Francamente speravo che la cosiddetta primavera araba, con la sua spinta potenzialmente rivoluzionaria, sarebbe potuta essere un aiuto alla risoluzione del problema palestinese, almeno per due ordini di ragioni. Prima di tutto pensavo che spostare l'attenzione da quel conflitto avrebbe permesso a quelli che sono seriamente impegnati per costruire la pace di lavorare meglio, perché in genere queste trattative si conducono meglio se non sono continuamente sotto l'occhio dei riflettori; pensavo poi che fino a quando la questione palestinese fosse rimasta al centro del dibattito politico mediorientale e soprattutto fosse continuata a essere il parafulmine per ogni altro problema - quante volte abbiamo sentito ripetere "questo aspetto potrà essere risolto solo quando lo sarà anche la questione palestinese", con l'obiettivo di rimandare anche la soluzione di quella singola questione - fino ad allora insomma, sarebbe stato più difficile trovare un accordo. Mi era sembrato che le varie "primavere" si fossero messe in moto indipendentemente da quell'annosa questione, quasi a prescinderne, a differenza di quello che era avvenuto negli anni precedenti, quando ogni sollevazione di piazza del mondo arabo metteva sempre al centro la rivendicazione dello stato di Palestina, con i conseguenti attacchi ad Israele; il fatto di non vedere bruciare in piazza né le bandiere degli Stati Uniti né quelle di Israele mi era parso un segnale incoraggiante in questa direzione. Il secondo motivo di ottimismo era legato alla caratteristica peculiare di quelle rivolte, l'elemento unificante, pur in un quadro molto diversificato: la volontà dei giovani manifestanti di affrancarsi dai loro vecchi leader, che erano legati agli schemi del passato e fautori di un rigido status quo. E bisogna ammettere che i capi palestinesi negli ultimi anni sono stati dei veri campioni di questo conservatorismo: si tratta di un gruppo dirigente chiuso nei propri privilegi e sempre più lontano dai bisogni e dalle aspettative del loro popolo. La reazione, ugualmente miope, di Netanyahu e di Abu Mazen di condanna delle rivolte di piazza Tahir e la loro comune solidarietà al regime di Mubarak aveva dato maggior solidità alla mia convinzione.
Evidentemente nessuna di queste condizioni si è verificata in questo modo, visto che in questi giorni guardiamo con il fiato sospeso a quello che succede a Gaza, contro cui il governo Netanyau ha sferrato una ritorsione significativamente più dura dell'attacco che ha colpito le città israeliane, compresa Tel Aviv. Forse ci sarà una tregua, speriamo ci sia, ma sarà solo una parentesi in attesa del prossimo bombardamento. A questo punto suona anacronistico e ipocrita il consueto appello delle Nazioni Unite e dei governi occidentali - a proposito Tony Blair ha ancora un qualche incarico diplomatico? se sì, sarà meglio richiamarlo a casa, visti i risultati - affinché israeliani e palestinesi si rimettano attorno a un tavolo per discutere dell'opzione "due popoli, due stati". A questa soluzione evidentemente non credono più né gli uni né gli altri, ma rimane la nostra foglia di fico, all'indomani di un attacco, da qualsiasi parte provenga. In questi anni i governi di Gerusalemme - con un ampio accordo del paese - ha lavorato in maniera metodica ed efficace affinché fosse impossibile anche solo pensare di tornare ai confini del '67: la politica degli insediamenti e delle colonie e la gestione delle risorse naturali, specialmente delle acque, ha segnato l'interruzione de facto del processo di pace basato sulla formula "due popoli, due stati", perché non c'è più un territorio su cui pensare di costruire il futuro stato palestinese o sarebbe così povero e malridotto da costringerlo in una posizione di sudditanza di fronte al suo ben più potente vicino. D'altra anche i palestinesi hanno ormai abbandonato il progetto "due popoli, due stati", visto che loro stessi si sono ormai organizzati in "due stati", si sono abituati a vivere come enclaves: da una parte Gaza e dall'altra i territori della Cisgiordania; se diventassero davvero un unico stato o Fatah o Hamas dovrebbe rinunciare al proprio piccolo pezzo di potere e ai loro - non troppo piccoli in questo caso - affari, dal momento che gli altri stati arabi mandano moltissime risorse economiche a queste fragilissime strutture.
Sono sempre più convinto che alla lunga questa soluzione, per quanto "politicamente corretta" e apparentemente giusta, finisca per essere irrealizzabile e comunque incapace di risolvere davvero il problema. Se anche arrivassimo alla soluzione "due popoli, due stati", il giorno successivo comincerebbe una guerra, ben più drammatica di quella che funestò gli appena nati India e Pakistan, all'indomani dell'indipendenza dalla Gran Bretagna. Penso che, come succede tutte le volte che ogni altra strada sembra preclusa, occorra fare la mossa del cavallo, anche se forse questa volta bisognerebbe proprio cominciare a giocare un nuovo gioco, con nuove regole. Io immagino una soluzione perfino più semplice di quella "due popoli, due stati", anche se probabilmente perfino più difficile da realizzare: ebrei e palestinesi devono vivere in quell'unico paese insieme, come stanno facendo bianchi e neri in Sudafrica o cattolici e protestanti in Irlanda del nord. La soluzione per quelle donne e quelle donne a cui dovremmo tutti noi democratici cominciare a pensare - e lottare affinché si realizzi - è "un popolo, uno stato". Fare una grande campagna per raggiungere finalmente questo obiettivo. Coloro che sostengono Israele - sia quelli che lo fanno acriticamente sia quelli che lo fanno ponendosi dei dubbi - hanno un argomento difficilmente oppugnabile: quel paese va difeso perché è l'unica democrazia della regione. Proprio perché questo è vero, qual miglior occasione di questa per espandere la democrazia? Pensate cosa succederebbe se ci fosse questo unico stato democratico, piccolo, ma dalla storia così significativa, in quella regione? Credo proprio che dovremmo cominciare a una pensare a una soluzione rivoluzionaria, perché le mezze misure rischiano di portarci a un punto morto. E poi, ogni tanto, le rivoluzioni si riescono anche a fare.
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mercoledì 21 novembre 2012
sabato 15 settembre 2012
Considerazioni libere (307): a proposito di una guerra che potrebbe scoppiare...
Nel 1914, almeno secondo il mio libro di testo delle scuole medie, l'omicidio dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo fu la miccia che fece scoppiare la prima guerra mondiale. Non fu così: francamente alla corte di Vienna non importava molto di quel principe che si era fissato di sposare la donna che aveva scelto lui e non quella che era stata scelta per lui e che quindi non poteva garantire la discendenza della dinastia asburgica. Vi consiglio di leggere Gli ultimi giorni dell'umanità di Karl Kraus, un'opera teatrale praticamente non rappresentabile - tentò l'impresa molti anni fa Ronconi a Torino - per la sua epica lunghezza: viene descritto come la società austriaca fosse ormai pronta per la guerra e che l'episodio di Sarajevo fu il pretesto da tempo atteso. L'opera di Kraus è interessante perché ci fa vedere, con la vivacità della testimonianza diretta, che la guerra era un avvenimento atteso, auspicato, quasi agognato, non solo - e comprensibilmente - dalle élite politiche, militari ed economiche del paese, ossia da coloro che avevano solo da guadagnarci, ma da larghissimi strati della popolazione, ossia quelli che la guerra l'avrebbero fatta davvero e che invece avevano tutto da perderci. E lo stesso avvenne in tutti gli altri paesi europei; come hanno sottolineato gli storici più attenti di quel periodo - a partire da Benedetto Croce - la guerra finì per essere inevitabile perché l'idea della guerra si era ormai diffusa, quasi in maniera endemica, tra i popoli europei. In Italia ad esempio l'adesione all'idea intervista fu animata da un fermento culturale e artistico che ha lasciato un'eredità importante e da un forte idealismo: la bandiera del ritorno all'Italia di Trento e Trieste non fu soltanto un felice espediente retorico, di stampo patriottardo, sfruttato dalle classe dirigenti, ma fu un sentimento diffuso e sinceramente sentito da tanti italiani.
Scusate se l'ho presa un po' alla lontana, ma ciclicamente negli ultimi anni, almeno a partire dal 2001, un clima favorevole alla guerra, simile a quello vissuto dall'Europa all'inizio del secolo scorso, si è affermato anche nel nostro mondo. Dopo l'attentato alle Torri gemelle fu facile per le classi dirigenti degli Stati Uniti portare quel paese - in cui storicamente tende a prevalere, nel profondo, uno spirito isolazionista - verso la catastrofe dell'Afghanistan prima e dell'Iraq dopo. Sinceramente temo che qualcosa di simile stia succedendo anche adesso. Quello che è successo in questi ultimi giorni tra l'Egitto e la Libia, che è successo in questo venerdì in praticamente tutti i paesi dell'Africa settentrionale e del Medio oriente e quello che succederà - temo - nei prossimi giorni non è il frutto di una ribellione spontanea, ma il risultato di una pianificazione molto astuta. I giorni non sono scelti a caso: è l'anniversario dell'11 settembre, c'è la visita di Benedetto XVI in Libano, tra pochi giorni sarà il trentesimo anniversario del massacro di Sabra e Chatila, tra poche settimane si voterà per il presidente degli Stati Uniti e la storia di Carter è ben nota, non solo ai media occidentali: evidentemente ce n'è abbastanza per dar fuoco alle polveri. Non so se chi ha pianificato tutto questo ha pensato anche di uccidere l'ambasciatore Stevens, forse no, perché non credo sia facile immaginare che un diplomatico così importante sia praticamente indifeso il giorno dopo l'11 settembre: temo sia stato, dal loro punto di vista, un incredibile colpo di fortuna.
Le anime peggiori dell'integralismo sono in movimento, alcune probabilmente - di parte islamista - sapevano che qualcosa sarebbe successo ed erano pronte, molte altre - occidentali e islamiche - erano semplicemente in sonno e l'attentato di Bengasi è stata la scintilla che le ha messe in moto. Era prevedibile la reazione di Romney, che spera di incassare i dividendi dell'operazione pianificata dall'altra parte del mondo - come successe a Reagan nell'autunno del '74 - così come era prevedibile la reazione della destra conservatrice di tutto il mondo, che ha fatto della paura dei musulmani uno dei propri punti di forza e uno dei più efficaci spunti ideologici. Per l'Italia basta dare un 'occhiata ai giornali "lepenisti" o ai titoli degli editoriali di Magdi Allam. Francamente non mi aspettavo nulla di meno da tutti costoro.
Poi ci sono persone insospettabili schierate a favore della guerra: nella mia bacheca di Facebook mi è capitato di leggere il commento di una persona - che si definisce atea e socialista - in cui sostiene la superiorità della nostra Civiltà (naturalmente la maiuscola è sua), rispetto alla loro; quando ho provato a spiegargli che quell'idea, oltre a essere sbagliata, è pericolosa, è arrivato a citare come prove della sua teoria Aristofane e Plauto, capaci di ironizzare e di prendersi gioco di qualunque cosa, mentre nell'islam non ci sarebbe questa capacità ironica e umoristica. Al di là di queste idiozie, che pure vengono da una persona con cui condividevo molte idee - e che quindi mi preoccupano perché sono il segno che l'idea della distinzione tra "noi" e "loro" ha fatto grandi passi in avanti - la cosa che mi ha lasciato più perplesso e che mi ha fatto molto temere è la timidezza con cui noi abbiamo difeso le ragioni del dialogo. Prendo sempre come riferimento il gruppo dei miei "amici" su Facebook, che naturalmente - a parte alcuni casi sporadici - è fatto per lo più da persone che la pensano in maniera simile a me. L'11 settembre in tanti - e anch'io l'ho fatto - hanno ricordato il colpo di stato in Cile e l'uccisione di Salvador Allende, alcuni hanno perfino ricordato solo quello e non l'"altro" 11 settembre; in questi giorni questo pubblico, che pure non ha problemi a schierarsi su fatti accaduti quasi quarant'anni fa, è stato in gran parte zitto sui fatti successi a Bengasi e su quello che sta succedendo in Medio oriente. Non pretendo che la mia bacheca sia lo specchio sociologico di una parte del popolo della sinistra, ma questo fatto mi è sembrato comunque significativo. La stessa timidezza ho colto in molti esponenti politici e in tanti intellettuali, i cui discorsi di questi giorni sono generici e di maniera. Per non parlare del dibattito a sinistra tutto imperniato sul fondamentale tema delle primarie.
Al di là degli estremisti schierati lancia in resta, mi fa paura questa timidezza e mi fa paura il prevalere della realpolitik, che ho sentito emergere in troppi commenti. Qualcuno dice che in fondo quando c'erano Mubarak, Ben Alì, perfino Gheddafi, nessun ambasciatore occidentale è mai stato ucciso e il primo corollario di questa tesi è che, a questo punto, è meglio evitare inutili rischi in Siria e tenersi l'"usato sicuro" Assad. Io su questo punto non riesco proprio a convincermi, in Egitto, in Tunisia, in Libia, in Yemen prima della "primavera araba" c'erano delle dittature e io continuo a pensare, parafrasando un generale statunitense, che "l'unico dittatore buono è il dittatore morto" o almeno imprigionato, per non turbare troppo i maniaci del politically correct. Personalmente ho sempre considerato una pericolosa illusione l'idea che la fine di quei regimi avrebbe significato il sorgere di società democratiche perfettamente funzionanti: non è avvenuto neppure in Europa, quando sono nate le democrazie parlamentari. Alla guerra si può arrivare per il prevalere dell'estremismo fanatico - da noi e da loro, non ci sono troppe differenze - ma anche per un eccessivo realismo. Io temo che qualcuno pensi che dalla crisi si potrebbe uscire definitivamente soltanto con una guerra; è già successo, negli Stati Uniti, al di là dell'indubbio valore politico e sociale che ebbe il new deal per ricostruire un paese logorato dalla crisi del '29, fu la seconda guerra mondiale a far uscire quel paese dal periodo più tragico della loro storia. Adesso non sarebbe così, ma temo che qualcuno pensi che l'esperimento potrebbe essere tentato.
Tanto più la situazione è difficile quanto più abbiamo bisogno di parlare ai timidi e ai realisti - con i fanatici è inutile parlare, non sono abituati ad ascoltare. Non diamo per persa la carica rivoluzionaria che c'è stata e c'è ancora in quel fenomeno complesso che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba". Io pensavo allora - e lo penso tanto più ora - che noi non abbiamo capito del tutto cosa c'era dietro quel movimento: non c'era un "terzo stato", una classe media che non si accontenta più delle proprie ricchezze e aspira ad assumere un ruolo nella vita politica del proprio paese; la "primavera araba" non è la rivoluzione francese. La "primavera araba" è la rivolta di una plebe, di un sottoproletariato - trovate voi il termine che più si addice alle vostre categorie politiche - di persone povere che non ce la fanno più e che trovano insopportabili le differenze di ricchezza tra loro e i pochissimi ricchi dei loro paesi e i tanti "ricchi" - a loro appariamo così anche noi che non ci riteniamo tali - che vedono nell'occidente. Le folle arabe che hanno riempito le piazze delle loro città chiedevano prima di tutto pane e poi anche democrazia, anche perché avevano visto che le dittature avevano peggiorato le loro condizioni economiche, in balia di una classe sempre più ristretta di privilegiati. Noi siamo intervenuti per assicurare loro la democrazia - e abbiamo fatto bene, lo ripeto - ma non abbiamo fatto nulla per assicurare a quelle masse di giovani la possibilità di un futuro diverso.
Scusate se l'ho presa un po' alla lontana, ma ciclicamente negli ultimi anni, almeno a partire dal 2001, un clima favorevole alla guerra, simile a quello vissuto dall'Europa all'inizio del secolo scorso, si è affermato anche nel nostro mondo. Dopo l'attentato alle Torri gemelle fu facile per le classi dirigenti degli Stati Uniti portare quel paese - in cui storicamente tende a prevalere, nel profondo, uno spirito isolazionista - verso la catastrofe dell'Afghanistan prima e dell'Iraq dopo. Sinceramente temo che qualcosa di simile stia succedendo anche adesso. Quello che è successo in questi ultimi giorni tra l'Egitto e la Libia, che è successo in questo venerdì in praticamente tutti i paesi dell'Africa settentrionale e del Medio oriente e quello che succederà - temo - nei prossimi giorni non è il frutto di una ribellione spontanea, ma il risultato di una pianificazione molto astuta. I giorni non sono scelti a caso: è l'anniversario dell'11 settembre, c'è la visita di Benedetto XVI in Libano, tra pochi giorni sarà il trentesimo anniversario del massacro di Sabra e Chatila, tra poche settimane si voterà per il presidente degli Stati Uniti e la storia di Carter è ben nota, non solo ai media occidentali: evidentemente ce n'è abbastanza per dar fuoco alle polveri. Non so se chi ha pianificato tutto questo ha pensato anche di uccidere l'ambasciatore Stevens, forse no, perché non credo sia facile immaginare che un diplomatico così importante sia praticamente indifeso il giorno dopo l'11 settembre: temo sia stato, dal loro punto di vista, un incredibile colpo di fortuna.
Le anime peggiori dell'integralismo sono in movimento, alcune probabilmente - di parte islamista - sapevano che qualcosa sarebbe successo ed erano pronte, molte altre - occidentali e islamiche - erano semplicemente in sonno e l'attentato di Bengasi è stata la scintilla che le ha messe in moto. Era prevedibile la reazione di Romney, che spera di incassare i dividendi dell'operazione pianificata dall'altra parte del mondo - come successe a Reagan nell'autunno del '74 - così come era prevedibile la reazione della destra conservatrice di tutto il mondo, che ha fatto della paura dei musulmani uno dei propri punti di forza e uno dei più efficaci spunti ideologici. Per l'Italia basta dare un 'occhiata ai giornali "lepenisti" o ai titoli degli editoriali di Magdi Allam. Francamente non mi aspettavo nulla di meno da tutti costoro.
Poi ci sono persone insospettabili schierate a favore della guerra: nella mia bacheca di Facebook mi è capitato di leggere il commento di una persona - che si definisce atea e socialista - in cui sostiene la superiorità della nostra Civiltà (naturalmente la maiuscola è sua), rispetto alla loro; quando ho provato a spiegargli che quell'idea, oltre a essere sbagliata, è pericolosa, è arrivato a citare come prove della sua teoria Aristofane e Plauto, capaci di ironizzare e di prendersi gioco di qualunque cosa, mentre nell'islam non ci sarebbe questa capacità ironica e umoristica. Al di là di queste idiozie, che pure vengono da una persona con cui condividevo molte idee - e che quindi mi preoccupano perché sono il segno che l'idea della distinzione tra "noi" e "loro" ha fatto grandi passi in avanti - la cosa che mi ha lasciato più perplesso e che mi ha fatto molto temere è la timidezza con cui noi abbiamo difeso le ragioni del dialogo. Prendo sempre come riferimento il gruppo dei miei "amici" su Facebook, che naturalmente - a parte alcuni casi sporadici - è fatto per lo più da persone che la pensano in maniera simile a me. L'11 settembre in tanti - e anch'io l'ho fatto - hanno ricordato il colpo di stato in Cile e l'uccisione di Salvador Allende, alcuni hanno perfino ricordato solo quello e non l'"altro" 11 settembre; in questi giorni questo pubblico, che pure non ha problemi a schierarsi su fatti accaduti quasi quarant'anni fa, è stato in gran parte zitto sui fatti successi a Bengasi e su quello che sta succedendo in Medio oriente. Non pretendo che la mia bacheca sia lo specchio sociologico di una parte del popolo della sinistra, ma questo fatto mi è sembrato comunque significativo. La stessa timidezza ho colto in molti esponenti politici e in tanti intellettuali, i cui discorsi di questi giorni sono generici e di maniera. Per non parlare del dibattito a sinistra tutto imperniato sul fondamentale tema delle primarie.
