Roccaforte, sost. f.
Si tratta di una parola composta e infatti il plurale può essere sia roccaforti che roccheforti. Se già una rocca - la parola deriva significativamente da roccia - è un luogo sicuro e protetto, una roccaforte è inespugnabile per definizione e quindi quando viene alla fine espugnata - perché, prima o poi, tocca a tutti - quel fatto viene considerato con meraviglia o con sgomento, con entusiasmo o con rassegnazione. Ovviamente la nostra prospettiva cambia radicalmente se siamo tra gli assedianti o tra gli assediati, tra i vinti o tra i vincitori.
Il risultato più eclatante delle recenti elezioni amministrative è stata certamente la vittoria del candidato del Movimento Cinque stelle a Livorno, una roccaforte della sinistra, la città in cui è nato, quasi un secolo fa, il Partito Comunista d'Italia. Sul tema ho una qualche competenza, avendo assistito nel 1999 alla caduta di un’altra storica roccaforte della sinistra italiana e avendo cominciato, proprio in quei giorni complessi, a fare il funzionario della Federazione dell’allora Pds nella città felsinea.
Ho letto che diversi commentatori - anche tra i più quotati - hanno fatto un parallelo tra i due avvenimenti. Personalmente ho qualche dubbio, prima di tutto perché le vicende di ogni città rispondono a logiche diverse le une dalle altre, dal momento che ogni città ha una sua storia e sue caratteristiche peculiari, ma soprattutto perché da allora sono passati ben 15 anni. A dire la verità, prima di scrivere questa definizione, non mi ero reso conto che fossero passati già tanti anni; o più probabilmente ho preferito non pensarci, per non fare i conti con gli anni che passano, dal momento che dietro a quelle vicende ci ho speso un bel po’ di giovinezza.
Certamente credo che alcuni tratti comuni ci siano. In entrambe le città c’è stata una tradizione di amministratori locali bravi e capaci, in forte sintonia con i loro concittadini, e questo ha reso ancora più evidente le scarse capacità di chi è venuto dopo. Spesso il confronto è impietoso. Non so come abbia amministrato il precedente sindaco di Livorno - immagino non molto bene - ma credo che sull’amministrazione di Walter Vitali i giudizi successivi siano stati eccessivamente liquidatori e inutilmente ingenerosi, legati soprattutto alla sconfitta, di cui fu uno dei responsabili, ma non il solo responsabile. Il vero problema emerso allora a Bologna - e credo oggi a Livorno - è l’autoreferenzialità di un gruppo dirigente che ha dato troppe cose per scontate, pensando che alla fine i voti sarebbero arrivati comunque; e soprattutto la presenza di una trama di interessi, sedimentati negli anni e ormai considerati intoccabili, che - anche non dando adito a comportamenti illeciti - finiscono per prevalere sui valori, sugli obiettivi e sul disegno generale.
Mi pare però che le analogie finiscano qui. La vicenda bolognese si è svolta nello scontro, allora ancora possibile, tra destra e sinistra. La capacità di Giorgio Guazzaloca è stata quella di riunire attorno alla sua candidatura tutte le variegate anime della destra bolognese, dai vecchi democristiani antifascisti ai giovani picchiatori di Forza nuova, dalla massoneria laica agli ambienti clericali. Tutti questi, rendendosi conto che potevano finalmente vincere o meglio che gli eredi del Pci potevano finalmente perdere, hanno fatto un passo indietro e hanno dato vita a un’alleanza litigiosa che infatti non è riuscita di fatto a governare. Guazzaloca, al di là di qualche leggenda metropolitana, non ha sfondato a sinistra, ha semplicemente - anche se semplice non è stato - riunito tutta la destra. E ha vinto perché un pezzo consistente della sinistra non ha votato.
La vicenda di Livorno mi pare abbia caratteristiche differenti. Per Filippo Nogarin hanno votato compattamente quelli di destra, che sono contenti del fatto che è stato sconfitto il candidato del Pd, a prescindere, anche se sono rimasti fuori dal consiglio comunale, e soprattutto hanno votato persone di sinistra, contro Renzi. Con il voto “contro” è difficile costruire qualcosa di significativo, soprattutto in prospettiva, ma intanto sortisce un qualche effetto, come è successo appunto nella città toscana. Francamente credo che se fossi stato livornese avrei votatoanch’io per il candidato Cinque stelle invece di astenermi come avrei dovuto fare, essendo ugualmente lontano da entrambi i candidati, solo per dimostrare la non invincibilità di Renzi. Come vedete, un voto per dispetto, di pancia.
Per tornare alle vicende bolognesi di quegli anni, io credo che nel ’99, nonostante tutto, ci fosse ancora la possibilità di costruire qualcosa di diverso, proprio partendo dagli errori commessi. Naturalmente non ci siamo riusciti, visto che i risultati finali di quel percorso sono stati Delbono e Merola. So che su questo non tutti i miei lettori bolognesi saranno d’accordo, ma penso che perfino Sergio Cofferati sarebbe potuto essere un’opportunità, mentre - come è noto - è stato quello che è stato.
Oggettivamente dobbiamo ammettere che noi di errori ne abbiamo commessi altri - e non pochi - e quindi siamo arrivati a questo punto. Parecchio in basso.
Se è vera questa mia ipotesi e quindi noi avremmo potuto ancora prendere una strada diversa, adesso la situazione è molto diversa. E ormai irrimediabilmente compromessa, perché 15 anni non sono passati invano e soprattutto perché ha vinto Renzi, culturalmente prima che politicamente. Loro ormai la strada l’hanno presa e, come sapete, per me è quella sbagliata. Anche a Livorno in qualche modo rimedieranno, visto che comunque alle europee il Pd ha preso il 53% in quella città. Non dovranno neppure passare per Cofferati come abbiamo fatto noi, ma rimarranno quello che hanno deciso di essere, ossia un partito centrista e moderato, caritatevole verso i poveri, e troveranno un Gori qualsiasi, con la sua finta Michelle d’ordinanza, che li farà di nuovo vincere. Perché per loro si vince rinunciando alla sinistra, e così infatti hanno vinto.
I cittadini di Bologna, non votando per il nostro partito, pur rimanendo a sinistra, ci diedero un segnale che noi non capimmo, o che forse molti di noi non hanno voluto capire, tanto è vero che prendemmo una strada probabilmente diversa da quella che loro avrebbero voluto, una strada che ci ha portato a Renzi, con l’ineluttabilità di un piano inclinato.
Un intellettuale che una volta stimavo e che si è consegnato, come hanno fatto molti altri, a Renzi, senza condizioni, ha scritto nella sua Amaca che la caduta di una roccaforte è perfino un fatto positivo - a meno che gli “invasori” non siano Hitler e Tamerlano - perché obbliga i vinti a rigenerarsi, cosa che non farebbero mai se continuassero a vincere. A Bologna non è andata così, anche perché il centrosinistra di quella città non ha fatto mai davvero i conti con quello che è successo nel ’99, lo ha considerato una parentesi ed è andato avanti esattamente come prima. Francamente cosa farà il Pd a Livorno mi interessa assai poco. Vorrei invece che quella sinistra che in quella, come in altre città, ha votato “contro” riuscisse a votare “per”.
E comunque state attenti, cari amici renziani, le roccaforti cadono prima o poi.Tutte.
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martedì 17 giugno 2014
venerdì 3 gennaio 2014
Verba volant (41): laboratorio...
Laboratorio, sost. m.
Io ho sempre guardato con sospetto alla parola laboratorio.
Presa a sé si tratta di una bella parola, con un'etimologia importante - deriva infatti dal latino labor, che significa fatica - purtroppo è stata usata male e le parole, come le cose, soffrono se usate male. Ad esempio, i tortellini sono una meraviglia della cucina bolognese - ed infatti devono essere preparati o in casa o in un laboratorio di pasta fresca - ma se vengono serviti con la panna (perdonate questa volgarità, ma mi serve per la similitudine) perdono tutta la loro poesia; se poi ne mangiate troppi vi possono far male. Alla parola laboratorio è successo qualcosa del genere: è stata usata troppo e male.
La mia idiosincrasia per l’uso arbitrario di questa parola nasce dal fatto che ho sempre considerato il suo uso un espediente per giustificare teorie già formate e compiute, di cui si cerca semplicemente una conferma. Da emiliano, non ho mai creduto al laboratorio emiliano, di cui pure ci sono stati fior fiore di teorici, in genere non emiliani. Allo stesso modo ogni tanto torna in auge l’idea dell’esistenza di un laboratorio siciliano, secondo cui quello che succede nell’isola è destinato a succedere poco dopo nel resto del paese; anche questa tesi mi pare sia sostenuta in particolare da coloro che siciliani non sono e soprattutto da quelli che, avendo vinto le elezioni in quella regione, sperano legittimamente di ripetere lo stesso risultato nel resto dell’Italia.
Io ho sempre guardato con sospetto alla parola laboratorio.
Presa a sé si tratta di una bella parola, con un'etimologia importante - deriva infatti dal latino labor, che significa fatica - purtroppo è stata usata male e le parole, come le cose, soffrono se usate male. Ad esempio, i tortellini sono una meraviglia della cucina bolognese - ed infatti devono essere preparati o in casa o in un laboratorio di pasta fresca - ma se vengono serviti con la panna (perdonate questa volgarità, ma mi serve per la similitudine) perdono tutta la loro poesia; se poi ne mangiate troppi vi possono far male. Alla parola laboratorio è successo qualcosa del genere: è stata usata troppo e male.
La mia idiosincrasia per l’uso arbitrario di questa parola nasce dal fatto che ho sempre considerato il suo uso un espediente per giustificare teorie già formate e compiute, di cui si cerca semplicemente una conferma. Da emiliano, non ho mai creduto al laboratorio emiliano, di cui pure ci sono stati fior fiore di teorici, in genere non emiliani. Allo stesso modo ogni tanto torna in auge l’idea dell’esistenza di un laboratorio siciliano, secondo cui quello che succede nell’isola è destinato a succedere poco dopo nel resto del paese; anche questa tesi mi pare sia sostenuta in particolare da coloro che siciliani non sono e soprattutto da quelli che, avendo vinto le elezioni in quella regione, sperano legittimamente di ripetere lo stesso risultato nel resto dell’Italia.
