martedì 11 maggio 2021

Storie (XXVIII). "Dal barbiere Sweeney Todd" (2/4)...

E così Sweeney Todd comincia il proprio viaggio, mentre in tutta Europa sta succedendo un “quarantotto” e a Londra due giovani rivoluzionari tedeschi pubblicano un libello di ventitré pagine destinato a cambiare il mondo.

Non sono ancora uscite le ultime puntate di String of Pearls che il Britannia Theatre annuncia che lunedì 22 febbraio andrà in scena un dramma dal titolo The String of Pearls; o The Fiend of Fleet Street, “founded on fact”, come recita la locandina. Il Britannia è un grande teatro di Hoxton, nell’East London. Ha aperto il lunedì di Pasqua del 1841, ma siccome occorre una licenza per rappresentare spettacoli drammatici, l’impresario Samuel Haycraft Lane escogita una scappatoia: l’ingresso a teatro è gratuito, il suo guadagno è rappresentato dalla vendita di cibo e bevande. In sala, durante gli spettacoli, non è affatto vietato consumare.

Il teatro ha una capienza di tremila posti, ma visto che per lo più si sta in piedi, ci possono stare quasi cinquemila spettatori. Charles Dickens è un habitué, ama quel teatro, che paragona alla Scala e ai grandi teatri italiani, anche se per lui il vero spettacolo sono le donne e gli uomini che ogni giorno riempiono quella grande sala. Naturalmente servono sempre nuovi titoli per spingere il pubblico a entrare, e a consumare. In poche settimane George Dibdin Pitt scrive questo fosco melodramma su una storia che il pubblico che affolla il Britannia ormai conosce bene: a Londra non si parla che di Sweeney Todd e dei pasticci di carne di Mrs Lovett.

Dibdin Pitt è attore, direttore di scena, autore: nella sua carriera ha scritto più di duecento spettacoli, di tutti i generi, anche se la sua specialità sono i drammi. E la storia del barbiere di Fleet Street è perfetta per lui. È George che fa di Sweeney il protagonista della storia - è lui che “inventa” l’espressione I’ll polish him off - e il pubblico rimane in qualche modo affascinato da questo personaggio che uccide senza motivo, per pura crudeltà, e senza mostrare alcun rimorso. E sobbalza ogni volta che la poltrona del barbiere si ribalta per far cadere la vittima nella botola che porta alla cucina di Mrs Lovett. E forse qualcuno si chiede di cosa siano fatti i pasticci che servono a teatro.

Intanto la storia sbarca in America. Tra il 1852 e il ’53 esce a puntate negli Stati Uniti un romanzo con il titolo Sweeney Todd: or the Ruffian Barber. A Tale of Terror of the Seas and the Mysteries of the City. L’autore è un tal Captain Merry, che è uno dei molti pseudonimi che usa l’autore Harry Hazel, che in questo caso si limita a mettere il proprio nome su una storia scritta da altri. L’editore inglese è abituato a questo genere di “furti” e ovviamente non se ne cura.

Anche Frederick Hazleton scrive un dramma teatrale basato sul romanzo, che si intitola Sweeney Todd, the Barber of Fleet Street: or the String of Pearls. Debutta nel 1865 all’Old Bower Saloon a Lambeth, nella zona sud di Londra, ma non ottiene lo stesso successo di quello di Dibdin Pitt, che invece continua a essere regolarmente replicato.

Il barbiere assassino di Londra diventa un personaggio popolare, anche fuori dal Regno Unito. Lo scrittore francese Paul HC Féval, autore di romanzi del mistero, lo cita nel capitolo introduttivo di uno dei suoi lavori più famosi e licenziosi, La Vampire del 1865, mentre il poeta australiano Banjo Paterson fa in qualche modo riferimento a Sweeney nella sua poesia del 1892 The Man from Ironbank.

Muore la regina Vittoria e inizia il Novecento. Sono gli anni della Belle époque, in cui il mondo danza sull’orlo del baratro. Sul barbiere di Fleet Street scrive una canzone il celebre autore e umorista inglese Robert Patrick Preston, intitolata Sweeney Todd the Barber. Noi la conosciamo nella versione cantata alla fine degli anni Cinquanta da Stanley Holloway, attore, cantante e monologhista, ma che per noi sarà sempre l’indimenticabile Alfred P. Doolittle in My Fair Lady.

Inizia e finisce la prima guerra mondiale, in Russia scoppia la rivoluzione, tutto sembra cambiare in un mondo che appare sconosciuto. Eppure il dramma sanguinario di Dibdin Pitt continua a venir rappresentato nei teatri del Regno Unito, la poltrona del barbiere continua a “scaricare” i suoi cadaveri e ogni volta fa sobbalzare gli spettatori, che pure hanno visto in azione altri, più terribili, demoni. E nel 1924 debutta anche a Broadway, al Frazee Theatre, al 254 West della 42esima Strada, il teatro dove tre anni prima Lynn Fontanne è diventata una star con la commedia Dulcy. Sweeney Todd è Robert Vivian, un attore inglese che ha recitato in innumerevoli spettacoli di Broadway e Mrs Lovett è Rafaela Ottiano.

Rafaela è nata a Venezia nel 1888 e arriva a Ellis Island con i suoi genitori quando ha già ventidue anni. In poco tempo si fa conoscere a Broadway e anche a Hollywood. Negli anni Trenta diventa famosa per i suoi ruoli da “cattiva”. Recita in As you desire me - dal dramma di Luigi Pirandello - con la Garbo, Melvyn Douglas e Eric von Stroheim. E poi in oltre quaranta film con tutti i grandi. È Suzette, la fedele cameriera di Greta Garbo in Grand Hotel, un ruolo che ha recitato anche nella precedente versione teatrale, tanto che nel musical del 1989 quel personaggio viene ribattezzato proprio Rafaela Ottiano, in suo onore.

Intanto è nata anche una nuova arte, la settima, l’arte del Novecento. E anche il cinema vuole il “suo” Sweeney Todd. Nel 1926 il regista inglese George Dewhurst gira un film di quindici minuti intitolato semplicemente Sweeney Todd. Il protagonista è il caratterista G.A. Baughan, che è conosciuto anche come autore: nel ’21 scrive la sceneggiatura del secondo film tratto da Il Circolo Pickwick. Questo primo film sul barbiere di Fleet Street è andato perduto. Due anni dopo il regista e produttore William West nei suoi studi di Islington gira un nuovo film, intitolato anch’esso Sweeney Todd, che, a differenza del precedente, è conservato. Moore Marriott e Iris Darbyshire sono rispettivamente Sweeney Todd e Mrs Lovett, che qui viene chiamata Amelia. West sorprende gli spettatori con un finale inatteso: la storia è solo un incubo di uno dei personaggi. Un tentativo, non so quanto riuscito, di rassicurare il pubblico.

È una produzione inglese anche il terzo film, del 1936, e quindi sonoro, che si intitola Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street, un titolo che, come sappiamo, avrà una particolare fortuna. Il film è diretto e prodotto da George King, che, nonostante si sia laureato in medicina, ha una grande passione per il cinema. Dirige molti film, commedie romantiche e storie belliche, ma il genere che preferisce e in cui dà il meglio è il poliziesco, con venature horror. Nel suo film d’esordio, Too Many Crocks del 1930, peraltro non memorabile, debutta un giovane attore che farà carriera, un tal Laurence Olivier.

George West è uno dei registi dei cosiddetti quota quickies: la legge del Regno Unito obbliga le case di produzione che vogliono distribuire i film americani a garantire anche una determinata percentuale di film realizzati negli studi del Paese. Bisogna farli e bisogna farli in fretta: agli studi non interessano, e questo paradossalmente garantisce una maggiore libertà ai registi, che nessuno ha il tempo - e la voglia - di controllare. La trama del film non si discosta molto dall’originale. Sweeney Todd uccide per derubare: l’unica sua molla è l’avidità. E questa sarà anche quella che lo perderà, perché lui e Mrs Lovett, non fidandosi l’uno dell’altra e pensando entrambi che il complice li stia raggirando, finiscono per tradirsi. Il film termina con il bacio dei due innamorati e il rogo in cui muore Sweeney Todd. Anzi il film finisce negli anni Trenta: un azzimato ed elegante barbiere racconta a un suo cliente quella storia sanguinaria, mentre lo sta insaponando. Finito il racconto il cliente chiede: “Ma non sente anche lei odore di cucina?” e osserva il barbiere che meticolosamente affila il rasoio; è sempre più preoccupato e con addosso l’asciugamano e con la faccia semicoperta dalla schiuma fugge lungo Fleet Street, scansando un venditore ambulante di pasticci. La scena migliore del film.

I protagonisti sono Tod Slaughter, una colonna dei quota quickies, e Stella Rho.

Tod, nato a Newcastle nel 1885, dopo gli anni della gavetta in giro per i teatri inglesi, crea una propria compagnia, che ha in repertorio i drammi più foschi dell’epoca vittoriana: tra questi naturalmente ci sono anche quelli di Dibdin Pitt, compreso The String of Pearls. Interpreta Sherlock Holmes, D’Artagnan, Long John Silver, ma in breve tempo Sweeney Todd diventa il “suo” personaggio, che impersonerà per più di duemila repliche. E, nel 1932, anche in una registrazione discografica del dramma per la casa di produzione Regal Zonophone Records. Quando comincia a lavorare per il cinema il ruolo di Tod è quasi sempre quello del “cattivo”. Per George West è naturale scritturarlo per il ruolo di Sweeney: ormai il pubblico immagina il barbiere di Fleet Street con il ghigno di Slaughter. Poi Tod torna a teatro e i suoi ruoli sono ormai fissi: Jack lo Squartatore, Landru, il dottor Jekyll e Mr Hyde. La stessa cosa che succede al di là dell’Atlantico a Bela Lugosi. Dopo la guerra, i gusti del pubblico cambiano rapidamente e il famoso Tod Slaughter ottiene solo qualche parte secondaria, nessuno sembra ricordarsi più del suo diabolico barbiere.

Stella Giacinta Annabella Maria Nobili-Vitelleschi nasce a Londra da padre italiano e madre scozzese. A tre anni viene dichiarata morta. Quando gli addetti alle pompe funebri stanno per chiudere la bara si accorgono che la bambina sembra muoversi: non è morta, è caduta in un profondo stato catalettico, che ha ingannato persino i medici. Famosa nell’alta società, con il nome d’arte Stella Rho comincia a recitare, prima in Francia - è una vedette dell’Odéon - e poi nel suo paese natale. Con Tod Slaughter interpreta sia a teatro che al cinema un altro fosco dramma. Maria Marten - è la protagonista uccisa dal fidanzato - ed è appunto Mrs Lovett. Nel 1937 decide di trasferirsi in Italia: è affascinata da Mussolini, l’uomo finalmente capace di rimettere in riga il Bel Paese. Tornerà anche a recitare, alla fine degli anni Cinquanta, quando Hollywood scopre Cinecittà. Nel 1958 Stella Vitelleschi - adesso questo è il suo nome d’arte - fa una piccola parte in La maja desnuda con una conturbante Ava Gardner: Stella è Maria Giuseppina, la sorella zitella di Carlo IV, che è Gino Cervi. L’anno successivo è Amrah, la schiava egiziana della casa di Ben-Hur, nel colossal diretto da William Wyler con protagonista Charlton Heston. E così questa aristocratica cosmopolita dalla lingua tagliente rimane celebre per essere stata la popolana locandiera di Fleet Street.

Un altro essere demoniaco sconvolge l’Europa. Sweeney è il ricordo di un mondo che non esiste più. La puntata dell’8 gennaio 1946 del dramma radiofonico Le nuove avventure di Sherlock Holmes, interpretato da Basil Rathborne e Nigel Bruce, i più celebri interpreti sul grande schermo del detective di Baker Street e del suo fidato assistente e biografo John Watson, si intitola The Strange Case of the Demon Barber. Sherlock Holmes e Sweeney Todd sono ormai, ciascuno a suo modo, relitti di un tempo andato, destinati a essere dimenticati. Forse.

A spectre is haunting the world - the spectre of the demon barber of Fleet Street.

qui trovate la prima puntata

martedì 4 maggio 2021

Storie (XXVII). "Dal barbiere Sweeney Todd" (1/4)...

