martedì 22 ottobre 2019

Verba volant (721): potere...

Potere, sost. m.

E se Verdi per il finale del terzo atto di Nabucco avesse scritto un coro "normale"? Poteva succedere, i versi di Temistocle Solera non sono proprio indimenticabili, bastava che il Maestro componesse un coro come ne aveva già fatti - e come ne avrebbe poi fatti tanti - e non quella "cavolata", come diceva Rossini, in cui tutti, dai tenori ai bassi, cantano la stessa nota. E comunque Nabucco è piaciuto molto al pubblico della Scala e di tutti i grandi teatri italiani a metà dell'Ottocento - ma a Parigi è stato un fiasco - non perché c'era il Va, pensiero, e infatti - al di là dei racconti di chi non c'era - in quegli spettacoli non ne hanno mai chiesto il bis, come facciamo invece noi moderni, che quando assistiamo a Nabucco, aspettiamo frementi quel coro e pretendiamo di riascoltarlo. Perché intanto Va, pensiero è diventato non solo quel capolavoro musicale che indubbiamente è, ma il coro più famoso del mondo, perché intanto è diventato una leggenda. E' successo già durante la vita del Maestro, che peraltro - da comunicatore scaltro com'era - ha saputa alimentarla. Va, pensiero è la musica giusta arrivata al momento giusto. Come Imagine di John Lennon e altri pochissimi brani che condividono questa assoluta perfezione di essere la musica che il mondo stava aspettando.
Proviamo allora a parlare di Nabucco, immaginando che sul finale del terzo atto ci sia un coro "normale". Che storia ci racconta quel gran teatrante di Verdi? E' la storia del personaggio che dà il titolo all'opera, il re degli assiri che a scuola abbiamo imparato a conoscere come Nabucodonosor II, la storia di un re potente e spietato che, a causa della sua sfrenata ambizione, smarrisce la ragione e per questo finisce per perdere ciò a cui tiene di più, ossia il potere, perché nella storia c'è un altro personaggio, sua figlia Abigaille, che è ancora più ambiziosa e spietata di lui; ma alla fine, proprio per combattere questa nuova regina, ossia quello che lui era prima, Nabucco rinsavisce, torna a combattere e riacquista il potere perduto. Mentre la regina cattiva muore. Questa è in sostanza la storia di Nabucco, almeno la storia che interessa a Verdi, che sa raccontare come pochi altri il potere. Poi naturalmente c'è dell'altro, perché il pubblico non paga il biglietto per vedere solo questo: va a teatro per vedere la storia d'amore tra il buono e la bella, storia che naturalmente deve essere contrastata, in questo caso dalla cattiva, che è naturalmente Abigaille: è già pronta, non occorre inventarla. Quindi la sua morte risolve anche questo problema e permette ai due eroi di vivere il proprio amore.
Perché - ed è questo un altro punto che occorre sottolineare - Nabucco, al di là di quello che spesso succede nell'opera, finisce bene: l'unica che muore è la regina cattiva, che peraltro non è neppure la vera figlia del re, ma solo una schiava arrivata non si sa come in quel posto prestigioso. Tutti gli altri vivono felici e contenti. Certo a Babilonia non c'è un cambio di regime, caduta Abigaille non nasce la repubblica, rimane la monarchia autocratica, ma visto che il re è diventato buono - almeno si spera sia così - dovrebbe essere migliore di quella che c'era prima. E anche a Gerusalemme continua a prosperare la teocrazia oscurantista e fanatica di Zaccaria. Solo che si suppone che i due regimi - almeno per qualche anno - rimarranno in pace, in nome dell'unico dio che ora le élite dei due paesi congiuntamente venerano, magari per attaccare insieme qualche altro popolo, che si rifiuta di riconoscere quel dio. Evidentemente non è questo finale in cui si celebra l'immenso Jeovah che interessa all'agnostico - o forse addirittura ateo - Verdi.
Il giovane di Busseto - non ha ancora trent'anni quando debutta Nabucco - oltre all'ambizione di diventare un gran compositore, anche se certamente non poteva immaginare che sarebbe diventato il Giuseppe Verdi delle mille lire, attraverso una storia piena di passione, in cui la musica accende gli animi, ci dice che il potere è una bestia terribile, che gli uomini - e le donne - non riescono a domare. E ci mette in guardia, perché il potere è qualcosa a cui anche noi aspiriamo. Certo nessuno di noi diventerà mai re di Babilonia, ma molti di noi hanno esercitato - o ancora esercitano - il proprio potere, in famiglia, con i colleghi di lavoro, con gli studenti, semplicemente con quelli che vediamo essere più deboli di noi. E tutti noi possiamo in un attimo diventare Nabucco, possiamo impazzire per quel potere, possiamo usarlo nel peggiore dei modi possibili, possiamo causare dolore, financo lutti, perché siamo inebriati di quel potere, ci piace quando gli altri ci adulano, quando ci chiedono protezione, quando invocano la nostra pietà. E facciamo di tutto per conservarlo, mettiamo anche a rischio noi stessi e le persone a cui diciamo di voler bene. E sempre incombe su di noi un'Abigaille, pronta a essere perfino peggiore di noi.

sabato 19 ottobre 2019

Verba volant (720): intelligenza...

Intelligenza, sost. f.

Noi moderni spesso ce ne dimentichiamo, ma praticamente tutto quello che sappiamo della religione greca deriva da ciò che hanno scritto uomini che di mestiere facevano i cantastorie e i poeti. Certo anche alcuni degli autori che hanno scritto la Bibbia e il Corano - per stare soltanto nell'ambito mediterraneo - dimostrano di avere grandi capacità letterarie, ma in entrambi questi casi credo fossero consapevoli di scrivere dei testi religiosi. Il collettivo di aedi il cui lavoro ci è stato tramandato sotto il nome di Omero, e poi Esiodo e via via tutti gli altri da cui traiamo le storie della mitologia greca vogliono prima di tutto raccontare storie. Naturalmente anche loro erano consapevoli che quei racconti erano funzionali a tramandare un sapere religioso, che avevano un profondo valore educativo e propagandistico. Sapevano che stavano creando una tradizione, e spesso c'era qualcuno che commissionava loro quelle storie con un preciso scopo, ma in loro, in tutti loro, c'è sempre il gusto di raccontare. E credo che sia per questo che noi amiamo ancora così tanto quell'intricato complesso di racconti. E li saccheggiamo per raccontare le nostre storie.
Ho pensato a questo, leggendo quello che Esiodo nella Teogonia scrive a proposito della nascita di Atena: una storia davvero affascinante. Il poeta nato ad Ascra, una piccola città della Beozia, ai piedi del monte Elicona, racconta che Zeus, poco dopo aver sconfitto il padre Crono, grazie al saggio consiglio di Meti, e quindi dopo essere diventato il re degli dei, prende in sposa proprio questa dea. Meti appartiene alla generazione dei Titani, precedente a quella degli dei olimpi. Esiodo specifica che Meti è la prima sposa di Zeus. A questo punto però Gea e Urano, i dei primigeni, quelli che sono stati sconfitti da Crono e dai Titani, dicono a Zeus di fare attenzione, perché Meti avrebbe generato una dea molto potente, dagli occhi azzurri, e poi un maschio che, una volta cresciuto, avrebbe spodestato Zeus, come egli aveva fatto con Crono e come prima ancora Crono aveva fatto con Urano. Zeus allora, come dice Esiodo, raccoglie la dea nel suo ventre, ossia la divora, proprio come Crono ha fatto con le sue sorelle e i suoi fratelli e ha tentato di fare anche con lui. Una leggenda successiva racconta che Zeus ci sia riuscito con uno stratagemma, puntando sulla vanità di Meti, che aveva la capacità di prendere la forma di qualunque cosa: il dio le chiede di trasformarsi in una goccia d'acqua e così la può facilmente bere. Quello che Zeus non sa è che Meti è già gravida.
La storia continua: Zeus sposa altre dee, tutte della stessa generazione di Meti, dando vita a lunghe genealogie divine, e infine Era, sua sorella, una delle dee "nuove", che a questo punto sarà la sua ultima sposa, la regina degli dei in un ordine ormai stabilizzato, anche se Zeus continuerà a giacere con altre dee e altre mortali. Solo a questo punto dalla testa di Zeus nasce Atena, la dea dagli occhi azzurri, una creatura già perfettamente formata, per di più vestita e armata. Esiodo non dice altro, mentre le leggende successive dicono che, prima che Atena nascesse in quel modo così insolito, Zeus sentiva un grande dolore: comprensibile, ma non serve certo a rendere più verosimile questo strano racconto.
In questa breve storia c'è il capolavoro di Esiodo, che riesce a salvare la parte più antica della tradizione religiosa greca, quella secondo cui la saggezza è l'attributo esclusivo della Grande madre, della dea primigenia, assicurando ad Atena una discendenza matrilineare, visto che questa dea nasce per partenogenesi, non essendo esplicitato chi sia il padre e se un padre effettivamente ci sia. E allo stesso tempo dice che nei tempi nuovi la saggezza è diventata un patrimonio maschile, che è stata inglobata dall'elemento maschile. E in subordine riesce a fare di Atena, la dea vergine, l'ultima incarnazione della Grande madre, una delle figlie di Zeus, una dea che ha il proprio posto all'interno dell'ordine maschile dell'Olimpo, un ordine che non muterà più, visto che Zeus ha divorato Meti, impedendo di fatto ogni altra rivoluzione. E Atena avrà solo sacerdoti maschi, il suo culto non ammette sacerdotesse. Ci voleva un poeta per creare una storia così, che liberasse per sempre la religione greca dai suoi precedenti matriarcali e la consegnasse al potere dei maschi. Ma proprio perché è un poeta Esiodo ci lascia le tracce della storia che c'era prima, della storia che egli non vuole venga dimenticata.
Ma chi è Meti? Anche in questo caso Esiodo "inventa" una dea, scegliendo la caratteristica della primigenia divinità femminile, che secondo lui è più importante, la caratteristica che i maschi hanno bisogno di far loro, di divorare, per poter governare il mondo. Esiodo dice in sostanza che i maschi devono rubare l'intelligenza delle donne.
E infatti μῆτις - mètis - è una delle parole con cui gli antichi greci indicano l'intelligenza. Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant spiegano che si tratta di un'intelligenza applicata e impegnata nella pratica. E' qualcosa che la parola intelligenza da sola non riesce a tradurre in maniera efficace, perché è insieme intuito e capacità di previsione, attenzione ed esperienza, prudenza e spigliatezza. E' l'intelligenza che non riflette sulla sua natura, non si fa domande sul suo funzionamento, ma agisce. E infatti non è l'intelligenza dei filosofi, di Platone e di Aristotele, ma è quella polimorfa dei sofisti, capaci di adattarsi alle situazioni, di essere flessibili e sagaci.
Ci sono tre aspetti che caratterizzano la mètis. Il primo riguarda il rapporto tra usare la forza e ricorrere appunto alla sagacia. In qualsiasi confronto si può prevalere o grazie alla forza, ma naturalmente in questo caso il più debole è sempre destinato a soccombere, oppure grazie alla mètis, e questo ovviamente permette anche a chi è fisicamente inferiore di vincere, magari perché ha la capacità di allearsi con altri deboli come lui. Il secondo riguarda il rapporto della mètis con il tempo. E' l'intelligenza che nasce dal passato, dall'esperienza, non è mai un impulso improvviso. E' l'intelligenza che agisce nel presente, perché è in grado di cogliere l'occasione, magari dopo una lunga attesa. E' infine l'intelligenza del futuro perché ha la capacità di progettare, di prevedere. Il terzo è il più interessante, e in qualche modo anche il più moderno. Dal momento che la mètis si applica alla realtà, che è fluida, mobile, per molti aspetti contraddittoria, essa stessa deve essere tale, perché solo il simile agisce sul simile. Di fronte alla flessibilità del mondo, solo un'intelligenza altrettanto - se non più - flessibile può avere l'ambizione di afferrarlo. Non funzionano regole date una volta per tutte, canoni prestabiliti, per cogliere una realtà in continua metamorfosi: per questo uno dei poteri di Meti è quello di cambiare continuamente forma. Il segreto della mètis è la capacità di anticipare sempre la complessità del reale. 
Esiodo nel suo racconto spiega che Meti continua a vivere in Zeus, che è lei a indicargli il malanno e il vantaggio. Poi sappiamo che Zeus per lo più non ascolta questa voce dentro di sé. Come noi maschi non ascoltiamo l'intelligenza polimorfa e flessibile delle donne.

martedì 15 ottobre 2019

Verba volant (719): triangolo...

