giovedì 28 maggio 2020

Verba volant (770): mascherina...

Mascherina, sost. f.

Visto che ormai la mascherina è diventata un'indispensabile compagna delle nostre vite, il lasciapassare grazie a cui possiamo entrare nei negozi, nei ristoranti, dopodomani nei cinema e nei teatri, credo meriti raccontare la storia etimologica di questa parola. Chissà che possa insegnarci qualcosa.
Si tratta di una storia relativamente recente, perché nel latino classico - quello del Calonghi, per intenderci - per indicare la maschera si usa il termine persona, dal momento che le maschere di legno indossate sempre in scena dagli attori nelle tragedie e nelle commedie, sono costruite in modo tale da amplificare al massimo possibile il suono della voce. Invece nel latino medievale si è cominciata a diffondere questa parola, proveniente con molta probabilità dal mondo longobardo, con il significato di strega. Perché la strega è una donna che si camuffa, che si nasconde per incutere paura o per ingannare.
Chissà se il diciannovenne Thomas Lyle Williams conosceva questa etimologia, quando nel 1915 a Chicago ha combinato insieme polvere di carbone e vaselina allo stato gelatinoso per creare un prodotto che sua sorella Mabel potesse usare per truccarsi gli occhi. Probabilmente la parola spagnola gli è suonata più esotica e poi voleva trovare un termine diverso da rimmel, dal nome del chimico francese che lo aveva creato a metà dell'Ottocento. Comunque sia le streghe quando vogliono sedurre noi poveri mortali non devono far altro che sbattere i loro occhi con quelle ciglia lunghissime, merito indubbiamente del mascara. E poi visto che Mabel è stata molto soddisfatta del trucco creato dal fratello, Thomas ha deciso di cominciare a venderlo per posta e dopo qualche anno ha fondato la Maybelline, diventata negli anni una delle maggiori fornitrici per le streghe.
Altri etimologisti collegano invece la parola maschera al verbo manducare, ossia mangiare. Perché il manducus, che troviamo ad esempio nelle commedie di Plauto - recitate anch'esse con le personae -, non è solo uno che mangia tanto, ma è anche l'orco. E questo personaggio, come ci insegna anche la famiglia Malaussène, ha spesso bisogno di camuffarsi per ingannare le proprie prede.
Cominciano a diventare sinistre queste maschere. Tant'è vero che gli psicologi parlano di mascafobia che colpisce specialmente i bambini piccoli. Quando si trovano di fronte a volti irriconoscibili, spesso con bocche che non si muovono, facendo sembrare che la voce esca dal nulla, i bambini si spaventano. E si spaventano anche di più quando quelle strane maschere le indossano i loro genitori: chi è quello strano tipo che sembra mio papà, ma ha un'altra faccia? E poi una maschera nasconde le espressioni facciali che permettono ai bambini - ma anche a noi che non lo siamo più da un pezzo - di capire le vere intenzioni di chi abbiamo di fronte. Perché le parole spesso ingannano, almeno quanto uno sbattere di ciglia.
Un'altra scuola di pensiero ritiene che questa parola derivi dall'arabo mascharat, che significa buffonata, scherzo. Gli etimologisti credono che questa parola sia arrivata in Europa a seguito del ritorno dei crociati, che peraltro non erano certo andati laggiù a scherzare. E infatti noi a carnevale, il solo periodo dell'anno in cui licet insanire, ci mascheriamo. Così, per divertirci, mentre il resto dell'anno mettiamo una maschera per far finta di essere migliori di quello che effettivamente siamo. O perché gli altri ci vogliono con quella maschera. E non sempre queste nostre maschere quotidiane riescono a nascondere il fatto che siamo orchi e streghe. I bambini, loro malgrado, devono imparare in fretta ad avere paura di noi.
E noi adesso perché usiamo le mascherine? Non per nascondere, né per sedurre - anche se ormai ci sono mascherine di vari colori il cui scopo è evidentemente quello di attirare l'attenzione, come le piume di un pavone - non per ingannare, né tanto meno per scherzare. Le usiamo per proteggere. A dire la verità io sono convinto che molti di noi pensino che serva unicamente a proteggerci, altrimenti col cavolo che sopporteremmo questo innegabile fastidio. La usiamo perché non vogliamo che gli altri ci infettino, perché sono sempre gli altri a essere malati: è sempre colpa degli altri. Invece dobbiamo indossare la mascherina per non infettare gli altri. Dobbiamo ricordare, tutte le volte che con la mascherina nascondiamo il nostro sorriso o il nostro ghigno, che gli orchi e le streghe possiamo essere noi. Sta a vedere che questa è l'unica maschera che alla fine racconta la verità.

domenica 24 maggio 2020

Verba volant (769): specchio...

Specchio, sost. m.

Confesso che è stato piuttosto faticoso arrivare alla fine della Traviata firmata da Sofia Coppola e dalla maison Valentino, tanto sontuosamente quanto inutilmente patinata. Non fosse stato per la musica di Verdi - che praticamente nulla riesce a rovinare - avrei cambiato canale.
Secondo questa versione Violetta Valéry sarebbe una donna parigina, molto bella e molto corteggiata, che rifiuta le attenzioni di un uomo ricco e potente per legarsi a un giovane innamorato e spiantato. Ma alla fine muore. Sipario. Un bell'applauso. Peccato che Verdi e Piave raccontino tutta un'altra storia. Violetta è una puttana, anzi la puttana più ricercata di Parigi, che, grazie al proprio lavoro, vive nella ricchezza, possiede una casa in città e una in campagna, si può permettere vestiti firmati e gioielli, organizza feste sontuose. E che a un certo punto decide di rinunciare a tutto questo per amore di un giovane che dice di amarla, ma che, non disponendo delle cospicue sostanze della propria famiglia, controllate dal padre, lei deve mantenere nel lusso. Visto che però, per amore, ha smesso di "esercitare", i soldi rapidamente finiscono e soprattutto Violetta deve accettare la terribile malattia che per mesi ha cercato di nascondere agli altri e se stessa.
I versi di Piave, che pure scrive con grande cautela, dosando le parole, perché sa che devono superare una censura molto rigida e codina, non lasciano spazio a equivoci di sorta: Violetta fa quel mestiere, fino alla fine dei suoi giorni. E infatti i gestori della Fenice, nel 1853, quando lo spettacolo va in scena per la prima volta, nella locandina scrivono che la scena si svolge a "Parigi e vicinanze nel 1700 circa". Marie Duplessis - la donna che Dumas chiama Marguerite Gautier e Piave Violetta Valéry - è morta da appena sei anni: Verdi e Piave stanno raccontando una storia d'attualità. Non nascondendo nulla, al massimo attenuandone alcuni aspetti.
Perché centosessantatré anni dopo una giovane e talentuosa regista non ha il coraggio di raccontare questa storia? Perché, tra l'altro avendo una fama che le permette di fare sostanzialmente quello che vuole, si censura in questo modo, anche così goffamente? Questa lussuosa versione della Traviata, anche se non ci racconta la vera storia di Violetta, ha comunque un merito: ci racconta, al di là delle intenzioni degli esecutori e dei "mandanti", molto di noi, di questa nostra società così ottusamente maschilista e ipocrita. Ci dice che ci sono argomenti che non vogliamo affrontare - che neppure una donna se vuole avere successo deve affrontare - e soprattutto che non siamo pronti a raccontare una storia in cui una donna, una donna come Violetta, è la vera protagonista, indipendentemente dagli uomini che le girano intorno.
Si può raccontare in prima serata su Rai Uno la favola di una puttana "salvata" da Richard Gere. Ma è meglio non far vedere - neppure su Rai Cinque - la storia di una donna che non aspetta il suo cavaliere su un bianco destriero, ma è lei che rende migliori gli uomini che ne hanno conosciuto il valore. Il vecchio Germont è quello che più lucidamente, di fronte a Violetta che muore, confessa la propria meschinità. Forse dopo qualche mese si sarà dimenticato di quelle parole e tornerà a essere lo stronzo che abbiamo conosciuto nel secondo atto, ma in quel momento cade la sua maschera di ipocrita perbenista - di uno che ha speso soldi per donne così - e capisce che quella che lui ha sempre considerato un essere inferiore è migliore di lui. Non sappiamo se anche Alfredo in quel momento si renda conto di quale fortuna abbia avuto a essere amato, seppur per un breve periodo, da una donna come Violetta: in tutto il dramma non dimostra mai grande perspicacia ed è difficile immaginare che proprio adesso gli si svegli un neurone.
Di tutto questo immagino non si siano resi conto gli incolpevoli e inconsapevoli spettatori della prima, rigorosamente invitati dalla maison. Peccato, immagino che tra di loro fossero parecchi i "clienti" di professioniste come Violetta. E anche qualche ipocrita come Germont. Forse perfino qualche puttana è riuscita ad accaparrarsi l'ambito invito: comprensibile, visto che chi ha da vendere cerca sempre di andare dove ci sono quelli che comprano. 
No, meglio non raccontare questa storia, meglio far finta che sia un feuilleton ottocentesco, per non urtare la sensibilità del gentile pubblico, degli invitati illustri. E soprattutto perché così come l'hanno scritta Verdi e Piave non è rappresentabile. Meglio attenuarne la carica eversiva. Meglio sfumare se si vuole fare uno spettacolo di successo. Alla fine lei muore. Sipario. Un bell'applauso.
Traviata è l'unica opera in cui Verdi decide di mettere in scena direttamente il suo pubblico. Lo fa naturalmente in tutte le sue opere, anche in Rigoletto e nel Trovatore, anche quando la scena è ambientata in un tempo lontano, ma in Traviata lo fa senza alcuno schermo. È come se, alzato il sipario, ci fosse sul palco un enorme specchio: chiunque di voi, ci dicono Verdi e Piave, può partecipare a queste feste organizzate da Violetta e da Flora. Per tradire Verdi e Piave basta decidere di togliere quello specchio, come ha fatto Sofia Coppola, come ha fatto Liliana Cavani nella celebre edizione della Scala del 1990 - dove per sicurezza quest'opera non è stata rappresentata per quasi trent'anni - come fanno quasi tutti i grandi teatri - ma voglio citare la Traviata del Festival Verdi di Parma del 2007 in cui Violetta è una puttana senza infingimenti. Meglio raccontare soltanto una storia d'amore finita male.
Invece abbiamo bisogno che quello specchio continui a riflettere le nostre meschinità, perché noi spettatori continuiamo a partecipare a quelle feste volgari, continuiamo a pagare per avere i corpi delle donne, che magari preferiamo chiamare escort - noi mica andiamo con le puttane - continuiamo ad avere una doppia morale, per cui di notte andiamo con quelle donne, ma di giorno ci scandalizziamo quando le vediamo nelle strade, non sia mai che nostra figlia "pura siccome un angelo" le veda, continuiamo a credere che le donne, puttane o mogli poco importa, debbano stare un gradino sotto o fare un passo indietro. E quando alzano la testa, le possiamo sempre picchiare. Sipario. Un bell'applauso.

venerdì 22 maggio 2020

Verba volant (768): igiene...

Igiene, sost. f.

