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giovedì 9 novembre 2017

Considerazioni libere (420): a proposito di un anno in cui non è successo niente...

Dodici mesi fa ci siamo svegliati con la notizia che Donald Trump sarebbe stato per i quattro anni successivi il presidente degli Stati Uniti d'America. A leggere i commenti di quelle ore e di quei giorni sembrava che tutto sarebbe cambiato e ovviamente non è cambiato nulla. Perché nulla poteva davvero cambiare.
E' cambiato il fotografo ufficiale della Casa Bianca, l'orto presidenziale è stato ridimensionato, ma al di là di questi aspetti di folklore politico, che tanto appassionano i giornalisti, quest'anno non è successo assolutamente nulla. Perché nulla doveva davvero succedere.
Capisco che in una cosa così complicata come il potere, anche la sua rappresentazione conta e quindi il cambio di stile presidenziale è un messaggio preciso, ma temo che questa ossessiva concentrazione per come il potere viene rappresentato ci nasconda quello che il potere effettivamente è. E probabilmente questo è proprio l'obiettivo. Mentre analizziamo ogni minima differenza di stile tra le due coppie presidenziali, perdiamo di vista la sostanziale continuità che c'è dagli anni Ottanta, ossia dalla presidenza di Ronald Reagan, il vero elemento di rottura e lo spartiacque tra un prima e un dopo. Non solo per gli Stati Uniti.
Di fatto la presidenza Reagan segna il momento in cui è finito un lungo ciclo che era iniziato alla fine della seconda guerra mondiale. Le forze del capitale, colpite al cuore dalla crisi finanziaria del '29, avevano dovuto cedere parte di quel potere che avevano assunto tra la fine dell'Ottocento e soprattutto nei primi decenni del Novecento, grazie anche al primo conflitto mondiale. Quella guerra, di cui erano state le assolute protagoniste e le vere vincitrici, finì per essere esiziale alle forze del capitale, proprio perché erano cresciute troppo, senza alcun controllo - il capitale non è mai capace di autoregolarsi, è smodato per natura - e quindi la crisi del '29 fu l'inevitabile tracollo di una costruzione che, come la torre di Babele nella tradizione biblica, era destinata a crollare a causa dell'arroganza di chi la voleva erigere sempre più alta.
Il dramma dei fascismi e soprattutto la seconda guerra mondiale offrirono alle forze del capitale la possibilità di riprendersi, a patto che accettassero delle regole, che ovviamente furono imposte loro dall'esterno. Il secondo dopoguerra è stato il tempo in cui le idee del socialismo, attraverso la mediazione della politica, hanno definito i limiti entro cui il capitalismo poteva svolgere il proprio corso.
A livello internazionale questo equilibro era rappresentato dal bipolarismo tra Stati Uniti e Unione sovietica, ma in ogni paese - Stati Uniti compresi - esisteva questo equilibrio, perché - al di là delle etichette diverse che questo movimento assumeva di paese in paese - i lavoratori avevano compreso il proprio ruolo, avevano capito che erano stati loro a portare il peso del conflitto e a sconfiggere il fascismo, per cui ora ne chiedevano conto. Non erano più disposti, dopo tutto quello che avevano patito, a tornare sudditi delle forze del capitale, come era all'inizio del Novecento.
Era cambiato il mondo ed erano cambiati i soggetti che agivano sul piano politico. Per questo almeno fino a tutti gli anni Settanta la politica era un potere, un potere autonomo, che certo poteva subire condizionamenti da quello economico e ne subì - l'omicidio Kennedy è l'episodio più emblematico di questo scontro tra la politica e le forze del capitale - ma chi sedeva alla Casa Bianca e al Congresso - così come i leader europei - erano espressione di quel potere che aveva la forza di tenere il capitalismo entro dei limiti, che da solo non sarebbe riuscito a darsi e che non avrebbe saputo e voluto rispettare.
Peraltro - ed è uno degli aspetti più interessanti di questa storia - proprio il fatto che il capitalismo fosse soggetto a dei limiti ha permesso l'enorme sviluppo economico degli anni Cinquanta e Sessanta, quello che in Italia siamo soliti chiamare boom. Il capitalismo è uscito davvero dalla crisi mortale del '29 - quando qualcuno disse che era definitivamente morto - proprio grazie a questi limiti, a quanto di socialismo la politica seppe imporre.
La presidenza Reagan - seguendo quella di Nixon - tolse quei limiti e lasciò che il capitalismo sfogasse tutta la sua forza. Nixon, come sappiamo, fu fermato. Reagan no: ormai il capitalismo era diventato troppo forte, troppo capace di condizionare le persone a livello etico e culturale e quindi si spezzò l'equilibrio che aveva regolato il mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Ora noi viviamo in quel mondo lì, in cui il capitalismo domina senza freni, dispiegando tutta la propria violenza, non riconoscendo alcun limite e alcuna regola, perché incapace di darsene e troppo forte per essere costretto ad accettarle dall'esterno. Di fronte a questo potere davvero cambia poco chi sia il presidente degli Stati Uniti, se un intellettuale afroamericano di idee progressiste o un miliardario reazionario wasp. Certo per le forze del capitale è più facile avere a che fare con un miliardario, ma è sostanzialmente ininfluente, perché le decisioni che contano vengono prese in altre sedi o meglio ormai non serve neppure più che ci sia un luogo in cui si prendono le decisioni, basta lasciare libera la bestia del capitale: meno regole ha, più si muove con violenza, più persone uccide, più ricche diventano le pochissime persone che alla fine dell'anno incassano i dividendi.
Forse l'unica speranza è che il sistema, come successe nel '29, collassi su se stesso. Sappiamo però che cosa significò allora, che conseguenze terribili ebbe quel disastro, cosa significò la guerra che ne seguì per intere generazioni. Alle condizioni dei nostri tempi, con la tecnologia distruttiva di cui disponiamo, si tratta di una prospettiva che ci lascia semplicemente annichiliti.

giovedì 8 giugno 2017

da "La maschera dell'anarchia" di Percy Bysshe Shelley

Che cos’è la Libertà?
…potete dire ugualmente che cos’è la schiavitù…
Poiché il suo vero nome è cresciuto
fino ad un eco di voi stessi.