Insomma è una parola che non mi piace perché troppe volte l’abbiamo sentita usare, a sproposito, dal politico di turno. A Bologna poi ne abbiamo fatto un uso smodato; faccio immediatamente outing e ammetto di averla usata anch’io: accadde anni fa, quando facevo un altro mestiere. Lo dico ora io, prima che qualche zelante servo dei nuovi - si fa per dire - padroni del vapore rinfacci la mia passata militanza e vada a scoprire qualche mio antico scritto…peraltro non rinnego né l’antica militanza né i precedenti scritti, li guardo con senile indulgenza.
C’era - e immagino ci sia ancora, anche se da tempo non frequento volutamente la vostra città - un orgoglio campanilistico che ci ha portato a credere che Bologna fosse al centro del mondo e soprattutto che la politica bolognese fosse sempre e comunque avanti un passo rispetto all’Italia, all’Europa, all’universo e altri siti, per dirla con Dulcamara.
Eravamo comunisti quando fuori erano tutti fascisti, poi eravamo riformisti quando c’erano ancora i comunisti, e siamo stati ulivisti prima che nascesse l’Ulivo; abbiamo aperto ai cattolici, quando era ancora di moda essere anticlericali, in sostanza siamo stati democratici prima degli altri. Solo con Renzi avete perso il tocco magico - uso il voi perché a questo punto la responsabilità è tutta vostra, i miei reati politici sono ormai prescritti - e siete diventati renziani fuori tempo massimo.
Perfino quando abbiamo perso – lì c’ero e uso il noi – consegnando la città al centrodestra annacquato di Guazzaloca, lo abbiamo fatto con un cupio dissolvi di sapore melodrammatico, che forse avremmo potuto risparmiare a noi stessi e alla città, tanto che fu necessario chiamare un “eroe” nazionale per trarci d’impaccio.
Come noto, da più in alto si cade più ci si fa male, e la sinistra bolognese ha creduto di essere parecchio in alto e cosi ritrovarsi alla mediocrità di un Delbono - comunque un ladro di polli rispetto a quello che c’è in giro - o di un Merola è stato sconfortante.
Mi scuso con i miei venticinque lettori non bolognesi - i bolognesi sono ancora meno - per questa lunga divagazione locale, ma credo possano essere utili anche a voi.
Anche il Partito Democratico è nato con l’ambizione di essere un laboratorio e in questo qualcosa di vero c’era. Come il dottor Frankenstein assemblava pezzi di cadaveri per dare vita alla creatura, cosi il Pd è nato assemblando pezzi di gruppi dirigenti in putrefazione e il brillante risultato è ora sotto lo sguardo di tutti, tanto che è bastato un Renzi qualsiasi per diventare segretario.
Detto qual è il laboratorio che non mi piace, provo a dire anche qual è quello che mi piace. Mi piaccioni i laboratori del falegname, del calzolaio, del fornaio, insomma di chi fa, di chi cerca sempre di imparare, di chi prova a insegnare quello che sa, di chi cerca di fare qualcosa di nuovo, osservando quello di cui c’è bisogno, di chi ascolta le persone per cercare di risolverne i problemi. Secondo me queste doti artigiane potrebbero anche essere applicate alla politica.
C’era - e immagino ci sia ancora, anche se da tempo non frequento volutamente la vostra città - un orgoglio campanilistico che ci ha portato a credere che Bologna fosse al centro del mondo e soprattutto che la politica bolognese fosse sempre e comunque avanti un passo rispetto all’Italia, all’Europa, all’universo e altri siti, per dirla con Dulcamara.
Eravamo comunisti quando fuori erano tutti fascisti, poi eravamo riformisti quando c’erano ancora i comunisti, e siamo stati ulivisti prima che nascesse l’Ulivo; abbiamo aperto ai cattolici, quando era ancora di moda essere anticlericali, in sostanza siamo stati democratici prima degli altri. Solo con Renzi avete perso il tocco magico - uso il voi perché a questo punto la responsabilità è tutta vostra, i miei reati politici sono ormai prescritti - e siete diventati renziani fuori tempo massimo.
Perfino quando abbiamo perso – lì c’ero e uso il noi – consegnando la città al centrodestra annacquato di Guazzaloca, lo abbiamo fatto con un cupio dissolvi di sapore melodrammatico, che forse avremmo potuto risparmiare a noi stessi e alla città, tanto che fu necessario chiamare un “eroe” nazionale per trarci d’impaccio.
Come noto, da più in alto si cade più ci si fa male, e la sinistra bolognese ha creduto di essere parecchio in alto e cosi ritrovarsi alla mediocrità di un Delbono - comunque un ladro di polli rispetto a quello che c’è in giro - o di un Merola è stato sconfortante.
Mi scuso con i miei venticinque lettori non bolognesi - i bolognesi sono ancora meno - per questa lunga divagazione locale, ma credo possano essere utili anche a voi.
Anche il Partito Democratico è nato con l’ambizione di essere un laboratorio e in questo qualcosa di vero c’era. Come il dottor Frankenstein assemblava pezzi di cadaveri per dare vita alla creatura, cosi il Pd è nato assemblando pezzi di gruppi dirigenti in putrefazione e il brillante risultato è ora sotto lo sguardo di tutti, tanto che è bastato un Renzi qualsiasi per diventare segretario.
Detto qual è il laboratorio che non mi piace, provo a dire anche qual è quello che mi piace. Mi piaccioni i laboratori del falegname, del calzolaio, del fornaio, insomma di chi fa, di chi cerca sempre di imparare, di chi prova a insegnare quello che sa, di chi cerca di fare qualcosa di nuovo, osservando quello di cui c’è bisogno, di chi ascolta le persone per cercare di risolverne i problemi. Secondo me queste doti artigiane potrebbero anche essere applicate alla politica.
domenica 15 dicembre 2013
Verba volant (31): opuscolo...
Opuscolo, sost. m.
Per scrivere la definizione di questa parola deve venirmi in soccorso lo studio dell'etimologia. Il termine opuscolo deriva dal latino opuscŭlum, che è il diminutivo di opus, operis; letteralmente quindi opuscolo significa piccola opera.
Immagino che ci abbia pensato il sindaco Merola, che è uomo avvezzo al latinorum, quando ha deciso - sempre insieme ai suoi valenti collaboratori, come il giovane Matteo Lepore, anch'egli esperto di belle lettere - di preparare per questa fine d'anno un'agile pubblicazione per presentare il rendiconto di metà mandato. Poche sono state le cose fatte, piccole sono state le opere, quindi è bastevole appunto un opuscolo.
Non capisco davvero le critiche dei soliti detrattori: se il sindaco Merola avesse fatto scrivere un libro - magari in diversi volumi - un opus magnum insomma, per raccontare cosa non ha fatto in questi due anni e mezzo, allora sì questi polemisti da strapazzo avrebbero fatto bene a sottolineare l’incongruità della spesa di 76mila euro. Invece il sindaco riconosce la sua modestia, anzi la esalta, e si accinge appunto a pubblicare un opuscolo, un’opera di poche pagine.
Semmai potrebbe stupire i malpensanti il fatto che Merola e i meroliani per finanziare questa piccola opera abbiano deciso di attingere la somma dal fondo di riserva. Con tutte le scadenze a cui deve pensare un sindaco, peraltro impegnato in queste settimane in un complicato esercizio acrobatico di salto della corrente (con avvitamento), poteva forse ricordarsi che proprio in queste settimane sarebbe arrivato il fausto anniversario della metà mandato? Forse non ha voluto accantonare la somma nei mesi scorsi per una certa scaramanzia: “e se poi non ci arrivo a metà mandato?” ha pensato il prudentissimo sindaco di Bologna.
Si narra nei corridoi di Palazzo d’Accursio che Flavio Delbono avesse già stanziato i fondi per il suo rendiconto di fine mandato e mal gliene incolse, come tutti ben sapete. Merola ha preferito non ripetere l’errore del suo predecessore e ha deciso di togliere un po’ di soldi dai fondi solitamente destinati per l’emergenza neve, anche perché il fido Lepore ha consultato certi portolani che dicono che a Bologna non nevica mai.
Alle malelingue ricordiamo infine che in ogni caso l’assessore Ronchi ha già immaginato un uso alternativo degli opuscoli comunali, che i fidi postini consegneranno nelle buchette dei cittadini. Quest’anno l’assessore non chiederà a un artista di disegnare il vecchione che brucierà in piazza Maggiore, ma saranno gli stessi bolognesi a contribuire a questa innovativa e artistica installazione, portando da casa il proprio opuscolo che sarà bruciato nel rogo benaugurante e apotropaico di fine d’anno.
Per scrivere la definizione di questa parola deve venirmi in soccorso lo studio dell'etimologia. Il termine opuscolo deriva dal latino opuscŭlum, che è il diminutivo di opus, operis; letteralmente quindi opuscolo significa piccola opera.
Immagino che ci abbia pensato il sindaco Merola, che è uomo avvezzo al latinorum, quando ha deciso - sempre insieme ai suoi valenti collaboratori, come il giovane Matteo Lepore, anch'egli esperto di belle lettere - di preparare per questa fine d'anno un'agile pubblicazione per presentare il rendiconto di metà mandato. Poche sono state le cose fatte, piccole sono state le opere, quindi è bastevole appunto un opuscolo.
Non capisco davvero le critiche dei soliti detrattori: se il sindaco Merola avesse fatto scrivere un libro - magari in diversi volumi - un opus magnum insomma, per raccontare cosa non ha fatto in questi due anni e mezzo, allora sì questi polemisti da strapazzo avrebbero fatto bene a sottolineare l’incongruità della spesa di 76mila euro. Invece il sindaco riconosce la sua modestia, anzi la esalta, e si accinge appunto a pubblicare un opuscolo, un’opera di poche pagine.
