Corriere della sera, 1 febbraio 1975
"La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale Il Politecnico, cioè all'immediato dopoguerra..." Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo (L'Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente.
Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi" fatta sul Politecnico non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo "qualcosa".
"Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non solo ai tempi del Politecnico, ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva). Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa.
Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole".
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche allora, magari appunto nel Politecnico: la mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale. Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità. Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche reali": appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano.
Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle "élites" che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani. Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione.
Durante la scomparsa delle lucciole
In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul Politecnico poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese - cioè la massa operaia e contadina organizzata dal Pci - sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che "le lucciole stavano scomparendo". Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell'analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l'immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava "benessere" con lo "sviluppo" che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il "genocidio" di cui nel Manifesto parlava Marx.
Dopo la scomparsa delle lucciole
I "valori" nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il Msi in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i "valori" di un nuovo tipo di civiltà, totalmente "altra" rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale.
Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima "unificazione" reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'"arcaicità" pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell'industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l'industrializzazione degli anni Settanta costituisce una "mutazione" decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant'anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla.
Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione.
Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere "totalitario" iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I "modelli" fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto anche in Portogallo: dopo quarant'anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l'ultimo lo avesse celebrato l'anno prima.
È ridicolo dunque che Fortini retrodati la distinzione tra fascismo e fascismo al primo dopoguerra: la distinzione tra il fascismo fascista e il fascismo di questa seconda fase del potere democristiano non solo non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell'intera storia. Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su questo punto, benché esso mi stia molto a cuore.
Scrivo il presente articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola. Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i "flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, "come ci sono giunti gli uomini di potere?". La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale" evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante).
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci) solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella fase di transizione - ossia "durante" la scomparsa delle lucciole - gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal '69 ad oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere. Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto.
Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto. Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il "vuoto" di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato. Quasi che si trattasse soltanto di "sostituire" il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l'Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico. In realtà la falsa sostituzione di queste "teste di legno" (non meno, anzi più funereamente carnevalesche), attuata attraverso l'artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la "truppa" sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il "vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia: perché non si tratta di "governare").
Di tale "potere reale" noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola.
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
domenica 2 novembre 2014
lunedì 21 luglio 2014
da "La guerra del Peloponneso" (V, 84-114) di Tucidide
Nell’estate seguente Alcibiade giunse
per mare ad Argo con venti navi e arrestò trecento Argivi sospetti
di favoreggiamento per Sparta: gli Ateniesi li deportarono nelle
isole vicine loro suddite. E gli Ateniesi fecero una spedizione
contro l’isola di Melo con trenta navi loro, sei di Chio, due di
Lesbo, e con 1200 opliti, 300 arcieri e 20 arcieri a cavallo venuti
da Atene, 1500 opliti circa venuti dagli alleati e dagli isolani.
I Meli infatti sono coloni dei
Lacedemoni e non volevano sottostare ad Atene come gli altri isolani,
ma dapprima se ne stavano tranquilli in quanto neutrali, poi,
costretti dagli Ateniesi che ne devastavano la terra, si volsero a
guerra aperta.
Invasa la terra e accampatisi con
questi contingenti, gli strateghi Cleomede di Licomede e Tisia di
Tisimaco, prima di colpire il territorio, inviarono ambasciatori per
intavolare una discussione. Ma i Meli non li condussero davanti al
popolo, bensì li invitarono a parlare su quegli affari, per i quali
erano venuti, stando davanti ai magistrati e agli oligarchi.
E gli ambasciatori ateniesi così
parlarono: «Dal momento che la discussione non ha luogo in presenza
del popolo, evidentemente perché esso resti ingannato non potendo
udire, in un discorso continuato, argomenti persuasivi e
inconfutabili una volta per tutte (abbiamo capito, infatti, che
questo è lo scopo per cui ci avete condotto in disparte di fronte
agli oligarchi), voi che siete qui seduti cercate di agire in modo
ancor più sicuro. Rispondete punto per punto, e neppure voi con un
discorso continuato, ma replicando subito a quelle frasi che a vostro
parere sono inesatte. E dapprima diteci se vi piace la proposta che
vi facciamo».
E i consiglieri Meli risposero: «La
ragionevolezza dell’informarci tranquillamente a vicenda non
incontra il nostro biasimo, ma i preparativi di guerra, che sono già
qui presenti e non tarderanno a mostrarsi, ci appaiono discordanti da
tutto ciò. Vediamo che voi siete venuti qui a giudicare ciò che
diremo, e che la conclusione della discussione, se, come è naturale,
noi avremo la meglio in difesa del diritto e perciò non cederemo, ci
porterà la guerra, mentre ci porterà la schiavitù se ci faremo
persuadere».
ATENIESI
«Se siete venuti qui con noi per far
calcoli sui vostri sospetti per il futuro, o per qualche altro scopo
che non sia quello di prendere per la città, sulla base delle
circostanze presenti e di ciò che sta sotto i vostri occhi, una
deliberazione che la salvi, smetteremo di parlare; se invece siete
venuti proprio per questo, parliamone».
MELI
«È naturale e comprensibile per
persone che si trovano in questa situazione volgersi a considerare
tante cose, sia con parole che con supposizioni. Pure, la presente
riunione è stata indetta per discutere della nostra salvezza, e la
discussione si svolga, se vi piace, nel modo in cui ci invitate a
discutere».
ATENIESI
«Noi dunque non vi offriremo una non
persuasiva lungaggine di parole con l’aiuto di belle frasi, cioè
che il nostro impero è giusto perché abbiamo abbattuto i Persiani o
che ora perseguiamo il nostro diritto perché siamo stati offesi, ma
ugualmente pretendiamo che neppure voi crediate di persuaderci
dicendoci che, per quanto coloni dei Lacedemoni, non vi siete uniti a
loro per farci guerra o che non ci avete fatto alcun torto.
Pretendiamo invece che si mandi ad effetto ciò che è possibile a
seconda della reale convinzione che ha ciascuno di noi, perché noi
sappiamo al pari di voi che nelle considerazioni umane il diritto
viene riconosciuto in relazione a una uguale necessità per le due
parti, mentre chi è più forte fa quello che ha potere di fare e chi
è più debole cede».
MELI
«A nostro parere, almeno, è utile (è
necessario infatti usare questo termine, dal momento che avete
proposto di parlare dell’utile invece che del giusto) - è utile
che noi non distruggiamo questo bene
comune ma che sia salvaguardato il
diritto che spetta a colui che di volta in volta si trova in mezzo ai
pericoli, e che sia avvantaggiato colui che riesce a persuadere un
altro anche senza raggiungere i limiti dell’esattezza più
rigorosa. E questo fatto non è meno utile nei vostri riguardi, in
quanto in caso di insuccesso sarete d’esempio agli altri a prezzo
di una severissima punizione».
ATENIESI
«Ma noi non temiamo la fine del nostro
impero se anche dovesse finire, perché non sono terribili per i
vinti quelli che come i Lacedemoni comandano ad altri (e del resto la
presente contesa non riguarda noi e i Lacedemoni), bensì i soggetti,
qualora di propria iniziativa assalgano chi comanda e lo
sottomettano. E su questa questione ci sia permesso di correre
rischi: ma che noi siamo qui per favorire il nostro impero e che per
salvare la nostra città ora vi facciamo questi discorsi, tutto ciò
ve lo mostreremo, intenzionati a comandare a voi senza spendere
fatica e a salvarvi con vantaggio di entrambi».
MELI
«E come può derivare dell’utile a
noi dall’essere vostri schiavi, come a voi dal comandarci?».
ATENIESI
«Perché a voi toccherebbe obbedire
invece di subire la sorte più atroce, mentre noi , se non vi
distruggessimo, ci guadagneremmo».
MELI
«E non potreste accettare che noi,
restando in pace, fossimo amici invece che nemici, ma alleati di
nessuna delle due parti?».
ATENIESI
«No, perché la vostra ostilità non
ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia, manifesto esempio per i
sudditi della nostra debolezza mentre l’odio lo è della nostra
potenza».
MELI
«È così che vedono la giustizia i
vostri sudditi, sì da porre sullo stesso piano quei popoli che non
hanno niente a che fare con voi e quelli che, vostri coloni per la
maggior parte e vostri ribelli in un certo numero, sono stati da voi
assoggettati?».
ATENIESI
«Sì, perché credono che né gli uni
né gli altri manchino di giustificazioni per se stessi, e credono
che alcuni di loro possano salvarsi grazie alla loro potenza, mentre
noi non li assaliamo per paura. Sicché, oltre a farci comandare a un
maggior numero di persone, voi con la vostra sottomissione ci
fornireste un motivo di sicurezza, tanto più se, isolani e per
giunta più deboli di altri, voi foste sconfitti da un popolo
dominatore del mare».
MELI
«E nell’altro caso non credete di
trarne sicurezza? Giacché, come voi ci avete distolto dal discorrere
della giustizia e ci avete consigliato di obbedire a ciò che è
utile per voi, così noi, mostrandovi il nostro vantaggio, dobbiamo
cercare di persuadervi che il nostro utile può coincidere col
vostro. E in realtà tutti coloro che ora sono neutrali, come non ve
li renderete nemici allorché, guardando a quanto avviene a noi,
penseranno che un giorno voi assalirete anche loro? In tal caso, che
altro farete se non accrescere il numero dei vostri nemici e
persuadere i riluttanti ad esserlo, anche se ora non ne hanno alcuna
intenzione?».
ATENIESI
«No, perché noi non consideriamo
pericolosi coloro che, abitatori di qualche parte della terraferma,
grazie alla loro intatta libertà si guarderanno bene dallo stare
sulla difensiva nei nostri riguardi; al contrario, noi temiamo quelli
che, da qualche parte, sono isolani e non soggetti al nostro impero,
come voi, insieme con coloro che ormai sono esasperati dalla
costrizione del nostro dominio. Perhé costoro, abbandonandosi a
calcoli errati, potrebbero numerosissime volte esporre se stessi e
noi a un manifesto pericolo».
MELI
«Certo, se voi affrontate tali
pericoli perché il vostro impero non abbia mai fine, e se i vostri
sudditi li affrontano per liberarsene, per noi che siamo ancora
liberi sarebbe grande viltà e debolezza non affrontare ogni rischio
prima di essere schiavi».
ATENIESI
«No, se la vostra deliberazione sarà
ispirata a saggezza: ché per voi la lotta ora non è su un piano di
parità, per decidere della vostra valentia, e cioè perché non
siate tacciati di un’onta; ora piuttosto si decide la salvezza,
cioè di non opporsi a chi è molto più forte».
MELI
«Ma noi conosciamo le vicende della
guerra, che talvolta danno una sorte comune alle due parti avverse
più di quanto ci si potrebbe aspettare dalla disparità delle forze;
e per noi il cedere immediatamente ci priva di ogni speranza, mentre
con l’agire c’è ancora qualche speranza di restare ritti in
piedi».
ATENIESI
«Ma la speranza, che incoraggia al
pericolo, se anche danneggia quelli che vi si affidano in una
situazione di abbondanza, pure non li rovina. Ma quelli che tentano
la sorte con tutte le loro sostanze (ché la speranza è per sua
natura prodiga), la conoscono subito appena scivolano: essa però non
lascia indietro qualche occasione perché uno possa poi stare
attento, una volta che l'ha conosciuta. E voi, che siete deboli e vi
potete permettere una sola gettata di dadi, non vogliate subire
questo danno o rendervi simili a molti uomini che, pur potendo
salvarsi con mezzi umani, una volta che la speranza di manifesti
aiuti li abbia abbandonati in mezzo alla sventura, si volgono alla
speranza di ricevere soccorsi invisibili, e cioè alla mantica e ai
vaticini e a tutte le altre cose di questo genere che affliggono gli
uomini insieme con le speranze».
MELI
«Certo anche noi, siatene sicuri,
pensiamo che è difficile lottare contro le vostre forze e contro la
sorte, se essa non sarà favorevole. Pure, noi confidiamo di non
essere da meno per quanto riguarda la sorte che ci manderà la
divinità, giacché noi, pii, ci opponiamo a persone in giuste, e
abbiamo fiducia che l’inferiorità delle nostre forze sarà
compensata dall’alleanza coi Lacedemoni, i quali saranno costretti
ad aiutarci se non altro per dovere di consanguineità e per
sentimento dell’onore. E insomma, la nostra audacia non ci sembra
del tutto infondata».
ATENIESI
«Ma per quanto riguarda la devozione
dei sentimenti verso la divinità, neppure noi crediamo di essere da
meno, per ché noi non pretendiamo né portiamo ad effetto alcuna
cosa che devii dalle umane credenze nei confronti della divinità o
dai desideri degli uomini nei confronti di se stessi. Noi crediamo
infatti che per legge di natura chi è più forte comanda: che questo
lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano
gli uomini lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa
legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo
ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità,
certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi
foste trovati padroni della stessa nostra potenza. E così nei
confronti della divinità, per quanto è probabile, non crediamo di
essere inferiori a voi; quanto alla convinzione che avete nei
riguardi dei Lacedemoni, per cui confidate che accorreranno in vostro
aiuto per un sentimento d'onore, noi, pur considerando beata la
vostra inesperienza, non invidiamo la vostra pazzia. I Lacedemoni, di
solito, sono valorosi quando sono chiamati in causa loro stessi con
le loro consuetudini patrie, ma sul loro modo di trattare gli altri,
sebbene vi sia molto da dire, pure in breve si potrebbe mostrare che
costoro, nel modo più evidente tra tutti gli uomini che conosciamo,
considerano onesto ciò che è piacevole e giusto ciò che è utile.
Eppure, una tale convinzione non reca vantaggio agli irrazionali
tentativi di salvezza a cui ora vi volgete».
MELI
«Ma noi abbiamo fiducia che per via
dell’utile che ne deriva i Lacedemoni non vorranno, col tradire i
Meli loro coloni, diventare infidi a quei Greci che sono favorevoli a
loro e util i a quelli che sono loro nemici».
ATENIESI
«Non credete che l’utilità si
accompagni alla sicurezza, mentre il giusto e l’onesto si compiono
con pericolo (cosa che, solitamente, i Lacedemoni non osano fare)?».
MELI
«Ma noi crediamo che loro tanto più
affronteranno il pericolo per noi e lo considereranno meno grave di
quello affrontato per altri, in quanto noi siamo situati vicino alle
azioni militari del Peloponneso e siamo più fidati di altri per via
della consanguineità che si rivela nel nostro modo
di pensare».
