mercoledì 21 agosto 2019

Verba volant (702): condannato...

Condannato, sost. m.

Quella notte Joan Miró non dorme, ha di fronte a sé i tre grandi quadri a cui sta lavorando in quei giorni di fine inverno, osserva i tratti neri e le grandi macchie di colore, dà gli ultimi colpi di pennello. Sono ormai finiti, e anche se i suoi occhi fissano quelle opere, la sua mente è rivolta a una piccola cella del Modelo, il grande carcere che si trova sul carrer d'Entença. In quella cella, la 443, chiamata "la cappella", è rinchiuso un ragazzo di ventisei anni. Anche lui non sta dormendo e non stanno dormendo le guardie che lo devono sorvegliare a vista: è stato condotto in quella cella alle nove di sera, dopo aver abbracciato per l'ultima volta le sorelle e aver ringraziato l'avvocato che ha fatto di tutto per difenderlo. Alle nove di domani sarà eseguita la sua condanna a morte con la garrota.
Il suo nome è scritto su tutti i muri di Barcellona, nonostante la polizia cerchi di impedire quegli appelli clandestini. Ma la città è troppo grande e troppe persone vogliono che a quel ragazzo venga salvata la vita. Per alcune settimane hanno sperato che le loro proteste, sempre più estese, sempre più coraggiose, nonostante la repressione del regime, avrebbero portato almeno a sospendere la pena. Nel mese di gennaio sono state organizzate manifestazioni in diverse piazze di tutta la Spagna e anche nelle più grandi città d'Europa. Duemila studenti universitari hanno sfilato per le vie di Barcellona, portando al braccio una fascia nera, senza scandire alcuno slogan: ma il loro silenzio levava altissimo il proprio urlo. A metà gennaio un corteo di automobili che esponevano un drappo nero hanno percorso le strade della città catalana, si sono fermate al passeig de Fabra Puig, davanti alla sede del Banco Hispano-Americano, hanno bloccato il traffico e hanno cominciato a suonare, tutti insieme, i loro clacson. Il 2 febbraio di un anno prima il ragazzo che ora sta nella cella 443, seduto in auto proprio in quel punto della strada, aveva suonato il clacson per avvertire i compagni che stavano facendo un "esproprio" dell'arrivo della polizia. E dappertutto in città ci sono scritte, manifesti e volantini frettolosamente attaccati sui muri. Le persone non hanno paura di sottoscrivere appelli e di inviare telegrammi al governo per chiedere clemenza.
Ma il regime vuole una vittima. Anche come vendetta per l'uccisione da parte dell'Eta di Louis Carrero Blanco, il capo del governo, il 20 dicembre '73. Franco vuole che quel ragazzo venga ucciso, non prende in considerazione gli appelli che riceve anche da governi "amici" e  quando Paolo VI lo chiama al telefono nel mese di febbraio, si fa negare. Il 1 marzo durante una seduta dell'esecutivo a cui partecipa lo stesso presidente si decide che l'indomani la condanna a morte sarà eseguita. Le forze di polizia e le milizie del regime vengono posizionate in modo da far fronte alla reazione popolare, in in tutti i punti strategici di Barcellona vengono predisposti dispositivi di sicurezza e i soldati restano consegnati nelle caserme. E' una notte di attesa.
Tanti sono svegli quella notte, grigia e umida. Quelli che lo sono sempre: i fornai che preparano il pane, gli operai dei turni di notte, gli scaricatori che lavorano al porto, e quelli che sono rimasti svegli proprio quella notte, perché sperano o temono che succeda qualcosa. E tutti, sia quelli che sono sempre svegli sia quelli che lo sono soltanto quella notte, pensano a quel ragazzo chiuso nella cella 443. Nella "cappella" è sveglio Salvador Puig Antich, aspettando di essere ucciso.

Salvador è nato a Barcellona il 30 maggio 1948, il terzo dei sei figli di Joaquim, che aveva combattuto per la Repubblica, era stato costretto all'esilio e poi, al ritorno in Spagna, era stato condannato a morte, pena commutata poco prima dell'esecuzione. Salvador a sedici anni si avvicina agli anarchici e ben presto aderisce al Movimento Iberico di Liberazione, facendo parte della colonna armata. Partecipa a diverse rapine che servono al gruppo per trovare i soldi che vengono usati per aiutare gli operai licenziati perché contrari al regime e per stampare i propri giornali. I militanti del Mil sono convinti che la più importante azione rivoluzionaria sia quella di stampare e diffondere la propria propaganda; nessuno come loro, in così pochi mesi, pubblica tanti libri e riviste, sia con materiali scritti da loro che con traduzioni e ristampe. La loro prima grande rapina è stata in una tipografia e da allora le loro azioni sono sempre state legate alle "scadenze" editoriali. Anche perché i ragazzi - hanno tutti poco più di vent'anni - che formano il Mil - a differenza di altri gruppi che lottano contro la dittatura fascista di Franco - non si considerano un'avanguardia, ma vogliono che siano i lavoratori, tutti i lavoratori, a essere consapevoli della necessità di lottare per la libertà e per i diritti sociali ed economici. Sono anticapitalisti, il loro nemico non è solo il franchismo, ma soprattutto il capitale, vogliono partecipare alla guerra di classe e, pur essendo profondamente catalani, immersi nella loro comunità, non sono nazionalisti. Salvador e i suoi compagni del Mil sono dei veri anarchici e questa è anche la loro debolezza, perché rifiutano ogni forma troppo rigida di gerarchia, e questo finirà per renderli più vulnerabili agli attacchi del regime.
Contro il Mil la repressione è durissima. E si abbatte su un gruppo che è già indebolito dai propri problemi. Dopo aver passato alcuni mesi in Francia, Salvador torna a Barcellona nel settembre del 1973, si rifiuta di partecipare a rapine il cui unico scopo è quello di finanziare i compagni in clandestinità, alcuni dei quali sono ormai sbandati. Continua, per quanto può, ad aiutare le famiglie dei lavoratori che si oppongono al franchismo. Il 25 settembre, grazie alla confessione di un compagno che non ha resistito alle torture, la polizia organizza una retata per arrestare un altro componente del Mil , Xavier Garriga. I poliziotti non si aspettano che con lui ci sia anche Salvador: le fasi dell'arresto sono confuse e concitate. Salvador viene ferito due volte, di cui una al volto - il poliziotto che lo vuole uccidere sbaglia la mira - muore invece un giovanissimo subispettore della Brigada politica. Durante il processo, che si svolge davanti a una corte militare, Salvador ammette di aver esploso dei colpi di pistola, ma, essendo anche lui ferito, di non aver mirato al poliziotto, peraltro in borghese. L'accusa però è certa che il colpo mortale sia partito dalla pistola di Salvador, anche se non viene svolto alcun esame balistico. L'accusa chiede per Salvador due condanne a morte, una per la rapina al Banco Hispano-Americano in cui ha fatto il palo e una per l'omicidio di Francisco Anguas Barragán. Per entrambi i reati viene chiesta l'aggravante per "attentato contro l'unità della patria, l'integrità dei suoi territori e contro l'ordine costituito". La sentenza viene emessa rapidamente: trent'anni per la rapina e la pena di morte per l'omicidio.

Alle 9.40 del 2 marzo 1974 il boia fissa l'anello di ferro della garrota intorno al collo di Salvador Puig Antich e stringe. La morte è veloce: come la ghigliottina, la garrota è un sistema per rendere più "umana" la condanna a morte. Nonostante i divieti, le ramblas si riempiono di persone che sfilano in silenzio sventolando le loro bandiere rosse e rosso-nere dell'anarchia, in molte chiese vengono celebrate delle messe, nell'ospedale civico centinaia di medici e infermieri vanno al lavoro indossando una fascia nera al braccio. Il 3 marzo il cadavere di Salvador viene tumulato nel cimitero di Montjuïc, la polizia ha l'ordine di disperdere la folla che vorrebbe assistere alla sepoltura: l'ordine è di arrestare chiunque porti un "fiore rosso". In quel cimitero c'è anche la tomba di Buenaventura Durruti. 
Joan Miró ha finalmente capito a cosa sta lavorando: decide che quei tre quadri saranno intitolati La speranza del condannato a morte.

martedì 20 agosto 2019

Verba volant (701): postino...

Postino, sost. m.

Ci sono dischi - non molti ovviamente - che fanno la storia. E ce ne sono pochissimi che sono leggenda. Kind of blue ha fatto la storia ed è diventato leggenda.
Io non voglio raccontarvi di questo disco o di Miles Davis. Almeno per oggi. L'eroe di questa storia è Roger Wendell "Buck" Hill, il sassofonista che non ha suonato in Kind of blue.
Buck è nato il 13 febbraio 1927 in un sobborgo a nord-est di Washington D.C. e in questa stessa città è morto il 20 marzo 2017, a novant'anni. Washington, con la sua fortissima comunità nera, è sempre stata una delle città del jazz e qui Buck, all'età di tredici anni ha imparato a suonare il sassofono. A sedici ha cominciato a esibirsi in una band di ragazzi neri in cui suonava la batteria un suo compagno di liceo, Jimmy Cobb, che ha suonato in Kind of blue. A diciotto anni Buck si è diplomato e poi è entrato per qualche anno nell'esercito, dove ovviamente ha continuato a suonare nella banda militare. Una volta congedato è tornato a Washington, si è sposato con Helen Weaver ed è diventato postino, un lavoro che gli permetteva di sostenere la propria famiglia, che intanto ha cominciato a crescere.
Nella capitale Buck può continuare a suonare il sassofono ad alti livelli durante la notte e nei fine settimana, mentre la mattina fa il suo giro per consegnare la posta. Negli anni Cinquanta il "suo" club è il Showboat Lounge, dove suona nell'orchestra del chitarrista Charlie Byrd, che negli anni Sessanta mescolerà il jazz con i ritmi della bossa nova e della musica brasiliana. In quegli anni a Washington bianchi e neri potevano suonare insieme.
A Washington passano tutti e tutti suonano con Buck: Sonny Rollins, Dizzy Gillespie, Miles Davis. I sassofonisti che arrivano in città sfidano Buck in lunghe jam session, ma the jazz mailman vince sempre. Famosi sono i suoi "scontri" con Sonny Stitt "il lupo solitario", ma Buck ha quasi sempre la meglio. 
Nel '58 Davis, tornato negli Stati Uniti dopo aver creato per Louis Malle la colonna sonora di Ascensore per il patibolo e aver rivisto l'amata Juliette Gréco, gli offre di entrare nel suo gruppo, al posto di John Coltrane, licenziato perché faceva uso di eroina. Buck rifiuta: seguire Miles avrebbe significato rinunciare al lavoro sicuro alle poste e alla sua famiglia.
Il 2 marzo e il 22 aprile del 1959, il sestetto di Miles Davis incide le cinque tracce di Kind of blue. Con lui ci sono Bill Evans al pianoforte - l'unico bianco, ma soprattutto l'unico che, prima di registrare, abbia qualche idea di quello che Davis vuole fare - Julian "Cannonball" Adderley al sax contralto, Paul Chambers al contrabbasso, Jimmy Cobb alla batteria, e infine John Coltrane al sax tenore. La sua "punizione" è durata poco, anche perché Miles sa bene cosa significa la dipendenza e sarebbe stato ipocrita privarsi solo per questo di un artista come Coltrane.
E Buck? Continua a consegnare la posta al mattino e a suonare la notte e nei fine settimana nei locali di Washington. Fino al 1998, quando va finalmente in pensione. E' ormai il leader di un proprio gruppo, compone alcuni brani, incide dischi - comincia tardi, a più di cinquant'anni - tanti giovani musicisti vanno a Washington solo per poter suonare con lui. Con il suo sassofono accompagna spesso la cantante Shirley Horn, anche lei una figlia della comunità jazz di Washington, che come lui ha deciso di stare in quella città e di fermarsi qualche anno per allevare la figlia.
Aveva rimpianti Buck? Sarebbe ipocrita pensare che non ne abbia avuti: poteva fare la storia ed entrare nella leggenda. Forse non amava il soprannome the wailin' mailman con cui i giornali di Washington lo hanno salutato quando è morto: Buck non era triste. Ha sempre potuto fare quello che amava fare di più: suonare. Mi piace pensare che Buck abbia capito, forse molto prima di quanto lo capiamo noi - e qualcuno non lo capisce affatto - che è la vita che sceglie per noi. E che, una volta accettato questo, occorre impegnarsi per far bene quello che dobbiamo fare. Per questo Buck è diventato una leggenda.

p.s. in rete trovate molti pezzi suonati da Buck Hill: io ho scelto Tenor madness

lunedì 19 agosto 2019

Verba volant (700): sigaraia...