Semmai potrebbe stupire i malpensanti il fatto che Merola e i meroliani per finanziare questa piccola opera abbiano deciso di attingere la somma dal fondo di riserva. Con tutte le scadenze a cui deve pensare un sindaco, peraltro impegnato in queste settimane in un complicato esercizio acrobatico di salto della corrente (con avvitamento), poteva forse ricordarsi che proprio in queste settimane sarebbe arrivato il fausto anniversario della metà mandato? Forse non ha voluto accantonare la somma nei mesi scorsi per una certa scaramanzia: “e se poi non ci arrivo a metà mandato?” ha pensato il prudentissimo sindaco di Bologna.
Si narra nei corridoi di Palazzo d’Accursio che Flavio Delbono avesse già stanziato i fondi per il suo rendiconto di fine mandato e mal gliene incolse, come tutti ben sapete. Merola ha preferito non ripetere l’errore del suo predecessore e ha deciso di togliere un po’ di soldi dai fondi solitamente destinati per l’emergenza neve, anche perché il fido Lepore ha consultato certi portolani che dicono che a Bologna non nevica mai.
Alle malelingue ricordiamo infine che in ogni caso l’assessore Ronchi ha già immaginato un uso alternativo degli opuscoli comunali, che i fidi postini consegneranno nelle buchette dei cittadini. Quest’anno l’assessore non chiederà a un artista di disegnare il vecchione che brucierà in piazza Maggiore, ma saranno gli stessi bolognesi a contribuire a questa innovativa e artistica installazione, portando da casa il proprio opuscolo che sarà bruciato nel rogo benaugurante e apotropaico di fine d’anno.
mercoledì 15 maggio 2013
Considerazioni libere (362): a proposito di un referendum e di scuole materne...
Se vivessi a Bologna, il prossimo 26 maggio voterei convintamente "A".
Per chi è di Bologna, non servono particolari spiegazioni: sapete di cosa si tratta e probabilmente, leggendo più o meno regolarmente queste "considerazioni", non vi stupirete di questa mia scelta. Per chi non è bolognese - ossia la gran maggioranza di voi, cari sparuti lettori - qualche informazione in più è doverosa. Il prossimo 26 maggio, mentre qui a Salsomaggiore voteremo per eleggere sindaco e consiglio comunale, i cittadini di Bologna saranno chiamati ad esprimersi su un referendum consultivo che, partito in sordina e confinato nel dibattito strettamente cittadino, è riuscito a ritagliarsi una qualche rilevanza nazionale. Questo referendum è stato promosso da alcuni partiti della sinistra, da una parte del sindacato e da alcune associazioni cittadine con l'obiettivo di interrompere il finanziamento comunale alle scuole materne paritarie. Per capire meglio la questione, bisogna fare un passo indietro. All'inizio degli anni novanta a Bologna e in molte altre realtà emiliano-romagnole le amministrazioni comunali del centrosinistra decisero di includere alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, in questo modo anche queste scuole potevano accedere ai finanziamenti regionali e comunali. In particolare il Comune di Bologna stipulò un accordo con la Fism, ossia la federazione delle scuole materne cattoliche, garantendo la convenzione per cinquanta classi, che in questi anni sono diventate più di settanta. Nel 2000 il sistema scolastico integrato - come si cominciò a chiamare - fu sancito a livello legislativo dal governo di centrosinistra. Oggettivamente questa decisione fu uno degli elementi che sancì, a livello locale prima e poi a quello nazionale, l'alleanza organica tra la sinistra riformista, erede del Pci, e una parte del cattolicesimo democratico italiano, in particolare quello che fino ad allora aveva fatto riferimento alla sinistra Dc. Non a caso questa esperienza si concretizzò a Bologna, la città di Romano Prodi. Quell'intesa, come noto, portò diversi frutti, alcuni buoni, altri marciti ancora prima di essere colti: fuor di metafora, l'Ulivo e il Pd.
I fronti si sono rapidamente definiti. Si è costituito il Comitato art. 33, che ha promosso la raccolta delle firme e sta gestendo in queste settimane la campagna elettorale. A sostenere l'opzione "A", ossia la fine dei finanziamenti, ci sono Sel, Rifondazione, quello che rimane dell'ex-partito di Antonio Di Pietro, la Fiom e la Flc, le chiese protestanti, associazioni varie e molti "sinistri sparsi"; e c'è anche il Movimento Cinque stelle. Nei giorni scorsi Stefano Rodotà ha scritto un breve articolo per sostenere le ragioni del referendum e del voto "A", richiamandosi in maniera inequivocabile ai principi costituzionali; ve ne consiglio naturalmente la lettura. A sostegno dell'opzione "B", ossia per il mantenimento dei finanziamenti, c'è uno schieramento decisamente maggioritario: il Comune ovviamente, l'ex-Pd - che in quella città, nonostante tutto, continua a essere forte - i partiti del centrodestra, la chiesa bolognese - al cui fianco è intervenuto anche il cardinal Bagnasco - i giornali cittadini, i sindacati - la Cisl in particolare è scatenata - Confindustria e le associzioni di categoria, Comunione e liberazione e tutto il mondo dell'associzionismo cattolico. Come è evidente si tratta, a parte la Cgil - che sulla questione cerca di barcamenarsi con scarso successo - del partito delle "larghe intese", ossia del vasto schieramento che sostiene il secondo governo Napolitano-Draghi. Il sindaco Merola stupidamente ha detto che il voto è un referendum sul Pd. E infatti il cattolico Prodi non si è ancora pronunciato; la cosa non stupisce chi sa quanto sia rancoroso e vendicativo l'uomo, che non è certo disposto a dimenticare lo "sgarro" della mancata elezione al Quirinale. La campagna per il "B" è un misto di opportunismo - molti si sono schierati così, perché così dice il partito che garantisce loro "il pane e le rose" - di buone intenzioni - qualche amico è sincero, conosce e ama davvero la scuola bolognese - di spirito di crociata. Al di là di queste note di colore, io avevo maturato la mia posizione già da qualche tempo, ma naturalmente la dichiarazione del sindaco mi ha tolto ogni dubbio: voterei contro l'ex-Pd anche in una riunione di condominio.
Al di là della mia posizione schiettamente politica anti-Napolitano, anti-Pd, anti-larghe intese, provo a motivare le ragioni della mia scelta, che nascono anche dalla mia personale esperienza politica, per quanto datata. Credo infatti che faccia un cattivo servizio - da ambo le parti - chi antepone le proprie convinzioni politiche e la polemica sull'attualità al merito della questione: al di là della tema costituzionale posto da Rodotà - che è sacrosanto a prescindere - provo a partire dai bambini e dai loro diritti. Io all'inizio degli anni Novanta facevo l'assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Granarolo e il tema lì non si poneva, perché non c'erano scuole materne private e soprattutto perché il pubblico riusciva a soddisfare completamente la richiesta delle famiglie: sostanzialmente tutti i bambini in età potevano frequentare la scuola materna pubblica. Anzi nel mio comune di allora il problema era un po' diverso, perché c'erano quattro sezioni di scuola materna comunale e due sezioni di scuola materna statale, a cui se ne aggiunse una terza proprio nell'anno in cui divenni assessore. Da noi la discussione verteva piuttosto sull'opportunità di passare allo stato anche le nostre sezioni di scuola materna, perché era effettivamente pesante per un Comune di quelle dimensioni mantenere un servizio di quel genere. C'erano resistenze sia da parte del personale, che nel passaggio ci avrebbe un po' rimesso, sia soprattutto da parte delle famiglie, perché oggettivamente l'offerta educativa della scuola comunale era migliore di quella della statale, prima di tutto per il valore delle insegnanti, ma anche per una serie di scelte che erano state fatte negli anni. Ricordo che queste strutture erano nate, insieme agli asili nido, all'inizio degli anni Settanta, in una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali; probabilmente questi servizi, insieme alla legge Basaglia, sono il frutto più solido e positivo di quella stagione di riforme. Per chi ci lavorava, ma anche per noi che facevamo gli amministratori - e in quel momento anche per le famiglie - c'era un elemento imprescindibile: asilo nido e scuola materna erano a tutti gli effetti "scuole" e come tali dovevano essere gestite. Ad esempio il Comune di Granarolo - ma cosa analoga avveniva in altre realtà, più grandi e più piccole - si avvaleva del lavoro di una coordinatrice pedagogica, cosa che non avveniva nella materna statale; successivamente, grazie ad un accordo con la direzione didattica - allora si chiamava così - il Comune, mettendoci proprie risorse, fece in modo che la coordinatrice comunale intervenisse anche nella programmazione della statale e le cose un po' migliorarono, almeno perché così c'era maggior uniformità nell'offerta pedagogica, ma le resistenze erano ancora forti da parte di quel personale.
Al di là della specifica vicenda di Granarolo, la logica che stava dietro al sistema integrato aveva dei punti che allora condividevo. Il pubblico - ossia l'amministrazione statale e i comuni - non riusciva da solo a garantire la creazione di nuove scuole materne, infatti sarebbero servite molte risorse per costruirne di nuove e per assumere nuovo personale; sul territorio esistevano già altre scuole materne, private, legate alle parrocchie, con strutture e personale, più o meno adeguati, in alcuni casi anche di buon livello. C'era poi un altro dato di fatto; per molte famiglie la scelta della scuola materna confessionale non era legata a una scelta educativa e religiosa - personalmente ho conosciuto pochissime famiglie che preferivano scuole confessionali a quelle pubbliche, anche quando il problema non era di natura economica, ossia quando potevano permettersi di pagare rette più alte rispetto a quelle della scuola pubblica - statale e comunale - che era comunque gratuita. Molti sceglievano la scuola paritaria semplicemente perché non c'era posto alla statale. Quindi il problema si spostava sul diritto dei bambini - e delle bambine ovviamente - di aver garantito un servizio il più possibile omogeneo e di qualità. In quella logica il finanziamento pubblico alle scuole private non era un semplice contributo, a "fondo perduto", ma veniva erogato nel momento in cui quella scuola, privata e confessionale, accettava di essere parte di quel sistema, ad esempio da un punto di vista pedagogico, pur mantenendo la propria identità culturale. Un aspetto importante, ad esempio, riguardava l'integrazione dei bambini stranieri, in un momento in cui il nostro territorio passava da un'immigrazione fatta di soli uomini a una composta di famiglie: non era infrequente che il figlio di una famiglia musulmana frequentasse una scuola materna cattolica e bisognava trovare la soluzione, pedagogica e culturale, al problema. In sostanza il sistema delle scuole materne, complessivamente inteso, doveva rafforzarsi e questo sarebbe stato un vantaggio per tutti i bambini. Questo sistema però presupponeva che l'elemento forte, trainante, dovesse essere comunque la scuola pubblica, con i suoi valori costituzionali ed educativi. Purtroppo non è quello che è avvenuto in questi anni e quel processo non è stato governato in questo modo. Anni di martellamento sul concetto che "privato è bene, pubblico è male" non sono passati invano, le scuole pubbliche, specialmente quelle rivolte all'infanzia, hanno goduto di sempre meno attenzione politica e di sempre minori finanziamenti. Gli asili nido e le scuole materne sono considerate sempre meno scuole e sempre più servizi sociali: è proprio l'opposto - come ho cercato di spiegare - dell'impostazione iniziale, per la quale altri hanno lottato e alcuni di noi hanno lavorato.
