giovedì 31 dicembre 2020

Storie (XVI). "Arriveranno i gud taims..."

Sulla Sesta Avenue, tra la 43esima e la 44esima West, c'è un grande palazzo di uffici che si chiama The Hippodrome Building. Un nome curioso per un anonimo grattacielo, uno dei tanti di Midtown Manhattan. Non fatevi ingannare dal nome: dove adesso c'è quell'edificio non c'era un ippodromo, ma il più grande teatro del mondo. 
All'inizio del 1903, l'ingegnere Frederic William Thompson e l'impresario teatrale e circense Elmer "Skip" Dundy, dopo aver creato il grande parco divertimenti di Coney Island, chiamato Luna park - una delle prime antonomasie del Novecento - convincono l'imprenditore Harry S. Black, l'uomo che all'inizio del secolo ha costruito tanti dei grattacieli di New York, a realizzare quel loro incredibile progetto: una sala da 5.300 posti a sedere - il Metropolitan ne conta solo tremila - e un palco di cento per duecento piedi, capace di accogliere contemporaneamente fino a mille artisti e un circo con cavalli e elefanti. Il teatro ha anche un serbatoio d'acqua in vetro da ottomila galloni che può essere sollevato fino al palco con un sistema di pistoni idraulici, per spettacoli di nuoto e immersioni. Nel 1909 il teatro passa ai fratelli Shubert - i più grandi impresari teatrali dei primi decenni del Novecento tra vaudeville e burlesque - ma sarà qualche anno dopo, quando la proprietà passa a Charles Dillingham, che l'Hippodrome diventerà così famoso. 
È curiosa la storia di Dillingham: per qualche tempo è il critico teatrale del New York Post, ma nel 1902 decide che scrivere sugli spettacoli non gli basta più. Sarà lui nel 1914 il produttore di Watch Your Step, il primo musical di Irving Berlin, che segna anche il debutto a Broadway di Vernon e Irene Castle. Mentre l'anno successivo ingaggia Anna Pavlova, la grande ballerina russa che ha lavorato con Nižinskij ed è stata la danzatrice più importante e famosa dell'inizio del secolo; e che noi rischiamo di ricordare solo perché le è stata dedicata una torta a base di meringa.

Melina ha scoperto la neve quando è arrivata a Ellis Island. Sapeva cos'era, aveva visto le colline imbiancate intorno a Rodi, come se qualcuno ci avesse sparso sopra della farina, ma non l'aveva mai toccata. Il suo primo ricordo dell'America è il freddo della neve sulle sue dita. Le manca il mare. Una volta ha accompagnato i signori a Long Island, ma quello è l'oceano, non è il suo mare. Però non poteva più stare là. I suoi genitori sono morti con la spagnola. Tempi cattivi. I suoi zii sono tutti negli Stati Uniti: anche il suo destino deve essere in quella terra lontana, al di là dell'oceano. 

Il 31 dicembre 1920 all'Hippodrome va in scena Good Times, il sesto dei grandi spettacoli che Dillingham produce in quel teatro. Il pubblico quella sera fa la fila davanti alla facciata in stile moresco in mattoni rossi e terracotta, osservando i globi coperti di luci elettriche che sormontano le due grandi torri angolari. 
Good Times ha debuttato il 9 agosto 1920. Si tratta di quello che in inglese si chiama extravaganza, storpiando un po' la parola italiana. In un extravaganza ci sono elementi del vaudeville, del circo, del burlesque, del music hall: è quello che in Italia sarà la rivista, ma senza la grandezza e l'esagerazione dei teatri di Broadway. Quegli spettacoli devono stupire il pubblico, dall'inizio alla fine.
Il libretto è dello scozzese Robert Hubber Thorne Burnside, che dal 1908 al 1923 è il direttore artistico dell'Hippodrome. Robert è praticamente nato sul palcoscenico, il padre è un impresario e la madre è un'attrice, e lui debutta da bambino interpretando un cagnolino in The Bohemian Girl, ma capisce presto che il suo destino non è quello di stare sul palco. Scrive libretti e commedie, compone canzoni, produce spettacoli, mette in scena centinaia di musical a Brodway, in quella che diventerà la sua città. Per Good Times Burnside chiede la collaborazione di Raymond Hubbel per scrivere le canzoni. 
Raymond è nato nel Midwest, suona il piano, a Chicago ha diretto una sua orchestra da ballo, ma poi comincia a scrivere a canzoni, e naturalmente si trasferisce a New York, perché è in quella città che si fa la musica. Nel 1915 diventa il direttore musicale dell'Hippodrome, al posto di Manuel Klein. Questa è una parte della storia che merita di essere raccontata. Jacob, uno dei fratelli Shubert, ordina a Klein di mandare dei membri dell'orchestra dell'Hippodrome al Winter Garden Theatre, dove stanno producendo un altro spettacolo. Klein si rifiuta: ha bisogno di quei musicisti per l'Hippodrome. Poi offre le sue dimissioni, che Shubert accetta. Quello però che i fratelli non si aspettano è la reazione dell'intera compagnia, che si schiera dalla parte di Klein. Questo porterà i Shubert a lasciare l'Hippodrome, le cui quote saranno rilevate da Dillingham. Comunque Hubbel entra in sintonia con l'orchestra e compone moltissime canzoni. La più famosa, l'unica che sia diventata uno standard, è Poor Butterfly del 1916, scritta per lo spettacolo dell'Hippodrome The Big Snow. Per scrivere questa canzone Raymond si ispira alla Madama Butterfly di Giacomo Puccini, tanto che contiene una breve citazione musicale dal duetto del secondo atto Tutti i fior?: vivida testimonianza della notorietà del compositore italiano negli Stati Uniti, dove nei primi anni del Novecento è una specie di popstar.

Bruno è abituato alla neve. A Mezzaselva, lassù sull'altopiano, arriva ogni anno. Gli piace la neve perché protegge la terra. E Bruno è un contadino, come suo padre, come suo nonno, come sono sempre stati quelli sua famiglia e per questo lui ha bisogno che la terra venga protetta. Non gli è piaciuta la neve nelle trincee, ma lui non è soldato, è un contadino. Tempi cattivi. E poi quella guerra ha ferito la sua terra, il fronte passava proprio per il suo paese: la sua casa era dalla parte degli austriaci, mentre il campo in quello italiano. E lui era lontano, sull'Adamello. Ha deciso di andare in America quando era ancora in trincea, per cercare un mondo dove non ci sia più la guerra.  

Per raccontare Good Times sul numero di Life del 14 aprile 1921 c'è scritto: "Bene, ci sono elefanti e ragazze che si tuffano, Joe Jackson e tutto il resto". È un lungo spettacolo: sedici scene distribuite in tre atti. E Dillingham mette insieme una sorta di "internazionale" del extravaganza.
Joseph Francis Jiranek è nato a Vienna nel 1873 e corre veloce in bicicletta. Da ragazzo vince qualche gara, ma presto scopre che quando è in sella può fare anche altre cose. Diventa un campione di bike polo che però, nonostante venga presentato come sport dimostrativo a Londra nel 1908 - le Olimpiadi di Dorando Pietri - non diventa un sport olimpico. Joseph sa fare di tutto con la sua bici, salta, va su una ruota sola, è capace di ogni genere di evoluzioni. Poi un giorno, mentre si esibisce al Crystal Palace, il manubrio si stacca dal telaio: Joseph è furioso, mentre continua a pedalare agita il pezzo staccato. E il pubblico comincia a ridere. E quel giorno nasce Jo Jackson, il più famoso clown in bicicletta del Novecento. Jo si esibisce in ogni parte del mondo, e nel 1920 - come dice l'articolo di Life - è la stella di Good Times. Il 16 maggio 1942 Jo è ancora in attività, anche se si esibisce sempre meno, ma quella sera torna eccezionalmente in scena al Roxy Theatre; finito il suo numero, viene chiamato alla ribalta per ben cinque volte. Dopo la quinta chiamata, si dirige verso l'ascensore che porta ai camerini e sorride al direttore di scena, dicendogli: "Senti, stanno ancora applaudendo". E crolla per un infarto.

La signora ha mandato Bruno ad acquistare i biglietti per lo spettacolo di fine anno dell'Hippodrome già all'inizio di dicembre. Mentre è in fila pensa che gli piacerebbe proprio venirci una sera con Melina. Se solo trovasse il coraggio di dirle qualcosa. Certo si parlano tutti i giorni, per faccende di lavoro, ma lui avrebbe tante cose da dirle. Non sa come dirle in italiano, figurarsi in inglese. Pensa che in dialetto saprebbe come dirle quanto sono belli i suoi occhi. Quando è il suo turno alla biglietteria, Bruno è ancora immerso in questi confusi pensieri.

Grace Leard è nata nel 1887 a Farmingdale, in Illinois. Suo padre è un pastore presbiteriano e la piccola Grace scopre la musica cantando nel coro della chiesa. Presto capisce che quella voce è il suo talento. Studia a New York e poi a Milano e a Berlino e diventa un soprano di coloratura, una delle più celebri degli anni Venti. Belle Story - sarà questo il suo nome, anche se a volte si trova la versione Storey - è elegante e ha una splendida voce, alterna i concerti e il vaudeville. Il 29 dicembre 1916 si esibisce alla Carnegie Hall insieme al pianista Leopold Godoswki in un concerto in cui mostra tutto il suo talento nelle arie più celebri di Mozart, mentre qualche mese dopo canta insieme a Enrico Caruso. Intanto è la stella dell'Hippodrome. In Good Times compare in ben cinque scene, con altrettante canzoni scritte per lei da Hubbel.

Il 28 dicembre la casa è in subbuglio: i signori hanno ricevuto un invito. Ci sarà una grande festa per salutare la fine del 1920 organizzata da un misterioso gentiluomo che ha acquistato una grande villa a West Egg, a Long Island, poco lontano da dove loro passano le vacanze estive. Non possono mancare. La signora sta facendo diventare matte Miss Morgenstein e Melina per scegliere il vestito, le scarpe, i gioielli. Bruno viene mandato in giro per tutta Manhattan a ritirare pacchetti. Ovviamente nessuno pensa più ai biglietti per Good Times.

Isidro Marcelino Orbés Casanova è nato a Jaca, in Aragona, nel 1873, ma diventa un clown famoso a Londra. Nei primi mesi del 1901 è la star dello spettacolo in cui si esibisce anche il giovane Charlie Chaplin che lo osserva con maniacale attenzione. Anche Marceline - è così che l'artista è conosciuto in tutta Europa - arriva a New York e naturalmente viene ingaggiato all'Hippodrome, dove diventa una presenza fissa degli spettacoli. Ma le sue pantomime alla fine stancano il pubblico e nel 1915 viene licenziato. Tenta la fortuna in altri teatri, ma la sua stella ormai è tramontata. Nel 1920 viene richiamato all'Hippodrome per Good Times, anche se il suo nome non appare a caratteri cubitali come nel decennio precedente. Isidro prova ad aprire un paio di ristoranti, ma è costretto ben presto a chiuderli, tenta di fare qualche speculazione immobiliare, che regolarmente fallisce. Continua a esibirsi nei circhi della provincia. In uno di questi spettacoli lo vede Chaplin che insieme a un altro ragazzo inglese, che si fa chiamare Stan Laurel, è arrivato in America. Charlie si aspetta che Marceline sia il protagonista dello spettacolo, e si stupisce di vederlo insieme agli altri pagliacci. E Marceline sarà uno dei pochissimi artisti che citerà nella sua autobiografia, perché sente un debito di riconoscenza verso quel clown. Il 5 novembre 1927 una cameriera dell'hotel Mansfield di New York troverà il corpo di Isidro, che stringe ancora in mano la pistola con cui si è ucciso, e intorno a lui le foto degli anni della gloria dell'Hippodrome.

Il 31 pomeriggio finalmente regna il silenzio nella grande casa sulla Ventesima Strada. Bruno è già rientrato, dopo aver accompagnato i signori a West Egg. Miss Morgenstein gli ha preparato un piatto di uova al bacon. "Avanti ragazzo, cosa aspetti a invitarla? Quei due posti non possono rimanere vuoti proprio stasera". "Ma non ho un vestito da mettermi per andare a teatro". "Questo lo risolveremo dopo, ma adesso bussa a quella porta e non fare lo stupido".  

