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mercoledì 20 novembre 2013

Verba volant (12): calamità...

Calamità, sost. f.

Per definire questa parola vorrei partire dai Promessi sposi, sperando di non spaventare troppo i miei venticinque lettori.
Come certo ricorderete, Alessandro Manzoni parla a lungo di calamità: dedica interi capitoli alla carestia e alla peste, a costo di far perdere slancio alla trama del suo romanzo e quasi dimenticando i suoi personaggi.
Prendiamo la peste, l'elemento chiave e risolutivo del finale. A un certo livello della narrazione la peste è certamente una calamità: qualcuno muore e qualcuno sopravvive. La provvidenza, la giustizia divina o la necessità di chiudere il romanzo - fate un po' voi - fa sì che Renzo e Lucia sopravvivano e che don Rodrigo ne muoia. A livello individuale opera l'imponderabilita del caso.
Ma se abbiamo la voglia e la capacità di alzare lo sguardo – e quel vecchio giacobino di Manzoni lo fa tutte le volte che può – allora le cose cambiano; e di parecchio. La peste non è una calamità, ma il prodotto di una serie di cause tutte umane: la discesa dei lanzichenecchi, l’incapacità delle autorità pubbliche, l’incompetenza dei medici e così via.
Lo stesso discorso vale per la carestia: certamente hanno pesato le cattive condizioni metereologiche e la scarsità di piogge, ma le cause di quella tragedia non sono affatto naturali, ma anche in questo caso umane: ancora una volta la guerra innanzitutto, poi il cattivo governo, infine le avidità pubbliche e private. Manzoni ha già scritto tutto, basta solo aver gli occhi per leggere.
Per venire alla cronaca di queste ore, è una calamità il ciclone che ha colpito la Sardegna? No, non lo è.
Purtroppo ha colpito quella regione del nostro paese e non un’altra; purtroppo ha colpito più duramente alcuni territori di quell’isola piuttosto che altri; purtroppo ha ucciso alcune persone e non altre. Questa è la tragica fatalità di questo avvenimento, l’imponderabile di questa, come di qualunque altra, calamità naturale, dalle Filippine ad Haiti. Poi bisogna capire quali sono le cause di queste calamità e le ragioni per cui lo scatenarsi della natura provoca in alcuni luoghi danni così impressionanti.
Le ragioni sono sempre quelle raccontate da don Lisander, più o meno aggiornate a seconda dei tempi: la sicumera dei cosiddetti esperti che invece dimostrano di capirne assai poco, l’incapacità e la corruzione delle classi dirigenti, l’avidità e la rapacità di chi accumula le proprie ricchezze senza tener in alcun conto quello che gli sta intorno.
Le calamità siamo noi.