Mi pare che il ragionamento di chi propone il referendum parta da questo punto: mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi disponibili alla scuola pubblica? E questo deve necessariamente portarsi dietro una riflessione complessiva sul modello di scuola che vogliamo e di cui ha bisogno la nostra società. Io con questo spirito vorrei votare "A" domenica 26, consapevole però che sarebbe soltanto l'inizio di un cammino lungo e complicato. Per come la vedo io, questo referendum, al di là delle polemiche politiche di lunedì 27 su chi avrà vinto e chi avrà perso, e perfino al di là dei destini irrilevanti di Merola e del partito mal nato, dovrebbe servire a porre il tema della scuola all'attenzione del dibattito politico e sociale. Su questo purtroppo sono pessimista.
Per chi è di Bologna, non servono particolari spiegazioni: sapete di cosa si tratta e probabilmente, leggendo più o meno regolarmente queste "considerazioni", non vi stupirete di questa mia scelta. Per chi non è bolognese - ossia la gran maggioranza di voi, cari sparuti lettori - qualche informazione in più è doverosa. Il prossimo 26 maggio, mentre qui a Salsomaggiore voteremo per eleggere sindaco e consiglio comunale, i cittadini di Bologna saranno chiamati ad esprimersi su un referendum consultivo che, partito in sordina e confinato nel dibattito strettamente cittadino, è riuscito a ritagliarsi una qualche rilevanza nazionale. Questo referendum è stato promosso da alcuni partiti della sinistra, da una parte del sindacato e da alcune associazioni cittadine con l'obiettivo di interrompere il finanziamento comunale alle scuole materne paritarie. Per capire meglio la questione, bisogna fare un passo indietro. All'inizio degli anni novanta a Bologna e in molte altre realtà emiliano-romagnole le amministrazioni comunali del centrosinistra decisero di includere alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, in questo modo anche queste scuole potevano accedere ai finanziamenti regionali e comunali. In particolare il Comune di Bologna stipulò un accordo con la Fism, ossia la federazione delle scuole materne cattoliche, garantendo la convenzione per cinquanta classi, che in questi anni sono diventate più di settanta. Nel 2000 il sistema scolastico integrato - come si cominciò a chiamare - fu sancito a livello legislativo dal governo di centrosinistra. Oggettivamente questa decisione fu uno degli elementi che sancì, a livello locale prima e poi a quello nazionale, l'alleanza organica tra la sinistra riformista, erede del Pci, e una parte del cattolicesimo democratico italiano, in particolare quello che fino ad allora aveva fatto riferimento alla sinistra Dc. Non a caso questa esperienza si concretizzò a Bologna, la città di Romano Prodi. Quell'intesa, come noto, portò diversi frutti, alcuni buoni, altri marciti ancora prima di essere colti: fuor di metafora, l'Ulivo e il Pd.
I fronti si sono rapidamente definiti. Si è costituito il Comitato art. 33, che ha promosso la raccolta delle firme e sta gestendo in queste settimane la campagna elettorale. A sostenere l'opzione "A", ossia la fine dei finanziamenti, ci sono Sel, Rifondazione, quello che rimane dell'ex-partito di Antonio Di Pietro, la Fiom e la Flc, le chiese protestanti, associazioni varie e molti "sinistri sparsi"; e c'è anche il Movimento Cinque stelle. Nei giorni scorsi Stefano Rodotà ha scritto un breve articolo per sostenere le ragioni del referendum e del voto "A", richiamandosi in maniera inequivocabile ai principi costituzionali; ve ne consiglio naturalmente la lettura. A sostegno dell'opzione "B", ossia per il mantenimento dei finanziamenti, c'è uno schieramento decisamente maggioritario: il Comune ovviamente, l'ex-Pd - che in quella città, nonostante tutto, continua a essere forte - i partiti del centrodestra, la chiesa bolognese - al cui fianco è intervenuto anche il cardinal Bagnasco - i giornali cittadini, i sindacati - la Cisl in particolare è scatenata - Confindustria e le associzioni di categoria, Comunione e liberazione e tutto il mondo dell'associzionismo cattolico. Come è evidente si tratta, a parte la Cgil - che sulla questione cerca di barcamenarsi con scarso successo - del partito delle "larghe intese", ossia del vasto schieramento che sostiene il secondo governo Napolitano-Draghi. Il sindaco Merola stupidamente ha detto che il voto è un referendum sul Pd. E infatti il cattolico Prodi non si è ancora pronunciato; la cosa non stupisce chi sa quanto sia rancoroso e vendicativo l'uomo, che non è certo disposto a dimenticare lo "sgarro" della mancata elezione al Quirinale. La campagna per il "B" è un misto di opportunismo - molti si sono schierati così, perché così dice il partito che garantisce loro "il pane e le rose" - di buone intenzioni - qualche amico è sincero, conosce e ama davvero la scuola bolognese - di spirito di crociata. Al di là di queste note di colore, io avevo maturato la mia posizione già da qualche tempo, ma naturalmente la dichiarazione del sindaco mi ha tolto ogni dubbio: voterei contro l'ex-Pd anche in una riunione di condominio.
Al di là della mia posizione schiettamente politica anti-Napolitano, anti-Pd, anti-larghe intese, provo a motivare le ragioni della mia scelta, che nascono anche dalla mia personale esperienza politica, per quanto datata. Credo infatti che faccia un cattivo servizio - da ambo le parti - chi antepone le proprie convinzioni politiche e la polemica sull'attualità al merito della questione: al di là della tema costituzionale posto da Rodotà - che è sacrosanto a prescindere - provo a partire dai bambini e dai loro diritti. Io all'inizio degli anni Novanta facevo l'assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Granarolo e il tema lì non si poneva, perché non c'erano scuole materne private e soprattutto perché il pubblico riusciva a soddisfare completamente la richiesta delle famiglie: sostanzialmente tutti i bambini in età potevano frequentare la scuola materna pubblica. Anzi nel mio comune di allora il problema era un po' diverso, perché c'erano quattro sezioni di scuola materna comunale e due sezioni di scuola materna statale, a cui se ne aggiunse una terza proprio nell'anno in cui divenni assessore. Da noi la discussione verteva piuttosto sull'opportunità di passare allo stato anche le nostre sezioni di scuola materna, perché era effettivamente pesante per un Comune di quelle dimensioni mantenere un servizio di quel genere. C'erano resistenze sia da parte del personale, che nel passaggio ci avrebbe un po' rimesso, sia soprattutto da parte delle famiglie, perché oggettivamente l'offerta educativa della scuola comunale era migliore di quella della statale, prima di tutto per il valore delle insegnanti, ma anche per una serie di scelte che erano state fatte negli anni. Ricordo che queste strutture erano nate, insieme agli asili nido, all'inizio degli anni Settanta, in una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali; probabilmente questi servizi, insieme alla legge Basaglia, sono il frutto più solido e positivo di quella stagione di riforme. Per chi ci lavorava, ma anche per noi che facevamo gli amministratori - e in quel momento anche per le famiglie - c'era un elemento imprescindibile: asilo nido e scuola materna erano a tutti gli effetti "scuole" e come tali dovevano essere gestite. Ad esempio il Comune di Granarolo - ma cosa analoga avveniva in altre realtà, più grandi e più piccole - si avvaleva del lavoro di una coordinatrice pedagogica, cosa che non avveniva nella materna statale; successivamente, grazie ad un accordo con la direzione didattica - allora si chiamava così - il Comune, mettendoci proprie risorse, fece in modo che la coordinatrice comunale intervenisse anche nella programmazione della statale e le cose un po' migliorarono, almeno perché così c'era maggior uniformità nell'offerta pedagogica, ma le resistenze erano ancora forti da parte di quel personale.
Al di là della specifica vicenda di Granarolo, la logica che stava dietro al sistema integrato aveva dei punti che allora condividevo. Il pubblico - ossia l'amministrazione statale e i comuni - non riusciva da solo a garantire la creazione di nuove scuole materne, infatti sarebbero servite molte risorse per costruirne di nuove e per assumere nuovo personale; sul territorio esistevano già altre scuole materne, private, legate alle parrocchie, con strutture e personale, più o meno adeguati, in alcuni casi anche di buon livello. C'era poi un altro dato di fatto; per molte famiglie la scelta della scuola materna confessionale non era legata a una scelta educativa e religiosa - personalmente ho conosciuto pochissime famiglie che preferivano scuole confessionali a quelle pubbliche, anche quando il problema non era di natura economica, ossia quando potevano permettersi di pagare rette più alte rispetto a quelle della scuola pubblica - statale e comunale - che era comunque gratuita. Molti sceglievano la scuola paritaria semplicemente perché non c'era posto alla statale. Quindi il problema si spostava sul diritto dei bambini - e delle bambine ovviamente - di aver garantito un servizio il più possibile omogeneo e di qualità. In quella logica il finanziamento pubblico alle scuole private non era un semplice contributo, a "fondo perduto", ma veniva erogato nel momento in cui quella scuola, privata e confessionale, accettava di essere parte di quel sistema, ad esempio da un punto di vista pedagogico, pur mantenendo la propria identità culturale. Un aspetto importante, ad esempio, riguardava l'integrazione dei bambini stranieri, in un momento in cui il nostro territorio passava da un'immigrazione fatta di soli uomini a una composta di famiglie: non era infrequente che il figlio di una famiglia musulmana frequentasse una scuola materna cattolica e bisognava trovare la soluzione, pedagogica e culturale, al problema. In sostanza il sistema delle scuole materne, complessivamente inteso, doveva rafforzarsi e questo sarebbe stato un vantaggio per tutti i bambini. Questo sistema però presupponeva che l'elemento forte, trainante, dovesse essere comunque la scuola pubblica, con i suoi valori costituzionali ed educativi. Purtroppo non è quello che è avvenuto in questi anni e quel processo non è stato governato in questo modo. Anni di martellamento sul concetto che "privato è bene, pubblico è male" non sono passati invano, le scuole pubbliche, specialmente quelle rivolte all'infanzia, hanno goduto di sempre meno attenzione politica e di sempre minori finanziamenti. Gli asili nido e le scuole materne sono considerate sempre meno scuole e sempre più servizi sociali: è proprio l'opposto - come ho cercato di spiegare - dell'impostazione iniziale, per la quale altri hanno lottato e alcuni di noi hanno lavorato.
