martedì 25 febbraio 2020

da "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni

Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.
- In rerum natura, - diceva, - non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno né l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, dànno in Cariddi: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci...?
- Tutte corbellerie, - scappò fuori una volta un tale.
- No, no, - riprese don Ferrante: - non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.
Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perché non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.
- La c'è pur troppo la vera cagione, - diceva; - e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?... Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?
His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.
E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.

lunedì 24 febbraio 2020

Verba volant (756): cinese...

Cinese, agg. m. e f.

Sinceramente non mi ricordo a che età ho visto e ho parlato per la prima volta con un cinese. Immagino alla fine degli anni Ottanta, quando avevo già raggiunto la maggiore età, quella volta che sono andato, con alcuni amici dell'università, a mangiare in un ristorante cinese.
Non ci crederete, ma c'è stato un tempo in cui se vivevi in provincia potevano passare anni senza che  incontrassi mai un cinese, perché allora non facevano né i baristi né i parrucchieri né i sarti e se ti mancava qualcosa in casa non potevi andare dai cinesi. C'è stato un tempo che se la domenica ti accorgevi che ti mancava una pila o un mestolo o un rotolo di carta igienica dovevi aspettare il lunedì, quando aprivano i negozi "normali". Come sapete, io ho nostalgia di quei tempi lì, ma ovviamente non è colpa dei cinesi. Semplicemente loro fanno quello che noi chiediamo loro di fare. Abbiamo un disperato bisogno di comprare dei fiori finti alla domenica sera? Non c'è problema, basta andare dai cinesi.
Lavoravo in quel paese del contado bolognese quando i cinesi rilevarono il Bar Progresso della Casa del popolo di Castel Maggiore, ossia il bar più rosso della casa del popolo più rossa del Comune più rosso della provincia di Bologna. A ripensarci c'è stato qualcosa di politicamente poetico in quell'acquisizione, ma ovviamente non si trattava della rivincita dei maoisti. È il capitalismo, bellezza. Noi abbiamo fatto tanti di quei danni gestendo il patrimonio del partito, che siamo stati costretti ad alienare quello che era stato costruito dalle donne e dagli uomini che ci avevano preceduto. E i cinesi avevano i soldi per acquistare quelle attività che noi stavamo svendendo. Così come sono i cinesi che garantiscono di tenere aperti i bar nei più sperduti paesi della bassa o nelle periferie delle nostre città.
La Cina è vicina è il titolo del secondo lungometraggio di Marco Bellocchio. Quel film è del 1967 e sinceramente con la Cina non c'entra nulla, ma racconta, con profetica drammaticità, quello che saremmo diventati; e che evidentemente eravamo già, anche se non volevamo ammetterlo. Quel "la Cina è vicina" era al massimo uno slogan di qualche frangia più estremista e velleitaria della sinistra; e curiosamente chi allora era maoista spesso è diventato peggiore di quelli che allora condannava.
Adesso sì che la Cina è vicina, non perché i cinesi gestiscono i bar delle nostre città, ma perché abbiamo scoperto che in questo mondo così ferocemente capitalista abbiamo un disperato bisogno dei cinesi.
Da quando è scoppiato l'epidemia di questa nuova influenza, alla mattina, mentre vado al lavoro, non vedo più il pullman che ogni giorno, davanti a uno dei grandi alberghi della città in cui vivo, aspetta la comitiva di turisti cinesi che, fatta una veloce colazione, partono per una nuova tappa del loro Grand tour tutto compreso. Il coronavirus sta mettendo in crisi il turismo della mia città, che si basa ormai in gran parte su questi viaggi organizzati. A Fidenza c'è un grande outlet, che da qualche anno festeggia, con la stessa attenzione che dedica al "nostro" Natale, anche il "loro" capodanno, perché loro vengono all'outlet e naturalmente comprano il made in Italy, che spesso è fatto in Cina.
E allo stesso modo stiamo scoprendo che gli "untori" non sono i baristi o i parrucchieri cinesi - che da anni sono lontani da quel paese o che non ci sono mai andati perché sono nati qui - ma i manager italiani che fanno avanti e indietro con la Cina, quelli che fanno affari con i loro colleghi cinesi. Oppure i "bravi" italiani che vanno in quelle lontane località per fare turismo sessuale.
Durante la peste nera che colpì il nostro pianeta alla metà del Trecento - la peste in cui morì Laura e che ha dato il pretesto per il Decamerone - quando la gente moriva davvero, si salvarono soltanto Milano e la Polonia, per "merito" dei regimi autocratici che c'erano in quegli stati e che riuscirono a chiudere le frontiere, a differenza di quello che avvenne nel resto d'Europa. Non che gli altri paesi fossero più democratici, semplicemente non vollero rinunciare a fare affari, a scambiare merci, a far girare uomini e denari. E i denari, come si sa portano virus. Ma che volete che sia, basta mettersi una mascherina. Rigorosamente made in China

domenica 23 febbraio 2020

Le storie di Adelaide (V). "Il treno del rivoluzionario"

Buongiorno, caro Boffi, non ho ancora avuto modo di ringraziarla per avermi consigliato Titus Kammerer: le mie nuove scarpe sono davvero eccellenti.

I tavolini del Café Odeon sulla Limmatquai sono quasi tutti occupati in quella bella mattina di marzo. James Joyce, entrando insieme all'amico Frank Budgen, ha subito notato il viceconsole austriaco che sta parlando con tre uomini che invece non conosce. Due li ha già visti nel locale, ma tutti in città prima o poi passano per l'Odeon. Quel caffè gode di una sorta di extraterritorialità nella neutrale Zurigo: è il luogo delle trame, degli incontri segreti, degli affari riservati. In fondo - come insegna Poe - il nascondiglio più inaccessibile deve essere sotto gli occhi di tutti.
C'è anche Giulio quella mattina all'Odeon. Il signor Klemper deve trattare l'acquisto di un'importante partita di pelli di daino e ha voluto che il suo contabile lo accompagnasse. Giulio non conosce l'uomo con cui sta parlando Lenin, che non si è accorto del compagno italiano.

Frank, chi sono quei tre con il viceconsole austriaco? Tu conosci tutti qui in città.
Quello più giovane è Fritz Platten, è socialista. 
Un tuo camarade. Vi chiamate così, vero? E poi?
Uno non lo conosco. Quello con il pizzetto l'ho visto a un paio di riunioni, credo sia russo.
Budgen sa bene che quello è Lenin, ma preferisce non dirlo a Joyce. Quell'incontro con il viceconsole austriaco, che sa essere un agente del controspionaggio, è una cosa di cui preferisce non parlare con l'amico, che di politica capisce poco e che tende a chiacchierare troppo.
Ma dimmi, non devi raccontarmi del nuovo episodio dell'Ulisse?
Certo, caro Frank, ho avuto una splendida idea per l'incontro tra Bloom e Nausicaa.

In quelle prime settimane del 1917 le notizie che arrivano dalla Russia sono frammentarie e confuse, ma Lenin intuisce che finalmente sta succedendo qualcosa nel suo paese. Il popolo è stanco della guerra ed è pronto, almeno a Pietrogrado, a combattere. Deve andare, non può lasciare che la nuova repubblica sia in mano ai borghesi e che la rivoluzione la facciano i menscevichi.
Il problema è come arrivare. Il viaggio via mare lungo la rotta del nord che fanno le navi dell'Intesa richiede troppo tempo, bisogna circumnavigare tutta la Scandinavia, e c'è il rischio di essere colpiti dai sottomarini tedeschi. E poi i compagni svedesi hanno capito che i governi di Londra e Parigi non sono disposti a aiutarlo, preferiscono il governo di Lvov. L'ideale sarebbe passare per la Germania: in pochi giorni sarebbe a Stoccolma e da lì a Pietrogrado il viaggio è sicuro. L'unico problema è riuscire a ottenere il permesso del governo tedesco. Per fortuna Parvus ha ancora dei rapporti con la Germania.

Compagno Aleksandr, benvenuto a Zurigo.
Parvus è arrivato nella grande stazione e Platten è andato a prenderlo. Per ora è meglio che non si incontri direttamente con Lenin.
Come sta Vladimir?
È impaziente di partire. Tu che notizie porti?
Il Kaiser ha dato il permesso al viaggio. Sono qui per prendere gli ultimi accordi con il viceconsole austriaco, che gestirà l'operazione per conto del governo tedesco.
Ma non può attraversare la Germania con l'esplicito consenso di Guglielmo: al suo arrivo sarebbe considerato un traditore.
Lo sapevamo fin dall'inizio che questo è l'aspetto più pericolo del viaggio. I tedeschi vogliono che Vladimir vada in Russia e che da lì riesca, in qualche modo, a trattare la pace. Così potranno concentrare tutte le loro truppe sul fronte occidentale.
Noi non dovremmo entrare in queste beghe dei governi borghesi.
È solo grazie a queste che tu chiami "beghe" che riusciremo a portare Vladimir in Russia. E poi non è Lenin, ma il popolo russo che vuole la pace, e i russi ci saranno grati quando gliela avremo data.
Come sai, Vladimir è molto puntiglioso. Ha detto che il vagone dovrà essere semplice, di seconda classe, con panche di legno, e ha preparato questa lista delle trenta persone che viaggeranno con lui.

Dopo aver salutato Joyce, il viceconsole austriaco comincia a parlare.
Per il vagone, signor Uljanov, non ci sono problemi: sarà come lei ha richiesto. Partirete direttamente da qui: le autorità della Confederazione sono già state informate. Non sono entusiaste della cosa, ma non faranno problemi. Viaggerete solo di giorno. Con voi ci saranno alcuni soldati tedeschi. Nessuno potrà salire o scendere dal treno, il vagone sarà considerato come territorio russo. Voi non potrete comunicare con la popolazione tedesca dai finestrini.
Non voglio ci siano soldati nel nostro vagone.
Questo non è negoziabile.
Allora il treno sarà diviso in due da un confine. Nella parte tedesca ci saranno i vostri soldati e noi staremo in quella russa. E nessuno potrà superare quel confine.
Sta bene. Mi spiace solo che così voi dovrete rinunciare a uno dei due bagni. E questa è la lista di chi salirà sul treno. Abbiamo fatto alcune modifiche a quella che ci ha fatto avere.
Lenin scorre veloce la lista che gli porge l'austriaco. Perché devono esserci anche tre menscevichi e sei bundisti?
Lei non è l'unico che sta trattando con il governo tedesco. E credo sia interesse anche suo non apparire troppo coinvolto con il Kaiser.
Accetto, ma nella lista dovrà esserci anche Zinoviev, che voi avete tolto.
Per me l'uno vale l'altro. Quando ho riscritto la lista mi sono premurato solo della signora Armand. So che lei ci tiene.
L'ultima cosa, nel treno non si dovrà fumare.
Come vuole, per fortuna io non dovrò mai fare un viaggio con lei. Aspettate un momento. Il viceconsole si alza e si dirige verso l'uomo che è appena entrato. Maestro Busoni, come sta? Ho saputo che sta lavorando a un nuovo lavoro teatrale. Sono davvero impaziente di vederlo.
Meyer è tornato al tavolino. Bene, caro signor Uljanov. Credo che a questo punto abbiamo definito tutto. Per quello che riguarda la parte finanziaria credo che dovrò discuterne con il signor Parvus. Comunicherò direttamente a lui la data in cui partirete.