Al di là degli estremisti schierati lancia in resta, mi fa paura questa timidezza e mi fa paura il prevalere della realpolitik, che ho sentito emergere in troppi commenti. Qualcuno dice che in fondo quando c'erano Mubarak, Ben Alì, perfino Gheddafi, nessun ambasciatore occidentale è mai stato ucciso e il primo corollario di questa tesi è che, a questo punto, è meglio evitare inutili rischi in Siria e tenersi l'"usato sicuro" Assad. Io su questo punto non riesco proprio a convincermi, in Egitto, in Tunisia, in Libia, in Yemen prima della "primavera araba" c'erano delle dittature e io continuo a pensare, parafrasando un generale statunitense, che "l'unico dittatore buono è il dittatore morto" o almeno imprigionato, per non turbare troppo i maniaci del politically correct. Personalmente ho sempre considerato una pericolosa illusione l'idea che la fine di quei regimi avrebbe significato il sorgere di società democratiche perfettamente funzionanti: non è avvenuto neppure in Europa, quando sono nate le democrazie parlamentari. Alla guerra si può arrivare per il prevalere dell'estremismo fanatico - da noi e da loro, non ci sono troppe differenze - ma anche per un eccessivo realismo. Io temo che qualcuno pensi che dalla crisi si potrebbe uscire definitivamente soltanto con una guerra; è già successo, negli Stati Uniti, al di là dell'indubbio valore politico e sociale che ebbe il new deal per ricostruire un paese logorato dalla crisi del '29, fu la seconda guerra mondiale a far uscire quel paese dal periodo più tragico della loro storia. Adesso non sarebbe così, ma temo che qualcuno pensi che l'esperimento potrebbe essere tentato.
Tanto più la situazione è difficile quanto più abbiamo bisogno di parlare ai timidi e ai realisti - con i fanatici è inutile parlare, non sono abituati ad ascoltare. Non diamo per persa la carica rivoluzionaria che c'è stata e c'è ancora in quel fenomeno complesso che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba". Io pensavo allora - e lo penso tanto più ora - che noi non abbiamo capito del tutto cosa c'era dietro quel movimento: non c'era un "terzo stato", una classe media che non si accontenta più delle proprie ricchezze e aspira ad assumere un ruolo nella vita politica del proprio paese; la "primavera araba" non è la rivoluzione francese. La "primavera araba" è la rivolta di una plebe, di un sottoproletariato - trovate voi il termine che più si addice alle vostre categorie politiche - di persone povere che non ce la fanno più e che trovano insopportabili le differenze di ricchezza tra loro e i pochissimi ricchi dei loro paesi e i tanti "ricchi" - a loro appariamo così anche noi che non ci riteniamo tali - che vedono nell'occidente. Le folle arabe che hanno riempito le piazze delle loro città chiedevano prima di tutto pane e poi anche democrazia, anche perché avevano visto che le dittature avevano peggiorato le loro condizioni economiche, in balia di una classe sempre più ristretta di privilegiati. Noi siamo intervenuti per assicurare loro la democrazia - e abbiamo fatto bene, lo ripeto - ma non abbiamo fatto nulla per assicurare a quelle masse di giovani la possibilità di un futuro diverso.
sabato 28 luglio 2012
Considerazioni libere (295): a proposito di Siria e di una storia che ricomincia...
In Siria, nonostante tutto, sta succedendo qualcosa: in questa frase, e soprattutto nell'inciso, c'è - a mio parere - la notizia essenziale. Provo a spiegarmi. In questi giorni le rivolte che sono cominciate più di un anno fa in Siria, quasi contemporaneamente a quelle iniziate in Egitto, in gran parte dei paesi dell'Africa settentrionale e in alcuni stati mediorientali - ossia quella stagione che ci siamo abituati a chiamare la "primavera araba" - e che sono continuate, nonostante la repressione violentissima del regime di Assad, in tutti questi mesi con rinnovata intensità, sembra che possano raggiungere finalmente il risultato auspicato dalla maggioranza di quel popolo: ossia la fine di quel regime, uno dei più longevi della regione. Il 18 luglio in un attentato suicida sono stati uccisi a Damasco alcuni generali, tra cui il ministro della difesa e il potente capo dei servizi di sicurezza, cognato dello stesso dittatore. Si combatte nella capitale e da alcuni giorni si combatte duramente ad Aleppo, che, oltre a essere una delle grandi capitali dell'antichità - patrimonio dell'umanità dell'Unesco - è la città economicamente più importante del paese. La Croce rossa internazionale ha riconosciuto, nonostante i tentennamenti delle Nazioni Unite, che in Siria si sta combattendo una "guerra civile" e questo riconoscimento formale non è passato inosservato nel paese, sia tra i ribelli che tra i pretoriani del regime. Non si tratta soltanto di una questione lessicale; a seguito di questa decisione, se si verificheranno nuovi omicidi, oppure torture e stupri tra la popolazione, il governo siriano e l'esercito potrà essere giudicato sulla base delle norme internazionali sulla violazione del diritto umanitario e dei crimini di guerra. La cosa potrebbe interessare poco ad Assad, che troverà qualche forma di salvacondotto internazionale, ma potrebbe spingere i generali e i gerarchi del regime ad abbandonare la nave, come effettivamente sta avvenendo con maggiore intensità in questi ultimi giorni. Noi di quello che avviene in Siria sappiamo pochissimo, abbiamo i resoconti di parte del regime e degli insorti, che sono ovviamente strumenti di propaganda e servono a combattere la guerra su altri piani. Sono pochissimi i giornalisti che si avventurano nel paese, anche perché alcuni che lo hanno fatto hanno perso la vita. Lo ha fatto in queste settimane, per Rainews24 - credo occorra rendere merito a questa misconosciuta rete della nostra azienda pubblica - Salah Methnani.
La cosa nota è che nel resto del mondo c'è una paura folle di quello che potrebbe succedere in Siria. Dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia all'Europa sarebbero in tanti a fare carte false purché in quel paese non succedesse nulla e rimanesse in piedi il regime di Assad, non amato, ma almeno conosciuto. La Siria è una potenza regionale, confina tra gli altri con Israele e con la Turchia e quindi le tensioni alle frontiere possono avere ripercussioni internazionali molto gravi; è il maggior alleato dell'Iran e gli ayatollah interverranno quando vedranno che il loro uomo a Damasco sta davvero per cadere. In Siria, anche sulla testa dei ribelli, si sta giocando una partita all'interno del mondo arabo, nello scontro tra sciiti e sunniti, che coinvolge, oltre a Iran e Turchia, anche Arabia Saudita e le altre potenze del Golfo Persico. In questo quadro è perfino comprensibile l'atteggiamento avuto dalle cancellerie degli Stati Uniti e dei paesi europei. La Siria non è un paese periferico come la Libia, dove la Francia di Sarkozy e dei suoi intellettuali engagè ha potuto esercitare il suo spirito di potenza "umanitaria", senza il rischio di pagarne un dazio troppo elevato. In Siria chi rischiasse di metterci le mani sarebbe certamente scottato. Anche per questo non solo non c'è stato un coinvolgimento diretto - come è avvenuto appunto contro il regime di Gheddafi - ma non c'è stato neppure un coinvolgimento "emotivo" dell'opinione pubblica. Durante la "primavera araba" le opinioni pubbliche dei paesi europei hanno fatto il tifo per chi si rivoltava, anche perché i mezzi di informazione si sono da subito schierati a favore dei ribelli, presentati di volta in volta con tratti positivi - "gli eroi", come dice il poeta, "sono tutti giovani e belli" - ricordate la retorica sul popolo ribelle di internet e balle varie, mentre gli esponenti dei regimi perdenti erano presentati tutti come vecchi e corrotti, fatto salvo dimenticare che solo fino a poche settimane prima quegli stessi regimi erano presentati come i tutori dei valori occidentali contro il montante islamismo radicale. Sulla Siria è calato il silenzio, si è preferito sorvolare sui passati commenti che esaltavano le "novità" del regime - quanti articoli elogiativi abbiamo letto sul giovane Assad e sulla sua bella moglie, entrambi educati nei migliori college inglesi - e non si è parlato neppure dei ribelli, che però - si fa capire tra le righe - non sono proprio "giovani e belli" come quelli delle altre "primavere".
La cosa importante è che di tutte queste rappresentazioni ai siriani non interessa nulla. Come non interessa nulla delle inconcludenti trattative tra Stati Uniti, Russia e Cina per arrivare a una risoluzione comune delle Nazioni Unite, destinata comunque a rimanere un ennesimo pezzo di carta, o del piano di pace preparato da Kofi Annan. Anche qui è mancato da parte nostra riuscire a capire qual era la vera molla che ha scatenato le "primavere" e che mantiene viva la rivolta in Siria: quei popoli non si battono tanto per valori democratici che non hanno mai conosciuto e di cui hanno un'idea vaga, ma perché sono disperati, sono alla fame e la povertà è sempre stata la benzina di ogni rivoluzione. In paesi, come quelli mediorientali, in cui la stragrande maggioranza della popolazione è formata da giovani che vivono con economie di sussistenza e senza alcuna prospettiva per il futuro, le rivolte sono inevitabili, contro quei regimi che prima di togliere loro la libertà, ha tolto ogni prospettiva. Per questo quello che sta avvenendo in Siria, nonostante il disimpegno del resto del mondo, dimostra che le volontà dei cittadini avranno sempre più effetto e valore di qualsiasi cosa possa fare la cosiddetta comunità internazionale. C'è un affrancamento di quei popoli. L'incapacità dei governi degli Stati Uniti e della Russia, ma anche di potenze vecchie e nuove come Europa e Cina, di influenzare in qualche modo quello che avviene in Siria è la conseguenza dell'incapacità storica di tutti questi attori di trovare una soluzione per il conflitto arabo-israeliano, di creare modelli di sviluppo che coinvolgessero davvero i popoli mediorientali e non solo l'élite politica ed economica di quei paesi. Ho l'impressione che dopo anni di stasi, le primavere arabe e soprattutto quello che sta succedendo in questi giorni in Siria, ma anche un rinnovato protagonismo di paesi come la Turchia - che non si muove più come una pedina della politica statunitense nell'area - quei popoli abbiano deciso che la loro storia non si decide più in Europa - come è successo nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot o come è successo dopo la seconda guerra mondiale con la creazione delle sfere di influenza tra Usa e Urss. Finora la storia della Siria è sempre dipesa da decisioni di altri, forse questa rivolta ci dice che noi non possiamo più decidere per loro. Comprensibile che a molti di noi questo non piaccia.
La cosa nota è che nel resto del mondo c'è una paura folle di quello che potrebbe succedere in Siria. Dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia all'Europa sarebbero in tanti a fare carte false purché in quel paese non succedesse nulla e rimanesse in piedi il regime di Assad, non amato, ma almeno conosciuto. La Siria è una potenza regionale, confina tra gli altri con Israele e con la Turchia e quindi le tensioni alle frontiere possono avere ripercussioni internazionali molto gravi; è il maggior alleato dell'Iran e gli ayatollah interverranno quando vedranno che il loro uomo a Damasco sta davvero per cadere. In Siria, anche sulla testa dei ribelli, si sta giocando una partita all'interno del mondo arabo, nello scontro tra sciiti e sunniti, che coinvolge, oltre a Iran e Turchia, anche Arabia Saudita e le altre potenze del Golfo Persico. In questo quadro è perfino comprensibile l'atteggiamento avuto dalle cancellerie degli Stati Uniti e dei paesi europei. La Siria non è un paese periferico come la Libia, dove la Francia di Sarkozy e dei suoi intellettuali engagè ha potuto esercitare il suo spirito di potenza "umanitaria", senza il rischio di pagarne un dazio troppo elevato. In Siria chi rischiasse di metterci le mani sarebbe certamente scottato. Anche per questo non solo non c'è stato un coinvolgimento diretto - come è avvenuto appunto contro il regime di Gheddafi - ma non c'è stato neppure un coinvolgimento "emotivo" dell'opinione pubblica. Durante la "primavera araba" le opinioni pubbliche dei paesi europei hanno fatto il tifo per chi si rivoltava, anche perché i mezzi di informazione si sono da subito schierati a favore dei ribelli, presentati di volta in volta con tratti positivi - "gli eroi", come dice il poeta, "sono tutti giovani e belli" - ricordate la retorica sul popolo ribelle di internet e balle varie, mentre gli esponenti dei regimi perdenti erano presentati tutti come vecchi e corrotti, fatto salvo dimenticare che solo fino a poche settimane prima quegli stessi regimi erano presentati come i tutori dei valori occidentali contro il montante islamismo radicale. Sulla Siria è calato il silenzio, si è preferito sorvolare sui passati commenti che esaltavano le "novità" del regime - quanti articoli elogiativi abbiamo letto sul giovane Assad e sulla sua bella moglie, entrambi educati nei migliori college inglesi - e non si è parlato neppure dei ribelli, che però - si fa capire tra le righe - non sono proprio "giovani e belli" come quelli delle altre "primavere".
La cosa importante è che di tutte queste rappresentazioni ai siriani non interessa nulla. Come non interessa nulla delle inconcludenti trattative tra Stati Uniti, Russia e Cina per arrivare a una risoluzione comune delle Nazioni Unite, destinata comunque a rimanere un ennesimo pezzo di carta, o del piano di pace preparato da Kofi Annan. Anche qui è mancato da parte nostra riuscire a capire qual era la vera molla che ha scatenato le "primavere" e che mantiene viva la rivolta in Siria: quei popoli non si battono tanto per valori democratici che non hanno mai conosciuto e di cui hanno un'idea vaga, ma perché sono disperati, sono alla fame e la povertà è sempre stata la benzina di ogni rivoluzione. In paesi, come quelli mediorientali, in cui la stragrande maggioranza della popolazione è formata da giovani che vivono con economie di sussistenza e senza alcuna prospettiva per il futuro, le rivolte sono inevitabili, contro quei regimi che prima di togliere loro la libertà, ha tolto ogni prospettiva. Per questo quello che sta avvenendo in Siria, nonostante il disimpegno del resto del mondo, dimostra che le volontà dei cittadini avranno sempre più effetto e valore di qualsiasi cosa possa fare la cosiddetta comunità internazionale. C'è un affrancamento di quei popoli. L'incapacità dei governi degli Stati Uniti e della Russia, ma anche di potenze vecchie e nuove come Europa e Cina, di influenzare in qualche modo quello che avviene in Siria è la conseguenza dell'incapacità storica di tutti questi attori di trovare una soluzione per il conflitto arabo-israeliano, di creare modelli di sviluppo che coinvolgessero davvero i popoli mediorientali e non solo l'élite politica ed economica di quei paesi. Ho l'impressione che dopo anni di stasi, le primavere arabe e soprattutto quello che sta succedendo in questi giorni in Siria, ma anche un rinnovato protagonismo di paesi come la Turchia - che non si muove più come una pedina della politica statunitense nell'area - quei popoli abbiano deciso che la loro storia non si decide più in Europa - come è successo nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot o come è successo dopo la seconda guerra mondiale con la creazione delle sfere di influenza tra Usa e Urss. Finora la storia della Siria è sempre dipesa da decisioni di altri, forse questa rivolta ci dice che noi non possiamo più decidere per loro. Comprensibile che a molti di noi questo non piaccia.
lunedì 19 marzo 2012
Considerazioni libere (275): a proposito di un giovane arabo e di un compleanno...
Nel giorno del tuo compleanno, dico che ho amato il tuo essere ribelle, dico che mi hai ispirato e che non amo l'aura divina intorno a te. Non ti adorerò.Queste parole possono costare la vita a un uomo. Francamente, da persona che non crede in nessuna religione e che cerca di rispettare chi crede, non mi sembrano irrispettose. Sono parole di una persona che vive la sua fede in maniera problematica, ma comunque sincera. Non me ne occuperei - e non ce ne dovremmo occupare - se a causa di queste parole Hamza Kashgari non stesse rischiando la vita nel suo paese, l'Arabia Saudita.
Nel giorno del tuo compleanno, ti vedo in ogni posto e dico che amo una parte di te, ne odio un'altra e ce n'è una che non capisco.
Nel giorno del tuo compleanno, non mi prostro davanti a te, non bacio la tua mano, ma la stringo, come si fa fra pari e ti sorrido, se mi sorridi. Ti parlo come a un amico, null'altro.
Hamza Kashgari è un giovane di 23 anni, è un blogger, un giovane intellettuale, e ha scritto queste parole su Twitter lo scorso 4 febbraio, in occasione del compleanno di Maometto, rivolgendosi direttamente al profeta. Questi tre "cinguettii" hanno scatenato la reazione di una parte influente del clero sunnita e di molti suoi connazionali; Hamza si è scusato e ha cancellato queste parole dalla rete. Questa storia avrebbe dovuto finire lì; certo avrebbe dovuto farci riflettere sull'intolleranza di una parte dei fedeli di quella religione e sulla necessità di un dibattito culturale su questi temi. Questa riflessione dovrebbe però partire dal fatto che nessuno può ritenersi superiore: per fortuna nel nostro paese, nella "nostra" religione - permettetemi quel "nostra" per indicare il cattolicesimo - questo fanatismo è ormai assolutamente minoritario, ma non sparito.
Di fronte alle minacce di morte che sono continuate anche dopo le sue scuse, Hamza ha deciso di lasciare per qualche tempo il suo paese e di trasferirisi in Nuova Zelanda. Il giovane però è stato arrestato in Malesia, dove l'aereo aveva fatto uno scalo tecnico. Nel frattempo infatti le autorità saudite hanno spiccato contro di lui un mandato di cattura per blasfemia. Hamza è stato immediatamente estradato; in realtà la Malesia non ha un vero e proprio accordo con l'Arabia Saudita per quanto riguarda i casi di estradizione, ma i due paesi islamici hanno buoni rapporti ed evidentemente non è mai positivo mettersi contro una potenza economica come il regime saudita. Un tribunale di Kuala Lumpur aveva sentenziato che Kashgari sarebbe dovuto rimanere in Malesia fino all'apertura del processo, ma il governo malese ha preferito optare per l'estradizione diretta, senza ascoltare le proteste di associazioni come Amnesty International, che si sono immeditamente attivate su questo caso.
A oggi non ci sono notizie su Hamza, non si sa dove sia detenuto né di cosa sia esattamente accusato. Negli ultimi anni in Arabia Saudita la blasfemia e l'apostasia sono state punite prevalentemente con il carcere e le pene corporali, ad esempio centinaia di frustate, ma Amnesty International dice che nel 2008 in quel paese sono state giustiziate 102 persone, accusate di sodomia, di blasfemia e di apostasia; in genere la pena di morte avviene per gli uomini attraverso la decapitazione, mentre per le donne si utilizza un plotone di esecuzione.
L'Arabia Saudita è un "nostro" fedele alleato e quindi il caso di Hamza Kashgari rischia di venir sottaciuto. Il regime saudita sostiene l'insurrezione siriana in nome dei diritti dell'uomo, ha aiutato le forze occidentali a rovesciare il regime di Gheddafi, è il primo produttore al mondo di petrolio e il primo partner commerciale degli Stati Uniti: i governi occidentali pensano che sia meglio tenerselo amico e non sollevare troppi problemi. Noi cittadini non abbiamo molte possibilità per cambiare questo stato di cose, possiamo evitare di essere complici, tacendo. E non possiamo che ripetere le parole che Hamza ha dedicato a Maometto.
sabato 10 marzo 2012
Considerazioni libere (274): a proposito di una nuova politica estera...