Non so se siete pratici di Londra. Io non ci sono mai stato. A parte Google Maps, of course
Ad ogni modo, Fleet Street è una delle strade più importanti della City: è anche nel Monopoly di quel Paese, nel gruppo con lo Strand e Trafalgar Square. Corre quasi parallela al corso del Tamigi, dal Temple Bar Gate a ovest fino al Ludgate Circus a est. Attualmente è la sede di grandi banche e società d’investimento. Hanno i loro uffici in Fleet Street, tra le altre, Child & Co, Barclays, Goldman Sachs e C. Hoare & Co, la più antica banca privata d’Inghilterra, che opera in questa strada fin dal 1672.
Se oltre a conoscere Londra, leggete i giornali inglesi, sapete che Fleet Street è anche una metonimia, come quando Eugenio Montale scrive, in Satura, “piove su via Solferino”, per non citare il nome del giornale che pubblica i suoi articoli di critica letteraria. Perché per i lettori dei quotidiani inglesi Fleet Street è un sinonimo frequente per indicare la “stampa britannica”, anche se ormai nessun giornale ha sede lì.

Nei primi anni del XVI secolo Wynkyn de Worde apre la sua tipografia in Shoe Lane, una laterale di Fleet Street, e Richard Pynson avvia la sua attività di editore e stampatore vicino alla chiesa di Saint Dunstan e in breve tempo arrivano nella zona altri artigiani che fanno lo stesso lavoro. Tra l’altro lì accanto ci sono le Law Courts e la zona è frequentata da avvocati che hanno spesso bisogno dei loro servizi.

L’11 marzo 1702 la tipografa e libraia Elizabeth Mallet, che ha la bottega su Fleet Street vicino alla taverna King’s Arms, pubblica il primo quotidiano britannico, The Daily Courant, un solo foglio, con gli annunci pubblicitari sul retro. Mallet pubblica per lo più notizie straniere e non vuole dare nessun commento personale, perché pensa che i lettori abbiano “abbastanza buonsenso” per farsi le proprie opinioni. Poi è la volta del Morning Chronicle, a cui via via seguono altre testate. Ma il vero boom di Fleet Street - inteso come stampa britannica - avviene nella seconda metà dell’Ottocento: tra il 1853 e il 1861 vengono aboliti l’imposta sulla pubblicità, quella di bollo sui giornali e il dazio sulla carta. Nasce così la penny press. Negli anni Trenta del secolo scorso la maggior parte delle famiglie britanniche compra un giornale scritto e stampato in Fleet Street. Fino al 1986.

In quell’anno Rupert Murdoch decide di spostare le sedi di The Times e The Sun a Wapping, nell’East London. Ovviamente non si tratta solo di un cambiamento di sede: per Murdoch è l’occasione per trasformare il modo in cui si produce il giornale, rendendo inutile il lavoro di gran parte degli addetti alla stampa. La cosiddetta Wapping dispute, lo sciopero dei lavoratori della stampa, dura cinquantaquattro settimane, ma alla fine Murdoch vince, così come qualche mese prima sono stati sconfitti i minatori in uno sciopero altrettanto drammatico, durato un anno. Sono gli anni di Margareth Thatcher, sono gli anni del capitalismo trionfante e sanguinario. Seguendo l’esempio dell’editore australiano, tutti gli altri giornali si trasferiscono in altre sedi, lasciando il loro posto alle banche e alle finanziarie. Nel 2005 l’agenzia di stampa Reuters è l’ultima a lasciare Fleet Street.

Prima delle banche e prima dei giornali, Fleet Street è una strada di concerie, siccome lì a fianco scorre il fiume Fleet, e di commerci di ogni genere, vista la vicinanza con il porto. E naturalmente di taverne e di bordelli. Quando il Fleet viene coperto i conciatori devono spostarsi, ma le altre attività ovviamente rimangono. In una strada in cui stanno per arrivare giornalisti e banchieri avranno certamente nuovi clienti.
Durante l’età georgiana, Fleet Street è una strada popolare, le taverne si alternano ai laboratori artigiani e le case sono malsane e stipate di persone – un editto reale di un paio di secoli prima contro il sovraffollamento vietava la costruzione di nuovi edifici e di nuovi piani in quelli esistenti, ma è rimasto lettera morta. È una strada che è meglio evitare quando scende la sera, ma dove è sempre possibile trovare qualcosa o qualcuno da comprare.

Durante il lungo regno di Giorgio III, il “pazzo” che ha perso le tredici colonie americane, ma ha sconfitto Napoleone, al 186 di Fleet Street, accanto alla chiesa di Saint Dunstan, c’è la bottega di un bravo barbiere. La bottega non c’è più, ma il palazzo è ancora lì, non vi potete sbagliare: sulla facciata sono dipinte le insegne di quando c’erano gli uffici del Dundee Courier. In queste vecchie case ci sono spesso dei collegamenti sotterranei: uno di questi, passando proprio sotto la chiesa, porta allo scantinato dove c’è il forno della taverna di Mrs Lovett, che ha l’ingresso su Bell Yard: la signora serve ai suoi clienti pasticci di carne, sembra non particolarmente appetitosi.

So cosa state pensando a questo punto: ce ne hai messo di tempo per dire che vuoi scrivere un pezzo su Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street. Avete ragione, ma credo questa volta di non aver tanto divagato.

Naturalmente Sweeney Todd e Mrs Lovett non sono mai esistiti. Sono personaggi di fantasia. Forse.

Circa cinquanta anni dopo - siamo ai tempi della regina Vittoria - Charles Dickens, che da camminatore curioso e attento e da giornalista capita spesso in Fleet Street, dove c’è, come ho detto, la sede del Morning Chronicle per cui scrive, conosce molte vecchie storie su quella strada. Non dice nulla di questo misterioso barbiere assassino, ma sa cosa si racconta sui ripieni dei pasticci di carne che vengono venduti nelle taverne. Infatti Sam Weller ne Il Circolo Pickwik consiglia di comprare un pasticcio solo se si conosce bene la signora che l’ha fatto e “se sei abbastanza sicuro che non sia un gattino”. O chissà cos’altro.

Chi vive e lavora in Fleet Street forse non legge i giornali e neppure i romanzi di Dickens, ma adora i penny dreadful. Non importa lo stile, devono far paura, settimana dopo settimana.

L’editore Edward Lloyd è il re di questa letteratura popolare di consumo. Nessuno ne produce e ne vende quanto lui. Nell’Inghilterra della rivoluzione industriale è Lloyd che insegna a leggere alle classi popolari. E alle donne. Scrive e stampa un manuale di stenografia, pubblica corsi su come tenere la casa e il giardino, ma ben presto si accorge che il pubblico vuole storie e lui le sforna a getto continuo. Paga i suoi autori a riga e poi a pagina. Se una serie piace al pubblico i suoi scrittori possono continuare, se non vende, la serie finisce lì e devono cominciarne una nuova.

Ogni settimana escono nuove storie. Non esiste ancora una legge sul copyright e Lloyd ne approfitta a man bassa. Pubblica The Penny Pickwick, Oliver Twiss e Nickelas Nicklebery. Si vanta di aver venduto cinquantamila copie del “suo” Pickwick, molte di più di quelle vendute da quello di Dickens. Ma è l’horror che tira di più: con le storie del vampiro Varney Edward Lloyd crea la propria fortuna.

Gli autori, prevalentemente Thomas Peckett Perst e James Malcolm Rymer, producono incessantemente, spesso all’insaputa l’uno dell’altro, e quindi quando Edward decide di mettere insieme tutte le puntate in un unico romanzo non mancano le contraddizioni, ma sono più di ottocento pagine: chi si ricorda cosa è successo dodici capitoli fa. E tutto quello che noi sappiamo sui vampiri, canini sporgenti compresi, deriva proprio da Varney, molto più che dal conte di Bram Stoker.

Alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento Edward Lloyd decide di dare una svolta alla propria attività e diventa un editore serio, la leggenda vuole che abbia sguinzagliato i suoi agenti in giro per il Regno Unito per distruggere tutte le copie dei suoi romanzi popolari. Comunque sia, si trasferisce ovviamente a Fleet Street e apre il Lloyd’s Weekly Newspaper, ma non perde uno dei suoi vizi: è costretto a chiudere dopo poco perché ha copiato il formato e la grafica dell’Illustrated London News. Nel 1876 acquista un piccolo giornale, il Daily Chronicle: nel 1877 vende 40mila copie, durante la prima mondiale saranno 800mila, diventando il quotidiano più letto nel Regno Unito. L’ upper class continua a leggere The Times, ma i pendolari sui treni e in metropolitana tutte le mattine leggono il Chronicle.

Non sappiamo chi abbia davvero scritto, tra il novembre del 1846 e il marzo dell’anno successivo, le diciotto puntate di The String of Pearls: A Romance. Sappiamo che è stato un successo, tanto che Lloyd ne ha pubblicato poco dopo una seconda versione, dal 1847 al ’48, questa volta in novantadue episodi, e nel 1950 un romanzo di più di settecento pagine dal titolo The String of Pearls. The Barber of Fleet Street: A Domestic Romance. In alcune successive edizioni il titolo diventa The Gift of the Sailor. Nel 2007 la Oxford University Press ha pubblicato una versione accademica e commentata, ma ha usato il titolo Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street, perché intanto ci sono stati il musical e il film con questo titolo.

L’autore di questa storia è probabilmente James Malcolm Rymer, anche se in un primo momento è stata attribuita a Thomas Peckett Perst, i due scrittori di punta della scuderia di Lloyd. Probabilmente ci hanno lavorato entrambi. Ma forse hanno copiato: come abbiamo visto, per loro non è affatto un problema. Nel 1824 sul London Magazine è uscito il racconto A Terrific Story of the Rue de Le Harpe, Paris. L’anonimo autore riferisce di un incartamento trovato addirittura negli archivi di Joseph Fouché, il ministro della Polizia del Direttorio, poi di Napoleone e infine del “restaurato” Luigi XVIII: nel 1800 un barbiere parigino avrebbe ucciso molti suoi clienti e il suo vicino locandiere avrebbe usato i loro cadaveri per prepararne pasticci.

Credo meriti raccontare la storia, anche perché è parecchio diversa dal musical e dal film.

Il tenente di marina Thornill torna a Londra per portare una collana di perle a Johanna Oakley: è l’ultimo regalo per lei del suo fidanzato Mark Ingestrie, che tutti credono sia scomparso in mare. Ma anche Thornill scompare in maniera misteriosa. Il colonello Jeffrey, sollecitato dalla giovane, indaga e scopre che le tracce di Thornill arrivano fino alla bottega di Sweeney Todd, un barbiere di Fleet Street. A questo punto Johanna decide di travestirsi da ragazzo e si fa assumere come garzone dal barbiere, visto che quello che c’era prima, Tobias Ragg, è stato mandato in manicomio per aver accusato Todd di essere un assassino. Non senza pericoli, Johanna scopre la terribile verità: Sweeney uccide i suoi clienti, mentre la sua amante, la signora Lovett, usa la carne dei cadaveri per farcire i pasticci che serve agli ignari avventori della sua taverna. E Mark è loro prigioniero: incarcerato nella cantina, deve cucinare la carne. Alla fine Todd e la signora Lovett vengono scoperti. La donna viene uccisa dal barbiere che a sua volta viene arrestato e impiccato, mentre Johanna e Mark finalmente si possono sposare.

La storia di Sweeney Todd spaventa e appassiona i lettori inglesi, specialmente quelli che vivono a Londra e nelle grandi città. Molti di loro sono emigrati dalla campagna per andare a lavorare nelle nuove industrie e l’impatto è traumatico. La violenza, la criminalità nelle strade, la paura di muoversi in quella metropoli sono cose che sperimentano per la prima volta: è la faccia peggiore e oscura della rivoluzione industriale, del progresso, delle opportunità che i tempi nuovi sembrano offrire. Come se la promessa di un futuro migliore chiedesse un sacrificio umano.