ATENIESI
«Ma la sicurezza, ai soccorritori, non
è data dal benvolere di chi li ha chiamati in aiuto, ma solo dalla
propria eventuale superiorità nell’agire, e a questo i Lacedemoni
badano più degli altri (per sfiducia nel proprio apparato militare
assalgono i vicini ricorrendo perfino all’aiuto di molti alleati),
sicché non è probabile che compiano la traversata per arrivare fino
a un'isola mentre noi siamo signori del mare».
MELI
«Essi però potrebbero anche delegare
altri a farlo, e vasto è il mare di Creta, in cui la cattura di
qualcuno da parte di chi ne ha il controllo è più difficile di
quanto non lo sia la salvezza di chi vuole passare inosservato. E se
fallissero in questo intento, potrebbero anche rivolgersi contro la
vostra terra e contro quegli alleati che vi sono rimasti e che
Brasida non ha assalito; e le difficoltà allora non sorgerebbero
tanto per una terra che non vi riguarda, quanto per la difesa del
vostro suolo e di quello degli alleati».
ATENIESI
«Ma una di queste eventualità non si
potrà realizzare se non dopo che voi avrete sperimentato la vostra
sorte e imparerete che gli Ateniesi non si sono mai ritirati da un
assedio per timore di altri. E noi riflettiamo che, pur avendo detto
di volerci consultare per provvedere alla vostra salvezza, in questa
discussione voi non avete detto ancora niente che possa dare agli
uomini la fiducia di potersi salvare. Al contrario, le vostre
maggiori forze sono rappresentate da speranze di cose di là da
venire, mentre le forze che sono qui presenti sono insufficienti a
vincere quelle schierate di fronte. E voi mostrate grande
irragionevolezza se, dopo averci congedati, non prenderete qualche
decisione più equilibrata di questa. Che certo non vi volgerete a
quel sentimento di onore, il quale procura grandi rovine agli uomini
quando sorge in mezzo ai pericoli più evidenti e dall’esito più
vergognoso. Infatti a molti, che pur prevedevano a che cosa andavano
incontro, il cosiddetto sentimento dell’onore, sorretto dalla forza
di un nome ingannevole, trascinò con sé, una volta che le suddette
persone furono vinte da quella parola, il destino di piombare
volontariamente nelle sciagure più atroci e di attirarsi per colpa
della loro stessa irragionevolezza una vergogna più vergognosa che
se fosse dipesa dalla sorte. Ma da questo avvenire, se la vostra
decisione sarà saggia, voi vi guarderete, e non considererete
sconveniente essere vinti dalla più potente città, la quale vi
sollecita a obbedire alle sue moderate richieste, a divenirne alleati
conservando la vostra terra (pur essendo sottomessi a un tributo) e,
quando vi si concede la scelta tra la guerra e la sicurezza, a non
intestardirvi nella soluzione peggiore. Coloro che non cedono a chi è
pari di forze, si comportano al meglio di fronte ai più forti e sono
moderati verso i più deboli, costoro ottengono i più grandi
successi. Riflettete dunque, anche dopo la nostra partenza, e
ricordatevi più volte che state per prendere una decisione che
riguarda la vostra patria, la quale è una sola e la cui salvezza
dipende da un’unica decisione, a seconda che essa sia quella giusta
o meno».
Gli Ateniesi abbandonarono la
discussione: i Meli, trattisi in disparte, poiché le loro vedute
erano ressappoco simili alle risposte date nel dibattito, così
risposero: «Le nostre convinzioni non sono mutate, o Ateniesi, né
in così breve tempo priveremo della sua libertà una città abitata
già da settecento anni, ma fiduciosi nella sorte che ci manda la
divinità, la quale ha sempre salvato la città fino ai nostri
giorni, fiduciosi inoltre nel soccorso degli uomini e dei Lacedemoni,
cercheremo di salvarci. Noi vi proponiamo di esservi amici, e nemici
di nessuna delle due parti in lotta, e vi invitiamo a ritirarvi dalla
nostra terra dopo aver concluso un trattato che sembri essere utile
sia a noi che a voi».
Così dunque risposero i Meli; gli
Ateniesi, sciogliendo ormai il convegno, dissero: «Certo, a
giudicare da queste vostre decisioni, voi, soli tra tutti quelli che conosciamo, considerate più sicuro il futuro del presente e, per il fatto che lo desiderate, contemplate l’incerto come se si stesse già realizzando e, gettandovi nelle braccia dei Lacedemoni e delle speranze e della sorte, quanto più siete pieni di fiducia, tanto più conoscerete gravi sciagure».
E gli ambasciatori ateniesi tornarono al loro esercito: gli strateghi ateniesi, poiché i Meli non cedevano, si dettero subito alle operazioni belliche e, essendosi diviso il lavoro città per città, assediarono tutto all'intorno i Meli. E in seguito gli Ateniesi, dopo aver lasciato per terra e per mare una guarnigione composta dai loro soldati e da quelli degli alleati, si ritirarono con il grosso dell'esercito. Quelli lasciati a Melo, rimanendo sul posto, continuavano l'assedio.
[...]
Arrivò da Atene un altro esercito al comando di Filocrate di Demea, e i Meli ormai erano stretti da assedio a tutta forza; verificatosi anche un tradimento, si arresero agli Ateniesi a condizione che questi decidessero dei Meli secondo la loro discrezione. E gli Ateniesi uccisero tutti i Meli adulti che catturarono e resero schiave le donne e i bambini; abitarono quindi loro stessi la località, dopo avervi inviato cinquecento coloni.
E gli ambasciatori ateniesi tornarono al loro esercito: gli strateghi ateniesi, poiché i Meli non cedevano, si dettero subito alle operazioni belliche e, essendosi diviso il lavoro città per città, assediarono tutto all'intorno i Meli. E in seguito gli Ateniesi, dopo aver lasciato per terra e per mare una guarnigione composta dai loro soldati e da quelli degli alleati, si ritirarono con il grosso dell'esercito. Quelli lasciati a Melo, rimanendo sul posto, continuavano l'assedio.
[...]
Arrivò da Atene un altro esercito al comando di Filocrate di Demea, e i Meli ormai erano stretti da assedio a tutta forza; verificatosi anche un tradimento, si arresero agli Ateniesi a condizione che questi decidessero dei Meli secondo la loro discrezione. E gli Ateniesi uccisero tutti i Meli adulti che catturarono e resero schiave le donne e i bambini; abitarono quindi loro stessi la località, dopo avervi inviato cinquecento coloni.
lunedì 3 febbraio 2014
Considerazioni libere (384): a proposito di una deriva non inevitabile...
Oggi è il 3 febbraio e, come faccio spesso, ho dedicato il mio primo "cinguettio" della giornata al ricordo di qualcosa che è successo un po' di anni fa. In genere in questo mio personalissimo almanacco vado più indietro, ma questa mattina mi sono fermato al 1991. Infatti il 3 febbraio di quell'anno nasceva il Pds.
Nei limiti dei 140 caratteri imposti con saggezza da Twitter ho scritto: "nonostante quello che è successo molti anni dopo, io penso ancora che quello fu un fatto importante". Questa brevissima frase ha scatenato alcuni commenti, per lo più negativi, di alcuni amici - "sinistri" come me naturalmente - che ritengono che quell'episodio sia l'inizio di una deriva che ha portato alla morte del maggior partito di centrosinistra in Italia e alla nascita, sulle ceneri di quella troppo breve esperienza politica, di un partito di centro moderato, come è l'attuale Pd. Naturalmente sapete che penso tutto il male possibile del Pd, ma non è di questo che voglio parlare oggi, anche per rispondere un po' più compiutamente a quei compagni.
Sinceramente non credo che nella decisione, lunga e sofferta, che portò la maggioranza delle iscritte e degli iscritti del Pci a far nascere la "cosa", che poi avremmo chiamato Pds, ci sia in nuce il germe che ha portato al Pd e a Renzi. Io ad esempio partecipai con passione a quella fase e ci misi entusiasmo e vidi anche entusiasmo, nonostante il fatto che per molti fu un passaggio complicato e doloroso.
Come sapete parlo di me perché questo conosco e su questo posso testimoniare. I miei genitori erano iscritti al Pci, le persone che conoscevo e stimavo erano iscritte al Pci, il Pci in casa mia era il partito. Semplicemente. Io non ero iscritto al Pci, perché - probabilmente a causa dell'ingenuità e del velleitarismo tipici dei vent'anni - mi consideravo socialista e non mi sembrava corretto iscrivermi a un partito che aveva ancora nel nome quell'aggettivo - comunista - che consideravo sbagliato, nonostante mi fosse stato spiegato - e ne fossi intimamente convinto - che la storia del Pci era ben diversa da quella del Pcus e dei partiti comunisti che avevano piegato le rivoluzioni ungherese e cecoslovacca e che guidavano le dittature dell'Europa orientale. Ero tanto consapevole di questa differenza che non solo votavo Pci e lavoravo alle Feste dell'Unità, ma venni candidato ed eletto nelle liste del partito nel Comune dove allora vivevo.
Quando uscì Palombella rossa di Nanni Moretti mi accorsi improvvisamente che quello che sentivo io era condiviso, era in qualche modo nell'aria, e quindi accolsi con gioia l'annuncio della Bolognina. Come sapete non fu un passaggio semplice, ma vi invito a riguardare il documentario La cosa, sempre di Moretti, e vedrete e sentirete interventi di compagni di base di grande spessore. Io li ricordo i vecchi della mia sezione che sostennero la nascita del nuovo partito con convinzione e non per pigra adesione al funzionario di turno venuto dalla città che illustrava la mozione del segretario - come troppo sbrigativamente dissero quelli che non ci conoscevano e non ci amavano. Peraltro negli anni successivi ho avuto la ventura di fare il funzionario che veniva dalla città e vi assicuro che non era mai semplice convincere quei compagni, perché erano persone abituate a ragionare e che di politica ne capivano.
Il Pds non fu soltanto - come qualcuno adesso dice - la risposta tattica di un gruppo dirigente che vedeva attorno a sé crollare non solo il comunismo internazionale, ma anche il quadro politico italiano. In quegli anni - bisogna sempre ricordarlo - sparirono la Dc e il Psi, travolti, anche ingiustamente, dalla storia che andava in tutt'altra direzione.
Allora volevamo davvero fare un partito diverso, perché - dobbiamo per onestà ricordare anche questo ai nostalgici del Pci, senza se e senza ma - quel partito era sentito da molti come una casa troppo chiusa, un luogo incapace di aprirsi. Volevamo essere un partito saldamente inserito nell'Internazionale socialista e anche - non ma anche, fate attenzione - aperto a movimenti nuovi, penso ad esempio all'esperienza dell'ambientalismo che in Italia è stata così sfortunata. A me allora sembrava possibile e sembrava possibile a molti altri che ci hanno creduto. Eravamo tutti degli illusi? Forse, però eravamo in tanti.
Poi è vero che se siamo arrivati a suicidarci e ad affidarci al maghetto di Firenze vuol dire che abbiamo fatto tantissimi errori; però io rivendico con forza che l'errore di base non fu quella scelta. Da lì potevamo essere qualcosa che non siamo riusciti a diventare, anche perché ad esempio non abbiamo riflettuto a sufficienza sul tema della forma partito, un argomento allora spesso evocato, ma sui cui non lavorammo, tanto che, quando il modello di partito che eravamo si è rilevato del tutto inadeguato, non c'era altro modello con cui sostituirlo, lasciando campo libero all'ideologia delle primarie e al plebiscitarismo del leader, attraverso cui è potuto emergere Renzi. Soprattutto negli anni dopo non abbiamo più riflettuto sul cosa voleva dire essere di sinistra e abbiamo immaginato che l'andare al governo - come abbiamo fatto, seppur in maniera indiretta e a volte rocambolesca - bastasse da solo a costruire un'identità. Non è dal governo che si costruisce un partito, tanto è vero che il Pci era stato costruito proprio perché al governo non c'era mai andato e anzi non superò mai del tutto il trauma - forse inevitabile - della solidarietà nazionale.
Ci sono stati errori di singoli - spesso gravi - per ambizione personale e ci sono stati errori collettivi. Però non era inevitabile morire. Se è successo è perché ce la siamo cercata, ma non perché è nato il Pds.
Nei limiti dei 140 caratteri imposti con saggezza da Twitter ho scritto: "nonostante quello che è successo molti anni dopo, io penso ancora che quello fu un fatto importante". Questa brevissima frase ha scatenato alcuni commenti, per lo più negativi, di alcuni amici - "sinistri" come me naturalmente - che ritengono che quell'episodio sia l'inizio di una deriva che ha portato alla morte del maggior partito di centrosinistra in Italia e alla nascita, sulle ceneri di quella troppo breve esperienza politica, di un partito di centro moderato, come è l'attuale Pd. Naturalmente sapete che penso tutto il male possibile del Pd, ma non è di questo che voglio parlare oggi, anche per rispondere un po' più compiutamente a quei compagni.
Sinceramente non credo che nella decisione, lunga e sofferta, che portò la maggioranza delle iscritte e degli iscritti del Pci a far nascere la "cosa", che poi avremmo chiamato Pds, ci sia in nuce il germe che ha portato al Pd e a Renzi. Io ad esempio partecipai con passione a quella fase e ci misi entusiasmo e vidi anche entusiasmo, nonostante il fatto che per molti fu un passaggio complicato e doloroso.
Come sapete parlo di me perché questo conosco e su questo posso testimoniare. I miei genitori erano iscritti al Pci, le persone che conoscevo e stimavo erano iscritte al Pci, il Pci in casa mia era il partito. Semplicemente. Io non ero iscritto al Pci, perché - probabilmente a causa dell'ingenuità e del velleitarismo tipici dei vent'anni - mi consideravo socialista e non mi sembrava corretto iscrivermi a un partito che aveva ancora nel nome quell'aggettivo - comunista - che consideravo sbagliato, nonostante mi fosse stato spiegato - e ne fossi intimamente convinto - che la storia del Pci era ben diversa da quella del Pcus e dei partiti comunisti che avevano piegato le rivoluzioni ungherese e cecoslovacca e che guidavano le dittature dell'Europa orientale. Ero tanto consapevole di questa differenza che non solo votavo Pci e lavoravo alle Feste dell'Unità, ma venni candidato ed eletto nelle liste del partito nel Comune dove allora vivevo.