Adelaide, oggi a pranzo Vladimir mi ha detto che partiremo lunedì.
So che è la cosa giusta, cara Nadja, che è quello che devi e vuoi fare, ma sono triste. Mi mancherai. Sei stata una vera amica in queste settimane in questa città straniera.
So come ci si sente a essere sola. Una parte di me vorrebbe stare qui. Per il lavoro alla scuola, per la tua amicizia, per godere di una parvenza di normalità. Ma, sposando come Lenin, sapevo che questa sarebbe stata la mia vita.
Certo non ti mancherà la puzza.
Le due amiche finalmente ridono.
Mi ha detto che sul treno ci sarà anche lei. Che a questo non poteva rimanere più qui e che a Pietrogrado serviranno tutti i compagni più attivi e motivati. Mi ha detto che è finita. 
Ce la farai, Nadja. Ce la farete.
Sarebbe bello se potessi venire anche tu a Pietrogrado.
Magari un giorno... È tornata la signora Kammerer, vieni, andiamo a dirle della partenza.

Nadja è in piedi, osserva quella stanza che tra qualche giorno sarà solo un ricordo. Adelaide le afferra la mano. Andiamo?
Grazie Adelaide, è troppo borghese se piango?


continua... 



per chi se le ha perse, ecco la "puntate precedenti"...

venerdì 21 febbraio 2020

Verba volant (755): virus...

Virus, sost. m.

Ci sono parole "giovani". Nonostante il suo aspetto, nonostante quel lignaggio antico che le deriva dal latino, virus è una di queste. Ha circa centoquaranta anni, più o meno l'età che avrebbe il mio bisnonno, Cesare Billi. Peraltro quel mio avo, che faceva il mezzadro nel contado bolognese e non sapeva né leggere né scrivere, non aveva idea di cosa fosse un virus, semplicemente vedeva i cristiani e le bestie ammalarsi, e spesso morire. Se qualcuno gli avesse detto che la causa di quelle morti era un virus, non avrebbe capito - quella parola gli sarebbe suonata strana, simile a quelle che sentiva la domenica a messa - e probabilmente avrebbe pensato che le persone come lui morivano perché erano povere, perché lavoravano fino a sfiancarsi, e mangiavano poco e male. Avrebbe pensato che le persone morivano perché andavano in guerra. Poi certo capitava che qualcuno all'improvviso si ammalasse, cominciasse a bruciare per la febbre, ad avere strane bolle sul corpo, e magari morisse. E non c'era nulla da fare, se non pregare - per chi ci credeva - e sperare. Poteva succedere lo stesso alle donne, tutte le volte che dovevano far nascere una nuova vita. O quando qualcuno di loro si faceva male usando un attrezzo nei campi o semplicemente cadendo: era terribilmente difficile la vita allora, quando non avevano ancora "inventato" i virus. Morivano perché non potevano curarsi, perché non c'erano i dottori, o c'erano solo per i ricchi.
Se io sono qui a raccontare queste storie sulle parole è anche perché mio nonno Carmelo, all'inizio del secolo scorso ha resistito alla spagnola, e soprattutto alla prima guerra mondiale. E credo che anche lui pensasse che fosse più facile morire per colpa degli altri uomini che di questi invisibili virus. E anche mio padre Luigi, che nel 1945 aveva quindici anni, credo pensasse che ne uccidessero più la guerra e la povertà che i virus.
E io, che sono il primo di questa serie di Billi che ha studiato, cosa dovrei pensare? È improbabile ormai che io possa morire a causa della miseria o della guerra. Grazie ai sacrifici dei Billi che sono venuti prima di me, questo lo posso escludere con una certa sicurezza. Forse posso morire per un virus, anche perché ho i soldi per fare un viaggio in Cina e contrarre laggiù quella pericolosa malattia. Certo ho anche i soldi per curarmi e ho la fortuna di vivere in quella piccola parte del mondo in cui i servizi sanitari funzionano bene: se prendo un virus - anche quello che uccide tante persone - posso sperare, con una buona dose di probabilità, di salvarmi.
Visto che non mi ammazzeranno né la guerra né la miseria e posso sopravvivere perfino ai virus, potrei anche pensare di essere immortale. Credo che qualcuno di noi lo pensi, o almeno fa di tutto per non invecchiare o per non sembrare vecchio. No, io certamente morirò, e probabilmente anche a causa di questa ricchezza, ad esempio perché mangio troppa carne - infinitamente di più di quanta ne abbiano mai mangiata le tre generazioni di Billi che mi hanno preceduto - o per le radiazioni di questo telefono che porto sempre attaccato al mio corpo e da cui non riesco a separarmi, perché devo sempre essere collegato con il mondo, devo sempre sapere cosa succede in Cina. O magari morirò a causa dello stress, il logorio della vita moderna, come diceva una vecchia réclame.
In fondo importa poco di cosa morirò io - verosimilmente può interessare me, ma è irrilevante per voi - ma credo, anche in questi giorni in cui parliamo tanto del virus, che il mio bisnonno avesse proprio ragione. Ancora oggi dobbiamo avere paura degli uomini più che dei virus, perché in gran parte del mondo gli uomini muoiono perché lavorano fino a sfiancarsi, e mangiano poco e male. Perché per le donne far nascere una nuova vita è ancora un rischio. Perché la guerra, la miseria, lo sfruttamento sono le cause per cui ogni giorno muoiono donne e uomini nel mondo. E non c'è virus che possa debellarle. 

giovedì 20 febbraio 2020

Le storie di Adelaide (IV). "Il ritratto della maestra"

Zurigo, 4 giugno 

Cara Nadja,

che gioia è stata ricevere la tua lettera. Anche Helga e Franziska ti ringraziano per i tuoi saluti.
Lo so che tu e Vladimir dovevate partire, so quanto sia importante per la rivoluzione che adesso voi siate a lì, a Pietroburgo, ma qui a Zurigo mi manca una sorella.
Con i compagni cerchiamo di sapere cosa sta succedendo in Russia. Come sai, le notizie arrivano a fatica e non sai mai come vengono raccontate. Vladimir ha dei nemici anche qui a Zurigo, che vorrebbero che la rivoluzione fallisse, che lui fallisse. Ma so che ce la farete. Insieme. 
E sono sicura che anche tu e Vladimir riuscirete a risolvere i vostri problemi. Immagino sia stato difficile il viaggio con lei. Ma ce la farai. Tu sei più forte.
Ho tante cose da raccontarti. Il signor Titus ha dato a Giulio e a me la vostra camera: è più grande e così ci siamo sistemati meglio. Ti sto scrivendo dalla scrivania su cui lavorava Vladimir. In quella che era la nostra camera adesso ci vive un austriaco. Si chiama Stefan, fa lo scrittore. È ricco, o almeno la sua famiglia lo è, non ha neppure quarant'anni ed è già stato in America e in India e ha girato per tutta l'Europa. Credo si potrebbe permettere una sistemazione migliore di questa, ma gli piace questa vita da bohemienne, come dicono in Francia. Non è un compagno, ma è assolutamente contro la guerra. La considera una barbarie. Giulio gli vuole chiedere un qualche articolo contro i padroni che hanno voluto questa guerra. E contro i socialisti che si sono accodati. Pensa possa essere coinvolto in qualche modo nelle nostre attività.
La cosa più importante che voglio raccontarti però è un'altra. Siamo riusciti a far partire la scuola per le donne. E, come avevi proposto tu, mentre le mamme seguono le lezioni, teniamo occupati i loro figli, li facciamo leggere, giocare, disegnare. Io seguo i bambini. Mi piace tanto, lo sai. 
Adesso sono già quindici le donne che seguono le lezioni, sono tutte mamme e senza l'asilo non riuscirebbero proprio a farlo. È molto difficile la situazione di queste donne, di giorno in fabbrica o nelle botteghe, di sera a cucinare, a lavare, a sistemare la casa. A volte i compagni sono i mariti peggiori: abbiamo ancora tanto da fare, da lottare. 
Praticamente nessuno di quei bambini va a scuola, qualcuno dei più grandi già lavora, e così sto insegnando anche a loro a leggere, stanno imparando insieme alle loro madri. È molto bello questo lavoro. Sento che sto facendo la cosa giusta.
Da un paio di settimane mi viene ad aiutare un compagno tedesco, si chiama Hans Richter. Anche lui è arrivato qui a Zurigo per non combattere per il suo paese e poi è amico di molti artisti che si esibiscono al Cabaret Voltaire. È un pittore, gli piace giocare con i colori. I suoi quadri sono strani, moderni, lui li chiama astratti, ma davvero sono pieni di colore. È bravo con i bambini, si divertono con lui. Stimola la loro fantasia, gli bastano pochi fogli di carta colorata. Anche tu ci hai spiegato quanto sia importante il gioco. 
Hans sogna di fare dei film. Adesso disegna le sue storie su dei rotoli di carta e man mano che li muove sembra che i personaggi si animino. Dice che in Cina fanno così. E un giorno mi porterà al cinema a vedere un suo film.
Un paio di volte, dopo la scuola, mi ha accompagnato agli spettacoli del Cabaret Voltaire. Così finalmente ho potuto conoscere Emmy Hennings. Mi chiamano la "ragazza della corda". Hans mi ha chiesto di posare per lui per un ritratto. È stato divertente. Non è proprio quello che mi aspettavo, non sono sicura di essere proprio io quella del quadro, ma è decisamente molto colorato. Lui dice che mi vede così. Hans mi piace e credo di piacergli anch'io. 
Vedremo cosa succederà. Non voglio farmi distrarre troppo. Speriamo che questa guerra finisca resto. Così potremo fare la rivoluzione. Quelle donne ne hanno bisogno.

Ti abbraccio, aspettando la tua prossima lettera.

                                                                                     Tua "sorella" Adelaide


continua... 


per chi se le ha perse, ecco la "prima", la "seconda" e la "terza" puntata...

martedì 18 febbraio 2020

Le storie di Adelaide (III). "Le scarpe dell'esule"

Helga...
La voce del signor Kammerer si sente per tutta la Spiegelgasse.
Ho bisogno di Adelaide. C'è un cliente inglese che parla italiano.
Il cliente osserva quella scena, mentre sta in piedi davanti alla bottega. Sentendo quelle parole, per un attimo perde il suo sorriso. I'm not British, sussurra.

