sabato 6 febbraio 2021

Verba volant (798): vecchio...

Vecchio, agg. m.

Sono vecchio come Gesù. 
Non ci avevo mai pensato. Fino al momento in cui Zaira mi ha ricordato che quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario del musical Jesus Christ Superstar. All'improvviso - come è successo a Jake Blues nella chiesa di Triple Rock - ho avuto questa sconvolgente rivelazione: io e Gesù siamo praticamente coetanei. 

Prima però facciamo il punto sugli anniversari, che sono diversi, a seconda di dove si fa partire la storia. Immagino che mia moglie volesse ricordarmi quello del 13 ottobre 1971, il martedì in cui il musical con questo titolo ha debuttato in quello che allora era il Mark Hellinger Theatre, sulla 51esima Strada a Midtwon Manhattan. Questo edificio è stato costruito nel 1929 come il grande cinema della Warner: allora si entrava da un ingresso laterale su Broadway che, alla fine di un lungo corridoio, portava all'ampio foyer sulla 51esima, perché un cinema negli anni Trenta, per essere un davvero un "grande" cinema, doveva avere l'ingresso su Broadway. Il Mark Hellinger Theatre è stata la "casa" per sei anni e più di duemila repliche di My Fair Lady e di molti altri successi di Broadway, compreso Jesus Christ Superstar, rimasto in cartellone settecentoventi repliche. Per un beffardo scherzo del destino, oggi non è più un teatro, ma la sede di una congregazione religiosa chiamata la Chiesa di Times Square. Che forse non piacerebbe molto al Gesù mio coetaneo né al suo compagno di lotta Giuda.
Però c'è un'altra data da ricordare, precedente a questa di soli tre mesi: il 12 luglio 1971. In quel lunedì d'estate, alla Civic Arena di Pittsburgh, tredicimila persone hanno assistito allo spettacolo in cui sono state eseguite per la prima volta in pubblico, in forma di concerto, tutte le canzoni contenute nell'album Jesus Christ Superstar. In quell'enorme igloo costruito con più di tremila tonnellate di acciaio - ovviamente di Pittsburgh - dove giocavano a hockey su ghiaccio i Penguins e dove si sono esibiti nel settembre 1964 i Beatles, c'è stato il vero debutto di questa opera rock. 
Ma dobbiamo fare un altro passo indietro, questa volta di circa nove mesi. Questo doppio album - sono due LP e un libretto di ventotto pagine - è uscito in Gran Bretagna il 27 ottobre 1970, un martedì. I discografici della Decca hanno voluto dare fiducia a Tim Rice e Andrew Lloyd Webber che hanno presentato questo ambizioso progetto: un musical sull'ultima settimana di vita di Gesù.
Tim ha avuto questa idea ascoltando With God on Our Side di Bob Dylan, e in particolare quei versi 
You'll have to decide
Whether Judas Iscariot
Had God on his side.
È una canzone del 1963, la terza traccia dell'album The Times They Are A-Changin'. Queste parole rimangono impresse nella mente di Tim: così comincia a raccontare quella storia che tutti conoscono come l'ha vissuta l'apostolo che ha tradito.
Sono giovani Tim e Andrew, hanno rispettivamente ventisei e ventidue anni, uno scrive le parole e l'altro le musiche. Hanno già lavorato insieme. Nel 1965 hanno scritto un musical, intitolato The Likes of Us, sulla vita del filantropo dell'Inghilterra della rivoluzione industriale Thomas John Barnardo, il creatore di tanti orfanotrofi e anche uno di quelli su cui, dopo la morte, è caduto il sospetto di essere Jack lo Squartatore. Le musiche sono piuttosto tradizionali: Webber si ispira ai musical degli anni Cinquanta, a Rodgers, a Loewe, ma ormai i gusti del pubblico sono cambiati e The Likes of Us rimane nei cassetti dei due ragazzi. Nel 1967 scrivono una cantata per coro di una quindicina di minuti basata sulla storia biblica di Giuseppe, Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat. Questa volta Tim e Andrew osano di più: mettono insieme rock, country, calypso. La cantata piace, la casa di produzione Novello dà loro un anticipo. Tim e Andrew la allungano e in questa nuova versione ottiene anche una recensione positiva sul Times. Ma le porte del West End rimangono ancora sbarrate per questi due ragazzi, soprattutto quando raccontano ai produttori che stanno scrivendo un musical su Gesù. 
Però loro due non smettono di provarci. Nel 1969 scrivono la canzone con cui Lulu dovrebbe rappresentare il Regno Unito all'Eurovision Song Contest, la manifestazione che in Italia chiamiamo Eurofestival. Un'edizione particolare che si svolge in Spagna - e Salvador Dalì è chiamato a disegnare i manifesti e il materiale pubblicitario - e a cui l'Austria non partecipa per protesta, perché in quel paese c'è ancora il regime fascista di Franco. La canzone si chiama Try It and See, ma viene scartata a favore di Boom Bang-a-Bang che comunque vince, seppur a pari merito con le canzoni di Spagna, Francia e Paesi Bassi. Si sospetta di un'accordo sottobanco, e la cosa fa infuriare i paesi scandinavi. Siccome non si butta via niente, sempre nel 1969, quella canzone scartata viene incisa da Rita Pavone, come lato B di Till Tomorrow. A Webber e Rice quel motivo piace molto e diventa Herod's Song
A parte questa canzone di Rita la zanzara, quell'album non è proprio un inedito. Il 21 novembre 1969 è uscito un quarantacinque giri, intitolato Superstar, sul lato B c'è il pezzo strumentale John Nineteen Forty-One: quel venerdì nasce Gesù, che quindi è più vecchio di me, per poco più di tre mesi. 
L'album viene registrato agli Olympic Studios, nella sede al 117 di Church Road, lo studio più all'avanguardia in Inghilterra, il cui arredamento è stato disegnato da Mick Jagger. Tim e Andrew per interpretare Gesù chiamano Ian Gillan, che da poche settimane è il nuovo cantante dei Deep Purple. In quel periodo i componenti della band stanno scrivendo Deep Purple in Rock - che uscirà nel giugno del 1970 - interrompendosi solo il 24 settembre 1969 per eseguire alla Royal Albert Hall il Concerto for Group and Orchestra, composto da Jon Lord, in cui la band inglese suona con la Royal Philharmonic Orchestra. Giuda è Murray Head che viene dal musical: ha appena terminato le repliche dell'edizione londinese di Hair. Sono quasi tutti inglesi gli artisti chiamati a cantare e suonare per la registrazione delle ventitré tracce del doppio album. Caifa è il bluesman di Manchester Victor Brox, mentre Mike d'Abo dei Manfred Mann è Erode. Sono inglesi anche i chitarristi Neil Hubbard e Henry McCullough, il bassista Alan Spenner e il batterista Bruce Rowland, che vengono da The Great Band, il gruppo che ha suonato con Joe Cocker a Woodstock. Mentre il sassofonista Chris Mercer viene dai Juicy Lucy. Alle tastiere c'è John Peter Robinson.
Al gruppo si uniscono due artisti nati negli Stati Uniti. Per interpretare Ponzio Pilato Tim e Andrew scelgono un attore che ha già una solida esperienza nel West End: Barry Dennen è il Maestro di cerimonie nella prima edizione inglese di Cabaret, accanto a Judi Dench che interpreta Sally Bowles. Yvonne Elliman è una diciassettenne che è arrivata a Londra da Honolulu per tentare la fortuna come cantante: è nata in quelle isole del Pacifico da un padre irlandese e una madre giapponese. Ha una bella voce: a Londra canta nei club, ma rischia di perdersi nella droga. Il suo viso, con quei lineamenti vagamente orientali e la sua voce sensuale e innocente allo stesso tempo, convincono Tim e Andrew che lei può essere Maddalena e quell'incontro cambierà la sua vita. Lei sarà l'unica a essere nel disco, a Pittsburgh, a Broadway e nel film che uscirà il 26 giugno 1973, un martedì, in anteprima all'Uptown Theatre, il grande cinema in stile art decò di Washington DC, dove nell'aprile 1968 è stato proiettato per la prima volta anche 2001: Odissea nello spazio. È Yvonne la vera regina di Jesus Christ Superstar.
I discografici della Decca si pentono di aver dato credito a quei due ragazzi. Il problema non è tanto che la BBC non voglia trasmettere i brani di quel disco, ma che il pubblico dei giovani inglesi sembra ignorarlo. Nelle classifiche del Regno Unito si ferma al ventitreesimo posto. Ma finalmente arrivano i dati di vendita dagli Stati Uniti: l'album è primo nella classifica Billboard a febbraio e a maggio del 1971 e alla fine di quell'anno sarà il più venduto, davanti a Tapestry di Carole King, che contiene, tra gli altri brani, It's Too Late.    
Nell'America che da almeno un decennio combatte in Vietnam e che da poco più di un anno ha eletto Nixon come presidente, gli ebrei condannano il disco, i cristiani lo giudicano blasfemo. I "bravi" cristiani guardano con sospetto a questo Gesù, che non è più loro "monopolio", ma che diventa uno di quegli hippies che loro detestano così caldamente: non riescono ad accettare un Gesù così umano, non se lo possono proprio permettere. Forse anche per questo le ragazze e i ragazzi lo amano sempre di più. Comprano il disco, ne cantano le canzoni, vengono allestiti in forma più o meno amatoriale degli spettacoli non autorizzati. Anche per impedire che qualcuno arrivi a Broadway prima di loro, Rice e Webber organizzano il concerto di Pittsburgh. Nella città dell'acciaio, oltre a Yvonne, i protagonisti sono Jeff Fenholt e Carl Anderson, che interpretano rispettivamente Gesù e Giuda. Carl ha ventisei anni, è nato in Virginia, nel 1969 ha fondato con alcuni suoi amici a Washington DC, dove intanto si è trasferito, un gruppo che si chiama The Second Eagle. Quando ascoltano Jesus Christ Superstar decidono di interpretare qualcuna di quelle canzoni durante le loro esibizioni: Carl ha una voce calda, potente, adatta a quei brani. Carl è nero e quando interpreta Giuda, con i suoi drammi e le sue contraddizioni, in un paese ancora fortemente razzista, questo conta. E molto. Jeff ha ventun'anni, è nato in Ohio, è un ragazzo salvato dalla musica: infatti è grazie alla sua capacità di cantare che ottiene una borsa di studio e può andare all'università, lasciando la strada e un avvenire molto incerto. 
Jeff viene scelto anche per lo spettacolo di Broadway, mentre Carl viene scritturato soltanto come sostituto di Ben Vereen, anche lui nero, anche lui venticinquenne, ma più conosciuto dal pubblico: ha già lavorato nei musical, ha ballato con Sammy Davis Jr. e ha avuto una parte nel film Sweet Charity, diretto da Bob Fosse. Ma Ben si ammala e Carl può far vedere quanto sia bravo e così i due si alternano nel corso dello spettacolo. Ted Neeley è più vecchio di loro di un paio d'anni, è nato in Texas nel '43, e si è fatto le ossa a Broadway nel cast di Hair: non ottiene il ruolo di Giuda a cui ambiva, ma rimane in compagnia come corista e sostituto di Fenholt. Jeff non si ammala, ma Ted sarà finalmente Gesù a Los Angeles e soprattutto sarà scelto da Norman Jewison per il film, insieme al suo amico Carl Anderson. E Ted sarà un Gesù molto longevo, tanto che ancora nel 2017, a più di settant'anni, ha interpretato questo ruolo in un tour arrivato qui in Italia. Anche Jeff a suo modo continuerà a essere Gesù, anche se non interpreterà più quella parte nel musical. Si converte al cristianesimo, diventa una personalità nei circoli religiosi conservatori, dove i suoi capelli lunghi sono comunque mal tollerati, si considera in qualche modo un evangelizzatore e nel 1989 "consacra" la Chiesa di Times Square, in quella grande sala dove lui per tanti mesi è stato Gesù.