Sascha Piatov è nato in Russia nel 1888 e ha studiato danza presso il Balletto Imperiale, ma è in Europa e negli Stati Uniti che i ballerini possono avere successo, grazie a Djaghilev, che ha reso così popolare questo genere artistico. Sascha arriva a New York e anche lui viene scritturato dall'Hippodrome. Qui conosce una giovane ballerina, Lois Natalie, danzano bene insieme e in Good Times hanno due numeri: Morning and Night durante il primo atto e Arlecchino e Colombina nel secondo. Lois è presentata come Madomoiselle Natalie: Dillingham sa che una ballerina francese "vende" meglio. Sascha e Lois sono proprio bravi insieme, si innamorano e si sposeranno, continuando a ballare. Sascha, per quanto irriconoscibile, è il protagonista di un celebre poster di Alfonso Iannelli. Alfonso è nato anche lui nel 1888, ad Andretta, in provincia di Avellino, è emigrato ancora bambino con la famiglia negli Stati Uniti e qui ha studiato con lo scultore Gutzon Borglum, quello che poi diventerà famoso per i ritratti dei presidenti sul Monte Rushmore. Iannelli sarà soprattutto uno scultore, rappresentante dello Streamline Moderne, tipico degli anni Trenta e dell'art déco, e un designer industriale, ma all'inizio del secolo disegna i manifesti per gli spettacoli di vaudeville dell'Orpheum Theatre di Los Angeles: quello in cui rappresenta con tratti semplici e colori vivacissimi Mignon McGibeney e Sascha Piatov, ritratto come un clown, è un piccolo capolavoro dello stile di quegli anni.   

Melina è contenta che Bruno l'abbia invitata: le piace la timidezza di quel ragazzo italiano. Immagina ci sia lo zampino di Miss Morgenstein, anche perché appena Bruno è andato a prepararsi dopo che lei gli ha detto di sì, la governante è entrata nella camera della ragazza con un vestito da sera. Sembra che tutta New York sia lì. I grandi globi sulla facciata dell'Hippodrome risplendono negli occhi di Melina.  

Sono arrivati negli Stati Uniti nel 1915 dalla Spagna, ma gli Hanneford vengono dall'Inghilterra. Raccontano che alla fine del Seicento un loro antenato, Michael, nato in Irlanda, intrattenesse i reali inglesi cavalcando senza sella, facendo acrobazie e il giocoliere. Forse è una leggenda, ma certamente nel 1807 gli Hanneford girano con i loro carri per le città dell'Inghilterra. Quando arrivano in America il capo della famiglia è Edwin "Poodles", uno dei più grandi acrobati a cavallo: è capace di eseguire una capriola saltando da un animale all'altro e una volta è riuscito a salire e scendere da un cavallo in corsa per ventisei volte consecutive. Un'attrazione del genere non può mancare in Good Times.

Melina e Bruno non hanno mai visto nulla di simile. Si tengono le mani mentre gli acrobati fanno le loro evoluzioni e quando le tuffatrici si lanciano in acqua.

Anche quel ragazzo che cammina sui trampoli è appena arrivato da Bristol. Si chiama Archibald Alec Leach e quando i suoi compagni torneranno in Gran Bretagna, finito l'ingaggio per Good Times, deciderà di rimanere lì. Continuerà per qualche anno nel vaudeville, a fare l'acrobata e il giocoliere, ma è bello e incredibilmente elegante: all'inizio degli anni Trenta arriverà a Hollywood e sarà Cary Grant.

I due giovani escono dal teatro, tenendosi stretti. È cominciato il 1921. Nevica. Forse sono davvero finiti i tempi cattivi. Almeno per loro.

domenica 20 dicembre 2020

Verba volant (794): slitta...

Slitta, sost. f.

Anche se sono più vecchio di Cesare Cremonini, so quanto sia bello andare in giro in Vespa per i colli bolognesi. Invece non so proprio come sia andare in slitta sulla neve tirato da un cavallo al trotto. Pare sia divertente, anche se devo fidarmi di quello che racconta James Lord Pierpont. E comunque Cesare non me la racconti giusta: sappiamo tutti e due che la parte più divertente è quando vai in giro in Vespa con la tua ragazza seduta dietro, come Gregory Peck in Vacanze romane. Almeno James è più onesto: confessa che a lui piace andare in slitta proprio perché così può stare finalmente da solo con la sua Fanny. Certo c'è sempre il rischio di cadere e magari di fare una brutta figura di fronte a qualche damerino di passaggio. Ma - assicura James - se attacchi un baio veloce, carichi una ragazza e cominci a cantare, stai sicuro: è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi, se hai una slitta che ti toglie i problemi.
E poi è divertente ascoltare il suono delle campanelle attaccate alle briglie del cavallo, anche se le hai messe per far sentire agli incroci che stai arrivando. Meglio essere prudenti, una slitta sulla neve, a differenza della Vespa quando vai su per Casaglia, non fa praticamente nessun rumore. Quindi ragazzo, fa' suonare quelle campane.

A differenza di quello che succede con Cremonini, abbiamo un solo ritratto di James Lord Pierpont, un rispettabile signore di cinquant'anni in redingote con una folta barba nera. In quel momento James, sposato e padre di quattro figli, vive in Georgia, è l'organista della locale chiesa presbiteriana, insegna musica nella scuola della città e dà lezioni private di pianoforte. Anche se è nato a Boston, vive da tempo al sud, tanto che si è arruolato come volontario nell'esercito della Confederazione. È uno dei tanti reduci della guerra di secessione che cerca di adattarsi ai tempi nuovi. Sono lontani gli anni in cui si è imbarcato in una baleniera e poi è andato in California per partecipare, senza successo, alla corsa all'oro. Ha tentato anche di fare il fotografo, anche in questo caso senza fortuna. Però James ama la musica, sa suonare l'organo ed è capace di comporre canzoni. Scrive musica da ballo, ma soprattutto canzoni per gli spettacoli dei Minstrel, attori e cantanti bianchi con la faccia dipinta di nero, che rappresentano i neri in maniera stereotipata e offensiva. Però il pubblico si diverte e questi spettacoli di varietà hanno un certo successo negli Stati Uniti - a nord e a sud - negli anni Trenta e Quaranta dell'Ottocento. E, nonostante il chiaro intento razzista, è il modo in cui i bianchi scoprono la musica dei neri. E quello che diventerà all'inizio del Novecento il jazz.
Non sappiamo di preciso né quando né dove James abbia composto la canzone intitolata The One Horse Open Sleigh, in cui racconta di quanto sia divertente portare una ragazza in giro con la slitta d'inverno. Sappiamo che è stata eseguita per la prima volta il 15 settembre 1857 all'Ordway Hall di Boston da John Pell, un popolare "menestrello" dalla faccia nera, in uno dei suoi spettacoli. E non sappiamo se sia piaciuta al pubblico, che probabilmente si è messo a ridere quando Johnny, cantando la terza strofa, quella dove si racconta la caduta, si è buttato a terra, fingendo di essersi fatto male al sedere. O ha fatto qualche gesto volgare per descrivere Fanny che finalmente ha deciso di accettare l'invito a fare quella corsa sulla slitta. In fondo si divertivano così. Gli spettatori probabilmente hanno trovato quel pezzo - il cui ritornello richiama il Canone di Pachelbel - piuttosto orecchiabile, anche perché simile a tante altri canzoni tradizionali che hanno già sentito o magari cantato proprio andando sulle slitte. Ma James ha bisogno di soldi, deve scrivere le sue canzoni in fretta e sfrutta il più possibile quello che c'è in giro. 
In quegli stessi mesi il fratello di James diventa reverendo della chiesa presbiteriana unitaria di Savannah in Georgia e lui lo segue per suonare l'organo e dirigere il coro. Per la Festa del Ringraziamento di quell'anno, James insegna al suo nuovo coro quella canzone sulle campane e sulle slitte. È una canzone che parla della neve e dell'inverno e poi è abbastanza facile da imparare in pochi giorni. Mentre suona l'organo della chiesa di Savannah - che sarà chiusa dopo due anni perché sostiene l'abolizione della schiavitù, un "dogma" che in Georgia in quegli anni ha scarsa fortuna - James non può certo immaginare che ha scritto una delle più famose canzoni di Natale del mondo, una canzone che tutti abbiamo cantato e storpiato, anche se non sappiamo l'inglese e non abbiamo idea che si parli di slitte. 

Non ci sono notizie precise su quando Jingle Bells sia diventata una delle più popolari canzoni natalizie di sempre. Rispetto alla versione di Pierpont quella che cantiamo noi - e che è una popolare suoneria di cellulare - ha un ritornello ancora più semplice e non sappiamo chi l'abbia scritta così, ma certo viene registrata in questo modo da Will Lyle il 30 ottobre 1889 su un cilindro Edison, anche se non si ha notizie di copie superstiti. La prima registrazione arrivata fino a noi è di qualche settimana dopo: l'Edison Male Quartette, sempre su un cilindro Edison, incide una parte della canzone in un medley natalizio - usavano già allora - intitolato Sleigh Ride Party. Nel 1902 i quattro artisti, che ormai si fanno chiamare Hayden Quartet, perché non cantano solo per la Edison, e sono il più popolare quartetto vocale di qua e di là dell'Atlantico dei primi anni del Novecento, incidono Jingle Bells
E da allora questa canzone è definitivamente una delle canzoni di Natale, anzi la più conosciuta e cantata canzone non religiosa di Natale. Nel 1935 la versione di Benny Goodman raggiunge il 18° posto della classifica dei dischi più venduti, mentre nel 1941 Glenn Miller ottiene il quinto posto. E durante le feste di Natale del 2006 la cantante Kimberley Locke, scoperta nella secondo edizione di American Idol, raggiunge il primo posto con la sua registrazione della canzone. Nel 1957 Bobby Helms ha riscritto la musica in stile rockabilly. E davvero tutti hanno registrato Jingle Bells, da Sinatra a Mickey Mouse, dai Beatles a Pavarotti. Oppure quel ritornello così famoso viene appena citato, come nella versione di Bruce Springsteen di Santa Claus Is Comin' to Town. E non mancano ovviamente le parodie, come quella famosa Jingle Bells, Batman Smells, scritta negli anni Sessanta, ma rimessa in auge da Burt Simpson. O, visto che la canzone è diventata internazionale, in qualche caso si decide di cambiare le parole. In Australia a Natale non c'è la neve e non si va in slitta, però puoi portare la tua ragazza su una vecchia Holden sollevando la polvere nel bush: il risultato non cambia
Il 16 dicembre 1965 gli astronauti della missione Gemini Tom Stafford e Wally Schirra, con delle campanelle e un'armonica portate sulla navicella all'insaputa della base di Cape Canaveral, hanno eseguito una loro versione di Jingle Bells, che quindi è diventata la prima canzone diffusa nello spazio.

E James?
Continua a fare la sua vita da gentiluomo del sud. Nel 1880 suo figlio Juriah, che è diventato un medico, rinnova il copyright sulla canzone, riuscendo, pur con notevoli sforzi, a mantenerla legata al nome del padre. Anche se non ne ricaverà mai molti soldi. James Lord Pierpont muore a Winter Haven - e uno che ha scritto Jingle Bells dove altro poteva trasferirsi? - in Florida il 5 agosto 1893. E anche se non ha goduto i benefici economici, nel 1970 il suo nome è stato inserito nella Songwriters Hall of Fame, proprio per aver scritto, copiando qua e là, quella canzone.
Forse gli avrebbe fatto più piacere sapere che nel 2006 un altro "menestrello" avrebbe usato la struttura del ritornello e le prime due righe della sua The Little White Cottage, una ballata del 1857 scritta proprio nello stesso anno di Jingle Bells, per la sua Nettie Moore, l'ottavo brano di Modern Times.

Quindi la prossima volta che sentite Jingle Bells non pensate al cenone e ai regali, e neppure al Natale, ma solo di essere su una slitta con la vostra Fanny e di andare veloci verso il tramonto.

lunedì 14 dicembre 2020

Verba volant (793): buio...

Buio
, sost. m.