Triangolo, sost. m.

Tolto il lussureggiante sfarzo egizio, tolto il conturbante fascino esotico, tolta la marcia trionfale - e naturalmente tolti gli elefanti - Aida rimane una bellissima storia di amore e di potere, nella quale si intrecciano drammaticamente le vite di tre personaggi. La prima volta che Aida entra in esca, poco dopo l'inizio del primo atto - dopo essere stata invocata da Radamès con la celebre aria Celeste Aida - è insieme agli altri due vertici di questo tragico triangolo. E sempre con loro tre in scena la tragedia si conclude. E che proprio Amneris sia un personaggio fondamentale si capisce dal fatto che è assolutamente inutile al fine della storia. Anche senza Amneris Aida e Radamès vivrebbero un amore impossibile, anche senza Amneris Aida soffrirebbe il dissidio tra la fedeltà alla patria e la devozione verso il padre da un lato e l'amore per il nemico dall'altro, anche senza Amneris Radamès svelerebbe all'amata - e al padre di lei - che l'attacco sta per avvenire presso le gole di Napata, anche senza Amneris Radamès sarebbe condannato a morte come traditore e Aida morirebbe con lui.
Ma se Amneris non serve, perché tanto lavoro per creare un personaggio così ricco, dal punto di vista drammaturgico e musicale? Perché a Verdi non interessa affatto la storia della guerra tra l'Egitto e l'Etiopia, non gli interessa il contesto che porta Radamès a morire, ma vuole raccontare la storia di tre persone che amano e che vedono il loro amore precluso. Senza Amneris Aida non avrebbe senso.
Amneris deve superare un ostacolo fuori di lei, la rivale, l'altra donna, e fa di tutto per farlo, usa tutta la sua forza, tutto il suo potere, mentre per Aida quell'ostacolo è tutto dentro di lei, il dramma che le fa sperare che Radamès ritorni vincitore, anche se quella vittoria significherà la sconfitta, fino alla distruzione del suo paese, fino alla morte della sua stessa famiglia. Invece per Radamès l'ostacolo al suo amore per Aida è l'ambizione: per l'uomo che entra in scena cantando Se quel guerrier io fossi! cosa ci può essere di meglio che ottenere la corona dell'Egitto, che il matrimonio con Amneris gli garantirebbe?
Come a Macbeth, la "strega" Amneris gli promette che sarà re, ma Radamès non impazzisce. Certo prova a resistere, quando Aida gli prospetta la possibilità della fuga in Etiopia fa di tutto per convincersi che è la scelta sbagliata, ma sono scuse puerili, che Aida ha facile gioco a smontare. Radamès dei tre è l'unico che alla fine supera davvero l'ostacolo, anche perché il suo era il meno difficoltoso da superare. Le due donne non ci riescono. Perché Aida, anche quando convince l'amato a lasciare l'Egitto, vive il suo dramma, sa di essere proprio in quel momento la pedina di un gioco a cui lei non ha chiesto di giocare, sa di essere ascoltata da suo padre, soffre perché sa che sta ingannando Radamès e probabilmente si chiede cosa succederà quando egli se ne renderà conto, anche laggiù dove l'aura è imbalsamata. Aida soffre anche quando apparentemente vince. E Amneris se ne rende conto poco dopo, quando, anche di fronte alla disperata offerta che fa a Radamès di salvargli la vita, egli rifiuta: Aida ha vinto, è per lei un ostacolo insormontabile. E forse in quel momento si ricorda di quel sprezzante son tua rivale, figlia dei Faraoni che le ha rivolto in un momento in cui ha gettato la maschera. Amneris ha perso, nonostante sia una donna così potente, nonostante sia la figlia dei Faraoni.
C'è qualcosa di beffardo in quel rito che Amneris compie sopra la tomba in cui sa che Radamès sta morendo, perché noi sappiamo che laggiù c'è anche la sua rivale, la donna che ha vinto, e che Amneris in quel momento sta invocando la pace anche per lei. Ma Verdi almeno la preserva da questa notizia: forse Amneris in quel momento può pensare che un giorno le due donne, che allora saranno due regine di pari grado, si scontreranno di nuovo, questa volta su un altro terreno.
Non succederà naturalmente, perché Aida per superare il proprio ostacolo sa che deve morire. E infatti accetta l'inevitabile con serenità e con forza, il suo canto è quasi di gioia, come se con la morte di compisse la fuga prima vagheggiata, ma questa volta senza inganni, senza infingimenti. E Aida si gode questo momento di felicità perfetta, senza curarsi di quanto durerà.

domenica 13 ottobre 2019

Storie (XIII). "Il regalo di Verdi..."

Nino sa che parlano di lui, ma non capisce quello che si stanno dicendo i due soldati austriaci che lo trascinano con poca grazia all'interno del cassero di porta Galliera. Adesso è in una stanza male illuminata e ha di fronte un ufficiale. "Ragazzo, perché vuoi entrare a Bologna proprio stasera? E cosa tieni in quel sacco?" Per fortuna l'austriaco parla italiano, anzi Nino riconosce lo stesso accento di quando parla il signor Piave, che va spesso a Busseto. Il ragazzo tira fuori il biglietto che il Maestro gli ha dato il giorno prima, proprio in vista di un'evenienza simile. L'espressione dell'ufficiale cambia mentre legge quelle poche righe e Nino sa perché: tutti conoscono il Maestro. "A Venezia ho visto il Nabucco e l'Attila, il tuo padrone scrive della grande musica. Puoi andare, ma fa' attenzione. Sono giorni complicati qui a Bologna".
Nino lo ha già capito. È già venuto a Bologna, anche se non ha mai fatto quel viaggio da solo. La prima volta è stato cinque anni prima, quando suo padre ha accompagnato il Maestro che doveva incontrare Rossini, e se l'è portato dietro. Poi Nino è venuto altre volte, sempre con suo padre, sempre a portare un regalo del Maestro a Rossini. Ma in queste settimane suo padre sta male e così il Maestro ha affidato a lui il compito di portare il regalo. Le altre volte è sempre entrato da porta San Felice, dalla via Emilia. Ma stasera è chiusa. I soldati austriaci gli hanno fatto capire che tutte le porte sono state chiuse: si può entrare a Bologna solo da porta Galliera. E se non avesse trovato quell'ufficiale amante dell'opera non sarebbe entrato neppure da lì.
Ormai è troppo tardi e buio per presentarsi a casa di Rossini. Nino si ferma alla prima locanda che incontra. Così può sistemare il cavallo, mangiare e dormire. Alla locanda finalmente capisce cosa sta succedendo. I piemontesi stanno perdendo la guerra e le truppe austriache hanno attraversato il Po per ristabilire l'ordine anche a Bologna, da cui sono partiti duemila volontari per combattere insieme ai piemontesi contro gli austriaci. Sembra che in un'osteria alcuni bolognesi abbiano picchiato un ufficiale austriaco e adesso il generale Welden ha portato in città settemila uomini. Hanno sistemato i cannoni sulla Montagnola e hanno chiuso tutte le porte. Il grosso dell'esercito è accampato fuori, ma se i bolognesi non consegneranno con le buone quelli che hanno picchiato l'austriaco, entreranno loro con le cattive. Qualche giorno prima a Sermide hanno ucciso diversi uomini e raso al suolo quasi tutte le case, perché quei valorosi non si volevano arrendere. E adesso vogliono fare lo stesso a Bologna.
Nino pensa che, appena consegnato il regalo, dovrà trovare il modo di uscire in fretta dalla città. Se non fosse così stanco dal viaggio probabilmente non avrebbe dormito, agitato com'è. Si è legato il prezioso pacco alla mano, per svegliarsi se qualcuno tentasse di rubarglielo.
Appena fa luce, si alza, controlla il sacco, si sistema alla meglio ed esce. Andrà a piedi, tornerà dopo a prendere il cavallo. Il problema è che lui sa la strada entrando da porta San Felice. È facile, bisogna andare sempre diritto, passi la grande piazza, passi le due torri e poco dopo c'è il palazzo di Rossini. Da lì non sa che strada prendere. La città è deserta, le botteghe sono chiuse, si sente solo il rumore di truppe che si stanno muovendo. Gira, provando a capire dove debba andare, all'altezza di via Malcontenti un cane gli si avvicina, lo fiuta e comincia a seguirlo. Prova a chiedere a un paio di persone che incrocia per strada dove sia la casa di Rossini, ma nessuno lo sa. "Strano, se uno viene a Busseto, tutti ti dicono qual è la casa di Verdi". Finalmente lui e il cane arrivano vicino alla grande piazza, è piena di austriaci. Adesso Nino vede le torri e sa dove deve andare. Fa caldo, ma d'altra parte siamo all'inizio di agosto. Per  fortuna ci sono i portici, proprio come a Busseto. E così puoi camminare all'ombra. A Nino piacciono i portici.
Ecco il palazzo, è facile da riconoscere, perché ci sono tutto intorno delle grandi scritte in latino. Nino prova a bussare, anche se vede che è tutto chiuso. "Forestiero, smettila di far rumore, non ti darà il tiro nessuno." Dalla casa di fronte è uscita una ragazza. "Rossini è partito in fretta e furia una settimana fa con tutti i suoi servitori. Sono andati a Firenze, lì la situazione è più calma. E non ci sono gli austriaci." "E io adesso che faccio?", Nino si mette a sedere sul primo scalino della porta del palazzo di Rossini, con le mani nei capelli, mentre il cane gli si mette accanto, continuando ad annusare. "Intanto alzati e vieni a mangiare qualcosa." La ragazza lo prende per mano e gli fa un largo sorriso. "E il cane è tuo?"
Nino si accorge solo adesso di quanto sia bella quella ragazza. Neppure a Busseto ha mai visto degli occhi così. Sono fermi sotto l'androne, mentre mangia il pane che la ragazza gli ha offerto, Nino le spiega perché è venuto a Bologna, per portare a Rossini un regalo di Verdi. Lei non sa chi sia Verdi, ma sa che Rossini è un gran musicista, anche se in città è più noto per i suoi pranzi. "Delle volte la sua cuoca mi chiede di accompagnarla quando va a fare la spesa e lui le fa comprare ogni ben di dio". Sarà il vino, sarà il sorriso della ragazza, Nino sta dimenticando perché è lì e non si preoccupa più di non aver trovato in casa Rossini. Anzi, è proprio contento.
Arriva di corsa un ragazzino. "Gilda, Gilda, presto, dobbiamo andare tutti in piazza davanti alla Montagnola. Gli austriaci hanno lasciato piazza Maggiore, ma certo stanno preparando qualcosa." La ragazza non fa in tempo a ringraziarlo, che è già corso via per chiamare altre persone. Va in casa ed esce con un vecchio fucile. "Devo andare." "Ma tu sei una donna." "Ci sono momenti in cui anche le donne devono combattere." "Posso venire con te?"
E così dopo pochi minuti Nino si ritrova nella grande piazza del mercato. Tutti quelli che non ha visto in strada sembra si siano radunati lì. Le donne sono tante. Ci sono anche tanti ragazzini. Le armi sono poche e a Nino sembrano piuttosto vecchie. Tutti guardano verso la Montagnola, verso i cannoni degli austriaci. Gilda ha presentato Nino a un gruppo di persone che abitano nella zona di porta Ravegnana. "È un patriota anche lui." Nino non è sicuro di essere un patriota, certo non gli piacciono gli austriaci, e poi se Gilda è una patriota, lo vuol essere anche lui.
La giornata passa in un clima di attesa. E di paura. Nino ascolta le storie di quello che è successo nel mantovano, delle case distrutte, dei raccolti bruciati. Nino è un contadino, per lui non c'è maggior peccato che distruggere il cibo. Non si capisce cosa vogliono fare gli austriaci, però bisogna vigilare.
Decidono che una parte di loro rimarrà in piazza. Gilda si offre volontaria, anche Nino decide di rimanere. Anche il cane rimane lì, è dalla mattina che sta vicino a Nino. Viene acceso qualche fuoco per illuminare la piazza. Qualcuno porta delle pagnotte di pane. Nino all'improvviso si ricorda della sacca che si porta dietro da due giorni: il regalo di Verdi. Tira fuori la spalla cotta che il Maestro fa preparare a Carlo, il suo norcino di fiducia. E' una specialità e a Rossini piace moltissimo. Il ragazzo chiede un coltello a uno dei suoi nuovi compagni e comincia a tagliare, come ha visto fare a casa. "Questa è roba delle mie parti, non ce l'avete a Bologna". Comincia con dei piccoli pezzi, perché sono in tanti che adesso si sono avvicinati a lui e a Gilda. Finalmente anche il cane riceve il premio per aver seguito il ragazzo. "Ecco tenete, questa spalla ve la manda il Maestro Giuseppe Verdi di Busseto". È la sera del 7 agosto 1848.

giovedì 10 ottobre 2019

Verba volant (718): taglio...