All'improvviso la politica italiana è tornata a parlare di politica estera. Non c'era più abituata e quindi farfuglia, balbetta, spesso sbaglia. Quando parlo di politica italiana non mi riferisco soltanto ai politici veri e propri, ma a tutto il circo mediatico che ci ruota intorno: giornalisti, commentatori, opinionisti in servizio permanente ed effettivo. Ci sono state una serie di circostanze esterne - e naturalmente non previste - che hanno costretto la politica italiana a confrontarsi con quello che succede al di fuori dei nostri confini. Una brava attrice comica ha approfittato dell'occasione di parlare davanti all'Italia, riunitasi per commemorare il festival di Sanremo, per ricordare che da più di quattro mesi Rossella Urru, una giovane cooperante sarda, è tenuta prigioniera da una banda di terroristi nell'Africa settentrionale; questo appello ha risvegliato l'attenzione su un caso di cui si occupavano ormai, a parte la famiglia e gli amici di Rossella, solo poche persone nella rete. Poi le autorità indiane hanno arrestato due marinai italiani, accusati di aver ucciso due pescatori di quel paese, nonostante il governo italiano sostenga che i due militari abbiano agito in acque internazionali e quindi debbano essere giudicati in Italia. Infine il governo inglese, senza coinvolgere quello italiano, ha deciso di organizzare un blitz per liberare due ingegneri, un inglese e un italiano, tenuti prigionieri da un gruppo terrorista in Nigeria; l'azione si è rivelata un fallimento e i due ostaggi sono stati uccisi. Vale la pena ricordare che, dopo la tragica morte di Franco Lamolinara, sono ancora nove gli italiani rapiti all'estero: la già ricordata Rossella Urru, la turista fiorentina Maria Sandra Mariani, il volontario siciliano Giovanni Lo Porto e i sei marinai siciliani ostaggio dei pirati a bordo della "Enrico Ievoli", sequestrata al largo delle coste dell'Oman.
In questi giorni il dibattito è tutto polarizzato sull'incapacità del governo italiano di alzare la voce verso quello indiano e quello inglese; ad esempio sul caso Lamolinara ci sono quelli che preferiscono sottolineare la debolezza del nostro esecutivo e quelli che invece enfatizzano la superbia di quello inglese, come fossimo ancora ai tempi della perfida Albione. Nella vicenda dei due marinai italiani passiamo dal dilettantismo di chi ha deciso di impiegare militari italiani come mercenari, senza definire con chiarezza responsabilità e catene di comando, a un atteggiamento di supponenza verso un paese come l'India che, al di là delle tante contraddizioni che ancora esistono al suo interno, è ormai diventata una potenza politica ed economica. In questi anni la politica estera italiana è stata spesso dettata da obiettivi di natura economica. Di fatto la politica nello scacchiere africano è stata subappaltata all'Eni e ai suoi interessi, così come il rapporto con la Russia è stato dettato più dalle scelte commerciali di B. e dei suoi amici imprenditori piuttosto che da una visione di strategia geopolitica. E così siamo arrivati al punto che il nostro ministero degli esteri si occupa per lo più della gestione dei rapimenti dei nostri connazionali all'estero, peraltro con risultati non sempre brillanti; pare che la scelta italiana, da tempo, sia quella di pagare, più o meno tacitamente, i riscatti richiesti dai rapitori, in modo da portare a casa i rapiti il prima possibile. In sé penso che la scelta sia condivisibile, soprattutto quando si tratta di persone che sono andate in quei paesi per svolgere un'opera umanitaria.
Questa scelta di affrontare le crisi contingenti non risolve però il problema di fondo, ossia il fatto che il nostro paese da molti anni non ha più una politica estera definita. Questo pesa molto nello scenario internazionale ed è la causa di crisi come quella che coinvolge i due soldati in India. In questi anni l'Italia è stata considerata da una parte della sua classe dirigente una sorta di avamposto a difesa dei confini meridionali dell'Europa oppure come l'appendice di una politica comunitaria incerta e ondivaga. Per svolgere un ruolo attivo in politica estera l'Italia deve immaginare se stessa come promotrice attiva di dialogo e di cooperazione tra i popoli del Mediterraneo e tra questi e l'Europa. Le vicende di quest'ultimo anno hanno reso ancora più evidente che questa mediazione è necessaria. Dobbiamo avere il coraggio di mediare, partendo da tre punti su cui non è possibile trattare: il rifiuto della violenza interna a ciascun paese; la scelta della democrazia politica e la centralità dei diritti umani - diritto alla vita, alla famiglia, al lavoro, all'ambiente, diritti delle donne; il rispetto delle minoranze.
Un elemento essenziale sono gli investimenti in ricerca e in formazione. L'Italia, attraverso incentivi economici e borse di studio, potrebbe diventare il paese in cui le nuove generazioni tunisine, libiche, egiziane - e in generale dell'Africa settentrionale e del Medio Oriente - possano studiare per poi tornare nei loro paesi. L'Italia in questo modo potrebbe incoraggiare i cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo arabo; la cultura crea sinergie, che a loro volta aumentano le possibilità di dialogare con paesi che sono strategicamente fondamentali per l'economia e la sicurezza dell'Italia. In questa prospettiva potrebbe esserci un nuovo ruolo anche per le regioni del Mezzogiorno, che naturalmente sarebbero il fulcro di questa azione di politica estera. Credo che una diversa opzione di politica estera dovrebbe rendere chiaro quanto sviluppo del nostro paese e sviluppo degli altri paesi possano essere intrecciati, e possano significare un vantaggio anche dal punto di vista economico, molto più di occasionali contratti tra questa o quell'industria italiana e qualche paese straniero. Un paese che affrontasse con questi valori il proprio ruolo nel mondo potrebbe probabilmente far valere la propria voce nelle sedi internazionali e con gli altri paesi e potrebbe anche gestire in maniera più efficace i rapimenti di cittadini italiani nel mondo. Un modo diverso di fare politica estera c'è già, lo mostrano ogni giorno persone come Rossella Urru e i tanti cooperanti che sono impegnati in progetti per lo sviluppo di quei paesi: servirebbe un paese che facesse sentire coerenti e condivise quelle scelte.
In questi giorni il dibattito è tutto polarizzato sull'incapacità del governo italiano di alzare la voce verso quello indiano e quello inglese; ad esempio sul caso Lamolinara ci sono quelli che preferiscono sottolineare la debolezza del nostro esecutivo e quelli che invece enfatizzano la superbia di quello inglese, come fossimo ancora ai tempi della perfida Albione. Nella vicenda dei due marinai italiani passiamo dal dilettantismo di chi ha deciso di impiegare militari italiani come mercenari, senza definire con chiarezza responsabilità e catene di comando, a un atteggiamento di supponenza verso un paese come l'India che, al di là delle tante contraddizioni che ancora esistono al suo interno, è ormai diventata una potenza politica ed economica. In questi anni la politica estera italiana è stata spesso dettata da obiettivi di natura economica. Di fatto la politica nello scacchiere africano è stata subappaltata all'Eni e ai suoi interessi, così come il rapporto con la Russia è stato dettato più dalle scelte commerciali di B. e dei suoi amici imprenditori piuttosto che da una visione di strategia geopolitica. E così siamo arrivati al punto che il nostro ministero degli esteri si occupa per lo più della gestione dei rapimenti dei nostri connazionali all'estero, peraltro con risultati non sempre brillanti; pare che la scelta italiana, da tempo, sia quella di pagare, più o meno tacitamente, i riscatti richiesti dai rapitori, in modo da portare a casa i rapiti il prima possibile. In sé penso che la scelta sia condivisibile, soprattutto quando si tratta di persone che sono andate in quei paesi per svolgere un'opera umanitaria.
Questa scelta di affrontare le crisi contingenti non risolve però il problema di fondo, ossia il fatto che il nostro paese da molti anni non ha più una politica estera definita. Questo pesa molto nello scenario internazionale ed è la causa di crisi come quella che coinvolge i due soldati in India. In questi anni l'Italia è stata considerata da una parte della sua classe dirigente una sorta di avamposto a difesa dei confini meridionali dell'Europa oppure come l'appendice di una politica comunitaria incerta e ondivaga. Per svolgere un ruolo attivo in politica estera l'Italia deve immaginare se stessa come promotrice attiva di dialogo e di cooperazione tra i popoli del Mediterraneo e tra questi e l'Europa. Le vicende di quest'ultimo anno hanno reso ancora più evidente che questa mediazione è necessaria. Dobbiamo avere il coraggio di mediare, partendo da tre punti su cui non è possibile trattare: il rifiuto della violenza interna a ciascun paese; la scelta della democrazia politica e la centralità dei diritti umani - diritto alla vita, alla famiglia, al lavoro, all'ambiente, diritti delle donne; il rispetto delle minoranze.
Un elemento essenziale sono gli investimenti in ricerca e in formazione. L'Italia, attraverso incentivi economici e borse di studio, potrebbe diventare il paese in cui le nuove generazioni tunisine, libiche, egiziane - e in generale dell'Africa settentrionale e del Medio Oriente - possano studiare per poi tornare nei loro paesi. L'Italia in questo modo potrebbe incoraggiare i cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo arabo; la cultura crea sinergie, che a loro volta aumentano le possibilità di dialogare con paesi che sono strategicamente fondamentali per l'economia e la sicurezza dell'Italia. In questa prospettiva potrebbe esserci un nuovo ruolo anche per le regioni del Mezzogiorno, che naturalmente sarebbero il fulcro di questa azione di politica estera. Credo che una diversa opzione di politica estera dovrebbe rendere chiaro quanto sviluppo del nostro paese e sviluppo degli altri paesi possano essere intrecciati, e possano significare un vantaggio anche dal punto di vista economico, molto più di occasionali contratti tra questa o quell'industria italiana e qualche paese straniero. Un paese che affrontasse con questi valori il proprio ruolo nel mondo potrebbe probabilmente far valere la propria voce nelle sedi internazionali e con gli altri paesi e potrebbe anche gestire in maniera più efficace i rapimenti di cittadini italiani nel mondo. Un modo diverso di fare politica estera c'è già, lo mostrano ogni giorno persone come Rossella Urru e i tanti cooperanti che sono impegnati in progetti per lo sviluppo di quei paesi: servirebbe un paese che facesse sentire coerenti e condivise quelle scelte.
lunedì 13 febbraio 2012
Considerazioni libere (270): a proposito di morti di cui non si parla...
Capisco - non approvo né giustifico, mi limito a cogliere le ragioni - che le cosiddette cancellerie occidentali, ossia i nostri distratti e disastrati governi, tacciano su quello che sta succedendo in Siria. La Siria non è la Libia, che, nonostante i suoi importanti giacimenti petroliferi, rimane alla periferia del mondo, almeno di questo mondo con le sue complicate strategie geopolitiche. Poi c'è un mondo fatto di donne e di uomini, un mondo fatto di poveri e di deboli, ma questo difficilmente è oggetto di studio e di analisi. Il mondo - questo e quello, senza differenza - non può permettersi una guerra in quel paese, che finirebbe per coinvolgere - volenti o nolenti - le tre potenze regionali tra cui si trova sempre più stretta quell'antica nazione: Israele, Iran e Turchia. Nel 2007, tra il silenzio dell'opinione pubblica e la colpevole distrazione dei governi occidentali e delle Nazioni Unite, Israele distrusse un impianto nucleare in territorio siriano, costruito probabilmente grazie all'aiuto iraniano; pensate cosa potrebbe succedere oggi, dal momento che anche il governo degli ayatollah dispone di armi nucleari. Questa "nuova" guerra finirebbe naturalmente per coinvolgere gli Stati Uniti e, questa volta, anche Russia e Cina. La Russia "zarista" di Putin non può permettersi di perdere l'unico alleato nella regione e uno dei suoi maggiori clienti nel commercio delle armi. Russia e Cina poi non possono accettare che succeda in Siria quello che è successo in Libia, quando la loro posizione attendista e sostanzialmente pro-Gheddafi è stata di fatto aggirata dall'intervento franco-inglese, coperto politicamente da Obama. Infine le due più grandi e influenti dittature del mondo non possono certo vedere di buon occhio questi popoli che reclamano libertà e diritti: l'esempio delle varie "primavere" rischia di essere pericoloso anche per l'impenetrabile ed immutabile regime cinese. I nostri piccoli governi europei non hanno certo tempo e voglia per occuparsi della Siria, visto che la crisi economica incombe, mentre Atene letteralmente brucia. La guerra in Siria non ci sarà e francamente credo che sia un bene, viste le condizioni e i rischi sempre incombenti in quella tormentata regione. Questo naturalmente non risolve il problema del popolo siriano.
Quello che non capisco - e che non approvo - è il "nostro" silenzio sulla Siria. I giornali e i media parlano molto poco della Siria, gli intellettuali non ne parlano affatto - Bernard-Henri Lévy ha ingigantito per umana vanità il proprio ruolo come ispiratore della guerra contro Gheddafi, ma certo la sua voce è stata importante e soprattutto non isolata - non ne parlano i politici progressisti - i socialisti francesi e tedeschi perché contano di tornare tra poco tempo al governo dei loro paesi, gli italiani perché non esistono - noi, ossia l'opinione pubblica genericamente intesa, non parliamo della Siria. Eppure in Siria si muore, tutti i giorni.
In quel paese si compiono da quasi un anno delitti contro l'umanità. A essere precisi la dittatura della famiglia Asad è cominciata nel 1970 e già nel 1982 Asad padre ha ordinato il massacro di Hama: un terzo della città fu rasa al suolo e furono uccise circa 40mila persone, considerate oppositori del regime. Diciamo pure che questa è storia, qualcosa di cui è meglio non occuparsi. Partiamo da quando i giovani tunisini hanno costretto alle dimissioni Ben Ali. Asad figlio - a cui i governi occidentali davano credito perché si era laureato in oftalmologia a Londra e aveva sposato una sua connazionale bella e "occidentale" - disse che il "contagio" non sarebbe mai arrivato fino in Siria. E mentre cadevano uno dopo l'altro Mubarak, Gheddafi, Saleh, alcuni ragazzi di Deraa hanno cominciato a scrivere slogan sui muri, poi i loro genitori hanno protestato contro gli arresti dei loro ragazzi, poi le autorità tribali hanno cominciato ad alzare la voce contro gli arresti degli uomini che avevano protestato e così il "contagio" è arrivato fino all'esercito, nelle cui fila ci sono state diserzioni tali da portare alla costituzione del "Libero esercito siriano". Ci sono stati arresti arbitrari, torture, esecuzioni sommarie. In questi giorni in Siria c'è una guerra civile: Homs - l'antica Emesa, patria di Eliogabalo - viene bombardata da giorni dall'esercito regolare. Ci sono combattimenti ad Aleppo, città patrimonio dell'umanità. La Siria, bisogna ricordarlo, è un luogo ricco di storia, Damasco è il più antico insediamento umano che continua a essere abitato. In questi undici mesi ci sono stati migliaia di morti, prevalentemente civili, decine di migliaia di profughi, edifici distrutti: ci sono ragioni per indignarsi, per scendere in piazza, per firmare appelli. Anche con il rischio di essere velleitari. E invece nulla.
Temo che tanti "bravi democratici" progressisti stiano zitti perché hanno visto che in Tunisia, come in Egitto, quando le persone sono andate a votare hanno premiato partiti e movimenti conservatori e moderati di impronta islamica. Questi bravi democratici sono convinti che i tunisini e gli egiziani si siano "sbagliati" e quindi che nessuno di quei popoli - compresi i siriani quindi - meriti la democrazia. Si tratta di un errore molto grave che denota stupidità e razzismo. In democrazia vale sempre la regola che i cittadini non si "sbagliano"; possono essere ingannati, ma questa è un'altra storia. Non possiamo avere la presunzione di dire che una democrazia non è tale solo perché non ci è piaciuto l'esito delle elezioni. E poi si può essere conservatori e democratici, i due termini - e lo dico da uomo di sinistra - non sono necessariamente in contrasto. Alcune settimane fa ad esempio abbiamo dato l'ultimo saluto a Oscar Luigi Scalfaro, che è stato indubbiamente un difensore strenuo delle regole democratiche, ma con altrettanto rigore un conservatore in campo politico e morale. In Egitto come in Tunisia ci sono state delle elezioni, ci sono dei nuovi partiti e c'è un parlamento. Nonostante le delusioni della sinistra laica, sarà difficile tornare indietro, perché il fattore scatenante la rivolta, ossia una nuova generazione con un radicato spirito di contestazione, connessa alla rete, è ancora presente; i movimenti islamici agiscono in uno spazio democratico che non hanno creato, ma hanno ormai accettato.
Chi ha un po' di memoria ricorderà le grandi manifestazioni tra l'autunno del '90 e i primi giorni del '91 contro l'invasione statunitense dell'Iraq. Fu un momento importante per tanti di noi, inutile sul piano pratico perché quella mobilitazione non fermò il conflitto, ma politicamente significativa: l'opinione pubblica fece sentire la propria voce, fece capire che era in disaccordo con la decisione dei governi che vollero e sostennero quella campagna militare. Chi criticava quel movimento, oltre a molta retorica filoamericana, aveva ragione su un punto fondamentale: non eravamo stati altrettanto determinati e numerosi nel criticare il regime di Saddam. Era un argomento che non eravamo in grado di contrastare efficacemente. E' un errore che non possiamo permetterci con la Siria: non dobbiamo in alcun modo essere complici di Asad, e anche il nostro silenzio rischia di rafforzare la convinzione di quel dittatore che la fine del suo regime significherebbe la caduta nel caos dell'intera regione. Qualunque cosa succeda - e ci auguriamo per le siriane e i siriani che avvenga il prima possibile - noi dobbiamo poter dire che abbiamo fatto il possibile, per quanto possa essere poco, per far allontanare Asad dal suo paese. Chi crede nella pace - e pace vuol dire anche impedire che un altro popolo sia schiacciato dal proprio tiranno - deve chiedere che si trovi una soluzione politica che permetta l'esilio di Asad, ossia quello che non si è voluto fare né con Saddam né con Gheddafi. Asad meriterebbe di essere punito per quello che ha fatto e per quello che ha permesso di fare, ma si possono anche accettare compromessi, quando ne va di mezzo la salvezza di un popolo. La politica è anche questo. L'importante è non rinunciare, non cedere al silenzio.
Quello che non capisco - e che non approvo - è il "nostro" silenzio sulla Siria. I giornali e i media parlano molto poco della Siria, gli intellettuali non ne parlano affatto - Bernard-Henri Lévy ha ingigantito per umana vanità il proprio ruolo come ispiratore della guerra contro Gheddafi, ma certo la sua voce è stata importante e soprattutto non isolata - non ne parlano i politici progressisti - i socialisti francesi e tedeschi perché contano di tornare tra poco tempo al governo dei loro paesi, gli italiani perché non esistono - noi, ossia l'opinione pubblica genericamente intesa, non parliamo della Siria. Eppure in Siria si muore, tutti i giorni.
In quel paese si compiono da quasi un anno delitti contro l'umanità. A essere precisi la dittatura della famiglia Asad è cominciata nel 1970 e già nel 1982 Asad padre ha ordinato il massacro di Hama: un terzo della città fu rasa al suolo e furono uccise circa 40mila persone, considerate oppositori del regime. Diciamo pure che questa è storia, qualcosa di cui è meglio non occuparsi. Partiamo da quando i giovani tunisini hanno costretto alle dimissioni Ben Ali. Asad figlio - a cui i governi occidentali davano credito perché si era laureato in oftalmologia a Londra e aveva sposato una sua connazionale bella e "occidentale" - disse che il "contagio" non sarebbe mai arrivato fino in Siria. E mentre cadevano uno dopo l'altro Mubarak, Gheddafi, Saleh, alcuni ragazzi di Deraa hanno cominciato a scrivere slogan sui muri, poi i loro genitori hanno protestato contro gli arresti dei loro ragazzi, poi le autorità tribali hanno cominciato ad alzare la voce contro gli arresti degli uomini che avevano protestato e così il "contagio" è arrivato fino all'esercito, nelle cui fila ci sono state diserzioni tali da portare alla costituzione del "Libero esercito siriano". Ci sono stati arresti arbitrari, torture, esecuzioni sommarie. In questi giorni in Siria c'è una guerra civile: Homs - l'antica Emesa, patria di Eliogabalo - viene bombardata da giorni dall'esercito regolare. Ci sono combattimenti ad Aleppo, città patrimonio dell'umanità. La Siria, bisogna ricordarlo, è un luogo ricco di storia, Damasco è il più antico insediamento umano che continua a essere abitato. In questi undici mesi ci sono stati migliaia di morti, prevalentemente civili, decine di migliaia di profughi, edifici distrutti: ci sono ragioni per indignarsi, per scendere in piazza, per firmare appelli. Anche con il rischio di essere velleitari. E invece nulla.