Lo straniero ha bisogno di un nuovo paio di scarpe e Dario Boffi gli ha consigliato di andare da Titus Kammerer, uno dei migliori calzolai di Zurigo. Boffi è il viceconsole austriaco in città e passa parecchio tempo al Café Odeon, dove nessuno sa che il suo vero nome è Rudolf Meyer. Comunque sia, né lo straniero parla abbastanza bene il tedesco né Titus l'inglese o l'italiano per accordarsi su come dovranno essere quelle scarpe. Titus ha capito che quell'inglese dall'aria elegante sembra molto deciso su cosa vuole - e anche piuttosto pignolo - e a lui piacciono i clienti che hanno le idee chiare. Per fortuna c'è Adelaide, che dopo qualche settimana ha già imparato come si dice in tedesco suola, tomaia, tacco. E come si chiamano i diversi tipi di pellame. E così il ciabattino e il cliente possono finalmente intendersi.

Lo straniero, visibilmente soddisfatto, paga l'acconto, ringrazia Titus e la sua valente interprete.
Se capisco bene, lei è italiana? Emiliana direi. Avevo un collega alla scuola Berlitz di Trieste con il suo stesso accento.
Sì, sono nata vicino a Bologna. A San Giovanni in Persiceto.
E, se posso, cosa l'ha condotta qui a Zurigo?
Mio fratello vive qui. Adelaide risponde a quella domanda dello sconosciuto con un qualche imbarazzo. Non sa chi sia quell'uomo e quale sia il vero scopo di quelle domande. Forse non è solo curiosità o gentilezza.
Capisco. Vive a Zurigo già da qualche tempo e sa che tanti giovani sono arrivati in città per fuggire dalla guerra. Meglio non fare troppe domande. Zurigo è diventata una città di esuli. Lo è anche lui. Da molti anni. A volte non si ricorda neppure per quale ragione. Finiamo per essere tutti esuli, mia cara. E pensa di tornare?
Non so, mi trovo bene qui a Zurigo.
Una nazione riscuote una penale da coloro che hanno osato lasciarla insaldata, al loro ritorno. Vedremo, se riusciremo mai a tornare. Forse continueremo a essere esuli, anche allora, in una patria che non riconosceremo più. Conosce l'inglese, signorina?
No, purtroppo.
Non se ne dispiaccia troppo: scrivere in inglese è la tortura più geniale mai concepita per i peccati commessi nelle vite precedenti. Mi auguro di rivederla quando verrò a ritirare le scarpe.

quello straniero ha ragione / credo che non torneremo più a San Giovanni / forse non sono una brava compagna / Giulio dice che torneremo perché vincerà la rivoluzione / lui non vuole tornare quando ci sarà una grazia, non vuole tornare con il re / io ci credo alla rivoluzione / ma non credo che la vedremo noi / questa guerra allontana la rivoluzione / combattiamo fratelli contro fratelli / quando a Bologna insegnavo alle scuole serali organizzate dal sindacato vedevo i loro occhi / so che loro faranno la rivoluzione / è importante insegnare a tutti a leggere e a scrivere / è questo che io ho fatto per la rivoluzione / e lo farò ancora / ho accompagnato Nadia alla scuola del partito in cui insegna lei / mi hanno chiesto di cominciare delle lezioni per i bambini di quelle famiglie / quei bambini faranno la rivoluzione / noi rimarremo sempre a Zurigo / noi faremo la rivoluzione attraverso quei bambini / non rivedrò più la nostra casa a San Giovanni / non rivedrò più i Giardini Margherita / non rivedrò più Stenos / no / io sono una brava compagna / anche se mi sono innamorata di un soldato / e poi la patria non è dove siamo nati / la nostra patria è tutto il mondo / e i bambini a cui io domani insegnerò a leggere e a scrivere non faranno più la guerra / faranno la rivoluzione / anche per me

Il giorno successivo Adelaide decide di portare i bambini al lago. Si ferma al Bellevue, perché lì ci sono altre ragazze con i loro bambini che giocano. Poco dopo nota l'uomo delle scarpe che la osserva, sembra indugiare sulle sue gambe. Adelaide chiede a una ragazza con cui si trova spesso di dare un'occhiata anche ai suoi bambini e decide di affrontare quella situazione che la sta mettendo a disagio.
Buongiorno. Temo non sia un caso che lei oggi sia qui. Visto che non l'ho mai vista prima. Trovo sconveniente che lei mi segua e la invito a non farlo più.
Lo sconosciuto si toglie il cappello e comincia a piegarlo nervosamente.
Mi scusi, effettivamente oggi l'ho seguita e le prometto che non lo farò più. Non posso prometterle che non ci rivedremo: come credo si sia già resa conto, Zurigo è davvero una piccola città. Ma certamente non la seguirò. Vorrei solo spiegarle perché l'ho fatto. Sono uno scrittore e ho il progetto di comporre una nuova Odissea. Sto cercando Nausicaa e credo di averla finalmente trovata. Mi scuso in anticipo per quello che scriverò, forse non le piacerà. Non sarà lei la ragazza di Dublino della mia storia che porta i bambini che le sono affidati sulla spiaggia, ma oggi so esattamente cosa farà la mia Nausicaa. 
Spero sia vero, comunque questo non cambia la mia richiesta.
Dovrò venire a provare le scarpe, ma porterò il mio amico Frank, così non sarà necessario il suo intervento.

È passata una settimana e Adelaide ha visto che lo straniero ha rispettato il proprio impegno.
Adelaide, è il signor Kammerer che bussa alla loro porta, oggi pomeriggio è venuto l'inglese per le scarpe, mi ha chiesto di darti questo libro, è un suo regalo. Dice che l'ha scritto lui.

La ragazza osserva la copertina celeste con il titolo Dubliners e il nome di quello sconosciuto. Sorride leggendo la dedica, in italiano, A Nausicaa, la principessa esule.

continua... 


per chi se le ha perse, ecco la "prima" e la "seconda" puntata...

venerdì 14 febbraio 2020

Verba volant (754): albergo...

Albergo, sost. m.

Forse avete visto anche voi questa pubblicità: uno speaker spiega che adesso puoi prenotare un hotel per un tempo anche molto breve, per lavorare, rilassarti, fare la doccia o per qualsiasi cosa tu voglia. E, visto che ormai siamo tutti tecnologici, lo possiamo fare comodamente attraverso il sito o dopo aver scaricato la app. Praticamente hanno inventato gli alberghi a ore. Nelle immagini dello spot si vede, tra le altre cose, anche un lenzuolo da cui spuntano diverse paia di piedi. Certamente per qualcuno è anche un lavoro, e immagino che per altri quella sia un'attività rilassante, per quanto impegnativa - e quindi alla fine sia necessaria una doccia - e naturalmente liberissimi di farla in tre o quattro o cinque. Suppongo che aumentando il numero, aumenti anche la convenienza, perché puoi dividere il costo della camera, come con il campo di calcetto.

Molto probabilmente non conoscete il nome di Marguerite Monnot, ma forse avete ascoltato qualche sua canzone. Perché per quasi venticinque anni questa pianista nata in un paesino della Borgogna ha lavorato con Édith Piaf, componendo la musica di tanti suoi successi, da L'Hymne à l'amour a Milord, quest'ultima con il testo di Georges Moustaki. Durante la sua carriera ha anche composto le musiche per il musical Irma la dolce, utilizzate in parte come colonna sonora per il fortunato film con Shirley MacLaine. Alla fine degli anni Cinquanta Dean Martin porta al successo negli Stati Uniti The poor people of Paris, e la musica è naturalmente di Marguerite. La sua musica "sa" di Francia.
Nel 1956 Marguerite compone la musica per una canzone i cui versi sono stati scritti da Claude Delecluse e Michelle Senlis, intitolata Les amants d'un jour, che viene incisa naturalmente da Édith Piaf. Una splendida canzone e poi la Piaf è bravissima, ma - non succede quasi mai - è più bella la versione italiana.
La canzone è tradotta alla fine degli anni Sessanta da un artista nato nel 1944 in una famiglia ebraica di Tripoli. Quando, nel '52, la comunità ebraica è cacciata dalla Libia, il giovane ha seguito la sua famiglia in giro per l'Europa. Herbert Pagani è un'artista che è stato dimenticato, anche se ha avuto un buon successo negli anni Sessanta e Settanta. È poliedrico, dipinge, scolpisce, ma è sopratutto un musicista. È anche una delle voci storiche di Radio Monte Carlo. Per Dalida scrive molte canzoni, sia originali sia traducendo brani francesi. E così nel 1970 decide di incidere lui stesso Albergo a ore, una sua traduzione piuttosto fedele del successo della Piaf.
Quando Herbert ci dice
io lavoro al bar d'un albergo a ore
noi ci crediamo, perché interpreta questa canzone con una verità che nessun'altro riesce a darle.
È una storia di amore e di morte, racconta il suicidio di due giovanissimi amanti che 
sembravano belli come due santi dipinti
e che scelgono proprio quello squallido alberghetto per l'ultima ora che passeranno insieme prima di uccidersi.
E all'uomo non rimane che dare a quella coppia una qualche sepoltura "non ufficiale".
Non sappiamo nulla della storia di quei due giovani amanti, non lo sapremo mai, ma in qualche modo ne onoriamo la memoria anche noi, non mettendo mai piede nella camera numero tre. 
Un canzone bellissima che però non può passare in televisione e in radio tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta: il suo testo è troppo scandaloso. Le canzonette non devono far pensare, invece Albergo a ore ti costringe a riflettere, non ti dà scampo. E anche nel tempo in cui in televisione si può far la réclame agli alberghi a ore - e chissà come si sarebbe divertito Herbert Pagani, se non fosse morto a soli quarantaquattro anni - e si può far vedere che sotto un lenzuolo ci sono quattro o cinque persone, una canzone come Albergo a ore non avrebbe mercato: far pensare le persone su temi come la morte e la disperazione è sempre pericoloso.

giovedì 13 febbraio 2020

Le storie di Adelaide (II). "La cassaforte del console"

L'appuntamento è per dopodomani. Alle otto di sera, precise.
I due uomini sono usciti insieme a tutti gli altri dalla piccola sala del Cabaret Voltaire, seguendo Emmy e il suo grottesco corteo. Anche loro, come gli altri, battono le mani, ma, una volta fuori, cercano un angolo appartato della strada, vicino al negozio di un ciabattino, che a quell'ora naturalmente è chiuso. Dopo che quello più giovane dei due ha sussurrato quell'informazione, si salutano con un cenno e si allontanano dalla Spiegelgasse, in direzioni diverse, come se non si conoscessero.