Quanti Sweeney Todd hanno già incontrato? Quante volte sono entrati nella locanda di Mrs Lovett? Quante volte hanno già rischiato la vita? Forse la cosa più significativa del titolo di quel romanzo è proprio in quell’aggettivo, messo lì in maniera quasi casuale: domestic. Non bisogna andare in Transilvania per incontrare i mostri, basta andare in Fleet Street.

lunedì 5 aprile 2021

Verba volant (799): whisky...

Whisky
, sost. m.

Raymond immagina che non sarà facile convincere gli altri ragazzi della band, ma sa che quella canzone è perfetta per la voce di James. Hanno già stabilito quali saranno i brani da incidere: li hanno scritti loro, il pubblico che li segue al London Fog e al Whisky a Go Go li conosce e li apprezza. Poi hanno pensato di incidere anche un pezzo che hanno fatto spesso, Back Door Man di Willie Dixon, ormai un classico del Chicago Blues. Quando Ray tira fuori l'album per far sentire quella sua bizzarra proposta, Robert guarda la copertina e dice "Una canzone in tedesco?". John, da jazzista, ama la musica di Weill, sia quella che ha composto in Europa che quella che ha fatto in America, per Broadway, ma non è proprio nelle loro corde.
Ray mette il disco sul piatto e cerca la traccia. Dopo le prime note ritmate la voce di Lotte Lenya attacca una specie di marcia, che si chiude con quel I tell you ripetuto per cinque volte, in maniera ossessiva, ipnotica. Poi la musica si fa avvolgente, anche la voce di Lotte sembra cambiare, diventa più dolce, e si schiude sui versi che raccontano la nostalgia per la luna dell'Alabama
I quattro musicisti si mettono al lavoro: modificano un po' la melodia, Jim cambia un verso della seconda strofa e il pretty boy diventa una little girl, Ray per caratterizzare il brano rispetto al resto dell'album decide di suonare il marxofono - uno strumento particolare, simile alla cetra - oltre all'organo Vox Continental e al Fender Rhodes piano bass. E così quella canzone scritta più di quarant'anni prima, in un altro mondo, così diverso dalla Los Angeles della fine degli anni Sessanta, diventa la quinta traccia del lato A dell'album di esordio di quel gruppo di ragazzi che amano il rock e il blues e che vogliono fare qualcosa di diverso, di nuovo. Il brano successivo sarà Light My Fire

Nel 1927 il festival di musica da camera di Baden-Baden dà l'incarico a Bertolt Brecht di scrivere una breve composizione per l'edizione di quell'estate. Brecht ha ventinove anni, comincia a farsi un nome nel vivace mondo teatrale della Repubblica di Weimar. A marzo di quella stessa primavera ha incontrato il compositore Kurt Weill, anche lui attivo nella scena berlinese, più giovane di lui di due anni. Bertolt e Kurt quando cominciano a lavorare insieme hanno più o meno l'età dei Doors quando incidono quel loro strepitoso album d'esordio. Sono entrambi comunisti e tutti e due vogliono scrivere per il teatro.
Insieme cominciano subito a lavorare a un'opera che diventerà qualche tempo dopo Ascesa e caduta della città di Mahagonny. Ci sono queste cinque poesie che Brecht ha raccolto ne Il libro delle devozioni domestiche, che nel titolo vuole essere una parodia dell'omonima opera di Lutero: due sono scritte in inglese, Alabama Song e Benares Song. Ne scrive una sesta, Poema per un uomo morto, che deve essere il finale e Weill compone le musiche per tutte le sei canzoni e i cinque intermezzi. 
Il Mahagonny-Songspiel va in scena a Baden-Baden il 17 luglio 1927: Brecht ne cura la regia e il suo amico Caspar Nehar la scenografia. Caspar immagina che l'azione si svolga su un ring e dietro compaiono, come al cinema, alcune didascalie: questo diventerà un tratto distintivo del teatro di Brecht. La protagonista è Lotte Lenya, che è anche la moglie di Weill, mentre Ernst Mehlich dirige l'orchestra. Il songspiel piace al pubblico del festival, anche se attira le critiche dei "benpensanti". Nel 1930 il festival non si potrà più svolgere, le pressioni delle forze nazionaliste e reazionarie diventano ogni giorno più forti e uno dei motivi che decreta la chiusura è proprio il fatto che vengono invitati artisti come Brecht e Weill. I tell you we must die.

Mahagonny è la città del piacere, dove tutto sembra permesso, dove ogni cosa può essere venduta e comprata. Ma i suoi cittadini, apparentemente felici, scoprono presto che questo paradiso artificiale è una menzogna: senza soldi non si sopravvive nemmeno a Mahagonny. Non c'è salvezza a Mahagonny, che è destinata a essere distrutta dalle fiamme, drammatica profezia di quello che sarebbe successo a Berlino e a tutta l'Europa pochi anni dopo. Oh, don't ask why.

Lotte incide la canzone, con il titolo Alabama-Song, per l'etichetta discografica tedesca Homocord all'inizio del 1930 e nuovamente alla fine dello stesso anno per un'altra casa, la Ultraphon, in occasione del debutto a Lipsia di Ascesa e caduta della città di Mahagonny, anche se Lenya non è nel cast di quello spettacolo. Ma sarà Jenny nella prima a Berlino del 21 dicembre 1931, diretta da Alexander von Zemlinsky, il 26 aprile 1932 a Vienna e l'11 dicembre dello stesso anno in un concerto al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi. E naturalmente continuerà a cantare quella canzone per tutta la vita, incluso il suo album del 1955 Lotte Lenya Sings Kurt Weill, pubblicato negli Stati Uniti con il titolo Berlin Theatre Songs, che più di dieci anni dopo Ray Manzarek farà ascoltare a Jim Morrison, Robby Krieger e John Densmore. E Alabama Song diventa in qualche modo una canzone dei Doors. And must have whisky, oh, you know why.

Ma chi ha scritto davvero Alabama Song?
In quegli anni berlinesi Brecht è al centro di un collettivo di artisti che lavorano insieme e che si influenzano a vicenda. In questo gruppo c'è anche la scrittrice Elisabeth Hauptmann.
Elisabeth è nata il 20 giugno 1897 a Peckelsheim, in Vestfalia; dal momento che la madre è di origini americane, impara l'inglese da bambina. Nel 1922 è una dei tanti giovani che arrivano a Berlino, l'Atene dell'inizio del Novecento. Due anni dopo incontra questo ragazzo magrissimo arrivato dalla Baviera che ha la passione di raccontare storie. Bertolt apprezza la capacità di giudizio di quella ragazza che intanto lavora come traduttrice per la casa editrice Kiepenheuer. E allo stesso tempo lavora con Bertolt. Traduce The Beggar's Opera di John Gay, testi sul teatro giapponese, le poesie di Kipling. E molto altro.
A metà degli anni Venti Bertolt ed Elisabeth sono amanti. Lui ha già un figlio con Paula Banholzer. Dal 1922 al '28 è sposato con la cantante lirica Marianne Zoff, con cui ha una figlia. Contemporaneamente ha una relazione sia con Elisabeth che con l'attrice e regista Helene Weigel, con cui ha il terzo figlio. Quando Bertolt e Marianne divorziano, anche la scrittrice Marieluise Fleißer e l'attrice Carola Neher sperano di sposare il drammaturgo. Come avviene per la sua attività artistica, anche nella sua vita privata Brecht costruisce una sorta di "collettivo"; è "ideologicamente poligamo", un tratto della sua personalità che può non piacerci - e infatti non ci piace - ma che in qualche modo contribuisce a creare la personalità e l'opera stessa dell'artista.
Elisabeth, nonostante tutto, continua a stare a fianco di Brecht, anche quando la relazione finisce. Con lo pseudonimo Kathrin Ux pubblica Giulietta senza Romeo, un duro atto d'accusa contro le convenzioni dell'amore borghese. Poi scrive Alabama Song, che Brecht usa per il Mahagonny-Songspiel. È la coautrice de L'Opera da tre soldi. Brecht le riconosce il 12,5% dei diritti d'autore in Germania e il 15% delle royalties per gli spettacoli all'estero. Ma il suo nome è ormai dimenticato. L'Opera da tre soldi è comunemente attribuita a Brecht e Weill, mentre più correttamente si dovrebbero citare tutti e tre. Brecht non farà praticamente nulla, anche quando sarà celebrato come uno dei creatori del teatro "nuovo" del Novecento, per riconoscere il ruolo di Elisabeth. E credo che questo sia un tratto ben peggiore della sua incapacità di essere fedele e che lo rende decisamente meno grande. E che ce lo fa amare molto di meno.
Elisabeth, usando il nome Dorothy Lane, nel 1929 scrive l'opera Lieto fine, per cui Brecht e Weill compongono le canzoni, pur riservandosi il diritto di usarle in altri loro lavori. La moglie di Bertolt, Helene Weigel, ne è la protagonista. L'opera rimane in cartellone a Berlino per sole sette repliche: la reazione della stampa nazionalista è durissima contro la comunista Hauptmann. Anche in Santa Giovanna dei macelli il ruolo di Elisabeth è quello di coautrice di fatto, anche se in questo caso non c'è un riconoscimento ufficiale da parte del drammaturgo tedesco. 
Come Weill e Brecht, anche Elisabeth deve lasciare la Germania nazista. Le perquisizioni sono continue, il suo materiale di lavoro viene sequestrato in maniera sistematica, lei stessa viene arrestata dalla Gestapo. Ha una sorella negli Stati Uniti e finalmente riesce a fuggire. 
Con Brecht lavorerà ancora sia a New York che nella Repubblica Democratica Tedesca: continuerà a essere considerata una sorta di sua segretaria - d'altra parte è una donna e le donne fanno le segretarie, le collaboratrici, le amanti - e molto raramente le verrà riconosciuto il ruolo che merita. 
Almeno quando ascoltiamo Alabama Song ricordiamoci di lei. We now must say goodbye.

venerdì 2 aprile 2021

Storie (XXVI). "La locanda di Montfermeil" (puntata 5)...

