giovedì 9 gennaio 2020

Verba volant (744): diluvio...

Diluvio, sost. m.

Gli antichi greci, a differenza di tutti i popoli la cui origine risale a quel grande continente che conosciamo come Asia e in particolare alla regione dei grandi fiumi, non credono al diluvio. Non ne parlano mai né Omero né Esiodo. Anche nell'antica Grecia ci sono storie che evidentemente sono state influenzate da questa ancestrale tradizione orientale, il cui lascito più noto è per la nostra cultura la storia di Noè e dell'arca in cui il vecchio patriarca ha salvato, oltre alla propria famiglia, tutte le specie viventi. In Grecia ci sono storie che raccontano grandi alluvioni, alcune con conseguenze catastrofiche, però mai un diluvio, quello che copre le terre emerse e uccide tutte le creature, tranne quelle che il dio iracondo che l'ha causato decide di salvare.
Il più famoso dei "diluvi" dell'antica Grecia è quello di Deucalione e Pirra. Aristotele nei Meteorologica dice che il cosiddetto diluvio di Deucalione ha interessato la regione di Dodona, un'area vasta, ma pur sempre circoscritta, della Grecia continentale, intorno all'Acheloo, spiegando che questo fiume nei secoli ha spesso cambiato il proprio corso.
La cosa più complicata per quei creatori di leggende è quella di trovare il motivo per cui gli dei avrebbero dovuto scatenare un tale cataclisma, capace di distruggere l'intero genere umano. Alla fine la colpa è stata data a Liceo, l'uomo-lupo, il re di un paese, l'Arcadia, dove i sacrifici umani erano continuati anche dopo che erano stati banditi da gran parte della Grecia. Raccontano allora che Liceo ha avuto l'empietà di servire allo stesso Zeus, che si era recato alla sua reggia sotto le sembianze di un viandante, le carni di suo figlio Nittimo, mescolate a quelle di pecore e capre. Zeus, scoperta l'empietà di Liceo, trasforma lui e gli altri suoi quarantanove figli in lupi. Poi, tornato sull'Olimpo, ancora sdegnato per quello che Liceo ha fatto, causa il diluvio. Francamente Zeus spesso ha già chiuso un occhio - se non tutti e due - sulle empietà dei mortali. E non è che gli dei siano poi migliori degli uomini. Anzi i greci amano tanto i loro dei proprio perché sono peggiori di loro. Forse quella volta Zeus si è vergognato perché quei sacrifici avvenivano in nome suo, e lui li ha tollerati troppo a lungo. Comunque sia la decisione è presa, Zeus può tutto e decide che per i mortali non c'è più posto in questa terra.
Prometeo, saputa dell'intenzione di Zeus, avvisa il proprio figlio Deucalione, re di Ftia. Questi costruisce un'arca per sé e per la propria sposa, Pirra, figlia di Epimeteo e Pandora. I due sposi sono anche cugini, perché Prometeo ed Epimeteo sono fratelli. Caricano l'arca con tutto il necessario per sopravvivere in mare - ma non gli animali - e aspettano. La pioggia finalmente arriva, imperversa per nove giorni, invadendo gran parte delle terre, tranne le cime dei monti.
E così Megaro, svegliato dai versi di uno stormo di gru spaventate per quell'innaturale cataclisma, riesce a rifugiarsi su una delle cime della catena dei Gerania, che guarda il golfo di Corinto. Anche un pastore della Tessaglia, Cerambo, si salva salendo sulla cima del monte Otri. Gli abitanti di Parnasso, visto che i lupi fuggono verso le vette più alte, li seguono e si salvano anche loro, decidendo di fondare lì una nuova città, che chiamano Licorea, proprio in onore dei lupi. E così i figli di Liceo, trasformati in lupi, sono tra i primi a trovare riparo dalla punizione che Zeus ha scatenato proprio a causa loro. Verosimilmente altri dei e altre dee hanno preannunciato ai loro figli, amanti, protetti, l'arrivo del diluvio e quindi altri si saranno imbarcati in navi costruite per l'occorrenza, così come molti altri si saranno rifugiati sulle montagne. Peraltro la cima più alta dei Gerania arriva a 1.351 metri, poco più del Vesuvio. Il diluvio di Zeus è stato poco efficace, anzi forse si sono salvati proprio i più cattivi, i più furbi, i più spregiudicati, che hanno raggiunto le aree sicure a scapito dei più buoni e più deboli.
Comunque sia, smesso di piovere, l'arca di Deucalione e Pirra si arena su un monte: il Parnaso secondo la tradizione più diffusa, oppure l'Etna o l'Athos o l'Otri. A seconda di chi racconta la storia. Deucalione per essere certo di poter sbarcare alza in volo una colomba e interpreta il suo ritorno come un segno favorevole. Immagino che questa storia vi ricordi qualcosa.
La parte più bella della storia è il racconto di come Deucalione e Pirra hanno ripopolato la terra, oltre a quelli che si sono salvati in altro modo. Appare a loro la saggia Temi, una delle dee più antiche, quella che è stata la prima sposa di Zeus, ordina loro di chinare il capo e di gettarsi dietro le spalle le ossa della madre. Deucalione e Pirra hanno madri diverse, sono morte entrambe ed è impossibile recuperare le loro ossa. I due capiscono però che la dea con quelle parole non si riferisce alle donne che li hanno generati, ma alla Terra, e così, raccolte delle pietre se le gettano dietro la schiena e da quelle di Deucalione nascono uomini, mentre le donne sorgono dove Pirra ha gettato le sue. Qui i miti si confondono. Zeus, che pure ha scatenato tutto quel putiferio, sembra sparire ed ecco apparire Temi, che dice che tutti noi siamo figli della Terra, ossia siamo figli della Gran madre. È il segno che l'antica religione femminile e matriarcale ancora prova a resistere nella memoria di chi inventa queste storie. Eppure noi sappiamo che Pirra è la figlia di Pandora, ossia la donna che ha portato i mali sulla terra: le storie dei maschi ormai hanno definitivamente vinto.
E noi? I greci, con il loro crudo realismo, ci hanno insegnato che non possiamo neppure sperare nel diluvio. 

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