E’ lavorare e avere una paga tale
appena da menare la vita
giorno per giorno nelle vostre dimore,
come in una cella
per lasciare gli agi ai tiranni,
cosicché per loro voi vi riducete
telaio e aratro e spada e vanga
volenti o nolenti curvi
alla loro difesa e nutrimento.

E’ vedere i vostri figli gracili
con le loro madri languenti e sofferenti,
quando i venti invernali sono lugubri…
Essi stanno morendo mentre io parlo.

E’ bramare un pasto
quale il ricco nella sua gozzoviglia
getta ai cani che stanno rimpinzandosi sotto il suo sguardo.

E’ lasciare che lo Spettro dell’Oro
prenda dal Lavoro mille volte
più di quanto mai potè la sua ricchezza
nella tirannidi d’un tempo.

La carta moneta, questa contraffazione dei titoli di proprietà,
cui voi attribuite qualcosa del valore
dell’eredità della Terra

è sentirsi schiavi dentro
e non avere fermo controllo sul vostro volere,
ma essere come altri vi rendono.

E infine quando vi lagnate
con un borbottio debole e vano
è vedere la ciurma del Tiranno
schiacciare a cavallo le vostre spose e voi…
Il sangue ammanta l’erba come rugiada.

Allora è provare spirito di vendetta
ferocemente desiderando scambiare
sangue con sangue e torto con torto:
non fate questo se siete forti.

Questa è schiavitù. Uomini selvaggi,
oppure belve selvatiche dentro una tana
non avrebbero sopportato quanto voi.
Ma tali avversità quelli non conobbero mai.

Che cosa sei tu, Libertà?
Oh, potessero gli schiavi
rispondere dalle tombe in cui vivono
a questa domanda!
I tiranni fuggirebbero come vaghe immagini di sogno:

si faccia una grande Adunanza
degli intrepidi e dei liberi
da qualche parte su suolo inglese
dove le pianura si stendono ampie tutt’attorno.
Il cielo azzurro in alto,
la terra verde su cui camminate,
tutto ciò che è eterno
testimoni la solennità.

Voi che soffrite pene indicibili,
perché sentite o vedete
il vostro misero paese comprato o venduto
e pagato con sangue e oro…

Fate una vasta adunata,
che con grande solennità
dichiari con parole acconce che voi
siete, come Dio vi ha fatti, liberi.

E queste parole allora diverranno
come la tonante sorte dell’Oppressione
che rintocca in ogni cuore e cervello,
ancora…ancora…ancora.

Levatevi come leoni dopo il torpore
in numero invincibile,
fate cadere le vostre catene a terra
come rugiada che nel sonno sia scesa su di voi.
Voi siete molti, essi sono pochi.

venerdì 24 febbraio 2017

Considerazioni libere (417): a proposito di una notte che ci sembra senza fine...

La sinistra confusa e smarrita
Da strenuo avversario di quel partito, sono ovviamente contento che il pd sia imploso: c'è voluto molto tempo, troppo tempo, e abbiamo corso troppi rischi - se non ci fosse stato il NO del 4 dicembre adesso racconteremmo tutta un'altra storia - ma alla fine, per quanto uno cerchi di scuotere la bottiglia, acqua e olio non possono mescolarsi e il pd è destinato a finire come merita, come un partito centrista invischiato nella rete tesa da Verdini e dai suoi sodali. Tra un po' immagino che perfino Repubblica gli volterà le spalle, cercando un altro cavallo su cui puntare: renzi e il pd hanno appeal se hanno potere, quando lo perdono, smettono perfino di esistere. Probabilmente renzi continuerà a definirsi di sinistra - l'ha fatto anche nell'ultima assemblea del partito mal nato - ma tra poco abbandonerà anche queste ultime, estreme, fantasie, per rifugiarsi in una sorta di nuovismo tecnicista e vagamente compassionevole, che è la vera cifra del suo pensiero politico. Sic transit gloria mundi.
Domenica scorsa, morto il pd come partito di sinistra - con buona pace dei competitor scesi in campo a contendere le spoglie del cadavere - sono nati due nuovi partiti nella frammentata galassia di quelli che in questo paese si autodefiniscono di sinistra: a Rimini è nata Sinistra Italiana, mentre a Roma sono state gettate le basi per far rinascere qualcosa di simile a quello che sono stati i Ds. E poi in giro ci sono tanti cantieri, tanti laboratori, tante persone che - qualcuno perfino animato dalle migliori intenzioni - lavora per ricostruire la sinistra in Italia, dopo questi drammatici dieci anni dominati dal pd. Sinceramente nessuno di questi progetti mi entusiasma e comunque, a mio avviso, tutti sono inadeguati rispetto alle sfide a cui questo mondo così complicato ci mette di fronte. Mi rendo conto che la contemporaneità dell'assemblea del pd e del congresso di Sinistra Italiana ha finito per relegare quest'ultimo tra le notizie meno importanti: credo sarebbe successo comunque, perché ormai è passata l'idea che in fondo sia sempre il solito chiacchiericcio. E un po' è così; purtroppo.