Prassagora è stata una delle prime ad arrivare a Sigeo, quando era ancora soltanto un piccolo borgo di pescatori. Nel momento in cui ha saputo da uno dei suoi clienti quello che i re delle città greche stavano organizzando, ha deciso di rischiare il tutto per tutto. D'altra parte ormai cominciava a essere vecchia per continuare a fare quel mestiere: i clienti vogliono ragazze sempre più giovani. E se quella guerra fosse durata un po', magari un paio di anni... Prassagora aveva previsto di guadagnare abbastanza per vivere con tranquillità per il resto della sua vita senza dover più lavorare. E così ha scommesso sulla guerra: è partita da Mileto insieme a due orfane di cui nessuno voleva occuparsi, molto giovani e molto belle, è arrivata a Sigeo, ha affittato una casupola e ha aspettato l'arrivo della flotta. Prassagora sapeva che la voce si sarebbe presto sparsa per il campo greco: i soldati non tardano mai a trovare dove sono le puttane. Basta che Troia resista un paio d'anni e ce l'ho fatta.

È felice di avere sottovalutato la capacità di resistenza dei troiani. Dopo dieci anni di guerra a Sigeo nessuno si guadagna più da vivere facendo il pescatore. Ormai tutti vivono grazie alla guerra: i soldati del campo greco hanno bisogno di tutto, dalle armi alla biada per i cavalli, dal legname per riparare le navi alle primizie per le tavole dei re. E naturalmente prosperano le taverne, le bische, i teatri, i bordelli. E lei gestisce il più grande della città: ha affittato anche le case vicine, le ha sistemate, ha fatto costruire dei bagni, praticamente adesso un'intera strada della cittadina è sua. Ci lavorano trenta ragazze, le cambia ogni sei mesi, va a scegliere le più belle da tutte le città della costa. Da qualche anno ha anche una decina di ragazzi: ai signori piacciono e lei vuole accontentare tutti i suoi clienti. Arrivano anche da Troia, perché Sigeo è diventata una sorta di zona franca. Lì greci e troiani si incontrano, si parlano, e si possono anche sfidare, ma solo giocando a dadi. 

Prassagora si stupisce di vedere arrivare Aristarco: lui di solito viene una volta al mese. Sempre lo stesso giorno. Anche lui è stato tra i primi ad arrivare a Sigeo. Faceva il fabbro a Corinto e ha deciso di seguire la flotta. Ha dovuto pagare una grossa tangente a Odisseo, ma da quando, dopo il terzo anno di guerra, è diventato il fornitore ufficiale dell'esercito greco, i suoi affari sono decollati e il suo laboratorio produce armi di continuo: i suoi forni non si spengono neppure di notte.

Che succede, Aristarco? Non ti aspettavo. Fillide è impegnata, ma posso trovarti un'altra ragazza.

No, sono venuto per te.

Aristarco, è stato dieci anni fa, eravamo più giovani, e più poveri, tutti e due. È stato bello, ma ci eravamo promessi che non ne avremmo più riparlato.

No... non è per quello. Voglio parlarti della peste. Sta rovinando i nostri affari. Ne ho parlato anche con gli altri della camera di commercio. Gli incassi delle taverne e delle locande sono più che dimezzati. Hanno dovuto chiudere già cinque bische. Omero, quello che fa finta di essere cieco, ha annullato tutti i suoi spettacoli. E tutte le commesse di guerra sono state dimezzate. Io ho dovuto licenziare cinque operai. Pensa che è due notti che ho fermato la produzione. Gli unici che fanno affari sono quelli che vendono pozioni per guarire la peste, ma quando i clienti si accorgeranno che li stanno truffando...

Si faranno truffare da qualcun altro.

Sì, ma intanto cosa possiamo fare?

Lo so, anche per me le cose stanno andando male. Oggi ho prenotazioni solo per cinque ragazze. E tre sono morte per la peste. Devo essere cauta a prendere i clienti. Non posso rischiare che si ammalino tutte. 

Sai che i capi greci stiano prendendo provvedimenti? Tu sei sempre ben informata di quello che avviene nelle loro tende.

A quello che mi hanno riferito nell'ultima assemblea dei re hanno convocato Calcante e quel vecchio imbroglione ha detto che la pestilenza è causata da Apollo, adirato contro Agamennone perché si rifiuta di liberare una sua schiava, una tal Criseide. Sembra che suo padre sia sacerdote di quel dio. Naturalmente Agamennone si è infuriato, ma per ora non ha fatto nulla. Vuole prima capire chi degli altri re abbia pagato Calcante per fare quella profezia. Sospetta sia stato Achille, che vuole prendere il suo posto alle testa alla spedizione. E comunque a loro la spiegazione di Calcante fa comodo. Non vogliono sentirsi dire che è un problema igienico: se avessero fatto costruire delle fogne, se avessero portato dell'acqua pulita al campo, magari costruendo un canale deviando il corso dello Scamandro, non sarebbe scoppiata la peste. Non hanno organizzato neppure un sistema per portare via i rifiuti: ormai sono una collina che sovrasta le tende. Pensa in dieci anni quanti ne hanno prodotti.

Sì, ma noi intanto che facciamo? I soldati stanno morendo come mosche. Hanno di fatto sospeso la guerra: nessuna tregua è mai durata tanti giorni. Non hanno neppure acquistato le armi che mi avevano già ordinato. Ho provato a venderle a un prezzo ribassato a Troia, ma Enea mi ha risposto che non ne hanno bisogno. Immagino che prenda grosse mazzette dai loro fabbri.    

Tu paghi ancora Odisseo?

Certo, ha una percentuale su ogni fornitura. Perché? Lo sto pagando poco?

Forse gli hai dato troppi soldi. Un vecchio amico mi ha detto che sicuramente c'è lui dietro la profezia di Calcante. Se Agamennone sarà sfiduciato, la guida della spedizione toccherà o ad Achille o ad Odisseo. Il primo vuole continuare la guerra, ma il secondo vuole tornare, sembra che ci siano problemi nella sua isoletta e comunque ormai ha già tanto denaro che non gli serve conquistare il tesoro di Priamo. La maggioranza dei re sembra sia con lui. Dieci anni sono tanti. E un amico troiano mi ha detto che anche Ettore è disposto a trattare. Troveranno un accordo per gestire la rotta dello stretto. Restituiranno perfino a Menelao quella poveretta di Elena.

Non può finire la guerra. E tutti noi che faremo?

Forse abbiamo guadagnato abbastanza. Potremmo ritirarci. Abbiamo abbastanza oro per vivere felici. Pensaci: potremmo invecchiare insieme in qualche isoletta dell'Egeo.

Altrimenti?

Capisco. Non sono più quella di dieci anni fa. Allora avevi detto che alla fine ci saremmo ritirati. Insieme. Altrimenti, caro Aristarco, potreste fare voi, a spese vostre, quello che i re greci non vogliono fare: pulite il campo acheo, costruite un canale per portare l'acqua dello Scamandro, fate finalmente un sistema di fogne. Poi convincete Agamennone a ridare quella ragazzetta a suo padre. Sono sicura che troverete gli argomenti per farlo. Così, placato il dio, passerà la peste e voi potrete continuare in santa pace i vostri traffici.

Anche tu continuerai a lavorare?

Sì, non ti preoccupare. Il più bel bordello di Sigeo non chiuderà. Almeno finché non cadrà Troia. E credo non succederà tanto presto: forse, caro amico, moriremo qui. 



 




   

domenica 17 maggio 2020

Verba volant (767): streaming...

Streaming, sost. m.

