mercoledì 11 novembre 2020

Verba volant (792): dentifricio...

Dentifricio
, sost. m.

Henri Bendel e sua moglie Blanche Lehman - sì, proprio una di quei Lehman - sono arrivati a New York da Morgan City, in Louisiana, nel 1895 e hanno aperto il loro primo negozio sulla Nona Strada nel Greenwich Village. Blanche è morta di parto, insieme al bambino, pochi mesi dopo, e da quel momento Henri si è dedicato esclusivamente alla sua attività. 
Realizza cappelli da donna, poi passa ai vestiti. E qualche anno dopo ai profumi: sarà il primo negozio della città ad avere un'essenza con il proprio nome. Essendo nato e cresciuto in Louisiana Henri parla correntemente in francese e comincia a importare tessuti, abiti e accessori da Parigi. Nel 1907 inizia a marchiare le scatole in cui sono impacchettati i suoi prodotti con strisce bianche e marroni, e quelle scatole diventano ben presto un simbolo di eleganza. Nel 1913 fa costruire, su un progetto dell'architetto Henry Otis Chapman, un palazzo di otto piani al numero 10 della 57esima Strada Ovest, adornato con una serie di lastre di vetro commissionate all'artista francese René Lalique. Altre case di moda decidono di aprire la loro sede in quella strada, che diventa ben presto la "Rue de la Paix" di New York. E in quel negozio Henri è il primo in America che vende gli abiti e i profumi di Coco Chanel.
Aprono altri negozi Bendel, gli affari vanno bene e nel 1923 Henri, a cinquantacinque anni, decide di donare ai suoi dipendenti il ​​quarantacinque per cento del capitale dell'azienda, per un valore contabile all'epoca di 1,8 milioni di dollari. Certo la crisi del '29 colpisce anche la Bendel e le sarte e le modiste dovranno minacciare uno sciopero per far ritirare gli annunciati licenziamenti. Il vecchio Henri pensa di ritirarsi in una grande tenuta che ha comprato lungo il fiume Vermillion in Louisiana, ma rimane a New York, che ormai è la sua città, dove morirà il 22 marzo 1936, lasciando il suo compagno di vita per oltre trent'anni, Abraham Beekman Bastedo, a dirigere l'azienda.
Negli anni Trenta, se tua moglie dice che ha bisogno di un cappello, magari per andare a vedere il nuovo spettacolo scritto da Cole Porter che sta per debuttare all'Alvin Theatre, puoi star sicuro che tornerà a casa con una di quelle scatole a strisce bianche e marroni.

Il 2 agosto 1923 muore a San Francisco il presidente degli Stati Uniti Warren G. Harding, di ritorno da un viaggio in Alaska. Il giorno successivo il vicepresidente Calvin Coolidge, un avvocato nato in Vermont e che ha svolto tutta la sua carriera politica in Massachusettes, diventa inaspettatamente il trentesimo presidente. A Washington è conosciuto con il nomignolo Silent Cal, perché è un uomo di poche parole. Al tempo della sua vicepresidenza gira una barzelletta che ha una certa fortuna. Durante una cena ufficiale una vivace signora dell'alta società si siede accanto a lui e cerca inutilmente di coinvolgerlo in una conversazione. A un certo punto gli dice: "Ho scommesso che stasera le avrei tirato fuori più di due parole". Coolidge la guarda e con un mezzo sorriso le risponde: "You lost", ha perso. 
Eppure il presidente Coolidge, che sarà eletto per un secondo mandato nel 1924, è uno che parla, anzi è il primo presidente che usa regolarmente la radio per comunicare con i suoi cittadini. Il 6 dicembre 1923 un suo discorso viene trasmesso alla radio ed è il primo discorso radiofonico presidenziale. Quando si insedia per la seconda volta, la cerimonia è la prima trasmessa alla radio. Coolidge si rende conto quanto sia importante questo nuovo strumento di comunicazione e nel 1927 firma una legge per istituire una Commissione federale sulla radio. E Silent Cal è anche il primo presidente ad apparire in un film sonoro, registrato nel giardino della Casa Bianca da Theodore W. Case. Però Coolidge dice anche che "le parole di un presidente hanno un peso enorme e non dovrebbero essere usate indiscriminatamente". Una lezione che i successivi inquilini del 1600 di Pennsylvania Avenue hanno con tutta evidenza dimenticato.
Paradossalmente il silenzioso e serio Calvin Coolidge - che morirà il 5 gennaio 1933 a Northampton - è il presidente dell'età del jazz. E forse per questo sarà ricordato con tanto rimpianto negli anni successivi. Coolidge rifiuta di essere il candidato del partito repubblicano alle elezioni del 1928, perché non ha intenzione di passare dieci anni alla Casa Bianca e così viene eletto Herbert Hoover, il suo segretario al commercio. Coolidge non ha molta stima del suo successore: "per sei anni quell'uomo mi ha dato consigli non richiesti, tutti pessimi". Hoover sarà travolto dal crollo di Wall Street e quattro anni dopo perderà le elezioni a favore di Franklin Delano Roosevelt, che ribalterà completamente le politiche economiche impostata da Coolidge, che aveva ridotto le tasse, ma soprattutto le spese federali. Coolidge è uno degli uomini politici che ha portato alla crisi del '29 eppure nell'immaginario degli anni Trenta è ancora Silent Cal, il presidente silenzioso e onesto di un'età felice. 

Per tutti gli anni Venti Greta Garbo non può parlare. I dirigenti della Metro assecondano ogni sua richiesta: non devono esserci visitatori sul set quando lei gira e mentre è seduta che aspetta di essere chiamata dal regista deve essere nascosta da un paravento. Il direttore della fotografia deve essere sempre Willam H. Daniels, perché Greta è convinta che solo lui la renda così bella. E poi chiede un cachet più alto a ogni film, ma i produttori accettano anche questo, perché tutti amano la Garbo, tutti sognano la Garbo. Ma parlare: no, non ci pensano proprio. I produttori hanno paura: è arrivata nel '26 senza sapere una parola d'inglese e si sente ancora troppo il suo accento svedese. E se alla fine non funzionasse? No, è un rischio che non possono permettersi di correre, non possono perdere la gallina delle uova d'oro, solo perché lei vuole parlare. Però il pubblico ormai preferisce i film sonori - solo la Metro continua a fare quelli muti - prima o poi anche la Garbo dovrà parlare, ma cercano di resistere. Fino al 1929 fanno tutti i film che riescono, il più velocemente possibile.
"Gimme a whisky, ginger ale on the side, and don't be stingy, baby." È la sua prima battuta in Anna Christie, il film del 1930 - tratto da un dramma di O'Neill - in cui, come strillano i cartelloni pubblicitari Garbo talks. Anna è una giovane cresciuta in Europa: quel suo accento rende più credibile il personaggio. Ed è un successo. La Garbo adesso deve parlare, perché il pubblico ama anche la sua voce. È la grande seduttrice, un ruolo che Greta detesta, ma è quello che vuole il pubblico e la Metro non vuole certo rischiare con qualcosa di diverso.
E Greta continua a chiedere un compenso più alto, ma non c'è problema, tutti vogliono essere sedotti dalla voce della Garbo. Che in Italia è quella, bellissima, di Tina Lattanzi. E anche nel nostro paese la Garbo è la Divina, tanto da diventare un verbo nella divertente canzone scritta da Alfredo Bracchi e Giovanni D'Anza, Cinemà, frenetica passion del 1934, una presa in giro di chi si atteggia come i divi del grande schermo: se la mamma cammina come la Marlène, la figlia passa tutto il giorno a gretagarbeggiar.

Il 21 novembre 1934 debutta a Broadway Anything goes, il nuovo musical con le canzoni scritte da Cole Porter. Sono i suoi anni migliori: Cole non sbaglia una canzone. Poco dopo la metà del primo atto Reno e Billy, interpretati da Ethel Merman e William Gaxton, cantano una canzone in cui riaffermano la loro amicizia, dicendosi l'una all'altro: you're the top. E con questo espediente narrativo Porter crea uno dei suoi capolavori, mettendo in fila una serie di cose che per lui - e naturalmente per il suo pubblico - sono indubbiamente il massimo; tra queste ci sono a Bendel bonnet, a Coolidge dollar e the Garbo's salary

E poi? Cosa è veramente top per Cole Porter? Lui ama Parigi, è in quella città che ha conosciuto Linda e in cui si sono sposati il 19 dicembre 1919, partendo per un lunghissimo viaggio di nozze in giro per l'Europa. I Porter adorano l'Italia e infatti sono top il Colosseo e la Torre di Pisa, ma anche l'Inferno di Dante. Cole per la precisione dice, sapendo di sbagliare, Inferno's Dante, ma deve fare la rima con Durante. Alighieri e Jimmy: due con un certo naso. Non viene citata nella canzone una città che loro adorano, Venezia, dove hanno abitato per qualche tempo, avendo affittato Ca' Rezzonico per quattromila dollari al mese (più o meno sessantamila dollari di oggi), ma amano anche città meno conosciute: a Ravenna, visitando il mausoleo di Galla Placidia, Cole ha l'idea di scrivere Night and Day. Amano anche l'Egitto, la luce viola di certe notti d'estate in Spagna e le steppe russe. Amano l'arte e visitano i grandi musei europei, la National Gallery e il Louvre, dove ammirano il sorriso di Mona Lisa e i quadri dei maestri olandesi dell'età dell'oro. E poi Shakespeare e Strauss. E il camembert.
Ma naturalmente Porter vuole raccontare anche cosa c'è di veramente grande in America. Il suo mondo è Broadway, la sua casa è il teatro e Cole parte proprio da lì, dal naso di Jimmy Durante e dai piedi che sembrano volare di Fred Astaire. Jimmy ha lavorato con Cole in The New Yorkers e Red, Hot and Bleu, mentre Fred è stato la stella di Gay Divorce. E Cole poi rende omaggio al suo amico e collega Irving Berlin, alle sue ballads: il teatro musicale è davvero uno dei vertici della cultura americana. 
Ma l'"europeo" Porter vuole ricordare anche i drammi di Eugene O'Neill, che nel 1936 riceverà il Nobel, e i quadri di James Abbott McNeill Whistler e Mickey Mouse. 
Topolino è l'unico attore cinematografico citato da Porter, che però rende omaggio alla settima arte attraverso gli eleganti pantaloni, perfettamente stirati, degli uscieri del Roxy, la "cattedrale del cinema", la grande sala da 5.920 posti che si trova al 153 West della 50esima Strada, tra la 6 e la 7 Avenue, appena fuori Times Square. Gli uscieri maschi in uniforme del Roxy devono seguire una formazione rigorosa, sono sottoposti a ispezioni quotidiane ed esercitazioni, sotto la supervisione di un ufficiale della marina in pensione: davvero il top.
Porter ama l'America dell'età del jazz che celebra in questa canzone; l'America che - come avrete ormai capito - amo anch'io.
E anche a me piace la Waldorf salad, l'insalata a base di mele, sedano e maionese - le noci saranno aggiunte una ventina d'anni dopo - inventata il 14 marzo 1896 da Oscar Tschirky, il maître del Waldorf-Astoria Hotel. Al tempo di Anything goes l'albergo si trova da poco più di tre anni nella nuova sede al 301 Park Avenue tra la 49esima e la 50esima Strada, il grande palazzo di quarantasette piani, progettato dagli architetti Schultze e Weaver, un capolavoro dello stile art déco della città di New York.

Sono curiosi gli unici due riferimenti politici della canzone, anche perché Cole è un bon vivant, un aristocratico a cui stanno strette le regole "borghesi", ma non si interessa affatto di politica. E infatti lui, citando il Mahatma Gandhi e Nancy Witcher Langhorne Astor non vuole dare un giudizio politico, ma raccontare la prima metà degli anni Trenta, scattare un'istantanea di quel mondo.
E quel piccolo uomo, vestito di stracci, che tiene testa all'Impero britannico, e che l'opinione pubblica occidentale ha imparato a conoscere grazie al viaggio con cui ha visitato Londra e Roma, per Porter racconta un mondo che sta cambiando. Per l'elegantissimo Cole quell'uomo a cui si dice che il papa non abbia concesso un'udienza perché si è rifiutato di cambiarsi deve sembrare così incredibilmente jazz. Così come quella giovane americana che, dopo aver sposato un visconte inglese, è diventata la prima donna eletta a sedere alla Camera dei Comuni e a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari, visto che Constance Markiewicz, la prima donna a essere eletta nel parlamento inglese nelle file del Sinn Féin, non ha mai messo piede a Westminster. Ma a Cole non interessa questo primato, Lady Astor è una bella donna, lei e sua sorella Irene sono state tra le modelle preferite dell'illustratore Charles Dana Gibson che ha creato la Gibson Girl, l'ideale di bellezza femminile dei primi decenni del Novecento. E poi Nancy è una donna indipendente, dalla battuta pronta, spesso mordace. A Cole importa poco che già negli anni Trenta la sua stella sta per tramontare, perché troppo legata a Neville Chamberlain e alla sua politica di appeasement verso la Germania nazista e anche a uno sfortunato viaggio in Unione Sovietica con il suo amico George Bernard Shaw, che Stalin ha usato come strumento di propaganda a favore del suo paese. A Porter interessa la donna libera, anche spregiudicata, una donna come Evangeline che ha raccontato nel suo musical Nymph Errant, che ha potuto debuttare solo a Londra nel 1933, perché troppo audace per l'America decisamente maschilista dell'età del jazz.