Taglio, sost. m.

Anche se faccio di tutto per mantenere il più rigido possibile il mio esilio dal mondo, ci sono notizie che arrivano comunque. E si tratta ovviamente di brutte notizie.
Ho saputo che con una grande maggioranza - che un tempo si sarebbe detta bulgara - praticamente tutte le forze politiche presenti in parlamento - di governo e di opposizione, di destra e di sinistra, vecchie e nuove - hanno votato una legge costituzionale per ridurre in maniera drastica il numero di deputati e senatori. Viste le condizioni politiche, immagino non ci sarà un referendum su questa modifica costituzionale: se ci sarà, annuncio fin da ora il mio inutile no.
Prima di tutto perché voglio continuare a essere ostinatamente fedele allo spirito e alla lettera della Costituzione del '48. Questa fedeltà è uno dei valori su cui ho sempre cercato, nel mio piccolo, di orientare la mia attività politica. E non vorrei smettere proprio adesso. La Costituzione del '48 è certamente figlia del suo tempo, forse non è perfetta, ma ha una sua organicità. Chi l'ha scritta - mettendoci peraltro parecchio tempo - lo ha fatto cercando di costruire un sistema con un suo equilibrio e anche una certa forma di armonia. Le riforme che abbiamo fatto noi, spesso frettolosamente, hanno spezzato questo equilibrio, hanno rotto questa armonia. E questa ultima non è certo da meno.
Sono troppi i deputati e i senatori? I Costituenti, approvando gli articoli 56 e 57, hanno stabilito rispettivamente che
La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila. 
A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore.
L'idea che ha animato gli autori della Costituzione è stata quella di garantire una rappresentanza politica piuttosto larga. Per fare un paio di esempi, dal nord al sud del nostro paese, Sesto San Giovanni e Pozzuoli sono città di circa ottantamila abitanti. Un deputato, se si impegna e lavora con coscienza, può conoscere molto bene una realtà di queste dimensioni e può essere conosciuto altrettanto bene dalle donne e dagli uomini che è chiamato a rappresentare. Rispetto al 1948 si può forse aumentare un po' questo rapporto, perché è più facile muoversi - allora il treno era praticamente l'unico mezzo per spostarsi - e ci sono strumenti tecnologici che rendono più facile la comunicazione - qualsiasi influencer scarso credo raggiunga gli ottantamila followers - ma se crediamo che la politica sia qualcosa di più che uno spot allora non possiamo modificare troppo questo scarto tra un eletto e i suoi elettori, considerando che tra gli ottantamila ci sono anche quelli che non l'hanno eletto, con cui il dialogo è oggettivamente più complicato. 
In questi anni, anche per colpa di quelli come me che hanno fatto politica negli ultimi tre decenni, abbiamo scavato un abisso tra i cittadini e la politica: diminuire il numero dei parlamentari, renderli ancora più "casta", servirà soltanto a far crescere questo fossato. Difendere la politica, difendere la repubblica parlamentare, significa anche mettere un deputato e un senatore in condizione di lavorare, e per farlo bisogna che conosca le persone che lo hanno eletto e che loro lo conoscano.
L'altro motivo per cui sono assolutamente contrario a questa cosiddetta riforma è che l'unico vero argomento che la sostiene è il risparmio: meno parlamentari significa meno soldi da spendere. Ma se questo è il tema, allora perché fermarsi a seicento parlamentari? Tra qualche anno qualcuno si sveglierà dicendo che quattrocento deputati e duecento senatori sono troppi e che si potranno risparmiare altre risorse riducendoli ancora. E una nuova larghissima maggioranza approverà questo nuovo taglio, e così via, fino a quando, come in un celebre romanzo di Agatha Christie, non ne rimase più nessuno. Il tema non è ridurre il numero dei parlamentari, ma ridurre le loro prebende. Vogliamo tagliare qualcosa? Tagliamo gli sprechi, tagliamo le spese inutili. Invece noi avremo meno parlamentari che prenderanno lo stesso stipendio che prendono ora. E quindi quei posti, anche perché progressivamente si ridurranno ancora, saranno sempre più ambiti, e quindi la corsa a uno scranno parlamentare sarà più dura. E chi si dimostrerà più fedele al capo di turno, chi dirà sempre di sì, che darà meno problemi, avrà garantito il suo seggio, a discapito di ogni altra considerazione.
Sospetto sempre quando tutti applaudono, e tanto più in un tempo infelice come questo, in cui regna incontrastata l'ignoranza. Non credo che avremo gli strumenti per opporci alla maggioranza, ma - almeno fin che potremo - diciamo no.

martedì 8 ottobre 2019

Verba volant (717): fantasma...

Fantasma, sost. m.

Quando Euripide scrive Elena il suo bersaglio non è la tradizione, non gli interessa raccontare una versione diversa del mito che generazioni di greci hanno sentito narrare fin da piccoli e hanno poi tramandato ai loro figli. Non vuole stupire, ma vuole raccontare tutta un'altra storia.
Fa un gioco con i suoi spettatori, che certamente conoscono, oltre al mito, un'orazione di uno dei più celebrati tra i sofisti, Gorgia da Lentini, che in quegli anni è molto attivo ad Atene, perché lì c'è una fiorente richiesta della sua mercanzia, ossia la capacità di parlare e di convincere, di trasformare il falso in vero e il vero in falso. E Gorgia, con un'astuta strategia di marketing, ha scritto e recitato nei migliori salotti della città un'orazione dedicata proprio alla moglie di Menelao, con l'obiettivo di dimostrare che non è stata sua la colpa se è scoppiata la guerra di Troia. Il sofista che può dimostrare qualunque tesi, dice che è possibile perfino scagionare quella che per gli antichi greci è la peccatrice per antonomasia, l'adultera, la causa della guerra che ha provocato infiniti lutti agli achei e la distruzione di una delle più antiche città dell'Asia.
Elena è innocente - spiega il sofista venuto dalla Sicilia - perché o è stata rapita o è stata convinta dalla forza delle parole di Paride oppure si è innamorata o semplicemente è così che hanno voluto gli dei. In nessun caso Elena avrebbe potuto opporsi, né al volere degli dei né all'amore né alla forza di quell'uomo venuto da oriente né al potere delle parole, capace di incantare. Gorgia, mentre racconta la storia di Elena, presenta se stesso come una sorta di mago, un mago che è pronto a vendere - naturalmente a caro prezzo - i propri segreti. Euripide certamente conosce l'Encomio di Elena, forse l'ha ascoltato dallo stesso Gorgia in casa di qualche ricco ateniese: il loro "giro" era pressoché identico e quasi certamente si sono conosciuti. Forse anche lui è rimasto incantato dalle parole di Gorgia, ma ha capito che il sofista non stava davvero difendendo Elena, stava solo vendendo la propria abilità.
Invece a Euripide interessa sapere cosa è successo davvero a quella donna destinata a sopportare una tale infamia e così - rielaborando una versione del poeta Stesicoro - racconta che Era, per vendicarsi di Paride che aveva assegnato ad Afrodite il pomo d'oro per la dea più bella, nel momento in cui Elena stava per essere condotta sulla nave troiana, ha fatto uno dei suoi potenti incantesimi: a Troia sarebbe andato un simulacro della donna,
un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo
mentre la vera Elena è stata condotta da Ermes in Egitto e messa sotto la protezione del re Proteo.
E la tragedia - peraltro una strana tragedia, in cui non muore nessuno e con il lieto fine - comincia proprio sulla tomba del vecchio re. Sono passati diciassette anni, Elena è ancora molto bella e la sua bellezza è l'oggetto del morboso desiderio del nuovo re, Teoclimeno, meno rispettoso rispetto a quanto lo sia stato il padre della storia triste di quella famosa esule. E così noi conosciamo questa donna matura, che vive la sua bellezza come una maledizione. E che, pur lontana dalla sua patria, deve soffrire per quelle storie di cui è l'involontaria protagonista negativa. Sua madre Leda è morta di dolore, i suoi fratelli, i divini Dioscuri, si dice che si siano uccisi per la vergogna di avere una tale sorella. Elena è una donna sola, ma, nonostante tutto quello che le è accaduto, è molto forte.
La protagonista di Euripide non è certamente la donna succube raccontata da Gorgia, quella che non ha colpa perché non poteva fare altrimenti, perché qualcuno o qualcosa è sempre più forte di lei. Elena di Euripide è invece il motore di tutta l'azione. Elena non è una donna rassegnata, è lei che, avuta la fortuita opportunità di incontrare finalmente il suo sposo Menelao, giunto in Egitto insieme a pochi compagni e a quella visione che crede ancora essere sua moglie, prende in mano le redini del gioco e lo conduce fino alla fine con un'intelligenza brillante. Euripide vuole che ricordiamo Elena non perché è bella, anzi la donna più bella mai esistita, ma perché è πολύτροπα, la donna dal multiforme ingegno.
E' lei che convince Menelao, che invece per tutta la rappresentazione ci appare in balia dei flutti, veri e metaforici, e che diventa capace di agire solo quando segue le direttive della propria sposa, è lei che sa trovare, con una tecnica retorica degna di un sofista, l'indispensabile alleanza con la sorella del re, l'indovina Teonoe, che avrebbe facile gioco a smascherare l'inganno, ma che si lascia convincere grazie a una sorta di richiamo femminista, ed è sempre lei che alla fine trova il modo di farsi consegnare dallo stesso re le armi e soprattutto la nave per fuggire. E' quando Elena agisce che diventa davvero irresistibile.
Come ho detto Elena non è una tragedia, almeno non come l'intendeva Aristotele e come si aspettava il pubblico di Atene. Non muore nessuno durante il dramma. Anche perché sono morti tutti prima, durante i dieci anni della guerra e nei sette anni di peregrinazioni. Il dramma di Elena è anche quello di essere una specie di sopravvissuta.
Ma quando Menelao racconta a uno dei suoi servi cosa è successo, la storia del fantasma e della vera Elena, questi rimane allibito e poi urla al suo re:
vuoi dire che abbiamo sofferto invano per una nuvola?
Euripide sorride amaro di fronte all'ingenuità di questo soldato, che da diciassette anni è lontano dalla propria casa, per seguire non un fantasma, ma l'ambizione del proprio re. E ha compassione della sua stoltezza, che non gli fa capire che la guerra sarebbe stata altrettanto stupida e inutile se Elena non fosse stata un fantasma.

domenica 6 ottobre 2019

Verba volant (716): loggione...