A Gizon non piace quell'uomo che è arrivato alla locanda. Lo stalliere gli ha detto che si tratta di un borghese rispettabile, il padrone di una fabbrica di bigiotteria e il sindaco di un paesotto vicino a Calais. Ma a Gizon questo non importa: ha visto come guarda Cosette. E questo lo preoccupa.
Sono ormai quattro giorni che sono fermi a Montfermeil, sono riusciti a vendere un paio di bottiglie, ma questo non basta a ripagare i Thénardier. Stanno intaccando i loro risparmi, ma Dulcamara non ne vuole sapere di andarsene. Adesso è Gizon che cerca di convincerlo di andare a Parigi, gli dice quanto deve essere bella la grande città. Eppure il dottore dice di aspettare.
Dulcamara trascorre molto tempo con un nuovo ospite della locanda, un letterato italiano, che si vanta di essere socio di varie accademie in giro per l'Europa e che sta cercando delle antichità. A Gizon sembra un truffatore, ma ormai a Dulcamara non importa quello che lui dice.
Il "moro" non perde mai di vista quel Monsieur Madeleine. Dopo pranzo l'ha visto parlare con Cosette e adesso è insieme ai due locandieri. Parlano piano, ma Gizon capisce che stanno discutendo. E proprio della bambina. Sente un nome, Fantine, che non gli dice nulla, ma capisce anche che quell'uomo pagherà millecinquecento franchi per Cosette e che partiranno insieme prima del tramonto. Sente una porta sbattere: evidentemente quella turpe trattativa è finita, anche se l'accordo non soddisfa i Thérnadier che continuano a litigare. 
Gizon decide di agire. Ha meno di un'ora. Sa dove Dulcamara tiene i soldi che si sono impegnati a usare solo per le emergenze. Prenderà la sua parte: non basterà a ricomprare Cosette da quell'uomo, ma servirà a lui e alla bambina per fuggire dopo che l'avrà rapita. Vede il dottore parlare con quell'italiano, sale veloce le scale, apre lo scomparto segreto del loro baule e lo trova vuoto. Cerca il denaro affannosamente: sa che quei soldi c'erano, li ha visti prima di arrivare alla locanda. Controlla un altro scomparto: nulla. Deve affrontare Dulcamara: può averli presi soltanto lui.
È furioso, scende le scale, non si accorge nemmeno che nella foga il trucco si è rovinato. Lo capisce solo quando vede come lo sta osservando il professore italiano, che si allontana con una scusa. "Che ti prende? Vuoi farci scoprire? - anche Dulcamara è arrabbiato con il compagno - cerca di rimetterti in sesto e mi inventerò qualcosa con don Profondo"
"Inventati quello che vuoi, ma dammi i miei soldi. Mi hai derubato".
Dulcamara capisce che non può continuare a mentire. "I Thérnadier mi hanno scoperto. Hanno voluto quei soldi per non denunciarci e adesso devo lavorare per loro. Spero di riuscire a vendere un vecchio canterano a quell'italiano"
"E cosa aspettavi a dirmelo?"
"Sapevo che ti saresti arrabbiato. È successo quello che avevi detto. E io sono stato uno stupido. Scusa".
Gizon non sente neppure queste ultime parole del dottore. Deve fare un'altra cosa. Madeleine sta per partire: è la sua ultima occasione per salvare Cosette. Il cocchio è già pronto, il cavallo è stato attaccato, il garzone della locanda ha caricato i loro pochi bagagli. Gizon, nascosto da dietro il pozzo, li vede partire. Entra nella stalla, per fortuna non c'è nessuno. Afferra un coltello e sale su un cavallo. Passando per i campi lo può fermare.
Gizon ha ripreso la strada verso Parigi. Sa che il cocchio dell'uomo è più indietro. Deve trovare un luogo adatto per fare un'imboscata. Eccolo: è perfetto. Porta sulla strada un grosso ramo. Madeleine dovrà scendere per spostarlo e lui si potrà nascondere dietro quel masso. Ecco il cocchio. Si ferma. L'uomo scende, si piega per afferrare il ramo e Gizon è su di lui. Cominciano a lottare, mentre Cosette urla e piange. Quell'uomo è dannatamente forte: nonostante la sorpresa, riesce ad atterrare Gizon e gli strappa di mano il coltello.
"Va a dire ai Thénadier che non voglio essere fermato. Devono dimenticare Cosette e me. E noi proveremo a dimenticarci di loro"
"Non mi mandano quei due. Io voglio salvare Cosette da loro e da te".
L'uomo non capisce quelle parole, ma istintivamente lo fa alzare, sempre minacciandolo con il coltello. Solo adesso nota quel viso mezzo truccato, e il costume orientale: un tipo decisamente ridicolo. Non sembra un brigante da strada. Cosette ha smesso di piangere e, nonostante tutto, riconosce Gizon: "È il signore del fiore". E sorride.
"Prima di venderla a te, hanno provato a farlo con me. E non voglio che a Cosette succeda qualcosa di brutto. Sono un truffatore, un ladro, ma quella bambina merita una vita diversa da quella a cui è destinata. E io voglio aiutarla. Costi quel che costi".
L'uomo abbassa il coltello, anche se non sa spiegarsi il perché. "Devo farti una confessione. Anch'io non sono quello che dico di essere. E anch'io sto fuggendo". E racconta a Gizon una storia incredibile. Sembra un romanzo. E Gizon crede a quella storia, forse proprio perché è così incredibile da essere vera. Lui sa riconoscere i truffatori: e quel Jean non lo è.
L'uomo è risalito sul cocchio, mentre Gizon toglie il ramo dalla strada. "Cosa farai adesso? Dove andrai?"
"Non lo so. Immagino che andrò anch'io a Parigi. In fondo Dulcamara aveva ragione: per un imbroglione come me è meglio una grande città. Andate. Prenditi cura di lei. Addio Cosette".
Gizon sente che lì vicino scorre un torrente: finalmente può togliersi quel trucco dalla faccia.

continua? no; almeno per ora...
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mercoledì 31 marzo 2021

Storie (XXV). "Norma Desmond Blvd" (5/5)...

Siamo a San Francisco all’inizio degli anni Novanta. Daniel è un doppiatore di talento, un incredibile camaleonte della voce, ma, nonostante questo, non riesce a lavorare. E anche il suo matrimonio è in crisi: gli mancano soprattutto i suoi tre figli. Anche se è giovane, sembra già un uomo sul “viale del tramonto”. Quando viene a sapere che la sua ex moglie sta per assumere una governante, decide di giocarsi il tutto per tutto. Chiede aiuto al fratello e al suo compagno truccatore e decide di diventare una donna. Il lavoro procede e Daniel guardandosi allo specchio dice “I feel like Gloria Swanson”, e il fratello risponde “You look like her mother”. Ma Daniel non ci lascia il tempo di ridere a questa battuta, guarda Frank e dice “I’m ready for my close-up, Mr DeMille”. Perché Norma è immortale, anche per Mrs Euphegenia Doubtfire.

Ma gli uomini, come ci insegna la logica aristotelica, sono mortali.
Dopo Sunset Boulevard si rompe il sodalizio tra Charles Brackett e Billy Wilder. Solo loro due ne conoscono le vere ragioni. Brackett continua a fare lo sceneggiatore e il produttore. Riceve un altro Oscar, il terzo della sua carriera, per la sceneggiatura di Titanic, il film del 1953 diretto da Jean Negulesco, con Barbara Stanwyck. Nello stesso anno scrive e produce anche Niagara, regalando un magnifico ruolo, drammatico, a Marilyn Monroe, il primo della sua carriera. Negli anni successivi Billy scriverà e dirigerà due tra le commedie più belle di Marilyn, Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo. Entrambi contribuiscono con il loro lavoro a creare il mito della regina fragile di Hollywood, dell’attrice, che, anche per colpa di uomini come il figlio di Joseph Kennedy, non potrà mai diventare Norma.
Charles Brackett muore a settantasette anni, nel 1969, ricordato come uno di quelli che hanno costruito Hollywood. Billy invece muore nel 2002, a novantasei anni, il figlio di un pasticcere austriaco che ha fatto la storia del cinema: d’altra parte, come ha fatto scrivere sulla sua tomba, “nessuno è perfetto”.

Franz Waxman continua a scrivere colonne per Wilder, Zinnemann, Dieterle, per quelli che come lui sono scappati dall’Europa per creare un mondo nuovo. Nel 1951 vince un altro Oscar, per Un posto al sole, il film di George Stevens che racconta in maniera drammatica l’America uscita dalla guerra, con Montgomery Clift che è, a dispetto della stizza di Wilder, un grande attore. Compone anche alcune opere da concerto. Una di queste, del 1964, è The Song of Terezín, una cantata per orchestra, coro e coro di voce bianche basata sulle poesie scritte dai bambini nel campo di concentramento di Theresienstadt. Muore nel 1967, a sessantun’anni.

Hans Dreier finisce la sua carriera, curando le scene per Un posto al sole e poi si ritira, lasciando il suo posto ad Hal Pereira. Muore a ottantacinque anni, nel 1966.

John F. Seitz continua a fare film fino al 1960, ma quando si ritira continua a dedicarsi alle invenzioni fotografiche: arriva a registrare diciotto brevetti. Muore nel 1979, a ottantasette anni.

Edith Head non smette di creare abiti, anzi continua praticamente fino alla fine: muore nel 1981, a ottantaquattro anni, poco prima dell’uscita dell’ultimo film in cui ha lavorato, Il mistero del cadavere scomparso, una parodia dei vecchi noir in bianco e nero. È la donna con più Oscar vinti e con più nomination nella storia del cinema: otto statuette su trentacinque partecipazioni. E i suoi abiti, come quelli di Grace Kelly in La finestra sul cortile, si guadagnano un posto nella storia della moda. Edith diventa nota anche al grande pubblico. Nel 1973 appare in un cameo in un episodio di Colombo, ambientato nel mondo del cinema. La “cattiva”, una splendida Anne Baxter, che interpreta una diva che rischia di finire come Norma, per impressionare il tenente, lo porta in giro per gli studi e arriva con lui nel laboratorio di Edith. Colombo la guarda e chiede: “Ma è proprio quella che si vede sempre agli Oscar?”. Sì, è proprio lei.

“È nata una stella” si dice nel trailer di Sunset Boulevard quando appare Nancy Olson. La carriera della giovane attrice non sarà così brillante come si poteva sperare. Lei e William Holden sono una bella coppia e recitano insieme in altri tre film, nessuno però di grande successo. Nancy continua a lavorare, ma nessuno dei suoi film è paragonabile al capolavoro di Wilder. Negli anni Sessanta ritrova una certa popolarità perché è la protagonista dei film della Disney Un professore tra le nuvole e Professore a tuttogas, in coppia con Fred MacMurray. Nancy è l’ultima superstite di quella grande avventura hollywoodiana.

William Holden diventa negli anni Cinquanta uno dei grandi di Hollywood, grazie a film come Stalag 17 e Sabrina, entrambi diretti da Billy Wilder, Il ponte sul fiume Kwai e L’amore è una cosa meravigliosa. Il successo però, come insegna Norma, non dura e William soffre di depressione e alcolismo negli anni Sessanta, quando la sua fama comincia a declinare. Holden rimane comunque un attore di classe e riesce a dimostrarlo nei suoi film degli anni Settanta, come Il mucchio selvaggio, L’inferno di cristallo, Quinto potere e Fedora, il film con cui chiude la collaborazione trentennale con l’amico Billy. Muore nel 1981, a sessantatré anni, in tempo per vedere il suo caro amico Ronald diventare presidente.

Per Eric von Stroheim ci sono ancora alcune piccole parti da cattivo. I registi francesi, anche per la sua interpretazione ne La grand illusion di Renoir, lo considerano un mito. Sacha Guitry gli offre un cameo - il ruolo di Beethoven - nel suo Napoléon del 1955, dove sono coinvolti, in piccoli ruoli, tanti grandi del cinema, da Orson Welles a Jean Gabin. Ed Eric muore in Francia, a settantadue anni, nel 1957. Dice di lui Abel Gance: “Un uomo di immense capacità che è stato messo nell’impossibilità di nuocere, costretto per vivere a fare l’attore agli ordini di registi mediocri”. Non sempre così mediocri, a dire la verità.

Gloria Swanson non tornerà più alla ribalta come forse sperava. Certo non viene ricordata solo per essere stata una diva del muto, adesso è anche la star di Sunset Boulevard; torna a New York, riprende le sue trasmissioni radiofoniche, lancia una propria linea di cosmetici e poi una di abiti. Va spesso in televisione, è un’ospite brillante, una che ha davvero tante storie da raccontare. Nel ’73 nello show di Carol Burnett fa l’imitazione di Chaplin che ha fatto in Sunset Boulevard.
Nel 1955 viene a Cinecittà per girare Mio figlio Nerone di Steno. Gloria è Agrippina, la madre dispotica del vanesio e fannullone imperatore romano, interpretato da Alberto Sordi. A Gloria il film non piace, ma soprattutto soffre perché tutte le attenzioni sul set sono per la giovane attrice francese che interpreta Poppea: Brigitte Bardot non è ancora una star internazionale, non è ancora il sex symbol di Et Dieu… créa la femme, ma Gloria capisce immediatamente che lei è il futuro e ne è terribilmente gelosa. Come noto, sarà Roger Vadim a creare BB, ma è Steno che chiede a Brigitte di farsi bionda per interpretare Poppea: e quello rimarrà il colore dei suoi capelli, uno dei suoi tratti distintivi. Gloria un giorno confessa a Vittorio De Sica, che interpreta Seneca, di aver accettato quel ruolo perché sapeva che c’era lui, il regista dei capolavori del neorealismo. De Sica, mentendo, le risponde di aver accettato perché sapeva che c’era lei; non può dirle che per mantenere le sue due famiglie e soddisfare il vizio del gioco è costretto ad accettare ogni parte gli venga proposta. “Allora siamo imbecilli tutti e due” conclude sconsolata Gloria.
L’ultima apparizione di Gloria Swanson in un film è in Airport 1975, in cui interpreta se stessa tra i passeggeri di quello sfortunato jumbo. Gloria muore nella sua New York a ottantaquattro anni, nel 1983.

Il Sunset Boulevard è sempre là, una meta turistica per cinefili, anche se molto meno frequentata del Walk of fame sull’Hollywood Boulevard. Comunque adesso è asfaltato e largo quattro corsie per tutto il suo percorso. E naturalmente c’è quasi sempre molto traffico.
Se siete fortunati potrete incontrare Norma. Perché lei è sempre là, come non ci fossimo mai detti addio.

p.s. qui trovate la prima, la seconda puntata, la terza e la quarta...

giovedì 25 marzo 2021

Storie (XXIV). "La locanda di Montfermeil" (puntata 4)...