Quando uscì Palombella rossa di Nanni Moretti mi accorsi improvvisamente che quello che sentivo io era condiviso, era in qualche modo nell'aria, e quindi accolsi con gioia l'annuncio della Bolognina. Come sapete non fu un passaggio semplice, ma vi invito a riguardare il documentario La cosa, sempre di Moretti, e vedrete e sentirete interventi di compagni di base di grande spessore. Io li ricordo i vecchi della mia sezione che sostennero la nascita del nuovo partito con convinzione e non per pigra adesione al funzionario di turno venuto dalla città che illustrava la mozione del segretario - come troppo sbrigativamente dissero quelli che non ci conoscevano e non ci amavano. Peraltro negli anni successivi ho avuto la ventura di fare il funzionario che veniva dalla città e vi assicuro che non era mai semplice convincere quei compagni, perché erano persone abituate a ragionare e che di politica ne capivano.
Il Pds non fu soltanto - come qualcuno adesso dice - la risposta tattica di un gruppo dirigente che vedeva attorno a sé crollare non solo il comunismo internazionale, ma anche il quadro politico italiano. In quegli anni - bisogna sempre ricordarlo - sparirono la Dc e il Psi, travolti, anche ingiustamente, dalla storia che andava in tutt'altra direzione.
Allora volevamo davvero fare un partito diverso, perché - dobbiamo per onestà ricordare anche questo ai nostalgici del Pci, senza se e senza ma - quel partito era sentito da molti come una casa troppo chiusa, un luogo incapace di aprirsi. Volevamo essere un partito saldamente inserito nell'Internazionale socialista e anche - non ma anche, fate attenzione - aperto a movimenti nuovi, penso ad esempio all'esperienza dell'ambientalismo che in Italia è stata così sfortunata. A me allora sembrava possibile e sembrava possibile a molti altri che ci hanno creduto. Eravamo tutti degli illusi? Forse, però eravamo in tanti.
Poi è vero che se siamo arrivati a suicidarci e ad affidarci al maghetto di Firenze vuol dire che abbiamo fatto tantissimi errori; però io rivendico con forza che l'errore di base non fu quella scelta. Da lì potevamo essere qualcosa che non siamo riusciti a diventare, anche perché ad esempio non abbiamo riflettuto a sufficienza sul tema della forma partito, un argomento allora spesso evocato, ma sui cui non lavorammo, tanto che, quando il modello di partito che eravamo si è rilevato del tutto inadeguato, non c'era altro modello con cui sostituirlo, lasciando campo libero all'ideologia delle primarie e al plebiscitarismo del leader, attraverso cui è potuto emergere Renzi. Soprattutto negli anni dopo non abbiamo più riflettuto sul cosa voleva dire essere di sinistra e abbiamo immaginato che l'andare al governo - come abbiamo fatto, seppur in maniera indiretta e a volte rocambolesca - bastasse da solo a costruire un'identità. Non è dal governo che si costruisce un partito, tanto è vero che il Pci era stato costruito proprio perché al governo non c'era mai andato e anzi non superò mai del tutto il trauma - forse inevitabile - della solidarietà nazionale.
Ci sono stati errori di singoli - spesso gravi - per ambizione personale e ci sono stati errori collettivi. Però non era inevitabile morire. Se è successo è perché ce la siamo cercata, ma non perché è nato il Pds.
domenica 15 dicembre 2013
Verba volant (30): marcia...
Marcia, sost. f.
La marcia è uno sport, che richiede grande resistenza e allenamenti intensi e costanti. Il marciatore deve compiere un gesto atletico apparentemente innaturale per 20 o 50 chilometri, mantenendo un'alta velocità; per questo motivo richiede - forse più di altre discipline sportive - un grande sforzo durante gli allenamenti, tanto che per gli atleti di alto livello si prevedono carichi di alcune centinaia di chilometri alla settimana.
L'Italia ha una tradizione importante in questo sport: il piacentino Giuseppe Dordoni vinse nei 50 km alle olimpiadi di Helsinki del '52, mentre Abdon Pamich, nato a Fiume, vinse l'edizione del '64 a Tokyo, dopo essere arrivato terzo a Roma. Negli anni Ottanta c'è stato il grande Maurizio Damilano, piemontese, oro a Mosca e bronzo a Los Angeles e Seoul nella 20km. Recentemente c'è stata anche la delusione di Alex Schwazer, oro a Pechino, ma in seguito squalificato per una brutta storia di doping.
Quando è scoppiato il caso scrissi anche una “considerazione libera” sul mio blog. Non volevo - e non voglio - difendere Schwazer, ma mi aveva fatto arrabbiare - per usare un eufemismo - la retorica cresciuta intorno a quel fatto. Schwazer è stato additato come il traditore dello spirito olimpico, il traditore della fiducia che l’Italia ha riposto in lui, il traditore dei sani valori dello sport. A nessuno di quelli che allora hanno attinto a piene mani nella retorica decoubertiana, a partire dai vertici della politica sportiva, importava - e importa - nulla dello spirito olimpico, quanto all’Italia, Schwazer le ha dato esattamente quello che ne ha ricevuto.
Al di là di questo caso marciare è faticoso non solo quando lo si fa per sport, ma anche quando lo si fa per manifestare o per protestare. Sono faticosi i ventiquattro chilometri della Marcia per la pace Peugia-Assisi, ma è importante continuare a farli, anche se il mondo è molto cambiato da quando Aldo Capitini la promosse nel 1961.
Fu faticosa e drammatica la marcia del sale che Gandhi cominciò il 12 marzo 1930 e che durò per 24 giorni. Questa è stata una marcia che ha cambiato il mondo, come la grande marcia su Washington, alla fine della quale Martin Luther King pronunciò il celebre discorso I have a dream.
Proprio perché marciare è faticoso - a parte il fulgido esempio di Capitini, che infatti è considerato poco in Italia - nel nostro paese le marce sono più annunciate che fatte veramente. Mi pare che oggi - ad esempio - avrebbe dovuto esserci una “marcia su Roma”, trasformata in un più agevole presidio.
Peraltro nella storia recente del nostro paese c’è già stata una marcia che ha cambiato - in peggio - l’Italia: il 28 ottobre 1922 i fascisti marciarono su Roma per fingere di prendere con la forza il governo che il re, l’esercito, gli agrari, i grandi industriali diedero a Mussolini, non per paura di quella pagliacciata in orbace, ma con lo scopo di servirsi dei fascisti per eliminare una volta per tutte il pericolo comunista e socialista. Come noto, sbagliarono i loro conti e la bestia fascista, una volta slegata, certo si avventò con crudeltà contro i lavoratori, come volevano i padroni, ma alla fine divenne incontrollabile e gli stessi padroni furono costretti, dopo vent’anni di regime, ad allearsi con i comunisti e i socialisti pur di toglierseli di torno.
E’ altrettanto noto che Mussolini non marciò alla testa dei suoi uomini, ma preferì aspettare gli eventi e arrivò a Roma, a cose fatte, con un comodo treno, perché appunto marciare è faticoso. Forse sarebbe arrivato in Jaguar, se qualcuno gliela avesse prestata.
La marcia è uno sport, che richiede grande resistenza e allenamenti intensi e costanti. Il marciatore deve compiere un gesto atletico apparentemente innaturale per 20 o 50 chilometri, mantenendo un'alta velocità; per questo motivo richiede - forse più di altre discipline sportive - un grande sforzo durante gli allenamenti, tanto che per gli atleti di alto livello si prevedono carichi di alcune centinaia di chilometri alla settimana.
L'Italia ha una tradizione importante in questo sport: il piacentino Giuseppe Dordoni vinse nei 50 km alle olimpiadi di Helsinki del '52, mentre Abdon Pamich, nato a Fiume, vinse l'edizione del '64 a Tokyo, dopo essere arrivato terzo a Roma. Negli anni Ottanta c'è stato il grande Maurizio Damilano, piemontese, oro a Mosca e bronzo a Los Angeles e Seoul nella 20km. Recentemente c'è stata anche la delusione di Alex Schwazer, oro a Pechino, ma in seguito squalificato per una brutta storia di doping.
Quando è scoppiato il caso scrissi anche una “considerazione libera” sul mio blog. Non volevo - e non voglio - difendere Schwazer, ma mi aveva fatto arrabbiare - per usare un eufemismo - la retorica cresciuta intorno a quel fatto. Schwazer è stato additato come il traditore dello spirito olimpico, il traditore della fiducia che l’Italia ha riposto in lui, il traditore dei sani valori dello sport. A nessuno di quelli che allora hanno attinto a piene mani nella retorica decoubertiana, a partire dai vertici della politica sportiva, importava - e importa - nulla dello spirito olimpico, quanto all’Italia, Schwazer le ha dato esattamente quello che ne ha ricevuto.
Al di là di questo caso marciare è faticoso non solo quando lo si fa per sport, ma anche quando lo si fa per manifestare o per protestare. Sono faticosi i ventiquattro chilometri della Marcia per la pace Peugia-Assisi, ma è importante continuare a farli, anche se il mondo è molto cambiato da quando Aldo Capitini la promosse nel 1961.
Fu faticosa e drammatica la marcia del sale che Gandhi cominciò il 12 marzo 1930 e che durò per 24 giorni. Questa è stata una marcia che ha cambiato il mondo, come la grande marcia su Washington, alla fine della quale Martin Luther King pronunciò il celebre discorso I have a dream.
Proprio perché marciare è faticoso - a parte il fulgido esempio di Capitini, che infatti è considerato poco in Italia - nel nostro paese le marce sono più annunciate che fatte veramente. Mi pare che oggi - ad esempio - avrebbe dovuto esserci una “marcia su Roma”, trasformata in un più agevole presidio.
Peraltro nella storia recente del nostro paese c’è già stata una marcia che ha cambiato - in peggio - l’Italia: il 28 ottobre 1922 i fascisti marciarono su Roma per fingere di prendere con la forza il governo che il re, l’esercito, gli agrari, i grandi industriali diedero a Mussolini, non per paura di quella pagliacciata in orbace, ma con lo scopo di servirsi dei fascisti per eliminare una volta per tutte il pericolo comunista e socialista. Come noto, sbagliarono i loro conti e la bestia fascista, una volta slegata, certo si avventò con crudeltà contro i lavoratori, come volevano i padroni, ma alla fine divenne incontrollabile e gli stessi padroni furono costretti, dopo vent’anni di regime, ad allearsi con i comunisti e i socialisti pur di toglierseli di torno.
E’ altrettanto noto che Mussolini non marciò alla testa dei suoi uomini, ma preferì aspettare gli eventi e arrivò a Roma, a cose fatte, con un comodo treno, perché appunto marciare è faticoso. Forse sarebbe arrivato in Jaguar, se qualcuno gliela avesse prestata.
domenica 8 dicembre 2013
Verba volant (25): impensabile...
Impensabile, agg. Sono abbastanza vecchio per ricordare gli anni in cui era impensabile immaginare che il muro di Berlino sarebbe crollato nel modo in cui è effettivamente crollato. La fine dei regimi comunisti nell'Europa orientale era un fatto da molti sperato, da alcuni temuto, eppure quando avvenne ci colse di sorpresa. In tanti credevano che soltanto un conflitto avrebbe aperto una breccia in quel muro che offendeva la coscienza dell’Europa, ma una guerra, in quelle condizioni e in quei tempi, era impossibile perché l’impatto delle bombe nucleari non avrebbe risparmiato neppure i vincitori. La paura teneva in piedi quell'equilibrio e quel muro.
Eppure l'impensabile è avvenuto, semplicemente perché migliaia di persone hanno fatto contemporaneamente quello che non avevano mai fatto e che, fino ad allora, avevano paura di fare: hanno attraversato un confine e quel confine non c'era più.
Oltre a essere vecchio, sono anche fortunato perché ho avuto l’opportunità di assistere a un altro fatto che sembrava impensabile: ho visto la fine dell’apartheid in Sudafrica. I realisti, quelli che pensano di sapere tutto, dicevano che quel regime, nonostante tutto, non sarebbe caduto, perché ci spiegavano che i bianchi in quel paese non erano i colonialisti che potevano andersene così come erano arrivati, ma erano ormai i figli di quella terra. Gli stessi realisti dicevano che Nelson Mandela era un terrorista e pensavano che era meglio che stesse in carcere, per non turbare un precario status quo. Poi, come ricordiamo tutti in questi giorni in cui piangiamo la morte del grande leader africano, è successo l’impensabile.
La caduta del muro di Berlino non ha significato la fine dei conflitti in Europa, anzi, finito quell’equilibrio, il nostro continente ha conosciuto l’orrore dell’assedio di Sarajevo e ha visto la costruzione di altri muri. La fine dell’apartheid non ha significato la liberazione effettiva dei neri del Sudafrica, perché continuano a essere loro gli sfruttati nelle miniere. Eppure è importante essere consapevoli che l’impensabile può avvenire ed è giusto lottare e manifestare - come si faceva allora - affinché possa succedere. Uno dei limiti dell’attuale “politica dei ragionieri“, la politica di quelli che guardano esclusivamente ai numeri, è proprio quello di non credere all’impensabile e la perdita dell’anima di troppa sinistra è non fare nulla perché possa accadere.
Per chi adesso ha poco meno di vent’anni - l’età in cui io vedevo il muro e l’apartheid - è impensabile immaginare che Gerusalemme diventi la capitale dell’unico stato in cui possano vivere insieme israeliani e palestinesi; è impensabile che crolli il regime cinese, che è riuscito a coniugare il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo.
Eppure potrebbe arrivare, quando meno ce lo aspettiamo, l’urto che manderà in frantumi queste certezze; spero che chi ha adesso vent’anni ci voglia ancora credere.
martedì 26 novembre 2013
Verba volant (18): convenzione...
Convenzione, sost. f.
Immagino avrete letto anche voi questa notizia: i sedicenti dirigenti di un noto partito italiano di centrosinistra si sono riuniti domenica scorsa a Roma, in un’assemblea definita - con forse inutile enfasi - convenzione.
Tale scelta non può non attirare un lessicografo come me.
La prima e più famosa convenzione - in questo caso non è inappropriata l'abusata espressione "la madre di tutte le convenzioni"- è la Convention Nationale, ossia l'assemblea dotata di potere esecutivo e legislativo, i cui lavori durarono dal settembre 1792 all’ottobre 1795.
Nel corso del 1792 siamo ormai nella fase più avanzata della Rivoluzione francese: la folla ha preso d’assalto il Palais des Tuileries e chiede apertamente l’abolizione della monarchia; a questo punto l’assemblea costituente sospende il re dalle sue funzioni e promuove l’istituzione di una nuova assemblea – la Convenzione appunto – eletta a suffragio universale, con l’incarico precipale di dare alla Francia una nuova costituzione repubblicana.