In genere questo insolito dizionario evita le parole straniere, ma ormai streaming è una delle parole più usate in questo periodo di lockdown. In pratica, quando non facciamo smart working, guardiamo qualcosa in streaming. A volte anche contemporaneamente, facendo male una cosa e l'altra. In sostanza non potevo più esimermi da questa definizione.
Sapete che io non soffro per la quarantena. Anzi... Però devo ammettere che mi mancano due cose: mangiare fuori e andare a teatro. Magari un giorno parlerò anche della mia passione per il buon cibo, oggi però mi soffermerò sul teatro. Anche perché mi sembra che nessuno si occupi di quando - e con che regole - sarà possibile tornare a vedere gli spettacoli dal vivo.
Naturalmente mi manca anche andare al cinema, ma devo riconoscere che questa nostalgia è meno profonda. Sono assolutamente solidale con gli esercenti dei cinema, specialmente quelli piccoli, quelli di provincia, che già prima della peste facevano una gran fatica ad andare avanti. E appena si potrà, tornerò al cinema del mio paese, anche se daranno un brutto film, perché abbiamo un disperato bisogno che queste piccole sale indipendenti non chiudano. Ma posso vedere un film anche in altri modi e con altri supporti. So che adesso i puristi leveranno indignati gli scudi. State tranquilli, so anch'io che il grande schermo è un'altra cosa rispetto alla televisione e al computer, ma francamente poter evitare gli spettatori maleducati e il nauseabondo odore di popcorn (a me piace molto il popcorn, ma non capisco perché quello dei cinema abbia quell'odore) è per me un vantaggio non da poco, di certo superiore a quello di rinunciare alla poesia della sala.
Il teatro invece bisogna vederlo a teatro. Nonostante gli spettatori maleducati che imperano anche in queste sale. Almeno per ora non hanno sdoganato il popcorn, ma temo non ci vorrà molto. Perché il teatro è anche il qui e ora, ogni spettacolo è una storia a sé, perché ogni giorno chi è sul palco, anche se è lo stesso attore che recita le stesse battute - o lo stesso musicista che suona le stesse note - è una persona diversa e anche noi spettatori siamo diversi ogni giorno e ad ogni spettacolo a cui assistiamo.
Quando facevo un altro mestiere, ho avuto l'opportunità di conoscere Silvano Piccardi. Per questa amicizia mi è capitato di assistere per tre volte - sempre pagando il biglietto, beninteso - allo spettacolo Enigma, di cui ha curato la regia e che interpreta insieme a una splendida Ottavia Piccolo. Naturalmente ogni sera le battute sono state le stesse, ma ho assistito a tre spettacoli in qualche modo diversi, anche perché si sono svolti di fronte a pubblici diversi, uno dei quali composto da una percentuale pericolosamente alta di maleducati. Sono stati diversi perché la seconda volta sapevo già come finiva la storia, mentre la terza ricordavo ormai anche le battute. E soprattutto perché Ottavia e Silvano ogni sera hanno interpretato i loro ruoli con accenti e sfumature diverse.
Detto questo, da appassionato, da abbonato in un piccolo, ma assolutamente meritevole, teatro di provincia, difendo con passione lo streaming, di cui pure tanti cosiddetti appassionati sono strenui detrattori. Non a caso tra questi ci sono i conservatori fondamentalisti che occupano i loggioni dei teatri lirici, difendendo la loro presunta e moribonda ortodossia da ogni novità che considerano una forma di eresia. Credo di aver visto più opere liriche durante queste settimane di peste che negli altri cinquant'anni della mia vita, perché tanti teatri hanno messo a disposizione gratuitamente i loro patrimoni di registrazioni. Tra l'altro ho visto cose che mai avrei potuto vedere, perché non posso fare un salto a Londra per vedere uno spettacolo della Royal Opera House né tornare indietro nel tempo quando era ancora viva Daniela Dessì. E aver visto tutti questi spettacoli è un mio arricchimento che, tra l'altro, mi spinge a voler tornare il prima possibile a teatro. A vedere altre cose naturalmente. 
Vedere un'opera sullo schermo del tablet è come andare a teatro? Assolutamente no. Immagino che Platone direbbe che è come la condizione di quei prigionieri incatenati in una caverna che credono che le ombre che si agitano in fondo a essa siano il mondo reale, ossia il livello più basso della conoscenza. Eppure un contadino bolognese - che non sapeva nulla di Platone, ma conosceva Verdi - avrebbe risposto "piutost che gninta, l'è mei piutost". Questa rustica saggezza vale assolutamente anche in questo caso. Credo sia comunque un'esperienza da fare. E che in qualche modo debba continuare, anche quando finirà la peste, anche quando potremo tornare finalmente a teatro.
So che tra coloro che sono critici di questa sorta di "tana liberi tutti" degli spettacoli in streaming, oltre ai parrucconi, ci sono anche tanti artisti che temono che questo sia un modo per svilire il loro lavoro. Capisco la vostra preoccupazione, visto che viviamo in una società che non vi considera neppure lavoratori, ma al massimo amatori con del talento e quindi vi chiede tante volte di fare il vostro lavoro gratis. O al massimo con un rimborso spese. Ma non è opponendovi allo streaming che riuscirete a cambiare uno stato di cose in cui viviamo e di cui tanti di noi, e anche di voi, siamo responsabili. Perché ripeto lo streaming - che peraltro non dovrà essere sempre gratuito - permette a noi spettatori di vedere spettacoli che non avremmo mai potuto vedere, per mille ragioni. Ma ci farà conoscere un mondo che conosciamo poco, e male, anche per colpa del sistema contro cui voi lavoratori dello spettacolo e noi spettatori dovremmo combattere, un sistema che a tanti di voi, che non sono star, dà poco e che a noi chiede molto. C'è evidentemente qualcosa che non funziona in questa disparità. E ci farà conoscere anche qualcuno di voi, e forse vi verremo a vedere se sarete nella nostra città. Perché, nonostante viviamo in questo mondo in cui sembra che sappiamo tutto, le informazioni che ci arrivano davvero sono fortemente controllate. 
Lo streaming è uno strumento, probabilmente imperfetto, ma a suo modo democratico. Una puttana che vuole ascoltare Traviata non dovrà più sperare di incontrare Richard Gere che la porti all'opera, basta che si colleghi a internet. E forse anche a lei farà bene ascoltare la storia di quella donna che si dimostra così superiore agli uomini che la pagano.   
Naturalmente non sappiamo ancora come sarà possibile andare a teatro nel "dopo-peste" - come non sappiamo praticamente nulla di come sarà possibile fare ogni altra cosa, compreso mangiar fuori - ma immagino che le sale dovranno rinunciare a un discreto numero di posti - forse molti posti, quelli che garantiscono l'utile - che sarà più complicato e scomodo andare a teatro, perché immagino i biglietti saranno nominativi - saremo "schedati" noi che vorremo partecipare a questa pericolosa manifestazione del libero pensiero - e sicuramente più costoso. E già adesso, specialmente per l'opera, è molto costoso, per lo più un lusso da privilegiati oppure, come nel caso di molti di noi, la rinuncia a molte altre cose: o vai al Regio o fai altre due e tre cose che ti piace fare.
Le amiche e gli amici che vivono del teatro, della musica e dello spettacolo, perché quello è il loro lavoro, credo che in questi giorni, oltre a chiedere di essere considerati come lavoratori e quindi tutelati perché non hanno lavorato per molti mesi, dovrebbero interrogarsi su cosa sarà il teatro dopodomani, quando le sale dovranno in qualche modo riaprire. E dobbiamo pensarci anche noi spettatori. Perché abbiamo qualche diritto, ma soprattutto molti doveri.
Ad Atene non solo venivano pagati autori, attori e musicisti, ma soprattutto veniva pagato il pubblico: quella comunità voleva che le persone andassero a teatro, considerava il teatro un lavoro, non proprio smart. Perché il teatro era un potente strumento di propaganda e di lotta politica, ma soprattutto era considerato uno strumento di educazione. I cittadini che dovevano votare nell'assemblea e nei tribunali dovevano prima aver visto tragedie e commedie, dovevano aver conosciuto gli uomini e il mondo attraverso il teatro, che era uno degli strumenti della democrazia.
Sono consapevole di non vivere nell'Atene di Pericle - dove per altro sarei morto per la peste - e quindi accetto di non essere pagato per andare a teatro, ma vorrei che le mie tasse servissero anche a garantire che gli spettacoli non siano così costosi, per me e soprattutto per chi ha molto meno di me, ma ha bisogno di conoscere gli uomini e il mondo attraverso il teatro. Che continua a essere uno strumento della democrazia, come ogni altra manifestazione della cultura e dell'arte. E per fare questo abbiamo bisogno anche degli spettacoli attraverso lo schermo di un computer o di un telefonino. A gratis, ma anche pagando, chiedendo che una parte di quei soldi arrivi anche a chi ha realizzato quel lavoro.
Soprattutto abbiamo bisogno di far capire a tanti che il teatro è una necessità civica e questo è possibile solo se più persone si rendono conto di cos'è, di cosa racconta, di che opportunità offre alla mente. Se lo streaming contribuirà a questo, se cominceremo a considerare lo streaming anche come una sorta di salario di noi spettatori, allora viva lo streaming.

lunedì 11 maggio 2020

Verba volant (766): credere...

Credere, v. tr.

Non la conosco e quindi non so se Silvia credeva e, se credeva, in cosa, quando è partita per l'Africa. Non me ne sarebbe importato nulla: sono fatti suoi. Tanto più perché io non credo e come non voglio che nessuno giudichi quello che io credo e non credo, così non giudico gli altri. Però ho espresso la mia stima per quella giovane ragazza che, indipendentemente da quello che credeva, ha fatto una scelta così difficile, una scelta di cui noi, che pure pontifichiamo da dietro le nostre tastiere, non saremmo mai capaci, che noi, con tutti i nostri begli ideali, non avremmo mai il coraggio di fare. Sono stato orgoglioso di Silvia per quello che ha fatto, come fosse la figlia che non ho. E anche preoccupato, perché, da vecchio, penso che questo mondo sia così marcio che perfino l'intelligenza, il coraggio, la passione di una giovane donna come Silvia siano ormai inutili per salvarlo.
Non mi interessava sapere se Silvia credeva e, se credeva, in cosa, quando è stata rapita. Non me importava nulla: sono fatti suoi. Ho scritto allora che dovevamo pagare. Silenziosamente pagare. Come abbiamo fortunatamente fatto. Perché la cosa importante era riportare a casa sua Silvia, indipendentemente da quello che credeva, perché se lo meritava, per quello che aveva fatto, per quello che voleva fare, anche per il suo entusiasmo irresponsabile, di cui abbiamo un disperato bisogno. È il minimo che noi, noi cinici, noi pavidi, noi ipocriti, potevamo fare. Io sono uno di quelli che a suo tempo ha creduto nella politica e che quindi non sempre le cose si risolvono con i soldi, anche se ormai viviamo in un mondo in cui pare che tutto si possa vendere e comprare, in cui i soldi sono l'unico metro di giudizio. Ma anche uno come me, pensa che in questo caso i soldi siano l'unica soluzione possibile. E Silvia è stata fortunata perché è stata rapita non da fanatici, ma da criminali, e con i criminali alla fine un accordo si trova sempre. Con i criminali riusciamo a intenderci in qualche modo: tra simili ci riconosciamo. Con i fanatici è più difficile.
Adesso non mi interessa sapere se Silvia crede e, se crede, in cosa. Non me ne importa nulla: sono fatti suoi. Non so se ricordate una delle ultime scene del bel film di Nino Manfredi del 1971 Per grazia ricevuta. Quando sta per morire, il vecchio farmacista ateo e anticlericale bacia il crocifisso che un prete gli avvicina alle labbra, sconvolgendo il giovane Benedetto a cui l'uomo aveva insegnato a liberarsi della religione. Il vecchio ateo, di fronte a una paura tutto sommato accettabile, si è piegato, dimostrando di non avere neppure quel poco di coraggio che uno alla fine dovrebbe dimostrare. Se una persona che è stata in una tale prigionia per un anno e mezzo, temendo ogni giorno per la propria vita, ha trovato il conforto in qualcosa in cui credere non mi pare uno scandalo, nemmeno per me che non credo. Perfino se si è convertita per salvarsi, non sentirete da me una parola di biasimo: ha fatto bene. E non capisco poi perché dovrebbero scandalizzarsi i baciapile, quelli che non perdono occasione per ostentare la propria fede. Forse non vi va bene perché non si è affidata alla vostra religione? Immagino che se fosse arrivata con il velo da suora adesso sareste tutti in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo, dal vostro santo fascista, ringraziandolo per il miracolo. L'unica cosa per cui dobbiamo ringraziare qualcuno, se ci credete, è che per fortuna i rapitori non erano fanatici come voi, ma semplici banditi. 
L'etimologia del verbo credere richiama al significato originario di affidarsi. Io sono disposto ad affidarmi all'intelligenza, al coraggio, alla passione di una giovane donna come Silvia, indipendentemente da quello che lei crede.

giovedì 7 maggio 2020

Verba volant (765): vampa...

Vampa, sost. f.

