domenica 11 luglio 2021

Verba volant (800): balletto...

Balletto, sost. m.

Nello studio della sua casa al 1260 di Wetherly Drive, in quel mattino di maggio, Igor Stravinsky legge per la seconda volta la lettera che gli è arrivata il giorno prima da New York: conosce molto meglio il francese rispetto all'inglese e vuole capire bene i termini di quella inusuale proposta di lavoro. L'ha scritta un tale che si firma Billy Rose e che il compositore russo non ha mai sentito nominare. Produce spettacoli a Broadway, ma Stravinsky non conosce nessuno dei titoli citati nella lunga missiva. Dice che nel suo prossimo musical vuole inserire una suite di balletto e chiede a lui di scriverne la musica. Non c'è un argomento, non c'è una storia, il Maestro sarà assolutamente libero: il signor Rose gli dice che può scrivere qualunque cosa voglia. Chiede solo che sia "musica classica". Scrive che nello spettacolo ci sarà sia la musica moderna che quella classica: e che ha già scritturato Cole Porter per la prima, adesso gli serve il meglio anche per la seconda. 
Stravinsky appoggia la lettera: è la prima volta che un produttore di Broadway gli fa una simile proposta. Naturalmente conosce le canzoni di Porter, le ascolta alla radio e gli piacciono molto. Ma fino a qual momento i suoi rapporti con quello che in America chiamano show business non sono andati molto bene. Certo la società di Disney gli ha dato cinquemila dollari per usare Le Sacre per Fantasia, facendogli capire che l'avrebbero usata comunque, perché negli Stati Uniti non vale il diritto di autore di un altro paese. Stravinsky pensa che il signor Disney sia a suo modo una persona affascinante, e forse quel film a tratti anche piacevole, ma che l'esecuzione del suo brano sia esecrabile. Anche il signor Welles è stato molto gentile con lui, quando gli ha chiesto di scrivere le musiche per Jane Eyre, ma con i produttori della 20th Century Fox non c'è stato modo di mettersi d'accordo. E anche per il film su Bernadette, dopo i primi incontri, non c'è stato nulla da fare: gli è rimasto solo l'abbozzo della musica per l'apparizione della Vergine.
E adesso c'è questo produttore di Broadway, questo Billy Rose, che ha già fatto uno spettacolo usando le musiche di Bizet, e che vuole un balletto scritto da lui. E il compenso è davvero ottimo. Stravinsky manda un telegramma al signor Rose: accetta quel lavoro. 

William Samuel Rosenberg è basso di statura, ed è dannatamente veloce. Nella sua scuola del Bronx nessuno corre come lui sulle cinquanta iarde, ma non ha certo il fisico per giocare a football. Però è anche il più veloce della sua classe di stenografia. Il suo professore è John Robert Gregg, l'inventore di un fortunato sistema per la notazione stenografica, uno dei più usati al mondo. In un concorso, usando proprio il Gregg System, riesce a scrivere sotto dettatura centocinquanta parole al minuto, usando entrambe le mani e andando avanti e indietro. E così a meno di vent'anni, questo ragazzo nato nel 1899, diventa uno dei più abili impiegati stenografici di Bernard Baruch, il "Lupo solitario" di Wall Street, ricco e temuto broker, diventato consigliere economico del presidente Wilson e capo del War Industries Board, l'organismo che deve gestire l'economia di guerra degli Stati Uniti, perché nessuno come Baruch è esperto di materie prime. William è un impiegato zelante e in breve diventa il responsabile di tutto il personale amministrativo dell'ufficio, ma ha un sogno che non si adatta alla routine di un travet: vuole sfondare a Broadway.
Durante la seconda metà dei Roaring Twenties scrive i testi di alcune canzoni di successo, ma lui vuole fare il produttore, vuole diventare come Ziegfeld. Si licenzia e diventa Billy Rose: meglio troncare quel cognome così smaccatamente ebreo. Non sarà come Ziegfeld, ma quel ragazzo dimostra subito un certo fiuto. Nel 1934 apre il suo primo locale a Broadway, la Billy Rose's Music Hall, e ingaggia una big band appena formata da un giovane clarinettista di Chicago, un tal Benny Goodman: è la prima in cui suonano insieme musicisti bianchi e neri. 
Il 16 novembre dell'anno dopo debutta all'Hippodrome il suo primo musical, Jumbo, scritto da Ben Hecht e Charles MacArthur con le canzoni di Richard Rodgers e Lorenz Hart. Il protagonista dello spettacolo è Jimmy Durante, mentre Paul Whitman, il "re del jazz", dirige l'orchestra. Solo all'Hippodrome si può fare uno spettacolo del genere, ambientato in un circo: e infatti sul palcoscenico viene montato un vero chapiteau e ci sono gli elefanti, i trapezisti, i leoni, i clown, i cavalli. Un vero e proprio circo, con Jimmy Durante che canta e che ogni sera fa un numero in cui l'elefante gli appoggia la zampa sulla testa. E Billy si gode lo spettacolo. Per sé riserva una poltrona in platea e anche il posto davanti: non vuole che qualcuno di quelli "alti" gli impedisca di vedere il suo varietà.
Ormai Billy è l'uomo dei grandi spettacoli, fatti per sorprendere il pubblico. Nel 1936, per festeggiare il centenario della nascita del Texas, organizza a Forth Worth uno spettacolo intitolato The Show of Shows al teatro Casa Mañana, che ha il palcoscenico girevole più grande del mondo. La star è la ballerina di burlesque Sally Rand. Nel '37 per l'Esposizione dei Grandi Laghi a Cleveland inventa il Billy Rose's Aquacade, in cui da un anfiteatro di undicimila posti a sedere si assiste a uno spettacolo che si svolge in un'enorme piscina e su un palco di sessanta metri che il pubblico vede attraverso una cortina d'acqua alta dodici, come una specie di enorme acquario. I protagonisti dello show sono Johnny Weismuller, il campione olimpico di nuoto a Parigi e Amsterdam e il Tarzan dei fortunati film della Metro, e la bellissima Eleonor Holm, anche lei campionessa olimpica di nuoto a Los Angeles e compagna di Tarzan nella versione decisamente meno popolare della 20th Century Fox, quella con Glenn Morris, medaglia d'oro nel decathlon a Berlino.
Il mondo di Broadway osserva con una certa aria di sufficienza questi successi in provincia di Billy Rose, che, proprio come Ziegfeld, vuole sempre che il suo nome sia nei titoli dei suoi spettacoli. A New York è più famoso per essere il marito di Fanny Brice. Fanny è, insieme a Lillian Lorraine, una delle indiscusse regine delle Ziegfeld Follies: partecipa alle riviste dal 1910 al '23. Fanny non è bella come Lillian, non ha il naso e la bocca di una Gibson Girl, ma ha una grande voce e soprattutto è molto simpatica, sa prendere in giro quel suo corpo lungo e con poche curve e quel naso troppo grosso: il pubblico la adora. Su Fanny negli anni Sessanta Jule Style e Bob Merrill scriveranno il musical Funny Girl con una strepitosa Barbra Streisand. Immagino ricorderete il film, ovviamente sempre con la Streisand, diretto nel '68 da William Wyler. Funny Girl racconta la prima parte della carriera di quella ragazza dall'aria buffa, con un impeccabile Walter Pidgeon nel ruolo di Florenz Ziegfeld. Meno riuscito è il sequel del 1975, diretto da Herbert Ross, intitolato Funny Lady, in cui si racconta la seconda parte della carriera della cantante, quella in cui la sua vita si intreccia con quella di Billy, interpretato dal decisamente troppo alto James Caan.
Billy continua comunque a fare i suoi spettacoli. Aquacade è una delle attrazioni della Fiera mondiale di New York del 1939, quella che ha come slogan: The World of Tomorrow. La Fiera viene inaugurata il 30 aprile: "domani" ci sarebbero state Danzica e Pearl Harbour. Il pubblico comunque fa la fila a Flushing Meadows per vedere le ballerine nuotatrici, tra cui la debuttante Esther Williams e Gertrude Ederle, del Queens, che è stata la prima donna a percorrere a nuoto il canale della Manica. 
Alla fine degli anni Trenta Billy gestisce un nuovo nightclub, il Billy Rose's Diamond Horseshoe, nel piano interrato del Paramount Hotel a Times Square. E continua a fare il vaudeville, anche se ormai i gusti del pubblico stanno cambiando, ma le ballerine di Billy sono sempre le più belle di tutta New York. E quelle con le gambe più lunghe. Ha bisogno di un coreografo e gli consigliano di scritturare un giovane ballerino di Pittsburgh. Billy ha qualche dubbio, quel ragazzo è troppo elegante, non gli sembra adatto a far ballare "tette e culi", ma poi capisce che si tratta di un grande talento: è così che Gene Kelly viene assunto al Diamond Horseshoe.
Nel 1943 Billy ha finalmente l'occasione per realizzare uno spettacolo diverso dalle riviste che ha allestito fino a quel momento. Il librettista Oscar Hammerstein II è affascinato dalla storia di Carmen e ha scritto un nuovo libretto, utilizzando le musiche composte da Georges Bizet. Carmen Jones, come si intitola l'opera, è ambientata durante la seconda guerra mondiale - Carmen lavora in una fabbrica di paracaduti - e dovrà essere interpretata da un cast composto solo da afroamericani. Hammerstein non trova un produttore e alla fine si rivolge, senza molte speranze, a Billy Rose. Si tratta evidentemente di una grande sfida, ma Billy capisce che è il suo momento, come è successo a Ziegfeld nel 1927 con Show Boat: è la sua occasione per entrare finalmente nella storia del teatro musicale. Billy ha ragione: Carmen Jones, con un cast tutto al debutto, è un successo. Finalmente i grandi giornali di New York parlano con rispetto del "piccolo" Billy, che nel frattempo ha divorziato da Fanny e si è sposato con Eleonor Holm. 
Però Billy ama la rivista e l'anno successivo vuole tornare a fare uno spettacolo che possa avere il suo nome. E poi adesso è lui che gestisce lo storico Ziegfeld Theater al 1341 della Sesta Avenue, il "tempio" delle Follies, che gli eredi di Ziegfeld, a causa della crisi del vaudeville e del burlesque, hanno trasformato in un cinema. Adesso è lui il "re della rivista". Billy ha un'idea: il suo prossimo spettacolo deve essere un omaggio alle sette arti. Ha già il titolo: The Billy Rose's Seven Lively Arts. Per il libretto chiama due tra i più prolifici e famosi autori di Broadway, George Kauffam e Ben Hecht. Le canzoni saranno di Cole Porter. Ma non basta. A Billy serve un brano di musica classica, una cosa come quelle che si ascoltano solo al Metropolitan: a Billy serve Stravinsky.

Stravinsky ha cinquantotto anni quando, alla fine di settembre del 1939, sbarca a New York per tenere un ciclo di conferenze ad Harvard. È il compositore che ha inventato la musica del nuovo secolo, il suo nome è conosciuto in tutto il mondo. Poi Hitler occupa Parigi e Stravinsky non può che rimanere in America, dove lo raggiunge anche Vera de Bosset. Dopo qualche mese la coppia si trasferisce in California, a Hollywood, perché Igor ha bisogno di caldo. E la sua casa diventa il centro di una rete di artisti e intellettuali. 
Ovviamente Billy conosce la musica di Stravinsky: anche lui è andato a vedere Fantasia. E se Stravinsky va bene per Disney, può andare bene anche per Billy Rose. E ha letto sui giornali quello che è successo al Maestro a Boston a metà di gennaio del '44. La polizia lo voleva addirittura arrestare perché avrebbe introdotto un accordo di settima dominante in un suo arrangiamento di Star-Splangled Banner. Poi si sono limitati a una multa e comunque si sono sbagliati, perché la legge vieta di usare l'inno come musica da ballo, non di cambiare l'arrangiamento. 
Comunque sia, Billy pensa che sia una fortuna che Stravinsky abbia accettato di scrivere un balletto per Seven Lively Arts.  

La composizione della suite procede veloce. Maurice Abravanel ha chiesto a Stravinsky di semplificare il più possibile la partitura: i musicisti che la suoneranno sono ottimi professionisti, ma sono abituati allo swing e non alla musica sinfonica. Il compositore russo è contento quando il signor Rose gli scrive che sarà proprio Maurice a dirigere l'orchestra durante il balletto. Lo ha conosciuto a Losanna, prima della Grande guerra, quando era poco più di un bambino, a casa degli Ansermet. Anche lui è in America dal '36: ormai loro possono vivere solo lì. 
Stravinsky conosce bene anche Alicia Markova e Anton Dolin, i ballerini inglesi ingaggiati dal signor Rose per eseguire il balletto. E Anton curerà anche la coreografia. Li ha incontrati entrambi a Parigi alla "corte" di Diaghilev, lei si chiamava ancora Lilian Alicia Marks. Sono tra i ballerini più famosi del mondo e adesso, emigrati anche loro in America, hanno ricreato lì la compagnia dei Ballets Russes. 