sabato 5 novembre 2011

da "Il capitalismo e la crisi ambientale" di Murray Bookchin

In una società basata sulla crescita in nome della crescita, senza costrizioni morali che la inibiscano, il mondo intero è soggetto a essere ricostruito e nel peggiore dei modi. La "prima natura", come la chiamava Cicerone (il mondo naturale che si è evoluto senza l’intervento della mano umana) e la "seconda natura" (la forma dell'evoluzione naturale guidata dal pensiero e dalle azioni umane) si trovano oggi in aspra contrapposizione al livello delle forme di vita complesse. La nostra "seconda natura" minaccia di semplificare drasticamente la "prima natura" dalla quale noi stessi come specie e tutte le altre forme di vita complesse siamo emersi. Eppure, ciò che è clamorosamente evidente è che nessuna delle due forme di natura può esistere senza l’altra. È un’idiozia dei moderni primitivisti quella secondo la quale dovremmo tornare totalmente al passato primordiale per evitare il suicidio della specie - anche se questo non è più possibile senza che si verifichi quello stesso suicidio che un tale ritorno produrrebbe. Non possiamo tornare alle caverne così come non possiamo creare il paradiso tecnocratico di Buckminster Fuller senza arrivare all’auto-annichilimento.
Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è una trascendenza o Aufhebung di entrambe le nature, la "prima" e la "seconda", per arrivare a una fusione e a un progresso oltre queste due in una "natura libera", in cui gli elementi migliori delle due diano vita a un’età guidata dalla spontaneità della "prima natura" e dalla razionalità della "seconda". Mi riferisco a una natura pensante che può percepire la realtà attorno a sé e scegliere in modo ragionato le alternative e le improvvisazioni insite nella creazione di un’evoluzione sapiente della vita. Questa nuova natura rifiuterebbe le grandi conurbazioni che hanno preso il posto della terra coltivabile, i rifiuti che inquinano vaste aree degli oceani, i veleni letali che infestano la catena alimentare umana, i cambiamenti climatici che causano il cancro della pelle e dei polmoni - eccetera.
Lasciatemi spiegare che questa nuova natura tenterà di armonizzarsi combinando le caratteristiche migliori e più razionali della prima e della seconda natura. Combinerà ciò che è strettamente umano, come ad esempio le macchine, con ciò che è strettamente non-umano, come la fotosintesi, in un sistema orientato in senso antropo-ecologico di ecologia sociale. Sarà allo stesso tempo restaurativo e creativo, facendoci ritornare a un tempo in cui l’umanità si trovava ancora sulla soglia tra la biologia e l’antropologia. Sarà una cultura creata in modo cosciente e costruita in modo spontaneo. E sarà una cultura che combina il gioco libero della "prima natura" con il progetto ragionato della "seconda", che risponde ai bisogni dell’istinto e della mente, dello spirito e del pensiero, del riconoscimento di una necessità e della conoscenza dell’universo aperto dell’incognito e delle contraddizioni.
E inoltre, formerebbe un unico tessuto della conoscenza appena distinguibile di un mondo remoto e del ricco discernimento di un mondo che è ancora in divenire. Come la filosofia, sarebbe la conoscenza di ciò che è stato assieme a ciò che è in via di realizzazione. L’umanità è sempre stata su questa soglia, ed è proprio questo che ha reso la nostra specie tanto particolare e creativa. La parola ecologia è essenzialmente un modo naturalistico per dire dialettica - un continuum in cui ciò che era, ciò che è e ciò che sarà è una presenza pulsante in mezzo a una realtà vera che è sempre un continuum. Proprio come la parola sociale in ecologia sociale è un altro modo per dire socialismo, così la parola ecologia è un altro modo per dire sviluppo dialettico e continuo .

lunedì 31 ottobre 2011

Considerazioni libere (256): a proposito delle conseguenze di un'alluvione...