Anche Victor Hugo è stato giovane, anche se per noi rimane il vecchio dalla folta barba bianca che ci osserva con lo sguardo accigliato dalle foto di Walery e di Nadar, spesso riprodotte sulle copertine dei suoi tanti romanzi. Eppure ha appena trent'anni quando pubblica, ottenendo un immediato successo, il romanzo Notre-Dame de Paris. E cerca di mettere in scena Le Roi s'amuse; in questo caso senza lo stesso fortunato riscontro.
La sera del 22 novembre 1832, quando il dramma va in scena per la prima volta alla Comédie-Française, in platea ci sono Stendhal, Théophile Gautier, Franz Lizst, Honoré de Balzac, Alfred de Musset, per vedere questa nuova opera destinata a superare il successo di Cromwell ed Hernani e a rappresentare il nuovo teatro romantico.
Ma ci sono anche altre orecchie interessate a quel dramma in cui si racconta la storia di un re, che usa il proprio potere per possedere tutte le donne che gli capitano a tiro, e del suo buffone, che prima è complice del suo padrone, ma poi ne diventa vittima, dal momento che il corrotto monarca rapisce e violenta anche la figlia del povero giullare. E quando Triboulet decide di vendicarsi, progettando addirittura di uccidere il re, finirà per assassinare sua figlia. Il conte d'Argout, ministro del re Luigi Filippo, assiste allo spettacolo e lo considera sconveniente, oltraggioso per la morale e politicamente pericoloso. Già il giorno successivo obbliga la Comédie-Française a sospendere le recite e il testo viene bandito da tutti i teatri francesi.
La seconda rappresentazione del dramma avverrà cinquant'anni dopo, il 22 novembre 1882, sempre alla Comédie-Française, e questa volta alla presenza del Presidente della Repubblica. Si vuole rimediare all'affronto in maniera solenne e ufficiale. Ormai il vecchio senatore Hugo è uno dei grandi di Francia, è quello delle foto con la folta barba bianca.
Quando Le Roi s'amuse viene nuovamente messo in scena, sono già venticinque anni che in Francia viene regolarmente rappresentata l'opera di un compositore emiliano, che si intitola Rigoletto e che racconta la storia di un buffone la cui figlia viene sedotta e rapita da un duca tanto potente quanto senza morale e infine viene uccisa dal padre che la vorrebbe vendicare. Anche Giuseppe Verdi quando compone quest'opera non è ancora il vecchio senatore dalla barba bianca, il padre della patria che conosciamo grazie al bel ritratto di Giovanni Boldini. La censura obbliga il suo librettista Francesco Maria Piave a trasferire la storia in un fantomatico ducato di Mantova, per non suscitare le ire di nessuna casa regnante italiana ed europea. E comunque l'espediente non rende l'opera esente da censure e tagli, di cui ovviamente il Maestro si lamenta: scrive a Ricordi che ormai Rigoletto può essere firmata invece che da lui e da Piave da don ... mettendo il nome del censore di turno. 
Nel gennaio del 1857, sapendo che la Comédie-Française sta per mettere in scena l'opera di Verdi, Hugo intima il teatro di sospendere le rappresentazioni, in quanto Rigoletto deve essere considerata una contraffazione del suo Le Roi s'amuse. Hugo perde la causa e il 27 febbraio 1858 l'opera verdiana va finalmente in scena. Con grande successo. A dire il vero lo scrittore francese non ce l'ha con Verdi, ma con questa causa vuole denunciare l'assurdità del divieto che ancora vige contro la sua opera, dal momento che si può rappresentare, con un altro titolo, lo stesso identico intreccio. Hugo capisce che la censura non è più contro il suo Triboulet, ma proprio contro di lui. E naturalmente vuole combattere.
Peraltro sappiamo che Victor Hugo è andato a vedere Rigoletto e lo ha molto apprezzato.
Insuperabile! Meraviglioso! Potessi anch'io, nei miei drammi, far parlare contemporaneamente quattro personaggi in modo che il pubblico ne percepisca le parole e i diversi sentimenti, e ottenere un effetto uguale a questo. 
Scrive così del quartetto del terzo atto, una delle pagine più giustamente celebri del teatro lirico di tutti i tempi.
Ma quei due giovani ribelli, prima di diventare i vecchi e celebrati autori che conosciamo, hanno in comune non solo Ernani e Rigoletto. Entrambi hanno costruito uno dei loro capolavori attorno alla figura di un'emarginata, di una dannata, di una zingara.  
Sono trascorsi trentadue anni tra Notre-Dame de Paris e Il trovatore. E in mezzo c'è stato il Quarantotto, la speranza che la rivoluzione potesse trionfare, abbattendo i vecchi regimi e la cultura delle accademie, e insieme l'amarezza per quello che poteva essere e non è stato. Hugo e Verdi si considerano entrambi sconfitti, perché la "loro" rivoluzione è fallita.
Victor Hugo deve lasciare la Francia, meglio l'esilio che sottostare al regime del Secondo Impero, e in questi anni scriverà I miserabili. Giuseppe Verdi può continuare a viaggiare per i diversi stati italiani, ma decide comunque di dedicarsi a opere meno direttamente risorgimentali e più attente alle vicende private dei protagonisti, ai loro drammi e ai loro amori. Nasce così la cosiddetta "trilogia popolare", in cui il Maestro di Busseto racconta i suoi "miserabili", disegnando tre grandi figure di donne: una giovane vittima della lussuria dell'uomo che ella, nonostante tutto, ama e della smania di controllo di un padre troppo possessivo, una cortigiana che con le sue qualità svela la grettezza e l'ipocrisia della buona società parigina a cui "vende" il corpo, ma non l'anima, una zingara che compie un difficile percorso di redenzione dalla cieca vendetta all'amore verso il figlio del proprio nemico. E probabilmente Victor Hugo, l'autore dei personaggi di Blanche e di Esmeralda, ha conosciuto a Parigi Marie Duplessis, la donna che ha ispirato la "signora delle camelie" di Balzac e la "traviata" di Verdi, perché vita e poesia a volte trovano il modo di intrecciarsi in maniera bizzarra.
Gilda, Violetta e Azucena sono tre grandi donne, che emergono in un mondo di uomini che non le capiscono e che per questo le temono.
Verdi non si ispira a Hugo per creare il personaggio di Azucena, che trova nel dramma di Antonio Garcia Gutierrez intitolato El trovador, che legge direttamente in spagnolo. Eppure quando decide di mettere in musica questa tragedia deve avere in mente anche Esmeralda, la donna bellissima, libera e indipendente, che è il vero motore del romanzo di Hugo.
Certamente Leonora è una delle grandi eroine verdiane, la donna che vuole scegliere il proprio destino, a partire dall'uomo da amare. Leonora non accetta quello che il mondo ha preparato per lei, vuole essere lei a decidere, anche la morte se necessario. Ma è Azucena che alla fine rimane impressa nella nostra memoria, il suo vivere ogni giorno la drammatica contraddizione tra la volontà di vendicare la madre, straziata delle fiamme del rogo, e di amare il figlio dell'uomo che ha voluto quel rogo. Azucena sa che la sua vendetta potrà compiersi soltanto se Manrico sarà ucciso, ma sa anche che non potrà essere lei la persona che vendicherà la madre, perché ormai Manrico è suo figlio, perché non conta il sangue che scorre nelle sue vene: è suo figlio perché lei lo ha amato, lo ama e lo amerà come tale. E quando alla fine Manrico fatalmente muore, ucciso dal proprio fratello, la donna non sa che fare, il suo animo è straziato: la figlia che potrebbe gioire perché la madre è finalmente vendicata è sovrastata dalla madre che ha perso il proprio figlio. Garcia Gutierrez ha raccontato tutto questo, ma è la musica di Verdi a dare grandezza a questo personaggio, a partire dal primo brano con cui entra in scena, anticipata dal famoso “coro delle incudini”, quel Stride la vampa che pur sembrando una canzone popolare, la nenia di una vecchia zingara, è il racconto della tragica morte della madre a cui lei ha assistito bambina. E in qualche modo è anche una profezia, anche se Azucena non ha la "fortuna" di venire arsa, la pena a cui è destinata è molto più cruda: deve sopravvivere. La stessa pena a cui è condannato Rigoletto.       
Il ribelle Verdi racconta con la sua musica che quella zingara, quella dannata, quella miserabile, è migliore di tutti noi che abbiamo acquistato il biglietto per andare a teatro. E noi potremo impiccare Esmeralda o bruciare Azucena, ma saranno, come Gilda, come Violetta, come Marie, sempre migliori di noi. 

domenica 3 maggio 2020

Verba volant (764): normalità...

Normalità, sost. f.

Quando torneremo alla normalità? Perfino uno che non legge i giornali come me sa che questa è la domanda che praticamente tutti si pongono in questi giorni, in maniera più o meno preoccupata, con toni più o meno polemici. Finanche apocalittici. Il 4 maggio? Il 18? Oppure il 1 giugno? O più avanti ancora?
Intanto dovremmo metterci d'accordo su cosa sia questa presunta normalità. Cenare al ristorante? Farsi tagliare i capelli? Andare a messa? Partire per le vacanze? Andare a scuola? Vedere uno spettacolo a teatro o recitare in uno spettacolo a teatro? Incominciare a lavorare? Forse ciascuno di noi ha una propria definizione di "normalità". Immagino che per qualcuno la normalità sia la ripresa del campionato di calcio e per qualcun altro poter tornare ad andare a puttane.
Personalmente l'unica cosa che mi è mancata veramente in questi giorni - e credo che mi mancherà per parecchio altro tempo - è stata quella di andare a teatro e al cinema. Per il resto mi sto godendo questi giorni a casa, senza vedere nessuno. Certo io sono fortunato, perché una casa in cui stare - insieme alla mia "congiunta" - ce l'ho e riesco pure a continuare a pagare le rate del mutuo, visto che ho anche un lavoro, che posso continuare a svolgere dal soggiorno. Perché ho anche un portatile, e un tablet, e un telefonino, e la connessione ad internet per farli funzionare. E quando non lavoro, esattamente come facevo prima, posso continuare a dedicarmi alle cose che mi piace fare, posso continuare a scrivere e a cucinare. Usavo già pochissimo il lievito prima della quarantena - non amo impastare - e quindi non ho particolarmente sofferto la penuria di questo ingrediente.
So bene che tante persone in queste settimane non hanno lavorato e non lavoreranno per un tempo ancora da definire, ma sinceramente credo che la nostra società abbia le risorse per aiutare i ristoratori, gli attori, i bagnini, i barbieri, e tutti gli altri che a differenza di noi stanno soffrendo. E, permettetemi un inciso, tutti loro non devono essere lasciati in balia al nostro buon cuore (che peraltro non esiste). Io posso rinunciare a richiedere al rimborso dell'abbonamento per gli spettacoli che non ho visto, ma non è di queste elemosine che si salverà il teatro. Occorre obbligare tutti noi a pagare le tasse per rendere possibile a tutti questi di ripartire. 
Io vorrei che riflettessimo tutti che per molti di noi questa normalità tanto agognata, quella di cui ci parlano continuamente gli spot pubblicitari, alla fine è una specie di lusso, un surplus appunto: il ristorante, la gita nel fine settimana, lo spettacolo a teatro. Sento qualcuno paragonare questa quarantena a una specie di domicilio coatto, tipo gli arresti domiciliari. Credo che occorra usare le parole con moderazione e con giudizio. Ripeto che per molti di noi, molti di noi che possiamo perdere tempo nei social, non c'è stata nessuna privazione della libertà. Semplicemente siamo prudenti e la paura di morire ci spinge a fare le stesse cose che facevamo prima in una maniera un po' diversa.
Poi c'è un mondo al di fuori dei social, per cui invece la normalità, sia che torni il 4 o il 18 o il 1 giugno, è qualcosa di non così invidiabile. C'è chi la casa non ce l'ha proprio e chi considera la casa un luogo in cui è continuamente in pericolo: è quello che succede a tante donne per cui la normalità è la violenza domestica. Ma loro, anche quando noi fortunati potremo uscire - magari per rinchiuderci in un centro commerciale - dovranno rimanere lì, perché non hanno la possibilità di fuggire. Poi c'è chi non ha un lavoro. O ha un lavoro malpagato, insicuro, precario, da cui non può fuggire. E chi non ha nemmeno un computer o l'accesso alla rete. Per molti dei nostri figli la normalità non è la scuola, reale o virtuale, ma la strada, assolutamente reale. Per molti dei nostri figli è assolutamente ininfluente sapere come si svolgerà quest'anno l'esame di maturità, perché hanno dovuto diventare maturi - e mature - molto in fretta. Troppo in fetta.
A sentire tutti questi che invocano la normalità, che hanno nostalgia di quello che c'era prima, sembra che vivessimo in un tempo idillico, in una sorta di eden, da cui questa peste ci ha strappato. Sveglia, il mondo non è quello della pubblicità. No, il mondo prima faceva schifo, per la maggioranza delle donne e degli uomini che vivono in questa pianeta, era un luogo di dolore, e quando tornerà la normalità torneranno esattamente le condizioni di prima, anzi sarà peggio di prima. Così come sarà normale tornare ai livelli di inquinamento di prima, tornare ad avere le acque dei fiumi e dei mari pieni di veleni e così via. Sarà normale essere sommersi dai rifiuti e tutte le cose "belle" che ci siamo lasciati dietro nel mondo prima della peste.
A noi andava bene prima e andrà bene dopo. Ma per tutti gli altri non è così. Perché mentre per pochi di noi la normalità sarà il "dramma" di dover portare la mascherina per alcuni mesi tutte le volte che usciremo di casa, per tutti gli altri il dramma sarà trovare fuori quel mondo che hanno lasciato, con tutte le sue ingiustizie e tutte le sue miserie. E non sarà migliore solo perché noi da questa parte abbiamo sventolato qualche bandiera, abbiamo disegnato un paio di arcobaleni o abbiamo condiviso la foto di un dottore. Dopo saremo stronzi esattamente come lo eravamo prima. E il mondo farà schifo esattamente come lo faceva prima. Perché è questa la normalità.

mercoledì 22 aprile 2020

Verba volant (763): fermarsi...