Mi pare che il ragionamento di chi propone il referendum parta da questo punto: mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi disponibili alla scuola pubblica? E questo deve necessariamente portarsi dietro una riflessione complessiva sul modello di scuola che vogliamo e di cui ha bisogno la nostra società. Io con questo spirito vorrei votare "A" domenica 26, consapevole però che sarebbe soltanto l'inizio di un cammino lungo e complicato. Per come la vedo io, questo referendum, al di là delle polemiche politiche di lunedì 27 su chi avrà vinto e chi avrà perso, e perfino al di là dei destini irrilevanti di Merola e del partito mal nato, dovrebbe servire a porre il tema della scuola all'attenzione del dibattito politico e sociale. Su questo purtroppo sono pessimista.
mercoledì 16 marzo 2011
Considerazioni libere (214): a proposito di ragazze e di ragazzi...
Ho letto in questi giorni due articoli interessanti, uno dedicato al costo degli affitti a Bologna e l'altro sulle condizioni di salute degli adolescenti nell'Etiopia meridionale. Nulla di più differente, penserete voi; e invece non è difficile trovare qualcosa che li lega. Vediamolo insieme.
Il Corriere di Bologna, mentre anche nella nostra città si teme una qualche forma di "affittopoli" - perdonate l'orrenda parola - ossia appartamenti di enti pubblici affittati a prezzi di favore ai soliti noti o ai loro parenti, ha provato a capire che opportunità ha chi vuole vivere in affitto, senza essere parente di nessuno. Il quotidiano ha fatto tre casi: un giovane tra i 25 e i 29 anni che lavora e vuole andare a vivere da solo, una coppia tra i 30 e i 34 anni, entrambi lavoratori, che decide di metter su casa insieme, la stessa coppia, dopo un paio d'anni, che decide di avere un figlio. L'indagine è rigorosa e ben fatta, il dato che emerge immediatamente è chiarissimo: per il giovane solo e per la famiglia con un bambino la situazione è dura e in entrambi i casi l'affitto incide oltre il 30% sul reddito familiare, la soglia che la Banca d'Italia ha individuato come quella del cosiddetto "disagio abitativo". Sono dati che dovrebbero far riflettere sia i politici nazionali che gli amministratori locali. C'è però un altro dato che emerge dall'inchiesta. Per calcolare i redditi dei vari casi ipotizzati sono stati utilizzati i dati dell'ufficio statistica del Comune di Bologna: un ragazzo tra i 25 e i 29 anni guadagna in media 13.608 euro all’anno, una ragazza della stessa età 11.655 euro, l'uomo tra i 30 e i 34 anni ha un reddito di 18.969 euro e la donna di 15.896 euro, dopo un paio d'anni la differenza sale a 9.364, naturalmente a vantaggio dell'uomo. Mi rendo conto che questa può sembrare un'ovvietà, la classica scoperta dell'acqua calda, eppure pensate che programma rivoluzionario sarebbe per la sinistra lavorare per raggiungere la parità di reddito tra uomini e donne.
La seconda notizia l'ho trovata in un articolo uscito su Le Monde, tradotto da Internazionale. Per cinque anni un'equipe dell'università etiope di Jimma ha studiato le abitudini alimentari e le conseguenti condizioni di salute di oltre duemila adolescenti tra i 13 e i 17 anni nell'Etiopia meridionale. Fino a quando non ci sono particolari problemi di accesso al cibo - che comunque in quella regione dell'Africa è ben lontano dagli standard occidentali - le condizioni di salute di ragazze e ragazzi tendono a essere uguali, come è naturale. Quando però per una carestia o per altri fattori si riduce la disponibilità dei generi alimentari a soffrirne di più sono le ragazze. Il 25% delle ragazze ha attraversato periodi di insicurezza alimentare, contro il 16% dei coetanei maschi, con ovvie conseguenze sulla salute: le ragazze denutrite hanno avuto il triplo delle malattie rispetto ai ragazzi che vivevano sotto lo stesso tetto. I bambini e gli adolescenti sono nutriti per primi e con cibo migliori rispetto alle femmine. Purtroppo molte famiglie delle campagne dell'Etiopia - e non solo lì - credono ancora che il maschio sia una "risorsa" più preziosa, che sarà più produttivo e sarà in grado di aiutare maggiormente la famiglia. Non è così. Già ora le donne costituiscono il 45% della manodopera impiegata in agricoltura e sono le figlie femmine che rimangono più a lungo ad aiutare le loro famiglie; le donne in genere non si ubriacano, non spendono soldi nelle prostituzione e sono più capaci di risparmiare. Sono loro la vera risorsa per i paesi in via di sviluppo, come spiegano i maggiori economisti.
I miei attenti lettori - e le mie attente lettrici - avranno già capito il legame tra i due articoli e la morale di questa breve "considerazione".
p.s. a proposito, anche se con un po' di ritardo, buon 8 marzo...
Il Corriere di Bologna, mentre anche nella nostra città si teme una qualche forma di "affittopoli" - perdonate l'orrenda parola - ossia appartamenti di enti pubblici affittati a prezzi di favore ai soliti noti o ai loro parenti, ha provato a capire che opportunità ha chi vuole vivere in affitto, senza essere parente di nessuno. Il quotidiano ha fatto tre casi: un giovane tra i 25 e i 29 anni che lavora e vuole andare a vivere da solo, una coppia tra i 30 e i 34 anni, entrambi lavoratori, che decide di metter su casa insieme, la stessa coppia, dopo un paio d'anni, che decide di avere un figlio. L'indagine è rigorosa e ben fatta, il dato che emerge immediatamente è chiarissimo: per il giovane solo e per la famiglia con un bambino la situazione è dura e in entrambi i casi l'affitto incide oltre il 30% sul reddito familiare, la soglia che la Banca d'Italia ha individuato come quella del cosiddetto "disagio abitativo". Sono dati che dovrebbero far riflettere sia i politici nazionali che gli amministratori locali. C'è però un altro dato che emerge dall'inchiesta. Per calcolare i redditi dei vari casi ipotizzati sono stati utilizzati i dati dell'ufficio statistica del Comune di Bologna: un ragazzo tra i 25 e i 29 anni guadagna in media 13.608 euro all’anno, una ragazza della stessa età 11.655 euro, l'uomo tra i 30 e i 34 anni ha un reddito di 18.969 euro e la donna di 15.896 euro, dopo un paio d'anni la differenza sale a 9.364, naturalmente a vantaggio dell'uomo. Mi rendo conto che questa può sembrare un'ovvietà, la classica scoperta dell'acqua calda, eppure pensate che programma rivoluzionario sarebbe per la sinistra lavorare per raggiungere la parità di reddito tra uomini e donne.
La seconda notizia l'ho trovata in un articolo uscito su Le Monde, tradotto da Internazionale. Per cinque anni un'equipe dell'università etiope di Jimma ha studiato le abitudini alimentari e le conseguenti condizioni di salute di oltre duemila adolescenti tra i 13 e i 17 anni nell'Etiopia meridionale. Fino a quando non ci sono particolari problemi di accesso al cibo - che comunque in quella regione dell'Africa è ben lontano dagli standard occidentali - le condizioni di salute di ragazze e ragazzi tendono a essere uguali, come è naturale. Quando però per una carestia o per altri fattori si riduce la disponibilità dei generi alimentari a soffrirne di più sono le ragazze. Il 25% delle ragazze ha attraversato periodi di insicurezza alimentare, contro il 16% dei coetanei maschi, con ovvie conseguenze sulla salute: le ragazze denutrite hanno avuto il triplo delle malattie rispetto ai ragazzi che vivevano sotto lo stesso tetto. I bambini e gli adolescenti sono nutriti per primi e con cibo migliori rispetto alle femmine. Purtroppo molte famiglie delle campagne dell'Etiopia - e non solo lì - credono ancora che il maschio sia una "risorsa" più preziosa, che sarà più produttivo e sarà in grado di aiutare maggiormente la famiglia. Non è così. Già ora le donne costituiscono il 45% della manodopera impiegata in agricoltura e sono le figlie femmine che rimangono più a lungo ad aiutare le loro famiglie; le donne in genere non si ubriacano, non spendono soldi nelle prostituzione e sono più capaci di risparmiare. Sono loro la vera risorsa per i paesi in via di sviluppo, come spiegano i maggiori economisti.
I miei attenti lettori - e le mie attente lettrici - avranno già capito il legame tra i due articoli e la morale di questa breve "considerazione".
p.s. a proposito, anche se con un po' di ritardo, buon 8 marzo...
martedì 11 gennaio 2011
Considerazioni libere (196): a proposito di un bambino morto troppo presto...
Il fatto, purtroppo, è noto: Devid, un bambino di venti giorni, è morto di broncopolmonite qualche giorno dopo Capodanno in piazza Maggiore, a Bologna: viveva per strada, insieme ai genitori, al gemello e alla sorella di un anno e mezzo.