La notte di cui non vediamo la fine
Il problema non è tanto che continuano a nascere nuovi partiti, ma che rischiano di essere indistinguibili l'uno dall'altro. Di notte tutti i gatti sono bigi, recita un antico proverbio. E' vero, dobbiamo renderci conto che è notte, è notte da molto tempo e lo sarà ancora per molto tempo; prima lo capiamo, meglio è.
Le risposte che vengono date in questi giorni all'annoso problema di cosa sia la sinistra, forse non sono sbagliate in sé - anche se in alcuni casi, come in quello di D'Alema e di Bersani, penso lo siano - ma soprattutto vengono date senza ascoltare le domande. Diventando vecchio, sono sempre meno paziente, e mi arrabbio quando vedo che si continua a perdere tempo. Il dibattito sulle alleanze è sterile, perché se unisci anche molti zero virgola non arrivi alla maggioranza e vince la destra. Io, come potete immaginare, anche per la mia storia personale, ho una grande considerazione per la politica, credo sia fondamentale nella vita delle persone, ma, a questo punto, al punto in cui siamo arrivati, credo che sia insufficiente a spiegare quello che la sinistra deve essere. E soprattutto sia insufficiente per tornare a essere una prospettiva credibile, capace di parlare alle persone che dovrebbe rappresentare e che, di conseguenza, dovrebbero votarla. Il problema non è che ci sono molti partiti, ma che ci sono pochi elettori.
In questi ultimi trent'anni abbiamo perso perfino il lessico comune della sinistra socialista, perché uno dopo l'altro abbiamo mandato al macero gli strumenti su cui quelle idee camminavano. Proviamo a uscire nel mondo vero, fuori dai social, fuori dai nostri giri consueti - perché troppo spesso ci parliamo addosso - e cerchiamo di capire cos'è la sinistra per quelle persone che dovrebbero essere di sinistra, perché sono povere, perché sono sfruttate dai loro padroni, perché il capitalismo le ha messe in ginocchio.
Ad esempio per queste persone la cooperazione cos'è? E' un modo come un altro di fare impresa. Cosa rende davvero diverso fare la spesa alla Coop o all'Esselunga? Temo nulla, se non le offerte, la qualità dei prodotti o i premi delle carte fedeltà. E troppo spesso anche per chi ci lavora c'è poca differenza tra un'impresa cooperativa e una "normale". Per molti la cooperazione è un modo di fare impresa senza pagare le tasse. Lo so che non è così, lo so che tante piccole cooperative svolgono un lavoro prezioso e hanno ideali antichi, ma per molte persone la cooperazione è questo - e tante volte purtroppo è questo - e se non ci mettiamo in relazione con queste persone - che sono la maggioranza - allora saremo sconfitti, perché continueranno a votare per Trump o per l'uomo forte del momento.
Per queste persone il sindacato cos'è? Non spiegatelo a me, che conosco il lavoro difficile di tanti sindacalisti che si impegnano con fatica sul territorio, ma a chi vede le organizzazioni sindacali come strutture distanti, incapaci di tutelarli. Ed è così, è anche così; i sindacati oggi sono un pezzo di quelle classi dirigenti che hanno portato la società in rovina, non sono antagonisti, ma in molti casi complici. Il problema non è solo il susseguirsi di episodi di malaffare, che pure pesano, di singoli esponenti del sindacato, ma l'incapacità di leggere la crisi di questi anni, di cui tutta la sinistra, sindacato compreso, è responsabile. All'inizio di questo millennio in tanti abbiamo applaudito convintamente alla cosiddetta "terza via", invece quello è stato un errore politico fatale, che troppi ancora non riconoscono. Per tante persone un partito cos'è? Lo strumento che alcuni usano per fare carriera e per diventare ricchi. Il luogo dove si parla, si parla, si parla, ma alla fine non si ottiene alcun risultato. Per chi vuole far crescere l'antipolitica una giornata come quella di domenica, con lo spettacolo indecoroso offerto dall'assemblea del pd, è un giorno da segnare in rosso sul calendario, un giorno di festa. Per vent'anni ci hanno spiegato che la politica è qualcosa che fa schifo e la profezia ormai si è avverata.
E non è che possiamo dire a tutti questi cittadini che sbagliano, perché non capiscono che valore abbiano le cooperative, i sindacati, i partiti. Non è che possiamo continuare a raccontare una storia a cui loro non riescono più a credere. Alle persone che hanno paura, che sono sfiduciate, che sono pronte a gettarsi in qualunque avventura, non possiamo più dare delle lezioni. Penso al tema dell'immigrazione: molte persone hanno paura dell'arrivo di poveri da altre parti del mondo. Noi non possiamo rispondere che stanno sbagliando, e continuare a proporre le solite soluzioni, perché i loro argomenti possono anche essere falsi, i dati su cui si basano sono sicuramente falsi - non c'è un'invasione - ma la loro paura è vera e con quella paura dobbiamo confrontarci. Se non lo facciamo vincono quelli che dicono che bisogna gettare a mare quei poveracci che arrivano da lontano. Perché le persone che hanno paura comincino a credere che un mondo diverso è possibile bisogna che tutti insieme ci facciamo carico delle paure, delle insicurezza, che costruiamo reti per aiutare le persone.

