giovedì 30 settembre 2021

Verba volant (803): dinamite...

Dinamite
, sost. f.

Domenica 15 settembre 1963: alle 10.22 una violenta esplosione scuote il cielo di Birmingham. A dire il vero gli abitanti di quella città dell'Alabama non ci fanno troppo caso: dal 4 di quello stesso mese ci sono già stati tre attentati dinamitardi e da tempo la loro città è conosciuta in tutta l'America come "Bombingham", visto l'alto numero di attacchi contro le case dei neri a opera di esponenti del Ku Klux Klan. Ma quella mattina quindici candelotti di dinamite piazzati sotto i gradini dell'ala est della Chiesa battista della 16esima Strada provocano la morte di quattro bambine afroamericane che insieme a molti altri loro coetanei si stavano preparando per la funzione delle undici: Addie Mae Collins, Carole Rosamond Robertson e Cynthia Dionne Wesley hanno quattordici anni, mentre Carol Denise McNair ne ha soltanto undici.
La Chiesa battista della 16esima Strada è un bersaglio perché quella è la chiesa in cui predicano e operano Ralph David Abernathy, Fred Shuttlesworth e Martin Luther King jr., è da lì che quegli uomini dirigono le proteste in quella che è una delle città più razziste di tutti gli Stati Uniti. A Birmingham nessun afroamericano è nella polizia o nei vigili del fuoco, ai cittadini di colore viene impedito di registrarsi per il voto, gli attentati contro i neri sono continui, perché gli uomini del Ku Klux Klan hanno a disposizione la dinamite che viene usata per estrarre il ferro nelle miniere che rappresentano la ricchezza della città, e dove i neri fanno i lavori più duri e pericolosi. Le proteste nella comunità nera sono sempre più frequenti e di conseguenza gli arresti: anche il reverendo King viene arrestato e il 16 aprile scrive una lettera aperta proprio dal carcere della città. La Lettera dalla prigione di Birmingham è uno dei suoi testi più conosciuti. Ma in quell'anno sono le ragazze e i ragazzi neri i veri protagonisti della protesta: il 2 maggio più di mille studenti lasciano le loro scuole segregate e si riuniscono proprio alla Chiesa battista della 16esima Strada, da lì marciano verso il centro della città, decisi a incontrare il sindaco. Quel giorno vengono effettuati seicento arresti, ma le manifestazioni continuano fino al 5. La polizia non sa più dove mettere gli arrestati e l'amministrazione comunale è costretta a cedere: a partire dal 4 settembre tre scuole della città saranno aperte anche agli studenti neri. La fine del sistema delle scuole segregate scatena la reazione violenta dei bianchi, che culmina appunto nell'attentato del 15 settembre.

Quel giorno a Birmingham sono morte quattro donne, quattro giovanissime donne. Alcuni mesi dopo Nina Simone scrive una canzone che decide di intitolare proprio Four Women. Sarebbe stato semplice raccontare la storia di quelle quattro bambine, il cui sacrificio aveva comunque accelerato l'approvazione del Civil Right Act. Ma questo a Nina non basta, decide di raccontare altre quattro donne, quattro donne afroamericane. C'è "zia" Sarah, la cui schiena è piegata alla fatica, la donna costretta a fare i lavori più pesanti e umili, che è così forte da riuscire a supportare tutti i dolori subiti da lei e dalle donne come lei, c'è Saffronia, sospesa tra due mondi con la sua pelle chiara, perché suo padre è un bianco, un uomo ricco e potente, che ha abusato di sua madre, c'è Sweet Thing, bella con i capelli lisci sempre a posto, che vende il proprio corpo e conosce bene gli orrori della vita, e infine c'è Peaches, la ribelle, la donna che non riesce più ad accettare quella loro condizione di donne nere e che urla il suo nome, che diventa, alla fine del brano, una sorta di grido di guerra, perché Nina vuol essere Peaches, non vuole più arrendersi.
Prevedibilmente le radio dei bianchi non fanno passare quella canzone, troppo violenta e provocatoria: quella ragazza della Carolina ha una splendida voce, perché non continua a cantare gli standard jazz? Perché si è messa in testa di scrivere le sue canzoni? Vuol fare politica? Non dalle nostre frequenze. Ma neppure le radio delle comunità nere accettano di trasmetterla: cosa è venuto in mente a Nina? Perché non canta della voglia di riscatto? Perché continua ad alimentare quegli stereotipi, la puttana nera, la serva nera, la mulatta? Non lo farà certo dalle nostre frequenze. 
Non sentire il suo brano nelle radio, vedere i suoi dischi distrutti addolora Nina, che però va avanti: sa che quella è la canzone che doveva scrivere. L'attentato di Birmingham, la morte di quelle quattro ragazzine ha scosso profondamente Nina che ha capito che la musica che ha interpretato fino a quel momento non bastava più: deve usare la sua voce per protestare, per cambiare quello stato di cose. 
E scrive questa canzone proprio perché non ne può più di come le donne nere vengono raccontate. Four Women è un atto d'accusa contro le immagini troppo semplificate con cui le donne nere sono descritte nella cultura popolare americana, nel cinema, nelle canzoni, in televisione. La rabbia di Nina vuole combattere una cultura che presentando le donne nere come stereotipi finisce per renderle invisibili: sono donne senza nome e, se sono così,  anche la tragedia della loro morte rischia di passare sotto silenzio. Le quattro giovani donne uccise dal Ku Klux Klan a Birmingham non sono stereotipi, e per questo dobbiamo continuare a ricordare il dramma della loro morte. Nina con questa canzone dice all'America - e lo dice ancora a noi - che ogni persona vale come essere umano: le quattro giovani donne la cui vita è stata spezzata dall'attentato di Birmingham, come le quattro donne di cui parla nella canzone, di cui ricorda ossessivamente i nomi.
Ma Four Women è anche di più - ed è per questo che viene "censurata" dalle radio dei neri - è soprattutto una canzone femminista, perché zia Sarah non è solo "schiava" dei suoi padroni, ma anche di un marito, di un padre, di un fratello, che sono neri come lei - e che magari lottano per i diritti dei neri, dei maschi neri, dimenticando quelli delle donne. Perché Saffronia, con quella pelle definita sprezzantemente "gialla", è emarginata prima di tutto dalla comunità nera. Perché sono neri i clienti di Sweet Thing, sono neri quelli che vogliono possedere quella "cosa" che deve avere i capelli come le donne dei bianchi. E Peaches urla la sua rabbia anche contro di loro, soprattutto contro di loro, contro la loro ipocrisia, contro la loro arroganza, contro la loro violenza.
Per questo dobbiamo continuare ad ascoltare questa canzone, dobbiamo pensare a quelle quattro donne, alla loro storia, dobbiamo continuare a cantare i loro nomi.

giovedì 23 settembre 2021

Verba volant (802): stella...

Stella
, sost. f.

Maxwell ha già cinquantatré anni: è troppo vecchio per potersi arruolare. Kurt ne ha solo quarantuno, ma non ha ancora la cittadinanza quando gli Stati Uniti entrano in guerra, anche se ormai lui e sua moglie vivono lì da quasi sei anni. E poi quei due non hanno proprio la stoffa dei soldati: probabilmente sarebbero ridicoli con un fucile tra le braccia. Però vogliono fare la loro parte e così si uniscono al servizio civile volontario e fanno molti turni di guardia sull'High Tor Mountain, per segnalare l'arrivo di eventuali raid aerei nemici. Gli americani temono che i tedeschi siano riusciti a progettare e costruire dei bombardieri in grado di attaccare New York e così quel servizio di sentinelle notturne che controlla la grande città sulle rive dell'Hudson viene mantenuto attivo per tutta la durata del conflitto. 
I servizi segreti probabilmente sanno che si tratta di timori infondati, ma anche quella paura serve a tenere vivo lo sforzo bellico del popolo americano. E infatti in quelle lunghe notti di attesa i due amici non avvisteranno mai un aereo mandato da Hitler. Ma hanno tutto il tempo di osservare il cielo e di raccontarsi delle storie, anche perché è questo quello che loro due sanno fare, rispettivamente con le parole e con la musica. Maxwell e Kurt, osservando il cielo stellato sopra l'oceano, immagino abbiano provato la stessa meraviglia che prova ciascuno di noi quando alza gli occhi verso l'alto durante una notte d'estate, perché non è necessario essere Kant per rimanere sopraffatti da questo incredibile spettacolo della natura. Sono tutti e due atei e vivono in un tempo in cui è sempre più difficile credere alla legge morale dentro di sé. Kurt è uno di quelli che è riuscito a fuggire, ma sa bene quello che sta succedendo agli ebrei come lui in Germania e in gran parte d'Europa. Maxwell ha scritto un dramma basato sulla storia di Sacco e Vanzetti, nelle sue opere teatrali e nei suoi articoli ha raccontato il razzismo e le ingiustizie sociali dell'America. In quel mondo, sconvolto dalle guerre, schiacciato tra Auschwitz e Hiroshima, è difficile credere in qualcosa. Forse si può credere soltanto alla bellezza delle stelle.

Credo sia proprio durante una di quelle notti che i due amici pensano di scrivere insieme un'opera sulle peregrinazioni di uno schiavo afroamericano che cerca di ritrovare la strada di casa durante la guerra di secessione. Maxwell comincia a scrivere il libretto e i testi delle canzoni, mentre Kurt abbozza le musiche di quello che nelle loro intenzioni dovrebbe intitolarsi Ulysses Africanus, perché nella storia ci sono molti riferimenti all'Odissea. Non sono soddisfatti di quel lavoro, anche se c'è una canzone che a entrambi piace molto. L'opera rimane incompiuta, ma nel 1946 la Chappell & Co. pubblica lo spartito di Lost in the Stars come canzone a sé stante, uno dei capolavori, insieme a September Song, della feconda, per quanto breve, collaborazione creativa tra il drammaturgo Maxwell Anderson e il compositore Kurt Weill.
Anche dopo che è finita la guerra, dopo aver smesso di fare le sentinelle sull'High Tor Mountain, Maxwell e Kurt continuano a raccontarsi storie e nel 1948 leggono un romanzo appena pubblicato dello scrittore sudafricano Alan Paton, intitolato Cry, the Beloved Country: è una storia di ingiustizie, in cui i buoni soccombono e vincono i cattivi, è una storia che Maxwell e Kurt conoscono bene, anche se non sono mai stati in Sudafrica. Forse non sanno esattamente cosa sia l'apartheid, ma conoscono bene l'America e il suo razzismo segregazionista, forse non sanno come può essere la condizione di un minatore nero in quel lontano paese africano, ma conoscono bene come vivono i neri nella città che hanno "protetto" durante quei lunghi turni di guardia. Così in poche settimane riescono a trarre da quel romanzo un musical che debutta al Music Box Theatre a Broadway il 30 ottobre 1949.
Il protagonista è Stephen Kumalo, un pastore anglicano di un piccolo villaggio sudafricano. Stephen è preoccupato per la sorte di suo figlio Absalom che vive a Johannesburg e decide di andare nella grande città, dove abita anche la sorella di Stephen, che vive facendo la prostituta. Il pastore vorrebbe salvare entrambi, ma arriva troppo tardi. Gertrude sta morendo e può solo affidare a Stephen suo figlio, il piccolo Alex. Absalom è in prigione, per aver ucciso durante una rapina Arthur Jarvis, un ricco bianco che si batte contro il nascente regime dell'apartheid e che è un vecchio amico di Stephen. L'uomo si rende conto che il suo arrivo è stato inutile. Alex, nella sua innocenza infantile, cerca di confortarlo: "Puoi chiedere a Dio di aiutarti. E sicuramente ti aiuterà.". Stephen ha ormai perso la fede, ha perso Gertrude, ha perso Arthur, ha perso Absalom, lui stesso si sente perduto; è convinto che Dio se ne sia andato e esprime tutta la sua amara disillusione cantando Lost in the Stars.
Todd Duncan è Stephen in quella produzione che rimane in cartellone fino a luglio del 1950. Todd era stato scelto da George Gershwin nel 1935 per interpretare Porgy ed è solo grazie alla sua resistenza che al National Theatre di Washington anche le persone di colore possono assistere allo spettacolo: Todd non accetta di salire su un palco di un teatro in cui le donne e gli uomini non possono sedere in platea. E finalmente nel 1945 è il primo cantante afroamericano a cantare alla New York Opera insieme a un cast di bianchi, quando interpreta Tonio nei Pagliacci di Leoncavallo. Todd è uno dei più grandi tenori della sua epoca, ma il colore della sua pelle è "sbagliato" e quindi la sua carriera non potrà mai essere come quella di un cantante bianco: è un altro che sa che quella piccola stella si è persa. Per sempre.
Nonostante sia stata scritta per un'altra opera, Lost in the Stars si adatta perfettamente, sia dal punto di vista musicale che da quello drammaturgico, al nuovo spettacolo. Nell'America che ha conosciuto la guerra, nonostante la soddisfazione per la vittoria, le ferite sono ancora vive, molte famiglie piangono per un soldato che è morto in Europa o sul Pacifico. I versi di quella canzone colpiscono la sensibilità del pubblico.
E continua a vivere anche fuori di quello spettacolo, che viene raramente riproposto a Broadway, perché tocca un tema, il razzismo, troppo sensibile per il pubblico americano. Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta sono tanti gli artisti che incidono la canzone di Anderson e Weill. Judy Garland la canta nel suo seguitissimo show televisivo sulla CBS, e poi i grandi crooner, da Frank Sinatra a Tony Bennett, e alcune delle regine del jazz, da Sarah Vaughan a Mahalia Jackson, e naturalmente Lotte Lenya che la incide in un album in cui interpreta i grandi successi del marito, morto il 3 aprile 1950, prima di vedere quanto la sua musica sia apprezzata in quello che alla fine è diventato, nonostante tutto, il suo paese.
Ma quei versi continuano a raccontare qualcosa anche all'America del Vietnam e perfino a quella degli anni di Reagan. La incidono nei loro dischi due attori che hanno una certa abitudine a stare in mezzo alle stelle: Leonard Nimoy e William Shatner; a dire il vero il capitano Kirk la recita, mentre Spock la canta con una bella voce blues. E poi cantanti lirici come Samuel Ramey e signore di Broadway come Patti LuPone. E molto intensa è la versione di Elvis Costello in un album del 1994 in cui tanti artisti rendono omaggio al genio di Kurt Weill.