Forse non siamo disposti ad ammetterlo, ma anche noi "grandi" abbiamo paura del buio.
Eppure noi non siamo mai al buio. Chi di noi vive in città, sa che le finestre lasciano filtrare le luci delle strade e dei palazzi vicini, ma anche chi vive in campagna, isolato dalle altre case, sa che il buio non esiste più. 
Ci sono quei piccoli punti rossi che ci dicono che i nostri televisori, anche se momentaneamente sono spenti, sono lì, pronti a trasmettere i programmi che stanno "custodendo" per noi, e che i nostri allarmi sono inseriti, perché altrimenti non ci sentiremmo sicuri neppure a casa, e le nostre caldaie e i nostri impianti di condizionamento sono accesi, perché vogliamo dormire al fresco d'estate e al caldo in inverno, sempre vestendo lo stesso pigiama di moda, e poi ci sono le luci degli schermi dei nostri telefonini e dei nostri tablet, che, mentre noi dormiamo, si "nutrono" di energia per permetterci la mattina successiva di essere nuovamente connessi con il mondo e che continuano a ricevere notifiche e informazioni, perché da qualche parte del mondo è sempre giorno, ma soprattutto non riusciamo ad avere paura del buio perché sappiamo che ci basta allungare un braccio fuori dalle coperte e fiat lux
Il buio è un lusso che non possiamo più permetterci, la luce accompagna sempre la nostra vita, a qualsiasi ora del giorno e della notte. 
Curiosamente, almeno da un punto di vista etimologico, il buio ha a che fare con il fuoco. Questa parola deriva infatti dal basso latino burus - e per questo nei dialetti di derivazione gallica, come quello di Bologna, noi diciamo ancora bur - e significa bruciato, arso. In sostanza il buio è il colore di quello che il fuoco ha distrutto. 
Come se l'etimologia volesse dirci che non dobbiamo avere paura del buio, ma della luce, di troppa luce. E infatti quelle piccole luci che riempiono le nostre case, per quanto siano il segno di un progresso a cui non possiamo - e non dobbiamo - più rinunciare, sono anche il segno di un pericolo, la perdita del senso del limite. E non possiamo dimenticare che per permetterci di stare nel tepore dei nostri letti, in attesa di svegliarci trovando sempre l'acqua calda e le ultime notizie sui nostri telefoni, è necessaria un'incredibile quantità di energia che mette a rischio l'equilibrio del nostro pianeta e spesso è fondata sullo sfruttamento di persone che non godono di questi stessi privilegi. 
E se tutti i quasi otto miliardi di donne e uomini che ci sono su questo pianeta potessero, come facciamo noi, e come naturalmente sarebbe auspicabile, avere una casa e tutte le luci che abbiamo noi, quanto resisterebbe il mondo? Sarebbe in breve distrutto. Il pianeta resiste perché noi privilegiati che non dobbiamo più temere il buio siamo una minoranza.  
Ho cominciato a scrivere questa definizione di Verba volant alla mattina del giorno che sul calendario è dedicato a santa Lucia e che nella credenza popolare segue la notte più lunga dell'anno. Una notte che nelle nostre case è ovviamente illuminata dalle lucette degli addobbi natalizi. Sappiamo che non è vero, che il solstizio d'inverno cade qualche giorno dopo, ma non importa: io continuo a credere che questa sia la notte più lunga dell'anno, perché così hanno creduto tante generazioni prima della nostra, quelle donne e quegli uomini che hanno conosciuto davvero il buio, perché la loro vita era regolata dal succedersi del giorno e della notte e dalla scansione delle stagioni. E provo una sorta di nostalgia per quel mondo che non ho mai conosciuto, e a cui mi posso aggrappare solo attraverso queste antiche tradizioni. Naturalmente - perché viviamo in un mondo di contraddizioni - sempre al caldo della mia casa e con tutte le luci accese, e scrivendo su un uno schermo illuminato.
E forse, se chiudiamo gli occhi, se proviamo a staccare tutte le nostre diavolerie che non si spengono mai - e non ci spengono mai - potremmo perfino intuire, anche se per un breve momento, cosa significa una notte che sembra non finire e la gioia di quel bagliore di luce quando annuncia che, nonostante tutto, un altro giorno sta per cominciare, anche dopo una notte così lunga, una notte senza fine. Pensate lo stupore con cui i nostri antichissimi progenitori vedevano ogni mattina sorgere il sole, il sospiro di sollievo perché anche quella notte era finita. Certo potevano legittimamente sperare che il sole sarebbe sorto, che la luce sarebbe tornata, perché era sempre successo, ma non ne erano proprio sicuri, in fondo ai loro cuori un po' di paura c'era sempre. Noi siamo sicuri che domani mattina il sole tornerà a sorgere, sappiamo con precisione a che ora la prima luce dell'alba toccherà le nostre città, ma credo che dovremmo riacquistare un po' di quella sana meraviglia, come se non lo sapessimo, come se temessimo che il sole non sorga anche domani.
Proviamo a stare davvero al buio: avremo certamente paura - è naturale averla - ma saremo anche consapevoli che il buio fuori di noi è in qualche modo rassicurante, a differenza del buio che è dentro di noi. Quello sì che deve farci paura. O forse anche in questo caso non è il buio che dobbiamo temere, ma il fuoco dentro di noi che ha la forza di distruggere gli altri e il mondo che ci sta intorno. Dobbiamo avere - come sempre - paura di noi.

mercoledì 11 novembre 2020

Verba volant (792): dentifricio...

Dentifricio
, sost. m.

Henri Bendel e sua moglie Blanche Lehman - sì, proprio una di quei Lehman - sono arrivati a New York da Morgan City, in Louisiana, nel 1895 e hanno aperto il loro primo negozio sulla Nona Strada nel Greenwich Village. Blanche è morta di parto, insieme al bambino, pochi mesi dopo, e da quel momento Henri si è dedicato esclusivamente alla sua attività. 
Realizza cappelli da donna, poi passa ai vestiti. E qualche anno dopo ai profumi: sarà il primo negozio della città ad avere un'essenza con il proprio nome. Essendo nato e cresciuto in Louisiana Henri parla correntemente in francese e comincia a importare tessuti, abiti e accessori da Parigi. Nel 1907 inizia a marchiare le scatole in cui sono impacchettati i suoi prodotti con strisce bianche e marroni, e quelle scatole diventano ben presto un simbolo di eleganza. Nel 1913 fa costruire, su un progetto dell'architetto Henry Otis Chapman, un palazzo di otto piani al numero 10 della 57esima Strada Ovest, adornato con una serie di lastre di vetro commissionate all'artista francese René Lalique. Altre case di moda decidono di aprire la loro sede in quella strada, che diventa ben presto la "Rue de la Paix" di New York. E in quel negozio Henri è il primo in America che vende gli abiti e i profumi di Coco Chanel.
Aprono altri negozi Bendel, gli affari vanno bene e nel 1923 Henri, a cinquantacinque anni, decide di donare ai suoi dipendenti il ​​quarantacinque per cento del capitale dell'azienda, per un valore contabile all'epoca di 1,8 milioni di dollari. Certo la crisi del '29 colpisce anche la Bendel e le sarte e le modiste dovranno minacciare uno sciopero per far ritirare gli annunciati licenziamenti. Il vecchio Henri pensa di ritirarsi in una grande tenuta che ha comprato lungo il fiume Vermillion in Louisiana, ma rimane a New York, che ormai è la sua città, dove morirà il 22 marzo 1936, lasciando il suo compagno di vita per oltre trent'anni, Abraham Beekman Bastedo, a dirigere l'azienda.
Negli anni Trenta, se tua moglie dice che ha bisogno di un cappello, magari per andare a vedere il nuovo spettacolo scritto da Cole Porter che sta per debuttare all'Alvin Theatre, puoi star sicuro che tornerà a casa con una di quelle scatole a strisce bianche e marroni.

Il 2 agosto 1923 muore a San Francisco il presidente degli Stati Uniti Warren G. Harding, di ritorno da un viaggio in Alaska. Il giorno successivo il vicepresidente Calvin Coolidge, un avvocato nato in Vermont e che ha svolto tutta la sua carriera politica in Massachusettes, diventa inaspettatamente il trentesimo presidente. A Washington è conosciuto con il nomignolo Silent Cal, perché è un uomo di poche parole. Al tempo della sua vicepresidenza gira una barzelletta che ha una certa fortuna. Durante una cena ufficiale una vivace signora dell'alta società si siede accanto a lui e cerca inutilmente di coinvolgerlo in una conversazione. A un certo punto gli dice: "Ho scommesso che stasera le avrei tirato fuori più di due parole". Coolidge la guarda e con un mezzo sorriso le risponde: "You lost", ha perso. 
Eppure il presidente Coolidge, che sarà eletto per un secondo mandato nel 1924, è uno che parla, anzi è il primo presidente che usa regolarmente la radio per comunicare con i suoi cittadini. Il 6 dicembre 1923 un suo discorso viene trasmesso alla radio ed è il primo discorso radiofonico presidenziale. Quando si insedia per la seconda volta, la cerimonia è la prima trasmessa alla radio. Coolidge si rende conto quanto sia importante questo nuovo strumento di comunicazione e nel 1927 firma una legge per istituire una Commissione federale sulla radio. E Silent Cal è anche il primo presidente ad apparire in un film sonoro, registrato nel giardino della Casa Bianca da Theodore W. Case. Però Coolidge dice anche che "le parole di un presidente hanno un peso enorme e non dovrebbero essere usate indiscriminatamente". Una lezione che i successivi inquilini del 1600 di Pennsylvania Avenue hanno con tutta evidenza dimenticato.
Paradossalmente il silenzioso e serio Calvin Coolidge - che morirà il 5 gennaio 1933 a Northampton - è il presidente dell'età del jazz. E forse per questo sarà ricordato con tanto rimpianto negli anni successivi. Coolidge rifiuta di essere il candidato del partito repubblicano alle elezioni del 1928, perché non ha intenzione di passare dieci anni alla Casa Bianca e così viene eletto Herbert Hoover, il suo segretario al commercio. Coolidge non ha molta stima del suo successore: "per sei anni quell'uomo mi ha dato consigli non richiesti, tutti pessimi". Hoover sarà travolto dal crollo di Wall Street e quattro anni dopo perderà le elezioni a favore di Franklin Delano Roosevelt, che ribalterà completamente le politiche economiche impostata da Coolidge, che aveva ridotto le tasse, ma soprattutto le spese federali. Coolidge è uno degli uomini politici che ha portato alla crisi del '29 eppure nell'immaginario degli anni Trenta è ancora Silent Cal, il presidente silenzioso e onesto di un'età felice. 

Per tutti gli anni Venti Greta Garbo non può parlare. I dirigenti della Metro assecondano ogni sua richiesta: non devono esserci visitatori sul set quando lei gira e mentre è seduta che aspetta di essere chiamata dal regista deve essere nascosta da un paravento. Il direttore della fotografia deve essere sempre Willam H. Daniels, perché Greta è convinta che solo lui la renda così bella. E poi chiede un cachet più alto a ogni film, ma i produttori accettano anche questo, perché tutti amano la Garbo, tutti sognano la Garbo. Ma parlare: no, non ci pensano proprio. I produttori hanno paura: è arrivata nel '26 senza sapere una parola d'inglese e si sente ancora troppo il suo accento svedese. E se alla fine non funzionasse? No, è un rischio che non possono permettersi di correre, non possono perdere la gallina delle uova d'oro, solo perché lei vuole parlare. Però il pubblico ormai preferisce i film sonori - solo la Metro continua a fare quelli muti - prima o poi anche la Garbo dovrà parlare, ma cercano di resistere. Fino al 1929 fanno tutti i film che riescono, il più velocemente possibile.
"Gimme a whisky, ginger ale on the side, and don't be stingy, baby." È la sua prima battuta in Anna Christie, il film del 1930 - tratto da un dramma di O'Neill - in cui, come strillano i cartelloni pubblicitari Garbo talks. Anna è una giovane cresciuta in Europa: quel suo accento rende più credibile il personaggio. Ed è un successo. La Garbo adesso deve parlare, perché il pubblico ama anche la sua voce. È la grande seduttrice, un ruolo che Greta detesta, ma è quello che vuole il pubblico e la Metro non vuole certo rischiare con qualcosa di diverso.
E Greta continua a chiedere un compenso più alto, ma non c'è problema, tutti vogliono essere sedotti dalla voce della Garbo. Che in Italia è quella, bellissima, di Tina Lattanzi. E anche nel nostro paese la Garbo è la Divina, tanto da diventare un verbo nella divertente canzone scritta da Alfredo Bracchi e Giovanni D'Anza, Cinemà, frenetica passion del 1934, una presa in giro di chi si atteggia come i divi del grande schermo: se la mamma cammina come la Marlène, la figlia passa tutto il giorno a gretagarbeggiar.