Quando Adelaide arriva alla finestra, i due uomini se ne sono già andati, ma probabilmente non li avrebbe neppure visti: è rapita da quello spettacolo che si sta svolgendo laggiù in strada, da quella donna che sta imitando il suo modo di camminare quando porta fuori i bambini. La ragazza non riesce a smettere di ridere: è da tanto tempo che non ride così. Eppure Adelaide conosce uno dei due, quello più vecchio, lo ha incontrato, a Milano, in stazione: l'ha aiutata a salire sul vagone, portandole la valigia. Ma anche trovandoselo di fronte, di giorno, sulla Spiegelgasse, probabilmente non lo avrebbe riconosciuto.
Adelaide quel giorno è così nervosa. Conosce naturalmente la piccola stazione di San Giovanni in Persiceto, ormai conosce anche quella di Bologna, ma non è mai andata più in là. La stazione di Milano le sembra immensa, una specie di cattedrale, e poi ha il terrore di non riuscire a trovare il binario da cui parte il treno per Zurigo. Fare un viaggio del genere, da sola, è la più grande avventura della sua vita: non riesce proprio a ricordare il viso di quel signore gentile. Chissà perché ha notato solo il suo accento; Adelaide ricorda che quella calata le ha strappato un sorriso.
O giù bimba, t'aiuto io 'on 'ste valige. In du' salti s'arriva a'i binario.

Quando il campanile della chiesa di san Pietro ha battuto l'ottavo rintocco, quattro uomini si ritrovano davanti a un'anonima palazzina al 69 della Bahnhofstrasse, a meno di dieci minuti dal Cabaret Voltaire. Si scambiano un cenno di saluto. In quella sera di martedì grasso sono le persone più silenziose di tutta Zurigo. Il più dei giovane dei quattro, che, nonostante l'età, è chiaramente il capo, fa il segnale che gli altri aspettano. Uno tiene in mano un mazzo con sedici chiavi, osserva la serratura e, a colpo sicuro, prende quella che apre proprio quella porta. Sono dentro. L'uomo che introduce quel silenzioso corteo indica una porta e l'uomo delle chiavi sceglie, ancora una volta, la chiave giusta. Il capo osserva le porte che si aprono al loro passaggio e fa cenno al toscano di seguirli, tra poco toccherà a lui. Una chiave per ogni porta. Tredici, quattordici, il capo conta mentalmente le porte, quindici, sedici. E diciassette. L'uomo delle chiavi non sa cosa fare: non ha una chiave per quella porta. Il capo guarda l'uomo che li ha portati fin lì e lui allarga le braccia: L'ho sempre vista aperta. Sono le uniche parole pronunciate dai quattro quella sera. Tornano indietro, chiudendo una porta dopo l'altra, finché non sono in strada. Non si salutano neppure mentre si allontanano per le strade chiassose della città che festeggia l'ultimo giorno di carnevale.

E' un bel pomeriggio di sole quel mercoledì a Zurigo. Non danno nell'occhio quei due uomini che siedono su una panchina del parco del Lindenhof leggendo il giornale. Senza parlarsi.
Davvero, io non ho mai visto chiusa quella porta. Per questo non ho fatto il calco. Oggi comunque sono in servizio, lo farò e domani te lo consegnerò. Spero che il tuo uomo riesca a fare la chiave per sabato.
Quello è affar nostro. Il giovane è preoccupato. Quell'imprevisto rischia di far saltare l'intera operazione e mette in pericolo anche le loro vite. Ed è costretto a fidarsi di quella spia austriaca e di quell'avvocato doppiogiochista. Non può contattare Berna, a questo punto deve decidere lui e lui decide di proseguire con l'operazione.

Il giovane chiude il giornale. Si alza e se ne va chiuso nei suoi pensieri.
Stenos.
Balza a sentire il suo nome. Nessuno degli altri sa che si chiama così. Nessuno sa che è a Zurigo, i suoi familiari lo credono imbarcato. In maniera automatica avvicina la mano alla fondina sotto la giacca.

Adelaide non riesce a credere che quel giovane serio che passeggia per il parco in quel pomeriggio d'inverno, a Zurigo, sia proprio Stenos. Si affollano i ricordi: o meglio è un solo ricordo, quel pomeriggio d'inverno ai Giardini Margherita, quel bacio.
Anche Stenos non riesce a credere che sia proprio Adelaide.
I due giovani rimangono fermi per un secondo che sembra a loro eterno. Per fortuna ci sono i cinque bambini a spezzare quell'irreale silenzio.
Adelaide, gridano praticamente tutti insieme, possiamo andare a giocare?

È Adelaide che comincia a raccontare: della morte della madre, del viaggio, di quei bambini che sono diventati in qualche modo il suo lavoro. Non parla di suo fratello. Sa che Stenos immagina che lui è lì, esule o renitente. Stenos è un soldato, è uno che ha manifestato perché l'Italia entrasse in guerra, è un volontario, è uno che ha scelto di combattere. Ma - Adelaide pensa in fretta - se è lì a Zurigo, forse anche lui....
Stenos, mentre ascolta il racconto della ragazza, pensa a quello che le può dire. Non può raccontarle che si chiama Giovanni Sollima - come è scritto sul suo passaporto - non può dirle che è un medico venuto a Zurigo per studiare alcune nuove tecniche chirurgiche, come ha raccontato alla signora da cui ha affittato la stanza in cui abita in città. Non può raccontarle tutte quelle bugie, ma non può neppure dirle la verità.
Ti prego, Adelaide, non chiamarmi Stenos. E non raccontare a nessuno che mi hai visto qui. Neppure a tuo fratello.
Sa quanto Adelaide e Giulio siano legati, ma Stenos conosce anche bene quello che il giovane bolognese fa lì in città: certo non sostiene gli austriaci, ma neppure gli italiani. Giulio combatte un'altra guerra, in cui Stenos è comunque un nemico.
Domani io sarò qui, a questa stessa ora. Spero che tu non ci sarai. Vorrei dirti tante cose, ma domenica sarò già lontano da Zurigo. Le afferra le mani. Il silenzio di quel saluto cala sui due giovani.

Adelaide, andiamo al parco anche oggi?
No, bambini, oggi facciamo una passeggiata lungo la Limmat.

Finalmente è sabato. Stenos Tanzini è il primo ad arrivare davanti al consolato austriaco. Dopo pochi minuti, mentre si sentono i rintocchi delle campane, arrivano Remigio Bronzin, il fabbro, profugo triestino, che in poche ore ha realizzato la diciassettesima chiave, l'avvocato Livio Brin, che conosce il consolato perché un tempo è stato assoldato dal capo dello spionaggio austriaco e adesso fa il doppiogioco e infine Natale Papini, il signore livornese che ha aiutato Adelaide alla stazione a Milano. Lui è il mago delle casseforti. Peccato che quella volta a Viareggio... è stata solo sfortuna. Natale non ci voleva credere: quell'ufficiale è andato a cercarlo in carcere per chiedergli di rubare per l'Italia. Natale poteva scegliere: o andare al fronte o tornare a rubare. Non ci ha pensato due volte.
Si ricomincia: una chiave per ogni porta. Tredici, quattordici, Stenos conta, quindici, sedici, diciassette. Ed ecco la cassaforte, adesso tocca a Natale. Stenos guarda nervosamente l'orologio. Remigio sta alla finestra. Livio è in piedi accanto alle valigie vuote. La fama di Natale Papini è meritata. E finalmente la cassaforte del consolato austriaco svela i suoi segreti. Ci sono i documenti in cui è descritta la rete delle spie e dei sabotatori che hanno fatto tanti danni alla flotta italiana. Rudolf Meyer, il capo dello spionaggio austriaco per l'Italia, tiene con precisione l'elenco dei suoi uomini: ci sono i nomi di militari, uomini politici, un paio di cardinali, che lavorano per Vienna. Nei giorni successivi saranno tutti arrestati. E poi c'è molto denaro, gioielli, una preziosa collezione di francobolli. Il capo dell'operazione, il tenente di vascello Pompeo Aloisi farà in modo che i gioielli e i francobolli siano restituiti: sono una proprietà personale del console e loro sono spie, non ladri.

Domenica i quattro sono già in viaggio alla volta dell'Italia: non conviene che rimangano troppo tempo in Svizzera. A Bologna le loro strade si dividono. Il secondo capo Stenos Stanzini, che ha una licenza concessa dalla Regia Marina, si ferma in quella città, dove vive ancora la sorella e dove ha vissuto anche lui qualche mese cinque anni prima. Alla sorella racconta che la sua nave è alla fonda a Taranto, per alcune riparazioni urgenti: ormai la sua vita è una continua bugia.
Passeggiando per i Giardini Margherita ripensa ad Adelaide. Alle cose che le avrebbe voluto dire. E che non le dirà mai.

continua... 
 

per chi se l'è persa, ecco la "prima puntata"...

lunedì 10 febbraio 2020

Verba volant (753): bionda...

Bionda, sost. f.