Yvonne, Carl, Jeff, Ben, Ted e tutti gli altri ragazzi di vent'anni che in quelle settimane cantano, danzano e suonano quelle canzoni sono cresciuti in un mondo in cui è appena finita una guerra lunga e terribile, che chiude, sotto la coltre letale del fungo di Hiroshima, la prima parte del Novecento, e in cui ne è immediatamente scoppiata una nuova, tutt'altro che "fredda", perché semina vittime in tanti paesi, specialmente quelli più poveri, una guerra che segna tutta la seconda metà del "secolo breve". L'America e il mondo stanno cambiando, anche grazie alla musica, a quella musica "nuova" che sconvolge le regole, grazie alle canzoni di Bob Dylan, a quelle dei Beatles e degli Stones, a quella musica che "contamina", come nel caso del Concerto di Lord, le forme più tradizionali e entra nei "vecchi" teatri . E Jesus Christ Superstar arriva in questo mondo in bilico con la forza di una deflagrazione. Come Hair, Oh! Calcutta!, The Rocky Horror Show. Quel disco è una delle micce del cambiamento in un mondo in cui le forze della reazione sono ancora fortissime - in tre grandi paesi europei ci sono ancora regimi dichiaratamente fascisti, in tanti paesi dell'America latina, dell'Africa e dell'Asia gli Stati Uniti di Nixon e di Kissinger impongono e sostengono delle dittature sanguinarie. Ora sappiamo che quelle bombe non hanno distrutto il potere, ma allora era forse lecito sperare in un mondo diverso.
Intanto sono passati cinquant'anni. E siamo invecchiati sia io che Gesù. E naturalmente anche Giuda. Confesso che io sto dalla sua parte. O almeno stavo dalla sua parte. Anch'io, come lui, non capivo perché Gesù avesse smesso di combattere, proprio nel momento in cui sembrava poter vincere. Quando arrivano a Gerusalemme, Gesù è una star: una sua parola e la rivoluzione che hanno sognato per tanto tempo potrebbe finalmente scoppiare. Ma Gesù non dà il segnale che Giuda e gli altri aspettano, rinuncia alla lotta, meglio farsi cullare dalla voce e dalle carezze di Maddalena, Gesù si arrende. Giuda non capisce, diventa furioso. Si sente tradito, perché Gesù ha tradito la rivoluzione. E così decide di tradirlo anche lui. Giuda accettando i soldi di Caifa vuole punire se stesso e Gesù per quella rivoluzione mancata, per il coraggio che non hanno avuto. Adesso che anch'io, come ha fatto allora Gesù, mi sono arreso, accettando senza combattere che il potere sia gestito da uomini crudeli e laidi come Pilato ed Erode, guardo con tenerezza alla voglia di combattere di Giuda, a quel suo ostinato desiderio di rivoluzione. 
Noi atei possiamo amare Jesus Christ Superstar perché Gesù è un uomo, he's just a man, come canta Maddalena. Non c'è la resurrezione, non ci sono i miracoli, non c'è un altro mondo, c'è solo questo mondo, e allora bisogna solo decidere come starci. Noi sappiamo che c'è una parte in cui non vogliamo stare, quella dove stanno i mercanti, i preti, gli uomini del potere: lì non ci troverete. Ma se quella è certamente la parte sbagliata, qual è quella giusta? Temo non lo sappiano né Gesù né Giuda, non lo sanno quei ragazzi. Forse lo sa Maddalena, che è l'unica che capisce davvero quello sta succedendo, è giovane anche lei, ma è portatrice di una cultura e un'esperienza millenaria. Per lei questi cinquant'anni sono nulla: lei, a differenza di noi, non è diventata vecchia.