La notizia è stata per me, come per molti di voi, un pugno nello stomaco: è stato difficile non commuoversi, come è impossibile, ancora adesso, non incazzarsi, ma è un dovere non cadere nella retorica e nelle frasi fatte. Bisogna provare a capire cosa è successo. Io non lo so, provo a fare delle domande, cercando anche qualche risposta. Il fatto è successo da poco, le notizie sono frammentarie e un po' confuse, e frammentarie sono, giocoforza, queste mie riflessioni.
Primo. E' molto difficile, quasi impossibile, aiutare chi non vuole essere aiutato o chi ne ha paura. La madre di Devid è una giovane donna fragile, che ha vissuto molto, che ha sofferto molto e che probabilmente non è molto consapevole di quello che ha fatto e che fa. Forse non è neppure stata aiutata nel modo giusto. In precedenza, in due momenti diversi, i servizi sociali hanno deciso che non sarebbe stata una buona madre e le hanno tolto due figli, dati poi in affidamento. In seguito a queste esperienze, viveva nella paura che quell'episodio si ripetesse anche con gli altri tre figli. Siamo sicuri che non sarebbe stata una buona madre? Essere poveri non significa per forza essere cattivi genitori, significa soltanto non avere i mezzi sufficienti per far crescere adeguatamente un bambino. E' molto più semplice togliere il figlio a una madre povera piuttosto che fare in modo che quella madre e quel bambino non siano più poveri, magari cercando di insegnarle come essere una madre migliore. Devid è morto anche per questa sorta di determinismo sociale, per cui un povero non può essere un buon genitore.
Secondo. Da quello che emerge in questi giorni i tre bambini e i loro genitori sono stati l'oggetto di alcune mail scritte nel mese di dicembre. Il 13 dello scorso mese, subito dopo il parto, è partita una mail - informale, secondo i medici - dall'ospedale Sant'Orsola indirizzata ai servizi sociali del Quartiere Santo Stefano per sapere se la famiglia era conosciuta; il giorno dopo è arrivata - si suppone in modo altrettanto informale - la risposta affermativa, ma poi le comunicazioni si sono interrotte. Il 30 dicembre gli operatori della biblioteca in cui la famiglia passava le giornate hanno scritto una mail ai servizi sociali del Quartiere Saragozza per segnalare la cosa; la mail è stata girata agli uffici del Quartiere Santo Stefano e nuovamente le comunicazioni si sono interrotte. Probabilmente nessuno è penalmente responsabile, tutti hanno fatto quello che è previsto dalle proprie funzioni, eppure Devid è morto. Le giustificazioni sono molte: il Comune di Bologna è commissariato, i servizi sono decentrati, le risorse sono insufficienti, il personale è poco e comunque ha diritto a fare le ferie, i documenti erano in regola. Probabilmente nessuno di chi ha scritto e letto queste mail ha parlato con la madre di Devid. Un medico che non si fosse limitato a far nascere il bambino, ma avesse parlato con la madre, avrebbe forse preso un'altra decisione e comunque non si sarebbe accontentato di dimettere madre e figli dopo pochi giorni. Ma ormai i protocolli degli ospedali prevedono degenze il più brevi possibile e ritmi di lavoro sempre più intensi.
Terzo. La famiglia di Devid è conosciuta dai servizi sociali del Comune, dalla Caritas, dall'Antoniano, dall'associazione Piazza grande, ma nessuno ha avuto le risorse e le capacità per intervenire. Da alcuni anni, quelli che capiscono ci spiegano che il modo migliore per gestire i servizi è la sinergia tra pubblico e privato, la sussidiarietà variamente interpretata; nessuno di loro però ci ha detto che la somma delle debolezze non fa una forza e qui il caso è del tutto evidente: la somma di tante debolezze non è stata in grado di salvare la vita a Devid.
Quarto. Di chi è la colpa? Naturalmente nessuno dice di essere direttamente responsabile, al massimo fa intuire che qualcun altro potrebbe avere qualche colpa. La incomprensibilmente lodata Commissaria dice che non ha responsabilità e che anzi ha sempre detto che questo modello di gestione dei servizi non funziona; i servizi dicono di non avere colpa, perché dal 30 dicembre , ultimo giorno in cui la famiglia è stata segnalata al 4 gennaio, giorno in cui Devid è morto, "è un lasso di tempo minimo, fra l'altro sono giorni di festa"; i medici dicono che hanno fatto il loro dovere e che anzi, quando è uscito dall'ospedale, stava proprio bene; le associazioni dicono che hanno fatto il possibile e chiedono più risorse, in nome della sussidiarietà; e così via. La colpa si sta spostando sempre più sui genitori, che certamente hanno delle responsabilità, ma sono anch'esse vittime - specialmente la madre - di questa situazione. Io un'idea di chi è la colpa ce l'avrei, ma non vale perché, essendo il solito comunista, penso che sia responsabilità della società, che non tutela né l'infanzia né la maternità, non fa in modo di eliminare la povertà e le diseguaglianze, si dimentica dei tanti Devid che vivono nelle nostre città.
La notizia è stata per me, come per molti di voi, un pugno nello stomaco: è stato difficile non commuoversi, come è impossibile, ancora adesso, non incazzarsi, ma è un dovere non cadere nella retorica e nelle frasi fatte. Bisogna provare a capire cosa è successo. Io non lo so, provo a fare delle domande, cercando anche qualche risposta. Il fatto è successo da poco, le notizie sono frammentarie e un po' confuse, e frammentarie sono, giocoforza, queste mie riflessioni.
Primo. E' molto difficile, quasi impossibile, aiutare chi non vuole essere aiutato o chi ne ha paura. La madre di Devid è una giovane donna fragile, che ha vissuto molto, che ha sofferto molto e che probabilmente non è molto consapevole di quello che ha fatto e che fa. Forse non è neppure stata aiutata nel modo giusto. In precedenza, in due momenti diversi, i servizi sociali hanno deciso che non sarebbe stata una buona madre e le hanno tolto due figli, dati poi in affidamento. In seguito a queste esperienze, viveva nella paura che quell'episodio si ripetesse anche con gli altri tre figli. Siamo sicuri che non sarebbe stata una buona madre? Essere poveri non significa per forza essere cattivi genitori, significa soltanto non avere i mezzi sufficienti per far crescere adeguatamente un bambino. E' molto più semplice togliere il figlio a una madre povera piuttosto che fare in modo che quella madre e quel bambino non siano più poveri, magari cercando di insegnarle come essere una madre migliore. Devid è morto anche per questa sorta di determinismo sociale, per cui un povero non può essere un buon genitore.
Secondo. Da quello che emerge in questi giorni i tre bambini e i loro genitori sono stati l'oggetto di alcune mail scritte nel mese di dicembre. Il 13 dello scorso mese, subito dopo il parto, è partita una mail - informale, secondo i medici - dall'ospedale Sant'Orsola indirizzata ai servizi sociali del Quartiere Santo Stefano per sapere se la famiglia era conosciuta; il giorno dopo è arrivata - si suppone in modo altrettanto informale - la risposta affermativa, ma poi le comunicazioni si sono interrotte. Il 30 dicembre gli operatori della biblioteca in cui la famiglia passava le giornate hanno scritto una mail ai servizi sociali del Quartiere Saragozza per segnalare la cosa; la mail è stata girata agli uffici del Quartiere Santo Stefano e nuovamente le comunicazioni si sono interrotte. Probabilmente nessuno è penalmente responsabile, tutti hanno fatto quello che è previsto dalle proprie funzioni, eppure Devid è morto. Le giustificazioni sono molte: il Comune di Bologna è commissariato, i servizi sono decentrati, le risorse sono insufficienti, il personale è poco e comunque ha diritto a fare le ferie, i documenti erano in regola. Probabilmente nessuno di chi ha scritto e letto queste mail ha parlato con la madre di Devid. Un medico che non si fosse limitato a far nascere il bambino, ma avesse parlato con la madre, avrebbe forse preso un'altra decisione e comunque non si sarebbe accontentato di dimettere madre e figli dopo pochi giorni. Ma ormai i protocolli degli ospedali prevedono degenze il più brevi possibile e ritmi di lavoro sempre più intensi.
Terzo. La famiglia di Devid è conosciuta dai servizi sociali del Comune, dalla Caritas, dall'Antoniano, dall'associazione Piazza grande, ma nessuno ha avuto le risorse e le capacità per intervenire. Da alcuni anni, quelli che capiscono ci spiegano che il modo migliore per gestire i servizi è la sinergia tra pubblico e privato, la sussidiarietà variamente interpretata; nessuno di loro però ci ha detto che la somma delle debolezze non fa una forza e qui il caso è del tutto evidente: la somma di tante debolezze non è stata in grado di salvare la vita a Devid.
Quarto. Di chi è la colpa? Naturalmente nessuno dice di essere direttamente responsabile, al massimo fa intuire che qualcun altro potrebbe avere qualche colpa. La incomprensibilmente lodata Commissaria dice che non ha responsabilità e che anzi ha sempre detto che questo modello di gestione dei servizi non funziona; i servizi dicono di non avere colpa, perché dal 30 dicembre , ultimo giorno in cui la famiglia è stata segnalata al 4 gennaio, giorno in cui Devid è morto, "è un lasso di tempo minimo, fra l'altro sono giorni di festa"; i medici dicono che hanno fatto il loro dovere e che anzi, quando è uscito dall'ospedale, stava proprio bene; le associazioni dicono che hanno fatto il possibile e chiedono più risorse, in nome della sussidiarietà; e così via. La colpa si sta spostando sempre più sui genitori, che certamente hanno delle responsabilità, ma sono anch'esse vittime - specialmente la madre - di questa situazione. Io un'idea di chi è la colpa ce l'avrei, ma non vale perché, essendo il solito comunista, penso che sia responsabilità della società, che non tutela né l'infanzia né la maternità, non fa in modo di eliminare la povertà e le diseguaglianze, si dimentica dei tanti Devid che vivono nelle nostre città.
martedì 16 novembre 2010
Considerazioni libere (178): a proposito delle primarie milanesi...
Leggo delle sciocchezze incredibili sull'esito delle primarie del centrosinistra a Milano e non riesco proprio a stare zitto.