Loggione, sost. m.

Ricordo ancora con precisione una pagina del sussidiario delle elementari - ebbene sì, ai miei tempi c'era ancora il sussidiario - dedicata all'unità d'Italia: intorno alla cartina del paese finalmente riunificato c'erano i ritratti di Cavour, Garibaldi, Mazzini, Verdi e Manzoni. Il volto di Verdi era quello disegnato da Giovanni Boldini, che io conoscevo bene, perché era sulle banconote da mille lire, un altro degli oggetti il cui ricordo dimostra la mia età. Quello di Manzoni invece era quello celeberrimo di Francesco Hayez. Quell'immagine mi è sempre rimasta in mente anche negli anni successivi, quando ho potuto studiare cosa è stato davvero il Risorgimento italiano, al di là delle edificanti favolette raccontate con un'eccessiva enfasi retorica ancora agli inizi degli anni Settanta, in quel libro destinato alle scuole elementari. E ho sempre trovato significativo che uno scrittore e un musicista fossero tra quei ritratti: è il segno che la storia dei popoli è qualcosa di più complesso del mero succedersi di eventi politici e militari, il segno del valore e dell'importanza della cultura nella storia. E ripensandoci è curioso che tra i cinque "fondatori" dell'Italia ci sia anche Giuseppe Mazzini, che ai tempi era considerato più o meno quello che oggi noi chiameremmo un terrorista.
Comunque quegli uomini erano tutti vecchi; almeno così erano rappresentati nel mio sussidiario. Eppure non erano così vecchi quando hanno fatto, ciascuno a proprio modo, l'Italia: Camillo Benso di Cavour è diventato presidente del consiglio del Regno di Sardegna a 41 anni, Giuseppe Garibaldi ne aveva 53 quando è sbarcato a Marsala e Giuseppe Mazzini 44 quando è diventato triumviro della Repubblica romana. Alessandro Manzoni pubblica la prima edizione de I promessi sposi a 42 anni e Verdi ne ha soltanto 29 quando il Nabucco debutta alla Scala.
Ho l'impressione che spesso noi, sia quando studiamo la storia sia quando andiamo a teatro o leggiamo un libro, dimentichiamo questi fondamentali dati biografici. Se c'è nel nostro paese un genere teatrale che appare sussiegoso e pomposo quello è senz'altro l'opera lirica. Purtroppo il teatro d'opera è diventato il terreno di pastura di vecchi - e vecchie - parrucconi, del peggior conservatorismo italico, che pure si manifesta in tanti altri settori della nostra società. Eppure Giuseppe Verdi prima di diventare un "classico" del teatro, prima di diventare il "padre della patria" da mettere sulle mille lire e nei sussidiari delle scuole elementari, è stato un autore a suo modo rivoluzionario, che avrebbe sbeffeggiato quelli che oggi lo celebrano con tronfia ignoranza, dai loggioni e dalle pagine culturali dei giornali, quelli che "difendono" Verdi da ogni interpretazione moderna, quelli che pretendono che le opere siano sempre fatte in un unico modo.
E, alla faccia di tutti i conservatori, Verdi era un autore che oggi definiremmo provocatorio, che proprio per questo ha avuto molti problemi con la censura e non ha sempre incontrato il favore del pubblico del suo tempo. Giuseppe Verdi ha spesso raccontato storie in cui il motore principale è il potere, in cui ha cercato di svelarne i meccanismi più profondi, e questo naturalmente tende a non piacere a chi quel potere lo esercita.
Per questo Verdi è stato spesso censurato, più o meno duramente, in diversi parti d'Italia. Ad esempio quando ha cercato di mettere in scena l'assassinio - tentato o compiuto - di un re. Si tratta evidentemente di un tema che ai re un po' disturba e che quindi i loro servi cercano di evitare. E così il re di Francia protagonista del dramma di Victor Hugo Le roi s'amuse è dovuto diventare il molto meno compromettente duca di Mantova del Rigoletto, visto che i duchi a Mantova non c'erano più. E allo stesso modo il re di Svezia Gustavo III, ucciso in scena nel dramma di Daniel Auber, diventa Riccardo, governatore di Boston negli anni dell'America coloniale, per permettere a Verdi di superare la censura e mettere in scena Un ballo in maschera. Verdi soffre per queste censure, che rendono meno forti le sue opere: sempre in Un ballo in maschera i censori tentano di trasformare Amelia nella sorella di Renato, per rendere meno "morbosa" la vicenda.
Ma Verdi dà scandalo non solo per come racconta la politica, ma anche per come descrive la società. Quando nel 1853 mette in scena alla Fenice di Venezia La traviata, raccontando la storia di una prostituta nel bel mondo di Parigi, Marie Duplessis - la donna che Dumas chiama Marguerite Gautier e Verdi Violetta Valery - è morta da appena sei anni: è una storia d'attualità, una sorta di istant-opera. Verdi getta in faccia al pubblico di benpensanti la "loro" storia, visto che proprio loro potevano essere stati "clienti" di Violetta. E infatti i gestori del teatro si affrettano a scrivere nella locandina che la scena si svolge a "Parigi e vicinanze nel 1700 circa". Molto circa. Un tentativo di rendere digeribile agli spettatori qualcosa che Verdi voleva li disturbasse.
E in fondo Verdi, anche da vecchio, anche da "padre della patria", è rimasto uno spirito anarchico, visto che la sua ultima opera, Falstaff, si chiude con il celebre verso
tutto il mondo è burla.
L'ultimo sberleffo di un rivoluzionario ottantenne in faccia ai potenti e ai loro servi, in faccia ai conservatori di ogni risma.

sabato 5 ottobre 2019

Verba volant (715): tortellino...

Tortellino, sost. m.

La cucina non è - con buona pace di Pellegrino Artusi - una scienza esatta. E credo che - leggendo con attenzione il suo libro di ricette - il gran romagnolo fosse il primo ad esserne consapevole.
E infatti come non esistono in natura due fiocchi di neve uguali - anche se la fisica statunitense Nancy Knight ne ha trovati e fotografati due perfettamente identici, ma ci ha messo anni - così non esistono due tortellini uguali. O comunque ci vorrebbe troppo tempo per scoprirli. Sono troppe le varianti. Cambiano le mani di chi prepara la sfoglia e di chi fa il ripieno, cambiano - anche impercettibilmente - le dosi degli ingredienti e soprattutto sono diversi i loro sapori, perché la mortadella non è sempre uguale, così come il parmigiano e così per ogni altra cosa necessaria alla ricetta. E ogni brodo è diverso dall'altro. Non credo sia necessario sottolineare che chi scrive considera i tortellini alla panna un'invenzione del demonio. Ma soprattutto ogni tortellino è diverso perché cambiamo noi che li mangiamo. E' migliore un tortellino fatto a mano, secondo la ricetta custodita in Camera di commercio, e cotto in brodo di cappone o un tortellino prodotto nel pastificio di un noto imprenditore veneto, cotto nel brodo versato da una scatola di tetrapak? Naturalmente il secondo, perché proprio la sera che avete mangiato quei tortellini industriali tua moglie ti ha detto che gli esami avevano confermato che dopo qualche mese sarebbe nata vostra figlia, mentre quei tradizionalissimi tortellini bolognesi li hai mangiati a casa di tua madre durante un ipocrita e interminabile pranzo di Natale insieme a parenti che detesti - peraltro ricambiato - oppure durante una noiosissima cena di lavoro nel miglior ristorante della città, insieme a colleghi con cui non vorresti prendere neppure un caffè.
Zaira mi dice che nei giorni scorsi a Bologna si è fatto un gran parlare di tortellini, e del loro ripieno. I tortellini possono essere usati come uno strumento di accoglienza? Immagino di sì. Anche se l'accoglienza non dipende né dai tortellini né dal loro ripieno. Io vivo in una città emiliana in cui la pasta ripiena tradizionale non prevede carne di maiale e in particolare nella mia zona è diffusa una variante che non prevede alcun tipo di carne, ma solo parmigiano e pane grattato. Non per questo la mia città è più accogliente. Anzi.
Credo che favorirebbe maggiormente l'accoglienza impedire ai difensori della purezza dei tortellini - e anche a quelli che difendono i tortellini di pollo, perché l'integrazione fa chic - di affittare le loro case in nero. Chissà in quanti rispettabilissimi ristoranti bolognesi ci sono stranieri che lavano i piatti o magari fanno i tortellini secondo la ricetta tradizionale depositata in Camera di commercio, lavorando rigorosamente in nero?

giovedì 26 settembre 2019

Verba volant (714): schiava...

Schiava, sost. f.

Nella Rane, quando Euripide cerca di accampare a proprio merito di aver dato la parola nei suoi drammi a tutti, anche alle donne e agli schiavi, il vecchio Eschilo gli risponde che per questo avrebbe meritato piuttosto la morte. Ma come - ribatte Euripide - io agivo da democratico. E qui interviene Dioniso, che è il giudice della contesa - un giudice che sappiamo assolutamente parziale, che si è già espresso a favore di Euripide, anzi che è sceso negli inferi proprio per riportarlo sulla terra - e gli dice: lascia stare la democrazia, non è roba per te. Aristofane che mette in scena questa contesa - e che è un deciso avversario di Euripide - sembra dirci: attenzione, cari spettatori, non fate l'errore di questo autore, una cosa è la democrazia e un'altra l'uguaglianza, perché la democrazia funziona solo se ci sono gruppi, le donne e gli schiavi, che hanno meno diritti dei maschi liberi, se ci sono alcuni che sono meno uguali degli altri.
Quando Aristofane scrive questi versi probabilmente ha in mente, tra le molte tragedie di Euripide, Ecuba, la cui protagonista è donna e schiava. Ma non smette mai di essere regina.
La tragedia comincia - come Amleto - con lo spettro di un uomo che racconta da chi e come è stato ammazzato. E' Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo ed Ecuba, che i genitori hanno mandato alla corte di Polimestore, per salvargli la vita nel caso Troia fosse caduta. Ma il re tracio, quando vede la città bruciare, decide di violare il patto di ospitalità: fanno gola le grandi ricchezze che Priamo ha dato al figlio e poi è sempre meglio schierarsi con i vincitori, con i nuovi padroni dell'Egeo.
Ecuba non sa ancora cosa è successo a Polidoro, ma è turbata per la sorte dei propri figli. La flotta greca non riesce a partire, non c'è un alito di vento e il mare è completamente piatto. I soldati sono in subbuglio. Appare un altro spettro, questa volta è quello di Achille, che dice che i greci potranno partire solo se sarà vendicato, se sarà uccisa la donna che è stata la causa della sua morte, Polissena, un'altra delle figlie di Priamo ed Ecuba. La bellissima giovane ha finto di ricambiare l'amore di Achille solo per carpire il segreto della sua invulnerabilità: è solo grazie a lei se Paride ha potuto scoccare la freccia mortale che ha colpito il tallone del guerriero greco.
Neottolemo vuole che sia rispettata la volontà del padre, Agamennone naturalmente rifiuta, perché Achille gli è nemico anche da morto e perché non vuole uccidere la sorella di Cassandra, la donna che ama, anche se è una schiava. Odisseo però - è lui che al solito deve risolvere queste questioni - riesce a convincere Agamennone e i greci che il sacrificio deve essere compiuto: come all'inizio c'è stato, in un'analoga situazione, quello di Ifigenia.
Come al solito la morte non avviene in scena, ma è raccontata da un messaggero, in questo caso Taltibio. E l'araldo descrive la morte di Polissena, che pretende di offrirsi volontariamente alla spada di Neottolemo: vuole morire da donna libera e non da schiava. Agamennone, che presiede al sacrificio, acconsente, e sembra che perfino Neottolemo vacilli nel momento di compiere la propria vendetta, e comunque fa in modo che la morte sia rapida e rispetta il cadavere. La schiavitù non esiste in natura, come crederà ancora qualche decennio dopo questa tragedia Aristotele: Polissena è nata libera e, nonostante quello che è successo alla sua famiglia e alla sua città, rimane sempre tale.   
Ecuba deve seppellire la propria figlia, invia un'ancella sulla spiaggia per prendere una brocca d'acqua di mare con cui pulire il corpo, ma la giovane torna con un tragico carico: il cadavere di Polidoro che le correnti hanno spinto fino lì. Ecuba sembra sul punto di impazzire, ma è proprio in questo momento che, anche se formalmente è una schiava, torna a essere la regina di Troia, quella che, morto Priamo, è chiamata a reggere il suo popolo, per quanto sconfitto e disperso. E' la regina che tratta con il suo pari Agamennone e si accorda per vendicarsi su Polimestore, è la regina che, attirato il re tracio con l'inganno nella sua tenda, guida le donne troiane, ne uccide i figli e lo acceca, ed è ancora la regina che, di fronte ad Agamennone - che, sopraggiunto alle grida di Polimestore, è chiamato a giudicare l'accaduto - difende la sua vendetta, accusando l'uccisore di Polidoro di aver violato, per cupidigia, il patto di ospitalità. E proprio in forza di questi argomenti, il verdetto del re di Micene sarà favorevole alla donna.
Non esiste la schiavitù, ci dice Euripide. Un'idea eversiva per il pensiero comune dell'Atene di quel tempo, la cui economia si reggeva grazie al lavoro degli schiavi che, impiegati nelle botteghe e coltivando i campi, permettevano ai loro padroni di partecipare alla vita politica e sociale della città, e che, lavorando nelle miniere d'argento del capo Sunio, assicuravano alla città le risorse per armare la più potente flotta dell'Egeo. E - ci dice ancora - non è più accettabile che le donne abbiano meno diritti degli uomini. Un'idea eversiva per il pensiero comune dell'Atene di quel tempo, che infatti gli preferì sempre altri autori di tragedie. Un'idea che, dopo appena duemilacinquecento anni, sembra ancora eversiva.

