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martedì 6 dicembre 2016

Considerazioni libere (414): a proposito di un ciclo che si chiude (e di un altro che si apre)...

La crisi che si è aperta con il fragoroso voto di domenica 4 dicembre e con le conseguenti e inevitabili dimissioni del presidente del consiglio è ora nelle mani del Presidente della Repubblica, come è giusto che sia. Come in un grande gioco dell'oca, un colpo di dadi ci ha riportati alla casella di partenza: perché non possiamo dimenticare che il referendum ha chiuso un ciclo politico cominciato esattamente cinque anni fa, proprio nelle ovattate stanze del Quirinale.
Se non ricordiamo quei giorni del novembre 2011 facciamo fatica a inquadrare con esattezza quello che è successo domenica. Sotto la spinta fortissima delle autorità finanziarie europee - dovete ricordare la lettera a firma Trichet-Draghi che imponeva una serie di riforme, di fatto commissariando l'esecutivo, i risolini di Merkel e Sarkozy, il clima da fine impero di quelle settimane - l'allora inquilino del Quirinale, con una forzatura istituzionale e in maniera assolutamente irrituale, fece dimettere il presidente del consiglio in carica, forte comunque di un mandato elettorale, e nominò a quella carica Mario Monti, opportunamente fatto diventare senatore a vita pochi giorni prima di quella investitura. Molte persone applaudirono a quel cambio di governo, una folla festeggiò in piazza del Quirinale, perché allora il premier era Berlusconi, ma quella gioia fu un errore e un'illusione. Fu un errore festeggiare la fine del nostro avversario politico proprio perché avveniva a quel modo, al di fuori della prassi costituzionale, e fu un'illusione, perché la situazione non sarebbe migliorata senza Berlusconi. Anzi.
Dal novembre del 2011 il nostro paese ha vissuto in una sorta di perenne stato di emergenza, con i nostri conti sotto la tagliola delle autorità di Bruxelles e Francoforte e soprattutto con un ruolo predominante del Presidente della Repubblica, diventato, anche per la debolezza degli altri attori politici, il dominus della politica italiana, tanto da essere rieletto a quella carica, un'altra forzatura istituzionale che ha violato lo spirito, se non la lettera, della Costituzione. Certo formalmente in questi cinque il governo ha sempre ottenuto la fiducia del parlamento, ma non si poteva diventare premier senza l'avallo del Quirinale, come ha provato a sua spese il povero Bersani; certo in questi cinque anni l'Italia ha continuato a essere una repubblica parlamentare, ma è stata un'altra cosa, perché l'attività legislativa è stata di fatto delegata all'esecutivo, e siamo andati avanti a colpi di decreti, su cui si imponeva il voto di fiducia per tacitare il parlamento; certo in questi cinque anni la Costituzione era ancora in vigore, ma è stata modificata in alcuni punti fondamentali, come con l'introduzione dell'obbligo del pareggio di bilancio, che segna il passaggio di sovranità alle istituzioni europee. La riforma che abbiamo bocciato domenica scorsa faceva diventare norma costituzionale quello che Napolitano aveva imposto nella pratica e infatti il vero sconfitto del 4 dicembre è il presidente emerito, anche più di renzi, perché è lui il vero padre di questa riforma.
Con il voto del 4 dicembre, con quel nostro NO, abbiamo detto che quella riforma non ci va bene, perché toglie potere ai cittadini, perché mina il principio di rappresentanza che è vitale per una democrazia. Il voto del 4 dicembre è stato importante soprattutto per questo.
Poi, chiuso un ciclo, occorre aprirne un altro e non è chiaro cosa succederà. Certo molto dipende dall'attuale Presidente, la cui prudenza fino ad ora è stata al limite dell'inconsistenza, perché nel disegno costruito dal suo predecessore poteva esserci solo un uomo forte e ora quell'uomo sedeva a Palazzo Chigi, quindi al Quirinale doveva esserci qualcuno che si limitasse al taglio dei nastri, alle cerimonie istituzionali, ai messaggi rassicuranti di fine anno. Inaspettatamente all'uomo in grigio del Quirinale adesso tocca gestire questa fase di vuoto. Speriamo che ascolti la voce che si è alzata dal paese e soprattutto che si attenga allo spirito della Costituzione, come la maggioranza di noi gli ha chiesto con il voto di domenica. Personalmente non ho molta fiducia, ma l'uomo, da vecchio democristiano, potrebbe stupirci.

lunedì 5 dicembre 2016

Considerazioni libere (413): a proposito di una battaglia che continua...

Abbiamo vinto.
Oggi prevale l'euforia, ma non possiamo smettere di combattere proprio ora. Non dobbiamo smettere di combattere proprio ora. Anche perché la guerra, quella vera, comincia oggi.
Prima di tutto dovremo organizzare la resistenza, perché "loro" cambieranno faccia, si libereranno di renzi e degli altri servi sciocchi - come nel novembre del 2011 si sono liberati di Berlusconi - e noi ci illuderemo, come allora, di aver vinto, ma non sono cambiati, torneranno ad attaccare la Costituzione, perché hanno mezzi e uomini illimitati per continuare questa guerra contro la democrazia. E perché sanno - a volte anche meglio di noi - che democrazia e lavoro si tengono e quindi vogliono limitare la democrazia per limitare, fino ad annullare, i diritti dei lavoratori. Dobbiamo denunciare ogni loro malefatta, dobbiamo far vedere alle persone che in buona fede hanno votato sì quali sono le vere intenzioni delle forze del capitale. E dobbiamo farlo capire anche a quelli che hanno votato NO per pura reazione, con poco o scarso interesse per la Costituzione, a quelli che hanno fatto la cosa giusta per il motivo sbagliato.
Comincia per noi una fase difficile, ma almeno avremo un punto chiaro di programma: la difesa della Costituzione del '48 e la sua piena applicazione. Questa dovrà essere la nostra parola d'ordine, questo dovrà essere il programma di base di uno schieramento di opposizione, in questi giorni difficili che ci attendono. E bisognerà, per una volta, essere chiari e non fare alcuno sconto. Nessuna intelligenza con il nemico, nessun distinguo. Non potremo più accettare accordi, anche solo locali, con il pd, con chi ha votato questa cosiddetta riforma, da domani il discrimine per ogni alleanza politica dovrà essere appunto la battaglia per la difesa della Costituzione del 1948, togliendo anche l'articolo che impone il pareggio di bilancio, che è stato il primo granello fatto entrare nel meccanismo della Costituzione per scardinarla.
Non ci illudiamo. La sinistra in questo paese sappia che l'attende un compito ancora più arduo: provare a ricostruirsi non solo in base a questa prospettiva repubblicana, che è necessaria, ma non sufficiente. La sinistra rinascerà in Italia se sarà socialista e quindi valorizzando gli aspetti più progressisti della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza. Lo so che è un compito che ci pare irrealizzabile, anche in un giorno di festa come oggi, ma non possiamo smettere di fare questo sogno.
La lotta, nel nome della Costituzione, continua.

giovedì 20 ottobre 2016

Considerazioni libere (411): a proposito di una scelta ponderata, nel merito...

