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mercoledì 27 aprile 2016

Verba volant (269): male...

Male, sost. m.

Lo scorso 25 Aprile Zaira ed io abbiamo deciso di passarlo a Fossoli, vicino a Carpi, dove ci sono i resti di quello che fu il principale campo di concentramento e transito del nostro paese per la deportazione in Germania di ebrei e oppositori politici.
Il campo di Fossoli è un luogo dove non servono le parole per ricordare la Resistenza, dove la retorica è davvero fuori posto, dove ciascuno può fermarsi a pensare, riflettere, ricordare, anche pregare, se crede. Spero ci andiate - o ci torniate, se ci siete già stati - e vi invito a portare i vostri figli, i vostri nipoti. Ve ne saranno grati.
A Fossoli non ci furono le camere a gas, ci furono esecuzioni, certamente molte persone morirono per gli stenti e le malattie, ma in quel luogo non ti trovi davanti al Male, come ti succede ad Auschwitz, a Dachau, a Terezin e in tanti altri campi, in cui pure è doveroso andare in un pellegrinaggio della memoria. A Fossoli ti trovi di fronte a quella che Hannah Arendt ha definito la banalità del male. Non ho mai capito così a fondo cosa significassero queste parole fino a pochi giorni fa, fino a quando non siamo stati a Fossoli.
Proprio il fatto che il campo di Fossoli non fosse la meta finale del viaggio disperato dei deportati ne fa un luogo, se possibile, ancora più drammatico, perché lì si esercitò un crimine che poteva sembrare meno grave, che poteva essere considerato un semplice lavoro, una pratica da svolgere, nel miglior modo possibile. A Fossoli c'era già un campo per i prigionieri di guerra alleati e fu scelto perché poco distante dalla stazione di Carpi, lungo la linea ferroviaria del Brennero: una scelta di efficienza, per rendere i trasporti più veloci e meno costosi. La nostra guida - uno dei volontari grazie al cui impegno quel luogo di memoria è ancora aperto e vivo - ci ha spiegato che regolarmente, circa ogni quattro settimane, i responsabili del campo andavano al comando tedesco di Verona e qui ricevevano la lista delle richieste: quanti uomini destinare ai campi di lavoro forzato e quanti invece a quelli di sterminio. Quindi, da bravi travet, tornavano al campo e organizzavano per i giorni successivi il convoglio con la "merce" richiesta. 
Non ci sono numeri esatti delle persone che in quei mesi lunghissimi passarono per il campo di Fossoli, perché gli archivi furono portati via quando, avvicinandosi le truppe alleate, queste attività furono trasferite nel campo di Bolzano. Le stime vengono fatte basandosi su quante derrate alimentari venivano inviate al campo. E allora ti immagini un piccolo mondo di impiegati, di contabili, di segretari, che aveva il compito di organizzare questo servizio, di registrarne le spese, di assicurarsi che tutto funzionasse. Così come c'erano quelli che gestivano gli spostamenti delle carrozze e dei torpedoni - quella che adesso chiamiamo logistica - per portare tutte quelle persone nei campi della Germania. Questi uomini furono anch'essi ingranaggi, per quanto piccoli, per quanto insignificanti, per quanto sostituibili, di quella terribile macchina di morte, erano anch'essi parte del male. Potevano essere i nostri nonni, poteva essere qualcuno che abbiamo conosciuto, potevamo essere noi, perché quello in qual tempo avrebbe potuto essere il nostro lavoro, perché non potevamo fare altro, perché in molte occasioni, anche quando c'era la consapevolezza - e forse non sempre c'era - non c'era la forza di ribellarsi. Potevamo essere noi che durante una normale giornata di lavoro avevamo registrato le spese per quel campo di prigionia e il pomeriggio, tornati a casa, non pensavamo a quello che avevamo fatto, al crimine di cui eravamo complici, ma magari eravamo arrabbiati perché un collega aveva avuto un incarico migliore del nostro o un permesso che a noi era stato negato. Potevamo fare quel lavoro come fosse una cosa normale, registrando quel pane, che per quelle donne e quegli uomini era forse l'ultimo che avrebbero mangiato. E potevamo essere noi il male, mentre eravamo padri premurosi o magari mentre offrivamo qualcosa da mangiare a qualcuno che ne aveva bisogno.
A Fossoli vedi i segni del male estremo, come quelli del bene estremo, perché, poco dopo la fine del conflitto, don Zeno Saltini, insieme ai suoi orfani, decise di occupare le baracche di quel campo e costituì Nomadelfia, la comunità di fratelli, di uguali, dove non c'è proprietà privata e dove i bambini sono figli di tutti.
Sarebbe bello se fosse tutto così semplice: da una parte Hitler e dall'altra don Zeno, il bene di qua e il male di là. Quello che però ti fa pensare - e ti fa in qualche modo paura - è dove il bene e il male si stringono e tu non li riconosci più: e a Fossoli c'è appunto anche questo. 
Gli antichi greci raccontavano la storia di Edipo, che era diventato re di Tebe perché aveva salvato quella città dalla Sfinge. Ed era stato un buon re, saggio e capace. Ma prima di arrivare in città, lungo la strada che veniva da Delfi, aveva ucciso un uomo, che era il re di quella città, ma che era anche suo padre. E diventato re aveva sposato la regina vedova, che era anche sua madre. Edipo era a un tempo il migliore dei re, colui che aveva salvato la città da un pericolo mortale, e un uomo che si era macchiato di due colpe terribili: uccidere il proprio padre, giacere e avere figli con la propria madre. Quando se ne rende conto, Edipo non sceglie la via facile del suicidio, ma si punisce nel modo più terribile che poteva trovare: si condanna alla vita e alla memoria. Con la storia di Edipo gli antichi ci hanno voluto raccontare che il bene e il male sono due concetti difficili da capire per gli uomini, anche per i migliori, anche per quelli più intelligenti, quelli che sanno sciogliere gli enigmi; Edipo forse ha capito cosa siano bene e male solo dopo essersi accecato. Ripensando a quello che è successo a Fossoli in quegli undici mesi tra il dicembre '43 e il novembre '44, noi siamo ciechi come Edipo quando ancora vedeva, non riusciamo a capire davvero la differenza tra bene e male, perché questi due concetti si intrecciano nelle nostre vite, a volte fino a rendersi indistinguibili. Per questo, come Edipo, dobbiamo condannarci alla memoria.
Tra gli uomini che sono passati per quel campo c'è stato Primo Levi che, oltre a un bel passo di Se questo è un uomo, ha scritto questa poesia. intitolata Il tramonto di Fossoli.
Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
«Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire».