Balzano immeditamente agli occhi due differenze con la convenzione del Pd. Prima di tutto la durata: gli amici di Renzi e Cuperlo hanno fatto tutto in poche ore, in tempo per andare a vedere la partita.
Secondo, la convenzione di domenica scorsa, nonostante le scaramucce verbali dei contendenti alla segreteria, non ha riservato agli spettatori un acceso dibattito né discorsi di memorabile oratoria. Nella Convenzione francese sedevano, tra gli altri, Danton, Robespierre, Marat; con tutta evidenza, se si fosse scontrato con questi personaggi, Pittella non avrebbe mai potuto raggiungere il 5,8%.
C’è un elemento però che accomuna le due istituzioni. Nella Convenzione quasi la metà dei deputati appartenevano al centro – chiamato anche palude – non erano schierati con nessun altro partito, eppure il loro numero determinava l’esito di ogni votazione. Come è evidente la palude è il riferimento ideologico del Pd, in tutte le sue anime.
Più banalmente i creativi del Pd – tra cui c’è ancora una qualche influenza del kennedysmo veltroniano - non hanno pensato alla Rivoluzione francese per dare il nome a questa rutilante assemblea; convention infatti si chiama l’appuntamento nel quale i rappresentanti dei due maggiori partiti degli Stati Uniti nominano i propri candidati alle diverse cariche elettive, tra cui naturalmente la presidenza. I tre amici però non concorrono alla presidenza di alcunché: il vincitore può aspirare al massimo al posto di capo dei corazzieri.
Una curiosità: Renzi inizialmente non voleva usare questo termine, perché Convenzione è il nome dell’organizzazione criminale segreta della serie tv Alias. Poi Epifani gli ha spiegato la differenza.
Immagino avrete letto anche voi questa notizia: i sedicenti dirigenti di un noto partito italiano di centrosinistra si sono riuniti domenica scorsa a Roma, in un’assemblea definita - con forse inutile enfasi - convenzione.
Tale scelta non può non attirare un lessicografo come me.
La prima e più famosa convenzione - in questo caso non è inappropriata l'abusata espressione "la madre di tutte le convenzioni"- è la Convention Nationale, ossia l'assemblea dotata di potere esecutivo e legislativo, i cui lavori durarono dal settembre 1792 all’ottobre 1795.
Nel corso del 1792 siamo ormai nella fase più avanzata della Rivoluzione francese: la folla ha preso d’assalto il Palais des Tuileries e chiede apertamente l’abolizione della monarchia; a questo punto l’assemblea costituente sospende il re dalle sue funzioni e promuove l’istituzione di una nuova assemblea – la Convenzione appunto – eletta a suffragio universale, con l’incarico precipale di dare alla Francia una nuova costituzione repubblicana.
Balzano immeditamente agli occhi due differenze con la convenzione del Pd. Prima di tutto la durata: gli amici di Renzi e Cuperlo hanno fatto tutto in poche ore, in tempo per andare a vedere la partita.
Secondo, la convenzione di domenica scorsa, nonostante le scaramucce verbali dei contendenti alla segreteria, non ha riservato agli spettatori un acceso dibattito né discorsi di memorabile oratoria. Nella Convenzione francese sedevano, tra gli altri, Danton, Robespierre, Marat; con tutta evidenza, se si fosse scontrato con questi personaggi, Pittella non avrebbe mai potuto raggiungere il 5,8%.
C’è un elemento però che accomuna le due istituzioni. Nella Convenzione quasi la metà dei deputati appartenevano al centro – chiamato anche palude – non erano schierati con nessun altro partito, eppure il loro numero determinava l’esito di ogni votazione. Come è evidente la palude è il riferimento ideologico del Pd, in tutte le sue anime.
Più banalmente i creativi del Pd – tra cui c’è ancora una qualche influenza del kennedysmo veltroniano - non hanno pensato alla Rivoluzione francese per dare il nome a questa rutilante assemblea; convention infatti si chiama l’appuntamento nel quale i rappresentanti dei due maggiori partiti degli Stati Uniti nominano i propri candidati alle diverse cariche elettive, tra cui naturalmente la presidenza. I tre amici però non concorrono alla presidenza di alcunché: il vincitore può aspirare al massimo al posto di capo dei corazzieri.
Una curiosità: Renzi inizialmente non voleva usare questo termine, perché Convenzione è il nome dell’organizzazione criminale segreta della serie tv Alias. Poi Epifani gli ha spiegato la differenza.
domenica 24 novembre 2013
Verba volant (16): ombrello...
Ombrello, sost. m.
Cosa sia un ombrello e a cosa serva lo sapete tutti, e sapete anche che è facilissimo perderlo. Questa potrebbe sembrarvi una definizione inutile, ma c'è una piccola storia legata a un ombrello che credo vi possa interessare.
Il 22 novembre 1963 a Dallas era una bellissima giornata di sole, così bella che i consiglieri del presidente Kennedy decisero di usare un'auto scoperta. Decisione che si rivelerà fatale.
Nonostante la giornata di sole, tra la folla che seguiva il corteo presidenziale, c'era un uomo con un ombrello nero aperto.
Quell’uomo – presto indicato dalla stampa come The umbrella man – si vede chiaramente anche nel filmato amatoriale girato quel giorno, con una piccola telecamera 8mm, da Abraham Zapruder, uno dei filmati più visti, analizzati e commentati del mondo.
Su quell’uomo e sul suo ombrello si scatenarono le ipotesi, alcuni pensarono a un segnale in codice per l’attentatore, altri che quell’ombrello fosse in realtà un’arma. Ancora oggi, se fate un giro nella rete, potete vedere che quel dibattito non si è ancora spento. Potete trovare il progetto del fucile-ombrello usato dall’attentore, secondo una di queste ricostruzioni; un aggeggio degno di Q.
Nel 1978 la seconda commissione d’inchiesta sull’omicidio Kennedy fece un appello affinché The umbrella man si presentasse e spiegasse i motivi della sua presenza là e soprattutto perché avesse aperto l’ombrello proprio mentre si avvicinava l’auto del presidente.
Quell’uomo era Louie Steven Witt che si presentò davanti alla commissione, portando con sé l’ombrello; la sua spiegazione fu davvero curiosa.
Witt con quel gesto voleva fare un’azione di protesta contro il padre del presidente, Joseph Kennedy, che era stato ambasciatore nel Regno Unito dal 1938 al 1940. In quel periodo, specialmente nei mesi che precedettero lo scoppio del secondo conflitto mondiale, l’ambasciatore Kennedy sostenne con convinzione la poltica di appeasement del primo ministro Neville Chamberlain, che tentò in ogni modo di evitare che il suo paese entrasse in guerra contro la Germania di Hitler, accettando di fatto le annessioni tedesche a danno dei paesi dell’Europa centrale.
Secondo un’opinione corrente, l’arrendevolezza mostrata in quei mesi dalla Gran Bretagna spinse Hitler a sempre maggiori rivendicazioni, dandogli l’impressione che non avrebbe avuto ostacoli nel suo disegno di dominare l’Europa. L’atteggiamento di tacito sostegno della Gran Bretagna al regime fascista in Italia e a quello di Franco in Spagna, in chiave anticomunista, andava in quella stessa direzione.
Nonostante i tentativi di Chamberlein si arrivò comunque al disastro della guerra mondiale.
Nei polemisti di quegli anni l’ombrello nero divenne il simbolo negativo della politica di Chamberlein. C'è ad esempio una vignetta dell’epoca in cui si mostra la belva tedesca, dopo che ha mangiato il pavido Chamberlein, lasciando solo ombrello e cilindro
Witt decise quel giorno, con quel suo gesto solitario e anacronistico, di ricordare al presidente tutto questo.
Con una notevole ironia The umbrella man disse:
Cosa sia un ombrello e a cosa serva lo sapete tutti, e sapete anche che è facilissimo perderlo. Questa potrebbe sembrarvi una definizione inutile, ma c'è una piccola storia legata a un ombrello che credo vi possa interessare.
Il 22 novembre 1963 a Dallas era una bellissima giornata di sole, così bella che i consiglieri del presidente Kennedy decisero di usare un'auto scoperta. Decisione che si rivelerà fatale.
Nonostante la giornata di sole, tra la folla che seguiva il corteo presidenziale, c'era un uomo con un ombrello nero aperto.
Quell’uomo – presto indicato dalla stampa come The umbrella man – si vede chiaramente anche nel filmato amatoriale girato quel giorno, con una piccola telecamera 8mm, da Abraham Zapruder, uno dei filmati più visti, analizzati e commentati del mondo.
Su quell’uomo e sul suo ombrello si scatenarono le ipotesi, alcuni pensarono a un segnale in codice per l’attentatore, altri che quell’ombrello fosse in realtà un’arma. Ancora oggi, se fate un giro nella rete, potete vedere che quel dibattito non si è ancora spento. Potete trovare il progetto del fucile-ombrello usato dall’attentore, secondo una di queste ricostruzioni; un aggeggio degno di Q.
Nel 1978 la seconda commissione d’inchiesta sull’omicidio Kennedy fece un appello affinché The umbrella man si presentasse e spiegasse i motivi della sua presenza là e soprattutto perché avesse aperto l’ombrello proprio mentre si avvicinava l’auto del presidente.
Quell’uomo era Louie Steven Witt che si presentò davanti alla commissione, portando con sé l’ombrello; la sua spiegazione fu davvero curiosa.
Witt con quel gesto voleva fare un’azione di protesta contro il padre del presidente, Joseph Kennedy, che era stato ambasciatore nel Regno Unito dal 1938 al 1940. In quel periodo, specialmente nei mesi che precedettero lo scoppio del secondo conflitto mondiale, l’ambasciatore Kennedy sostenne con convinzione la poltica di appeasement del primo ministro Neville Chamberlain, che tentò in ogni modo di evitare che il suo paese entrasse in guerra contro la Germania di Hitler, accettando di fatto le annessioni tedesche a danno dei paesi dell’Europa centrale.
Secondo un’opinione corrente, l’arrendevolezza mostrata in quei mesi dalla Gran Bretagna spinse Hitler a sempre maggiori rivendicazioni, dandogli l’impressione che non avrebbe avuto ostacoli nel suo disegno di dominare l’Europa. L’atteggiamento di tacito sostegno della Gran Bretagna al regime fascista in Italia e a quello di Franco in Spagna, in chiave anticomunista, andava in quella stessa direzione.
Nonostante i tentativi di Chamberlein si arrivò comunque al disastro della guerra mondiale.
Nei polemisti di quegli anni l’ombrello nero divenne il simbolo negativo della politica di Chamberlein. C'è ad esempio una vignetta dell’epoca in cui si mostra la belva tedesca, dopo che ha mangiato il pavido Chamberlein, lasciando solo ombrello e cilindro
Witt decise quel giorno, con quel suo gesto solitario e anacronistico, di ricordare al presidente tutto questo.
Con una notevole ironia The umbrella man disse:
Se nel Guinness dei primati ci fosse una categoria delle persone che si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato a fare la cosa sbagliata, sarei primo in classifica con distacco infinito.
domenica 14 ottobre 2012
Considerazioni libere (312): a proposito di una storia complicata...
Chi legge con una qualche regolarità questo blog sa che spesso provo a capire quello che succede ai nostri giorni attraverso quello che è successo negli anni passati e chi mi segue su Twitter e su Facebook sa anche che ho una discreta attenzione, a volte un po' maniacale, per gli anniversari, specialmente quelli che altrimenti sfuggirebbero alle celebrazioni correnti. E comunque sulla scelta degli anniversari da ricordare rivendico la mia faziosità politica e le mie passioni letterarie e artistiche. Questa settimana ho volutamente evitato di menzionare un anniversario di cui si è molto parlato, spesso in maniera piuttosto banale a dire la verità: l'11 ottobre 1962 - cinquant'anni fa - si apriva il Concilio Vaticano II. Giornali e televisioni si sono ampiamente diffusi a parlare del celeberrimo "discorso alla luna" di Giovanni XXIII, trascurando il ben più significativo discorso di apertura del concilio in cui il papa tracciava il senso di quell'appuntamento destinato a cambiare la chiesa: naturalmente per i pigri giornalisti italiani era molto più semplice ripetere le frasi fatte attorno alla "carezza del papa". Comunque di questo non voglio occuparmi - meglio dovrei dire non posso - perché da persona che guarda dal di fuori, partendo da una posizione di radicale agnosticismo, mi è impossibile prendere posizioni su temi che non conosco, come ad esempio quanto ancora ci sia da sviluppare di quello che è stato scritto nei documenti conciliari: lascio ad altri il tema, ansioso di capire meglio.
Mi interessa invece un altro aspetto. Tra le altre cose dette in questi giorni, si è ripetuto spesso che si apriva allora un periodo di speranza di pace, di cui erano protagonisti, insieme al papa della Pacem in terris, il presidente degli Stati Uniti Kennedy e il segretario del Pcus Krusciov. Effettivamente questa tesi non è solo frutto della pigrizia dei giornalisti, ma è un tema ricorrente nelle storiografia e condiviso nella memoria storica diffusa: però è anche un mito che ci siamo costruiti in questi cinquant'anni. Certo Kennedy e Krusciov ebbero la capacità e la forza di fermare la guerra che stava per scoppiare a causa della crisi dei missili di Cuba - a proposito proprio il 14 ottobre 1962 un U2 statunitense riuscì ad avere la prova fotografica della costruzione di una postazione per gli SS-4 sovietici nell'isola caraibica - ma, per onestà di resoconto, bisogna dire che furono proprio quei due leader a spingere i loro paesi a un passo dalla guerra nucleare. Perché la storia è sempre molto più complessa di come siamo tentati a volte di semplificarla. Il merito storico di Krusciov di aver condotto l'Unione Sovietica fuori dagli anni della dittatura di Stalin non può cancellare il fatto che fu lo stesso Krusciov a volere la costruzione del Muro di Berlino e che, appunto, portò il suo paese e il mondo a un passo dalla guerra, a causa della decisione di installare batterie di missili a Cuba. Allo stesso modo, il mito di Kennedy e la tragedia della sua morte non possono farci dimenticare la sua durezza in questa vicenda e il fatto che fu quell'amato presidente a far cominciare la guerra in Vietnam. Sarebbe stato necessario "Tricky Dick" Nixon a chiudere quel conflitto. Forse ci sarebbe piaciuto di più che Nixon l'avesse cominciata e Kennedy finita, ma non è così.