Riascoltate Lost in the Stars, scegliete la versione che preferite - a me piace molto questa di Barbara Hannigan, accompagnata al pianoforte da Simon Rattle - fatevi trascinare dalla poesia della musica di Weill, e ascoltate con attenzione le parole di Maxwell Anderson, perché questa è anche la "nostra" canzone, persi tra la pandemia e le guerre, in mezzo a una imminente catastrofe ambientale. 
Può essere cantata come un inno o come una ninnananna. È come una specie di fiabesca cosmogonia: Dio, prima di creare l'acqua e la terra, tiene tra le mani le stelle, ma una di queste, una delle più piccole, scivola tra le sue dita. Il Creatore, dopo averla a lungo cercata, finalmente ritrova quella piccola stella e promette che se ne prenderà cura e che farà in modo che non possa perdersi di nuovo. Ma chi canta questa struggente canzone, che non offre la speranza di un inno né regala la tranquillità di una nenia, spiega che ormai Dio si è dimenticato di quella promessa e gli uomini se ne stanno persi tra le stelle, piccole e grandi, sparse nel vento della notte. 
È quello che noi sentiamo ogni momento, osservando le stelle del cielo, mentre aspettiamo un aereo che non arriverà.

sabato 7 agosto 2021

Verba volant (801): ritirarsi...

Ritirarsi
, v. int.

Nessun mortale corre più veloce di Atalanta, nessun mortale scaglia il giavellotto più lontano di lei, nessun mortale ha il suo coraggio e la sua abilità nella battute di caccia. Quando qualcuno le vuole fare un complimento, immancabilmente le dice che sa cacciare e combattere come un uomo. E lei si arrabbia, perché ad Atalanta non interessa essere come un uomo: vuole essere una donna, una donna libera di decidere della propria vita. 

Quando al re Iaso viene annunciato che la sua sposa ha dato alla luce una bambina, l'uomo si dispera. Tutte le sue speranze si sono infrante: vuole un maschio che possa dar lustro alla sua casata, magari ai giochi olimpici. Invece è arrivata quell'inutile bambina. Il re è furioso, non vuole avere quella femmina tra i piedi: una bocca in più da sfamare e soprattutto una dote principesca da pagare. Senza neppure essere lavata, la neonata viene consegnata a uno dei suoi servi affinché la porti in mezzo ai boschi del monte Pelio. Se vorranno gli dei potranno salvarla: quella bambina non è più un problema suo.
Un'orsa sente i vagiti della neonata, la raccoglie, la scalda, la lava, la allatta. Per qualche giorno l'animale si prende cura di quella strana cucciola senza peli, ma capisce che quella creatura non può crescere insieme a lei. C'è una coppia di vecchi pastori che vivono in mezzo al bosco: quella bambina è della loro stessa razza, sapranno cosa fare. E l'orsa sa che sono due brave persone, non hanno mai cercato di ucciderla, ma anzi le lasciano del cibo per l'inverno. L'uomo e la donna si meravigliano di trovare una neonata davanti alla porta della loro umile casa: è un dono del cielo e allevano quella bambina come fosse la loro figlia. E Atalanta cresce, bellissima, in mezzo a quei boschi, corre, va a caccia, diventa abilissima in questa attività. 
La fama di quella vergine cacciatrice comincia a diffondersi tra le città greche. E così quando Giasone raccoglie i migliori guerrieri per la sua spedizione contro la Colchide, chiama anche lei, l'unica donna tra i cinquanta guerrieri che salpano da Iolco sulla nave Argo. Molti di quei re arroganti guardano con malcelato fastidio a questa decisione di Giasone: le donne devono stare al loro posto, a casa, non possono mettersi in mente di combattere a fianco degli uomini. In una guerra le donne devono essere il bottino. Invece Atalanta è capace di combattere, anzi è brava più di molti di loro, e non sono poche le volte che il suo intervento è risolutivo. E questo non fa che accrescere la loro rabbia.
La spedizione dei guerrieri greci è un successo - peraltro solo grazie all'intervento di un'altra donna, Medea - e la fama di Atalanta comincia a diffondersi tra le città elleniche. I rapsodi raccontano le sue gesta, e non c'è neppure bisogno di inventarsi delle storie, come devono fare con gli altri eroi: con Atalanta è sufficiente dire la verità. La giovane cacciatrice è contenta di questa attenzioni, anche se si infastidisce quando dicono che sarà la prossima Teseo o la futura Eracle. "Io sono la prima Atalanta", ribatte con giustificato orgoglio.
Quando il re di Calidone deve organizzare una grande battuta di caccia per uccidere l'enorme cinghiale che terrorizza i contadini e devasta le campagne circostanti, anche Atalanta chiede di partecipare. E anche questa volta re e principi non vogliono che una femmina si intrometta: arrivano perfino a rifiutarsi di prendere parte alla caccia, se il principe Meleagro si ostina a volere che quella bastarda partecipi alla battuta. Lui però non cede. Altri due cacciatori tentano di violentare la ragazza - che impari a stare al suo posto - ma Atalanta sa difendersi, la sua vendetta è terribile e finiscono entrambi uccisi. Alla fine la caccia ha successo, grazie ad Atalanta che riesce a colpire per prima l'animale, indebolendolo abbastanza da farlo uccidere dagli altri partecipanti alla battuta. Meleagro riconosce che senza di lei non ce l'avrebbero fatta e così le assegna il premio più ambito: la pelle della bestia uccisa. Ma anche questo non fa che crescere il risentimento degli altri nobili cacciatori.
Ormai la fama di Atalanta non conosce confini e il re Iaso decide di riconoscere la figlia, perché le sue imprese possono portare lustro alla casata e al regno. Atalanta torna a casa e perdona la sua famiglia, ma la fiducia verso il padre si rivela mal riposta. Il re vuole che Atalanta si sposi: serve un uomo per continuare la dinastia. A lei gli uomini non interessano, vuole continuare a essere libera: il matrimonio non fa per lei. Il padre insiste. Atalanta cede, ma pone una condizione: sposerà il pretendente che riuscirà a sconfiggerla in una gara di corsa. Nonostante arrivino da tutta la Grecia per tentare l'impresa, allettati dalla ricca dote, dal trono e dalla gloria, nessuno riesce a sconfiggere Atalanta nella corsa. 
Un giorno arriva dalla Beozia il giovane Melanione che accetta la sfida perché è innamorato di Atalanta. E la ragazza rimane colpita dall'amore di quel pretendente. Comincia la gara, Atalanta si rende subito conto che può facilmente sconfiggerlo, e allora, inaspettatamente, decide di rallentare. Melanione corre più veloce che può e quando arriva al traguardo non riesce a credere di non trovare già lì Atalanta. Si gira ed eccola: corre piano, quasi cammina e, bella come non mai, lo raggiunge sulla linea d'arrivo. Il pubblico che assiste a quella sfida rumoreggia, la criticano per essersi ritirata, gli stessi che per anni l'hanno considerata una "diversa". I rapsodi sono i più accaniti contro di lei: doveva continuare a correre, doveva sconfiggere tutti i pretendenti, doveva dimostrare di essere la più forte. Ma cosa le è preso? Si vede che è una bastarda che non ha a cuore l'orgoglio della sua città. 
Ad Atalanta quelle critiche fanno male, anche se c'è ormai abituata: lei non è mai abbastanza, lei è sempre una donna. Ma in questo momento della sua vita lei sa che c'è qualcosa di più importante che vincere, e fa quello che ha sempre fatto: decide lei cosa fare, cosa diventare, cosa essere. Decide di essere Atalanta.

lunedì 26 luglio 2021

Considerazioni libere (428): a proposito di una sconfitta...

Riconosco di essere stato fortunato, ma devo dire una cosa che credo di aver già scritto e detto diverse volte: io ho conosciuto un mondo diverso. Eppure non sono così vecchio - anche se ho il vezzo di dire di essere un figlio del secolo scorso. Io ho conosciuto un mondo che di fronte a un'emergenza come quella che stiamo vivendo avrebbe reagito in una maniera completamente diversa. E soprattutto che di fronte alla riconosciuta necessità di avviare una campagna vaccinale di massa avrebbe dedicato ogni energia affinché questo risultato fosse raggiunto nel minor tempo possibile. Io ho conosciuto un mondo in cui i partiti, le associazioni, le parrocchie, i sindacati - insomma i corpi intermedi, come dicevamo una volta - si sarebbero mobilitati, anche in uno spirito di competizione, per fare in modo che tutti potessero vaccinarsi. Ho conosciuto un mondo in cui non sarebbe stato necessario il green pass, che non è un mezzo di schedatura nazista, come tanti cretini dicono, ma è certamente il segno di una sconfitta, perché l'unico modo che questo paese ha per costringere la persone a vaccinarsi è il ricatto: se non ti vaccini non vai allo stadio, se non ti vaccini non vai in vacanza, se non ti vaccini non vai in pizzeria. 
Ne avevo un sospetto, per quel poco che mi lascio raccontare da Zaira, ma dal momento che non ho praticamente nessuna vita sociale né leggo i giornali o vedo la televisione, né guardo le bacheche dei miei "amici" su Facebook, non mi ero reso conto fino in fondo del grado di abbruttimento sociale e civile che c'è attorno a questo tema. Che è tanto più sorprendente perché è una cosa che ci dovrebbe unire: perché uno non si vaccina per se stesso, ma lo fa inevitabilmente per gli altri, soprattutto per quelli che, per motivi di salute non possono farlo. L'immunità di gregge è proprio questo: vaccinarsi in moltissimi affinché chi non può farlo goda della stessa protezione che abbiamo noi che invece possiamo vaccinarci. Ed è il modo in cui abbiamo debellato tante malattie e l'unico modo in cui per ora possiamo combattere questa nuova, e le future che verranno. O che sono già arrivate. Quando ho scritto sui social, invece delle solite mie storie sui film in bianco e nero e sui musical di Broadway, che la vera libertà non è quella di non vaccinarsi, ma appunto quella di aiutare gli altri facendolo, si è scatenato un putiferio. Ho scritto che parlare di "dittatura sanitaria" è una castroneria, e l'ho voluto scrivere non a caso il 25 luglio, perché quella era una vera dittatura. Ammetto di essere stato anch'io cattivo, perché pensavo di parlare contro miei nemici storici, fascisti e compagnia cantante, con cui sapete che non ho pazienza né voglia di parlare, invece ho scoperto che c'è non solo una differenza politica, ma antropologica. E che la distinzione non è per forza di cose ideologica. Anzi. Ormai è così radicata la sfiducia verso tutti, è così entrato nelle viscere un individualismo violento, che non si è disposti a ascoltare una elementare regola di buon senso. 
Questo l'ho certamente già scritto, ma lo ripeto. Una cinquantina d'anni fa - ma sembra che sia passato molto più tempo - i miei genitori non si sono posti il tema se vaccinarmi o meno. Per quelli della loro generazione il vaccino non era solo un obbligo sanitario, ma in qualche modo una conquista sociale, il segno che il mondo stava cambiando, in meglio. La possibilità che tutti i bambini venissero vaccinati rappresentava una conquista, perché questo avrebbe significato debellare una serie di malattie, per cui molti, troppi, bambini loro coetanei erano morti. C'era probabilmente un'ingenuità eccessiva in questo affidarsi alla magnifiche sorti e progressive della scienza, così come era a volte mal riposta la fiducia che avevano comunque per il medico, che era uno che aveva studiato e quindi aveva più ragione di loro, che invece non avevano studiato. E infatti uno dei loro principali obiettivi era che noi studiassimo, che diventassimo anche noi dottori. E giustamente noi adesso siamo più attenti e critici, ma la possibilità che tutti i bambini - e gli adulti come in questo caso - siano vaccinati è ancora una conquista sociale e di progresso. 
Sconfiggere le malattie, così come il curare tutte le persone allo stesso modo, è un obiettivo socialista, se questa parola avesse ancora un senso. Ma mi sono accorto che ormai non l'ha più. E allora se il mondo in cui viviamo è questo, anch'io mi vaccino solo per proteggere me e mia moglie. Ma questa è una sconfitta.

domenica 11 luglio 2021

Verba volant (800): balletto...