Sigaraia, sost. f.

Omicidio Carmen
Confermata la pena lieve per José. Continuano le manifestazioni di protesta

Siviglia. Il Tribunale superiore dell'Andalusia ha confermato in appello la sentenza di primo grado: omicidio preterintenzionale. José Lizarrabengoa potrebbe uscire dal carcere già alla fine del mese.
Ricordiamo brevemente i fatti. Lizarrabengoa, un brigadiere della Guardia civil di origine basca, di stanza a Siviglia, si è innamorato di Carmen Montijo, una giovane operaia di una fabbrica di sigarette con alcuni precedenti penali per furto e spaccio di droga. A causa di questa relazione José ha favorito la fuga di Carmen durante una retata. Scoperto dai suoi superiori, è stato licenziato e così si è guadagnato da vivere partecipando insieme alla compagna ad alcune attività criminali. Intanto la storia tra i due si è fatta sempre più complicata e burrascosa, fino alla lite del 3 marzo dell'anno scorso, culminata tragicamente con la morte di Carmen per mano di José. Il tribunale di primo grado di Siviglia e poi quello di appello hanno determinato che José non voleva uccidere la donna. Nella decisione dei giudici hanno pesato le testimonianze a favore di José sia del suo ex-superiore, il tenente Zuniga della Guardia civil, che della precedente fidanzata Micaëla: entrambi hanno detto che José è stato sedotto da Carmen, che prima l'ha costretto a commettere alcuni reati e poi lo ha esasperato con i suoi continui tradimenti. È stato ascoltato anche Escamillo, noto attaccante del Siviglia, che ha ammesso di aver avuto una breve relazione con la donna, poco prima dell'omicidio. Proprio il tradimento con il calciatore è stato il motivo dell'ultima violenta lite tra José e Carmen.
Il processo ha diviso l'opinione pubblica del paese e questa sentenza, anche se ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria, non placa certo le polemiche. Durante tutto il processo davanti al tribunale alcuni gruppi di donne hanno continuato a manifestare per chiedere una pena più dura per l'uomo.
"È stato un processo contro Carmen" - ha dichiarato a caldo una delle attiviste - "In televisione e sui giornali sono state mostrate di continuo le sue foto private, in cui la donna appare in pose provocanti. La sua vita è stata offerta all'attenzione morbosa dell'opinione pubblica per far vedere che era una poco di buono, una che se l'è cercata". Come detto ci sono state anche molte manifestazioni a favore di José, diversi gruppi hanno sostenuto che l'unica sua colpa è stata quella di invaghirsi di una donna "sbagliata" e credono che Carmen abbia sedotto il brigadiere proprio per ottenerne dei vantaggi nella sua attività criminale. Alcune forze politiche pensano di candidare José alle prossime elezioni per il rinnovo del parlamento andaluso.

Come sapete il nostro giornale ha scelto di non pubblicare le foto private di Carmen, ma solo quelle che la donna ha condiviso sui suoi profili social, perché pensiamo che divulgare quelle immagini che Carmen aveva fatto per sé e per le persone che amava sia inutile al fine di stabilire la verità giudiziaria. Sapete anche che rispettiamo la magistratura, ma questo non ci impedisce di criticare una sentenza che consideriamo profondamente sbagliata. Carmen era bella? Certamente, ma questo è ininfluente ai fini della storia. Carmen ha commesso dei reati? Certamente, ma non capiamo perché quegli stessi reati, dimenticati per l'uomo, debbano pesare solo sulla donna. Carmen ha amato più uomini? Certamente, e anche qui non capiamo perché una cosa considerata "normale" per un uomo, debba essere un'aggravante per una donna. Carmen è stata uccisa? Certamente, eppure è finita per essere la colpevole e chi l'ha uccisa, un uomo, ora è libero.
Noi siamo oggi tra quelli che piangono Carmen come una vittima.
E la vogliamo ricordare con alcuni versi che lei stessa ha pubblicato sul suo profilo Facebook.

L'amour est enfant de bohème
Il n'a jamais, jamais, connu de loi
Si tu ne m'aimes pas, je t'aime
Et si je t'aime, prends garde à toi

domenica 18 agosto 2019

Verba volant (699): solitudine...

Solitudine, sost. f.

Deianira, quando osserva il corteo delle prigioniere condotte a palazzo dagli uomini di Eracle, si accorge immediatamente di Iole e non sono necessarie le parole del messaggero Lica per sapere che suo marito vuole fare di lei la sua concubina. Iole è davvero molto bella, è normale che Eracle voglia possederla; è convinto perfino di amarla. Tanti anni fa era convinto di amare anche lei.
Deianira non odia Iole per aver preso il suo posto nel cuore di Eracle. Certo quella giovane principessa della città di Ecalia non ha fatto nulla per ottenere l'attenzione di Eracle: la bellezza non può essere una colpa. Semplicemente è una preda inerme ed Eracle è un cacciatore. Anche lei è stata una preda: Eracle tanti anni fa ha combattuto contro Acheloo, il più potente dei fiumi, per possederla. E poi ha ucciso il centauro Nesso, quando anche lui ha tentato di avere il suo corpo.
Iole potrebbe essere sua figlia: Deianira istintivamente le vuole bene. Chiede agli uomini di Eracle che sia condotta da lei: almeno fino al momento in cui il suo sposo guerriero non tornerà, che Iole possa sentire l'affetto sincero di una donna che condivide la sua stessa sorte. Perché Deianira sa che Iole non sarà mai amata, sarà posseduta, sarà esposta come un trofeo, sarà usata per far nascere dei figli, ma non sarà amata. Deianira lo sa, perché è quello che è successo a lei. Nessuno di quelli che hanno lottato per lei l'ha amata, volevano soltanto il suo corpo. E questo le doveva bastare. E allora - quando aveva l'età che ora ha Iole - le bastava: si era convinta che quello fosse l'amore. Ci sono voluti i quindici anni in cui è rimasta sola, mentre Eracle se ne andava in giro per il mondo per le sue bravate, per capire la sua condizione.
Ora Iole è qui davanti a lei. La ragazza guarda Deianira e non parla. Si sente in colpa di fronte alla moglie tradita? Deianira vorrebbe rassicurarla: in quindici anni non è certo la prima volta che Eracle è andato con altre donne. Deianira spera che quel silenzio non sia una sfida. Vorrebbe tranquillizzarla anche su questo: non si sente in competizione con lei. Deianira ormai ha capito. Si avvicina a Iole, vorrebbe accarezzarla. Ma teme che la ragazza possa immaginare che quel suo gesto nasconda un'insidia. O una lusinga. Deianira non vuole possedere Iole, vorrebbe solo liberarla.
La regina e la schiava sono una di fronte all'altra: Iole abbassa lo sguardo, le hanno insegnato che una schiava deve fare così. Ma è Deianira che vorrebbe inginocchiarsi davanti a Iole. Si vergogna di non sapere cosa dirle, di non sapere cosa fare. Si vergogna di sapere la verità e di non avere il coraggio di rivelargliela. Deianira vorrebbe dire cosa ha imparato in quei quindici anni di solitudine, che quello non è amore, ma teme che Iole non le crederebbe, che considererebbe quelle sue parole soltanto lo sfogo amaro di una donna tradita. Il suo estremo tentativo di riprendersi il marito.
Deianira non vuole affatto che Eracle torni da lei. Sa che si fermerà lì qualche giorno, ma anche che poi ripartirà, lasciandola finalmente sola. La solitudine è diventata la sua forma di libertà. Ma come può raccontare tutto questo a Iole? Come può salvare questa sua giovane figlia?
Eracle arriverà a breve. Deianira deve trovare un modo per salvare la giovane principessa dal destino che è toccato a lei. Se Eracle rinuncerà a Iole, forse Deianira avrà il tempo di spiegarle, di raccontarle la verità, di farla diventare una donna libera. Deve sacrificarsi: se Eracle tornerà da lei, se vorrà di nuovo possedere solo lei, Iole allora sarà libera. Deianira ricorda che Nesso, al momento di morire, le ha fatto raccogliere alcune gocce del suo sangue e del suo seme, dicendole che sarebbe stato il mezzo di avere l'amore del marito tutto per sé. Si era dimenticata di quel filtro, perché non voleva che Eracle tornasse, ma ora è necessario. Per Iole.
Eracle le ha mandato un messaggero per chiederle una tunica con cui tornare in città: al solito si ricorda della moglie quando ha bisogno di vesti pulite. La donna cosparge la tunica con il filtro, la consegna a Lica e aspetta. Sono le sue ultime ore di libertà: tra poco dovrà tornare a essere la sposa di Eracle.
Quando un messaggero ritorna con la notizia che Eracle, una volta indossata la tunica, ha cominciato a lamentarsi e a soffrire di un male misterioso, Deianira capisce di essere stata lo strumento della vendetta di Nesso: quel sangue e quel seme non erano un filtro d'amore, ma un potente veleno. L'unico modo per uccidere Eracle. Deianira osserva Iole che tace ancora: adesso non crederà certo a una donna che ha ucciso il marito, accecata dalla gelosia, come racconteranno tutti. Deianira si sente sconfitta, non può salvare Iole, e ancora una volta è stata lo strumento di un uomo. Ancora una volta è stata posseduta. Ma questa sarà l'ultima volta. E lucidamente sceglie il modo di morire: non si ucciderà con il veleno o impiccandosi, come si uccidono le donne. Ma con la spada: perché sono gli uomini che hanno ucciso Deianira.


lunedì 12 agosto 2019

Verba volant (698): surreale...

Surreale, agg. m. e f.

Primavera del 1917: la Francia è prostrata dalla guerra. Dall'inizio del conflitto, ossia dai primi giorni di agosto del 1914, sono già morti sui campi di battaglia un milione di soldati francesi, su una popolazione di venti milioni di maschi di ogni età: ogni famiglia francese ha perso qualcuno in guerra.
In aprile il comandante in capo dell'esercito Robert Nivelle promette ai soldati di aver studiato un piano che li porterà sicuramente alla vittoria e in poche settimane alla fine del conflitto. Le illusioni delle truppe francesi si infrangono amaramente lungo il corso dell'Aisne e sulla strada denominata Chemin des Dames: 350mila soldati morti e conquiste sul terreno insignificanti. 
Il 3 maggio la 2ª divisione dell'esercito francese si rifiuta di riprendere i combattimenti: i soldati si presentano a rapporto ubriachi e senza armi. Episodi analoghi si susseguono lungo tutto il fronte: i soldati organizzano manifestazioni, a volte eleggono dei propri rappresentanti per chiedere la fine delle ostilità; in alcuni casi si tratta di rivolte violente, mentre in altri, quando gli ufficiali cercano di instaurare un dialogo con le truppe, rimangono proteste pacifiche. Comunque sia si tratta di qualcosa di molto esteso. Nel 1917 l'esercito francese era composto da 113 divisioni: consultando gli archivi della stato maggiore risulta che nove si sono ammutinate completamente, quindici hanno avuto episodi molto diffusi di rivolta, e in venticinque ci sono stati casi isolati, ma ripetuti, di ammutinamento. Di fatto quasi la metà dell'esercito francese in quelle settimane ha conosciuto una qualche forma di ammutinamento. E non si tratta solo di "teste calde", in molti casi sono veterani, uomini di esperienza, che protestano contro le azioni, come quelle ordinate da Nivelle, in cui le truppe sono mandate a morire senza scopo. Nelle trincee si diffondono le notizie di quello che è avvenuto qualche mese prima in Russia: in quel paese i soldati si sono ribellati e si sono uniti agli operai in sciopero, lo zar è stato costretto ad abdicare ed è nata una "nuova" repubblica. L'Internazionale viene spesso cantata dai soldati francesi che decidono di ammutinarsi. Il 15 maggio Nivelle viene destituito e al suo posto viene nominato il generale Philippe Pétain.
Parigi dista meno di duecento chilometri dal fronte, ma degli ammutinamenti non si sa nulla. Naturalmente si sa che l'offensiva di Nivelle non ha dato l'esito sperato e che questo ha provocato la sua sostituzione, ma le notizie che arrivano dal fronte sono poche e molto controllate. Degli ammutinamenti non viene a sapere nulla neppure il comando tedesco e quando, mesi dopo, il kaiser Gugliemo II saprà quanto è stata estesa la rivolta dei soldati francesi, sarà furibondo con i responsabili dei suoi servizi di spionaggio. 
Pétain - d'intesa con il presidente della Repubblica Raymond Poincaré - decide di affrontare questi ammutinamenti con equilibrio, nonostante una parte consistente della stato maggiore richieda di intervenire con la linea dura. Gli arresti - a cui sono seguiti i processi davanti alle corte marziali - sono stati molti, ma le condanne non altrettante. Dagli oltre tremila processi sono state comminate "solo" 629 condanne a morte, e di queste ne sono state eseguite 43. Pétain risponde agli ammutinamenti con la concessione di più licenze e soprattutto con la fine degli attacchi di massa: i soldati, quando vedono che una parte delle loro richieste vengono soddisfatte, rientrano nei ranghi.