Faccio questa "considerazione" perché troppo spesso siamo abituati a dare giudizi netti - io lo faccio spesso anche qui - e facciamo fatica a inquadrare le vicende in un quadro più complesso. A sentire le voci che arrivano da L'Avana e da Miami - e comunque tenendo conto delle leggi di natura - tra non molto tempo ci divideremo sul giudizio da dare al defunto Fidel Castro. Per alcuni sarà soltanto il dittatore che ha costretto Cuba a un duro regime comunista, per altri il campione della lotta contro le dittature fasciste dell'America latina. Mentre è stato l'uno e l'altro. Qualcosa di simile sta avvenendo sul giudizio in merito alla decisione di assegnare il Nobel per la pace all'Unione europea. Io da subito mi sono iscritto tra coloro che ha guardato con scetticismo a questa decisione, che francamente mi è parsa poco opportuna proprio quando abbiamo ricordato - in pochi purtroppo - che vent'anni fa è cominciato nel cuore dell'Europa, e anche per responsabilità dirette e indirette della Comunità europea, il più lungo assedio nella storia bellica moderna, quello di Sarajevo, che sarebbe finito quasi quattro anni dopo. Certo gli anniversari possono essere tirati dalla parte che si vuole, perché c'è quasi sempre un anniversario adatto e quest'anno è il cinquantesimo anniversario del discorso che De Gaulle rivolse in tedesco ai giovani tedeschi a Ludwigsburg. Il conflitto tra Francia e Germania è stato il motivo dominante della storia europea dalla metà dell'Ottocento fino al 1945 e certamente il fatto che da allora questi due paesi non si combattano più e anzi abbiano instaurato un sistema di cooperazione istituzionale è un segnale importante, tale da meritare il Nobel. Naturalmente sarebbe anche necessario dire che il conflitto tra quei due paesi è cessato, perché dopo il 1945 il mondo è radicalmente cambiato e l'Europa è diventata impotente di fronte al crescere delle due nuove superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. In fondo sono stati questi due paesi a garantire i sessant'anni di pace che celebra oggi il Nobel. E forse ci sarebbero anche altre ragioni per giustificare questo premio: la fine del lungo conflitto tra cattolici e protestanti nell'Irlanda del nord e la fine del terrorismo separatista in Spagna. E anche la capacità con cui la cosiddetta Europa occidentale, spinta soprattutto dalla Germania che aveva un interesse diretto, ha saputo rispondere alla fine dei regimi comunisti nella cosiddetta Europa orientale; anche se l'allora Comunità Europea non ha svolto nessun ruolo positivo nel contribuire alla caduta di quei regimi, ha semplicemente reagito, e anche con qualche ritardo, a fenomeni storici che avvenivano oltrecortina.
C'è spesso un disegno politico, più o meno esplicito, che sta dietro le assegnazioni dei Nobel per la pace, a volte tali disegni si possono condividere, altri no. Io ho condiviso - e molto - le scelte degli ultimi due anni: Liu Xiaobo nel 2010, Ellen Johnson Sirleaf, Tawakkul Karman e Leymah Gbowee nel 2011. Mi pare che l'idea che sta dietro la decisione di quest'anno sia quella di "giustificare" il ruolo che l'Europa sta giocando nella sovranità di alcuni paesi, la Grecia soprattutto, e poi gli altri dell'area mediterranea, tra cui naturalmente l'Italia. Temo però ci sia una confusione: il commissariamento diretto della Grecia e indiretto dell'Italia non ha come protagonista l'Unione Europea, ma la Bce e, se mi permettete, c'è una bella differenza. Per questo, per quel poco che vale la mia opinione, io non sono soddisfatto di questo premio, perché serve a mascherare, con una retorica dai toni suadenti e per molti aspetti condivisibili, una storia che porterà alla fine del sogno europeista che è stato alla base della nascita delle istituzioni europee che sono diventate sempre più in questi ultimi anni gusci vuoti. Può sembrare un paradosso, ma proprio chi crede nell'Europa oggi temo senta sempre più come propria avversaria questa Europa, che altro non è che il mascheramento di una tecnocrazia con un preciso disegno antidemocratico e iperliberista, ma di questo ho già parlato.
Ultima notazione: suona stridente - almeno per me lo è - che questa celebrazione dell'Europa avvenga proprio nel momento in cui in Grecia, un paese che per molte ragioni è lo specchio della storia migliore e peggiore di questo continente, rinasca e si stia facendo sempre più forte, più baldanzoso, più sfrontato, un movimento di tipo fascista, un fenomeno assolutamente di origine e di cultura europea, per stroncare il quale alcuni europei lungimiranti avevano immaginato sessant'anni fa gli Stati Uniti d'Europa.
Mi interessa invece un altro aspetto. Tra le altre cose dette in questi giorni, si è ripetuto spesso che si apriva allora un periodo di speranza di pace, di cui erano protagonisti, insieme al papa della Pacem in terris, il presidente degli Stati Uniti Kennedy e il segretario del Pcus Krusciov. Effettivamente questa tesi non è solo frutto della pigrizia dei giornalisti, ma è un tema ricorrente nelle storiografia e condiviso nella memoria storica diffusa: però è anche un mito che ci siamo costruiti in questi cinquant'anni. Certo Kennedy e Krusciov ebbero la capacità e la forza di fermare la guerra che stava per scoppiare a causa della crisi dei missili di Cuba - a proposito proprio il 14 ottobre 1962 un U2 statunitense riuscì ad avere la prova fotografica della costruzione di una postazione per gli SS-4 sovietici nell'isola caraibica - ma, per onestà di resoconto, bisogna dire che furono proprio quei due leader a spingere i loro paesi a un passo dalla guerra nucleare. Perché la storia è sempre molto più complessa di come siamo tentati a volte di semplificarla. Il merito storico di Krusciov di aver condotto l'Unione Sovietica fuori dagli anni della dittatura di Stalin non può cancellare il fatto che fu lo stesso Krusciov a volere la costruzione del Muro di Berlino e che, appunto, portò il suo paese e il mondo a un passo dalla guerra, a causa della decisione di installare batterie di missili a Cuba. Allo stesso modo, il mito di Kennedy e la tragedia della sua morte non possono farci dimenticare la sua durezza in questa vicenda e il fatto che fu quell'amato presidente a far cominciare la guerra in Vietnam. Sarebbe stato necessario "Tricky Dick" Nixon a chiudere quel conflitto. Forse ci sarebbe piaciuto di più che Nixon l'avesse cominciata e Kennedy finita, ma non è così.
Faccio questa "considerazione" perché troppo spesso siamo abituati a dare giudizi netti - io lo faccio spesso anche qui - e facciamo fatica a inquadrare le vicende in un quadro più complesso. A sentire le voci che arrivano da L'Avana e da Miami - e comunque tenendo conto delle leggi di natura - tra non molto tempo ci divideremo sul giudizio da dare al defunto Fidel Castro. Per alcuni sarà soltanto il dittatore che ha costretto Cuba a un duro regime comunista, per altri il campione della lotta contro le dittature fasciste dell'America latina. Mentre è stato l'uno e l'altro. Qualcosa di simile sta avvenendo sul giudizio in merito alla decisione di assegnare il Nobel per la pace all'Unione europea. Io da subito mi sono iscritto tra coloro che ha guardato con scetticismo a questa decisione, che francamente mi è parsa poco opportuna proprio quando abbiamo ricordato - in pochi purtroppo - che vent'anni fa è cominciato nel cuore dell'Europa, e anche per responsabilità dirette e indirette della Comunità europea, il più lungo assedio nella storia bellica moderna, quello di Sarajevo, che sarebbe finito quasi quattro anni dopo. Certo gli anniversari possono essere tirati dalla parte che si vuole, perché c'è quasi sempre un anniversario adatto e quest'anno è il cinquantesimo anniversario del discorso che De Gaulle rivolse in tedesco ai giovani tedeschi a Ludwigsburg. Il conflitto tra Francia e Germania è stato il motivo dominante della storia europea dalla metà dell'Ottocento fino al 1945 e certamente il fatto che da allora questi due paesi non si combattano più e anzi abbiano instaurato un sistema di cooperazione istituzionale è un segnale importante, tale da meritare il Nobel. Naturalmente sarebbe anche necessario dire che il conflitto tra quei due paesi è cessato, perché dopo il 1945 il mondo è radicalmente cambiato e l'Europa è diventata impotente di fronte al crescere delle due nuove superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. In fondo sono stati questi due paesi a garantire i sessant'anni di pace che celebra oggi il Nobel. E forse ci sarebbero anche altre ragioni per giustificare questo premio: la fine del lungo conflitto tra cattolici e protestanti nell'Irlanda del nord e la fine del terrorismo separatista in Spagna. E anche la capacità con cui la cosiddetta Europa occidentale, spinta soprattutto dalla Germania che aveva un interesse diretto, ha saputo rispondere alla fine dei regimi comunisti nella cosiddetta Europa orientale; anche se l'allora Comunità Europea non ha svolto nessun ruolo positivo nel contribuire alla caduta di quei regimi, ha semplicemente reagito, e anche con qualche ritardo, a fenomeni storici che avvenivano oltrecortina.
C'è spesso un disegno politico, più o meno esplicito, che sta dietro le assegnazioni dei Nobel per la pace, a volte tali disegni si possono condividere, altri no. Io ho condiviso - e molto - le scelte degli ultimi due anni: Liu Xiaobo nel 2010, Ellen Johnson Sirleaf, Tawakkul Karman e Leymah Gbowee nel 2011. Mi pare che l'idea che sta dietro la decisione di quest'anno sia quella di "giustificare" il ruolo che l'Europa sta giocando nella sovranità di alcuni paesi, la Grecia soprattutto, e poi gli altri dell'area mediterranea, tra cui naturalmente l'Italia. Temo però ci sia una confusione: il commissariamento diretto della Grecia e indiretto dell'Italia non ha come protagonista l'Unione Europea, ma la Bce e, se mi permettete, c'è una bella differenza. Per questo, per quel poco che vale la mia opinione, io non sono soddisfatto di questo premio, perché serve a mascherare, con una retorica dai toni suadenti e per molti aspetti condivisibili, una storia che porterà alla fine del sogno europeista che è stato alla base della nascita delle istituzioni europee che sono diventate sempre più in questi ultimi anni gusci vuoti. Può sembrare un paradosso, ma proprio chi crede nell'Europa oggi temo senta sempre più come propria avversaria questa Europa, che altro non è che il mascheramento di una tecnocrazia con un preciso disegno antidemocratico e iperliberista, ma di questo ho già parlato.
Ultima notazione: suona stridente - almeno per me lo è - che questa celebrazione dell'Europa avvenga proprio nel momento in cui in Grecia, un paese che per molte ragioni è lo specchio della storia migliore e peggiore di questo continente, rinasca e si stia facendo sempre più forte, più baldanzoso, più sfrontato, un movimento di tipo fascista, un fenomeno assolutamente di origine e di cultura europea, per stroncare il quale alcuni europei lungimiranti avevano immaginato sessant'anni fa gli Stati Uniti d'Europa.
giovedì 31 marzo 2011
Considerazioni libere (217): a proposito del mondo che cambia...
Dopo giornate come quelle di ieri e di oggi, credo sia sempre più indispensabile cercare di sviluppare gli anticorpi contro la cattiva politica. Per questo motivo non voglio commentare né lo spettacolo messo in scena dalla maggioranza tra Roma e Lampedusa, con contorno di frasi razziste contro immigrati e portatori di handicap, né il mortificante e avvilente silenzio della sinistra, che non riesce a dire una parola su quello che succede nel mondo. Anche nei suoi ultimi interventi mi sembra evidente lo sconforto e lo sgomento del presidente Napolitano, che è un uomo di altri tempi, con una certa idea e un grande rispetto delle istituzioni ed è un intellettuale che ha vissuto l'esperienza del Pci. Si dice che la moneta buona scaccia quella cattiva e allora proviamo a fare un'azione di resistenza: parliamo di politica, di quello che dovrebbe essere e non di quello che è. Io ci voglio provare, nel mio piccolo.
Non è insolito che un poeta riesca a capire meglio di altri - anche meglio dei filosofi, che dovrebbero capire, per definizione - quello che succede nel mondo. Guardando le immagini dei telegiornali, a cui - per nostra igiene mentale - dovremmo cominciare a togliere l'audio, mi sono venuti in mente due versi della canzone La storia di Francesco De Gregori
Ci sono momenti in cui davvero la storia mette i brividi. L'ho già scritto in altre "considerazioni", ma voglio ribadirlo ancora una volta: io ho sentito questi brividi della storia nell'89. Forse non è inutile ricordare che anche allora, pur se tutti i governi occidentali nelle dichiarazioni ufficiali enfatizzavano l'eccezionalità di quegli eventi, non pochi, nelle segrete stanze, erano preoccupati per un rivolgimento i cui esiti non erano prevedibili. Né Margaret Thatcher né François Mitterand, che pure incarnavano politicamente ed ideologicamente modelli ben diversi, erano ugualmente preoccupati della riunificazione tedesca. Gran Bretagna e Francia fecero allora la parte in commedia svolta nell'attuale frangente dalla Germania di Angela Merkel. La riunificazione tedesca, ossia l'evento più importante e significativo della storia europea della fine del secolo scorso, è figlia prima di tutto dello slancio, dell'entusiasmo, - direi perfino dell'incoscienza - dei tedeschi, un popolo che siamo più abituati a pensare come pragmatico e attento ai propri interessi (non è un caso che Realpolitik sia una delle poche parole tedesche entrate nel lessico delle altre lingue europee). Ora la Germania è una sola appunto per la passione dei tedeschi guidati da Helmut Kohl e per l'appoggio convinto e senza tentennamenti di George Bush padre (se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, deve valere anche il contrario, per riabilitare quel saggio presidente, padre di un presidente molto meno saggio), non certo per il sostegno europeo.
Ai pessimisti, che dicono che dobbiamo fare attenzione agli esiti della cosiddetta "primavera araba", a quelli che pontificano sui rischi delle strade nuove, timorosi di abbandonare le vecchie e conosciute, voglio dire che certamente nell'89 avevamo in tanti molte speranze che sono andate deluse. Gli esiti sono stati molto diversi, da paese a paese: sono nate democrazie mature, come quelle polacca, quella ungherese, quella ceca, ma sono anche sorte dittature molto dure, come quella di Lukasenko in Bielorussia - personaggio molto stimato da Gheddafi e da Berlusconi, per dire - e regimi autoritari, come in Russia. Nell'89 ci aspettavamo che in ogni paese ci fosse un Havel, ma ci siamo ritrovati anche i Putin. Alcuni paesi si sono divisi in maniera consensuale, come la Repubblica ceca e la Slovacchia, mentre nei Balcani abbiamo assistito a conflitti sanguinosi, tra il cinismo e l'indifferenza dell'Europa. Srebrenica è una pagina buia della nostra storia, quanto la caduta del muro di Berlino è luminosa. Nonostante tutto, dopo vent'anni, osservando un cartina dell'Europa o guardando alla composizione del Parlamento europeo, credo che nessuno potrebbe rimpiangere l'ordine precedente all'89.