Billy Rose vuole davvero il meglio per il suo spettacolo. Certo adesso, a dieci anni da quel primo contratto alla Billy Rose's Music Hall, è molto più costoso ingaggiare la big band di Benny Goodman. Il 16 gennaio 1938 si è esibito alla Carnegie Hall, in un concerto che ha fatto la storia: la prima volta in cui lo swing entra in una delle grandi sale della musica classica. Nonostante tutto, Billy vuole tornare a lavorare con Goodman e sarà proprio il grande clarinettista a suonare le canzoni scritte da Cole Porter.
I protagonisti saranno Bert Lahr e Beatrice Lillie. Bert è un buon cantante, è un attore estremamente capace, ma soprattutto è un comico: una presenza costante nel vaudeville e nel teatro di varietà americano per almeno tre decenni. Anche se per il pubblico del 1944 - così come per noi - Bert Lahr è il Leone codardo della versione cinematografica del Mago di Oz, il film del 1939 diretto da Victor Fleming. E Lahr nel film è l'unico dei tre compagni d'avventura di Dorothy a cantare due canzoni da solista. E pensare che Bert non è stato la prima scelta della Metro: il produttore Mervyn LeRoy vorrebbe usare Leo, ossia il leone della Metro, quello che ruggisce prima di ogni loro film, doppiato da un attore per i dialoghi. Leo però non si dimostra particolarmente disposto ad accettare lunghe sedute di addestramento né gli altri attori sono contenti di recitare accanto a un vero leone. E così viene scelto Bert, anche se spesso la sua presenza costringe a girare più volte le scene perché i suoi colleghi, e specialmente Judy Garland, non resistono alla sua simpatia e scoppiano a ridere durante le riprese.
In The Show Is On, una divertente rivista che ha debuttato il 25 dicembre 1936 al Winter Garden Theater, con la regia di Vincente Minnelli, Bert Lahr ha già recitato a fianco di Beatrice Lillie: la coppia funziona. Beatrice è nata a Toronto e comincia la sua carriera, ancora bambina, nel West End. Partecipa, come la sua amica Gertrude Lawrence, alle riviste prodotte da André Charlot, che porta quelle due ragazze anche a Broadway. Beatrice è la protagonista di spettacoli teatrali a Londra, specialmente le commedie di Noel Coward, e di riviste a Broadway, anche se non è la classica bellezza alla Ziegfeld. Allo scoppio della seconda guerra mondiale è attivissima nell'organizzare spettacoli per le truppe, si esibisce di continuo, girando da una base all'altra, ovunque si combatta. Nel 1942 riceve la notizia che il figlio, ufficiale della marina britannica, è stato ucciso in azione a Ceylon: lei sta per cominciare uno dei suoi spettacoli per le truppe, le chiedono se vuole rinunciare. "Piangerò domani" risponde e regala canzoni e battute di spirito a quei ragazzi, come ha sempre fatto.
Poi naturalmente Billy ha bisogno di ballerine, le più belle in circolazione, perché nei suoi spettacoli non possono mai mancare. E sono splendide anche le tre cantanti principali, quelle a cui sono affidate le canzoni di Porter. Nam Wynn, oltre a essere spesso in radio e sui palcoscenici del vaudeville, negli anni Quaranta è la "voce" di Rita Hayworth, nei numeri in cui l'attrice deve cantare. Dolores Gray è una delle giovani che Billy Rose ha fatto debuttare, intuendone il talento: la sua lunga carriera tra Broadway e il West End culminerà con un Tony per Carnival in Flanders nel 1954. Anche per Mary LaRoche questo è uno dei primi ruoli importanti, anche se la sua carriera si svolgerà per lo più tra il cinema e la televisione: appare in ben cinque episodi delle serie storiche di Perry Mason, interpretando sempre ruoli diversi - e per due volte è l'assassina. Cole Porter non è particolarmente in vena quando scrive le canzoni per lo spettacolo di Billy. Solo una è memorabile e diventa uno standard, Ev'ry Time We Say Goodbye, ed è Nam che la canta, in un'interpretazione di cui purtroppo non ci rimane traccia.

Siamo ormai a metà agosto. Il signor Rose chiede a Stravinsky come sta procedendo il lavoro. Per debuttare a Broadway all'inizio di dicembre, come lui ha previsto, occorre fare le anteprime a novembre e preparare le coreografie e fare le prove. Il tempo ormai comincia a essere sempre meno. Stravinsky lavora alacremente, anche se non è del tutto soddisfatto di quello che ha scritto fino a quel momento. Il Maestro in quei giorni di agosto ascolta quello che sta succedendo in Francia. Il 15 comincia l'insurrezione dei lavoratori di Parigi, gli scioperi si susseguono giorno dopo giorno, il 19 i partigiani combattono contro i tedeschi all'interno della città, mentre le truppe americane avanzano sempre più velocemente da nord. I soldati tedeschi cominciano la ritirata. Il 23 agosto Stravinsky esultante conclude la nona parte della suite, intitolata Apoteosi. Sulla partitura scrive: Paris n'est plus aux allemands

Billy vuole proprio stupire il suo pubblico. In occasione della Fiera di New York ha conosciuto questo bizzarro pittore spagnolo, un surrealista, uno che in Francia ha lavorato anche per il cinema, e gli chiede di dipingere sette grandi tele che saranno esposte nel foyer. Salvador Dalì dipinge i sette quadri in una stanza dello Ziegfeld Theatre, dove sono poi rimasti esposti per dieci anni.

Il 24 novembre 1944, al Forest Theater di Philadelphia va in scena l'anteprima di Billy Rose's Seven Lively Arts. Il signor Rose invia al compositore un telegramma: your music great success stop could be sensational success if you would authorise robert russell bennett retouch orchestration stop bennett orchestrates even the works of cole porter. Stravinsky risponde immediatamente: satisfied with great success.

Il 7 dicembre lo spettacolo debutta finalmente a Broadway. 

Billy Rose aspetta con ansia l'edizione del New York Times. Il critico Lewis Nichols loda Bert Lahr e soprattutto Beatrice Lillie, finalmente tornata a Broadway. Appena è entrata in scena il pubblico ha cominciato ad applaudire in maniera entusiasta, non lasciandole neppure il tempo di pronunciare la sua prima battuta. Nichols dice che Benny Goodman è bravo come sempre, le ballerine sono molto belle e le cantanti seducenti, ma il suo giudizio sullo spettacolo è tranciante: "grande e sconclusionato". E aggiunge che Billy Rose ha ammucchiato tutto, manca solo il lavello della sua cucina, evidentemente perché non sa ballare e non ha belle gambe, altrimenti sarebbe stato nel cast.

Forse questa critica è ingenerosa con il povero Billy: dopo tutto il pubblico ha apprezzato Seven Lively Arts, rimasto in cartellone fino al 12 maggio del '45, per centottantatre repliche. Il problema è che il teatro musicale è ormai completamente cambiato: le riviste non funzionano più, il pubblico va a teatro a vedere una storia, in cui personaggi cantano e ballano, ma in cui deve esserci una storia. Nello stesso anno debuttano Mexican Hayride, con il libretto di Herbert e Dorothy Fields e la canzoni di Cole Porter, On the Town di Leonard Bernstein con il libretto di Betty Comden e Adolph Green, Sadie Thompson di Vernon Duke e Howard Dietz, basato su un racconto di William Somerset Maugham, Bloomer Girl con le musiche di Harold Arlen e i testi di Edgard "Yip" Harburg. Billy Rose è ormai un relitto del passato.

Anche Stravinsky a Hollywood aspetta l'edizione del più importante e influente giornale di New York. Il signor Rose gli ha scritto soltanto che c'è stato il tutto esaurito. Il compositore scorre veloce l'articolo, verso la fine legge questa frase: "Markova e Dolin hanno anche un paio di numeri, uno sulla musica di Stravinsky, che probabilmente non è il migliore che abbiano mai fatto". Nient'altro.

Billy non si arrende. Continua a produrre delle riviste. Nel 1959 divorzia dalla sua terza moglie - intanto ha divorziato anche da Eleonor - e finalmente apre il Billy Rose Theater, al 208 West della 41esima. Alla fine degli Sessanta è nel consiglio di amministrazione dell'American Society of Composers, Authors and Publisher. Nonostante il suo impegno, non può far nulla per impedire che in radio passi quella "spazzatura": a Billy proprio non piace il rock'n'roll.
Nel '46 pubblica la sua autobiografia, Wine, Women and Words, con la copertina disegnata dal suo amico Dalì. E il 2 giugno 1947 è sulla copertina di Time: intorno al suo ritratto ci sono, come una sorta di aureola, le gambe delle sue ballerine.

Stravinsky andrà sulla copertina di Time un anno dopo, il 26 luglio 1948. Lui e Vera, alla fine del 1945, sono diventati cittadini degli Stati Uniti. Il loro sponsor è l'attore Edward G. Robinson. Il 24 gennaio 1946 Stravinsky debutta alla Carnegie Hall, dirigendo la prima della sua Sinfonia in tre movimenti, in cui ha utilizzato anche quell'abbozzo sull'apparizione di Maria.
Probabilmente ciascuno di noi se deve associare Stravinsky a una città, pensa immediatamente a Parigi, anche perché ricordiamo le statue colorate della fontana a lui dedicata nella piazza di fronte al Beaubourg; invece è Los Angeles la città in cui è vissuto più a lungo e curiosamente non c'è una via o un monumento che lo ricordi. Bisogna andare al 6340 dell'Hollywood Boulevard e fermarsi sulla stella che il 2 agosto 1960 gli è stata dedicata nella categoria "Radio".

Scènes de ballet non è uno dei capolavori di Stravinsky, ma merita di essere ascoltato. Anni dopo dirà di questo suo lavoro: "È un pezzo d'epoca, un ritratto di Broadway negli ultimi anni della guerra. È leggerino e zuccheroso - allora potevo ancora mangiare dei dolci - ma non ne parlerò male, perfino della seconda pantomima, e comunque è tutto ben fatto".

sabato 26 giugno 2021

Storie (XXXI) "Quando facevamo le Feste dell'Unità"

Domenica 18 settembre 1977. Piove. Piove a dirotto. I miei genitori mi svegliano all’alba: dobbiamo andare a Modena, alla Festa nazionale dell’Unità. Saliamo tutti e tre sul Ford Transit grigio che di solito mio padre usa per andare al lavoro. I miei non hanno ancora comprato la Regata e quel camioncino è l’auto di famiglia. Ricordo il rumore della pioggia, amplificato dalla piccola cabina e l’odore dei sedili.

È il giorno del comizio finale, ma noi non andiamo a sentire Berlinguer. I miei genitori sono in servizio. La federazione del Pci di Modena ha chiesto aiuto a quella di Bologna e sono tanti i compagni che vanno a lavorare, per quella giornata straordinaria di mobilitazione.
Era una Festa nazionale importante, anche se naturalmente io non potevo saperlo.
Non ricordo nulla di quel giorno, se non la pioggia e i rimproveri di mia madre, che in quella confusione non voleva che mi allontanassi neppure un attimo dal carrello dove lei metteva velocemente i piatti sporchi che raccoglieva dai tavoli. Prima si sgombrava, prima altri compagni potevano mettersi a sedere. Questo è il ricordo del mio primo “nazionale”.