In questo clima di attesa - Pétain aspetta le truppe e i carri armati che stanno arrivando dagli Stati Uniti - il 18 maggio al Théâtre du Châtelet la compagnia dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev mette in scena il balletto Parade. Se non un ammutinamento, un gesto plateale di rivolta.
L'autore del libretto è Jean Cocteau, la musica è di Erik Satie, Pablo Picasso ha disegnato i costumi, le scene e perfino il sipario, il ballerino russo Léonide Massine ha creato la coreografia. E Parade è davvero un lavoro collettivo, in cui tutti e quattro questi artisti sono impegnati e a tutti e quattro ne va riconosciuto il merito. A suo modo, nonostante le ovvie specificità del lavoro di ciascuno, tutti e quattro partecipano a tutta la creazione.
Il balletto - che dura poco meno di mezz'ora - ha una trama piuttosto semplice. Presentati dai loro manager - uno europeo e uno americano - alcuni artisti di un circo di periferia escono in strada e presentano ai passanti distratti e poco interessati allo spettacolo i loro numeri: sono un prestigiatore cinese (interpretato dallo stesso Massine), una ragazza americana e una coppia di acrobati (lei è Lydia Lopokova, che nel 1925 diventerà la moglie di John Maynard Keynes), oltre a un cavallo ammaestrato, animato da due ballerini. Alla fine però il pubblico si allontana: ormai ha già assistito allo spettacolo e non intende pagare un biglietto per qualcosa di già visto.
Picasso disegna una scena in cui, a destra e a sinistra del baraccone da cui escono gli artisti, ci sono balaustre e palazzi con prospettive diverse e soprattutto diversi punti di fuga; e poi i colori, in cui dominano il grigio e l'ocra, sono quelli tipici del cubismo. Ma l'invenzione più decisamente cubista, oltre al muso del cavallo, sono i grandi costumi dei due manager, due vere e proprie "sculture" che impediscono ai ballerini che le indossano di muoversi agevolmente. E proprio i due personaggi sono del tutto invenzioni del pittore, che convince gli altri a inserirli nel balletto: vuole creare queste due figure che raccontano attraverso i vestiti e tanti altri elementi - le cui visuali si incrociano come nei suoi coevi ritratti cubisti - il mondo nuovo, l'America, grande per i suoi grattacieli, ma un po' rozzo con i suoi stivali da cow-boy, contrapposto all'elegante marsina con le code della vecchia Europa, che per camminare si appoggia a un bastone.
Satie crea una musica nuova, in cui, oltre ai normali strumenti di un'orchestra, il ticchettio di una macchina da scrivere, il fischio di una sirena, i rumori delle dinamo e degli aeroplani, raccontano, in uno spirito futurista, i suoni delle macchine che animano la vita moderna. E poi c'è il jazz, il ragtime: la musica sincopata con Satie incontra - per la prima volta - il balletto. E' evidente nel finale, ma anche nel pezzo della ragazza americana, che è una serie di citazioni dei film muti: un altro omaggio all'arte "nuova" destinata a rivoluzionare il secolo appena nato. E la musica accompagna tutte queste novità. E naturalmente anche le coreografie di Massine si scostano da quelle più tradizionali dei Ballets Russes per contaminarsi con quelle dei music-hall e dei cabaret.
Al poeta Guillaume Apollinaire viene chiesto di scrivere la nota per il programma di sala e per descrivere la novità di Parade non può fare altro che inventare una nuova parola: dice che il balletto è une sorte de surréalisme. Il surrealismo ancora non esiste, o almeno non si chiama ancora così, ma questo balletto è già qualcosa che rompe tutti gli schemi della realtà.

Il pubblico accoglie freddamente Parade, perché quella musica, quei disegni, quei movimenti di danza sono troppo diversi da quelli che normalmente sono abituati a vedere a teatro, e soprattutto perché in un paese in guerra - e che sta soffrendo così amaramente - quelle scenette da cabaret vengono giudicate inappropriate. Cocteau conosce bene la guerra, presta servizio nella Croce rossa come autista di ambulanze, vede la morte ogni volta che arriva al fronte. Eppure quando vuole scrivere un balletto immagina questa storia leggera, surreale appunto. 
Ma cos'è davvero surreale? Il balletto in cui è rappresentata questa vicenda grottesca e bizzarra o la guerra? Il vero surrealismo non è forse quel conflitto che, partito da un colpo di pistola sparato a Sarajevo, ha coinvolto l'intero pianeta? Non è surreale la guerra contro cui gli stessi soldati si stanno ribellando, anche se ovviamente né gli autori del balletto né gli spettatori sanno cosa sta succedendo al fronte? Essere surrealisti per gli artisti che creano Parade significa denunciare quanto sia ormai screditato il mondo di prima della guerra, comprese le sue espressioni artistiche. Serve una nuova arte - sembrano dire Cocteau e gli altri - visto che quella di prima ci ha condotti alla guerra mondiale. C'è molta ingenuità in questa ribellione e noi sappiamo che, nonostante l'arte nuova, che pure si affermerà dopo la guerra, ne scoppierà un'altra, ancora più terribile di quella che era appena finita. E dopo non sarà più possibile sorridere: dopo ci sarà ancora posto per un cavallo cubista, ma sarà quello tragico di Guernica

venerdì 9 agosto 2019

Verba volant (697): musica...

Musica, sost. f.

Passeggiando lungo la 42esima strada di New York, tra i grandi teatri e Times square, tra la sede delle Nazioni Unite e la Grand Central station, tra il Chrysler building con la sua caratteristica guglia art déco e la storica sede della biblioteca pubblica della città, potreste non notare l'edificio di soli diciotto piani che si trova al 33 west, che attualmente ospita il Dipartimento di optometria dell'Università di New York. Questo edificio è stato progettato dallo studio Warren e Wetmore e completato nel 1912 per ospitare la sede della Aeolian company, la più importante azienda produttrice di strumenti musicali automatici: il primo è stato un harmonium che funzionava a dischi di cartone perforati. Al terzo piano dell'edificio c'era una grande sala da concerto, da millecento posti, che si è continuata a chiamare Aeolian hall, anche quando, nell'estate del 1922, la compagnia delle pianole vendette l'edificio alla Schulte cigar stores company. Era una delle sale da concerto più importanti della città ed è stata una delle prime sedi della New York Symphony Society.

E' il 3 gennaio 1924: due giovani ragazzi di Brooklyn, due fratelli figli di emigrati ebrei di origine russa, sono all'Ambassador billiard parlor sulla 52esima strada, a Broadway. Per vivere scrivono canzoni: Israel - che è il più vecchio e pacato dei due - scrive i testi - mentre Jacob le musiche. Quella notte Jacob sta giocando a biliardo con un altro giovane autore di canzoni, Buddy DeSylva, mentre Israel sta leggendo l'edizione della New York Tribune del 4, appena stampata. Israel avrebbe voluto fare il giornalista, ma ha cominciato presto a fare il paroliere. E' solo da pochi mesi che lavora insieme a suo fratello, che invece ha dimostrato da subito la sua vena artistica. Per qualche tempo Israel ha scritto i testi per altri musicisti, poi finalmente i due ragazzi hanno deciso di collaborare: e la "ditta" funziona.
L'attenzione di Israel è tutta per un articolo, intitolato Cos'è la musica americana?. Si parla di un grande concerto che il direttore Paul Whiteman e la sua orchestra terranno il 12 febbraio prossimo - il giorno in cui si festeggia il compleanno di Abramo Lincoln - alla Aeolian hall. Si preannuncia un grande spettacolo: Paul Whiteman è definito dai giornali "il re del jazz".
Israel ha qualche dubbio su quel titolo altisonante, sa che è stato inventato da qualche giornalista in vena di scrivere iperboli. Certo Whiteman è un bravo musicista, ma in fondo non sappiamo ancora cosa sia questo jazz. E poi Whiteman è nato a Denver, è bianco - come loro due - e forse il jazz è solo la musica dei neri. Israel non sa neppure se la musica di Jacob possa essere definita jazz. Sicuramente è una musica nuova, è la loro musica, è la musica dell'America degli anni Venti, è la musica che piace alle persone, che le fa ballare, ma tra un secolo qualcuno la suonerà ancora?
Il concerto di Whiteman - intitolato un po' pomposamente Un esperimento nella musica moderna - sarà un evento, anche perché nessuno paga gli orchestrali meglio di Whiteman e quindi con lui ci sono tutti i migliori di New York. Lui e Jacob dovranno senz'altro andare a vedere quel concerto. Whiteman apprezza la musica di Jacob, hanno lavorato insieme in qualche rivista e l'ha incoraggiato ad andare avanti. Israel però rimane di sasso quando, quasi alla fine dell'articolo, legge questa frase:
George Gershwin è al lavoro su un concerto jazz, Irving Berlin sta scrivendo un poema dai toni sincopati, e Victor Herbert sta lavorando su una suite americana.
Israel quasi cade dalla sedia e corre dal fratello. Gli fa leggere la fine dell'articolo, i due fratelli si guardano: Jacob ha poco meno di cinque settimane per finire il concerto a cui sta lavorando. Ed è la prima volta che su un giornale compare con il nome di George Gershwin.
La mattina dopo Jacob telefona a Whiteman: è vero, Jacob gli aveva parlato dell'idea di scrivere un concerto in cui mettere insieme il jazz e la musica colta, ha già qualche idea, ma cinque settimane sono troppo poche. Whiteman gli dice che può farcela; e aggiunge che se rifiuta, lo chiederà a Vincent Lopez.