Fermarsi, v. intr.

La cultura non si ferma, Milano non si ferma, la scuola non si ferma, l'economia non si ferma. Metteteci il soggetto che volete: in questi giorni pare che nulla si debba fermare. Come se ne avessimo paura. Come se noi esistessimo solo in quanto esseri che si muovono.
E se invece imparassimo a fermarci?
Questa drammatica vicenda ci pone di fronte a degli interrogativi assolutamente nuovi, a domande a cui non sappiamo rispondere perché non ci è mai capitato nulla del genere. Non è mai capitato a ciascuno di noi e non è mai capitato all'umanità. Naturalmente pestilenze ne sono già successe molte nel corso della storia, ma verosimilmente nessuno si aspetta che affrontiamo questa pandemia come venne affrontata la peste nera o la peste del Seicento raccontata da Manzoni o, per venire a un caso molto più vicino nel tempo, l'epidemia di spagnola che colpì il nostro pianeta alla fine del primo conflitto mondiale. Sappiamo, con più o meno precisione, cosa i governi, gli scienziati e i cittadini fecero allora, ma naturalmente praticamente nessuna di quelle soluzioni è applicabile al giorno d'oggi. Intanto perché la scienza ha fatto progressi enormi, perché le informazioni viaggiano a una velocità allora inimmaginabile, perché tutto è cambiato da allora. Perché in sostanza allora di fronte a una pandemia l'unica soluzione possibile era quella di sperare di non esserne colpiti. Unicamente una questione di fortuna: un po' poco, francamente.
Oggi abbiamo qualche strumento in più: sperare di scamparla è naturalmente sempre un'opzione, così come si può pregare una qualche divinità. Ma fortunatamente non è l'unica: altrimenti noi atei saremmo spacciati. Però non c'è la soluzione, si tentano approcci, si vagliano possibilità, in buona sostanza si prova a capire cosa è meglio fare, sperando sia quella giusta. Ma non è detto che la soluzione provata lo sia, non è detto che ci salverà.
Questa pandemia dovrebbe insegnarci come prima cosa - anzi come unica cosa - che di fronte a un problema così complesso è lecito non sapere. Tra quelli a cui abbiamo demandato, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente, il compito di prendere decisioni così importanti, io mi fiderei molto di più di qualcuno che andasse in televisione a dire: "Facciamo così e così, ma non sono sicuro che sia la cosa giusta da fare, mi sembra la migliore, ma forse sbaglio, comunque lo facciamo lo stesso. Grazie e scusate".
Noi stessi, nel nostro piccolissimo facciamo così. Pensiamo che adottare una serie di comportamenti piuttosto che un'altra sia ciò che salverà noi e le nostre famiglie, ma non ne siamo sicuri. Proprio per questo sarebbe giusto fermarsi, perché verosimilmente la prudenza è una buona consigliera. Fermarsi un mese è una buona soluzione? Allora fermarsi due è meglio. O no?
E se mentre siamo fermi pensassimo anche alla direzione che dobbiamo prendere quando ricominceremo a muoverci? Quando andiamo naturalmente pensiamo anche in quale direzione stiamo andando, ma non è verosimilmente l'unica cosa che facciamo, anzi probabilmente non è la cosa a cui dedichiamo più tempo. Quando andiamo in auto dobbiamo tenere d'occhio il contachilometri e la spia del carburante, dobbiamo guardare nello specchietto se qualcuno da dietro tenta di superarci, dobbiamo fare molte cose, e probabilmente non pensiamo a dove stiamo andando, lo sappiamo, lo abbiamo già deciso, e non c'è più il tempo per cambiare idea, anche perché fare un'inversione sarebbe davvero troppo pericoloso. Ma adesso siamo fermi. Approfittiamone.
Quando ci diranno che possiamo ripartire, perché dobbiamo per forza andare nella stessa direzione in cui andavamo prima, siamo certi che è quella la meta che vogliamo raggiungere? E se scoprissimo che stare fermi non è poi così terribile? O che magari che si può andare a una velocità più bassa? Perché non conta solo la meta, ma anche il modo in cui ci si arriva.
Non dobbiamo aver paura di stare fermi. Abbiamo già abbastanza paura di morire.         

domenica 19 aprile 2020

Verba volant (762): fuori...

Fuori, avv. e prep.

Io e la grande maggioranza di voi che leggete queste mie bagatelle siamo tra i fortunati: possiamo scegliere se accettare, senza soverchi sacrifici, o rifiutare alcune semplici regole di contenimento sociale. Anche al netto del fatto che noi misantropi siamo felici di questo momento che ci evita i contatti a cui normalmente non potremmo sottrarci, la decisione è piuttosto semplice: accettare quella che chiamiamo quarantena significa avere un'alta probabilità di evitare di contrarre una malattia che, dopo una fase di sofferenza più o meno acuta, ci può uccidere. In sostanza oggi stare in casa è istinto di sopravvivenza, una delle caratteristiche fondamentali di noi animali umani. Perché, nonostante tutto, questa storia del covid-19 dovrebbe servirci per ricordare che la natura è sempre più forte degli uomini. Noi facciamo di tutto per dimenticarlo e questo ci fa commettere danni terribili. Pensiamo di avere la cura per tutto, pensiamo di poter fare tutto e di non doverci mai fermare, pensiamo perfino di essere immortali o almeno sempre giovani, poi arriva una malattia e fa quello che deve fare, colpisce noi animali uccidendo soprattutto i più deboli di noi, operando la selezione naturale di darwiniana memoria. E noi facciamo istintivamente quello che possiamo per difenderci, compreso stare chiusi in casa. Dove per altro abbiamo televisioni, telefoni, computer collegati alla rete, dove siamo connessi con il mondo. Un eremitaggio con ogni sorta di comodità.
Naturalmente so che ci sono molti - la maggioranza, purtroppo - nel nostro paese e soprattutto nel resto del mondo, che non hanno questa fortuna, che non possono scegliere, le cui condizioni economiche e sociali impediscono di stare in quarantena, anche perché non hanno una casa in cui rifugiarsi. Poi ci sono quelli - in questo caso una minoranza - il cui lavoro permette a noi di stare in quarantena e quelli che sono impegnati a salvarci se, nonostante tutte queste precauzioni, ci ammaliamo.
Come ho scritto da qualche altra parte io ho smesso di leggere giornali e di seguire l'informazione televisiva e in rete. Ho fatto qualche eccezione - in genere pentendomi - anche in questo periodo. In televisione guardo solo le repliche di vecchi telefilm - mi considero ormai cittadino onorario di Cabot Cove - e quindi inevitabilmente la pubblicità. Mi ha colpito come ormai praticamente tutti gli spot si siano "convertiti" alla quarantena. I creativi evidentemente sono una di quelle categorie essenziali il cui lavoro non può fermarsi mai.
E quegli spot raccontano un mondo immaginario in cui i nostri figli continuano a frequentare le lezioni perché hanno tutti un computer e perfino degli insegnanti che sanno farne funzionare uno, in cui c'è farina e lievito in abbondanza, in cui siamo tutti truccati e pettinati, anche quando la mattina facciamo colazione, naturalmente con i croissant fatti da noi, in cui i vecchi approfittano del tempo libero per rileggere la Recherche e scoprire la musica contemporanea, in cui facciamo yoga in ampi salotti, visto che in famiglia abbiamo un computer a testa e possiamo farlo senza disturbare il figliolo che è a scuola nella sua cameretta e il papà che lavora in soggiorno. E la nonna che posta videoricette sul suo canale Youtube.
Tutto questo in attesa di poter tornare fuori, al mondo di prima del contagio. Perché tutti, anche quelli della pubblicità che hanno case così belle e spaziose, vogliono andare fuori. E pare che anche molti di noi, noi che possiamo scegliere se stare o meno in casa, abbiamo un bisogno disperato di uscire. Sinceramente vorrei mandare a cagare quelli che si riferiscono a questo periodo con termini come reclusione o simili. Mi dispiace che non abbiate mai provato cosa vuol dire stare davvero in carcere, perché penso lo meritereste.
E poi esattamente cosa cazzo abbiamo da fare quando sarà finita la quarantena? Non diciamo che dobbiamo andare a teatro perché se non c'è uno di quelli che vediamo in televisione non affolliamo le sale o che abbiamo un disperato bisogno di visitare una mostra d'arte. O che dobbiamo andare a messa - curioso come i preti si lamentino in tempi normali che sempre meno persone frequentino le funzioni e adesso in tanti sentano questo impellente bisogno spirituale. Oppure che dobbiamo fare sport, anche se la nostra usuale pratica motoria è quella di guardare le partite seduti sul divano. No, abbiamo bisogno di andare nei centri commerciali, negli outlet, abbiamo bisogno delle apericene e della movida, abbiamo bisogno di bere, abbiamo bisogno di rumore, perché ormai non resistiamo al silenzio. Non abbiamo bisogno di nulla, ma quel nulla dobbiamo farlo rigorosamente fuori. Abbiamo bisogno di comprare cose che non ci servono, in modo da poter buttare le cose che abbiamo adesso.
Visto che portare fuori la spazzatura è lecito, anche in tempo di quarantena.     

sabato 21 marzo 2020

Verba volant (761): risveglio...

Risveglio, sost. m.