Bionda e incredibilmente sexy: Torquato Tasso ha bisogno di un nuovo personaggio femminile per rendere un po' più avvincente la Gerusalemme liberata e quindi, in mezzo a tutti quei guerrieri virilmente eterosessuali che combattono per il controllo della città santa, si inventa Armida. Lo stesso che fanno quattro secoli dopo Bob Kane e Bill Finger quando creano Catwoman.
Curiosamente il poeta che ha girato quasi tutta l'Italia e deve aver visto bellissime donne di ogni tipo, dimostra ben poca fantasia quando vuole rappresentare questa maga musulmana nata ad Antiochia. Tasso ci racconta che ha lunghi capelli biondi e ricci, una carnagione molto pallida, su cui spiccano le labbra rosse: una bellezza fiamminga che mal si addice alle origini siriane della giovane. Comunque in questo modo Armida si "vende" meglio e naturalmente i pittori che tra il Seicento e il Settecento l'hanno rappresentata non si sono scostati da questa immagine così convenzionale: un ottimo pretesto per dipingere una donna seminuda senza incorrere negli strali della censura. Come Eva, come Maddalena, come le altre "cattive" della storia.
Nel IV canto Torquato Tasso ci mette al corrente del piano malvagio di Idraote, il capo della Spectre, che è anche lo zio di Armida, per mettere in difficoltà i crociati. La giovane verrà mandata nel campo cristiano e qui fingerà di essere una principessa cacciata dal proprio regno da uno zio crudele. Se i crociati la aiuteranno a riconquistare il trono, lei, anche se musulmana, diventerà loro alleata e, a guerra conclusa, sarà loro vassalla. Tasso ci racconta che Armida si dimostra molto abile nel mettere in pratica il piano dello zio, nonostante Goffredo di Buglione non cada subito nella sua rete: il condottiero si limita a prometterle che, una volta conquistata Gerusalemme, le daranno il loro aiuto. I paladini però rumoreggiano, evidentemente a loro non interessa avere un'alleata in futuro, pensano a una diversa "ricompensa", da riscuotere molto più velocemente. Goffredo, che è molto attento ai sondaggi e vede calare la propria popolarità, a questo punto deve cedere: ad Armida sarà assegnata una scorta di dieci cavalieri. 
Il V canto si apre con Goffredo che cerca di sottrarsi al compito di scegliere i dieci fortunati: non ci pensa proprio di inimicarsi tutti gli altri. Il campo cristiano è in subbuglio. From Syria with love: il piano dell'agente segreto Armida ha funzionato. Goffredo alla fine opta per il sorteggio e Armida e i suoi dieci compagni partono alla volta di Damasco. Nottetempo un'altra quarantina di paladini - che non hanno accettato il verdetto dell'urna - lasciano il campo per andare ad "aiutare" la giovane in difficoltà. Torneranno nel campo cristiano solo alla fine del IX canto, scornati e avviliti: nei quattro canti precedenti nessuno di loro ha raggiunto l'obiettivo con Armida. Goffredo si dimostra magnanimo e li perdona: le prese in giro da parte di quelli che sono rimasti sono già una punizione sufficiente.
Nel XIV canto Tasso ci racconta che Rinaldo è riuscito a fare con Armida quello che gli altri paladini hanno tentato invano. Anzi vediamo che è proprio la biondissima agente Tatiana Romanova che si è innamorata di James Bond. No, questa è un'altra storia. Armida si innamora di Rinaldo, lo imprigiona con incantate catene floreali e lo carica sul suo carro volante. Ma non torna a Damasco, si dirige verso le Isole fortunate - dovrebbero essere più o meno le Canarie - e qui usa tutte le sue arti magiche: sulla cima di una montagna costruisce un palazzo incantato, nascosto alla vista da una coltre di nubi, solo per loro due. Dal canto suo, vediamo che Rinaldo si adatta abbastanza velocemente a questo ménage, senza lamentarsene troppo.
Però senza Rinaldo a combattere pare che Gerusalemme non possa cadere. Goffredo incarica due paladini, Carlo e Ubaldo, di riportarlo al campo. Tutto il XVI canto è dedicato ai loro sforzi per raggiungere le Canarie, trovare la montagna senza farsi scoprire da Armida e convincere Rinaldo a lasciarla. Allora, ricapitoliamo: tu sei "prigioniero" della donna più bella del mondo, che è pazzamente innamorata di te, e decidi di lasciarla per andare a combattere sotto le mura di Gerusalemme? Nessuno con un po' di discernimento se ne sarebbe andato da lì, ma Rinaldo inspiegabilmente ascolta l'invito dei suoi commilitoni, guadagnandosi così il titolo di più cretino della letteratura mondiale di tutti i tempi.
Altrettanto inspiegabilmente Armida va su tutte le furie: cara, uno così imbecille è meglio perderlo che trovarlo.  
Siamo così arrivati al XX canto: la battaglia finale. Rinaldo si trova di fronte Armida che nel frattempo si è arruolata nell'esercito del re dell'Egitto. I due non si risparmiano i colpi, ma intanto Gerusalemme sta cadendo. I grandi mercanti europei che hanno finanziato quella spedizione hanno deciso che è venuto il momento di smetterla con tutte quelle manfrine medievali: hanno bisogno di entrare a Gerusalemme e di far ripartire i traffici tra l'Europa e l'oriente che passano da quelle terre. Armida fugge, inseguita da Rinaldo, sembra si voglia togliere la vita, ha già in mano la spada per infliggersi il colpo fatale, ma l'uomo la salva: se si converte potranno tornare a vivere insieme. Lei, tra le lacrime, accetta. Dissolvenza. Titoli di coda. Fine.

Come è andata a finire? Torquato Tasso non ce lo racconta. E non c'è un sequel.
Nei primi mesi dopo la vittoria, Rinaldo ha avuto un incarico nell'amministrazione crociata di Gerusalemme, ma quando Goffredo è morto, Baldovino ha rimpiazzato tutti quelli della "vecchia guardia". Con Rinaldo è stato piuttosto facile: i mercanti della città vecchia lo hanno accusato di pretendere mazzette. Naturalmente anche quelli di prima lo facevano - come lo avrebbero fatto quelli dopo - ma Rinaldo stava davvero esagerando. Come era prevedibile non ha sposato Armida, anche se la donna si è convertita alla religione dei vincitori. E comunque la bellezza di un tempo è sfiorita, i suoi capelli non sono più così biondi.    

domenica 9 febbraio 2020

Le storie di Adelaide (I). "La tata della Spiegelgasse"

Frau Kammerer? È in casa?
Giulio, mentre bussa piano alla porta, sa benissimo che la moglie del ciabattino è in cucina: come ogni giorno sente gli strilli dei suoi tre bambini.
Le presento mia sorella Adelaide.  
La ragazza sorride. Spero perdonerà il mio pessimo tedesco, frau Kammerer.

Sono passati appena pochi minuti. Giulio se n'è già andato, il signor Klemper al guantificio gli ha concesso di assentarsi solo il tempo necessario per andare a prendere la sorella in stazione. E Adelaide si ritrova seduta in quella cucina che non ha mai visto, in una città che non ha mai visto, con in braccio un bambino che non ha mai visto, che però ha smesso di piangere. Con il suo fare spiccio, la signora Kammerer le ha messo davanti una scodella di zuppa calda.
Il "gineceo" del numero 14 della Spiegelgasse si è riunito per dare il benvenuto alla nuova pigionante italiana. C'è naturalmente la padrona di casa, la moglie di Titus Kammerer, che fa il ciabattino al pianterreno della casa accanto e che Adelaide ha visto di sfuggita, c'è la vedova Rosenthal - suo marito è morto all'inizio della guerra sul fronte francese e lei è tornata a Zurigo con i suoi due figli piccoli - e c'è Nadja Uljanova. I Kammerer sanno solo che suo marito è un esule russo, ma non cosa faccia di preciso. Adelaide invece sa che quell'esule è conosciuto dalle polizie di tutta Europa con il nome di Lenin. E anche Nadja sa che quella ragazza è la sorella di un giovane comunista in clandestinità, non solo uno che è solo fuggito in Svizzera per evitare di partire soldato. Comunque Titus Kammerer non è uno che fa troppe domande quando affitta una delle stanze di casa sua: ormai Zurigo è un porto di mare, sono arrivati esuli da ogni parte d'Europa. I pensionanti comunque si trovano bene: l'affitto è basso e le stanze sono luminose e dignitose, se non fosse per la puzza che sale dal cortile, su cui si affaccia anche una fabbrica di würstel.
Le tre donne fanno molte domande alla giovane appena arrivata, vogliono sapere dell'Italia. Adelaide non sa molto dell'Italia, parla di San Giovanni in Persiceto, il suo paese, spiega cosa sia la partecipanza, racconta gli anni difficili della guerra, dopo che suo fratello è venuto in Svizzera. E ora che loro madre è morta, Adelaide ha deciso di seguire il fratello.

Allora, com'è la nuova italiana? Chiede Titus quella sera alla moglie.
Carina, e ci sa fare con i bambini. Vorrei chiederle di darmi una mano con loro. Gli potremmo abbassare un po' l'affitto.

Adelaide è proprio brava con i bambini, anche la signora Rosenthal ha cominciato ad affidarle i figli e così la giovane italiana è diventata la tata semi-ufficiale del numero 14 della Spiegelgasse.

Vladimir Il'ič torna a casa per pranzo tutti i giorni, dopo aver passato la mattina alla Biblioteca centrale sulla Zähringerplatz.
Certo che da quando c'è questa compagna italiana, c'è molto più silenzio in questo casa.

La signora Rosenthal, grazie al fatto che adesso Adelaide pensa ai bambini, aiuta una sarta che ha la bottega di fianco a quella di Titus. In quei giorni freddi di febbraio spesso la mattina rimangono tutte a casa. Ethel cucina - e insegna anche a Nadja - la vedova cuce e Adelaide canta e gioca con i bambini. Dopo pranzo, nei giorni di sole, li porta a passeggiare per le strade di Zurigo. Il signor Kammerer le ha portato una lunga corda, lei la lega al polso dei bambini e finalmente escono, cantando filastrocche in tedesco, in italiano, in francese. Ormai quel "corteo" è diventato popolare sulla Spiegelgasse.

Sul minuscolo palcoscenico del Cabaret Voltaire, al numero 1 della Spiegelgasse, mentre un musicista con la fisarmonica intona la Marsigliese, compare Tristan Tzara, con indosso un'elegante marsina nera e un pannolino come hanno i neonati. Lo segue Hugo Ball che indossa una giacca militare, con appuntate molte medaglie di cartone, e due grossi favoriti posticci; anche lui porta il pannolino. Intanto il fisarmonicista ha attaccato le prime note di Deutschland über alles. I due "bambini" si accapigliano per una bambola, mentre arrivano sul palco altri due attori con il pannolino, uno porta la corona e uno due grandi bassette bianche; sono preceduti rispettivamente dall'inno inglese e da quello austriaco. Finalmente arriva la "tata", che imbraccia un fucile e indossa un elmetto. Mentre i "bambini" ancora frignano, Emmy Hennings con gesti lenti e studiati, tira fuori una corda, la lega al polso di ciascuno dei "bambini", si mette il fucile a tracolla e cantando una canzonaccia da osteria, li porta fuori per una passeggiata. Il pubblico segue ridendo quel corteo.

I signori Kammerer sono ormai abituati agli schiamazzi che vengono dal Cabaret Voltaire, ma quella sera sembra proprio che siano sotto le loro finestre. Il ciabattino si alza, indossa la vestaglia e scosta la finestra. Sono proprio lì sotto e quando vede quella scena non crede ai propri occhi.
Helga, vieni a vedere. E chiama gli italiani.

continua...

giovedì 6 febbraio 2020

Verba volant (752): gabbare...

Gabbare, v. tr.

9 febbraio 1893: giovedì grasso. Milano si prepara alla prima della stagione di Carnevale e Quaresima della Scala. In città c'è un clima di febbrile attesa. In cartellone c'è la nuova opera di Giuseppe Verdi. L'ultima opera di Giuseppe Verdi. Naturalmente nessuno dice apertamente che l'ottantenne compositore di Busseto non riuscirà più a scrivere un'altra opera dopo questo Falstaff, ma è quello che tutti pensano. E anche Verdi sa che questo è il suo ultimo lavoro, in un certo senso il suo estremo lascito al mondo del teatro che ha tanto amato. Già finire Falstaff non è stato facile, non tanto per i problemi di salute - tutto sommato sta bene per un uomo della sua età, la tempra è quella forte di un contadino emiliano - quanto per il morale. In quei mesi ha dovuto partecipare a troppi funerali: tutti gli amici di una vita lo stanno progressivamente lasciando.
Grazie a questa curiosità morbosa, la prima di Falstaff è diventata un evento: i biglietti costano trenta volte più del consueto. Eppure tutta Milano è in fila per entrare alla Scala. Da Torino è arrivata la principessa Bonaparte, moglie di Amedeo di Savoia, per il governo è presente il ministro della pubblica istruzione Ferdinando Martini, il professor Carducci è in platea.