Allo stesso modo, anche in questo caso nonostante gli enormi problemi che ancora ci sono in America latina - e che io cerco di raccontare in questo blog - nessuno può rimpiangere l'ordine delle dittature militari sostenute dagli Stati Uniti. Ci sono regimi corrotti, ci sono i regimi autoritari di Chavez e dei Castro, ma in Brasile, in Argentina e in Cile ci sono democrazie ormai solide, che tra l'altro hanno portato alla presidenza in ciascuno di questi paesi delle donne, un traguardo che in diversi paesi europei siamo lontani dal raggiungere.
Anche i più entusiasti e i più utopisti di noi sanno che gli esiti delle rivolte di queste settimane non saranno uguali in tutti i paesi, sono troppo diverse le condizioni di partenza da stato a stato; in alcuni paesi è perfino azzardato parlare di stato in senso moderno. Ci saranno conflitti, nasceranno nuovi regimi autoritari, forse ci saranno anche dittature peggiori di quelle che sono state abbattute e di quelle che speriamo lo siano il prima possibile. Qualcosa però è successo e qualcosa succederà: nel 2011 ci saranno le elezioni politiche in 19 stati africani e il vento di libertà e di democrazia che soffia dal nord non potrà non avere conseguenze. Bisogna lavorare affinché tra 20 o 30 anni l'Africa non sia la stessa di oggi: è difficile, ma non impossibile.
E poi, se la politica smette di nutrirsi di sogni, ha perso parte del suo valore.
Non è insolito che un poeta riesca a capire meglio di altri - anche meglio dei filosofi, che dovrebbero capire, per definizione - quello che succede nel mondo. Guardando le immagini dei telegiornali, a cui - per nostra igiene mentale - dovremmo cominciare a togliere l'audio, mi sono venuti in mente due versi della canzone La storia di Francesco De Gregori
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
Ci sono momenti in cui davvero la storia mette i brividi. L'ho già scritto in altre "considerazioni", ma voglio ribadirlo ancora una volta: io ho sentito questi brividi della storia nell'89. Forse non è inutile ricordare che anche allora, pur se tutti i governi occidentali nelle dichiarazioni ufficiali enfatizzavano l'eccezionalità di quegli eventi, non pochi, nelle segrete stanze, erano preoccupati per un rivolgimento i cui esiti non erano prevedibili. Né Margaret Thatcher né François Mitterand, che pure incarnavano politicamente ed ideologicamente modelli ben diversi, erano ugualmente preoccupati della riunificazione tedesca. Gran Bretagna e Francia fecero allora la parte in commedia svolta nell'attuale frangente dalla Germania di Angela Merkel. La riunificazione tedesca, ossia l'evento più importante e significativo della storia europea della fine del secolo scorso, è figlia prima di tutto dello slancio, dell'entusiasmo, - direi perfino dell'incoscienza - dei tedeschi, un popolo che siamo più abituati a pensare come pragmatico e attento ai propri interessi (non è un caso che Realpolitik sia una delle poche parole tedesche entrate nel lessico delle altre lingue europee). Ora la Germania è una sola appunto per la passione dei tedeschi guidati da Helmut Kohl e per l'appoggio convinto e senza tentennamenti di George Bush padre (se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, deve valere anche il contrario, per riabilitare quel saggio presidente, padre di un presidente molto meno saggio), non certo per il sostegno europeo.
Ai pessimisti, che dicono che dobbiamo fare attenzione agli esiti della cosiddetta "primavera araba", a quelli che pontificano sui rischi delle strade nuove, timorosi di abbandonare le vecchie e conosciute, voglio dire che certamente nell'89 avevamo in tanti molte speranze che sono andate deluse. Gli esiti sono stati molto diversi, da paese a paese: sono nate democrazie mature, come quelle polacca, quella ungherese, quella ceca, ma sono anche sorte dittature molto dure, come quella di Lukasenko in Bielorussia - personaggio molto stimato da Gheddafi e da Berlusconi, per dire - e regimi autoritari, come in Russia. Nell'89 ci aspettavamo che in ogni paese ci fosse un Havel, ma ci siamo ritrovati anche i Putin. Alcuni paesi si sono divisi in maniera consensuale, come la Repubblica ceca e la Slovacchia, mentre nei Balcani abbiamo assistito a conflitti sanguinosi, tra il cinismo e l'indifferenza dell'Europa. Srebrenica è una pagina buia della nostra storia, quanto la caduta del muro di Berlino è luminosa. Nonostante tutto, dopo vent'anni, osservando un cartina dell'Europa o guardando alla composizione del Parlamento europeo, credo che nessuno potrebbe rimpiangere l'ordine precedente all'89.
Allo stesso modo, anche in questo caso nonostante gli enormi problemi che ancora ci sono in America latina - e che io cerco di raccontare in questo blog - nessuno può rimpiangere l'ordine delle dittature militari sostenute dagli Stati Uniti. Ci sono regimi corrotti, ci sono i regimi autoritari di Chavez e dei Castro, ma in Brasile, in Argentina e in Cile ci sono democrazie ormai solide, che tra l'altro hanno portato alla presidenza in ciascuno di questi paesi delle donne, un traguardo che in diversi paesi europei siamo lontani dal raggiungere.
Anche i più entusiasti e i più utopisti di noi sanno che gli esiti delle rivolte di queste settimane non saranno uguali in tutti i paesi, sono troppo diverse le condizioni di partenza da stato a stato; in alcuni paesi è perfino azzardato parlare di stato in senso moderno. Ci saranno conflitti, nasceranno nuovi regimi autoritari, forse ci saranno anche dittature peggiori di quelle che sono state abbattute e di quelle che speriamo lo siano il prima possibile. Qualcosa però è successo e qualcosa succederà: nel 2011 ci saranno le elezioni politiche in 19 stati africani e il vento di libertà e di democrazia che soffia dal nord non potrà non avere conseguenze. Bisogna lavorare affinché tra 20 o 30 anni l'Africa non sia la stessa di oggi: è difficile, ma non impossibile.
E poi, se la politica smette di nutrirsi di sogni, ha perso parte del suo valore.
lunedì 18 gennaio 2010
In memoria di Andrea Costa...
Andrea Costa (Imola, 30 novembre 1851 - Imola, 19 gennaio 1910), tra i fondatori del Partito Socialista Italiano e primo deputato di idee socialiste nel parlamento italiano.Dal discorso di autodifesa durante il processo davanti alla Corte d'Assise di Bologna, nell'udienza del 16 giugno 1876.
Cittadini Giurati!
Il Pubblico Ministero, cercando di suscitare contro di noi il fanatismo e la paura, si rivolgeva alle vostre cattive passioni, io mi rivolgo ai vostri sentimenti di equità e di giustizia; egli vi parlava come un profeta di guai e di sventure parla ad una moltitudine superstiziosa e ignorante, io parlo come uomo ad uomini.
[...] Noi vogliamo lo svolgimento pieno e completo di tutti gl'istinti, di tutte le facoltà, di tutte le passioni umane, noi vogliamo l'umanamento dell'uomo! Donde si deduce che non è la emancipazione della classe operaia quella per cui ci adoperiamo, ma la emancipazione intera e completa di tutto il genere umano.
"Le idee che voi professate, diceva il Pubblico Ministero, sono contrarie al senso comune; voi avete senso comune; dunque, professandole, siete in mala fede". Sì, Pubblico Ministero, se le idee che noi professiamo fossero quelle che voi esponeste, avreste ragione di chiamarci pazzi o malvagi: ma voi sapete per primo che quelle idee non le professiamo, e male vi opponeste quando credeste si ridesse di noi alla esposizione poco felice e poco originale di ciò che chiamavate i principii dell'internazionale! Non si rideva di noi, perché le idee nostre sono abbastanza conosciute e voi le avete fatte conoscere maggiormente; ma si rideva di voi, che tenevate e Giurati e Difensori e Cittadini tutti tanto ingenui da credere per un momento, che noi potessimo professare le idee da voi esposte. Quella accusa di mala fede, o Pubblico Ministero, non giunge fino a noi.
"Giù la maschera", diceva il Pubblico Ministero. Noi, non vogliamo ritorcere contro di voi questo grido, perché noi che secondo voi non crediamo in nulla, crediamo pur sempre nella integrità della natura umana; e questo grido facciamo conto di non aver udito, per non ritorcerlo contro di voi.
"Voi volete distruggere la scienza". Sì, la scienza che mette il mondo creato da seimila anni; la scienza che mandava al rogo Giordano Bruno, la scienza che torturava Galileo, la scienza vostra che tiene per disonesti coloro che non credono, questa scienza non siamo noi che vogliamo distruggerla: essa è già morta. Ma la scienza nuova, del progresso, della luce, la scienza che ha atterrati i vecchi idoli e i vecchi pregiudizi, e che atterrerà per la sua efficacia i vecchi privilegi, di quella scienza noi siamo modesti sì, ma appassionati cultori, ed è nostro vanto applicarla al sistema sociale, e da essa attingiamo la nostra forza.
"Voi non avete fede!" replicò il Pubblico Ministero. E come sopporteremmo allora calmi e tranquilli le vostre ingiurie, le vostre carceri, i vostri birri e le continue vessazioni alle quali siamo esposti se non avessimo fede profonda nella giustizia delle rivendicazioni sociali per le quali ci adoperiamo?
Via dunque, queste accuse di voi indegne, dettate da odio partigiano... [...] In vero, se noi consideriamo quegli avvenimenti per se stessi non possiamo fare a mano di ridere della pochezza dei mezzi di cui disponevano coloro che vi presero parte. Ma se consideriamo la condotta dei partecipanti, non rideremo più; ma saremo compresi di ammirazione per giovani che ad un fine non ben intraveduto, ma generoso, sacrificavano il loro avvenire ed andavano incontro a sacrificare la vita. E' ridicolo; ma è al tempo stesso sublime.
[...] Ci chiamate malfattori. Ebbene questo titolo lo accettiamo; e chi sa che un giorno come la croce da strumento di infamia divenne simbolo di redenzione, questo nome di malfattori dato a noi e dai noi accettato non indichi i precursori di una rigenerazione novella!
E con questo, cittadini giurati, ho finito. La coscienza popolare che voi rappresentate si è già abbastanza manifestata. Che, se nonostante tutto questo, voi doveste condannarci, noi non ci appelleremo ad una Corte di Cassazione del Regno; noi ci appelleremo invece ad un tribunale ben più severo e formidabile, un tribunale, o cittadini, che deve un giorno giudicare noi imputati, e voi giudici: noi ci appelleremo all'avvenire ed alla Storia!
lunedì 11 gennaio 2010
Considerazioni libere (58): a proposito di strade e di memoria...
Capisco i motivi che hanno spinto una politica accorta come Letizia Moratti - subito seguita a Bologna da personaggi molto meno accorti - a proporre di intitolare una via o un parco di Milano a Bettino Craxi: da un lato ha mandato un segnale ai tanti craxiani che l'hanno sostenuta (e la dovranno ancora sostenere) e dall'altro ha creato imbarazzi e alimentato veleni nel campo del centrosinistra. Se ha raggiunto un risultato positivo per sé, non si può certo dire che abbia fatto un gran servizio alla memoria di Craxi e più in generale all'analisi della storia recente del nostro paese. Neppure i figli di Craxi mi pare rendano un gran servizio alla memoria del padre, dando il peggio di sé in polemiche francamente imbarazzanti. Tra le riforme istituzionali prossime venture ci dovrebbe essere il divieto di usare la storia come arma impropria, magari portando da dieci a cinquanta anni dalla morte il tempo necessario per passare dalla cronaca alla toponomastica.
Sinceramente credo non sia giusto intitolare una via a un politico su cui pesano delle sentenze di condanna passate in giudicato e che ha scelto di morire da latitante. Con altrettanta convinzione credo occorra ripensare agli anni in cui Craxi fu un protagonista della scena politica italiana.
Non so quanti altri militanti di sinistra si pongano con frequenza questo stesso mio interrogativo, ma per me il problema cruciale è essenzialmente questo: come mai in Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, non esiste un partito socialista che abbia la forza e i numeri per governare? Se riguardiamo alla nostra storia recente credo sia innegabile dire che la responsabilità di questa sconfitta epocale ricada sia sul Pci che sul Psi. Francamente adesso mi sembra inutile cercare di quantificare la percentuale di responsabilità: sarebbe un esercizio sterile e innescherebbe soltanto nuove polemiche. Probabilmente Berlinguer non riuscì a capire i cambiamenti che stavano avvenendo nel profondo della società italiana, come invece riuscì a intuirli Craxi, ma nessuno dei due seppe dare le risposte necessarie a quel mondo che cambiava. Forse entrambi erano prigionieri di una storia molto lunga di cui erano gli eredi, una storia fatta di scontri più o meno aperti, di sospetti, di divisioni profonde. Nessuno dei due ebbe la forza e il coraggio di pensare a uno schema diverso, oppure non ne ebbero la possibilità: in fasi diverse cercarono entrambi un accordo con la Democrazia Cristiana e in entrambi i casi la Dc riuscì a imporre loro non solo la propria agenda politica, ma anche il proprio stile politico. E' vero che ci furono fortissimi condizionamenti esterni, il terrorismo, le trame di cui ancora non sappiamo molto, eppure c'è una responsabilità storica di questi due partiti se si è permessa la vittoria delle forze ostili alle riforme, proprio grazie alla divisione delle due forze principali della sinistra italiana.
Io credo che su questo punto non abbiamo ancora riflettuto in maniera sufficiente e non è bastato neppure eludere il problema, come ha tentato di fare la componente della sinistra proveniente dal Pci, ponendo un obiettivo più avanzato con la creazione del Partito Democratico. Se non capiamo perché non siamo riusciti a fare un partito socialista in Italia sarà molto difficile per me fare qualcosa di nuovo.
Sinceramente credo non sia giusto intitolare una via a un politico su cui pesano delle sentenze di condanna passate in giudicato e che ha scelto di morire da latitante. Con altrettanta convinzione credo occorra ripensare agli anni in cui Craxi fu un protagonista della scena politica italiana.