Da qualche giorno, ossia da quando la campagna elettorale per il referendum è entrata nel vivo e la propaganda del governo e dei suoi complici si sta facendo sempre più violenta e volgare, vedo aumentare gli appelli a entrare nel merito della riforma. Come se fino adesso avessimo parlato d'altro.
Alcuni di quelli che lanciano questi appelli sono certamente in buona fede: si tratta in genere di costituzionalisti e di esimi professori schierati per il NO che, comprensibilmente, vorrebbero spiegare le molte buone ragioni di questa loro scelta, in base ai loro studi e alla loro dottrina. Non sempre, a dire il vero, il loro modo di spiegare le ragioni del NO risulta efficace e anzi talvolta rischiano di trasformare questo tema in un dibattito da specialisti, mentre è qualcosa che riguarda tutti noi, anzi più ci riguarda quanto più siamo deboli e indifesi, perché la Costituzione è nata proprio per difendere chi ha meno, chi sa meno, gli ultimi della società, offrendo a tutti gli stessi diritti. Uno di questi professori in buona fede che rischia di fare danni è Valerio Onida, con il suo ricorso volto a "spacchettare" il quesito; se il suo ricorso fosse accolto il referendum sarebbe posticipato, offrendo un ulteriore vantaggio a renzi, che ha tutto l'interesse a prendere tempo per continuare le sue elargizioni elettorali, e togliendo spinta ai già scarsi e deboli sostenitori del NO.
Poi ci sono quelli che non sono in buona fede - e sono ovviamente la maggioranza - il cui obiettivo è quello di dare una mano al governo, senza apparentemente darlo a vedere, senza apparire troppo schierati; siamo pur sempre in Italia, patria di cerchiobottisti e di opportunisti. Molti "autorevoli" commentatori di Repubblica - ad esempio, ma non solo - stanno facendo questo gioco sporco e tanti altri vedrete che seguiranno. La loro tesi è che noi votiamo NO unicamente per odio a renzi e proprio per questa ragione ci spiegano che questo nostro NO è sbagliato, perché non è possibile costruire qualcosa unicamente su questo sentimento così poco commendevole. Dicono che votiamo NO solo per far cadere il governo e in questo modo ci accusano di non discutere nel merito delle proposte di riforma. Curiosamente la recente - e inattesa - dichiarazione di voto di Mario Monti a favore del NO ha rinfocolato questa tesi, dal momento che lo stesso Monti ha motivato questa scelta solo con le critiche a renzi, in particolare alle regalie che si stanno facendo sempre più sfacciate, senza dire una parola sulla riforma; visto il personaggio, servo fedele dei poteri internazionali che hanno ispirato e sostenuto questa riforma, forse questa sortita è una polpetta avvelenata.
Il problema di noi del NO è che troppo spesso di fronte a questi argomenti ci mettiamo in difesa e rinunciamo ad attaccare. Invece dobbiamo essere noi ad andare all'attacco, proprio perché su questo tema stiamo da sempre sul merito, anche quando attacchiamo renzi e i suoi complici. Perché il merito della riforma non è né la cancellazione del senato, né lo svilimento delle autonomie, né il combinato disposto di riforma e legge elettorale - figurarsi poi se può essere il Cnel - il merito vero di ciò di cui stiamo discutendo è quale idea di democrazia vogliamo per il futuro di questo paese. Quello che dobbiamo far capire ai cittadini - quelli che voteranno sì per opportunismo e per cieca fiducia in renzi ormai sono perduti, ma tanti ancora non hanno deciso - è proprio questo.
Questa non è una riforma che riguarda alcuni articoli, non è l'adeguamento di alcuni punti a nuove esigenze, non è un'operazione di semplice, per quanto necessario, maquillage, questa è proprio una "nuova" costituzione, che risponde a principi diversi rispetto a quelli su cui è fondata la Costituzione del '48. So bene che renzi e i renzioti dicono che i principi della prima parte non vengono modificati - ed effettivamente non vengono modificati - ma quando, come in questo caso, le norme della seconda parte vengono totalmente riscritte tenendo conto di altri principi, allora anche la prima parte viene tradita. Per questo lo "spacchettamento" finisce per essere soltanto un esercizio accademico: c'è un'idea complessiva nella proposta del governo ed è un'idea che confligge totalmente con la Costituzione vigente. Questo è il merito, su questo siamo chiamati a un solo sì o a un solo NO. E per questo non votiamo sul senato o sul meccanismo di formazione delle leggi o sul Cnel, ma votiamo proprio sulla Costituzione, su tutta la Costituzione, principi compresi. Stiamo nel merito; dobbiamo spiegare ai nostri concittadini che il vero quesito, al di là di quello che sarà o non sarà scritto sulla scheda, è: "Volete una nuova Costituzione al posto di quella entrata in vigore nel 1948?". NO.
E non vogliamo che una nuova costituzione venga scritta da renzi e da Verdini. In questo certamente il referendum è anche una consultazione sul governo, indipendentemente da ogni altra considerazione in merito ai provvedimenti presi da questo esecutivo. Umanamente disprezzo renzi, ma non è questo il punto, non mi fido di lui e non mi fido di quelli da cui lui prende ordini. Stiamo dunque ancora nel merito, spiegando che il quesito della scheda potrebbe essere efficacemente "tradotto" in questo modo: "Volete che renzi scriva la nuova Costituzione?". NO.
Questa nuova costituzione, che porta il nome di renzi, ma che è stata scritta nelle stanze di alcune grandi istituzioni finanziarie, è ispirata dall'idea che i cittadini debbano contare sempre meno, che la sovranità non debba più appartenere al popolo - o appartenergli sono nominalmente - ma che in realtà debba essere esercitata da chi può e da chi sa. Debba essere esercitata dalle banche, dalle grandi industrie, dalle multinazionali, in sostanza debba essere esercitata dai padroni, dalle persone molto ricche, basandosi sul principio che gli interessi dei padroni coincidono con quelli generali. Invece non è così: i padroni hanno sempre fatto - e sempre faranno - solo i loro interessi, a scapito degli interessi collettivi e di quelli delle classi più povere. La guerra di classe non è un'invenzione di Marx, ma il conflitto che ogni giorno i padroni combattono contro di noi, per sfruttarci. La Costituzione serve a difenderci e per questo loro la vogliono cambiare. In gioco non è la sopravvivenza di qualche posto da senatore, ma questa idea sottesa alla riforma che le istituzioni democratiche siano un ostacolo allo sviluppo. E per questo tutti i banchieri, tutti gli industriali, tutti i potenti sono schierati per il sì e fanno schierare per il sì le loro marionette, da Obama alla Merkel, da Hollande a Juncker.
Oggi hanno già abolito le elezioni provinciali, eppure le Province ancora funzionano: allora qualcuno potrà chiedere di abolire anche le elezioni regionali e poi quelle comunali. Oggi aboliscono non il Senato, ma l'elezione democratica di questo organo, in nome dell'efficienza e del risparmio; domani qualcuno sosterrà, in nome degli stessi principi, che anche seicento deputati sono troppi, troppo costosi e troppo inefficienti, e quindi ne chiederà la riduzione, e che il meccanismo di voto è troppo complicato e troppo costoso. E non ci sarà più alcun principio per fermare questa deriva, perché con questo sì saranno riusciti a distruggere gli anticorpi della Costituzione. Questo è il merito. Su questo saremo chiamati a votare il prossimo 4 dicembre. Per questo voteremo NO.
A questi pretesi riformatori - o meglio a questi nuovi costituenti - poco importa che le leggi vengano approvate da una o due camere. E francamente importa poco anche a me il puro meccanismo. A loro importa che le leggi vengano approvate soltanto dai governi - come avviene di fatto da molti anni in Italia, dal momento che il parlamento si limita a ratificare, spesso sotto l'imposizione del voto di fiducia, i decreti del governo, come è avvenuto in Francia con la Loi travail, fatta passare senza un voto parlamentare, con una procedura d'emergenza, come una legge di guerra. E questa nuova costituzione va in questa direzione, con la scusa di semplificare, di rendere più veloci le decisioni. Vogliono semplicemente essere loro a decidere. Per questo diciamo NO. 
Ai nuovi costituenti interessa manomettere la Costituzione del '48, perché quella Costituzione, proprio perché è nata in quegli anni, perché è figlia della Resistenza, ha un forte impianto progressista. Quella formula dell'art. 1 "fondata sul lavoro" non è un espediente retorico, è un principio. E questo principio è adesso l'unico limite alle violenze di classe. Per questo vogliono scrivere una nuova costituzione, mentre noi dobbiamo lottare per applicare davvero, fino in fondo, la Costituzione del '48. Questo è il merito: "Volete vivere in un paese senza Costituzione?". NO.

sabato 7 maggio 2016

Verba volant (271): costituzione...

Costituzione, sost. f.