Ai vari dirigenti del Pd che si stracciano le vesti perché sono convinti che Pisapia non riuscirà mai a vincere contro la Moratti, vorrei ricordare quello che è successo negli anni passati. Alle ultime amministrative, quelle del 2006, il centrosinistra scelse, attraverso primarie fortemente "pilotate" da Ds e Margherita, come proprio candidato Bruno Ferrante; persona degnissima, classico esempio di civil servànt, già prefetto della città lombarda, Ferrante doveva rappresentare quel candidato capace di attrarre i voti moderati e di centro, senza i quali pare sia impossibile vincere le elezioni a Milano. La Moratti - la storia è nota - vinse al primo turno con il 52%; Ferrante non è rimasto neppure un anno in Consiglio comunale, perché è stato nominato dal Governo Prodi Alto commissario contro la corruzione, incarico che ha lasciato dopo sei mesi per andare a fare il presidente di alcune imprese legate al gruppo Impregilo. Facciamo un passo indietro. Nel 1997 il centrosinistra decise di sostenere l'imprenditore Aldo Fumagalli contro il candidato berlusconiano Gabriele Albertini, una sfida tutta interna a uomini di Confindustria; Albertini vinse e Fumagalli tornò alle sue attività imprenditoriali. Nel 2001 il centrosinistra cambiò strategia e candidò Sandro Antoniazzi, sindacalista cattolico, dirigente della Cisl, un uomo di centro capace di parlare all'area moderata; Albertini rivinse al primo turno e Antoniazzi naturalmente si occupò d'altro.
In sostanza gli elettori di sinistra di Milano non solo continuano a essere governati da amministratori del centrodestra, ma da almeno 13 anni non possono neppure perdere con un proprio candidato. Alle primarie di quest'anno gli ormai sparuti e dispersi militanti della sinistra milanese si sono trovati un candidato come Giuliano Pisapia, milanese, avvocato progressista - parte civile nel processo Sme, difensore di Ovidio Bompressi nel processo Calabresi, parte civile nel processo contro Previti e Squillante, difensore della famiglia di Carlo Giuliani - un uomo certamente di sinistra. Pisapia ha condotto una bella campagna per le primarie, parlando dei problemi della città, delle tante povertà che ci sono a Milano. Certo è stato importante il sostegno che ha ricevuto da Vendola, ma da solo non sarebbe stato sufficiente a farlo vincere. Pisapia ha vinto perché rappresenta un'anima della sinistra milanese e italiana.
Ci sono dirigenti del Pd che capiscono cosa è avvenuto - come i vari Fioroni e Follini - e che pure, immediatamente dopo il voto, hanno dichiarato che Pisapia non va bene, perché appunto lontano dall'idea che loro hanno del partito, moderato, cattolico, centrista, poi ci sono dirigenti - e questa mi pare la cosa più preoccupante - che non hanno capito perché Pisapia abbia vinto, perché non capiscono proprio nulla, non hanno memoria, sembrano marziani sbarcati all'improvviso da un'astronave e messi lì a guidare il partito.
Leggo che ora anche a Bologna si teme l'effetto Pisapia; francamente non lo so, perché la possibile "pisapia" bolognese, Amelia Frascaroli, è una persona con caratteristiche molto diverse dall'avvocato milanese, soprattutto perché non c'entra nulla con la storia della sinistra socialista e laica bolognese, ma certamente in comune con Milano - e con Roma - c'è un gruppo dirigente che ha rinunciato alle proprie radici e ora non capisce più da che parte stare.
C'è bisogno di sinistra, forse Pisapia perderà, ma almeno i suoi elettori sanno che lui rimarrà in Consiglio comunale a fare opposizione e sperano che attorno a lui si possa ricostruire qualcosa di quella gloriosa tradizione della sinistra milanese e lombarda che ha dato tanto alla storia italiana.
Ai vari dirigenti del Pd che si stracciano le vesti perché sono convinti che Pisapia non riuscirà mai a vincere contro la Moratti, vorrei ricordare quello che è successo negli anni passati. Alle ultime amministrative, quelle del 2006, il centrosinistra scelse, attraverso primarie fortemente "pilotate" da Ds e Margherita, come proprio candidato Bruno Ferrante; persona degnissima, classico esempio di civil servànt, già prefetto della città lombarda, Ferrante doveva rappresentare quel candidato capace di attrarre i voti moderati e di centro, senza i quali pare sia impossibile vincere le elezioni a Milano. La Moratti - la storia è nota - vinse al primo turno con il 52%; Ferrante non è rimasto neppure un anno in Consiglio comunale, perché è stato nominato dal Governo Prodi Alto commissario contro la corruzione, incarico che ha lasciato dopo sei mesi per andare a fare il presidente di alcune imprese legate al gruppo Impregilo. Facciamo un passo indietro. Nel 1997 il centrosinistra decise di sostenere l'imprenditore Aldo Fumagalli contro il candidato berlusconiano Gabriele Albertini, una sfida tutta interna a uomini di Confindustria; Albertini vinse e Fumagalli tornò alle sue attività imprenditoriali. Nel 2001 il centrosinistra cambiò strategia e candidò Sandro Antoniazzi, sindacalista cattolico, dirigente della Cisl, un uomo di centro capace di parlare all'area moderata; Albertini rivinse al primo turno e Antoniazzi naturalmente si occupò d'altro.
In sostanza gli elettori di sinistra di Milano non solo continuano a essere governati da amministratori del centrodestra, ma da almeno 13 anni non possono neppure perdere con un proprio candidato. Alle primarie di quest'anno gli ormai sparuti e dispersi militanti della sinistra milanese si sono trovati un candidato come Giuliano Pisapia, milanese, avvocato progressista - parte civile nel processo Sme, difensore di Ovidio Bompressi nel processo Calabresi, parte civile nel processo contro Previti e Squillante, difensore della famiglia di Carlo Giuliani - un uomo certamente di sinistra. Pisapia ha condotto una bella campagna per le primarie, parlando dei problemi della città, delle tante povertà che ci sono a Milano. Certo è stato importante il sostegno che ha ricevuto da Vendola, ma da solo non sarebbe stato sufficiente a farlo vincere. Pisapia ha vinto perché rappresenta un'anima della sinistra milanese e italiana.
Ci sono dirigenti del Pd che capiscono cosa è avvenuto - come i vari Fioroni e Follini - e che pure, immediatamente dopo il voto, hanno dichiarato che Pisapia non va bene, perché appunto lontano dall'idea che loro hanno del partito, moderato, cattolico, centrista, poi ci sono dirigenti - e questa mi pare la cosa più preoccupante - che non hanno capito perché Pisapia abbia vinto, perché non capiscono proprio nulla, non hanno memoria, sembrano marziani sbarcati all'improvviso da un'astronave e messi lì a guidare il partito.
Leggo che ora anche a Bologna si teme l'effetto Pisapia; francamente non lo so, perché la possibile "pisapia" bolognese, Amelia Frascaroli, è una persona con caratteristiche molto diverse dall'avvocato milanese, soprattutto perché non c'entra nulla con la storia della sinistra socialista e laica bolognese, ma certamente in comune con Milano - e con Roma - c'è un gruppo dirigente che ha rinunciato alle proprie radici e ora non capisce più da che parte stare.
C'è bisogno di sinistra, forse Pisapia perderà, ma almeno i suoi elettori sanno che lui rimarrà in Consiglio comunale a fare opposizione e sperano che attorno a lui si possa ricostruire qualcosa di quella gloriosa tradizione della sinistra milanese e lombarda che ha dato tanto alla storia italiana.
mercoledì 13 ottobre 2010
Considerazioni libere (171): a proposito di primarie e di "secondarie" bolognesi...
Come sapete, su questo blog cerco di commentare il meno possibile le vicende politiche bolognesi, nonostante la tentazione sia spesso forte; prevale però il rispetto per i miei sparuti lettori, avendo ormai verificato che la grandissima maggioranza di voi non è di Bologna, rischia di non cogliere i riferimenti ai vari personaggi citati e probabilmente non è interessata alla quotidianità di quello che succede in questa città. Questa volta però c'è una notizia che è riuscita a "bucare" le pagine nazionali dei quotidiani e la tentazione è troppo forte; per cui vi prego di scusarmi questa divagazione bolognese.
Il prossimo sindaco di Bologna sarà Maurizio Cevenini. Non serve la palla di vetro per fare questa profezia: i concorrenti alle primarie del centrosinistra, che si terranno il prossimo 5 dicembre, sono troppo deboli per impensierirlo e il centrodestra bolognese non riuscirà nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni di primavera a presentare un candidato credibile, continuandosi ad avvitare nelle proprie piccole beghe interne. Cevenini - il Cev, come da tempo è chiamato dai giornali e dalla gente - è una persona intelligente, che in questi anni si è ritagliato, con pazienza, un ruolo in città. Simpatico, allegro, sempre pronto alla battuta, è l'ospite ideale per le trasmissioni delle radio e delle televisioni locali, qualunque sia l'argomento trattato; il calcio e il Bologna sono una sua grande passione, che ha saputo sfruttare con scaltrezza; è l'animatore della pesca gigante alla Festa dell'Unità e l'infaticabile "officiante" dei matrimoni civili in Comune - più di 4.000 coppie bolognesi sono state sposate dal Cev; partecipa di persona a moltissime iniziative ed è un grande utilizzatore della rete, che usa con abilità; piace alla base del partito, perché non ha mai nascosto di essere il figlio di un barbiere, e si muove disinvoltamente nei salotti, anche perché per diversi anni si è occupato professionalmente di sanità privata; rivendica l'antica militanza nel Pci, ma è ben visto dalla Curia. Non è una persona facile da inquadrare, anche perché in questi lunghi anni si è sempre accuratamente tenuto fuori dalle polemiche. Il Cev è stato indubbiamente fortunato: se non ci fossero stati la fuga di Cofferati e il clamoroso scandalo che ha costretto Delbono alle dimissioni non sarebbe mai diventato sindaco; ma è stato anche incredibilmente abile, si è fatto trovare pronto proprio nel momento in cui c'è bisogno di lui. Nessuno nel partito lo vuole sfidare alle primarie e i malumori si sussurrano a mezza bocca, a parte qualche eccezione: comunque la sua strada è ormai spianata.