Balletto, sost. m.

Nello studio della sua casa al 1260 di Wetherly Drive, in quel mattino di maggio, Igor Stravinsky legge per la seconda volta la lettera che gli è arrivata il giorno prima da New York: conosce molto meglio il francese rispetto all'inglese e vuole capire bene i termini di quella inusuale proposta di lavoro. L'ha scritta un tale che si firma Billy Rose e che il compositore russo non ha mai sentito nominare. Produce spettacoli a Broadway, ma Stravinsky non conosce nessuno dei titoli citati nella lunga missiva. Dice che nel suo prossimo musical vuole inserire una suite di balletto e chiede a lui di scriverne la musica. Non c'è un argomento, non c'è una storia, il Maestro sarà assolutamente libero: il signor Rose gli dice che può scrivere qualunque cosa voglia. Chiede solo che sia "musica classica". Scrive che nello spettacolo ci sarà sia la musica moderna che quella classica: e che ha già scritturato Cole Porter per la prima, adesso gli serve il meglio anche per la seconda. 
Stravinsky appoggia la lettera: è la prima volta che un produttore di Broadway gli fa una simile proposta. Naturalmente conosce le canzoni di Porter, le ascolta alla radio e gli piacciono molto. Ma fino a qual momento i suoi rapporti con quello che in America chiamano show business non sono andati molto bene. Certo la società di Disney gli ha dato cinquemila dollari per usare Le Sacre per Fantasia, facendogli capire che l'avrebbero usata comunque, perché negli Stati Uniti non vale il diritto di autore di un altro paese. Stravinsky pensa che il signor Disney sia a suo modo una persona affascinante, e forse quel film a tratti anche piacevole, ma che l'esecuzione del suo brano sia esecrabile. Anche il signor Welles è stato molto gentile con lui, quando gli ha chiesto di scrivere le musiche per Jane Eyre, ma con i produttori della 20th Century Fox non c'è stato modo di mettersi d'accordo. E anche per il film su Bernadette, dopo i primi incontri, non c'è stato nulla da fare: gli è rimasto solo l'abbozzo della musica per l'apparizione della Vergine.
E adesso c'è questo produttore di Broadway, questo Billy Rose, che ha già fatto uno spettacolo usando le musiche di Bizet, e che vuole un balletto scritto da lui. E il compenso è davvero ottimo. Stravinsky manda un telegramma al signor Rose: accetta quel lavoro. 

William Samuel Rosenberg è basso di statura, ed è dannatamente veloce. Nella sua scuola del Bronx nessuno corre come lui sulle cinquanta iarde, ma non ha certo il fisico per giocare a football. Però è anche il più veloce della sua classe di stenografia. Il suo professore è John Robert Gregg, l'inventore di un fortunato sistema per la notazione stenografica, uno dei più usati al mondo. In un concorso, usando proprio il Gregg System, riesce a scrivere sotto dettatura centocinquanta parole al minuto, usando entrambe le mani e andando avanti e indietro. E così a meno di vent'anni, questo ragazzo nato nel 1899, diventa uno dei più abili impiegati stenografici di Bernard Baruch, il "Lupo solitario" di Wall Street, ricco e temuto broker, diventato consigliere economico del presidente Wilson e capo del War Industries Board, l'organismo che deve gestire l'economia di guerra degli Stati Uniti, perché nessuno come Baruch è esperto di materie prime. William è un impiegato zelante e in breve diventa il responsabile di tutto il personale amministrativo dell'ufficio, ma ha un sogno che non si adatta alla routine di un travet: vuole sfondare a Broadway.
Durante la seconda metà dei Roaring Twenties scrive i testi di alcune canzoni di successo, ma lui vuole fare il produttore, vuole diventare come Ziegfeld. Si licenzia e diventa Billy Rose: meglio troncare quel cognome così smaccatamente ebreo. Non sarà come Ziegfeld, ma quel ragazzo dimostra subito un certo fiuto. Nel 1934 apre il suo primo locale a Broadway, la Billy Rose's Music Hall, e ingaggia una big band appena formata da un giovane clarinettista di Chicago, un tal Benny Goodman: è la prima in cui suonano insieme musicisti bianchi e neri. 
Il 16 novembre dell'anno dopo debutta all'Hippodrome il suo primo musical, Jumbo, scritto da Ben Hecht e Charles MacArthur con le canzoni di Richard Rodgers e Lorenz Hart. Il protagonista dello spettacolo è Jimmy Durante, mentre Paul Whitman, il "re del jazz", dirige l'orchestra. Solo all'Hippodrome si può fare uno spettacolo del genere, ambientato in un circo: e infatti sul palcoscenico viene montato un vero chapiteau e ci sono gli elefanti, i trapezisti, i leoni, i clown, i cavalli. Un vero e proprio circo, con Jimmy Durante che canta e che ogni sera fa un numero in cui l'elefante gli appoggia la zampa sulla testa. E Billy si gode lo spettacolo. Per sé riserva una poltrona in platea e anche il posto davanti: non vuole che qualcuno di quelli "alti" gli impedisca di vedere il suo varietà.
Ormai Billy è l'uomo dei grandi spettacoli, fatti per sorprendere il pubblico. Nel 1936, per festeggiare il centenario della nascita del Texas, organizza a Forth Worth uno spettacolo intitolato The Show of Shows al teatro Casa Mañana, che ha il palcoscenico girevole più grande del mondo. La star è la ballerina di burlesque Sally Rand. Nel '37 per l'Esposizione dei Grandi Laghi a Cleveland inventa il Billy Rose's Aquacade, in cui da un anfiteatro di undicimila posti a sedere si assiste a uno spettacolo che si svolge in un'enorme piscina e su un palco di sessanta metri che il pubblico vede attraverso una cortina d'acqua alta dodici, come una specie di enorme acquario. I protagonisti dello show sono Johnny Weismuller, il campione olimpico di nuoto a Parigi e Amsterdam e il Tarzan dei fortunati film della Metro, e la bellissima Eleonor Holm, anche lei campionessa olimpica di nuoto a Los Angeles e compagna di Tarzan nella versione decisamente meno popolare della 20th Century Fox, quella con Glenn Morris, medaglia d'oro nel decathlon a Berlino.
Il mondo di Broadway osserva con una certa aria di sufficienza questi successi in provincia di Billy Rose, che, proprio come Ziegfeld, vuole sempre che il suo nome sia nei titoli dei suoi spettacoli. A New York è più famoso per essere il marito di Fanny Brice. Fanny è, insieme a Lillian Lorraine, una delle indiscusse regine delle Ziegfeld Follies: partecipa alle riviste dal 1910 al '23. Fanny non è bella come Lillian, non ha il naso e la bocca di una Gibson Girl, ma ha una grande voce e soprattutto è molto simpatica, sa prendere in giro quel suo corpo lungo e con poche curve e quel naso troppo grosso: il pubblico la adora. Su Fanny negli anni Sessanta Jule Style e Bob Merrill scriveranno il musical Funny Girl con una strepitosa Barbra Streisand. Immagino ricorderete il film, ovviamente sempre con la Streisand, diretto nel '68 da William Wyler. Funny Girl racconta la prima parte della carriera di quella ragazza dall'aria buffa, con un impeccabile Walter Pidgeon nel ruolo di Florenz Ziegfeld. Meno riuscito è il sequel del 1975, diretto da Herbert Ross, intitolato Funny Lady, in cui si racconta la seconda parte della carriera della cantante, quella in cui la sua vita si intreccia con quella di Billy, interpretato dal decisamente troppo alto James Caan.
Billy continua comunque a fare i suoi spettacoli. Aquacade è una delle attrazioni della Fiera mondiale di New York del 1939, quella che ha come slogan: The World of Tomorrow. La Fiera viene inaugurata il 30 aprile: "domani" ci sarebbero state Danzica e Pearl Harbour. Il pubblico comunque fa la fila a Flushing Meadows per vedere le ballerine nuotatrici, tra cui la debuttante Esther Williams e Gertrude Ederle, del Queens, che è stata la prima donna a percorrere a nuoto il canale della Manica. 
Alla fine degli anni Trenta Billy gestisce un nuovo nightclub, il Billy Rose's Diamond Horseshoe, nel piano interrato del Paramount Hotel a Times Square. E continua a fare il vaudeville, anche se ormai i gusti del pubblico stanno cambiando, ma le ballerine di Billy sono sempre le più belle di tutta New York. E quelle con le gambe più lunghe. Ha bisogno di un coreografo e gli consigliano di scritturare un giovane ballerino di Pittsburgh. Billy ha qualche dubbio, quel ragazzo è troppo elegante, non gli sembra adatto a far ballare "tette e culi", ma poi capisce che si tratta di un grande talento: è così che Gene Kelly viene assunto al Diamond Horseshoe.
Nel 1943 Billy ha finalmente l'occasione per realizzare uno spettacolo diverso dalle riviste che ha allestito fino a quel momento. Il librettista Oscar Hammerstein II è affascinato dalla storia di Carmen e ha scritto un nuovo libretto, utilizzando le musiche composte da Georges Bizet. Carmen Jones, come si intitola l'opera, è ambientata durante la seconda guerra mondiale - Carmen lavora in una fabbrica di paracaduti - e dovrà essere interpretata da un cast composto solo da afroamericani. Hammerstein non trova un produttore e alla fine si rivolge, senza molte speranze, a Billy Rose. Si tratta evidentemente di una grande sfida, ma Billy capisce che è il suo momento, come è successo a Ziegfeld nel 1927 con Show Boat: è la sua occasione per entrare finalmente nella storia del teatro musicale. Billy ha ragione: Carmen Jones, con un cast tutto al debutto, è un successo. Finalmente i grandi giornali di New York parlano con rispetto del "piccolo" Billy, che nel frattempo ha divorziato da Fanny e si è sposato con Eleonor Holm. 
Però Billy ama la rivista e l'anno successivo vuole tornare a fare uno spettacolo che possa avere il suo nome. E poi adesso è lui che gestisce lo storico Ziegfeld Theater al 1341 della Sesta Avenue, il "tempio" delle Follies, che gli eredi di Ziegfeld, a causa della crisi del vaudeville e del burlesque, hanno trasformato in un cinema. Adesso è lui il "re della rivista". Billy ha un'idea: il suo prossimo spettacolo deve essere un omaggio alle sette arti. Ha già il titolo: The Billy Rose's Seven Lively Arts. Per il libretto chiama due tra i più prolifici e famosi autori di Broadway, George Kauffam e Ben Hecht. Le canzoni saranno di Cole Porter. Ma non basta. A Billy serve un brano di musica classica, una cosa come quelle che si ascoltano solo al Metropolitan: a Billy serve Stravinsky.

Stravinsky ha cinquantotto anni quando, alla fine di settembre del 1939, sbarca a New York per tenere un ciclo di conferenze ad Harvard. È il compositore che ha inventato la musica del nuovo secolo, il suo nome è conosciuto in tutto il mondo. Poi Hitler occupa Parigi e Stravinsky non può che rimanere in America, dove lo raggiunge anche Vera de Bosset. Dopo qualche mese la coppia si trasferisce in California, a Hollywood, perché Igor ha bisogno di caldo. E la sua casa diventa il centro di una rete di artisti e intellettuali. 
Ovviamente Billy conosce la musica di Stravinsky: anche lui è andato a vedere Fantasia. E se Stravinsky va bene per Disney, può andare bene anche per Billy Rose. E ha letto sui giornali quello che è successo al Maestro a Boston a metà di gennaio del '44. La polizia lo voleva addirittura arrestare perché avrebbe introdotto un accordo di settima dominante in un suo arrangiamento di Star-Splangled Banner. Poi si sono limitati a una multa e comunque si sono sbagliati, perché la legge vieta di usare l'inno come musica da ballo, non di cambiare l'arrangiamento. 
Comunque sia, Billy pensa che sia una fortuna che Stravinsky abbia accettato di scrivere un balletto per Seven Lively Arts.  