Martedì 3 luglio 1945. Stefano Schiapparelli, che per il partito ha l’incarico di amministratore dell’Unità, annuncia la nascita di una nuova associazione, che si chiama “Gli amici de l’Unità”, con lo scopo di sostenere, promuovere, diffondere il giornale in ogni parte d’Italia. A poche settimane dalla fine della guerra sono tante le preoccupazioni che incontrano i compagni impegnati a far vivere il giornale “che ha saputo durante tutto il periodo fascista, fra mille e mille difficoltà, nella sua veste clandestina, esercitare coraggiosamente la sua funzione nella battaglia per la liberazione del Paese”.
Come prima cosa il partito decide di organizzare le “Settimane de l’Unità”, a partire dalla fine del mese di luglio: avrebbero cominciato le compagne e i compagni del Veneto e del Friuli, per poi passare il testimone a quelli dell’Emilia-Romagna e infine a quelli della Lombardia. Il piemontese Schiapparelli, tra i primi ad aderire al Pci, esule in Francia, miliziano nella guerra civile spagnola, comandante partigiano, ha un’idea chiara, nata proprio dall’esempio dei comunisti francesi. Le Fêtes de l’Humanité sono già una tradizione del Pcf quando, con l’avvento del fascismo in Italia, tanti comunisti e antifascisti si rifugiano in quel paese. Anzi, all’interno delle Fêtes de l’Humanité, nella Parigi degli anni Trenta, vengono allestiti dagli italiani dei piccoli “stand dell’Unità”.

Le prime iniziative, in Veneto e in Friuli, le prime vere e proprie Feste dell’Unità, sono un successo. Particolarmente suggestiva è la “Parada de l’Unità” lungo il Canal Grande a Venezia. Il giornale comunista la descrive così: “Venezia ha visto per la prima volta, dopo cinque anni di scure notti tra un allarme aereo e l’altro, la sua prima notte luminosa sul Canal Grande seguendo la prima «parada» di una enorme galleggiante con una gran stella rossa, viva di luci e risuonante di musiche e canti”.
Sulla “galleggiante”, che avanza “lenta, sicura, maestosa” – il tono del giornale è un po’ enfatico – hanno preso posto un’orchestra e alcuni tra i più bei nomi della musica lirica, da Mario Del Monaco a Gina d’Este. Il concerto va avanti tutta la notte.

Dopo gli ottimi risultati in Emilia-Romagna, è la volta della Lombardia e della grandissima “Scampagnata de l’Unità”, che si svolge domenica 2 settembre 1945 a Mariano Comense.
Nel giornale si annunciano, con toni trionfalistici, “musiche, cori, danze, alberi della cuccagna, corse nei sacchi e una ricchissima tombola all’americana”. Le cronache non raccontano cosa abbia di particolare questa tombola per meritarsi l’aggettivo “americano”: i premi sono modesti, visto che – forse non è inutile ricordarlo – la guerra è finita da poco più di quattro mesi. Segno evidente della situazione di miseria, ancora diffusa in tutta Italia, è quest’altro annuncio che si può leggere sempre sul giornale di quei giorni: si precisa infatti che “per non infrangere le disposizioni annonarie attualmente vigenti, non si potrà organizzare sul luogo della scampagnata la vendita dei cibi” e si invitano i partecipanti “di provvedere personalmente per la propria colazione”.

Vengono organizzati cinque treni speciali da tutta la Lombardia. Nel giornale del martedì successivo, Elio Vittorini, allora caporedattore della redazione milanese, descrive con grande passione il “villaggio boschereccio” costruito a Mariano Comense con tutte le sue attrazioni. Si balla, si gioca sui prati, si prova a dimenticare quello che è successo negli ultimi due decenni. E si immagina la nuova Italia che sta per nascere.

E così nascono le Feste dell’Unità. Si tratta fin da subito di un successo, anche economico. Nell’edizione dell’Unità del 6 settembre si annuncia, con legittimo orgoglio, a dispetto della “ironia mal celata” dei detrattori, che la sottoscrizione per il giornale ha superato l’undicesimo milione di lire. Per avere un termine di paragone, il giornale allora ne costa tre.

Come ho detto, durante il mese di agosto del ’45 anche la Federazione del Pci di Bologna organizza la sua “Settimana de l’Unità”: piccoli incontri dentro e fuori porta culminati in una grande festa all’Ippodromo, domenica 12 agosto.

Giuseppe Dozza, anche lui miliziano in Spagna e comandante partigiano, eletto con una grande maggioranza sindaco della città, e Giancarlo Pajetta, allora direttore del giornale, sono i protagonisti di quella manifestazione, insieme a migliaia di persone arrivate da ogni parte della città e della provincia: tra valzer e mazurche, tra il tiro alla fune e la pentolaccia, la città cerca di riconquistare quella normalità che i durissimi anni del fascismo e della guerra hanno fatto dimenticare.

Il giornale riporta alcune notizie: “La gara di tiro alla fune, vinta dalla sezione comunista di Granarolo Emilia, ha visto impegnata una squadra della Federazione della quale faceva parte anche il Sindaco Dozza. La folla dei bambini presenti ha urlato per circa due ore seguendo il gioco della pentolaccia che ha divertito tutti. Benché alcune difficoltà tecniche, fra le quali la scarsa illuminazione ed il mancato funzionamento dei microfoni e la scarsa preparazione organizzativa, abbiano impedito alla strabocchevole folla accorsa la sera in parecchie decine di migliaia, di godere interamente delle manifestazioni approntate, la massa ha dimostrato di gradire il carattere veramente popolare della festa e siamo certi che la giornata di propaganda per il nostro giornale non sarà tanto presto dimenticata”.
In questo, l’anonimo cronista, forse troppo ingeneroso con gli organizzatori di quella festa, non si sbaglia: da questo appuntamento di fine estate all’Arcoveggio comincia la storia delle Feste dell’Unità a Bologna. Una storia di cui, nel mio piccolo, sento di far parte. E che mi fa piacere raccontarvi.

Le Feste dell’Unità diventano un appuntamento importante per il partito. Non è un caso che Togliatti scelga proprio la Festa dell’Unità di Roma, il 26 settembre del ’48, per tornare a parlare in pubblico dopo l’attentato. Il cinegiornale dimostra sia la grande folla accorsa quel giorno al Foro Italico sia l’affetto che i militanti provano per il “loro” Segretario.
In quell’anno, decisivo per la storia del secondo dopoguerra, le Feste nazionali sono due, una a Monza, come è stato nel ’47 e come sarà nel ’49, e appunto questa di Roma, per salutare il ritorno del Migliore.

Torniamo a Bologna. Nell’estate del ’46 le Feste dell’Unità si cominciano a diffondere per tutta la provincia: non c’è sezione che non organizzi un appuntamento di quello che viene chiamato “Il mese della stampa”. La conclusione di queste iniziative viene organizzata sabato 21 e domenica 22 agosto ai Giardini Margherita. Nonostante il divieto della Questura, i compagni “addobbano” la statua del Nettuno. Il Gigante – come lo chiamano con affetto i bolognesi – annuncia solenne la “Grandiosa Festa de l’Unità ai Giardini Margherita”.

Anche per quest’occasione ai Giardini arrivano compagne e compagni da ogni parte delle città e della provincia. Lungo i vialetti vengono allestiti i “bettolini” per vendere il vino: non si può preparare da mangiare, visto che tutto è ancora soggetto al razionamento. Le famiglie portano da casa i loro “cartocci”, con quel poco che si possono permettere: sono le feste della miseria.

Due sono le novità introdotte quell’anno: il concorso per preparare il miglior “giornale murale” e un concorso di bellezza. Le giovani compagne si contendono i titoli altisonanti di “Stella de l’Unità”, “Stella di Rinascita” e “Stella della Lotta” e una pelliccia del valore di quindicimila lire.

La Festa dell’Unità del ’47 vede per la prima volta la “Parata degli Amici de l’Unità”: per tre ore, dalla Montagnola ai Giardini Margherita sfilano carri allegorici, complessi ginnici, gruppi sportivi, bande musicali, trofei giganteschi sorretti da otto-dieci compagni che si danno il cambio ogni duecento metri, cartelloni colorati, tante bandiere. Enfatica e retorica la descrizione del giornale: “Se il ricordo della Parata potrà col tempo svanire, mai potremo dimenticare quella selva di drappi fiammeggianti simboli della nostra fede e delle nostre lotte”.

Nel corso degli anni la preparazione e la costruzione dei carri diventa sempre più complessa: ogni sezione realizza nel più assoluto segreto il proprio carro, come avviene nelle varie società e congreghe carnevalesche della provincia. Leggiamo ancora dalla cronaca del ’47: “Ammirata una grande conchiglia che ha al centro una perla (l’Unità) e ai lati due meravigliose sirene”. E in questo modo, tra una sfilata e un concorso di bellezza, al suono della “filuzzi”, la Festa dell’Unità diventa un appuntamento ricorrente per la città.

Il 1950 è l’anno in cui si comincia a chiamare Festival de l’Unità. Anche se il Nazionale viene organizzato a Genova – perché si deve mostrare il sostegno alla città ligure per l’affronto dei fascisti – a Bologna si fanno le cose in grande: la festa dura nove giorni, si costruisce ai Giardini Margherita una grande arena con diecimila posti a sedere. L’inaugurazione viene affidata all’orchestra e al coro del sindacato bolognese che si esibisce in un concerto di musiche verdiane. Nelle serate successive l’ormai tradizionale appuntamento con l’elezione della miss, e, tra le altre iniziative, una sfilata di moda e una riunione di boxe importante: Italia-Inghilterra, con l’incontro di cartello tra Duilio Loy e Johnny Hazel. Si tratta di un grande successo.

Anche grazie a questo risultato Bologna viene incaricata di organizzare la Festa nazionale dell’Unità del ’51, la prima di una lunga serie. “La scelta di Bologna – recita un comunicato della Federazione – quale sede della Festa Nazionale de l’Unità 1951 ha riempito di soddisfazione e di legittimo orgoglio i compagni e i lavoratori di tutta la nostra Provincia”.

Quel Nazionale del ’51 rimane per molti anni nella memoria delle compagne e dei compagni bolognesi. Il Prefetto, dopo una lunga serie di trattative e nonostante la protesta di tante associazioni democratiche e anche di tanti cittadini, nega il permesso per i Giardini Margherita: soltanto 23 giorni prima della prevista inaugurazione del 18 settembre viene concessa la Montagnola. Lo slancio dei compagni è incredibile, ingigantito, se possibile, proprio dal maldestro tentativo della Prefettura di vietare la manifestazione. Ma se la Festa dell’Unità non può essere fermata dal Prefetto, la pioggia non può essere “controllata” dalla tenacia dei compagni: comincia a piovere la sera del 17 e va avanti per tutto il giorno successivo. L’inaugurazione viene spostata al 19.

Di quella edizione è memorabile la manifestazione conclusiva. Merita citare alcuni passi dell’Unità: “La Sezione Chiarini apre la sua parata con grandi cartelloni con le parole d’ordine in difesa della pace. Gli operai della Casaralta portano il plastico della loro fabbrica […] Gli operai della Calzoni portano un grosso scarpone che spezza le armi della guerra, anche gli operai della Sabiem-Parenti hanno costruito un carro allegorico significativo: un colossale martello che schiaccia i carri armati e le fabbriche di armi”. Sono alcune delle grandi fabbriche metalmeccaniche della città, quelle che stanno facendo la ricchezza della regione e creando il boom economico. E l’enfasi sulla pace racconta bene il clima della Guerra fredda.

Alla parata seguono raffigurazioni ginniche e rappresentazioni in piazza VIII Agosto: “I ragazzi della Sezione Irma Bandiera hanno eseguito esercizi alla sbarra con agilità ed esperienza da ginnasti consumati. Medicina ha trasformato l’arena in una risaia: le betulle ai lati, un immenso cappello di paglia al centro, un coro di braccianti in sottofondo. Dal cappello sbocciano un bracciante e una mondina con una rossa bandiera. […] il grande complesso delle Sezioni Galanti e Busi ha formato successivamente e con movimenti ritmici e perfettamente eseguiti, i distintivi della Cgil, del Pci e del Psi”.

Finalmente segue il comizio di Palmiro Togliatti. Sono venuti compagni da tutta Italia. Le persone sono assiepate nella piazza e tutto intorno: da Porta Zamboni fino a piazza dei Martiri e su per via Marconi fino a piazza Malpigli; tutta via Indipendenza dal Nettuno alla stazione è piena. Togliatti parla per due ore.

Festa di partito, anzi Festa del Partito, ma anche festa popolare, una grande “fiera”. Il poeta Edoardo Sanguineti descrive lo spirito popolare di quelle Feste dell’Unità. “Il modello della «scampagnata» si è potuto risolvere nella Festa dell’Unità perché tale modello si è incrociato e saldato con quello della «fiera», […] nel riplasmarsi di fenomeni che rimescolarono, lungamente, etimi religiosi e sviluppi mercantili, tra scadenze calendariali e libero proliferare di innumerevoli forme frante e nomadi, più o meno carnevalizzabili e carnevalizzate in un secolare rimescolarsi di professionalità municipali e di abilità marginali e stravaganti, tra microcommercio ambulante e artigiano vagabondo, tra parco dei divertimenti e spettacolo viaggiante”.