Non so quanti altri militanti di sinistra si pongano con frequenza questo stesso mio interrogativo, ma per me il problema cruciale è essenzialmente questo: come mai in Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, non esiste un partito socialista che abbia la forza e i numeri per governare? Se riguardiamo alla nostra storia recente credo sia innegabile dire che la responsabilità di questa sconfitta epocale ricada sia sul Pci che sul Psi. Francamente adesso mi sembra inutile cercare di quantificare la percentuale di responsabilità: sarebbe un esercizio sterile e innescherebbe soltanto nuove polemiche. Probabilmente Berlinguer non riuscì a capire i cambiamenti che stavano avvenendo nel profondo della società italiana, come invece riuscì a intuirli Craxi, ma nessuno dei due seppe dare le risposte necessarie a quel mondo che cambiava. Forse entrambi erano prigionieri di una storia molto lunga di cui erano gli eredi, una storia fatta di scontri più o meno aperti, di sospetti, di divisioni profonde. Nessuno dei due ebbe la forza e il coraggio di pensare a uno schema diverso, oppure non ne ebbero la possibilità: in fasi diverse cercarono entrambi un accordo con la Democrazia Cristiana e in entrambi i casi la Dc riuscì a imporre loro non solo la propria agenda politica, ma anche il proprio stile politico. E' vero che ci furono fortissimi condizionamenti esterni, il terrorismo, le trame di cui ancora non sappiamo molto, eppure c'è una responsabilità storica di questi due partiti se si è permessa la vittoria delle forze ostili alle riforme, proprio grazie alla divisione delle due forze principali della sinistra italiana.
Io credo che su questo punto non abbiamo ancora riflettuto in maniera sufficiente e non è bastato neppure eludere il problema, come ha tentato di fare la componente della sinistra proveniente dal Pci, ponendo un obiettivo più avanzato con la creazione del Partito Democratico. Se non capiamo perché non siamo riusciti a fare un partito socialista in Italia sarà molto difficile per me fare qualcosa di nuovo.
lunedì 14 dicembre 2009
da "La guerra del Peloponneso" (II, 36-41) di Tucidide
Tucidide ricostruisce il discorso che Pericle fece agli ateniesi in onore dei caduti del primo anno della guerra del Peloponneso.
Per prima cosa comincerò dagli antenati: è giusto, infatti, e conveniente insieme che in simile occasione sia dato loro questo onore della prima menzione. Restando sempre i medesimi abitatori di questa terra, in un seguito ininterrotto di generazioni, grazie al loro valore, la tramandarono libera fino ai nostri giorni. E se i nostri antenati sono degni di lode, ancora di più lo sono i nostri padri: non senza fatica aggiunsero quell’impero che ora è nostro a quello che era stato lasciato loro, e cosi grande lo lasciarono a noi.
Ma l’ampliamento dell’impero stesso è opera nostra, di tutti quanti noi che ci troviamo nell’età matura e che abbiamo ingrandito la nostra città, si da renderla preparata da ogni punto di vista e autosufficiente per la pace e per la guerra. Le imprese in guerra, con le quali furono conquistati a uno a uno questi vantaggi, o le occasioni in cui noi stessi o i nostri padri respingemmo valorosamente il barbaro o il greco che ci assaliva, le tralascio, perché non voglio dilungarmi a parlarne con persone che ne sono al corrente. Ma in virtù di quali principi noi siamo giunti a questo impero, e con quale costituzione e con qual modo di vivere tale impero si è ingrandito, questo mi accingo a mostrare per primo, e quindi a lodare costoro, poiché penso che in questa situazione non è sconveniente che se ne parli, ed è utile che tutta la folla dei cittadini e degli stranieri lo ascolti.
Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale.
Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale.
Liberamente noi viviamo nei rapporti con la comunità, e in tutto quanto riguarda il sospetto che sorge dai rapporti reciproci nelle abitudini giornaliere, senza adirarci col vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere e senza infliggerci a vicenda molestie che, si, non sono dannose, ma pure sono spiacevoli ai nostri occhi. Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni poste a tutela di chi subisce ingiustizia, e in particolare a quelle che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta.
E abbiamo dato al nostro spirito moltissimo sollievo dalle fatiche, istituendo abitualmente giochi e feste per tutto l’anno, e avendo belle suppellettili nelle nostre case private, dalle quali giornalmente deriva il diletto con cui scacciamo il dolore. E per la sua grandezza, alla città giunge ogni genere di prodotti da ogni terra, e avviene che noi godiamo dei beni degli altri uomini con non minor piacere che dei beni di qui.
Ma anche nelle esercitazioni della guerra noi differiamo dai nemici per i seguenti motivi. Offriamo la nostra città in comune a tutti, né avviene che qualche volta con la cacciata degli stranieri noi impediamo a qualcuno di imparare o di vedere qualcosa (mentre un nemico che potesse vedere una certa cosa, quando non fosse nascosta, ne trarrebbe un vantaggio). Ché la nostra fiducia è posta più nell’audacia che mostriamo verso l’azione (audacia che deriva da noi stessi), che nei preparativi di difesa e negli inganni.
Ma anche nelle esercitazioni della guerra noi differiamo dai nemici per i seguenti motivi. Offriamo la nostra città in comune a tutti, né avviene che qualche volta con la cacciata degli stranieri noi impediamo a qualcuno di imparare o di vedere qualcosa (mentre un nemico che potesse vedere una certa cosa, quando non fosse nascosta, ne trarrebbe un vantaggio). Ché la nostra fiducia è posta più nell’audacia che mostriamo verso l’azione (audacia che deriva da noi stessi), che nei preparativi di difesa e negli inganni.
E nell’educazione, gli altri subito fin da fanciulli cercano con fatiche ed esercizi di raggiungere un carattere virile, mentre noi, pur vivendo con larghezza, non per questo ci rifiutiamo di affrontare quei pericoli in cui i nostri nemici sono alla nostra altezza. Eccone la prova: neppure i lacedemoni invadono la nostra terra da soli, ma insieme a tutti gli alleati, e quando noi assaliamo da soli i nostri vicini, di solito non duriamo fatica a vincere in una terra straniera, combattendo con della gente che difende i propri beni. Le nostre forze unite per ora nessun nemico le ha incontrate, perché noi siamo occupati con la flotta, e contemporaneamente per terra facciamo numerosi invii di truppe nostre, in molte imprese. Se si scontrano con una piccola parte di noi e la vincono, si gloriano di averci respinti tutti, mentre se sono vinti si vantano di esserlo stati da tutti noi.
Eppure, se noi siamo disposti ad affrontare pericoli più col prendere le cose facilmente che con un esercizio fondato sulla fatica, e con un coraggio generato in noi non più dalle leggi che dal nostro modo di agire, da questo fatto ci deriva il vantaggio di non affaticarci anticipando i dolori che ci attendono, e di non apparire, quando li affrontiamo, più timidi di coloro che sempre si mettono a dura prova, e per la nostra città il vantaggio di esser degna di ammirazione per questa e per altre cose.
Amiamo il bello, ma con compostezza, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati delle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza.
Amiamo il bello, ma con compostezza, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati delle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza.
E' giusto giudicare superiori per forza d’animo coloro che distinguono chiaramente le miserie e i piaceri, ma non per questo si lasciano spaventare dai pericoli. E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici ma col farli. Chi ha fatto il favore è un amico più sicuro, in quanto è disposto, con una continua benevolenza verso chi lo riceve, a tenere vivo in lui il sentimento di gratitudine, mentre chi è debitore è meno pronto, sapendo che restituisce una nobile azione non per fare un piacere ma per pagare un debito. E siamo i soli a beneficare qualcuno senza timore, non tanto per aver calcolato l’utilità del beneficio ma per la fiducia che abbiamo negli uomini liberi.
Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazioni, e con la più grande versatilità accompagnata da decoro. E che questo non sia ora un vanto di parole più che una realtà di fatto lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo di vivere. Sola tra le città di adesso, infatti, essa affronta la prova in modo superiore alla sua fama, e lei sola al nemico che la assale non dà motivo di irritazione quando costui considera da chi è vinto, né, al suddito, motivo di disprezzo, come se costui non fosse dominato da persone degne.
Non spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque, assieme alle nostre colonie, monumenti eterni delle nostre imprese fortunate o sfortunate. Per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze per lei.
Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazioni, e con la più grande versatilità accompagnata da decoro. E che questo non sia ora un vanto di parole più che una realtà di fatto lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo di vivere. Sola tra le città di adesso, infatti, essa affronta la prova in modo superiore alla sua fama, e lei sola al nemico che la assale non dà motivo di irritazione quando costui considera da chi è vinto, né, al suddito, motivo di disprezzo, come se costui non fosse dominato da persone degne.
Non spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque, assieme alle nostre colonie, monumenti eterni delle nostre imprese fortunate o sfortunate. Per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze per lei.
martedì 10 novembre 2009
Considerazioni libere (27): a proposito di vent'anni fa...
Questa "considerazione", pur prendendo spunto da due anniversari che si celebrano in questi giorni, è una riflessione strettamente personale e autobiografica; ho un qualche pudore a pubblicarla, ma confido sulla benevolenza e sull'affetto dei miei pochi lettori.
I due fatti che voglio ricordare risalgono al mese di novembre di vent'anni fa. Il 9 crollò all'improvviso il muro di Berlino; in quelle settimane si sentiva che qualcosa stava rapidamente cambiando, che stavano per cedere, uno dopo l'altro, i regimi comunisti dell'Europa orientale, eppure nessuno avrebbe immaginato che quel muro, così fisicamente e simbolicamente invalicabile, sarebbe caduto come un castello di carte, con un'apparente semplicità. Il 12 alla Bolognina, davanti a un'assemblea di partigiani, Achille Occhetto, quello che ancora per un po' sarebbe stato l'ultimo Segretario generale del Partito comunista italiano, disse che ormai era maturo un cambiamento profondo del partito, a partire dal nome e del simbolo.
In quell'89 così denso di avvenimenti, io ho dato l'esame di maturità e sono andato per la prima volta a votare; a dire la verità prima ho votato poi ho sostenuto la maturità. Si votava allora per il Parlamento europeo e io votai per la lista del Pci. Naturalmente.
Su questo "naturalmente" mi vorrei soffermare un po'. Provo a risalire indietro nella memoria e francamente non ricordo un momento che segni la mia consapevolezza politica: in sostanza non credo ci sia un momento in cui ho espressamente deciso che sarei stato di sinistra piuttosto che di destra. I miei genitori erano iscritti al Pci, partecipavano alla vita del partito - erano attivisti, come si diceva una volta - lavoravano alle Feste de l'Unità. Ho un ricordo molto netto, uno dei più nitidi della mia infanzia: avevo sei o sette anni, i miei genitori andarono a lavorare alla Festa nazionale di Modena nell'ultimo giorno della festa, quello del comizio finale (allora era una prassi questa solidarietà tra federazioni). Ricordo la pioggia che batteva fortissima sul tettuccio del camioncino Ford che aveva mio padre in quegli anni, la gran confusione e il carrello da supermercato che mia madre usava per raccogliere tra i tavoloni i piatti sporchi e a cui io dovevo stare attaccato, per non prendere le sue sgridate, preoccupata che mi perdessi. Tutti i miei zii erano iscritti al Pci; anche il prete davanti a cui i miei si sono sposati votava per il Pci. Mio nonno materno era iscritto al Partito socialista, era uno di quelli che alcuni anni dopo si sarebbero definiti vecchi socialisti, per distinguerli dal Psi di Craxi e di tutto quello che sarebbe venuto dopo, purtroppo. Il Pci è stato per me, prima di tutto l'esempio della mia famiglia e di tante persone che mi avevano insegnato a stimare e rispettare. Poi fu l'emozione della morte di Enrico Berlinguer, la cui breve agonia fu seguita con dolore in casa mia, come se stesse per morire qualcuno di famiglia.
Non so se sono riuscito a spiegare cosa significa per me la "naturale" adesione al Pci. Un'adesione che non fu acritica. Era un problema per me definirmi comunista, perché in Unione sovietica, in Cina, a Cuba, esistevano regimi totalitari che negavano quelle libertà fondamentali per cui i comunisti che conoscevo io, che stimavo, avevano combattuto e lottato. Francamente era troppo forte la contraddizione tra la storia della Resistenza e le truppe sovietiche che avevano soffocato i tentativi di riforma in Ungheria e in Cecoslovacchia. E sempre in quell'incredibile '89 era naturale per me condannare il regime comunista cinese che aveva ucciso gli studenti di piazza Tiananmen. Per questo decisi che non mi sarei mai iscritto a un partito che si chiamasse comunista. Era probabilmente un atteggiamento un po' velleitario, da studente universitario di campagna. Certo c'era una contraddizione tra il comunismo in astratto e i comunisti in carne e ossa che conoscevo, con il tempo avrei sempre più imparato ad apprezzare i valori di queste persone. Il Pci, specialmente qui in Emilia-Romagna, ha rappresentato - lo avrei capito un po' più tardi, studiando meglio - uno degli esempi più alti di riformismo; la socialdemocrazia l'ho imparata qui, non era necessario andare in Svezia.
Per me fu davvero formidabile quell'89: il primo voto, la maturità, il primo anno di università. E poi la perestrojka, fino alla caduta del muro, simbolo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. E poi ci fu, con la Bolognina, la speranza che anche in Italia si aprisse una stagione nuova, con la nascita di un grande partito di sinistra; il Pds purtroppo non fu quel partito. Non ci riuscimmo (all'anno successivo risale la mia prima elezione in Consiglio comunale, un impegno diretto e in qualche misura, seppur modesta, un'assunzione di responsabilità), ma questa è già un'altra storia.
I due fatti che voglio ricordare risalgono al mese di novembre di vent'anni fa. Il 9 crollò all'improvviso il muro di Berlino; in quelle settimane si sentiva che qualcosa stava rapidamente cambiando, che stavano per cedere, uno dopo l'altro, i regimi comunisti dell'Europa orientale, eppure nessuno avrebbe immaginato che quel muro, così fisicamente e simbolicamente invalicabile, sarebbe caduto come un castello di carte, con un'apparente semplicità. Il 12 alla Bolognina, davanti a un'assemblea di partigiani, Achille Occhetto, quello che ancora per un po' sarebbe stato l'ultimo Segretario generale del Partito comunista italiano, disse che ormai era maturo un cambiamento profondo del partito, a partire dal nome e del simbolo.
