mercoledì 26 agosto 2020

Verba volant (783): giarrettiera...

Giarrettiera, sost. f.

Cosa hanno in comune Betty Boop e il dottor Jekyll, la signorina Jane Parker e Scarface? Apparentemente nulla, eppure sono alcuni degli eroi - e delle eroine - di una delle stagioni più incredibili della storia del cinema americano: il breve, ma intenso periodo che va dal 1929, l'anno in cui crolla Wall Street e si afferma in maniera definitiva il sonoro, al 1° luglio 1934, il giorno in cui entra in funzione la Production Code Administration. Si tratta dell'organismo voluto dai produttori di Hollywood e dai distributori per controllare l'effettiva e vincolante applicazione del Motion Picture Production Code - conosciuto anche come Codice Hays, dal nome del suo più importante estensore - ossia l'insieme delle regole che i produttori si sono autoimposti per controllare che i film siano "moralmente accettabili" e quindi non soggetti alla censura e alle critiche e ai boicottaggi della parte più conservatrice e bigotta - formata naturalmente da maschi bianchi - dell'opinione pubblica, guidata da pastori protestanti, sacerdoti cattolici e rabbini, per una volta concordi nel combattere la nuova Babilonia californiana. Il Codice è formalmente in vigore dal 1930, ma viene ignorato di fatto dai registi e dagli sceneggiatori che in quei cinque anni si scatenano, creando delle figure che sono ancora oggi nell'immaginario di tutti, non solo di noi che amiamo quel cinema in bianco e nero.

Il 16 aprile 1934 esce nei cinema americani Tarzan and his mate, il secondo film dedicato all'eroe creato da Edgar Rice Borroughs, che in Italia arriverà quasi subito con il titolo Tarzan e la sua compagna. Borroughs e la Metro vogliono capitalizzare il successo del primo film, che ha incassato più di due milioni e mezzo di dollari, merito anche del fisico muscoloso - e assai poco vestito - di Johnny Weissmuller, il campione olimpico di Parigi e di Amsterdam, il primo uomo a scendere sotto il minuto nei 100 metri stile libero. Ma per il secondo film serve qualcosa di più e gli autori decidono che stavolta Jane sarà l'altra protagonista del film, perché l'attrice di origini irlandesi Maureen O'Hara è molto bella e dannatamente sensuale quando indossa soltanto il top e un succinto perizoma che lascia vedere gambe e fianchi. E questa volta, a differenza che nell'altro, può farlo per tutto il film. Jane dorme nuda con Tarzan e non sono sposati: nei titoli di coda è ben chiaro che lei è ancora Jane Parker, la signorina Jane Parker. E nuota nuda con Tarzan. È la scena più famosa del film. In quello stesso anno anche la bellissima Dolores Del Rio danza nuda nell'acqua: in Bird of Paradise, un altro film del 1932, in cui si racconta la storia di una principessa polinesiana - interpretata da un'attrice messicana, ma la coerenza geografica è l'ultimo problema degli autori - che fa innamorare un giovane marinaio americano.
Nel film dedicato al re delle scimmie chi balla nuda nell'acqua è in effetti Josephine McKim, anche lei campionessa olimpica di nuoto, ma è Maureen O'Hara che esce a seno nudo dall'acqua. Nel 1932 solo in pochissimi cinema hanno visto per un attimo quel seno, per lo più i distributori hanno preferito proiettare una versione in cui manca quel fotogramma. Ma anche senza quella rapida e conturbante visione, Maureen farà sognare tutti i giovani Tarzan d'America. Per l'ultima volta, perché nei film successivi della serie - girati ormai quando ormai la licenziosa Pre-Code Hollywood è solo un ricordo - Jane, sempre interpretata dall'attrice irlandese, sarà più "decente", con un vestito che copre i fianchi, nasconde l'ombelico e arriva quasi alle ginocchia, decisamente più scomodo quando si deve usare una liana, ma il massimo consentito dal Codice Hays, che non permette in nessun caso la nudità, neppure in silhouette. Un'utile precisazione, visto che la scena più sexy di Tarzan e la sua compagna è quella in cui l'ombra di Jane, completamente nuda, si vede attraverso una tenda ben illuminata. Fortunatamente Jane Parker e John Clayton II, visconte di Greystoke, sono entrambi bianchi e quindi è possibile rappresentare la loro unione, ovviamente sancita da un vincolo matrimoniale, celebrato non si sa bene da chi, perché una delle cose che il Codice vieta espressamente è mostrare coppie "miste".

La cosa che preoccupa gli estensori del Codice almeno quanto il sesso è che la simpatia del pubblico non dovrà mai essere indirizzata verso il crimine, la disonestà, il male o il peccato. E infatti nei cinque anni della Pre-Code Hollywood escono moltissimi film in cui i protagonisti sono gangster, alcuni vere pietre miliari del genere, da Little Caesar con Edward G. Robinson a The Pubblic Enemy con James Cagney, fino a Scarface. Ma non ci sono solo questi capolavori: nel 1931 escono ventisei film con protagonisti gangster, ventotto nel '32 e quindici nel '33, a cui occorre aggiungere i film dedicati alle carceri e ai loro "ospiti". Scarface in particolare è un grande successo perché racconta la storia di un gangster, Tony Camonte, interpretato da Paul Muni, che ha molti tratti in comune con Al Capone, il re di Chicago, l'uomo che nel 1930 è andato sulla copertina di Time, a cui almeno due studios hanno offerto una somma a sette cifre per farlo apparire in un loro film. Ma Capone, per quanto lusingato, ha sempre rifiutato.
I "bravi" cittadini soffrono quando nei cinema i giovani, ma non solo loro, applaudono Scarface che  compie delitti e rapine, quando sfugge alle retate della polizia o agli attacchi delle bande nemiche, ma nell'America della Grande depressione molti pensano che ormai l'unico modo per sopravvivere sia quello di darsi alla malavita. E poi non sono stati quei "bravi" cittadini, i signori di Wall Street e di Washington, a gettare nel lastrico un intero paese, non sono loro i responsabili se in America i più poveri muoiono letteralmente di fame? Chi sono allora i veri gangster?

Questi "bravi" cittadini non sono forse come il gentile dottor Jekyll, che di notte diventa il terribile signor Hyde? Dr. Jekyll and Mr. Hyde esce nel 1931 ed è uno dei più grandi successi della Pre-Code Hollywood. Il film è naturalmente basato sul romanzo di Robert Louis Stevenson, come molti altri negli anni del muto - è un tema che ha sempre affascinato Hollywood - ed è diretto da Rouben Mamoulian e magistralmente interpretato da Fredric March, che grazie a questo film otterrà il suo primo Oscar e il premio al Festival del Cinema di Venezia. È proprio la proiezione di questo film sulla terrazza dell'Excelsior Palace Hotel che il 6 agosto 1932 apre la prima edizione del festival voluto dal regime. Il "gentile pubblico" di quella serata di gala sfarzosa probabilmente non ha colto la carica eversiva del film, che mette sul banco dell'accusa proprio l'ipocrisia dei tanti dottor Jekyll che pensano che sia colpa di Hyde, che usano Hyde come un comodo alibi. No, gli dice quella storia, siete voi, proprio voi, che non riuscite a dominare i vostri peggiori istinti, siete voi, proprio voi, che desiderate Ivy, che la volete possedere e alla fine la uccidete, i mostri siete voi, non date la colpa al povero Hyde. E proprio per questo siete peggiori di Scarface e di tutti gli altri che pure vi affrettate a condannare.

E siete voi che avete paura delle donne. Betty Boop è uno dei simboli di questi anni. E da voi deve fuggire, dal pericolo che voi "bravi" cittadini rappresentate per una ragazza che non ha paura di mostrare tutta la propria prorompente femminilità. In Minnie the Moucher la vediamo affrontare i pericoli della notte, gli scheletri e i demoni che raccontano un mondo di maschi che la teme e la desidera, che la condanna e la vuole possedere. Betty sarà duramente colpita dal Codice: la gonna dovrà essere molto più lunga, le spalle coperte, le forme meno pronunciate e morbide, dovrà scomparire la giarrettiera, simbolo di perdizione. E Betty morirà, non riuscirà a sopravvivere al Codice, perché non ne può accettare l'ipocrita violenza.

mercoledì 19 agosto 2020

Verba volant (782): nudo...

Nudo, agg. m.

Mercoledì 10 gennaio 1912, su Milano cade un freddo nevischio. Saliti i pochi viaggiatori diretti a Roma, alle 16.30 il treno parte puntualmente dalla grande stazione centrale.