La sinistra che aiuta le persone 
Secondo me a questo punto dobbiamo ricominciare da capo, consapevoli degli errori che abbiamo commesso. Occorre fare un passo indietro, molto indietro. Nella seconda metà dell'Ottocento il movimento socialista agli albori, prima di essere un partito, è stato una rete di aiuto concreto alle persone.
Mi viene sempre in mente il film I compagni di Mario Monicelli, in cui si racconta la storia delle lotte di una fabbrica tessile di Torino alla fine di quel secolo. Il socialismo prima di ogni altra cosa era rappresentato dalle collette che i lavoratori organizzavano ogni volta che uno di loro si ammalava o finiva in carcere o moriva e quindi lasciava la propria famiglia in enorme difficoltà. Quelle persone non avevano sempre le idee chiare, non erano sempre socialisti - basta vedere come trattavano il loro collega venuto dal sud, su cui esercitavano un razzismo che farebbe impallidire i leghisti di oggi, o come consideravano le donne - ma capivano che dovevano aiutarsi gli uni con gli altri e organizzavano questa forma di solidarietà, anche come forma di resistenza a un potere che li opprimeva. Il socialismo nasce prima di tutto come questo sistema di aiuto e solo in un secondo tempo è diventato un movimento politico. Senza quella concretezza iniziale sarebbe stato impossibile organizzarsi per fare altre battaglie. Quegli uomini e quelle donne capirono in quel modo, attraverso quella rete di solidarietà, che quello era il modo di affrancarsi, di lottare, di coltivare una speranza. E di creare una comunità.
Credo che siamo tornati a quei tempi lì, e infatti, come allora, di fronte a questa crisi si fa strada una risposta di destra: allora fu il fascismo, oggi è la propaganda che chiamiamo populista, quella di personaggi come Trump, ma gli obiettivi sono sempre quelli: preservare i privilegi dei ricchi e gli squilibri tra le classi, facendo finta di combatterli. Oggi per tante persone le cure mediche sono un lusso, la perdita del lavoro può gettare un'intera famiglia nella povertà, un lavoratore è disposto a rinunciare a diritti anche elementari pur di poter continuare a lavorare, un povero vede in un altro povero un nemico, qualcuno che gli toglie quel poco di cui crede di avere diritto. Per questo credo occorra ripartire da forme, anche elementari, di mutualismo, abbiamo bisogno di ricostruire quelle reti di protezione sociale che le famiglie non riescono più a organizzare e che lo stato - anche quando la sinistra era al governo - ha volutamente fatto fallire. Questa adesso è la priorità.
Alle persone che non capiscono quale sia la differenza tra destra e sinistra non possiamo dire che la soluzione è far nascere un nuovo partito o un partito nuovo. Se ci limitiamo a questo ci volteranno le spalle; credo anche giustamente, perché non possiamo riproporre sempre le stesse cose. Dobbiamo prima di tutto farci carico degli errori che abbiamo commesso. E questa ostinazione è uno dei più gravi.
Tra quelli che sono impegnati in questi mesi a ripensare la sinistra vedo che vanno particolarmente di moda metafore del tipo "occorre costruire ponti". Per costruire qualcosa ci vuole un progetto, e, anche se lo abbiamo, siamo sicuri che quel ponte così ben costruito serva a qualcosa? Rischiamo di avere un bel ponte, ma non le due rive da collegare. Io credo invece che occorra gettare dei semi, anche sapendo che da molti di questi non nascerà nulla, perché la terra è arida, perché le condizioni atmosferiche sono avverse, perché c'è qualcuno pronto a sradicare le piantine appena si fanno largo tra le zolle. Eppure chi avrebbe detto che dalle lotte di quegli operai a metà dell'Ottocento sarebbe sorto un movimento come quello socialista, capace di caratterizzare una parte significativa della storia del secolo successivo? Certo noi abbiamo avuto la forza di distruggerlo dall'interno - e ne paghiamo le conseguenze - ma credo possa rinascere, ripartendo da associazioni, da gruppi spontanei, da forme di aiuto sociale, da strumenti di mutualità solidale, in sostanza dal provare a resistere a questo mondo così violento.
E dobbiamo contemporaneamente fare comunità, anche creando momenti di aggregazione. Siamo sempre più soli, anche se questo strumento in cui scriviamo e leggiamo, ci illude del contrario, e abbiamo bisogno di comunità. Il partito, quando funzionava, era anche questo, andare in sezione era un modo per vedere altre persone, organizzare le feste era un'occasione per lavorare con altri, la casa del popolo era un punto di aggregazione politica perché era anche e soprattutto un momento di aggregazione sportiva, sociale, culturale, di divertimento. Sono convinto che gruppi di acquisto solidale, movimenti per il diritto alla casa, reti di volontariato, associazioni che organizzano ambulatori nelle periferie, artisti che portano i loro lavori tra le persone, servano di più a costruire una cultura di sinistra che i nostri documenti che nessuno leggerà, per quanto ben scritti.
Penso che la politica politicante - passatemi il brutto termine - debba fare un passo indietro e si debba assumere il compito soltanto di evitare che la terra si inaridisca del tutto e che le piante possano in qualche modo resistere, poi dovranno crescere per conto loro e cresceranno.
E noi non dobbiamo avere la pretesa di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, ne abbiamo perso il diritto, mi pare. E non dobbiamo metterci per forza un'etichetta politica o avere l'ansia di avere un simbolo da presentare alle elezioni. E forse, prima o poi, questa notte finirà.

mercoledì 20 luglio 2016

¡No pasarán!


17 luglio 1936: comincia la guerra civile spagnola.
Se devo pensare a un solo avvenimento che possa raccontare a un ragazzo nato nel nuovo millennio tutto il Novecento - nella sua grandezza e nella sua meschinità, con i suoi crimini e con le sue speranze - inevitabilmente penso alla guerra di Spagna, alla nostra sconfitta nella guerra di Spagna.
Davvero nelle vicende drammatiche di quei pochi anni e di quel solo paese possiamo leggere tutta la storia europea del secolo scorso. L'affermazione di un fascismo violentemente antidemocratico, creato, fatto crescere e sostenuto fino alla fine dal capitale e alleato con tutte le forze retrive della società, dalla chiesa all'esercito. La debolezza e l'ipocrisia di quei democratici, anch'essi al soldo del capitale, che decisero di sacrificare i valori della democrazia - che pure a parole dicevano di difendere - pur di contrastare le forze popolari che stavano emergendo. La presa di consapevolezza da parte della nuova classe dei lavoratori che il mondo poteva essere finalmente cambiato, se loro fossero entrati nelle istituzioni democratiche da cui, fino allora, erano stati esclusi. Il germinare fecondo dell'idea che la democrazia si può realizzare davvero solo se si sovvertono i rapporti di forza economici, se i contadini diventano padroni delle terre che coltivano, se gli operai controllano le fabbriche e i mezzi di produzione, se i lavoratori diventano protagonisti della vita economica, perché non ci può essere democrazia dove c'è povertà, dove c'è lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. La nascita di una resistenza internazionale, la consapevolezza che quello che succede in un paese riguarda anche la vita delle persone che vivono negli altri paesi, che i lavoratori possono vincere solo se rimangono uniti: le migliaia di volontari, donne e uomini, di tutte le età, di tante idee politiche, che formarono le Brigadas Internacionales rappresentano una delle pagine più gloriose della storia antifascista del secolo scorso. Il riconoscimento che troppe volte le divisioni tra le forze che rappresentano i lavoratori, l'affermazione di categorie dottrinali, il prevalere di interessi nazionali e delle forme più deteriori della tattica politica finiscono per indebolire, in maniera esiziale come è avvenuto appunto in Spagna, la lotta delle classi più povere. L'uso senza limiti della violenza, una violenza cieca, inumana, che lascia senza fiato, che solo un grandissimo artista come Pablo Picasso poteva raccontare, in quella che - non a caso - è l'opera d'arte che racconta da sola tutto il Novecento.
La guerra di Spagna è tutto questo. E per questa ragione, a ottant'anni dall'inizio di quel conflitto, quella storia ci parla in maniera così chiara, così diretta. Quella storia è la nostra storia, qui e ora. Perché quella lotta continua ancora, seppure in forme molto diverse rispetto a un secolo fa. Il capitale in questi ottant'anni si è fatto ancora più violento, più spietato, più egoista, ha ucciso e uccide milioni di persone: Guernica è ovunque, in ogni angolo del mondo. La nostra reazione è invece più debole, le divisioni tra i lavoratori, tra gli oppressi, tra gli sfruttati, sono sempre più nette e finiscono per farci soccombere. Per questo abbiamo bisogno di studiare il nostro passato, abbiamo bisogno di raccontare storie che ci vogliono far credere che siano lontane, ma che invece sono attualissime, abbiamo bisogno di esercitare la memoria. E abbiamo bisogno di studiare la realtà, di svelare quello che vogliono nasconderci, di indignarci di fronte alla verità che scopriamo. E soprattutto abbiamo bisogno di lottare, senza arrenderci, anche se è così dura, anche se ci sentiamo così deboli, anche se pensiamo che saremo sconfitti.
Ora come allora ¡No pasarán!