Temo che tanti "bravi democratici" progressisti stiano zitti perché hanno visto che in Tunisia, come in Egitto, quando le persone sono andate a votare hanno premiato partiti e movimenti conservatori e moderati di impronta islamica. Questi bravi democratici sono convinti che i tunisini e gli egiziani si siano "sbagliati" e quindi che nessuno di quei popoli - compresi i siriani quindi - meriti la democrazia. Si tratta di un errore molto grave che denota stupidità e razzismo. In democrazia vale sempre la regola che i cittadini non si "sbagliano"; possono essere ingannati, ma questa è un'altra storia. Non possiamo avere la presunzione di dire che una democrazia non è tale solo perché non ci è piaciuto l'esito delle elezioni. E poi si può essere conservatori e democratici, i due termini - e lo dico da uomo di sinistra - non sono necessariamente in contrasto. Alcune settimane fa ad esempio abbiamo dato l'ultimo saluto a Oscar Luigi Scalfaro, che è stato indubbiamente un difensore strenuo delle regole democratiche, ma con altrettanto rigore un conservatore in campo politico e morale. In Egitto come in Tunisia ci sono state delle elezioni, ci sono dei nuovi partiti e c'è un parlamento. Nonostante le delusioni della sinistra laica, sarà difficile tornare indietro, perché il fattore scatenante la rivolta, ossia una nuova generazione con un radicato spirito di contestazione, connessa alla rete, è ancora presente; i movimenti islamici agiscono in uno spazio democratico che non hanno creato, ma hanno ormai accettato.
Chi ha un po' di memoria ricorderà le grandi manifestazioni tra l'autunno del '90 e i primi giorni del '91 contro l'invasione statunitense dell'Iraq. Fu un momento importante per tanti di noi, inutile sul piano pratico perché quella mobilitazione non fermò il conflitto, ma politicamente significativa: l'opinione pubblica fece sentire la propria voce, fece capire che era in disaccordo con la decisione dei governi che vollero e sostennero quella campagna militare. Chi criticava quel movimento, oltre a molta retorica filoamericana, aveva ragione su un punto fondamentale: non eravamo stati altrettanto determinati e numerosi nel criticare il regime di Saddam. Era un argomento che non eravamo in grado di contrastare efficacemente. E' un errore che non possiamo permetterci con la Siria: non dobbiamo in alcun modo essere complici di Asad, e anche il nostro silenzio rischia di rafforzare la convinzione di quel dittatore che la fine del suo regime significherebbe la caduta nel caos dell'intera regione. Qualunque cosa succeda - e ci auguriamo per le siriane e i siriani che avvenga il prima possibile - noi dobbiamo poter dire che abbiamo fatto il possibile, per quanto possa essere poco, per far allontanare Asad dal suo paese. Chi crede nella pace - e pace vuol dire anche impedire che un altro popolo sia schiacciato dal proprio tiranno - deve chiedere che si trovi una soluzione politica che permetta l'esilio di Asad, ossia quello che non si è voluto fare né con Saddam né con Gheddafi. Asad meriterebbe di essere punito per quello che ha fatto e per quello che ha permesso di fare, ma si possono anche accettare compromessi, quando ne va di mezzo la salvezza di un popolo. La politica è anche questo. L'importante è non rinunciare, non cedere al silenzio.
venerdì 6 gennaio 2012
Considerazioni libere (266): a proposito di una previsione avverata...
Il fatto che le truppe degli Stati Uniti si siano sostanzialmente ritirate dall'Iraq – anche se rimane il contingente di 200 uomini destinato a garantire la sicurezza dell'ambasciata a Baghdad – non deve farci dimenticare che in quel paese si continua a morire: sono oltre 70 le persone uccise in questi ultimi giorni, ossia da poco prima di Natale, quando si è completato il ritiro delle truppe americane. Visto il bilancio di questi nove anni di guerra è chiaro cosa ha spinto Obama ad accelerare il ritiro, in vista delle prossime elezioni presidenziali: 800 miliardi di dollari spesi, più di un milione di donne e uomini impegnati nella missione, 4.500 soldati statunitensi morti. Visto che facciamo un bilancio, ci sarebbe anche da ricordare il numero dei civili iracheni rimasti uccisi nel conflitto, un numero che probabilmente non conosceremo mai; sono 115mila, secondo le stime ufficiali americane, ma molto probabilmente sono molto più numerose. Forse ricordate che alcuni anni fa, nel giugno del 2006, la rivista britannica The Lancet stimò in 600mila le vittime civili del conflitto fino a quel mese. Ma cosa succederà adesso in Iraq?
Nonostante una certa indispensabile – e anche comprensibile – retorica statunitense e al di là del fatto che per due volte, dopo la fine della dittatura, gli iracheni sono stati chiamati alle urne, il sistema politico iracheno assomiglia, più che a una democrazia, a una dittatura di partiti di ispirazione religiosa, che si spartiscono il potere su base settaria ed etnica. Inoltre questo potere viene amministrato attraverso un calibrato sistema di clientele e di corruzione; l’Iraq figura al 175° posto, su 182 paesi nella classifica della corruzione stilata da Transparency International.
L'Iraq rimane un vaso ci coccio – e anche il più fragile – tra vasi di ferro, soprattutto Turchia e Iran. Per ora sono in vantaggio gli iraniani, grazie soprattutto alla miope decisione americana di favorire a tutti i costi gli sciiti, a danno dei sunniti, che sostenevano Saddam. Il regime iraniano ha forti legami con gran parte dell'establishment sciita, a partire dal premier iracheno Nouri al-Maliki, ha finanziato direttamente diversi movimenti religiosi e politici, tra cui quello di Moqtada al-Sadr, leader del gruppo paramilitare, noto come “esercito del Mahdi”, molto attivo in quest'ultima fase, inoltre fa pressioni sul clero iracheno affinché venga nominato a capo del Consiglio religioso sciita l’ayatollah conservatore Hashemi Shahroudi. Ai turchi invece rimane l'appoggio dei curdi del nord del paese. Poi c'è l'Arabia Saudita che potrebbe decidere di scendere in campo per difendere la maggioranza sunnita. E' chiaro che la situazione rimane estremamente complessa e l'Iraq potrebbe diventare, già nei prossimi mesi, il campo di battaglia, anche per interposta persona, tra queste tre potenze regionali, con in mezzo – sempre più in pericolo – il popolo iracheno che vive in uno stato di guerra ormai da decenni.
Quando però parliamo dell'Iraq non possiamo dimenticare un elemento essenziale, senza il quale è impossibile capire cosa succederà in quel paese: le riserve irachene di petrolio ammontano a 143 miliardi di barili, ossia il 12% delle riserve mondiali: Nel 2010, pur in una situazione ancora politicamente complessa, l'Iraq ha prodotto 2,7 milioni di barili, provenienti dai 28 grandi giacimenti che si trovano nel nord e nel sud del paese, le zone a influenza curda e sciita. Le grandi compagnie occidentali, cinesi e russe si sono già spartite questi giacimenti e stanno sfruttando a piene mani il petrolio iracheno, mentre il popolo di quel paese non ne ricava alcun vantaggio. Per saperne di più su questo tema vi consiglio di leggere il dossier Il saccheggio dell’Iraq. Un guerra per le risorse, preparato da Un ponte per... e pubblicato sul sito Osservatorio Iraq.
Questo è il dramma dell'Iraq: un territorio potenzialmente ricchissimo, la culla della civiltà – ricordate la Mesopotamia in cui nacque la scrittura? – un popolo schiacciato tra gli interessi delle grandi multinazionali, le strategie politiche delle cancellerie, la corruzione di leader senza scrupoli. Per questo abbiamo detto che la guerra in Iraq era un errore, purtroppo tutte le previsioni si sono rivelate esatte.
Nonostante una certa indispensabile – e anche comprensibile – retorica statunitense e al di là del fatto che per due volte, dopo la fine della dittatura, gli iracheni sono stati chiamati alle urne, il sistema politico iracheno assomiglia, più che a una democrazia, a una dittatura di partiti di ispirazione religiosa, che si spartiscono il potere su base settaria ed etnica. Inoltre questo potere viene amministrato attraverso un calibrato sistema di clientele e di corruzione; l’Iraq figura al 175° posto, su 182 paesi nella classifica della corruzione stilata da Transparency International.
L'Iraq rimane un vaso ci coccio – e anche il più fragile – tra vasi di ferro, soprattutto Turchia e Iran. Per ora sono in vantaggio gli iraniani, grazie soprattutto alla miope decisione americana di favorire a tutti i costi gli sciiti, a danno dei sunniti, che sostenevano Saddam. Il regime iraniano ha forti legami con gran parte dell'establishment sciita, a partire dal premier iracheno Nouri al-Maliki, ha finanziato direttamente diversi movimenti religiosi e politici, tra cui quello di Moqtada al-Sadr, leader del gruppo paramilitare, noto come “esercito del Mahdi”, molto attivo in quest'ultima fase, inoltre fa pressioni sul clero iracheno affinché venga nominato a capo del Consiglio religioso sciita l’ayatollah conservatore Hashemi Shahroudi. Ai turchi invece rimane l'appoggio dei curdi del nord del paese. Poi c'è l'Arabia Saudita che potrebbe decidere di scendere in campo per difendere la maggioranza sunnita. E' chiaro che la situazione rimane estremamente complessa e l'Iraq potrebbe diventare, già nei prossimi mesi, il campo di battaglia, anche per interposta persona, tra queste tre potenze regionali, con in mezzo – sempre più in pericolo – il popolo iracheno che vive in uno stato di guerra ormai da decenni.
Quando però parliamo dell'Iraq non possiamo dimenticare un elemento essenziale, senza il quale è impossibile capire cosa succederà in quel paese: le riserve irachene di petrolio ammontano a 143 miliardi di barili, ossia il 12% delle riserve mondiali: Nel 2010, pur in una situazione ancora politicamente complessa, l'Iraq ha prodotto 2,7 milioni di barili, provenienti dai 28 grandi giacimenti che si trovano nel nord e nel sud del paese, le zone a influenza curda e sciita. Le grandi compagnie occidentali, cinesi e russe si sono già spartite questi giacimenti e stanno sfruttando a piene mani il petrolio iracheno, mentre il popolo di quel paese non ne ricava alcun vantaggio. Per saperne di più su questo tema vi consiglio di leggere il dossier Il saccheggio dell’Iraq. Un guerra per le risorse, preparato da Un ponte per... e pubblicato sul sito Osservatorio Iraq.
Questo è il dramma dell'Iraq: un territorio potenzialmente ricchissimo, la culla della civiltà – ricordate la Mesopotamia in cui nacque la scrittura? – un popolo schiacciato tra gli interessi delle grandi multinazionali, le strategie politiche delle cancellerie, la corruzione di leader senza scrupoli. Per questo abbiamo detto che la guerra in Iraq era un errore, purtroppo tutte le previsioni si sono rivelate esatte.
venerdì 23 dicembre 2011
Considerazioni libere (265): a proposito di donne che non festeggeranno il Natale...
In questi giorni ci sono due immagini molto forti che si sovrappongono e si confondono nel nostro immaginario - almeno a me succede: da una parte il ritratto di "the protester", the man of the year per la rivista Time, il viso quasi completamente velato, gli occhi che guardano con fierezza il lettore, non si capisce se sia un uomo o una donna, anche se in tanti abbiamo visto - abbiamo idealizzato forse - uno sguardo femminile; dall'altra parte la foto di Reuters/Contrasto in cui alcuni soldati egiziani spogliano e picchiano una donna velata, la ragazza dal reggiseno azzurro, come abbiamo cominciato a chiamarla. Una è un'immagine di fantasia, l'altra è reale, troppo reale, una racconta il mondo come vorremmo che fosse e una racconta come invece è. Nel dramma di queste due foto ci sono tutte le contraddizioni con cui abbiamo vissuto questo convulso 2011, in cui si sono alternate speranze e delusioni. Proprio perché questo mi sembra un elemento decisivo voglio chiudere le "considerazioni" di quest'anno con una riflessione sulle donne in Iraq. L'occasione è la presentazione del rapporto Trafficking in Iraq che studia la situazione delle donne in quel paese prima e dopo la guerra del 2003.
Riconoscere che i primi anni del regime di Saddam Hussein, almeno fino alla guerra Iran-Iraq, hanno rappresentato un momento di crescita delle donne in quella società, non significa affatto sottovalutare la durezza di quella dittatura. E' semplicemente un dato di fatto; come ho già scritto molte volte, la fine della dittatura di Saddam è stato l'unico elemento positivo di quel conflitto, mentre le altre conseguenze sono state tutte negative. Nel 1980 le donne hanno avuto il diritto di voto e nel 1991, prima che cominciasse la guerra del Golfo, l'Iraq era il primo paese arabo per numero di professioniste laureate.
La necessità di rafforzare il "fronte interno", prima contro l'Iran degli ayatollah e soprattutto dopo contro i paesi occidentali, ha spinto Saddam a rinunciare ai tratti più laici del proprio regime, in un processo di progressiva "arabizzazione", che è culminata nella reintroduzione di alcune leggi della sharia. Questa svolta è stata pagata soprattutto dalle donne. Durante la cosiddetta Faith campaign del 2000 pare che siano state uccise dai miliziani di Saddam oltre duemila donne; si è trattato per lo più di intellettuali, professioniste, donne attive nel campo dei diritti umani, femministe, insomma oppositrici del regime. Queste donne sono state decapitate e le loro teste sono state esposte come monito per tutte le altre donne. Evidentemente la condizione delle donne è rapidamente peggiorata, assecondando le spinte più conservatrici e maschiliste della società. In quegli anni un bersaglio del regime erano anche le donne sciite e curde. I miliziani le violentavano e spesso le facevano entrare in un redditizio traffico di prostituzione, più o meno istituzionalizzato, diretto verso l'Egitto, il Sudan e la Turchia. Le donne non trovavano alcuna solidarietà nelle loro famiglie, dal momento che, essendo state violentate, venivano considerate "immorali" e indegne di continuare ad appartenere alla comunità: la tratta quindi, gestita dal regime, era tollerata, se non favorita, dalle stesse famiglie.
Il dato drammatico è che la guerra ha segnato un ulteriore peggioramento della condizione delle donne in Iraq, nonostante una delle ragioni che hanno giustificato l'intervento occidentale e il conflitto fosse quella di difendere i diritti delle donne. C'è prima di tutto un dato economico e sociale di carattere generale: quella guerra - come ogni guerra sotto ogni latitudine - finisce per colpire la parte più debole della società e naturalmente le donne sono le prime a soffrire le conseguenze del conflitto. Nello specifico poi sono rimaste in vigore le leggi che impongono le discriminazioni di genere che erano state introdotte dal regime di Saddam Hussein. La costituzione del 2005 introduce nella legislazione irachena i diritti umani fondamentali, tra cui l'uguaglianza di donne e uomini, ma la decisione di mantenere l'islam come fondamento della legislazione statale finisce per violare de facto questo principio.
Il dato drammatico, che è oggetto appunto del rapporto che prima ho citato, è l'aumento della prostituzione - e della tratta - durante e dopo la guerra. Il conflitto ha fornito molto nuovo "materiale" ai trafficanti: non solo e non più le donne violentate, le oppositrici del regime, le donne curde e cristiane, ma ora anche moltissime vedove e orfane, che, persi i mariti e i padri, non sanno più come mantenere le loro famiglie. Povertà e arretratezza culturale vanno naturalmente di pari passo; non solo le donne violentate vengono considerate "impure", ma in una società arcaica come quella irachena le donne sole, che mantengono se stesse e le loro famiglie, sono viste male. Alcune, o per bisogno o per mantenere la loro reputazione, preferiscono sposarsi con uomini già spostati, visto che la legge prevede la poligamia, mentre molte altre cadono nel racket della prostituzione. Spesso queste donne si fidano di persone che promettono loro di aiutarle, a volte sono le stesse donne che accettano di "reclutare" altre loro compagne di sventura. Poi ci sono le famiglie che, a causa della povertà, decidono di vendere le loro figlie, specialmente le più giovani che, essendo vergini, sono una merce più preziosa.Queste donne vengono fatte prostituire sia all'interno del paese - sono tanti i night club sorti a Baghdad, magari sotto gli occhi conniventi delle truppe di occupazione o dei contractors - oppure sono mandate in altri paesi arabi. Secondo i dati di Amnesty International sono più di 700.000 le profughe irachene in Siria; nei bordelli di Damasco l’80% delle prostitute è di nazionalità irachena.
Mi rendo conto che leggere questa "considerazione" è un modo molto non-convenzionale di passare il Natale, eppure queste donne non hanno nulla da festeggiare e la loro condizione ci riguarda, molto di più di quanto pensiamo e, forse, vorremmo.
Riconoscere che i primi anni del regime di Saddam Hussein, almeno fino alla guerra Iran-Iraq, hanno rappresentato un momento di crescita delle donne in quella società, non significa affatto sottovalutare la durezza di quella dittatura. E' semplicemente un dato di fatto; come ho già scritto molte volte, la fine della dittatura di Saddam è stato l'unico elemento positivo di quel conflitto, mentre le altre conseguenze sono state tutte negative. Nel 1980 le donne hanno avuto il diritto di voto e nel 1991, prima che cominciasse la guerra del Golfo, l'Iraq era il primo paese arabo per numero di professioniste laureate.
La necessità di rafforzare il "fronte interno", prima contro l'Iran degli ayatollah e soprattutto dopo contro i paesi occidentali, ha spinto Saddam a rinunciare ai tratti più laici del proprio regime, in un processo di progressiva "arabizzazione", che è culminata nella reintroduzione di alcune leggi della sharia. Questa svolta è stata pagata soprattutto dalle donne. Durante la cosiddetta Faith campaign del 2000 pare che siano state uccise dai miliziani di Saddam oltre duemila donne; si è trattato per lo più di intellettuali, professioniste, donne attive nel campo dei diritti umani, femministe, insomma oppositrici del regime. Queste donne sono state decapitate e le loro teste sono state esposte come monito per tutte le altre donne. Evidentemente la condizione delle donne è rapidamente peggiorata, assecondando le spinte più conservatrici e maschiliste della società. In quegli anni un bersaglio del regime erano anche le donne sciite e curde. I miliziani le violentavano e spesso le facevano entrare in un redditizio traffico di prostituzione, più o meno istituzionalizzato, diretto verso l'Egitto, il Sudan e la Turchia. Le donne non trovavano alcuna solidarietà nelle loro famiglie, dal momento che, essendo state violentate, venivano considerate "immorali" e indegne di continuare ad appartenere alla comunità: la tratta quindi, gestita dal regime, era tollerata, se non favorita, dalle stesse famiglie.
Il dato drammatico è che la guerra ha segnato un ulteriore peggioramento della condizione delle donne in Iraq, nonostante una delle ragioni che hanno giustificato l'intervento occidentale e il conflitto fosse quella di difendere i diritti delle donne. C'è prima di tutto un dato economico e sociale di carattere generale: quella guerra - come ogni guerra sotto ogni latitudine - finisce per colpire la parte più debole della società e naturalmente le donne sono le prime a soffrire le conseguenze del conflitto. Nello specifico poi sono rimaste in vigore le leggi che impongono le discriminazioni di genere che erano state introdotte dal regime di Saddam Hussein. La costituzione del 2005 introduce nella legislazione irachena i diritti umani fondamentali, tra cui l'uguaglianza di donne e uomini, ma la decisione di mantenere l'islam come fondamento della legislazione statale finisce per violare de facto questo principio.
Il dato drammatico, che è oggetto appunto del rapporto che prima ho citato, è l'aumento della prostituzione - e della tratta - durante e dopo la guerra. Il conflitto ha fornito molto nuovo "materiale" ai trafficanti: non solo e non più le donne violentate, le oppositrici del regime, le donne curde e cristiane, ma ora anche moltissime vedove e orfane, che, persi i mariti e i padri, non sanno più come mantenere le loro famiglie. Povertà e arretratezza culturale vanno naturalmente di pari passo; non solo le donne violentate vengono considerate "impure", ma in una società arcaica come quella irachena le donne sole, che mantengono se stesse e le loro famiglie, sono viste male. Alcune, o per bisogno o per mantenere la loro reputazione, preferiscono sposarsi con uomini già spostati, visto che la legge prevede la poligamia, mentre molte altre cadono nel racket della prostituzione. Spesso queste donne si fidano di persone che promettono loro di aiutarle, a volte sono le stesse donne che accettano di "reclutare" altre loro compagne di sventura. Poi ci sono le famiglie che, a causa della povertà, decidono di vendere le loro figlie, specialmente le più giovani che, essendo vergini, sono una merce più preziosa.Queste donne vengono fatte prostituire sia all'interno del paese - sono tanti i night club sorti a Baghdad, magari sotto gli occhi conniventi delle truppe di occupazione o dei contractors - oppure sono mandate in altri paesi arabi. Secondo i dati di Amnesty International sono più di 700.000 le profughe irachene in Siria; nei bordelli di Damasco l’80% delle prostitute è di nazionalità irachena.