You're the Top ha un successo che stupisce lo stesso Porter che considera quella canzone un trick di cui il pubblico si annoierà presto. Si sbagliava naturalmente: ci sono moltissime versioni di questa canzone. Tutti l'hanno voluta cantare: io amo molto quella di Ella Fitzgerald. Ella è sempre the top. Ne vengono fatte ben presto delle parodie. Sembra che anche Porter e Berlin si siano divertiti a scriverne qualcuna, ma non sappiamo se sia vero - come alcuni sostengono - che uno di loro due sia l'autore di una versione piuttosto volgare in cui viene citato come esempio di top il notevole "attributo" di Kong, che ovviamente non vediamo nel film della RKO.
Della versione originale - quella di cui ho parlato fino adesso - c'è una registrazione della Victor del '34, in cui viene cantata dallo stesso Porter, accompagnandosi al pianoforte. Poi ce n'è una versione successiva, un po' più lunga, in cui vengono citati i dipinti di Botticelli e le spalle di Mae West, i vestiti di Saks e le danze di Bali. Poi, man mano che passano gli anni alcuni riferimenti vengono aggiornati e così non viene più citata la Divina, ma si canta the Crosby's salary.

Ma c'è anche un'altra versione, quasi contemporanea a quella di Porter, scritta per il debutto inglese dle musical, avvenuto il 14 giugno 1935 al Palace Theatre. Il produttore Charles B. Cochran vuole adattare il testo per il pubblico londinese e affida questa revisione a Pelham Greville Wodehouse, che noi conosciamo per i romanzi dedicati all'impeccabile Jeeves, ma che è stato anche uno dei grandi autori dei musical del West End. Peraltro Wodehouse ha già lavorato su questo musical: è suo il primo libretto di quello che allora si chiamava Crazy Week. Ma quel libretto proprio non funzionava e così è stato completamente riscritto da Howard Lindsay e Russel Crouse.
Wodehouse si mette subito al lavoro e naturalmente deve fare diverse modifiche a You're the Top. Spariscono Henri Bendel e Calvin Coolidge. E anche Jimmy Durante. Ma rimangono la Garbo e Fred Astaire. Curiosamente nella versione andata in scena al West End viene citato anche il "nemico" Gandhi. Wodehouse è un paroliere troppo abile, avrebbe certamente trovato qualcosa per fare rima con Napoleon brandy: evidentemente anche per lui Gandhi è top, un simbolo degli anni Trenta.
La modifica che però rimane più impressa è un'altra: al posto dei drammi di O'Neill e della madre di Whistler, compaiono Mussolini e Mrs Sweeny, un'accoppiata stravagante, per quanto, a modo loro, entrambi siano rappresentativi di quegli anni.
Il 21 febbraio 1933 il matrimonio tra Charles Francis Sweeny, l'ultimo rappresentante di una ricca famiglia cattolica della Pennsylvania, e Ethel Margaret Whigham, unica figlia di un milionario scozzese, è un vero evento: il traffico rimane bloccato per ore a Knightsbridge, perché tutti vogliono vedere la sposa e il suo bellissimo abito, disegnato per lei da Norman Hartnell. E anche Margaret è bellissima: tra Londra e New York, la città dove è cresciuta, tanti uomini si sono invaghiti di lei, compreso il principe George, il fratello minore di Edoardo VIII e Giorgio VI, e David Niven. Tornata definitivamente in Inghilterra si fidanza con il settimo conte di Warwick, salvo poi decidere di sposare quell'americano. Al tempo della canzone Mrs Sweeny è ancora un indiscusso simbolo di eleganza, la regina delle cronache mondane. Trent'anni dopo purtroppo non sarà più così: il nome di Margaret sarà al centro di un torbido scandalo che aizzerà contro di lei la curiosità morbosa dei giornali inglesi. Benito Mussolini ci metterà molto meno tempo a perdere il favore del bel mondo della capitale inglese. George Bernard Shaw, il caro amico di Lady Astor, giudica Mussolini "un socialista che parla e pensa come fanno i governanti responsabili", mentre Winston Churchill lo definisce "il più grande legislatore vivente" e ancora "uno degli uomini più meravigliosi del nostro tempo": you're the top. Peraltro anche a Gandhi piacciono le riforme portate avanti da Mussolini, specialmente riguardo la terra ai contadini. "Peccato - aggiunge il leader indiano - che queste riforme sono obbligatorie. Ma è lo stesso in tutte le istituzioni democratiche." Comunque, pensano gli inglesi, per tenere a bada quegli italiani, serve il pugno di ferro. Wodehouse non si dimostra particolarmente lungimirante, almeno in politica: il 3 ottobre 1935, meno di quattro mesi dopo il debutto al West End di Anything goes, l'Italia fascista dichiara guerra all'Etiopia. E Mussolini smette di essere il top

Quando Anything goes debutta all'Alvin Theatre, anche se è stata tolta da alcuni mesi, i cittadini di New York ricordano molto bene la grande insegna pubblicitaria appesa sulla 47esima Strada West a Times Square. Quell'insegna animata al neon che raffigura una ragazza che va avanti e indietro sull'altalena è rimasta lassù per tre anni, dal 1930 al '33 e la conoscete anche voi perché appare in una scena famosissima di King Kong, uscito nella sale proprio nel 1933. E quando nel 2005 Peter Jackson ha fatto il remake con Naomi Watts ha voluto ancora quell'insegna. Si tratta della pubblicità della Pepsodent e Porter non può non inserire il nome del più popolare dentifricio d'America nella sua canzone: è la pubblicità baby!

Il mondo di Cole Porter sta finendo, l'età del jazz sta finendo, travolta dalla guerra che in Europa sta covando sotto la cenere. E nulla sarà più come prima: rimarrà soltanto la canzone che ci racconta quegli anni. Cole, you're the top!

giovedì 5 novembre 2020

Verba volant (791): recitare...

Recitare, v. tr.

Vito Giusto Scozzari e Frederick Paul Draper II sono
quasi coetanei. Il primo è nato a San Francisco il 26 gennaio 1918, mentre il secondo a Chester, in Pennsylvania, il 2 settembre 1923. 

Vito ha il teatro nel sangue. Ha trascorso i primi anni di vita a Napoli, dove i suoi genitori hanno deciso di tornare prima di trasferirsi definitivamente in America, questa volta a New York, quando lui ha sette anni. La madre recita in italiano a teatro per le famiglie degli emigranti e presto il bambino sale sul palcoscenico: prima solo per qualche comparsata e via via recita le prime battute. Fa il mimo, il giocoliere, il mago, fa quello che serve in quegli spettacoli popolari. Si fa chiamare Vito Scotti, perché è più facile da pronunciare rispetto al suo vero cognome.
Frederick invece non è figlio d'arte, ma, visti i suoi scarsi successi scolastici, pensa di poter diventare un attore: sempre meglio che lavorare. E poi così può trasferirsi a New York e iscriversi all'American Academy of Dramatic Arts, una scuola in cui ci sono molte belle ragazze. Fred non ha tutti i torti: in quegli anni frequentano l'istituto al 120 di Madison Avenue Grace Kelly e Anne Bancroft.

Dopo una lunga gavetta a Broadway Vito, come tutti i giovani attori di belle speranze, va a Hollywood. Nel 1949 ottiene la sua prima, piccolissima, parte - quella di un bandito messicano - in Illegal Entry, un film sul problema dei cittadini messicani che tentano di entrare negli Stati Uniti e sono vittime dei trafficanti, di qua e di là del confine: cose che succedevano in quel paese settant'anni fa. E così Vito Scotti comincia una carriera che terminerà cinquant'anni e duecento ruoli dopo, tra cinema e televisione. Naturalmente per lo più interpreta personaggi in cui deve fare l'"italiano", come in Life with Luigi, ma è stato anche un medico russo, un marinaio giapponese e un venditore ambulante emigrato dall'India. Molti dei film in cui è apparso - diverse volte, specialmente all'inizio della carriera, senza essere accreditato - non sono proprio memorabili - anche se nel 1972 è Nazorine nel Padrino di Francis Ford Coppola - ma alcuni continuano a passare in televisione con successo. Vito dà il meglio nelle commedie: nel 1968 in How Sweet It Is! - incomprensibilmente tradotto in Italia come Uffa papà quanto rompi - è il cuoco che bacia l'ombelico di Debbie Reynolds. E un anno dopo è l'attempato latin lover spagnolo che tenta, senza riuscirci, di sedurre Ingrid Bergman in Fiore di cactus. Nel 1970 è sua la voce di Peppo, il gatto italiano che suona la concertina in quella vera e propria "internazionale" del jazz messa insieme da Scat Cat sui tetti di Parigi negli Aristogatti. Vito è un artigiano del cinema, uno dei tanti che hanno reso grande Hollywood. 
Mentre frequenta i corsi dell'American Academy Fred divide una stanza con un altro studente, un ragazzo di sei anni più giovane di lui, i cui genitori sono arrivati in America dalla Grecia settentrionale e che dimostra subito un discreto talento, ma anche una notevole indisciplina. John Cassavetes vuole recitare e soprattutto vuole fare i suoi film, ma al di fuori degli studios e delle loro "regole". John lavora in televisione, è il protagonista della serie Johnny Staccato, un detective privato che è anche un pianista jazz nei locali del Greenwich. In un episodio della serie recita anche Vito Scotti. Con i soldi che guadagna in televisione Cassavetes realizza i suoi primi film, Ombre - che ottiene un premio al Festival di Venezia del 1959 - e Blues di mezzanotte. Anche Fred lavora in televisione, qualche piccola parte, per lo più non accreditata. A metà degli anni Sessanta è il barista in sei episodi di Peyton Place. John realizza quasi tutti i suoi film coinvolgendo un gruppo fidato di amici, Ben Gazzara, Seymour Cassel, Peter Falk. Naturalmente si ricorda anche del suo vecchio compagno di stanza al Greenwich, che è diventato un buon attore, e così Fred recita in cinque film diretti da John: Gli esclusi del 1963, con Judy Garland e Burt Lancaster, Volti del 1968, Mariti del 1970, Una moglie e La sera della prima, la cui protagonista è Gena Rowlands, che John ha conosciuto ai tempi dell'Academy e che è diventata sua moglie nel 1954. Dopo questo film, che è del 1977, Fred Draper decide di ritirarsi a Rancho Cucamonga, vicino a San Bernardino. È soddisfatto della sua carriera, delle poche cose che ha fatto, di quell'avventura cominciata per caso.

Si conoscevano Vito e Fred? Non credo fossero amici, probabilmente Fred non è mai stato invitato a una delle famose cene organizzate a casa sua da Vito, che era un ottimo cuoco e che si divertiva a preparare i piatti della tradizione italiana, seguendo le ricette che gli aveva lasciato sua nonna. Ma certamente si conoscevano: dopotutto Hollywood era una piccola città. 
Forse hanno già lavorato insieme - ma, visto che spesso i loro nomi non comparivano nei titoli, neppure di questo siamo sicuri - quando nell'estate del 1974 si ritrovano entrambi sul set di Negative Reaction, il secondo episodio della quarta stagione di Colombo, il ventisettesimo della serie, in Italia conosciuto con il titolo Una mossa sbagliata. Il regista è Alf Kjellin, che nella sua lunga carriera ha diretto decine di telefilm, da Il dottor Kildare a Dynasty, da Bonanza a La famiglia Bradford. La sceneggiatura è di Peter S. Fisher, che oltre ad aver scritto diversi episodi di questa serie destinata a diventare un vero e proprio cult, sarà il sceneggiatore di quasi tutti gli episodi di Ellery Queen e uno dei creatori di La signora in giallo. Il "cattivo", come avviene spesso negli episodi di Colombo, è un grande dello spettacolo, Dick Van Dyke, che qui sfoggia una bella barba grigia. Van Dyke interpreta il fotografo vincitore del premio Pulitzer Paul Galesko che, dopo averne inscenato il rapimento, uccide la moglie Frances - interpretata da Antoinette Bower, un'altra "veterana" del genere - e poi l'ex galeotto che l'ha aiutato e a cui cerca di addossare la colpa dell'omicidio di Frances. Nel corso dell'indagine il tenente Colombo si imbatte in un possibile testimone del secondo delitto, un barbone che però confessa che in quel momento era troppo ubriaco per ricordare qualcosa di quello che è avvenuto a pochi metri da lui, se non gli spari. Quel barbone, che pure dimostra una certa cultura e forse nasconde un passato misterioso, è Vito Scotti, in una delle scene più divertenti dell'episodio, perché quando Colombo va nella missione per interrogarlo, la suora, visto il suo impermeabile, lo scambia per uno dei senzatetto che si ritrovano lì all'ora di pranzo e gli dà un piatto di zuppa di manzo. In un'altra scena, Colombo chiede informazioni a un tecnico di laboratorio e quel collega della scientifica è Fred Draper.