Una persona che legge abbastanza regolarmente quello che scrivo, anche se apprezza poco la mia eversiva radicalità, commentando una delle mie consuete prese di posizione a favore del NO al prossimo referendum costituzionale, mi ha chiesto quali sarebbero le mie proposte di riforma. Non so se quella domanda manifestasse un vero interesse o fosse semplicemente una sfida polemica, ma il tema mi sembra comunque interessante. E merita una risposta.
Sono anni che ci arrovelliamo intorno a questo tema, che discutiamo, anche aspramente, su quali riforme istituzionali fare o non fare - alcune sono state approvate, altre sono state cancellate a seguito di un referendum, altre ancora giacciono da anni in parlamento - ma ormai nessuno pare interrogarsi se queste riforme siano davvero necessarie. Abbiamo ormai dato per scontato che le riforme siano indispensabili; l'ho detto anch'io, tante volte, quando facevo un altro mestiere. Sinceramente non ne sono più convinto.
La Costituzione approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio dell'anno successivo non è forse la più bella del mondo, come ama dire un guitto, che si è fatto un po' di pubblicità grazie a questo tema, e come viene ripetuto da molti, con scarsa originalità. Però è una costruzione solida. La parola costituzione condivide, non a caso, la radice con il verbo costruire; una casa può essere bellissima, ma se non può essere abitata, se non è abbastanza solida, se non è abbastanza sicura, non serve al proprio scopo e quindi quella sua bellezza è perfettamente inutile.
La nostra Costituzione è naturalmente figlia del suo tempo, è nata in un particolare contesto storico, politico e culturale, è stata scritta da uomini e da donne che avevano subito una dittatura e una guerra dagli esiti drammatici. Non possiamo cercare nella Costituzione cose che non possono esserci. Ci sono temi su cui la Costituzione - anche nella sua prima parte, quella più "sacra" - segna il passo, penso ad esempio ai diritti delle persone che costituiscono - o costruiscono - una famiglia, perché per i Costituenti, indipendentemente dalla loro fede religiosa e dalle loro opinioni filosofiche, era semplicemente impensabile un matrimonio contratto da due persone dello stesso sesso. Allo stesso modo non possiamo pretendere di trovare, in un testo scritto settant'anni fa, risposte ai quesiti a cui la scienza, nella sua rapidissima evoluzione, ci ha messo di fronte, ad esempio sul tema della fine vita. Né i Costituenti potevano immaginare che ci sarebbe stata la rete e che l'accesso a essa avrebbe comportato diritti e doveri: erano saggi, erano intelligenti, ma non erano indovini.
La Costituzione del '48 però, al di là di questi limiti oggettivi, ha una sua unità, una sua coerenza, che credo sia uno degli aspetti più significativi dello sforzo delle persone che l'hanno redatta. La nostra Costituzione è una costruzione ben progettata, con le fondamenta solide e con una propria armonia funzionale: non ci sono né finestre cieche né stanze a cui non si riesce ad accedere. Le riforme che si sono succedute negli anni successivi, specialmente negli ultimi venti, hanno avuto la pretesa di modificare questo o quel punto, ma sono state per lo più disorganiche e, proprio perché rispondevano a idee spesso divergenti tra di loro, hanno finito, quando sono state approvate, per peggiorare la Costituzione.
La Costituzione di oggi - quella adesso vigente, non parlo delle riforme imposte da questa minoranza arrogante e volgare, a cui dovremo dire comunque NO - è peggiore di quella uscita dalle penne dei Costituenti, proprio perché ha perso in parte quel disegno unitario che allora era così forte. Penso ad esempio alla riforma fatta nel 2012 che, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119, ha introdotto l'obbligo del principio del pareggio di bilancio e in questo modo ha tolto sovranità allo stato, introducendo un elemento che limita il potere legislativo, sottomettendolo a un criterio che è alieno allo spirito del resto della Carta. Per non parlare della confusione che è stata fatta nelle varie riscritture del Titolo V, su cui si sono esercitati personaggi per lo più incompetenti, e che ha dato vita a un conflitto permanente tra diversi livelli istituzionali.
La mia proposta di riforma costituzionale è allora piuttosto semplice. Torniamo alla Costituzione del 1948, togliamo le ultime, farraginose e abborracciate modifiche, e proviamo ad applicarla questa Costituzione, con maggior rigore di quanto sia stato fatto in questi settant'anni.
Ho già detto che la nostra Costituzione è figlia del suo tempo, ma questo non è soltanto un aspetto negativo. Anzi. Gli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale hanno rappresentato probabilmente il punto più alto di un'elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull'economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l'obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza, il bisogno di creare una rete di servizi pubblici, finanziati dalla collettività, per aiutare le persone in difficoltà, allo scopo di riconoscere a tutti uguali condizioni di partenza.
La storia del Novecento è stata segnata dalla grande crisi del capitalismo, una crisi di cui adesso - in un'epoca in cui questo è tornato vincente in maniera così violenta - facciamo fatica a capire le possibili conseguenze. Molti, a seguito della crisi del '29, pensarono che il sistema capitalista fosse destinato a sparire, che si fosse completato quel ciclo descritto da Marx e che sarebbe nato, dalle ceneri del capitale, qualcosa di diverso. Sappiamo che a seguito di questa crisi ci fu la risposta antidemocratica del fascismo, ma - una volta che questo fu sconfitto - si provò a immaginare un sistema che in qualche modo imbrigliasse la bestia del capitale, che ne mitigasse la violenza, anche per ripagare lo sforzo di quelle classe sociali più povere, il cui contributo alla sconfitta del fascismo era stato determinante, che avevano retto lo sforzo durante il conflitto, che si erano messe alla prova, e che avevano vinto quella sfida. Naturalmente sarebbe anacronistico giudicare la nostra Carta - come tutte quelle scritte all'indomani della fine della seconda guerra mondiale - come una costituzione socialista, eppure in essa ci sono tanti elementi socialisti, molti di più di quelli che i conservatori avrebbero voluto concedere, ma che i popoli in qualche modo si presero con la forza, perché avevano combattuto. E avevano vinto.
La vicenda italiana è in qualche modo emblematica di questa storia, che non è appunto solo italiana. Era chiaro che l'Italia non sarebbe diventato un paese socialista, perché così avevano deciso i vincitori della guerra, ed era chiaro che la guida del paese sarebbe toccata ai conservatori, ma le forze socialiste, grazie al ruolo che avevano avuto nella Resistenza e nella guerra di liberazione, assunsero un protagonismo di cui non si poteva non tenere conto e che si tradusse in un dettato costituzionale di forte impianto progressista. Quando diciamo che la Costituzione è nata dalla Resistenza esprimiamo con uno slogan tutto questo.
Sappiamo però che il capitalismo non è stato affatto sconfitto, anzi ha superato quella crisi, si è liberato, a partire dalla fine degli anni Settanta, dai vincoli che le forze progressiste gli avevano imposto finita la guerra ed è tornato a dominare il mondo, sfrenato e violento, come all'inizio del secolo, anzi con una arroganza ancora maggiore. Ha stravinto perché è riuscito a imporre la propria visione del mondo anche alle forze che avrebbero dovuto rappresentare il campo progressista - basti pensare a cosa sono diventati oggi i socialisti europei, per tacere dello schifo che c'è in Italia, dove la sinistra si è suicidata - e domina il mondo con brutalità selvaggia. L'unico limite a questa violenza di classe è rappresentato dalle nostre "vecchie" costituzioni, che infatti sono finite nel mirino delle forze del capitale, che vorrebbero emendarle, modificarle, attenuarne la portata riformista, con la scusa che occorre adeguarsi ai tempi, che servono nuovi strumenti per affrontare le sfide nuove e tutte le menzogne che dicono quelli come renzi, per convincerci che la nostra Carta è da buttare - o da riformare come dicono loro.
Votare NO al prossimo referendum è il nostro modo per cercare di fermare questo attacco, prendendo un po' di tempo e di fiato. Ma non illudiamoci: ne seguirà un altro, e un altro ancora, perché il loro scopo è distruggere queste costituzioni, e le loro risorse sono moltissime, praticamente illimitate. Non possiamo limitarci a stare fermi, a difenderci dentro le mura assediate: saremmo destinati alla sconfitta, anche perché i traditori sono già qui tra di noi, pronti a venderci al nemico. Una volta che avremo resistito a questo nuovo, subdolo, assalto, dovremo avere la forza di gettarci noi all'attacco.
Io comincerei proprio dalla nostra Costituzione, dalla richiesta di applicarla con rigore. Nella Carta c'è già scritto tutto quello per cui vale la pena di lottare: la difesa della sanità e della scuola pubbliche, il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia dei beni comuni, il riconoscimento delle prerogative democratiche. Perché chi vuole cambiare la Costituzione ha sempre due obiettivi: limitare la democrazia e toglierci diritti. Questi due valori viaggiano sempre insieme e per questo noi dobbiamo continuare a chiedere più democrazia e più diritti.
Così il nostro NO si trasformerà in una vittoria.

sabato 10 ottobre 2015

Considerazioni libere: (405): a proposito di un omicidio politico...