E finalmente arriva il 12 febbraio. In Italia esce il primo numero de l'Unità, con un editoriale firmato da Antonio Gramsci intitolato La via maestra. A New York nevica. All'Aeolian hall va in scena il concerto ideato da Paul Whiteman. La sala è strapiena, in platea ci sono Sergei Rachmaninoff, Igor Stravinsky, Leopold Stokowski, John Philip Sousa e tanti altri musicisti, molto meno famosi e che non lo sarebbero mai diventati. Ci sono tantissimi curiosi e naturalmente quelli che ci sono perché bisogna esserci. Paul Whiteman, con un sorriso come il Gatto del Cheshire, fa gli onori di casa. In scena ci sono due enormi pilastri in stile cinese e un gong: un'ambientazione orientaleggiante piuttosto incongrua, con in mezzo l'orchestra, disposta sue tre gradini a semicerchio. Tutti gli orchestrali indossano ghette grigie. 
L'esperimento non sta riuscendo particolarmente bene: nonostante gli sforzi di Paul Whiteman che dirige con tutto il suo corpo, il pubblico si annoia. Anche perché i ventisei brani in scaletta sono quasi tutti uguali. E poi l'impianto di ventilazione si è rotto.  
Finalmente il penultimo brano: è il concerto jazz di George Gershwin. Parte il glissando del clarinetto di Ross Gorman e il pubblico è come se si svegliasse: è qualcosa che nessuno ha mai sentito, è una musica tutta nuova. Il Novecento ha finalmente la propria musica. 
Jacob ha scritto il suo concerto per due pianoforti, ma Ferde Grofé, il geniale arrangiatore di Whiteman, l'ha riscritto per pianoforte e orchestra: ha finito il 4 febbraio, otto giorni prima del debutto. Al pianoforte, con le sue ghette grigie, c'è lo stesso George Gershwin. E sarà sempre Grofé a scrivere l'arrangiamento per pianoforte e orchestra sinfonica, che diventerà la versione classica di questo concerto. Quando Jacob sarà già morto, lasciando Israel - conosciuto intanto con il diminutivo di Ira - solo con i suoi versi.
Sarà proprio Ira a trovare il nome per il brano, che George avrebbe voluto intitolare Rapsodia americana. Negli stessi giorni in cui il fratello freneticamente scrive il suo concerto, Ira visita una mostra del pittore James Abbott Whistler e i suoi titoli, in cui c'è quasi sempre il nome di un colore, lo ispirano: Jacob sta scrivendo la Rapsodia in blu.

p.s. Naturalmente ci sono tante interpretazioni di questo brano: questa, con Leonard Bernstein che suona il pianoforte e dirige la New York Philharmonic Orchestra, è incredibilmente bella.

mercoledì 7 agosto 2019

Verba volant (696): sette...

Sette, agg. num.

Tebe è assediata: l'esercito di Argo dilaga nella pianura che circonda la città e si è schierato davanti alle sue sette porte. Il popolo ha paura, è pronto alla resa, ma il re si mostra forte e riesce a infondere coraggio al suo esercito che, contro ogni previsione, riesce a sventare l'assalto nemico. Le vittime sono tante nel campo tebano, anche il re viene ucciso durante il combattimento, ma alla fine le perdite degli argivi sono ancora più ingenti e la guerra è vinta.
E' questa, in buona sostanza, la trama della tragedia di Eschilo I sette contro Tebe. Un'opera inconsueta, a partire dal titolo: si tratta infatti dell'unica tragedia tramandata fino a noi in cui nel titolo non è citato il nome di uno dei personaggi o quello del coro: nella tragedia che porta il loro nome nessuno dei sette è mai in scena, neppure il fratello del re di Tebe, l'uomo che ha voluto la guerra, convincendo suo suocero, il re di Argo, a muovere le proprie truppe contro quella che un tempo era stata la sua città e da cui è stato bandito. La tetralogia con cui Eschilo ha vinto le Grandi Dionisie del 467 a.C. è composta da altre due tragedie, intitolate rispettivamente Laio ed Edipo e dal dramma satiresco La sfinge: questi titoli rendono subito chiaro di cosa si parlerà. Evidentemente con quel titolo "strano" Eschilo vuole dire qualcosa al suo pubblico.
Poi è una tragedia un po' più corta delle altre, con meno personaggi e una struttura arcaica, tanto che negli anni successivi è stata ripresa da altri drammaturghi che vi hanno aggiunto un paio di scene per raccontare cosa è successo subito dopo la battaglia: ma evidentemente a Eschilo non importa approfondire il tema della sepoltura dei fratelli nemici, che invece è il punto centrale di questa successiva aggiunta, un motivo diventato celebre grazie a Sofocle e alla sua Antigone.
Infine Eschilo mescola un po' le carte ed è particolarmente reticente sul motivo per cui la guerra è scoppiata, ossia quello che dovrebbe essere il tema centrale della narrazione. Se la tragedia si fosse intitolata - come avremmo potuto aspettarci, viste le due precedenti - Eteocle, sarebbe stato chiaro il disegno dell'autore: raccontare in successione, l'una dopo l'altra, le vicende delle tre generazioni colpite dalla terribile maledizione che Pelope ha scagliato contro Laio quando ha scoperto che il re di Tebe, mentre era suo ospite nel Peloponneso, si è invaghito di suo figlio Crisippo, lo ha rapito e ha abusato di lui, motivo per cui il ragazzo si è ucciso. La maledizione di Pelope, come sappiamo, ha avuto un'indubbia efficacia. Ma ciascuno dei "maledetti" ha fatto poi qualcos'altro per peggiorare la propria posizione: Laio ha voluto uccidere il proprio figlio Edipo - peraltro senza riuscirci - Edipo invece ha ucciso il padre, mentre Eteocle ha la colpa di non aver rispettato il patto che ha stretto con suo fratello Polinice, quando, scoperto il suo delitto, Edipo si è condannato all'esilio, ossia che avrebbero regnato un anno a testa; ma al momento di cedere la corona a Polinice, la sua sete di potere è stata più forte di quel solenne impegno. Questa è la colpa di Eteocle, su cui Eschilo sorvola, ricordandoci soltanto che sui due giovani principi tebani pesava una maledizione che li avrebbe portati a uccidersi a vicenda.
Eschilo mette in scena un'altra storia: fa scontrare i buoni e i cattivi. La parte centrale e più lunga della tragedia è il dialogo tra Eteocle e il messaggero che gli spiega come si stanno organizzando gli argivi. Per sette volte, con uno schema molto simile, il messaggero descrive il campione scelto dal re di Argo e cosa è rappresentato sul suo scudo e per sette volte Eteocle decide chi dei loro affronterà quella sfida. Le immagini sugli scudi dei guerrieri argivi - almeno di sei tra di loro - sono raffigurazioni di superbia, di sfida agli dei e all'ordine della polis, addirittura su quello di Ippomedonte è rappresentato Tifone, che ha avuto la sfrontatezza di sfidare gli dei fin sulla vetta dell'Olimpo.
Eschilo, citando nel titolo i sette, vuole dire agli ateniesi - qualche anno dopo la fine delle guerre persiane, in un periodo che si annuncia particolarmente propizio per la città - che il disordine può tornare in qualunque momento. La tragedia non racconta - come fa ad esempio la trilogia dell'Orestea - la fondazione di un ordine, non racconta ciò che è stato fatto per sempre, ma quello che per sempre sarà a rischio. Il tragediografo chiede ai suoi concittadini di essere pronti a combattere queste forze che possono tornare e distruggere l'ordine della città. Per questo I sette contro Tebe non è la tragedia di Eteocle, ma quella di una società che deve difendersi, anche al suo interno, dalle forze che la possono disgregare e distruggere. Non è una tragedia sulla colpa, ma sul pericolo. E la risposta di Eschilo è la più tradizionale possibile, quella del coraggio maschile, dell'ordine patriarcale, dei valori della religione olimpica.
O sventura, o mi sia la sorte amica
e nei giorni più cari, o non mi trovi
mai una donna al fianco.
Sono le sprezzanti parole con cui Eteocle rimprovera le donne di Tebe che costituiscono il coro. La guerra e la virtù sono cose da uomini.
Cinquantasette anni dopo - quando il disordine è tornato ad Atene, anzi dopo che il disordine ha vinto - sarà Euripide a rispondere al venerato maestro, mettendo in scena la sua versione della storia dell'attacco delle truppe di Argo alla città di Tebe, con l'obiettivo di togliere dal trono Eteocle e di sostituirlo con il fratello Polinice.
E, in maniera classica, decide di intitolare la sua tragedia Le Fenicie, perché il coro è composto da un gruppo di giovani donne di Tiro che, in attesa di recarsi a Delfi, si fermano a Tebe e assistono, loro malgrado, a quella terribile guerra. Non è più la storia di Tebe, o almeno non è più la storia della sola Tebe, è la storia del mondo, sembra dirci Euripide, scegliendo questo coro così inusuale.
E, a differenza di quella di Eschilo, è una tragedia piena di personaggi e ricca di intrecci. Euripide, come spesso fa, inventa una storia diversa. Immagina che Edipo, una volta scoperta la sua colpa, si sia accecato e abbia rinunciato al trono, ma non abbia lasciato Tebe e soprattutto che Giocasta non si sia uccisa. Sarebbe stato troppo facile togliersi la vita, Giocasta è prima di tutto una madre e, come tale, deve prendersi cura di quella sua strana famiglia, di quel suo figlio-sposo cieco e così segnato dalle prove delle vita e dei quattro figli che insieme hanno generato, due maschi e due femmine, a cui non deve essere stato facile spiegare che il padre è anche loro fratello e la madre è anche loro nonna. Giocasta non può concedersi il lusso di morire, ha una famiglia da portare avanti.
Poi Euripide riprende la storia come l'ha raccontata Eschilo: dopo l'abdicazione di Edipo, i due figli maschi decidono di alternarsi sul trono, ma Eteocle non rispetta i patti e Polinice, dopo aver sposato la figlia del re di Argo, convince il suocero a muovere guerra contro Tebe.
E ancora Euripide inventa una scena di magistrale forza teatrale. Giocasta fa in modo che Eteocle e Polinice si incontrino, anzi si offre lei stessa come mediatrice e tenta di convincere i figli a non combattersi. Euripide ci dice che un ordine diverso è possibile, è quello di Giocasta, è quello delle donne trattate in maniera così dura da Eschilo. Ma non c'è nulla da fare: la guerra è decisa, Eteocle e Polinice si parlano, ma non si ascoltano, sanno che il loro ordine prevede la guerra, e soltanto la guerra.
Lo scontro - come racconta anche Eschilo - è terribile e i due fratelli si uccidono a vicenda. E' solo a questo punto che Giocasta si arrende, capisce che, nonostante tutti i suoi sforzi, il suo ordine non riuscirà mai a prevalere. E si uccide. E il nuovo re, Creonte, decide che è il momento che quel vecchio cieco se ne vada da Tebe. Deve trionfare l'ordine maschile, l'ordine della guerra e deve andarsene chi non accetta quell'ordine, come Antigone, a cui ora spetta di continuare la lotta della madre, o non vi si adatta più, come Edipo, che lasciando la città e tutti quei morti, dice
Ma che vale ormai piangere
e lamentarsi? E' vano! Chi è mortale deve
piegarsi agli eventi.
Sono le ultime parole della tragedia. Non c'è più nulla della forza eroica raccontata da Eschilo. I sette hanno vinto.
 

lunedì 5 agosto 2019

Verba volant (695): leggenda...

Leggenda, sost. f.