In maniera forse meno poetica, ma altrettanto efficace, anni dopo il sociologo bolognese Fausto Anderlini dice che, al di là delle appartenenze, ci sono solo due cose che sono patrimonio comune della città di Bologna: la Madonna di San Luca e la Festa dell’Unità.

La Festa dell’Unità rimane in Montagnola anche nel ’52 – mentre il Nazionale si svolge a Torino – poi la Federazione decide di tornare ai Giardini Margherita.

Il ’53 il Nazionale è a Milano. In tutte le Feste si festeggia il buon esito delle elezioni politiche: è l’anno della “legge-truffa” e a Bologna la grande cancellata dei Giardini Margherita davanti a Porta Santo Stefano viene coperta da una struttura su cui campeggia la parola d’ordine: “L’Italia ha vinto, i truffatori respinti!”.

Nunzio Filogamo presenta uno spettacolo intitolato “Mezzo secolo di canzoni”.

Nel ’55 la scelta della Federazione di Bologna per la Festa provinciale cade definitivamente sulla Montagnola. Le Feste dell’Unità intanto dilagano su tutto il territorio della provincia. L’Unità riporta entusiasticamente alcuni dati riferiti al ’58: “276 Feste Sezionali, 1500 serate di Cellula, 28 milioni di sottoscrizione e un Festival Provinciale senza precedenti”.

Naturalmente ogni anno il Festival è “senza precedenti”.

Cresce e cambia l’Italia; la Festa dell’Unità cresce di anno in anno, aumentano i ristoranti, la Cinquecento sostituisce la moto Morini come premio finale della pesca. Il Nazionale si sposta tra le città dell’Italia centro-settentrionale.

Nell’aprile del ’61 l’Unione Sovietica lancia in orbita Jurij Gagarin, il primo cosmonauta. I compagni che organizzano il Festival di Bologna non vogliono far dimenticare l’evento che segna una tappa importante per il “primo paese socialista del mondo” e si mettono d’ingegno. Viene costruita una torre alta trenta metri con sopra una sfera luminosa di sei metri di diametro che rappresenta la terra e attorno, tenuto su da un’asta di metallo, lo Sputnik, “simbolo imperituro della tecnologia bolscevica”. Lo Sputnik di Bologna, come l’originale, emette a intervalli regolari il suo caratteristico “bi-bip”.

L’edizione del ’64 è segnata dal lutto: il 21 agosto muore Palmiro Togliatti. La Direzione nazionale del partito decide che, in quelle condizioni, il Nazionale può svolgersi soltanto a Bologna. Più di duecentomila compagni si ritrovano nella città emiliana da tutta Italia il 13 settembre per il comizio del nuovo segretario Luigi Longo, in ricordo del grande leader scomparso.

Nel ’68 c’è l’ultimo Nazionale alla Montagnola. “Per un socialismo giovane, aperto alle idee nuove, con l’Unità, per la sinistra unita” è la parola d’ordine che nell’anno della contestazione campeggia lungo tutta la scalinata davanti a piazza VIII Agosto.

Carmen Villani, Jimmy Fontana, Caterina Caselli e Johnny Dorelli sono gli ospiti musicali.

L’ultima domenica vengono serviti 60.000 pasti. Per costruire la Festa servono 55 chilometri di tubi Innocenti e 47 quintali di fili elettrici. Questo è l’ultimo anno in Montagnola. Il Comune deve avviare una serie di lavori di risistemazione del parco, che ormai è troppo piccolo per contenere la Festa: serve un’area più grande.

Dopo il Sessantotto la Festa dell’Unità a Bologna si sposta fuori dalle mura, prima in Fiera, poi all’Arcoveggio, quindi di nuovo in Fiera. Sono gli anni del Vietnam. Il 5 settembre del ’69 la Festa si ferma per manifestare il suo dolore per la morte di Ho Chi Min. Il lungo corteo si svolge sotto una fitta pioggia, come gran parte di quella Festa sfortunata, almeno dal punto di vista meteorologico.

Nel ’71 la Federazione di Bologna si “gemella” con la provincia vietnamita di Quang Tri: la Festa dell’Unità di quell’anno diventa l’occasione per organizzare una serie di sottoscrizioni straordinarie in favore del popolo vietnamita. Tra le altre iniziative, si monta all’interno della Festa una emoteca per donare il sangue da mandare in Vietnam.

Nel ’73 – mentre il Nazionale si svolge per la prima volta a Venezia – finalmente la Festa dell’Unità di Bologna trova la propria “casa” al Parco Nord, una grande area “vuota” a ridosso della tangenziale.

La Festa di quell’anno ospita il concerto dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretto da Zubin Metha, una grande “prima” che non manca di far nascere qualche polemica tra i “puristi”: si porta per la prima volta la musica classica fuori dalle mura cittadine, davvero tra il popolo.

Si tratta di un anno di rodaggio, in attesa del Nazionale del ’74, la “Festa del Cinquantesimo de l’Unità e del Cinquantesimo della morte di Lenin”.
E questa è davvero una grande Festa, a partire dall’inaugurazione: in piazza Maggiore il Balletto del Teatro dell’Accademia musicale di Mosca presenta Il lago dei cigni.

Anche la manifestazione di chiusura per il comizio di Enrico Berlinguer di domenica 15 settembre è imponente. Il corteo parte alla mattina dal centro della città per il Parco Nord, ma non sono pochi quelli che non arrivano in fondo. Diverse famiglie della Bolognina fanno scendere dalle loro finestre dei tubi di gomma attaccati ai rubinetti, perché quella domenica a Bologna fa un gran caldo. E in via Ferrarese, quando ormai si capisce che il corteo non sarebbe più andato avanti e tutte quelle persone, arrivate da ogni parte d’Italia, non sarebbero arrivate a sentire il comizio, non sono poche le case in cui si prepara qualcosa da mangiare per quelli del corteo. Si portano fuori tavole e sedie: anche lì c’è la Festa de l’Unità.

A Quarto Inferiore, la frazione di Granarolo dove io sono cresciuto, a metà degli anni Settanta non c’era praticamente nulla. Ma c’era, all’inizio dell’estate, la Festa dell’Unità. E c’era anche, qualche settimana prima, la Festa dell’Avanti!. Tenete conto che allora Quarto aveva poco meno di cinquecento abitanti, che però facevano due feste. E naturalmente c’erano anche i democristiani che organizzavano la festa della parrocchia. Erano davvero pochi quelli che a Quarto non avevano una festa da fare.
Per la precisione i socialisti organizzavano lì la loro festa comunale. C’era un accordo per la gestione delle strutture, acquistate in società diversi anni prima, e che, montate una volta sola, servivano a entrambe le manifestazioni. Non era insolito: anche negli anni di più forte contrapposizione tra i due partiti era attiva questa collaborazione in tante parti della provincia.
Io potevo andare anche alla festa dei socialisti, perché era praticamente sotto casa nostra, non c’era da attraversare la provinciale, e perché mio nonno Vincenzo, il padre di mia madre, era un vecchio socialista, uno di quelli che teneva l’amministrazione della sezione e della festa. Un tesoriere ligio e pignolissimo, come mi avrebbero detto anni dopo alcuni compagni del Psi. Naturalmente non potevo lavorare a quella festa, ma appena sono stato capace di tenere in mano un vassoio, potevo servire ai tavoli alla Festa dell’Unità. E non solo a quella di Quarto.
Mio padre veniva da Marano, un paese ancora più piccolo di Quarto, distante ben tre chilometri, ma sotto il comune di Castenaso. Per far vivere la Festa dell’Unità di Marano – famosa per il coniglio – era necessario che “tornassero” quelli che si erano trasferiti in un altro paese. E così noi Billi andavamo a lavorare anche lì, visto che quella festa si faceva prima di quella di Quarto.
Costruire il calendario affinché gli appuntamenti non si accavallassero era difficile, perché le feste erano davvero tante. Bastava che per qualche motivo si dovessero spostare le date di una festa per creare il caos.
Quando io ho cominciato a lavorare nelle Festa dell’Unità – dopo poco quell’epico viaggio a Modena – la sezione del Pci di Quarto Inferiore faceva davvero una bella festa: c’era il ristorante tradizionale, poi è stato aggiunto quello del pesce e infine la pizzeria per i “giovani”, poi c’era la pesca e lo stand del libro. E naturalmente tutte le sere c’era l’orchestra di liscio. Anche nelle altre frazioni di Granarolo, anche se erano più piccole di Quarto, c’era la Festa dell’Unità: Cadriano, Lovoleto e Viadagola. A Granarolo centro se ne facevano due: quella di sezione e quella comunale, dove ovviamente lavoravano anche le compagne e i compagni delle altre sezioni del Comune. In buona sostanza il Pci a Granarolo – allora un Comune di circa seimila abitanti – faceva sei Feste dell’Unità.
 

Le Feste dell’Unità intanto cambiano. Nel ’76, prima dell’anno con cui ho iniziato questa storia, il Nazionale arriva finalmente al Sud. È la Festa di Napoli, la festa del sindaco Valenzi e la festa di Eduardo.

Sabato 2 agosto 1980 una bomba fascista squarcia la stazione di Bologna e uccide ottantadue persone: come per rispondere a quel lutto, Bologna ospita ancora una volta il Nazionale. All’ingresso della Festa un enorme quadrante segna le 10.25. “Festa Nazionale a Bologna – si legge sull’Unità – nella stessa città nella quale si continua a morire per la strage del 2 agosto. Bologna ha ripreso a vivere! In nessuno dei sedici giorni sarà possibile, visitando la Festa, guardando le fotografie, i manifesti, i disegni della stazione, delle vittime, della piazza «evadere» dal momento e dal luogo in cui stiamo vivendo”. Impossibile fare festa, ma è anche un dovere continuare a fare la Festa, dire che ci siamo.

Il Nazionale torna a Bologna nel 1987. L’ultima Festa nazionale in cui è segretario Alessandro Natta, un uomo perbene, un compagno che non abbiamo apprezzato per quello che valeva.

Io durante quel Nazionale lavoro in libreria. Anche nella Festa dell’Unità di Granarolo gestisco lo stand del libro: frequento il liceo classico, sono un compagno intellettuale.

A fine agosto del 1991 apre a Bologna la Festa nazionale dell’Unità. Apparentemente tutto normale: una bella festa, tanti ristoranti, tanti spettacoli, tanti dibattiti. Una festa come le altre, sempre un po’ più grande, perché la festa deve sempre essere “senza precedenti”. Sì, sembra proprio tutto uguale, ma una “cosa” diversa c’è: dopo un lungo e travagliato dibattito abbiamo deciso, a maggioranza, di sciogliere il Pci e abbiamo fondato il Pds.

Il Nazionale viene organizzato a Bologna anche nel 1993: sarà l’ultimo di Achille Occhetto. Ripensandoci forse portiamo un po’ “sfiga”.

Io intanto a Granarolo sono stato eletto in Consiglio comunale, nelle elezioni del 1990, le ultime in cui si presenta il simbolo del Pci e faccio anche l’assessore. A Granarolo alle amministrative di quell’anno vengono eletti consiglieri del Pci, del Psi e della Dc. Cinque anni dopo nessuno di questi partiti esisterà più. Faccio anche il segretario di sezione a Quarto: la sezione c’è ancora, ma naturalmente non facciamo più la Festa dell’Unità. Ne facciamo solo una, bella e comunale, a Cadriano e come sezioni di Granarolo gestiamo un ristorante al Parco Nord. Sono tornato a servire ai tavoli.

A Bologna viene assegnato il Nazionale nel 1998. Nel frattempo abbiamo sciolto anche il Pds e abbiamo fondato i Ds. Una bella edizione quella del ’98: organizziamo il concerto di Michel Petrucciani.

Non ho usato per sbaglio quel “noi”. La Federazione mi ha chiamato a collaborare all’organizzazione della Festa: ho una specie di ufficio alla “palazzina rossa” del Parco Nord e un incarico non ben definito, che però mi permette di fare molte cose. Studio la Festa “dall’interno”.

Domenica 27 giugno 1999: Giorgio Guazzaloca diventa sindaco. È caduto il muro di Bologna: titolano con scarsa fantasia i giornali. La Federazione è travolta. Viene commissariata da Roma e Mauro Zani diventa Segretario.

Però bisogna organizzare la Festa dell’Unità al Parco Nord. Inaspettatamente divento il Responsabile delle Feste, comincio a fare il funzionario di partito.