Il 21 novembre 1934 debutta a Broadway Anything goes, il nuovo musical con le canzoni scritte da Cole Porter. Sono i suoi anni migliori: Cole non sbaglia una canzone. Poco dopo la metà del primo atto Reno e Billy, interpretati da Ethel Merman e William Gaxton, cantano una canzone in cui riaffermano la loro amicizia, dicendosi l'una all'altro: you're the top. E con questo espediente narrativo Porter crea uno dei suoi capolavori, mettendo in fila una serie di cose che per lui - e naturalmente per il suo pubblico - sono indubbiamente il massimo; tra queste ci sono a Bendel bonnet, a Coolidge dollar e the Garbo's salary

E poi? Cosa è veramente top per Cole Porter? Lui ama Parigi, è in quella città che ha conosciuto Linda e in cui si sono sposati il 19 dicembre 1919, partendo per un lunghissimo viaggio di nozze in giro per l'Europa. I Porter adorano l'Italia e infatti sono top il Colosseo e la Torre di Pisa, ma anche l'Inferno di Dante. Cole per la precisione dice, sapendo di sbagliare, Inferno's Dante, ma deve fare la rima con Durante. Alighieri e Jimmy: due con un certo naso. Non viene citata nella canzone una città che loro adorano, Venezia, dove hanno abitato per qualche tempo, avendo affittato Ca' Rezzonico per quattromila dollari al mese (più o meno sessantamila dollari di oggi), ma amano anche città meno conosciute: a Ravenna, visitando il mausoleo di Galla Placidia, Cole ha l'idea di scrivere Night and Day. Amano anche l'Egitto, la luce viola di certe notti d'estate in Spagna e le steppe russe. Amano l'arte e visitano i grandi musei europei, la National Gallery e il Louvre, dove ammirano il sorriso di Mona Lisa e i quadri dei maestri olandesi dell'età dell'oro. E poi Shakespeare e Strauss. E il camembert.
Ma naturalmente Porter vuole raccontare anche cosa c'è di veramente grande in America. Il suo mondo è Broadway, la sua casa è il teatro e Cole parte proprio da lì, dal naso di Jimmy Durante e dai piedi che sembrano volare di Fred Astaire. Jimmy ha lavorato con Cole in The New Yorkers e Red, Hot and Bleu, mentre Fred è stato la stella di Gay Divorce. E Cole poi rende omaggio al suo amico e collega Irving Berlin, alle sue ballads: il teatro musicale è davvero uno dei vertici della cultura americana. 
Ma l'"europeo" Porter vuole ricordare anche i drammi di Eugene O'Neill, che nel 1936 riceverà il Nobel, e i quadri di James Abbott McNeill Whistler e Mickey Mouse. 
Topolino è l'unico attore cinematografico citato da Porter, che però rende omaggio alla settima arte attraverso gli eleganti pantaloni, perfettamente stirati, degli uscieri del Roxy, la "cattedrale del cinema", la grande sala da 5.920 posti che si trova al 153 West della 50esima Strada, tra la 6 e la 7 Avenue, appena fuori Times Square. Gli uscieri maschi in uniforme del Roxy devono seguire una formazione rigorosa, sono sottoposti a ispezioni quotidiane ed esercitazioni, sotto la supervisione di un ufficiale della marina in pensione: davvero il top.
Porter ama l'America dell'età del jazz che celebra in questa canzone; l'America che - come avrete ormai capito - amo anch'io.
E anche a me piace la Waldorf salad, l'insalata a base di mele, sedano e maionese - le noci saranno aggiunte una ventina d'anni dopo - inventata il 14 marzo 1896 da Oscar Tschirky, il maître del Waldorf-Astoria Hotel. Al tempo di Anything goes l'albergo si trova da poco più di tre anni nella nuova sede al 301 Park Avenue tra la 49esima e la 50esima Strada, il grande palazzo di quarantasette piani, progettato dagli architetti Schultze e Weaver, un capolavoro dello stile art déco della città di New York.

Sono curiosi gli unici due riferimenti politici della canzone, anche perché Cole è un bon vivant, un aristocratico a cui stanno strette le regole "borghesi", ma non si interessa affatto di politica. E infatti lui, citando il Mahatma Gandhi e Nancy Witcher Langhorne Astor non vuole dare un giudizio politico, ma raccontare la prima metà degli anni Trenta, scattare un'istantanea di quel mondo.
E quel piccolo uomo, vestito di stracci, che tiene testa all'Impero britannico, e che l'opinione pubblica occidentale ha imparato a conoscere grazie al viaggio con cui ha visitato Londra e Roma, per Porter racconta un mondo che sta cambiando. Per l'elegantissimo Cole quell'uomo a cui si dice che il papa non abbia concesso un'udienza perché si è rifiutato di cambiarsi deve sembrare così incredibilmente jazz. Così come quella giovane americana che, dopo aver sposato un visconte inglese, è diventata la prima donna eletta a sedere alla Camera dei Comuni e a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari, visto che Constance Markiewicz, la prima donna a essere eletta nel parlamento inglese nelle file del Sinn Féin, non ha mai messo piede a Westminster. Ma a Cole non interessa questo primato, Lady Astor è una bella donna, lei e sua sorella Irene sono state tra le modelle preferite dell'illustratore Charles Dana Gibson che ha creato la Gibson Girl, l'ideale di bellezza femminile dei primi decenni del Novecento. E poi Nancy è una donna indipendente, dalla battuta pronta, spesso mordace. A Cole importa poco che già negli anni Trenta la sua stella sta per tramontare, perché troppo legata a Neville Chamberlain e alla sua politica di appeasement verso la Germania nazista e anche a uno sfortunato viaggio in Unione Sovietica con il suo amico George Bernard Shaw, che Stalin ha usato come strumento di propaganda a favore del suo paese. A Porter interessa la donna libera, anche spregiudicata, una donna come Evangeline che ha raccontato nel suo musical Nymph Errant, che ha potuto debuttare solo a Londra nel 1933, perché troppo audace per l'America decisamente maschilista dell'età del jazz.

You're the Top ha un successo che stupisce lo stesso Porter che considera quella canzone un trick di cui il pubblico si annoierà presto. Si sbagliava naturalmente: ci sono moltissime versioni di questa canzone. Tutti l'hanno voluta cantare: io amo molto quella di Ella Fitzgerald. Ella è sempre the top. Ne vengono fatte ben presto delle parodie. Sembra che anche Porter e Berlin si siano divertiti a scriverne qualcuna, ma non sappiamo se sia vero - come alcuni sostengono - che uno di loro due sia l'autore di una versione piuttosto volgare in cui viene citato come esempio di top il notevole "attributo" di Kong, che ovviamente non vediamo nel film della RKO.
Della versione originale - quella di cui ho parlato fino adesso - c'è una registrazione della Victor del '34, in cui viene cantata dallo stesso Porter, accompagnandosi al pianoforte. Poi ce n'è una versione successiva, un po' più lunga, in cui vengono citati i dipinti di Botticelli e le spalle di Mae West, i vestiti di Saks e le danze di Bali. Poi, man mano che passano gli anni alcuni riferimenti vengono aggiornati e così non viene più citata la Divina, ma si canta the Crosby's salary.

Ma c'è anche un'altra versione, quasi contemporanea a quella di Porter, scritta per il debutto inglese dle musical, avvenuto il 14 giugno 1935 al Palace Theatre. Il produttore Charles B. Cochran vuole adattare il testo per il pubblico londinese e affida questa revisione a Pelham Greville Wodehouse, che noi conosciamo per i romanzi dedicati all'impeccabile Jeeves, ma che è stato anche uno dei grandi autori dei musical del West End. Peraltro Wodehouse ha già lavorato su questo musical: è suo il primo libretto di quello che allora si chiamava Crazy Week. Ma quel libretto proprio non funzionava e così è stato completamente riscritto da Howard Lindsay e Russel Crouse.
Wodehouse si mette subito al lavoro e naturalmente deve fare diverse modifiche a You're the Top. Spariscono Henri Bendel e Calvin Coolidge. E anche Jimmy Durante. Ma rimangono la Garbo e Fred Astaire. Curiosamente nella versione andata in scena al West End viene citato anche il "nemico" Gandhi. Wodehouse è un paroliere troppo abile, avrebbe certamente trovato qualcosa per fare rima con Napoleon brandy: evidentemente anche per lui Gandhi è top, un simbolo degli anni Trenta.
La modifica che però rimane più impressa è un'altra: al posto dei drammi di O'Neill e della madre di Whistler, compaiono Mussolini e Mrs Sweeny, un'accoppiata stravagante, per quanto, a modo loro, entrambi siano rappresentativi di quegli anni.
Il 21 febbraio 1933 il matrimonio tra Charles Francis Sweeny, l'ultimo rappresentante di una ricca famiglia cattolica della Pennsylvania, e Ethel Margaret Whigham, unica figlia di un milionario scozzese, è un vero evento: il traffico rimane bloccato per ore a Knightsbridge, perché tutti vogliono vedere la sposa e il suo bellissimo abito, disegnato per lei da Norman Hartnell. E anche Margaret è bellissima: tra Londra e New York, la città dove è cresciuta, tanti uomini si sono invaghiti di lei, compreso il principe George, il fratello minore di Edoardo VIII e Giorgio VI, e David Niven. Tornata definitivamente in Inghilterra si fidanza con il settimo conte di Warwick, salvo poi decidere di sposare quell'americano. Al tempo della canzone Mrs Sweeny è ancora un indiscusso simbolo di eleganza, la regina delle cronache mondane. Trent'anni dopo purtroppo non sarà più così: il nome di Margaret sarà al centro di un torbido scandalo che aizzerà contro di lei la curiosità morbosa dei giornali inglesi. Benito Mussolini ci metterà molto meno tempo a perdere il favore del bel mondo della capitale inglese. George Bernard Shaw, il caro amico di Lady Astor, giudica Mussolini "un socialista che parla e pensa come fanno i governanti responsabili", mentre Winston Churchill lo definisce "il più grande legislatore vivente" e ancora "uno degli uomini più meravigliosi del nostro tempo": you're the top. Peraltro anche a Gandhi piacciono le riforme portate avanti da Mussolini, specialmente riguardo la terra ai contadini. "Peccato - aggiunge il leader indiano - che queste riforme sono obbligatorie. Ma è lo stesso in tutte le istituzioni democratiche." Comunque, pensano gli inglesi, per tenere a bada quegli italiani, serve il pugno di ferro. Wodehouse non si dimostra particolarmente lungimirante, almeno in politica: il 3 ottobre 1935, meno di quattro mesi dopo il debutto al West End di Anything goes, l'Italia fascista dichiara guerra all'Etiopia. E Mussolini smette di essere il top

Quando Anything goes debutta all'Alvin Theatre, anche se è stata tolta da alcuni mesi, i cittadini di New York ricordano molto bene la grande insegna pubblicitaria appesa sulla 47esima Strada West a Times Square. Quell'insegna animata al neon che raffigura una ragazza che va avanti e indietro sull'altalena è rimasta lassù per tre anni, dal 1930 al '33 e la conoscete anche voi perché appare in una scena famosissima di King Kong, uscito nella sale proprio nel 1933. E quando nel 2005 Peter Jackson ha fatto il remake con Naomi Watts ha voluto ancora quell'insegna. Si tratta della pubblicità della Pepsodent e Porter non può non inserire il nome del più popolare dentifricio d'America nella sua canzone: è la pubblicità baby!

Il mondo di Cole Porter sta finendo, l'età del jazz sta finendo, travolta dalla guerra che in Europa sta covando sotto la cenere. E nulla sarà più come prima: rimarrà soltanto la canzone che ci racconta quegli anni. Cole, you're the top!

giovedì 5 novembre 2020

Verba volant (791): recitare...