Mi rendo conto che leggere questa "considerazione" è un modo molto non-convenzionale di passare il Natale, eppure queste donne non hanno nulla da festeggiare e la loro condizione ci riguarda, molto di più di quanto pensiamo e, forse, vorremmo.
domenica 27 novembre 2011
Considerazioni libere (260): a proposito di modelli e di un cambio di punti di vista...
In questi giorni chi - come me - ha
nutrito e nutre grandi speranze per quel movimento di popoli che ci
siamo abituati a chiamare "primavera araba", guarda con
estrema ansia a quello che succede in Siria e in Egitto. Sappiamo che
i governi occidentali - per timore delle conseguenze, ma soprattutto
per non spendere altro denaro in questi tempi di crisi - non
interverranno militarmente contro il regime di Assad, come hanno
fatto in Libia contro Gheddafi, ma la Lega araba e soprattutto la
Turchia - che si sta ritagliando un ruolo sempre più definito come
arbitro del difficile scacchiere mediorientale – hanno detto
chiaramente che il regime deve passare la mano e faranno sentire
tutto il loro peso economico e militare. Nel paese intanto si
combatte una violentissima guerra civile, di cui abbiamo scarse
informazioni. Credo che alla fine anche Assad cadrà, ma allo stato
attuale è impossibile intuire quale sarà l'esito di questa nuova
rivolta araba. L'unica costante che finora abbiamo potuto registrare
è quella che non ci sono costanti e in ogni paese la rivolta ha
avuto un andamento e soprattutto uno sbocco diverso l'uno dall'altro.
In Egitto i militari tentano di non cedere il potere, ma l’onda
rivoluzionaria partita all’inizio di quest’anno non è più
disponibile ad accettare una normalizzazione imposta dall'alto;
anche qui si combatte e purtroppo ogni giorno dobbiamo contare i
morti di questa nuova fase della rivoluzione.
Le vicende di questi ultimi giorni, che
ho sintetizzato in maniera davvero troppo sommaria nel precedente
paragrafo, mi spingono a riflettere ancora una volta su quanto sia
paradossale la situazione in cui viviamo. Gli egiziani sono scesi in
piazza perché vogliono votare, i siriani vogliono votare, gli
yemeniti – ora che finalmente il presidente Saleh ha accettato di "abdicare" – vogliono votare, i tunisini sono andati in massa a
votare per eleggere il nuovo parlamento, dopo la rivolta che ha
costretto Ben Ali alle dimissioni. Questo succede dall'altra parte
del mondo - anche se a pochissimi chilometri dal nostro paese -
invece nel "nostro" mondo la situazione è completamente
diversa. Gli indignados spagnoli - che sono stati i primi europei a
scendere in piazza in maniera così forte e organizzata - pur al di
fuori di ogni tipo di organizzazione politica e sindacale
tradizionale - hanno platealmente e pubblicamente ignorato i
dibattiti della campagna elettorale, dando un giudizio egualmente
negativo sui due maggiori partiti iberici, e in parte hanno disertato
le urne. Gli statunitensi che hanno voluto manifestare la loro rabbia
verso un mondo che considerano profondamente ingiusto non hanno
marciato davanti alla Casa Bianca o al Congresso – come avevano
fatto invece negli anni Sessanta e Settanta – ma nel cuore di Wall
street, facendo capire, anche attraverso questa chiarissima scelta
simbolica, che il vero potere non è nelle mani dei politici di
Washington, ma in quelle, molto più rapaci, dei banchieri, degli
speculatori, dei grandi uomini d’affari. In Italia credo ci sia una
sinistra minoritaria - di cui io mi sento parte - che avverte il
disagio di non sapere cosa votare alle prossime elezioni politiche e
che forse non voterà, perché non riesce a riconoscersi nei valori,
prima ancora che nelle scelte, della principale forza politica del
centrosinistra.
Per i popoli dell'Africa
settentrionale e del Medio Oriente la democrazia è l'obiettivo
verso cui tendere; dopo decenni di regimi autoritari sono giustamente
convinti che con questo sistema potranno far rispettare le loro
scelte politiche, le loro libertà e i loro diritti. Noi "vecchi
sinistri", che guardiamo con interesse – e con passione - a
questo movimento, pensiamo – forse con qualche ingenuità, dettata
dall’entusiasmo – che insieme alla democrazia arriverà
finalmente per gli arabi anche la modernità, almeno come la
intendiamo noi, che non siamo mai guariti del tutto dall'idea delle
"magnifiche sorti e progressive". Al contrario per i popoli
delle civilissime e antiche democrazie occidentali - ma su questo
punto dopo voglio fare una digressione - è sempre meno chiaro chi abbia
davvero il potere; ci sentiamo sempre meno rappresentati dalle
persone che abbiamo votato e siamo sempre meno disposti a riconoscere
deleghe. Dagli indignados spagnoli ai giovani di tanti paesi europei
che sono scesi in piazza, passando per gli irriducibili di Zuccotti
park, molti cittadini hanno la sensazione - spesso fondata - che le
loro opinioni non abbiano valore. Il governo greco è caduto perché
il primo ministro aveva proposto di fare un referendum tra i
cittadini e questo è stato considerato uno sproposito dalle autorità
finanziarie internazionali, che peraltro nessuno ha mai eletto. In
Italia abbiamo un governo imposto da queste stesse autorità
internazionali, il cui programma deve basarsi su una traccia scritta
da due persone, Draghi e Trichet, che nessuno di noi ha mai votato.
Sembra ormai prevalente l'opinione che in tempi di crisi le regole
della democrazia possano essere sospese, con i cittadini che
rimangono a guardare quello che viene deciso in altre sedi.
Giustamente ai nuovi governi che
nascono dalle rivolte nei paesi arabi chiediamo di trovare meccanismi
istituzionali e politici per bilanciare il rapporto tra stato e
autorità religiose. Uno stato teocratico, qualunque sia la religione
su cui si basa, non difende l'uguaglianza dei cittadini davanti alla
legge e quindi la religione islamica non deve imporre i suoi dogmi e
le sue leggi a istituzioni democraticamente elette, che devono essere
libere di esprimere la volontà della maggioranza, anche quando
questa va contro i dettami imposti dalla religione. Quando lo scià è
stato costretto ad abdicare i democratici di tutto il mondo hanno
esultato per la fine di una dittatura molto dura, ma la festa è
durata troppo poco, dal momento che da quella sacrosanta rivolta è
nato un regime, il cui apparato repressivo non ha nulla da invidiare
a quello precedente. Siamo tutti d'accordo sull'idea che i cittadini
dei paesi musulmani dovrebbero liberarsi delle dittature, laiche o
religiose che siano, e che l'unico sbocco possibile, dopo la fine di
questi regimi, debba essere la nascita di un sistema democratico. Ma
questa affermazione da sola non basta, dobbiamo farci delle domande
sulla democrazia e sui suoi obiettivi. Per far questo però bisogna prima
compiere un atto di umiltà, guardando al passato, anche recente, dei
nostri paesi. Tanti "soloni" europei spiegano ai "poveri"
arabi cosa sia la democrazia, dimenticando che nella civilissima
Europa, nell'Europa occidentale - quella "buona", quella
dalla parte "giusta" del Muro di Berlino - ci sono state
due dittature fasciste fino alla metà degli anni Settanta; quando io
sono nato - non troppi anni fa - in Spagna c'era Franco e in Grecia
c'erano i Colonnelli. E non parliamo di quello che succedeva di "là",
visto che le dittature comuniste sono crollate nell'89.
La democrazia non si accende con un
interruttore - non c'è il tasto on/off come sui computer - la
democrazia è un processo, che può richiedere molti anni.
Francamente trovo un po' buffo che un italiano consideri scandaloso e preoccupante che
in Tunisia abbia vinto le elezioni un partito islamista moderato,
come Ennahda, dimenticando che nel 1948 in questo paese ha vinto le
elezioni, le prime dopo una dittatura durata vent'anni e dopo una
durissima guerra civile, un partito cattolico moderato, sostenuto in
maniera determinante dalla chiesa cattolica, un partito peraltro che ha saputo,
con saggezza, traghettare una parte consistente dei cittadini che
avevavo sostenuto il vecchio regime nelle nuove istituzioni
democratiche. Era l'Italia delle donne che andavano in chiesa con il
velo sulla testa, che aveva nel proprio ordinamento il "delitto
d'onore", e ancora negli anni successivi l'Italia in cui
facevano scandalo le gambe delle Kessler alla televisione. Adesso non c'è più
quell'Italia, fortunatamente - e anche per merito di una parte di
quei cattolici moderati - ma ci abbiamo messo alcuni decenni. Un
discorso analogo può essere fatto per gli Stati Uniti. Adesso quel
grande paese è governato da un Presidente dalla pelle nera, ma nel
1957 - poco più di cinquant'anni fa - un altro Presidente,
Eisenhower, fu costretto a mandare l'esercito federale a Little Rock
per scortare nove bambini afroamericani in una scuola che, secondo il
governatore dell'Arkansas doveva essere riservata soltanto ai
bianchi.
Fatta questa riflessione preventiva sul
modo in cui noi siamo arrivati alla democrazia, dobbiamo anche
chiederci, visto il momento di crisi in cui ora ci troviamo, se sia
giusto che i paesi arabi debbano seguire le orme dell’occidente.
Negli Stati Uniti e in Europa molte persone pensano di aver perso una
parte dei propri diritti, di godere di minori libertà, di essere
giorno dopo giorno emarginate dai processi decisionali. La crisi
economica ha messo in luce il senso di impotenza dei cittadini, che
si vedono costretti a pagare debiti che non hanno contratto. Chi
manifesta oggi negli Stati Uniti e in Europa lamenta prima di tutto
il fatto che la capacità di prendere le decisioni è in mano a
persone che non sono state elette e che non sono tenute a rispettare
le regole democratiche.
Certo né negli Stati Uniti né in
Europa la religione impone le sue leggi allo stato - anche se tenta
di farlo; chi rappresenta le chiese agisce come una lobby tra le
altre ed è più o meno efficace, a seconda del paese. In Italia ad
esempio le gerarchie cattoliche sono una lobby influente e potente,
ma nulla di più. Invece le istituzioni economiche, le grandi banche,
le corporation impongono le loro decisioni agli stati, come vediamo
ogni giorno, in cui processo che non né democratico né trasparente.
Temo che in questo momento le nostre democrazie, così deboli, non
possano essere un buon modello per quei popoli che cercano di uscire
da dittature che - non dobbiamo mai dimenticare - noi, i nostri governi, abbiamo
alimentato e sostenuto. Forse, cambiando finalmente l'ottica
eurocentrica con cui siamo abituati a leggere il mondo, potrebbero
essere quei paesi a essere modelli per noi. Dobbiamo imparare a
guardare oltre i nostri angusti confini e tornare davvero a pensare
in un'ottica internazionale - magari immaginando movimenti civili
internazionali - anche perché il benessere del "nostro" mondo non può
più basarsi sullo sfruttamento del "loro" mondo, come è avvenuto fino
ad ora. O cresciamo insieme o insieme siamo destinati a soccombere
sotto le forze della globalizzazione e del capitalismo di rapina che
ha già tanto potere.
domenica 16 ottobre 2011
Considerazioni libere (253): a proposito di droga e di guerra...
Nella mia ultima "considerazione", dedicata al bilancio dei dieci anni della guerra in Afghanistan, ho ricordato che l'economia del paese si basa essenzialmente sulla produzione e sul commercio della droga. Ho provato ad approfondire questo tema, cercando in rete qualche dato in più. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) stima che la produzione dell'oppio in Afghanistan crescerà alla fine di quest'anno del 61%, ossia 5.800 tonnellate contro le 3.600 dello scorso anno. A causa dei cali di produzione in alcuni altri paesi asiatici, a seguito di inondazioni e altri disastri ambientali, il prezzo dell'oppio secco è aumentato del 43% rispetto al 2010, da 169 a 241 dollari al kg. Lo scorso anno la produzione afghana di oppio ha fruttato circa 605 milioni di dollari, mentre quest’anno si stimano guadagni per 1,4 miliardi di dollari, un incremento del 133%. Per il paese la produzione di questa sostanza contribuisce al 9% del Prodotto interno lordo. Il rapporto della sede afghana dell'Unodc spiega chiaramente che "i guadagni più alti ricavati dall'oppio, contro i prezzi più bassi del grano, possono aver incoraggiato i coltivatori a riprendere la coltivazione del papavero da oppio".
Quindi, nonostante la guerra, la produzione di oppio tende a crescere e quindi è inevitabile chiedersi quanto siano efficaci gli sforzi occidentali nel contrastare una tra le maggiori fonti di finanziamento dei "nemici" talebani. Nonostante i proclami della coalizione occidentale di lotta al traffico della droga, il contrasto alla produzione e al traffico di oppiacei afghani attraverso l’azione militare si sta rivelando inefficace, inconcludente ed estremamente costoso. Anzi probabilmente è proprio la guerra ad alimentare il traffico di guerra. Certamente la guerra in Afghanistan sta registrando un netto innalzamento di violenza proprio nelle regioni dove c'è maggior coltura di oppio.
Ci sono alcuni passaggi storici che aiutano a far capire cosa sta succedendo oggi in Afghanistan. Negli anni Settanta ci fu un boom della produzione di oppio e di eroina nel cosiddetto "Triangolo d'Oro" - Laos, Birmania e Cambogia - ) grazie alle coperture della Cia che con i ricavi del traffico di droga finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è un fatto abbastanza risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni Ottanta in America Latina, per finanziare, grazie ai proventi della coca, la guerriglia antisandinista dei Contras in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare, con i proventi dell'eroina, la resistenza contro i sovietici dei mujaheddin. Intorno al 2000 il regime dei talebani, ormai saldamente al potere, anche per "ripulire" la propria immagine internazionale, fortemente condizionata dal traffico della droga, decise di bloccare la produzione e questa azione fu abbastanza efficace, tanto da far crollare la produzione nazionale a sole 200 tonnellate annue, ben inferiori alle 4mila degli anni Novanta. In seguito la produzione è lentamente ripresa per scoppiare nuovamente dopo lo scoppio della guerra.
C'è anche una sorta di "giustificazione" umanitaria di questa ripresa: la coltivazione dell'oppio verrebbe tollerata perché è l'unica fonte di reddito per interi villaggi di quella parte del paese in cui l'azione del governo Karzai non è in grado di arrivare. Per molti afghani la produzione dell'oppio sarebbe dunque l'unico modo di sopravvivere. Nessuno però ricorda che a fronte di una popolazione di circa 32 milioni, un milione di giovani afghani è già dipendente da droghe pesanti.
Secondo diverse fonti attualmente il traffico di droga servirebbe a finanziare entrambe le forze in campo. I talebani finanziano le loro attività terroristiche grazie ai traffici di droga lungo i confini tra Afghanistan e Pakistan, con la connivenza o l'aperta complicità dei servizi segreti di questo paese. Nella produzione e nel traffico della droga pare particolarmente attivo anche il "fronte occidentale" tanto che Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente, sarebbe fra i più potenti "signori della droga" afghani. La roccaforte della famiglia Karzai si trova nella regione a sud del paese, a più elevata produzione di oppio e di eroina.
Secondo il giornalista e storico Douglas Valentine, nella guerra in Afghanistan si misurerebbe anche lo scontro tra due agenzie statunitensi: la Dea, impegnata nella lotta al traffico della droga, e la Cia che proteggerebbe gli apparati politici e amministrativi afghani che, alleati con i "signori della droga", sostengono quel mercato così remunerativo.
Al di là di questa tesi "complottista", per quanto ben documentata, credo si possano fare alcune riflessioni. Il fiorente mercato della droga, in Afghanistan come in molti altri paesi, fiorisce grazie alla connivenza tra produttori, trafficanti e autorità politiche e militari di quelle che sono realtà nazionali estremamente instabili, con alti tassi di povertà e corruzione, in cui gli sforzi di chi cerca di contrastarlo sono sempre più velleitarie e illusori. La guerra alimenta questa instabilità e quindi il mercato della droga. Forse era inevitabile scegliere di sostenere Karzai, ma con altrettanto realismo bisogna anche sapere con chi si ha a che fare. E sarà possibile uscire dignitosamente da una guerra da cui comunque i paesi occidentali finiranno per essere sconfitti.
Quindi, nonostante la guerra, la produzione di oppio tende a crescere e quindi è inevitabile chiedersi quanto siano efficaci gli sforzi occidentali nel contrastare una tra le maggiori fonti di finanziamento dei "nemici" talebani. Nonostante i proclami della coalizione occidentale di lotta al traffico della droga, il contrasto alla produzione e al traffico di oppiacei afghani attraverso l’azione militare si sta rivelando inefficace, inconcludente ed estremamente costoso. Anzi probabilmente è proprio la guerra ad alimentare il traffico di guerra. Certamente la guerra in Afghanistan sta registrando un netto innalzamento di violenza proprio nelle regioni dove c'è maggior coltura di oppio.
Ci sono alcuni passaggi storici che aiutano a far capire cosa sta succedendo oggi in Afghanistan. Negli anni Settanta ci fu un boom della produzione di oppio e di eroina nel cosiddetto "Triangolo d'Oro" - Laos, Birmania e Cambogia - ) grazie alle coperture della Cia che con i ricavi del traffico di droga finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è un fatto abbastanza risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni Ottanta in America Latina, per finanziare, grazie ai proventi della coca, la guerriglia antisandinista dei Contras in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare, con i proventi dell'eroina, la resistenza contro i sovietici dei mujaheddin. Intorno al 2000 il regime dei talebani, ormai saldamente al potere, anche per "ripulire" la propria immagine internazionale, fortemente condizionata dal traffico della droga, decise di bloccare la produzione e questa azione fu abbastanza efficace, tanto da far crollare la produzione nazionale a sole 200 tonnellate annue, ben inferiori alle 4mila degli anni Novanta. In seguito la produzione è lentamente ripresa per scoppiare nuovamente dopo lo scoppio della guerra.
C'è anche una sorta di "giustificazione" umanitaria di questa ripresa: la coltivazione dell'oppio verrebbe tollerata perché è l'unica fonte di reddito per interi villaggi di quella parte del paese in cui l'azione del governo Karzai non è in grado di arrivare. Per molti afghani la produzione dell'oppio sarebbe dunque l'unico modo di sopravvivere. Nessuno però ricorda che a fronte di una popolazione di circa 32 milioni, un milione di giovani afghani è già dipendente da droghe pesanti.
Secondo diverse fonti attualmente il traffico di droga servirebbe a finanziare entrambe le forze in campo. I talebani finanziano le loro attività terroristiche grazie ai traffici di droga lungo i confini tra Afghanistan e Pakistan, con la connivenza o l'aperta complicità dei servizi segreti di questo paese. Nella produzione e nel traffico della droga pare particolarmente attivo anche il "fronte occidentale" tanto che Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente, sarebbe fra i più potenti "signori della droga" afghani. La roccaforte della famiglia Karzai si trova nella regione a sud del paese, a più elevata produzione di oppio e di eroina.
Secondo il giornalista e storico Douglas Valentine, nella guerra in Afghanistan si misurerebbe anche lo scontro tra due agenzie statunitensi: la Dea, impegnata nella lotta al traffico della droga, e la Cia che proteggerebbe gli apparati politici e amministrativi afghani che, alleati con i "signori della droga", sostengono quel mercato così remunerativo.