Ci sono solo cinque persone nell'elegante carrozza ristorante. Un uomo beve il caffè, annotando i suoi pensieri su un quaderno, mentre nel tavolino di fronte - il capotreno ha indicato loro quei posti vicini - una donna dai penetranti occhi neri sorseggia un tè, leggendo un libro. Entrambi sono soli e non sembrano essersi accorti l'uno dell'altra. L'uomo ha letto di sfuggita il titolo del libro che la donna ha in mano: L'Otage. Non conosce l'autore. Nota quella copertina chiara con il titolo in rosso: sono i volumi di una casa editrice che ha aperto da pochi mesi a Parigi. Evidentemente la donna viene da quella città ed è curiosa delle ultime novità letterarie. La donna vede che quel piccolo quaderno è sdrucito e la matita quasi consumata. Immagina che quell'uomo scriva molto.
Passano pochi minuti di quel silenzio amplificato dal rumore del treno. L'uomo si stupisce quando la donna si alza, si avvicina al suo tavolo e in un italiano piuttosto corretto, per quanto riconosca un lieve accento tedesco, chiede se può sedersi insieme a lui. Mi scusi, ma odio prendere il tè da sola.
L'uomo si alza, aggiustandosi la giacca. La prego. Buon pomeriggio. Sono il professor Bernardino Lamis.
La donna gli porge la mano. Grazie. Margaretha van der Meulen. Spero di non averla distolta da qualcosa di importante.
Non si preoccupi. L'uomo chiude il quaderno, tenendo in mano goffamente la matita quasi spuntata. Un'idea che può aspettare. Se sarà buona, tornerà. Altrimenti, meglio che si sia persa. L'uomo ha cominciato a parlare tedesco e pare che la cosa non stupisca la donna. E comunque anch'io penso che il caffè debba essere bevuto insieme a qualcun'altro. 
La ringrazio. Adesso anche la donna parla in tedesco e sembra all'uomo più a suo agio.
Lei è tedesca? 
No, sono olandese. Professore di cosa?
Insegno storia delle religioni all'Università di Roma.
Torna a casa quindi? La signora Lamis viaggia con lei o l'aspetta a Roma? 
Nessuna delle due cose, a dire il vero. Mia moglie non è venuta con me. Non ama il freddo milanese. Sono venuto su al nord per degli affari di famiglia e per incontrare alcuni amici e colleghi. Mia moglie ha colto l'occasione per scendere con i bambini dai suoi genitori in Sicilia. Credo ci rivedremo tra un paio di settimane. Lei viaggia per piacere?
Sì, in queste settimane sto scoprendo l'Italia. Non sono ancora stata a Roma e sono impaziente di vederla. Ma mi fermerò prima a Firenze.
Conosce bene la nostra lingua. Inconsueto per un viaggiatore.
L'ho studiata un po' ed ho amici italiani con cui ho potuto fare pratica. E poi amo la musica, mi sono esercitata sui libretti. Il suo è davvero un ottimo tedesco.
Ho studiato in Germania e la mia materia richiede di esercitarlo di continuo. Nei mesi scorsi mi sono dovuto cimentare con un lavoro di Hans von Grobler, tanto ponderoso quanto tedioso. Faccia attenzione: la lingua delle opere è strana. Non ascolterà mai nessuno parlare così, girando per il nostro paese.
E soprattutto non incontrerò persone come quelle raccontate in quei drammi, donne così eroiche, così capaci di amare, fino al sacrificio.
Viviamo altri tempi, gentilissima signora, in cui la cronaca spesso si incarica di togliere poesia alle storie.
Cosa intende, professore?
Vede, mi capita a volte di appuntare sul mio quaderno piccoli fatti di cronaca, di quelli che accendono per un giorno o due l'attenzione morbosa dei lettori e poi vengono dimenticati. Quelle storie che quando le leggiamo sul giornale ci sembrano degne di un romanzo, ma se le leggiamo in un romanzo diciamo che l'autore si è fatto troppo prendere dalla fantasia. Alcuni giorni fa ne ho annotato uno. Ma forse questo racconto non può interessarla.
Invece mi interessa molto.
L'uomo sfoglia le pagine del quaderno, cerca l'appunto, lo legge velocemente e poi comincia a raccontare. La bambinaia che lavora per la famiglia di un diplomatico si innamora di un giovane uomo che frequenta per servizio quella stessa casa. I due si fidanzano, ma lui la lascia, forse spinto dalla famiglia, che spera per lui un matrimonio migliore. La bambinaia è disperata e il diplomatico, approfittando di quello stato d'animo, la possiede. Mi perdoni la crudezza. Purtroppo, proprio in quel momento, la bambina cade dalla terrazza e muore. La ragazza viene licenziata dalla padrona di casa, e si ritrova in una città straniera, senza un lavoro e senza un luogo in cui stare, oppressa da quel terribile senso di colpa. Disperata, si concede a un uomo che incontra per strada, ma, vergognandosi di quell'ulteriore caduta, decide di uccidersi. Fallisce e quando si risveglia all'ospedale, spiega ai dottori e alla polizia che ha voluto farlo perché è stata lasciata dal fidanzato. Quella storia romantica diffusa dai giornali fa sì che i lettori comincino a simpatizzare per la ragazza. Naturalmente anche il giovane legge la notizia e vuole tornare da lei. Il diplomatico mente ai giornali, per non dover raccontare una verità imbarazzante, e allo stesso tempo tenta anch'egli di tornare con lei. A questo punto però il giovane capisce cosa è successo e accusa la donna di essere una bugiarda e una prostituta. Il castello di carte è caduto e la giovane si uccide.
Che storia terribile.
Sì, e non credo che la poesia o la musica possano raccontarla togliendo queste asprezze.
Eppure lei, professore, raccontandola è riuscito a far vivere di nuovo quella giovane, mostrando la verità della sua storia.
Ma vede, signora, questa non è una mia invenzione. Questo personaggio mi è come apparso, è lei che vuole raccontare la sua verità. E il suo dramma: sente la necessità di rivestirsi di un abito di rispettabilità, di qualità apprezzate dagli altri, di essere quello che gli altri pensano debba essere. Sembra che solo questa possa dare un senso alla sua vita.
Tra l'uomo e la donna cala un lungo momento di silenzio, interrotto all'improvviso da lei.
Quella giovane è fuggita da una vita, se n'è inventata una nuova e di fronte alla necessità di crearne un'altra ancora è crollata. Forse meno drammaticamente di quello che è successo a quella poverina, ma immagino che molti debbano fare i conti con qualcosa del genere, con quella vita che qualcun altro costruisce per loro. 
Qualcuno può anche essere prigioniero della vita che lui stesso si è creato. Forse non è sempre necessario dare la colpa agli altri.
O forse non sappiamo cosa ha spinto quella persona a crearsi quella vita di cui ora è prigioniera. Questa sua storia mi ha fatto ricordare la vicenda di una persona che ho conosciuto, una mia connazionale. La sua famiglia viveva in un bel palazzo nel centro della nostra città, lei studiava in una scuola prestigiosa. Ed era molto bella. Noi compagne la invidiavamo e credo lei ne fosse contenta. Poi all'improvviso tutto è cambiato: falliti i commerci, venduto il palazzo. Il padre se n'è andato, la madre è morta poco dopo e lei è stata allevata dal padrino che l'ha iscritta a una scuola per maestre. Ma in quell'istituto la sua bellezza è stata la sua colpa: il direttore era un uomo terribile. Non credo sia necessario dirle cosa è successo. A questo punto la giovane ha capito che per lei l'unica possibilità era sposarsi: ha risposto all'inserzione di un ufficiale. Pochi mesi dopo le nozze si sono trasferiti dall'altra parte del mondo, in Indonesia, dove il marito ha ripreso servizio. Non è stato un matrimonio felice, nonostante la nascita di due bambini. La mia amica non si è mai abituata a quel paese. E a quel marito che si rifugiava sempre più spesso nell'alcol. Neppure la promozione a maggiore e il trasferimento in una piazza più grande hanno alleviato i loro problemi. Il loro figlio è morto avvelenato da una medicina sbagliata. Forse un errore della loro domestica o forse una vendetta: il marito della donna era agli ordini del maggiore e qualche giorno innanzi era stato punito con troppa severità. Quella tragedia ha distrutto la famiglia. Sono rimasti laggiù ancora un anno, per tornare infine in Olanda. Il matrimonio, com'era ormai evidente, è finito. Il marito se n'è andato con la bambina e così la donna ha dovuto inventarsi una nuova vita. L'ho rivista, a Parigi, qualche anno più tardi. Diceva di essere nata a Giava, che sua nonna era una principessa indonesiana. Mi ha chiesto di non dire quello che sapevo. Giorni dopo ci siamo riviste, nell'albergo dove soggiornavo. E mi ha raccontato la sua storia, una di quelle storie che in un romanzo considereremmo inverosimili. E cosa le è successo nei primi anni a Parigi. Credo abbia omesso alcuni particolari. E io farò lo stesso. La mia amica sapeva ballare, aveva imparato in Indonesia quelle danze orientali, e così ha raccontato di aver assistito a riti segreti nelle stanze più recondite dei templi indù. Non era vero. Ho visto uno dei suoi spettacoli. Non è molto brava, per quanto riesca a muoversi con una qualche grazia, ma è bella e questo basta al pubblico maschile, che la adora. Si esibisce nella case degli uomini più ricchi d'Europa, rimanendo completamente nuda. Non l'ho più rivista da quella volta. E su di lei ho udito innumerevoli dicerie, di cui nessuna vera; o forse tutte. Nei giorni scorsi si è esibita alla Scala. Sono state solo cinque repliche: non deve essere stato un gran successo. Credo vorrebbe lavorare con Djaghilev, ma sarà sempre e solo un'attrazione da varietà. Un amico mi ha detto di aver sentito raccontare da lei di essersi sposata giovanissima con un nobile scozzese e poi di essere stata in Spagna, dove un torero, innamorato di lei, si è fatto uccidere nell'arena, perché non corrisposto. Credo ormai abbia finito per credere alle bugie che si è inventata. Ma forse un giorno dovrà pagarne il conto. 
Forse quelle che lei ora chiama bugie sono davvero la vita di quella sua amica.
Ho letto a Parigi il romanzo di un vostro connazionale. Mi ha molto colpito. Il protagonista, quando tutti lo credono morto, si trasferisce in una nuova città e si inventa una nuova vita. Ma finisce per inscenare la sua seconda morte e ritorna al suo paese. Ho immaginato che alla mia amica possa succedere una cosa del genere. 
Ubbie di scrittori. Ho letto anch'io quel romanzo. So che ha avuto un insperato successo. Ma personalmente non mi ha molto colpito. Credo che non sarebbe dovuto tornare. Forse avrebbe fatto meglio a sparire un'altra volta.      
Lei sogna mai di vivere una vita diversa?
Immagino sia capitato a tutti. Sarà per questo che mi capita di annotare sul mio quaderno queste storie curiose. Per cercare di capire. Non sono uno scrittore, per fortuna. Non sono costretto a inventare le vite degli altri.  
Prenderà nota anche della storia della mia amica?
Credo di sì. 
E se potesse incontrarla, cosa le direbbe? Di inventarsi una nuova vita? Di costruire un nuovo castello di bugie?
Vede, c'è un curioso paradosso nella vita di questa donna, che per lavoro si spoglia davanti agli altri, eppure non rimane mai davvero nuda. Anche la sua nudità è un vestito che gli altri vogliono che indossi. Quelle bugie che crede di inventare, sono le storie che gli uomini vogliono sentire da lei. Forse le direi di gettare la maschera che il mondo le ha cucito addosso, di rimanere nuda, ma davvero.
La donna rimane in silenzio per qualche momento. Non so se ne avrà la forza.
Lo so. Mentire è sempre più facile. E il volto fa più paura della maschera.
Cala di nuovo il silenzio.
L'uomo si alza. Credo sia ora di ritirarmi. Spero, signora van der Meulen, di non averla tediata con le mie storie.  
Non l'ha fatto, professor Lamis. È stato un fortunato piacere incontrarla. 