lunedì 25 aprile 2016

da "Se questo è un uomo" di Primo Levi

Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.
Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione.
Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge». V’erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti.
L’arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti; si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze, in modo che, nonostante tutto, l’annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati. Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura, avevano fatte pubbliche e vivaci rimostranze al commissario italiano per la difettosa organizzazione del servizio di cucina e per lo scarso quantitativo della legna distribuita per il riscaldamento; avevano perfino detto che presto un’infermeria avrebbe dovuto entrare in efficienza . Ma il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati.
Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza: noi avevamo parlato a lungo coi profughi polacchi e croati, e sapevamo che cosa voleva dire partire. Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente, e come l’atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da potere accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine, e, ove lo desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sé l’odio o l’arbitrio, ma la necessità e la giustizia, e, insieme con la punizione, il perdono. Ma a noi questo non fu concesso, perché eravamo troppi, e il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati? Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito.
E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare? Nella baracca abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose. Tutti gli uomini erano falegnami; venivano da Tripoli, attraverso molti e lunghi viaggi, e sempre avevano portati con sé gli strumenti del mestiere, e la batteria di cucina, e le fisarmoniche e il violino per suonare e ballare dopo la giornata di lavoro, perché erano gente lieta e pia. Le loro donne furono le prime fra tutte a sbrigare i preparativi per il viaggio, silenziose e rapide, affinché avanzasse tempo per il lutto; e quando tutto fu pronto, le focacce cotte, i fagotti legati, allora si scalzarono, si sciolsero i capelli, e disposero al suolo le candele funebri, e le accesero secondo il costume dei padri, e sedettero a terra a cerchio per la lamentazione, e tutta notte pregarono e piansero. Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato.
L’alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo, così vicini ancora nel tempo e nello spazio, i ricordi buoni delle nostre case. Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria. Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine, - Wieviel Stück? - domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i «pezzi» erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, né nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?

giovedì 25 aprile 2013

"Il superstite" di Primo Levi

Since then, at an uncertain hour,
dopo di allora, ad ora incerta,
quella pena ritorna,
e se non trova chi lo ascolti
gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
lividi nella prima luce,
grigi di polvere di cemento,
indistinti per nebbia,
tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
sotto la mora greve dei sogni
masticando una rapa che non c’è.
“Indietro, via di qui, gente sommersa,
andate. Non ho soppiantato nessuno,
non ho usurpato il pane di nessuno,
nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro
e mangio e bevo e dormo e vesto panni".