Forse i loro nomi non vi dicono nulla e forse non ricordate neppure i loro visi, ma Vito e Fred hanno un'altra cosa in comune: negli anni Settanta sono apparsi rispettivamente in cinque e sei differenti episodi di Colombo, interpretando ogni volta un personaggio diverso.
Oltre al barbone di Una mossa sbagliata, Vito è un maitre che Colombo mette in difficoltà in L'uomo dell'anno, in cui l'assassino è Donald Pleasance, il grande attore inglese che sarà il primo interprete di Ernst Stavro Blofeld, il capo della Spectre. Poi Vito è un sarto snob in Candidato per il crimine, con il "cattivo" Jackie Cooper, da bambino una delle Simpatiche canaglie delle comiche di Hal Roach. Poi un impresario di pompe funebri in Il canto del cigno, con Johnny Cash che uccide Ida Lupino. E ancora un grossista di soia in Doppio gioco, in cui Patrick McGoohan uccide Leslie Nielsen. E sempre il suo personaggio permette a Peter Falk e agli autori di Colombo di creare una di quelle gag che hanno caratterizzato quella serie e hanno reso così popolare quel personaggio.
Fred, arrivato direttamente dalla "banda" Cassavetes, oltre al tecnico di laboratorio dell'episodio con Van Dyke, è un tassista in Incidente premeditato. È Il dottor Murcheson, un chimico di grande talento, ma con il vizio dell'alcol che crea una portentosa crema di bellezza, ma di cui dimentica la formula e che rimane fedele alla donna di cui è da sempre perdutamente innamorato, la proprietaria di una fabbrica di cosmetici, in Bella, ma letale. E questa "cattiva" è la sempre affascinante Vera Miles, una delle bellezze che Fred sognava di incontrare ai tempi della scuola. In Testimone di se stesso Fred fa uno dei suoi piccoli ruoli, ma partecipa a uno dei finali più belli di tutta la serie. Il dottor Marcus Collier - un subdolo George Hamilton - ha ucciso il marito della donna di cui è l'analista e l'amante. Fuggendo dalla scena del crimine per poco non investe un cieco che, guidato dal suo cane, passeggia lungo la strada, davanti alla casa dove è avvenuto il delitto. Colombo per incastrare il dottore organizza un confronto tra Collier e un presunto testimone, ma invece dell'uomo cieco fa accomodare il fratello, interpretato appunto da Fred Draper. A questo punto Collier si tradisce: accusa Colombo di aver organizzato una messinscena, perché sa che quell'uomo non può averlo visto. Ma se lui sa che è cieco, significa che era lì al momento del delitto, cosa che ha sempre negato: e così un cieco diventa, seppur indirettamente, il testimone oculare che incastra il colpevole. Poi Fred è Joseph in Ciak si uccide in cui l'assassino è il capitano Kirk, in un momento di "vacanza" dal comando dell'Enterprise. Infine a Fred tocca l'onore di essere un "cattivo" in L'ultimo saluto al commodoro, un episodio della serie che ha un andamento diverso da quello solito. Noi spettatori pensiamo che l'assassino sia Robert Vaughn - da giovane uno dei Magnifici sette, ma poi un "cattivo" di tanti telefilm -e assistiamo alle indagini di Colombo cercando di capire come lo smaschererà. Ma quando anche lui viene ucciso, allora la storia cambia completamente e il tenente scopre l'assassino dopo aver riunito tutti gli indiziati, tra cui il vecchio avvocato interpretato dal grande Wilfrid Hyde-White, il colonnello Pickering di My Fair Lady, nella stanza dove è avvenuto il primo omicidio, come Poirot o Ellery Queen, ma rimanendo sempre Colombo. E l'assassino è proprio il nostro Fred Draper, che interpreta Swanny Swanson. E il tenente lo incastra con uno dei suoi soliti trucchi: solo lui poteva sapere che l'orologio del commodoro non poteva funzionare. E così il vecchio Fred si toglie la soddisfazione di essere un assassino di Colombo, come lo è stato il suo amico John in Concerto con delitto.

Credo che anche Vito Scotti avrebbe meritato questo onore. Comunque quando la serie viene ripresa alla fine degli anni Ottanta, nel primo episodio, intitolato Autoritratto di un assassino, Peter Falk vuole che ci sia anche Scotti, che così raggiunge le sei partecipazioni. È Vito, il proprietario di un bar in cui si svolgono diverse scene e, ancora una volta il vecchio attore regala una bella interpretazione.

Forse il vecchio Stanislavskij o forse qualcun altro ha detto:
Ricorda: non ci sono piccole parti, solo piccoli attori.
Ricordatelo anche voi quando leggete i titoli di coda. The end

mercoledì 28 ottobre 2020

Verba volant (790): labbra...

Labbra
, sost. f. pl.

Mettetevi comodi e preparate i popcorn: stasera doppio spettacolo.

Martedì 19 giugno 1973: i sessantatré posti della sala Upstairs del Royal Court Theatre di Sloane Square, a Chelsea, sono tutti occupati. Sulla scena i sedili di un vecchio cinema che sembra abbandonato. Un riflettore illumina una giovane usherette che percorre lentamente il corridoio della piccola sala con il suo vestito rosa, che non nasconde le belle gambe, e il vassoio dei dolciumi tenuto al collo da una fascia rossa. Però non cerca di venderci i suoi dolcetti alla fragola: vuole raccontarci, cantando, lo spettacolo a cui stiamo per assistere. E lo fa con una canzone bizzarra, quasi senza senso - una sorta di collage dadaista - citando film apparentemente a caso, solo per rispettare metrica e rime. Ma forse quei titoli non sono scelti in maniera così casuale. E per noi che amiamo i vecchi film in bianco e nero, il testo di quella canzone è davvero uno spasso.

Si comincia citando Michael Rennie, l'attore inglese, alto ed elegante, protagonista del film del 1951 The Day the Earth Stood Still - che in Italia conosciamo con il titolo Ultimatum alla Terra. Per gli appassionati di fantascienza è un classico del genere, così come la frase, nella lingua degli alieni, Klaatu, Barada, Nikto! che ferma il robot Gort nel momento in cui sta per distruggere la terra per vendicare la morte del suo compagno dalle sembianze umane. Qualche anno prima nessuno aveva trovato le parole per fermare le bombe che avevano distrutto le città di Hiroshima e Nagasaki, nessuno, all'epoca in cui il film viene girato, sembra capace di trovare le parole per fermare una guerra che tutti sentono imminente. Non c'è salvezza in questo mondo, sembra il messaggio di quel film: bisogna sperare in un mondo diverso, bisogna sperare nell'arrivo degli alieni. Ma forse, come canta un poeta nato qualche anno dopo l'uscita di quel film, l'astronave è già passata e tu dormivi. Merita di essere ricordato il regista di quel film, Robert Wise, uno dei grandissimi artigiani di Hollywood, capace di fare film di qualsiasi genere, western, fantascientifici, bellici, anche se ha dato il meglio di sé nei film musicali e infatti ha ottenuto i suoi due Oscar per West Side Story e The Sound of Music.
Ma siamo appena all'inizio. Trixie ci annuncia un doppio spettacolo: un corto di Flash Gordon e L'uomo invisibile con Claude Rains. Sono tre le serie cinematografiche dedicate al personaggio creato da Alex Raymond: Flash Gordon del 1936, Flash Gordon's Trip to Mars del '38 e Flash Gordon Conquers the Universe del 1940. Ogni serie era divisa in quindici episodi. Il cinema, prima del film in cartellone, proiettava ogni settimana un episodio, sperando quindi che gli spettatori tornassero anche quella successiva per vedere come andava a finire. Più o meno quello che "subiamo" noi adesso con le serie televisive: solo che l'obiettivo per farci "tornare" ogni sera sul nostro divano è quello di venderci un nuovo telefono, un nuovo shampoo, una nuova merendina, un nuovo "qualcosa". Il Flash Gordon di quelle serie è Buster Crabbe, medaglia di bronzo nei 1500 metri di nuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 e medaglia d'oro nei 400 in quelle di Los Angeles quattro anni dopo; e poi una bella carriera nel cinema d'avventura. Francamente quei film sono più belli del colossal prodotto da Dino De Laurentiis nel 1980, che rischiamo di ricordare quasi soltanto per la conturbante bellezza di Ornella Muti che interpreta una poco vestita principessa Aura, senza comunque essere mai affascinante come la perfida Kala di Mariangela Melato.
The Invisible Man del 1933 segna il debutto cinematografico dell'attore inglese Claude Rains. Il suo viso non doveva apparire quasi mai durante il film - lo si vede solo alla fine, nelle ultime scene - e per questo quel ruolo è stato rifiutato da Boris Karloff. Però serviva una grande voce e il regista James Whale, che aveva già diretto Frankenstein due anni prima, ha capito subito che Rains sarebbe stato perfetto per quel ruolo, con quella sua voce così caratteristica. Ma non era sempre stato così: il giovane Claude, nonostante una grande passione per il teatro, ha difficoltà a parlare, oltre a un terribile accento cockney. Ma sir Herbert Beerbohm Tree, il fondatore della Royal Academy of Dramatic Art, è convinto che quel ragazzo possa diventare un grande attore. E così è stato e in seguito Rains è diventato docente in quella stessa scuola di recitazione, insieme ai suoi amici John Gielgud e Laurence Olivier. E noi abbiamo imparato a conoscere anche il viso di Claude Rains, che è stato uno dei grandi "cattivi" di Hollywood: il principe Giovanni in La leggenda di Robin Hood, il corrotto senatore Paine in Mr Smith va a Washington, il nazista Alexander Sebastian in Notorius; ma anche il grandissimo capitano Renault in Casablanca. E poi negli anni Sessanta, con la sua inconfondibile voce e l'innato aplomb inglese, è il professor Challenger in Mondo perduto e Mr Dryden in Lawrence d'Arabia. Quanto cinema abbiamo già raccotato; e siamo solo al quarto verso della canzone.
Poi arrivano Fay Wray e King Kong. Potete perfino non aver visto il film del 1933 prodotto dalla RKO e diretto da Merian C. Cooper and Ernest B. Schoedsack, potete perfino non conoscere esattamente la storia, ma tutti, proprio tutti, avete in testa l'immagine dell'enorme gigante che sulla cima dell'Empire State Building lotta contro quei biplani che volano come insetti intorno a lui. Ma anche se quel mostro ci spaventa, tutte le volte che guardiamo quella scena speriamo che riesca a fuggire, che scenda sano e salvo da quel dannato grattacielo, perché ci fanno molta più paura gli uomini che lo vogliono uccidere. E quelli che da dietro le cineprese riprendono tutta la scena. 
Ma non abbiamo tempo di fermarci: it came from outer space. E qui Trixie ci porta due decenni avanti, nel 1953, quando esce il film che ha proprio questo titolo diretto da Jack Arnold, basato su un soggetto scritto da Ray Bradbury, che in Italia conosciamo come Destinazione... Terra! In questo film gli alieni non sono venuti per conquistare il nostro pianeta, ma sono naufragati qui perché la loro astronave è andata in avaria. Ma non sono come noi, non sono bianchi come noi, non sono cristiani come noi, non sono maschi come noi, e quindi dovranno sopportare tutti i nostri pregiudizi. Non sono i primi "diversi" che abbiamo fatto soffrire con la nostra ipocrisia e non saranno certo gli ultimi.  
Basta pensare... Trixie ci annuncia già i due prossimi film: Doctor X del 1932 e Forbidden Planet del 1956. Se non avete visto il primo film, non vi rivelerò chi è il misterioso serial killer che uccide e sbrana le sue vittime nelle notti di luna piena. Ma vi dico che l'eroina che sta per cadere vittima di questo mostro è ancora una volta la sventurata Fay Wray, in uno dei tanti film della sua bella e lunga carriera. È morta a Manhattan l'8 agosto 2004, a novantasei anni, e due giorni dopo le luci dell'Empire State Building sono rimaste spente quindici minuti in sua memoria. Il secondo invece è nelle intenzioni dei suoi autori una specie di versione fantascientifica della Tempesta di William Shakespeare: forse un obiettivo troppo ambizioso, per quanto rimanga comunque un ottimo film di fantascienza. I protagonisti sono Walter Pidgeon, una giovane Anne Francis - citata nella canzone - una delle tante possibili fidanzate d'America e un quasi esordiente Leslie Nielsen, che certo non avrebbe mai immaginato di diventare Frank Drebin. Pidgeon aveva la faccia e il portamento dell'eroe, del buono, ma ha saputo interpretare ruoli più complessi, come quello del bandito in La belva umana e appunto il dottor Morbius in questo film; ma noi lo ricorderemo come lo splendido coprotagonista, insieme a Totò, del film I due colonnelli, che Pidgeon recita in italiano, ovviamente con il suo marcato accento inglese. Però il vero protagonista del film è il robot Robby, creato da Robert Kinoshita su disegni di A. Arnold Gillespie e Mentor Huebner, che vedremo in altri sette film e in moltissime serie televisive, dalla Famiglia Addams a Mork & Mindy, da Colombo a Wonder Woman. E ha fatto anche molta pubblicità. Tanti attori in carne e ossa sognano di fare la stessa carriera di Robby the Robot: senza riuscirci. 
Jack Arnold è uno specialista del genere e infatti nel 1955 dirige anche il successivo film citato da Trixie, Tarantula, insieme a uno dei suoi protagonisti Leo G. Carroll, che interpreta il professor Deemer, lo scienziato che ha creato il siero che rende giganteschi gli animali, compresa la tarantola che solo una squadriglia di jet armati di napalm - guidati da un giovane Clint Eastwood, non ancora il "buono" dei film di Sergio Leone - potrà distruggere. Leo G. Carroll, con quella sua aria misteriosa e altera, è un attore molto amato da Alfred Hitchcock: con lui girerà molti film e nel 1959 sarà il 'Professore" di Intrigo internazionale.
Sono enormi e giganteschi anche i trifidi, le piante che si staccano dal terreno e si nutrono di carne umana, i cui semi sono arrivati dallo spazio insieme a misteriosi meteoriti che hanno il potere di rendere ciechi chi li guarda. Il film è The Day of the Triffids del 1962, intitolato in Italia L'invasione dei mostri verdi, interpretato tra gli altri da Howard Keel, che non è più l'aitante Adamo Pontipee di Sette spose per sette fratelli. Anche se Trixie ricorda il film citando Janette Scott, l'attrice inglese che ha esordito come Cassandra in Elena di Troia di Robert Wise e negli Sessanta ha alternato con successo commedie romantiche e film di fantascienza. Janette è la biologa marina che insieme al marito vive su un faro in un'isola sperduta e che riuscirà a sconfiggere i trifidi gettandogli addosso acqua di mare. A proposito di "mostri" pericolosi, la sceneggiatura del film viene accreditata al produttore esecutivo Philip Yordan, anche se l'ha scritta Bernard Gordon, che non può lavorare perché, in quanto iscritto al Partito comunista, è nella "lista nera". Quando la Writers Guild of America ha cominciato ad accreditare correttamente le sceneggiature scritte sotto pseudonimi o attraverso prestanome, assegnando ai veri autori i loro crediti retroattivi, Gordon è quello che ne ha ricevuto di più di ogni altro scrittore della lista. Chi sono i "trifidi" più pericolosi? Una parte dell'America pensava si dovesse temere "l'invasione dei mostri rossi", ma quanti film, quanti libri, quanti musical abbiamo perduto per l'ottusa idiozia di questi pretesi difensori dell'ordine costituito?
Dana Andrews ha la faccia da western, ma Otto Preminger capisce che può diventare anche un duro per i suoi noir. Ma Trixie si ricorda di lui per La notte del demonio, un horror inglese del 1957 diretto dall'esperto del genere Jacques Tourner, famoso per Il bacio della pantera e Ho camminato con uno zombie. Andrews è il professore statunitense John Holden, uno scienziato che non crede all'esistenza di forze misteriose e soprannaturali: ma in suo viaggio nella vecchia Inghilterra dovrà ricredersi, visto che avrà l'occasione di incontrare il demonio in persona, con la sua misteriosa pergamena scritta con caratteri runici. 
Chissà se Trixie sa che George Pal, il prossimo nome che cita nella sua canzone, si chiamava György Pál Marczincsak ed era nato nel 1908 in quello che era ancora l'Impero Austro-ungarico, sotto il regno di Francesco Giuseppe. E forse non sa neppure che ha cominciato a fare film a Berlino negli anni d'oro dell'espressionismo tedesco, ma quando Hitler è andato al potere, è uno dei tanti cineasti europei che è dovuto fuggire a Hollywood, diventando uno dei grandi registi e produttori di film fantascientifici. Trixie ha visto certamente nel 1960 The Time Machine - in Italia L'uomo che visse nel futuro - con Rod Taylor e tanti altri film che lui ha prodotto, da When Worlds Collide a The War of the Worlds, e poi Conquest of Space. Perché a Trixie piacciono gli effetti speciali e Pal è un mago di questo cinema che ci tiene incollati alle poltrone. Ma chi è la misteriosa moglie di George Pal di cui parla Trixie? Questo non lo so neppure io, anche se ho un sospetto.