Trent'anni prima il ventunenne Arrigo Boito scrive un'ode provocatoria che comincia con questi versi
Alla salute dell'Arte Italiana!
Perché la scappi fuora un momentino
dalla cerchia del vecchio e del cretino
giovane e sana.
Non fa nomi l'impertinente poeta, ma, visto che è anche un musicista e ha l'ambizione di scrivere opere, il suo obiettivo polemico è naturalmente il Maestro Verdi, che in quell'anno ha già scritto ventidue delle sue ventisei opere ed è una star in tutta Europa. Comunque, al di là di quello che Boito scrive o non scrive nei suoi versi, Verdi è convinto di essere il bersaglio di quello strale e non dimentica quelle parole, quando, quasi vent'anni dopo, Boito, che non è più un giovane bohemienne - o scapigliato, come si dice in Italia - gli propone un suo libretto basato sull'Otello di Shakespeare. Non vuole neppure vedere quel giovane arrogante.
Servono tutta la diplomazia di Tito e Giulio Ricordi e la pazienza di Giuseppina Strepponi per convincere Verdi a incontrare Boito. L'incontro però va bene. Verdi ama le opere di Shakespeare, perché ama il teatro e nessuno come il Bardo sa raccontare le donne e gli uomini sulla scena e quel Boito è davvero bravo a trasformare in un libretto un dramma dell'inglese. E così nasce l'Otello, che viene rappresentato a Milano il 5 febbraio 1887, con un enorme successo: Verdi pensa sia il modo giusto per chiudere la sua lunga carriera.
Ma quel Mefistofele di Boito tenta il vecchio Maestro con un nuovo libretto, basato sulla commedia Le allegre comari di Windsor e su alcune scene dei due drammi dedicati a Enrico IV. Verdi resiste: non vuole cominciare una nuova opera. E una commedia per di più. Ormai è troppo vecchio.
Però che sfida sarebbe.
Il 9 luglio 1889 Arrigo Boito gli scrive
C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!
Ma non è questa lettera che convince Verdi: ha già deciso, accetta la sfida.
Caro Boito, Amen; e così sia!... Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all'età, alle malattie!
E si mette al lavoro. Che seguirà con la consueta tenacia. Come ha sempre fatto, nonostante gli costi sempre più fatica, dirige tutte le prove, perché vuole che Falstaff sia messo in scena come dice lui.

Quella sera di carnevale il pubblico sembra impazzito dall'entusiasmo. Il Maestro Verdi esce tre volte dopo il primo atto, sei dopo il secondo e sette alla fine. La folla che è rimasta fuori dalla Scala accompagna la carrozza che riporta il compositore e sua moglie Giuseppina al Grand Hotel et de Milan. Verdi esce diverse volte al balcone della sua suite per salutare quella folla che cresce ogni momento.
Certamente Verdi è contento di quell'entusiasmo, che è prima di tutto un segno di stima nei suoi confronti, per tutto quello che ha fatto in tanti anni di carriera. Eppure non può non pensare che forse tutti quegli applausi servono al pubblico per esorcizzare la storia che lui e Boito hanno messo in scena quella sera. Quando Falstaff e il resto della compagnia cantano "Tutti gabbati!" non si riferiscono solo a quello che è appena successo sul palco, ma guardano in faccia gli spettatori, ministri e generali, poeti e professori, accademici e musicisti, nobili e ricchi. Il vecchio Verdi, il senatore Verdi, il padre della patria Verdi, saluta il suo pubblico con un ghigno anarchico: avete poco da ridire - sembra dire - perché tutti siamo gabbati.

Certo Falstaff è una commedia, ma il suo protagonista non è un personaggio farsesco. Falstaff è un contemporaneo di Don Chisciotte e, come lui, è una sorta di "reduce" del medioevo in un mondo che è ormai definitivamente cambiato: di entrambi ridiamo perché si ostinano a vivere in maniera anacronistica come cavalieri in una società dominata dai borghesi. Eppure amiamo il cavaliere dalla triste figura perché si aggrappa con pazza ostinazione alla sua idea di onore e all'amore puro per la sua Dulcinea. Invece finiamo per detestare Falstaff che, in uno dei suoi interventi più crudi, dice che a lui l'onore non interessa, e chiede con cattiveria ai suoi due servi infedeli (così diversi da Sancho Panza):
Può l'onore riempirvi la pancia?
E nonostante parli sempre d'amore, Falstaff non è capace di provarlo, a lui interessano le donne solo se hanno denari. E naturalmente non ha la grandezza tragica di Don Giovanni che non si pente neppure di fronte ai diavoli e sfida apertamente la morte. Falstaff sotto la quercia di Herne piagnucola e chiede perdono.
Falstaff è il meschino che non conosce grandezza. È qualcuno che conosciamo bene, perché noi siamo così. Ridiamo di fronte alla sua sconfitta, ma anche noi siamo spaventati, perché sappiamo di essere molto più simili a lui che a Don Chisciotte. O siamo come Ford o come il dottor Cajus o come Bardolfo. Il nostro destino è quello di essere gabbati. Non illudetevi - dice Verdi - non rimpiangete il mondo vecchio: non era migliore. E non sperate nel mondo nuovo: non sarà migliore. Vivete la vostra mediocrità, qui e ora. Per questo, nonostante le risate, Falstaff non è una commedia, ma forse una delle più terribili tragedie di Verdi.
E chissà se il Maestro ha pensato che stava per chiudere la sua storia teatrale con una commedia in cui i gabbati sono gli uomini, mentre le donne riescono a ottenere quello che vogliono. Verdi ha spesso raccontato la storia di grandi donne che fanno impallidire i loro uomini - come Violetta con Alfredo, Gilda con il Duca, Aida con Radames - ma alla fine muoiono tutte. In Falstaff invece le donne vincono. E si godono i frutti della loro vittoria. Finisce rivoluzionario il vecchio Verdi.

Anche il giovane compositore toscano Giacomo Puccini ha voluto assistere al Falstaff. Ascolta quelle note del vecchio maestro, che potrebbe essere suo padre, e ne coglie tutta la modernità. Rimane sbalordito. Si chiede se lui a ottant'anni, a metà del prossimo secolo, sarà mai capace di scrivere una musica così nuova.

E mentre Falstaff canta "Tutto nel mondo è burla", Verdi guarda il suo "complice" in quell'avventura e ricordando quei versi di trent'anni prima, che non ha mai del tutto dimenticato, pensa:
Allora, caro Boito, chi è il vero scapigliato?



lunedì 3 febbraio 2020

Verba volant (751): coppia...

Coppia, sost. f.

Questa storia comincia a Padova, alla fine del Cinquecento. Caterina è la figlia maggiore del mercante Battista Minola. È bella ed è ricca: una donna da sposare. Peccato che Caterina non voglia proprio farlo. La ragazza pensa che per realizzare se stessa, per essere davvero una donna libera, non debba sposarsi, perché questo istituto mortifica le donne, le costringe a essere sottomesse, impone loro di tacere. Che scandalo, il povero Battista è così furioso per questa decisione di Caterina da impedire anche alla sorella più piccola, Bianca, di sposarsi. Finché la maggiore non vorrà mettere giudizio e non accetterà di avere un marito, anche la minore rimarrà zitella. Pensate che paese strano era l'Italia del Rinascimento: maschilista, retrogrado, conservatore. Quanto è cambiato da allora.
Comunque sia i pretendenti di Bianca decidono che la questione debba essere risolta. Uno di loro conosce un gentiluomo di Verona che ha bisogno di una moglie dalla ricca dote e che sembra ci sappia fare con le donne: Petruccio potrebbe essere la soluzione dei loro problemi. Ed effettivamente è così: dopo parecchie schermaglie, Petruccio e Caterina si sposano.
Chissà come è andato quel matrimonio: neppure Shakespeare ce lo racconta e noi possiamo solo immaginare che devono essere state piuttosto turbolente le serate in casa di Petruccio, perché Caterina, per come la conosciamo, non è proprio disposta a fare la mogliettina sottomessa, l'angelo del focolare.

Facciamo un salto in avanti: fino a New York negli anni Quaranta del secolo scorso. Bella e Samuel Spewack sono una coppia di giornalisti e scrittori piuttosto noti nell'ambiente. Sono nati entrambi nel 1899, lei in Bulgaria e lui in Ucraina, si sono conosciuti agli inizi degli anni Venti nella redazione del giornale socialista The New York call. Per quattro anni sono stati i corrispondenti a Mosca, nei gloriosi anni della Nep. Tornati in America cominciano a lavorare come autori di commedie e di sceneggiature.
Il loro matrimonio è piuttosto burrascoso e quando il produttore Arnold Saint-Subber decide di allestire un musical che abbia come soggetto La bisbetica domata, si rivolge proprio a Bella. Lei chiama Cole Porter per le canzoni, ma il libretto non funziona. Bella deve coinvolgere Samuel e a questo punto non ci sono più problemi: gli Spewack mettono nero su bianco le loro litigate e Porter scrive le canzoni. Insieme realizzeranno Kiss me, Kate, uno dei più grandi successi di Broadway. Millesettantesette repliche a New York e oltre quattrocento a seguire nel West End a Londra. Nel 1949 Kiss me, Kate raccoglie i premi più importanti: il Tony per il miglior musical, quello per il miglior produttore a Saint-Subber, quello per le musiche a Porter e quello per il libretto agli Spewack, che, nonostante tutto, continueranno a litigare.

Siamo a Roma, nel 1967: Franco Zeffirelli propone a Dino De Laurentiis una versione cinematografica della commedia di Shakespeare La bisbetica domata, con la coppia più famosa del cinema italiano, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Hanno già girato insieme due grandi successi come Ieri, oggi e domani e Matrimonio all'italiana, diretti entrambi da Vittorio De Sica. Non sono una coppia nella vita, ma certo la Loren sarebbe stata perfetta come Caterina: peccato non averli visti insieme anche in questo film. Sophia e Marcello si ritroveranno insieme dieci anni dopo, per quello che è uno dei loro film migliori come coppia, Una giornata particolare di Ettore Scola.
Verificata l'impossibilità di avere loro due, gli unici che possono garantire un simile successo sono Elizabeth Taylor e Richard Burton, i protagonisti di Cleopatra e della storia d'amore più glamour e burrascosa degli anni Sessanta. Nel 1967 i film che negli ultimi anni hanno girato insieme hanno guadagnato da soli ben duecento milioni di dollari. Quando decidono di prendersi tre mesi di pausa, Hollywood trema: quasi la metà degli incassi cinematografici statunitensi dipende da loro. Per poter interpretare La bisbetica domata le due star decidono di partecipare loro stessi alla produzione: investono un milione di dollari a testa, tenendo una percentuale degli incassi. Un'ottima operazione: solo negli Stati Uniti quel film incassa otto milioni di dollari.