mercoledì 11 aprile 2012

"Le pratiche inevase" di Primo Levi


Signore, a fare data dal mese prossimo
voglia accettare le mie dimissioni.
E provvedere, se crede, a sostituirmi.
Lascio molto lavoro non compiuto,
sia per ignavia, sia per difficoltà obiettive.
Dovevo dire qualcosa a qualcuno,
ma non so più che cosa e a chi: l'ho scordato.
Dovevo anche dare qualcosa,
una parola saggia, un dono, un bacio;
ho rimandato da un giorno all'altro. Mi scusi,
Provvederò nel poco tempo che resta.
Ho trascurato, temo, clienti di riguardo.
Dovevo visitare città lontane, isole, terre deserte;
le dovrà depennare dal programma
o affidarle alle cure del successore.
Dovevo piantare alberi e non l'ho fatto;
costruirmi una casa, forse non bella, ma conforme a un disegno.
Principalmente, avevo in animo un libro meraviglioso, caro signore,
che avrebbe rivelato molti segreti, alleviato dolori e paure,
sciolto dubbi, donato a molta gente
il beneficio del pianto e del riso.
Ne troverà traccia nel mio cassetto,
in fondo, tra le pratiche inevase;
Non ho avuto tempo per svolgerla.
È peccato, sarebbe stata un'opera fondamentale.

martedì 10 aprile 2012

"Canto dei morti invano" di Primo Levi


Sedete e contrattate
a vostra voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in un palazzo splendido
con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
purché trattiate e contrattiate
le vite dei nostri figli e le vostre.
Che tutta la sapienza del creato
converga a benedire le vostre menti
e vi guidi nel labirinto.
Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
l'esercito dei morti invano,
noi della Marna e di Montecassino,
di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
e saranno con noi
i lebbrosi e i tracomatosi,
gli scomparsi di Buenos Aires,
i morti di Cambogia e i morituri d'Etiopia,
i patteggiati di Praga,
gli esangui di Calcutta,
gl'innocenti straziati a Bologna.
Guai a voi se uscirete discordi:
sarete stretti dal nostro abbraccio.
Siamo invincibili perché siamo i vinti.
Invulnerabili perché già spenti:
noi ridiamo dei vostri missili.
Sedete e contrattate
finché la lingua vi si secchi:
se dureranno il danno e la vergogna
vi annegheremo nella nostra putredine.

lunedì 19 luglio 2010

da "Se questo è un uomo" di Primo Levi

Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.
…Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
come fosse la lingua che parlasse,
mise fuori la voce, e disse: Quando…

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare che prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere “antica”.
E dopo “Quando”? Il nulla, Un buco della memoria. Prima che sì Enea la nominasse. Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: …la pietà del vecchio padre, né ’l debito amore che doveva Penelope far lieta… sarà poi esatto?

…Ma misi me per l’alto mare...

Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi me” non è “je me mis”, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là della barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati a Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev’essere l’ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori dalla trincea. Mi fa un cenno con la mano, è un uomo in gamba, non l’ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.
“Mare aperto”. “Mare aperto”. So che rima con “diserto”: …quella compagna picciola, dalla qual non fui diserto, ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:

…Acciò che l’uom più oltre non si metta...

“Si metta”: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, “e misi me”. Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia un’osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda.
Ecco, attento Pikolo, apri gli occhi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
fatte non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

Li miei compagni fec’io sì acuti…

…e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire questo “acuti”. Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. …Lo lume era di sotto della luna o qualcosa di simile; ma prima?… Nessuna idea, “keine Ahnung” come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.
- ça ne fait rien, vas-y tout de meme.

Quando mi apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
che mai veduta non ne avevo alcuna.

Sì, sì, “alta tanto”, non “molto alta”, proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano… le montagne… oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!
Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda.
Darei la zuppa di oggi per sapere saldare “non ne avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio. Mi danno per il capo altri versi: …la terra lagrimosa diede vento… no, è un’altra cosa. E’ tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, come altrui piacque…

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…
Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. - Kraut und Ruben? - Kraut und Ruben -. Si annuncia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: - Choux et navets. - Kaposzta es repark.

Infin che ’l mar fu sopra noi rinchiuso.