martedì 24 settembre 2019

Verba volant (713): gazzosa...

Gazzosa, sost. f.

Lo confesso: amo la gazzosa. Ma notoriamente io sono antico, un residuo del Novecento. E amo birra e gazzosa. In Francia ho scoperto che i supermercati te la vendono già fatta: si chiama panaché. Buona, ma ti toglie il gusto di mescolare i due ingredienti, di scegliere i dosaggi, a seconda della voglia, del gusto, o delle possibilità, perché oggettivamente la gazzosa è sempre costata meno della birra e quindi c'è stato un tempo in cui era molto più la prima rispetto alla seconda. Come quando avevo un mosquito e facevo io la miscela, anche se in quel caso le dosi erano obbligate. Forse mi piace fare birra e gazzosa più di quanto mi piaccia berla.
Zaira - che, come sapete, legge i giornali - mi ha raccontato una storia capitata in questi giorni, una storia di ordinario capitalismo. C'è questo "superdroghiere", uno che va molto di moda, uno che va sempre in televisione a pontificare su tutto, che vi ha venduto per anni, a caro prezzo, una marca di gazzosa, e ve l'ha venduta facendovi credere che bere quella gazzosa fosse un gesto a suo modo rivoluzionario. E così voi, un po' perché in buona fede ci avete creduto e un po' perché volevate fare i "fighetti", avete comprato in massa la sua gazzosa, per far vedere che non compravate una molto più nota bevanda gassata, uno dei simboli del più bieco capitalismo. Poi questa bevanda scura ed eccitante la bevete comunque, magari di nascosto, magari giustificandovi, quando siete scoperti, dicendo che l'avete ordinata perché non c'era la gazzosa, anzi non c'era quella gazzosa lì. Comunque sia, avete contribuito a rendere ricco il droghiere, che, per diventarlo ancora di più, ha deciso di vendere la vostra marca preferita di gazzosa, quella che vi fa essere così di moda e così di sinistra, alla stessa multinazionale che produce la bevanda gassata del diavolo. Un po' vi sta bene, così imparate a diffidare di ogni ciarlatano che passa per la strada.
Chissà se nel 1840 era di moda bere la gazzosa? Forse non così come oggi, anche perché non c'era ancora la bevanda scura, che nella seconda metà del Novecento è diventata globale, uno dei simboli della pax americana. Però c'è stato un tempo in cui anche la gazzosa era, a suo modo globale. Infatti la prima gazzosa di cui siamo certi risale proprio a quell'anno, prodotta a Ceylon - che non si chiamava ancora Sri Lanka - quando l'isola, ceduta dagli olandesi, era un dominion della corona britannica. In quest'isola la Clarke Romer & Co produceva una bibita gassata al limone. Sappiamo che in quegli anni c'è stata un'epidemia di colera e probabilmente la diffusione di queste bottigliette sigillate con quello sciroppo dissetante aveva anche uno scopo igienico. Comunque, a largo di Kirinda, è stata recuperata una nave che, nonostante il naufragio, conservava ancora intatte alcune casse di bottigliette di gazzosa, la prima gazzosa industriale della storia.
Perché pare che la gazzosa l'abbiano inventata in Svizzera. E se fosse vero dovremmo ripensare allo sprezzante giudizio di Orson Welles, che Nel terzo uomo dice che quel popolo in cinquecento anni di pace e democrazia è stato capace di produrre solo orologi a cucù. Sono stati gli svizzeri a sperimentare che in una bottiglia d'acqua che contiene sciroppo aromatizzato al limone, chiusa con un tappo di sughero, fissato con il ferro - come lo champagne - alla lunga, esattamente come il vino, si attiva un processo di fermentazione provocando quelle dissetanti bollicine. Però fu un inglese, Hiram Codd, a brevettare un sistema per cui la bottiglia veniva chiusa da una biglia di vetro, che bastava far scendere, facendo uscire un po' di gas, per poter bere quella bibita rinfrescante, diventata quindi lo "champagne della palletta". Visto che adesso il sistema di Codd non si può più usare per ragioni igieniche, i puristi difendono il tappo a macchinetta, mentre noi accettiamo ormai la gazzosa in bottiglie di vetro con il tappo a corona e anche in bottigliette in plastica. Non so si ci sono i brick in tetrapack, non so se esiste l'equivalente del Tavernello per la gazzosa. Se non ci fosse credo bisognerebbe inventarlo: cosa c'è di più squisitamente proletario? 

sabato 21 settembre 2019

Verba volant (712): tela...

Tela, sost. f.

Carissima Charlotte,
mi manchi tanto. Qui è dura: alla mattina seguo le lezioni alla League, il pomeriggio torno a casa, dormo qualche ora e poi alla sera, fino alle due, sono a servire hamburgher e chili da Mel. Ogni giorno passo almeno un paio d'ore in metropolitana. Però New York è bellissima, non vedo l'ora che tu possa vederla.
Il professor Brown mi incoraggia, dice che ho talento. Per fortuna spendo poco per i corsi qui alla Art student League. Lo stipendio è davvero basso, ma quando non ci sono clienti posso disegnare. Mel mi chiama Van Gogh. Due notti fa ho venduto un ritratto a un cliente: mi ha dato un nichelino. Lo voglio conservare: sarà il mio portafortuna.
Ti amo.
Tuo Jack

Carissima Charlotte,
mi è servito fare il cameriere nel ristorante di zia Judith a Baltimora. Non lavoro più da Mel. Mi hanno assunto al Four seasons a Park avenue: è il più bel ristorante di Manhattan. Lo hanno aperto da nemmeno un anno. Pensa che è stato progettato da uno dei più importanti architetti tedeschi. E' splendido, sembra un tempio, tutto vetro e bronzo.
E anche il ristorante è stato progettato dagli stessi architetti. Per dividere le due sale c'è il sipario che Picasso ha disegnato per un balletto a Parigi e su una parete c'è un grande quadro di Jackson Pollock.
E' incredibile essere qui. Due sere fa sono venuti a cena Katharine Hepburn e Spencer Tracy. Ieri c'era il sindaco di New York. Tra tre giorni ci sarà il compleanno di Rockfeller. In mezzo a una delle due sale c'è una piscina e agli angoli quattro alberi che cambiano quattro volte l'anno, a ogni stagione. Qui non ho più tempo di disegnare. E dormo sempre poco. Però il nichelino sta funzionando.
Ti amo.
Tuo Jack

Carissima Charlotte,
ieri sera sono venuti a cena Mark Rothko e sua moglie e li ho potuti servire io. I suoi quadri mi interessano molto, anche se sono così diversi dalle cose che dipingo io. A volte sono inquietanti. Dicono che tra qualche settimane saranno finalmente pronte le grandi tele che ha dipinto per il ristorante. Sembra che per questo lavoro verrà pagato 35mila dollari. E' così strano immaginare i suoi quadri nel ristorante.
Rothko fuma di continuo. Mentre gli ho portato l'aragosta, gli ho detto che sto studiando alla League: so che c'è stato anche lui. E' stato gentile. Io gli ho detto che sono felice che ci saranno i suoi quadri. Mi ha guardato con un'aria strana.
Ti amo.
Tuo Jack

Di dove sei ragazzo?
Di Baltimora. La mia fidanzata Charlotte vive ancora lì, ma presto verrà anche lei a New York.
E porteresti Charlotte a cena qui?
No di certo, non potrei mai permettermelo, signor Rothko.
Ecco, mi fa arrabbiare dipingere qualcosa che tu e Charlotte non potreste mai vedere. Dipingere qualcosa solo per i più ricchi bastardi di New York che vengono qui a mangiare e a farsi vedere.
Con tutto il rispetto, signore, sapeva che ristorante era.
Hai ragione. Ma sono stato tentato dall'idea di intrappolare questi stronzi in una stanza dove tutte le porte e le finestre fossero murate. E ho dipinto i quadri così, per rovinare loro l'appetito. Ma ora non lo so...

Caro Jack,
stamattina è arrivata una ditta di trasporti e mi ha consegnato un quadro. Per te e per me. Nel biglietto c'è solo la firma: Rothko.

giovedì 19 settembre 2019

Verba volant (711): popolare...

Popolare, agg. m. e f.