lunedì 25 gennaio 2021

Verba volant (797): divagare...

Divagare, v. int.

Vi ho già raccontato di quella volta che il Matto e Pussy Galore hanno ammazzato il padre di Sabrina e il colonnello Pickering? No? Strano, è una delle mie storie preferite... Come quale Sabrina? La figlia dell'autista dei Larrabee. Ma sarà meglio che cominci dall'inizio...


Certamente ricordate l'intelligente e compassato ispettore Hubbard di Scotland Yard, che non solo riesce a scagionare un'affascinante Grace Kelly dall'accusa di omicidio, ma incastra, con una trappola davvero ben congegnata, il cinico Ray Milland in Dial M for Murder del 1954, ossia Il delitto perfetto come lo conosciamo qui in Italia, uno dei thriller meglio costruiti da quel genio di Alfred Hitchcock. Ebbene quell'arguto funzionario di polizia è John Williams. E l'anno dopo "Hitch" per il cast di To Catch a Thief - Caccia al ladro - sceglie ancora John, questa volta per interpretare H.H. Hughes, l'impeccabile e sagace funzionario dei Lloyd's, che finisce per diventare un "complice" di Cary Grant, il "Gatto", il ladro che ha inseguito per una vita: ma se te lo chiede Grace Kelly, non puoi certo dire di no. E sempre nel 1954 Billy Wilder, un altro genio della macchina da presa, sceglie John per interpretare Thomas, l'autista della famiglia Larrabee, che manda la figlia Sabrina a studiare a Parigi da Le Cordon Blue e che dopo due anni ritrova una giovane donna che stenta a riconoscere. E John finirà per diventare il suocero di Humphrey Bogart, il serio e posato Linus Larrabee, una parte pensata all'inizio per Cary Grant. Anche se il successo di Sabrina è legato, oltre al fascino ineguagliabile di Audrey Hepburn, alla faccia di "Bogie". 
Non c'è che dire: una bella carriera quella di John Wlliams, nato nel 1903 nel Buckinghamshire, ma trasferitosi a vent'anni negli Stati Uniti, come tanti suoi connazionali di belle speranze. Comincia a Broadway, dove viene ingaggiato in produzioni importanti, recita con alcune "regine": Claudette Colbert, Helen Hayes, Gertrude Lawrence - con lei in una fortunata messa in scena del Pigmalione di George Bernard Shaw - e vince anche un Tony nel 1953 proprio per il ruolo dell'ispettore Hubbard nel dramma che Hitchcock farà diventare un film, chiedendo a John di interpretare lo stesso ruolo anche sul grande schermo. Nel 1957 Billy Wilder vuole ancora John per il ruolo di un avvocato in Testimone dell'accusa, accanto a Charles Laughton e Marlene Dietrich. 
Ma è soprattutto la televisione che regala a John Williams la notorietà: appare in otto episodi della fortunata serie Alfred Hitchcock Presents, è Shakespeare nell'episodio intitolato The Bard della serie The Twilight Zone, è l'inappuntabile Nigel French, che sostituisce per nove puntate il "fratello" Sebastian Cabot, che si è infortunato al polso, nella serie che in Italia conosciamo con il titolo Tre nipoti e un maggiordomo. E per tredici anni, dal 1971 al 1984, entra nella case degli americani per pubblicizzare 120 Music Masterpieces, un cofanetto della Columbia con quattro LP di famosi brani di musica classica: si tratta dello spot più longevo a livello nazionale della storia della televisione americana.  

Che bella Grace... E forse non sapete che lei e Brian Keith, lo zio dei tre nipoti e il datore di lavoro del signor French, hanno debuttato nello stesso film, il cui protagonista era proprio il Matto. Questa ve la devo raccontare...