Al di là di questa tesi "complottista", per quanto ben documentata, credo si possano fare alcune riflessioni. Il fiorente mercato della droga, in Afghanistan come in molti altri paesi, fiorisce grazie alla connivenza tra produttori, trafficanti e autorità politiche e militari di quelle che sono realtà nazionali estremamente instabili, con alti tassi di povertà e corruzione, in cui gli sforzi di chi cerca di contrastarlo sono sempre più velleitarie e illusori. La guerra alimenta questa instabilità e quindi il mercato della droga. Forse era inevitabile scegliere di sostenere Karzai, ma con altrettanto realismo bisogna anche sapere con chi si ha a che fare. E sarà possibile uscire dignitosamente da una guerra da cui comunque i paesi occidentali finiranno per essere sconfitti.
giovedì 13 ottobre 2011
Considerazioni libere (252): a proposito di una guerra che sembra non finire...
Abbiamo da poco passato il 7 ottobre, un altro decennale, meno ricordato - per ovvie ragioni - di quello dell'11 settembre, a cui pure è strettamente collegato. Il 7 ottobre 2001 gli Stati Uniti e il Regno Unito attaccarono l'Afghanistan con lo scopo di combattere l'organizzazione terroristica al Qaida, che, proprio grazie al sostegno dei talebani al potere a Kabul, aveva fatto del paese asiatico il suo rifugio e la sua base operativa. In questi dieci anni sono successe molte cose: il regime dei talebani, rapidamente sconfitto, è stato sostituito da un governo "amico" delle forze occidentali, le Nazioni Unite hanno dato copertura giuridica all'operazione bellica, dando mandato alla Nato di gestirla, molti altri paesi hanno partecipato al conflitto - compresa l'Italia - nel paese ci sono state due elezioni presidenziali dalla dubbie credenziali democratiche, Osama bin Laden è stato ucciso. Anche il mondo intanto è cambiato: gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all'Iraq di Saddam Hussein, è stato eletto un nuovo presidente degli Stati Uniti, è cominciata una crisi economica mondiale i cui esiti non sono prevedibili, ma che gran parte degli analisti considerano più grave di quella del 1929, nell'Africa settentrionale e nel Medio Oriente è cominciato a soffiare un vento di rivolta che ha già portato al cambiamento di regime in almeno quattro stati - Tunisia, Egitto, Libia e Yemen - e che ancora è in corso.
La guerra in Afghanistan non è ancora finita e nessuno onestamente sa se e quando finirà. Questo conflitto ha segnato in profondità questi dieci anni, l'inizio del secolo, è qualcosa sui cui in tanti ci siamo interrogati e su cui ci siamo divisi. Per pura curiosità ho guardato quante "considerazioni" ho dedicato alla guerra in questi due anni di blog: sono diverse, tra cui la prima, del 18 settembre 2009.
Dieci anni sono un tempo sufficientemente lungo per fare un bilancio. Secondo le stime ufficiali, incrociando e confrontando i dati delle Nazioni Unite, della Nato, della Croce Rossa e di Human Rights Watch, sono morte almeno 67mila persone: 15mila civili afgani - ma in questo caso il calcolo è molto difficile e probabilmente stimato in difetto, secondo altre organizzazioni indipendenti il numero di morti civili è il doppio - 38mila guerriglieri talebani, 10mila militari afgani, 2.600 soldati Nato e 1.800 contractors. L'agenzia Onu per i rifugiati ha calcolato che i combattimenti hanno provocato solo negli ultimi cinque anni 730mila sfollati, pari a una media di 400 al giorno. Attualmente sono ancora sfollate oltre 350mila persone.
Dal 2001 a oggi le condizioni di vita della popolazione afgana sono peggiorate: la povertà assoluta è salita dal 23 al 36% della popolazione, l'aspettativa di vita è scesa da 46 a 44 anni, la mortalità infantile è aumentata dal 147 al 149‰, il tasso di alfabetizzazione è sceso dal 31 al 28%. Naturalmente nessuno rimpiange il regime dei talebani - in particolare per i modi in cui erano considerate e trattate le donne - ma queste cifre devono farci riflettere. In questi dieci anni la comunità internazionale ha investito in Afghanistan 40 miliardi di dollari di aiuti, ma evidentemente solo una parte infinitesimale è arrivata davvero alla popolazione. Grandissima parte di questi soldi sono finiti a finanziare i governanti di Kabul, il secondo - dopo la Somalia - governo più corretto del mondo, secondo gli indici internazionali, oppure è tornata indietro sotto forma di profitti alle aziende occidentali di sicurezza e consulenza.
L'economia afgana si regge quasi esclusivamente sulla coltivazione dell'oppio e sul traffico di droga. Quando il regime talebano bandì nel 2000 la produzione di oppio erano coltivati a papavero 82mila ettari del paese. Nel 2007 erano saliti a 193mila; oggi sono scesi a 123mila, ma il calo è dovuto esclusivamente a un problema di sovrapproduzione e quindi imposto dalle regole di mercato. Oggi l'Afghanistan esporta direttamente 400 tonnellate l'anno di eroina.
Già questi numeri fanno capire che il bilancio della missione è negativo; certo a Kabul non ci sono più i talebani - e questo è un fatto assolutamente positivo - ma non è stato raggiunto nessuno degli altri obiettivi per cui la comunità internazionale ha giustificato l'intervento militare: il terrorismo non è stato sconfitto - nonostante la morte di bin Laden - ma ha soltanto spostato le proprie basi, specialmente in Pakistan; nel paese non c'è una vera democrazia e si peccherebbe di ottimismo dicendo che è iniziato il processo che porterà a questo tipo di governo; il narcotraffico non è stato sconfitto, ma anzi si è rafforzato. Se la missione Isaf si fosse limitata al suo obiettivo iniziale, ovvero alla stabilizzazione dell'area di Kabul e al supporto per la creazione di un governo transitorio, oggi forse saremmo di fronte a un altro scenario. La Nato ha disperso le sue scarse forze su tutto il territorio afgano ed è diventata un bersaglio senza riuscire a raggiungere nessuno degli obiettivi ambiziosi che si era datai. Gli stessi militari vivono il paradosso di essere andati lì per difendere gli afgani e di ritrovarsi oggi a difendersi dagli afgani. L'impressione è che in questi dieci anni non sia stato affrontato nessuno dei problemi sociali e culturali la cui soluzione avrebbe potuto garantire un futuro davvero diverso all'Afghanistan: non ci sono stati interventi significativi in campo economico, in campo legislativo e soprattutto per quel che riguarda l'istruzione. Qui abbiamo perso la guerra in Afghanistan.
La guerra in Afghanistan non è ancora finita e nessuno onestamente sa se e quando finirà. Questo conflitto ha segnato in profondità questi dieci anni, l'inizio del secolo, è qualcosa sui cui in tanti ci siamo interrogati e su cui ci siamo divisi. Per pura curiosità ho guardato quante "considerazioni" ho dedicato alla guerra in questi due anni di blog: sono diverse, tra cui la prima, del 18 settembre 2009.
Dieci anni sono un tempo sufficientemente lungo per fare un bilancio. Secondo le stime ufficiali, incrociando e confrontando i dati delle Nazioni Unite, della Nato, della Croce Rossa e di Human Rights Watch, sono morte almeno 67mila persone: 15mila civili afgani - ma in questo caso il calcolo è molto difficile e probabilmente stimato in difetto, secondo altre organizzazioni indipendenti il numero di morti civili è il doppio - 38mila guerriglieri talebani, 10mila militari afgani, 2.600 soldati Nato e 1.800 contractors. L'agenzia Onu per i rifugiati ha calcolato che i combattimenti hanno provocato solo negli ultimi cinque anni 730mila sfollati, pari a una media di 400 al giorno. Attualmente sono ancora sfollate oltre 350mila persone.
Dal 2001 a oggi le condizioni di vita della popolazione afgana sono peggiorate: la povertà assoluta è salita dal 23 al 36% della popolazione, l'aspettativa di vita è scesa da 46 a 44 anni, la mortalità infantile è aumentata dal 147 al 149‰, il tasso di alfabetizzazione è sceso dal 31 al 28%. Naturalmente nessuno rimpiange il regime dei talebani - in particolare per i modi in cui erano considerate e trattate le donne - ma queste cifre devono farci riflettere. In questi dieci anni la comunità internazionale ha investito in Afghanistan 40 miliardi di dollari di aiuti, ma evidentemente solo una parte infinitesimale è arrivata davvero alla popolazione. Grandissima parte di questi soldi sono finiti a finanziare i governanti di Kabul, il secondo - dopo la Somalia - governo più corretto del mondo, secondo gli indici internazionali, oppure è tornata indietro sotto forma di profitti alle aziende occidentali di sicurezza e consulenza.
L'economia afgana si regge quasi esclusivamente sulla coltivazione dell'oppio e sul traffico di droga. Quando il regime talebano bandì nel 2000 la produzione di oppio erano coltivati a papavero 82mila ettari del paese. Nel 2007 erano saliti a 193mila; oggi sono scesi a 123mila, ma il calo è dovuto esclusivamente a un problema di sovrapproduzione e quindi imposto dalle regole di mercato. Oggi l'Afghanistan esporta direttamente 400 tonnellate l'anno di eroina.
Già questi numeri fanno capire che il bilancio della missione è negativo; certo a Kabul non ci sono più i talebani - e questo è un fatto assolutamente positivo - ma non è stato raggiunto nessuno degli altri obiettivi per cui la comunità internazionale ha giustificato l'intervento militare: il terrorismo non è stato sconfitto - nonostante la morte di bin Laden - ma ha soltanto spostato le proprie basi, specialmente in Pakistan; nel paese non c'è una vera democrazia e si peccherebbe di ottimismo dicendo che è iniziato il processo che porterà a questo tipo di governo; il narcotraffico non è stato sconfitto, ma anzi si è rafforzato. Se la missione Isaf si fosse limitata al suo obiettivo iniziale, ovvero alla stabilizzazione dell'area di Kabul e al supporto per la creazione di un governo transitorio, oggi forse saremmo di fronte a un altro scenario. La Nato ha disperso le sue scarse forze su tutto il territorio afgano ed è diventata un bersaglio senza riuscire a raggiungere nessuno degli obiettivi ambiziosi che si era datai. Gli stessi militari vivono il paradosso di essere andati lì per difendere gli afgani e di ritrovarsi oggi a difendersi dagli afgani. L'impressione è che in questi dieci anni non sia stato affrontato nessuno dei problemi sociali e culturali la cui soluzione avrebbe potuto garantire un futuro davvero diverso all'Afghanistan: non ci sono stati interventi significativi in campo economico, in campo legislativo e soprattutto per quel che riguarda l'istruzione. Qui abbiamo perso la guerra in Afghanistan.
domenica 25 settembre 2011
Considerazioni libere (250): a proposito di Palestina...
Credo di averlo già scritto qualche mese fa, ma purtroppo la situazione non è cambiata, anzi è - se possibile - peggiorata. Abbiamo bisogno di disintossicarci dalla politica italiana, o meglio da quella che ormai per consuetudine siamo abituati a chiamare politica, ma che tutto è, tranne quello. Da mesi le prime cinque o sei pagine dei quotidiani incolonnano articoli di cronaca giudiziaria e di cronaca di costume, farciti di intercettazioni, retroscena più o meno verosimili e dichiarazioni, anche queste più o meno verosimili - è sempre più difficile capire la differenza tra le dichiarazioni dei politici e quelle dei loro imitatori - e tutto questo zibaldone passa sotto il titolo "politica italiana". Oggi a pranzo a me e mia moglie è capitato di vedere il notiziario di Euronews; provavo una strana sensazione, mi sentivo quasi straniato, finché Zaira non mi ha fatto notare quanto fosse inusuale vedere un telegiornale senza la pletora di dichiarazioni dei sedicenti protagonisti della politica italiana.
L'unico rifugio è ormai la politica estera, perché nel mondo, nonostante B. e i suoi corifei - che lo lodino o lo ingiurino poco importa, sempre quello è l'oggetto dei loro discorsi - la pensino probabilmente in modo diverso, qualcosa continua a succedere. C'è una notizia che più delle altre credo valga la pena di commentare: due giorni fa, il 23 settembre, di fronte all'assemblea generale della Nazioni Unite, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese ha presentato la richiesta formale dell'adesione all'Onu della Palestina, ossia ha chiesto che il suo paese venga riconosciuto come uno stato tra gli stati, in base ai confini del 1967 e con Gerusalemme come capitale. Anni fa una notizia come questa avrebbe scaldato gli animi della sinistra italiana, ora non si capisce quale sia la posizione sull'argomento del maggior partito del centrosinistra, che, ostaggio di una piccola, ma influente, lobby filoisraeliana, fatta da un paio di deputati e di qualche illustre commentatore - cinque persone in tutto - ha completamente dimenticato la propria storia a sostegno del popolo palestinese. Anche su questo argomento, pur di non scontentare nessuno, il Pd miseramente tace.
Da almeno vent'anni - gli accordi di Oslo furono firmati nel 1993 da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, sotto lo sguardo del presidente Clinton - si dice che l'unica soluzione possibile per risolvere la questione israelo-palestinese è descritta dalla formula "due popoli, due stati". In questi vent'anni però non si è fatto un solo passo concreto per raggiungere questo obiettivo. La classe dirigente israeliana - dopo l'uccisione di Rabin nel novembre '95 - porta gran parte della responsabilità di questo fallimento. per alcuni anni si è detto che nessuna soluzione era possibile fino a quando Arafat fosse stato il leader dell'Olp; Arafat è morto nel 2004 e gli è succeduto il pragmatico e diplomatico Abu Mazen, ma i negoziati sono rimasti fermi. Negli anni successivi i politici israeliani hanno spiegato che non si poteva avviare una trattativa fino a quando fossero continuati gli attacchi terroristici - e in più c'era stato anche l'11 settembre. Raggiunta una tregua sostanziale, con la fine degli attentati contro le città israeliane, i negoziati però non sono ripresi. Netanyahu ora non sta neppure cercando un pretesto; si dice favorevole alla creazione dello stato palestinese, ma non dà seguito a questa affermazione, avendo formato uno degli esecutivi più a destra della breve storia di Israele, con un ruolo predominante dei partiti religiosi oltranzisti. Gli israeliani non solo sono rimasti immobili in questi vent'anni nella loro posizione di non permettere la creazione di uno stato palestinese, ma hanno, con più o meno enfasi, accelerando o rallentando le operazioni, proceduto a costruire insediamenti nelle zone occupate, vere e proprie colonie, spesso con gli elementi più reazionari della popolazione. In questi vent'anni gli insediamenti non si sono mai fermati, se non per alcuni mesi, sotto le pressanti richieste di Obama, che poi si è progressivamente disinteressato della questione, preferendo non scontentare le potenti associazioni degli ebrei americani. Un accordo di pace è possibile soltanto se Israele riconosce di essere una potenza occupante e quindi ritira le proprie truppe dalla Cisgiordania, toglie l'assedio a Gaza, permette la creazione della Palestina. Non ci sono altre vie possibili, deve rendersene conto anche chi sostiene acriticamente Israele, sia per storia personale e antiche convinzioni sia per più recenti conversioni e convenienze, come i postfascisti italiani, da B. a Fini.
Con onestà bisogna riconoscere che in questi vent'anni i capi palestinesi hanno dato l'impressione - e forse qualcosa di più di un'impressione - di accettare lo status quo, nonostante anche in questo caso le dichiarazioni pubbliche raccontassero un'altra storia. La nascita della Palestina significherebbe prima di tutto la fine dell'Olp e per uomini che hanno costruito la loro carriera politica e, in alcuni casi, anche la loro fortuna economica, proprio grazie a quell'organizzazione, non deve essere facile tagliare il ramo su cui sono comodamente seduti. Non è un caso che all'indomani delle prime manifestazioni dei giovani egiziani in piazza Tahir le reazioni di Netanyahu e di Abu Mazen siano state dello stesso tenore: pieno sostegno al regime di Mubarak e condanna dei manifestanti. Nessuno dei due ha capito cosa stava succedendo.
Netanyahu continua a non capire che qualcosa sta cambiando, perfino in Israele: c'è una nuova generazione che chiede, pretende, garanzie per il proprio futuro e non accetta più i dettami di una classe politica sempre più autoreferenziale. Abu Mazen sta invece cercando di rimediare agli errori dei mesi scorsi. Il successore di Arafat ha capito che di fronte alla ferma volontà di Israele di non negoziare rimangono solo tre opzioni per i palestinesi: arrendersi e continuare a vivere per qualche altro decennio sotto l'occupazione dell'esercito israeliano; lanciare la terza intifada; mobilitare il mondo a favore della causa palestinese. La prima opzione è impossibile, in questi tempi in cui i giovani si mobilitano in tutto il Medio Oriente; la seconda è estremamente pericolosa e dalle conseguenze imprevedibili, ma inevitabile se la terza non riuscirà a dare frutti reali.
Per questo l'ipocrisia occidentale è così pericolosa, sia da parte degli Stati Uniti che si sono già dichiarati pronti a porre il veto sulla proposta palestinese sia da parte dei paesi europei, le cui posizioni oscillanti finiranno per confluire in una pilatesca astensione. L'Italia sta spingendo perché l'Unione Europea esprima un giudizio negativo sulla richiesta di Abu Mazen e questo la dice lunga sulla lungimiranza in politica estera di questo governo, in cui prevale una ideologia reazionaria. Il no delle Nazioni Unite, richiesto da Israele, imposto dagli Stati Uniti con la complice ignavia europea - mentre le nazioni emergenti, con in testa il Brasile, hanno già dichiarato il loro voto favorevole - avrà conseguenze adesso difficili da valutare.
Naturalmente nemmeno un eventuale, per quanto improbabilissimo, parere favorevole delle Nazioni Unite risolverebbe di colpo i problemi. Ci sarebbe prima di tutto la questione dei profughi, di tutti quei palestinesi che vivono nei paesi arabi. Quale sarebbe il loro status una volta che nata la nuova Palestina? Sarebbero cittadini del nuovo stato o sarebbero considerati stranieri? E poi c'è la questione della rappresentanza. Nell'Anp l'abitudine al confronto democratico è scarsa, le decisioni sono prese dai capi; la Palestina dovrebbe prepararsi a essere governata da organi democratici, a cui la società palestinese non è pronta a riconoscere legittimità, così come sta avvenendo in altri paesi arabi. C'è la grande questione dei diritti, soprattutto dei diritti delle donne, su cui la cultura araba e orientale deve ancora fare grandi passi. Nessuno di questi problemi però è paragonabile a quelli che nasceranno di fronte a un no del mondo alle legittime richieste palestinesi.
Chi crede nella pace deve lavorare affinché nasca il prima possibile la Palestina: solo uno stato vero, democratico, con una costituzione che preveda diritti e doveri, può avere la forza e l'autorità di negoziare con Israele e di combattere il terrorismo.
L'unico rifugio è ormai la politica estera, perché nel mondo, nonostante B. e i suoi corifei - che lo lodino o lo ingiurino poco importa, sempre quello è l'oggetto dei loro discorsi - la pensino probabilmente in modo diverso, qualcosa continua a succedere. C'è una notizia che più delle altre credo valga la pena di commentare: due giorni fa, il 23 settembre, di fronte all'assemblea generale della Nazioni Unite, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese ha presentato la richiesta formale dell'adesione all'Onu della Palestina, ossia ha chiesto che il suo paese venga riconosciuto come uno stato tra gli stati, in base ai confini del 1967 e con Gerusalemme come capitale. Anni fa una notizia come questa avrebbe scaldato gli animi della sinistra italiana, ora non si capisce quale sia la posizione sull'argomento del maggior partito del centrosinistra, che, ostaggio di una piccola, ma influente, lobby filoisraeliana, fatta da un paio di deputati e di qualche illustre commentatore - cinque persone in tutto - ha completamente dimenticato la propria storia a sostegno del popolo palestinese. Anche su questo argomento, pur di non scontentare nessuno, il Pd miseramente tace.