In quell'89 così denso di avvenimenti, io ho dato l'esame di maturità e sono andato per la prima volta a votare; a dire la verità prima ho votato poi ho sostenuto la maturità. Si votava allora per il Parlamento europeo e io votai per la lista del Pci. Naturalmente.
Su questo "naturalmente" mi vorrei soffermare un po'. Provo a risalire indietro nella memoria e francamente non ricordo un momento che segni la mia consapevolezza politica: in sostanza non credo ci sia un momento in cui ho espressamente deciso che sarei stato di sinistra piuttosto che di destra. I miei genitori erano iscritti al Pci, partecipavano alla vita del partito - erano attivisti, come si diceva una volta - lavoravano alle Feste de l'Unità. Ho un ricordo molto netto, uno dei più nitidi della mia infanzia: avevo sei o sette anni, i miei genitori andarono a lavorare alla Festa nazionale di Modena nell'ultimo giorno della festa, quello del comizio finale (allora era una prassi questa solidarietà tra federazioni). Ricordo la pioggia che batteva fortissima sul tettuccio del camioncino Ford che aveva mio padre in quegli anni, la gran confusione e il carrello da supermercato che mia madre usava per raccogliere tra i tavoloni i piatti sporchi e a cui io dovevo stare attaccato, per non prendere le sue sgridate, preoccupata che mi perdessi. Tutti i miei zii erano iscritti al Pci; anche il prete davanti a cui i miei si sono sposati votava per il Pci. Mio nonno materno era iscritto al Partito socialista, era uno di quelli che alcuni anni dopo si sarebbero definiti vecchi socialisti, per distinguerli dal Psi di Craxi e di tutto quello che sarebbe venuto dopo, purtroppo. Il Pci è stato per me, prima di tutto l'esempio della mia famiglia e di tante persone che mi avevano insegnato a stimare e rispettare. Poi fu l'emozione della morte di Enrico Berlinguer, la cui breve agonia fu seguita con dolore in casa mia, come se stesse per morire qualcuno di famiglia.
Non so se sono riuscito a spiegare cosa significa per me la "naturale" adesione al Pci. Un'adesione che non fu acritica. Era un problema per me definirmi comunista, perché in Unione sovietica, in Cina, a Cuba, esistevano regimi totalitari che negavano quelle libertà fondamentali per cui i comunisti che conoscevo io, che stimavo, avevano combattuto e lottato. Francamente era troppo forte la contraddizione tra la storia della Resistenza e le truppe sovietiche che avevano soffocato i tentativi di riforma in Ungheria e in Cecoslovacchia. E sempre in quell'incredibile '89 era naturale per me condannare il regime comunista cinese che aveva ucciso gli studenti di piazza Tiananmen. Per questo decisi che non mi sarei mai iscritto a un partito che si chiamasse comunista. Era probabilmente un atteggiamento un po' velleitario, da studente universitario di campagna. Certo c'era una contraddizione tra il comunismo in astratto e i comunisti in carne e ossa che conoscevo, con il tempo avrei sempre più imparato ad apprezzare i valori di queste persone. Il Pci, specialmente qui in Emilia-Romagna, ha rappresentato - lo avrei capito un po' più tardi, studiando meglio - uno degli esempi più alti di riformismo; la socialdemocrazia l'ho imparata qui, non era necessario andare in Svezia.
Per me fu davvero formidabile quell'89: il primo voto, la maturità, il primo anno di università. E poi la perestrojka, fino alla caduta del muro, simbolo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. E poi ci fu, con la Bolognina, la speranza che anche in Italia si aprisse una stagione nuova, con la nascita di un grande partito di sinistra; il Pds purtroppo non fu quel partito. Non ci riuscimmo (all'anno successivo risale la mia prima elezione in Consiglio comunale, un impegno diretto e in qualche misura, seppur modesta, un'assunzione di responsabilità), ma questa è già un'altra storia.
martedì 3 novembre 2009
Considerazioni libere (24): a proposito della storia recente d'Italia...
In questo strano paese, continuamente immerso in un presente confuso che sembra non conoscere il passato né sperare nel futuro, pare che l'esercizio della memoria sia delegato quasi unicamente alle figlie e ai figli delle persone uccise dal terrorismo. Ciascuno di loro ha già un carico pesante da sopportare, l'aver perso un padre quando erano bambini, a volte non essere neppure riusciti a conoscerlo, eppure è solo grazie a loro, ai loro sforzi, anche psicologici, che è possibile in qualche occasione tornare a parlare di quello che è avvenuto in questo paese a partire dalla fine degli anni sessanta, a cercare di capire, di intuire brandelli di verità. Dobbiamo essere loro grati, deve essere loro grata la democrazia; immagino sia difficile per qualsiasi ricercatore provare a trovare una qualche traccia di verità tra le tante omertà italiane, ma che sia tanto più difficoltoso per chi vi aggiunga la tristezza del proprio vissuto personale e familiare.
Penso a Sabina Rossa, a Mario Calabresi, a Umberto Ambrosoli, a Benedetta Tobagi; penso in particolare proprio a lei, perché è l'autrice di un libro - "Come mi batte forte il cuore" - di cui il "Corriere della sera" di ieri ha anticipato uno stralcio. Vi invito a leggere l'articolo, che trovate anche nella versione on line del quotidiano. Tra le altre cose Benedetta trova le tracce di un "interessamento" di Licio Gelli all'omicidio di Walter Tobagi, in un momento molto particolare per il quotidiano di via Solferino, allora di fatto controllato dalla loggia P2; di questa attenzione verso l'assassinio di Tobagi da parte di Gelli si era persa traccia sia tra gli inquirenti (si è proprio perso l'incartamento) sia tra i componenti della pur meritoria Commissione parlamentare di inchiesta.
Al di là di questo episodio specifico, c'è ancora tantissimo da raccontare, da scoprire. Tra poche settimane sarà il quarantesimo anniversario della strage di piazza Fontana, con tutto il suo carico di misteri, a partire dalla morte di Giuseppe Pinelli per finire a quella del commissario Calabresi. La giustizia italiana non ha saputo dare una risposta alle tante domande poste dalle famiglie e dall'intero paese, a partire dal perché di quell'attentato, in cui morirono 17 persone. La politica non ha voluto indagare sulle responsabilità, capire le ragioni di fondo, soprattutto non ha voluto risolvere i problemi che fecero da esca a quella stagione di violenza. Fa impressione rileggere ancora una volta l'articolo che Pier Paolo Pasolini scrisse per il "Corriere" il 14 novembre del '74.
Penso a Sabina Rossa, a Mario Calabresi, a Umberto Ambrosoli, a Benedetta Tobagi; penso in particolare proprio a lei, perché è l'autrice di un libro - "Come mi batte forte il cuore" - di cui il "Corriere della sera" di ieri ha anticipato uno stralcio. Vi invito a leggere l'articolo, che trovate anche nella versione on line del quotidiano. Tra le altre cose Benedetta trova le tracce di un "interessamento" di Licio Gelli all'omicidio di Walter Tobagi, in un momento molto particolare per il quotidiano di via Solferino, allora di fatto controllato dalla loggia P2; di questa attenzione verso l'assassinio di Tobagi da parte di Gelli si era persa traccia sia tra gli inquirenti (si è proprio perso l'incartamento) sia tra i componenti della pur meritoria Commissione parlamentare di inchiesta.
Al di là di questo episodio specifico, c'è ancora tantissimo da raccontare, da scoprire. Tra poche settimane sarà il quarantesimo anniversario della strage di piazza Fontana, con tutto il suo carico di misteri, a partire dalla morte di Giuseppe Pinelli per finire a quella del commissario Calabresi. La giustizia italiana non ha saputo dare una risposta alle tante domande poste dalle famiglie e dall'intero paese, a partire dal perché di quell'attentato, in cui morirono 17 persone. La politica non ha voluto indagare sulle responsabilità, capire le ragioni di fondo, soprattutto non ha voluto risolvere i problemi che fecero da esca a quella stagione di violenza. Fa impressione rileggere ancora una volta l'articolo che Pier Paolo Pasolini scrisse per il "Corriere" il 14 novembre del '74.
Io so. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969 [...] Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
martedì 29 settembre 2009
Considerazioni libere (8): a proposito dell'unità d'Italia (e del relativo anniversario)...
Si avvicina inaspettato (succede spesso in questo paese, non molto incline al sano esercizio della memoria) il 150° anniversario dell'unità d'Italia. E naturalmente a questo anniversario si accompagna una fitta serie di polemiche (questo è un altro tratto consueto, una caratteristica genetica del nostro paese): così si finisce per parlare ancora meno del merito della questione, il che richiederebbe quanto meno un po' di studio e di approfondimento, per alimentare quel vano chiacchiericcio a cui la televisione (e anche i giornali, ormai) ci hanno abituato. Segnalo, per amore della verità e a parziale (molto parziale) smentita di quanto detto finora, il bell'articolo che sul Corriere di ieri (lunedì 28 settembre) Carlo Lizzani ha dedicato al tema, affrontando la questione dall'ottica della storia del cinema.
Credo che questo anniversario passerà attraverso una disattenzione diffusa, non tanto per l'insipienza del nostro governo (che infatti ha delegato la materia al pessimo ministro della cultura Sandro Bondi) o per l'aperta ostilità della Lega, ma proprio per il fatto che i cittadini italiani non sentono il significato profondo di questa celebrazione.
E' significativo che nel nostro paese non ci sia una vera festa nazionale (come il 14 luglio in Francia o il 4 luglio negli Stati Uniti), ma siano così sentite le diverse feste patronali, da sant'Ambrogio a Milano a san Gennaro a Napoli, trasformate da appuntamenti strattamente religiosi a vere e proprie occasioni di celebrazione dell'identità civica. Nonostante gli sforzi del Presidente Ciampi, e poi di Napolitano, il 2 giugno non è diventata una vera festa nazionale, anche perché quella data non è stata coltivata negli anni (per diversi anni non è stata neppure una giornata di vacanza) e forse non poteva che essere così, dal momento che nel referendum del '46 la repubblica prevalse solo di misura sulla monarchia. Non è una festa nazionale il 25 aprile, perché nei fatti, al di là di molti altri importanti significati, ha segnato la fine di una guerra civile e la vittoria della minoranza di italiani antifascisti su una maggioranza di fascisti più o meno convinti, che naturalmente si sono affrettati a negare questa ascendenza.
Lo stesso risorgimento è solo in parte un movimento di liberazione contro lo straniero, ma è anche la guerra di una parte degli italiani (anche in questo caso una minoranza) contro altri italiani, senza dimenticare che la creazione del Regno d'Italia non sarebbe stata possibile senza l'intervento attivo della Francia e la più che benevola neutralità dell'Inghilterra. E certamente, in ogni contesto e in ogni latitudine, per quelli che hanno perso non è facile condividere la festa di quelli che hanno vinto.
Cosa festeggiare allora in questo 150° anniversario? Molte cose. Un paese che ha saputo, pur con grandi difficoltà, trasformarsi profondamente: l'Italia era un paese poverissimo, con un'altissima percentuale di analfabeti e con diseguaglianze economiche enormi, arretrato socialmente e culturalmente, debole sulla scena internazionale. Ora il panorama politico, economico, sociale, culturale è completamente mutato, nonostante esista ancora - e questo è il grande male italiano - una differenza troppo forte tra nord e sud, nonostante in troppe zone del nostro paese esistano forze che tentano, con successo, di sostituire lo stato di diritto. E poi occorre ricordare che la storia di questo paese ha prodotto capolavori assoluti nella storia delle arti, dalla pittura al cinema, dall'architettura alla letteratura.
Il miglior servizio che si potrebbe fare all'Italia per questo anniversario, credo sia quello di studiarne la storia; con spirito critico naturalmente.
Credo che questo anniversario passerà attraverso una disattenzione diffusa, non tanto per l'insipienza del nostro governo (che infatti ha delegato la materia al pessimo ministro della cultura Sandro Bondi) o per l'aperta ostilità della Lega, ma proprio per il fatto che i cittadini italiani non sentono il significato profondo di questa celebrazione.
E' significativo che nel nostro paese non ci sia una vera festa nazionale (come il 14 luglio in Francia o il 4 luglio negli Stati Uniti), ma siano così sentite le diverse feste patronali, da sant'Ambrogio a Milano a san Gennaro a Napoli, trasformate da appuntamenti strattamente religiosi a vere e proprie occasioni di celebrazione dell'identità civica. Nonostante gli sforzi del Presidente Ciampi, e poi di Napolitano, il 2 giugno non è diventata una vera festa nazionale, anche perché quella data non è stata coltivata negli anni (per diversi anni non è stata neppure una giornata di vacanza) e forse non poteva che essere così, dal momento che nel referendum del '46 la repubblica prevalse solo di misura sulla monarchia. Non è una festa nazionale il 25 aprile, perché nei fatti, al di là di molti altri importanti significati, ha segnato la fine di una guerra civile e la vittoria della minoranza di italiani antifascisti su una maggioranza di fascisti più o meno convinti, che naturalmente si sono affrettati a negare questa ascendenza.
Lo stesso risorgimento è solo in parte un movimento di liberazione contro lo straniero, ma è anche la guerra di una parte degli italiani (anche in questo caso una minoranza) contro altri italiani, senza dimenticare che la creazione del Regno d'Italia non sarebbe stata possibile senza l'intervento attivo della Francia e la più che benevola neutralità dell'Inghilterra. E certamente, in ogni contesto e in ogni latitudine, per quelli che hanno perso non è facile condividere la festa di quelli che hanno vinto.
Cosa festeggiare allora in questo 150° anniversario? Molte cose. Un paese che ha saputo, pur con grandi difficoltà, trasformarsi profondamente: l'Italia era un paese poverissimo, con un'altissima percentuale di analfabeti e con diseguaglianze economiche enormi, arretrato socialmente e culturalmente, debole sulla scena internazionale. Ora il panorama politico, economico, sociale, culturale è completamente mutato, nonostante esista ancora - e questo è il grande male italiano - una differenza troppo forte tra nord e sud, nonostante in troppe zone del nostro paese esistano forze che tentano, con successo, di sostituire lo stato di diritto. E poi occorre ricordare che la storia di questo paese ha prodotto capolavori assoluti nella storia delle arti, dalla pittura al cinema, dall'architettura alla letteratura.
Il miglior servizio che si potrebbe fare all'Italia per questo anniversario, credo sia quello di studiarne la storia; con spirito critico naturalmente.
Iscriviti a:
Post (Atom)