I miei lettori più attenti credono abbiano ormai capito sia il titolo della canzone che quello del musical che ha debuttato quella sera di giugno a Londra. Inutile dire che è stato un successo. È rimasto in cartellone fino al 20 luglio, ma poi è stato necessario trovare una sala più grande: dal 14 agosto al 20 ottobre in quella da duecentotrenta posti del Chelsea Classic Cinema e infine dal 3 novembre in quella da cinquecento posti del King's Road Theatre, dove lo spettacolo è rimasto fino al 31 marzo 1979. Ma ormai nessuno avrebbe più fermato The Rocky Horror Show. Che nel 1973 vince anche l'Evening Standard Award come miglior musical. Merita di essere ricordato che quell'anno come miglior spettacolo viene premiato Saturday, Sunday, Monday, la versione inglese della commedia di Eduardo Sabato, domenica e lunedì, con Joan Plowright e Frank Finlay che interpretano Rosa e Peppino Priore e Olivier nel ruolo del vecchio Antonio Piscopo. Due spettacoli che, a modo loro, raccontano il tempo che cambia.

Quella giovane usherette che interpreta Science Fiction/Double Feature è Patricia Quinn, una trentenne attrice arrivata a Londra da Belfast con il sogno di sfondare nel West End. L'autore Richard O'Brien e il regista Jim Sharman la scelgono per il ruolo di Magenta e le chiedono di interpretare anche Trixie: non hanno certo i soldi per scritturare un'altra attrice. Due anni dopo il Rocky Horror diventerà un film e naturalmente Patricia sarà ancora la misteriosa e sensuale cameriera del Dr Frank-n-Furter. E quando alla fine compare in scena con la tuta spaziale per tornare nel suo pianeta i suoi capelli sono un chiaro omaggio alla moglie di Frankenstein.
Nel film quella canzone deve accompagnare i titoli di testa e Sharman immagina che mentre canta Patricia vengano proiettati i fotogrammi di tutti i film citati. Ma ancora una volta bisogna fare i conti con il budget: acquistare i diritti di tutti quei film si rivela troppo dispendioso per la produzione. E allora Sharman ha un'idea: sarà O'Brien - ossia l'ineffabile Riff Raff - a cantare la canzone, ma le labbra rosse su sfondo nero - un omaggio a Lips di Man Ray - sono quelle di Patricia. Le labbra di una donna e la voce di un uomo: Science Fiction/Double Feature in un mondo che sta cambiando, anche se molti "terrestri" fanno di tutto affinché questo non accada. Ma noi, come Trixie, continueremo a fare il tifo per Kong e per tutti i "diversi" che lottano affinché questo mondo sia la loro "casa".  

domenica 18 ottobre 2020

Verba volant (789): assassina...

Assassina, sost. f.

Nonostante quelle splendide gambe e quei capelli rosso fuoco, la carriera di Gwyneth Evelyn - nata il 13 gennaio 1925 a Culver City - non riesce proprio a decollare. Forse rimarrà tutta la vita a lavorare negli studi di Hollywood; come suo padre Joseph, che ha sempre fatto l'elettricista per la Metro. Gwyneth è tenace, sa ballare - e in qualche film appare come una ballerina di fila - ma soprattutto sa insegnare a ballare. È una delle migliori assistenti di Jack Cole, il padre della theatrical jazz dance, il coreografo dei grandi successi di Broadway, ma soprattutto di praticamente tutti i più importanti film musicali degli anni Quaranta. Gwyneth insegna a star come Rita Hayworth, Betty Grable e Lana Turner. È lei che inventa i balletti di Gentlemen prefer blondes e che insegna a Jane Russell e a Marilyn Monroe come eseguirli: forse gli uomini preferiscono le bionde, e sposano le brune, ma nessuna le fa ballare come quella rossa. La danza è la sua vita, perché è solo grazie a quei lunghi esercizi che la piccola Gwyneth è guarita da una forma molto grave di rachitismo. E ci sono volute davvero tutta la sua pazienza e la sua tenacia.
Poi un giorno del 1952 il coreografo Micheal Kidd, arrivato da pochissimo a Hollywood per preparare, insieme a Fred Astaire, i numeri di danza di The Bandwagon, la nota e le propone un ruolo nel prossimo musical di Broadway di cui sta preparando i balletti, Can-Can, con le canzoni scritte da Cole Porter. Gwyneth - che adesso si fa chiamare Gwen - sarà Claudine, la seconda protagonista femminile, mentre la cantante e ballerina francese Lilo sarà la vedette. Nelle anteprime che precedono il debutto a Broadway tutti i critici esaltano l'interpretazione di Gwen nel balletto The Garden of Eden. Lilo è furiosa, pretende che tutti gli altri numeri di Gwen siano tagliati: dopo il Giardino dell'Eden quella strega dai capelli rossi non dovrà più tornare in scena. Gwen a quel punto decide di lasciare lo spettacolo, ma non può permetterselo: è solo una ballerina sconosciuta, una delle tante a Broadway. Il 7 maggio lo spettacolo finalmente debutta allo Shubert Theatre. Gwen fa il suo numero e torna in camerino per cambiarsi e tornare in albergo: il pubblico la adora, applaude, la chiama alla ribalta, Gwen arriva con indosso solo un asciugamano. Ottiene un consistente aumento di stipendio e il suo primo Tony.

Beulah May - nata il 18 novembre 1899 a Owensboro nel Kentucky - sogna di lasciare quella cittadina in cui quasi tutti lavorano nelle distillerie, per andare in una grande città. Beulah si convince ben presto che il matrimonio sia l'unico modo per realizzare questo sogno. E così a diciott'anni sposa il tipografo Perry Stephens, che però non dimostra alcuna ambizione: a lui piace vivere a Owensboro. Beulah divorzia e quando incontra il meccanico Albert Annan capisce che invece questa volta ce la può fare: Al si è innamorato di lei e soprattutto la vuole portare a Chicago. I due partono e il 29 marzo 1920 si sposano nella città del vento. 
Al lavora in un garage e Beulah fa la contabile in una grande lavanderia: non è esattamente quello che aveva sognato. E proprio nella lavanderia incontra Harry Kalstedt e i due cominciano una relazione. La sera del 3 aprile 1924 Al sta lavorando quando riceve una telefonata concitata della moglie: deve tornare subito, un uomo è entrato in casa, ha cercato di violentarla e lei lo ha ucciso. Quell'uomo naturalmente è Harry.

Maurine Dallas è nata certamente il 27 luglio. Ma gran parte dei registri dello Stato del Kentucky della fine dell'Ottocento sono andati perduti. Forse è nata a Louisville o forse a Lexington; forse nel 1896 o forse uno o due anni dopo. Certamente Maurine è una studentessa brillante: si diploma con i migliori voti della sua classe al Butler College di Indianapolis e viene ammessa al Radcliffe, la "succursale" femminile di Harvard. Al prestigioso college del Massachusetts infatti l'ammissione è aperta solo ai ragazzi e quindi le ragazze si devono "accontentare" del Radcliffe, in cui però insegnano molti degli stessi professori. Comunque le ragazze possono accedere ai laboratori di Harvard. E Maurine, che da sempre ama il teatro, decide di frequentare quello di drammaturgia del professor George Pierce Baker. Baker insegna letteratura inglese, ma la sua grande passione è il teatro: fonda l'Harvard Dramatic Club e soprattutto dal 1912 al 1924 dà vita al Fortyseven workshop, dal momento che la sua classe di inglese è contrassegnata proprio da quel numero. Non riuscirà a convincere Harvard a istituire una laurea in drammaturgia e così nel 1925 si trasferirà a Yale, dove sarà tra i fondatori della Yale School of Drama. Per Maurine l'incontro con il professor Baker è fondamentale. Lui esorta i suoi allievi a cercare ispirazione nel mondo, vuole che nelle loro storie raccontino la vita vera. Maurine lo prende, forse inaspettatamente, alla lettera: nel 1923 lascia Radcliffe prima di laurearsi e decide di trasferirsi a Chicago, trova un impiego negli uffici pubblicitari della Standard Oil e all'inizio dell'anno successivo diventa cronista giudiziaria del Chicago Tribune.   

Dopo il successo di Can-Can, negli anni Cinquanta Gwen diventa una delle stelle di Broadway. Nel 1955 è Lola, la seducente e irresistibile diavolessa in Damn Yankees. Nel 1957 è Anna, una ex prostituta in New Girl in Town, un musical scritto per lei da George Abbott e Bob Merrill, basandosi su Anna Christie di Eugene O'Neill. George Abbott è una delle colonne di Broadway: ha cominciato come attore nei primi anni Dieci per poi passare alla regia e alla scrittura di soggetti e testi teatrali. Nel 1959 l'attrice è Essie in Redhead. E per ciascuno di questi ruoli vince il Tony, perché ormai whatever Gwen wants, Gwen gets.
Il coreografo di Damn Yankees è un ballerino nato a Chicago nel 1927. Per Broadway è quasi un esordiente. Finora ha fatto solo le coreografie di The Pajama Game. Bob Fosse è ambizioso e ama ballare da quando ha poco più di dieci anni. Prima della guerra si esibisce a Chicago con un suo amico, Charles Grass: sono The Riff Brothers. Dopo la guerra si trasferisce a New York: vuole essere il nuovo Fred Astaire. Jerry Lewis nota lui e la moglie in uno spettacolo al Pierre Hotel e lo chiama a Hollywood. La MGM mette sotto contratto quel ballerino molto dotato, anche se non ha davvero la faccia da sfondare nel cinema. Anche Astaire è stempiato, ma lui è il re. Bob ottiene qualche piccola parte, in cui non riesce a dimostrare quanto sia bravo. È Hortensio, uno dei pretendenti di Bianca nel film Kiss me Kate, ma su questo set ha modo di realizzare la coreografia di uno dei numeri di danza. Quello è il suo lavoro: Bob lo capisce osservando Astaire mentre prova, guidato da Micheal Kidd, il numero Girl Hunt Ballet in The Bandwagon.
A Gwen piace lo stile di quel coreografo di Chicago, è qualcosa di nuovo rispetto a quello che le hanno insegnato Cole e Kidd, c'è più sensualità, i gesti sono più stilizzati, più marcati: quella è la danza moderna. E Bob capisce subito che Gwen non è solo una ballerina, è una coreografa come lui. E insieme creano i numeri che lei eseguirà sul palco. Secondo Bob in New Girl in Town non c'è un numero di danza che esalti davvero le capacità di Gwen e così durante le prove introduce una scena in cui Anna, in sogno, ricorda la vita del bordello. Il balletto è davvero seducente, troppo seducente, tanto che la polizia di New Haven, nel Connecticut, chiude lo spettacolo. L'autore e regista George Abbott decide di togliere il numero per il debutto al 46th Street Theatre, ma dopo le prime repliche Bob e Gwen introducono di nuovo il sogno di Anna. Ormai sono una coppia, anche fuori del palcoscenico e Gwen vuole che Bob in Redhead sia non solo il coreografo, ma anche il regista. Nel 1960 Gwen e Bob si sposano.