Nell'immaginario di tutti noi Gelsomina ha gli occhi tristi e candidi di Giulietta Masina. Eppure proprio l'ostinazione con cui Federico Fellini vuole Giuletta per quel ruolo è uno dei motivi che rende così difficile trovare un produttore per La strada. Quelli a cui sottopone il progetto dicono che rischia di essere un disastro e che comunque Silvana Mangano sarebbe più adatta, o comunque assicurerebbe un maggior successo al film. Alla fine sarà Dino De Laurentiis - che è anche il marito della Mangano - a rischiare di produrre quella strana storia venuta in mente a Tullio Pinelli mentre in un viaggio in auto vede per strada una coppia di girovaghi che tirano una carretta, e che permette a Fellini di ambientare un film nel mondo del circo e degli zingari, un progetto che coltiva da tempo. 
Scelta la protagonista, mancano i due attori che dovranno interpretare Zampanò e il Matto. De Laurentiis ha sotto contratto Anthony Quinn, che sta girando Attila con la regia di Pietro Francisci, insieme a Sophia Loren e Irene Papas. Quinn accetta, nonostante la produzione - e il suo salario - siano ben lontani dai livelli hollywoodiani a cui è ormai abituato: capisce - dimostrando molta più lungimiranza dei produttori italiani - che sarà un grande film, un film che farà la storia del cinema. E lui vuole esserci. 
Per il ruolo del Matto, il giovane acrobata che alla fine viene ucciso da Zampanò in un attacco di gelosia e che invece, con le sue parole, ha convinto la ragazza a rimanere con il rude saltimbanco, vengono fatti molti provini. Anche Alberto Sordi si candida, ma Fellini non lo ritiene adatto; e questo causerà una rottura tra i due che durerà parecchi anni. In quei mesi vive in Italia Richard Basehart, nato nel 1914 in Ohio. Nel nostro paese è conosciuto soprattutto per essere, dal 1951, il marito di Valentina Cortese. È un bravo attore, che, dopo una breve, ma significativa, carriera teatrale, si è dedicato al cinema, riuscendo a scegliere dei film che gli permettono di non essere incasellato tra i "belli" di Hollywood. 
Richard non vole essere uno dei tanti "eroi". In Egli camminava nella notte di Alfred L. Werker è un tormentato assassino, in Il regno del terrore di Antony Mann dà vita a uno spietato Robespierre. Nel 1951 arriva il suo ruolo più importante: nel film la 14° ora di Henry Hathaway interpreta l'uomo che tenta di suicidarsi gettandosi dal quindicesimo piano di un grattacielo e che un poliziotto, interpretato da Paul Douglas, riesce a salvare parlandogli per quattordici ore. L'interpretazione di Richard colpisce molto i critici e ancora oggi viene considerata la sua migliore. Il film, in cui, oltre al lungo dialogo tra il poliziotto e il suicida, si intrecciano le storie delle donne e degli uomini che dalla strada assistono alla scena, segna l'esordio di una giovane attrice destinata a un grande successo, Grace Kelly appunto, e di tanti giovani pieni di speranza. In Un americano a Roma appare una locandina del film e la scena di Nando Meniconi che minaccia di gettarsi dal Colosseo è chiaramente una parodia di questo fortunato film. Nello stesso anno Richard è anche il protagonista di Ho paura di lui di Robert Wise in cui incontra Valentina Cortese, che dal 1948 è a Hollywood sotto contratto con la 20th Century Fox, interpretando diversi film con molti dei grandi. In uno di questi, The Secret People, Valentina diventa amica di una giovanissima attrice inglese, che viene dalla danza, che interpreta per la prima volta un ruolo importante, Audrey Hepburn. 
Fellini è molto soddisfatto dell'interpretazione di Richard, tanto che nel 1955 lo vuole tra i protagonisti de Il bidone, ancora una volta insieme a Giulietta Masina. Mentre La strada è un enorme successo, che segna la notorietà del regista riminese a livello internazionale - il film nel 1957 vincerà l'Oscar come miglior film straniero, una categoria istituita proprio quell'anno, il primo dei suoi quattro - Il bidone viene considerato uno dei suoi film meno riusciti. Comunque la carriera di Richard continua, a differenza del matrimonio con Valentina Cortese: è Ismaele in Moby Dick, la balena bianca di John Houston nel 1956, che noi ricordiamo per il capitano Achab di Gregory Peck, e il maggiore Cargill in Il fronte del silenzio, l'unico film diretto da un altro grande attore, non abbastanza ricordato, Karl Malden, che non ha fatto solo Le strade di San Francisco.   

La storia di come Audrey è diventata Eliza Doolittle sono sicuro di avervela già raccontata. Ma non vi ho mai detto nulla di Pickering...

Anche Wilfrid Hyde-White è nato nel 1903 in Inghilterra, precisamente a Bourton-on-the-Water, che per i suoi canali e i suoi ponti è chiamata la "Venezia delle Cotswolds". Suo padre è un pastore, il canonico della cattedrale di Gloucester, mentre suo zio un attore. Il giovane Wilfrid decide molto presto che seguirà le orme del secondo. E, nonostante dica che l'aver frequentato la Royal Academy of Dramatic Art gli ha insegnato solo due cose, e che la prima è che recitare non è il suo lavoro, la sua carriera si snoda tra cinema e teatro, di qua e di là dell'Atlantico, per quasi cinquant'anni. 
E praticamente sempre piccole parti, da caratterista: ma in grandi film. Nel 1949 recita ne Il terzo uomo con Orson Welles e Alida Valli, nel '51 è nella compagnia di Laurence Olivier e Vivien Leigh che in quella stagione mette in scena prima il Cesare e Cleopatra di Bernard Shaw e poi l'Antonio e Cleopatra di Shakespeare. Nel '56 ottiene una nomination ai Tony per la sua interpretazione in The Reluctant Debutante del drammaturgo britannico William Douglas Home, dopo aver recitato nella stessa commedia anche nel West End. Infine dagli anni Sessanta si trasferisce definitivamente a Hollywood e non potrà tornare nel Regno Unito a causa dei suoi problemi con il fisco. Recita con Marilyn Monroe in Facciamo l'amore e nel 1964 arriva finalmente il ruolo per cui Wilfred entra a pieno titolo nella storia del cinema: è il colonnello Hugh Pickering in My Fair Lady. E noi lo ricorderemo sempre mentre, insieme a Rex Harrison e Audrey Hepburn canta The rain in Spain stays mainly in the plain, che nella ovviamente infedele traduzione italiana di Fedele D'Amico e Suso Cecchi diventa la rana in Spagna gracida in campagna.
La sua carriera continua tra cinema e tanta televisione. Qualche volta è anche cattivo, come il giudice sterminatore in una delle versioni di Dieci piccoli indiani, ma se serve un gentiluomo inglese, un bon vivant che ama le donne e non è troppo attento a come spende il proprio denaro, allora chiamano Wilfrid, perché la seconda cosa che ha imparato alla Royal Academy è che non importa affatto che non sappia recitare.

A proposito di My Fair Lady, dovete sapere che Pussy Galore è stata anche la madre del professor Higgins...