Temo ricorderemo a lungo, e con sgomento, quello che è avvenuto in questi giorni nel nostro paese. Se non sapremo reagire - e sinceramente non vedo alcun segno di reazione, capace di mobilitare una nuova resistenza - probabilmente diremo ai nostri figli e ai nostri nipoti che abbiamo assistito al momento in cui il regime si è reso palese, manifesto, al momento in cui il regime ha gettato la maschera, non nascondendo più la propria capacità di violenza.
Saranno tante le meschinità di cui dovremo ricordarci. Io segnalo, ora per allora, l'articolo che Lorenzo D'Albergo - dobbiamo cominciare a fare i nomi dei congiurati e dei loro servi, a futura memoria - ha scritto per Repubblica il 7 ottobre scorso; lo cito non solo perché è un articolo fazioso - ce ne sono stati tantissimi su quel giornale, contro o a favore di molte persone, non sarebbe neppure questo il problema - ma perché volgarmente fazioso, orgogliosamente di propaganda. A D'Albergo hanno detto "parla male di Marino" e D'Albergo esegue, con furia cieca, sfidando il ridicolo, mettendo in fila banalità, mezze verità, discorsi da bar, senza fare alcun riscontro, ma evidentemente né a lui né a chi gli ha ordinato di scrivere quell'articolo importa. Anzi, nel suo pressapochismo, nella sua ostentata volgarità, questo articolo è stato per me il segno che Marino aveva perso: se erano disposti a tanto, significava che ormai il sindaco era condannato. Ce ne sono stati tanti di articoli così, sul Corriere, in Rai, nelle televisioni commerciali e tutti con lo stesso bersaglio, tutti con lo stesso mandante. In questi giorni gli organi di informazione, tutti gli organi di informazione, hanno contribuito a far dimettere Ignazio Marino, tutti hanno partecipato a questo attacco squadrista. Non si sono sottratti neppure autorevoli prelati che, fingendo di non sapere di essere registrati, in una finta trasmissione di intrattenimento, che molte volte si è già prestata a queste operazioni di killeraggio politico, hanno sfogato la loro rabbia contro il bersaglio che doveva essere politicamente ucciso.
Le dimissioni di Marino non sono un episodio di lotta politica, certo meschina, ma in qualche modo riconducibile a precisi e circoscritti obiettivi politici e affaristici. Certo sono state anche questo, ma soprattutto sono state la prova generale del regime: una prova perfettamente riuscita. Da adesso, se non ci sarà una reazione - e temo che non ci sarà - tutto sarà possibile, come, dopo il delitto Matteotti, tutto è stato possibile.
Non so se il mandate di questo omicidio sieda, ora come allora, a Palazzo Chigi. Certo il presidente-segretario è il vincitore di questo scontro, ma sinceramente fatico a immaginarlo così potente. Certo è smodatamente ambizioso, certo è pronto a mentire e a tradire pur di continuare a governare, certo è un esecutore instancabile e tenace, e molto meno stupido di quanto voglia farci credere con il suo improbabile inglese, ma credo che anche lui sia una pedina di altri, che muovono davvero i fili di questa triste vicenda. Gli stessi che stanno riscrivendo la Costituzione in senso autoritario, togliendo ruolo alle assemblee legislative e agli enti locali, gli stessi che hanno abolito una parte importante dello Statuto dei lavoratori, gli stessi che sono pronti a diventare ancora più ricchi con le privatizzazioni dei servizi e dei beni pubblici.
Sicuramente Ignazio Marino è stato la vittima, ma - vi prego - non facciamone un eroe. Marino si è trovato soltanto dalla parte sbagliata della rivoltella. Il dottore è uno che ha provato a giocare e che ha perso, perché aveva carte peggiori o perché era meno bravo a barare, quindi non facciamone un santo o, peggio ancora, una bandiera della sinistra. Sarebbe deleterio, perché proprio la storia politica di Marino è emblematica della crisi democratica di questo paese. Non è che io ce l'abbia particolarmente con lui, solo mi ricordo, mi ricordo tutto. Marino è uno che è entrato in politica per fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno. Solo in una fase di crisi così acuta della politica uno come Marino, venuto dal nulla, poteva sperare di arrivare così in alto, senza dimostrare in fondo nessuna qualità. Per fare il medico occorre aver studiato a lungo, per diventare un bravo chirurgo bisogna lavorare anni, in Italia invece crediamo che per fare politica non occorra studiare, anzi pensiamo che chi ha fatto politica sia il meno adatto per governare. E quindi siamo disposti a votare chi non ha mai fatto politica; perfino uno come Marino.
Stendiamo poi un velo sui mariniani, ossia su quei dirigenti locali del pd che hanno sostenuto Marino quando si candidò a segretario, nella consapevolezza che la sua sconfitta avrebbe comunque assicurato a qualcuno di loro un qualche posto di sottogoverno, in nome di un pluralismo spartitorio che funzionava ancora in quel partito, prima che renzi prendesse tutto. E così i mariniani - non costringetemi a fare i nomi, spulciate un po' e li troverete da soli - sono diventati consiglieri comunali, regionali, deputati; se hanno ancora le loro cariche immagino siano diventati renziani.
Gli apologeti di Marino dicono che è onesto. Se anche lo fosse - e personalmente non lo metto assolutamente in dubbio - cosa significherebbe? Dobbiamo scegliere qualcuno solo perché è onesto? Tutti dovrebbero esserlo. Eppure tanti in Italia hanno fatto carriera politica, in particolare a sinistra, solo perché erano - e sono - onesti. Ma l'onestà non può essere un programma politico, e Marino un programma non l'ha mai avuto, o meglio non ha mai avuto un programma di sinistra, perché non è uno di sinistra, ma solo uno che aveva l'ambizione di fare il ministro, il segretario del pd o il sindaco di Roma, niente di meno.
Si è espresso, da cattolico, a favore delle unioni civili e dei diritti delle persone omosessuali; questo significa essere di sinistra? No. Ha pedonalizzato i Fori imperiali e ha tolto gli ambulanti attorno ai monumenti; questo significa essere di sinistra? Non so, ma francamente non mi pare rilevantissimo. Ha fatto davvero qualcosa per migliorare la vita delle migliaia di persone che vivono malissimo nelle periferie di Roma? Ecco questa sarebbe stata una cosa di sinistra, magari impopolare, perché avrebbe toccato rendite, poteri costituiti, privilegi piccoli e grandi. Ha denunciato l'enorme patrimonio immobiliare, pubblico e privato, che c'è a Roma, spesso vuoto, a volte "affittato" ai soliti noti, mentre tante persone sono senza casa o vivono in case che dovrebbero essere abbattute? Espropriare le case sfitte delle banche sarebbe un atto da comunista e certo Marino non voleva essere considerato tale. Ha messo insieme alcuni slogan, gli stessi che ha messo insieme renzi, che ha messo insieme Civati, che ha messo insieme Barca, che hanno messo insieme tanti altri, miscelandoli in maniera diversa, ma sostanzialmente dicendo - o non dicendo - tutti le stesse cose, usando tutti la stessa vuota retorica, infarcita di nuovismo e di riforme. Tutti costoro non rappresentano altri che se stessi, quando va bene; quando va male rappresentano i "poteri" economici e affaristici che li sostengono, li finanziano, li "votano". Nel cocktail politico di Marino c'era - rispetto a quelli degli altri - un po' più di antipolitica. Ma poi, quando passi dall'antipolitica alla politica, c'è sempre uno più "antipolitico" di te; e Marino alla fine ha pagato anche questo.
Ovviamente non è questo il nodo, non hanno dimesso il sindaco per le buche, per la metro che non funziona, per il degrado, per gli scontrini. Marino ha pagato un prezzo così alto, anche dal punto di vista umano, per non aver offerto la propria disponibilità ai potenti di turno, a quelli che vogliono fare affari con il Giubileo della misericordia, a quelli che da sempre mungono la vacca e che naturalmente vogliono continuare a farlo. Poco importa a questo punto se non l'ha fatto perché è davvero onesto o perché anche lui aveva i suoi amici da beneficare con i soldi "santi" in arrivo, insieme ai pellegrini, nella Città eterna. Questo ormai importa solo a Marino e alla sua coscienza. Quel capitolo è chiuso. Adesso tornano a sedersi a tavola i convitati famelici che abbiamo già visto all'opera. E poco importa che vincano gli uni o gli altri, la cosiddetta destra o la cosiddetta sinistra, sappiamo che sono soliti frequentare gli stessi ristoranti, quelli preferiti anche dai Casamonica e dagli amici degli amici.
Da qualche tempo il partito di regime a Roma è commissariato, ma quanti iscritti sono stati espulsi? Quanti circoli sono stati chiusi? Il "commissario" Orfini non poteva e non voleva cambiare nulla, anzi doveva cambiare il sindaco, e proprio sotto il Giubileo, perché in nome della fretta, dell'emergenza, della necessità di non fare una brutta figura con il resto del mondo, tutto diventa lecito, così come è accaduto a Milano con Expo. Il sogno di renzi e dei suoi pupari è di non andare più al voto, di sostituire i sindaci con podestà nominati dal governo. Ma siccome sanno che non possono farlo, svuotano i poteri degli enti locali, rendono i sindaci sempre più deboli. La riforma della Costituzione sta andando tutta in questa direzione e l'attacco a Marino è figlio della stessa idea: se hanno potuto sbarazzarsi così facilmente del sindaco della capitale, quale altro amministratore può sentirsi al sicuro? L'omicidio politico di Marino è anche un avvertimento, in stile mafioso, a tutti gli altri: o vi adeguate o vi distruggeremo.
A Roma, nonostante i giochi di regime, potrebbe questa volta vincere il candidato del Movimento Cinque stelle; personalmente penso sia auspicabile, piuttosto che vinca un uomo della premiata ditta renzi-verdini. Se fossi romano probabilmente voterei per loro, perfino per uno dal passato discutibile come Alessandro Di Battista o per una antipatica come Roberta Lombardi. Francamente non ho molta fiducia che un'amministrazione grillina possa ribaltare una situazione così incancrenita, possa ripulire tutto il marcio incrostato in questi decenni. Sarebbe perfino ingiusto chiedere a loro un impegno così improbo, caricarli di aspettative impossibili da mantenere, tanto più che avrebbero contro il regime, con tutta la sua potenza di fuoco. Ma è giusto che ne abbiano l'opportunità e, ripeto, se servisse, avrebbero perfino il mio sostegno. Di fronte a un regime occorre rinunciare a qualcuna delle nostre posizioni, pur di fermare - o almeno rallentare - la sua affermazione.
Non può essere questa però la nostra prospettiva. Bisogna cominciare davvero a costruire qualcosa di diverso, bisogna tornare a un'idea di rappresentanza politica, basata su comuni valori, sulla condivisione di interessi di classe, bisogna tornare a costruire un'idea socialista attorno a cui riunire le persone che sono colpite ogni giorno dall'affermazione violenta del finanzcapitalismo, bisogna costruire una difesa per le classi più povere, per i lavoratori con sempre meno diritti, per i giovani che non hanno un futuro. E insieme tornare ad attaccare; prima che sia troppo tardi. 

sabato 19 luglio 2014

Verba volant (106): senato...

Senato, sost. m.

L'etimologia di questa parola è davvero evidente, quali lapalissiana: senatus deriva da senex, che significa vecchio, in quanto nell'antica Roma questo era il consiglio degli anziani, un organo che ha resistito al passaggio, traumatico, dalla monarchia alla repubblica e a quello, graduale e non violento, dalla repubblica all'impero.
Un organo di questo genere c'era anche in molte altre città antiche. Ad esempio in età omerica il consiglio che affiancava il re si chiamava gerusia; come è evidente, si tratta della stessa radice della parola italiana geriatria e quindi anche la gerusia era il consiglio degli anziani. Questo nome è rimasto, in epoca storica, a indicare gli organi assembleari, con un ruolo consultivo piuttosto importante e significativo, a Sparta e a Cartagine.
Come noto la storia la scrivono i vincitori e allo stesso modo sono i vincitori che determinano quali parole sopravvivono e quali invece sono destinate a scomparire. Cartagine è stata sconfitta, i Romani hanno gettato il sale sulle sue rovine, e quindi la parola senato ha continuato ad essere usata fino ai ai giorni nostri, mentre gerusia è un reperto di archeologia etimologica.
In sostanza per gli antichi vecchiaia era sinonimo di saggezza e quindi al giovane condottiero, che doveva avere l'energia e la forza per guidare le truppe in battaglia, era necessario affiancare un gruppo di uomini saggi, di consiglieri che avessero esperienza delle cose del mondo, anche per insegnargli la temperanza.
Credo ricorderete il film Lawrence d’Arabia. In una delle ultime scene Lawrence, che ha ormai capito che il suo governo non intende rispettare i patti che egli aveva preso con gli arabi e anzi che Gran Bretagna e Francia si sono spartite quelle terre, irrompe nell'ufficio di Allenby e si sorprende di trovarci il principe Faysal che discute con il generale e con Dryden. E' proprio il principe che congeda Lawrence, con queste parole:
Non c'è altro da fare, qui, per un guerriero. Ormai si tratta di amministrare: lavoro da vecchi. I giovani combattono, e per questo le virtù della guerra sono virtù di giovani: il coraggio e la fiducia nel futuro. Poi vengono i vecchi e fanno la pace, e i vizi della pace sono i vizi di tutti i vecchi: la sfiducia e il sospetto.
Sfiducia e sospetto erano i vizi anche del senato della Roma repubblicana, che divenne ben presto qualcosa di più di un semplice consiglio degli anziani; nel complesso sistema istituzionale romano questo consiglio assunse via via funzioni proprie e definite e soprattutto finì per rappresentare gli interessi delle grandi famiglie, aristocratiche prima e borghesi poi, che avevano il controllo economico della città. Con l'impero il senato perse molte delle sue prerogative, anche se assumeva un ruolo, non sempre codificato, nel momento di passaggio da un imperatore all'altro.
Comunque sia diventare un senatore era un onore ambito a Roma, perfino di più di quanto lo sia oggi. I senatori antichi godevano di maggior potere e indiscutibilmente di maggior prestigio rispetto a quelli attuali, che però godono certo di maggiori benefit.
Per tornare alla definizione della nostra parola, nel diritto pubblico moderno, nei parlamenti bicamerali a regime monarchico il senato è la cosiddetta camera "alta", destinata ad accogliere, per diritto ereditario, i capi delle famiglie patrizie e, per nomina sovrana, i membri dell'alto clero e cittadini di particolari meriti sociali. Nei regimi repubblicani bicamerali il senato si differenzia in genere dall'altra assemblea per le diverse procedure che regolano l'elezione dei suoi membri e per un particolare prestigio simbolico. Spesso negli stati federali il senato è l'assemblea in cui i diversi stati sono rappresentati con lo stesso peso e quindi rappresenta l'unità della nazione.
Come noto in Italia la Costituzione del '48, attualmente in vigore, seppur con alcune gravi modifiche, prevede un sistema che i costituzionalisti chiamano bicameralismo perfetto. Tra le due camere non c'è alcuna differenza di ruolo e di funzioni. Il Senato della Repubblica ha un maggior prestigio puramente formale.
A tutt'oggi, cosa sia esattamente il senato immaginato da Renzi e da Berlusconi non è dato sapere.
Una costituzione perfetta non esiste, anzi non può esistere. Per cui diffidate da chi vi spaccia la sua come tale. Le costituzioni funzionano più o meno bene, soprattutto per come sono applicate, per come sono rispettate, ma anche per come sono state scritte. Funzionano meglio le costituzioni che hanno un disegno unitario, in cui c'è un'idea, più o meno espressa, più o meno esplicita, che tiene insieme le sue parti. Nella Costituzione del '48 un disegno unitario c'era. Le riforme costituzionali degli anni successivi questo disegno lo hanno abbandonato e la nostra Costituzione somiglia sempre più a un vestito da Arlecchino, con pezze di colori e tessuti diversi.
Il "nuovo" senato è l’ennesima pezza: vi lascio immaginare su quale parte del corpo sia stata cucita. I senatori non saranno più eletti dai cittadini, ma saranno nominati da grandi elettori regionali - che peraltro attingeranno dalle loro stesse fila - in base proporzionale al numero degli abitanti delle singole regioni. Se fosse un senato "federale" le regioni dovrebbero avere lo stesso peso, come avviene negli Stati Uniti, dove i senatori sono due sia per la California che per il Wyoming. Invece il Pd e Forza Italia hanno da sistemare propri sodali più in Lombardia e in Toscana che in Molise e quindi è saltata questa rappresentanza paritaria. I senatori non avranno più il potere legislativo, eppure godranno dell'immunità che giustamente è riconosciuta, in tutto il mondo civile, a chi esercita tale potere. Come ho scritto in un'altra definzione, questa immunità serve soltanto a garantire l'impunità a qualche amico sindaco o consigliere regionale, che quindi potrà finalmente rubare indisturbato.
Sembra un pasticcio questa riforma e, per molti versi, lo è. Ma c'è del metodo in questa follia. Intanto "lor signori", attraverso questi servi sciocchi - per tacer delle servette - sono riusciti a liberarsi di una camera e quindi di un pezzo del potere rappresentativo e democratico. Non è poco. Le assemblee elettive subiscono un duro colpo, anche quelle apparentemente non toccate dalla riforma, perché sono riusciti a dimostrare che queste non sono poi così indispensabili. E' la stessa cosa che hanno fatto con le Province, dove hanno eliminato solo il consiglio, lasciando in carica un presidente-podestà di nomina politica.
In un'altra epoca della nostra storia era verosimile che, diventato più maturo, dopo molti anni in cui aveva fatto il sindaco, diventasse senatore un uomo come Peppone, che certamente non era il più intelligente né il più brillante e certo non il più colto, ma che aveva buon senso e soprattutto rappresentava meglio di tutti gli altri - e anche meglio di don Camillo - la sua comunità. Con la grande riforma che si apprestano ad approvare Peppone non diventerebbe più senatore.