La composizione della suite procede veloce. Maurice Abravanel ha chiesto a Stravinsky di semplificare il più possibile la partitura: i musicisti che la suoneranno sono ottimi professionisti, ma sono abituati allo swing e non alla musica sinfonica. Il compositore russo è contento quando il signor Rose gli scrive che sarà proprio Maurice a dirigere l'orchestra durante il balletto. Lo ha conosciuto a Losanna, prima della Grande guerra, quando era poco più di un bambino, a casa degli Ansermet. Anche lui è in America dal '36: ormai loro possono vivere solo lì. 
Stravinsky conosce bene anche Alicia Markova e Anton Dolin, i ballerini inglesi ingaggiati dal signor Rose per eseguire il balletto. E Anton curerà anche la coreografia. Li ha incontrati entrambi a Parigi alla "corte" di Diaghilev, lei si chiamava ancora Lilian Alicia Marks. Sono tra i ballerini più famosi del mondo e adesso, emigrati anche loro in America, hanno ricreato lì la compagnia dei Ballets Russes. 

Billy Rose vuole davvero il meglio per il suo spettacolo. Certo adesso, a dieci anni da quel primo contratto alla Billy Rose's Music Hall, è molto più costoso ingaggiare la big band di Benny Goodman. Il 16 gennaio 1938 si è esibito alla Carnegie Hall, in un concerto che ha fatto la storia: la prima volta in cui lo swing entra in una delle grandi sale della musica classica. Nonostante tutto, Billy vuole tornare a lavorare con Goodman e sarà proprio il grande clarinettista a suonare le canzoni scritte da Cole Porter.
I protagonisti saranno Bert Lahr e Beatrice Lillie. Bert è un buon cantante, è un attore estremamente capace, ma soprattutto è un comico: una presenza costante nel vaudeville e nel teatro di varietà americano per almeno tre decenni. Anche se per il pubblico del 1944 - così come per noi - Bert Lahr è il Leone codardo della versione cinematografica del Mago di Oz, il film del 1939 diretto da Victor Fleming. E Lahr nel film è l'unico dei tre compagni d'avventura di Dorothy a cantare due canzoni da solista. E pensare che Bert non è stato la prima scelta della Metro: il produttore Mervyn LeRoy vorrebbe usare Leo, ossia il leone della Metro, quello che ruggisce prima di ogni loro film, doppiato da un attore per i dialoghi. Leo però non si dimostra particolarmente disposto ad accettare lunghe sedute di addestramento né gli altri attori sono contenti di recitare accanto a un vero leone. E così viene scelto Bert, anche se spesso la sua presenza costringe a girare più volte le scene perché i suoi colleghi, e specialmente Judy Garland, non resistono alla sua simpatia e scoppiano a ridere durante le riprese.
In The Show Is On, una divertente rivista che ha debuttato il 25 dicembre 1936 al Winter Garden Theater, con la regia di Vincente Minnelli, Bert Lahr ha già recitato a fianco di Beatrice Lillie: la coppia funziona. Beatrice è nata a Toronto e comincia la sua carriera, ancora bambina, nel West End. Partecipa, come la sua amica Gertrude Lawrence, alle riviste prodotte da André Charlot, che porta quelle due ragazze anche a Broadway. Beatrice è la protagonista di spettacoli teatrali a Londra, specialmente le commedie di Noel Coward, e di riviste a Broadway, anche se non è la classica bellezza alla Ziegfeld. Allo scoppio della seconda guerra mondiale è attivissima nell'organizzare spettacoli per le truppe, si esibisce di continuo, girando da una base all'altra, ovunque si combatta. Nel 1942 riceve la notizia che il figlio, ufficiale della marina britannica, è stato ucciso in azione a Ceylon: lei sta per cominciare uno dei suoi spettacoli per le truppe, le chiedono se vuole rinunciare. "Piangerò domani" risponde e regala canzoni e battute di spirito a quei ragazzi, come ha sempre fatto.
Poi naturalmente Billy ha bisogno di ballerine, le più belle in circolazione, perché nei suoi spettacoli non possono mai mancare. E sono splendide anche le tre cantanti principali, quelle a cui sono affidate le canzoni di Porter. Nam Wynn, oltre a essere spesso in radio e sui palcoscenici del vaudeville, negli anni Quaranta è la "voce" di Rita Hayworth, nei numeri in cui l'attrice deve cantare. Dolores Gray è una delle giovani che Billy Rose ha fatto debuttare, intuendone il talento: la sua lunga carriera tra Broadway e il West End culminerà con un Tony per Carnival in Flanders nel 1954. Anche per Mary LaRoche questo è uno dei primi ruoli importanti, anche se la sua carriera si svolgerà per lo più tra il cinema e la televisione: appare in ben cinque episodi delle serie storiche di Perry Mason, interpretando sempre ruoli diversi - e per due volte è l'assassina. Cole Porter non è particolarmente in vena quando scrive le canzoni per lo spettacolo di Billy. Solo una è memorabile e diventa uno standard, Ev'ry Time We Say Goodbye, ed è Nam che la canta, in un'interpretazione di cui purtroppo non ci rimane traccia.

Siamo ormai a metà agosto. Il signor Rose chiede a Stravinsky come sta procedendo il lavoro. Per debuttare a Broadway all'inizio di dicembre, come lui ha previsto, occorre fare le anteprime a novembre e preparare le coreografie e fare le prove. Il tempo ormai comincia a essere sempre meno. Stravinsky lavora alacremente, anche se non è del tutto soddisfatto di quello che ha scritto fino a quel momento. Il Maestro in quei giorni di agosto ascolta quello che sta succedendo in Francia. Il 15 comincia l'insurrezione dei lavoratori di Parigi, gli scioperi si susseguono giorno dopo giorno, il 19 i partigiani combattono contro i tedeschi all'interno della città, mentre le truppe americane avanzano sempre più velocemente da nord. I soldati tedeschi cominciano la ritirata. Il 23 agosto Stravinsky esultante conclude la nona parte della suite, intitolata Apoteosi. Sulla partitura scrive: Paris n'est plus aux allemands

Billy vuole proprio stupire il suo pubblico. In occasione della Fiera di New York ha conosciuto questo bizzarro pittore spagnolo, un surrealista, uno che in Francia ha lavorato anche per il cinema, e gli chiede di dipingere sette grandi tele che saranno esposte nel foyer. Salvador Dalì dipinge i sette quadri in una stanza dello Ziegfeld Theatre, dove sono poi rimasti esposti per dieci anni.

Il 24 novembre 1944, al Forest Theater di Philadelphia va in scena l'anteprima di Billy Rose's Seven Lively Arts. Il signor Rose invia al compositore un telegramma: your music great success stop could be sensational success if you would authorise robert russell bennett retouch orchestration stop bennett orchestrates even the works of cole porter. Stravinsky risponde immediatamente: satisfied with great success.

Il 7 dicembre lo spettacolo debutta finalmente a Broadway. 

Billy Rose aspetta con ansia l'edizione del New York Times. Il critico Lewis Nichols loda Bert Lahr e soprattutto Beatrice Lillie, finalmente tornata a Broadway. Appena è entrata in scena il pubblico ha cominciato ad applaudire in maniera entusiasta, non lasciandole neppure il tempo di pronunciare la sua prima battuta. Nichols dice che Benny Goodman è bravo come sempre, le ballerine sono molto belle e le cantanti seducenti, ma il suo giudizio sullo spettacolo è tranciante: "grande e sconclusionato". E aggiunge che Billy Rose ha ammucchiato tutto, manca solo il lavello della sua cucina, evidentemente perché non sa ballare e non ha belle gambe, altrimenti sarebbe stato nel cast.

Forse questa critica è ingenerosa con il povero Billy: dopo tutto il pubblico ha apprezzato Seven Lively Arts, rimasto in cartellone fino al 12 maggio del '45, per centottantatre repliche. Il problema è che il teatro musicale è ormai completamente cambiato: le riviste non funzionano più, il pubblico va a teatro a vedere una storia, in cui personaggi cantano e ballano, ma in cui deve esserci una storia. Nello stesso anno debuttano Mexican Hayride, con il libretto di Herbert e Dorothy Fields e la canzoni di Cole Porter, On the Town di Leonard Bernstein con il libretto di Betty Comden e Adolph Green, Sadie Thompson di Vernon Duke e Howard Dietz, basato su un racconto di William Somerset Maugham, Bloomer Girl con le musiche di Harold Arlen e i testi di Edgard "Yip" Harburg. Billy Rose è ormai un relitto del passato.

Anche Stravinsky a Hollywood aspetta l'edizione del più importante e influente giornale di New York. Il signor Rose gli ha scritto soltanto che c'è stato il tutto esaurito. Il compositore scorre veloce l'articolo, verso la fine legge questa frase: "Markova e Dolin hanno anche un paio di numeri, uno sulla musica di Stravinsky, che probabilmente non è il migliore che abbiano mai fatto". Nient'altro.

Billy non si arrende. Continua a produrre delle riviste. Nel 1959 divorzia dalla sua terza moglie - intanto ha divorziato anche da Eleonor - e finalmente apre il Billy Rose Theater, al 208 West della 41esima. Alla fine degli Sessanta è nel consiglio di amministrazione dell'American Society of Composers, Authors and Publisher. Nonostante il suo impegno, non può far nulla per impedire che in radio passi quella "spazzatura": a Billy proprio non piace il rock'n'roll.
Nel '46 pubblica la sua autobiografia, Wine, Women and Words, con la copertina disegnata dal suo amico Dalì. E il 2 giugno 1947 è sulla copertina di Time: intorno al suo ritratto ci sono, come una sorta di aureola, le gambe delle sue ballerine.

Stravinsky andrà sulla copertina di Time un anno dopo, il 26 luglio 1948. Lui e Vera, alla fine del 1945, sono diventati cittadini degli Stati Uniti. Il loro sponsor è l'attore Edward G. Robinson. Il 24 gennaio 1946 Stravinsky debutta alla Carnegie Hall, dirigendo la prima della sua Sinfonia in tre movimenti, in cui ha utilizzato anche quell'abbozzo sull'apparizione di Maria.
Probabilmente ciascuno di noi se deve associare Stravinsky a una città, pensa immediatamente a Parigi, anche perché ricordiamo le statue colorate della fontana a lui dedicata nella piazza di fronte al Beaubourg; invece è Los Angeles la città in cui è vissuto più a lungo e curiosamente non c'è una via o un monumento che lo ricordi. Bisogna andare al 6340 dell'Hollywood Boulevard e fermarsi sulla stella che il 2 agosto 1960 gli è stata dedicata nella categoria "Radio".

Scènes de ballet non è uno dei capolavori di Stravinsky, ma merita di essere ascoltato. Anni dopo dirà di questo suo lavoro: "È un pezzo d'epoca, un ritratto di Broadway negli ultimi anni della guerra. È leggerino e zuccheroso - allora potevo ancora mangiare dei dolci - ma non ne parlerò male, perfino della seconda pantomima, e comunque è tutto ben fatto".

sabato 26 giugno 2021

Storie (XXXI) "Quando facevamo le Feste dell'Unità"

Domenica 18 settembre 1977. Piove. Piove a dirotto. I miei genitori mi svegliano all’alba: dobbiamo andare a Modena, alla Festa nazionale dell’Unità. Saliamo tutti e tre sul Ford Transit grigio che di solito mio padre usa per andare al lavoro. I miei non hanno ancora comprato la Regata e quel camioncino è l’auto di famiglia. Ricordo il rumore della pioggia, amplificato dalla piccola cabina e l’odore dei sedili.

È il giorno del comizio finale, ma noi non andiamo a sentire Berlinguer. I miei genitori sono in servizio. La federazione del Pci di Modena ha chiesto aiuto a quella di Bologna e sono tanti i compagni che vanno a lavorare, per quella giornata straordinaria di mobilitazione.
Era una Festa nazionale importante, anche se naturalmente io non potevo saperlo.
Non ricordo nulla di quel giorno, se non la pioggia e i rimproveri di mia madre, che in quella confusione non voleva che mi allontanassi neppure un attimo dal carrello dove lei metteva velocemente i piatti sporchi che raccoglieva dai tavoli. Prima si sgombrava, prima altri compagni potevano mettersi a sedere. Questo è il ricordo del mio primo “nazionale”.

