dean Martin a Andy Williams, a Tony Bennett, vogliono cantare con lei. Poi c'è Broadway. Lena è la protagonista del musical Jamaica, per cui ottiene una nomination ai Tony come miglior attrice: è la prima donna nera a raggiungere questo traguardo. In questo musical Lena ritrova Harold Arlen come autore delle musiche, mentre i testi sono di Edgar "Yip" Harburg, famoso per aver scritto i testi di tutte le canzoni del Mago di Oz, e anche per essere finito nella "lista nera". Per questo Jamaica può andare in scena solo sette anni dopo che è stato scritto, quando la "caccia alle streghe" è finita.
Lena intanto non smette mai di lottare. Il 28 agosto 1963 è a Washington. Non riesce a intervenire, come molte donne vorrebbero. Ma nessuna donna lo potrà fare quel giorno. Tutti quelli che intervengono sono uomini.
Nel 1978 torna a recitare in un film, The Wiz, la versione nera e urbana delle storie del paese di Oz, scritta da Joel Schumacher e diretta da Sidney Lumet. Diana Ross è Dorothy, Micheal Jackson lo Spaventapasseri, Richard Pryor il Mago di Oz. Lena Horne è - e non poteva essere altrimenti - Glinda, la Regina buona del sud. Lena è ancora bellissima, per quanto sia kitsch il suo vestito azzurro da fata madrina. Ma senti tutta la forza di Lena quando la Regina dice
Tutti abbiamo il dovere di trovare la nostra casa. Non è un posto dove si mangia e si dorme. È un posto per conoscere. Conoscere la nostra Mente, conoscere il nostro Cuore, conoscere il nostro Coraggio. E se conosciamo noi stessi, ci sentiamo a casa nostra, ovunque siamo.

martedì 7 gennaio 2020

Verba volant (742): gatto...

Gatto, sost. m.