A suo modo quella Festa dell’Unità è “senza precedenti”: la prima volta che siamo all’opposizione. I primi giorni vengono i giornalisti delle testate nazionali per vedere come ce la stiamo cavando: e nonostante tutto facciamo una bella festa.

Ovviamente io non alcun merito per la buona riuscita di quella Festa dell’Unità. Nessuno di quelli che ha svolto, più o meno bene, quell’incarico può in coscienza pensare di avere dei meriti particolari. Quando abbiamo fatto bene è perché ci siamo messi al servizio di una ”macchina”, provando a non fare troppi danni con le nostre idee, con la voglia di fare qualcosa di diverso. Perché la Festa è davvero uno sforzo collettivo, il mettere insieme passioni, intelligenze, caratteri di donne e uomini anche molto diversi che però hanno quell’obiettivo comune.
Almeno è così che io ho vissuto gli anni in cui ho fatto quel lavoro, dal 1999 al 2005, l’anno del sessantesimo delle Feste; anche cercando di tornare a fare piccole Feste dell’Unità sia in città che in provincia. E in mezzo ci sono stati anche due Nazionali, quello del 2000 – la prima Festa dell’Unità senza il quotidiano in edicola – e quello del 2003 – la Festa in cui abbiamo lanciato la candidatura di Sergio Cofferati, che avrebbe vinto le comunali dell’anno successivo.
E se chiedete a chi ha fatto tante feste cosa si ricorda, a parte la fatica, le arrabbiature, lo sconforto, vi dirà sempre il piacere di stare insieme, di fare qualcosa insieme agli altri. E questo, anche se le Feste dell’Unità non ci sono più – o sono pallide imitazioni – nessuno ce lo toglierà.


Le Feste dell’Unità sono un bel modo di fare politica. Non si capisce cos’è una Festa de l’Unità se non si coglie la passione dei volontari che la fanno vivere giorno per giorno. Queste sono le parole con cui Enrico Berlinguer ha ringraziato le compagne e i compagni che hanno organizzato la Festa nazionale di Reggio Emilia del 1983, l’ultima Festa a cui ha partecipato.

“Un nuovo motivo del successo delle nostre feste, e di questa nazionale, è che esse sono frutto di quell’immensa mano operosa che è costituita dal lavoro indefesso, certosino, entusiasta di migliaia e migliaia di compagni e di compagne che, senza alcun tornaconto personale, ma mossi solo da spirito di dedizione e da una grande carica ideale, si sono prodigati con intelligenza e passione in tutte le incombenze e in tutti i mestieri dei quali c’è bisogno di mettere in piedi e far funzionare questa realizzazione davvero formidabile. È forse questo il patrimonio inestimabile di cui più siamo ricchi. E la cosa più significativa, e vorrei dire meritoria, è che questo nostro patrimonio noi non lo spendiamo solo per le cose del nostro partito, ma lo mettiamo a disposizione del paese in ogni circostanza, specialmente in quelle più drammatiche e dolorose”.

martedì 25 maggio 2021

Storie (XXX). "Dal barbiere Sweeney Todd" (4/4)...

Un grande musical ha successo grazie a grandi interpreti, e Stephen Sondheim e Harold Prince sono troppo smaliziati per non saperlo. La faccia di Sweeney Todd non può più essere quella di Tod Slaughter. Il barbiere di Fleet Street non è più soltanto un sadico e avido omicida. Adesso è diventato, a suo modo, un eroe. Sweeney è uno di noi e noi vogliamo identificarci con lui.

Stephen Sondheim e Harold Prince non fanno alcuna fatica a trovare il “loro” Sweeney. Il protagonista maschile di A Little Night Music, Len Cariou è perfetto, ha una bella voce profonda, è bravo a recitare - è un apprezzato interprete di Shakespeare, spesso presente al Festival di Stratford - ha quarant’anni, ma sembra anche più maturo, ha la presenza fisica per fare Sweeney Todd. Puoi aver paura di lui, se lo incontri di notte in un vicolo scuro. E poi c’è in lui qualcosa di misterioso: non per caso, qualche anno dopo, sarà Michael Haggerty, un agente dell’MI6 di origini irlandesi, che compare alcune volte a Cabot Cove per aiutare in casi particolarmente complicati la sua amica Jessica Fletcher. Ma è anche un uomo che sa amare, fino alla fine.

Semmai è più difficile trovare una Mrs Lovett “perfetta”. Anzi Stephen e Harold sanno benissimo che vorrebbero Angela Lansbury, che lei sarebbe l’interprete ideale di questo personaggio, ma hanno il dubbio che non voglia accettare. Angela ha solo quattro anni più di Len, ma è già una stella, ha ottenuto una nomination agli Oscar, ha vinto due Golden Globe e due Tony, ha sostituito Ethel Merman nel ruolo di Madame Rose e per tutti è zia Mame. Ed è stata la protagonista di Anyone Can Whistle, il grande fiasco di Sondheim - questa volta senza la regia di Prince - che è rimasto in cartellone per solo nove repliche. Il rischio che non voglia accettare un ruolo da coprotagonista in uno spettacolo così particolare è molto forte. Però Stephen vuole Angela, perché il brano con cui il personaggio si presenta, The Worst Pies in London, è difficile da cantare, ha continui cambi di ritmo e tonalità: serve una grande interprete e lui sa che Angela può farlo incredibilmente bene. E soprattutto Mrs Lovett è al tempo stesso il personaggio comico dello spettacolo e la “cattiva”. Per convincere l’attrice ad accettare comunque la parte aggiunge A Little Priest, il lungo e splendido duetto che chiude il primo atto, e le spiega che Mrs Lovett deve avere il carattere di un personaggio da music hall. Angela è cresciuta nel music hall inglese e soprattutto, da artista intelligente e ricca di esperienza, capisce che si tratta di una cosa assolutamente nuova, di un lavoro che sarà nella storia del teatro. E poi ormai, anche a partire dal manifesto, Mrs Lovett assume un ruolo da protagonista: adesso è anche il “suo” spettacolo. Angela accetta, Sondheim e Prince, fidandosi di lei e di Len, li lasciano liberi di sviluppare i loro personaggi. Così Angela crea Mrs Lovett, alternando aspetti buffi e un incredibile cinismo, il desiderio di una vita “normale”, di una famiglia borghese, di essere moglie e madre e una crudeltà assoluta, che non viene giustificata, come quella di Sweeney, da un proposito di vendetta: è Mrs Lovett, nonostante quell’aria svagata, il vero demone della storia.

Oltre a Cariou e Lansbury, Harold riesce a scritturare un ottimo cast: la folle mendicante è Merle Louise, che è stata un’acclamata Thelma nella prima edizione di Gipsy e Susan in quella di Company. Edmund Lyndeck, che ha interpretato John Witherspoon in 1776 è il giudice Turpin. Il tenore Joaquin Romaguera è Pirelli, l’inserviente di origini irlandesi di Barker, che si finge italiano e che riconosce il suo vecchio padrone. E per questo sarà la prima vittima di Sweeney Todd. E il primo ripieno dei pasticci di Mrs Lovett.

L’opera è un successo. Vince otto Tony, miglior musical, miglior regia, miglior libretto, miglior musica, migliori scene, migliori costumi, e migliori protagonisti, maschile e femminile. Sbanca anche ai Drama Desk Award, che oltre a premiare Sondheim, Prince, Wheeler, Cariou e Lansbury, riconoscono anche il valore di due non protagonisti, Merle Louise e Ken Jennings, che ha il ruolo di Tobias. E rimane in cartellone all’Uris Theater per 576 repliche, fino al 29 giugno 1980.

Nel frattempo il musical arriva anche a Londra: debutta il 2 luglio 1980 allo storico Drury Lane di Covent Garden, distante appena mezzo miglio dal 186 di Fleet Street. Gli interpreti sono due colonne del teatro musicale del West End, Denis Quilley e Sheila Hancock. Forse il nome di Denis Quilley non vi dice nulla, ma ricordate certamente Gino Foscarelli, il ciarliero rappresentante delle automobili Ford di origini italiane che divide il suo scompartimento con un impassibile John Gielgud nel più celebre e sanguinoso viaggio dell’Orient Express. Mentre Sheila Hancock, oltre a una lunga carriera nei musical, è un’apprezzata interprete shakesperiana, la prima donna a dirigere una tournée della Royal Shakespeare Company e la prima donna a dirigere uno spettacolo teatrale al National Theatre.

Questo spettacolo entusiasma un ventiduenne californiano che sta studiando a Londra: in genere non ama i musical, ma per quello spettacolo va a teatro tre sere di fila. Gli sembra un “film muto con la musica”. E quando ventisette anni dopo ha la possibilità di girare quel film, Sweeney Todd e Mrs Lovett non possono che essere Johnny Depp e Helena Bonham Carter. Francamente non credo che Depp sia il migliore dei Sweeney possibili, ma Helena è davvero la Mrs Lovett più demoniaca: quando uccide gli scarafaggi che invadono la sua cucina, capisci immediatamente chi vuole davvero eliminare. E anche la più conturbante.

E credo sia doveroso ricordare alcune delle tante altre facce di Sweeney Todd. E di Mrs Lovett. Almeno le mie preferite.

George Hearn, che insieme ad Angela Lansbury ha fatto il tour americano agli inizi degli anni Ottanta ed è stato protagonista di alcune importanti rappresentazioni in forma di concerto, è uno tra i migliori interpreti del barbiere di Fleet Street: il suo Sweeney non ti spaventa, sembra un uomo tranquillo, ma quando decide di uccidere si accende in lui qualcosa di davvero terribile. Nessuno come George ci ricorda quanto Sweeney sia uno come noi. E George, dopo Sweeney, sarà Albin, la vedette de La Cage aux Folles nella prima edizione di questo fortunato musical di Harvey Fierstein e Jerry Herman, in cui canta I Am What I Am, diventato un inno della comunità omosessuale, e ancora Max von Mayerling in Sunset Boulevard con Glenn Close. Poi c’è l’attore inglese Alun Armstrong, che nella prima edizione de Les Miserablés è stato un bravissimo Thérnadier. E il baritono gallese Bryn Terfel, mirabile interprete mozartiano e wagneriano, oltre che dei classici italiani: una faccia che davvero preferiresti evitare in un vicolo scuro di Londra.

Ovviamente è difficile essere Mrs Lovett dopo Angela Lansbury. Christine Baranski, Beth Fowler, Imelda Staunton sono state degne interpreti del ruolo, anche se probabilmente Patti LuPone è la migliore, perché la “sua” Mrs Lovett è diversa dal modello creato da Lansbury, forse meno divertente, ma certamente molto intensa nel rapporto con Sweeney e Tobias, una donna che sa amare intensamente, almeno quanto è pronta a uccidere. E grandissima è anche Emma Thompson che in due rappresentazioni in forma di concerto è stata la degna complice di Bryn Terfel.

Chi è il Demone di Fleet Street? Non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Ci sono naturalmente Mrs Lovett e Sweeney Todd. Ma anche Rupert Murdoch e Mrs Thatcher. E poi il giudice Turpin e i proprietari delle banche. I giornalisti che mentono ai lettori e Adolfo Pirelli. E tutti noi, quando andiamo a comprare i pasticci di carne di Mrs Lovett, magari approfittando di qualche offerta speciale, vogliamo davvero sapere cosa c’è dentro?

Sarebbe bello se anche noi, come fanno Sweeney Todd e Mrs Lovett, osservando il mondo che scorre davanti alla sudicia vetrina della locanda, potessimo scegliere il nostro prossimo pranzo. Forse Thomas Hobbes non è mai stato in Fleet Street, ma anche lui sarebbe stato d’accordo con il barbiere: who gets eaten, and who gets to eat! E oggi di cosa abbiamo voglia? Un prete o un poeta? Un violinista o un avvocato? Il menu è ricco: possiamo cambiare pietanza ogni giorno. E tutti se la sono meritata. In fondo, come dice saggiamente Mrs Lovett, sarebbe proprio uno spreco far andare a male tutto questo ben di dio. A loro modo, sono anche democratici il barbiere e la locandiera: We’ll serve anyone. Meaning anyone! And to anyone! Parafrasando un altro che probabilmente ha frequentato Fleet Street: da ciascuno secondo i propri bisogni, a ciascuno secondo le proprie capacità.