Da almeno vent'anni - gli accordi di Oslo furono firmati nel 1993 da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, sotto lo sguardo del presidente Clinton - si dice che l'unica soluzione possibile per risolvere la questione israelo-palestinese è descritta dalla formula "due popoli, due stati". In questi vent'anni però non si è fatto un solo passo concreto per raggiungere questo obiettivo. La classe dirigente israeliana - dopo l'uccisione di Rabin nel novembre '95 - porta gran parte della responsabilità di questo fallimento. per alcuni anni si è detto che nessuna soluzione era possibile fino a quando Arafat fosse stato il leader dell'Olp; Arafat è morto nel 2004 e gli è succeduto il pragmatico e diplomatico Abu Mazen, ma i negoziati sono rimasti fermi. Negli anni successivi i politici israeliani hanno spiegato che non si poteva avviare una trattativa fino a quando fossero continuati gli attacchi terroristici - e in più c'era stato anche l'11 settembre. Raggiunta una tregua sostanziale, con la fine degli attentati contro le città israeliane, i negoziati però non sono ripresi. Netanyahu ora non sta neppure cercando un pretesto; si dice favorevole alla creazione dello stato palestinese, ma non dà seguito a questa affermazione, avendo formato uno degli esecutivi più a destra della breve storia di Israele, con un ruolo predominante dei partiti religiosi oltranzisti. Gli israeliani non solo sono rimasti immobili in questi vent'anni nella loro posizione di non permettere la creazione di uno stato palestinese, ma hanno, con più o meno enfasi, accelerando o rallentando le operazioni, proceduto a costruire insediamenti nelle zone occupate, vere e proprie colonie, spesso con gli elementi più reazionari della popolazione. In questi vent'anni gli insediamenti non si sono mai fermati, se non per alcuni mesi, sotto le pressanti richieste di Obama, che poi si è progressivamente disinteressato della questione, preferendo non scontentare le potenti associazioni degli ebrei americani. Un accordo di pace è possibile soltanto se Israele riconosce di essere una potenza occupante e quindi ritira le proprie truppe dalla Cisgiordania, toglie l'assedio a Gaza, permette la creazione della Palestina. Non ci sono altre vie possibili, deve rendersene conto anche chi sostiene acriticamente Israele, sia per storia personale e antiche convinzioni sia per più recenti conversioni e convenienze, come i postfascisti italiani, da B. a Fini.
Con onestà bisogna riconoscere che in questi vent'anni i capi palestinesi hanno dato l'impressione - e forse qualcosa di più di un'impressione - di accettare lo status quo, nonostante anche in questo caso le dichiarazioni pubbliche raccontassero un'altra storia. La nascita della Palestina significherebbe prima di tutto la fine dell'Olp e per uomini che hanno costruito la loro carriera politica e, in alcuni casi, anche la loro fortuna economica, proprio grazie a quell'organizzazione, non deve essere facile tagliare il ramo su cui sono comodamente seduti. Non è un caso che all'indomani delle prime manifestazioni dei giovani egiziani in piazza Tahir le reazioni di Netanyahu e di Abu Mazen siano state dello stesso tenore: pieno sostegno al regime di Mubarak e condanna dei manifestanti. Nessuno dei due ha capito cosa stava succedendo.
Netanyahu continua a non capire che qualcosa sta cambiando, perfino in Israele: c'è una nuova generazione che chiede, pretende, garanzie per il proprio futuro e non accetta più i dettami di una classe politica sempre più autoreferenziale. Abu Mazen sta invece cercando di rimediare agli errori dei mesi scorsi. Il successore di Arafat ha capito che di fronte alla ferma volontà di Israele di non negoziare rimangono solo tre opzioni per i palestinesi: arrendersi e continuare a vivere per qualche altro decennio sotto l'occupazione dell'esercito israeliano; lanciare la terza intifada; mobilitare il mondo a favore della causa palestinese. La prima opzione è impossibile, in questi tempi in cui i giovani si mobilitano in tutto il Medio Oriente; la seconda è estremamente pericolosa e dalle conseguenze imprevedibili, ma inevitabile se la terza non riuscirà a dare frutti reali.
Per questo l'ipocrisia occidentale è così pericolosa, sia da parte degli Stati Uniti che si sono già dichiarati pronti a porre il veto sulla proposta palestinese sia da parte dei paesi europei, le cui posizioni oscillanti finiranno per confluire in una pilatesca astensione. L'Italia sta spingendo perché l'Unione Europea esprima un giudizio negativo sulla richiesta di Abu Mazen e questo la dice lunga sulla lungimiranza in politica estera di questo governo, in cui prevale una ideologia reazionaria. Il no delle Nazioni Unite, richiesto da Israele, imposto dagli Stati Uniti con la complice ignavia europea - mentre le nazioni emergenti, con in testa il Brasile, hanno già dichiarato il loro voto favorevole - avrà conseguenze adesso difficili da valutare.
Naturalmente nemmeno un eventuale, per quanto improbabilissimo, parere favorevole delle Nazioni Unite risolverebbe di colpo i problemi. Ci sarebbe prima di tutto la questione dei profughi, di tutti quei palestinesi che vivono nei paesi arabi. Quale sarebbe il loro status una volta che nata la nuova Palestina? Sarebbero cittadini del nuovo stato o sarebbero considerati stranieri? E poi c'è la questione della rappresentanza. Nell'Anp l'abitudine al confronto democratico è scarsa, le decisioni sono prese dai capi; la Palestina dovrebbe prepararsi a essere governata da organi democratici, a cui la società palestinese non è pronta a riconoscere legittimità, così come sta avvenendo in altri paesi arabi. C'è la grande questione dei diritti, soprattutto dei diritti delle donne, su cui la cultura araba e orientale deve ancora fare grandi passi. Nessuno di questi problemi però è paragonabile a quelli che nasceranno di fronte a un no del mondo alle legittime richieste palestinesi.
Chi crede nella pace deve lavorare affinché nasca il prima possibile la Palestina: solo uno stato vero, democratico, con una costituzione che preveda diritti e doveri, può avere la forza e l'autorità di negoziare con Israele e di combattere il terrorismo.
sabato 10 settembre 2011
Considerazioni libere (248): a proposito di un anniversario...
E siamo arrivati al decimo anniversario dell'11 settembre, quell'11 settembre di cui tutti parlano, spesso anche a sproposito - perché per ogni vero democratico l'11 settembre era già un giorno triste, il giorno da dedicare al ricordo di Salvador Allende e della democrazia cilena, uccisi dal golpe fascista di Pinochet e di Nixon. Dieci anni sono davvero pochi per trarre un qualche bilancio e noi, che siamo stati spettatori di quella strage globale - forse il primo evento storico di quella rilevanza vissuto in diretta dal mondo - ne siamo troppo coinvolti: due motivi che dovrebbero trattenere ciascuno di noi dal dare giudizi trancianti, dal fare affermazioni apodittiche, dal costruire sistemi pieni di certezze. Eppure ne abbiamo lette - anche a poche ore dagli attentati, quando la prudenza avrebbe dovuto frenare ogni altra considerazione che non fosse l'umana pietà per le vittime - e ne leggiamo tutti i giorni di affermazioni di questo tenore. Una delle tesi più ricorrenti è che l'11 settembre è il "giorno che ha cambiato la storia" o "il mondo", a seconda della preferenza per le iperboli dei diversi autori.
Non so, non ne ero convinto allora e non riesco a esserlo neppure ora, a dieci anni di distanza. Personalmente penso che non sia cambiato né il mondo né la storia, ma piuttosto che sia cambiato un modo per raccontare questo e quella per non raccontare quello che davvero succede nel mondo. Diciamo che è cambiato il modo con cui noi rappresentiamo la storia: a ben vedere, c'è una qualche differenza. Ho l'impressione che il nostro mondo - chiamiamolo pure l'occidente, anche se l'espressione non mi piace molto - crollato il comunismo, dissolta l'Unione Sovietica, avesse bisogno di un antagonista, di un "nemico" e in questo affanno, durato alcuni anni, sia arrivato l'11 settembre. Direi finalmente, se questa affermazione non potesse suonare troppo dura e forse ingiustamente polemica. Intendiamoci, io non sono affatto uno di quelli che pensa che l'attentato contro le Twin towers sia stata una grande macchinazione del governo statunitense per giustificare la guerra contro Afghanistan e Iraq. L'attentato contro il cuore degli Stati Uniti è stato certamente voluto e pensato da terroristi che avevano lo scopo di radicalizzare lo scontro tra mondo occidentale e mondo islamico e devo constatare che il loro obiettivo è stato pienamente raggiunto.
Cosa è successo in questi dieci anni? Da allora l'Afghanistan è un territorio - onestamente non può essere definito uno stato - che sopravvive a stento, vittima delle sue divisioni, l'Iraq è stato devastato e il suo petrolio è stato conquistato dalle multinazionali occidentali, russe e cinesi, il Pakistan è sempre più sull'orlo di una crisi che, visto l'arsenale atomico di cui dispongono i generali di quel paese, potrebbe rivelarsi catastrofica. Per fortuna Al Qaeda è stata decapitata, ma nessuno sa con certezza quante cellule vivano negli Stati Uniti e in Europa, pronte a entrare in azione. In questi dieci anni c'è stato un enorme numero di morti, in una guerra che nessuno ha dichiarato e che nessuno capisce come possa finire; è anche cambiato il modo di fare la guerra. C'è stata un'altra conseguenza, forse meno evidente, ma non meno drammatica: in nome della guerra al terrorismo islamico sicuramente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, probabilmente anche gli altri paesi occidentali - dall'archivio di Gheddafi stanno emergendo notizie ben più inquietanti di quelle fornite da Wikileaks - hanno sospeso alcuni diritti umani fondamentali, come quello secondo cui un prigioniero di guerra non può essere torturato, mai, per nessun motivo.
L'occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha risposto all'attacco dell'11 settembre con la guerra, ma dopo dieci anni mi sembra evidente che quella risposta fosse inadeguata. Per il mondo occidentale c'era un'alternativa a questa reazione? Io credo di sì, se solo non si fosse voluto considerare tutto il mondo musulmano come un potenziale avversario, il "nemico" da sostituire a quello comunista. Per inciso, dovendo scegliere un nemico, abbiamo "scelto" quello più debole, perché l'altro potenziale nemico, la Cina, effettivamente ben più temibile, è parsa troppo potente e impossibile da affrontare sul piano economico prima che militare. Per tornare al 2001, penso che il mondo islamico - che peraltro non è quel "monolite" che noi ci raccontiamo, ma è ben più complesso e variegato - e anche lo stesso movimento più radicale e jihadista, che non riconosceva bin Laden come suo unico leader, si sarebbe potuto dividere e neutralizzare se quell'attentato, nella sua brutalità, fosse stato affrontato come un crimine e si fosse organizzata un’operazione internazionale per catturare i presunti responsabili. Nella fretta di fare la guerra, nella certezza di avere trovato il "nemico", questa idea non è stata neanche presa in considerazione. E così siamo inesorabilmente scivolati lungo la china pericolosa dello "scontro di civiltà", teorizzato da entrambe le parti e perseguito con accanimento dai più radicali, di qua e di là.
La cosiddetta "primavera araba" ha dimostrato che il mondo non si divide tra occidentali e orientali, tra cristiani e musulmani, ma tra poveri e ricchi, tra privilegiati e sfruttati; e questa divisione è sempre più profonda. I giovani tunisini, egiziani, algerini, siriani, libici, yemeniti che hanno riempito le piazze delle loro città, che hanno sfidato la repressione dei loro regimi, hanno alzato le loro voci non contro l'occidente, ma contro quei vecchi governanti che hanno approfittato, spesso facendo ottimi affari con i loro "nemici" occidentali, delle ricchezze di quei paesi, hanno protestato non contro gli Stati Uniti, ma contro le burocrazie corrotte dei loro paesi, contro quelli che hanno costruito i loro piccoli e grandi privilegi, anche approfittando dello stato di guerra. Come mi è già capitato di scrivere, non ci sono differenze fondamentali tra i giovani che riempiono le piazze di Tunisi, del Cairo e di Damasco con quelli che protestano nelle piazze di Atene, di Madrid, o di Santiago del Cile. Così come ci sono ben poche differenze tra il tunisino sfruttato dai caporali nella raccolta dei pomodori in Salento e il giovane laureato milanese che, non essendo "figlio di", passa da un lavoro precario all'altro. Una propaganda tanto efficace quanto interessata è riuscita ad alimentare queste pretese differenze, per alcune forze politiche europee è diventata l'unica bandiera ideologica: noi, i bianchi, i cristiani, i "buoni", da una parte e loro, gli arabi e i neri, i musulmani, i "cattivi" dall'altra.
Come per ogni democratico, per ogni persona di sinistra, per me la parte giusta non erano i regimi comunisti del Patto di Varsavia, ma i giovani ungheresi e cecoslovacchi delle rivolte del '56 e del '68, non il regime cinese, ma gli studenti e gli operai di piazza Tiananmen; allo stesso modo avremmo dovuto da subito dire che c'era una bella differenza tra i regimi dei paesi arabi - anche quelli "amici" come l'Arabia Saudita - e i popoli che subivano quelle dittature, che magari erano costretti a scendere in piazza per "maledire" i nemici occidentali. L'11 settembre, chi l'ha voluto e chi ha risposto nel modo in cui sappiamo, ha oggettivamente impedito di leggere, di interpretare, questa differenza e ha trasformato un mondo, una cultura, una religione, in un nemico. Sono molte le vittime dell'11 settembre e credo sarebbe onesto ricordarle tutte, anche quelle che sono morte mesi e anni dopo, in base a scelte sbagliate seguite a quel tragico attentato.
C'è un'immagine che è diventata uno dei simboli della strage: è la fotografia del "falling man", l'uomo che cade, il gesto disperato di una persona che si gettò da una delle torri un istante prima del fatale impatto. Ho pensato diverse volte che quell'uomo che cade sia una sorta di metafora del nostro mondo che, sull'orlo della catastrofe, non ha retto alla prova.
Non so, non ne ero convinto allora e non riesco a esserlo neppure ora, a dieci anni di distanza. Personalmente penso che non sia cambiato né il mondo né la storia, ma piuttosto che sia cambiato un modo per raccontare questo e quella per non raccontare quello che davvero succede nel mondo. Diciamo che è cambiato il modo con cui noi rappresentiamo la storia: a ben vedere, c'è una qualche differenza. Ho l'impressione che il nostro mondo - chiamiamolo pure l'occidente, anche se l'espressione non mi piace molto - crollato il comunismo, dissolta l'Unione Sovietica, avesse bisogno di un antagonista, di un "nemico" e in questo affanno, durato alcuni anni, sia arrivato l'11 settembre. Direi finalmente, se questa affermazione non potesse suonare troppo dura e forse ingiustamente polemica. Intendiamoci, io non sono affatto uno di quelli che pensa che l'attentato contro le Twin towers sia stata una grande macchinazione del governo statunitense per giustificare la guerra contro Afghanistan e Iraq. L'attentato contro il cuore degli Stati Uniti è stato certamente voluto e pensato da terroristi che avevano lo scopo di radicalizzare lo scontro tra mondo occidentale e mondo islamico e devo constatare che il loro obiettivo è stato pienamente raggiunto.
Cosa è successo in questi dieci anni? Da allora l'Afghanistan è un territorio - onestamente non può essere definito uno stato - che sopravvive a stento, vittima delle sue divisioni, l'Iraq è stato devastato e il suo petrolio è stato conquistato dalle multinazionali occidentali, russe e cinesi, il Pakistan è sempre più sull'orlo di una crisi che, visto l'arsenale atomico di cui dispongono i generali di quel paese, potrebbe rivelarsi catastrofica. Per fortuna Al Qaeda è stata decapitata, ma nessuno sa con certezza quante cellule vivano negli Stati Uniti e in Europa, pronte a entrare in azione. In questi dieci anni c'è stato un enorme numero di morti, in una guerra che nessuno ha dichiarato e che nessuno capisce come possa finire; è anche cambiato il modo di fare la guerra. C'è stata un'altra conseguenza, forse meno evidente, ma non meno drammatica: in nome della guerra al terrorismo islamico sicuramente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, probabilmente anche gli altri paesi occidentali - dall'archivio di Gheddafi stanno emergendo notizie ben più inquietanti di quelle fornite da Wikileaks - hanno sospeso alcuni diritti umani fondamentali, come quello secondo cui un prigioniero di guerra non può essere torturato, mai, per nessun motivo.
L'occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha risposto all'attacco dell'11 settembre con la guerra, ma dopo dieci anni mi sembra evidente che quella risposta fosse inadeguata. Per il mondo occidentale c'era un'alternativa a questa reazione? Io credo di sì, se solo non si fosse voluto considerare tutto il mondo musulmano come un potenziale avversario, il "nemico" da sostituire a quello comunista. Per inciso, dovendo scegliere un nemico, abbiamo "scelto" quello più debole, perché l'altro potenziale nemico, la Cina, effettivamente ben più temibile, è parsa troppo potente e impossibile da affrontare sul piano economico prima che militare. Per tornare al 2001, penso che il mondo islamico - che peraltro non è quel "monolite" che noi ci raccontiamo, ma è ben più complesso e variegato - e anche lo stesso movimento più radicale e jihadista, che non riconosceva bin Laden come suo unico leader, si sarebbe potuto dividere e neutralizzare se quell'attentato, nella sua brutalità, fosse stato affrontato come un crimine e si fosse organizzata un’operazione internazionale per catturare i presunti responsabili. Nella fretta di fare la guerra, nella certezza di avere trovato il "nemico", questa idea non è stata neanche presa in considerazione. E così siamo inesorabilmente scivolati lungo la china pericolosa dello "scontro di civiltà", teorizzato da entrambe le parti e perseguito con accanimento dai più radicali, di qua e di là.
La cosiddetta "primavera araba" ha dimostrato che il mondo non si divide tra occidentali e orientali, tra cristiani e musulmani, ma tra poveri e ricchi, tra privilegiati e sfruttati; e questa divisione è sempre più profonda. I giovani tunisini, egiziani, algerini, siriani, libici, yemeniti che hanno riempito le piazze delle loro città, che hanno sfidato la repressione dei loro regimi, hanno alzato le loro voci non contro l'occidente, ma contro quei vecchi governanti che hanno approfittato, spesso facendo ottimi affari con i loro "nemici" occidentali, delle ricchezze di quei paesi, hanno protestato non contro gli Stati Uniti, ma contro le burocrazie corrotte dei loro paesi, contro quelli che hanno costruito i loro piccoli e grandi privilegi, anche approfittando dello stato di guerra. Come mi è già capitato di scrivere, non ci sono differenze fondamentali tra i giovani che riempiono le piazze di Tunisi, del Cairo e di Damasco con quelli che protestano nelle piazze di Atene, di Madrid, o di Santiago del Cile. Così come ci sono ben poche differenze tra il tunisino sfruttato dai caporali nella raccolta dei pomodori in Salento e il giovane laureato milanese che, non essendo "figlio di", passa da un lavoro precario all'altro. Una propaganda tanto efficace quanto interessata è riuscita ad alimentare queste pretese differenze, per alcune forze politiche europee è diventata l'unica bandiera ideologica: noi, i bianchi, i cristiani, i "buoni", da una parte e loro, gli arabi e i neri, i musulmani, i "cattivi" dall'altra.
Come per ogni democratico, per ogni persona di sinistra, per me la parte giusta non erano i regimi comunisti del Patto di Varsavia, ma i giovani ungheresi e cecoslovacchi delle rivolte del '56 e del '68, non il regime cinese, ma gli studenti e gli operai di piazza Tiananmen; allo stesso modo avremmo dovuto da subito dire che c'era una bella differenza tra i regimi dei paesi arabi - anche quelli "amici" come l'Arabia Saudita - e i popoli che subivano quelle dittature, che magari erano costretti a scendere in piazza per "maledire" i nemici occidentali. L'11 settembre, chi l'ha voluto e chi ha risposto nel modo in cui sappiamo, ha oggettivamente impedito di leggere, di interpretare, questa differenza e ha trasformato un mondo, una cultura, una religione, in un nemico. Sono molte le vittime dell'11 settembre e credo sarebbe onesto ricordarle tutte, anche quelle che sono morte mesi e anni dopo, in base a scelte sbagliate seguite a quel tragico attentato.