Il 22 febbraio 1955 debutta alla Scala di Milano Porgy and Bess. Si tratta di una tappa importante di una tournée organizzata e finanziata dal Dipartimento di stato che toccherà nel dicembre di quello stesso anno Mosca: sono gli anni della Guerra fredda ed è la prima volta dalla Rivoluzione d'ottobre che una compagnia statunitense si esibisce in Unione sovietica.
Al di là di ogni altra motivazione politica e propagandistica - il piano Marshall è finito da pochi anni e nelle intenzioni americane bisogna cominciare una nuova fase in cui la cultura di massa ha una funzione essenziale - portare Porgy and Bess alla Scala vuol dire che si considera a tutti gli effetti quel lavoro un'opera. Ed effettivamente capire cosa sia questo lungo spettacolo di George Gershwin è stata negli anni precedenti una delle questioni che ha appassionato e diviso il pubblico e la critica. Porgy and Bess è un musical o un'opera lirica? Ha delle caratteristiche dell'uno e dell'altro, eppure i puristi dell'opera non riescono a considerarla tale e gli appassionati del musical non credono che lo sia. E infatti nel 1935 ha avuto solo centoventiquattro repliche a Broadway, un risultato deludente per Gershwin.
Ma se lo aveste chiesto a lui, vi avrebbe risposto certamente che Porgy and Bess è un'opera, anzi la prima opera veramente americana. Questo giovane e ambizioso musicista di New York, i cui genitori sono emigrati ebrei di origine ucraina e lituana, quando scrive Porgy and Bess pensa a Giuseppe Verdi, che lui ama moltissimo, pensa in particolare alla cosiddetta "trilogia popolare". Racconta una storia di un passato recente, come fa Verdi con La traviata. Racconta una vicenda dalla trama complessa, come fa Verdi con Il trovatore. Ma soprattutto racconta, come fa il grande musicista di Busseto, la sconfitta degli ultimi, di un mendicante zoppo - un altro Rigoletto - e di una donna che la sua comunità considera ormai perduta. E, sempre come Verdi, racconta la vittoria dei cattivi. Sportin' life potrebbe benissimo cantare La donna è mobile mentre va a New York insieme a Bess e noi sappiamo che poco dopo la abbandonerà, perché per lui quella donna è solo un capriccio. Porgy è un Manrico che riesce a uccidere il suo rivale, ma che perderà comunque la donna che ama. Porgy and Bess è una storia di vedove e di orfani e di un potere che è indifferente, quando non nemico, verso questi ultimi. Sono convinto che il Maestro Verdi avrebbe trovato questa storia l'occasione per scrivere della grande musica.
Gershwin definisce - forse pensando proprio a Verdi - Porgy and Bess una folk opera, un'opera popolare. E spiega che proprio per questo la musica doveva essere ugualmente popolare. Ma egli non ha voluto usare materiale già pronto, che pure conosceva e amava, ma ha voluto scrivere la "sua" musica popolare, per dare un'unità stilistica all'intera opera. E così questo ebreo di Brooklyn si è messo a studiare la musica dei neri - vivendo per qualche mese a Charleston in Carolina del sud -perché per scrivere un'opera davvero autenticamente americana occorreva partire dall'unica musica autenticamente americana, ossia la musica dei neri.
E questo sarà - insieme alla difficoltà di capire cosa sia quella "cosa nuova" scritta da Gershwin - il vero motivo che per molti anni impedirà a Porgy and Bess di essere considerata davvero la prima opera lirica americana. Nell'America degli anni Trenta per molte persone i "negri" sono ancora cittadini inferiori, ed è uno scandalo una compagnia di cantanti lirici neri. E Todd Duncan, l'attore che impersona Porgy nella prima stagione dell'opera, che è anche un attivista della sua comunità, deve lottare affinché il National theater di Washington permetta anche ai neri di assistere allo spettacolo: sarà la prima volta per il più grande teatro della capitale. Ma Porgy and Bess non piace neppure ai neri, che accusano il librettista Edwin DuBose Heyward, esponente di una delle famiglie bianche più antiche della Carolina, e lo stesso Gershwin di aver scritto un'opera fondamentalmente razzista, in cui i neri risolvono ogni questione con la violenza e in cui droga, alcool e gioco d'azzardo sono "pilastri" di quella comunità. Duke Ellington, uno dei più grandi compositori di quell'epoca, sarà uno dei pochissimi artisti neri a difendere l'opera. Ci vorranno diversi decenni - questo giudizio sprezzante sull'opera di Gershwin rimane anche negli anni Sessanta e Settanta, negli anni in cui la lotta per i diritti si fa più accesa - perché la comunità nera degli Stati Uniti riconosca il vero valore di questa opera, anche nella sua durezza, anche nel mostrare personaggi neri assolutamente negativi. Ci sono voluti decenni ai neri degli Stati Uniti per capire che Porgy and Bess è stato il tentativo di uno dei più grandi musicisti del Novecento di far capire al resto dell'America e poi a tutto il mondo la grandezza della cultura dei neri. E dopo Gershwin sarà un altro bianco geniale, Elvis Presley, di una città non troppo lontana da Catfish Row, a rendere lo stesso omaggio alla musica nera, ma attraverso il rock'n'roll.
E come Verdi regala a Leonora la splendida aria Tacea la notte placida, in cui la giovane canta la gioia del suo amore, un amore destinato a finire in tragedia, così Gershwin - con le parole di suo fratello Ira e dello stesso Heyward - fa cantare a Clara, nel primo atto, la splendida Summertime, una dolce ninnananna per la sua bambina. E' certamente il brano più famoso dell'opera, che anzi ha in qualche modo oscurato la fama di Porgy and Bess.
Summertime, and the livin' is easy.
Fish are jumping, and the cotton is high.
Your dad is rich, and your mother good lookin',
so hush little baby, don't you cry.
Sono versi carichi di speranza, di gioia per il futuro. Ma quando nel terzo atto è Bess a cantare questa dolce ninnananna, sempre alla bambina di Clara, quei versi diventano un macigno: il padre e la madre della bambina sono morti. Il suo futuro, come quello di Bess, è ormai segnato.  

martedì 17 settembre 2019

Verba volant (710): brutto...

Brutto, agg. m.

La guerra di Troia è un conflitto senza soldati, almeno così ce la racconta Omero, che regolarmente si dimentica di loro. Al massimo li descrive come gli spettatori - ovviamente interessati - degli scontri tra gli eroi. I soldati di Omero sono in sostanza una claque. Eppure sappiamo che ci sono: ogni eroe greco è il capo di un proprio esercito personale, e più questo è numericamente consistente più la voce di quell'eroe è ascoltata nei consigli di guerra. Anche in questo caso i soldati sono soltanto numeri, utili per "sedersi al tavolo della pace".
Ma esattamente cosa fanno i soldati nell'Iliade? Sono i rematori che hanno condotto lì le navi, sono quelli che hanno costruito l'accampamento, sono quelli che gestiscono i rifornimenti e la salmeria, verosimilmente saranno loro a costruire il cavallo. In sostanza i soldati di Omero sono artigiani e contadini che lavorano per il loro signore. E qualcosa del genere avviene anche nel campo troiano. Combattono anche, ma le loro battaglie, in cui muoiono - da una parte e dall'altra - non meritano mai un racconto.
A un certo punto però questi invisibili riappaiono. E' il nono anno di guerra: il momento peggiore per l'esercito greco, perché Achille ha deciso di ritirarsi, adirato con Agamennone per il possesso di una schiava. Non esattamente un nobile motivo. L'autorità del re di Micene vacilla, gli altri re sono sempre meno disposti a seguirlo: neppure loro amano quel presuntuoso di Achille, ma capiscono che anche a loro potrebbe succedere la stessa cosa. A questo punto Agamennone si ricorda che ci sono i soldati e quindi decide di fare una bella operazione "democratica" per legittimare il proprio potere. Convoca tutte le truppe, spiega che ormai la situazione è perduta, che - sottinteso per colpa di Achille - Troia non cadrà e quindi chiede loro cosa fare. Naturalmente i soldati non possono davvero scegliere: hanno solo l'opzione di chiedere al loro duce di continuare a combattere. E Agamennone confida nella loro avidità: conquistare Troia significa saccheggiarla e ci saranno oro e donne per tutti. Si sta per ratificare il voto favorevole a continuare la guerra, ma a questo punto prende la parola Tersite. Va bene, torniamo a casa - dice il greco - siamo stanchi di questa guerra. E rinfaccia ad Agamennone la sua avidità, il suo attaccamento morboso alle ricchezze, lo accusa anche per la vicenda di Briseide, usando peraltro parole meno violente e volgari di quelle usate da Achille poco prima contro lo stesso Agamennone. Tersite dice la verità, dice quello che molti soldati pensano, ma non hanno il coraggio di dire.
Agamennone - come al solito - non sa cosa fare. E' Odisseo che risolve la questione, sicuramente maledicendo in cuor suo il re di Micene per quella idiozia del referendum. Il re di Itaca non usa la sua celebre astuzia, né la sua proverbiale oratoria. Semplicemente afferra lo scettro e riempie di botte Tersite finché questo scappa in lacrime verso le navi. L'autorità è ripristinata e i soldati - lieti dello scampato pericolo - deridono Tersite. La guerra continua.
E Tersite continua a parteciparvi. Anche Achille ha ripreso il suo posto. In uno scontro uccide la fortissima regina delle Amazzoni, Pentesilea, che in precedenza ha già sconfitto molti greci. Come uso le toglie le armi e accorgendosi di quanto sia bella, ancora carico di testosterone dalla battaglia, la possiede. Un atto che non fa onore al più valoroso dei greci. Tersite, ancora una volta, non sta zitto e denuncia questa oltraggiosa necrofilia. E Achille reagisce esattamente come Odisseo, con la forza, ma questa volta uccide quel piantagrane, che ha questa odiosa abitudine di dire sempre la verità.
La forza però non basta. Bisogna trovare una soluzione più efficace. E definitiva. Se ne occuperà Omero, nel suo ruolo di ministro della propaganda degli achei. Tersite è brutto - ci racconta il poeta - è zoppo, è gobbo, ha le gambe arcuate e la testa dalla forma ovale. E' uno scherzo di natura - eppure questi evidenti difetti fisici sono sfuggiti durante la visita di leva in cui è stato reso abile - e uno così brutto è sicuramente un poco di buono, un vile, un bugiardo. E poi è uno che gioca sempre a dadi; e comunque per giocare bisogna essere almeno in due, quindi c'era qualcun altro con questo vizio nel campo acheo, forse anche tra i re.
E così l'unico soldato che diventa in qualche modo un personaggio dell'Iliade è questo screditato vigliacco dal corpo deforme. E gli eroi possono continuare a rifulgere della loro gloria, grazie ai versi degli aedi. Per i soldati neppure un'ipocrita stele al milite ignoto.  

lunedì 16 settembre 2019

a proposito di un blog che compie dieci anni...

Il 16 settembre 2009 era mercoledì: quella sera in televisione c'erano Inter-Barcellona, per il gruppo F della Champions, la seconda puntata di X Factor e l'ennesima replica di Il diavolo veste Prada. Con una breve spiegazione del relativismo gnoseologico di Protagora di Abdera, ossia della sua celebre frase - e praticamente l'unica giunta fino a noi - sull'uomo misura di tutte le cose, cominciava questo blog. Sinceramente non credevo che sarebbe stata una creazione così longeva e soprattutto così importante per me. Devo a Zaira l'idea di aver cominciato a scrivere: una delle molte cose di cui le sono grato.
In dieci anni questo blog è cambiato un paio di volte nella veste grafica - anche se ho sempre cercato di tenere una qualche tonalità di rosso, un colore che mi è caro - e un po' anche nei contenuti. Devo ad Antonella e a Filippo l'idea di Verba volant, questo inconsueto dizionario, che è diventato la sezione più ricca del blog, quella che in qualche modo ha acceso di più la vostra curiosità e il vostro interesse. Perché il blog vive di io che scrivo e di voi che leggete: senza lettori uno scrittore non esiste.
In dieci anni sono cambiato più io del blog. Sono certamente più vecchio e malmostoso. Questo blog continua a essere militante, ma se dieci anni fa si potevano trovare ancora alcune scintille di speranza, oggi le ho accuratamente spente.
Ho riguardato le prime riflessioni che ho lasciato dieci anni fa sul blog. Una riguarda la guerra in Afghanistan. Dopo dieci anni quella guerra c'è ancora. E c'è ancora perché ad alcuni conviene che ci sia, perché quella guerra assicura commesse e alimenta ricchezze. La guerra in Afghanistan è un grande affare e per questo finirà soltanto quando ne troveranno un altro più redditizio. E se nel frattempo muore qualche soldato occidentale e molti civili afghani non frega nulla a nessuno. Un'altra riflessione di quei giorni di metà settembre riguarda l'omicidio di una giovane donna, Sanaa, italiana di origine pachistana, uccisa dal padre perché aveva rifiutato un matrimonio combinato. In questi dieci anni ho dovuto raccontare su questo blog tante storie come quella di Sanaa, tante storie di donne uccise. Ho dovuto raccontare tante volte la storia di Ifigenia. Sono certo che dovrò farlo ancora. E' per me una sorta di imperativo categorico, per dirla con Kant.
Dare voce agli ultimi, dare voce - per quanto la mia sia flebile - a chi non ce l'ha, è un mio dovere. E cerco di farlo sempre, anche quando racconto storie che apparentemente non c'entrano nulla con questo, quando racconto storie di canzoni o di vecchi film. Per questo in dieci anni i pensieri di Protagora... è cambiato così poco, rimanendo il modo in cui ho scelto di fare politica.

venerdì 13 settembre 2019

Verba volant (709): presenza...