Antonio conosce bene il suo padrone, sa cosa aspettarsi quando si sveglia alla mattina, specialmente dopo che la sera ha bevuto un po' più del lecito. "Ghisòn, mi dispiace. Il Maestro dice che non ci pensa affatto a fare il viaggio verso Parigi insieme al tuo dottore. Dice che non è neppure sicuro che lo sia davvero un dottore. E comunque non ne vuole sapere. Te l'avevo detto di non farti troppe illusioni".
Non è certo Gizon a essersi illuso e adesso immagina che sarà lui a sorbirsi i rimproveri di Dulcamara: come se fosse colpa sua. Se era per lui adesso erano a casa della vedova e si sarebbero risvegliati in un letto pulito e con una buona colazione.
"Se quell'italiano non vuole viaggiare con me peggio per lui. Gli avrei fatto fare una gran figura a Parigi. Non sa che occasione ha perduto di conoscere il bel mondo". Gizon rimane colpito da questa reazione di Dulcamara. E anche un po' preoccupato: il dottore ormai recita anche con lui, quando sono soli. Come se credesse a tutte le storie che si è inventato. 
"Vai a dire ai signori Thénardier che oggi non ce ne andiamo, anzi che staremo qui ancora qualche giorno"
"No, non possiamo rimanere qui, sono due ladri. Andiamocene fino a che siamo in tempo"
"Assolutamente no, non posso dare soddisfazione a quel musicista da strapazzo. Se partissi anch'io oggi, darei l'impressione di seguirlo, di avere bisogno di lui. Dulcamara non ha bisogno di nessuno. E qui si possono fare buoni affari. Sono riuscito a vendere l'elisir a quel Germont al doppio di quello che ho sempre incassato nelle fiere dei contadini. Qui si sente già l'aria di Parigi. E i Thénardier non sono affatto come tu dici. Sono persone di cui fidarsi. Ho anche regalato una bottiglia di elisir alla signora"
"Cosa diavolo hai fatto? Quei due si accorgeranno subito che è vino scadente. Possono denunciarci o peggio ricattarci"
"Impara a fidarti delle persone, caro Gizon. E ora fammi andare a salutare l'amico Germont prima che parta per Parigi".
Mentre Gizon scende per cercare la locandiera pensa che forse è arrivato il momento di lasciare Dulcamara. Lavorano insieme ormai da oltre trent'anni, da quando, poco più di ragazzi, hanno lasciato il loro villaggio nella Navarra per fare fortuna nel mondo. E il numero del dottore venditore di elisir e del suo servo moro è stato decisamente il migliore, quello che gli avrebbe permesso di chiudere in bellezza. E invece è quello che li dividerà. Gizon vuol bene a Dulcamara, è come un fratello, hanno passato insieme tanti momenti brutti, hanno fatto la fame, hanno rischiato più volte di morire, ma ne sono sempre venuti fuori. Insieme. Ma questa volta, no: lui non riesce più a seguire le pazzie del dottore. Stavolta è davvero finita.
Quando finalmente vede la locandiera, la donna sta, come al solito, rimproverando Cosette, che approfitta dell'arrivo dell'uomo per allontanarsi. "Come sta il nostro caro dottore?"
"Bene. La stavo cercando, signora Thénardier, per dirle che oggi non possiamo partire e che il dottor Dulcamara intende fermarsi ancora qualche giorno presso la vostra locanda"
"Io e mio marito siamo lieti che il dottore si trovi bene qui da noi. Gli dica pure che può continuare a essere nostro ospite per il tempo che gli è necessario. Troveremo senz'altro un accordo sulle spese di vitto e alloggio".
Gizon si allontana pensando a quanto costerà quella sosta imprevista. Non basteranno un po' di bottiglie di elisir vendute a qualche sciocco cliente a recuperare la spesa. Ha trovato sorprendentemente disponibile la signora. Probabilmente lei e il marito hanno già capito che lui e il dottore sono due truffatori e stanno pensando come guadagnarci. Gizon però ha bisogno di tempo: deve trovare il modo di salvare Dulcamara. E anche la piccola Cosette.

va avanti, non può certo fermarsi così...
qui tutte le puntate...


mercoledì 24 marzo 2021

Storie (XXIII). "Norma Desmond Blvd" (4/5)...

Sunset Boulevard è un successo, incassa più di 2 milioni di dollari, ma Eva contro Eva supera gli 8, per tacere dei 52 di Cenerentola. Quel film consacra William Holden come uno degli attori più importanti della sua generazione, ma non permette a Gloria di tornare a recitare. Le propongono solo ruoli che in qualche modo ricordano Norma e lei non vuole continuare a ripetere lo stesso personaggio in film che finirebbero per essere pallide copie dell’originale.

Però Gloria ha un’idea: quella storia può diventare un successo a Broadway. Lei è una brava cantante: in questo modo Norma continuerà a calcare le scene; e Gloria insieme a lei. Ne parla con i dirigenti della Paramount che, probabilmente per liberarsi di lei, le dicono che può andare avanti, può sviluppare quel suo nuovo progetto. Sono sicuri che non se ne farà nulla: ma non hanno tenuto conto della tenacia di Gloria Swanson. Coinvolge nel progetto Richard Stapley, un attore inglese che nel 1949 ha interpretato il ruolo di John Brooke in Piccole donne, la versione con Elizabeth Taylor e Janet Leigh, e ha pubblicato nel Regno Unito alcuni romanzi, e il cantate e pianista di cabaret Dickinson Hughes. Gloria vuole che lo spettacolo, a cui viene dato il titolo provvisorio Starring Norma Desmond e poi Boulevard!, abbia un lieto fine: Norma si rende conto di quello che sta succedendo e “libera” Joe, permettendogli di sposare Betty.

Il libretto e le canzoni vengono completate. Gloria, ancora una volta, si è fidata troppo di una promessa solo verbale. Russell Holman della Paramount, all’inizio del 1957, resosi conto che il progetto sta andando avanti, scrive all’attrice: deve sospendere quel lavoro e metterlo in un cassetto, perché lo studio ritiene dannoso raccontare quella storia in un’altra forma. Sembra proprio che Sunset Boulevard rimarrà soltanto un film, quel film.

All’inizio degli anni Sessanta Stephen Sondheim è famoso come l’autore dei testi delle canzoni di West Side Story e Gipsy: A Musical Fable, ma la sua ambizione è quella di scrivere anche le musiche dei suoi lavori. Nel 1962 ha debuttato a Broadway con A Funny Thing Happened on the Way to the Forum; è un successo di pubblico, anche se i critici lodano molto più i testi che le musiche. Alla fortuna di questo musical, in cui Sondheim si richiama alle commedie di Plauto, contribuisce anche il film che esce nello stesso anno, con Zero Mostel, interprete anche dello spettacolo a Broadway, che può finalmente tornare al cinema dopo gli anni bui della “caccia alle streghe”. In quel film ha una piccola parte anche Buster Keaton: sarà l’ultimo della sua lunghissima carriera.

Stephen a trentadue anni pensa che Sunset Boulevard possa diventare il suo prossimo musical. Coinvolge l’autore di libretti Burt Shevelove, che ha lavorato con lui su A Funny Thing, e scrivono qualche scena. Jeanette MacDonald potrebbe essere Norma sul palcoscenico. Jeanette è nata a Philadelphia nel 1903. Negli anni Venti è una stella di Broadway, lavora anche con i Gershwin e quando nasce il cinema sonoro gli studios la vogliono a Hollywood: adesso non bastano le facce, servono le voci. Ernest Lubitsch la fa debuttare in Parata d’amore, accanto a Maurice Chevalier. La coppia funziona e insieme girano ancora altri tre film, anche una celebre versione de La vedova allegra, sempre con la regia di Lubitsch: questi sono i film in cui serve il suo celebre “tocco”. In Terra senza donne la Metro la fa recitare e cantare accanto al baritono Nelson Eddy: la coppia ha un grande successo, negli Stati Uniti sono famosi quasi come Ginger Rogers e Fred Astaire e recitano insieme in altri sette film. I gusti del pubblico però cambiano, la musica cambia, e la stella di Jeanette lentamente declina: il suo ultimo film è del 1949, e si intitola Primavera di sole, ma la vera star della pellicola è Lassie, il cui nome sui manifesti è accanto a quello dell’attrice. Jeanette prova a tornare a Broadway, ma non riesce a ottenere nessun ruolo davvero importante. Quando Harold Prince, il produttore dei musical di Sondheim, va a parlarle di Sunset Boulevard, risveglia in lei sogni mai sopiti. Che saranno presto infranti: Jeanette è Norma nella vita, non lo sarà mai sulla scena. Muore nel 1965, a causa di disturbi cardiaci manifestati da tempo.

Stephen per caso incontra a un cocktail party Billy Wilder, che l’anno precedente ha vinto tre Oscar per L’appartamento. Il compositore si fa coraggio e gli chiede un consiglio su quel progetto. “Non si può scrivere un musical su Sunset Boulevard, deve essere un’opera. Dopo tutto si tratta di una regina detronizzata”. Questa risposta del Maestro fa desistere Sondheim, che comincia a lavorare a Anyone Can Whistle, il fiasco più grande della sua fortunata carriera.

Andrew Lloyd Webber vede per la prima volta Sunset Boulevard al cinema all’inizio degli anni Settanta, ha poco più di vent’anni, ma ha già scritto Jesus Christ Superstar. Abbozza la musica per alcune scene: poi decide di usare quel materiale per la colonna sonora di Gumshoe, il film d’esordio di Stephen Frears. Quell’idea gli rimane in testa: nel ’76 scrive la musica che descrive il momento in cui Norma torna negli studi della Paramount, ma sta anche finendo Evita. Finalmente, dopo Aspects of Love del 1989, dopo i grandi successi degli anni Ottanta, decide che è il momento di raccontare a teatro la storia di Norma Desmond.

Coinvolge l’autrice statunitense Amy Powers per scrivere i testi delle canzoni, e poco dopo le affianca Don Black. Lo spettacolo viene eseguito in anteprima nel 1991 durante il festival di Sydmonton con la giovanissima Ria Jones nel ruolo di Norma. Non funziona. Le canzoni sono da riscrivere quasi tutte: Christopher Hampton, che ha sceneggiato, tra gli altri film, Le relazioni pericolose, rivede i testi insieme a Black. L’anno successivo, sempre a Sydmonton, viene presentata la nuova versione, con Patti LuPone che interpreta Norma. Patti è già una regina di Broadway e del West End, sia nel teatro di prosa che nel musical: è un’acclamata Evita, una dolente Fantine ne Les Misérables e la sua interpretazione è fondamentale per il successo del revival di Anything Goes. Lloyd Webber adesso è soddisfatto: Sunset Boulevard sarà il suo nuovo successo.

Il 12 luglio 1993 debutta all’Adelphi, lo storico teatro sullo Strand a Westminster, con la regia di Trevor Nunn. Billy Wilder assiste alla prima, lo spettacolo gli piace: “La cosa migliore che hanno fatto è stato lasciare in pace la sceneggiatura”.

Mentre nessuna attrice della generazione di Gloria Swanson voleva essere Norma, adesso tutte le attrici di Broadway e del West End vogliono interpretare quel personaggio. Dopo Patti LuPone, a Londra nel 1994 Norma è Betty Buckley, un Tony per la sua interpretazione di Grizabella in Cats, una grande carriera nel teatro musicale, ma che noi rischiamo di ricordare solo perché è stata Abby, l’insegnante che sposa un giornalista di Sacramento che ha otto figli, in più di cento episodi de La famiglia Bradford. E poi, sempre a Londra, Elaine Paige, Petula Clark e Rita Moreno interpretano Norma. Negli Stati Uniti Sunset Boulevard debutta a Los Angeles il 9 dicembre 1993, con una magnifica Glenn Close. Anche Faye Dunaway sembra possa sostenere la parte, ma Lloyd Webber, dopo una prima approvazione, dice che non è in grado di cantare a quei livelli. Glenn Close l’anno successivo porta lo spettacolo a Broadway. Patti LuPone vuole essere lei a far debuttare il musical a New York e sostiene che c’è un impegno preciso di Lloyd Webber in questo senso. Evidentemente con un qualche motivo, se il tribunale a cui Patti si rivolge, intentando causa alla produzione, le concede un risarcimento di un milione di dollari per questo mancato debutto. E così, a causa di questa spesa iniziale imprevista, Sunset Boulevard ottiene il non invidiabile primato di essere lo spettacolo che, nonostante l’enorme successo al botteghino, ha perso più soldi nella storia di Broadway.