C'è un'immagine che è diventata uno dei simboli della strage: è la fotografia del "falling man", l'uomo che cade, il gesto disperato di una persona che si gettò da una delle torri un istante prima del fatale impatto. Ho pensato diverse volte che quell'uomo che cade sia una sorta di metafora del nostro mondo che, sull'orlo della catastrofe, non ha retto alla prova.
sabato 7 maggio 2011
Considerazioni libere (228): a proposito di un mondo che potrebbe cambiare...
Ho chiuso la mia ultima "considerazione" dicendo che, morto Osama bin Laden, adesso tocca alla politica; ed è un compito molto difficile, che fa tremare le vene ai polsi. Le cose da fare sono molte, forse troppe - per come si è lasciata incancrenire la complessa vicenda mediorientale - ma da qualche parte bisogna pur cominciare.
Prima di tutto c'è l'Afghanistan. Il principale obiettivo con cui la coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, ha motivato quel conflitto è stato raggiunto; siamo andati in Afghanistan dicendo che volevamo colpire Osama bin Laden e adesso che lui è morto e che Al Qaeda è senza una guida i nostri eserciti non possono continuare a rimanere lì come se niente fosse. Peraltro, guardando a come si sono sviluppati gli eventi, al netto dei proclami bellicosi sulla "guerra globale al terrorismo" e alla vittoria tante volte annunciata e altrettante volte smentita, si può dire che quella guerra è stata utile: ha indebolito Osama, l'ha costretto a rinunciare a un controllo diretto su quel paese, ha spezzato il forte legame che esisteva tra al Qaeda e i talebani; in qualche modo la guerra ha contribuito all'uccisione di bin Laden. Proprio perché abbiamo raggiunto questo importante obiettivo, bisogna seriamente cominciare a pensare al modo con cui ritirare le truppe occidentali dall'Afghanistan e non solo per compiacere opinioni pubbliche sempre più stanche di pagare i costi di conflitti lontani. Lasciare l'Afghanistan non sarà meno costoso, richiederà uno sforzo finanziario enorme, ma quei soldi dovremo saperli spendere bene, per promuovere lo sviluppo, per ricostruire un'agricoltura distrutta da decenni di guerre, per garantire livelli accettabili di assistenza sanitaria, per combattere l'analfabetismo, facendo andare a scuola bambine e bambini, ragazze e ragazzi, senza distinzioni. Quello è che è successo in Egitto dovrebbe aiutare a non commettere gli stessi errori: garantire il pane a un prezzo politico, oltre a essere un'iniziativa assai costosa per gli Stati Uniti, non è servito a migliorare il livello di vita della popolazione, ma ha impedito lo sviluppo dell'agricoltura, come ho scritto in un'altra "considerazione" (la nr. 220, per la precisione); inoltre è stata una delle leve che ha permesso la corruzione del regime.
Allo stesso modo i paesi occidentali, alla prova del dopo-Osama, devono ricordare che sostenere un regime autocratico e corrotto non è servito a garantire la difesa contro il diffondersi dell'islamismo più radicale. Osama e al Qaeda sono cresciuti nell'Africa settentrionale proprio quando c'erano i governi "amici" di Mubarak, Ben Alì, Bourghiba. Osama bin Laden è stato sconfitto non dalle truppe statunitensi, che si sono limitate a trovarlo e ucciderlo, ma dai giovani scesi in piazza ad Algeri, a Tunisi, al Cairo, a Bengasi, in Siria e nello Yemen. Sono quei giovani che pongono le domande più urgenti, a cui è necessario dare una risposta, se si vuole dare un senso a quello fatto fino ad ora nella cosiddetta guerra contro il terrorismo e soprattutto se si vuole immaginare un mondo diverso, in cui milioni di persone non continuino a essere escluse dai diritti fondamentali. I giovani della primavera araba chiedono di uscire da una povertà che condiziona pesantemente il loro futuro, chiedono diritti e libertà, chiedono di poter vivere come i loro coetanei occidentali. Chiedono anche, almeno quelli che credono - perché bisognerebbe cominciare a smetterla con l'equazione arabo uguale musulmano - che la loro fede sia considerata come una religione di pace e di amore e non una bandiera da sventolare in una guerra di civiltà. Chiedono tutti, laici e credenti, che il nostro mondo smetta di guardare al loro con un malcelato senso di superiorità: troppe volte sentiamo discorsi di persone comuni, ma anche analisi di intellettuali, che partono dal presupposto che la democrazia e i diritti umani sarebbero difficilmente conciliabili o addirittura inconciliabili con l'islam o con il mondo arabo tout court. La democrazia è un processo che richiede tempo, che richiede un'assunzione progressiva di responsabilità, che richiede il crescere di una cultura dei diritti: la democrazia non nasce dall'oggi al domani. Lo dovrebbero ricordare gli europei, visto che il nostro continente è stato governato in gran parte da regimi dittatoriali nella prima metà del Novecento e che le ultime dittature, in Portogallo, in Spagna, in Grecia, sono cadute soltanto negli anni Settanta; l'Europa ha conosciuto l'orrore di una guerra fondata sulla religione, che ha causato centinaia di morti, non nei secoli scorsi, ma solo fino a pochi anni fa, in Ulster, nel civilissimo Regno Unito; il cammino per il riconoscimento del ruolo delle donne nelle società europee è cominciato da poco ed è ancora in corso.
Possiamo sperare che, anche grazie ai nostri errori, il cammino delle giovani società orientali, sarà più breve, ma sarà comunque un cammino.
Prima di tutto c'è l'Afghanistan. Il principale obiettivo con cui la coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, ha motivato quel conflitto è stato raggiunto; siamo andati in Afghanistan dicendo che volevamo colpire Osama bin Laden e adesso che lui è morto e che Al Qaeda è senza una guida i nostri eserciti non possono continuare a rimanere lì come se niente fosse. Peraltro, guardando a come si sono sviluppati gli eventi, al netto dei proclami bellicosi sulla "guerra globale al terrorismo" e alla vittoria tante volte annunciata e altrettante volte smentita, si può dire che quella guerra è stata utile: ha indebolito Osama, l'ha costretto a rinunciare a un controllo diretto su quel paese, ha spezzato il forte legame che esisteva tra al Qaeda e i talebani; in qualche modo la guerra ha contribuito all'uccisione di bin Laden. Proprio perché abbiamo raggiunto questo importante obiettivo, bisogna seriamente cominciare a pensare al modo con cui ritirare le truppe occidentali dall'Afghanistan e non solo per compiacere opinioni pubbliche sempre più stanche di pagare i costi di conflitti lontani. Lasciare l'Afghanistan non sarà meno costoso, richiederà uno sforzo finanziario enorme, ma quei soldi dovremo saperli spendere bene, per promuovere lo sviluppo, per ricostruire un'agricoltura distrutta da decenni di guerre, per garantire livelli accettabili di assistenza sanitaria, per combattere l'analfabetismo, facendo andare a scuola bambine e bambini, ragazze e ragazzi, senza distinzioni. Quello è che è successo in Egitto dovrebbe aiutare a non commettere gli stessi errori: garantire il pane a un prezzo politico, oltre a essere un'iniziativa assai costosa per gli Stati Uniti, non è servito a migliorare il livello di vita della popolazione, ma ha impedito lo sviluppo dell'agricoltura, come ho scritto in un'altra "considerazione" (la nr. 220, per la precisione); inoltre è stata una delle leve che ha permesso la corruzione del regime.
Allo stesso modo i paesi occidentali, alla prova del dopo-Osama, devono ricordare che sostenere un regime autocratico e corrotto non è servito a garantire la difesa contro il diffondersi dell'islamismo più radicale. Osama e al Qaeda sono cresciuti nell'Africa settentrionale proprio quando c'erano i governi "amici" di Mubarak, Ben Alì, Bourghiba. Osama bin Laden è stato sconfitto non dalle truppe statunitensi, che si sono limitate a trovarlo e ucciderlo, ma dai giovani scesi in piazza ad Algeri, a Tunisi, al Cairo, a Bengasi, in Siria e nello Yemen. Sono quei giovani che pongono le domande più urgenti, a cui è necessario dare una risposta, se si vuole dare un senso a quello fatto fino ad ora nella cosiddetta guerra contro il terrorismo e soprattutto se si vuole immaginare un mondo diverso, in cui milioni di persone non continuino a essere escluse dai diritti fondamentali. I giovani della primavera araba chiedono di uscire da una povertà che condiziona pesantemente il loro futuro, chiedono diritti e libertà, chiedono di poter vivere come i loro coetanei occidentali. Chiedono anche, almeno quelli che credono - perché bisognerebbe cominciare a smetterla con l'equazione arabo uguale musulmano - che la loro fede sia considerata come una religione di pace e di amore e non una bandiera da sventolare in una guerra di civiltà. Chiedono tutti, laici e credenti, che il nostro mondo smetta di guardare al loro con un malcelato senso di superiorità: troppe volte sentiamo discorsi di persone comuni, ma anche analisi di intellettuali, che partono dal presupposto che la democrazia e i diritti umani sarebbero difficilmente conciliabili o addirittura inconciliabili con l'islam o con il mondo arabo tout court. La democrazia è un processo che richiede tempo, che richiede un'assunzione progressiva di responsabilità, che richiede il crescere di una cultura dei diritti: la democrazia non nasce dall'oggi al domani. Lo dovrebbero ricordare gli europei, visto che il nostro continente è stato governato in gran parte da regimi dittatoriali nella prima metà del Novecento e che le ultime dittature, in Portogallo, in Spagna, in Grecia, sono cadute soltanto negli anni Settanta; l'Europa ha conosciuto l'orrore di una guerra fondata sulla religione, che ha causato centinaia di morti, non nei secoli scorsi, ma solo fino a pochi anni fa, in Ulster, nel civilissimo Regno Unito; il cammino per il riconoscimento del ruolo delle donne nelle società europee è cominciato da poco ed è ancora in corso.
Possiamo sperare che, anche grazie ai nostri errori, il cammino delle giovani società orientali, sarà più breve, ma sarà comunque un cammino.
venerdì 6 maggio 2011
Considerazioni libere (227): a proposito di uno che è stato fortunatamente sconfitto...
La storia è un lungo processo, un lento concatenarsi di cause ed effetti, in cui è sempre difficile definire stacchi, momenti di inizio o di fine: la rivoluzione francese non cominciò certo il 14 luglio 1789 con la presa della Bastiglia, così come la seconda guerra mondiale non è cominciata il 1 settembre 1939 con l'occupazione di Danzica; allo stesso modo il giorno in cui è caduto il muro di Berlino non è il giorno in cui sono crollati i regimi comunisti dell'Europa orientale e potremmo fare molti altri esempi. Eppure il racconto della storia ha bisogno di eventi come quelli che ho appena ricordato, di fatti che nella loro drammaticità e unicità segnino questi momenti di passaggio. Comunque la pensiamo su quello che è avvenuto lo scorso 2 maggio ad Abbottabad, la morte di Osama bin Laden è uno di questi eventi.
Voglio fare qualche riflessione sulla morte di bin Laden; sono pensieri non ancora del tutto "sistemati" e forse richiederanno un aggiornamento o un ripensamento tra qualche giorno, o tra qualche settimana, ma mi sembra comunque giusto condividerli con i miei sparuti lettori.
Credo che fosse inevitabile che bin Laden morisse, penso ne fosse consapevole lui per primo, come certamente ne era convinto Barack Obama, quando ha dato l'ordine di ucciderlo. Personalmente ritengo che Obama non abbia mai pensato di catturare bin Laden vivo. Questa opzione non è mai stata davvero messa in conto e forse quello che adesso non si può vedere è proprio questo: la prova che Osama è stato condannato a morte e giustiziato, in maniera irrituale e senza possibili alternative. Non so quanto nella decisione di Obama abbia pesato il calcolo in vista delle prossime elezioni presidenziali o quanto la paura di nuovi attentati nell'imminenza del decimo anniversario dell'attentato contro le Twin towers, ma immagino che abbia avuto ben presente che la cattura, un periodo più o meno lungo di detenzione, il processo, la condanna, la punizione sarebbero stati ben più difficili da entrare nella storia piuttosto che la morte di bin Laden da parte di un manipolo di coraggiosi. Il Presidente degli Stati Uniti, quando è un intellettuale come Obama, deve anche pensare a come viene e verrà raccontata la storia, a completare una narrazione; bin Laden ha voluto entrare nella storia con un atto simbolico, ne è uscito in modo altrettanto simbolico. E dato che - come dice un adagio spesso citato - la storia la scrivono i vincitori, la morte di bin Laden diventa anche in qualche modo giusta, seppur non legale. Ed è anche comprensibile la soddisfazione: personalmente penso che la morte di bin Laden sia stata lecita e sono contento che ci siamo arrivati. Come penso sia necessario arrivare anche a quella di Gheddafi, se vogliamo davvero liberare il popolo libico. Poi credo siano sbagliati i caroselli di auto, le bottiglie stappate, le sfilate: della morte di un nemico si è soddisfatti, ma non la si festeggia.
Può sembrare un paradosso, ma io credo che l'inizio della sconfitta di bin Laden sia stato proprio l'11 settembre. Fino a dieci anni fa Osama bin Laden era un uomo molto potente; grazie ai suoi enormi mezzi finanziari aveva un forte controllo su uno stato in crisi e profondamente corrotto come l'Afghanistan e tesseva una rete sempre più fitta di rapporti in Pakistan, dove evidentemente continuava a godere di buoni uffici, se poteva vivere al centro di una città abitata per lo più da militari, a pochi chilometri dalla capitale. Oltre ai propri cospicui mezzi personali, gestiva immense sovvenzioni finanziarie che gli arrivavano, anche da canali ufficiali, dall'Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo; bin Laden gestiva una rete di operazioni bancarie e di riciclaggio di denaro sporco. Lavorava per favorire la diffusione delle madrasse per proclamare l'idea della guerra santa dall'Indonesia a Londra, e aveva fatto nascere molti campi di addestramento per futuri terroristi. Dopo l'11 settembre il suo potere è oggettivamente venuto meno, i soldi hanno cominciato a calare, eliminate drasticamente le sovvenzioni saudite, il suo messaggio si è progressivamente appannato, anche perché non è riuscito a rispondere alle domande che covavano nei cuori dei giovani che vivono dal Marocco all'Egitto, dalla Palestina al Golgo persico, dal monti dell'Anatolia al Pakistan: non è riuscito a dare una risposta alla domanda di futuro che è emersa impetuosa nelle rivolte arabe delle scorse settimane. I giovani che sono scesi in piazza hanno detto chiaramente che non volevano più i regimi corrotti e antidemocratici imposti dai paesi occidentali per contenere l'influenza islamista, ma con altrettanta chiarezza non hanno inneggiato a Osama e alla guerra santa. Il velo si è squarciato e all'improvviso bin Laden è apparso come un uomo di un mondo vecchio, come lo erano Mubarak e Gheddafi, come lo sono ancora gli anacronistici emiri sauditi: vecchi che non sanno parlare a un mondo fatto di milioni di giovani.
Morto finalmente - e giustamente - Osama, adesso è il tempo della politica. E la politica è molto più complicata e difficile che un raid notturno contro un palazzo nella periferia di una città pachistana. Sbagliare una mossa rischia non di bloccare il processo, che ormai si è messo in moto, ma di deviarlo, di rallentarlo, di costringerlo a fare passi indietro. Non sbagliare significa rispondere a quella domanda di futuro a cui, fortunatamente, non ha saputo rispondere Osama.
Voglio fare qualche riflessione sulla morte di bin Laden; sono pensieri non ancora del tutto "sistemati" e forse richiederanno un aggiornamento o un ripensamento tra qualche giorno, o tra qualche settimana, ma mi sembra comunque giusto condividerli con i miei sparuti lettori.
Credo che fosse inevitabile che bin Laden morisse, penso ne fosse consapevole lui per primo, come certamente ne era convinto Barack Obama, quando ha dato l'ordine di ucciderlo. Personalmente ritengo che Obama non abbia mai pensato di catturare bin Laden vivo. Questa opzione non è mai stata davvero messa in conto e forse quello che adesso non si può vedere è proprio questo: la prova che Osama è stato condannato a morte e giustiziato, in maniera irrituale e senza possibili alternative. Non so quanto nella decisione di Obama abbia pesato il calcolo in vista delle prossime elezioni presidenziali o quanto la paura di nuovi attentati nell'imminenza del decimo anniversario dell'attentato contro le Twin towers, ma immagino che abbia avuto ben presente che la cattura, un periodo più o meno lungo di detenzione, il processo, la condanna, la punizione sarebbero stati ben più difficili da entrare nella storia piuttosto che la morte di bin Laden da parte di un manipolo di coraggiosi. Il Presidente degli Stati Uniti, quando è un intellettuale come Obama, deve anche pensare a come viene e verrà raccontata la storia, a completare una narrazione; bin Laden ha voluto entrare nella storia con un atto simbolico, ne è uscito in modo altrettanto simbolico. E dato che - come dice un adagio spesso citato - la storia la scrivono i vincitori, la morte di bin Laden diventa anche in qualche modo giusta, seppur non legale. Ed è anche comprensibile la soddisfazione: personalmente penso che la morte di bin Laden sia stata lecita e sono contento che ci siamo arrivati. Come penso sia necessario arrivare anche a quella di Gheddafi, se vogliamo davvero liberare il popolo libico. Poi credo siano sbagliati i caroselli di auto, le bottiglie stappate, le sfilate: della morte di un nemico si è soddisfatti, ma non la si festeggia.
Può sembrare un paradosso, ma io credo che l'inizio della sconfitta di bin Laden sia stato proprio l'11 settembre. Fino a dieci anni fa Osama bin Laden era un uomo molto potente; grazie ai suoi enormi mezzi finanziari aveva un forte controllo su uno stato in crisi e profondamente corrotto come l'Afghanistan e tesseva una rete sempre più fitta di rapporti in Pakistan, dove evidentemente continuava a godere di buoni uffici, se poteva vivere al centro di una città abitata per lo più da militari, a pochi chilometri dalla capitale. Oltre ai propri cospicui mezzi personali, gestiva immense sovvenzioni finanziarie che gli arrivavano, anche da canali ufficiali, dall'Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo; bin Laden gestiva una rete di operazioni bancarie e di riciclaggio di denaro sporco. Lavorava per favorire la diffusione delle madrasse per proclamare l'idea della guerra santa dall'Indonesia a Londra, e aveva fatto nascere molti campi di addestramento per futuri terroristi. Dopo l'11 settembre il suo potere è oggettivamente venuto meno, i soldi hanno cominciato a calare, eliminate drasticamente le sovvenzioni saudite, il suo messaggio si è progressivamente appannato, anche perché non è riuscito a rispondere alle domande che covavano nei cuori dei giovani che vivono dal Marocco all'Egitto, dalla Palestina al Golgo persico, dal monti dell'Anatolia al Pakistan: non è riuscito a dare una risposta alla domanda di futuro che è emersa impetuosa nelle rivolte arabe delle scorse settimane. I giovani che sono scesi in piazza hanno detto chiaramente che non volevano più i regimi corrotti e antidemocratici imposti dai paesi occidentali per contenere l'influenza islamista, ma con altrettanta chiarezza non hanno inneggiato a Osama e alla guerra santa. Il velo si è squarciato e all'improvviso bin Laden è apparso come un uomo di un mondo vecchio, come lo erano Mubarak e Gheddafi, come lo sono ancora gli anacronistici emiri sauditi: vecchi che non sanno parlare a un mondo fatto di milioni di giovani.
Morto finalmente - e giustamente - Osama, adesso è il tempo della politica. E la politica è molto più complicata e difficile che un raid notturno contro un palazzo nella periferia di una città pachistana. Sbagliare una mossa rischia non di bloccare il processo, che ormai si è messo in moto, ma di deviarlo, di rallentarlo, di costringerlo a fare passi indietro. Non sbagliare significa rispondere a quella domanda di futuro a cui, fortunatamente, non ha saputo rispondere Osama.
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