Beulah confessa di aver ucciso Harry: non può fare altrimenti, vista l'evidenza delle prove. Il racconto di quello che è successo quella notte cambia diverse volte durante il processo. La prima versione è quella della legittima difesa, lei ha sparato a Harry perché lui la stava per violentare: però Harry se ne stava andando, quando Beulah gli spara ha già indossato cappello e cappotto. Poi c'è la versione dell'impulso di rabbia e gelosia: Harry sarebbe andato da lei per dirle che la voleva lasciare e Beulah in un momento d'ira ha preso la pistola e gli ha sparato. L'ultima versione è che quando lei gli ha detto di aspettare un bambino, lui abbia deciso di andarsene dopo una lite violenta, rifiutandosi di riconoscere quel figlio della colpa. Non sappiamo come è andata davvero, l'unica certezza è che dopo aver ferito Harry, Beulah ha messo sul piatto del suo giradischi un disco di foxtrot, e ha bevuto diversi cocktail per quattro ore, guardandolo morire.  
Ma a nessuno interessa ormai sapere la verità. Beulah è una bella ragazza, le sue foto campeggiano su tutti i giornali di Chicago. In città non si parla d'altro. E Chicago ha deciso che lei, nonostante tutto, è innocente. Anche Albert fa la sua parte, rimane accanto a Beulah per tutta la durata del dibattimento, ritira tutti i suoi soldi e si procura uno dei migliori avvocati della città che capisce subito che quel processo non si vincerà nelle aule del tribunale, ma sulle colonne dei giornali. Il pubblico ama Beulah e il 25 maggio 1924 viene assolta.

Quegli otto mesi al Tribune sono davvero intensi per Maurine. Deve scrivere necrologi, articoli sulle novità della moda, un profilo di Jane Addams e Ellen Gates Starr, le attiviste pacifiste che hanno fondato in città la Hull House, per dare assistenza alle giovani donne. Però soprattutto viene mandata in tribunale. Scrive un paio di articoli sul caso Leopold e Loeb. Nathan Freudenthal Leopold Jr. e Richard A. Loeb sono due ricchi studenti dell'Università di Chicago, che il 21 maggio 1924 uccidono il quattordicenne Bobby Franks; durante il processo motivano quel gesto dichiarando che volevano commettere il delitto perfetto. Ovviamente la vicenda richiama l'attenzione dell'opinione pubblica, anche grazie al fatto che il loro avvocato è il celebre Clarence Darrow, che, con un'arringa durata dodici ore, riesce a evitare per i due giovani la pena di morte. Nodo alla gola di Alfred Hitchcock è una delle molte opere ispirate a questo caso di cronaca. Il caso Leopold e Loeb è troppo importante per farlo seguire a quella giovane studentessa del Kentucky, a cui viene comunque chiesto di coprire altri due processi molto seguiti, quello di Beulah Sheriff Annan e quello di Belva Gaertner. 
Belva Eleanora Boosinger è nata il 14 settembre 1884 a Lichtfield, nell'Illinois. A Chicago fa la cantante nei cabaret con il nome d'arte Belle Brown. Nel 1917 sposa William Gaertner, un industriale dell'Indiana più vecchio di lei di vent'anni, ma cinque mesi dopo William chiede che il matrimonio venga annullato: sembra che il divorzio di Belva dal primo marito non sia stato registrato. Poi si sposano un'altra volta e un'altra volta si separano. L'11 marzo 1924 Walter Law viene trovato ucciso nell'auto di Belva, seduto sul sedile accanto a quello del guidatore: vicino a lui una pistola e una bottiglia di gin. La polizia rintraccia subito la donna: è a casa sua, è ancora ubriaca e indossa vestiti sporchi di sangue. Confessa che Law è il suo amante, di essere stata con lui la sera prima, ma dice di non ricordare altro. Ammette che la pistola è sua: l'ha comprata per difendersi dai ladri. Durante il processo i colleghi di Law testimoniano che Belva lo aveva già minacciato, quando lui - più giovane di lei di quasi dieci anni - ha cercato di lasciarla per tornare con la moglie e il figlio. Anche il caso di Belva accende la curiosità morbosa dei giornali e anche lei è molto bella. L'opinione pubblica assolve subito la donna: nel giugno del 1924 il tribunale ratifica una decisione presa sui giornali. Maurine intervista Belva, che dice a sua difesa: "Nessuna donna può amare un uomo abbastanza da ucciderlo. Non ne vale la pena, perché ce ne sono sempre molti di più.". Nonostante il Tribune, come gli altri sei grandi giornali della città siano schierati dalla parte di Beulah e Belva, Maurine è una delle pochissime che crede che siano colpevoli. Comunque sia adesso ha ormai abbastanza storie da raccontare, può tornare a frequentare i seminari del professor Baker.

All'inizio degli anni Settanta Gwen Verdon e Bob Fosse non sono più una coppia, non abitano più insieme e ciascuno di loro vive altre storie, anche se non divorzieranno mai. Forse tra loro due non c'è più la passione, forse neppure l'amore, ma c'è Nicole, loro figlia, e soprattutto c'è la consapevolezza che insieme possono ancora creare grandi spettacoli, li unisce certamente l'amore per la danza. Bob ha bisogno di Gwen e quando nel 1972 va a Berlino per girare Cabaret, Gwen va con lui: sarà lei a spiegare a Liza Minelli come ballare con una sedia in Mein Herr. E la figlia del regista di The Bandwagon non lo dimenticherà mai.
È Gwen che, leggendo durante le prove di Sweet Charity la commedia Chicago di Maurine Dallas Watkins, si rende conto che può diventare uno splendido musical e ne parla al marito. La scrittrice però non vuole cedere i diritti, non vuole che si raccontino di nuovo quelle storie che ormai sono state dimenticate. Forse si sente in colpa: in fondo anche i suoi articoli hanno contribuito ad assolverle, anche se colpevoli. Dopo l'ennesimo rifiuto, Bob Fosse rinuncia all'idea. Ma quando sa che la drammaturga è morta, pensa si possa ritentare. Gli eredi non hanno gli stessi scrupoli e quindi Bob Fosse, Gwen Verdon e il produttore Richard Fryer diventano i nuovi proprietari dei diritti. Bob decide immediatamente di coinvolgere Fred Ebb e John Kander, gli autori di Cabaret. Anche Bob collabora al libretto, mentre i due autori scrivono le canzoni. Accentuano i caratteri di vaudeville, rendendo ancora più evidente come la giustizia possa diventare uno spettacolo. I personaggi sono ancora più caricaturali di quelli di Watkins e la denuncia ancora più netta.
Chicago: A Musical Vaudeville debutta il 3 giugno 1975 al 46th Street Theatre. Naturalmente Gwen Verdon è Roxie Hart, mentre Chita Rivera è Velma Kelly e Jerry Orbach l'avvocato Billy Flynn. Chita è una delle grandissime di Broadway: è stata la prima Anita di West Side Story; dieci volte nominata al Tony e tre vittorie. Jerry ha debuttato a Broadway nella prima edizione di The Threepenny Opera e avrà una lunga e fortunata carriera a teatro, al cinema e in televisione: sarà il detective Lenny Briscoe in quasi trecento episodi di Law & Order. Un grande regista e coreografo, un magnifico cast, splendide canzoni: Chicago dovrebbe essere un successo, ma non è così. Quell'anno esce anche A Chorus Line e sia il pubblico che la critica preferisce decisamente il musical scritto da Marvin Hamlisch e Edward Kleban, che vince ben nove Tony, mentre Chicago nemmeno uno. Un critico definisce lo spettacolo "cinico e sovversivo", probabilmente ha ragione, ma è anche la ragione per cui poi sarebbe stato così amato. Inoltre a fine luglio Gwen deve essere operata alla gola, il produttore pensa che a quel punto sia meglio chiudere lo spettacolo: Liza Minnelli si offre di sostituire l'amica e dall'8 agosto al 13 settembre interpreta Roxie. Le repliche sono in tutto 936: alla fine, grazie anche all'intervento della Minelli, non è un fiasco, ma neppure il successo sperato. 
Per Gwen quello di Roxie sarà l'ultima interpretazione a Broadway. Si dedicherà al cinema: sarà Tish Dwyer in The Cotton Club di Francis Ford Coppola, la madre di Alice nel film di Woody Allen, la zia di Meryl Streep e Diane Keaton in La stanza di Marvin. Sono piccoli ruoli che Gwen illumina con la sua bravura. Poi continua ad aiutare Bob. Collabora alle coreografie del musical Dancin' e del film autobiografico All That Jazz del 1979. In quel film Leland Palmer interpreta un personaggio basato essenzialmente su di lei. E continua a fare quello che ha sempre fatto, insegna a ballare. Anche alla nuova compagna di Bob, Ann Reiking. Quando Bob Fosse muore nel 1987, è naturalmente Gwen che ne cura l'eredità artistica.

Il giorno successivo all'assoluzione Beulah Annan annuncia che intende lasciare il povero Al. Dichiarerà poi che è stato a lui ad abbandonarla. Nel 1927 sposa un pugile, Edward Harlib, che lascia dopo tre mesi, accusandolo di essere violento. Nell'accordo di divorzio Beulah ottiene cinquemila dollari. Ma ormai il pubblico si sta dimenticando di lei. Il 10 marzo 1928, a soli ventotto anni, muore di tubercolesi al Chicago Fresh Air Sanatorium, dove è stata ricoverata con il nome Beulah Stephens. La salma viene riportata nel Kentucky. La sua lapide, nel cimitero della chiesa presbiteriana di Mount Pleasant Cumberland, ha la data di morte sbagliata.

Maurine Watkins deve iscriversi a Yale, perché è in quel college che il professor Baker ha portato i suoi corsi di drammaturgia. E come primo esercizio di uno dei laboratori scrive una commedia in cui racconta la vicenda di due donne che vengono assolte nonostante abbiano commesso un omicidio. Beulah Annan diventa Roxie Hart, mentre Belva Gaertner Velma Kelly, Albert Annan diventa Amos Hart, mentre gli avvocati difensori vengono combinati nel personaggio Billy Flynn. Il copione arriva a un produttore di Broadway che decide di mettere in scena quella commedia. La stella Jeanne Eagels, che dopo aver esordito come una ballerina di Ziegfeld è diventata una famosa attrice teatrale e dei primi anni del cinema sonoro, viene ingaggiata per il ruolo di Roxie Hart. Jeanne pretende il licenziamento del regista Sam Forrest, che viene sostituito da un giovane George Abbott, all'inizio della sua lunga carriera. Nonostante questo l'attrice lascia la commedia durante le prove e viene frettolosamente rimpiazzata da Francine Larrimore. Chicago debutta a Broadway ed è un successo: rimane in cartellone per 172 repliche e subito dopo inizia la tournée negli Stati Uniti, con un allora sconosciuto Clark Gable nel ruolo di Amos. Nel 1927 Cecil B. DeMille produce un film muto in cui Roxie è Phyllis Haver, una attrice del Kansas che ha debuttato nel cinema come una delle Sennett Bathing Beauties, le belle ragazze che in "scandalosi" costumi da bagno dell'epoca, girano brevi cortometraggi che precedevano i film. Nel 1942 questa storia diventa un film dal titolo Roxie Hart, con protagonista Ginger Rogers. Ma è già in vigore il Codice Hays e quindi la storia è completamente riscritta: in questa versione Roxie non ha ucciso nessuno, ma dice di averlo fatto solo per per farsi pubblicità.
Maurine scrive altre venti opere teatrali, ma nessuna ha il successo di Chicago. Si trasferisce a Hollywood e scrive sceneggiature: la migliore è quella del film del 1936 La donna del giorno con William Powell e Myrna Loy. Il suo stile appare troppo datato e le sue sceneggiature vengono via via scartate. Nel 1941 si trasferisce in Florida, in fondo Chicago l'ha resa milionaria.

Il 14 novembre 1996, al Richard Rodgers Theatre - come si chiama ormai il 46th Street theatre - va in scena una nuova produzione di Chicago. David Thompson adatta la sceneggiatura, Walter Bobbie cura la regia, mentre Ann Reinking la coreografia, cercando di rimanere il più fedele possibile allo stile di Bob Fosse e Gwen Verdon. La scenografia, scarna ed essenziale, prevede che la band sia al centro della scena, come fosse una giuria, e attorno a essa si muovono gli attori, che, quando non sono coinvolti nell'azione rimangono in scena, seduti in sedie disposte lungo il palco. Ann è Roxie, Bebe Neuwirth Velma, James Naughton Billy Flynn, mentre per la parte di Amos viene ingaggiato il grande Joel Grey. È finalmente un grande successo: i critici sono entusiasti, lo spettacolo vince sei Tony. Le repliche sono ormai più di novemila e Chicago ha il record per il revival musicale più longevo a Broadway. Un successo a cui ha contribuito il film del 2002 diretto da Rob Marshall con Renée Zellweger, Catherine Zeta Jones e Richard Gere.

Beulah non ne voleva proprio sapere di rimanere a Owensboro.
Come on, babe
Why don't we paint the town?

lunedì 12 ottobre 2020

Verba volant (788): appartamento...

Appartamento, sost. m.