Martedì 3 luglio 1945. Stefano Schiapparelli, che per il partito ha l’incarico di amministratore dell’Unità, annuncia la nascita di una nuova associazione, che si chiama “Gli amici de l’Unità”, con lo scopo di sostenere, promuovere, diffondere il giornale in ogni parte d’Italia. A poche settimane dalla fine della guerra sono tante le preoccupazioni che incontrano i compagni impegnati a far vivere il giornale “che ha saputo durante tutto il periodo fascista, fra mille e mille difficoltà, nella sua veste clandestina, esercitare coraggiosamente la sua funzione nella battaglia per la liberazione del Paese”.
Come prima cosa il partito decide di organizzare le “Settimane de l’Unità”, a partire dalla fine del mese di luglio: avrebbero cominciato le compagne e i compagni del Veneto e del Friuli, per poi passare il testimone a quelli dell’Emilia-Romagna e infine a quelli della Lombardia. Il piemontese Schiapparelli, tra i primi ad aderire al Pci, esule in Francia, miliziano nella guerra civile spagnola, comandante partigiano, ha un’idea chiara, nata proprio dall’esempio dei comunisti francesi. Le Fêtes de l’Humanité sono già una tradizione del Pcf quando, con l’avvento del fascismo in Italia, tanti comunisti e antifascisti si rifugiano in quel paese. Anzi, all’interno delle Fêtes de l’Humanité, nella Parigi degli anni Trenta, vengono allestiti dagli italiani dei piccoli “stand dell’Unità”.

Le prime iniziative, in Veneto e in Friuli, le prime vere e proprie Feste dell’Unità, sono un successo. Particolarmente suggestiva è la “Parada de l’Unità” lungo il Canal Grande a Venezia. Il giornale comunista la descrive così: “Venezia ha visto per la prima volta, dopo cinque anni di scure notti tra un allarme aereo e l’altro, la sua prima notte luminosa sul Canal Grande seguendo la prima «parada» di una enorme galleggiante con una gran stella rossa, viva di luci e risuonante di musiche e canti”.
Sulla “galleggiante”, che avanza “lenta, sicura, maestosa” – il tono del giornale è un po’ enfatico – hanno preso posto un’orchestra e alcuni tra i più bei nomi della musica lirica, da Mario Del Monaco a Gina d’Este. Il concerto va avanti tutta la notte.

Dopo gli ottimi risultati in Emilia-Romagna, è la volta della Lombardia e della grandissima “Scampagnata de l’Unità”, che si svolge domenica 2 settembre 1945 a Mariano Comense.
Nel giornale si annunciano, con toni trionfalistici, “musiche, cori, danze, alberi della cuccagna, corse nei sacchi e una ricchissima tombola all’americana”. Le cronache non raccontano cosa abbia di particolare questa tombola per meritarsi l’aggettivo “americano”: i premi sono modesti, visto che – forse non è inutile ricordarlo – la guerra è finita da poco più di quattro mesi. Segno evidente della situazione di miseria, ancora diffusa in tutta Italia, è quest’altro annuncio che si può leggere sempre sul giornale di quei giorni: si precisa infatti che “per non infrangere le disposizioni annonarie attualmente vigenti, non si potrà organizzare sul luogo della scampagnata la vendita dei cibi” e si invitano i partecipanti “di provvedere personalmente per la propria colazione”.

Vengono organizzati cinque treni speciali da tutta la Lombardia. Nel giornale del martedì successivo, Elio Vittorini, allora caporedattore della redazione milanese, descrive con grande passione il “villaggio boschereccio” costruito a Mariano Comense con tutte le sue attrazioni. Si balla, si gioca sui prati, si prova a dimenticare quello che è successo negli ultimi due decenni. E si immagina la nuova Italia che sta per nascere.

E così nascono le Feste dell’Unità. Si tratta fin da subito di un successo, anche economico. Nell’edizione dell’Unità del 6 settembre si annuncia, con legittimo orgoglio, a dispetto della “ironia mal celata” dei detrattori, che la sottoscrizione per il giornale ha superato l’undicesimo milione di lire. Per avere un termine di paragone, il giornale allora ne costa tre.

Come ho detto, durante il mese di agosto del ’45 anche la Federazione del Pci di Bologna organizza la sua “Settimana de l’Unità”: piccoli incontri dentro e fuori porta culminati in una grande festa all’Ippodromo, domenica 12 agosto.

Giuseppe Dozza, anche lui miliziano in Spagna e comandante partigiano, eletto con una grande maggioranza sindaco della città, e Giancarlo Pajetta, allora direttore del giornale, sono i protagonisti di quella manifestazione, insieme a migliaia di persone arrivate da ogni parte della città e della provincia: tra valzer e mazurche, tra il tiro alla fune e la pentolaccia, la città cerca di riconquistare quella normalità che i durissimi anni del fascismo e della guerra hanno fatto dimenticare.

Il giornale riporta alcune notizie: “La gara di tiro alla fune, vinta dalla sezione comunista di Granarolo Emilia, ha visto impegnata una squadra della Federazione della quale faceva parte anche il Sindaco Dozza. La folla dei bambini presenti ha urlato per circa due ore seguendo il gioco della pentolaccia che ha divertito tutti. Benché alcune difficoltà tecniche, fra le quali la scarsa illuminazione ed il mancato funzionamento dei microfoni e la scarsa preparazione organizzativa, abbiano impedito alla strabocchevole folla accorsa la sera in parecchie decine di migliaia, di godere interamente delle manifestazioni approntate, la massa ha dimostrato di gradire il carattere veramente popolare della festa e siamo certi che la giornata di propaganda per il nostro giornale non sarà tanto presto dimenticata”.
In questo, l’anonimo cronista, forse troppo ingeneroso con gli organizzatori di quella festa, non si sbaglia: da questo appuntamento di fine estate all’Arcoveggio comincia la storia delle Feste dell’Unità a Bologna. Una storia di cui, nel mio piccolo, sento di far parte. E che mi fa piacere raccontarvi.

Le Feste dell’Unità diventano un appuntamento importante per il partito. Non è un caso che Togliatti scelga proprio la Festa dell’Unità di Roma, il 26 settembre del ’48, per tornare a parlare in pubblico dopo l’attentato. Il cinegiornale dimostra sia la grande folla accorsa quel giorno al Foro Italico sia l’affetto che i militanti provano per il “loro” Segretario.
In quell’anno, decisivo per la storia del secondo dopoguerra, le Feste nazionali sono due, una a Monza, come è stato nel ’47 e come sarà nel ’49, e appunto questa di Roma, per salutare il ritorno del Migliore.

Torniamo a Bologna. Nell’estate del ’46 le Feste dell’Unità si cominciano a diffondere per tutta la provincia: non c’è sezione che non organizzi un appuntamento di quello che viene chiamato “Il mese della stampa”. La conclusione di queste iniziative viene organizzata sabato 21 e domenica 22 agosto ai Giardini Margherita. Nonostante il divieto della Questura, i compagni “addobbano” la statua del Nettuno. Il Gigante – come lo chiamano con affetto i bolognesi – annuncia solenne la “Grandiosa Festa de l’Unità ai Giardini Margherita”.

Anche per quest’occasione ai Giardini arrivano compagne e compagni da ogni parte delle città e della provincia. Lungo i vialetti vengono allestiti i “bettolini” per vendere il vino: non si può preparare da mangiare, visto che tutto è ancora soggetto al razionamento. Le famiglie portano da casa i loro “cartocci”, con quel poco che si possono permettere: sono le feste della miseria.

Due sono le novità introdotte quell’anno: il concorso per preparare il miglior “giornale murale” e un concorso di bellezza. Le giovani compagne si contendono i titoli altisonanti di “Stella de l’Unità”, “Stella di Rinascita” e “Stella della Lotta” e una pelliccia del valore di quindicimila lire.

La Festa dell’Unità del ’47 vede per la prima volta la “Parata degli Amici de l’Unità”: per tre ore, dalla Montagnola ai Giardini Margherita sfilano carri allegorici, complessi ginnici, gruppi sportivi, bande musicali, trofei giganteschi sorretti da otto-dieci compagni che si danno il cambio ogni duecento metri, cartelloni colorati, tante bandiere. Enfatica e retorica la descrizione del giornale: “Se il ricordo della Parata potrà col tempo svanire, mai potremo dimenticare quella selva di drappi fiammeggianti simboli della nostra fede e delle nostre lotte”.

Nel corso degli anni la preparazione e la costruzione dei carri diventa sempre più complessa: ogni sezione realizza nel più assoluto segreto il proprio carro, come avviene nelle varie società e congreghe carnevalesche della provincia. Leggiamo ancora dalla cronaca del ’47: “Ammirata una grande conchiglia che ha al centro una perla (l’Unità) e ai lati due meravigliose sirene”. E in questo modo, tra una sfilata e un concorso di bellezza, al suono della “filuzzi”, la Festa dell’Unità diventa un appuntamento ricorrente per la città.

Il 1950 è l’anno in cui si comincia a chiamare Festival de l’Unità. Anche se il Nazionale viene organizzato a Genova – perché si deve mostrare il sostegno alla città ligure per l’affronto dei fascisti – a Bologna si fanno le cose in grande: la festa dura nove giorni, si costruisce ai Giardini Margherita una grande arena con diecimila posti a sedere. L’inaugurazione viene affidata all’orchestra e al coro del sindacato bolognese che si esibisce in un concerto di musiche verdiane. Nelle serate successive l’ormai tradizionale appuntamento con l’elezione della miss, e, tra le altre iniziative, una sfilata di moda e una riunione di boxe importante: Italia-Inghilterra, con l’incontro di cartello tra Duilio Loy e Johnny Hazel. Si tratta di un grande successo.

Anche grazie a questo risultato Bologna viene incaricata di organizzare la Festa nazionale dell’Unità del ’51, la prima di una lunga serie. “La scelta di Bologna – recita un comunicato della Federazione – quale sede della Festa Nazionale de l’Unità 1951 ha riempito di soddisfazione e di legittimo orgoglio i compagni e i lavoratori di tutta la nostra Provincia”.

Quel Nazionale del ’51 rimane per molti anni nella memoria delle compagne e dei compagni bolognesi. Il Prefetto, dopo una lunga serie di trattative e nonostante la protesta di tante associazioni democratiche e anche di tanti cittadini, nega il permesso per i Giardini Margherita: soltanto 23 giorni prima della prevista inaugurazione del 18 settembre viene concessa la Montagnola. Lo slancio dei compagni è incredibile, ingigantito, se possibile, proprio dal maldestro tentativo della Prefettura di vietare la manifestazione. Ma se la Festa dell’Unità non può essere fermata dal Prefetto, la pioggia non può essere “controllata” dalla tenacia dei compagni: comincia a piovere la sera del 17 e va avanti per tutto il giorno successivo. L’inaugurazione viene spostata al 19.

Di quella edizione è memorabile la manifestazione conclusiva. Merita citare alcuni passi dell’Unità: “La Sezione Chiarini apre la sua parata con grandi cartelloni con le parole d’ordine in difesa della pace. Gli operai della Casaralta portano il plastico della loro fabbrica […] Gli operai della Calzoni portano un grosso scarpone che spezza le armi della guerra, anche gli operai della Sabiem-Parenti hanno costruito un carro allegorico significativo: un colossale martello che schiaccia i carri armati e le fabbriche di armi”. Sono alcune delle grandi fabbriche metalmeccaniche della città, quelle che stanno facendo la ricchezza della regione e creando il boom economico. E l’enfasi sulla pace racconta bene il clima della Guerra fredda.

Alla parata seguono raffigurazioni ginniche e rappresentazioni in piazza VIII Agosto: “I ragazzi della Sezione Irma Bandiera hanno eseguito esercizi alla sbarra con agilità ed esperienza da ginnasti consumati. Medicina ha trasformato l’arena in una risaia: le betulle ai lati, un immenso cappello di paglia al centro, un coro di braccianti in sottofondo. Dal cappello sbocciano un bracciante e una mondina con una rossa bandiera. […] il grande complesso delle Sezioni Galanti e Busi ha formato successivamente e con movimenti ritmici e perfettamente eseguiti, i distintivi della Cgil, del Pci e del Psi”.

Finalmente segue il comizio di Palmiro Togliatti. Sono venuti compagni da tutta Italia. Le persone sono assiepate nella piazza e tutto intorno: da Porta Zamboni fino a piazza dei Martiri e su per via Marconi fino a piazza Malpigli; tutta via Indipendenza dal Nettuno alla stazione è piena. Togliatti parla per due ore.