Noi uomini abbiamo paura di morire: se non l'avessimo non esisterebbero le religioni, e la filosofia, e la poesia. Abbiamo così paura della morte che siamo disposti a ogni bassezza pur di evitarla: possiamo mentire, spergiurare, tradire, pur di aver salva la vita. Questo è vero per la stragrande maggioranza di noi. Poi esistono alcune persone che, pur avendo paura della morte - perché non esiste qualcuno che non l'abbia - decide che c'è qualcosa che è più importante di questa paura così naturale. Sono gli eroi. Ettore e Achille sanno che devono morire, potrebbero fuggire - e in qualche momento provano anche a farlo - ma poi accettano il loro destino e lo affrontano con un coraggio che ci lascia ogni volta esterrefatti. E gli eroi rendono in qualche modo sopportabile anche la nostra vita, perché noi abbiamo bisogno di poesia, abbiamo bisogno di storie e di sogni. Abbiamo bisogno di leggende.
Il Novecento è il secolo delle leggende raccontate attraverso le immagini in movimento. E' il secolo anche di alcune altre cose, di illusorie e utopiche speranze e di tragiche e terribili atrocità, è il secolo del fascismo e del comunismo, però è soprattutto il secolo del cinema. E il cinema ha i suoi eroi; che, in quanto tali, si devono confrontare con la morte. In maniera più drammatica - perché lo devono fare quotidianamente, tutte le volte che si guardano allo specchio - di quanto lo dovessero fare Ettore e Achille. E le leggende devono morire giovani, noi vigliacchi possiamo permetterci il lusso di diventare vecchi, ma questo per un eroe non è possibile. Il cinema è finzione, e la finzione consente dei trucchi: se indossi una maschera, tu sotto di essa puoi invecchiare, mentre lei rimane sempre uguale a se stessa. Ma se non la indossi, se di fronte alla cinepresa ci sei solo e soltanto tu, non puoi diventare vecchio.
Quando, il 5 agosto 1962, Norma Jeane Mortenson Baker ha deciso che Marilyn Monroe sarebbe diventata una leggenda, un eroe del nostro tempo, sapeva che c'era un solo modo per farlo. Marilyn non poteva diventare vecchia, ma Marilyn - e questa è la sua forza, è il motivo per cui tutti noi l'amiamo ancora oggi - non è mai stata una maschera, Marilyn è vera, è l'unica leggenda vera che noi abbiamo avuto la fortuna di vedere. Ettore e Achille sono l'invenzione di un poeta geniale, ma Marilyn è vera: Norma Jean è diventata Marilyn e quando si è resa conto che il processo non era più reversibile, cosa altro rimaneva da fare?
Poi ci sono naturalmente tutte le meschinerie che noi possiamo dire su di lei e sulla sua morte, perché se è vero che abbiamo bisogno di eroi, è anche vero che ne siamo invidiosi, perché sono quello che noi non saremo mai, c'è la fragilità, c'è la solitudine, c'è la depressione, c'è tutto quello che spiega ogni suicidio - o meglio tenta di spiegarlo, perché è un atto essenzialmente inspiegabile. Però quel 5 agosto si è consumato un rito sacrificale, Norma Jeane ha ucciso se stessa affinché il mondo avesse per sempre Marilyn. 

giovedì 1 agosto 2019

Verba volant (694): cabaret...

Cabaret, sost. m.

Quando - dopo uno dei suoi perfetti inchini - scompare per l'ultima volta dietro al sipario del Kit-kat Club, noi sappiamo che il Maestro di cerimonie non tornerà mai più in scena. Lo sa anche lui naturalmente, ma non rinuncia a lasciarci un sorriso, vuole che di lui ricordiamo la maschera allegra che tante sere ci ha dato il benvenuto in quel fumoso locale, che ci ha fatto ridere con le sue battute e le sue canzoni.
Non sappiamo neppure come si chiama, per noi è sempre e soltanto il Maestro di cerimonie. Mentre lui ci conosce molto bene. Noi non sappiamo cosa faccia quando non è in scena, come sia la sua casa, se abbia una famiglia, per noi lui esiste soltanto quando è su quel piccolo palcoscenico, insieme alle sue "ragazze". Invece lui sa benissimo chi siamo, conosce le nostre belle case borghesi e le nostre famiglie, sia quelle "ufficiali" sia quelle di cui preferiamo non parlare, conosce le nostre vite rispettabili e le nostre ipocrisie. Sa che diventeremmo furibondi se nostro figlio ci dicesse di essere omosessuale, anche se guardiamo con cupidigia alle forme di quel ragazzo che ha più o meno la stessa età di nostro figlio e che si esibisce al cabaret. Sa che pensiamo che "quelli là" siano una razza inferiore, anche se quando entriamo in un bordello non chiediamo i documenti alle ragazze. Sa che Sally ci turba perché ha il corpo di una donna e gli occhi innocenti di una bambina e che, per quanto noi diciamo che vogliamo la donna, abbiamo il sogno inconfessabile di possedere la bambina.
Willkommen, bienvenue, welcome!
Il Maestro di cerimonie conosce la parte peggiore di noi, eppure non ci giudica, forse perché anche lui ha qualche segreto che preferisce non confessare o semplicemente perché lui desidera soltanto vivere su quel palcoscenico.
Fremde, etranger, stranger.
Anche il Maestro di cerimonie ha delle preoccupazioni, degli affanni, delle paure, ma ogni sera indossa la sua maschera e tutto questo scompare.
Gluklich zu sehen, je suis enchante,
Happy to see you, bliebe, reste, stay.
Ma noi non riusciamo a sopportare che ci sia qualcuno capace di vedere così in profondità dentro di noi e allora vogliamo che taccia. Per sempre. E' un degenerato, è un omosessuale, è uno di "quelli là". Non sappiamo se sia così, non sappiamo nulla di lui, non conosciamo neppure il suo nome, ma cominciamo a dirlo e alla fine tutti si convinceranno che è così. E diciamo che è ora che i degenerati, gli omosessuali, "quelli là", la smettano di cantare e recitare, che è ora che qualcuno pensi a far pulizia. Naturalmente omettiamo di dire che per tante sere anche noi siamo stati laggiù, abbiamo guardato le gambe delle ballerine, abbiamo riso agli scherzi del Maestro di cerimonie. Non diciamo che tante sere ci ha accolto con un sorriso e guardiamo con soddisfazione, dietro le tende delle nostre rispettabili finestre, quando viene condotto via, in un posto da cui sappiamo che non tornerà, anche se naturalmente facciamo finta che non sia così. Se il Maestro di cerimonie muore, il nostro segreto sarà finalmente al sicuro.
Sappiamo cosa è successo, quando il Kit-kat Club è stato chiuso e il Maestro di cerimonie è stato portato in un campo da cui certamente non è riuscito a tornare. Sappiamo chi ha vinto e chi ha perso. Poteva salvarsi Weimar? Immagino di no, erano troppo forti quelli che volevano far tacere il cabaret. Ma, grazie all'ostinazione del Maestro di cerimonie, grazie alla sua determinazione a resistere fino all'ultimo, ha lottato, ha provato a non soccombere. Almeno ha provato a ridere in faccia al demonio.
Oggi pare che non sappiamo fare neppure questo. Soccomberemo, senza nemmeno un inchino.
Auf Wiedersehen, à bientôt.

lunedì 29 luglio 2019

Verba volant (693): newyorkese...

Newyorkese, agg. m. e f.

Possiamo immaginare lo stupore con cui nel 1898 i De Rosa guardano New York che si staglia di fronte a loro, alla fine del lungo viaggio che hanno cominciato dalla Calabria. Certamente non possono pensare che uno dei loro figli, il piccolo Eugenio che ha solo quattro anni, sarà uno degli uomini che farà diventare New York la capitale dei Roaring Twenties. Infatti Eugene - come viene in seguito chiamato - è il giovane architetto De Rosa che ha progettato i più importanti teatri della città nel momento del suo massimo fulgore, dal Vanderbilt all'Apollo, dal Lafayette al Klaw, compreso il Broadway Theatre, inaugurato il giorno di Natale del 1924. In quel grande teatro il 18 novembre 1928 viene proiettato in anteprima un breve cartone animato, in cui si racconta la storia di un topo scanzonato che, fingendosi il capitano, conduce un battello a vapore lungo un fiume, per far colpo sulla sua bella "topolina", e il 13 novembre 1940 viene presentato per la prima volta un film in cui quello stesso topo - un po' cresciuto, ma sempre pronto a mettersi nei guai - credendosi un mago, perde il controllo delle migliaia di scope che ha creato per farle lavorare al suo posto.
Il rispettabile giudice Curtis Arnoux Peters, che nel 1926 ha raggiunto l'apice della propria carriera con la nomina alla Corte suprema dello Stato di New York, immagina che suo figlio - che è nato nel gennaio del 1904 e porta il suo stesso nome - diventerà anche lui un uomo di legge: per questo lo ha mandato a studiare a Yale. Ma nella prestigiosa università il giovane si distingue soprattutto per l'umorismo delle sue vignette sulla rivista The Yale Record e perché suona il pianoforte, il banjo e la fisarmonica in una piccola orchestra jazz da lui fondata, The Yale collegians. Il suo destino non è evidentemente quello di seguire le orme paterne e così, quando nel 1925 Harold Ross e Jane Grant fondano The New Yorker, Peter Arno - come comincia a farsi chiamare - entra stabilmente nella redazione e per quella rivista disegna ben novantanove copertine e un gran numero di vignette, caratterizzandola con il suo umorismo sofisticato e l'eleganza delle sue illustrazioni. E nella redazione del New Yorker Peter incontra Lois Long, che con lo pseudonimo Lipstick firma le più celebri cronache della vita notturna della città che non dorme mai.
Anche Bartolomeo e Rosa Durante sono arrivati a New York dall'Italia, da Salerno per la precisione, e pensano che il loro figlio James Francis, che fa il chierichetto nella chiesa di san Malachia nel Lower East side, da grande farà il barbiere come il padre. Certo con quel naso non potrà mai entrare nel mondo dello spettacolo, anche se Jimmy ha imparato a suonare il pianoforte e ama il ragtime, la nuova musica dei neri. Fa tanta gavetta, suona nei night e nei locali di Manhattan, e alla fine riesce ad entrare nella Original New Orleans jazz band, l'orchestra di jazz più famosa di New York: è l'unico che non sia di New Orleans. In pochi anni diventa la Jimmy Durante jazz band. Gli anni Venti sono il periodo in cui quel giovane nato nel 1893 sfonda, nei vaudeville di New York e poi alla radio. Jimmy sa suonare e sa cantare e poi è terribilmente simpatico, gioca con le parole e con la musica: il pubblico lo adora. In una canzone del 1934 il naso di Jimmy Durante e i piedi di Fred Astaire entrano di diritto tra le cose top. Infine il suo inconfondibile profilo diventa familiare negli Stati Uniti grazie a quella "strana" radio che negli anni Cinquanta entra in tutte le case. Per Bartolomeo e Rosa il sogno americano si è realizzato: il loro figlio con quel grosso naso è diventato una star.
James Omar Cole, detto Jo, è uno dei pochi che ha fatto i soldi nella corsa all'oro del 1849, poi, per la sua capacità di fare affari e la sua assoluta mancanza di scrupoli - un valore nell'America della seconda metà dell'Ottocento come in quella di oggi - grazie al carbone e al legname è diventato l'uomo più ricco dell'Indiana. Vuole fare di suo nipote - nato nel 1891 - il figlio della "sua" Kate e di quel debole di Samuel Porter, il proprio erede; il ragazzo si chiama Cole proprio per segnare il legame con il nonno, visto che il cognome deve essere quello del padre. Pur che il ragazzo abbia buoni voti a scuola, il vecchio accetta che Kate insegni a Cole a suonare il pianoforte. Nel 1909 Cole viene iscritto a Yale e il nonno si assicura che studi con profitto, e il ragazzo obbedisce. Cole trova anche il tempo di cantare con il coro e soprattutto di comporre delle canzoni per gli spettacoli che gli studenti mettono in scena nel campus e un paio di inni per la squadra di football - che sono cantati ancora oggi durante le partite - ma il vecchio anche in questo caso abbozza: la passione per la musica alla fine gli passerà e, una volta che sarà diventato avvocato, potrà prendere in mano gli affari di famiglia. E' in questi anni che quel ragazzo dell'Indiana decide che New York sarà la "sua" città. Cole è attratto da New York coma una falena: il pomeriggio lascia il campus, prende il treno e arriva a Manhattan, frequenta i locali, cena nei migliori ristoranti, assiste agli spettacoli di Broadway, poi riprende il treno per essere al mattino puntuale a lezione. Cole, dopo essersi diplomato, segue ancora una volta le indicazioni del nonno e si iscrive nel 1913 alla facoltà di legge di Harvard, ma ben presto il decano della facoltà gli consiglia di trasferirsi al dipartimento di musica: nel mondo ci sono già abbastanza avvocati mediocri, meglio sperare in un grande musicista. Questa decisione viene tenuta segreta al nonno: il sogno americano di Jo Cole non si realizza.