Recitare, v. tr.

Vito Giusto Scozzari e Frederick Paul Draper II sono
quasi coetanei. Il primo è nato a San Francisco il 26 gennaio 1918, mentre il secondo a Chester, in Pennsylvania, il 2 settembre 1923. 

Vito ha il teatro nel sangue. Ha trascorso i primi anni di vita a Napoli, dove i suoi genitori hanno deciso di tornare prima di trasferirsi definitivamente in America, questa volta a New York, quando lui ha sette anni. La madre recita in italiano a teatro per le famiglie degli emigranti e presto il bambino sale sul palcoscenico: prima solo per qualche comparsata e via via recita le prime battute. Fa il mimo, il giocoliere, il mago, fa quello che serve in quegli spettacoli popolari. Si fa chiamare Vito Scotti, perché è più facile da pronunciare rispetto al suo vero cognome.
Frederick invece non è figlio d'arte, ma, visti i suoi scarsi successi scolastici, pensa di poter diventare un attore: sempre meglio che lavorare. E poi così può trasferirsi a New York e iscriversi all'American Academy of Dramatic Arts, una scuola in cui ci sono molte belle ragazze. Fred non ha tutti i torti: in quegli anni frequentano l'istituto al 120 di Madison Avenue Grace Kelly e Anne Bancroft.

Dopo una lunga gavetta a Broadway Vito, come tutti i giovani attori di belle speranze, va a Hollywood. Nel 1949 ottiene la sua prima, piccolissima, parte - quella di un bandito messicano - in Illegal Entry, un film sul problema dei cittadini messicani che tentano di entrare negli Stati Uniti e sono vittime dei trafficanti, di qua e di là del confine: cose che succedevano in quel paese settant'anni fa. E così Vito Scotti comincia una carriera che terminerà cinquant'anni e duecento ruoli dopo, tra cinema e televisione. Naturalmente per lo più interpreta personaggi in cui deve fare l'"italiano", come in Life with Luigi, ma è stato anche un medico russo, un marinaio giapponese e un venditore ambulante emigrato dall'India. Molti dei film in cui è apparso - diverse volte, specialmente all'inizio della carriera, senza essere accreditato - non sono proprio memorabili - anche se nel 1972 è Nazorine nel Padrino di Francis Ford Coppola - ma alcuni continuano a passare in televisione con successo. Vito dà il meglio nelle commedie: nel 1968 in How Sweet It Is! - incomprensibilmente tradotto in Italia come Uffa papà quanto rompi - è il cuoco che bacia l'ombelico di Debbie Reynolds. E un anno dopo è l'attempato latin lover spagnolo che tenta, senza riuscirci, di sedurre Ingrid Bergman in Fiore di cactus. Nel 1970 è sua la voce di Peppo, il gatto italiano che suona la concertina in quella vera e propria "internazionale" del jazz messa insieme da Scat Cat sui tetti di Parigi negli Aristogatti. Vito è un artigiano del cinema, uno dei tanti che hanno reso grande Hollywood. 
Mentre frequenta i corsi dell'American Academy Fred divide una stanza con un altro studente, un ragazzo di sei anni più giovane di lui, i cui genitori sono arrivati in America dalla Grecia settentrionale e che dimostra subito un discreto talento, ma anche una notevole indisciplina. John Cassavetes vuole recitare e soprattutto vuole fare i suoi film, ma al di fuori degli studios e delle loro "regole". John lavora in televisione, è il protagonista della serie Johnny Staccato, un detective privato che è anche un pianista jazz nei locali del Greenwich. In un episodio della serie recita anche Vito Scotti. Con i soldi che guadagna in televisione Cassavetes realizza i suoi primi film, Ombre - che ottiene un premio al Festival di Venezia del 1959 - e Blues di mezzanotte. Anche Fred lavora in televisione, qualche piccola parte, per lo più non accreditata. A metà degli anni Sessanta è il barista in sei episodi di Peyton Place. John realizza quasi tutti i suoi film coinvolgendo un gruppo fidato di amici, Ben Gazzara, Seymour Cassel, Peter Falk. Naturalmente si ricorda anche del suo vecchio compagno di stanza al Greenwich, che è diventato un buon attore, e così Fred recita in cinque film diretti da John: Gli esclusi del 1963, con Judy Garland e Burt Lancaster, Volti del 1968, Mariti del 1970, Una moglie e La sera della prima, la cui protagonista è Gena Rowlands, che John ha conosciuto ai tempi dell'Academy e che è diventata sua moglie nel 1954. Dopo questo film, che è del 1977, Fred Draper decide di ritirarsi a Rancho Cucamonga, vicino a San Bernardino. È soddisfatto della sua carriera, delle poche cose che ha fatto, di quell'avventura cominciata per caso.

Si conoscevano Vito e Fred? Non credo fossero amici, probabilmente Fred non è mai stato invitato a una delle famose cene organizzate a casa sua da Vito, che era un ottimo cuoco e che si divertiva a preparare i piatti della tradizione italiana, seguendo le ricette che gli aveva lasciato sua nonna. Ma certamente si conoscevano: dopotutto Hollywood era una piccola città. 
Forse hanno già lavorato insieme - ma, visto che spesso i loro nomi non comparivano nei titoli, neppure di questo siamo sicuri - quando nell'estate del 1974 si ritrovano entrambi sul set di Negative Reaction, il secondo episodio della quarta stagione di Colombo, il ventisettesimo della serie, in Italia conosciuto con il titolo Una mossa sbagliata. Il regista è Alf Kjellin, che nella sua lunga carriera ha diretto decine di telefilm, da Il dottor Kildare a Dynasty, da Bonanza a La famiglia Bradford. La sceneggiatura è di Peter S. Fisher, che oltre ad aver scritto diversi episodi di questa serie destinata a diventare un vero e proprio cult, sarà il sceneggiatore di quasi tutti gli episodi di Ellery Queen e uno dei creatori di La signora in giallo. Il "cattivo", come avviene spesso negli episodi di Colombo, è un grande dello spettacolo, Dick Van Dyke, che qui sfoggia una bella barba grigia. Van Dyke interpreta il fotografo vincitore del premio Pulitzer Paul Galesko che, dopo averne inscenato il rapimento, uccide la moglie Frances - interpretata da Antoinette Bower, un'altra "veterana" del genere - e poi l'ex galeotto che l'ha aiutato e a cui cerca di addossare la colpa dell'omicidio di Frances. Nel corso dell'indagine il tenente Colombo si imbatte in un possibile testimone del secondo delitto, un barbone che però confessa che in quel momento era troppo ubriaco per ricordare qualcosa di quello che è avvenuto a pochi metri da lui, se non gli spari. Quel barbone, che pure dimostra una certa cultura e forse nasconde un passato misterioso, è Vito Scotti, in una delle scene più divertenti dell'episodio, perché quando Colombo va nella missione per interrogarlo, la suora, visto il suo impermeabile, lo scambia per uno dei senzatetto che si ritrovano lì all'ora di pranzo e gli dà un piatto di zuppa di manzo. In un'altra scena, Colombo chiede informazioni a un tecnico di laboratorio e quel collega della scientifica è Fred Draper.

Forse i loro nomi non vi dicono nulla e forse non ricordate neppure i loro visi, ma Vito e Fred hanno un'altra cosa in comune: negli anni Settanta sono apparsi rispettivamente in cinque e sei differenti episodi di Colombo, interpretando ogni volta un personaggio diverso.
Oltre al barbone di Una mossa sbagliata, Vito è un sollecito maitre di un ristorante di lusso che Colombo mette in difficoltà con le sue richieste di vini pregiati in L'uomo dell'anno, in cui l'assassino è Donald Pleasance, il grande attore inglese che sarà il primo interprete di Ernst Stavro Blofeld, il capo della Spectre. Poi Vito è un sarto snob in Candidato per il crimine, con il "cattivo" Jackie Cooper, da bambino una delle Simpatiche canaglie delle comiche di Hal Roach. Poi un impresario di pompe funebri in Il canto del cigno, con Johnny Cash che uccide Ida Lupino; questa scena, assolutamente inutile nell'economia del racconto è un pezzo di bravura di Falk e Scotti, da vedere e rivedere. E ancora un produttore di uva, ovviamente di origini italiane, in Doppio gioco, in cui Patrick McGoohan uccide Leslie Nielsen. E sempre il suo personaggio permette a Peter Falk e agli autori di Colombo di creare una di quelle gag che hanno caratterizzato quella serie e hanno reso così popolare quel personaggio.
Fred, arrivato direttamente dalla "banda" Cassavetes, oltre al tecnico di laboratorio dell'episodio con Van Dyke, è un tassista in Incidente premeditato. È Il dottor Murcheson, un chimico di grande talento, ma con il vizio dell'alcol che crea una portentosa crema di bellezza, ma di cui dimentica la formula e che rimane fedele alla donna di cui è da sempre perdutamente innamorato, la proprietaria di una fabbrica di cosmetici, in Bella, ma letale. E questa "cattiva" è la sempre affascinante Vera Miles, una delle bellezze che Fred sognava di incontrare ai tempi della scuola. In Testimone di se stesso Fred fa uno dei suoi piccoli ruoli, ma partecipa a uno dei finali più belli di tutta la serie. Il dottor Marcus Collier - un subdolo George Hamilton - ha ucciso il marito della donna di cui è l'analista e l'amante. Fuggendo dalla scena del crimine per poco non investe un cieco che, guidato dal suo cane, passeggia lungo la strada, davanti alla casa dove è avvenuto il delitto. Colombo per incastrare il dottore organizza un confronto tra Collier e un presunto testimone, ma invece dell'uomo cieco fa accomodare il fratello, interpretato appunto da Fred Draper. A questo punto Collier si tradisce: accusa Colombo di aver organizzato una messinscena, perché sa che quell'uomo non può averlo visto. Ma se lui sa che è cieco, significa che era lì al momento del delitto, cosa che ha sempre negato: e così un cieco diventa, seppur indirettamente, il testimone oculare che incastra il colpevole. Poi Fred è Joseph, un attore scalcinato, in Ciak si uccide in cui l'assassino è il capitano Kirk, in un momento di "vacanza" dal comando dell'Enterprise. Infine a Fred tocca l'onore di essere un "cattivo" in L'ultimo saluto al commodoro, un episodio della serie che ha un andamento diverso da quello solito. Noi spettatori pensiamo che l'assassino sia Robert Vaughn - da giovane uno dei Magnifici sette, ma poi un "cattivo" di tanti telefilm -e assistiamo alle indagini di Colombo cercando di capire come lo smaschererà. Ma quando anche lui viene ucciso, allora la storia cambia completamente e il tenente scopre l'assassino dopo aver riunito tutti gli indiziati, tra cui il vecchio avvocato interpretato dal grande Wilfrid Hyde-White, il colonnello Pickering di My Fair Lady, nella stanza dove è avvenuto il primo omicidio, come Poirot o Ellery Queen, ma rimanendo sempre Colombo. E l'assassino è proprio il nostro Fred Draper, che interpreta Swanny Swanson. E il tenente lo incastra con uno dei suoi soliti trucchi: solo lui poteva sapere che l'orologio del commodoro non poteva funzionare. E così il vecchio Fred si toglie la soddisfazione di essere un assassino di Colombo, come lo è stato il suo amico John in Concerto con delitto.

Credo che anche Vito Scotti avrebbe meritato questo onore. Comunque quando la serie viene ripresa alla fine degli anni Ottanta, nel primo episodio, intitolato Autoritratto di un assassino, Peter Falk vuole che ci sia anche Scotti, che così raggiunge le sei partecipazioni. È Vito, il proprietario di un bar in cui si svolgono diverse scene e, ancora una volta il vecchio attore regala una bella interpretazione.

Forse il vecchio Stanislavskij o forse qualcun altro ha detto:
Ricorda: non ci sono piccole parti, solo piccoli attori.
Ricordatelo anche voi quando leggete i titoli di coda. The end

mercoledì 28 ottobre 2020

Verba volant (790): labbra...

Labbra
, sost. f. pl.