A questo punto facciamo un passo indietro. Nel 1929 esce nella sale il film La bisbetica domata interpretato da Mary Pickford e Douglas Fairbanks, l'unico film che la coppia più popolare - e potente - del cinema degli anni eroici ha girato insieme durante la loro lunga carriera e l'altrettanto lungo matrimonio. Forse anche per questo Liz e Richard vogliono assolutamente fare quel film. Il film, diretto da Sam Taylor - il regista di quasi tutte le comiche di Harold Lloyd - viene girato muto, ma poi, visto che è arrivato il sonoro e il pubblico vuole sentire la voce dei propri beniamini, vengono aggiunti i dialoghi.
Negli anni Venti Douglas è Zorro, è Robin Hood, è il ladro di Baghdad, è il cavaliere senza macchia e senza paura, è l'eroe romantico che alla fine vince sempre, è il primo divo del cinema. Mary Pickford, con i suoi boccoli biondi, è la fidanzatina d'America, l'ingenua che aspetta l'eroe che deve venire a salvarla. All'apice del successo, nel 1916, Mary Pickford - che non è esattamente l'ingenua che appare nei film - firma un contratto che le garantisce pieni poteri sulla produzione dei film in cui recita e uno stipendio di cinquecento dollari a settimana. Ma non le basta: nel 1919 lei e Douglas, insieme al regista David W. Griffith e a Charlie Chaplin, fondano la United Artists, la prima compagnia cinematografica indipendente, che cura anche la distribuzione dei loro film.
Mary e Douglas non resisteranno all'introduzione del sonoro e anche La bisbetica domata non è il successo che si aspettano. Nel finale, quando Caterina fa il suo celebre monologo in cui spiega le ragioni per cui una donna deve obbedire al proprio marito, Mary Pickford si gira verso la cinepresa e, senza che Petruccio se ne accorga, guarda Bianca e le strizza l'occhio. Mary vuole essere sempre indomabile.

Torniamo a Broadway: è il 1935. Lynn Fontanne e Alfred Lunt sono Caterina e Petruccio in una fortunata edizione della commedia shakespiriana. Forse questi nomi non vi dicono molto, ma dal 1922, l'anno in cui l'inglese Lynn e lo statunitense Alfred - i cui antenati sono arrivati con il Mayflower - si sposano a New York al 1958, quando si sono ritirati, i due attori dominano la scena teatrale americana. Affrontano i grandi classici - il loro Gabbiano rimane in scena per quasi due anni - e ovviamente Shakespeare, ma soprattutto mettono a disposizione il loro nome per i nuovi commediografi che stanno scrivendo la storia del teatro americano dagli anni Trenta ai Quaranta. Prima di affrontare un classico come La bisbetica domata, danno scandalo con Design for living di Noël Coward che il drammaturgo inglese non può rappresentare a Londra perché racconta la storia di un ménage à trois tra tre artisti, interpretati dai Lunt e dallo stesso Coward. Non stanno solo recitando, stanno raccontando anche un pezzo della loro vita.
Anche nella commedia di Shakespeare Lynn e Alfred raccontano il loro complicato rapporto: sempre insieme in un alternarsi imprevedibile di conflitto e di amore. Un giovane assistente di scena che lavora alla produzione, osservandoli da dietro le quinte, ricorda che i due "hanno litigato quasi tanto fuori dal palco quanto nella commedia". Quel giovane assistente si ricorderà sempre di quell'esperienza e quando diventerà un produttore vorrà farne un musical: si chiama naturalmente Arnold Saint-Subber.

Il pubblico di Broadway adora Lilli Vanessi e Fred Graham, soprattutto quando recitano insieme. Le signore di New York che leggono le cronache mondane e ascoltano alla radio le rubriche delle grandi pettegole di Broadway sanno che Lilli e Fred hanno divorziato, che lei si sta per sposare con il deputato Harrison Howell e che Fred corre dietro a ogni giovane attrice che recita con lui, ma quando sono insieme sul palco pensano sempre che quei due sotto sotto siano ancora innamorati e che prima o poi torneranno insieme. Fred non avrebbe voluto avere ancora tra i piedi Lilli, ma è anche il produttore e il regista dello spettacolo, sa che lei è molto brava, perfetta per quella parte, e soprattutto sa che un nuovo musical con loro due insieme sbancherà i botteghini. E poi è basato sulla storia della bisbetica domata e il pubblico adora che Petruccio e Caterina siano una coppia anche nella vita: i Lunt hanno tenuto quella commedia più di un anno. Fred pensa che riuscirà a sopportare Lilli, solo dovrà essere un po' più cauto nel corteggiare Lois Lane, che nel musical interpreta Bianca.
Si alza il sipario e il musical finalmente comincia: c'è Battista che, adirato per l'atteggiamento di Caterina, nega a Bianca il permesso di sposarsi, c'è Bianca con una divertente canzone per dire che non sa decidersi su chi scegliere tra i suoi tre pretendenti, c'è Petruccio che ricorda le sue conquiste in giro per l'Italia e Caterina che canta che odia gli uomini. Il pubblico applaude calorosamente dopo ogni canzone, ma a un certo punto sembra che sul palco stia succedendo qualcosa di insolito: Caterina quando colpisce Petruccio sembra veramente arrabbiata e poi guarda continuamente dietro le quinte, come se temesse qualcuno.
Cala il sipario alla fine del primo atto. Il pubblico non può sapere cosa è successo fuori scena. Lilli ha ricevuto un mazzo di fiori da parte di Fred. Quando Fred se ne accorge è troppo tardi: quei fiori non sono per lei. Lilli è già in scena e si è portata dietro il biglietto: quando finalmente lo legge capisce tutto e naturalmente va su tutte le furie, Caterina picchia Petruccio con tutta la foga di una donna gelosa, annunciando che lascerà lo spettacolo. Però quella sera è successa anche un'altra cosa: il giovane attore Bill Calhoun, che interpreta Lucentio, uno dei pretendenti di Bianca, che è anche il fidanzato di Lois, ha giocato d'azzardo e ha perso molti soldi. Per uscire dalla bisca e arrivare in teatro in tempo per lo spettacolo ha dovuto firmare una cambiale da diecimila dollari, ma lo ha fatto con il nome, ben più noto e solvibile del suo, di Fred Graham. Due gangster sono arrivati a teatro per riscuotere la cifra da Fred, che prende tempo, ma la crisi di gelosia di Lilli e la sua decisione di lasciare lo spettacolo rischia di far saltare tutto: senza Lilli Fred non avrà mai quei soldi e quindi i due gangster minacciano Lilli affinché continui.
Comunque il sipario si alza per il secondo atto. E tutto appare normale. Se non fosse che a un certo punto compaiono sul palco due personaggi che davvero nessuno cosa c'entrino con la storia. Sembrano sorpresi anche loro di essere sul palco, non sanno cosa fare, poi - è pur sempre un musical - decidono di cantare e in questo modo spiegano a Fred, che nel frattempo dietro le quinte ha cercato, senza successo, di riconquistare Lilli, che il modo più sicuro per conquistare una donna è "rispolverare Shakespeare": nelle opere del Bardo di Stratford si trovano le parole giuste per ogni occasione. Il pubblico non sa che si tratta dei due gangster che non devono più riscuotere la cambiale perché il loro capo è morto, ma che per sfuggire all'arresto sono capitati sul palco, proprio durante lo spettacolo. The show must go on, nonostante i gangster - che comunque hanno ricevuto un fragoroso applauso per il loro numero - e nonostante Lilli abbia deciso di lasciare lo spettacolo: il matrimonio di Bianca e Lucentio - intanto anche Lois e Bill si non riappacificati - si celebrerà senza Caterina. Ma è un musical e un musical finisce sempre bene: Caterina torna in scena in tempo per la sua ultima canzone e Lilli torna da Fred.
Avrete capito che questa è la trama di Kiss me, Kate. Anche nel musical - con la bella canzone di Cole Porter I'm ashamed that women are so simple - Caterina dice che le donne devono accettare di stare un passo indietro rispetto ai loro mariti. Ma è difficile credere che Caterina creda davvero a quello che sta dicendo. Lo dice solo per fare contenti noi mariti. E, prima o poi anche noi dovremo capirlo.

Per interpretare Lilli Vanessi Arnold Saint-Subber sceglie un'attrice che per Broadway è quasi una debuttante. Il suo precedente spettacolo è rimasto in cartellone per soli venti giorni. Prima di Kiss me, Kate, Patricia Morison è nota soprattutto per le sue apparizioni cinematografiche. È una donna molto bella, con gli occhi azzurri e i capelli scuri, ma raramente interpreta la protagonista: Patricia è la femme fatale, l'altra donna, insomma la "cattiva". Nel 1946 è il "nemico" con cui si deve scontrare Sherlock Holmes nel quattordicesimo film della serie in cui il celebre investigatore è interpretato da Basil Rathborne. Patricia è un'altra delle donne - insieme a Bella, a Sophia, a Elizabeth, a Mary, a Lynn - che, come Caterina, ci fa capire che le donne in realtà non sono così semplici.

Il nostro viaggio finisce a Londra nei primi anni Novanta del Cinquecento. La compagnia dei Pembroke's Men viaggia con il proprio carrozzone per le strade dell'Inghilterra. Tra gli attori c'è anche un giovane di Stratford upon Avon, che scrive drammi e commedie. Nel loro repertorio ce n'è una, scritta da lui, che si intitola La bisbetica domata. La storia è nota, forse è meno nota - perché in genere non viene rappresentata - l'introduzione. Cristopher Sly è un vagabondo, spesso ubriaco, a cui un signore e i suoi servi decidono di fare uno scherzo: quando si sveglia gli viene fatto credere di essere un ricco lord, che è stato addormentato per anni. Nel frattempo arriva una compagnia di attori girovaghi che mettono in scena una commedia, Sly e il paggio Bartolomeo si siedono e decidono di vederla: il titolo della commedia è naturalmente La bisbetica domata. È teatro nel teatro. Shakespeare - che in quella commedia probabilmente interpreta Petruccio, ma poteva essere anche Caterina, visto che a quei tempi recitavano solo gli uomini - sembra mettere le mani avanti: non credete a tutto quello che raccontano questi che scrivono commedie. Parla anche per esperienza: quando scrive La bisbetica domata William è sposato da quasi dieci anni. E Anne Hathaway è della "razza" di Caterina. E delle altre.

martedì 28 gennaio 2020

Verba volant (750): pittura...

Pittura, sost. f.

Cara Artemisia, che piacere rivederti. Non sapevo fossi tornata a Roma.

Cavalier Ripa, sono arrivata pochi mesi fa. Non ci siamo ancora sistemati.

Ormai faccio vita ritirata, so davvero poco di quello che succede in città.

Per fortuna oggi avete fatto un'eccezione.

Come potevo rifiutare  un invito del cardinale Borghese? E poi per la festa per celebrare l'elezione del nuovo pontefice.

Conoscete papa Ludovisi?

Il primo papa a essere educato dai gesuiti. L'ho conosciuto ai tempi in cui era segretario del cardinal Rusticucci. Poi l'ho perso di vista quando è tornato a Bologna. Comunque un vero uomo di chiesa.

E questo sarebbe un pregio o un difetto? 

Il cavalier Ripa si limita a sorridere.

Il sacro collegio ha deciso piuttosto velocemente, sono bastati due giorni di conclave.