venerdì 15 luglio 2016

Discorso di insediamento di Francesco Zanardi come SIndaco di Bologna il 15 luglio 1914

Egregi Colleghi, 

la sorte dell'urna mi offre l'incarico gradito ed onorifico di iniziare i lavori di questo Consiglio, eletto dopo un'aspra battaglia in virtù del suffragio universale, ed io sono lieto di porgere a tutti un cordiale e deferente saluto, perché qualunque sia la vostra opinione politica, a Voi è sopra ogni cosa di guida l'amore a questo glorioso Comune, che raccolse molti fra noi, giovani ed inesperti della vita, nelle austere e serene aule universitarie, dove educava ed ammoniva l'altissimo Poeta e dove Augusto Murri, al quale è doveroso di rivolgere un augurio di pace alla dolorante vecchiaia, Augusto Righi onore di Bologna, Pietro Albertoni ed il nostro collega Giacomo Ciamician, mio illustre maestro, spandono fiumi di sapere in tutto il mondo, riaffermando in una superiore cooperazione questa verità incontrovertibile; che la scienza non consente limiti angusti e confini artificiosi.
Sono altresì lieto che questo Consesso, aperto fino a ieri soltanto agli uomini delle sfere dirigenti, raccolga oggi una larga rappresentanza del lavoro, dando in tal modo al Comune la nobile funzione di difesa delle classi socialmente utili; né l'importanza di questo fatto può essere diminuita dal dileggio e dallo scherno della stampa avversaria ché gli operai i quali siedono su questi banchi sono il legittimo orgoglio dei loro compagni di fatica, e non poterono raggiungere gradi accademici soltanto per un'ingiustizia sociale, che permette i benefizi della cultura quasi esclusivamente a coloro che possono godere di una eredità comunque acquisita. Si è molto scritto e discusso, e non sempre in termini obiettivi, intorno alla vittoria socialista, e pure questa è il logico coronamento di una nuova situazione creata in Bologna dal suffragio universale; il fenomeno dell'urbanesimo porta qui di giorno in giorno numerosi operai, consapevoli della loro funzione sociale attraverso le battaglie combattute contro il diritto padronale, mentre lo sviluppo dei pubblici servizi crea una falange innumere di travets, flagellati dal padrone di casa ed assillati da una forte pressione tributaria che impedisce loro perfino il soddisfacimento dei più elementari bisogni della vita; orbene tutta questa gente minuta che prima era un numero allo stato civile, dopo la riforma elettorale ha acquistato una forza politica, che si esprime in una adesione entusiastica alle ragioni ideali e pratiche del partito socialista.
Questa affermazione di forza, che nessuna armata antisocialista può diminuire, non crea illusioni né a noi né alle nostre masse elettorali: noi sappiamo che la nostra tendenza, che aspira alla abolizione di ogni sfruttamento, urta contro la granitica potenza di consuetudini tradizionali, di istituti politici organizzati, di leggi che sono la sanzione del privilegio economico, ma abbiamo viva fede che da questo gigantesco duello si delinei il trionfo della pia giustizia del lavoro.
La recente battaglia amministrativa non è che un episodio di questi fecondi contrasti di idee e di interessi, ed il popolo di Bologna ci ha data questa responsabilità amministrativa che noi accettiamo con animo sereno e tranquillo; il Comune, liberatosi per opera della democrazia della spesa per le guardie di città, attende oggi a funzioni civili, come la scuola e l'igiene, che noi intendiamo difendere nell'interesse di tutti, ed in questa opera contiamo sulla cooperazione della minoranza, perché essa è un presupposto ad ogni forma superiore di convivenza sociale.
Invece i rapporti del Comune con lo Stato, la lotta contro le camorre imperanti, i mezzi per rinsanguare il bilancio, la erogazione del danaro pubblico, la distribuzione dei lavori, le manifestazioni di carattere politico essendo noi per definizione repubblicani, daranno luogo a dissensi, e noi domandiamo il vostro controllo, la vostra critica; e tale opera, o colleghi della minoranza, desideriamo estesa a tutte le Amministrazioni dipendenti dal Comune. Noi siamo troppo gelosi dei vostri diritti, che sono anche i nostri, per poter seguire la politica dei predecessori per i quali doveva essere abolita ogni parola di critica, là dove si curano i più delicati interessi cittadini.
Infine, interprete del pensiero della maggioranza posso assicurare la più larga libertà di pensiero e di parola, perché sarebbe indegna per uomini civili l'offesa alle più squisite prerogative della minoranza.
Con tali propositi, che sono un augurio di opere feconde, iniziamo - amici ed avversari - per la difesa delle nostre convinzioni, per l'avvenire di Bologna i nostri lavori; e ad essi presiedano due cose: il culto del dovere fino al sacrificio ed il disinteresse personale, ché la più fulgida virtù dei pubblici amministratori.