Adriano sale veloce le scale per raggiungere il piccolo appartamento dove lo aspetta Ersilia. Domani non lavora.
Come è andato il viaggio?
Bene, ma a Milano fa un freddo terribile: non mi ci abituerò mai. Guarda qui. E tira fuori dalle tasche alcune banconote. Domani possiamo festeggiare. 
Tutte mance?
Sì. E mi è successa una storia davvero curiosa. Un uomo mi ha dato dei soldi perché nel vagone ristorante lo facessi sedere vicino a una certa signora.
E com'era questa signora? Bella?
Certo, molto bella. Due grandi occhi neri.
Più bella di me?
E smettila. Ma adesso viene la cosa strana. Perché prima quella signora mi aveva dato una mancia, peraltro più ricca, per fare in modo di stare seduta vicino a quell'uomo. Ha detto che è uno scrittore che voleva conoscere.
E tu?
Li ho fatti sedere vicini. Come volevano.
E come è andata? Cosa hanno fatto?
Hanno parlato.

domenica 16 agosto 2020

Storie (XV). "L'anello della signora..."

Dimitra, ho voglia di vedere il mare. Mi puoi accompagnare, per favore?
Signora, questa mattina si è alzato il vento. E si annuncia una burrasca. Forse sarebbe meglio andare domani. La giovane schiava non vuole dirlo, ma pensa che la signora alla sua età dovrebbe riguardarsi.
Non riuscirò proprio a convincerti a chiamarmi solo Elena, vero? Grazie della tua premura, cara amica, ma proprio perché sono così vecchia, come tu per gentilezza eviti di ricordarmi, è meglio che andiamo oggi. A questo punto della mia vita, ogni giorno ha un suo valore. E faccio le cose che voglio fare. Almeno adesso.
Va bene, signora, però prometta di coprirsi.

Quando la sua padrona, la regina di Rodi, le ha detto che dal giorno successivo proprio lei avrebbe dovuto occuparsi di quella nuova ospite, Dimitra non è stata affatto contenta. Chissà quante pretese avrà quella donna, una che si credeva la più bella del mondo. Dimitra ha considerato quell'incarico come una specie di punizione. Mi farà impazzire. Chissà chi si crede di essere. Se non fosse per la bontà della mia padrona... Quella là ormai non ha nessun posto dove stare, dopo che i figli di Menelao l'hanno cacciata da Sparta. Ci credo: con quello che ha fatto.
E poi l'ospite è arrivata e Dimitra si è trovata di fronte quella vecchia signora, molto diversa da come l'aveva immaginata. Si è stupita. Potevo pensarci anche prima: la guerra è finita da più di vent'anni, prima che nascessi. E quella signora l'ha salutata con grande gentilezza. Già da quel primo giorno Dimitra si è ricreduta: quella vecchia signora è incredibilmente modesta. Dimitra deve insistere ogni volta per poterla aiutare a vestirsi e a pettinarsi. Parla poco la signora, non perché sia superba, sembra che preferisca pensare. Raramente esce dalla sua stanza. Preferisce mangiare lì, e la regina ha smesso di invitarla a unirsi a lei. Le due donne passano i giorni a cucire in silenzio. Nessuna è mai stata così gentile con me.

A Sparta mi è sempre mancato il mare. Ricordo la prima volta che l'ho visto, avevo sette anni, è stato quando mi hanno rapito Teseo e Piritoo. Mi avevano detto che avremmo fatto uno scherzo ai miei genitori. Non avevo paura di quei due uomini che avevano pranzato il giorno prima con mio padre e mia madre. E mi sembrava divertente quel gioco. È grazie ai dadi se ho visto il mare: sono stata vinta da Teseo, che mi ha portato in Attica. Teseo non l'ho più rivisto: ripensandoci, quel mio primo matrimonio forse è stato il migliore. Sono stata fortunata: non ha abusato di me, come succede a tante bambine in quelle situazioni. Sua madre Etra è sempre stata buona con me, mi portava a giocare sulla spiaggia. Le ho voluto bene. È tornata a Sparta con me quattro anni dopo, quando i miei fratelli mi hanno liberata, come dicevano loro. A loro non interessava nulla di me, ma quella era un'ottima occasione per dichiarare guerra ad Atene e saccheggiare l'Attica. Etra è venuta con me anche a Troia: poveretta, è morta in quella città lontana. Dimitra capisce che quel ricordo rattrista la signora, che adesso ha smesso di parlare. E così si fermano a osservare il vento che increspa le onde.

Quando rientrano a palazzo, c'è Cratete a sorvegliare la porta. Dimitra arrossisce quando il soldato le saluta con un fare un po' troppo marziale, dimostrando anche lui imbarazzo. Elena sorride, osservando Dimitra che guarda indietro verso la porta. Fa' attenzione, amica mia, sposati con giudizio. Almeno tu, che puoi scegliere con chi farlo.

Stanno cucendo anche quel pomeriggio. Era davvero così bello Achille? 
Elena sorride, sorpresa di quella domanda improvvisa di Dimitra. Sì, era il più bello di tutti i pretendenti che sono arrivati a Sparta per chiedermi in sposa. Un po' rude, ma erano tutti così. Ma sapevo che non erano venuti per me, ma per il regno: chi mi avrebbe sposata sarebbe diventato il nuovo re di Sparta, un titolo a cui evidentemente tutti loro ambivano. Io ero una specie di premio accessorio. Un bel premio, a sentire le loro lodi, ma comunque non erano lì per me.  
Signora, lei è la mortale più bella che sia mai nata.
Non lo so, e la vecchiaia mi ha certamente tolto quel titolo. Comunque è una cosa di tanti anni fa. Credo che succeda la stessa cosa con le bugie, a forza di ripeterle finiamo per crederci.
Lei avrebbe preferito sposare Achille?
Sinceramente non credo sarebbe stata una gran differenza. Menelao non era neppure il peggiore. C'era un soldato che mi scortava quando andavo al tempio, era come il tuo Cratete. Credo che avrei scelto lui, ma ovviamente non potevo dire a mio padre che avrei voluto sposare un soldato.
Dimitra vorrebbe farle tante domande: lei ha visto tutto, lei c'era. Ma pensa che adesso deve stare zitta. Si stupisce quando la signora interrompe il lavoro e si rimette a parlare.
Chissà quante storie hai sentito su di me. All'inizio quei racconti mi ferivano. Adesso ormai ci sono abituata. E chissà quante altre ne diranno: in fondo noi abbiamo vissuto la più grande guerra mai combattuta. E nel racconto dei poeti io ne sono la causa. Era inevitabile che le città greche e Troia combattessero per il controllo dello stretto e cercavano da tempo un motivo. Come Menelao aveva bisogno di me per ottenere il trono di Sparta, così Paride mi ha usato per i suoi scopi politici. Era chiaro che il successore di Priamo sarebbe stato o lui o Ettore. Ma Ettore non voleva la guerra con i greci. Il mio rapimento è servito a Paride a far scoppiare la guerra. Poi, una volta che Troia avesse vinto, lui sarebbe diventato il nuovo re, vantandosi di aver sposato la figlia di Zeus.
Ecco un'altra bugia a cui tutti hanno finito per credere. Non ho mai saputo cosa è successo davvero. Certo io e mia sorella Clitennestra non ci siamo mai assomigliate, neppure da bambine. Magari è un caso, o forse mia madre si è inventata quella storia per nascondere la sua infedeltà. E a mio padre è convenuto credere che una delle sue figlie fosse figlia di Zeus: in fondo un modo onorevole di sopportare un tradimento. Devo dire che l'invenzione del cigno e dell'uovo è stata geniale, molto poetica.
Quando Paride mi ha rapita ho potuto viaggiare per mare, quel viaggio mi è piaciuto. L'unica cosa che mi sia piaciuta. So che dicono che io ho seguito Paride: non è vero, ma ormai non importa più. Sinceramente non mi dispiace che Troia sia stata distrutta: ho un pessimo ricordo di quella città. Gli uomini mi guardavano con lasciva morbosità. Non sopportavano la loro ipocrisia. In pubblico inveivano contro la straniera, poi mi mandavano biglietti segreti sperando di giacere con me. Paride viveva con la sua vera moglie Enone, e io ero sempre sola. Solo Priamo mi ha voluto bene, in maniera disinteressata. Vdeva che stavo soffrendo e mi ha aiutato a capire: era un uomo incredibilmente saggio. Sapeva che sarebbe finita così, ma non poteva farci nulla. Ecuba voleva la guerra: lei era una vera vipera. Mi odiava, anche se io le avevo permesso di far scoppiare il conflitto. L'unica amica in quei dieci anni è stata Andromaca. Non ho sue notizie da tempo, spero stia bene. 
La notte del cavallo ho pensato di farla finita: non ne ho avuto il coraggio. E così Menelao mi ha riportata a Sparta, facendo la figura del marito magnanimo, dell'uomo che ha perdonato la moglie infedele. Quando avevamo ospiti raccontava, davanti a me, quella storia che io sotto la pancia del cavallo avrei imitato le voci delle mogli dei guerrieri greci, per farli uscire e scoprire l'inganno. Godeva a umiliarmi così. Naturalmente sapevo che in quel mostro di legno erano nascosti dei guerrieri, si sentiva il rumore delle armature e delle armi ogni volta che sbatteva. E poi lo aveva detto anche Cassandra, ma nessuno voleva crederci. Sinceramente a quel punto non mi importava più chi avrebbe vinto la guerra.