Lo confesso: Pussy Galore è la prima nella mia personale classifica delle Bond-girls. Ho letto che in un sondaggio la preferita è Honey Ryder e Pussy è solo seconda, ma non sono affatto d'accordo.
Ian Fleming non è certo un autore femminista e già la scelta del nome del personaggio, con quel non troppo elegante gioco di parole, ne è una prova evidente. Nel romanzo Goldfinger - del 1959, il settimo della serie - Pussy è mora, pallida e ha gli occhi viola, e parla con una voce bassa e seducente. È dichiaratamente lesbica, perché ha subito da bambina una violenza da parte di uno zio. Dopo aver guidato un gruppo di trapeziste, diventa la prima donna negli Stati Uniti a essere a capo di un'organizzazione criminale, The Cement Mixers, formata solo da donne, come lei omosessuali. Nel film del 1964 - il terzo della serie - non sappiamo praticamente nulla della vita precedente di Pussy: tutte cose su cui è meglio sorvolare. Guida un gruppo di aviatrici professioniste che vengono assoldate da Goldfinger per il suo progetto criminale. Ovviamente non sappiamo neppure se sia lesbica, anche se nel corso del primo incontro dichiara di essere immune dal fascino di Sean Connery. 
Nel film diventa bionda perché per interpretarla viene scelta l'attrice inglese - è nata nel 1925 a Plaistow, un quartiere di Londra - Honor Blackman. È una bella ragazza che vuole recitare: fa piccole parti in film non memorabili. In Quartet - il suo terzo film - incrocia Wilfrid Hyde-White, anche se non recitano nello stesso episodio. Nel 1963 è la dea Era in Jason and the Argonauts, ma Honor diventa davvero popolare nei primi anni Sessanta nel Regno Unito perché interpreta la dottoressa Cathy Gale nella seconda e nella terza stagione di The Avengers, che in Italia conosciamo con il titolo di Agente speciale, anche se ha avuto nel nostro paese scarso successo, tanto che molti episodi non sono stati mai doppiati e trasmessi. Il protagonista della serie è John Steed - interpretato da Patrick Macnee - un brillante e misterioso agente del servizio segreto britannico che indossa sempre completi eleganti, la bombetta e porta immancabilmente l'ombrello. 
La dottoressa Gale è un'antropologa, esperta di judo - Honor pratica questo sport con successo - che affianca Steed nelle sue missioni, indossando, sotto il trench, vestiti di pelle, molto aderenti, e lunghi stivali che le permettono di combattere più facilmente e che diventano presto di moda tra le giovani donne inglesi. Cathy è intelligente, sicura di sé, indipendente, coraggiosa, un personaggio a suo modo rivoluzionario per la televisione inglese degli anni Sessanta. Figurarsi per quella italiana. Anche se il ruolo di Pussy le darà un'incredibile notorietà internazionale, si tratta di un deciso passo indietro per l'immagine della donna che Honor ha saputo incarnare negli anni precedenti.
È proprio il successo di cui gode nel Regno Unito grazie a The Avengers che le fa ottenere la parte: ha trentotto anni, cinque più di Connery, è la più "vecchia" delle Bond-girls, ma una delle più affascinanti e sensuali. E pericolose.
Anche se rimarrà per sempre Pussy Galore, Honor prosegue la sua carriera con successo. Al cinema continua a fare film e nel 2001 interpreta un cameo ne Il diario di Bridget Jones. A teatro è la baronessa in The Sound of Music nel fortunato revival londinese del 1981 con Petula Clark, la madre del professor Higgins in un'edizione del 2006 di My Fair Lady e l'anno successivo è Fraulein Schneider in Cabaret. Ha una bella voce, incide anche qualche disco e nel 1983 canta come Juno - una dea a cui è evidentemente legata - in una produzione televisiva di Orfeo all'Inferno di Jacques Offenbach.
Honor è una donna impegnata che non ha paura di sostenere le proprie idee. È una convinta repubblicana e nel 2002 rifiuta la nomina a Commendatore dell'Ordine dell'Impero britannico, perché sarebbe ipocrita per una come lei accettare un tale riconoscimento. Sostiene anche il cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale. Hanno fatto rumore le sue dichiarazioni contro Sean Connery: lei trova assai poco coerente che il suo illustre collega sostenga l'indipendenza scozzese e allo stesso tempo accetti i titoli della regina d'Inghilterra; e soprattutto che non paghi le tasse, perché è più comodo fare l'esule fiscale. E ditemi voi se non è la migliore delle Bond-girls.

Forse ho divagato un po' troppo. Cosa vi dovevo raccontare? Non mi ricordo... ah sì, di quando i coniugi Macbeth hanno ucciso Sir Roger Haversham e il suo maggiordomo...

Nicholas Frame e Lillian Stanhope sono non solo marito e moglie, ma soprattutto due famosi attori inglesi, istrionici e vanesi, che stanno per debuttare al West End nel Macbeth. Alcuni giorni prima del debutto nel camerino di lei si scatena una lite con il produttore Sir Roger Haversham, che capisce che i due lo hanno manipolato. Sir Roger accidentalmente muore, ma i due preferiscono non chiamare la polizia, infilano il cadavere in un baule, lo portano nella sua grande casa fuori città e inscenano una caduta dalle scale.
Vista la notorietà della vittima, anche se pare si tratti di un incidente, il caso viene affidato al Sovrintentende Capo William Durk, che però, per loro sfortuna, in quei giorni ha un ospite venuto dagli Stati Uniti, un tenente della polizia di Los Angeles, che il collega inglese invita a partecipare alle indagini. I due attori non hanno fatto i conti con il tenente Colombo, che ben presto capisce che si tratta di omicidio, convincendo anche gli uomini di Scotland Yard. Le indagini si fanno sempre più serrate: un ombrello è la chiave di tutto, un ombrello di sir Roger che è rimasto nel camerino di Lillian. Tanner, il maggiordomo di sir Roger, capisce anche lui cosa è successo e decide di ricattare i due omicidi, che intanto hanno avuto un grande successo nel "dramma scozzese". A quel punto uccidono anche lui. Ma la rete di Colombo si stringe sempre più intorno a loro.
Colombo sa che sono stati loro, ma non lo può provare. Costruisce una trappola - che sarebbe piaciuta all'ispettore Hubbard - che scatta immancabilmente sui due colpevoli.
Dagger of the mind viene trasmesso dalla NBC domenica 26 novembre 1972: è il quarto episodio della seconda stagione e dura come un film, novantotto minuti. Per scrivere la sceneggiatura di questo loro soggetto,  Richard Levinson e William Link chiamano un esperto come Jackson Gillis. Il regista è Richard Quine, un discreto attore all'inizio della sua carriera, ma soprattutto un affermato regista, uno dei grandi artigiani di Hollywood; Mia sorella Evelina, Una Cadillac tutta d'oro, Una strega in paradiso, Noi due sconosciuti, L'affittacamere, Il mondo di Suzie Wong sono tra i suoi titoli più famosi. Oltre a questo Quine dirige anche l'episodio successivo Requiem for a Falling Star, con Anne Baxter e Double Exposure nella terza serie.
Il film viene girato in parte a Hollywood e in parte a Londra e si vede la differenza perché i tecnici e soprattutto il direttore della fotografia sono diversi. 
Due vittime e due assassini: un unicum per i casi di Colombo. John Willams è Sir Roger e Wilfrid Hyde-White è Tanner. Del cast l'inglese Hyde-White è l'unico che girerà tutte le sue scene a Los Angeles: non può mettere piede nel Regno Unito, rischia di essere arrestato per evasione fiscale. E anche l'unico che compare in un altro episodio: è il vecchio avvocato, che non disdegna la compagnia femminile, in Last Salute to the Commodore, il sesto della quinta stagione. Richard Basehart e Honor Blackman sono la coppia di attori omicidi. Ma devono essere citati anche gli altri. Il portiere del teatro a cui piace la birra - e non piacciono i cappelloni - è Arthur Malet, un caratteristica inglese di lungo corso, Mr Dawes jr in Mary Poppins. Il Sovrintendente Capo è il gallese Bernard Fox, una presenza costante nei telefilm americani quando serve un militare inglese e il pasticcione e donnaiolo Dottor Bombay in Vita da strega. Fox sarà anche il commissario di bordo della nave su cui si svolge la crociera in Messico vinta dalla signora Colombo, durante la quale avviene ovviamente un omicidio. L'episodio è Troubled Waters, il quarto della quarta stagione, e il capitano è niente meno che Patrick Macnee. 
Il titolo dell'episodio è tratto dal monologo del secondo atto di Macbeth, quando vede intorno a sé un pugnale, simbolo della sua colpa e Nicholas Frame, come impazzito, quando Colombo ha scoperto, ingannandoli, il loro omicidio, recita il celebre monologo Tomorrow, tomorrow and tomorrow, che diventa la sua tragica confessione. 

Dagger of the mind è anche il titolo del nono episodio della prima stagione di Star Trek. Ma questa è davvero tutta un'altra storia: non voglio divagare...

giovedì 21 gennaio 2021

Verba volant (796): clava...

Clava, sost. f.