sabato 28 dicembre 2013

Verba volant (39): retribuzione...

Retribuzione, sost. f.

Ho deciso di definire questa parola, invece di salario o di stipendio, che pure sono molto più interessanti dal punto di vista etimologico, perché retribuzione è la parola che i Costituenti hanno scelto, quando - negli articoli 36 e 37 - hanno parlato dei diritti dei lavoratori. Questa parola insomma, a differenza degli altri due più utilizzati sinonimi, ha dignità costituzionale.
Vista la generale dimenticanza in cui versa la nostra Costituzione, credo sia utile citare il primo comma dell’art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Vediamo invece cosa succede veramente nel nostro paese.
Il Comune di Brescia, per rispondere alle richieste delle scuole del suo territorio di avere fondi per assumere nuovi insegnanti di sostegno, in particolare per aiutare gli studenti stranieri, ha deciso di creare un albo di pensionati disponibili a lavorare gratuitamente.
Alcuni mesi fa il governo, la Regione Lombardia e il Comune di Milano hanno firmato un protocollo per la gestione di Expo 2015, in particolare sull’assunzione e sull’impiego del personale. In questo documento è scritto che, a fronte delle 640 persone assunte a tempo determinato, lavoreranno 18.500 volontari con un turn over di circa 500 ogni due settimane, per almeno 5 ore di lavoro al giorno. I volontari avranno la funzione di “supporto al visitatore in coda in caso di bisogno” e potranno essere utilizzati come guide all’interno dei padiglioni. In pratica ogni 29 persone impiegate, 28 lavoreranno gratis.
Peraltro tra i pochissimi che saranno retribuiti il contratto prevalente - almeno fino al 60% degli assunti - sarà quello di stage o tirocinio, che prevede un salario mensile di 516 euro, oltre al buono pasto di 5,29 euro. Non stupisce quindi che Confindustria chieda in queste settimane l’estensione del “modello Expo” anche in altri settori e non stupisce neppure che dicano la stessa cosa quelli abituati a seguire sempre e comunque l’onda neoliberista, come il “blairiano al lampredotto” Renzi.
Giovannini, se possibile, ha fatto peggio della Fornero; e non ha neppure pianto.
Nel blog LaboratorioPoliticaBologna, in un articolo di cui condivido tutto - soprattutto l‘incazzatura finale - Filippo Manvuller ha già denunciato lo scandalo dei 500 posti di lavoro che il ministero dei beni culturali assegnerà ad altrettanti giovani - a cui è richiesta una laurea con un punteggio di almeno 110 - per inventariare e digitalizzare il patrimonio culturale italiano: la retribuzione prevista, per un lavoro di 35 ore settimanali, è di 416 euro al mese, lordi.
Lavorare senza ricevere una retribuzione o con una retribuzione non proporzionale al lavoro fatto è anticostituzionale e quindi chi ci costringe a farlo - tanto più se è lo stato - è in una condizione illegale, prima ancora che politicamente criticabile.
Ovviamente poi ciascuno di noi, nel suo tempo libero, può fare del volontariato, ossia può lavorare gratis et amore Dei; c’è chi svolge un’opera meritoria e socialmente utile, come chi guida le ambulanze, e c’è chi fa un lavoro socialmente inutile - ma almeno non dannoso - come scrivere le voci di un dizionario. L’importante è che non siamo obbligati a farlo.
Per troppe persone in questo paese il volontariato è diventato una forma di contratto di lavoro. E dobbiamo pure ringraziare “lor signori” che non ci chiedono dei soldi per farci lavorare.

sabato 22 dicembre 2012

dal Verbale della seduta dell'Assemblea Costituente di lunedì 22 dicembre 1947

Presidente
L'ordine del giorno reca: Votazione finale a scrutinio segreto della Costituzione della Repubblica italiana. Ha facoltà di parlare l'onorevole Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione.