Venerdì 6 marzo 1953 viene annunciata al mondo la morte di Iosif Vissarionovič Džugašvili: la notizia lascia nello sgomento una metà del mondo, mentre viene accolta dall'altra metà con malcelata soddisfazione. I redattori di Time Magazine non riescono a modificare la copertina del numero che sarebbe uscito in edicola lunedì 9 marzo, su cui infatti troviamo un ritratto del presidente sudcoreano Syngman Rhee, appena rieletto, con metodi tutt'altro che democratici, per un secondo mandato. Come per Somoza, il governo di Washington sa benissimo che si tratta di "un figlio di puttana", ma anche Rhee è il "loro figlio di puttana", uno dei tanti in giro per il mondo. Finalmente il lunedì successivo sulla copertina della più autorevole rivista americana campeggia un bel ritratto di Stalin, che osserva con un sorriso compiaciuto e ironico una ragnatela che egli ha pazientemente tessuto e in cui sono imprigionati diversi uomini-insetti. Il lunedì ancora successivo la copertina è dedicata a Malenkov, che nei giorni concitati successivi alla morte del leader sovietico appare come il nuovo "uomo forte" di Mosca. Ma evidentemente non è quella la soluzione definitiva nel complesso gioco di scacchi che si sta svolgendo al Cremlino: il 20 aprile in copertina c'è Molotov, il 20 luglio Berija, e dobbiamo aspettare il 30 novembre per vedere un ritratto di Nikita Sergeevič Chruščëv, con alle spalle una fascina di spighe che stanno per essere tagliate da una falce, naturalmente rossa. 
È istruttivo osservare un anno attraverso le cinquantadue copertine di Time. Il 1953 è aperto e chiuso da due ritratti di donne: la ventisettenne Elisabetta II all'inizio del suo regno - che naturalmente nessuno avrebbe immaginato così lungo - e la novantatreenne pittrice americana Grandma Moses, una delle più importanti esponenti dello stile American primitive. C'è anche un po' d'Italia nelle copertine di Time di quell'anno: nel numero del 25 maggio c'è un ritratto austero di Alcide De Gasperi, che sta per perdere le elezioni della cosiddetta "legge truffa" e lasciare la vita politica - era un tempo così: se perdevi una battaglia fondamentale dovevi ritirarti davvero, anche se eri De Gasperi - e in quello del 14 dicembre un solenne e ieratico Pio XII.
La copertina che interessa a me però è quella del 30 marzo. Dopo Stalin e Malenkov i lettori di Time trovano sulla loro rivista lo smagliante sorriso di una bella donna dai capelli neri che indossa un elegante cappello rosa, sullo sfondo dei grattacieli di New York.  

Mercoledì 25 febbraio ha debuttato al Winter Garden Theater - il grande teatro di Midtown che dalla fine del 1982 e per quasi diciotto anni sarebbe stata la "casa" di Cats - un nuovo musical scritto da Leonard Bernstein. Il quarantacinquenne compositore e direttore d'orchestra è già molto conosciuto, ma non è ancora il "grande" Bernstein. Giovedì 10 dicembre di quello stesso anno debutta - ed è il primo direttore d'orchestra americano - alla Scala, dirigendo Maria Callas nella Medea di Luigi Cherubini con la regia di Luchino Visconti.
Ma questa storia comincia quasi vent'anni prima, all'inizio del 1935, quando Stalin comincia a organizzare le grandi purghe degli anni Trenta. Ruth ed Eileen McKenney, due sorelle cresciute a East Cleveland in Ohio, prendono in affitto per 45 dollari al mese un minuscolo appartamento nel seminterrato del numero 14 di Gay Street nel Greenwich Village. Se volete sapere com'è quella strada potete riguardare il video di Girls just want to have fun di Cindy Lauper, un "classico" degli anni Ottanta. Quelle due stanze dalle pareti ammuffite non sono il massimo, anche perché proprio lì sotto stanno costruendo una linea della metropolitana, e il Greenwich non è ancora un quartiere alla moda di Manhattan, ma quel piccolo appartamento di New York sembra un sogno per quelle due ragazze che vogliono to be the one to walk in the sun. Ruth vuole fare la giornalista, mentre Eileen sogna di sfondare a Broadway.
Le disavventure di due ragazze di ventiquattro e ventidue anni arrivate dall'Ohio in quell'appartamento del Greenwich diventano l'argomento per una serie di articoli che Ruth riesce a pubblicare sul New Yorker alla fine degli anni Trenta e che nel 1938 escono come un romanzo con il titolo My Sister Eileen. Quegli articoli permettono alle due sorelle di lasciare l'appartamento rumoroso e ammuffito, ma non il Greenwich, perché Ruth è comunista e in quelle strade "disordinate" - che non rispettano il disegno rigidamente ortogonale del resto di Manhattan - e in quei locali in cui bianchi e neri stanno facendo crescere la musica jazz, pulsa la rivolta dell'America. E Ruth deve stare lì.
Ruth non vuole essere ricordata solo per quelle divertenti storie di colore. Nel 1939 pubblica quello che considera il suo lavoro migliore, Industrial Valley, un libro-inchiesta sul grande sciopero degli operai della Goodyear ad Akron nel 1936. Nel 1943 pubblica un altro romanzo, Jake Home, la storia di un sindacalista dell'Ohio all'inizio del Novecento. Ruth ha deciso presto da che parte del mondo stare, quella che guarda con speranza a ciò che succede in Unione Sovietica, dalla parte degli operai delle grandi fabbriche, dalla parte dei neri che lottano contro la discriminazione razziale. Anche quando, nel 1946, viene espulsa dal Partito comunista d'America perché le sue posizioni non sono in linea con quelle "ufficiali" del partito: ma in fondo Ruth non è mai riuscita a stare in linea, anche quando giocava come prima base nella squadra di baseball di East Cleveland, l'unica ragazza in un gruppo di maschi.
Eileen non ha la stessa fortuna della sorella. Nel 1939 sposa lo scrittore Nathanael West, l'autore del romanzo Il giorno della locusta. Il 22 dicembre 1940 sono entrambi vittime di un tragico incidente stradale: Eileen ha solo ventisette anni. Ruth sarà molto colpita da questa perdita che condizionerà tutta la sua carriera negli anni successivi.
Le avventure di Ruth ed Eileen nell'appartamento del Greenwich sono un successo e due giovani commediografi, Joseph Fields e Jerome Chodorov, decidono di ricavarne una commedia per Broadway. My Sister Eileen debutta al Biltmore Theatre giovedì 26 dicembre 1940, appena quattro giorni dopo la morte della vera Eileen. Shirley Booth e Jo Ann Sayers interpretano le due sorelle. La prima è una delle grandi dello spettacolo americano, una delle poche a poter indossare la cosiddetta "tripla corona", ossia ad aver vinto un Tony, un Oscar e un Emmy nel corso della loro carriera. Probabilmente il suo ruolo più conosciuto è quello della moglie di Burt Lancaster in Torna, piccola Sheba, uno dei primi film ad affrontare il tema dell'abuso di alcol e delle sue conseguenze sulla vita familiare. Lo spettacolo, grazie anche alla verve di Shirley, ottiene un grande successo e rimane in cartellone fino al gennaio del 1943, per 864 repliche.
Naturalmente Hollywood si accorge di questo successo e decide di sfruttarlo. La Columbia chiede a Fields e Chodorov di adattare la commedia per il grande schermo, mentre Alexander Hall viene chiamato per la regia. Il film esce nella sale americane mercoledì 30 settembre 1942 ed è il più grande successo della Columbia di quell'anno. In Italia arriverà poco dopo con il titolo Mia sorella Evelina. Il film è divertente, Fields e Chodorov accentuano gli episodi da commedia e alla fine compaiono - anche se non accreditati nei titoli - i tre Stooges come gli operai che scavando il tunnel della metro sbucano nella camera delle ragazze. Il film finisce con Curly che dice: "Hey, Moe. Penso tu abbia fatto una svolta sbagliata!".
In quel film Ruth ed Eileen sono rispettivamente Rosalind Russell e Janet Blair. Janet è una brava cantante, ha imparato nella chiesa della sua città, Altoona in Pennsylvania, dove la madre suona l'organo e il padre dirige il coro. Fa la cantante in alcune big band dell'età dello swing, ma Hollywood nota ben presto la sua bellezza e la Columbia la mette sotto contratto. Non ha il successo che merita e non riesce mai ad avere una parte da protagonista: dopo My Sister Eilenn è l'amica di Rita Hayworth in Stanotte e ogni notte e torna finalmente a cantare in The Fabulous Dorseys. 
Rosalind - nata nel 1907 in Connecticut da una numerosa famiglia irlandese - invece è già un'attrice affermata. È molto bella, ma non diventerà mai un sex symbol: dirà in seguito che questo le ha permesso di avere una carriera molto più lunga di altre sue colleghe. Il suo ruolo è quella della donna elegante e sofisticata, anche se soffre di essere considerata una sorta di "appendiabiti". Negli anni Trenta appare in molti film, alternando drammi e commedie, ma è in queste ultime che offre le sue interpretazioni migliori. Nel 1940 è la giornalista Hildy Johnson nel film di Howard Hawks His Girl Friday - in Italia La signora del venerdì - in coppia con Cary Grant. Il film è una delle migliori trasposizioni cinematografiche della commedia Prima pagina, che nel 1974 diventerà una film con due protagonisti maschili, Jack Lemmon e Walter Matthau, in uno dei loro capolavori come coppia. Rosalind è la quindicesima scelta di Hawks, ma tutte le altre, dalla Hepburn alla Colbert, da Jean Arthur a Ginger Rogers, hanno rifiutato quella parte e così Rosalind scopre di essere nel cast leggendo in treno un articolo del New York Times in cui c'è l'elenco di quei famosi rifiuti. Il film è un successo e anche Hawks si deve ricredere sulle capacità di Rosalind Russell. L'attrice ottiene una nomination agli Oscar, la prima della sua carriera; ne avrà una seconda nel '46 per L'angelo del dolore - la biografia dell'infermiera Elizabeth Kenny - e una terza l'anno successivo per il ruolo di Lavinia nel film di Dudley Nichols Il lutto si addice ad Elettra, dal dramma di Eugene O'Neill.     
Nell'autunno del 1952 il produttore di Broadway Robert Fryer pensa che My Sister Eileen possa diventare un musical. Fields e Chodorov - che intanto viene indagato dal Comitato per le attività antiamericane - ci mettono davvero poco per scrivere il libretto. Adesso mancano solo le canzoni. In appena quattro settimane Bernstein e i suoi vecchi amici Betty Comden e Adolph Green scrivono la musica e i versi. In fondo quella è anche la loro storia. Leonard e Adolph condividevano un piccolo appartamento nel Greenwich e nei locali di quel quartiere si esibivano The Revuers, il gruppo formato da Comden e Green con Judy Holliday, spesso accompagnati al piano proprio dal giovane Bernstein. In uno di quei locali del Greenwich, il Village Vanguard, le pareti erano tappezzate di manifesti in cui si esprimeva il sostegno alla Repubblica Spagnola attaccata dai fascisti. Anche Leonard, Adolph e Betty hanno presto deciso da che parte stare.  
Fryer sa che Rosalind Russell è brava a cantare quanto a recitare: il ruolo di Ruth è suo. E questa volta è assolutamente la prima scelta. Ed è proprio il sorriso di Rosalind che i lettori di Time Magazine trovano in copertina il 30 marzo 1953, a un mese dal debutto. 
Wonderful Town è un successo che rimane in scena per 559 repliche. Forse non è uno dei capolavori di Bernstein, non ci sono canzoni diventate standard, ma, anche se non raggiunge le vette di Candide e West Side Story, questo musical rimane ancora oggi godibilissimo, uno dei frutti migliori della maturità artistica di Bernstein e della musica di Broadway degli anni Cinquanta. E Rosalind ottiene giustamente il Tony per la sua interpretazione della forte e determinata Ruth. Curiosamente la conservatrice Rosalind - sostiene tutte le campagne elettorali di Nixon, compresa quella per lui sfortunata contro il giovane Kennedy - la fervente cattolica Rosalind, è nelle proprie scelte artistiche una convinta sostenitrice dei diritti delle donne. Vuole interpretare donne forti, indipendenti, capaci di realizzare se stesse. E nel 1955 sempre a Broadway interpreterà il suo ruolo più celebre, quello di Mame Dennis, la Auntie Mame che dà il titolo alla pièce scritta da Jerome Lawrence e Robert E. Lee, basata sul romanzo autobiografico di Patrick Dennis. La commedia rimane in cartellone per quasi due anni e nel 1958 la Warner produce il film con lo stesso titolo, con la sceneggiatura della "ditta" Comden e Green. Rosalind Russell sarà nominata sia al Tony che all'Oscar per la sua interpretazione di questa donna esuberante e indipendente, sfortunatamente non vincendo alcun premio. Nel 1966 questa storia diventerà un musical, Mame, uno dei grandi successi di Angela Lansbury.
Nel 1955 la Columbia vorrebbe girare un musical basato sulla storia di My Sister Eileen, ma i diritti di Wonderful Town sono giudicati troppo costosi dai produttori. E poi i testi di Comden e Green sono molto espliciti e Ruth è una figura troppo indipendente e forte per la Hollywood del Codice Hays. La Columbia assume due specialisti del genere come Jule Styne e Leo Robin per scrivere una nuova colonna sonora e Bob Fosse per le coreografie. Eileen - che in questa versione diventa la protagonista - è interpretata da Janet Leigh, mentre Betty Garrett interpreta Ruth. Per Betty questo film segna finalmente la possibilità di tornare a lavorare a Hollywood. Nel 1949 la sua interpretazione in Un giorno a New York - con le canzoni scritte da Bernstein per la musica e da Comden e Green per i testi - sembra destinarle una carriera promettente, fermata, come per tanti altri, dalla indagini del Comitato per le attività antiamericane. Dopo Mia sorella Evelina - questo, come nel '42, il titolo in italiano - Betty potrà lavorare quasi solo in televisione. Sarà, tra molti altri ruoli, la signora Edna DeFazio, la madre di Laverne nella fortunata sit-com Laverne & Shirley. Il film non è il successo sperato dalla Columbia. E francamente, anche per il suo tono decisamente maschilista, inferiore al film del 1942 che ci appare molto più "moderno".
A parte l'inossidabile Lizzie sono tutti morti quelli che hanno goduto di una copertina di Time Magazine nel 1953. Anche il comunismo è morto. Continua a vivere, per fortuna, la musica di Bernstein e soprattutto la forza delle donne che - con il sorriso di Ruth - non seguono la "linea" e scelgono la parte giusta del mondo.

sabato 12 settembre 2020

Verba volant (787): cattiva...