Festa di partito, anzi Festa del Partito, ma anche festa popolare, una grande “fiera”. Il poeta Edoardo Sanguineti descrive lo spirito popolare di quelle Feste dell’Unità. “Il modello della «scampagnata» si è potuto risolvere nella Festa dell’Unità perché tale modello si è incrociato e saldato con quello della «fiera», […] nel riplasmarsi di fenomeni che rimescolarono, lungamente, etimi religiosi e sviluppi mercantili, tra scadenze calendariali e libero proliferare di innumerevoli forme frante e nomadi, più o meno carnevalizzabili e carnevalizzate in un secolare rimescolarsi di professionalità municipali e di abilità marginali e stravaganti, tra microcommercio ambulante e artigiano vagabondo, tra parco dei divertimenti e spettacolo viaggiante”.

In maniera forse meno poetica, ma altrettanto efficace, anni dopo il sociologo bolognese Fausto Anderlini dice che, al di là delle appartenenze, ci sono solo due cose che sono patrimonio comune della città di Bologna: la Madonna di San Luca e la Festa dell’Unità.

La Festa dell’Unità rimane in Montagnola anche nel ’52 – mentre il Nazionale si svolge a Torino – poi la Federazione decide di tornare ai Giardini Margherita.

Il ’53 il Nazionale è a Milano. In tutte le Feste si festeggia il buon esito delle elezioni politiche: è l’anno della “legge-truffa” e a Bologna la grande cancellata dei Giardini Margherita davanti a Porta Santo Stefano viene coperta da una struttura su cui campeggia la parola d’ordine: “L’Italia ha vinto, i truffatori respinti!”.

Nunzio Filogamo presenta uno spettacolo intitolato “Mezzo secolo di canzoni”.

Nel ’55 la scelta della Federazione di Bologna per la Festa provinciale cade definitivamente sulla Montagnola. Le Feste dell’Unità intanto dilagano su tutto il territorio della provincia. L’Unità riporta entusiasticamente alcuni dati riferiti al ’58: “276 Feste Sezionali, 1500 serate di Cellula, 28 milioni di sottoscrizione e un Festival Provinciale senza precedenti”.

Naturalmente ogni anno il Festival è “senza precedenti”.

Cresce e cambia l’Italia; la Festa dell’Unità cresce di anno in anno, aumentano i ristoranti, la Cinquecento sostituisce la moto Morini come premio finale della pesca. Il Nazionale si sposta tra le città dell’Italia centro-settentrionale.

Nell’aprile del ’61 l’Unione Sovietica lancia in orbita Jurij Gagarin, il primo cosmonauta. I compagni che organizzano il Festival di Bologna non vogliono far dimenticare l’evento che segna una tappa importante per il “primo paese socialista del mondo” e si mettono d’ingegno. Viene costruita una torre alta trenta metri con sopra una sfera luminosa di sei metri di diametro che rappresenta la terra e attorno, tenuto su da un’asta di metallo, lo Sputnik, “simbolo imperituro della tecnologia bolscevica”. Lo Sputnik di Bologna, come l’originale, emette a intervalli regolari il suo caratteristico “bi-bip”.

L’edizione del ’64 è segnata dal lutto: il 21 agosto muore Palmiro Togliatti. La Direzione nazionale del partito decide che, in quelle condizioni, il Nazionale può svolgersi soltanto a Bologna. Più di duecentomila compagni si ritrovano nella città emiliana da tutta Italia il 13 settembre per il comizio del nuovo segretario Luigi Longo, in ricordo del grande leader scomparso.

Nel ’68 c’è l’ultimo Nazionale alla Montagnola. “Per un socialismo giovane, aperto alle idee nuove, con l’Unità, per la sinistra unita” è la parola d’ordine che nell’anno della contestazione campeggia lungo tutta la scalinata davanti a piazza VIII Agosto.

Carmen Villani, Jimmy Fontana, Caterina Caselli e Johnny Dorelli sono gli ospiti musicali.

L’ultima domenica vengono serviti 60.000 pasti. Per costruire la Festa servono 55 chilometri di tubi Innocenti e 47 quintali di fili elettrici. Questo è l’ultimo anno in Montagnola. Il Comune deve avviare una serie di lavori di risistemazione del parco, che ormai è troppo piccolo per contenere la Festa: serve un’area più grande.

Dopo il Sessantotto la Festa dell’Unità a Bologna si sposta fuori dalle mura, prima in Fiera, poi all’Arcoveggio, quindi di nuovo in Fiera. Sono gli anni del Vietnam. Il 5 settembre del ’69 la Festa si ferma per manifestare il suo dolore per la morte di Ho Chi Min. Il lungo corteo si svolge sotto una fitta pioggia, come gran parte di quella Festa sfortunata, almeno dal punto di vista meteorologico.

Nel ’71 la Federazione di Bologna si “gemella” con la provincia vietnamita di Quang Tri: la Festa dell’Unità di quell’anno diventa l’occasione per organizzare una serie di sottoscrizioni straordinarie in favore del popolo vietnamita. Tra le altre iniziative, si monta all’interno della Festa una emoteca per donare il sangue da mandare in Vietnam.

Nel ’73 – mentre il Nazionale si svolge per la prima volta a Venezia – finalmente la Festa dell’Unità di Bologna trova la propria “casa” al Parco Nord, una grande area “vuota” a ridosso della tangenziale.

La Festa di quell’anno ospita il concerto dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretto da Zubin Metha, una grande “prima” che non manca di far nascere qualche polemica tra i “puristi”: si porta per la prima volta la musica classica fuori dalle mura cittadine, davvero tra il popolo.

Si tratta di un anno di rodaggio, in attesa del Nazionale del ’74, la “Festa del Cinquantesimo de l’Unità e del Cinquantesimo della morte di Lenin”.
E questa è davvero una grande Festa, a partire dall’inaugurazione: in piazza Maggiore il Balletto del Teatro dell’Accademia musicale di Mosca presenta Il lago dei cigni.

Anche la manifestazione di chiusura per il comizio di Enrico Berlinguer di domenica 15 settembre è imponente. Il corteo parte alla mattina dal centro della città per il Parco Nord, ma non sono pochi quelli che non arrivano in fondo. Diverse famiglie della Bolognina fanno scendere dalle loro finestre dei tubi di gomma attaccati ai rubinetti, perché quella domenica a Bologna fa un gran caldo. E in via Ferrarese, quando ormai si capisce che il corteo non sarebbe più andato avanti e tutte quelle persone, arrivate da ogni parte d’Italia, non sarebbero arrivate a sentire il comizio, non sono poche le case in cui si prepara qualcosa da mangiare per quelli del corteo. Si portano fuori tavole e sedie: anche lì c’è la Festa de l’Unità.

A Quarto Inferiore, la frazione di Granarolo dove io sono cresciuto, a metà degli anni Settanta non c’era praticamente nulla. Ma c’era, all’inizio dell’estate, la Festa dell’Unità. E c’era anche, qualche settimana prima, la Festa dell’Avanti!. Tenete conto che allora Quarto aveva poco meno di cinquecento abitanti, che però facevano due feste. E naturalmente c’erano anche i democristiani che organizzavano la festa della parrocchia. Erano davvero pochi quelli che a Quarto non avevano una festa da fare.
Per la precisione i socialisti organizzavano lì la loro festa comunale. C’era un accordo per la gestione delle strutture, acquistate in società diversi anni prima, e che, montate una volta sola, servivano a entrambe le manifestazioni. Non era insolito: anche negli anni di più forte contrapposizione tra i due partiti era attiva questa collaborazione in tante parti della provincia.
Io potevo andare anche alla festa dei socialisti, perché era praticamente sotto casa nostra, non c’era da attraversare la provinciale, e perché mio nonno Vincenzo, il padre di mia madre, era un vecchio socialista, uno di quelli che teneva l’amministrazione della sezione e della festa. Un tesoriere ligio e pignolissimo, come mi avrebbero detto anni dopo alcuni compagni del Psi. Naturalmente non potevo lavorare a quella festa, ma appena sono stato capace di tenere in mano un vassoio, potevo servire ai tavoli alla Festa dell’Unità. E non solo a quella di Quarto.
Mio padre veniva da Marano, un paese ancora più piccolo di Quarto, distante ben tre chilometri, ma sotto il comune di Castenaso. Per far vivere la Festa dell’Unità di Marano – famosa per il coniglio – era necessario che “tornassero” quelli che si erano trasferiti in un altro paese. E così noi Billi andavamo a lavorare anche lì, visto che quella festa si faceva prima di quella di Quarto.
Costruire il calendario affinché gli appuntamenti non si accavallassero era difficile, perché le feste erano davvero tante. Bastava che per qualche motivo si dovessero spostare le date di una festa per creare il caos.
Quando io ho cominciato a lavorare nelle Festa dell’Unità – dopo poco quell’epico viaggio a Modena – la sezione del Pci di Quarto Inferiore faceva davvero una bella festa: c’era il ristorante tradizionale, poi è stato aggiunto quello del pesce e infine la pizzeria per i “giovani”, poi c’era la pesca e lo stand del libro. E naturalmente tutte le sere c’era l’orchestra di liscio. Anche nelle altre frazioni di Granarolo, anche se erano più piccole di Quarto, c’era la Festa dell’Unità: Cadriano, Lovoleto e Viadagola. A Granarolo centro se ne facevano due: quella di sezione e quella comunale, dove ovviamente lavoravano anche le compagne e i compagni delle altre sezioni del Comune. In buona sostanza il Pci a Granarolo – allora un Comune di circa seimila abitanti – faceva sei Feste dell’Unità.
 

Le Feste dell’Unità intanto cambiano. Nel ’76, prima dell’anno con cui ho iniziato questa storia, il Nazionale arriva finalmente al Sud. È la Festa di Napoli, la festa del sindaco Valenzi e la festa di Eduardo.

Sabato 2 agosto 1980 una bomba fascista squarcia la stazione di Bologna e uccide ottantadue persone: come per rispondere a quel lutto, Bologna ospita ancora una volta il Nazionale. All’ingresso della Festa un enorme quadrante segna le 10.25. “Festa Nazionale a Bologna – si legge sull’Unità – nella stessa città nella quale si continua a morire per la strage del 2 agosto. Bologna ha ripreso a vivere! In nessuno dei sedici giorni sarà possibile, visitando la Festa, guardando le fotografie, i manifesti, i disegni della stazione, delle vittime, della piazza «evadere» dal momento e dal luogo in cui stiamo vivendo”. Impossibile fare festa, ma è anche un dovere continuare a fare la Festa, dire che ci siamo.

Il Nazionale torna a Bologna nel 1987. L’ultima Festa nazionale in cui è segretario Alessandro Natta, un uomo perbene, un compagno che non abbiamo apprezzato per quello che valeva.

Io durante quel Nazionale lavoro in libreria. Anche nella Festa dell’Unità di Granarolo gestisco lo stand del libro: frequento il liceo classico, sono un compagno intellettuale.

A fine agosto del 1991 apre a Bologna la Festa nazionale dell’Unità. Apparentemente tutto normale: una bella festa, tanti ristoranti, tanti spettacoli, tanti dibattiti. Una festa come le altre, sempre un po’ più grande, perché la festa deve sempre essere “senza precedenti”. Sì, sembra proprio tutto uguale, ma una “cosa” diversa c’è: dopo un lungo e travagliato dibattito abbiamo deciso, a maggioranza, di sciogliere il Pci e abbiamo fondato il Pds.

Il Nazionale viene organizzato a Bologna anche nel 1993: sarà l’ultimo di Achille Occhetto. Ripensandoci forse portiamo un po’ “sfiga”.

Io intanto a Granarolo sono stato eletto in Consiglio comunale, nelle elezioni del 1990, le ultime in cui si presenta il simbolo del Pci e faccio anche l’assessore. A Granarolo alle amministrative di quell’anno vengono eletti consiglieri del Pci, del Psi e della Dc. Cinque anni dopo nessuno di questi partiti esisterà più. Faccio anche il segretario di sezione a Quarto: la sezione c’è ancora, ma naturalmente non facciamo più la Festa dell’Unità. Ne facciamo solo una, bella e comunale, a Cadriano e come sezioni di Granarolo gestiamo un ristorante al Parco Nord. Sono tornato a servire ai tavoli.

A Bologna viene assegnato il Nazionale nel 1998. Nel frattempo abbiamo sciolto anche il Pds e abbiamo fondato i Ds. Una bella edizione quella del ’98: organizziamo il concerto di Michel Petrucciani.

Non ho usato per sbaglio quel “noi”. La Federazione mi ha chiamato a collaborare all’organizzazione della Festa: ho una specie di ufficio alla “palazzina rossa” del Parco Nord e un incarico non ben definito, che però mi permette di fare molte cose. Studio la Festa “dall’interno”.

Domenica 27 giugno 1999: Giorgio Guazzaloca diventa sindaco. È caduto il muro di Bologna: titolano con scarsa fantasia i giornali. La Federazione è travolta. Viene commissariata da Roma e Mauro Zani diventa Segretario.

Però bisogna organizzare la Festa dell’Unità al Parco Nord. Inaspettatamente divento il Responsabile delle Feste, comincio a fare il funzionario di partito.