Nessuno si salva in Rigoletto. Nessuno si salva in Traviata. E nessuno si salva in questa opera di Stephen Sondheim. Perché non possiamo salvarci. Anthony e Johanna - che vivono la loro intensa storia d’amore con una delle più belle canzoni di Sondheim - sembra riescano a fuggire, ma non possiamo dire che “vivranno per sempre felici e contenti”. E quando devono fuggire dal manicomio dove il giudice ha fatto imprigionare la giovane, è proprio lei, e non Anthony, a uccidere il corrotto direttore Jonas Fogg. Perché lei è la figlia di Sweeney Todd. E in quella scena i pazzi finalmente liberi cantano una lugubre profezia sulla fine del mondo. Perché Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street è in fondo un’opera sulla pazzia. Gli unici che alla fine sembrano capire cosa stia davvero succedendo sono i due folli, Lucy e Tobias, anzi sono diventati pazzi proprio perché hanno capito prima degli altri qual è il nostro destino: diventare l’ingrediente di un pasticcio di Mrs Lovett. Perché pochissimi sono quelli come Benjamin Barker che possono diventare Sweeney Todd.

qui trovate la prima, la seconda e la terza puntata

martedì 18 maggio 2021

Storie (XXIX). "Dal barbiere Sweeney Todd" (3/4)...

Quel giovedì sera, il 1 marzo 1979, c’è una grande attesa per il nuovo musical scritto da Stephen Sondheim che debutta all’Uris Theatre. Dal 1983 questo grande teatro al 222 West della 51esima Strada a Midtown Manhattan è intitolato a George e Ira Gershwin, ma alla fine degli anni Settanta porta ancora il nome dei fratelli Uris, che un decennio prima hanno acquistato l’edificio dove sorgeva lo storico Capitol Theatre, lo hanno demolito e, scommettendo sulla ripresa dell’area intorno a Times Square, allora in declino e dominata dalle attività legate alla prostituzione, hanno costruito in stile modernista questo grattacielo di quarantotto piani, che in quelli inferiori ospita un teatro che, con i suoi 1.933 posti a sedere, è il più grande di Broadway. Ha un arco di boccascena regolabile fino a venti metri e un palco largo quasi trenta, ideale per grandi produzioni. Al regista Harold Prince serve quell’enorme spazio, perché ha chiesto allo scenografo Eugene Lee di costruire una grande fabbrica, incombente sui personaggi, di realizzare una scena d’acciaio che sia anche una sorta di prigione, ed Eugene ha utilizzato molti pezzi di una fonderia in disuso che ha trovato nel Rhode Island.

Alla fine dello spettacolo il pubblico applaude con convinzione, anche se si tratta di un musical molto diverso da quelli normalmente in scena a Broadway: praticamente muoiono tutti, come in un’opera italiana. Harold Clurman è il decano dei critici teatrali di New York: ha cominciato a scrivere per The New Republic nel 1948. Finito lo spettacolo vede in sala Schuyler Chapin, che è stato negli anni precedenti direttore generale del Metropolitan (e che sarà in quelli successivi l’“assessore alla cultura” del sindaco Giuliani). “Perché diavolo non l’hai messo in scena al Met?”, “Se avessi potuto l’avrei fatto, ci sarebbero state urla e strepiti, ma non me ne sarebbe fregato nulla. Questa è un’opera. Questa è l’opera americana moderna”. Hanno ragione: se amate Rigoletto, non potete non amare Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street.

Immagino che né Clurman né Chapin nove anni prima siano andati al cinema a vedere Bloodthirsty Butchers - in italiano lo hanno distribuito con il titolo Macellai - un horror girato con un budget ridotto all’osso - come tutti i suoi film - da Andy Milligan. Andy scrive, dirige, realizza le scenografie e i costumi - alla fine degli anni Cinquanta, visto che i suoi spettacoli off-off-Broadway non gli permettono di mangiare, lavora come sarto in una celebre boutique di New York. Vive in un villino vittoriano a Staten Island, che è il set di tutti i suoi film, a cui partecipano attori che ha conosciuto nelle sue esperienze teatrali negli scantinati del Village. Molti dei suoi film sono soft-porn, che hanno la pretesa di affrontare temi come la sessualità repressa, l’ipocrisia delle convenzioni sociali, l’omosessualità. Poi Andy passa al genere horror e una storia come quella di Sweeney Todd non può non affascinarlo: così nel 1970, quando ha quarantun’anni decide di girare quel film. I suoi amici John Miranda, Jane Helay e Berwick Kaler interpretano rispettivamente Sweeney Todd, Mrs Lovett e Tobias Ragg. Il film, come tutti quelli di Milligan, non è certo memorabile. E il povero Andy, morto nel 1991 per colpa dell’Aids, non ha avuto la fortuna di trovare un poeta che ne cantasse le gesta, come è successo a Ed Wood. Ma è il segno che quel barbiere nato più di un secolo prima riesce ancora a popolare gli incubi dei suoi ignari clienti.

È il 10 dicembre 1959. A Buckingham Palace c’è una regina poco più che trentenne e Londra è pronta per diventare il centro di una rivoluzione che sconvolgerà il mondo: stanno per cominciare i Swinging Sixties. Quel giovedì sera allo Shakespeare Memorial Theatre di Stratford-upon-Avon la compagnia del Royal Ballet mette in scena per la prima volta Sweeney Todd.

L’autore della musica è Malcolm Arnold. È un uomo difficile, spesso sgradevole, incline all’alcol, ma non ha ancora quarant’anni e ha già composto cinque sinfonie, tre balletti, la colonna sonora de Il ponte sul fiume Kwai di David Lean - per cui ha vinto un Oscar - e molto altro: è un compositore eclettico, brillante, che mette insieme Ravel, Berlioz e il jazz. Ad Arnold i generi stanno stretti, e infatti il 24 settembre 1969 dirigerà la Royal Philarmonic Orchestra e i Deep Purple nel Concerto for Group and Orchestra, composto da Jon Lord.

Per questo balletto John Cranko cura la coreografia, mentre Alix Stone disegna scene e costumi, in un elegante stile vittoriano, come una casa di bambole. Sweeney è il grande Donald Britton. Naturalmente non ci sono registrazioni di questo balletto, ma possiamo ascoltarne la musica grazie a una suite da concerto realizzata una ventina d’anni dopo. La musica di Arnold non ci trasmette, se non nelle prime battute, un particolare senso di angoscia e di paura, sembra prevalere la gioia di un lieto fine e probabilmente, ascoltando la suite, senza conoscerne il titolo, non saremmo portati ad associarla al terribile barbiere di Fleet Street. Ma immagino non sia casuale la scelta di questo soggetto, apparentemente dimenticato in quella Inghilterra così lontana dalle cupe atmosfere dell’epoca georgiana e che si prepara a una ventata di ottimismo senza precedenti: ricordatevi di Sweeney Todd, sembra dire Malcolm ai suoi contemporanei immemori, perché il barbiere è sempre lì, con in mano il suo affilatissimo rasoio d’argento.

A metà degli anni Settanta, Christopher Bond, figlio di attori, nato e cresciuto in tournée attraverso le piccole città della Gran Bretagna, ha solo trent’anni ed è il resident dramatist del Victoria Theatre a Newcastle-under-Lyme: ha provato a recitare, ma preferisce scrivere. Mentre a Staten Island Andy gira il suo film, nel 1970, a soli venticinque anni, compone un dramma su Sweeney Todd. Quel personaggio lo affascina, ma a Christopher non basta quello che ha raccontato Dibdin Pitt: “Sweeney ha bisogno di un trapianto di cuore, non di un lifting”.

Christopher decide di raccontare cosa è successo prima. Il vero nome di Sweeney Todd è Benjamin Barker: è un uomo felice, che fa il barbiere in Fleet Street, è sposato con Lucy ed è appena nata la loro bambina, Johanna. Ma questa serenità è destinata a finire: il giudice Turpin ha una passione malata per Lucy ed è disposto a tutto pur di soddisfarla. È un uomo di potere, una sua parola e Benjamin, pur essendo innocente, viene condannato e inviato in una colonia penale in Australia, poi corteggia senza tregua Lucy, che però resiste, e così la violenta. La donna sparisce, qualcuno pensa sia morta o forse è impazzita, e Johanna viene adottata dal giudice. La ragazza è bella come la madre e il giudice vuole sposarla. Ma Benjamin, quindici anni dopo, riesce a fuggire e torna a Londra, si fa chiamare Sweeney Todd e nessuno lo riconosce. È arrivato in città insieme a un giovane marinaio, Anthony, che dimostra per quell’uomo misterioso un misto di timore e ammirazione. Anthony vedrà Johanna e la contrastata d’amore tra i due giovani è la sottotrama della storia, che porterà al suo drammatico epilogo.

Solo la padrona della casa e della bottega di Fleet Street sa chi sia davvero Sweeney Todd che riprende il suo lavoro da barbiere, e naturalmente capisce anche perché sia tornato. Mrs Lovett sa tutta la verità, ma ne racconta solo una parte, vuole che Benjamin si prenda la sua vendetta, è disposta a aiutarlo, ma desidera quell’uomo per sé. Tra i due nasce una strana complicità, perché la donna lo aiuterà a sbarazzarsi degli uomini che il barbiere uccide nella sua bottega, servendone le carni nei suoi pasticci. La vendetta di Benjamin alla fine si compie: riesce a tagliare la gola al giudice Turpin, un attimo dopo che anche l’uomo l’ha riconosciuto. Ma uccide anche una mendicante, che si aggira come una pazza per Fleet Street: Mrs Lovett sa che è Lucy, ma non l’ha detto a Benjamin. Il barbiere, quando scopre di aver ucciso la sua adorata moglie, non può che eliminare anche la sua complice. Ormai tutto è finito. C’è un ragazzo, Tobias Ragg, che considera Mrs Lovett come una madre. Tobias, quando intuisce cosa succede tra la bottega del barbiere e la cucina della locanda, impazzisce, ma alla fine riesce a uccidere Sweeney, che non si difende e offre il collo al suo carnefice. Solo Anthony e Johanna riescono a sfuggire a questo tragico destino di morte.

Quel dramma che Christopher Bond decide di intitolare Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street - ormai delle perle tutti si sono dimenticati - ha un buon successo.

Nel 1973 la Swinging London è già un ricordo: è cominciato il sanguinoso conflitto in Irlanda del nord, sono già evidenti i segni della crisi del settore minerario, i Beatles si sono sciolti. In quell’anno Stephen Sondheim trascorre qualche settimana a Londra e al Theatre Royal Stratford East, nel quartiere londinese di Newham, assiste allo spettacolo di Christopher Bond. A Little Night Music è stato il suo successo a Broadway di quell’anno; ha quarantatré anni, ha già vinto quattro Tony, due per Company, uno per Follies e uno appunto per il suo ultimo musical. Ha in ballo diversi progetti. Leonard Bernstein, per cui ha scritto le parole delle canzoni di West Side Story nel 1957, ha chiesto a lui, a John Latouche e Hugh Wheeler di rivedere completamente il libretto di Candide. Sta componendo le musiche per The Frogs, un musical che il suo amico Burt Shevelove ha tratto da Le Rane di Aristofane. E poi sta studiando il teatro giapponese per scrivere un’opera sull’occidentalizzazione del paese del Sol levante: un progetto ambizioso. Però Sweeney gli rimane nella testa.

C’è anche una qualche ironia. Ha scritto lui i versi di Gee, Officer Krupke, in cui i componenti dei Jets prendono in giro il sergente Krupke, sbattendogli in faccia tutti i luoghi comuni sulle giustificazioni che le “anime belle” trovano per i comportamenti di quei ragazzi: “We ain’t no delinquents / We’re misunderstood”. E adesso è lui che vuole mettere in scena la giustificazione di questo pluriomicida: Sweeney non è cattivo, lo disegnano così.

Stephen parla di questo progetto a Harold Prince. È stato uno dei produttori di West Side Story, si sono conosciuti per quello spettacolo e il loro sodalizio artistico è stato molto fruttuoso. Fino a quel momento Harold è stato il produttore e il regista di quasi tutti gli spettacoli di Sondheim. Ma non è convinto che si possa fare un musical su Sweeney Todd. E Stephen naturalmente ascolta il suo parere. Poi Harold ci ripensa: la storia del barbiere di Fleet Street può diventare la metafora di un uomo stritolato dalla Rivoluzione industriale, il musical si deve svolgere in una fabbrica. Stephen non ha la stessa idea, per lui quella di Sweeney è una storia di vendetta, ma proprio perché è universale può essere ambientata in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo. Stephen chiede a Hugh Wheeler di scrivere il libretto e comincia a comporre le canzoni, vuole scrivere tutto, parole e musica, e vuole scrivere un musical che sia soprattutto cantato. Stephen vuole scrivere la storia di un’ossessione. Quando suona e canta le canzoni dello spettacolo alla sua amica Judy Prince, la moglie di Harold, lei gli dice: “Non c’entra nulla con il Grand Guignol. Tutti penseranno che è la storia della propria vita”. Stephen vuole scrivere un’opera.

qui trovate la prima e la seconda puntata

martedì 11 maggio 2021

Storie (XXVIII). "Dal barbiere Sweeney Todd" (2/4)...