Ruini
Onorevoli colleghi, con la seduta di poche ore fa il compito dell'Assemblea Costituente può dirsi adempiuto. Ecco il testo definitivo della Costituzione, che mi appresto a consegnare al Presidente dell'Assemblea.
Era un compito difficile e faticoso. Il Comitato di redazione è apparso molte volte quasi una mitica unità; i suoi membri si sono divisi ed hanno combattuto fra loro; ma dopo tutto vi è stato, e si rivela oggi, uno spirito comune, uno sforzo di unità sostanziale; ed oggi il Comitato compatto sente la responsabilità e la solidarietà del suo lavoro, ed è orgoglioso di averlo portato a termine. Questo io devo dichiarare, a suo nome, all'Assemblea e ringraziarla di aver sanzionato l'opera nostra.
Questa è un'ora nella quale chi è adusato alle prove parlamentari, chi è stato in trincea, chi ha conosciuto il carcere politico, è preso da una nuova e profonda emozione. È la prima volta, nel corso millenario della storia d'Italia, che l'Italia unita si dà una libera Costituzione. Un bagliore soltanto vi fu, cento anni fa, nella Roma repubblicana di Mazzini. Mai tanta ala di storia è passata sopra di noi.
E ciò avviene in una congiuntura non ancora definita, in un processo di trasformazione ancora in cammino, in cui alcuni istituti vecchi non sono ancor morti, ed altri nuovi non sono ancora interamente vivi. Esistono due crepuscoli tra il giorno e la notte: questo che ora scorgiamo sarà per la nostra Italia crepuscolo di aurora e non di tramonto.
Dobbiamo darci la nostra Costituzione in una situazione tragica; dopo la disfatta; dopo l'onta di un regime funesto. Dobbiamo cercare di costruire qualche cosa di saldo e di durevole, mentre viviamo in piena crisi politica, economica, sociale. Ebbene, vi siamo riusciti. L'Italia darà un'altra prova di ciò che è stato il segno della sua storia e la rende inconfondibile con le altre nazioni: l'Italia è la sola che abbia saputo e saprà, risorgendo, rinnovare e vivere fasi successive ed altissime di nuove civiltà.
Questa Carta che stiamo per darci è, essa stessa, un inno di speranza e di fede. Infondato è ogni timore che sarà facilmente divelta, sommersa, e che sparirà presto. No, abbiamo la certezza che durerà a lungo, e forse non finirà mai, ma si verrà completando ed adattando alle esigenze dell'esperienza storica. Pur dando alla nostra Costituzione un carattere rigido, come richiede la tutela delle libertà democratiche, abbiamo consentito un processo di revisione, che richiede meditata riflessione, ma che non la cristallizza in una statica immobilità. Vi è modo di modificare e di correggere con sufficiente libertà di movimento. E così avverrà; la Costituzione sarà gradualmente perfezionata; e resterà la base definitiva della vita costituzionale italiana. Noi stessi - ed i nostri figli - rimedieremo alle lacune ed ai difetti, che esistono, e sono inevitabili.
Critiche sono venute anche da questo banco; ma non ci dobbiamo abbandonare ad un abito di auto-denigrazione, che sembra talvolta un tristo retaggio italiano. Nessuna Costituzione è perfetta. Tutte le volte che se n'è fatta una, sono risuonati lamenti e deprecazioni fra i costituenti. Ciò è avvenuto, anche subito dopo che a Filadelfia fu votata, un secolo e mezzo fa, la Costituzione nord-americana; che ora è giudicata la migliore di tutte!
Un giudizio pacato sui pregi e sui difetti della nostra Carta non può essere dato oggi, con esauriente completezza. Difetti ve ne sono; vi sono lacune e più ancora esuberanze; vi sono incertezze in dati punti; ma mi giungono ormai voci di grandi competenti dall'estero, e riconoscono che questa Carta merita di essere favorevolmente apprezzata, ed ha un buon posto, forse il primo, fra le Costituzioni dell'attuale dopoguerra. Noi, prima di tutti, ne riconosciamo le imperfezioni; ma dobbiamo anche rilevare alcuni risultati acquisiti.
I «principi fondamentali» che sono sanciti nell'introduzione, e che possono sembrare vaghi e nebulosi, corrispondono a realtà ed esigenze di questo momento storico, che sono nello stesso tempo posizioni eterne dello spirito, e manifestano un anelito che unisce insieme le correnti democratiche degli «immortali principi», quelle anteriori e cristiane del sermone della montagna, e le più recenti del manifesto dei comunisti, nell'affermazione di qualcosa di comune e di superiore alle loro particolari aspirazioni e fedi.
Nella enunciazione dei diritti e doveri del cittadini, se la Francia, che ha una tradizione superba di tali dichiarazioni, ha potuto rimettersi ad esse, noi, che non l'abbiamo, siamo tenuti a formulare noi, per la prima volta, questi diritti e doveri. Lo abbiamo fatto non senza vantaggi e passi avanti; e qui le esigenze etico-politiche hanno ceduto il posto alla tecnica più precisa e concreta. Nessuna altra Carta costituzionale contiene un sistema così completo e definì Lo di garanzie di libertà, ed alcuni istituti non sono privi di novità; mi hanno segnalato appunto la nullità delle misure di polizia non comunicate e convalidate subito dalla Magistratura, ed il diritto di associazione, inteso nel senso che chi ha diritto di svolgere singolarmente un'attività può farlo anche in forma costituzionale. Per il suo tecnicismo giuridico - costituzionale (e per la struttura e l'architettonica dell'intera Costituzione) la nostra Carta è una cosa seria.
Nessuno si deve scandalizzare se nei testi costituzionali è entrata - ormai da tempo - la nota dei rapporti economici. Le direttive che noi abbiamo formulato aprono, con la maggior adeguatezza possibile, la via a progressive riforme verso quella che deve essere ormai, lo abbiamo detto nel primo articolo, la democrazia basata sul lavoro; e nel tempo stesso escludono, proprio per lo sforzo di tracciare concreti istituti, i metodi rivoluzionari e violenti.
La seconda parte della Costituzione - ordinamento della Repubblica - ha presentato gravi difficoltà. Si tenga presente che nell'edificare la nostra Repubblica non abbiamo trovato, come in altri paesi, continuità di tradizione. Avevamo tutto da fare. Non abbiamo risoluto con piena soddisfazione tutti i problemi istituzionali. Ad esempio, per la composizione delle due Camere ed il loro sistema elettorale, rimesso del resto alla legge ordinaria. Ma in complesso si è seguita una linea media ed equidistante dai due estremi. Da un lato, dalle suggestioni, talvolta inconsapevoli, in cui cadono certuni che hanno sempre davanti agli occhi i congegni del passato, e non si sono ancora persuasi che il potere del re è per sempre caduto. Dallo opposto lato, dalle visioni degli estremisti che idealizzano un governo di assemblea e di convenzione, di cui tutti gli altri poteri sarebbero semplici commessi ed appendici. Ne ho parlato qui più volte; anche oggi confermo che le soluzioni adottate erano, dopotutto, le sole possibili, in attesa che l'esperienza indichi ulteriori processi ed adattamenti. Certo è che - pur non entrando nella via, almeno parziale, di alcuni poteri riservati al Capo dello Stato senza correlativa responsabilità ministeriale - il Presidente della Repubblica italiana è tutt'altro che un fantoccio. Certo è che, mantenendo la indeclinabile condizione della fiducia delle Camere, si è cercato di evitare le sorprese e la soverchia instabilità dei governi. E certo è - per ritornare alla parte tecnica - che più di ogni altra Costituzione la nostra definisce e precisa gli istituti del decreto legge, del decreto legislativo, della formazione e della gerarchia delle leggi.
Per quanto concerne la magistratura, vi possono essere rilievi e riserve; ma in sostanza si è fatto un passo decisivo, il solo possibile, non ancora raggiunto in molti altri paesi, verso la unicità della giurisdizione, con l'obbligo di trasformare in sezioni specializzate degli organi giudiziari ordinari le attuali giurisdizioni speciali, esclusi soltanto per necessità imprescindibili delle loro funzioni il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti.
La nostra Costituzione affronta lo spinoso problema dell'ordinamento regionale. Molti sono i dubbi; e vi possono essere inconvenienti; ma non si poteva non andare incontro ad una irresistibile tendenza; vi sono riforme storiche che non si possono evitare; e si sono di fatto predisposti i nuovi istituti in modo che la prova concreta e l'adattamento della esperienza, consentirà di dare ad essi maggiore o minore ampiezza, salvaguardando in ogni caso la necessità suprema della unità ed indivisibilità della patria.
Perdonatemi se ho creduto necessario rivendicare non solo le ombre, ma le luci della Costituzione. Si è fatto il possibile: nessuna altra Carta ebbe una più minuta preparazione; nessuna fu più a lungo discussa; per nessuna si è fatto con maggior completezza il punto, e si è condotto quasi un esame di coscienza di tutti i problemi più gravi del momento. È un eccesso ? Sì; ma non è senza significato che un popolo, nell'accingersi ad un rinnovamento, abbia voluto compiere quest'esame di coscienza.
La formulazione della nostra Costituzione non poteva che svolgersi con metodi democratici. Noi abbiamo assistito - foggiandolo noi stessi- a ciò che è un processo di formazione democratica e cioè collettiva. Una Costituzione non può più essere l'opera di uno solo, o di pochissimi. Deve risultare dalla volontà di tutti i rappresentanti del popolo; e i rappresentanti del popolo non si conducono con la violenza; l'unico modo, in democrazia, di vincere è di convincere gli altri. Che cinquecentocinquanta individui prendano parte (e tutti credono di aver eguale competenza) nella formulazione degli articoli di una Costituzione, ha fortissimi inconvenienti; non si fa così per i codici; ma come si fa a delegare la stesura della Costituzione? Con molta pazienza la tecnica riesce a farsi comunque strada; ed a rimediare, se non a tutti, a molti inconvenienti. Ciò avverrà sempre più, con l'autolimitazione volontaria e la maggior educazione politica di domani. Intanto vi è anche un vantaggio: che tutti i rappresentanti del popolo, tutte le correnti del popolo da essi rappresentate possono dire: questa Costituzione è mia, perché l'ho discussa e vi ho messo qualcosa.
Onorevoli colleghi, l'esigenza dell'opera collettiva, della collaborazione di tutti, in democrazia è l'inevitabile, ed è la forza stessa della democrazia. E vi è un'altra cosa inevitabile, una conseguenza di questa stessa esigenza: la Costituzione, come ogni opera collettiva, non può che essere, come si dice in senso deteriore, un «compromesso». Preferisco dire con il purissimo Cattaneo che non può essere se non «una transazione», come è tutta la storia. Ed è «equilibrio»; questa è la caratteristica della nostra Costituzione; un equilibrio realizzato, come era possibile, fra le idee e le correnti diverse. Mi si dica in quale altro modo - forse con una prevalenza forzata, forse con un totalitarismo costituzionale - si sarebbe potuto fare una Costituzione democratica. Anche le altre Costituzioni storiche, che oggi ci sembrano monolitiche, furono sempre il risultato di transazioni e di equilibri.
Quando oggi voteremo, il largo suffragio che daremo alla nostra Costituzione attesterà che, malgrado i dissensi e le lacerazioni, è scaturita dalle viscere profonde della nostra storia, la convergenza di tutti in una comune certezza; il sicuro avvenire della Repubblica italiana.
(Vivissimi, generali applausi)
Con queste dichiarazioni mi onoro consegnare al Presidente dell'Assemblea Costituente il testo definitivo della Carta costituzionale.
(L'Assemblea sorge in piedi - Vivissimi, generali, prolungati applausi - Da una tribuna un gruppo di garibaldini intona l'Inno di Mameli, ripreso dall'Assemblea e dal pubblico delle tribune - Rinnovati, vivissimi applausi)

Presidente
Do atto all'onorevole Ruini della consegna del testo definitivo della Costituzione, al cui perfezionamento di forma e di sostanza egli ha dato opera diuturna ed appassionata fino, possiamo ben dirlo, a poche ore fa. Ancora stamane noi lo abbiamo udito mentre forniva a noi tutti gli ultimi chiarimenti che ci erano necessari per metterci in condizioni di procedere ora al voto definitivo.
Credo che non ci fossimo resi conto tutti, in un primo momento, della gravità e dell'importanza del compito che avevamo affidato al Presidente della Commissione dei Settantancinque. È certo che molti di noi forse ancora non conoscono la somma di fatiche che il suo assolvimento ha imposto all'onorevole Ruini.
Voglio esprimere la mia riconoscenza personale all'onorevole Ruini, senza la cui valida collaborazione io stesso non avrei potuto rispondere alla fiducia riposta in me dall'Assemblea. E credo che se esprimo all'onorevole Ruini anche il ringraziamento dell'intera Assemblea, questa darà alle mie parole plauso e consenso.
(Vivissimi generali applausi).
Indico la votazione a scrutinio segreto sulla Costituzione della Repubblica italiana.
Si procederà alla votazione a scrutinio segreto con appello nominale. Pertanto ogni singolo deputato, il cui nome sarà chiamato, verrà a deporre nell'urna il suo voto.
Si faccia la chiama per ordine alfabetico, cominciando dalla lettera A.