Presenza, sost. f.

Carlo è morto. Lo so, voi non lo avete conosciuto. Non l'ho conosciuto neppure io, anche se la sua morte mi ha profondamente scosso. A dire la verità nessuno di tutti quelli che hanno pianto per la sua morte lo ha davvero conosciuto. Perché non ne abbiamo avuto il tempo. Neanche i suoi genitori lo hanno avuto. Appena quello per imparare i suoi sorrisi e il suo pianto, e poco più. Perché Carlo è vissuto solo quattro mesi e poi è morto improvvisamente, come talvolta succede, in maniera inspiegabile, lasciando noi qui, con il nostro dolore e le nostre domande.
Per non usare una parola che ci fa paura, quando una persona muore, noi preferiamo dire che se n'è andata, che ci ha lasciato. Lo abbiamo detto anche di Carlo. Apparentemente sembra un modo per rendere meno traumatica la perdita, per attenuarne il dramma. Naturalmente non funziona. E poi, a ben pensarci, rende ancora più crudo il dolore, accentua una ferita, rimarca una distanza.
Dovremmo invece pensare a Carlo come a qualcuno che non se n'è andato, che non ci ha lasciato. Io, con tutto l'affetto che provo per loro, vorrei augurare alla madre e al padre di Carlo di sentirlo presente per il resto della loro vita, nelle piccole e nelle grandi cose, nelle scelte importanti e nelle minuzie quotidiane. Questa presenza non deve essere un'ossessione, ma qualcosa che farà sempre parte delle loro vite.
Io - ormai lo sapete - non credo. E quindi non credo che Carlo sia un angelo che veglierà su di loro, non è questa la presenza a cui penso. Ma credo fermamente che esista l'amore e l'amore è qualcosa che rimane, se vogliamo rimanga, se sappiamo custodirlo e coltivarlo. L'amore per Carlo è quello che rimane. So bene che non è tutto quello che questi amici potevano legittimamente sperare: loro volevano conoscere Carlo. E questo è qualcosa che non accadrà più. Ma l'amore è una pianta rigogliosa, che si porta dietro molti frutti. E molte speranze.

martedì 10 settembre 2019

Verba volant (708): accogliere...

Accogliere, v. tr.

A me quel troiano non è piaciuto fin dall'inizio. Ho capito subito che è uno che porta guai. Ma a noi serve nessuno ci ascolta mai. Io l'ho detto alla padrona: quella storia del cavallo di legno con la pancia piena di soldati non regge. Nessuno con un po' di sale in zucca ci può davvero credere. Quanta legna ci vuole per fare un macchinario del genere? E poi chi l'avrebbe fatto? Quei re greci che da soli non sono capaci di fare nulla? Ce li vedete Odisseo e Agamennone e tutti gli altri che si mettono lì con seghe e pialle, con funi e chiodi, per costruire un cavallo di legno? Ma la regina niente: si è bevuta tutta la storia. Anche la parte dei draghi usciti dall'acqua per stritolare quello che non voleva far entrare in città il cavallo. Dovevate vedere come piangeva quando il troiano raccontava.
E poi il ragazzino? Per me non è neppure suo figlio: non gli assomiglia nemmeno. E scommetto che neppure il vecchio è suo padre. Quello è un trucco per impressionare una qualche vedova credulona: guardate come sono bravo, mi porto dietro il padre e il figlio. E la vedova ci casca. E infatti la regina ci è caduta. E così abbiamo dovuto dare da mangiare a tutto il suo seguito di perdigiorno. Ci aveva provato già un paio di volte in Sicilia e una volta a Creta - me l'ha raccontato uno dei suoi servi in cucina, dopo che l'ho fatto ubriacare - ma quelle sono state furbe: hanno dato loro un po' di pane e li hanno mandati via.
Invece la regina dice che bisogna soccorrere i naufraghi, che bisogna aiutare gli esuli. Aiutiamoli pure, ma devono venire tutti a Cartagine? E le altre città quanti profughi accolgono?
E poi questi troiani da cosa fuggono? La guerra ci sarà stata davvero. Ma non è detto che sia tutta colpa dei greci: questi troiani a me sembrano infidi. Hanno detto che la loro città è bruciata. Mi spiace, costruitene un'altra. Noi ci siamo costruiti Cartagine quando ci hanno cacciati da Tiro, e quelli che c'erano qua attorno non ci hanno certo trattato bene: andate via, ci dicevano, non vi vogliamo. Abbiamo dovuto lottare per costruire Cartagine e adesso arrivano questi profughi che non hanno voglia di lavorare, che non vogliono fare la fatica di costruire una nuova città, e pretendono di usare la nostra.
Ha fatto un bel discorso la regina: vi ricordate di quando noi eravamo gli esuli, di quando eravamo noi che vagavamo sul mare in attesa di trovare un approdo sicuro? E tutti a commuoversi. E tutti ad applaudire. Ma a Cartagine non c'è più posto. Non possiamo salvare tutti. E poi noi eravamo onesti. Noi non abbiamo mai raccontato panzane come quella del cavallo. Noi meritavamo di essere aiutati. Questi proprio no.
E la regina non si va a innamorare del troiano? Se Creusa l'ha lasciato ci sarà il suo motivo. Capisco, la regina è giovane, non può rimanere sempre vedova, ma non si poteva scegliere un nobile cartaginese, qualcuno di cui conosciamo i genitori? Il troiano dice che sua madre è Afrodite e che da parte di padre discende da Zeus. Lo so io chi è sua madre, ma accidenti è meglio se sto zitta. Qua finisce che quel ragazzino troiano diventa re di Cartagine. E le nostre tradizioni? E la nostra cultura? La regina dice che è una ricchezza mescolarsi, che nascerà una nuova grande civiltà, che non sarà più né troiana né fenicia. Balle. Ognuno deve stare a casa sua.

Ma per fortuna in città qualcosa sta succedendo. Ormai siamo in molti a pensarla così. Se alle prossime elezioni vince il nostro partito, Didone sarà costretta ad ascoltarci, dovrà nominare chi diciamo noi capo del governo e finalmente manderemo via i troiani. Allora sì che Cartagine vincerà.

sabato 7 settembre 2019

Verba volant (707): verosimile...

Verosimile, agg. m. e f.

Pepito osserva con attenzione quel gentiluomo italiano che sta entrando nel suo locale, al 40 di rue Fontaine: è la terza sera consecutiva che si presenta. Lo saluta con un cenno, come fa con ogni cliente di riguardo. E' un drammaturgo famoso, i Pitóeff hanno rappresentato una sua commedia qualche anno prima, ma Pepito non l'ha vista: non è il suo genere. Certo anche quell'italiano viene al Chez Joséphine per vedere lei: come tutti gli altri uomini, si alza in piedi quando arriva lei con indosso soltanto un gonnellino fatto di banane, e, come tutti gli altri uomini, comincia ad applaudire felice come un bambino quando lei inizia a ballare. Però gli sembra che quell'italiano stia osservando anche lui: certo a Parigi tutti conoscono Giuseppe Abatino, detto Pepito, tutti conoscono il conte di Calatafimi, ma quell'italiano sembra che voglia saperne di più. O forse ne sa di più.
Anche Georges, seduto al suo solito tavolo del Chez Joséphine, osserva il nuovo arrivato: lui ha visto i Sei personaggi alla Comédie des Champs-Elysées, e ha anche letto Il fu Mattia Pascal. Bella l'idea, ma per Georges c'è poca azione e troppa filosofia: non è il suo genere. Si chiede cosa spinga quel famoso collega italiano ogni sera nel locale: certo il corpo di Josephine. Per Georges è solo un altro, l'ennesimo, rivale, un altro che gli vuole togliere Joséphine. Però ha notato che anche Pepito guarda quell'italiano, con un misto di paura e cattiveria: quella paura gli interessa. E forse ne può trarre un qualche vantaggio.

Naturalmente Luigi Pirandello è in quel locale per Joséphine Baker. C'è in lei un'incredibile sensualità, quasi animale, e allo stesso tempo un'innocenza primitiva. Certo lei balla seguendo i ritmi di questa nuova musica che è arrivata dagli Stati Uniti insieme alle truppe alla fine della guerra mondiale, ma segue anche un ritmo antichissimo: Joséphine Baker è una menade jazz. E Pirandello è rimasto rapito da questa bellissima dea nera. Non si sognerebbe neppure di sfiorarla: le divinità non possono essere profanate dai mortali.
Poi quando la dea non è in scena Pirandello non può non osservare gli uomini che affollano quel locale, solo per vedere lei: gli hanno detto che quello laggiù è André Gustave Citroën, uno degli uomini più ricchi di Francia, pronto a fare pazzie per lei. Poi c'è quel siciliano, Giuseppe Abatino, che si fa chiamare conte di Calatafimi. Pirandello ha capito subito che si tratta di un impostore: non ci sono i conti di Calatafimi. Non gli interessa smascherarlo: è solo curioso di conoscere la sua storia. Mentre osserva Pepito, Pirandello immagina la sua vita, la sua "fuga" dalla Sicilia, il suo arrivo in Francia, le sue prime bugie fino ad arrivare a essere il sommo sacerdote che gestisce il culto pagano di Joséphine Baker: in fondo Pepito è un Mattia Pascal che ce l'ha fatta.

Tornato in albergo Pirandello trova una lettera, scritta quella stessa sera, proprio a un altro tavolo del Chez Joséphine e recapitata prima del suo rientro. E' di un giovane scrittore, un tale Georges Sim, che si presenta con una certa prosopopea, dando per scontato che Pirandello lo conosca. Che nome è Sim? Non è da scrittore, se lo dovrebbe dovrebbe cambiare. Naturalmente non l'ha mai sentito nominare. La lettera è comunque ben scritta e insolitamente diretta. L'autore dice di essere follemente innamorato di Joséphine Baker e di volerla salvare da Pepito, e per far questo ha bisogno dell'aiuto del collega siciliano, che gli fornisca le prove per smascherare l'impostore.
Pirandello ride di gusto, mentre straccia la lettera di questo innamorato frustrato: anche questa potrebbe diventare una sua storia, magari aggiustata un po', perché così rischia di sembrare inverosimile. La vita è piena d’infinite assurdità, che sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.

martedì 3 settembre 2019

Verba volant (706): illusione...

Illusione, sost. f.