Mettetevi comodi e preparate i popcorn: stasera doppio spettacolo.

Martedì 19 giugno 1973: i sessantatré posti della sala Upstairs del Royal Court Theatre di Sloane Square, a Chelsea, sono tutti occupati. Sulla scena i sedili di un vecchio cinema che sembra abbandonato. Un riflettore illumina una giovane usherette che percorre lentamente il corridoio della piccola sala con il suo vestito rosa, che non nasconde le belle gambe, e il vassoio dei dolciumi tenuto al collo da una fascia rossa. Però non cerca di venderci i suoi dolcetti alla fragola: vuole raccontarci, cantando, lo spettacolo a cui stiamo per assistere. E lo fa con una canzone bizzarra, quasi senza senso - una sorta di collage dadaista - citando film apparentemente a caso, solo per rispettare metrica e rime. Ma forse quei titoli non sono scelti in maniera così casuale. E per noi che amiamo i vecchi film in bianco e nero, il testo di quella canzone è davvero uno spasso.

Si comincia citando Michael Rennie, l'attore inglese, alto ed elegante, protagonista del film del 1951 The Day the Earth Stood Still - che in Italia conosciamo con il titolo Ultimatum alla Terra. Per gli appassionati di fantascienza è un classico del genere, così come la frase, nella lingua degli alieni, Klaatu, Barada, Nikto! che ferma il robot Gort nel momento in cui sta per distruggere la terra per vendicare la morte del suo compagno dalle sembianze umane. Qualche anno prima nessuno aveva trovato le parole per fermare le bombe che avevano distrutto le città di Hiroshima e Nagasaki, nessuno, all'epoca in cui il film viene girato, sembra capace di trovare le parole per fermare una guerra che tutti sentono imminente. Non c'è salvezza in questo mondo, sembra il messaggio di quel film: bisogna sperare in un mondo diverso, bisogna sperare nell'arrivo degli alieni. Ma forse, come canta un poeta nato qualche anno dopo l'uscita di quel film, l'astronave è già passata e tu dormivi. Merita di essere ricordato il regista di quel film, Robert Wise, uno dei grandissimi artigiani di Hollywood, capace di fare film di qualsiasi genere, western, fantascientifici, bellici, anche se ha dato il meglio di sé nei film musicali e infatti ha ottenuto i suoi due Oscar per West Side Story e The Sound of Music.
Ma siamo appena all'inizio. Trixie ci annuncia un doppio spettacolo: un corto di Flash Gordon e L'uomo invisibile con Claude Rains. Sono tre le serie cinematografiche dedicate al personaggio creato da Alex Raymond: Flash Gordon del 1936, Flash Gordon's Trip to Mars del '38 e Flash Gordon Conquers the Universe del 1940. Ogni serie era divisa in quindici episodi. Il cinema, prima del film in cartellone, proiettava ogni settimana un episodio, sperando quindi che gli spettatori tornassero anche quella successiva per vedere come andava a finire. Più o meno quello che "subiamo" noi adesso con le serie televisive: solo che l'obiettivo per farci "tornare" ogni sera sul nostro divano è quello di venderci un nuovo telefono, un nuovo shampoo, una nuova merendina, un nuovo "qualcosa". Il Flash Gordon di quelle serie è Buster Crabbe, medaglia di bronzo nei 1500 metri di nuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 e medaglia d'oro nei 400 in quelle di Los Angeles quattro anni dopo; e poi una bella carriera nel cinema d'avventura. Francamente quei film sono più belli del colossal prodotto da Dino De Laurentiis nel 1980, che rischiamo di ricordare quasi soltanto per la conturbante bellezza di Ornella Muti che interpreta una poco vestita principessa Aura, senza comunque essere mai affascinante come la perfida Kala di Mariangela Melato.
The Invisible Man del 1933 segna il debutto cinematografico dell'attore inglese Claude Rains. Il suo viso non doveva apparire quasi mai durante il film - lo si vede solo alla fine, nelle ultime scene - e per questo quel ruolo è stato rifiutato da Boris Karloff. Però serviva una grande voce e il regista James Whale, che aveva già diretto Frankenstein due anni prima, ha capito subito che Rains sarebbe stato perfetto per quel ruolo, con quella sua voce così caratteristica. Ma non era sempre stato così: il giovane Claude, nonostante una grande passione per il teatro, ha difficoltà a parlare, oltre a un terribile accento cockney. Ma sir Herbert Beerbohm Tree, il fondatore della Royal Academy of Dramatic Art, è convinto che quel ragazzo possa diventare un grande attore. E così è stato e in seguito Rains è diventato docente in quella stessa scuola di recitazione, insieme ai suoi amici John Gielgud e Laurence Olivier. E noi abbiamo imparato a conoscere anche il viso di Claude Rains, che è stato uno dei grandi "cattivi" di Hollywood: il principe Giovanni in La leggenda di Robin Hood, il corrotto senatore Paine in Mr Smith va a Washington, il nazista Alexander Sebastian in Notorius; ma anche il grandissimo capitano Renault in Casablanca. E poi negli anni Sessanta, con la sua inconfondibile voce e l'innato aplomb inglese, è il professor Challenger in Mondo perduto e Mr Dryden in Lawrence d'Arabia. Quanto cinema abbiamo già raccotato; e siamo solo al quarto verso della canzone.
Poi arrivano Fay Wray e King Kong. Potete perfino non aver visto il film del 1933 prodotto dalla RKO e diretto da Merian C. Cooper and Ernest B. Schoedsack, potete perfino non conoscere esattamente la storia, ma tutti, proprio tutti, avete in testa l'immagine dell'enorme gigante che sulla cima dell'Empire State Building lotta contro quei biplani che volano come insetti intorno a lui. Ma anche se quel mostro ci spaventa, tutte le volte che guardiamo quella scena speriamo che riesca a fuggire, che scenda sano e salvo da quel dannato grattacielo, perché ci fanno molta più paura gli uomini che lo vogliono uccidere. E quelli che da dietro le cineprese riprendono tutta la scena. 
Ma non abbiamo tempo di fermarci: it came from outer space. E qui Trixie ci porta due decenni avanti, nel 1953, quando esce il film che ha proprio questo titolo diretto da Jack Arnold, basato su un soggetto scritto da Ray Bradbury, che in Italia conosciamo come Destinazione... Terra! In questo film gli alieni non sono venuti per conquistare il nostro pianeta, ma sono naufragati qui perché la loro astronave è andata in avaria. Ma non sono come noi, non sono bianchi come noi, non sono cristiani come noi, non sono maschi come noi, e quindi dovranno sopportare tutti i nostri pregiudizi. Non sono i primi "diversi" che abbiamo fatto soffrire con la nostra ipocrisia e non saranno certo gli ultimi.  
Basta pensare... Trixie ci annuncia già i due prossimi film: Doctor X del 1932 e Forbidden Planet del 1956. Se non avete visto il primo film, non vi rivelerò chi è il misterioso serial killer che uccide e sbrana le sue vittime nelle notti di luna piena. Ma vi dico che l'eroina che sta per cadere vittima di questo mostro è ancora una volta la sventurata Fay Wray, in uno dei tanti film della sua bella e lunga carriera. È morta a Manhattan l'8 agosto 2004, a novantasei anni, e due giorni dopo le luci dell'Empire State Building sono rimaste spente quindici minuti in sua memoria. Il secondo invece è nelle intenzioni dei suoi autori una specie di versione fantascientifica della Tempesta di William Shakespeare: forse un obiettivo troppo ambizioso, per quanto rimanga comunque un ottimo film di fantascienza. I protagonisti sono Walter Pidgeon, una giovane Anne Francis - citata nella canzone - una delle tante possibili fidanzate d'America e un quasi esordiente Leslie Nielsen, che certo non avrebbe mai immaginato di diventare Frank Drebin. Pidgeon aveva la faccia e il portamento dell'eroe, del buono, ma ha saputo interpretare ruoli più complessi, come quello del bandito in La belva umana e appunto il dottor Morbius in questo film; ma noi lo ricorderemo come lo splendido coprotagonista, insieme a Totò, del film I due colonnelli, che Pidgeon recita in italiano, ovviamente con il suo marcato accento inglese. Però il vero protagonista del film è il robot Robby, creato da Robert Kinoshita su disegni di A. Arnold Gillespie e Mentor Huebner, che vedremo in altri sette film e in moltissime serie televisive, dalla Famiglia Addams a Mork & Mindy, da Colombo a Wonder Woman. E ha fatto anche molta pubblicità. Tanti attori in carne e ossa sognano di fare la stessa carriera di Robby the Robot: senza riuscirci. 
Jack Arnold è uno specialista del genere e infatti nel 1955 dirige anche il successivo film citato da Trixie, Tarantula, insieme a uno dei suoi protagonisti Leo G. Carroll, che interpreta il professor Deemer, lo scienziato che ha creato il siero che rende giganteschi gli animali, compresa la tarantola che solo una squadriglia di jet armati di napalm - guidati da un giovane Clint Eastwood, non ancora il "buono" dei film di Sergio Leone - potrà distruggere. Leo G. Carroll, con quella sua aria misteriosa e altera, è un attore molto amato da Alfred Hitchcock: con lui girerà molti film e nel 1959 sarà il 'Professore" di Intrigo internazionale.
Sono enormi e giganteschi anche i trifidi, le piante che si staccano dal terreno e si nutrono di carne umana, i cui semi sono arrivati dallo spazio insieme a misteriosi meteoriti che hanno il potere di rendere ciechi chi li guarda. Il film è The Day of the Triffids del 1962, intitolato in Italia L'invasione dei mostri verdi, interpretato tra gli altri da Howard Keel, che non è più l'aitante Adamo Pontipee di Sette spose per sette fratelli. Anche se Trixie ricorda il film citando Janette Scott, l'attrice inglese che ha esordito come Cassandra in Elena di Troia di Robert Wise e negli Sessanta ha alternato con successo commedie romantiche e film di fantascienza. Janette è la biologa marina che insieme al marito vive su un faro in un'isola sperduta e che riuscirà a sconfiggere i trifidi gettandogli addosso acqua di mare. A proposito di "mostri" pericolosi, la sceneggiatura del film viene accreditata al produttore esecutivo Philip Yordan, anche se l'ha scritta Bernard Gordon, che non può lavorare perché, in quanto iscritto al Partito comunista, è nella "lista nera". Quando la Writers Guild of America ha cominciato ad accreditare correttamente le sceneggiature scritte sotto pseudonimi o attraverso prestanome, assegnando ai veri autori i loro crediti retroattivi, Gordon è quello che ne ha ricevuto di più di ogni altro scrittore della lista. Chi sono i "trifidi" più pericolosi? Una parte dell'America pensava si dovesse temere "l'invasione dei mostri rossi", ma quanti film, quanti libri, quanti musical abbiamo perduto per l'ottusa idiozia di questi pretesi difensori dell'ordine costituito?
Dana Andrews ha la faccia da western, ma Otto Preminger capisce che può diventare anche un duro per i suoi noir. Ma Trixie si ricorda di lui per La notte del demonio, un horror inglese del 1957 diretto dall'esperto del genere Jacques Tourner, famoso per Il bacio della pantera e Ho camminato con uno zombie. Andrews è il professore statunitense John Holden, uno scienziato che non crede all'esistenza di forze misteriose e soprannaturali: ma in suo viaggio nella vecchia Inghilterra dovrà ricredersi, visto che avrà l'occasione di incontrare il demonio in persona, con la sua misteriosa pergamena scritta con caratteri runici. 
Chissà se Trixie sa che George Pal, il prossimo nome che cita nella sua canzone, si chiamava György Pál Marczincsak ed era nato nel 1908 in quello che era ancora l'Impero Austro-ungarico, sotto il regno di Francesco Giuseppe. E forse non sa neppure che ha cominciato a fare film a Berlino negli anni d'oro dell'espressionismo tedesco, ma quando Hitler è andato al potere, è uno dei tanti cineasti europei che è dovuto fuggire a Hollywood, diventando uno dei grandi registi e produttori di film fantascientifici. Trixie ha visto certamente nel 1960 The Time Machine - in Italia L'uomo che visse nel futuro - con Rod Taylor e tanti altri film che lui ha prodotto, da When Worlds Collide a The War of the Worlds, e poi Conquest of Space. Perché a Trixie piacciono gli effetti speciali e Pal è un mago di questo cinema che ci tiene incollati alle poltrone. Ma chi è la misteriosa moglie di George Pal di cui parla Trixie? Questo non lo so neppure io, anche se ho un sospetto.