Elena, svegliati. Dimitra è entrata nella stanza, tiene in mano una torcia. Presto dobbiamo fuggire. La regina ha ordinato a Cratete e a un altro soldato di ucciderti questa notte. Lui non vuole eseguire l'ordine e sta organizzando la nostra fuga. 
Immagino voglia vendicare il suo sposo Tlepolemo. Se non ricordo male anche lui era tra i miei pretendenti. Dovrebbe ringraziarmi, è grazie a me se ora è regina e governa Rodi. E mi pare lo faccia anche bene, visto come sta prosperando questa isola. C'è voluta la mia guerra perché tante donne governasser le loro città.
Dimitra le allunga la veste. Grazie, cara Dimitra, ma a questo punto credo che debba anch'io dimostrare coraggio. È una cosa che ho invidiato a mia sorella. Non voglio fuggire, aspetterò qui il sicario che farà quello che gli hanno ordinato di fare. Prendi questo anello, con il cigno: è il mio regalo di nozze. Adesso voi due fuggite. Cratete ti vuole bene. Sta rischiando molto per te. Sei fortunata. A me non è mai successa una cosa così.

mercoledì 12 agosto 2020

Verba volant (781): mattina...

Mattina, sost. f.

È un mercoledì il 31 marzo 1943. È una sera piuttosto fredda, di inizio primavera a New York. Al St. James Theater debutta Oklahoma!. Il St. James, con i suoi millesettecento posti a sedere, è uno dei teatri più grandi della città. Il progetto è degli architetti Warren e Wetmore - quelli che hanno disegnato anche la Grand Central Station - per il produttore Abraham L. Erlanger, che lo ha fatto costruire al 246 West della 44esima Strada - dove prima c'era il ristorante Sardi's - e lo ha aperto nel 1927. Il St. James è un pezzo della storia di New York e infatti Woody Allen ne mostra l'immagine nel montaggio di apertura di Manhattan, la sua celebre "lettera d'amore" per la città. Il St. James è anche il teatro dove Alejandro González Iñárritu ha girato Birdman. Comunque nel 1943 il teatro è nel circuito dei fratelli Shubert e non c'è un posto migliore a Broadway per far debuttare un nuovo musical.
Mentre si alza il sipario Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II sono preoccupati. Il giro in provincia delle settimane precedenti è andato abbastanza bene, al pubblico Away We Go! è piaciuto. Ma New Haven non è Broadway. Per il debutto hanno cambiato il titolo e hanno anche aggiunto una canzone per il finale, intitolata, come il musical, Oklahoma, un brano che avrà una storia curiosa. Richard e Oscar pensano che forse ha ragione il produttore Mike Todd, che, dopo una di quelle recite in Connecticut, ha sentenziato "no legs, no jokes, no chance". Todd è uno che se ne intende, in quello stesso anno la sua commedia The Naked Genius, scritta e interpretata dalla stella dello streap-tease Gipsy Rose Lee, sta avendo un grande successo. Curiosamente Todd sarà famoso soprattutto per essere il terzo dei sette mariti di Elizabeth Taylor, l'unico da cui Liz non abbia divorziato: è morto un anno dopo le nozze.

Facciamo un passo indietro. Il 26 gennaio 1931 debutta al Guild Theater di New York il dramma Green Grow the Lilacs della poetessa e drammaturga Lynn Riggs. Lynn è nata nel 1899 in una fattoria vicino alla cittadina di Claremore, in quello che allora era il Territorio dell'Oklahoma, una sorta di colonia occidentale degli Stati Uniti, al confine del Territorio Indiano, ossia la terra dove il governo federale ha deportato nei decenni precedenti le tribù indigene di tutto il continente, in particolare quelle che a Washington chiamano le Cinque tribù civilizzate. Però queste tribù nella Guerra di Secessione hanno parteggiano per i Confederati: gli indiani sanno che i bianchi sono razzisti, a nord come a sud, ma almeno questi ultimi non li costringeranno ad abolire la schiavitù. Il fatto di essersi schierati dalla parte "sbagliata" è un ottimo pretesto per il governo per lanciare la corsa alla terra dell'Oklahoma, la terra degli uomini rossi, nella lingua degli Choctaw. In pochissimo tempo centomila persone arriveranno fin là per ottenere un agognato pezzo di terra, non curandosi se lo devono sottrarre a chi c'era prima.
Lynn ha per parte di madre un ottavo di sangue cherokee e quando nel 1928 si trova a Parigi, grazie a una borsa di studio Guggenheim, vuole scrivere una storia della sua infanzia, una storia ambientata a Claremore agli inizi del Novecento, prima che l'Oklahoma nel 1907 diventi il 46° stato dell'unione, ovviamente cancellando il Territorio indiano, che viene inglobato in esso. Per questa giovane poetessa americana omosessuale Parigi è un sogno, ma i soldi finiscono e deve tornare in America. Il regista Herbert Biberman crede in quel testo e riesce a metterlo in scena. Nel cast ci sono attori noti, e anche un giovane Lee Strasberg, nella parte del venditore ambulante siriano. È un fiasco: dopo sessantaquattro recite viene tolto dal cartellone. Nell'America della Grande Depressione quella storia d'amore e di morte ambientata nel lontano west non appassiona gli spettatori. Lynn andrà, come tutti quelli che vivono scrivendo, a Hollywood, ma quel suo "vizio", tollerato negli uomini, purché lo tengano nascosto o siano molto famosi, non viene accettano in una donna e Lynn non farà fortuna, nonostante il suo talento. Dicono si sia innamorata, non ricambiata, della sua amica Bette Davis. Herbert Biberman è uno degli Hollywood Ten, i registi che, accusati di essere membri del Partito Comunista si rifiutano di essere interrogati dalla Commissione del Senato che investiga sulle infiltrazioni dei "rossi" nel mondo del cinema, e smetterà di lavorare. Nel 1951 Strasberg diventerà il direttore dell'Actors Studio, in una vecchia chiesa presbiteriana sulla 44esima, a qualche isolato dal St. James.

Theresa Helburn è una delle quattro fondatrici del Guild Theater, ha prodotto moltissimi spettacoli - predilige i testi di Eugene O'Neill - ha creato la coppia d'oro del teatro americano, Alfred Lunt e Lynn Fontanne, e continua a pensare che quella storia ambientata in Oklahoma possa funzionare: magari potrebbe diventare un musical. Nel 1942 Theresa propone il progetto a Richard Rodgers, che nel 1925, insieme a Lorenz Hart, ha avuto il primo successo proprio al Guild con la rivista The Garrick Gaieties, il cui primo numero è una presa in giro proprio del Guild, delle sue pretese di essere un teatro "serio" e impegnato. Per tutti gli anni Venti e Trenta Rodgers e Hart sono la "ditta" più prolifica e di successo di Broadway e di Hollywood: in poco più di vent'anni scrivono insieme - Rodgers la musica e Hart le parole - ventotto musical e più di cinquecento canzoni, tra cui Blue Moon, My Funny Valentine, Falling in Love with Love.
Richard chiede a Lorenz se vuole partecipare al progetto, pur sapendo di riceverne un rifiuto. Immagina che l'argomento non riuscirà a interessare l'amico, ma soprattutto sa che Lorenz sta vivendo uno dei momenti più cupi della propria vita. Non accetta la propria omosessualità, ha il terrore di doverlo confessare alla sua famiglia. In più ama da sempre Richard e non riesce neppure a dirgli di essere gay. L'unico suo rifugio è l'alcol. Gli piace Hollywood perché là ci sono le feste nelle ville di Porter e di Cukor, ma Richard è voluto tornare a New York e in quella città Lorenz soffre. Per intere settimane si rifugia in Messico senza dare notizie di sé. No, questa volta non scriverà le parole per le canzoni di Richard, gli consiglia di chiederlo a Oscar Hammerstein.
Nel '43, dopo Oklahoma!, Rodgers mette in scena il revival di un loro spettacolo di successo del 1927, A Connecticut Yankee, da un romanzo di Mark Twain, e chiede a Lorenz di scrivere cinque nuove canzoni. Le sue condizioni di salute sono molto peggiorate, ma lavora, compone, tra le altre, la pungente To Keep My Love Alive, la storia di una donna che ha ucciso in modi originali tutti i suoi molti mariti, e l'autobiografica Can You Do a Friend a Favor?. Cinque giorni dopo la prima dello spettacolo Hart muore.
Gli ultimi sei spettacoli di cui Oscar Hammerstein ha scritto libretti e testi delle canzoni non sono stati dei successi. Nel 1927 ha scritto con Jerome Kern Show Boat e nel '42 ha vinto l'Oscar per la miglior canzone con Lady Be Good, ma tornare a Broadway sembra un azzardo. Però la storia di Green Grow the Lilacs gli piace molto. E i due si mettono, per la prima volta insieme, al lavoro. Solitamente Richard componeva la musica, poi la dava a Lorenz che scriveva le parole, e anche Kern di solito componeva prima che Oscar potesse scrivere. Questa volta sarà diverso. Oscar scriverà il libretto e i testi di tutte le canzoni e poi Richard creerà la sua musica. Entrambi gli autori sono convinti di questo nuovo metodo, perché vogliono che il loro spettacolo sia qualcosa di nuovo a Broadway. I musical prima di Oklahoma! sono per lo più spettacoli musicali, riviste, collage di canzoni, Rodgers e Hammerstein - partendo da quello che Kern e lo stesso Hammerstein hanno fatto con Show Boat - vogliono scrivere uno spettacolo in cui le canzoni raccontino la storia. Il loro modello non è più la rivista, non è più Ziegfeld, ma è l'opera, è Puccini. E per lo stesso motivo non vogliono che gli interpreti siano attori che sanno cantare, ma cantanti che sappiano recitare. Questo rende più complicato completare il cast. Helburn sperava di ingaggiare Shirley Temple per il ruolo di Laurey, la protagonista femminile, e Groucho Marx come Ali Hakim, il venditore ambulante di origini persiane. Ma Rodgers e Hammerstein, sostenuti dal regista Rouben Mamoulian, riescono a imporre la loro idea: i giovani e poco conosciuti Alfred Drake e Joan Roberts saranno Curly e Laurey, mentre Howard Da Silva e Betty Garde interpreteranno rispettivamente il cattivo Jud e la zia Eller.
Da Silva nel 1938 è stato il protagonista della leggendaria prima messa in scena di The Cradle Will Rock di Marc Blitzstein, quella in cui, dal momento che nessuno è disposto a finanziare quello spettacolo ritenuto sovversivo e comunista, Orson Welles e la compagnia occupano un teatro e lo rappresentano comunque, senza scene e costumi, con il solo Blitzstein che, al pianoforte, sostituisce l'intera orchestra. E Howard anche per questo sarà sempre considerato un tipo pericoloso, e naturalmente sarà inserito nella "lista nera", un marchio che limiterà molto la sua carriera. Anche Betty Garde prima di Oklahoma! ha lavorato molto con Orson Welles, partecipando con lui a molti suoi programmi radiofonici.
Per Alfred Capurro, nato a New York da una famiglia originaria di Recco, questo è il primo ruolo importante. Sarà poi il protagonista di Kiss me, Kate, di Kismet e di altri grandi successi di Broadway. Nel 1947 quando Howard Da Silva è chiamato a dirigere una nuova edizione di The Cradle Will Rock, la prima "ufficiale", vorrà Alfred come protagonista. Drake è anche un acclamato attore shakespeariano. Nella celebre edizione dell'Amleto del 1964, diretta da John Gielgud e con Richard Burton come protagonista, Alfred è il re Claudio. Merita fare un piccolo inciso su questo Amleto. Burton e Peter O'Toole pensavano che avrebbero dovuto interpretare entrambi il principe di Danimarca, uno a Londra e uno a New York, uno con la regia di Laurence Olivier e uno con quella di Gielgud. Due lanci di moneta hanno decretato questi due spettacoli. Naturalmente l'Amleto di Burton ha avuto maggior successo, merito anche di Liz Taylor che assiste alla prove e di Cleopatra, che ha fatto dell'attore inglese un divo dei rotocalchi. Rouben Mamoulian avrebbe dovuto dirigere quel kolossal, ma è stato licenziato dopo le prime riprese. Se volete vedere il viso di Alfred Drake basta aspettare la prossima vigilia di Natale: è il presidente della Borsa di New York in Una poltrona per due.