Cattiva
, sost. f.

La crisi del '29 ha messo sul lastrico i Romero, una ricca famiglia di New York di origini cubane, che ha mantenuto forti legami con l'isola caraibica - la madre, Maria, si dice sia una figlia naturale dell'eroe nazionale Josè Martì - grazie all'attività di commercio dello zucchero. Per fortuna uno dei figli, Cesar, nato nel 1907 nella città americana, è affascinante, ha un'aria spavalda ed elegante, e sa ballare molto bene; e così riesce a mantenere la famiglia, anche dopo il crollo di Wall Street. Cesar fa qualche parte a Broadway, ma ben presto è attratto da Hollywood e qui troverà la sua fortuna. Negli anni Trenta e Quaranta, quando serve un gangster italiano o un principe indiano, un latin lover dall'aria scanzonata o un cow-boy dai tratti decisi, un affascinante truffatore o un seducente ballerino, Cesar Romero - sempre con i suoi baffi perfettamente curati - risponde alla chiamata: in questi anni interpreta decine di film e lavora con tutti i grandi. E, pur rimanendo uno scapolo incallito, viene fotografato nei locali più eleganti di New York e di Los Angeles con le più belle attrici di Hollywood, da Joan Crawford a Ginger Rogers, da Barbara Stanwyck ad Ann Sheridan. Poi, quando il cinema sembra aver meno bisogno di lui, e dei suoi baffetti, arriva la televisione: è lo zio donnaiolo di Zorro, nella serie degli anni Cinquanta che abbiamo amato per il povero sergente Garcia, interpretato dal bravo Henry Calvin. E comunque quando serve un playboy un po' in disarmo, Cesar c'è.

Burgess Meredith, nato anche lui nel 1907, a Cleveland, a differenza di Romero, non è uno dei belli di Hollywood; anche se ha sposato la splendida Paulette Goddard. Ma per almeno sessant'anni Burgess, membro a vita dell'Actor's Studio, uno dei pochissimi su invito, è stato un grande protagonista del teatro e del cinema americani. A Broadway ha interpretato moltissimi personaggi, dai classici shakespeariani a Beckett, passando per Eugene O'Neill, che porta anche a Londra. A teatro è anche un apprezzato regista: nel 1974 la sua regia di Ulysses in Nighttown, un adattamento di un episodio dell'Ulisse di Joyce, con Zero Mostel e Fionnula Flanagan, ottiene una nomination ai Tony. E sempre negli anni Settanta ottiene le due nomination agli Oscar come attore non protagonista della sua lunga carriera a Hollywood: per il ruolo di Harry Greener, un vecchio attore del vaudeville caduto in disgrazia in Il giorno della locusta, di John Schlesinger, e per quello di Mickey Goldmill, l'allenatore di Rocky. Anche se la sua interpretazione più importante rimane quella del personaggio di George nella versione cinematografica di Uomini e topi di John Steinbeck, diretta nel 1939 da Lewis Milestone. Uno dei pochi film in cui è il protagonista. Come nel suo, molto significativo, esordio cinematografico. Nell'autunno del 1935 Burgess è il protagonista a Broadway di Winterset, una delle opere più importanti del noto drammaturgo americano Maxwell Anderson. Burgess Meredith interpreta Mio Romagna che cerca di provare l'innocenza di suo padre, condannato a morte per una rapina e un omicidio che non ha commesso, una storia in cui sono ben chiari i riferimenti alla vicenda di Bartolomeo Vanzetti e di Nicola Sacco, uccisi dalla giustizia americana solo otto anni prima. Nel 1936 il dramma diventa un film, diretto da Alfred Santell, conosciuto in Italia con il titolo Sotto i ponti di New York: Burgess e gran parte degli altri attori che hanno portato in scena quello spettacolo sono chiamati a interpretare anche il film: un fatto abbastanza inusuale, ma siamo ancora nella Pre-Code Hollywood. E questo esordio sarà una delle ragioni per cui Burgess finirà nel mirino della Commissione per le attività antiamericane, con un inevitabile riflesso sulla sua carriera: negli anni Cinquanta e Sessanta potrà interpretare meno film, proprio a causa di queste accuse. Avrà comunque la sua rivincita: Burgess nel 1977 vince uno dei molti Emmy della sua carriera interpretando l'avvocato Joseph Nye Welch in un film per la televisione dedicato alla storia del senatore McCarthy. Welch è stato uno degli uomini che si è battuto in aula con più coraggio e determinazione contro McCarthy, contribuendo alla sua sconfitta.

Nonostante tutte queste storie, per noi ragazzini degli anni Settanta, cresciuti prima dei film di Tim Burton, Joel Schumacher e Christopher Nolan, Cesar Romero e Burgess Meredith saranno sempre Joker e il Pinguino nella serie televisiva degli anni Sessanta, arrivata in Italia all'inizio degli anni Ottanta nelle prime televisioni commerciali. 
So che i film sono filologicamente molto più aderenti all'originale rispetto a quella serie con il suo stile decisamente camp, così esagerato e teatrale, ostentatamente kitsch, con gli spari sottolineati dalla scritta BAM! e i pugni da quella ZONK!. So che Batman è un eroe tormentato rispetto ad Adam West che in ogni puntata spiega l'importanza di bere latte e mangiare verdure e che non sale mai in auto senza prima allacciarsi le cinture di sicurezza. E in quei mesi Adam West-Batman promuove in televisione l'appello del presidente Lyndon B. Johnson affinché gli americani acquistino i buoni di risparmio per sostenere la guerra in Vietnam. Eppure per me e per quelli della mia generazione Batman è quello lì, e soprattutto quelli sono i "cattivi", con buona pace dei Joker di Jack Nicholson, Heath Ledger e Joaquin Phoenix.
Special guest villain annunciano i titoli di testa: ed effettivamente in quei telefilm dalle trame per molti aspetti improbabili e sempre uguali, la cosa migliore sono i "cattivi", interpretati da alcuni grandissimi del cinema e del teatro americani. Con sedici apparizioni a testa Cesar Romero e Burgess Meredith fanno la parte del leone. E Cesar neppure per interpretare Joker ha accettato di tagliarsi i baffi, che sono coperti dal cerone bianco, ma comunque visibili. 
Ma devono essere citati altri grandi. Il Cappellaio Matto è David Wayne, due Tony e una grande carriera cinematografica e televisiva, e per noi il padre di Ellery Queen nella bellissima serie degli anni Settanta. Testa d'Uovo è Vincent Price, attore dalla dizione perfetta e carismatico interprete dei film horror che hanno fatto la fortuna del genere. Il Menestrello è Van Johnson, con Gene Kelly il protagonista di Brigadoon. Nella seconda serie l'Enigmista è John Astin, che certo ricordate come Gomez Addams in un'altra celeberrima serie televisiva, ma che è anche nel cast della famosa edizione del 1956 di The Threepenny Opera con Lotte Lenya, Edward Asner, Bea Arthur e Jerry Orbach. E poi c'è Mister Freeze, che è interpretato da George Sanders nella prima stagione, e da Otto Preminger e da Eli Wallach nella seconda. L'inglese Sanders è l'amante di Rebecca nel film di Hitchcock, ma anche la voce della tigre Shere Khan nel Libro della giungla della Disney, il velenoso critico teatrale in Eva contro Eva - ruolo per cui vincerà l'Oscar - e il raffinato pianista omosessuale di Lettera al Kremlino e il marito di Ingrid Bergman in Viaggio in Italia di Rossellini. Preminger è l'autore di Seduzione mortale, La magnifica preda, Carmen Jones e di molti altri film. Wallach è il "brutto" e uno dei volti degli spaghetti western. Anche Clint Eastwood è stato in predicato per entrare nel cast: per lui era pronto il ruolo di Due Facce, ma siccome il personaggio era considerato troppo cruento e non poteva essere facilmente caricaturizzato non se n'è fatto nulla. 
E poi c'è un quartetto di "cattive" che non posso non citare: Anne Baxter e Shelley Winters, che hanno vinto un'Oscar, e Joan Collins e Carolyn Jones, che abbiamo amato come Morticia Addams. Come vedete, con i "cattivi" di Batman posso raccontare vecchie storie di Hollywood ancora per un po'. 

A questo punto devo rassicurare i miei "colleghi" maschi. Non mi sono dimenticato di lei. Perché noi guardavamo Batman soprattutto per spiare le forme di Catwoman, fasciata da quella seducente tuta di pelle che oggi è conservata - giustamente - nelle sale dello Smithsonian a Washington. Peraltro quel costume è stato modificato proprio da Julie Newmar: ha voluto spostare la cintura dalla vita ai fianchi, in modo da enfatizzare la sua figura, rendendola ancora più sexy. 
Julie è nata a Los Angeles il 16 agosto 1933 e ha dimostrato fin da bambina un talento per la danza. A quindici anni è nella compagnia della Los Angeles Opera, ma con quelle gambe e quel sorriso così seducente il suo destino è naturalmente a Hollywood. Nella prima metà degli anni Cinquanta partecipa come ballerina - senza che il suo nome appaia nei titoli - a molti film musicali, compreso un classico come The Bandwagon di Vincente Minnelli. In Gli amori di Cleopatra è la ragazza completamente rivestita d'oro nella corte della regina d'Egitto. Finalmente nel 1954 è - anche se il nome nei titoli è ancora Julie Newmeyer - Dorcas Gaylen, una delle Sette spose per sette fratelli, quella che sposa il secondogenito Benjamin. E così Julie - ormai Newmar - può debuttare anche a Broadway. In The Marriage-Go-Round della commediografa Leslie Stevens, Julie è Katrin, la figlia di un professore universitario svedese che viene ospitata da una coppia di colleghi della New York University, Paul e Content, interpretati da due grandi come Charles Boyer e Claudette Colbert. La vita dei due professori è sconvolta dall'arrivo della giovane donna che si dimostra molto più disinibita delle sue coetanee americane, tanto da chiedere loro di poter fare un figlio con Paul, in modo che il bambino sia intelligente come lui e bello come lei. E visto che lei è Julie questa proposta - che naturalmente alla fine non sarà accettata - riesce a innescare tutta una serie di reazioni. Julie dimostra una grande capacità in questo spettacolo e ottiene un Tony. E così quando nel 1961 viene tratto un film - in Italia arrivato con il titolo Carosello matrimoniale - a Julie viene affidata ancora una volta la parte di Katrin, a fianco di James Mason e Susan Hayward.
La carriera di Julie prosegue tra Broadway - è Lola in una ripresa di Damn Yankees! e Irma in una di Irma La Douce - e Hollywood, dove recita in film non memorabili. Poi arriva Batman. Julie è Catwoman nella prima e nella seconda stagione, in cui le sue apparizioni, proprio per la crescente popolarità dell'attrice, diventano più frequenti rispetto alla prima. A causa degli impegni dell'attrice, nel film tratto dalla serie Catwoman è Lee Meriwether, mentre nella terza e ultima stagione - quando ormai la popolarità della serie è in netto declino - è l'attrice e cantante nera Eartha Kitt. E così, anche se Michelle Pfeiffer, Halle Berry e Anne Hathaway saranno splendide nel ruolo, Julie rimane Catwoman per un'intera generazione.
Nel 1995 esce una bella commedia che racconta il viaggio di tre drag-queen attraverso l'America. Hanno con loro una foto autografata proprio da Julie Newmar che hanno trovato in un bar. E il titolo del film è proprio questa dedica: To Wong Foo, Thanks for Everything! Julie Newmar. Perché Julie, nonostante una carriera probabilmente meno fortunata di quella che si poteva aspettare e che avrebbe meritato, è un mito. Anche per il suo impegno continuo a sostegno dei diritti della comunità LGBT.
E quindi, nel mio piccolo, anche io voglio dirle, thanks for everything, Julie Newmar!

mercoledì 9 settembre 2020

Verba volant (786): folletto...

Folletto, sost. m.