martedì 19 gennaio 2016

"Ai miei amici di Romagna" di Andrea Costa

Lugano, 1879

Miei cari amici,
fin da che uscii dal carcere di Parigi e potei ritornare a me stesso e parlare e scrivere liberamente, pensai di rivolgervi alcune parole, che vi dimostrassero come io, nonostante la lunga separazione e le pratiche diverse della vita e gli avvenimenti, era pur sempre vostro e non domandava di meglio che di riprendere con voi l’opera della nostra comune emancipazione; ma le poche notizie che aveva del movimento attuale italiano, le tristi condizioni di buona parte dei nostri amici e un po’ anche il mio stato di salute, mi trattennero dallo scrivervi.
[...] Miei cari amici! Noi ci troviamo, parmi, alla vigilia di un rinnovamento. Noi sentiamo tutti o quasi tutti che ciò che abbiam fatto fino ad ora non basta più a soddisfare né la nostra attività, né quel bisogno di movimento senza cui un partito non esiste: noi sentiamo insomma che dobbiamo rinnovarci o che i frutti del lavoro che abbiam fatto fin qui saran raccolti da altri. Io sono ben lungi dal negare il passato. Ciò che facemmo ebbe la sua ragion d’essere; ma se noi non ci svolgessimo, se non offrissimo maggior spazio alla nostra attività, se non tenessimo conto delle lezioni che l’esperienza di sette od otto anni ci ha date, noi ci fossilizzeremmo: noi potremmo fare oggi a noi stessi le medesime accuse che facevamo ai Mazziniani nel ‘71 e nel ‘72. Quando non si va avanti, si va necessariamente indietro: io credo che noi vogliamo tutti andare avanti.
Noi facemmo quello che dovevamo fare. Trovandoci da un lato tra un idealismo stantìo (il Mazzinianesimo) che senza tener conto dei postulati della scienza metteva la ragion d’essere dei diritti e della nobiltà dell’uomo non nell’uomo stesso, ma al di fuori di lui - in Dio -; trovandoci dall’altro tra un partito d’azione generoso, ma cieco e senza idee determinate, vagante dalle elevate concezioni della democrazia alla dittatura militare, (dei partiti governativi e del clericale non parlo perché sono fuori di discussione), noi rivelammo energicamente ed affermammo la forza viva del secolo - la classe operaia; ma senza racchiudervi in uno stretto cerchio di casta, voi accettaste il concorso fraterno di quella piccola parte della borghesia, di quei giovani soprattutto, che, i privilegi della loro classe, essendo loro odiosi, si mescolarono fra di voi, e vi sostennero coi mezzi medesimi che la borghesia loro aveva dati, aprendo ad essi l’adito alla scienza. Nel tempo stesso che noi affermavamo l’emancipazione dei lavoratori (cioè coloro che producono cose utili), noi sollevammo ed agitammo tutte le questioni che vi si riferiscono: proprietà, famiglia, stato, religione, dando ad esse una soluzione in armonia con la scienza e con la rivoluzione. Oltre a ciò noi non negammo le tradizioni rivoluzionarie del popolo italiano e soprattutto quel principio che inspirava fin dal ‘57 i nostri eroici precursori della spedizione di Sapri, la propagazione delle idee per mezzo dei fatti. Donde, il lavoro che facemmo contemporaneamente: lavoro di svolgimento intellettuale e morale per mezzo delle conferenze, dei giornali, dei congressi e tentativi rivoluzionarii per abituare il popolo alla resistenza e propagare colla evidenza dei fatti le idee ed ove fosse possibile attuarle.
Ma i tentativi di rivoluzione falliti avendoci privati per anni interi della libertà, o avendoci condannati all’esilio, noi ci disavvezzammo disgraziatamente dalle lotte quotidiane e dalla pratica della vita reale: noi ci racchiudemmo troppo in noi stessi e ci preoccupammo assai più della logica delle nostre idee e della composizione di un programma rivoluzionario che ci sforzammo di attuare senza indugio, anziché dello studio delle condizioni economiche e morali del popolo e de’ suoi bisogni sentiti ed immediati. Noi trascurammo così fatalmente molte manifestazioni della vita, noi non ci mescolammo abbastanza al popolo e quando, spinti da un impulso generoso, noi abbiamo tentato d’innalzare la bandiera della rivolta, il popolo non ci ha capiti, e ci ha lasciati soli.
Che le lezioni dell’esperienza ci approfittino. Compiamo ora ciò che rimase interrotto. Rituffiamoci nel popolo e ritempriamo in esso le forze nostre...
Noi dobbiamo fare assai più di quel che facemmo sino ad ora; ma in sostanza dobbiamo restare quel che fummo: un partito di azione. Ma essere un partito d’azione non significa voler l’azione ad ogni costo e ad ogni momento. La rivoluzione è una cosa seria. Un partito deve comporsi di elementi diversi che si compiano a vicenda. Ed un partito come il nostro che si propone di affrettare la trasformazione inevitabile delle condizioni sociali e dell’uomo - che s’inspira alla scienza - che non vede limiti al suo svolgimento - che non si occupa solo degli interessi economici del popolo, ma vuole soddisfatte tutte le sue facoltà intellettuali e morali, oltre al proletariato - uomini e donne - deve necessariamente comporsi della gioventù, dei pensatori e delle donne della borghesia a cui l’attuale stato di cose riesce odioso e che desiderano maggiore giustizia nei rapporti sociali: esso deve infondere nell’uomo uno spirito nuovo e - per quanto lo permettono le tristi condizioni sociali in cui viviamo e la cattiva educazione che abbiamo tutti ricevuta - dare a’ suoi membri quella forza e quella vita morale che li renderà un esempio vivente di vita nuova.
Non pensiamo che basti gettare al popolo il grido del «Pane!» per sollevarlo. Il popolo è di natura sua idealista (il Lazzaretti ce l’ha provato) e non si solleverà se non quando le idee socialistiche abbiano per lui il prestigio e la forza di attrazione che ebbe un tempo la fede religiosa.