Martedì 23 gennaio 1973: terminato lo spettacolo, ricevuti gli ultimi, timidi, applausi, il giovane protagonista Len Cariou, indossando ancora l'elegante redingote che è il suo costume di scena - la vicenda si svolge tra l'alta borghesia svedese all'inizio del Novecento - annuncia al pubblico del Colonial Theather di Boston che qualche ora prima a Parigi Henry Kissinger e Le Duc Tho hanno firmato l'accordo che mette fine alla guerra del Vietnam. Per la firma ufficiale, in una sala dell'Hotel Majestic, bisognerà aspettare il 27, quando arriveranno anche i rappresentanti del governo di Saigon, che ovviamente possono solo ratificare quello che è stato deciso a Washington. Probabilmente quella notte, tornando a casa, gli spettatori hanno commentato questa notizia, attesa da mesi, dimenticando tutto il resto, incluso lo spettacolo che hanno appena visto. Eppure è la prima assoluta di un nuovo musical, destinato a debuttare dopo qualche settimana a Broadway. Fare queste anteprime in "provincia" era - e lo è ancora - una prassi consolidata. Serve a saggiare le reazioni del pubblico e a capire se ci sono modifiche da fare prima di debuttare sul serio nella grande città. E in quel teatro di Boston hanno iniziato il loro lungo cammino Anything Goes, Porgy and Bess, Oklahoma!, Annie Get Your Gun.
L'accoglienza per quelle prime repliche del nuovo musical di Stephen Sondheim con il libretto di Hugh Wheeler è piuttosto fredda: alcune canzoni sono piaciute, ma nel complesso lo spettacolo non sembra destinato a un grande successo. Gli autori - e soprattutto i produttori - temono la reazione del pubblico e dei critici di New York. Certo Sondheim è l'astro nascente di Broadway: giovanissimo, negli anni Cinquanta, ha scritto i testi delle canzoni di West Side Story e Gipsy, e i suoi Company e Follies - lui vuole scrivere tutto, le parole e le musica - hanno vinto diversi Tony, rispettivamente nel 1971 e nel '72. Ma non sono mancati neppure i fiaschi, come quello clamoroso di Anyone Can Whistle, che ha chiuso dopo sole nove repliche e non è stato salvato neppure dall'interpretazione di Angela Lansbury. E anche Follies, nonostante il Tony, è stato un flop, almeno dal punto di vista economico, che non è riuscito a recuperare i soldi investiti. Quindi per questo nuovo lavoro nuovo c'è un bel po' di apprensione.
Mentre lo spettacolo è ancora a Boston viene licenziata una delle attrici, Garn Stephens, che per fortuna ha una parte secondaria, quella della cameriera Petra: al suo posto viene ingaggiata in tutta fretta D'Jamin Bartlett. Non è un buon inizio. 
Il 15 febbraio è in programma la prima serata di "rodaggio" al Shubert Theatre di New York, il grande teatro sulla 44esima con la facciata in stile veneziano, mentre la "vera" première ci sarà il 25. Dopo cinque delle serate di anteprima la protagonista Glynis Johns si ammala e viene portata in ospedale. Glynis è un'attrice conosciuta sia a Broadway che ad Hollywood, ma non è certamente una star. Ha fatto molti film, ha persino sfiorato l'Oscar come attrice non protagonista nel 1961 per I nomadi di Fred Zinnermann, accanto a Deborah Kerr. Ma è nota soprattutto per essere Winifred Banks, la madre politicamente impegnata del film Mary Poppins - troppo impegnata, secondo l'ideologia disneyanaProprio sulle sue caratteristiche vocali i fratelli Sherman hanno scritto e modellato Sister Suffragette. La première viene rimandata, ma intanto il regista Harold Prince per sostituire la protagonista chiama Tammy Grimes, un'attrice che ha già vinto due Tony, uno per la prosa e uno per il musical, e che è conosciuta come una spigliata interprete delle commedie di Coward. A Tammy il musical piace, ma chiede che vengano fatte delle modifiche alla regia e ai costumi. Il nervosismo cresce. Per fortuna Glynis si riprende e la prima torna in cartellone il 25 febbraio, come previsto.
Ed è un successo. A Little Night Music piace alla critica: Clive Barnes, il potentissimo critico teatrale del New York Times dal 1965 al '77, l'uomo che può distruggere uno spettacolo in poche righe, lo definisce "inebriante, sofisticato e incantevole". Ma soprattutto piace al pubblico, anche se è un musical diverso dal solito, stilisticamente più simile a un'operetta e con la musica quasi tutta a tempo di valzer. Rimane in cartellone allo Shubert fino al 15 settembre di quell'anno, per trasferirsi poi, dal 17 dello stesso mese, al Majestic Theatre, dove chiude il 3 agosto 1974, dopo seicentouno repliche. Vince sei premi ai Drama Desk Award del 1973 e sei Tony, compreso quello per il miglior musical.
Ed è un successo anche a Londra. Debutta all'Adelphi Theater il 15 aprile 1975, sempre con la regia di Harold Prince. E con la splendida Jean Simmons come protagonista. Per quattrocentosei repliche. Anche se la più acclamata protagonista di questo musical a Londra sarà, nel 1995, la grande Judi Dench, nel secondo revival nel West End. 
La protagonista Desirée diventa ben presto uno dei ruoli più ambiti per ogni artista di Broadway: in edizioni successive di questo fortunato musical Patti LuPone e Bernadette Peters ne saranno due interpreti magnifiche, nel pieno della loro maturità artistica. 
Angela Lansbury è stata una grande interprete dei musical di Sondheim, eppure non è mai riuscita ad interpretare Desirée. Ma le strade di Broadway sono fitte di incroci: nel 1979 ottiene uno dei suoi grandi successi con un altro dei capolavori di Stephen Sondheim, Sweeney Todd, The Demon Barber of Fleet Street, ancora con lo stesso librettista e lo stesso regista. E insieme a Len Cariou. Angela però riuscirà a interpretare la madre di Desirée, la saggia Madame Armfeldt, in un revival del 2009, accanto alla debuttante, a Broadway, Catherine Zeta-Jones.
Il titolo di questo musical è la traduzione letterale del nome con cui è conosciuta la serenata in sol maggiore K 525, il notturno per archi scritto da Wolfgang Amadeus Mozart nel 1787. Ricordate l'inizio di Amadeus di Miloš Forman? Il vecchio Salieri suona al clavicembalo alcune sue composizioni, ma il sacerdote non ne riconosce nemmeno una. Fino a quando accenna l'inizio di un motivo che il giovane prelato - come tutti noi - riconosce subito e comincia a canticchiare: quella è la Eine kleine Nachtmusik
Nonostante questo riferimento mozartiano del titolo, Hugh Wheeler scrive il libretto di A Little Night Music basandosi sulla trama del film del 1955 di Ingmar Bergman Sorrisi di una notte d'estate, che, presentato in concorso al nono Festival di Cannes, ottiene un premio speciale per l'"umorismo poetico". E sempre a questo film, ma prendendosi molte più libertà di Wheeler, si ispirerà nel 1982 Woody Allen per A Midsummer Night's Sex Comedy, il suo primo film con Mia Farrow, perché Diane Keaton è impegnata nella promozione di Reds, di cui Sondheim ha scritto la colonna sonora.
Ha ragione Woody a citare Shakespeare, perché anche nel film di Bergman le vicende delle coppie che si formano, si disfano, si ricompongono, hanno il loro culmine nella magica notte di san Giovanni, la notte più corta dell'anno, uno dei passaggi segreti tra il mondo reale e quello dei sogni. Ma non ci sono fate e folletti nella storia di Bergman, soltanto donne e uomini. E ce n'è a sufficienza. È già tutto qui.
All'inizio del film Desirée, interpretata dalla bellissima Eva Dahlbeck, che negli anni Cinquanta è una delle attrici preferite dal regista svedese, dice che 
L'amore è come un giocoliere con tre clave: cuore, parole, sesso. È molto facile giocare con le tre clave, ma è anche molto facile farne cadere una per terra.
Desirée è un'attrice, deve aver trovato naturale raccontare l'amore attraverso una metafora del "suo" mondo.
E forse di questa battuta si è ricordato anche Stephen Sondheim per scrivere la canzone in cui la protagonista parla di sé e della sua vita. Siamo a metà del secondo atto: è la notte più corta dell'anno e tutti i personaggi si ritrovano insieme per una grande festa. È la notte in cui può succedere di tutto; e in cui succederà di tutto. Desirée parla con Fredrik, l'uomo che ha sempre amato, anche se non ha mai voluto ammetterlo, che è il padre di sua figlia, anche se non  glielo ha mai detto, con cui avrebbe voluto vivere, ma che ha lasciato quando era giovane per inseguire un sogno. Lei gli chiede di sposarla, una cosa che non avrebbe mai pensato di chiedere, a nessun uomo. Ma Fredrik le confessa che per quanto lui l'abbia sempre amata, ama ancora di più la sua giovanissima moglie Anne. Il rifiuto è garbato, ma netto. Desirée, come succede sempre nei musical, canta; e canta quella che è probabilmente la più bella canzone che Sondheim abbia mai scritto e una delle più belle di sempre. 
Desirée è un'attrice: e cosa si fa durante uno spettacolo quando ci si accorge che qualcosa sta andando storto? Si fanno uscire i pagliacci, si ricorre alle battute, si cerca di distrarre il pubblico, sperando di salvare il salvabile. Desirée, chiedendo a Fredrik si sposarla ha fatto una cosa inaudita, è uscita dal copione della sua vita. Ma di fronte a quel rifiuto, capisce che non può tornare indietro, non può tornare alla sua arguzia sensuale, alla gioia di una vita senza legami. Desirée è entrata in scena con la sua solita grazia, sicura della sua parte, ma le è successo quello di cui tutti gli artisti hanno paura: in teatro non c'è nessuno. E allora sul palcoscenico non c'è più l'attrice, ma la donna, la sua sconfitta, i suoi rimpianti e Desirée non vuole che Fredrik e il pubblico la vedano così: bisogna riempire quel vuoto, bisogna chiamare i pagliacci, bisognerebbe ridere, scherzare, tornare alla farsa frivola di sempre. Ma ormai l'incanto si è rotto: la clava è caduta, il gioco è finito. 
Stephen Sondheim scrive Send in the Clowns poco prima del debutto a Broadway, non è nel progetto originale del musical a cui ha lavorato con Wheeler. E quindi quel martedì sera, poco dopo che è stato firmato l'accordo di Parigi, gli spettatori del Colonial Theater non hanno potuto sentire questa canzone. Quando sente cantare Glynis Johns, quando ne ascolta la voce che definisce cristallina, ma che non è certo potente, modella proprio per lei questa canzone più recitata che cantata. Glynis saprà interpretarla con grande intensità, con misura, trattenendo le lacrime, ma senza nascondere la rabbia per come è andata, per aver così clamorosamente sbagliato "i tempi", errore paradossale per un'attrice della sua esperienza. E per essersi così scoperta. Sono frasi brevi, piene di rimpianto e di amarezza. 
Sondheim è convinto di aver scritto una canzone che funziona, ma che vivrà soltanto nello spettacolo. Si sbaglia. Curiosamente sarà un uomo che farà la fortuna di questa canzone, perché Send in the Clowns diventerà un successo, uno standard, grazie all'interpretazione di Frank Sinatra, che naturalmente la canta più che recitarla. Ma anche lui, a quasi sessant'anni, dopo un carriera che ha conosciuto tali vette, sa che a un certo momento qualcosa si può rompere e bisogna far uscire in scena i pagliacci. E, dopo Sinatra, Send in the Clowns entrerà in classifica grazie a Judy Collins, un'artista lontana dallo stile di Broadway, una delle grandi signore del folk e della controcultura, un'artista che si è battuta con energia contro la guerra in Vietnam. E per Judy che ha sempre raccontato nelle sue canzoni gli ultimi, gli sconfitti, Send in the Clowns assume un significato davvero particolare.