Molinelli fa la chiama.
(Segue la votazione - Quando il Presidente Terracini si reca a votare l'Assemblea sorge in piedi - Vivissimi, prolungati, generali applausi cui si associano i giornalisti delle tribune della stampa)

[...]
Presidente
Dichiaro chiusa la votazione a scrutinio segreto. Invito gli onorevoli Segretari a numerare i voti.
Proclamo il risultato della votazione a scrutinio segreto:

Presenti e votanti ... 515
Maggioranza ... 258
Voti favorevoli ... 453
Voti contrari ... 62

(L'Assemblea approva - L'Assemblea si leva in piedi - Vivissimi, generali, prolungali applausi cui si associano i giornalisti delle tribune della stampa - Si grida: Viva la Repubblica! - Nuovi, prolungati applausi)

sabato 2 giugno 2012

dal Verbale della seduta dell'Assemblea Costituente di lunedì 24 marzo 1947



Ruini
Debbo far notare come anche qui aleggia nell'Aula su tutti noi un'ispirazione comune, un'esigenza da tutti sentita di condannare la guerra e di tendere ad una organizzazione internazionale.
Questo è il punto comune. Le altre diventano piuttosto questioni di formulazione tecnica. Ho discusso amichevolmente con l'onorevole Zagari, alla ricerca non di un compromesso, ma di un'espressione migliore e più completa. Speravo di esservi riuscito; ma se è difficile mettersi d'accordo, per esprimere un sentimento comune, a 75 membri della Commissione, immaginate come è più difficile mettere d'accordo 550 persone. È quasi impossibile improvvisare definizioni tecniche precise, ed esatte, in un dibattito che pur rivela tanta competenza e tanto appassionamento.
Dirò le ragioni per cui la Commissione stamani ha ritenuto di accogliere alcuni degli emendamenti presentati e di fonderli nel suo testo; che era in origine: «L'Italia rinunzia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli e consente... ». Risuonava qui come un grido di rivolta e di condanna del modo in cui si era intesa la guerra nel fosco periodo dal quale siamo usciti: come guerra sciagurata di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Ecco il sentimento che ci ha animati. Ma è giusta l'osservazione fatta anche dall'onorevole Nitti che però sembra esagerato e grottesco parlare, nelle nostre condizioni, di guerra di conquista. È meglio trovare un'altra espressione.
Si tratta anzitutto di scegliere fra alcuni verbi: rinunzia, ripudia, condanna, che si affacciano nei vari emendamenti. La Commissione, ha ritenuto che, mentre «condanna» ha un valore etico più che politico-giuridico, e «rinunzia» presuppone, in certo modo, la rinunzia ad un bene, ad un diritto, il diritto della guerra (che vogliamo appunto contestare), la parola «ripudia», se può apparire per alcuni richiami non pienamente felice, ha un significato intermedio, ha un accento energico ed implica così la condanna come la rinuncia alla guerra.
Dopo i verbi, veniamo ai sostantivi. Si è, in alcuni emendamenti, negata la guerra, come strumento di politica nazionale e di risoluzione delle controversie internazionali. Sono formule corrette, a cui ricorrono documenti ed atti internazionali, come il patto Kellogg, che, ahimè, dovrebbe essere ancora in vigore! Non ci dobbiamo comunque dimenticare che la Costituzione si rivolge direttamente al popolo: e deve essere capita. Parlare di «politica nazionale» non avrebbe un senso chiaro e determinato. Da accettare invece, perché definitiva, la negazione della guerra « come risoluzione delle controversie internazionali». Potrebbe bastare; ma si è posto uno scrupolo: se non sia opportuno richiamare anche quel termine di negazione della guerra «come strumento di offesa alla libertà altrui» che ha una ragion d'essere, una accentuazione speciale che può restare a sé di fronte agli altri mezzi di risoluzione delle controversie internazionali. Ecco perché la Commissione propone: «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali».
[...]

Presidente Terracini
Pongo in votazione l'articolo 4, che diventerà l'articolo 6 della Costituzione, nel suo complesso:
«L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento internazionale, che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».

(È approvato - Vivi applausi).

dal Verbale della seduta dell'Assemblea Costituente di sabato 22 marzo 1947

Presidente Terracini
Cominciamo intanto l'esame dell'articolo 1:
«L'Italia è una Repubblica democratica. La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La sovranità emana dal popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi».
A questo articolo sono stati presentati vari emendamenti, dei quali credo necessario fare una breve analisi per vedere se in realtà, si tratti di veri emendamenti o non piuttosto di formulazioni che riprendono, sia pure con diverse parole, gli stessi concetti degli articoli redatti e presentati dalla Commissione, sicché non possono essere considerati veri emendamenti.
[...]

Segue l'emendamento degli onorevoli Fanfani, Grassi, Moro, Tosato, Bulloni, Ponti, Clerici, di cui do lettura:
«L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
L'onorevole Fanfani ha facoltà di svolgerlo.

Fanfani
L'articolo 1 del progetto è stato sottoposto a parecchie critiche, rivelate, del resto, dai vari emendamenti finora proposti. Sul primo comma i colleghi hanno rilevato l'ambiguità, nel momento storico attuale, della parola «democratica», donde i tentativi fatti per conto dei liberali dall'onorevole Crispo, per conto del fronte liberale dell'Uomo Qualunque dagli onorevoli Coppa e Rodinò, per conto dei vari partiti di sinistra dagli onorevoli Basso, Gullo e Togliatti, di accrescere la qualifica «democratica» o in senso parlamentare con qualche aggiunta specificata o, diciamo così, in senso lato laburista, con la qualifica di Repubblica democratica dei lavoratori.
[...]
In conclusione, i colleghi che hanno presentato gli emendamenti e anche gli altri colleghi che in circostanze diverse hanno toccato la materia di questo articolo del progetto, sostengono che l'articolo 1 non è omogeneo, non è proprio, non è sufficientemente sintetico. Tale sarebbe potuto divenire ove il primo comma avesse esaurito in una breve definizione della Repubblica l'enunciato di tutti i caratteri acquisiti dallo Stato dopo le rivoluzioni susseguitesi dal 1789 in poi, aggiungendo anche quei caratteri che nelle più recenti rivoluzioni e nelle aspirazioni attuali dei popoli una Repubblica veramente democratica deve acquistare.
In più si chiedeva e si chiede che la sintetica definizione della Repubblica, contenuta nelle proposte per il primo comma, fosse seguita immediatamente dalla precisazione del detentore della sovranità.
Per raggiungere la perfezione occorrerebbe trovare una formula capace di immettere la sostanza del secondo comma già nel primo comma del primo articolo del progetto.
Queste considerazioni hanno spinto il collega Tosato e me ad una duplice operazione: contrarre i primi due comma in un unico comma e avvicinare, rendendo omogeneo tutto l'articolo, la materia del primo a quella dell'attuale terzo comma.
Così è nato il nostro testo, accettato anche da altri colleghi di gruppi differenti dal nostro, testo, che dice: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».
In questa formulazione l'espressione democratica vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di eguaglianza, senza dei quali non v'è democrazia. Ma in questa stessa espressione la dizione «fondata sul lavoro» vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere.
Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere d'ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L'espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l'impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione, come si può facilmente provare rifacendosi anche all'attuale formulazione della materia degli articoli 6 e 7 e più ancora degli articoli 30-44, cioè di quegli articoli che costituiscono il Titolo terzo della parte prima del nostro progetto.
Ottenuta quindi una sintetica definizione della Repubblica fondata sulla libertà e sulla giustizia, si apre la strada al concetto della sovranità, concetto svolto nel secondo comma: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». La sostanza del progetto è salva, si è sostituito alla forma «emana» la forma «appartiene», forma sufficiente ad indicare ad un tempo la fonte, il fondamento e il delegante della sovranità, cioè il popolo.
Nella seconda parte dell'emendamento al comma, si afferma che il popolo esercita la sovranità nella forma e nei limiti della Costituzione, sembrando superfluo aggiungere, come nel progetto, «e delle leggi», dal momento che il riferimento alla Costituzione lascia bene intendere in qual modo l'ulteriore manifestazione di sovranità potrebbe prodursi nel nostro ordinamento costituzionale.
Non sarebbe completa l'espressione dell'emendamento sostitutivo, ove non si avvertisse che la contrazione da noi operata del secondo comma dell'articolo primo del progetto nella semplice espressione «fondata sul lavoro», poteva lasciare scontenti quanti avevano votato - ed io sono tra quelli - nella Commissione dei Settantacinque anche la dizione del progetto circa la partecipazione dei lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale dello Stato.
Uno Stato si definisce nei suoi caratteri costitutivi e nella sua missione storica. La definizione della nostra Repubblica avviene nel primo comma dell'articolo primo, e se nello stesso articolo fosse compiuto un tentativo di definizione della missione storica della Repubblica, questa definizione in due o tre parole riuscirebbe monca e per ragioni di spazio e di collocazione forse si troverebbe fuori posto e perderebbe forza. Occorre quindi che la definizione della missione storica della nostra Repubblica abbia uno sviluppo adeguato e non si concluda sommariamente in poche parole dell'articolo primo. È per questo motivo che abbiamo pensato di far seguire a quell'articolo primo, così come è da noi suggerito, la materia contenuta negli articoli 6 e 7 del progetto, trasportandola, con opportuni emendamenti rafforzativi e sveltitori, negli articoli due e tre.
In questa maniera riteniamo di poter rafforzare l'indicazione della novità e della missione storica della nostra Repubblica, quale risulta evidentissimamente dal dettato attuale, e ci sembra, ancora più, da quello da noi proposto, degli articoli 6 e 7.
Non leggo questi testi, perché a suo tempo saranno letti e commentati. Basti per il momento averli ricordati, a chiarimento della mia asserzione che, nel complesso, il nuovo testo non indebolirà, ma rafforzerà, l'affermazione sociale e solidaristica dell'attuale articolo 1.
Coll'articolo da noi proposto conserviamo la novità della Repubblica fondata sul lavoro, evitando una dizione, come quella proposta dall'onorevole Basso, la quale, per precedenti storici, per formulazioni teoriche, che non si possono sopprimere, può apparire, a parte della popolazione italiana, classistica e, perciò, può allontanare qualche consenso, che certamente non è superfluo, alla nostra Repubblica, in mezzo alle popolazioni italiane.
E per questo, pur sapendo quale sacrificio possa costare ai nostri colleghi dei partiti, che si ispirano alle definizioni e precisazioni marxiste, possiamo ad essi domandare se, in questa alternativa o di ottenere una immediata precisazione dottrinaria del loro pensiero o rinunziare ad essa ed acquisire nuovi consensi alla forma di questa Repubblica democratica fondata sul lavoro, che noi vogliamo realizzare, non ritengano di rimandare, come essi dicono, ad altra epoca un'ulteriore precisazione in questa materia.
Per questo raccomandiamo l'approvazione del nostro emendamento, rinviando ulteriori precisazioni in sede di dichiarazioni di voto, allorché saranno presentati emendamenti concorrenti a questo.
(Applausi al centro).
[...]