A suo modo quella Festa dell’Unità è “senza precedenti”: la prima volta che siamo all’opposizione. I primi giorni vengono i giornalisti delle testate nazionali per vedere come ce la stiamo cavando: e nonostante tutto facciamo una bella festa.

Ovviamente io non alcun merito per la buona riuscita di quella Festa dell’Unità. Nessuno di quelli che ha svolto, più o meno bene, quell’incarico può in coscienza pensare di avere dei meriti particolari. Quando abbiamo fatto bene è perché ci siamo messi al servizio di una ”macchina”, provando a non fare troppi danni con le nostre idee, con la voglia di fare qualcosa di diverso. Perché la Festa è davvero uno sforzo collettivo, il mettere insieme passioni, intelligenze, caratteri di donne e uomini anche molto diversi che però hanno quell’obiettivo comune.
Almeno è così che io ho vissuto gli anni in cui ho fatto quel lavoro, dal 1999 al 2005, l’anno del sessantesimo delle Feste; anche cercando di tornare a fare piccole Feste dell’Unità sia in città che in provincia. E in mezzo ci sono stati anche due Nazionali, quello del 2000 – la prima Festa dell’Unità senza il quotidiano in edicola – e quello del 2003 – la Festa in cui abbiamo lanciato la candidatura di Sergio Cofferati, che avrebbe vinto le comunali dell’anno successivo.
E se chiedete a chi ha fatto tante feste cosa si ricorda, a parte la fatica, le arrabbiature, lo sconforto, vi dirà sempre il piacere di stare insieme, di fare qualcosa insieme agli altri. E questo, anche se le Feste dell’Unità non ci sono più – o sono pallide imitazioni – nessuno ce lo toglierà.


Le Feste dell’Unità sono un bel modo di fare politica. Non si capisce cos’è una Festa de l’Unità se non si coglie la passione dei volontari che la fanno vivere giorno per giorno. Queste sono le parole con cui Enrico Berlinguer ha ringraziato le compagne e i compagni che hanno organizzato la Festa nazionale di Reggio Emilia del 1983, l’ultima Festa a cui ha partecipato.

“Un nuovo motivo del successo delle nostre feste, e di questa nazionale, è che esse sono frutto di quell’immensa mano operosa che è costituita dal lavoro indefesso, certosino, entusiasta di migliaia e migliaia di compagni e di compagne che, senza alcun tornaconto personale, ma mossi solo da spirito di dedizione e da una grande carica ideale, si sono prodigati con intelligenza e passione in tutte le incombenze e in tutti i mestieri dei quali c’è bisogno di mettere in piedi e far funzionare questa realizzazione davvero formidabile. È forse questo il patrimonio inestimabile di cui più siamo ricchi. E la cosa più significativa, e vorrei dire meritoria, è che questo nostro patrimonio noi non lo spendiamo solo per le cose del nostro partito, ma lo mettiamo a disposizione del paese in ogni circostanza, specialmente in quelle più drammatiche e dolorose”.

martedì 25 maggio 2021

Storie (XXX). "Dal barbiere Sweeney Todd" (4/4)...

Un grande musical ha successo grazie a grandi interpreti, e Stephen Sondheim e Harold Prince sono troppo smaliziati per non saperlo. La faccia di Sweeney Todd non può più essere quella di Tod Slaughter. Il barbiere di Fleet Street non è più soltanto un sadico e avido omicida. Adesso è diventato, a suo modo, un eroe. Sweeney è uno di noi e noi vogliamo identificarci con lui.

Stephen Sondheim e Harold Prince non fanno alcuna fatica a trovare il “loro” Sweeney. Il protagonista maschile di A Little Night Music, Len Cariou è perfetto, ha una bella voce profonda, è bravo a recitare - è un apprezzato interprete di Shakespeare, spesso presente al Festival di Stratford - ha quarant’anni, ma sembra anche più maturo, ha la presenza fisica per fare Sweeney Todd. Puoi aver paura di lui, se lo incontri di notte in un vicolo scuro. E poi c’è in lui qualcosa di misterioso: non per caso, qualche anno dopo, sarà Michael Haggerty, un agente dell’MI6 di origini irlandesi, che compare alcune volte a Cabot Cove per aiutare in casi particolarmente complicati la sua amica Jessica Fletcher. Ma è anche un uomo che sa amare, fino alla fine.

Semmai è più difficile trovare una Mrs Lovett “perfetta”. Anzi Stephen e Harold sanno benissimo che vorrebbero Angela Lansbury, che lei sarebbe l’interprete ideale di questo personaggio, ma hanno il dubbio che non voglia accettare. Angela ha solo quattro anni più di Len, ma è già una stella, ha ottenuto una nomination agli Oscar, ha vinto due Golden Globe e due Tony, ha sostituito Ethel Merman nel ruolo di Madame Rose e per tutti è zia Mame. Ed è stata la protagonista di Anyone Can Whistle, il grande fiasco di Sondheim - questa volta senza la regia di Prince - che è rimasto in cartellone per solo nove repliche. Il rischio che non voglia accettare un ruolo da coprotagonista in uno spettacolo così particolare è molto forte. Però Stephen vuole Angela, perché il brano con cui il personaggio si presenta, The Worst Pies in London, è difficile da cantare, ha continui cambi di ritmo e tonalità: serve una grande interprete e lui sa che Angela può farlo incredibilmente bene. E soprattutto Mrs Lovett è al tempo stesso il personaggio comico dello spettacolo e la “cattiva”. Per convincere l’attrice ad accettare comunque la parte aggiunge A Little Priest, il lungo e splendido duetto che chiude il primo atto, e le spiega che Mrs Lovett deve avere il carattere di un personaggio da music hall. Angela è cresciuta nel music hall inglese e soprattutto, da artista intelligente e ricca di esperienza, capisce che si tratta di una cosa assolutamente nuova, di un lavoro che sarà nella storia del teatro. E poi ormai, anche a partire dal manifesto, Mrs Lovett assume un ruolo da protagonista: adesso è anche il “suo” spettacolo. Angela accetta, Sondheim e Prince, fidandosi di lei e di Len, li lasciano liberi di sviluppare i loro personaggi. Così Angela crea Mrs Lovett, alternando aspetti buffi e un incredibile cinismo, il desiderio di una vita “normale”, di una famiglia borghese, di essere moglie e madre e una crudeltà assoluta, che non viene giustificata, come quella di Sweeney, da un proposito di vendetta: è Mrs Lovett, nonostante quell’aria svagata, il vero demone della storia.

Oltre a Cariou e Lansbury, Harold riesce a scritturare un ottimo cast: la folle mendicante è Merle Louise, che è stata un’acclamata Thelma nella prima edizione di Gipsy e Susan in quella di Company. Edmund Lyndeck, che ha interpretato John Witherspoon in 1776 è il giudice Turpin. Il tenore Joaquin Romaguera è Pirelli, l’inserviente di origini irlandesi di Barker, che si finge italiano e che riconosce il suo vecchio padrone. E per questo sarà la prima vittima di Sweeney Todd. E il primo ripieno dei pasticci di Mrs Lovett.

L’opera è un successo. Vince otto Tony, miglior musical, miglior regia, miglior libretto, miglior musica, migliori scene, migliori costumi, e migliori protagonisti, maschile e femminile. Sbanca anche ai Drama Desk Award, che oltre a premiare Sondheim, Prince, Wheeler, Cariou e Lansbury, riconoscono anche il valore di due non protagonisti, Merle Louise e Ken Jennings, che ha il ruolo di Tobias. E rimane in cartellone all’Uris Theater per 576 repliche, fino al 29 giugno 1980.

Nel frattempo il musical arriva anche a Londra: debutta il 2 luglio 1980 allo storico Drury Lane di Covent Garden, distante appena mezzo miglio dal 186 di Fleet Street. Gli interpreti sono due colonne del teatro musicale del West End, Denis Quilley e Sheila Hancock. Forse il nome di Denis Quilley non vi dice nulla, ma ricordate certamente Gino Foscarelli, il ciarliero rappresentante delle automobili Ford di origini italiane che divide il suo scompartimento con un impassibile John Gielgud nel più celebre e sanguinoso viaggio dell’Orient Express. Mentre Sheila Hancock, oltre a una lunga carriera nei musical, è un’apprezzata interprete shakesperiana, la prima donna a dirigere una tournée della Royal Shakespeare Company e la prima donna a dirigere uno spettacolo teatrale al National Theatre.

Questo spettacolo entusiasma un ventiduenne californiano che sta studiando a Londra: in genere non ama i musical, ma per quello spettacolo va a teatro tre sere di fila. Gli sembra un “film muto con la musica”. E quando ventisette anni dopo ha la possibilità di girare quel film, Sweeney Todd e Mrs Lovett non possono che essere Johnny Depp e Helena Bonham Carter. Francamente non credo che Depp sia il migliore dei Sweeney possibili, ma Helena è davvero la Mrs Lovett più demoniaca: quando uccide gli scarafaggi che invadono la sua cucina, capisci immediatamente chi vuole davvero eliminare. E anche la più conturbante.

E credo sia doveroso ricordare alcune delle tante altre facce di Sweeney Todd. E di Mrs Lovett. Almeno le mie preferite.

George Hearn, che insieme ad Angela Lansbury ha fatto il tour americano agli inizi degli anni Ottanta ed è stato protagonista di alcune importanti rappresentazioni in forma di concerto, è uno tra i migliori interpreti del barbiere di Fleet Street: il suo Sweeney non ti spaventa, sembra un uomo tranquillo, ma quando decide di uccidere si accende in lui qualcosa di davvero terribile. Nessuno come George ci ricorda quanto Sweeney sia uno come noi. E George, dopo Sweeney, sarà Albin, la vedette de La Cage aux Folles nella prima edizione di questo fortunato musical di Harvey Fierstein e Jerry Herman, in cui canta I Am What I Am, diventato un inno della comunità omosessuale, e ancora Max von Mayerling in Sunset Boulevard con Glenn Close. Poi c’è l’attore inglese Alun Armstrong, che nella prima edizione de Les Miserablés è stato un bravissimo Thérnadier. E il baritono gallese Bryn Terfel, mirabile interprete mozartiano e wagneriano, oltre che dei classici italiani: una faccia che davvero preferiresti evitare in un vicolo scuro di Londra.

Ovviamente è difficile essere Mrs Lovett dopo Angela Lansbury. Christine Baranski, Beth Fowler, Imelda Staunton sono state degne interpreti del ruolo, anche se probabilmente Patti LuPone è la migliore, perché la “sua” Mrs Lovett è diversa dal modello creato da Lansbury, forse meno divertente, ma certamente molto intensa nel rapporto con Sweeney e Tobias, una donna che sa amare intensamente, almeno quanto è pronta a uccidere. E grandissima è anche Emma Thompson che in due rappresentazioni in forma di concerto è stata la degna complice di Bryn Terfel.

Chi è il Demone di Fleet Street? Non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Ci sono naturalmente Mrs Lovett e Sweeney Todd. Ma anche Rupert Murdoch e Mrs Thatcher. E poi il giudice Turpin e i proprietari delle banche. I giornalisti che mentono ai lettori e Adolfo Pirelli. E tutti noi, quando andiamo a comprare i pasticci di carne di Mrs Lovett, magari approfittando di qualche offerta speciale, vogliamo davvero sapere cosa c’è dentro?

Sarebbe bello se anche noi, come fanno Sweeney Todd e Mrs Lovett, osservando il mondo che scorre davanti alla sudicia vetrina della locanda, potessimo scegliere il nostro prossimo pranzo. Forse Thomas Hobbes non è mai stato in Fleet Street, ma anche lui sarebbe stato d’accordo con il barbiere: who gets eaten, and who gets to eat! E oggi di cosa abbiamo voglia? Un prete o un poeta? Un violinista o un avvocato? Il menu è ricco: possiamo cambiare pietanza ogni giorno. E tutti se la sono meritata. In fondo, come dice saggiamente Mrs Lovett, sarebbe proprio uno spreco far andare a male tutto questo ben di dio. A loro modo, sono anche democratici il barbiere e la locandiera: We’ll serve anyone. Meaning anyone! And to anyone! Parafrasando un altro che probabilmente ha frequentato Fleet Street: da ciascuno secondo i propri bisogni, a ciascuno secondo le proprie capacità.