Forse Todd ha ragione: quello spettacolo sarà un fiasco. Le ballerine ci sono: il primo atto si chiude con un balletto di quasi un quarto d'ora - il sogno di Laurey - coreografato da Agnes de Mille - suo zio è il famoso Cecil, quello dei Dieci comandamenti. Giudicata poco carina per fare l'attrice, Agnes ha cominciato a danzare, ma siccome i suoi genitori consideravano questa un'attività poco dignitosa, non ha potuto prendere lezioni regolari e ha imparato guardando i film girati da suo zio. Ed è diventata una delle più importanti coreografe di Broadway. E con Oklahoma! ha la possibilità di esprimere tutte le sue capacità, perché anche lei vuole che il balletto sia una parte integrante del racconto, non un intermezzo o un'occasione per mostrare le gambe delle ballerine. Che comunque in Oklahoma! non si vedono. Hammerstein ha aggiunto alla storia di Lynn Riggs una sottotrama comica, molto divertente, sulla storia d'amore tra Ado Annie e Will Parker, ma comunque in questo musical c'è un morto e la paura aleggia spesso nella trama: una novità che il pubblico certamente non apprezzerà.
Quella prima produzione chiude il 29 maggio 1948, dopo 2.212 repliche. Nel 1944 comincia, da New Haven, il primo tour nazionale, e il 30 aprile 1947 Oklahoma!, con Howard Keel - quello di Sette spose per sette fratelli - e Betty Jane Watson nei ruoli principali, debutta a Londra, al Drury Lane, e ci rimarrà per 1.543 repliche.

Si alza finalmente il sipario. In scena c'è zia Eller che con la zangola prepara il burro. Arriva Curley che canta
Oh, what a beautiful mornin'!
Oh, what a beautiful day!
I've got a beautiful feelin'
ev'rythin's goin' my way.
E la musica di Rodgers travolge gli spettatori nel canto spensierato di questo giovane innamorato. Probabilmente nessuno di loro, svegliandosi in quella mattina di marzo, ha pensato "che bella giornata". C'è la guerra. Qualcuno della loro famiglia sta combattendo, in Europa o nel Pacifico. Tanti ragazzi sono già morti. Siamo all'inizio del 1943. A Stalingrado i russi hanno bloccato l'invasione tedesca e gli americani hanno inflitto una dura sconfitta ai giapponesi nella battaglia delle isole Midway, ma la guerra è ancora lunga e, al di là della propaganda, nessuno può pensare che finirà presto o può sapere chi vincerà. Nel marzo del 1943 i nazisti hanno occupato tutta l'Europa: resiste solo il Regno Unito.
Il 31 marzo del 1943, quando Curly arriva nella fattoria di zia Eller, Hitler può ancora vincere. Domani sarà un bel giorno? Bisogna crederci, anche se è sempre più difficile. Eppure per un momento, quando Curly canta, tutti ci credono, perché è impossibile non farsi prendere dalla sua gioia. Le donne e gli uomini che quella sera sono andati a vedere Oklahoma! hanno bisogno di speranza e quello spettacolo la offre. Perché alla fine il cattivo muore, perché Curly e Laurey si sposano, perché quella è una bellissima mattina. Certo non per gli indiani chiusi nelle riserve, né per i neri che in Oklahoma sono vittime dei continui attacchi del Ku Klux Klan, né per gli omosessuali che devono continuare a nascondersi.

Ricordate quella canzone, quella aggiunta poco prima del debutto? Nel 1953 è diventata l'inno ufficiale dello Stato, la prima volta che succede a una canzone di un musical. E quando un americano incontra uno che gli dice di essere dell'Oklahoma, in genere gli risponde con il primo verso di questa canzone. Vuole la leggenda che quando nel 1979 Giovanni Paolo II ha fatto il suo primo viaggio negli Stati Uniti, a un prete che si è presentato dicendogli di venire dall'Oklahoma, il papa abbia risposto
where the wind comes sweeping down the plains.

martedì 11 agosto 2020

Verba volant (780): supereroe...

Supereroe, sost. m.