E' l'8 dicembre 1930: debutta al Broadway Theatre, progettato da Eugene De Rosa, il musical The New Yorkers. Peter Arno ha scritto un soggetto, una satira elegante sulla vita della città e sui suoi tipi umani negli anni del jazz e del proibizionismo, dalle signore dell'alta società ai gangster, dagli artigiani alle prostitute. Al produttore Ray Goetz l'idea piace molto, gli sembra il modo giusto per far dimenticare ai suoi concittadini la Grande depressione. Goetz vuole creare un grande spettacolo, chiede a Cole Porter di scrivere le canzoni e scrittura Jimmy Durante come protagonista: l'attore accetta, ma a patto di poter comporre le "sue" cinque canzoni. Peter Arno disegna sia i costumi che le scene: New York deve apparire bella ed elegante come solo lui sa fare. E' un successo: è il musical che "crea" l'immagine di New York degli anni Venti e la consegna per sempre all'immaginario delle generazioni future.
Per The New Yorkers Cole Porter scrive uno dei suoi capolavori: Love for sale. Porter dimostra un coraggio notevole per un compositore all'inizio della carriera, scrive una musica avvolgente, quasi ipnotica, e un testo assolutamente esplicito. E' una prostituta che offre agli uomini quello che ha da vendere: amore, amore di ogni tipo, antico e nuovo. Una sola cosa i suoi clienti non possono aspettarsi da lei, l'amore vero. E prende in giro i poeti - e gli autori di canzoni - che parlano sempre dell'amore e credono di sapere cosa sia: lei conosce l'amore molto meglio di tutti loro.
E' Kathryn Crawford che nelle prime rappresentazioni canta Love for sale: di fronte a un ristorante di lusso di Manhattan attira i clienti, invitandoli a seguirla, salendo le scale. Kathryn è una giovane attrice che ha partecipato ad alcuni spettacoli sulla costa occidentale e ha ottenuto un contratto con la Universal. Ha già fatto diversi film, è un'attrice emergente, quando ha la possibilità di debuttare a Broadway nella parte della prostituta in The New Yorkers: la sua carriera può davvero sbocciare. Ma Kathryn è una ragazza bianca e il pubblico non accetta di vedere sul palcoscenico una giovane donna bianca che interpreta quella canzone così "di cattivo gusto", come scrivono i giornali. Goetz chiede a Porter e al regista di modificare la scena e Kathryn viene sostituita. Torna a Hollywood, ma la sua carriera non riuscirà più a decollare: farà qualche film, uno anche da protagonista, ma nulla di memorabile: nel '41 si ritirerà definitivamente.
Viene scritturata una cantante nera, Elisabeth Welch, e la scena viene portata ad Harlem, davanti al Cotton Club. Elisabeth è una giovane cantante mulatta nata nel New Jersey. Ha già lavorato a Broadway e a Parigi nella compagnia di Josephine Baker. Torna a New York per entrare nel cast di The New Yorkers, la sua interpretazione di Love for sale è magnifica e la sua carriera ha una svolta. Due anni dopo Cole Porter la invita a Londra per partecipare a Nymph errant, e rimarrà in questa città fino alla fine della guerra, diventando una delle regine del West End. Nella sua carriera sarà la prima interprete di classici come Stormy weather e As time goes by.
I benpensanti sono soddisfatti: non sono più costretti ad assistere allo "scandalo" di una prostituta bianca che si offre così esplicitamente, per di più rappresentata davanti a uno dei ristoranti che loro frequentano. Una "negra" può dire quelle cose ad Harlem. E non si rendono conto - i benpensanti in genere sono piuttosto stupidi - che in quella scelta degli autori - e di Porter in particolare - c'è una condanna ancora più forte della loro ipocrisia, per quanto nascosta sotto l'ironia, perché il Cotton Club è frequentato solo da bianchi e ovviamente sono bianchi i clienti delle prostitute nere che stanno davanti al locale. Quando Porter sceglie Elisabeth Welch per farle cantare Love for sale, dice al bel mondo di New York: il vostro razzismo, che ci ha impedito di rappresentare una prostituta bianca, non vi impedisce di andare con le puttane nere.
Le radio per anni non trasmetteranno Love for sale, anche quando Cole Porter sarà celebrato come uno dei più importanti e autorevoli autori di canzoni degli Stati Uniti. Però la canzone è talmente bella che diventa ugualmente un classico: tutte le grandi interpreti del jazz la vorranno cantare. E una di loro la farà per sempre la "sua" canzone.

Eleanora Fagan - che è nata a Philadelphia nel 1915 - arriva a New York all'inizio degli anni Venti e il suo destino è segnato. E' la figlia di Sadie Fagan, una ragazza nera che ha solo tredici anni quando partorisce la bambina; il padre, un suonatore di banjo poco più grande di lei, le abbandona per seguire la sua orchestra. La madre si trasferisce a New York dove fa la cameriera. Nel 1929, quando scoppia la grande crisi, Sadie ed Eleanora, che ha solo quattordici anni, diventano prostitute.
Eleanora conosce bene le scale che i ricchi cittadini bianchi di New York salgono per arrivare al bordello dove lei vende il suo amore, per cinque dollari. Dopo che ha finito il suo "lavoro", chiede alla tenutaria di poter pulire quelle scale, ottenendo in cambio il permesso di ascoltare dal fonografo del salotto i dischi di musica jazz. Nessuno di quegli uomini che lo comprano conosce il suo vero amore, quello che la farà diventare Billie Holiday.

Appetising young love for sale
If you want to buy my wares
follow me and climb the stairs
Love for sale

sabato 27 luglio 2019

Verba volant (692): mare...

Mare, sost. m.

Sapete che io amo la storia delle parole e soprattutto le storie che le parole raccontano. La parola mare ne racconta una particolarmente interessante.
L'etimologista senese Otorino Pianigiani nota che latini, germani, celti e slavi usano praticamente la stessa parola per indicare questa misteriosa distesa d'acqua salata che bagna le terre emerse. E' un caso piuttosto raro, che egli deriva dall'antichità di questa parola: evidentemente quegli uomini, quando erano un unico popolo intorno alle sponde del Ponto Eusino, quello che noi chiamiamo Mar Nero, prima di dividersi seguendo il corso dei grandi fiumi del continente europeo, hanno imparato a conoscere il mare e hanno scelto quella parola per indicarlo. L'etimologista tedesco Georg Curtius riconosce in questo termine un'antica radice indoeuropea che ritroviamo nel latino mors: in sostanza il mare è il luogo infecondo, in cui nulla può crescere. Noi ovviamente sappiamo che nel mare c'è una incredibile ricchezza di vita vegetale e animale - una vita che peraltro noi uomini mettiamo ogni giorno in pericolo - anzi sappiamo che la vita è nata nelle acque e che noi stessi, con tutte le nostre filosofie, siamo nati nell'acqua, ma verosimilmente per quei popoli antichi, millenni prima delle teorie sull'evoluzione di Charles Darwin e dei documentari di Jacques Cousteau, quella distesa di acqua era qualcosa che non produceva frutti e quindi qualcosa di morto.
Invece gli antichi greci hanno diversi nomi per chiamare il mare. Il più comune, quello che troviamo con maggior frequenza in Omero è θάλασσα - thalassa - probabilmente la più antica di tutte le parole greche per indicare quella apparentemente infinita distesa di acqua, di antica origine cretese, in cui non c'è traccia dell'idea di morte, di infecondità, ma la cui radice indica che quell'acqua, a differenza di quella delle sorgenti e dei fiumi, è salata. Poi ci sono due termini, πόντος - pontos - e πέλαγος - pelagos - che indicano rispettivamente il mare che si può attraversare e quello aperto, di cui non si conosce la fine. Queste due parole sono nate con tutta evidenza in un popolo che ha cominciato a navigare e che quindi definisce il mare in rapporto a se stesso.
Omero era un cantastorie che per aiutare la memoria - sia la sua che quella degli ascoltatori - utilizza frasi ricorrenti. Una delle più famose è οἶνοψ πόντος - oinops pontos - ossia il mare del colore del vino. Credo che solo a un greco potesse venire in mente questa analogia, così incredibilmente domestica, osservando il colore scuro del mare all'alba, quando i pescatori partivano per la loro fatica quotidiana, e lo stesso colore nel vino forte e carico che bevevano quegli stessi uomini al ritorno. 
E' come se in quei tempi lontanissimi, il tempo in cui gli uomini cominciarono a "costruire" le lingue, la distinzione fosse tra i popoli del mare, quelli che non ne avevano più paura, e quelli della terra, che invece temevano il mare e lo guardavano con timorosa venerazione.
In fondo credo siano ancora i due modi con cui ciascuno di noi guarda il mare. Zaira ed io lo amiamo entrambi e immaginiamo che quando saremo più vecchi concluderemo le nostre vite in una piccola città di mare, eppure c'è in noi - forse per un qualche marcatore genetico o più probabilmente per dove siamo nati e cresciuti - un diverso atteggiamento di fronte a esso. Lei è decisamente greca e io indiscutibilmente latino, lei considera il mare un elemento primigenio e ha con esso un'innata familiarità, mentre io, davanti a quella distesa senza fine, conservo il timore che si ha di fronte a una inconoscibile e distante divinità.
Immagino che tra le donne e gli uomini che ogni giorno cominciano un viaggio incredibilmente faticoso esistano gli stessi antitetici sentimenti. Benché abbiano qualcosa di ben più urgente a cui dover pensare, forse anche solo per un momento pensano a quella distesa che sta loro di fronte: per uno sarà mare, per un altro sarà θάλασσα. Eppure per troppi quel mare - comunque lo abbiano chiamato all'inizio del loro viaggio - ritorna a essere, non solo etimologicamente, il luogo della morte.

mercoledì 24 luglio 2019

Verba volant (691): uomo...

Uomo, sost. m.

Noi che amiamo il cinema dobbiamo essere grati a Rutger Hauer per molte sue interpretazioni, ma l'attore olandese si è ritagliato un posto nella storia dell'immaginario grazie a una sola scena - neppure quattro minuti - la morte del replicante Roy Batty alla fine di Blade Runner. Ma il vero motivo per cui dobbiamo ringraziare Hauer è che quel breve monologo, che in tanti ricordiamo a memoria, è stato in gran parte inventato da lui.
David Peoples, lo sceneggiatore del film, aveva scritto diverse versioni di quella scena, ma pare che nessuna fosse davvero convincente, almeno per Hauer, che così, al momento in cui venne girata, tagliando un testo che sarebbe dovuto essere nelle intenzioni di Ridley Scott un po' più lungo, recitò il monologo come noi lo abbiamo imparato a conoscere. Terminata la ripresa, dalla troupe partì un applauso liberatorio, mentre qualcuno cominciò a piangere. Erano stati testimoni della nascita di una leggenda: succede a pochi.
Rutger Hauer, pur riconoscendo che aveva trovato il testo di Peoples troppo lungo, con una certa modestia ammette soltanto di aver aggiunto
e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia
ma la lettura della sceneggiatura originale non lascia spazio a dubbi. 
Anche 
è tempo di morire
è opera sua. E comunque tutto il "suo" testo è più efficace di quello di Peoples.

E cosa c'è di più umano di questa consapevolezza, per ironia della storia raccontata da un replicante? Nessuna filosofia ci dice - e certo non lo fa con questa icastica semplicità - che la nostra vita in fondo è tutta qui: nella capacità di accettare che a un certo punto - che per lo più non siamo noi a stabilire - dobbiamo morire e che la nostra vita, per quanto sia stata ricca di storie, è destinata a svanire insieme a noi.
A molti di noi non basta una vita per imparare questa elementare verità, a Roy Batty sono bastati meno di quattro anni. Noi inventiamo ogni sorta di filosofia per provare a convincerci che non è così, mentre il replicante costruito per combattere, che verosimilmente non ha mai letto un libro in vita sua, ha capito perfettamente quello che noi rifiutiamo di accettare. 
Noi che siamo mai stati - e che non ci staremo mai - in prossimità delle porte di Tannhäuser, non sapremo mai cosa ha visto davvero Roy Batty. Eppure deve essere stato qualcosa di incredibile per permettergli di raggiungere questa consapevolezza. O forse ci prende in giro - e il suo sguardo beffardo ne è un indizio - non serve aver provato mille esperienze. Basta guardarsi dentro. Lui ne ha viste di cose perché semplicemente ha fatto quello che noi facciamo di tutto per non fare mai, ha guardato dove noi - che siamo di solito così curiosi - non guardiamo mai: dentro di sé. E facendo questo esame con onestà non ha potuto che riconoscere questa drammatica verità.
Noi facciamo di tutto per dimenticarlo, ma la parola uomo deriva etimologicamente da humus, che significa terra. Noi siamo terra - che raramente dimostra una qualche improvvisa genialità, che talvolta riesce perfino a creare bellezza - ma pur sempre terra. Proviamo a ricordarcelo. 
I've seen things you people wouldn't believe, attack ships on fire off the shoulder of Orion, I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die.

martedì 23 luglio 2019

Verba volant (690): maga...