Ma verrà tempo di occuparci come conviene anche delle questioni morali. Ora ne abbiamo altre che ci stringono più da vicino.
La rivoluzione è inevitabile; ma l’esperienza ci ha, credo, dimostrato che non è affare né di un giorno né di un anno. Perciò, aspettando e provocando il suo avvenimento fatale, cerchiamo quale è il programma generale intorno a cui si raccolgono tutte le forze vive e progressive della generazione nostra. Questo programma è, secondo me: il Collettivismo come mezzo, l’Anarchia come fine - programma d’oggi, che fu il nostro programma d’ieri. Intorno al Collettivismo si raccolgono oggi non solamente gli operai italiani che si occupano della loro emancipazione, ma la maggioranza degli operai francesi, belgi, spagnuoli, tedeschi, danesi e gran parte dei nichilisti russi. Non solo, ma il suo avvenimento inevitabile è così evidente, che dei pensatori usciti dalla borghesia, degli economisti, dei professori all’università di ogni nazione lo accettano a fondamento inevitabile del riordinamento sociale.
L’accomunamento della terra e degli strumenti da lavoro avrà per conseguenza necessaria l’accomunamento dei prodotti del lavoro; e quando questo accomunamento abbia luogo, ogni legge che regoli i rapporti fra gli uomini deve necessariamente sparire giacché e l’abbondanza della produzione e la nuova educazione, che le nuove condizioni sociali e la pratica della solidarietà umana daranno all’uomo, le renderanno inutili. Allora potrà attuarsi quel comunismo anarchico che oggi apparisce come il più perfetto ordinamento sociale. Ma per noi non si tratta solamente di proporre un ideale lontano che fra qualche anno forse potrà sparire offuscato da un ideale ancor più luminoso. Per noi si tratta di sceglierci un programma immediatamente attuabile, e questo crediamo di trovarlo nel collettivismo considerato come fondamento economico della società e nella federazione dei comuni autonomi considerata come organamento politico. Giacché la rivoluzione si compierà e non potrà compiersi che in condizioni economiche e morali relativamente all’avvenire assai tristi e non attuerà immediatamente, se non ciò che la maggioranza avrà dentro. Onde la necessità di un ordinamento interno. Quanto tempo questo abbia a durare, non so; ma esso si trasformerà ogni qualvolta ne sarà sentito il bisogno e si andranno man mano scoprendo le leggi dei rapporti sociali, giacché i fenomeni sociali come i naturali avvengono secondo leggi determinate, che non s’inventano né si decretano ma si scoprono; e l’uomo naturalmente - senza violenza alcuna - vi si uniformerà come si uniforma oggi alle leggi della gravitazione.
Il programma largo ed umano che mi sforzai di tracciarvi è oggi sostenuto dalla maggior parte de’ socialisti; ed io spero che sarà accettato da tutti coloro che non vogliono chiudersi la via ad un’azione efficace sul loro secolo e sul loro paese. Or mi resterebbe a dirvi quali mezzi pratici io penso che si debbano mettere in opera per farci sempre più largo tra il popolo, quale condotta dobbiamo tenere, sia verso il governo, sia verso gli altri partiti politici e quale importanza daremo alle riforme politiche, nella speranza delle quali si culla oggi gran parte del popolo italiano; ma la mia lettera è già troppo lunga; ed io spero che tali questioni le risolveremo insieme in un Congresso che si terrà quando che sia. Per ora, secondo me, la cosa più importante da farsi è quella di ricostituire il Partito socialista rivoluzionario italiano, che continuerà l’opera incominciata dall’Internazionale e che, federandosi o prima o poi coi partiti simili esistenti negli altri paesi, ristabilirà su basi solide la Internazionale, ora dappertutto in isfacelo. L’Internazionale - come esisté fino ad ora - rappresentò un momento storico della vita delle plebi; ma non potrebbe rappresentare tutta la loro vita: noi non abbandoneremo per altro il nome dell’Internazionale; ma vogliamo che non sia un semplice spauracchio, si bene che si fondi sull’organamento solido de’ partiti socialistici esistenti ne’ paesi diversi.
Questo, amici miei, è quanto doveva dirvi. Come vedete, non si tratta di rigettare il nostro passato, di cui, nonostante le sventure e i molti disinganni sofferti, possiamo per sempre andar fieri: né di cessar di essere quel che fummo; si tratta solamente di far di più e di far meglio. L’Internazionale ha fatto molto in Italia. Pensate a quel che eravamo sette od otto anni fa e a qual punto siamo ora, e vedrete.
[...] Coraggio adunque! Pensate quanti tentativi falliti prima che l’indipendenza d’Italia si compisse; e non isgomentiamoci se fino ad ora non ottenemmo tutto quello che avremmo voluto. Prepariamoci ad ottenere maggiormente. Grande compito è il nostro, o amici; e il momento di attendervi è propizio. Il movimento di pacificazione fra le diverse fazioni di socialisti, incominciato al Congresso di Gand, si va operando, grazie sopratutto alle persecuzioni internazionali dei governi. I vari partiti socialistici desistono dalle loro pretensioni assolute e, in luogo di cercare la divisione, si cerca dappertutto il contatto fraterno perché si sente che s’avvicina un tempo in cui dovremo disporre di tutte le forze nostre. Gli uomini, conosciutisi meglio, cominciano a stimarsi; e, se non vanno compiutamente d’accordo, non ricomincieranno giammai le polemiche dolorose degli anni passati. Le idee e il sentimento umano che si svolge ogni giorno più in noi ci animano alla lotta.
All’opera dunque! All’opera!

Il vostro Andrea Costa

domenica 21 giugno 2015

Verba volant (196): radice...

Radice, sost. f.