E venne un giorno, come nessun altro, in cui gli eroi più potenti della Terra si unirono contro una minaccia comune. Quello fu il giorno in cui nacquero gli Argonauti, per combattere quelle battaglie che nessun supereroe, da solo, avrebbe mai potuto affrontare.
Mi perdoneranno i miei lettori appassionati degli Avengers se ho "rubato" loro questa citazione, sostituendo il nome dei loro eroi. Ma credo che due geniali aedi come Stan Lee e Jack Kirby avrebbero apprezzato questo accostamento, perché fatalmente arriva quel momento in cui tutti noi che abbiamo l'ambizione di inventare storie nuove ci rendiamo conto che invece finiamo per raccontare sempre le stesse.
E la storia degli Argonauti comincia, come spesso avviene nell'antica Grecia, con un vaticinio. La Beozia è sconvolta da una terribile pestilenza e l'oracolo dice che finirà solo con un sacrificio. Il re Atamante decide di sacrificare il proprio figlio Frisso. A dire la verità il re vuole ucciderlo perché è figlio della sua prima moglie e, togliendolo di mezzo, vuole favorire i figli avuti dalla seconda: una delle consuete beghe dinastiche di questi re fedifraghi. Comunque gli dei decidono di intervenire, Eracle arriva a Tebe proprio quando il re sta per uccidere il figlio e lo convince a desistere da quel gesto crudele. Poi Ermes, per ordine di Era, porta in città un ariete alato dal vello interamente d'oro. L'animale magico parla a Frisso e gli dice che è meglio fuggire da lì - Atamante può sempre cambiare idea - e lo invita a saltargli in groppa. L'ariete vola fino alla Colchide - la terra che ora conosciamo con il nome Crimea - e, una volta arrivati, Frisso, in segno di riconoscenza, sacrifica l'ariete. Il vello d'oro, rimasto intatto, viene venerato come un tesoro dagli abitanti di quella regione lontana.
La scena si sposta a Iolco, in Tessaglia. Morto il vecchio re Creteo, il regno sarebbe dovuto andare ad Esone, ma suo fratello Pelia riesce a ottenere il trono. Il nuovo re però non fa uccidere né Esone né suo figlio Giasone, limitandosi a mandarli in esilio. Pelia non è tranquillo e, come fanno tutti i suoi colleghi, interroga l'oracolo di Delfi, che gli dice di stare in guardia da un giovane che indossa un solo calzare. Il re comincia a mostrare una morbosa curiosità per i piedi delle persone che incontra. E così nota subito quell'uomo, alto e prestante, che ha un solo calzare. Il giovane lo ha perso aiutando una vecchia a guadare il fiume Anauro: tanti viandanti prima di lui si sono rifiutati, ma lui accetta. Senza sapere che quella vecchia altri non è che Era. Naturalmente Pelia chiede al giovane chi sia e questi dice subito di essere Giasone, il figlio di Esone; e di essere lì per chiedergli di restituire il regno usurpato. Il re accetta, ma gli spiega che prima avrebbe dovuto salvare il regno da una maledizione. Pelia gli racconta di essere tormentato dal fantasma di Frisso, che gli ha ordinato di recuperare il vello d'oro: se Giasone compirà quell'impresa, gli cederà il trono. Pelia è soddisfatto, con questa storia della maledizione è sicuro di essersi liberato per sempre di quell'incauto pretendente.
Naturalmente Giasone chiede consiglio all'oracolo, che gli risponde di organizzare una grande spedizione via mare per recuperare quell'antica reliquia. Il più bravo a costruire navi è un certo Argo della città tebana di Tespie, che in poco tempo per Giasone ne fabbrica una con cinquanta remi. Adesso bisogna solo formare l'equipaggio e Giasone manda degli araldi in tutte le città greche, chiedendo aiuto. In cinquanta rispondono a quel singolare invito: nascono così gli Avengers, pardon gli Argonauti.
A dire la verità la lista degli Argonauti si è piuttosto allungata nel corso del tempo. Ogni città, grande o piccola, vuole che un proprio eroe entri in quell'elenco e si trova sempre un aedo disposto a modificare un po' la storia, ad aggiustare il racconto a uso dei propri ascoltatori. Magari si coglie l'occasione anche per togliere dalla lista l'eroe della città nemica. Argo avrebbe dovuto costruire due navi per imbarcare tutti quelli che successivamente hanno detto di essere uno degli Argonauti. 
Comunque, scorrendo la lista dei nomi, balza agli occhi che, oltre a essere un'impresa in cui è impegnato tutto il litigioso e campanilistico mondo greco, non ci sono solo combattenti. Certo ci sono Eracle, i Dioscuri, Castore e Polluce, Teseo, tutti eroi di cui poi gli aedi avrebbero cantato le gesta. E ci sono gli eroi delle generazione precedente a quella dei guerrieri che hanno combattuto a Troia: ci sono Peleo, Telamone, Laerte. Ma viene imbarcato anche Argo, il costruttore della nave. E poi Tifide, l'esperto timoniere. C'è anche un poeta, anzi il più grande poeta mai vissuto, Orfeo. E poi l'indovino Anfiarao; e c'è anche un apicoltore, l'ateniese Bute. Si tratta, come vedete, di una spedizione piuttosto composita.
E, sorprendentemente, c'è anche una donna. All'appello di Giasone risponde infatti Atalanta, la figlia di Iaso, re dell'Arcadia. Il padre voleva un maschio e quindi ha abbandonato quella bambina sul monte Pelio. Artemide ha inviato un'orsa che si è presa cura della neonata, allattandola. Poi una famiglia di pastori l'ha trovata e l'ha allevata. Atalanta è cresciuta come una vergine cacciatrice e proprio per questa sua abilità viene aggregata alla spedizione. C'è anche un'altra donna, o meglio un uomo che è stato una donna. Cenis era una giovane donna del popolo dei Lapiti, che con la sua bellezza ha fatto innamorare Poseidone, che le promette di regalarle qualunque cosa ella voglia. Cenis chiede di essere trasformata in un uomo. Il dio non può che acconsentire.
La storia degli Argonauti, a differenza di quella della guerra di Troia, si forma in un tempo in cui è ancora vivo il ricordo di un'altra storia, quella in cui comandavano le donne, quella in cui in Grecia veniva adorata la Grande Madre e il tempo veniva calcolato seguendo il calendario lunare. E infatti Atalanta è una vergine cacciatrice come Artemide, la dea lunare, e Cenis significa "nuova", un attributo della luna.
E la prima tappa della spedizione degli Argonauti è Lemno. Un anno prima le donne hanno ucciso tutti gli uomini dell'isola, perché questi, dicendo che le loro spose puzzavano, si erano scelti delle giovani amanti catturate nelle loro scorrerie in Tracia. Quando la nave guidata da Giasone appare all'orizzonte, a Lemno comandano ormai le donne. E l'isola prospera. Al'inizio le donne di Lemno decidono di respingere quello che credono un attacco di maschi invidiosi di quell'esperimento politico e sociale. Echione è il "ministro degli esteri" della spedizione, quello che ha l'incarico di affrontare queste difficili situazioni. Ascoltata la spiegazione di Echione sul motivo del viaggio, dopo aver riunito il consiglio delle donne, la regina Ipsipile annuncia che gli Argonauti potranno sbarcare, riceveranno dei doni, ma non potranno entrare in città. La vecchia nutrice della regina convince il consiglio ad accogliere quegli stranieri nelle loro case: gli uomini "servono" se Lemno vuole continuare a sopravvivere, per far nascere una nuova generazione di donne. A lei ormai la cosa non interessa, il suo è un consiglio spassionato, ma in fondo è passato un anno... E così Giasone e gli Argonauti vengono accolti in città e si accorgono subito che quelle donne non puzzano affatto. Non sappiamo quanto tempo gli Argonauti siano rimasti nell'isola né cosa abbia fatto nel frattempo Atalanta. Pare che Eracle abbia avuto il compito di sorvegliare da solo la nave, ma, spazientito per l'attesa che si stava facendo sempre più lunga, abbia richiamato all'ordine i suoi compagni. E così gli Argonauti ripartono. E dopo nove mesi sono nati le figlie e i figli di quegli eroi. Ipsipile ha avuto un maschio da Giasone e sappiamo che questo è diventato il nuovo re, che si è alleato con i Greci contro Troia: è diventato il fornitore di vino della spedizione achea, una commessa certamente lucrosa. Al tempo della grande guerra, il regno delle donne di Lemno è rimasto solo un ricordo.
È lungo e pericoloso il viaggio della nave Argo: occorre passare l'Ellesponto controllato dalla città di Troia, allora governata dal re Laomedonte, che impedisce alle navi greche di passare. La nave Argo riesce nell'impresa costeggiando di notte dalla parte della Tracia. Se le città greche vorranno fare affari con i popoli che si affacciano sul Ponto Eusino dovranno occuparsi di quella maledetta città. Ma adesso gli Argonauti non hanno tempo di fare quella guerra. Poi la nave Argo attraversa il mar di Marmara, passa il Bosforo e costeggia tutto quel grande mare dalla parte orientale, fino alla Colchide: un viaggio tutt'altro che semplice. In quelle terre, tra la penisola anatolica e il Caucaso ci sono popoli "strani": là ci sono le Amazzoni - e Giasone capisce che è meglio evitare quelle donne guerriere - e più a nord i Tibareni, esperti lavoratori dei metalli, un popolo che ha una caratteristica davvero bizzarra: quando le donne stanno per partorire, sono i maschi che gemono. Ci vorrà del tempo prima che la "civiltà" arrivi anche in quelle lontane contrade.
Finalmente Giasone e i suoi compagni raggiungono la Colchide. Peraltro non sono gli stessi che sono partiti: Eracle ha lasciato la compagnia per compiere le sue imprese, qualcuno è morto e qualcun altro è stato arruolato per via.
Il re Eeta si stupisce non poco di trovarsi di fronte quegli stranieri: paga Laomedonte per tenere lontani i Greci. Giasone, dimostrando una gran faccia tosta, chiede a Eeta di dargli il vello d'oro. Naturalmente dapprima il re si rifiuta. Poi promette di dare il vello d'oro a quel giovane sfrontato se riuscirà ad aggiogare i due feroci tori dagli zoccoli di bronzo e dalle narici fiammeggianti, a tracciare quattro solchi nel terreno e a seminarci dei denti di drago, quei pochi che sono rimasti a Cadmo, quando li aveva seminati tempo addietro a Tebe. Anche Eeta, come Pelia, è convinto di essersi sbarazzato di quel visitatore importuno. E sarebbe così, ma la figlia del re, Medea, si innamora di Giasone ed è lei che permette a quello straniero di compiere l'impresa. Senza questa donna gli Argonauti, i più forti e valorosi supereroi della Grecia, dovrebbero tornare a casa sconfitti.
Con il suo prezioso carico la nave Argo può fare ritorno in Grecia. Il viaggio di ritorno è più lungo e complicato di quello di andata, anche perché a questo punto non è proprio possibile tornare per la via percorsa, attraversando come nulla fosse l'Ellesponto. Sulla rotta della nave gli aedi si sono sbizzarriti. Alcuni sostengono che gli Argonauti siano passati per l'oceano Indiano, entrando nel Mediterraneo dal lago Tritonide nell'Africa settentrionale. Altri che la nave sia risalita per il Danubio, abbia trovato il collegamento tra questo fiume e il Po fino all'Adriatico. Altri ancora che invece dal Po sia passata nel Rodano e quindi arrivata sul Tirreno, per fare tappa nell'isola di Circe, zia di Medea. Altri invece pensano che abbiano navigato lungo il Danubio fino al grande mare che circonda l'Europa a nord e quindi che la nave sia rientrata nel Mediterraneo passando per le colonne d'Ercole. Qualcuno racconta che quegli eroi abbiano risalito il Don per poi portare la nave a spalla fino a un fume che collega quelle estreme regioni alla Finlandia.
Qualunque sia la strada scelta, tutti gli aedi raccontano che Medea è diventata il comandante di fatto della spedizione: si è guadagnata sul campo quel ruolo. È Medea che sconfigge le navi mandate da Eeta per recuperare il vello d'oro e uccide suo fratello Apsirto che guida l'inseguimento. È Medea che esorta Orfeo a cantare mentre passano accanto alle Sirene, in modo che il suo canto sovrasti quello di quelle pericolose creature. È Medea che convince i "suoi" uomini a non catturare le bellissime vacche sacre di Elio sulle coste della Sicilia. Questa donna riesce a fare cose che anni dopo Odisseo non riuscirà a fare. Ed è sempre Medea a eliminate Talo, il gigante di bronzo costruito da Efesto che dall'isola di Creta lancia pesanti massi sulle navi che si avvicinano.
Quando finalmente la nave raggiunge la Tessaglia, Giasone viene a sapere che Pelia, poco dopo la sua partenza, ha ucciso tutta la sua famiglia e ha fatto spargere la voce che gli Argonauti sono morti. Gli uomini, riuniti in consiglio, affermano che la città di Iolco non può essere espugnata, che a quel punto è meglio rinunciare. Hanno il vello d'oro e soprattutto tante storie da raccontare. Naturalmente è ancora Medea che si incarica di preparare un piano: loro dovranno solo nascondersi in un bosco vicino, quando vedranno una fiamma brillare sul tetto del palazzo reale quello sarà il segnale che Pelia è morto e che la città è pronta per essere conquistata.
Medea si traveste da vecchia e, presentatasi alle porte della città, offre la fortuna di Artemide se la faranno entrare. Le guardie non temono quella vecchia ed è meglio non rifiutare l'aiuto di una divinità. E così quella donna misteriosa è condotta al cospetto di Pelia. Il re, sospettoso, le chiede cosa voglia la dea da lui e la vecchia dice che è giunta fin lì per offrirgli l'eterna giovinezza. Nessun tiranno può resistere a una proposta del genere, ma Pelia dice che non le crede. Allora la vecchia promette di offrirgli una dimostrazione del suo potere. Cade il travestimento e Pelia si trova di fronte una giovane e bella donna. Il trucco funziona: Pelia comincia a vacillare, ma ancora non cede. Allora Medea si fa portare un vecchio ariete, lo uccide, lo taglia in tredici pezzi e comincia a bollirne le carni, pronunciando misteriose formule magiche. Pelia ormai vede solo quello che vuole vedere e quando tra i fumi della pentola appare un agnello che Medea ha nascosto nella statua della dea che si è portata dietro, chiede cosa debba fare per tornare giovane anche lui. Medea dice che occorre fare come con l'ariete. Salgono sul tetto del palazzo per compiere quel rito più vicino alla luna e Medea spiega alle figlie di Pelia che devono tagliare il corpo del padre in tredici pezzi e poi gettarli in un calderone fumante. Quando l'hanno fatto devono agitare delle torce per invocare la luna. Gli Argonauti non credono ai loro occhi, anche se sanno quanto Medea sia brava. 
Come sia finita Medea è una storia nota: viene abbandonata da Giasone, che la ripudia per sposare la figlia del re di Corinto ed ereditarne il trono. Non c'è posto nel mondo greco per una donna come lei, una straniera con quelle bizzarre idee sul valore delle donne. Per una che vuole fare il supereroe. Le donne devono rimanere a casa, non devono mettersi in testa di andare a combattere. 
E gli Argonauti? Tornano nelle loro città e cominciano a raccontare quelle storie incredibili che sono loro capitate. Naturalmente ciascuno le modifica un po': io ho ucciso quel mostro terribile, io ho nuotato per un giorno intero, io ho sconfitto Eracle in una gara di corsa, io ho mangiato un cinghiale intero, io ho pescato un pesce lungo sette piedi, io ho fatto innamorare dieci donne bellissime. Nasce il mito degli Avengers, pardon degli Argonauti: ovviamente nessuno di loro racconta la storia di Medea.

venerdì 7 agosto 2020

Verba volant (779): antico...