E' il 31 gennaio 1901, al Teatro d'Arte di Mosca - diretto da Konstantin Stanislavskij e Vladimir Nemirovič-Dančenko - viene rappresentato il dramma di Anton Čechov Tre sorelle: comincia, non solo cronologicamente, il Novecento.
Quella sera la reazione del pubblico è piuttosto tiepida: gli interpreti sul palco parlano, parlano, parlano, ma non succede mai nulla. Non è affatto così. Succede di tutto in quella complicata storia familiare: matrimoni, realmente celebrati o solo sognati, storie d'amore, più o meno lecite, perfino un incendio e un duello. Alla fine del dramma nessun personaggio sarà come lo abbiamo conosciuto all'inizio: tutti in qualche modo sono cambiati. Ma nessuno di loro cambia come avrebbe voluto, non succede nulla di quello che i personaggi sperano accada.
Non solo ogni loro speranza - e si sa che le speranze si possono facilmente trasformare in illusioni - ma anche ogni loro sforzo, ogni loro più serio proposito, viene vanificato. Čechov sembra dire agli spettatori che non c'è nulla da fare, che ogni loro azione è destinata a perdersi nel flusso della vita. Certamente non è il miglior augurio che si possa fare a una società carica di speranze per il secolo che sta per nascere. Sono gli anni in cui nascono la radio e il cinema, in cui i fratelli Wright sperimentano le loro macchine volanti, in cui si fanno nuove e straordinarie scoperte scientifiche. E molte di queste saranno messe in pratica nel grande conflitto che sta per scoppiare. Sembra che non possano esserci limiti al progresso, eppure questo quarantenne scrittore russo racconta questa terribile storia in cui nessuno riesce a essere felice, in cui nessuno riesce a realizzare i propri sogni. Come se Čechov voglia dirci cosa sarebbe successo nel secolo che stava per cominciare.
Irina non riesce a tornare a Mosca. Masha non riesce a stare con Vershinin. Olga non riesce a non diventare direttrice di collegio. Andrej non riesce a diventare professore dell'università di Mosca. Il barone non riesce a diventare un borghese. Solyony non riesce a sposare Irina. Vershinin non riesce a sfuggire alla prigionia della propria famiglia. Čebutykin non riesce a essere un uomo senza preoccupazioni.
Solo la "cattiva" Natasha riesce nel proprio scopo: diventa la rispettabile sposa di Andrej, che pure tradisce in maniera piuttosto plateale, e soprattutto diventa la padrona incontrastata di quella piccola proprietà. Al pubblico non piace vedere i cattivi che vincono e i buoni che perdono, eppure Čechov dice che nel secolo nuovo succederà proprio così, esattamente come succedeva nel vecchio. Nel dramma i personaggi filosofeggiano spesso sui tempi nuovi, immaginando chissà che progressi, forse addirittura una nuova età dell'oro. Čechov sorride di queste illusioni. Il Novecento sarà il secolo di Natasha.
L'unica davvero felice, inconsapevolmente felice, alla fine del dramma è la vecchia balia Anfisa, che, a ottantuno anni, può finalmente riposare nella sua stanza del grande palazzo governativo, dove ha sede il collegio di cui Olga è diventata direttrice, potendo addirittura dormire su un "letto governativo". Certo ha sofferto molto nel corso della sua vita, ma non ha mai sperato in nulla - non se l'è mai potuto permettere - e ora quell'inattesa fortuna, per quanto a noi possa apparire modesta, le sembra una specie di dono del cielo.
Solo Kulygin a suo modo è un uomo felice, anche se sa che sua moglie Masha non lo ama e l'ha tradito con Vershinin: lui vuol bene a Masha, è l'unico nella storia che è riuscito a sposare la donna a cui vuol bene, sa che è un fortuna e accetta anche che Masha ami un altro. Alla fine è lo "sciocco" Kulygin - quello che gli altri prendono in giro perché si è tagliato i baffi da quando se li è tagliati anche il proprio direttore - ad avere capito l'amara verità che Čechov dimostra con graffiante realismo. Le nostre speranze sono sempre illusioni: allora è meglio smettere di sperare e accettare quel poco che la vita ci offre.

p.s. Se fossi mai riuscito a farvi avere la voglia di vedere Tre sorelle, questa è una bella edizione, di quando la Rai faceva la Rai. 

sabato 31 agosto 2019

Verba volant (705): baccante...

Baccante, sost. f.

Tebe è nel caos da quando in città è arrivato un misterioso straniero, proveniente dall'oriente. Nessuno sa chi sia né da dove di preciso venga; dice che è arrivato in Beozia per portare finalmente anche in Grecia il culto il Dioniso. Ha voluto cominciare proprio da quell'antica città perché la madre del dio è Semele, una delle quattro figlie di Cadmo e Armonia, sedotta da Zeus e per questo punita con la morte da Era. Lo straniero racconta che Zeus, volendo salvare il figlio dalla furia vendicativa della propria sposa, ha raccolto il feto e lo ha tenuto in una propria coscia, facendolo nascere una volta sviluppato, per farne un nuovo e potente dio. A Tebe, anche nella famiglia di Semele, non credono però a questa storia, pensano che la giovane si sia inventata di essere stata posseduta dal re degli dei solo per nascondere una storia molto più umana. E che per questo sia stata punita dagli dei. E quindi non considerano affatto Dioniso un dio: per loro è soltanto un mistificatore, uno che usa questa storia per provare a metter radici in una delle famiglie più nobili della Grecia.
Eppure quello straniero è riuscito a convincere tutte le donne di Tebe, comprese le principesse della famiglia di Cadmo, a seguirlo sul monte Citerone per celebrarvi dei riti misteriosi. Tebe è rimasta all'improvviso senza donne. E' una situazione strana: le donne non combattono, non partecipano alla vita politica, le donne non sono cittadine allo stesso titolo dei maschi, eppure senza le donne pare che la città non funzioni. Forse è questo che fa arrabbiare davvero i maschi di Tebe: lo straniero ha dimostrato che la città senza donne non può esistere. E poi cosa fanno lassù? Da sole, e con loro c'è quello straniero. I maschi di Tebe naturalmente immaginano le situazioni più turpi, e segretamente invidiano quell'unico uomo che vive in mezzo a tante donne finalmente libere.
Come affrontare questa crisi? I due uomini più saggi della città, il vecchio re Cadmo - che ha ormai ceduto il trono al nipote Penteo - e l'indovino Tiresia sembra si vogliano adeguare a quel nuovo culto. Forse non credono che Dionisio sia un dio, non ne sono certi, ma pensano sia meglio non rischiare: certo alla loro età appaiono ridicoli nelle vesti di baccanti. Penteo ha per il nonno parole di vergogna: i vecchi non capiscono davvero più nulla. E crede che Tiresia si adatti a quel travestimento per interesse: un indovino non può che guadagnarci da una nuova religione.
Il re decide che bisogna arrestare lo straniero. E l'ordine viene eseguito, più velocemente e più facilmente di quanto tutti si aspettino: lo straniero si è fatto trovare e si è fatto arrestare, anzi sembra desideroso di incontrare il re. E Penteo decide di interrogare personalmente quel nemico dell'ordine.
Lo straniero non nega di aver fatto le cose di cui Penteo lo accusa. Anzi rivendica queste sue azioni con orgoglio: dopo aver convinto l'oriente a celebrare Dioniso, è ora la volta della Grecia riconoscere la potenza di questo nuovo dio. Penteo però non sente ragioni, non vuole che nella sua città si celebrino questi nuovi riti, che gli appaiono pericolosi per l'ordine. In una città sana non c'è spazio per queste estasi, per queste follie, non c'è spazio per una religione in cui le donne hanno un tale riconoscimento e potere: lo straniero è un terrorista, un nemico dell'ordine e per questo deve essere imprigionato.
Penteo sembra aver avuto la meglio: lo straniero è ai ceppi e adesso viene organizzato un gruppo di uomini per riportare le donne in città. Tra poco l'ordine sarà ristabilito. Ma il successo del re appare subito effimero. Lo straniero ricompare davanti a lui, libero: è evaso dalle catene, ma non è fuggito, è ancora lì davanti all'uomo che lo vuole arrestare. Penteo è infuriato, non sa cosa fare, ma a questo punto arriva un messaggero che porta notizie dal monte Citerone: le donne sembrano ormai fuori controllo e dimostrano di avere una forza sovraumana. E soprattutto di essere ormai senza freni. Hanno attaccato un'intera mandria di mucche al pascolo, dopo aver messo in fuga i bovari, hanno sbranato a mani nude anche i capi più grossi. Poi hanno preso d'assalto due villaggi di contadini, mettendoli a ferro e fuoco. Hanno fatto fuggire gli uomini e rapito i bambini. Ora sono di nuovo asserragliate sulla vetta del Citerone. A questo punto Penteo decide che deve essere guerra: dovrà essere l'esercito a stanare quelle donne dalla cima del monte.
Ma lo straniero lo ferma: sarà lui stesso a riportare le donne in città. Poi chiede a Penteo se prima non voglia vedere con i propri occhi cosa succede lassù. Il re ha una curiosità morbosa di vedere quei riti - e lo straniero lo sa e se ne approfitta - è disposto a tutto pur di vedere cosa stanno facendo, è disposto perfino a fidarsi e affidarsi a quello straniero che non conosce e che pochi minuti prima avrebbe voluto imprigionare. Segue i suoi consigli, si veste da donna per non destare sospetti, si fa lui stesso baccante, e segue lo straniero sul Citerone.
Poco prima di arrivare si fa convincere a salire su un grande albero dove potrà vedere senza essere visto. Penteo accetta, ma in questo modo si è messo in trappola. Lo straniero raggiunge le donne e dice loro che il re le sta spiando: le sue seguaci sono fuori di sé, attaccano l'albero, lo sradicano e si avventano furiose contro l'uomo che ha tentato di nascondersi per spiarle. E' Agave, figlia di Cadmo e madre di Penteo, a guidare le donne, è lei che si scaglia con più violenza, Penteo cerca di farsi riconoscere, ma è ormai tutto vano: il re viene ucciso e il suo corpo fatto a pezzi.
Adesso è la stessa Agave che decide di tornare a Tebe, di tornare a casa, portando infilzata in un bastone la testa sanguinante del figlio. La accoglie Cadmo, atterrito a quella vista. Agave non è in sé, mostra al padre quel trofeo, vantandosi di aver catturato e ucciso un leone. Ma lentamente si rende conto di quello che ha fatto. E ritorna anche lo straniero che si rivela come Dioniso. Ha tentato di dirlo più volte a Penteo durante l'interrogatorio, ma il re non l'hai mai davvero ascoltato. E adesso si è vendicato: Penteo è morto, Agave e le sue sorelle saranno bandite dalla città e anche Cadmo e Armonia se ne andranno da Tebe e dovrà passare molto tempo prima che trovino pace. E questo male ricadrà sulla città. E' terribile la vendetta di Dioniso, ma soprattutto è ingiustificata e lui non dice nulla per dare un senso a quello che ha fatto: lo ha fatto e basta.

Finisce così, senza alcuna speranza, Le Baccanti, una delle ultime tragedie composte da Euripide. Il tragediografo ha lasciato Atene, deluso per i continui insuccessi, si è esiliato presso la corte di Archelao in Macedonia, dove muore. Sarà il nipote a mettere in scena queste tragedie - nella stessa tetralogia c'è anche l'Ifigenia in Aulide - e questa volta Euripide riuscirà a vincere. Forse l'omaggio tardivo - e un po' ipocrita - degli spettatori ateniesi a un autore che non riescono proprio ad amare fino in fondo, nonostante ne riconoscano il valore.
Perché Le Baccanti è una tragedia dal perfetto meccanismo teatrale, è una storia che letteralmente ti tiene incollato alla sedia, ma è anche un terribile atto d'accusa, verso la società, e verso tutti i suoi valori. E' un mondo senza redenzione quello raccontato in questa tragedia, in cui le uniche due possibilità sono o uccidere o essere ucciso.
Chi è lo straniero? E' davvero un dio, come lui stesso sostiene, o è un impostore, come crede Penteo? Francamente non so cosa pensasse davvero Euripide, ma probabilmente anche lui era ateo: io - che certamente lo sono - penso che su questo punto abbia ragione Penteo. Dioniso è solo un abile manipolatore che cerca vendetta. E la ottiene - forse al di là dei propri propositi, perché alla fine anche lui è uno sconfitto - non solo perché è abile e scaltro, ma soprattutto perché Tebe è ormai una città senza speranza, governata da un tiranno il cui unico scopo è quello di preservare il proprio potere, in cui la vecchia generazione è fatta di opportunisti, che si piegano al vento del momento, in cui gli uomini sono nelle loro case piccoli despoti ossessionati dal sesso e in cui le donne, una volta liberate dal giogo dei maschi, finiscono per diventare violente come loro, l'unica arma che sembrano conoscere è la forza. Euripide ci racconta che non serve certo un dio per abbattere questa società putrescente, bastiamo noi.