È bellissima Smyrna, è ancora una bambina che raccoglie fiori nei giardini del grande palazzo e gioca con le sue compagne, ma ormai il suo corpo è quello di una donna. Sua madre vede lo sguardo con cui il padre osserva le forme di Smyrna, che il peplo non riesce più a nascondere. E sa cosa succederà, perché Cencreide conosce bene suo marito e sa che non si fermerà, che il desiderio sarà più forte di qualunque altra cosa, spezzerà ogni limite, anche il più sacro. Quando la donna lascia il palazzo per partecipare alle cerimonie in onore di Demetra, sa che sarà proprio quella notte. Non ha neppure il coraggio di guardare sua figlia, di salutarla un'ultima volta. Cencreide non si sbaglia. L'uomo ha deciso, ha già trovato la complice, che per paura o per avidità, quella notte porterà Smyrna nella sua camera.
Lo so, né l'autore della Biblioteca, né Igino, né Ovidio raccontano la storia in questo modo. Dicono che è stata Smyrna a innamorarsi del padre, punita da Afrodite perché un giorno si è rifiutata di fare un sacrificio o perché la madre ha peccato dicendo che la ragazza era più bella della stessa dea. E che la nutrice ha propiziato quell'incontro incestuoso per salvare la vita alla giovane, che altrimenti si sarebbe suicidata. E naturalmente che il padre non sapeva: tutto si è consumato al buio. O secondo un'altra tradizione, che è stato fatto ubriacare. Lui credeva soltanto che fosse una giovane della stessa età della figlia: è stato ingannato, poveretto. E infatti, dopo nove notti, quando ha scoperto la verità, si è così infuriato da voler uccidere la figlia colpevole di un tale delitto. No, mi dispiace, non credo a questa versione così rassicurante e comoda per noi maschi, in cui l'uomo è l'unico innocente.
Il mito racconta che alla fine Smyrna muore. Anzi che benignamente gli dei l'hanno trasformata in un albero di mirra. Poco prima che il padre la raggiunga e così l'uomo non può che sfogare la propria rabbia su un tronco. Ma Smyrna è rimasta incinta e da quell'albero nasce un bambino. Come dice Ovidio
at male conceptus sub robore creverat infans
Quel bambino è Adone. Un nome strano per un bambino, perché in tutte le lingue di origine semitica significa signore. E infatti Adonai è il nome con cui più frequentemente ci si rivolge al dio dell'Antico testamento. E ritroviamo la storia di questo giovane bellissimo, amato con incredibile passione dalla potente divinità fecondatrice, in tutto il mondo antico. È una storia di amore e di morte, che gli aedi dell'antica Grecia cantano con la consueta disincantata poesia.
Anche Adone è bellissimo, come la madre, e di quel fanciullo, rimasto orfano e allevato dalle Naiadi, ninfe delle acque dei fiumi e delle sorgenti, si innamora Afrodite. Ma è ancora un bambino, la dea deve aspettare che cresca, ma non può correre il rischio che qualcun'altra lo veda. E così lo chiude in una cassa di legno e manda quel voluminoso bagaglio a Persefone affinché lo custodisca negli Inferi. Sembra un buon piano, nessuno potrà mai andare laggiù. Afrodite però non ha tenuto conto della curiosità della regina delle ombre, che si chiede cosa avrà di così prezioso da nascondere quella dea bella e altezzosa. Quando finalmente apre la cassa e vede Adone naturalmente se ne innamora e decide che non lo restituirà ad Afrodite. Questa va su tutte le furie e invoca il giudizio di Zeus. Il re degli dei non ne vuole sapere di affrontare una grana del genere: non vuole scontentare nessuna di quelle due dee così potenti e così assegna il giudizio a Calliope, una delle nove Muse. 
La musa dimostra saggezza e decide che Adone avrebbe trascorso un terzo dell'anno con Persefone, un terzo con Afrodite e un terzo sarebbe stato libero di scegliere. La dea dell'amore si infuria per l'esito del giudizio e per prima cosa decide di vendicarsi di Calliope. Fa in modo che le Menadi si innamorino di suo figlio Orfeo, che però - come ben sappiamo - vive nel ricordo della scomparsa Euridice; sconvolte per il suo rifiuto, le Menadi lo uccidono. Poi indossa la sua cintura magica e seduce il giovane, che così decide di trascorrere con lei anche il terzo dell'anno che ha a sua completa disposizione. È un ragazzo Adone, dai tratti quasi femminei, neppure un accenno di barba. Francamente non credo sia stata necessaria quell'arma di seduzione per irretire Adone in un gioco di cui poco capisce. Afrodite non è migliore del padre di Smyrna. È solo meno brutale, ma non meno violenta. Anche lei ruba a quel bambino l'innocenza. Adone vivrà senza sapere cosa è davvero l'amore.  
Adone è un mortale e i mortali devono appunto morire. Ares è geloso di quel giovane effeminato per cui Afrodite ha perso la testa. Mentre il giovane è a caccia - o meglio gioca alla caccia - il dio si trasforma in un orrendo cinghiale e uccide Adone. Afrodite è disperata: Zeus a questo punto non può che sancire quello già deciso da Calliope. Adone rimarrà solo per una metà dell'anno nell'Ade, mentre l'altra metà tornerà sulla terra.
E questi giorni che stanno intorno all'equinozio raccontano, ogni anno, il ritorno di Adone. Ci fanno tirare un sospiro, perché il peggio è passato, ma raccontano anche una storia di violenza e di morte.
Ce lo ricorda Ovidio. Afrodite dal sangue di Adone fa crescere dei fiori del colore del sangue.
Ma è fiore di vita breve:
fissato male al suolo e fragile per troppa leggerezza,
deve il suo nome al vento, e proprio il vento ne disperde i petali.

giovedì 19 marzo 2020

Verba volant (760): raviola...

Raviola, sost. f.

Fino al 1977 in Italia erano feste nazionali il giorno dell'Epifania, quello di san Giuseppe, l'Ascensione, il Corpus Domini e il giorno dei santi Pietro e Paolo. Si trattava naturalmente di feste religiose, anzi erano le feste di una religione, ma siccome allora il nostro era un paese semi-laico - o semi-confessionale, fate voi - non ci facevamo troppo caso.
Quelle feste cadevano quasi tutte in primavera, dal 19 marzo al 29 giugno, erano occasioni per fare piacevoli gite e, nell'Italia del boom, grazie al sapiente uso dei "ponti", anche delle prime vacanze di massa. E poi si trattava di feste fortemente radicate nella tradizione, dal nord al sud del paese. Per tutte queste ragioni l'abolizione di queste feste è stata vissuta con molte polemiche: il motivo di questa scelta, voluta dal terzo governo Andreotti - il cosiddetto governo "della non sfiducia" - è stata essenzialmente di natura economica. L'Italia non si poteva più permettere tutti quei giorni in cui si fermavano le attività produttive e industriali. Di queste cinque feste, come è noto, negli anni successivi è stata reintrodotta solo la Befana, non per una riscoperta di questa antichissima tradizione pagana né per ossequio alla chiesa cattolica, ma solo per "allungare" le vacanze natalizie e sostenere una nuova realtà economica, quella del turismo, che nel frattempo è cresciuta, mentre diventava più debole l'industria.
Perdonate la lunga premessa, ma il mio primo ricordo è legato proprio al giorno di san Giuseppe. Era il 19 marzo 1974 e i miei genitori decisero di andare alla Festa della raviola di Fiesso. Per i non bolognesi - e anche per i bolognesi troppo giovani - credo siano necessarie almeno un paio di note a margine.
Prima nota: la raviola è un dolce tipico bolognese, che adesso potete trovare nei forni tutto l'anno, ma che quando io ero bambino si faceva solo per la festa di san Giuseppe. Sono biscotti di frolla morbida, riempiti di mostarda - ma adesso ci mettono dentro di tutto, perfino quella crema alla nocciola mainstream della pubblicità - e abbondantemente bagnati nell'alkermes. Per me la raviola è una sorta di madeleine, ma decisamente più buona rispetto al dolcetto francese. Se Proust fosse cresciuto nella campagna bolognese, forse oggi non leggeremo la Recherce.
Seconda nota: Fiesso è una piccola frazione del comune di Castenaso, chiamata così perché in quel punto il torrente Idice, un affluente del Reno, fa una curva piuttosto decisa. Non c'è praticamente nulla a Fiesso, se non la grande chiesa dedicata a san Pietro. E non chiedetemi per quale motivo a Fiesso, proprio dietro la chiesa, si faceva - non so se si faccia ancora - la Festa della raviola il giorno di san Giuseppe. 
Immagino che la mia famiglia ci sia sempre andata a quella festa, perché Fiesso dista poco meno di sette chilometri da Quarto e soprattutto perché mio padre è nato e cresciuto tra Veduro e Marano, altre due piccoli frazioni di Castenaso. Mio padre a Fiesso conosceva tutti e tutti quelli di Fiesso allora conoscevano lui: era un mondo fatto così.
Quell'anno però c'era l'austerity. Credo sia necessaria la terza nota di questa mia storia. La notte del 22 novembre 1973 il governo italiano - il quarto Rumor, un esecutivo sostenuto dal cosiddetto "centro-sinistra organico" - decideva di varare il piano che fu chiamato appunto dell'austerity. A partire dal successivo primo dicembre bar e ristoranti dovevano chiudere entro la mezzanotte, mentre cinema, teatri e sale da ballo dovevano farlo alle 23.00, che era l'orario in cui finivano le trasmissioni televisive. Venivano spente le insegne luminose e pubblicitarie, mentre l'illuminazione pubblica doveva essere ridotta del 40%. La velocità sulle strade venne limitata a 100 km/h sulle strade extraurbane e a 120 km/h sulle autostrade. Ma il provvedimento che ha avuto un impatto più forte sugli italiani è stato quello di vietare la circolazione nei giorni festivi dei mezzi motorizzati, comprese barche e aerei. E c'erano pochissime eccezioni: carabinieri, medici, preti - ma questi ultimi solo nel loro Comune. Una circolare specificava che persino l'auto del Presidente della Repubblica non poteva circolare. Il motivo di questa drastica decisione è stata la crisi petrolifera.
Il 6 ottobre 1973, il giorno della festa ebraica dello Yom Kippur, Egitto e Siria attaccarono Isreale. La guerra del Kippur terminò poche settimane dopo, perché Stati Uniti e Unione Sovietica volevano evitare quella si chiamava escalation, con un sostanzialmente pareggio, anche se sul campo le forze egiziane e siriane ebbero la meglio. I paesi arabi associati all'Opec decisero allora di sostenere l'azione di Egitto e Siria aumentando il prezzo del petrolio e ponendo l'embargo nei confronti dei paesi più apertamente schierati con Israele. Inoltre la chiusura di fatto del canale di Suez costringeva le petroliere a circumnavigare l'Africa, aumentando tempi e costi dei viaggi e quindi dei carburanti. Provvedimenti simili a quelli italiani furono presi negli Stati Uniti e in tutta Europa. 
Il mondo occidentale, senza il petrolio, si trovò in crisi. Per questo quel pomeriggio di un giorno di marzo i miei genitori decisero di andare a Fiesso, alla Festa della raviola, in bicicletta. Io naturalmente non sapevo nulla dell'austerity, dell'Opec, di Rumor, della guerra del Kippur, ma ricordo che venni caricato nel sellino della bicicletta di mio padre - un sellino che stava davanti, attaccato alla canna, tra chi pedalava e il manubrio, una roba che immagino oggi sarebbe fuorilegge - e andammo a Fiesso. E non mi ricordo altro: solo quel viaggio in bicicletta, in un pomeriggio di primavera. Immagino che non mi diedero neppure una raviola, perché c'era l'alkermes. Ma, come direbbe Kavafis
La raviola ti ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti di più.

lunedì 16 marzo 2020

Verba volant (759): quarantena...

Quarantena, sost. f.