Togliatti
Qui si tratta di scegliere tra due formule: «Repubblica democratica fondata sul lavoro» oppure: «Repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro».
Queste due formule vengono presentate dopo che è stata respinta la formula da noi presentata, alla quale avevano aderito alcuni Gruppi e che diceva: «Repubblica democratica di lavoratori».
Di fronte all'alternativa che adesso si presenta, devo dichiarare, a nome del Gruppo al quale appartengo, che noi preferiamo la formula proposta dall'onorevole Fanfani: «Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Il motivo mi sembra evidente: prima di tutto la formula del collega Fanfani è quella che più si avvicina a quella che noi avevamo presentato. Per questo semplice motivo, noi avremmo il dovere di votarla.
Per la sostanza, la formula «Repubblica fondata sul lavoro», si riferisce a un fatto di ordine sociale, e quindi è la più profonda; mentre la formula che viene presentata dall'onorevole La Malfa ed altri colleghi, trasferendo la questione sul campo strettamente giuridico e introducendo anche una terminologia poco chiara e poco popolare sui «diritti di libertà» e «di lavoro», ci sembra sia da respingere. Da ultimo, essa se mai non è appropriata a questa parte della Costituzione, ma appartiene alla seconda parte, alla parte successiva.
Per questi motivi, il nostro Gruppo voterà contro la formula dell'onorevole La Malfa e in favore della formula dell'onorevole Fanfani. (Commenti).
[...]

Presidente Terracini
Pongo in votazione il primo comma dell'emendamento Fanfani, Grassi, Moro e altri:
«L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».
(È approvato).
[...]

Pongo ai voti la seconda proposizione del comma secondo, nel testo proposto dall'onorevole Fanfani:
«che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
(È approvata).
Si intendono così assorbiti il terzo comma dell'emendamento Condorelli, il quarto comma dell'emendamento Cortese e la seconda proposizione dell'emendamento Amendola, Laconi ed altri.
Pongo ai voti, nel suo complesso, il primo articolo della Costituzione della Repubblica italiana, nel seguente testo definitivo:
«L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
(È approvato).

(Tutta l'Assemblea e il pubblico delle tribune si levano in piedi - Vivissimi, prolungati, generali applausi - Grida di: Viva la Repubblica!).

mercoledì 1 giugno 2011

Piero Calamandrei parla della Costituzione agli studenti universitari di Milano il 26 gennaio 1955

L’articolo 34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica.
Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società.
E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi! E’ stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni, c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. E’ una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili, dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società.
Quindi polemica contro il presente, in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente. Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani.
La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano, su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio “Ma siamo in pericolo?” e questo dice “Secondo me, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda.” Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”,….“Che c’è!” … “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il bastimento affonda” e quello dice ”Che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’indifferentismo alla politica. E’ così bello e così comodo.
La libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io. Il mondo è così bello. E vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare,vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va affondo, va affondo per tutti questo bastimento. E’ la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.
Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questo è uno delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli. E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini. O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’articolo 5 ”La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ma questo è Cattaneo! O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi! O quando leggo all’art. 27 “Non è ammessa la pena di morte” ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta.
Quindi quando vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta. Questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.

sabato 26 febbraio 2011

Considerazioni libere (210): a proposito di principi e di Costituzione...

Alcuni giorni fa ho acquistato l'edizione italiana di "Indignatevi!", il fortunato pamphlet scritto da Stéphane Hessel. Visto che il testo, per altro molto breve - poco più di venti pagine - era già stato ampiamente riassunto e commentato dalla stampa europea e italiana, ho comprato il libro non tanto perché fossi curioso di leggerlo, ma come un gesto di testimonianza. Mi piacerebbe che anche in Italia questo libretto diventasse un caso editoriale, come è accaduto in Francia, e ho dato il mio modesto contributo. La vita di Hessel è già da sola un manifesto politico del Novecento e la sua invettiva ha una forza incredibile, proprio perché viene da un uomo che ha vissuto, da protagonista, la storia europea dalla seconda guerra mondiale a oggi. Hessel mantiene una sua dignità perfino quando indossa, come è avvenuto di recente in un comizio improvvisato davanti a migliaia di studenti universitari parigini, un cappello frigio, che adesso associamo più ai puffi che ai rivoluzionari dell'89.
Hessel chiede ai giovani di indignarsi di fronte ai mali del mondo e questo è sacrosanto: in fondo, come ho già scritto diverse volte, quello che sta succedendo nell'Africa settentrionale è proprio il frutto dell'indignazione, ormai non più repressa e non più contenibile, dei giovani di quei paesi. Dato che l'indignazione da sola non è sufficiente, Hessel prova a indicare una via per indirizzare questa sacrosanta voglia di ribellione e cita la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, di cui è stato peraltro uno degli estensori manuali. Inizialmente questa proposta mi è parsa un po' debole. Ho pensato che la Dichiarazione non può essere considerata un "testo di sinistra", tout court, perché è una summa di principi che deve essere accettata da tutti, indipendentemente dalle idee politiche di ciascuno.
Poi ho pensato a quello che sta succedendo in Tunisia, in Egitto, in Libia e mi sono reso conto che Hessel ha perfettamente ragione. I principi enunciati nella Dichiarazione di Parigi sono ogni giorno messi in discussione e serve quindi tutto il nostro impegno non solo per difendere i diritti già acquisiti, ma soprattutto per rendere effettivi quei diritti che ora sono tali solo sulla carta.
Qualcosa del genere succede anche in Italia, a proposito della nostra Costituzione. Difendere la Costituzione non può essere considerato l'esercizio retorico di qualche vecchio intellettuale, ma è una necessità viva di ciascuno di noi, soprattutto di chi si ostina a lottare perché si affermino i principi del progresso. Confesso - per inciso - che a me la parola "progressisti" è sempre piaciuta, poi abbiamo smesso di usarla perché è stata utilizzata in una campagna elettorale sfortunata, ma continuo a trovarla piena di significato.
Provo a fare un esempio dell'attualità della Costituzione e di quanto sia necessario difenderla. In questi giorni il mondo politico e dell'informazione parla, come al solito, di altro e sembra che si occupi soltanto dei passaggi da un gruppo parlamentare all'altro di personaggi di quarta e quinta fila, eppure sotto tutto questo fumo tossico e diversivo, sta anche cuocendo l'arrosto. Infatti è in discussione alla Camera la cosiddetta legge sul fine vita, che snatura profondamente un principio costituzionale, contenuto in quella Parte prima che tanti si affannano a dichiarare intangibile. La Costituzione si cambia non solo con gli emendamenti, ma anche svuotandone i principi. Il secondo comma dell'art. 32 della Costituzione infatti dice:
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

La Costituzione in sostanza difende il diritto di ciascuno di noi di scegliere come curarsi e anche se curarsi. La legge attualmente in discussione in pratica decide che tale diritto si perde quando la persona non è in grado di intendere e di volere e soprattutto quando è in imminente pericolo di vita. Per riassumere: quando sono sano ho un diritto, che perdo quando mi ammalo, che paradossalmente è proprio il momento in cui mi servirebbe di più. La legge in discussione ammette che un cittadino, quando è ancora in grado di intendere, possa esprimere, in maniera ufficiale, la propria volontà su come essere curato - o non essere curato - nel momento estremo e possa anche decidere di nominare una persona di sua fiducia per prendere questa decisione, comunque difficile. Ma la stessa legge dice poi che tale dichiarazione di volontà esprime soltanto un orientamento, di cui il medico può anche non tenere conto, e che anche la decisione della persona nominata come "tutore" ha un valore inferiore rispetto a quella del medico. Così, anche se io ho espresso, in maniera ufficiale, la volontà di non essere alimentato forzatamente, nel momento in cui questo fosse il mio unico legame con la vita biologica, e anche se mia moglie, con cui ho condiviso gran parte della mia vita, che mi conosce, con cui ho affrontato un tema così intimo e personale - con tutte le implicazioni di carattere etico e religioso che comporta - decide che questa è la scelta più opportuna da fare, perché io l'ho nominata mio "tutore", nel caso in cui io perda la coscienza e sia in pericolo di vita, un medico che non mi conosce può prendere una decisione completamente opposta, perché la legge, questa legge, gli ha assegnato un tale potere. In parlamento esiste una maggioranza ampia che sostiene questa legge: tutto il centrodestra, i partiti del cosiddetto "terzo polo" e anche parte del centrosinistra. Nel paese ci sono forze consevatrici che sostengono questa legge, prima di tutto le gerarchie ecclasiastiche che, hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte ai peccati del presidente del consiglio, pur di portare a casa questa legge, che segna un oggettivo passo indietro rispetto alle libertà individuali. Questa legge passerà non solo per la forza dello schieramento che la sostiene, ma anche per la debolezza e il timore di quello che teoricamente la dovrebbe avversare. Personalmente considero questa legge un tradimento dei principi costituzionali e spero che la magistratura possa intervenire, in attesa che cresca una coscienza popolare sul tema.
Del tentativo di modificare l'art. 41 della Costituzione ho già parlato - nella "considerazione" nr. 122, per la precisione - e non voglio tornare sul tema.
Al punto in cui siamo arrivati, con gli attacchi violenti che il fronte conservatore e di destra sta portando ai nostri diritti, lo schieramento di centrosinistra dovrebbe attenersi ai principi della Costituzione. Il programma è già scritto, non serve un libro lunghissimo, come quello di 400 pagine scritto dai partiti dell'Unione nel 2006, o una carrellata di immagini e suggestioni, come quella proposta da Veltroni nel 2008; basta che prendiamo la nostra Costituzione e con quello facciamo la campagna elettorale. Magari rischiamo di vincere.