I miei lettori più attenti credono abbiano ormai capito sia il titolo della canzone che quello del musical che ha debuttato quella sera di giugno a Londra. Inutile dire che è stato un successo. È rimasto in cartellone fino al 20 luglio, ma poi è stato necessario trovare una sala più grande: dal 14 agosto al 20 ottobre in quella da duecentotrenta posti del Chelsea Classic Cinema e infine dal 3 novembre in quella da cinquecento posti del King's Road Theatre, dove lo spettacolo è rimasto fino al 31 marzo 1979. Ma ormai nessuno avrebbe più fermato The Rocky Horror Show. Che nel 1973 vince anche l'Evening Standard Award come miglior musical. Merita di essere ricordato che quell'anno come miglior spettacolo viene premiato Saturday, Sunday, Monday, la versione inglese della commedia di Eduardo Sabato, domenica e lunedì, con Joan Plowright e Frank Finlay che interpretano Rosa e Peppino Priore e Olivier nel ruolo del vecchio Antonio Piscopo. Due spettacoli che, a modo loro, raccontano il tempo che cambia.

Quella giovane usherette che interpreta Science Fiction/Double Feature è Patricia Quinn, una trentenne attrice arrivata a Londra da Belfast con il sogno di sfondare nel West End. L'autore Richard O'Brien e il regista Jim Sharman la scelgono per il ruolo di Magenta e le chiedono di interpretare anche Trixie: non hanno certo i soldi per scritturare un'altra attrice. Due anni dopo il Rocky Horror diventerà un film e naturalmente Patricia sarà ancora la misteriosa e sensuale cameriera del Dr Frank-n-Furter. E quando alla fine compare in scena con la tuta spaziale per tornare nel suo pianeta i suoi capelli sono un chiaro omaggio alla moglie di Frankenstein.
Nel film quella canzone deve accompagnare i titoli di testa e Sharman immagina che mentre canta Patricia vengano proiettati i fotogrammi di tutti i film citati. Ma ancora una volta bisogna fare i conti con il budget: acquistare i diritti di tutti quei film si rivela troppo dispendioso per la produzione. E allora Sharman ha un'idea: sarà O'Brien - ossia l'ineffabile Riff Raff - a cantare la canzone, ma le labbra rosse su sfondo nero - un omaggio a Lips di Man Ray - sono quelle di Patricia. Le labbra di una donna e la voce di un uomo: Science Fiction/Double Feature in un mondo che sta cambiando, anche se molti "terrestri" fanno di tutto affinché questo non accada. Ma noi, come Trixie, continueremo a fare il tifo per Kong e per tutti i "diversi" che lottano affinché questo mondo sia la loro "casa".  

domenica 18 ottobre 2020

Verba volant (789): assassina...

Assassina, sost. f.

Nonostante quelle splendide gambe e quei capelli rosso fuoco, la carriera di Gwyneth Evelyn - nata il 13 gennaio 1925 a Culver City - non riesce proprio a decollare. Forse rimarrà tutta la vita a lavorare negli studi di Hollywood; come suo padre Joseph, che ha sempre fatto l'elettricista per la Metro. Gwyneth è tenace, sa ballare - e in qualche film appare come una ballerina di fila - ma soprattutto sa insegnare a ballare. È una delle migliori assistenti di Jack Cole, il padre della theatrical jazz dance, il coreografo dei grandi successi di Broadway, ma soprattutto di praticamente tutti i più importanti film musicali degli anni Quaranta. Gwyneth insegna a star come Rita Hayworth, Betty Grable e Lana Turner. È lei che inventa i balletti di Gentlemen prefer blondes e che insegna a Jane Russell e a Marilyn Monroe come eseguirli: forse gli uomini preferiscono le bionde, e sposano le brune, ma nessuna le fa ballare come quella rossa. La danza è la sua vita, perché è solo grazie a quei lunghi esercizi che la piccola Gwyneth è guarita da una forma molto grave di rachitismo. E ci sono volute davvero tutta la sua pazienza e la sua tenacia.
Poi un giorno del 1952 il coreografo Micheal Kidd, arrivato da pochissimo a Hollywood per preparare, insieme a Fred Astaire, i numeri di danza di The Bandwagon, la nota e le propone un ruolo nel prossimo musical di Broadway di cui sta preparando i balletti, Can-Can, con le canzoni scritte da Cole Porter. Gwyneth - che adesso si fa chiamare Gwen - sarà Claudine, la seconda protagonista femminile, mentre la cantante e ballerina francese Lilo sarà la vedette. Nelle anteprime che precedono il debutto a Broadway tutti i critici esaltano l'interpretazione di Gwen nel balletto The Garden of Eden. Lilo è furiosa, pretende che tutti gli altri numeri di Gwen siano tagliati: dopo il Giardino dell'Eden quella strega dai capelli rossi non dovrà più tornare in scena. Gwen a quel punto decide di lasciare lo spettacolo, ma non può permetterselo: è solo una ballerina sconosciuta, una delle tante a Broadway. Il 7 maggio lo spettacolo finalmente debutta allo Shubert Theatre. Gwen fa il suo numero e torna in camerino per cambiarsi e tornare in albergo: il pubblico la adora, applaude, la chiama alla ribalta, Gwen arriva con indosso solo un asciugamano. Ottiene un consistente aumento di stipendio e il suo primo Tony.

Beulah May - nata il 18 novembre 1899 a Owensboro nel Kentucky - sogna di lasciare quella cittadina in cui quasi tutti lavorano nelle distillerie, per andare in una grande città. Beulah si convince ben presto che il matrimonio sia l'unico modo per realizzare questo sogno. E così a diciott'anni sposa il tipografo Perry Stephens, che però non dimostra alcuna ambizione: a lui piace vivere a Owensboro. Beulah divorzia e quando incontra il meccanico Albert Annan capisce che invece questa volta ce la può fare: Al si è innamorato di lei e soprattutto la vuole portare a Chicago. I due partono e il 29 marzo 1920 si sposano nella città del vento. 
Al lavora in un garage e Beulah fa la contabile in una grande lavanderia: non è esattamente quello che aveva sognato. E proprio nella lavanderia incontra Harry Kalstedt e i due cominciano una relazione. La sera del 3 aprile 1924 Al sta lavorando quando riceve una telefonata concitata della moglie: deve tornare subito, un uomo è entrato in casa, ha cercato di violentarla e lei lo ha ucciso. Quell'uomo naturalmente è Harry.

Maurine Dallas è nata certamente il 27 luglio. Ma gran parte dei registri dello Stato del Kentucky della fine dell'Ottocento sono andati perduti. Forse è nata a Louisville o forse a Lexington; forse nel 1896 o forse uno o due anni dopo. Certamente Maurine è una studentessa brillante: si diploma con i migliori voti della sua classe al Butler College di Indianapolis e viene ammessa al Radcliffe, la "succursale" femminile di Harvard. Al prestigioso college del Massachusetts infatti l'ammissione è aperta solo ai ragazzi e quindi le ragazze si devono "accontentare" del Radcliffe, in cui però insegnano molti degli stessi professori. Comunque le ragazze possono accedere ai laboratori di Harvard. E Maurine, che da sempre ama il teatro, decide di frequentare quello di drammaturgia del professor George Pierce Baker. Baker insegna letteratura inglese, ma la sua grande passione è il teatro: fonda l'Harvard Dramatic Club e soprattutto dal 1912 al 1924 dà vita al Fortyseven workshop, dal momento che la sua classe di inglese è contrassegnata proprio da quel numero. Non riuscirà a convincere Harvard a istituire una laurea in drammaturgia e così nel 1925 si trasferirà a Yale, dove sarà tra i fondatori della Yale School of Drama. Per Maurine l'incontro con il professor Baker è fondamentale. Lui esorta i suoi allievi a cercare ispirazione nel mondo, vuole che nelle loro storie raccontino la vita vera. Maurine lo prende, forse inaspettatamente, alla lettera: nel 1923 lascia Radcliffe prima di laurearsi e decide di trasferirsi a Chicago, trova un impiego negli uffici pubblicitari della Standard Oil e all'inizio dell'anno successivo diventa cronista giudiziaria del Chicago Tribune.   

Dopo il successo di Can-Can, negli anni Cinquanta Gwen diventa una delle stelle di Broadway. Nel 1955 è Lola, la seducente e irresistibile diavolessa in Damn Yankees. Nel 1957 è Anna, una ex prostituta in New Girl in Town, un musical scritto per lei da George Abbott e Bob Merrill, basandosi su Anna Christie di Eugene O'Neill. George Abbott è una delle colonne di Broadway: ha cominciato come attore nei primi anni Dieci per poi passare alla regia e alla scrittura di soggetti e testi teatrali. Nel 1959 l'attrice è Essie in Redhead. E per ciascuno di questi ruoli vince il Tony, perché ormai whatever Gwen wants, Gwen gets.
Il coreografo di Damn Yankees è un ballerino nato a Chicago nel 1927. Per Broadway è quasi un esordiente. Finora ha fatto solo le coreografie di The Pajama Game. Bob Fosse è ambizioso e ama ballare da quando ha poco più di dieci anni. Prima della guerra si esibisce a Chicago con un suo amico, Charles Grass: sono The Riff Brothers. Dopo la guerra si trasferisce a New York: vuole essere il nuovo Fred Astaire. Jerry Lewis nota lui e la moglie in uno spettacolo al Pierre Hotel e lo chiama a Hollywood. La MGM mette sotto contratto quel ballerino molto dotato, anche se non ha davvero la faccia da sfondare nel cinema. Anche Astaire è stempiato, ma lui è il re. Bob ottiene qualche piccola parte, in cui non riesce a dimostrare quanto sia bravo. È Hortensio, uno dei pretendenti di Bianca nel film Kiss me Kate, ma su questo set ha modo di realizzare la coreografia di uno dei numeri di danza. Quello è il suo lavoro: Bob lo capisce osservando Astaire mentre prova, guidato da Micheal Kidd, il numero Girl Hunt Ballet in The Bandwagon.
A Gwen piace lo stile di quel coreografo di Chicago, è qualcosa di nuovo rispetto a quello che le hanno insegnato Cole e Kidd, c'è più sensualità, i gesti sono più stilizzati, più marcati: quella è la danza moderna. E Bob capisce subito che Gwen non è solo una ballerina, è una coreografa come lui. E insieme creano i numeri che lei eseguirà sul palco. Secondo Bob in New Girl in Town non c'è un numero di danza che esalti davvero le capacità di Gwen e così durante le prove introduce una scena in cui Anna, in sogno, ricorda la vita del bordello. Il balletto è davvero seducente, troppo seducente, tanto che la polizia di New Haven, nel Connecticut, chiude lo spettacolo. L'autore e regista George Abbott decide di togliere il numero per il debutto al 46th Street Theatre, ma dopo le prime repliche Bob e Gwen introducono di nuovo il sogno di Anna. Ormai sono una coppia, anche fuori del palcoscenico e Gwen vuole che Bob in Redhead sia non solo il coreografo, ma anche il regista. Nel 1960 Gwen e Bob si sposano.

Beulah confessa di aver ucciso Harry: non può fare altrimenti, vista l'evidenza delle prove. Il racconto di quello che è successo quella notte cambia diverse volte durante il processo. La prima versione è quella della legittima difesa, lei ha sparato a Harry perché lui la stava per violentare: però Harry se ne stava andando, quando Beulah gli spara ha già indossato cappello e cappotto. Poi c'è la versione dell'impulso di rabbia e gelosia: Harry sarebbe andato da lei per dirle che la voleva lasciare e Beulah in un momento d'ira ha preso la pistola e gli ha sparato. L'ultima versione è che quando lei gli ha detto di aspettare un bambino, lui abbia deciso di andarsene dopo una lite violenta, rifiutandosi di riconoscere quel figlio della colpa. Non sappiamo come è andata davvero, l'unica certezza è che dopo aver ferito Harry, Beulah ha messo sul piatto del suo giradischi un disco di foxtrot, e ha bevuto diversi cocktail per quattro ore, guardandolo morire.  
Ma a nessuno interessa ormai sapere la verità. Beulah è una bella ragazza, le sue foto campeggiano su tutti i giornali di Chicago. In città non si parla d'altro. E Chicago ha deciso che lei, nonostante tutto, è innocente. Anche Albert fa la sua parte, rimane accanto a Beulah per tutta la durata del dibattimento, ritira tutti i suoi soldi e si procura uno dei migliori avvocati della città che capisce subito che quel processo non si vincerà nelle aule del tribunale, ma sulle colonne dei giornali. Il pubblico ama Beulah e il 25 maggio 1924 viene assolta.