Le lingue sono sistemi complessi e raramente sappiamo quando e dove sono nate le parole che noi pronunciamo - più o meno a proposito - ogni giorno. Quarantena è una di queste rare eccezioni. È il 1346: nel nord della Cina si sviluppa una terribile pestilenza, che, attraverso la Siria, raggiunge, dopo alcuni mesi, i vasti territori dell'Impero ottomano, dalla Turchia all'Egitto, fino alla penisola balcanica. Tra la fine del 1347 e il gennaio del '48 la peste arriva anche nel nostro paese, a Messina, a Genova, a Pisa, a Venezia, ossia in quelle città che sono al centro dei traffici in quello che allora è il mondo globalizzato, anche se nessuno lo chiamava così. Praticamente è la stessa cosa che è successa in queste settimane, la sola differenza è che oggi il virus non viaggia più in nave, ma in business class e quindi è decisamente più veloce.
La Repubblica di Venezia interviene con decisione e nomina tre tutori della salute pubblica che, tra i primi provvedimenti adottati, stabiliscono di isolare per quaranta giorni le navi e le persone prima che entrino in laguna. Nasce così la parola quarantina. Nonostante questo drastico decreto, tra il gennaio 1348 e il maggio 1349, la città di Venezia ha perso circa il 60% della popolazione, si stima tra le 72mila e le 90mila persone, su una popolazione che poteva oscillare tra i 120mila e i 150mila abitanti. Perché era sostanzialmente impossibile "chiudere" Venezia, una città che viveva di commerci e che era uno dei più importanti porti d'ingresso per le merci del Mediterraneo orientale in Europa.
Non si può mettere in ginocchio l'economia di un intero paese solo per questo allarme. E poi gli scienziati dicono cose diverse e contrastanti. Perché io devo smettere di commerciare se il mio concorrente continua: alla fine della pestilenza lui sarà più ricco di me. E se il mio padrone mi ordina di continuare a lavorare io come faccio a smettere; dopo che faccio, come mantengo la mia famiglia? Dobbiamo comunque garantire i servizi essenziali. E poi io non mi ammalo: tanto muoiono solo i vecchi. Immagino che questo abbiano detto e pensato tanti veneziani in quell'inverno del 1348. 
E pensate cosa doveva essere la quarantena nel 1348, senza telefoni, senza televisione, senza internet. In una nave alla fonda nell'Adriatico, con accanto a te, a meno di un metro, uno che forse poteva avere la peste. E comunque tutti e due puzzavate come capre, viste le scarse possibilità di pulirsi. E senza sapere cosa stava succedendo alla tua famiglia là in città.
Noi invece abbiamo in questi giorni un disperato bisogno di uscire. E sapete cosa faremo appena sarà finita la quarantena? Andremo fuori, brandendo i nostri telefonini, facendo foto inutili e magari collegandoci con la persona con cui fino a qualche ora prima siamo stati in quarantena. Vogliamo andare fuori per essere collegati a internet. Vogliamo andare al bar e al ristorante per poter finalmente chattare. Se vi fate un giro in un parco in una normale domenica primaverile, senza quarantena, vedrete quanti sono collegati, quanti sono impegnati con le teste piegate sui loro telefoni. Giovani e vecchi. Poi naturalmente dobbiamo uscire perché abbiamo assolutamente bisogno di andare in un centro commerciale, in un outlet, perché finalmente possiamo ricominciare a fare shopping. Sempre brandendo il nostro telefono. Anzi quasi sicuramente ne compreremo uno nuovo, perché mentre siamo in quarantena abbiamo visto che il nostro modello è troppo vecchio. Non ci permette di fare le dirette Instagram belle come quelle che ha fatto il nostro vicino, che così ha preso molti più cuoricini di noi. 
Quando sarà tutto finito, non andrà tutto meglio, solo perché qualcuno suona la tromba o la fisarmonica sul balcone di casa o perché in tanti abbiamo condiviso arcobaleni, bandiere, frasette rassicuranti e cose del genere. Lo facciamo a ogni "crisi". I "ricordi" di Facebook ci ricordano impietosamente di quando siamo stati tutti francesi, di quando siamo stati tutti gay, di quando siamo stati tutti klingon, a seconda di come in quel giorno si doveva cambiare la foto del profilo.
Leggo che in questi giorni qualcuno di noi è perfino solidale con i lavoratori dello spettacolo, naturalmente non ci pensiamo affatto ad andare a teatro quando sarà finita l'emergenza: in quei posti hanno il coraggio di chiederci di spegnere i telefoni prima di entrare.
Adesso siamo tutti solidali con medici e infermieri, solo perché pensiamo che possiamo avere bisogno di loro. Finita la quarantena continueremo a evadere le tasse, che - tra le altre cose - permettono di pagare gli stipendi a medici e infermieri e di avere un sistema sanitario efficiente. E poi a cosa servono tanti posti di terapia intensiva, magari vuoti? È un costo che non ci possiamo più permettere. Meglio tagliare. Cosa vuoi che succeda? Vuoi che venga la peste? E comunque muoiono solo i vecchi.

giovedì 5 marzo 2020

Verba volant (758): bisestile...

Bisestile, agg. m.

Il calendario solare non funziona. Anzi non può funzionare, perché il sole per fare il giro completo della terra impiega esattamente 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Adesso non fate i pignoli, lo so anch'io che è la terra che gira intorno al sole, ma il risultato non cambia, ci sono sempre 5 ore, 48 minuti e 46 secondi che mancano. Però i maschi volevano che fosse il sole a regolare il corso del tempo, per sottrarre questo potere alle donne e al loro calendario lunare. E quindi a quell'errore bisognava trovare un rimedio.
C'è ad Alessandria questo matematico geniale, Sosigene, che è uno dei consiglieri più influenti della regina Cleopatra. Cinque ore e un po' possono sembrare poca cosa, ma anno dopo anno quella differenza diventa sempre più evidente. E imbarazzante per il potere dei maschi. Sosigene, grazie ai suoi studi, ha trovato un modo per risolvere il problema, ma non può fare nulla da una remota provincia dell'impero. Per fortuna la sua padrona è così intelligente e affascinante che ha fatto perdere la testa a uno degli uomini più potenti di Roma e allora quell'oscuro astronomo egiziano riesce a spiegare a Caio Giulio Cesare la propria idea: se ogni quattro anni si aggiunge un giorno, l'anno solare sarebbe durato 365 giorni e 6 ore. Continua a esserci un errore, questa volta in eccesso, ma di soli 11 minuti e 14 secondi.
Cesare capisce subito che si tratta di una grande idea e siccome tra le sue molte cariche c'è anche quella di pontefice massimo, nel 46 a.C. ha l'opportunità di promulgare un nuovo calendario, che prevede appunto che ogni quattro anni venga aggiunto un giorno dopo il sesto prima delle calende del mese dedicato a Marte. Quel giorno in più si sarebbe chiamato anch'esso sesto, anzi bi-sesto. Per omaggiare Cleopatra, Cesare introduce anche l'uso egiziano di far cominciare l'anno il primo gennaio e non il primo marzo, come hanno sempre fatto i romani. Cosa non si fa per portarsi a letto una donna.
Per sistemare gli errori accumulati nel passato e riportare l'equinozio di primavera al 25 marzo, vengono aggiunti due mesi "straordinari", fra novembre e dicembre, uno di 33 giorni e l'altro di 34. Il 46 a.C. è durato così 445 giorni e per questo si è meritato l'epiteto di annus confusionis, ossia l'anno della confusione. Sono anche altre le cause della confusione, ma gli uomini preferiscono sempre dare la colpa ai calendari. Il 45 a.C., ossia l'anno in cui il calendario giuliano è ufficialmente entrato in vigore, è stato il primo anno bisestile della storia. L'anno successivo Cesare viene ucciso, ma non certo per aver imposto questo nuovo calendario. 
Negli anni successivi alla morte di Cesare calcolare esattamente quali debbano essere gli anni bisestili non è una priorità, e la confusione continua, ma Ottaviano, sconfitta Cleopatra e diventato Augusto, impone la pace e l'ordine, e il calendario giuliano, con quel giorno in più una volta ogni quattro anni, diventa il calendario di tutto il mondo. L'8 a.C. è il primo anno bisestile dell'era augustea. Certo i grandi imperi che sorgono a oriente hanno il loro modo per calcolare il tempo, e anche all'interno dell'impero sopravvivono alcuni vecchi calendari - come quello a cui sono ostinatamente fedeli gli ebrei - addirittura in America - ma ai tempi di Augusto nessuno sa che ci siano queste terre misteriose a occidente - ci sono popoli che usano ancora il calendario lunare. Però sono tempi semplici: se l'imperatore decide che quello è il calendario, tutti si devono adeguare.
Il calendario giuliano accumula un giorno di ritardo ogni 128 anni rispetto al trascorrere delle stagioni: alla fine del Cinquecento l'equinozio di primavera è ormai anticipato all'11 marzo. Anche in quel tempo l'errore comincia a essere evidente. E imbarazzante, tanto più che rende sempre più difficile calcolare esattamente il giorno in cui festeggiare la Pasqua, una festa a cui i "nuovi" pontefici di Roma sono particolarmente legati. Uno di loro, Gregorio XIII, il bolognese Ugo Boncompagni, decide quindi di porre rimedio a questa cosa e costituisce una commissione di esperti, presieduta da Cristoforo Clavio, un gesuita tedesco professore al Collegio Romano, e composta dal calabrese Luigi Lilio, dal siciliano Giuseppe Scala e dal perugino Ignazio Danti, sono tutti esperti di matematica e di astronomia.
Giovedì 4 ottobre 1582 Gregorio XIII - la cui statua domina il voltone d'ingresso di Palazzo d'Accursio a Bologna - firma la bolla papale Inter gravissimas, che introduce il nuovo calendario. Il giorno successivo è venerdì 15 ottobre e in questo modo sono recuperati i giorni "perduti" e viene riallineato il calendario al sole. Per ovviare al problema negli anni successivi, la commissione decide che quel giorno in più non sarebbe stato aggiunto automaticamente ogni quattro anni, come diceva Sosigene. Sono bisestili infatti gli anni non secolari il cui numero è divisibile per quattro - ad esempio il 2020 - e quelli secolari il cui numero è divisibile per quattrocento. Per questo il 1700, il 1800 e il 1900 non sono stati bisestili. Eliminando tre anni bisestili ogni quattrocento, una differenza tra l'anno solare e il calendario rimane, ma è di soli 26 secondi in eccesso, ossia di un giorno ogni 3.323 anni. Il problema ce lo porremo nel 4905, anno in cui presumibilmente non solo noi saremo morti, ma la razza umana si sarà estinta.
L'introduzione del nuovo calendario è un po' più complicata rispetto a quella del giuliano, perché l'autorità del papa non è certo quella di Augusto. I paesi cattolici naturalmente adottano molto presto il gregoriano, ma gli altri resistono. I paesi protestanti lo faranno all'inizio del Settecento, il Regno Unito nel 1752, ma alla lunga tutti si devono adeguare, il mondo "globale" ha bisogno di un unico calendario. Il Giappone lo introduce nel 1873, la Cina nel 1912, la Turchia nel 1924. La chiesa ortodossa non ne vuole sapere di usare il calendario di Roma - e ancora oggi usa quello giuliano - e così sarà il "rivoluzionario" Lenin a introdurre il calendario gregoriano in Russia. E per questo la Rivoluzione d'ottobre si chiama così, anche se è iniziata il 7 novembre.
E oggi solo Iran, Afghanistan, Etiopia e Nepal non adottano ufficialmente il calendario gregoriano.
Il calendario di papa Gregorio XIII è destinato a resistere al tempo. Anche la sua bella statua bronzea, opera di Alessandro Menganti, che si trova a Bologna, dimostra una certa capacità di resistere ai tempi. Quando alla fine del Settecento stanno per entrare le truppe napoleoniche in città, l'Assunteria dei Magistrati, temendo che il generale ne ordini la rimozione per farne cannoni, decide di trasformarla in quella del santo Petronio: basta togliere la tiara e sostituirla con una mitra, aggiungere un pastorale e un'iscrizione in latino Divo Petronio Civitatis Patrono. Come si dice "scherza con i fanti, ma lascia stare i santi" e i francesi non possono certo togliere alla città l'immagine venerata del patrono. Nel 1895, quando ormai il pericolo è passato da tempo, si decide di rimettere le cose a posto e Gregorio torna a benedire chi cammina per piazza Maggiore.
Ci sono curiosi paradossi in queste storie di calendari. Quello giuliano non sarebbe nato se non ci fosse stata Cleopatra, una donna la cui memoria è stata demonizzata dai maschi che l'hanno usata e poi sconfitta. Mentre quello gregoriano è basato essenzialmente sui precisissimi calcoli elaborati da Nicolò Copernico e pubblicati nel De revolutionibus orbium coelestium, un testo messo all'Indice dalla chiesa cattolica. Clavio era un convinto sostenitore della teoria geocentrica e considerava un'eresia la tesi copernicana secondo cui è la terra a girare intorno al sole. I nostri calendari sono figli di una puttana e di un eretico.
Credo meriti di essere ricordato che c'è stato un calendario solare ancora più preciso di quello gregoriano: la differenza rispetto al trascorrere delle stagioni è soltanto di due secondi in eccesso. Purtroppo questo calendario non ha avuto fortuna, è stato adottato in un solo paese e per soli undici anni.
Il 1° ottobre 1929 l'Unione sovietica di Stalin introduce il calendario rivoluzionario sovietico. Tutti i mesi sono composti da trenta giorni. Poi vengono inseriti cinque giorni di festa, che non appartengono a nessun mese: il giorno della festa di Lenin, dopo il 30 gennaio, i due giorni della festa del lavoro, dopo il 30 aprile, e infine i due giorni della festa dell'industria, dopo il 7 novembre. È festa anche il giorno bisestile, che viene inserito dopo il 30 febbraio. Nel calendario rivoluzionario sono bisestili gli anni non secolari il cui numero è divisibile per quattro e gli anni secolari solo se, divisi per nove, danno come resto due o sei: in questo modo ci sono 218 anni bisestili ogni 900 anni.
Quel calendario però impone anche la settimana di cinque giorni. Una pacchia direte voi: un giorno di festa ogni cinque invece che ogni sette. Eppure il popolo non è contento, perché per non fermare la produzione si decide che quel giorno di festa non sia lo stesso per tutti, ma si divide la popolazione in cinque grandi classi, distinte ognuna con un colore, e ogni colore deve far festa in un giorno diverso. E così può succedere che il marito del gruppo rosa faccia festa un giorno diverso dalla moglie del gruppo verde. Diventa praticamente impossibile organizzare i grandi pranzi di famiglia. Eppure, nonostante questo innegabile vantaggio, i russi non amano questo calendario e poi non dà neppure quei risultati sperati in termini di produttività. E così Stalin nel 1940 decide che è meglio tornare alla settimana di sette giorni - e tutti a casa la domenica - e naturalmente al calendario gregoriano. Un altro curioso paradosso: puoi anche essere Stalin, ma alla fine è il popolo che sceglie il calendario.