Antico, agg. m.

Quando i bambini al Pireo giocavano all'Iliade, nessuno voleva fare Aiace. E anche nel "fumettone" di Wolfgang Petersen per impersonare questo valoroso guerriero non hanno certo scelto una star, ma il muscoloso Tyler Mane, un ex-wrestler canadese quasi esordiente al cinema. Eppure Aiace non è solo muscoli.
Omero nella storia di quei cinquantun giorni fatali dell'ultimo anno della guerra di Troia "regala" a questo eroe alcuni scontri davvero emozionanti, di quelli capaci di tenere i suoi ascoltatori con il fiato sospeso. Omero usa Aiace per rendere più viva l'azione, ma non ama davvero questo suo personaggio.
Nel libro settimo Aiace viene scelto tramite un sorteggio per combattere contro Ettore e i due eroi si scontrano senza esclusione di colpi per un giorno intero. È Zeus che impone la fine di questo lungo duello, decretando un salomonico, ma ingiusto, pareggio: altrimenti Aiace avrebbe vinto e la guerra di Troia sarebbe finita alcuni mesi prima. Ma senza il finale spettacolare che tutti conosciamo. E quando, nel libro dodicesimo, i Troiani attaccano le navi dei Greci, Aiace ed Ettore tornano a scontrarsi e anche stavolta per poco l'eroe greco non uccide il principe troiano, scagliandogli contro una grossa pietra, che nessun altro avrebbe potuto sollevare. E Aiace per molti esametri difende praticamente da solo le navi dall'attacco nemico, uno dei più pericolosi di tutto il conflitto. Quando Ettore, miracolosamente guarito da Apollo, torna a combattere, affronta nuovamente Aiace e, pur senza riuscire a ferirlo, lo disarma. Ma Aiace poco dopo torna a combattere: è solo grazie a lui che le navi sono momentaneamente messe al riparo, anche se è ormai chiaro che senza il ritorno di Achille i Troiani sono destinati a sconfiggere i Greci. Aiace, come ce lo racconta Omero, è l'eroe che non vince mai, che non può vincere, perché l'alloro deve toccare ad altri. Già questo ce lo rende così vicino.
Il figlio di Telamone, ossia l'eroe di una generazione precedente, quella degli Argonauti, che con Eracle ha già espugnato la rocca di Ilio, è un guerriero valoroso, ma rimane sempre il numero due, perché Achille, che è suo cugino, è più forte e coraggioso di lui. E Odisseo è più furbo di lui. E Paride è più bello di lui. E Nestore è più saggio di lui. E Agamennone è più potente di lui. C'è sempre qualcuno che è un po' più di lui. Ma ad Aiace questo davvero non importa. Omero ce lo fa vedere chiaramente: Aiace da solo può uccidere tanti altri guerrieri, può compiere imprese gloriose, ma non può conquistare Troia. E Aiace infatti non sarà tra i guerrieri che entrerà nella città nemica. Perché muore prima. Di questo Omero non parla, perché non vuole mettere in cattiva luce il "suo" Odisseo, l'eroe a cui vuole dedicare un altro poema.
Quando Paride uccide Achille, il suo corpo rimane a terra e i nemici si stanno scagliando su di lui per prenderne le armi: occorre riportarlo al campo greco, un gravoso compito di cui si incaricano Aiace e Odisseo. È l'ultima battaglia che combatte il re di Salamina, che tiene a bada da solo le truppe troiane, mentre il re di Itaca recupera il cadavere di Achille, lo carica sul carro e lo mette finalmente in salvo. Ciascuno dei due, al termine di questa impresa, reclama di ottenere le armi di Achille, un onore che sarebbe spettato per ragioni di sangue e per meriti sul campo ad Aiace, ma sappiamo che il mondo non sempre premia chi lo merita e così le armi vengono assegnate a Odisseo. Perfino Omero sorvola su questo episodio, citato di sfuggita nell'Odissea, evidentemente perché il re di Itaca non ci fa una gran figura. Ha ottenuto quel premio con l'inganno. Aiace va su tutte le furie, qualcuno dice che è impazzito, si racconta che abbia ucciso degli armenti credendoli i compagni d'arme, su cui vuole sfogare la sua rabbia vendicativa. Quando si rende conto di quello che ha fatto, capisce che per lui non c'è più posto nel mondo. Prende la spada che Ettore gli ha donato dopo il loro primo duello - una forma di rispetto cavalleresco che usava in quei tempi - si allontana nel bosco e si uccide gettandosi su quell'arma. La vergogna cade sull'eroe, tanto che Agamennone ordina che il suo corpo non venga bruciato, ma sepolto a terra, come marchio di infamia. Dovrà intervenire Odisseo, che evidentemente si sente in colpa, per permettere che Aiace venga ridotto in cenere, come si conviene a un eroe della sua tempra.
Omero ci mostra Aiace un ultima volta nell'Odissea, quando il gran viaggiatore raggiunge gli Inferi. Qui incontra tutti i suoi vecchi compagni e naturalmente anche Aiace, che di fronte a colui che gli ha negato l'onore di portare le armi di Achille, nonostante un goffo tentativo di scuse, rimane in silenzio. In maniera caparbia, ci fa intendere Omero: anche nella morte Aiace serba rancore. E così questa è l'ultima immagine che abbiamo di lui, un uomo inutilmente rancoroso.
Anche se Omero non ce lo dice chiaramente, c'è una cosa però che rende Aiace davvero unico tra tutti gli eroi che combattono sotto le mura di Troia: è il solo che durante quel lungo conflitto non viene mai aiutato da un dio. Non c'è qualcuno che scaglia una freccia al suo posto, colpendo quel punto preciso praticamente irraggiungibile, o un altro che fa arrivare una nebbia provvidenziale che lo nasconde ai nemici proprio nel momento di maggior pericolo; Aiace compie le sue imprese, combatte, si difende, vince o perde, sempre da solo, lui è l'unico eroe che non ha mai bisogno degli dei, né chiede loro aiuto.
Ma non è come Capaneo, non è uno che ha in spregio gli dei, anzi è un vecchio conservatore, probabilmente uno dei più all'antica tra quelli che sono andati a combattere a Troia. Aiace crede agli dei, ma crede anche che, di fronte agli dei, gli uomini debbano essere responsabili delle proprie loro azioni, nel bene e nel male. E deve avere in grande antipatia quelli come Odisseo, che fanno tanto i moderni, che sostengono i "nuovi" valori, ma poi quando sono in pericolo corrono a proteggersi dietro le gonne di Atena. Non è rancore quello che Aiace dimostra a Odisseo nell'Ade, è semplicemente che non ha nulla da dirgli.
E Aiace non si uccide perché è diventato pazzo, come fa comodo a tutti credere, ma perché si è reso conto che ormai il suo mondo è finito, perché adesso hanno successo quelli come Odisseo. E immagino che non sia un caso che anche un altro cavaliere che il mondo preferisce credere un pazzo abbia ucciso delle pecore, credendole pericolosi nemici. Perché anche il Cavaliere dalla Trista Figura è un un uomo che vive in un mondo che non gli piace, un mondo in cui vincono quelli come Odisseo.   

lunedì 3 agosto 2020

Verba volant (778): bastone...

Bastone, sost. m.