E Desirée? È la notte di mezza estate, tutto può succedere e la giovane Anne scopre finalmente l'amore, in tutti i sensi, ma non con il marito: fugge con il figlio di Fredrik, suo coetaneo. E così Desirée e Fredrik capiscono che il loro destino è quello di vivere, finalmente, insieme. Lo spettacolo può continuare. I giocolieri possono continuare a lanciare in aria le loro clave.   
Però lei e Fredrik - e noi con loro - adesso sanno che il sipario può cadere, mostrando la verità. 
Quick send in the clowns
Don't bother they're here
Fai uscire in fretta i pagliacci. / No, non fa niente, sono già qui.

p.s. Cercate le versioni di questa canzone, fate come abbiamo fatto Zaira ed io in queste sere d'inverno. E decidete qual è la vostra preferita. La nostra è quella di Judi Dench.

mercoledì 13 gennaio 2021

Verba volant (795): indecisa...

Indecisa
, agg. f.

Israel ha smesso di scrivere l'11 luglio 1937: senza le note di Jacob gli sembra che le sue parole siano vuote. Inutili. Ha sempre saputo che quei versi, che uscivano in maniera così apparentemente facile dalla sua penna, servivano soltanto per permettere al fratello di creare quella musica straordinaria, la musica del Novecento. Senza George, i Gershwin non esistono più. Eppure Ira sente di avere ancora delle storie da raccontare, ma il dolore per quella perdita è troppo forte. La sua vita è scrivere, ma non sa perché dovrebbe ricominciare a farlo. Il suo dramma in quegli anni è tutto qui, dannatamente semplice da capire, ma praticamente impossibile da risolvere.

Ira ha assistito nell'aprile del 1933 all'Empire Theatre a una delle dodici repliche di The Threepenny Opera. Anche il loro spettacolo di quell'anno, Pardon My English è stato un fiasco: solo quarantatré repliche. Ma Ira sapeva che il loro musical non funzionava, lo avevano scritto troppo in fretta e poi c'erano stati molti intoppi, a cominciare dal ritiro di Jack Buchanan, che, con la sua classe, avrebbe potuto salvare quello spettacolo maledetto. Invece Ira capisce subito che quella strana opera scritta da quei due tedeschi - praticamente loro coetanei - è molto interessante, anche se la messa in scena proprio non va, troppo sciatta per Broadway negli anni Trenta. E poi c'è troppa politica. Nel pubblico quelli come Mackie e Peachum e "Tiger" Brown sono decisamente la maggioranza: non possono applaudire una dramma che mostra tutta la loro cattiveria, la loro meschinità, la loro corruzione. Ira però è uno del mestiere e sa che le canzoni sono splendide e la musica davvero coinvolgente.