giovedì 27 febbraio 2020

Verba volant (757): impressione...

Impressione, sost. f.

A Parigi, nel cimitero di Passy, vicino alla tomba di Édouard Manet c'è quella di Berthe Morisot: la lapide recita, accanto al nome e alle date di nascita e di morte della donna, l'epigrafe "vedova di Eugène Manet". Nessun accenno alla sua carriera artistica: d'altra parte sul certificato di morte è scritto "senza professione".
Per molto tempo la fama di Berthe Morisot è stata legata in maniera quasi esclusiva al fatto di essere stata la modella preferita di Édouard. Il pittore ha dedicato alla donna che sarebbe poi diventata sua cognata ben undici tele, alcune delle sue più significative.
Eppure, quando incontra Manet, Berthe non è soltanto
una ragazza riservata e che parlava a voce bassa, sottile come un giunco, occhi neri e profondi, che amava vestirsi di nero e all'ultima moda e leggere romanzi in voga.
Berthe è una giovane donna che vuole diventare pittrice. Però è una donna e non può iscriversi all'Accademia e anche l'École des beaux-arts aprirà i battenti alle ragazze solo nel 1897, due anni dopo che Berthe è morta. Però i suoi genitori assecondano la sua passione e le permettono di studiare prima con il neoclassicista Geoffrey-Alphonse Chócarne, e poi con Joseph Guichard, un pittore romantico seguace di Delacroix. Guichard la porta al Louvre dove Berthe affina la sua tecnica copiando le tele dei grandi del passato. Ma il maestro si accorge presto che Berthe è uno spirito ribelle, che quello stile accademico non fa per lei e così la manda a bottega da Jean-Baptiste Camille Corot, che la spinge a dipingere en plein air, a contatto con la natura. 
Sta nascendo un'arte nuova e Berthe Morisot ne è una delle protagoniste. Insieme a Claude Monet, Camille Pissarro, Alfred Sisley, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cezanne e alcuni altri fonda la "Società anonima degli artisti, pittori, scultori, incisori". Il 15 aprile 1874 la Società anonima, al numero 35 di Boulevard des Capucines, nello studio del fotografo Nadar, che presta gratuitamente quel locale, mette in mostra le proprie opere. Monet espone tra le altre la tela Impressione: levar del sole, il dipinto che darà il nome a quel nuovo movimento, destinato a cambiare per sempre il mondo dell'arte. Berthe, come Claude, espone nove opere. Il vecchio Guichard critica aspramente il lavoro di quella che un tempo è stata sua allieva: ma è l'arte nuova e lui è rimasto al passato.
Tra quelle nove opere quella che diventerà più celebre è La culla. Berthe tratteggia con grazia un ritratto della sorella Edna che siede accanto al lettino dove dorme la figlia Blanche. Il soggetto è domestico e probabilmente non molto originale, eppure quella madre rimane incredibilmente impressa nella memoria di noi che osserviamo quel quadro. Certo Edna sta vegliando sulla propria figlia, la sta proteggendo, quasi istintivamente, con quella mano che sembra stringere la culla, eppure è anche persa in qualche suo pensiero. È una madre preoccupata, che guarda la propria figlia con ansia, sembra temere per il suo futuro. Blanche per fortuna dorme, anche lei, come la madre, ha gli occhi chiusi: si può permettere di essere senza paura, perché la madre è lì con lei, perché non ha ancora l'età per avere paura. Edna invece - e Berthe insieme a lei - hanno perso ormai quell'innocenza, sanno in che mondo quella bambina crescerà, un mondo che sembra aprirsi a ogni possibilità, in cui sembra che il progresso sia senza limiti. E che invece si schianterà in maniera drammatica.  
Ed è la stessa preoccupazione che vediamo negli occhi della Giovane donna in tenuta da ballo, un altro dei capolavori di Berthe Morisot, questa volta del 1879. Non sappiamo chi sia quella ragazza, probabilmente non è un ritratto. Berthe vede questa giovane donna che osserva alla sua destra qualcosa che noi non vediamo. Aspetta, forse il cavaliere che la condurrà nel prossimo giro di valzer. Ma c'è in quello sguardo qualcosa di più. C'è una tensione evidente. C'è un desiderio di cambiamento, di infrangere le regole.
In quello stesso anno va in scena Casa di bambola di Henrik Ibsen. E quella ragazza sembra proprio Nora, che all'improvviso capisce cosa sta succedendo intorno a lei. E proprio come fa Nora, noi speriamo che quella giovane si stia per alzare e dire
devo riflettere col mio cervello e rendermi chiaramente conto di tutte le cose.

martedì 25 febbraio 2020

da "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni

Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.
- In rerum natura, - diceva, - non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno né l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, dànno in Cariddi: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci...?
- Tutte corbellerie, - scappò fuori una volta un tale.
- No, no, - riprese don Ferrante: - non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.
Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perché non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.
- La c'è pur troppo la vera cagione, - diceva; - e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?... Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?
His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.
E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.

lunedì 24 febbraio 2020

Verba volant (756): cinese...

Cinese, agg. m. e f.

Sinceramente non mi ricordo a che età ho visto e ho parlato per la prima volta con un cinese. Immagino alla fine degli anni Ottanta, quando avevo già raggiunto la maggiore età, quella volta che sono andato, con alcuni amici dell'università, a mangiare in un ristorante cinese.
Non ci crederete, ma c'è stato un tempo in cui se vivevi in provincia potevano passare anni senza che  incontrassi mai un cinese, perché allora non facevano né i baristi né i parrucchieri né i sarti e se ti mancava qualcosa in casa non potevi andare dai cinesi. C'è stato un tempo che se la domenica ti accorgevi che ti mancava una pila o un mestolo o un rotolo di carta igienica dovevi aspettare il lunedì, quando aprivano i negozi "normali". Come sapete, io ho nostalgia di quei tempi lì, ma ovviamente non è colpa dei cinesi. Semplicemente loro fanno quello che noi chiediamo loro di fare. Abbiamo un disperato bisogno di comprare dei fiori finti alla domenica sera? Non c'è problema, basta andare dai cinesi.
Lavoravo in quel paese del contado bolognese quando i cinesi rilevarono il Bar Progresso della Casa del popolo di Castel Maggiore, ossia il bar più rosso della casa del popolo più rossa del Comune più rosso della provincia di Bologna. A ripensarci c'è stato qualcosa di politicamente poetico in quell'acquisizione, ma ovviamente non si trattava della rivincita dei maoisti. È il capitalismo, bellezza. Noi abbiamo fatto tanti di quei danni gestendo il patrimonio del partito, che siamo stati costretti ad alienare quello che era stato costruito dalle donne e dagli uomini che ci avevano preceduto. E i cinesi avevano i soldi per acquistare quelle attività che noi stavamo svendendo. Così come sono i cinesi che garantiscono di tenere aperti i bar nei più sperduti paesi della bassa o nelle periferie delle nostre città.
La Cina è vicina è il titolo del secondo lungometraggio di Marco Bellocchio. Quel film è del 1967 e sinceramente con la Cina non c'entra nulla, ma racconta, con profetica drammaticità, quello che saremmo diventati; e che evidentemente eravamo già, anche se non volevamo ammetterlo. Quel "la Cina è vicina" era al massimo uno slogan di qualche frangia più estremista e velleitaria della sinistra; e curiosamente chi allora era maoista spesso è diventato peggiore di quelli che allora condannava.
Adesso sì che la Cina è vicina, non perché i cinesi gestiscono i bar delle nostre città, ma perché abbiamo scoperto che in questo mondo così ferocemente capitalista abbiamo un disperato bisogno dei cinesi.
Da quando è scoppiato l'epidemia di questa nuova influenza, alla mattina, mentre vado al lavoro, non vedo più il pullman che ogni giorno, davanti a uno dei grandi alberghi della città in cui vivo, aspetta la comitiva di turisti cinesi che, fatta una veloce colazione, partono per una nuova tappa del loro Grand tour tutto compreso. Il coronavirus sta mettendo in crisi il turismo della mia città, che si basa ormai in gran parte su questi viaggi organizzati. A Fidenza c'è un grande outlet, che da qualche anno festeggia, con la stessa attenzione che dedica al "nostro" Natale, anche il "loro" capodanno, perché loro vengono all'outlet e naturalmente comprano il made in Italy, che spesso è fatto in Cina.
E allo stesso modo stiamo scoprendo che gli "untori" non sono i baristi o i parrucchieri cinesi - che da anni sono lontani da quel paese o che non ci sono mai andati perché sono nati qui - ma i manager italiani che fanno avanti e indietro con la Cina, quelli che fanno affari con i loro colleghi cinesi. Oppure i "bravi" italiani che vanno in quelle lontane località per fare turismo sessuale.
Durante la peste nera che colpì il nostro pianeta alla metà del Trecento - la peste in cui morì Laura e che ha dato il pretesto per il Decamerone - quando la gente moriva davvero, si salvarono soltanto Milano e la Polonia, per "merito" dei regimi autocratici che c'erano in quegli stati e che riuscirono a chiudere le frontiere, a differenza di quello che avvenne nel resto d'Europa. Non che gli altri paesi fossero più democratici, semplicemente non vollero rinunciare a fare affari, a scambiare merci, a far girare uomini e denari. E i denari, come si sa portano virus. Ma che volete che sia, basta mettersi una mascherina. Rigorosamente made in China