Andrew rimane fedele alla storia scritta da Wilder e Brackett, lì c’è già tutto il dramma di Norma. Lui deve solo aggiungere la musica, quella sua musica così capace di raccontare e di coinvolgere. C’è comunque nello spettacolo qualcosa di ancora più emozionante. Norma è negli studi della Paramount, elegante e bellissima, incontra DeMille, vede l’agitarsi della troupe, poi all’improvviso uno degli addetti alle luci la riconosce, la illumina con un occhio di bue e Norma, assalita dai ricordi, canta As If We Never Said Goodbye, forse la canzone più bella dello spettacolo e una tra le più belle di Lloyd Webber. Quando Norma finisce di cantare noi spettatori non possiamo non applaudire e quegli applausi reali che noi tributiamo all’attrice che è in quel momento sulla scena, diventano gli applausi che Norma sogna, in uno scambio tra la verità e la finzione che è possibile solo a teatro. Quei nostri applausi sembrano alimentare la pazzia di Norma e così anche noi diventiamo responsabili: non siamo più innocenti.

Anche in questo caso Gloria si è presa la sua rivincita contro quelli della Paramount: adesso sono tre i musical in cui rivive Sunset Boulevard. C’è Boulevard! Prima di morire Gloria ha venduto il suo imponente archivio all’Università del Texas, che, anche dopo la sua morte, ha continuato a comprare materiale su di lei e a riceverne da donatori privati. Tra questo materiale c’è anche la registrazione dell’intera colonna sonora del “suo” musical, che è stato pubblicato nel 2008. Nel 1994 Dickinson Hughes ha usato molto del materiale di Boulevard! per scrivere Swanson on Sunset, ossia la storia di come una grande attrice tenta di tornare alla ribalta attraverso uno spettacolo in cui si racconta la storia di una diva che vuole tornare a recitare: un gioco di specchi non particolarmente riuscito, nonostante l’esperienza di una veterana di Broadway come Laurie Franks che interpreta Gloria che fa la parte di Norrma. E l’accostamento tra Joe e Richard Stapley diventa troppo forzato: Gloria non è Norma, non è una donna che perde la testa per un uomo più giovane e ne sfrutta l’energia. Gloria vuole essere l’autrice, non ha mai smesso di immaginarsi come il suo amico Chaplin. E poi naturalmente c’è il Sunset di Lloyd Webber, che presto dovrebbe diventare un film con Glenn Close: pare che perfino quelli della Paramount si siano convinti che nessuno può fermare Norma.

p.s. qui trovate la prima, la seconda puntata e la terza...

venerdì 19 marzo 2021

Storie (XXII). "Norma Desmond Blvd" (3/5)...

Billy e Charles sono preoccupati della reazione del mondo di Hollywood. Decidono di fare un’anteprima lontano da Los Angeles, a Evanston in Illinois. Il pubblico ha una reazione strana, specialmente di fronte alla scena iniziale. Il film si apre in un obitorio e i cadaveri si raccontano come sono arrivati lì: è così che Joe narra agli altri la storia di Norma e di come lei lo ha ucciso in un flashback lungo quanto il film. A Evanston il pubblico ride durante quella scena, e succede lo stesso a Poughkeepsie e a Great Neck, nello stato di New York. Gli spettatori non capiscono se sia una commedia o un dramma. Billy dopo quelle tre prime proiezioni decide di cambiare la sequenza iniziale. Ha girato una scena in cui si vede Joe morto nella piscina. Non è stato facile realizzarla: è stata necessaria tutta l’abilità di Seitz. Billy voleva che il cadavere si vedesse dal fondo della piscina: Seitz ha messo la telecamera in una scatola che è stata calata nell’acqua, ma il risultato è stato deludente. Allora sul fondo della piscina i tecnici di Dreier hanno sistemato uno specchio e quindi la macchina ha ripreso il riflesso del corpo dall’alto. Questa scena diventa l’inizio del film, con la voce di William Holden che comincia a raccontare la storia: uno degli inizi più famosi della storia del cinema.

A questo punto la Paramount organizza una proiezione privata per una serie di ospiti e addetti ai lavori. Le reazioni sono contrastanti. Barbara Stanwyck, la splendida protagonista de La fiamma del peccato, si inginocchia di fronte a Gloria Swanson e le bacia l’orlo della gonna. Mary Pickford preferisce non parlare; farà dire di essere rimasta sopraffatta. Louis B. Mayer è furibondo, di fronte a tutti gli ospiti affronta Wilder e gli urla: “Hai disonorato l’industria che ti ha creato e nutrito! Dovresti essere ricoperto di catrame e piume e scappare da Hollywood!”. Billy gli risponde senza alcuna cortesia. Non è solo Mayer che la pensa così, anche se gli altri non sono così violenti. L’attrice Mae Murray, soprannominata “la Gardenia”, che è stata la protagonista nel 1925 di The Merry Widow, diretta da Stroheim, commenta stizzita: “Nessuno di noi pazzi era così pazzo”.

Finalmente, il 10 agosto 1950, il film viene presentato al pubblico in una grande première al Radio City Music Hall, al 1260 di Avenue of the Americas, all’interno del Rockefeller Center. E probabilmente nessun’altra sala avrebbe potuto ospitare questa serata, perché il designer Donald Deskey, uno dei grandi dell’art déco, l’ha progettata negli anni Trenta con una serie colori accesi che ricordano quelli di un infuocato tramonto che incastona il palcoscenico. Il film è un successo, anche perché Gloria Swanson in pochi mesi viaggia in treno per tutta l’America per presentarlo. E anche la critica è concorde: il Time scrive: “Hollywood al suo peggio raccontata da Hollywood al suo meglio”.

Nell’edizione del 1951 degli Oscar Sunset Boulevard ottiene undici nomination, ma viene battuto da Eva contro Eva, diretto da Joseph L. Mankiewicz, che ne ottiene ben quattordici, vincendo quello per miglior film. L’Academy - che dà un Oscar onorario al vecchio Mayer - sembra vendicarsi di Wilder, che non ottiene nemmeno il premio per la regia - che va a Mankiewicz - ma ottiene quello per la sceneggiatura originale. Per Sunset Boulevard poi vengono premiati Hans Dreier - che ottiene il premio anche per le scenografie per i film a colori, con Sansone e Dalila - e Franz Waxman per la colonna sonora. Anche Edith Head vince due Oscar, uno per i film in bianco e nero e uno per i film a colori, ma sono rispettivamente Eva contro Eva e Sansone e Dalila.

Sunset Boulevard ottiene una nomination in tutte e quattro le categorie dedicate alla recitazione, senza vincerne nessuna: a suo modo un record. Gloria Swanson si scontra con le due protagoniste di Eva contro Eva, Bette Davis e Anne Baxter, entrambe nella cinquina. Vince, a sorpresa, Judy Holliday per la sua interpretazione in Nata ieri, diretta da Geoge Cukor, il cui protagonista maschile è William Holden. Judy se l’è meritato: quell’anno è proprio difficile scegliere. Per la cronaca la quinta è Eleanor Parker per il film Prima colpa: per questo film sarà premiata quell’anno a Venezia con la Coppa Volpi.

In quell’edizione degli Oscar viene premiato anche il miglior soggetto - una categoria che rimane fino al 1956 - e nella cinquina c’è Riso amaro, con i suoi autori Giuseppe De Santis e Carlo Lizzani.

Naturalmente il successo del film scatena un poco originale gioco di società: chi è Norma Desmond? La Garbo è fuggita da Hollywood e non vuole più farsi vedere da nessuno. Mary Pickford e Pola Negri si sono isolate dal mondo, vivono quasi recluse nelle loro grandi ville. Mae Murray è la caricatura di se stessa: si trucca così pesantemente per sembrare più giovane quando sale sui palchi dei cabaret di terz’ordine. Valeska Suratt è dipendente dal gioco d’azzardo. Clara Bow, il sex symbol dei Roaring Twenties, soffre di schizofrenia. Tutte loro sono in qualche modo Norma. Eppure il film non descrive nessuna di loro.

Delle regine del muto Gloria è probabilmente quella più lontana da Norma. Certo è stata messa da parte da Hollywood e, come tutte le altre, sogna di tornare, ma non si è ritirata. Si è trasferita a New York, perché ama vivere e lavorare in quella città, molto più di quanto abbia mai amato Los Angeles. Ha un proprio show alla radio: un curioso paradosso per una regina del cinema muto. Continua ad atteggiarsi a diva, ma se lo può permettere.

Non sappiamo di preciso quanto nel corso della lavorazione del film, Gloria abbia creato il personaggio, ma certamente Wilder ha plasmato Norma su di lei e conoscendo il carattere dell’attrice, la sua determinazione, la sua voglia di non farsi sfuggire nulla, e la sua esperienza sul set, possiamo credere che abbia dato un importante contributo. Senza Gloria Norma non sarebbe certo quel personaggio che tutti conosciamo.

La casa di Norma è tappezzata delle foto di Gloria, degli anni in cui era la star della Paramount e dei mesi gloriosi di Sadie Thompson. Norma arriva, a bordo della sua splendida Isotta Fraschini - il modello Tipo 8A carrozzata dalla milanese Castagna nel 1929 - davanti agli studi della Paramount - la macchina viene trascinata perché Stroheim non ha mai imparato a guidare - e il guardiano più giovane chiede chi sia quella donna e non la farebbe entrare se non fosse per l’intervento del suo collega più anziano - il caratterista Robert Emmett O’Connor, che ha recitato in più di duecento film e che chiude la sua carriera proprio con Sunset Boulevard. Quando finalmente Jonesy apre il cancello, Norma sibila: “Without me there wouldn’t be any Paramount Studio”; una cosa che anche Gloria probabilmente pensa di sé. E negli studi Norma incontra il “suo” regista, ossia Cecil B. DeMille che, in un delizioso cameo, evita con tatto le domande dell’attrice sul copione di Salomè, di cui non sa nulla. E Max scoprirà che hanno chiamato Norma solo perché vogliono noleggiare la sua automobile, ormai un pezzo d’epoca. Ma DeMille è anche il regista di Gloria, è quello che l’ha scoperta, che l’ha fatta diventare la protagonista dei suoi film. E sono amici di Gloria, oltre che di Norma, i tre attori che vanno a giocare a bridge a casa sua, quelli che Joe chiama con una facile ironia “The waxworks”: Anna Q. Nilsson, bellissima attrice del muto, una delle donne più popolari degli anni Venti, che nel 1928 riceveva trentamila lettere al mese e per questo è stata messa sotto contratto da Kennedy per la RKO, HB Warner, Gesù in Il Re dei Re e Buster Keaton, che in una foto del set sembra quasi sorridere osservando Stroheim vestito da maggiordomo.

Quando Norma vuol far vedere a Joe un suo film, Wilder potrebbe sceglierne uno dei tanti che Gloria ha girato per la Paramount: non ci sarebbero problemi di diritti. Decide invece di concedere una piccola rivincita al suo collega Stroheim: le immagini sono quelle di Queen Kelly, il film che gli americani non hanno mai potuto vedere al cinema.