Nessuno si salva in Rigoletto. Nessuno si salva in Traviata. E nessuno si salva in questa opera di Stephen Sondheim. Perché non possiamo salvarci. Anthony e Johanna - che vivono la loro intensa storia d’amore con una delle più belle canzoni di Sondheim - sembra riescano a fuggire, ma non possiamo dire che “vivranno per sempre felici e contenti”. E quando devono fuggire dal manicomio dove il giudice ha fatto imprigionare la giovane, è proprio lei, e non Anthony, a uccidere il corrotto direttore Jonas Fogg. Perché lei è la figlia di Sweeney Todd. E in quella scena i pazzi finalmente liberi cantano una lugubre profezia sulla fine del mondo. Perché Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street è in fondo un’opera sulla pazzia. Gli unici che alla fine sembrano capire cosa stia davvero succedendo sono i due folli, Lucy e Tobias, anzi sono diventati pazzi proprio perché hanno capito prima degli altri qual è il nostro destino: diventare l’ingrediente di un pasticcio di Mrs Lovett. Perché pochissimi sono quelli come Benjamin Barker che possono diventare Sweeney Todd.

qui trovate la prima, la seconda e la terza puntata

martedì 18 maggio 2021

Storie (XXIX). "Dal barbiere Sweeney Todd" (3/4)...

Quel giovedì sera, il 1 marzo 1979, c’è una grande attesa per il nuovo musical scritto da Stephen Sondheim che debutta all’Uris Theatre. Dal 1983 questo grande teatro al 222 West della 51esima Strada a Midtown Manhattan è intitolato a George e Ira Gershwin, ma alla fine degli anni Settanta porta ancora il nome dei fratelli Uris, che un decennio prima hanno acquistato l’edificio dove sorgeva lo storico Capitol Theatre, lo hanno demolito e, scommettendo sulla ripresa dell’area intorno a Times Square, allora in declino e dominata dalle attività legate alla prostituzione, hanno costruito in stile modernista questo grattacielo di quarantotto piani, che in quelli inferiori ospita un teatro che, con i suoi 1.933 posti a sedere, è il più grande di Broadway. Ha un arco di boccascena regolabile fino a venti metri e un palco largo quasi trenta, ideale per grandi produzioni. Al regista Harold Prince serve quell’enorme spazio, perché ha chiesto allo scenografo Eugene Lee di costruire una grande fabbrica, incombente sui personaggi, di realizzare una scena d’acciaio che sia anche una sorta di prigione, ed Eugene ha utilizzato molti pezzi di una fonderia in disuso che ha trovato nel Rhode Island.

Alla fine dello spettacolo il pubblico applaude con convinzione, anche se si tratta di un musical molto diverso da quelli normalmente in scena a Broadway: praticamente muoiono tutti, come in un’opera italiana. Harold Clurman è il decano dei critici teatrali di New York: ha cominciato a scrivere per The New Republic nel 1948. Finito lo spettacolo vede in sala Schuyler Chapin, che è stato negli anni precedenti direttore generale del Metropolitan (e che sarà in quelli successivi l’“assessore alla cultura” del sindaco Giuliani). “Perché diavolo non l’hai messo in scena al Met?”, “Se avessi potuto l’avrei fatto, ci sarebbero state urla e strepiti, ma non me ne sarebbe fregato nulla. Questa è un’opera. Questa è l’opera americana moderna”. Hanno ragione: se amate Rigoletto, non potete non amare Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street.

Immagino che né Clurman né Chapin nove anni prima siano andati al cinema a vedere Bloodthirsty Butchers - in italiano lo hanno distribuito con il titolo Macellai - un horror girato con un budget ridotto all’osso - come tutti i suoi film - da Andy Milligan. Andy scrive, dirige, realizza le scenografie e i costumi - alla fine degli anni Cinquanta, visto che i suoi spettacoli off-off-Broadway non gli permettono di mangiare, lavora come sarto in una celebre boutique di New York. Vive in un villino vittoriano a Staten Island, che è il set di tutti i suoi film, a cui partecipano attori che ha conosciuto nelle sue esperienze teatrali negli scantinati del Village. Molti dei suoi film sono soft-porn, che hanno la pretesa di affrontare temi come la sessualità repressa, l’ipocrisia delle convenzioni sociali, l’omosessualità. Poi Andy passa al genere horror e una storia come quella di Sweeney Todd non può non affascinarlo: così nel 1970, quando ha quarantun’anni decide di girare quel film. I suoi amici John Miranda, Jane Helay e Berwick Kaler interpretano rispettivamente Sweeney Todd, Mrs Lovett e Tobias Ragg. Il film, come tutti quelli di Milligan, non è certo memorabile. E il povero Andy, morto nel 1991 per colpa dell’Aids, non ha avuto la fortuna di trovare un poeta che ne cantasse le gesta, come è successo a Ed Wood. Ma è il segno che quel barbiere nato più di un secolo prima riesce ancora a popolare gli incubi dei suoi ignari clienti.

È il 10 dicembre 1959. A Buckingham Palace c’è una regina poco più che trentenne e Londra è pronta per diventare il centro di una rivoluzione che sconvolgerà il mondo: stanno per cominciare i Swinging Sixties. Quel giovedì sera allo Shakespeare Memorial Theatre di Stratford-upon-Avon la compagnia del Royal Ballet mette in scena per la prima volta Sweeney Todd.

L’autore della musica è Malcolm Arnold. È un uomo difficile, spesso sgradevole, incline all’alcol, ma non ha ancora quarant’anni e ha già composto cinque sinfonie, tre balletti, la colonna sonora de Il ponte sul fiume Kwai di David Lean - per cui ha vinto un Oscar - e molto altro: è un compositore eclettico, brillante, che mette insieme Ravel, Berlioz e il jazz. Ad Arnold i generi stanno stretti, e infatti il 24 settembre 1969 dirigerà la Royal Philarmonic Orchestra e i Deep Purple nel Concerto for Group and Orchestra, composto da Jon Lord.

Per questo balletto John Cranko cura la coreografia, mentre Alix Stone disegna scene e costumi, in un elegante stile vittoriano, come una casa di bambole. Sweeney è il grande Donald Britton. Naturalmente non ci sono registrazioni di questo balletto, ma possiamo ascoltarne la musica grazie a una suite da concerto realizzata una ventina d’anni dopo. La musica di Arnold non ci trasmette, se non nelle prime battute, un particolare senso di angoscia e di paura, sembra prevalere la gioia di un lieto fine e probabilmente, ascoltando la suite, senza conoscerne il titolo, non saremmo portati ad associarla al terribile barbiere di Fleet Street. Ma immagino non sia casuale la scelta di questo soggetto, apparentemente dimenticato in quella Inghilterra così lontana dalle cupe atmosfere dell’epoca georgiana e che si prepara a una ventata di ottimismo senza precedenti: ricordatevi di Sweeney Todd, sembra dire Malcolm ai suoi contemporanei immemori, perché il barbiere è sempre lì, con in mano il suo affilatissimo rasoio d’argento.

A metà degli anni Settanta, Christopher Bond, figlio di attori, nato e cresciuto in tournée attraverso le piccole città della Gran Bretagna, ha solo trent’anni ed è il resident dramatist del Victoria Theatre a Newcastle-under-Lyme: ha provato a recitare, ma preferisce scrivere. Mentre a Staten Island Andy gira il suo film, nel 1970, a soli venticinque anni, compone un dramma su Sweeney Todd. Quel personaggio lo affascina, ma a Christopher non basta quello che ha raccontato Dibdin Pitt: “Sweeney ha bisogno di un trapianto di cuore, non di un lifting”.

Christopher decide di raccontare cosa è successo prima. Il vero nome di Sweeney Todd è Benjamin Barker: è un uomo felice, che fa il barbiere in Fleet Street, è sposato con Lucy ed è appena nata la loro bambina, Johanna. Ma questa serenità è destinata a finire: il giudice Turpin ha una passione malata per Lucy ed è disposto a tutto pur di soddisfarla. È un uomo di potere, una sua parola e Benjamin, pur essendo innocente, viene condannato e inviato in una colonia penale in Australia, poi corteggia senza tregua Lucy, che però resiste, e così la violenta. La donna sparisce, qualcuno pensa sia morta o forse è impazzita, e Johanna viene adottata dal giudice. La ragazza è bella come la madre e il giudice vuole sposarla. Ma Benjamin, quindici anni dopo, riesce a fuggire e torna a Londra, si fa chiamare Sweeney Todd e nessuno lo riconosce. È arrivato in città insieme a un giovane marinaio, Anthony, che dimostra per quell’uomo misterioso un misto di timore e ammirazione. Anthony vedrà Johanna e la contrastata d’amore tra i due giovani è la sottotrama della storia, che porterà al suo drammatico epilogo.

Solo la padrona della casa e della bottega di Fleet Street sa chi sia davvero Sweeney Todd che riprende il suo lavoro da barbiere, e naturalmente capisce anche perché sia tornato. Mrs Lovett sa tutta la verità, ma ne racconta solo una parte, vuole che Benjamin si prenda la sua vendetta, è disposta a aiutarlo, ma desidera quell’uomo per sé. Tra i due nasce una strana complicità, perché la donna lo aiuterà a sbarazzarsi degli uomini che il barbiere uccide nella sua bottega, servendone le carni nei suoi pasticci. La vendetta di Benjamin alla fine si compie: riesce a tagliare la gola al giudice Turpin, un attimo dopo che anche l’uomo l’ha riconosciuto. Ma uccide anche una mendicante, che si aggira come una pazza per Fleet Street: Mrs Lovett sa che è Lucy, ma non l’ha detto a Benjamin. Il barbiere, quando scopre di aver ucciso la sua adorata moglie, non può che eliminare anche la sua complice. Ormai tutto è finito. C’è un ragazzo, Tobias Ragg, che considera Mrs Lovett come una madre. Tobias, quando intuisce cosa succede tra la bottega del barbiere e la cucina della locanda, impazzisce, ma alla fine riesce a uccidere Sweeney, che non si difende e offre il collo al suo carnefice. Solo Anthony e Johanna riescono a sfuggire a questo tragico destino di morte.

Quel dramma che Christopher Bond decide di intitolare Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street - ormai delle perle tutti si sono dimenticati - ha un buon successo.

Nel 1973 la Swinging London è già un ricordo: è cominciato il sanguinoso conflitto in Irlanda del nord, sono già evidenti i segni della crisi del settore minerario, i Beatles si sono sciolti. In quell’anno Stephen Sondheim trascorre qualche settimana a Londra e al Theatre Royal Stratford East, nel quartiere londinese di Newham, assiste allo spettacolo di Christopher Bond. A Little Night Music è stato il suo successo a Broadway di quell’anno; ha quarantatré anni, ha già vinto quattro Tony, due per Company, uno per Follies e uno appunto per il suo ultimo musical. Ha in ballo diversi progetti. Leonard Bernstein, per cui ha scritto le parole delle canzoni di West Side Story nel 1957, ha chiesto a lui, a John Latouche e Hugh Wheeler di rivedere completamente il libretto di Candide. Sta componendo le musiche per The Frogs, un musical che il suo amico Burt Shevelove ha tratto da Le Rane di Aristofane. E poi sta studiando il teatro giapponese per scrivere un’opera sull’occidentalizzazione del paese del Sol levante: un progetto ambizioso. Però Sweeney gli rimane nella testa.

C’è anche una qualche ironia. Ha scritto lui i versi di Gee, Officer Krupke, in cui i componenti dei Jets prendono in giro il sergente Krupke, sbattendogli in faccia tutti i luoghi comuni sulle giustificazioni che le “anime belle” trovano per i comportamenti di quei ragazzi: “We ain’t no delinquents / We’re misunderstood”. E adesso è lui che vuole mettere in scena la giustificazione di questo pluriomicida: Sweeney non è cattivo, lo disegnano così.

Stephen parla di questo progetto a Harold Prince. È stato uno dei produttori di West Side Story, si sono conosciuti per quello spettacolo e il loro sodalizio artistico è stato molto fruttuoso. Fino a quel momento Harold è stato il produttore e il regista di quasi tutti gli spettacoli di Sondheim. Ma non è convinto che si possa fare un musical su Sweeney Todd. E Stephen naturalmente ascolta il suo parere. Poi Harold ci ripensa: la storia del barbiere di Fleet Street può diventare la metafora di un uomo stritolato dalla Rivoluzione industriale, il musical si deve svolgere in una fabbrica. Stephen non ha la stessa idea, per lui quella di Sweeney è una storia di vendetta, ma proprio perché è universale può essere ambientata in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo. Stephen chiede a Hugh Wheeler di scrivere il libretto e comincia a comporre le canzoni, vuole scrivere tutto, parole e musica, e vuole scrivere un musical che sia soprattutto cantato. Stephen vuole scrivere la storia di un’ossessione. Quando suona e canta le canzoni dello spettacolo alla sua amica Judy Prince, la moglie di Harold, lei gli dice: “Non c’entra nulla con il Grand Guignol. Tutti penseranno che è la storia della propria vita”. Stephen vuole scrivere un’opera.

qui trovate la prima e la seconda puntata