Quando, all'inizio del 1940, Moss Hart va da Ira per chiedergli di scrivere le parole delle canzoni del suo nuovo musical, Gershwin all'inizio rifiuta: Moss dovrebbe sapere che ormai lui ha smesso di comporre canzoni. Ma poi gli dice che l'autore delle musiche sarà Kurt Weill, che è negli Stati Uniti già dal 1935. È dovuto fuggire dalla Germania nel marzo del 1933. Stare nel suo paese ormai per lui è troppo pericoloso: è ebreo, ma soprattutto è comunista, è uno che ha sempre denunciato il potere. E al nuovo potere quelli come Kurt Weill proprio non piacciono. Sono tanti quelli come Kurt arrivati negli Stati Uniti, perché ormai è tutta l'Europa a essere diventata inospitale. Ira e George lo hanno incontrato una volta. Sono andati a trovare lui e Lotte fino a Pine Brooke, nel Connecticut, ma quella "comune" di artisti non faceva per i Gershwin. Alla fine del 1938 Ira ha assistito a una rappresentazione di Knickerbocker Holiday e ha amato moltissimo September Song
Mentre Moss gli illustra il progetto, Ira pensa che forse potrebbe tentare. Dopotutto L'opera da tre soldi e Porgy and Bess sono le prime opere liriche del secolo nuovo. Certo Puccini è più grande di loro, la Turandot è un capolavoro assoluto, ma il compositore italiano è nato nell'Ottocento, Ira è convinto che sia con la musica di Gershwin e di Weill, con quelle loro opere così diverse da tutto quello che c'è stato prima, che sia nata davvero l'opera nell'età del jazz.
E poi Ira si fida di Moss. Anche lui è un figlio del Novecento, è poco più giovane di loro, ed è nato e cresciuto nel Bronx da una famiglia di origine ebraica. Lui e George sono nati a Brooklyn. Ad Ira sono piaciute le commedie che Moss ha scritto con Kaufman e anche Jubilee, con le canzoni di Porter. Ed è felice di poter tornare a lavorare con Gertrude, più di dieci anni dopo Oh, Kay, che ha debuttato l'8 novembre 1926, a otto giorni dalla prima di Turandot al Metropolitan. Ira pensa che è una donna di spirito: anche se Moss l'ha presa in giro scrivendo su di lei il personaggio di Lorraine Sheldon in The Man Who Came to Dinner, ha accettato con entusiasmo la parte.

D'altra parte Lady in the Dark sembra scritto apposta per Gertrude Lawrence: è uno di quei personaggi che lei ama alla follia e che sa far vivere con il suo incredibile talento. Una donna forte, una che non aspetta il principe azzurro. Il personaggio principale dello spettacolo si chiama Liza Eliott ed è la direttrice di una nota rivista di moda, Allure. Liza è una donna affermata e importante, bella e amata, eppure è infelice. Anche se non è molto convinta che questo serva a risolvere i suoi problemi, si rivolge a uno psicanalista. Moss Hart conosce bene questa disciplina, perché anche lui è stato in cura presso il celebre analista russo Gregory Zilboor, che è stato anche ministro del lavoro nei governi "borghesi" di Lvov e Kerensky. Lo studio del dottor Zilboor negli anni Trenta a Manhattan ha ospitato molti artisti: anche George Gershwin e Kay Swift, e ancora la scrittrice Lillian Helmann, che soffre per la tormentata storia d'amore con Dashiell Hammett. In seguito anche Ernest Hemigway sarà uno dei suoi pazienti.
Moss spiega ad Ira che le canzoni che lui scriverà saranno eseguite in tre sequenze oniriche: The Glamour Dream, The Wedding Dream e The Circus Dream. Uno strano sogno quest'ultimo, che diventa alla fine una specie di processo. E si chiude ovviamente con l'arringa in cui Liza difende la sua volontà di essere indecisa. Ira si mette subito a scrivere, perché in Lady in the Dark le canzoni sono parte integrante del testo, non può solo inventare qualche bella rima, deve raccontare una storia, proprio come in Porgy and Bess, proprio come nelle opere di Verdi e di Puccini. E sa che Kurt riuscirà a trasformare quelle sue parole in una musica fantastica.

E Ira torna a divertirsi. Nel cast dello spettacolo c'è una ragazzo, anche lui un ebreo di Brooklyn, un tipetto buffo, uno che riesce a cantare senza prendere fiato. Danny Kaye è stato scelto per interpretare il fotografo di moda Russell Paxton, il primo personaggio apertamente omosessuale in un musical di Broadway. Un ruolo di contorno, una specie di folletto che compare in tutti i sogni di Liza e in The Circus Dream Ira e Kurt scrivono proprio per lui quel piccolo gioiello che è Tschaikowsky (and Other Russians): Danny deve riuscire a pronunciare in meno di quaranta secondi i nomi di cinquanta compositori russi. Ovviamente ci riuscirà, anzi riesce ogni volta a far sembrare che quella bizzarra filastrocca duri sempre meno. E sarà l'inizio di una grande carriera. 

La difesa di Liza, la sua strenua lotta per continuare a essere indecisa, è una delle più belle canzoni che Ira Gershwin e Kurt Weill abbiano mai scritto, uno dei classici del teatro musicale, diventata il banco di prova per tante artiste. Gertrude Lawrence la interpreta alla perfezione e ogni sera il pubblico chiede il bis di The Saga of Jenny
Jenny non è come Liza, è una donna che prende una decisione. Sempre. A tre anni decide di avere un bellissimo albero di Natale. Il giorno della vigilia lo addobba con tutte le candele che trova in casa; e così a Natale si ritrova orfana di padre e di madre, anzi nell'incendio muoiono anche il fratello e la sorella. A dodici anni decide di imparare delle lingue straniere, ma a diciassette scopre che non sa dire no, anche se in ventisette lingue diverse. A ventidue anni decide di trovare un marito. E l'ha trovato, solo che non è il suo. A trentanove anni anni decide di fare una vacanza in Argentina e pare che nessuno come lei abbia sostenuto la politica di Roosevelt per intrattenere rapporti amichevoli con i paesi dell'America latina. A cinquantun'anni decide di scrivere la proprie memorie, ma il libro è stato appena pubblicato e già ci sono mogli che sparano ai propri mariti in trentatré stati. A settantacinque anni decide di diventare la donna più vecchia del mondo, ma un anno dopo il destino - e il gin - ci mette lo zampino. Forse - è questa la morale di questa bizzarra storia - sarebbe stato meglio se la povera Jenny non fosse stata una donna così decisa.
Liza non è un'eroina di Verdi o di Puccini, anche se è forte come Aida, indipendente come Violetta, ribelle come Turandot. È una donna del Novecento, che accetta di andare in analisi. E che alla fine è orgogliosa del suo essere indecisa. È l'eroina perfetta per l'opera dell'età del jazz.