Ma poi è Gloria che vince alla fine. È il celeberrimo finale. Norma, dopo aver ucciso Joe, è ormai completamente impazzita, siede davanti alla toletta nella sua camera, piena di poliziotti e di cronisti. C’è anche Hedda Hopper che detta il pezzo per la prossima edizione del suo giornale; Hedda è, insieme a Elsa Maxwell e Louella Parsons, una della grandi pettegole di Hollywood, una di quelle che sa sempre tutto, appena accade, anche prima che accada. Max, con uno sguardo dei suoi, convince i poliziotti che l’unico modo per far muovere Norma e scendere le scale sia quello di farle credere che stanno girando una scena di Salomé. Max torna finalmente a fare il regista, e ha il piglio dittatoriale di Eric von Stroheim, quella forza e quella mania per i dettagli che tutti conoscono a Hollywood. Gli basta un cenno per far muovere le cineprese, per preparare i “suoi” tecnici e alla fine, dopo quasi quindici anni, può urlare “Action”: c’è una scintilla in quel momento negli occhi di Stroheim che non è solo frutto della sua capacità di attore. Norma, affascinante come non mai, lentamente percorre il corridoio e scende le scale, guardando la macchina da presa con i suoi occhi così intensi, muovendo le mani, perché a lei non servono le parole, basta la faccia. Poi arriva davanti a quella piccola folla che si è radunata – come su un set – è il momento in cui la stanno per portare via e dice: “All right, Mr. DeMille, I’m ready for my close-up”. È la sua vendetta contro Max: non riconoscerlo nel ruolo della sua vita e chiamarlo con il nome del suo avversario. È anche Gloria che si vendica di chi le ha mentito in merito a Queen Kelly, e degli altri uomini che le hanno mentito nel corso della sua vita. Lei è sempre grande, sono gli altri a essere diventati piccoli.

p.s. qui trovate la prima e la seconda puntata...

mercoledì 17 marzo 2021

Storie (XXI). "La locanda di Montfermeil" (puntata 3)...

A Gizon il servitore di questo signor Rossini sta davvero simpatico. Antonio parla un divertente miscuglio di francese, italiano e una lingua che il "moro" proprio non riconosce, anche se a volte suona un po' francese. Antonio non riesce a pronunciare il nome Gizon, ma a lui non importa. "Caro Ghisòn, non ho idea di cosa abbia detto il Maestro al tuo dottore. Quando è tornato in camera io già dormivo e adesso lui ovviamente è ancora a letto. Ma temo che neppure lui sappia cosa ha detto ieri sera mentre era a tavola. O meglio lo sa, ma fa finta di non ricordarlo. Sono sicuro che il tuo padrone ricorda bene, e sicuramente ieri sera il Maestro era la persona più affabile del mondo, ma non ho proprio idea di come si sveglierà questa mattina. Tiene dietro alla luna il mio padrone. E socc'mel - Gizon non riesce a capire cosa significhi questa parola che Antonio ha già ripetuto un paio di volte - è una fatica lavorare per uno così. Poi dicono che è un genio, dicono che scrive della musica incredibile. Non lo so, ma io ti posso dire che ha davvero un pessimo carattere. Ma paga bene, questo lo devo riconoscere e adesso con lui posso girare il mondo. Per uno come me che è nato in via dei Vetturini è una gran cosa arrivare fino a Parigi e a Londra. E il tuo Dutåur che tipo è? È un uomo di legge? Sai a Bologna c'è una gran università da cui vengono i migliori dottori in legge del mondo. O un dottore che cura le malattie. Poi a Bologna ci sono anche i dottori che chiamano filosofi, ma io non ho mai capito a cosa servano"
"No, Dulcamara è un uomo di scienza. Crea elisir e pozioni. Ne ha inventata una che rende le donne più giovani e gli uomini più virili"
"Più virili?"
"Sì, più forti, là sotto".
Adesso Antonio ha capito. E sorride. "Certo sarebbe utile fare il viaggio con il tuo dottore. Mi hanno detto che a Parigi ci sono le donne più belle del mondo".
Gizon sorride al suo nuovo amico. "Ora vado, credo che il dottore abbia bisogno di me. Vedremo cosa dirà il Maestro quando si sveglierà".
Uscendo dalla camera di Antonio, Gizon pensa che ancora una volta Dulcamara si sia fatto rubare dei soldi. In fondo al corridoio nota la signora Thénardier. Vorrebbe evitarla, ma capisce che tornare indietro desterebbe i sospetti della donna. 
"Caro signor Gizon, spero che lei e il dottore abbiate dormito bene. Vi abbiamo riservato le nostre camere migliori".
Gizon non sa immaginarsi come siano le peggiori, ma sorride alla donna, che non ha il solito sguardo cattivo. 
"Ho saputo, signore, che ha regalato un fiore a Cosette"
"Un fiore di carta, un piccolo gioco di prestigio per far sorridere la bambina"
"H aragione: Cosette è una bambina, caro signore, anche se può sembrare più grande dei suoi anni. E non è nostra figlia, eppure, come lei stesso ha potuto vedere, noi la trattiamo come se lo fosse".
E anche in questo caso Gizon non riesce a immaginare come la tratterebbero se non la considerassero una figlia. L'uomo non capisce cosa significhi quel discorso della locandiera, che gli appare esageratamente untuosa. Perfino per una come lei.
"Mio marito ed io ne siamo in qualche modo i tutori e curiamo i suoi interessi".
Gizon crede di aver finalmente capito cosa la donna sta tentando di dirgli. E la cosa lo fa infuriare: gli stanno tentando di "vendere" Cosette. Quella parola, interesse, ha per una come la Thénardier un solo significato. Sa di non essere nella posizione per poter denunciare la donna, ma non vuole nemmeno lasciare Cosette in balia di quei due: prima o poi riusciranno a guadagnare soldi da quella bambina. E nel modo peggiore.
In qualche modo riesce ad allontanarsi dalla signora Thénardier, bofonchiando una parola di saluto. Sa che deve agire, ma sa anche di avere pochissimo tempo.
Mentre sta pensando, vede il dottore che in cortile parla con un signore che, dai vestiti, sembra anche lui in viaggio.
"Vieni Gizon, ho appena conosciuto questo squisito signore che viene dalla Provenza". Poi quando è abbastanza vicino continua sussurrando: "Vai a prendere una bottiglia di elisir per il signore, quello che dà forza". 
Mentre Gizon si allontana, Dulcamara ricomincia a parlare con il suo nuovo "cliente": "Non si pentirà dell'acquisto, signor Germont. Con il mio elisir farà una splendida figura quando arriverà a Parigi". 

continua? certamente...
e qui tutte le puntate...

giovedì 11 marzo 2021

Storie (XX). "La locanda di Montfermeil" (puntata 2)...

Gizon ha finito di truccarsi, osserva il suo lavoro sul piccolo specchio della toletta, quando sente un leggero bussare alla porta. L'uomo controlla bene il suo viso prima di arrischiarsi a dire "avanti": immagina sia la padrona che è venuto a spiarlo. È la bambina - Gizon pensa che abbia poco più di cinque anni - che lo guarda stupita, anche se non è certo il primo uomo dalla pelle scura che vede; poi gli dice che il dottore lo aspetta nella sua camera. L'uomo tira fuori una moneta, che ha rubato la sera prima a uno che stava seduto accanto a lui nel tavolaccio della locanda, e la porge con un fare cerimonioso alla bambina. E Cosette non capisce da dove sia spuntato quel piccolo fiore di carta che adesso quello strano uomo le sta regalando facendo un inchino. La bambina sorride: è buffo. 
Quando Gizon entra nella camera del dottore, piccola e sudicia praticamente come la sua, anche se costa il doppio, il suo padrone è ancora a letto. "Finalmente, caro amico, entra, aiutami ad alzarmi. La fortuna sta girando. Ieri sera ho conosciuto un gran signore"
"E cosa ci fa un gran signore in una stamberga come questa?"
"Sei sempre il solito. I locandieri sono persone veramente degne e questa è una delle migliori stazioni di posta prima di Parigi. Comunque sia, questo signore è italiano e scrive opere, per lo più buffe, e sta andando a Parigi. Sembra che in Italia sia piuttosto famoso, mi ha detto che ha scritto un'opera su un barbiere. Io ho fatto finta di conoscerla; gli ho detto che ne ho sentito parlare durante i miei viaggi. Dice che potrebbe diventare il nuovo direttore della Comédie italianne. Lui preferirebbe non fermarsi qui in Francia e andare a Londra, ma a noi poco importa. Lo conoscerai, è un tipo davvero gioviale, gli piace stara a tavola e divertirsi. Ieri sera abbiamo mangiato del tacchino farcito: lui ne va matto e abbiamo bevuto tre bottiglie di bordò"
"E chi ha pagato?"
"Io naturalmente"
"Con i nostro soldi, immagino. Non con i tuoi"
"Stai tranquillo, li ho spesi bene. Considerali un investimento. Alla fine l'ho convinto che andremo a Parigi con lui. Là ci presenterà attrici e cantanti, e vedrai quante bottiglie di elisir riusciremo a vendere: questi teatranti vogliono rimanere sempre giovani. E poi potrebbe portarci anche a corte. Questa volta, caro Gizon, abbiamo pescato il biglietto vincente"
"A corte? Ci arresteranno, come minimo. Capiranno subito che siamo dei ciarlatani. E poi sei sicuro che questo tuo nuovo amico non sia un imbroglione come noi? Ha mangiato e bevuto e poi se la squaglia: è la nostra specialità"
"Credi mi possa sbagliare così? Non voglio più ascoltarti. Adesso vai dal suo servitore. Si chiama Antonio, viene da una città che si chiama Bologna. E chiedigli a che ora dobbiamo partire. Poi regola i conti con i signori Thénardier".
Gizon è davvero preoccupato. Il dottore questa volta li caccerà nei guai: questa mania di Parigi.
Cosette accompagna Gizon nelle camere dove ci sono gli italiani. Quando vede la stanza dove dorme Antonio, l'uomo dalla faccia tinta di nero pensa che forse il dottore non si è sbagliato. È luminosa ed è pulita: evidentemente questo musicista ha pagato in anticipo, a differenza di loro. Forse è davvero ricco. Ma Gizon non è ancora convinto: chi ha mai sentito di un'opera su un barbiere? 

continua? a questo punto immagino di sì...
e qui tutte le puntate...

mercoledì 10 marzo 2021

Storie (XIX). "Norma Desmond Blvd" (2/5)...

Samuel ha appena vent’anni quando arriva, nel 1926, a Berlino: un sogno per uno che è nato in una cittadina della Galizia, dove i genitori gestiscono una rinomata pasticceria nella stazione ferroviaria. È vissuto per diversi anni anche a Vienna, in quella che un tempo è stata la capitale dell’Impero e una delle città più importanti del mondo, ma la guerra ha cambiato tutto. Berlino negli anni Venti è un’altra cosa, è l’Atene dell’inizio del secolo. È la città dei cabaret e del Bauhaus, di Grosz e di Brecht, di Weill e di Schönberg, è la città del cinema. È la città in cui sembra possa succedere di tutto; e dove succederà di tutto. E lui è arrivato a Berlino dalla porta principale. Insieme a Paul Whitman, il “Re del jazz”, il musicista che due anni prima ha fatto debuttare un giovane pianista di Brooklyn, che ha composto una cosa chiamata Rapsodia in blu. A Paul è piaciuto subito quel giovane austriaco che sa scrivere e ama il jazz. Billie - si fa chiamare così, è il soprannome che gli ha dato sua madre - ha chiesto a Whitman un’intervista mentre il “Re del jazz” è in tournée a Vienna. Paul lo prende sotto la sua protezione e gli propone di seguirlo a Berlino e quando sono là gli presenta tutti, perché Paul conosce tutti. E tutti conoscono Paul.

Whitman naturalmente riparte per l’America, ma Billie rimane lì, fa il giornalista, e anche il taxi dancer. Ma soprattutto comincia a frequentare quelli che fanno i film e scrive sceneggiature: collabora a una ventina di film, con altri ragazzi come lui appassionati della nuova arte del Novecento, come Fred Zinnemann e Robert Siodmark. Vive la frenetica euforia della città, ma sente anche che sta per finire tutto, perché per quelli come lui, quelli il cui cognome denuncia una chiara origine ebraica, è sempre più difficile vivere a Berlino. Nel 1933 va a Parigi, continua a fare cinema, dirige il suo primo film Mauvaise Graine, su una banda di ladri d’auto con una bellissima Danielle Darrieux, la prima delle sue dark lady. Ma la “malattia” si va diffondendo in tutta Europa. Nel 1934 Billy - aggiunge una ipsilon al suo nome - Wilder arriva a Hollywood. È lì che si fa il cinema. E non ci sono i nazisti.