Misteri dello Spirito Santo. E poi il conclave è stato convocato in fretta: mancavano diversi cardinali francesi e un bel po' di spagnoli. Neppure il Borromeo è riuscito ad arrivare in tempo da Milano. Con Aldobrandini moribondo, e Bellarmino che si è subito ritirato, Montalto e Borghese sono riusciti ad accordarsi velocemente. Hanno scelto un papa vecchio. Credo però che dovrebbero fare attenzione: sono sempre quelli che riservano maggiori sorprese.
Ma dimmi di te, cara Artemisia, so che ormai non sei più solo la figlia di Orazio. A Firenze hai fatto ottime cose.

Sarò sempre la figlia di Gentileschi, specialmente qui a Roma. Questa città mi è matrigna, ma qui per un artista è più facile lavorare. E sono dovuta tornare. Anche se adesso temo dovremo subire la concorrenza dei bolognesi. So che il nuovo papa ama molto Domenico Zampieri e Giovanni Francesco Barbieri.

Ma il papa è uno, cara Artemisia, e non dispone di molti denari o almeno non può spenderli con la libertà con cui si crede. E soprattutto è già papa. Invece i cardinali sono un centinaio e hanno parecchi soldi da spendere. E vogliono diventare papi. Vedrai che riuscirai ad avere buone commesse.

Spero di non dover sopportare più le malelingue. Voi, cavaliere, siete stato tra i pochissimi che anche allora, durante il processo, siete stati vicini a mio padre e a me. Ora devo chiedere commesse a quelli che allora mi hanno chiamato puttana.

Roma è una città di preti, e le donne per loro o sono sante o sono puttane.

Io non ho mai voluto essere una santa.

Il problema è che tu hai voluto essere una pittrice. E comunque non preoccuparti troppo: Roma è una città che non ha memoria. Non è sempre un bene, ma almeno per te è meglio così. Oggi tu sei affermata, fai parte dell'Accademia del disegno di Firenze. Il cardinal Borghese ha invitato te e non Tassi. Approfitta dell'ipocrisia di questa città.

Siete diventato cattivo, cavaliere.

Sono diventato vecchio.

Vorrei dipingere un'allegoria della pittura. Ho riguardato l'immagine che voi avete disegnato nell'Iconologia. 

So che a Firenze, per il Buonarroti, hai dipinto un'allegoria dell'inclinazione, e che sei stata parecchio audace, mia giovane amica. Temo che metteranno le "braghe" anche a lei.

Ma non avevo un vostro modello a cui ispirarmi.

Immagino vorrai farti un ritratto. La vanità è un peccato a cui voi pittori non sapete proprio resistere. Temo però che nella mia allegoria ci sia un particolare che tu non vorrai proprio riprodurre.

Artemisia Gentileschi ha effettivamente dipinto quell'allegoria della pittura. Ma diciotto anni dopo che era tornata a Roma, quando era stato eletto papa Gregorio XV. E lo ha realizzato molto lontano dalla Città eterna, a Londra, dove era arrivata chiamata da re Carlo I, di cui suo padre era pittore di corte. Nel frattempo erano morti sia papa Ludovisi - era cominciato il lungo regno di Urbano VIII - sia il cavalier Cesare Ripa, l'autore della monumentale Iconologia overo Descrittione di diverse Imagini cavate dall'antichità et di propria inventione.
Probabilmente è morto anche suo padre da pochi giorni, quando Artemisia decide di realizzare infine quell'opera. Conosce bene l'immagine di Ripa, la donna che porta una lunga collana d'oro che termina con un medaglione a forma di maschera, con indosso un vestito di colore cangiante, e tiene in mano tavolozza e pennello. Nel dipinto di Artemisia la donna sta lavorando, sta realizzando un quadro, che dobbiamo immaginare piuttosto grande, visto che il braccio destro si deve alzare parecchio. Ovviamente la figura non ha la fissità di quella dell'Iconologia di Ripa: nel frattempo c'è stato Caravaggio. Artemisia ha quarantasei anni quando dipinge quella tela, si raffigura con i capelli più scuri dei suoi, per adeguarsi all'allegoria di Ripa, e un po' più giovane di quanto sia realmente. Sembra la giovane a cui Orazio Gentileschi ha insegnato a mescolare le polveri, a creare i colori, a dipingere, la giovane che tutta Roma ha chiamato "puttana" solo perché ha deciso di denunciare l'uomo che l'ha stuprata, la giovane a cui sono stati legati e schiacciati i pollici per dimostrare nel processo che lei, la vittima, stava dicendo la verità. C'è solo un particolare dell'allegoria di Cesare Ripa che Artemisia non ha intenzione di replicare: quella donna ha una benda sulla bocca, perché la pittura è muta. Artemisia non vuole dipingere quella benda. Nella vita ha imparato a non tacere. Mai.

domenica 26 gennaio 2020

Verba volant (749): fattoria...

Fattoria, sost. f.

È il 1971, esce, per l'etichetta Carosello Records, Un L.P. per te: sarà l'ultimo trentatré giri del Quartetto Cetra. Sono canzoni un po' diverse da quelle con cui il gruppo vocale si è fatto conoscere al grande pubblico. Certo c'è Scale e arpeggi: il film Gli Aristogatti è uscito pochi mesi prima e quella canzone è proprio nelle loro corde. La consuetudine con queste canzoni è di vecchia data: nel 1948 hanno partecipato al doppiaggio di Dumbo - sono i corvi e cantano tutti i cori - e il loro lavoro è così ben fatto da meritare una lettera autografa di Walt Disney che si congratula con loro. Però in quell'ellepi c'è anche la canzone Angela.
Facciamo un passo indietro: il 7 agosto 1970 Jonathan Jackson, un ragazzo di diciassette anni militante delle Pantere nere, fa irruzione nell'aula del tribunale di San Rafael in California, dove si sta celebrando un processo contro tre suoi compagni. Prende in ostaggio il giudice Harold Haley, il procuratore distrettuale e alcuni giurati, distribuisce le armi agli imputati e urla: "Bene, signori. Ora comando io". Sequestratori e ostaggi salgono su un furgone parcheggiato fuori dal tribunale, ma poco dopo incontrano un posto di blocco: nello scontro a fuoco rimangono uccisi tutti i militanti delle Pantere nere e anche il giudice Haley. Nel corso delle indagini, la polizia scopre che alcune delle armi usate da Jackson sono intestate ad Angela Davis, una dei leader del movimento e del Partito Comunista degli Stati Uniti. Il direttore dell'Fbi Hoover dichiara che Angela Davis è uno dei dieci criminali più pericolosi del paese. Il 13 ottobre viene arrestata a New York, e il presidente Nixon si congratula con gli agenti che hanno catturato "la terrorista". Il 4 giugno 1972, quasi due anni dopo, una giuria composta di soli uomini bianchi dichiara Angela Davis non colpevole.
C'è una mobilitazione di intellettuali in tutto il mondo che chiedono la liberazione della Davis. Giovanni "Tata" Giacobetti e Virgilio Savona scrivono Angela nell'estate del '71. Qualche mese dopo i Rolling Stones incideranno Sweet Black Angel e John Lennon e Yoko Ono Angela. I "vecchi" Cetra - Savona è del 1919, Lucia Mannucci del 1920, Giacobetti e Felice Chiusano sono del 1922 - hanno battuto i giovani ribelli.
Non si può per un'idea,
per un'idea soltanto
recidere un fiore.
Il 7 novembre '71 il Quartetto Cetra canta Angela nel corso della trasmissione Stasera sì. Il giorno successivo Chiusano riceve una lettera di minaccia, in cui li invita a smettere di fare politica, perché "queste sono cose delicate". Savona scriverà la canzone Sono cose delicate, per rispondere con la consueta ironia a questa minaccia. Comunque la loro presenza in programmi Rai si riduce di molto e si interrompe nel 1975.
Io sono convinto che uno dei problemi di questo paese - non meno importante di tanti altri, badate bene - è quello di non riconoscere che fortuna è stata avere il Quartetto Cetra. Pensate se Broadway avesse avuto i Cetra. Mentre in Italia rischiano di essere ricordati come robetta di consumo - quelli della Vecchia fattoria ia ia oh e poco altro - buoni al massimo per i pastoni in cui vengono replicati i programmi della televisione in bianco e nero.
Prendiamo quel capolavoro che è Però mi vuole bene, scritta da Virgilio Savona e "Tata" Giacobetti, e Gigi Cichellero, un altro dei protagonisti "dimenticati" della musica italiana del secolo scorso. Però mi vuole bene è una canzone - e infatti nasce come il lato B del quarantacinque giri del 1963 Du du du - da da - ed è già un pezzo divertente, ironico, pieno di humor nero, ma diventa perfetto in televisione - questa è la versione dell'anno successivo - quando i Cetra ci aggiungono i gesti, le espressioni, le piccole gag mimate che ovviamente non sono possibili in un'incisione discografica. Lucia è spettacolare in questo pezzo, per come canta e per come tiene la scena. E per come muore naturalmente. Non è più una canzone, ma è quella "cosa" lì - che è difficile perfino da definire - quello specifico numero fatto di musica, parole, gesti, perché i Cetra capiscono come pochissimi altri che la televisione - il Programma nazionale è nato solo dieci anni prima - è uno strumento specifico, nuovo rispetto a tutto quello che c'è stato prima, e quindi richiede contenuti nuovi. Però mi vuole bene, al di là della loro bravura musicale - oltre che cantanti, i Cetra sanno anche suonare - al di là della loro capacità di amalgamare le voci - che è un tratto caratteristico di tutte le loro esibizioni - è così incredibilmente divertente anche perché è il contenuto giusto per quello strumento. I Cetra sono sempre un passo avanti, sono innovatori, nel corso di una carriera che copre almeno quattro decenni di un secolo ricco di novità come il Novecento.
I Cetra sono jazz, sono swing. E soprattutto sono sempre con le orecchie tese e anticipano in Italia tutte le novità della musica del secolo "nuovo". Nel 1945 incidono Pietro Wughi il ciabattino, il primo boogie-woogie e nel 1957 registrano la versione italiana di Rock around the clock di Bill Haley, ossia L'orologio matto. E anche Nella vecchia fattoria è l'adattamento italiano di una canzone popolare americana, Old McDonald had a farm, conosciuta grazie alla versione di Nat King Cole: ed è anche questa una canzoncina perfetta, perché i Cetra sono bravissimi a fare tutto, specialmente le cose che sembrano più facili. Francesco Guccini, uno che è della generazione di Lennon e di Jagger, ha detto
I Beatles erano musicalmente ineccepibili ed i loro testi molto spiritosi e intelligenti, io li paragono a un gruppo italiano, il Quartetto Cetra: quattro grandi professionisti che hanno fatto la canzone italiana.
Certo i quattro ragazzi di Liverpool hanno segnato una stagione, ma non sono bravi come i Cetra. Immagino sia per questo che ci siamo dimenticati di loro.