Quando lo hanno chiamato dalla Warner per proporgli quel film, Fred ha finto di credere alle bugie che gli hanno raccontato: sapeva di non essere la loro prima scelta. Lo avevano già chiesto a Dick Van Dyke. Ma poi sono mancati i soldi, il progetto è stato rimandato di alcuni mesi e così Dick ha preso altri impegni. Fred invece non ha altri impegni: ha settant'anni e sono lontani i tempi in cui era uno dei re di Hollywood, uno dei pochissimi che si poteva permettere di non essere sotto contratto con uno dei grandi studios.
Il suo ultimo film musicale è uscito undici anni prima, nel 1957: Silk Stockings - che in Italia conosciamo con il titolo La bella di Mosca - è una sorta di remake in musica di Ninotchka. Per Fred è stata l'occasione per ballare ancora una volta con la splendida Cyd Charisse e di cantare le canzoni di Cole Porter: Silk Stockings è stato infatti l'ultimo spettacolo che l'autore di Night and day ha scritto per Broadway. Anzi proprio per il film tratto dal musical il vecchio Cole ha composto per il suo amico Fred una nuova canzone: The Ritz Rock and Roll. Fred appare in scena indossando il frac e il cappello a cilindro - proprio come in Puttin' on the Ritz - ma balla sulle note della musica nuova che quel ragazzo di Memphis, con la sua aria sfacciata, sta facendo conoscere a tutta l'America. E quando ha finito di ballare Fred schiaccia il cilindro. La musica è cambiata: per sempre. E comunque Silk Stockings è stato un fiasco, al botteghino non ha incassato neppure i soldi che è costato.
E adesso gli chiedono di fare il protagonista di un film tratto da un musical che è andato in scena a Broadway vent'anni prima. Fred lo ha visto a teatro. Le canzoni sono molto belle e la storia è divertente: comunque è un'azzardo, il gusto del pubblico in vent'anni è molto cambiato. Gli hanno detto che la protagonista sarà Petula Clark, che è nata negli anni in cui lui ballava con Ginger. Con Downtown ha avuto un incredibile successo: quella è la musica nuova. Fred è preoccupato di dover cantare con lei. E poi non conosce il regista, praticamente un esordiente. Francis Ford Coppola ha appena trent'anni, ha fatto qualche corto con Roger Corman e You're a Big Boy Now: un film bizzarro, ma che è arrivato a vincere un Oscar grazie all'interpretazione di Geraldine Page. Questo Coppola, con quella barba e quei capelli lunghi, deve essere un hippy. Nonostante tutto questo ha accettato quella proposta: vuol far vedere di cosa è ancora capace il vecchio Fred Astaire e poi Finian's Rainbow è un musical dei suoi tempi, quando a Broadway c'erano ancora tutti i grandi.

Il 10 gennaio 1947 debutta al 46th Street Theater il musical Finian's Rainbow, con il libretto di Edgar Yipsel Harburg e Fred Saidy e le canzoni scritte dallo stesso Harburg per i testi e da Burton Lane per le musiche. Quella sala - che esiste ancora e si chiama Richard Rodgers Theatre - è stata la prima a presentare la disposizione dei posti "democratica" dell'architetto Irwin Chanin: tutti gli spettatori entravano in teatro attraverso le stesse porte, mentre in tutti gli altri di Broadway quelli che sedevano nei posti più economici e nel mezzanino usavano ingressi separati da quelli dei "signori" della platea. Per Yip Harburg quello è il teatro perfetto in cui far debuttare quel suo spettacolo in odor di socialismo.
Yip è nato l'8 aprile 1896 nel Lower East Side. Alle superiori conosce un ragazzo che, come lui, è figlio di ebrei emigrati dalla Russia, è bravo a scrivere e ama i musical. Yip e Ira Gershwin rimarranno amici per tutta la vita. È proprio Ira che lo convince a scrivere testi delle canzoni e Yip si rivela particolarmente dotato. Come i Gershwin, come Berlin, come tutti gli altri di questa "diaspora" di musicisti ebrei di New York, vola a Hollywood e qui ha l'occasione della vita: nel 1939 compone Over the Rainbow e tutti i testi delle canzoni di Il Mago di Oz. E anche se questo suo sforzo non è accreditato, coordina il lavoro della squadra degli sceneggiatori, scrive o riscrive intere scene, perché quello è uno dei primi film in cui le canzoni sono pienamente integrate e sono tutt'uno con i dialoghi.
Ateo, socialista, difensore dei diritti civili, Yip è convinto che con il musical si possa raccontare tutto, anche quello che l'America non vuol sentirsi dire. E così, alla fine della seconda guerra mondiale, nel momento in cui gli Stati Uniti, dopo aver sconfitto il mostro fascista, si sentono investiti del ruolo di guida del mondo "libero", nascondendo tutte le contraddizioni di una società in cui la segregazione razziale è ancora fortissima e in cui le ingiustizie sociali sono sempre più nette, scrive Finian's Rainbow, apparentemente una favola, in cui si intrecciano due storie d'amore, quella principale, inizialmente tormentata e poi a lieto fine, tra Sharon e Woody - che culmina nella dolcissima Old Devil Moon - e quella secondaria in cui un "vero" folletto irlandese, un leprecauno, accetta di diventare uomo per amore di Susan the Silent, una ragazza muta che si esprime solo danzando.
Ma Yip non si limita a scrivere una favola. Sharon è la figlia di Finian, un vecchio irlandese che decide di lasciare il suo paese - ricordato con nostalgia dalla ragazza nella celebre How Are Things in Glocca Morra - alla ricerca della felicità nella Rainbow Valley. Crede di aver trovato quel posto favoloso in America, nel Missitucky, perché lì c'è Fort Knox, dove i ricchi americani riescono a "moltiplicare" il loro oro. E anche Finian ha un piccolo gruzzolo che spera di far crescere in quel lontano paese. Quello che Sharon non sa è che il padre ha rubato quell'oro a un giovane leprecauno di nome Og, che si è messo in viaggio alla ricerca di Finian: se non riesce a recuperare la sua magica pentola è destinato a diventare un mortale. Ma in quella terra Finian, Sharon e Og trovano una comunità di agricoltori che coltivano tabacco, guidata da Woody, una comunità in cui bianchi e neri lavorano insieme, senza alcuna tensione, ma che soffre per la prepotenza dello sceriffo e delle autorità e per lo sfruttamento dei padroni delle terre. E contro quei coltivatori c'è anche il vecchio senatore bianco del Missitucky, bigotto e razzista, a cui nel corso della storia succederà di diventare nero, di provare, letteralmente sulla propria pelle, il razzismo della polizia e dei "benpensanti". E tutti, in una girandola di equivoci e di magie, cominciano a cercare quell'oro, convinti che possa risolvere ogni loro problema. Ma alla fine, quando scoprono che quell'oro non c'è più, capiscono che quella non è la cosa davvero importante, perché, come dice la canzone che chiude lo spettacolo If This Isn't Love. Sharon e Woody si sposano, Og accetta di diventare un mortale perché è l'unico modo per vivere insieme alla sua amata Susan, che comincia a parlare, e anche il senatore Rawkins, tornato bianco, diventa se non proprio socialista, almeno un po' più progressista e non trova più scandaloso che bianchi e neri vivano insieme. Forse il vecchio Finian ha davvero trovato un posto magico, ma lui deve continuare a cercare il suo arcobaleno, perché alla fine forse non c'è una pentola d'oro, ma c'è certamente un bellissimo mondo nuovo.
Al suo pubblico Yip racconta che in fondo il tanto decantato american dream non è che una fantasia irrealistica, irraggiungibile per la maggioranza, ottenuta solo da qualcuno con mezzi tutt'altro che leciti. Finian's Rainbow è apparentemente una favola ricca di magia e di romanticismo, ma è soprattutto un'atto d'accusa contro l'ipocrisia dell'America ricca e bianca e un manifesto di ideali socialisti. E, forse al di là delle speranze dello stesso Yip, quel musical è un successo, che rimane in cartellone per settecentoventicinque repliche. Merito soprattutto delle canzoni di Harburg e di Lane.
Per inciso anche il compositore Burton Lane - pure lui nato a New York da una famiglia di origine ebraica - ha un qualche legame con Il Mago di Oz. Nel 1935 a Hollywood sta facendo dei provini. Si presentano due sorelle, Virginia e Mary Jane Gumm: bravine, ma nulla di più. Con loro c'è la sorella più piccola - ha solo tredici anni - Frances, che canta una canzone, così per gioco. Burton capisce subito che quella ragazzina ha una voce incredibile. Il giorno dopo accompagna Frances alla MGM e suona il piano mentre lei canta per Jack Robbins, il capo del dipartimento musicale dello studio, e poi per Louis B. Mayer e infine per tutti i registi che ci sono in giro per i teatri di posa. Quel provino, iniziato alle nove del mattino, finirà solo alle sette e mezza di sera: quel giorno, grazie all'intuizione di Burton Lane, "nasce" Judy Garland.

Ma l'America degli anni Cinquanta non vuole sentirsi raccontare, anche se attraverso tante belle canzoni, quelle scomode verità. Yip Harburg già nel 1950 viene inserito nella "lista nera". Non è comunista, ma il suo coinvolgimento con l'Hollywood Democratic Committee, il suo rifiuto di identificare comunisti tra i suoi colleghi di Broadway e soprattutto le sue canzoni, sono per i suoi accusatori prove sufficienti: per dodici anni, fino al 1962, gli viene impedito di lavorare per il cinema, la televisione e la radio. E anche Broadway sbarra le porte a uno dei suoi più geniali talenti.
Anche per la protagonista femminile, Ella Logan, una brava attrice e un'ottima cantante nata a Glascow, Finian's Rainbow è la fine della carriera a Broadway: l'Fbi sospetta che sia un "corriere" dell'Unione Sovietica e non potrà mai più lavorare.
Il musical è invece il trampolino di lancio per il giovane attore del Michigan che interpreta Og, il folletto: David Wayne ottiene infatti il primo dei due Tony della sua ricca carriera teatrale. Forse il nome non vi dice nulla, ma il suo viso lo conoscete senz'altro, perché questo attore ha interpretato decine di film, anche se quasi mai da protagonista, è uno dei grandi caratteristi di Hollywood, presente in veri cult, da La costola di Adamo a Prima pagina, passando per Come sposare un milionario. Ed è un protagonista della televisione: se Ellery Queen per noi sarà sempre e solo l'allampanato e distratto Jim Hutton, è altrettanto vero che Wayne è perfetto nei panni del burbero ispettore Queen.

Nonostante il successo, Finian's Rainbow diventa di fatto "irrappresentabile". Solo nel 1955 un teatro di Broadway ne oserà una ripresa, con scarso successo. E cinque anni dopo Herbert Ross, all'inizio della sua carriera, è il regista e il coreografo di una nuova edizione che rimane in scena per poche repliche.
Nel 1954 il regista e disegnatore John Hubley progetta di realizzare un film d'animazione basato sulla storia del musical. Hubley da giovane ha lavorato per la Disney e ha collaborato ai grandi film di quello studio, da Biancaneve e i sette nani a Fantasia, poi ha fondato la propria compagnia e ha inventato il personaggio di Mr Magoo. Per realizzare questo film John riunisce un gruppo di animatori di grande talento, a partire da Art Babbit, artisti che hanno partecipato allo sciopero degli animatori contro la Disney, e chiama, oltre a Ella Logan e David Wayne, artisti come Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Oscar Peterson e Louis Armostrong per la colonna sonora. Quando esce la notizia di questo progetto, Hubley viene inserito nella "lista nera" e i finanziamenti per il film vengono frettolosamente ritirati. Rimangono schizzi dallo storyboard, pezzi di sceneggiatura, studi dei personaggi e diverse registrazioni di canzoni.
I diritti passano per diverse mani prima di arrivare alla Warner che nel 1967 decide finalmente di realizzare il film. Scrittura il vecchio Fred Astaire, che rimane, nonostante gli anni passati, un nome di richiamo al botteghino, e due idoli del rock del Regno Unito, come Petula Clarke e Tommy Steele. Petula confesserà in seguito di aver avuto paura di dover fare qualche numero di danza insieme a un mito come Astaire. Le premesse sembrano buone, ma Finian's Rainbow non è il successo su cui la Warner sperava. Le riprese sono complicate dal fatto che Coppola vorrebbe darne una versione realistica e quindi chiede che il film venga girato tutti in esterni, mentre Astaire non concepisce di cantare e danzare fuori da un teatro di posa. Sinceramente non è il film di Coppola e non sarà certo ricordato per questo. Ma il problema del film è che arriva ormai troppo tardi. Il cinema ormai viaggia su altre strade. Nel 1968 escono 2001: Odissea nello spazio, Rosemary's Baby, C'era una volta il West, Hollywood Party. In quello stesso anno esce un altro film musicale, The Producers, scritto e diretto da Mel Brooks, lontanissimo per struttura e musica da Finian's Rainbow. Non c'è davvero più spazio per la favola di Yip, che è figlia di un'altra epoca.
Ma soprattutto nell'anno in cui vengono uccisi Martin Luther King e Robert Kennedy quel messaggio non riesce più ad arrivare. Non è che il razzismo in America non esista più: l'omicidio di Memphis di un leader come il reverendo King racconta che c'è ancora tanto da fare, ma i giovani neri che vogliono cambiare la società pensano che ormai sia tempo di combattere con altre armi. E poi nell'America impantanata nel Vietnam dove può trovare il vecchio Finian l'inizio dell'arcobaleno?

Come canta Maude, una delle donne di quella comunità di agricoltori, la vita è ingiusta perché ci sono gli sfruttati e gli sfruttatori, quelli che sono costretti a piegarsi per necessità e quelli che se ne approfittano.
My feet want to dance in the sun
My head wants to rest in the shade
The Lord says go out and have fun
But the landlord says, "Your rent ain't paid"
E, nonostante la poesia di Yip Harburg e l'eleganza di Fred Astaire, non c'è magia che possa cambiare questo stato di cose.