Quegli otto mesi al Tribune sono davvero intensi per Maurine. Deve scrivere necrologi, articoli sulle novità della moda, un profilo di Jane Addams e Ellen Gates Starr, le attiviste pacifiste che hanno fondato in città la Hull House, per dare assistenza alle giovani donne. Però soprattutto viene mandata in tribunale. Scrive un paio di articoli sul caso Leopold e Loeb. Nathan Freudenthal Leopold Jr. e Richard A. Loeb sono due ricchi studenti dell'Università di Chicago, che il 21 maggio 1924 uccidono il quattordicenne Bobby Franks; durante il processo motivano quel gesto dichiarando che volevano commettere il delitto perfetto. Ovviamente la vicenda richiama l'attenzione dell'opinione pubblica, anche grazie al fatto che il loro avvocato è il celebre Clarence Darrow, che, con un'arringa durata dodici ore, riesce a evitare per i due giovani la pena di morte. Nodo alla gola di Alfred Hitchcock è una delle molte opere ispirate a questo caso di cronaca. Il caso Leopold e Loeb è troppo importante per farlo seguire a quella giovane studentessa del Kentucky, a cui viene comunque chiesto di coprire altri due processi molto seguiti, quello di Beulah Sheriff Annan e quello di Belva Gaertner. 
Belva Eleanora Boosinger è nata il 14 settembre 1884 a Lichtfield, nell'Illinois. A Chicago fa la cantante nei cabaret con il nome d'arte Belle Brown. Nel 1917 sposa William Gaertner, un industriale dell'Indiana più vecchio di lei di vent'anni, ma cinque mesi dopo William chiede che il matrimonio venga annullato: sembra che il divorzio di Belva dal primo marito non sia stato registrato. Poi si sposano un'altra volta e un'altra volta si separano. L'11 marzo 1924 Walter Law viene trovato ucciso nell'auto di Belva, seduto sul sedile accanto a quello del guidatore: vicino a lui una pistola e una bottiglia di gin. La polizia rintraccia subito la donna: è a casa sua, è ancora ubriaca e indossa vestiti sporchi di sangue. Confessa che Law è il suo amante, di essere stata con lui la sera prima, ma dice di non ricordare altro. Ammette che la pistola è sua: l'ha comprata per difendersi dai ladri. Durante il processo i colleghi di Law testimoniano che Belva lo aveva già minacciato, quando lui - più giovane di lei di quasi dieci anni - ha cercato di lasciarla per tornare con la moglie e il figlio. Anche il caso di Belva accende la curiosità morbosa dei giornali e anche lei è molto bella. L'opinione pubblica assolve subito la donna: nel giugno del 1924 il tribunale ratifica una decisione presa sui giornali. Maurine intervista Belva, che dice a sua difesa: "Nessuna donna può amare un uomo abbastanza da ucciderlo. Non ne vale la pena, perché ce ne sono sempre molti di più.". Nonostante il Tribune, come gli altri sei grandi giornali della città siano schierati dalla parte di Beulah e Belva, Maurine è una delle pochissime che crede che siano colpevoli. Comunque sia adesso ha ormai abbastanza storie da raccontare, può tornare a frequentare i seminari del professor Baker.

All'inizio degli anni Settanta Gwen Verdon e Bob Fosse non sono più una coppia, non abitano più insieme e ciascuno di loro vive altre storie, anche se non divorzieranno mai. Forse tra loro due non c'è più la passione, forse neppure l'amore, ma c'è Nicole, loro figlia, e soprattutto c'è la consapevolezza che insieme possono ancora creare grandi spettacoli, li unisce certamente l'amore per la danza. Bob ha bisogno di Gwen e quando nel 1972 va a Berlino per girare Cabaret, Gwen va con lui: sarà lei a spiegare a Liza Minelli come ballare con una sedia in Mein Herr. E la figlia del regista di The Bandwagon non lo dimenticherà mai.
È Gwen che, leggendo durante le prove di Sweet Charity la commedia Chicago di Maurine Dallas Watkins, si rende conto che può diventare uno splendido musical e ne parla al marito. La scrittrice però non vuole cedere i diritti, non vuole che si raccontino di nuovo quelle storie che ormai sono state dimenticate. Forse si sente in colpa: in fondo anche i suoi articoli hanno contribuito ad assolverle, anche se colpevoli. Dopo l'ennesimo rifiuto, Bob Fosse rinuncia all'idea. Ma quando sa che la drammaturga è morta, pensa si possa ritentare. Gli eredi non hanno gli stessi scrupoli e quindi Bob Fosse, Gwen Verdon e il produttore Richard Fryer diventano i nuovi proprietari dei diritti. Bob decide immediatamente di coinvolgere Fred Ebb e John Kander, gli autori di Cabaret. Anche Bob collabora al libretto, mentre i due autori scrivono le canzoni. Accentuano i caratteri di vaudeville, rendendo ancora più evidente come la giustizia possa diventare uno spettacolo. I personaggi sono ancora più caricaturali di quelli di Watkins e la denuncia ancora più netta.
Chicago: A Musical Vaudeville debutta il 3 giugno 1975 al 46th Street Theatre. Naturalmente Gwen Verdon è Roxie Hart, mentre Chita Rivera è Velma Kelly e Jerry Orbach l'avvocato Billy Flynn. Chita è una delle grandissime di Broadway: è stata la prima Anita di West Side Story; dieci volte nominata al Tony e tre vittorie. Jerry ha debuttato a Broadway nella prima edizione di The Threepenny Opera e avrà una lunga e fortunata carriera a teatro, al cinema e in televisione: sarà il detective Lenny Briscoe in quasi trecento episodi di Law & Order. Un grande regista e coreografo, un magnifico cast, splendide canzoni: Chicago dovrebbe essere un successo, ma non è così. Quell'anno esce anche A Chorus Line e sia il pubblico che la critica preferisce decisamente il musical scritto da Marvin Hamlisch e Edward Kleban, che vince ben nove Tony, mentre Chicago nemmeno uno. Un critico definisce lo spettacolo "cinico e sovversivo", probabilmente ha ragione, ma è anche la ragione per cui poi sarebbe stato così amato. Inoltre a fine luglio Gwen deve essere operata alla gola, il produttore pensa che a quel punto sia meglio chiudere lo spettacolo: Liza Minnelli si offre di sostituire l'amica e dall'8 agosto al 13 settembre interpreta Roxie. Le repliche sono in tutto 936: alla fine, grazie anche all'intervento della Minelli, non è un fiasco, ma neppure il successo sperato. 
Per Gwen quello di Roxie sarà l'ultima interpretazione a Broadway. Si dedicherà al cinema: sarà Tish Dwyer in The Cotton Club di Francis Ford Coppola, la madre di Alice nel film di Woody Allen, la zia di Meryl Streep e Diane Keaton in La stanza di Marvin. Sono piccoli ruoli che Gwen illumina con la sua bravura. Poi continua ad aiutare Bob. Collabora alle coreografie del musical Dancin' e del film autobiografico All That Jazz del 1979. In quel film Leland Palmer interpreta un personaggio basato essenzialmente su di lei. E continua a fare quello che ha sempre fatto, insegna a ballare. Anche alla nuova compagna di Bob, Ann Reiking. Quando Bob Fosse muore nel 1987, è naturalmente Gwen che ne cura l'eredità artistica.

Il giorno successivo all'assoluzione Beulah Annan annuncia che intende lasciare il povero Al. Dichiarerà poi che è stato a lui ad abbandonarla. Nel 1927 sposa un pugile, Edward Harlib, che lascia dopo tre mesi, accusandolo di essere violento. Nell'accordo di divorzio Beulah ottiene cinquemila dollari. Ma ormai il pubblico si sta dimenticando di lei. Il 10 marzo 1928, a soli ventotto anni, muore di tubercolesi al Chicago Fresh Air Sanatorium, dove è stata ricoverata con il nome Beulah Stephens. La salma viene riportata nel Kentucky. La sua lapide, nel cimitero della chiesa presbiteriana di Mount Pleasant Cumberland, ha la data di morte sbagliata.

Maurine Watkins deve iscriversi a Yale, perché è in quel college che il professor Baker ha portato i suoi corsi di drammaturgia. E come primo esercizio di uno dei laboratori scrive una commedia in cui racconta la vicenda di due donne che vengono assolte nonostante abbiano commesso un omicidio. Beulah Annan diventa Roxie Hart, mentre Belva Gaertner Velma Kelly, Albert Annan diventa Amos Hart, mentre gli avvocati difensori vengono combinati nel personaggio Billy Flynn. Il copione arriva a un produttore di Broadway che decide di mettere in scena quella commedia. La stella Jeanne Eagels, che dopo aver esordito come una ballerina di Ziegfeld è diventata una famosa attrice teatrale e dei primi anni del cinema sonoro, viene ingaggiata per il ruolo di Roxie Hart. Jeanne pretende il licenziamento del regista Sam Forrest, che viene sostituito da un giovane George Abbott, all'inizio della sua lunga carriera. Nonostante questo l'attrice lascia la commedia durante le prove e viene frettolosamente rimpiazzata da Francine Larrimore. Chicago debutta a Broadway ed è un successo: rimane in cartellone per 172 repliche e subito dopo inizia la tournée negli Stati Uniti, con un allora sconosciuto Clark Gable nel ruolo di Amos. Nel 1927 Cecil B. DeMille produce un film muto in cui Roxie è Phyllis Haver, una attrice del Kansas che ha debuttato nel cinema come una delle Sennett Bathing Beauties, le belle ragazze che in "scandalosi" costumi da bagno dell'epoca, girano brevi cortometraggi che precedevano i film. Nel 1942 questa storia diventa un film dal titolo Roxie Hart, con protagonista Ginger Rogers. Ma è già in vigore il Codice Hays e quindi la storia è completamente riscritta: in questa versione Roxie non ha ucciso nessuno, ma dice di averlo fatto solo per per farsi pubblicità.
Maurine scrive altre venti opere teatrali, ma nessuna ha il successo di Chicago. Si trasferisce a Hollywood e scrive sceneggiature: la migliore è quella del film del 1936 La donna del giorno con William Powell e Myrna Loy. Il suo stile appare troppo datato e le sue sceneggiature vengono via via scartate. Nel 1941 si trasferisce in Florida, in fondo Chicago l'ha resa milionaria.

Il 14 novembre 1996, al Richard Rodgers Theatre - come si chiama ormai il 46th Street theatre - va in scena una nuova produzione di Chicago. David Thompson adatta la sceneggiatura, Walter Bobbie cura la regia, mentre Ann Reinking la coreografia, cercando di rimanere il più fedele possibile allo stile di Bob Fosse e Gwen Verdon. La scenografia, scarna ed essenziale, prevede che la band sia al centro della scena, come fosse una giuria, e attorno a essa si muovono gli attori, che, quando non sono coinvolti nell'azione rimangono in scena, seduti in sedie disposte lungo il palco. Ann è Roxie, Bebe Neuwirth Velma, James Naughton Billy Flynn, mentre per la parte di Amos viene ingaggiato il grande Joel Grey. È finalmente un grande successo: i critici sono entusiasti, lo spettacolo vince sei Tony. Le repliche sono ormai più di novemila e Chicago ha il record per il revival musicale più longevo a Broadway. Un successo a cui ha contribuito il film del 2002 diretto da Rob Marshall con Renée Zellweger, Catherine Zeta Jones e Richard Gere.

Beulah non ne voleva proprio sapere di rimanere a Owensboro.
Come on, babe
Why don't we paint the town?