Ho scoperto relativamente da poco tempo il Levante ligure e la Lunigiana, grazie a Zaira, che - pur non essendone originaria - ha vissuto per molti anni a cavallo di quei territori, prima di emigrare in Emilia. Vernazza è un paese che amiamo moltissimo e in cui siamo tornati molte volte, anche solo per poche ore. Questa forse inutile premessa per dire che quello che è successo nei giorni scorsi tra la val di Vara e la valle del Magra ci ha molto colpito, abbiamo guardato con apprensione e con sgomento le immagini trasmesse dalla rete, ci siamo preoccupati per la sorte di quelle persone, abbiamo letto le cronache dalle zone alluvionate e anche, seppur con minore attenzione, le polemiche che puntualmente seguono a eventi come questo, destinate a spegnersi nel giro di pochi giorni, quando vengono soppiantate dalle polemiche "fresche" di giornata. Al di là di tutto questo, quello che è successo merita davvero una riflessione.
Quando si chiede conto a chi ha responsabilità politiche, a livello nazionale e locale, di ciò che ha fatto e di ciò che non fatto, questi quasi sempre risponde che i problemi sono ben altri, facendo intendere, più o meno esplicitamente, che le responsabilità maggiori sono di altre persone e di altri livelli istituzionali. In genere i comuni se la prendono con lo stato, lo stato con i comuni, le province un po' con tutti e così via. Il "benaltrismo" e la mancanza di un'etica della responsabilità sono i motivi per cui questo paese sta inesorabilmente sprofondando, a questo punto non solo metaforicamente. Il territorio italiano è violentato dall'ignoranza e dalla cupidigia. Preservare l'ambiente naturale dovrebbe essere un dovere civico, un modo per conservare e tramandare la memoria e la cultura di un popolo; non pretendo che si capisca questo. Basterebbe guardare ai propri interessi, fare i conti della serva, con tutto il rispetto per questa nobile categoria. Le bellezze della natura e dell'arte sono le uniche risorse di cui dispone questo paese, una garanzia tangibile che l'economia nel futuro potrà continuare a funzionare; tutelare monumenti e patrimonio naturale significa semplicemente fare l'interesse di questo paese, così come i paesi arabi tutelano le proprie riserve petrolifere. Tra gli italiani invece prevale sempre il concetto di "pochi, maledetti e subito", con i risultati che vediamo ogni giorno.
Detto questo, credo però che occorra fare un ragionamento in più, che sposta un po' l'ottica del problema. Parto da questo territorio, perché è l'ultimo colpito, ma il discorso riguarda in fondo tutto il nostro mondo. Nel Levante ligure, nella zona delle Cinque terre, per la sua particolarità geografica non è facile vivere, eppure per secoli gli uomini ci hanno vissuto, riuscendo a trovare un equilibrio con una natura che non era - e continua a non essere - benigna. Questo equilibrio è rimasto sostanzialmente immutato dagli insediamenti dei liguri - fiero popolo sconfitto con difficoltà dall'esercito romano - fino ad alcune generazioni fa. Almeno fino agli inizi del Novecento - diciamo, per semplificare, fino a quando sono arrivati il treno e l'energia elettrica - la vita delle donne e degli uomini di quelle campagne e di quelle montagne è rimasta sostanzialmente uguale a quella che si conduceva nel Medio evo: una famiglia viveva di quello che era in grado di produrre nel proprio terreno e di raccogliere nel bosco vicino, si scaldava con la legna, regolava le proprie giornate secondo il sorgere e il calare del sole e l'anno secondo l'andamento delle stagioni. In un territorio ostile come quello ligure non deve essere stato facile costruire i primi muri a secco, eppure quel sistema è stato l'elemento che per secoli ha permesso di mantenere in equilibrio quel territorio montano a picco sul mare. Non è che allora non ci fossero piogge torrenziali o alluvioni, semplicemente le alluvioni erano uno dei molti modi - e sicuramente non il più frequente - in cui quegli uomini potevano morire. Come sapete in questi giorni siamo impegnati nel 15° censimento generale della popolazione, forse non è inutile ricordare come eravamo 150 anni fa, quando fu fatto il primo censimento dell'Italia unita. Nel 1861 le persone vivevano in media 35 anni, mentre nel 2011 gli uomini hanno una durata di vita media di 75 anni e le donne oltrepassano addirittura gli 80; sempre nel 1861 un bambino su quattro moriva alla nascita, ora ne muoiono tre su mille. Ora dopo l'alluvione siamo giustamente preoccupati per quelle di frazioni di montagna che rimangono isolate; allora l'isolamento, specialmente in montagna, era la condizione di normalità, non serviva un'alluvione, bastava l'inverno a rendere praticamente impossibili gli spostamenti.
Per fortuna non è più così, il progresso scientifico e tecnologico in poco meno di cento anni ha radicalmente cambiato il mondo con una rapidità impensabile nei mille anni precedenti; adesso l'energia elettrica arriva dappertutto, anche nelle case più isolate, così come le linee telefoniche e il segnale televisivo, anche nei borghi più sperduti arrivano ogni giorno generi alimentari freschi di qualunque tipo, non ci si scalda più con la legna, ma con il metano, nelle case arriva l'acqua corrente e ci sono gli scarichi fognari con un indubbio vantaggio per le condizioni igieniche delle persone, le donne vanno a partorire in ospedale e non muoiono più di parto, le bambine e i bambini, indipendentemente da dove vivono, frequentano la scuola e non c'è più l'analfabetismo. Certo il progresso si è portato dietro alcuni altri fenomeni: la campagna si è progressivamente svuotata a favore della città, l'agricoltura è diventata residuale rispetto alla produzione industriale e ai servizi; così ad esempio in Liguria non ci sono quasi più agricoltori che mantengano i muretti a secco e questa è una delle cause del disastro di alcuni giorni fa, oppure non ci sono più gli uomini che raccolgono la legna lungo il letto dei fiumi e questa è un'altra causa della disgrazia. In sostanza mi sembra che non abbiamo ancora trovato un nuovo equilibrio che possa sostituire quello che è andato definitivamente perduto, grazie al progresso della tecnologia. Sarebbe francamente impensabile e anacronistico pensare di tornare indietro, fare finta che questi decenni di progressi siano passati invano; bisogna cominciare a ragionare a un modello di sviluppo in cui gli uomini possano continuare a godere dei vantaggi della tecnologia e della scienza, senza causare ulteriori danni alla natura. Probabilmente dobbiamo avere anche una consapevolezza maggiore dei nostri limiti, di quei limiti dell'uomo che non è possibile - e non lo sarà mai -superare.