Jed è innamorato di Mary, che però sposa il suo amico ed ex-commilitone Johnny. Nonostante la nascita di una bambina, il matrimonio presto entra in crisi, per colpa dell'egoismo del marito, che non vuole condividere con la moglie alcune decisioni che pesano sulla vita di tutta la famiglia. Dopo il divorzio, Mary si fidanza con Jed, ma quando stanno per sposarsi l'uomo capisce che la donna lo ha fatto solo per ripicca e che lei e Johnny si amano ancora. Quindi si tira indietro e, grazie ai suoi buoni consigli, Johnny capisce i suoi errori e tutto finisce bene.
La trama non è niente di speciale - devono averlo pensato anche i dirigenti della Paramount - ma d'altra parte Irving Berlin è bravissimo a scrivere a canzoni, non soggetti cinematografici. Però un film così può funzionare, perché Irving vuole farne un musical: Jed è un ballerino, Mary una cantante e Johnny il proprietario di un night-club, e così le occasioni per i numeri musicali si trovano facilmente. Basta infarcire la trama con le canzoni dello sterminato repertorio di Berlin, farne cantare qualcuna a Bing Crosby, metterci un'attrice dalle belle gambe e il gioco è fatto.
La Paramount decide che il regista sarà Mark Sandrich, uno specialista del genere, che ha diretto i migliori film di Fred Astaire e Ginger Rogers negli anni Trenta e ha già lavorato con Crosby in Holiday Inn, un successo del 1942, per cui Irving Berlin ha scritto sia le canzoni - tra cui la celeberrima White Christmas - che il soggetto: è la storia di due amici che si innamorano della stessa donna. Come ho detto, la fantasia di Irving per le trame è piuttosto scarsa. Ma Sandrich muore d'infarto nel marzo del '45 e lo studio chiama a sostituirlo Stuart Heisler, un altro bravo artigiano di Hollywood.
A Stuart non piace la protagonista scelta da Sandrich, la quasi esordiente Joan Caufield. Certo è bella, recita abbastanza bene, ne ha dato prova a Broadway, ma non sa cantare né ballare. Però Joan è sotto contratto con la Paramount, è una delle giovani attrici su cui stanno puntando e poi in quei mesi è anche fidanzata con Crosby. Per i numeri musicali viene chiamata un'altra attrice dello studio, Olga San Juan, nata a New York da genitori portoricani, una bellezza esotica e molto vivace.
Rimane da assegnare il ruolo di Jed, il ballerino. La scelta cade su Paul Draper. Paul è il rampollo di una ricca e aristocratica famiglia di New York, ma è anche la "pecora nera" della famiglia, scappa di casa, poi, una volta ritornato, abbandona gli studi di ingegneria, perché la sua passione è la danza. Ha un talento naturale. Ha preso solo sei lezioni di tip tap, eppure comincia a esibirsi nei teatri di Londra proprio con questo ballo. Ha uno stile personale che lo caratterizza, diverso da quelli allora in voga, sia quello dei neri che quello di Astaire, perché Paul combina in maniera originale il tip tap alla danza classica. Diventa famoso grazie a Sonata for Tap Dancer, dove si esibisce senza accompagnamento musicale. Draper è bravissimo a ballare, è bello e potrebbe far innamorare le spettatrici, ma non è proprio capace di recitare e così viene scartato. Naturalmente la sua carriera continuerà, ballerà nei più grandi teatri degli Stati Uniti e dell'Europa, sarà anche un buon coreografo e un ottimo insegnante di danza, anche se alla fine degli anni Quaranta viene accusato di essere un membro del Partito comunista e per questo sarà costretto a lasciare il suo paese, per un esilio in Svizzera.
Ma torniamo a Blue Skies, come si intitola il film che, senza uno dei tre protagonisti, nei primi mesi del '46 è ancora in alto mare. Bing Crosby chiede alla Paramount che venga scritturato Fred Astaire, che non è sotto contratto con nessuno degli studios: è uno dei pochissimi a Hollywood che se lo può permettere. In questo modo si ricostituirebbe la coppia di Holiday Inn, con Bing che canta e Fred che danza.
Fred Astaire alla fine del 1945 ha deciso di ritirarsi. È sulla scena da quarant'anni, e la musica, la "sua" musica, sta cambiando, perché il mondo sta cambiando. Dopo gli incredibili successi con Ginger Rogers degli anni della RKO, non è più riuscito a fare grandi film capaci di dargli quella stessa popolarità. Ne ha interpretati due con Rita Hayworth, ma non è nata una nuova coppia come i produttori speravano, e anche con una bravissima ballerina come Eleanor Powell non è scattata quella chimica che ha fatto di Ginger e Fred la coppia d'oro degli anni Trenta. A neppure cinquant'anni Fred si sente vecchio, un monumento della storia del cinema, di cui il cinema si vuole sbarazzare. E poi Hollywood gli propone sempre secondi ruoli, non più quelli da protagonista. Meglio finirla lì e avviare una serie di scuole di ballo, un progetto a cui tiene molto. Accetta comunque di partecipare a Blue Skies, anche se alla fine la bella sceglie Crosby, anche se come rimpiazzo di un altro ballerino, perché quello sarà presentato come l'ultimo film di Fred Astaire. E per quel film vuole preparare un grande addio. Tornerà a cantare Puttin' on the Ritz e inventerà un nuovo numero di ballo, che il suo pubblico dovrà ricordare. Probabilmente non avete visto Blue Skies - e francamente il film non è nulla di eccezionale - ma certamente avete visto quei pochi minuti dell'esibizione di Fred Astaire, perché nell'immaginario collettivo quell'assolo in smoking e cappello a cilindro in cui danza come solo lui sa fare, con il suo bastone da passeggio che diventa la bacchetta magica di questo Prospero che balla, sarà per sempre il nostro ricordo più bello di Fred Astaire.
Facciamo un passo indietro, perché Irving Berlin ha scritto questa canzone nella seconda metà dei "ruggenti" anni Venti. È il periodo in cui compone a getto continuo per gli spettacoli di Ziegfeld, per le riviste e il vaudeville. Ha già scritto Alexander's Ragtime Band e alcuni altri successi commerciali, ma non è ancora uno dei grandi autori, con i fratelli Gershwin e Cole Porter, del Great American Songbook. Puttin' on the Ritz viene registrata come canzone inedita il 24 agosto 1927. Il brano piace molto a Harry Richman, uno dei più acclamati artisti di quegli anni: suona il piano - e in questa veste ha spesso accompagnato Mae West - canta, fa il comico. Oltre ad apparire regolarmente negli spettacoli di Ziegfeld, possiede un grande e famoso night-club con duecentoquaranta posti a sedere, vicino alla Carnegie Hall.
Nel 1930 Richman arriva a Hollywood e la United Artists lo fa debuttare da protagonista in un film diretto da Edward Sloman intitolato proprio Puttin' on the Ritz. È uno dei musical che Hollywood riesce a produrre prima dell'introduzione del Codice Hays e quindi gode di una libertà creativa che l'industria cinematografica statunitense non conoscerà nei decenni successivi. Dal momento che di quel film abbiamo solo una versione censurata negli anni Quaranta, tagliata di ben venti minuti, non possiamo vedere la scena in cui il brano del titolo viene eseguito da Richman e da un coro in cui ci sono insieme bianchi e neri, una cosa che non sarebbe stata in seguito tollerata. E infatti la canzone parla di quegli abitanti di Harlem che, pur essendo poveri, sfilano con i loro abiti sgargianti e alla moda - proprio come se dovessero andare al Ritz - lungo Lenox Avenue, ancora oggi la strada principale di quel quartiere, anche se è stata ribattezzata Malcolm X Boulevard. Lenox Avenue è la strada del jazz, dei grandi club e dei piccoli locali dove pulsa la vita notturna dei neri di New York, la strada della cosiddetta Harlem Renaissance, dell'orgoglio di quei musicisti che, nonostante il razzismo e le politiche di segregazione, stanno creando la nuova musica americana, anzi l'unica musica autenticamente americana. Madonna nel 1994 gira proprio lì il video di Secret, anche per collegarsi a tutta questa storia.
Il film non va molto bene e la carriera di Richman prosegue in maniera stentata perché non sa recitare davanti alla macchina da presa e perché ha davvero un brutto carattere. E in breve la sua stella sarà destinata a tramontare: morirà a Hollywood in miseria, dopo aver sperperato le ricchezze dei suoi anni ruggenti. Compresi i diritti per Puttin' on the Ritz, che diventa subito un grande successo.
E infatti tutte le etichette discografiche ne hanno una loro versione. La fanno cantare anche a Clark Gable nel film Idiot's Delight: non è un gran ballerino, ma è abbastanza sfacciato per reggere il brano. Nel maggio del 1930 la Columbia fa incidere la canzone a Fred Astaire. Sono gli anni in cui quel giovane stempiato e dalle orecchie leggermente a sventola è ancora soltanto una stella di Broadway, insieme a sua sorella Adele. I produttori di Hollywood dicono che non sono adatti al cinema, che non basta saper sbattere i piedi a tempo.
Quando Fred decide che quello sarà il suo addio, gli sembra naturale scegliere una canzone che è stata così importante per la sua carriera. Berlin deve fare qualche piccolo aggiustamento al testo, perché a questo punto quel riferimento a Lenox Avenue appare incongruo. Sono bianchi quelli che adesso si pavoneggiano, andando su e giù per Park Avenue, pensando di essere eleganti come Gary Cooper e ricchi come Rockefeller.
Nel '46 Fred ci mette cinque settimane a preparare quell'assolo come vuole lui. È un perfezionista, prepara lui stesso le sue coreografie, ma da molti anni si occupa anche di come dovrà essere inquadrato, di fatto cura tutta la regia cinematografica dei suoi numeri di ballo, perché sa come renderli perfetti. E Puttin' on the Ritz è perfetto. Si alza il sipario e Fred è lì, elegantissimo, canta e balla e il bastone lo segue con incredibili piroette, poi scosta una tenda sul fondo della stanza in cui ha eseguito l'assolo e prima compaiono due specchi e poi altri nove Fred Astaire, un trucco ottenuto filmando due versioni separate del numero, ripetendole quattro volte e intrecciandole.
Non sarà davvero il suo addio alle scene. Hollywood capisce di avere ancora bisogno di lui. E Fred Astaire sa che può ancora farci sognare, perché la "sua" musica, per quanto il mondo possa cambiare, è immortale. Nel 1948 Gene Kelly si infortuna e Fred lo sostituisce in Easter Parade con Judy Garland e l'anno successivo ritrova Ginger Rogers per il loro ultimo film insieme, The Barkleys of Broadway. Fred è tornato ed è sempre il più grande. Nel '53, diretto da Vincente Minelli gira quello che per me è uno dei suoi film migliori, The Bandwagon, in Italia Spettacolo di varietà. E Fred racconta la sua storia: un ballerino che pensa che la sua carriera sia finita - in un'asta di cimeli il suo glorioso cappello a cilindro viene venduto a una cifra ridicola - tenta di fare uno spettacolo diverso dal suo genere, una sorta di rivisitazione del Faust, ma poi, quando riprende in mano lo show, fa in maniera perfetta quello che ha sempre fatto. Convincendo anche la sua compagna sul palcoscenico, la ballerina classica interpretata da una incredibilmente sensuale Cyd Charisse, a seguirlo in quel progetto, ovviamente innamorandosi di lui. Ed è un incredibile successo. È proprio così: quando Fred Astaire fa Fred Astaire non c'è nessuno che possa eguagliarlo.
E Puttin' on the Ritz? Continua a essere un successo, che tutti, proprio tutti, hanno voluto cantare. Non me ne vorrà Fred, se accanto alla sua memorabile versione, ne metto solo un'altra, apparsa in un film del 1974. Quando il dottor Frederick von Frankenstein riesce a convincere la Creatura a esibirsi di fronte a una platea di scienziati e alle loro signore, indossano lo smoking, il cappello a cilindro, prendono un bastone da passeggio e... il resto è storia.