E così Sweeney Todd comincia il proprio viaggio, mentre in tutta Europa sta succedendo un “quarantotto” e a Londra due giovani rivoluzionari tedeschi pubblicano un libello di ventitré pagine destinato a cambiare il mondo.

Non sono ancora uscite le ultime puntate di String of Pearls che il Britannia Theatre annuncia che lunedì 22 febbraio andrà in scena un dramma dal titolo The String of Pearls; o The Fiend of Fleet Street, “founded on fact”, come recita la locandina. Il Britannia è un grande teatro di Hoxton, nell’East London. Ha aperto il lunedì di Pasqua del 1841, ma siccome occorre una licenza per rappresentare spettacoli drammatici, l’impresario Samuel Haycraft Lane escogita una scappatoia: l’ingresso a teatro è gratuito, il suo guadagno è rappresentato dalla vendita di cibo e bevande. In sala, durante gli spettacoli, non è affatto vietato consumare.

Il teatro ha una capienza di tremila posti, ma visto che per lo più si sta in piedi, ci possono stare quasi cinquemila spettatori. Charles Dickens è un habitué, ama quel teatro, che paragona alla Scala e ai grandi teatri italiani, anche se per lui il vero spettacolo sono le donne e gli uomini che ogni giorno riempiono quella grande sala. Naturalmente servono sempre nuovi titoli per spingere il pubblico a entrare, e a consumare. In poche settimane George Dibdin Pitt scrive questo fosco melodramma su una storia che il pubblico che affolla il Britannia ormai conosce bene: a Londra non si parla che di Sweeney Todd e dei pasticci di carne di Mrs Lovett.

Dibdin Pitt è attore, direttore di scena, autore: nella sua carriera ha scritto più di duecento spettacoli, di tutti i generi, anche se la sua specialità sono i drammi. E la storia del barbiere di Fleet Street è perfetta per lui. È George che fa di Sweeney il protagonista della storia - è lui che “inventa” l’espressione I’ll polish him off - e il pubblico rimane in qualche modo affascinato da questo personaggio che uccide senza motivo, per pura crudeltà, e senza mostrare alcun rimorso. E sobbalza ogni volta che la poltrona del barbiere si ribalta per far cadere la vittima nella botola che porta alla cucina di Mrs Lovett. E forse qualcuno si chiede di cosa siano fatti i pasticci che servono a teatro.

Intanto la storia sbarca in America. Tra il 1852 e il ’53 esce a puntate negli Stati Uniti un romanzo con il titolo Sweeney Todd: or the Ruffian Barber. A Tale of Terror of the Seas and the Mysteries of the City. L’autore è un tal Captain Merry, che è uno dei molti pseudonimi che usa l’autore Harry Hazel, che in questo caso si limita a mettere il proprio nome su una storia scritta da altri. L’editore inglese è abituato a questo genere di “furti” e ovviamente non se ne cura.

Anche Frederick Hazleton scrive un dramma teatrale basato sul romanzo, che si intitola Sweeney Todd, the Barber of Fleet Street: or the String of Pearls. Debutta nel 1865 all’Old Bower Saloon a Lambeth, nella zona sud di Londra, ma non ottiene lo stesso successo di quello di Dibdin Pitt, che invece continua a essere regolarmente replicato.

Il barbiere assassino di Londra diventa un personaggio popolare, anche fuori dal Regno Unito. Lo scrittore francese Paul HC Féval, autore di romanzi del mistero, lo cita nel capitolo introduttivo di uno dei suoi lavori più famosi e licenziosi, La Vampire del 1865, mentre il poeta australiano Banjo Paterson fa in qualche modo riferimento a Sweeney nella sua poesia del 1892 The Man from Ironbank.

Muore la regina Vittoria e inizia il Novecento. Sono gli anni della Belle époque, in cui il mondo danza sull’orlo del baratro. Sul barbiere di Fleet Street scrive una canzone il celebre autore e umorista inglese Robert Patrick Preston, intitolata Sweeney Todd the Barber. Noi la conosciamo nella versione cantata alla fine degli anni Cinquanta da Stanley Holloway, attore, cantante e monologhista, ma che per noi sarà sempre l’indimenticabile Alfred P. Doolittle in My Fair Lady.

Inizia e finisce la prima guerra mondiale, in Russia scoppia la rivoluzione, tutto sembra cambiare in un mondo che appare sconosciuto. Eppure il dramma sanguinario di Dibdin Pitt continua a venir rappresentato nei teatri del Regno Unito, la poltrona del barbiere continua a “scaricare” i suoi cadaveri e ogni volta fa sobbalzare gli spettatori, che pure hanno visto in azione altri, più terribili, demoni. E nel 1924 debutta anche a Broadway, al Frazee Theatre, al 254 West della 42esima Strada, il teatro dove tre anni prima Lynn Fontanne è diventata una star con la commedia Dulcy. Sweeney Todd è Robert Vivian, un attore inglese che ha recitato in innumerevoli spettacoli di Broadway e Mrs Lovett è Rafaela Ottiano.

Rafaela è nata a Venezia nel 1888 e arriva a Ellis Island con i suoi genitori quando ha già ventidue anni. In poco tempo si fa conoscere a Broadway e anche a Hollywood. Negli anni Trenta diventa famosa per i suoi ruoli da “cattiva”. Recita in As you desire me - dal dramma di Luigi Pirandello - con la Garbo, Melvyn Douglas e Eric von Stroheim. E poi in oltre quaranta film con tutti i grandi. È Suzette, la fedele cameriera di Greta Garbo in Grand Hotel, un ruolo che ha recitato anche nella precedente versione teatrale, tanto che nel musical del 1989 quel personaggio viene ribattezzato proprio Rafaela Ottiano, in suo onore.

Intanto è nata anche una nuova arte, la settima, l’arte del Novecento. E anche il cinema vuole il “suo” Sweeney Todd. Nel 1926 il regista inglese George Dewhurst gira un film di quindici minuti intitolato semplicemente Sweeney Todd. Il protagonista è il caratterista G.A. Baughan, che è conosciuto anche come autore: nel ’21 scrive la sceneggiatura del secondo film tratto da Il Circolo Pickwick. Questo primo film sul barbiere di Fleet Street è andato perduto. Due anni dopo il regista e produttore William West nei suoi studi di Islington gira un nuovo film, intitolato anch’esso Sweeney Todd, che, a differenza del precedente, è conservato. Moore Marriott e Iris Darbyshire sono rispettivamente Sweeney Todd e Mrs Lovett, che qui viene chiamata Amelia. West sorprende gli spettatori con un finale inatteso: la storia è solo un incubo di uno dei personaggi. Un tentativo, non so quanto riuscito, di rassicurare il pubblico.

È una produzione inglese anche il terzo film, del 1936, e quindi sonoro, che si intitola Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street, un titolo che, come sappiamo, avrà una particolare fortuna. Il film è diretto e prodotto da George King, che, nonostante si sia laureato in medicina, ha una grande passione per il cinema. Dirige molti film, commedie romantiche e storie belliche, ma il genere che preferisce e in cui dà il meglio è il poliziesco, con venature horror. Nel suo film d’esordio, Too Many Crocks del 1930, peraltro non memorabile, debutta un giovane attore che farà carriera, un tal Laurence Olivier.

George West è uno dei registi dei cosiddetti quota quickies: la legge del Regno Unito obbliga le case di produzione che vogliono distribuire i film americani a garantire anche una determinata percentuale di film realizzati negli studi del Paese. Bisogna farli e bisogna farli in fretta: agli studi non interessano, e questo paradossalmente garantisce una maggiore libertà ai registi, che nessuno ha il tempo - e la voglia - di controllare. La trama del film non si discosta molto dall’originale. Sweeney Todd uccide per derubare: l’unica sua molla è l’avidità. E questa sarà anche quella che lo perderà, perché lui e Mrs Lovett, non fidandosi l’uno dell’altra e pensando entrambi che il complice li stia raggirando, finiscono per tradirsi. Il film termina con il bacio dei due innamorati e il rogo in cui muore Sweeney Todd. Anzi il film finisce negli anni Trenta: un azzimato ed elegante barbiere racconta a un suo cliente quella storia sanguinaria, mentre lo sta insaponando. Finito il racconto il cliente chiede: “Ma non sente anche lei odore di cucina?” e osserva il barbiere che meticolosamente affila il rasoio; è sempre più preoccupato e con addosso l’asciugamano e con la faccia semicoperta dalla schiuma fugge lungo Fleet Street, scansando un venditore ambulante di pasticci. La scena migliore del film.

I protagonisti sono Tod Slaughter, una colonna dei quota quickies, e Stella Rho.

Tod, nato a Newcastle nel 1885, dopo gli anni della gavetta in giro per i teatri inglesi, crea una propria compagnia, che ha in repertorio i drammi più foschi dell’epoca vittoriana: tra questi naturalmente ci sono anche quelli di Dibdin Pitt, compreso The String of Pearls. Interpreta Sherlock Holmes, D’Artagnan, Long John Silver, ma in breve tempo Sweeney Todd diventa il “suo” personaggio, che impersonerà per più di duemila repliche. E, nel 1932, anche in una registrazione discografica del dramma per la casa di produzione Regal Zonophone Records. Quando comincia a lavorare per il cinema il ruolo di Tod è quasi sempre quello del “cattivo”. Per George West è naturale scritturarlo per il ruolo di Sweeney: ormai il pubblico immagina il barbiere di Fleet Street con il ghigno di Slaughter. Poi Tod torna a teatro e i suoi ruoli sono ormai fissi: Jack lo Squartatore, Landru, il dottor Jekyll e Mr Hyde. La stessa cosa che succede al di là dell’Atlantico a Bela Lugosi. Dopo la guerra, i gusti del pubblico cambiano rapidamente e il famoso Tod Slaughter ottiene solo qualche parte secondaria, nessuno sembra ricordarsi più del suo diabolico barbiere.

Stella Giacinta Annabella Maria Nobili-Vitelleschi nasce a Londra da padre italiano e madre scozzese. A tre anni viene dichiarata morta. Quando gli addetti alle pompe funebri stanno per chiudere la bara si accorgono che la bambina sembra muoversi: non è morta, è caduta in un profondo stato catalettico, che ha ingannato persino i medici. Famosa nell’alta società, con il nome d’arte Stella Rho comincia a recitare, prima in Francia - è una vedette dell’Odéon - e poi nel suo paese natale. Con Tod Slaughter interpreta sia a teatro che al cinema un altro fosco dramma. Maria Marten - è la protagonista uccisa dal fidanzato - ed è appunto Mrs Lovett. Nel 1937 decide di trasferirsi in Italia: è affascinata da Mussolini, l’uomo finalmente capace di rimettere in riga il Bel Paese. Tornerà anche a recitare, alla fine degli anni Cinquanta, quando Hollywood scopre Cinecittà. Nel 1958 Stella Vitelleschi - adesso questo è il suo nome d’arte - fa una piccola parte in La maja desnuda con una conturbante Ava Gardner: Stella è Maria Giuseppina, la sorella zitella di Carlo IV, che è Gino Cervi. L’anno successivo è Amrah, la schiava egiziana della casa di Ben-Hur, nel colossal diretto da William Wyler con protagonista Charlton Heston. E così questa aristocratica cosmopolita dalla lingua tagliente rimane celebre per essere stata la popolana locandiera di Fleet Street.

Un altro essere demoniaco sconvolge l’Europa. Sweeney è il ricordo di un mondo che non esiste più. La puntata dell’8 gennaio 1946 del dramma radiofonico Le nuove avventure di Sherlock Holmes, interpretato da Basil Rathborne e Nigel Bruce, i più celebri interpreti sul grande schermo del detective di Baker Street e del suo fidato assistente e biografo John Watson, si intitola The Strange Case of the Demon Barber. Sherlock Holmes e Sweeney Todd sono ormai, ciascuno a suo modo, relitti di un tempo andato, destinati a essere dimenticati. Forse.