Qualche giorno fa ho rivisto - dopo qualche tempo che non lo incrociavo - un mio coetaneo. Confesso che ho provato un po' d'invidia, perché, anche se siamo della stessa classe, è decisamente più giovane di me e non dimostra affatto la sua età. E non è uno di quei cinquantenni patetici che fanno finta di essere giovani, si mettono i cappelletti da teenagers, si tingono i capelli, si accompagnano con ragazze che hanno l'età delle nostre figlie. No, lui non nasconde affatto i suoi anni, si vedono tutti: è semplicemente un cinquantenne giovane. E sarà anche un centenario giovane. Perché lui - a differenza di quasi tutti noi - arriverà a questo traguardo; e lo supererà. Perché è un classico. Perché è Gli Aristogatti.
È un classico ed è perfetto. Bisogna ammettere che una parte della forza di questo film sta nelle "sue" voci e nella genialità di chi ha tradotto i dialoghi e ha adattato i testi delle canzoni. Mario Maldesi e Roberto De Leonardis - che hanno fatto tutto questo - meritano di essere considerati a tutti gli effetti tra gli "autori" degli Aristogatti.
Nella versione italiana - come è noto a tutti - il protagonista si chiama Romeoer mejo der Colosseo, doppiato dal bravissimo Renzo Montagnani, un attore che conosciamo quando va bene per le "zingarate", ma soprattutto per i film non proprio memorabili che ha interpretato con Edwige Fenech, che invece per noi nati negli anni Settanta è assolutamente memorabile. Montagnani, al tempo degli Aristogatti, è un attore politicamente molto impegnato: in quello stesso anno è, insieme a Gian Maria Volonté, l'interprete di Tre ipotesi sulla morte di Pinelli, diretto da Elio Petri. Volonté e Montagnani hanno lavorato insieme anche due anni prima, nel film di Gianni Puccini sui fratelli Cervi: il primo interpreta Aldo e il secondo Ferdinando.
Naturalmente nell'originale il gatto di strada non si chiama Romeo e non è di Roma, ma è irlandese e si chiama Thomas O'Malley. E ha la voce calda dell'attore e musicista jazz Phil Harris, che ha già doppiato l'orso Baloo nel Libro della giungla e sarà la voce di Little John in Robin Hood.
Phil è un volto e soprattutto una voce molto nota nell'America degli anni Cinquanta e Sessanta. La sua è una voce da cat, che non significa solo gatto - come avete imparato nella vostra prima lezione di inglese, quando questo dispettoso felino ha cominciato a salire e scendere dal table, immagino giocherellando con la pencil. Nel gergo del jazz cat è un appassionato di questa musica, nuova e trasgressiva, uno che guarda alla vita con un atteggiamento decisamente rilassato, che non prende sul serio gli altri - anche perché non prende sul serio neppure se stesso - che è sarcastico, che è povero per scelta - perché non ama molto lavorare e appena ha un po' di soldi li spende - e soprattutto che non si lascia scappare nessuna bella ragazza. Esatto, proprio come Thomas O'Malley - o Romeo, come preferite - la voce di Phil è proprio la voce di quel gattone libero e disinibito.
Così come la voce di Eva Gabor - la più brava a recitare delle tre sorelle - con il suo inconfondibile accetto ungherese, fa subito capire che Duchessa è una gatta dell'alta società. A Melina Martello non serve fare nessun accento: appena quella gatta miagola capisci subito che è una vera signora, assolutamente non una cat. Anche se quei tre micetti, Toulouse, Marie e Berlioz - che in italiano diventano Matisse, Minou e Bizet - un padre da qualche parte devono averlo. È pur sempre un film Disney, anzi è l'ultimo film che il reazionario Walt ha approvato prima di morire, ma Duchessa ha un passato, probabilmente molto più cat di quello che adesso, che è diventata una brava gattina dell'alta società, voglia ammettere. E perfino madame Adelaide Bonfamille è cat e anche l'avvocato Hautecourt. Non possono nascondercelo: quei due hanno avuto una storia.
Merita citare i due attori che hanno dato le loro voci a questi due "non-gatti" della storia. Hermione Baddeley - tra gli altri ruoli la cameriera Helen in Mary Poppins - è stata l'attrice che ha ricevuto una nomination all'Oscar grazie all'interpretazione più breve: solo due minuti in La strada dei quartieri alti, per cui ha avuto l'Oscar come protagonista Simone Signoret. Charles Lane è stato uno dei grandi artigiani di Hollywood: in settantadue anni di carriera ha partecipato a più di duecentocinquanta film. Soprattutto dagli anni Sessanta fa spesso il medico: se qualcuno in un film o in una serie televisiva si ammala è probabile che in ambulatorio trovi proprio Charles Lane.
Ed è anche cat, benché sia a tutti gli effetti un mouse, il piccolo Groviera - nell'originale Roquefort - il personaggio che risolve il "rapigatto". La sua voce è quella di un grande comico del cinema americano, Sterling Holloway, che per i film Disney sarà anche Kaa e il Gatto del Cheshire, un altro personaggio assolutamente jazz.
Ma torniamo alla nostra soffitta di Parigi: quando i musicisti della band di Scat Cat - e poi tutti nel finale - cantano Ev'rybody wants to be a cat, non dicono che vogliono diventare gatti - peraltro lo sono già - ma che vogliono diventare come Thomas, e come Duchessa. L'adattamento della versione italiana è perfetto, non avrebbe avuto senso tradurre letteralmente tutti quanti vogliono diventare gatti, perché invece è tutti quanti vogliono fare jazz. Anzi vogliono essere jazz. E la scena della jazz band felina è davvero indimenticabile. Peccato che la malattia abbia impedito a Louis Armstrong di interpretare quello che avrebbe dovuto chiamarsi Satchmo Cat, il leader di quella sorta di internazionale jazz felina - un trombettista americano, un pianista e batterista cinese, un chitarrista inglese, un fisarmonicista italiano e un contrabbassista russo - che nella Parigi della belle époque interpreta quella canzone, sembrando ignorare cosa sarebbe successo quattro anni dopo. E' Benjamin Scatman Crothers a interpretare Scat Cat. Crothers è stato un importante chitarrista jazz e un attore che ha fatto molti film, anche se ormai rischiamo di ricordarlo solo come il cuoco della "luccicanza" di Shining.
A proposito delle musiche del film è doveroso ricordare che la canzone che accompagna i titoli di testa, intitolata appunto The Aristocats, scritta da Robert e Richard Sherman - gli autori, tra le altre, delle canzoni di Mary Poppins - è interpretata da Maurice Chevalier. Il cantante e attore parigino nel '70 ha già ottantadue anni, si è ritirato dalle scene da due, ma i fratelli Sherman e la Disney vogliono che sia lui a cantare quella canzone. E non può essere che lui. Perché per l'immaginario dell'America di almeno tre decenni, Parigi è Maurice Chevalier, perché è lui che ha inventato quell'accento francese che non perderà mai, anche dopo la sua lunga e fortunata carriera hollywoodiana. E Lumiére negli anni Novanta è ancora un omaggio a questo artista. E anche per l'Italia Chevalier è Parigi e infatti quella canzone non viene tradotta, è l'unica del film a rimanere nella versione originale. Chevalier ha inciso due versioni, una in francese e una nel "suo" inglese. Nei cinema italiani, quando nel '71 esce il film, viene utilizzata quella in francese, anche se ormai, nelle versioni che passano in televisione, con il doppiaggio che è sempre quello storico del '70, la versione della canzone è quella in inglese.  
Il 1970 non è un grande anno per il cinema americano. Forse è più ricco quello italiano: Vittorio De Sica vince l'Orso d'oro a Berlino con Il giardino dei Finzi Contini, Elio Petri - ancora con Volonté - con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto vince l'Oscar come miglior film straniero e il Gran premio speciale della giuria a Cannes. Quell'anno la Palma d'oro va Robert Altman per M*A*S*H, che pur entrando in nomination non vince - comprensibilmente - l'Oscar come miglior film. Il film di Altman è - come noi - un cinquantenne invecchiato. Anche se la guerra in Corea non è mai finita, anche se quel lontano paese è ancora nelle cronache dei giornali, come una sorta di relitto della Guerra fredda, quel film racconta un mondo che non c'è più. Però "Occhio di falco" Pierce, "Duke" Forest e "Trapper John" McIntyre continuano a essere decisamente cat.