Quando Billy arriva in America il Sunset Boulevard è già una delle strade più importanti di Los Angeles. Inizia dall’incrocio con la Figueroa nel centro della città e dopo 35 chilometri si immette nella Pacific Coast Highway, passando per Echo Park, Silver Lake, Los Feliz, Hollywood, West Hollywood, Beverly Hills e Holmby Hills. Traccia all’incirca l’arco delle montagne che disegnano il confine settentrionale del bacino di Los Angeles, seguendo il percorso di un sentiero del bestiame del 1780. Il 27 ottobre 1911, all’incrocio tra Sunset Boulevard e Gower Street, la Nestor Motion Picture Company ha aperto il primo studio permanente a Hollywood. Dopo poco altri studi hanno costruito le loro sedi lì vicino e il Sunset Boulevard a Hollywood è diventato il quartiere dove vivevano gli operai della nascente industria del cinema. È solo negli anni Venti che il mercato immobiliare sembra impazzire e i prezzi delle case e dei lotti diventano altissimi. Gli operai sono velocemente allontanati e vengono costruite le grandi ville e gli uffici delle case di produzione. Agli inizi degli anni Trenta, quando Billy comincia a percorrere il Sunset Boulevard, è ormai asfaltato fino a West Hollywood ed è già la via del cinema.

A Hollywood Billy comincia subito a scrivere sceneggiature. Uno dei suoi primi lavori, anche se non è accreditato, è quello di scrivere i dialoghi aggiuntivi per Sotto pressione di Raoul Walsh. Per lo più non sono film memorabili, ma nel 1939 il suo amico Ernest Lubitsch, che ha fatto il suo stesso viaggio dalla Germania agli Stati Uniti, gli offre una grande occasione: scrivere la sceneggiatura per la prima commedia interpretata da Greta Garbo. Grazie a Ninotchka ottiene la sua prima nomination agli Oscar. Sembra che la commedia sia il genere in cui Billy eccelle e infatti anche il suo primo film americano da regista, Frutto proibito del 1942, con Ginger Rogers e Ray Milland, è una commedia, in cui gioca con gli scambi di persone e i travestimenti, una cosa di cui sarà un indiscusso maestro. Ma Billy dimostra di avere molte altre frecce al suo arco.

L’anno successivo dirige un film di guerra e spionaggio, I cinque segreti del deserto, che è anche un film di propaganda, in cui viene raccontata la guerra in Africa contro i tedeschi, guidati dal maresciallo Rommel, una parte che sembra calzare a pennello a Eric von Stroheim, che collabora con Billy anche per la sceneggiatura. Nel ’45 con La fiamma del peccato Wilder crea il “canone” del cinema noir. La lavorazione del film è complicata, perché Raymond Chandler, che scrive il film insieme a Wilder, odia sia Billy che il film, ma naturalmente si sbagliava: quel film è un capolavoro. E poi vince i suoi primi due Oscar, per la regia e la sceneggiatura di Giorni perduti, un film sul dramma di tornare alla vita normale per gli uomini che hanno combattuto in guerra. Billy sfida apertamente una delle regole del Codice Hays, ma ormai se lo può permettere. Ray Milland è il convincente interprete del film e le scene in cui vengono rappresentate le sue allucinazioni sono in qualche modo influenzate dall’espressionismo che Billy ha conosciuto così bene in Germania. E poi passa al musical e nel ’48 torna in Germania, nella “sua” Berlino, per girare, con l’amica Marlene Dietrich, Scandalo internazionale, anche questo un film che fa storcere il naso ai “custodi” del Codice. Billy ha poco più di quarant’anni, ma è già uno dei grandi di Hollywood.

A questo punto Billy decide che vuole fare un film diverso, un film che parli del cinema, che racconti le donne e gli uomini che stanno creando questa nuova arte. Lui e Charles Brackett - insieme hanno già lavorato insieme molte volte - nel 1948 cominciano a scrivere una sceneggiatura in cui si racconta il drammatico epilogo di una diva del muto che, dimenticata da Hollywood, impazzisce nella speranza di poter tornare davanti alla macchina da presa e, nella sua follia, arriva a uccidere un giovane sceneggiatore di cui si è innamorata.

Non sono molto convinti del loro lavoro e chiedono aiuto a DM Marshman Jr, un ex collaboratore di Life. Ai dirigenti della Paramount dicono che stanno preparando una commedia intitolata A Can of Beans, senza specificare troppi dettagli. Inviano alla commissione della censura poche pagine alla volta, per cercare di confonderli. Nel maggio del 1949 finalmente iniziano le riprese e solo un terzo della sceneggiatura è stata scritta. Billy ammette di non avere un’idea precisa di come il film finirà.

Nei mesi precedenti la cosa più complicata è stata quella di mettere insieme il cast, in particolare trovare l’attrice per interpretare Norma Desmond, perché Billy vuole che sia davvero una diva del muto.

Billy e Charles - che è anche il produttore del film - chiedono di incontrare Mary Pickford. Mary è la donna che ha creato Hollywood, la fondatrice della United Artists, uno dei trentasei membri originari dell’Academy, ma il suo ultimo film, Secrets, di cui è stata protagonista e produttrice, è del 1933 e ha avuto solo un modesto successo. Mary vive da sola in una grande villa, beve e soffre di depressione. Billy e Charles non hanno neppure il coraggio di dirle il motivo per cui hanno chiesto di vederla. Mae West rifiuta sdegnata la proposta: lei si considera ancora un sex symbol, non vuole certo interpretare un’attrice in declino. Greta Garbo è più gentile, ma non le sembra che quel film meriti un suo ritorno alle scene, dopo il ritiro di otto anni prima. A Billy basta una telefonata per capire che Pola Negri, nata Chalupiec, la femme fatale di tanti film, non può essere Norma: nonostante viva da anni negli Stati Uniti, ha ancora un fortissimo accento polacco. L’elegante Norma Shearer, l’attrice che ha mostrato al mondo che una donna single non deve essere per forza vergine, considera quella sceneggiatura offensiva e svilente per l’immagine delle donne.

Billy è in difficoltà e chiede un consiglio a quello che a Hollywood è conosciuto come il “regista delle donne” e George Cukor dice che Gloria Swanson sarebbe perfetta per la parte. Billy la chiama e le propone di fare un provino. Lei sulle prime è offesa: “chi è questo che vuole fare un provino a Gloria Swanson?” Ma per fortuna chiede consiglio a George che le dice che lo deve fare: Norma Desmond è il personaggio per cui sarà ricordata. Non si sbagliava.

Montgomery Clift firma il contratto per interpretare lo sceneggiatore Joe Gillis, ma a pochi giorni dall’inizio delle riprese si ritira: pensa di non essere convincente nella parte di un uomo più giovane che ha una storia d’amore con una donna più vecchia. Wilder è infuriato: “se dice di essere un attore, deve essere capace di fare l’amore con qualsiasi donna”. Questo rifiuto è la fortuna di William Holden, che è sotto contratto con la Paramount: la sceneggiatura, per quel che ne ha potuto leggere, gli piace, vuole fare quel film. E anche Brackett è contento: Holden costa molto meno di Clift.

Scelta per il ruolo di Betty la giovane Nancy Olson, che stava per lavorare con DeMille nel ruolo di Dalila, andato poi alla più conturbante Hedy Lamarr, rimane il problema dell’attore che dovrà interpretare Max von Mayerling, il fedele maggiordomo tuttofare di Norma, che nel procedere della storia scopriremo essere stato il suo primo marito e un grande regista dell’epoca del muto, che si considera come Griffith e DeMille. Si tratta di un personaggio centrale, anch’egli a suo modo folle, prigioniero di una carcere che lui stesso ha costruito e di cui è l’unico, geloso, custode. C’è bisogno di un grande attore e Billy pensa immediatamente a Eric von Stroheim, che dopo Queen Kelly non è più riuscito a dirigere un film. Nel 1933 è stato licenziato dal set di Walking Down Broadway, e al suo posto è stato chiamato Raoul Walsh. Poi si è trasferito in Francia, ha scritto un film, intitolato Le Dame Blanche, con Jean Renoir, e ha trovato i finanziamenti per girare: le riprese dovrebbero cominciare a settembre del 1939, ma il 1° di quel mese succede qualcos’altro in Europa ed Eric torna a Hollywood a fare principalmente la parte del cattivo. Stroheim è “l’uomo che ami odiare”. In quel momento non ha certo voglia di tornare a recitare con Gloria – un sentimento peraltro reciproco – ma entrambi hanno bisogno di lavorare e sanno che sarà un gran film, qualcosa per cui vale la pena di smettere di litigare.

Per le scenografie Billy si affida ad Hans Dreier, nato nel 1885 a Brema, che ha studiato architettura e ha cominciato a fare lo scenografo nel suo paese. Trasferitosi negli Stati Uniti insieme a Lubitsch, diventa capo del dipartimento scene della Paramount. Oltre ai film progetta e arreda gli interni delle ville di molte star, compresa quella di Mae West. Un suo collega, William Haines, qualche anno dopo dirà: “Bebe Daniels, Norma Shearer e Pola Negri avevano tutti case con interni orribili come quello”. È Dreier che trova nei magazzini della Universal il letto a forma di barca che è stato di Gaby Deslys, ballerina, attrice, amante di teste coronate: una vera star della belle époque. E trova anche la villa in cui vengono girati gli esterni. Non sul Sunset Boulevard, ma sul Wilshire Boulevard, più a sud. La villa è stata costruita negli anni Venti dal milionario William O. Jenkins, uno che si è fatto da solo, con metodi non sempre ortodossi; la sua famiglia ci ha vissuto per un solo anno, lasciandola abbandonata per un decennio, tanto che hanno cominciato a chiamarla la Casa fantasma: a Billy sembra perfetta. All’epoca del film la villa è di proprietà della prima moglie di Jean Paul Getty, che in Italia conosciamo come quello che non ha voluto pagare il riscatto per il nipote rapito.

I costumi sono di Edith Head. Devono essere esotici, avere un’aria antiquata, eppure essere eleganti. Per la giovane Edith si tratta di una sfida, ma si affida a Gloria, alla sua esperienza. E gli abiti di Norma, così elegantemente eccessivi, entrano nella storia.

Per la colonna sonora Billy e Charles si affidano a un altro dei tedeschi arrivati a Hollywood. Franz Waxman è nato in Slesia nel 1906, ha studiato composizione e direzione d’orchestra all’Accademia di Dresda e poi è arrivato, come tutti, a Berlino. All’inizio per lo più ha curato le orchestrazioni: è sua anche quella di Der Blaue Engel, il film di Josef von Sternberg, che crea il mito di Marlene Dietrich. Anche Franz è ebreo e fugge prima a Parigi - e per Billy ha composto le musiche in stile jazz di Mauvaise Graine - e poi in America. Sono sue, tra le tante che ha scritto, le colonne sonore di La moglie di Frankenstein, Rebecca, Scandalo a Philadelphia. Per Wilder una sicurezza. E per il film Franz decide che il contrasto tra i due personaggi deve esprimersi anche attraverso la musica: il tema di Joe è il bebop, mentre quello di Norma è il tango. E Franz ricorda l’eleganza e la sensualità con cui Gloria lo ballava con Valentino.

Billy potrebbe girare a colori, ma decide fin da subito che il film sarà in bianco e nero, perché quelli sono i “colori” del noir. E vuole che John F. Seitz sia il direttore della fotografia, perché ha già lavorato con lui in tutti i suoi film precedenti, perché le luci e le ombre create da lui sono le vere protagoniste de La fiamma del peccato, perché Seitz ha cominciato a lavorare nel 1909 alla Essanay ed è stato uno dei grandi del cinema muto: è sua la fotografia de I quattro cavalieri dell’Apocalisse. Seitz usa un trucco che si rivela particolarmente efficace: getta della polvere sopra l’obiettivo, per rendere un’idea di vecchio. Solo Seitz può riuscire a creare un film del buio, che si svolge nella città della luce.

Finalmente il primo ciak: queste donne e questi uomini stanno creando Sunset Boulevard.

p.s. qui trovate la prima puntata...