A spectre is haunting the world - the spectre of the demon barber of Fleet Street.

qui trovate la prima puntata

martedì 4 maggio 2021

Storie (XXVII). "Dal barbiere Sweeney Todd" (1/4)...

Non so se siete pratici di Londra. Io non ci sono mai stato. A parte Google Maps, of course
Ad ogni modo, Fleet Street è una delle strade più importanti della City: è anche nel Monopoly di quel Paese, nel gruppo con lo Strand e Trafalgar Square. Corre quasi parallela al corso del Tamigi, dal Temple Bar Gate a ovest fino al Ludgate Circus a est. Attualmente è la sede di grandi banche e società d’investimento. Hanno i loro uffici in Fleet Street, tra le altre, Child & Co, Barclays, Goldman Sachs e C. Hoare & Co, la più antica banca privata d’Inghilterra, che opera in questa strada fin dal 1672.
Se oltre a conoscere Londra, leggete i giornali inglesi, sapete che Fleet Street è anche una metonimia, come quando Eugenio Montale scrive, in Satura, “piove su via Solferino”, per non citare il nome del giornale che pubblica i suoi articoli di critica letteraria. Perché per i lettori dei quotidiani inglesi Fleet Street è un sinonimo frequente per indicare la “stampa britannica”, anche se ormai nessun giornale ha sede lì.

Nei primi anni del XVI secolo Wynkyn de Worde apre la sua tipografia in Shoe Lane, una laterale di Fleet Street, e Richard Pynson avvia la sua attività di editore e stampatore vicino alla chiesa di Saint Dunstan e in breve tempo arrivano nella zona altri artigiani che fanno lo stesso lavoro. Tra l’altro lì accanto ci sono le Law Courts e la zona è frequentata da avvocati che hanno spesso bisogno dei loro servizi.

L’11 marzo 1702 la tipografa e libraia Elizabeth Mallet, che ha la bottega su Fleet Street vicino alla taverna King’s Arms, pubblica il primo quotidiano britannico, The Daily Courant, un solo foglio, con gli annunci pubblicitari sul retro. Mallet pubblica per lo più notizie straniere e non vuole dare nessun commento personale, perché pensa che i lettori abbiano “abbastanza buonsenso” per farsi le proprie opinioni. Poi è la volta del Morning Chronicle, a cui via via seguono altre testate. Ma il vero boom di Fleet Street - inteso come stampa britannica - avviene nella seconda metà dell’Ottocento: tra il 1853 e il 1861 vengono aboliti l’imposta sulla pubblicità, quella di bollo sui giornali e il dazio sulla carta. Nasce così la penny press. Negli anni Trenta del secolo scorso la maggior parte delle famiglie britanniche compra un giornale scritto e stampato in Fleet Street. Fino al 1986.

In quell’anno Rupert Murdoch decide di spostare le sedi di The Times e The Sun a Wapping, nell’East London. Ovviamente non si tratta solo di un cambiamento di sede: per Murdoch è l’occasione per trasformare il modo in cui si produce il giornale, rendendo inutile il lavoro di gran parte degli addetti alla stampa. La cosiddetta Wapping dispute, lo sciopero dei lavoratori della stampa, dura cinquantaquattro settimane, ma alla fine Murdoch vince, così come qualche mese prima sono stati sconfitti i minatori in uno sciopero altrettanto drammatico, durato un anno. Sono gli anni di Margareth Thatcher, sono gli anni del capitalismo trionfante e sanguinario. Seguendo l’esempio dell’editore australiano, tutti gli altri giornali si trasferiscono in altre sedi, lasciando il loro posto alle banche e alle finanziarie. Nel 2005 l’agenzia di stampa Reuters è l’ultima a lasciare Fleet Street.

Prima delle banche e prima dei giornali, Fleet Street è una strada di concerie, siccome lì a fianco scorre il fiume Fleet, e di commerci di ogni genere, vista la vicinanza con il porto. E naturalmente di taverne e di bordelli. Quando il Fleet viene coperto i conciatori devono spostarsi, ma le altre attività ovviamente rimangono. In una strada in cui stanno per arrivare giornalisti e banchieri avranno certamente nuovi clienti.
Durante l’età georgiana, Fleet Street è una strada popolare, le taverne si alternano ai laboratori artigiani e le case sono malsane e stipate di persone – un editto reale di un paio di secoli prima contro il sovraffollamento vietava la costruzione di nuovi edifici e di nuovi piani in quelli esistenti, ma è rimasto lettera morta. È una strada che è meglio evitare quando scende la sera, ma dove è sempre possibile trovare qualcosa o qualcuno da comprare.

Durante il lungo regno di Giorgio III, il “pazzo” che ha perso le tredici colonie americane, ma ha sconfitto Napoleone, al 186 di Fleet Street, accanto alla chiesa di Saint Dunstan, c’è la bottega di un bravo barbiere. La bottega non c’è più, ma il palazzo è ancora lì, non vi potete sbagliare: sulla facciata sono dipinte le insegne di quando c’erano gli uffici del Dundee Courier. In queste vecchie case ci sono spesso dei collegamenti sotterranei: uno di questi, passando proprio sotto la chiesa, porta allo scantinato dove c’è il forno della taverna di Mrs Lovett, che ha l’ingresso su Bell Yard: la signora serve ai suoi clienti pasticci di carne, sembra non particolarmente appetitosi.

So cosa state pensando a questo punto: ce ne hai messo di tempo per dire che vuoi scrivere un pezzo su Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street. Avete ragione, ma credo questa volta di non aver tanto divagato.

Naturalmente Sweeney Todd e Mrs Lovett non sono mai esistiti. Sono personaggi di fantasia. Forse.

Circa cinquanta anni dopo - siamo ai tempi della regina Vittoria - Charles Dickens, che da camminatore curioso e attento e da giornalista capita spesso in Fleet Street, dove c’è, come ho detto, la sede del Morning Chronicle per cui scrive, conosce molte vecchie storie su quella strada. Non dice nulla di questo misterioso barbiere assassino, ma sa cosa si racconta sui ripieni dei pasticci di carne che vengono venduti nelle taverne. Infatti Sam Weller ne Il Circolo Pickwik consiglia di comprare un pasticcio solo se si conosce bene la signora che l’ha fatto e “se sei abbastanza sicuro che non sia un gattino”. O chissà cos’altro.

Chi vive e lavora in Fleet Street forse non legge i giornali e neppure i romanzi di Dickens, ma adora i penny dreadful. Non importa lo stile, devono far paura, settimana dopo settimana.

L’editore Edward Lloyd è il re di questa letteratura popolare di consumo. Nessuno ne produce e ne vende quanto lui. Nell’Inghilterra della rivoluzione industriale è Lloyd che insegna a leggere alle classi popolari. E alle donne. Scrive e stampa un manuale di stenografia, pubblica corsi su come tenere la casa e il giardino, ma ben presto si accorge che il pubblico vuole storie e lui le sforna a getto continuo. Paga i suoi autori a riga e poi a pagina. Se una serie piace al pubblico i suoi scrittori possono continuare, se non vende, la serie finisce lì e devono cominciarne una nuova.

Ogni settimana escono nuove storie. Non esiste ancora una legge sul copyright e Lloyd ne approfitta a man bassa. Pubblica The Penny Pickwick, Oliver Twiss e Nickelas Nicklebery. Si vanta di aver venduto cinquantamila copie del “suo” Pickwick, molte di più di quelle vendute da quello di Dickens. Ma è l’horror che tira di più: con le storie del vampiro Varney Edward Lloyd crea la propria fortuna.

Gli autori, prevalentemente Thomas Peckett Perst e James Malcolm Rymer, producono incessantemente, spesso all’insaputa l’uno dell’altro, e quindi quando Edward decide di mettere insieme tutte le puntate in un unico romanzo non mancano le contraddizioni, ma sono più di ottocento pagine: chi si ricorda cosa è successo dodici capitoli fa. E tutto quello che noi sappiamo sui vampiri, canini sporgenti compresi, deriva proprio da Varney, molto più che dal conte di Bram Stoker.

Alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento Edward Lloyd decide di dare una svolta alla propria attività e diventa un editore serio, la leggenda vuole che abbia sguinzagliato i suoi agenti in giro per il Regno Unito per distruggere tutte le copie dei suoi romanzi popolari. Comunque sia, si trasferisce ovviamente a Fleet Street e apre il Lloyd’s Weekly Newspaper, ma non perde uno dei suoi vizi: è costretto a chiudere dopo poco perché ha copiato il formato e la grafica dell’Illustrated London News. Nel 1876 acquista un piccolo giornale, il Daily Chronicle: nel 1877 vende 40mila copie, durante la prima mondiale saranno 800mila, diventando il quotidiano più letto nel Regno Unito. L’ upper class continua a leggere The Times, ma i pendolari sui treni e in metropolitana tutte le mattine leggono il Chronicle.

Non sappiamo chi abbia davvero scritto, tra il novembre del 1846 e il marzo dell’anno successivo, le diciotto puntate di The String of Pearls: A Romance. Sappiamo che è stato un successo, tanto che Lloyd ne ha pubblicato poco dopo una seconda versione, dal 1847 al ’48, questa volta in novantadue episodi, e nel 1950 un romanzo di più di settecento pagine dal titolo The String of Pearls. The Barber of Fleet Street: A Domestic Romance. In alcune successive edizioni il titolo diventa The Gift of the Sailor. Nel 2007 la Oxford University Press ha pubblicato una versione accademica e commentata, ma ha usato il titolo Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street, perché intanto ci sono stati il musical e il film con questo titolo.

L’autore di questa storia è probabilmente James Malcolm Rymer, anche se in un primo momento è stata attribuita a Thomas Peckett Perst, i due scrittori di punta della scuderia di Lloyd. Probabilmente ci hanno lavorato entrambi. Ma forse hanno copiato: come abbiamo visto, per loro non è affatto un problema. Nel 1824 sul London Magazine è uscito il racconto A Terrific Story of the Rue de Le Harpe, Paris. L’anonimo autore riferisce di un incartamento trovato addirittura negli archivi di Joseph Fouché, il ministro della Polizia del Direttorio, poi di Napoleone e infine del “restaurato” Luigi XVIII: nel 1800 un barbiere parigino avrebbe ucciso molti suoi clienti e il suo vicino locandiere avrebbe usato i loro cadaveri per prepararne pasticci.

Credo meriti raccontare la storia, anche perché è parecchio diversa dal musical e dal film.

Il tenente di marina Thornill torna a Londra per portare una collana di perle a Johanna Oakley: è l’ultimo regalo per lei del suo fidanzato Mark Ingestrie, che tutti credono sia scomparso in mare. Ma anche Thornill scompare in maniera misteriosa. Il colonello Jeffrey, sollecitato dalla giovane, indaga e scopre che le tracce di Thornill arrivano fino alla bottega di Sweeney Todd, un barbiere di Fleet Street. A questo punto Johanna decide di travestirsi da ragazzo e si fa assumere come garzone dal barbiere, visto che quello che c’era prima, Tobias Ragg, è stato mandato in manicomio per aver accusato Todd di essere un assassino. Non senza pericoli, Johanna scopre la terribile verità: Sweeney uccide i suoi clienti, mentre la sua amante, la signora Lovett, usa la carne dei cadaveri per farcire i pasticci che serve agli ignari avventori della sua taverna. E Mark è loro prigioniero: incarcerato nella cantina, deve cucinare la carne. Alla fine Todd e la signora Lovett vengono scoperti. La donna viene uccisa dal barbiere che a sua volta viene arrestato e impiccato, mentre Johanna e Mark finalmente si possono sposare.

La storia di Sweeney Todd spaventa e appassiona i lettori inglesi, specialmente quelli che vivono a Londra e nelle grandi città. Molti di loro sono emigrati dalla campagna per andare a lavorare nelle nuove industrie e l’impatto è traumatico. La violenza, la criminalità nelle strade, la paura di muoversi in quella metropoli sono cose che sperimentano per la prima volta: è la faccia peggiore e oscura della rivoluzione industriale, del progresso, delle opportunità che i tempi nuovi sembrano offrire. Come se la promessa di un futuro migliore chiedesse un sacrificio umano.

Quanti Sweeney Todd hanno già incontrato? Quante volte sono entrati nella locanda di Mrs Lovett? Quante volte hanno già rischiato la vita? Forse la cosa più significativa del titolo di quel romanzo è proprio in quell’aggettivo, messo lì in maniera quasi casuale: domestic. Non bisogna andare in Transilvania per incontrare i mostri, basta andare in Fleet Street.