Maga, sost. f.

Dolce Acacallide,

sento che ormai la mia vita sta per finire. Ho affidato questo messaggio a una donna che mi ha servito fedelmente in questi anni e che ti prego di accogliere al tuo servizio con lavori non troppo gravosi, in ragione della sua età e dell'affetto che hai sempre avuto per me, seppur dalla tua lontana città. Forse lo leggerai dopo che ti è giunta la notizia della mia morte. Certe voci viaggiano veloci e poi io sono ormai diventata, mio malgrado, una donna famosa.
So che tu conosci già, nonostante tuo padre, la verità e questo mi basta. Questo messaggio non è certo rivolto al mondo, so che non mi crederebbero e che sarebbe considerato, se diffuso, come il patetico tentativo di una donna colpevole di fuggire dalle proprie responsabilità. Scrivo affinché tu possa raccontare alle tue figlie - ed esse possano fare lo stesso con le loro - la storia di questa loro antenata che gode di una così cattiva reputazione.
Ho letto i versi che quel vecchio cieco ha scritto su di me. Certo c'è del genio nella sua poesia, ma non dimentico che è stato pagato da tuo padre per scrivere quello che ha scritto contro Pasifae e contro di me. Comunque ho visto che le donne che egli descrive o sono sottomesse al padre e allo sposo o sono pericolose megere, sovvertitrici dell'ordine.
Sì, lo confesso, essere sottomessa a un uomo non è una cosa che si adatta alla mia natura. Non lo è mai stato. Credo che la mia colpa sia stata quella di non voler lottare: avrei dovuto farlo, se non per me, almeno per te, per Arianna, per Fedra, per le vostre figlie. Ma non sono mai stata una guerriera, tua madre lo è sempre stata più di me. Credo che per questo abbia voluto sposarsi. Io ho scelto di vivere nella mia piccola isola, di ritirarmi dal mondo, per studiare, per leggere. Sognavo di creare una grande biblioteca nella mia isola che, una volta morta, sarebbe stata a disposizione delle donne che avessero voluto continuare i miei studi.
Ma evidentemente il mondo non voleva che succedesse e così Eea è diventata una meta per ogni nobile sfaccendato della Grecia: volevano vedere questa donna. Che si era rifugiata così lontano, che si era nascosta agli occhi del mondo, o perché era brutta - e comunque il viaggio avrebbe avuto comunque senso, avrebbero potuto raccontare di aver visto una donna mostruosa, nelle loro storie sulle sfingi e le sirene - o perché era disponibile. E quando gli uomini sbarcavano ad Eea e vedevano che non ero un mostro, credevano che li stessi aspettando e si stupivano quando non volevo giacere con loro: avevano navigato tanti giorni e io non ero disposta a offrire loro nulla.
Odisseo era uno di questi, uno dei tanti. Quando arrivò, mi disse che ero fortunata che lui fosse arrivato fin lì, poi aggiunse che l'isola gli sembrava accogliente e che lui e i suoi uomini si sarebbero fermati lì per un po'. Disse che da quel momento avrebbe pensato lui a me, che potevo anche chiudere la mia attività e farlo solo con lui e con gli uomini che lui mi avrebbe portato. Tutte uomini stimati e ricchi, aggiunse con compiacimento, come per farmi un favore. Quando gli dissi che non volevo farlo né con lui né con i suoi amici, mi guardò con un'aria sorpresa: non capiva sinceramente cosa stessi dicendo. Capì soltanto dopo che gli feci bere una tazza di vino in cui avevo versato un veleno che bloccava i muscoli per alcune ore, ma non impediva all'uomo di ascoltare quello che gli stavo spiegando. Avevo dovuto già farlo molte altre volte. Per lo più bastava, con Odisseo fu necessario sguainare un coltello, fargli vedere quale parte di lui avrei tagliato se non se ne fosse andato.
Vidi che nei suoi occhi c'era un'aria cattiva e che me l'avrebbe fatta pagare. E così raccontò quella storia che il vecchio cieco ha fatto conoscere in giro per il mondo. Certo da allora nessuno è più venuto sulla mia isola, ma non era questo che volevo. Non volevo che il mondo avesse paura di me. E di voi. Mi dispiace che di questo abbiate fatto le spese voi, mia care nipoti. So cosa è successo a Medea e cosa è successo a voi, che avete dovuto anche pagare per essere le figlie di Pasifae, contro cui si è scagliata la violenza crudele di vostro padre.
A dire il vero, adesso che sto per lasciarvi, credo ci sia perfino una sottile ironia nella storia inventata da Odisseo e diffusa ai quattro angoli del mondo da Omero. Gli uomini che ho visto arrivare ad Eea erano peggio di animali, violenti come leoni, rabbiosi come cani, laidi come porci. Io, soprattutto nei primi tempi, ho provato a trasformali, ho cercato di renderli diversi da quella loro natura ferina. In qualcuno di loro immaginavo ci fosse davvero una persona. Euriloco per esempio mi piaceva, avrei voluto si fermasse con me, perché io non ho mai odiato gli uomini. Anzi.
Non ci sono mai riuscita. Ecco il mio unico e vero rimpianto: non sono mai riuscita a trasformare nessuno.

domenica 21 luglio 2019

Verba volant (689): luna...

Luna, sost. f.

Phúc quella notte non avrebbe dovuto essere lì, da solo. Eppure doveva essere lì. Suo padre - che non vedeva da anni, da quando il ragazzo si era unito al Fronte di liberazione - era morto da pochi giorni e sua madre stava davvero molto male: almeno lei doveva vedere il figlio prima di andarsene. Phúc si era fermato nella capanna di sua madre meno di un'ora, il tempo di salutarla e di mangiare una ciotola di riso. Gli parve irrispettoso mangiare, ma aveva davvero fame. Era troppo pericoloso rimanere di più: quelle misere capanne avevano occhi e orecchie. Non poteva assolutamente dormire lì: la mattina seguente sarebbero stati trovati morti sia lui che la madre. O meglio non sarebbero stati trovati affatto.
Ma anche muoversi nella giungla di notte sarebbe stato molto pericoloso. Vicino al fiume c'erano alcune pietre che sembravano formare una specie di capanna. Phúc controllò che non ci fossero animali, che non ci fossero uova di serpente - nel qual caso la madre sarebbe presto arrivata e sarebbe stata feroce. Si appoggiò alla parete di roccia, si mise il moschetto sulle ginocchia incrociate e cominciò ad aspettare. Non doveva assolutamente addormentarsi, ma non poteva neppure fare rumore. Doveva riuscire a concentrarsi su qualcosa che lo tenesse sveglio. 
All'improvviso apparve sulle acque quasi immobili del fiume il riflesso della luna. Phúc conosceva bene le fasi lunari, le aveva imparate perché la sua era una famiglia di contadini e perché durante la guerra era fondamentale sapere quanta luce ci fosse in cielo di notte. Quella notte la luna era quasi al primo quarto, una falce definita, limpida, appena increspata dal muoversi dell'acqua. Phúc aveva imparato così a calcolare il passare delle stagioni, non sapeva che giorno fosse, e non aveva neppure bisogno di saperlo né mentre coltivava il riso, né mentre aspettava di colpire gli americani. 
Che fatica non chiudere gli occhi. Gli venne un sorriso pensando a quanti sforzi faceva sua madre per farlo addormentare quando era un bambino. All'improvviso gli tornò in mente una vecchia favola, che sua madre gli aveva raccontato tante volte.
Un vecchio attraversa di notte un'intricata foresta, mentre in cielo risplende la luna piena. Incontra quattro animali, una scimmia, una lontra, uno sciacallo e un coniglio. Il viandante è stanco e chiede ai quattro animali di dargli qualcosa da mangiare. La scimmia si arrampica sugli alberi più alti e gli porta dei frutti bellissimi; la lontra si getta in acqua e cattura dei grossi pesci; lo sciacallo si infila in una casa e ruba per lui un pezzo di pane appena sfornato. Il coniglio non sa cosa fare, non sa arrampicarsi, non sa nuotare, non è abbastanza coraggioso e furbo per entrare in una casa, al massimo riesce a portare al vecchio qualche filo d'erba, dividendo con lui la sua magra cena. A quel punto il viandante rivela la sua vera identità: è un dio sceso sulla terra per osservare la vita delle creature che la abitano. Colpito dal gesto del coniglio decide di portarlo con sé, imprimendone l’immagine sulla luna. Phúc pensò che era diventato comunista anche ascoltando quella storia, perché i poveri devono sempre aiutarsi e dividere il poco che hanno.
Il ragazzo continuò a guardare il riflesso della luna sull'acqua. Doveva concentrarsi su quell'immagine se non voleva dormire. Chissà, forse un giorno i compagni russi arriveranno sulla luna, pensò. Ma chissà quando succederà: lui non vivrà abbastanza per vederlo.
Mentre pensava a tutte queste cose Phúc doveva spostarsi perché anche la luna si muoveva e dal fondo del suo nascondiglio non riusciva più a vederne il riflesso. Alla fine il ragazzo uscì e alzò gli occhi al cielo: lei era lì, come se lo stesse aspettando. Fece uno strano pensiero - o chissà forse fu un sogno durato appena un minuto. Immaginò che la luna fosse una giovane donna e che si fosse alla fine accorta che lui la stava osservando. La luna guarda Phúc e se ne innamora, poi, per una qualche magia, lo fa cadere in un sonno profondo e ogni notte torna lì, in quel riparo di fortuna, dove lui dorme, e lo accarezza e lo bacia, notte dopo notte.
Che strana storia sono andato a immaginarmi, pensò Phúc, mentre vedeva il mattino farsi largo faticosamente tra i rami della giungla. Aspettò ancora un po' e si mise in cammino. Era pronto a sparare se un qualche nemico lo avesse visto, ed era anche pronto a morire. Poteva succedere ogni giorno e ogni notte. Ma stranamente quella mattina sembrava che non fosse in giro nessuno. Avanzò per un bel pezzo senza vedere neppure le tracce di una pattuglia americana: come se quella mattina fossero tutti impegnati da qualche altra parte, se guardassero tutti da un'altra parte. 
Phúc non sapeva che giorno era, e non lo sapeva neppure la luna. Per lei era un giorno come un altro. Ma in quella lunga notte - e almeno per quella notte - lei aveva salvato Phúc e questo le bastava.

venerdì 19 luglio 2019

Verba volant (688): astronauta...

Astronauta, sost. m. e f.