Per diversi anni abbiamo ragionato e discusso sulle radici dell'Unione europea, ci siamo divisi, anche aspramente, su cosa mettere - e non mettere - nel preambolo di una futuribile Costituzione. Evidentemente questa discussione è stata vana, visto quello che sta succedendo in queste settimane. Quelle riflessioni si sono fermate sugli scogli di Ventimiglia, davanti a un vecchio posto di confine che ormai consideravamo abbandonato, di fronte al muro alzato in una notte dal governo ungherese sul confine serbo, nel mezzanino della stazione centrale di Milano, accanto ai turisti che arrivano in città per Expo; quella Costituzione è affondata nel mare di Lampedusa.
Io, da ateo, sono convinto che in quel testo avremmo dovuto citare le radici cristiane, perché è impossibile pensare l'Europa, la sua storia, la sua cultura, la sua civiltà, senza l'apporto di quella religione, anche se le chiese - specialmente quella cattolica - nella loro secolare azione politica, hanno quasi sempre rappresentato un freno violento allo sviluppo dei diritti alla persona e della democrazia. Così come avremmo dovuto richiamare l'eredità del mondo greco e romano, quella dell'illuminismo e della Rivoluzione francese e quella, per me altrettanto importante, del socialismo, nonostante i crimini che, nel nome di queste due rivoluzioni, sono stati commessi nel nostro continente e nell'intero pianeta. L'Europa è tutto questo, è figlia di questa complessità, di questa storia, anche dei conflitti legati inevitabilmente a queste vicende. Adesso però abbiamo perso il filo di quella storia e pare addirittura che non siamo più in grado di ricucire una tela irrimediabilmente strappata.
Non sappiamo ascoltare le parole del papa che, in forza degli elementi fondanti di quella religione, della carità di cui parla con accenti così forti Paolo di Tarso, in nome di quell'esule morto crocifisso, in cui dicono che il loro dio abbia voluto incarnarsi, chiede di aprire le porte delle nostre città a questi nuovi esuli, a questi poveri cristi, a queste famiglie che cercano di mettere in salvo i loro figli dai tanti Erode che ci sono nel mondo.
Non siamo più capaci di capire il significato delle storie degli antichi. L'esule era sacro per i greci. Eschilo racconta che quando le figlie di Danao, fuggendo dal loro paese per non essere costrette a sposare contro la loro volontà i figli di Egitto, raggiungono Argo, il popolo di quella città, riunito in assemblea, decide, anche se questo provocherà la guerra, di proteggere quelle vergini: 
Avrete qui la vostra casa, libere,
sicure da rapina e da saccheggio:
nessuno né straniero né del luogo
vi scaccerà: se ci sarà violenza,
chi non vi porti aiuto tra questi uomini
sia esule, senza legge e senza onore.
L'ho scritto in una delle prime definizioni di questo inconsueto vocabolario: in questa tragedia si trova la prima attestazione, seppur in perifrasi, del termine democrazia. Mi sembra significativo che la prima volta che un greco usa questa parola sia proprio quando vengono sanciti, nel modo più solenne possibile, i diritti degli esuli. Quante donne, nuove Danaidi, arrivano in Europa per sfuggire un mondo che non dà loro alcun diritto, che le costringe a sposarsi bambine con uomini che non hanno scelto?
Io credo che dovremmo bandire espressioni come "guerra di civiltà", l'Europa non è in guerra con il mondo musulmano, è quello che vogliono farci credere quelli che lucrano sul conflitto. I nostri veri nemici sono quelli da cui queste donne e questi uomini fuggono. La loro fuga è il segno che non vogliono piegarsi a una visione barbara di quella religione, ma quando noi li respingiamo facciamo il gioco dei fondamentalisti, ributtiamo quelle donne e quegli uomini nelle loro braccia: è come se dicessimo a quei popoli che è meglio che diventino tutti fondamentalisti. Se l'Europa non è più capace di mostrare il lato positivo della nostra cultura, non riesce a rendere evidente che la democrazia e i diritti sono un elemento positivo e di progresso, milioni di persone si rifugeranno nella falsa sicurezza delle loro religioni, nella grettezza dei fondamentalismi. Per questo non possiamo permetterci di sostenere i fondamentalisti, in casa nostra e in casa loro.
Non sappiamo più leggere quello che è scritto nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Per chi, come me, si emoziona quando ascolta la Marsigliese, vedere il governo francese che tradisce quello spirito fa particolarmente male, perché la Francia è la patria dei diritti umani. E tanti profughi vogliono andare in quel paese anche in forza di questa storia. E non è vero che accogliendo i profughi rischiamo di favorire il Front national e le altre forze nazionaliste che basano la loro propaganda su questo tema. Anzi in questi giorni i governi europei, nella loro incapacità di affrontare un arrivo tutto sommato contenuto di migranti - centomila su cinquecento milioni di cittadini dell'Unione - sono i migliori alleati di questi professionisti della paura, di questi mestatori di odio; questi tentennamenti, queste incertezze, costituiscono un vantaggio per questi partiti, permettono loro di continuare a dire che i profughi sono un pericolo. Occorre togliere loro questa arma e l'unico modo per farlo è quello di organizzare un'accoglienza ordinata e solidale.
Da socialista mi vergogno che il movimento socialista europeo sia muto di fronte a tutto questo, che non riesca a dire una parola, a spiegare che questi disgraziati fuggono l'ingiustizia, fuggono la povertà, fuggono la fame, ed è nostro compito lottare contro l'ingiustizia, contro la povertà, contro la fame. I giovani di quei paesi si affacciano alla storia e chiedono un futuro diverso, un futuro più giusto; contro queste nuove generazioni si sono armati i terroristi e i loro alleati del capitale. Per questo noi socialisti dobbiamo considerare quei popoli in fuga nostri compagni di lotta, perché combattiamo dalla stessa parte, perché combattiamo gli stessi nemici. Il socialismo è internazionalista o non è. I socialisti che un secolo fa rinunciarono a questa idea per sostenere i governi borghesi che scatenarono la guerra furono travolti; così saremo travolti noi, per non avere saputo tendere la mano a questi compagni in difficoltà, per non aver saputo capire che la loro lotta è la nostra lotta.
Tutte le radici si sono seccate e l'albero è destinato a cadere.