Io sono assolutamente convinto che la terra sia una sfera, per quanto schiacciata ai poli - e che Elvis sia morto - ma non mi convincerete mai che Neil Armstrong sia stato il primo uomo a camminare sulla luna. Semmai dovremo cominciare a ricordare Eugene Cernan, che invece è sicuramente l'ultimo uomo a essere venuto via da quel satellite, così caro ai pastori erranti e agli autori di canzoni - come ho raccontato in un'altra definizione.
Non dico che gli americani non siano arrivati lassù, dico solo che il professor Barbenfouillis ci è arrivato prima di loro, e che Astolfo ancora prima. E Luciano di Samosata e Cyrano de Bergerac. E il barone di Münchhausen. Per tacere di Paperino che è stato su Marte. E chissà quanti altri hanno fatto quel viaggio: solo che non ce l'hanno raccontato. E pensare che noi ci facciamo un selfie - e lo facciamo vedere all'universo mondo - solo per dire che siamo andati al bar sotto casa.
Per nostra fortuna Ludovico Ariosto ci ha descritto nel dettaglio il viaggio di questo intraprendente e originale paladino, un inglese al servizio di re Carlo. E soprattutto ci ha raccontato quello che Astolfo ha visto nella stretta valle della luna dove viene raccolto - in maniera piuttosto misteriosa - tutto quanto viene perduto sulla terra. Di tutto questo gli astronauti delle missioni Apollo non ci hanno mai parlato.
A occupare quella valle ci sono la fama, che sulla terra viene divorata dal tempo come un tarlo, le preghiere ipocrite dei peccatori, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo sprecato, i progetti irrealizzati, la smania di possedere cose inutili. Poi i grandi imperi del passato ora quasi del tutto dimenticati, e tutte le miserie che accompagnano il potere: i doni fatti ai potenti, sperandone un qualche tornaconto, i versi scritti per adularli e compiacerli, e naturalmente i favori concessi dagli uomini di potere ai loro protetti. E ancora i trattati politici e le congiure, le monete false, le elemosine lasciate dopo la morte. Poi la bellezza delle donne, che è la trappola con cui si catturano gli ingenui. Infine la cosa che lassù riempie più di tutte quella valle: il senno degli uomini.
Pensate nei mille anni che sono passati da quando Astolfo ha fatto il suo viaggio al piccolo passo di Armstrong quanto altra roba si sarà ammucchiata in quella stretta valle; immagino che i Seleniti avranno dovuto cominciare a usarne un'altra. Quante inutili poesie, quante arzigogolate e incomprensibili filosofie, quante eresie e quanti dogmi, ormai indistinguibili gli uni dalle altre, quante infondate certezze scientifiche e quanti indimostrabili teoremi. E poi tutte le nostre psicanalisi, le nostre mode, i nostri vuoti orgogli. E chissà se le cose inutili che scriviamo nei nostri blog vanno a finire sempre là? Credo che il cloud sia sulla luna.
Dobbiamo riconoscere che noi del Novecento abbiamo dato un contributo notevole alla crescita di quella enorme discarica. I Seleniti dovrebbero farci pagare una tassa, come fanno i Comuni per lo smaltimento di tutti i rifiuti che produciamo. Dovendo pagare magari staremo più attenti, cominceremmo a differenziare, se non a produrre meno stupidità: ma mi rendo conto che questo è un obiettivo al di sopra delle nostre possibilità. 
Sol la pazzia non v'è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.
Un altro che è stato sulla luna - prima ancora di Astolfo - è Qfwfq. E anche di lui per fortuna conosciamo la storia, grazie a Italo Calvino che ce l'ha raccontata.
C'è stato un tempo in cui la terra e la luna erano molto più vicine di quanto lo siano ora, tanto che
c'erano delle notti di plenilunio basso basso e d’altamarea alta alta che se la luna non si bagnava in mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri.
In queste notti era normale per gli uomini salire sulla luna: bastava avvicinarsi con una piccola barca, accostare alla luna una scala e fare un piccolo balzo. Qfwfq c'è stato diverse volte, insieme a un suo cugino sordo, che dimostrava un legame molto forte con la luna, così intenso da non accorgersi che durante quei brevi, ma frequenti, tragitti in mare la moglie del capitano si era innamorata di lui. Se n'era invece accorto Qfwfq, dal momento che in quegli stessi viaggi si era segretamente innamorato della donna. Quel complicato poligono amoroso fu risolto in qualche modo dalla luna stessa, che, a causa dell'azione delle maree, cominciò ad allontanarsi dalla terra. L'ultima notte in cui fu ancora possibile saltare dalla terra alla luna, la moglie del capitano decise di rimanere per sempre sul satellite amato dal cugino sordo, così da essere finalmente desiderata da quello strano uomo stregato dalla luna.
Noi sappiamo che Astolfo quella prima volta che è andato sulla luna c'è rimasto davvero per il tempo strettamente necessario a compiere la propria missione, ossia recuperare il senno di Orlando. Ma, conoscendo un po' il soggetto, è credibile che abbia avuto il desiderio di tornarci, per la curiosità di vedere quella gran montagna di cose là raccolte. La luna è piccola - per quello che è strano che gli americani non si siano accorti dei vasi contenenti il senno, e loro ne hanno lasciato là davvero parecchio - è possibile che abbia sentito le note di un'arpa, suonata da una donna che stava guardando giù, verso la terra: credo che quella seconda volta Astolfo abbia incontrato la moglie del capitano. Si sono parlati? Penso di sì. Magari il paladino ha perso il senno per la donna. E se la moglie del capitano, vedendo Astolfo, avesse deciso di non essere più fedele al ricordo del cugino di Qfwfq? O forse semplicemente hanno riconosciuto l'uno nell'altra la propria solitudine e la propria fragilità: hanno visto cose quei due che noi umani non possiamo neanche immaginare.

mercoledì 17 luglio 2019

Verba volant (687): spazio...

Spazio, sost. m.

Sono passati già vent'anni da quel fatale lunedì 13 settembre 1999, quando la luna è uscita dall'orbita terrestre, a causa della violentissima esplosione del deposito di scorie nucleari che i governi del pianeta, per una volta tutti d'accordo, avevano deciso di ammassare sul satellite, illudendosi così di risolvere il problema, allontanandolo per sempre dalla terra.
La nostra vita è cambiata molto da allora. Me li ricordo bene quei giorni, era il primo anno in cui facevo il responsabile della Festa provinciale dell'Unità. A giugno avevamo perso il Comune di Bologna: era la prima volta che la città era amministrata da un sindaco non di sinistra. Tutte queste cose che allora mi sembravano così importanti svanirono di fronte a quello che successe quel giorno. Naturalmente la Festa fu chiusa. Ma già dopo poche settimane tutto sembrò ricominciare come prima, tornammo alla vita di tutti i giorni e io cominciai a lavorare alla campagna di tesseramento, in vista del congresso della Federazione che ci sarebbe stato in inverno per eleggere il nuovo segretario, per sostituire Mauro Zani che da Roma avevano nominato commissario: il nostro obiettivo era quello di riprenderci il Comune, dopo la parentesi di Guazzaloca.
Però non c'era più la luna. Le nostre notti diventarono completamente buie, ma pensavamo che in fondo non cambiava poi molto: bastava accendere un interruttore per avere la luce, anche di notte. Non ci furono più le maree; e sinceramente anche di questo non ci preoccupammo molto. E non ci diede pensiero neppure l'estinzione improvvisa di alcune specie animali che avevano bisogno della luce della luna per riprodursi. Certo la sparizione della grande barriera corallina fu oggetto di una qualche discussione, grazie anche all'impegno di David Attenborough, che però era considerato dai più come una sorta di Cassandra e quindi le sue continue denunce erano accolte al massimo con un'alzata di spalle. Io nel frattempo ho cambiato lavoro e città; e mi sono sposato con Zaira. La vita continuava, senza la luna.
In quei giorni in cui noi ci occupavamo delle nostre piccole beghe quotidiane, gli scienziati si impegnarono - ovviamente inascoltati - per spiegarci che era proprio perché c'era la luna che l'asse di rotazione della terra non era perpendicolare al suo piano orbitale, ma inclinato di circa 23 gradi e che proprio quell'inclinazione permetteva l'alternarsi delle stagioni. Ma a noi cosa importava? Avevamo gli impianti di riscaldamento e quelli per l'aria condizionata, trasformavamo già l'inverno in estate e l'estate in inverno. Sentivamo che qualcosa succedeva, che i cambi di temperatura erano più repentini, che passavamo da giorni di freddo intenso a giorni di caldo soffocante, ma non ci facevamo troppo caso. Anche i giorni sembravano accorciarsi, ma allora erano cambiamenti minimi.
Poi cominciarono le grandi carestie del 2007 e finalmente capimmo che stava succedendo qualcosa di grave. Noi apparentemente riuscivamo a vivere senza la luna, ma gli animali e soprattutto le piante non riuscirono ad adattarsi a quella circostanza straordinaria. In un primo momento pensammo che avremmo potuto intervenire, ma questo richiese un consumo di energia così elevato da ridurre al minimo le materie prime: il petrolio, come sapete, è finito nel '14 e il carbone finirà tra alcuni mesi. Abbiamo perfino ricominciato a usare in maniera massiccia l'energia nucleare e naturalmente adesso non sappiamo più come stoccare le scorie. A pensarci è un ironico paradosso: se adesso voi state leggendo queste mie riflessioni è grazie all'energia che ci ucciderà.
Alcuni scienziati hanno calcolato che se ci fosse ancora la luna oggi sulla terra saremmo più di sette miliardi e mezzo di persone, mentre oggi, senza la luna, siamo già meno di cinque miliardi. 
Noi - io e voi che leggete questo blog - siamo nati dalla parte "giusta" del mondo, resisteremo qualche decennio in più, qualcuno di noi morirà perfino di vecchiaia o per una malattia "normale", ma il nostro destino è segnato.
Mi capita spesso di uscire di notte - anche se ormai non ha più senso parlare di giorno e di notte - e guardo il cielo. Provo e pensare dove sarebbe la luna.
Ieri, mentre me ne stavo lì, solo nel buio, mi sono chiesto cosa sarà successo alle donne e agli uomini che vivevano nella base lunare Alpha.

Ammetto che il mio ricordo da vecchio possa essere condizionato dal fatto che noi adolescenti degli anni Ottanta ci eravamo invaghiti di Maya, rapiti dai suoi occhi e dalla sua capacità di trasformarsi in qualunque essere vivente. Spazio 1999 era una bella serie realizzata a metà degli anni Settanta nel Regno Unito, che non ha avuto una grande fortuna, certamente non paragonabile a quella di Star Trek.
I protagonisti erano Martin Landau e Barbara Bain, allora marito e moglie, che avevano lavorato insieme qualche anno prima in un'altra fortunata serie, Missione impossibile. Nonostante l'impegno produttivo notevole per una serie televisiva - gli autori degli effetti speciali erano gli stessi di 2001: Odissea nello spazio e che poi avrebbero lavorato in Alien e in Guerre stellari - Spazio 1999 fu interrotta dopo solo due stagioni. Barbara Bain non ebbe il successo che avrebbe meritato, mentre Landau conoscerà un'inaspettata carriera solo diversi anni più tardi, diventando uno dei "grandi vecchi" del cinema americano. Anche Catherine Schell - Maya - ha lavorato poco dopo questo film, avendo più successo come proprietaria di un piccolo albergo nella campagna della Loira.
La serie, nonostante la Rai avesse partecipato alla produzione - e infatti alcuni attori italiani furono coinvolti in ruoli minori - non ebbe una programmazione felice in Italia. Prima alcuni episodi furono montati insieme per fare un film, con la musiche di Ennio Morricone. La prima serie fu trasmessa nel '76, divisa in tre diversi periodi e tre diverse fasce orarie. Mentre la seconda - quella con Maya - fu trasmessa nel '79 e ogni episodio era diviso in due puntate, con la sigla finale degli Oliver Onions. E così noi vedemmo la prima stagione dopo la seconda, non capendo bene chi fosse il geniale professor Bergman.
Su Spazio 1999 ho scoperto questa curiosità che voglio condividere con voi e che mi sembra che da sola racconti un'epoca. L'episodio della prima serie L'ultimo tramonto è stato trasmesso dalla Rai nell'estate del '76, poi quella copia, l'unica disponibile, è andata perduta. Per l'edizione in dvd è stata utilizzata una registrazione su audiocassetta fornita da un telespettatore, che - nell'epoca non c'erano ancora i videoregistratori - aveva messo il microfono del registratore a nastro accanto al televisore. Mi rendo conto che per alcuni dei miei più giovani lettori sto usando termini incomprensibili, ma i più vecchi sanno di cosa sta parlando. Quella registrazione non copre i primi minuti dell'episodio, perché, a causa di uno sciopero dei giornalisti Rai, l'edizione del telegiornale che precedeva il telefilm fu più breve e quindi il telespettatore si sintonizzò a trasmissione iniziata. Erano i tempi in cui riuscivamo ad andare sulla luna, ma non a registrare un telefilm.