Non voto a Bologna, se abitassi in città sicuramente non parteciperei alle primarie e francamente non so cosa farei alle elezioni: probabilmente non andrei a votare. Non ho nulla contro Maurizio - tutt'altro - penso che probabilmente sarà un buon sindaco, ma sinceramente trovo sconfortante il modo in cui si è arrivati alla sua candidatura. La scelta del Cev è il modo per nascondere la polvere sotto il tappeto; e di polvere ce n'è moltissima. C'è la polvere che viene dalla situazione nazionale del centrosinistra: il Pd con il suo incerto profilo programmatico, la sinistra dilaniata e debolissima, i proclami di Di Pietro, che teme la concorrenza di Grillo, la rassegnazione di tanti elettori che hanno rinunciato. E poi c'è la polvere specificamente bolognese: la mancata analisi di quello che è successo nel '99, il trascinarsi di una polemica condotta spesso sotto traccia e per interposta persona, il progressivo abbandono di tante persone e l'inarrestabile ascesa di molti mediocri. A Bologna per tanti la politca sembra ormai qualcosa di superfluo. In questo vuoto c'è il Cev. Qualcuno probabilmente pensa che il Cev, una volta diventato sindaco, sarà facile da "guidare": non credo sarà così, Cevenini sa benissimo cosa fare e lo farà, vista anche la debolezza di quello che ha intorno. Peccato che nessuno sappia ancora cosa vuole fare.
Speriamo che sia, ancora una volta, il mio inguaribile pessimismo.
Il prossimo sindaco di Bologna sarà Maurizio Cevenini. Non serve la palla di vetro per fare questa profezia: i concorrenti alle primarie del centrosinistra, che si terranno il prossimo 5 dicembre, sono troppo deboli per impensierirlo e il centrodestra bolognese non riuscirà nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni di primavera a presentare un candidato credibile, continuandosi ad avvitare nelle proprie piccole beghe interne. Cevenini - il Cev, come da tempo è chiamato dai giornali e dalla gente - è una persona intelligente, che in questi anni si è ritagliato, con pazienza, un ruolo in città. Simpatico, allegro, sempre pronto alla battuta, è l'ospite ideale per le trasmissioni delle radio e delle televisioni locali, qualunque sia l'argomento trattato; il calcio e il Bologna sono una sua grande passione, che ha saputo sfruttare con scaltrezza; è l'animatore della pesca gigante alla Festa dell'Unità e l'infaticabile "officiante" dei matrimoni civili in Comune - più di 4.000 coppie bolognesi sono state sposate dal Cev; partecipa di persona a moltissime iniziative ed è un grande utilizzatore della rete, che usa con abilità; piace alla base del partito, perché non ha mai nascosto di essere il figlio di un barbiere, e si muove disinvoltamente nei salotti, anche perché per diversi anni si è occupato professionalmente di sanità privata; rivendica l'antica militanza nel Pci, ma è ben visto dalla Curia. Non è una persona facile da inquadrare, anche perché in questi lunghi anni si è sempre accuratamente tenuto fuori dalle polemiche. Il Cev è stato indubbiamente fortunato: se non ci fossero stati la fuga di Cofferati e il clamoroso scandalo che ha costretto Delbono alle dimissioni non sarebbe mai diventato sindaco; ma è stato anche incredibilmente abile, si è fatto trovare pronto proprio nel momento in cui c'è bisogno di lui. Nessuno nel partito lo vuole sfidare alle primarie e i malumori si sussurrano a mezza bocca, a parte qualche eccezione: comunque la sua strada è ormai spianata.
Non voto a Bologna, se abitassi in città sicuramente non parteciperei alle primarie e francamente non so cosa farei alle elezioni: probabilmente non andrei a votare. Non ho nulla contro Maurizio - tutt'altro - penso che probabilmente sarà un buon sindaco, ma sinceramente trovo sconfortante il modo in cui si è arrivati alla sua candidatura. La scelta del Cev è il modo per nascondere la polvere sotto il tappeto; e di polvere ce n'è moltissima. C'è la polvere che viene dalla situazione nazionale del centrosinistra: il Pd con il suo incerto profilo programmatico, la sinistra dilaniata e debolissima, i proclami di Di Pietro, che teme la concorrenza di Grillo, la rassegnazione di tanti elettori che hanno rinunciato. E poi c'è la polvere specificamente bolognese: la mancata analisi di quello che è successo nel '99, il trascinarsi di una polemica condotta spesso sotto traccia e per interposta persona, il progressivo abbandono di tante persone e l'inarrestabile ascesa di molti mediocri. A Bologna per tanti la politca sembra ormai qualcosa di superfluo. In questo vuoto c'è il Cev. Qualcuno probabilmente pensa che il Cev, una volta diventato sindaco, sarà facile da "guidare": non credo sarà così, Cevenini sa benissimo cosa fare e lo farà, vista anche la debolezza di quello che ha intorno. Peccato che nessuno sappia ancora cosa vuole fare.
Speriamo che sia, ancora una volta, il mio inguaribile pessimismo.
sabato 31 luglio 2010
Stazione di Bologna, 2 agosto 1980

Antonella Ceci, anni 19
Angela Marino, anni 23
Leo Luca Marino, anni 24
Domenica Marino, anni 26
Errica Frigerio in Diomede Fresa, anni 57
Vito Diomede Fresa, anni 62
Cesare Francesco Diomede Fresa, anni 14
Anna Maria Bosio in Mauri, anni 28
Carlo Mauri, anni 32
Luca Mauri, anni 6
Eckhardt Mader, anni 14
Margret Rohrs in Mader, anni 39
Kai Mader, anni 8
Sonia Burri, anni 7
Patrizia Messineo, anni 18
Silvana Serravalli in Barbera, anni 34
Manuela Gallon, anni 11
Natalia Agostini in Gallon, anni 40
Marina Antonella Trolese, anni 16
Anna Maria Salvagnini in Trolese, anni 51
Roberto De Marchi, anni 21
Elisabetta Manea ved. De Marchi, anni 60
Eleonora Geraci in Vaccaro, anni 46
Vittorio Vaccaro, anni 24
Velia Carli in Lauro, anni 50
Salvatore Lauro, anni 57
Paolo Zecchi, anni 23
Viviana Bugamelli in Zecchi, anni 23
Catherine Helen Mitchell, anni 22
John Andrew Kolpinski, anni 22
Angela Fresu, anni 3
Maria Fresu, anni 24
Loredana Molina in Sacrati, anni 44
Angelica Tarsi, anni 72
Katia Bertasi, anni 34
Mirella Fornasari, anni 36
Euridia Bergianti, anni 49
Nilla Natali, anni 25
Franca Dall'olio, anni 20
Rita Verde, anni 23
Flavia Casadei, anni 18
Giuseppe Patruno, anni 18
Rossella Marceddu, anni 19
Davide Caprioli, anni 20
Vito Ales, anni 20
Iwao Sekiguchi, anni 20
Brigitte Drouhard, anni 21
Roberto Procelli, anni 21
Mauro Alganon, anni 22
Maria Angela Marangon, anni 22
Verdiana Bivona, anni 22
Francesco Gomez Martinez, anni 23
Mauro Di Vittorio, anni 24
Sergio Secci, anni 24
Roberto Gaiola, anni 25
Angelo Priore, anni 26
Onofrio Zappalà, anni 27
Pio Carmine Remollino, anni 31
Gaetano Roda, anni 31
Antonino Di Paola, anni 32
Mirco Castellaro, anni 33
Nazzareno Basso, anni 33
Vincenzo Petteni, anni 34
Salvatore Seminara, anni 34
Carla Gozzi, anni 36
Umberto Lugli, anni 38
Fausto Venturi, anni 38
Argeo Bonora, anni 42
Francesco Betti, anni 44
Mario Sica, anni 44
Pier Francesco Laurenti, anni 44
Paolino Bianchi, anni 50
Vincenzina Sala in Zanetti, anni 50
Berta Ebner, anni 50
Vincenzo Lanconelli, anni 51
Lina Ferretti in Mannocci, anni 53
Romeo Ruozi, anni 54
Amorveno Marzagalli, anni 54
Antonio Francesco Lascala, anni 56
Rosina Barbaro in Montani, anni 58
Irene Breton in Boudouban, anni 61
Pietro Galassi, anni 66
Lidia Olla in Cardillo, anni 67
Maria Idria Avati, anni 80
Antonio Montanari, anni 86
venerdì 11 giugno 2010
Considerazioni libere (125): a proposito di sistemi di scelta...
In vista di ogni appuntamento amministrativo, nel campo del centrosinistra - e in particolare all'interno del Pd - comincia il dibattito sulle primarie. Nella prossima primavera si voterà in alcune grandi città - tra cui Milano, Napoli e Bologna - e immancabile comincia a serpeggiare la polemica tra chi vorrebbe le primarie, senza se e senza ma, e chi si mostra più tiepido, se non freddo, verso questo strumento di scelta delle candidature. Basta che leggiate qualche cronaca delle città in cui si voterà oppure i post di qualche blogger tra i più in voga, per trovare ampie tracce di questo appassionante dibattito. Il tema, al di là della noia di una discussione ormai logorata da interpreti che finiscono per dire sempre le stesse cose, è centrale e mostra in maniera molto evidente quanto sia ancora incompiuto il progetto del Partito Democratico.
Personalmente non credo alla primarie ed è uno dei motivi - non il solo, ma uno dei più importanti - per cui ho deciso di non aderire al Pd, che invece ha inserito il sistema delle primarie all'interno del proprio statuto come strumento per la definizione di tutte le cosiddette cariche monocratiche, ossia sindaco, presidente di provincia e di regione, presidente del consiglio. Mi rendo conto di essere attaccato a modelli che a molti sembrano addirittura premoderni - o almeno novecenteschi, uno dei massimi insulti per chi vuol fare il partito nuovo - ma penso che la scelta di fare sempre le primarie sia la rinuncia da parte della politica a svolgere uno dei propri ruoli fondamentali. Quando facevo un altro mestiere - qualche tempo fa - mi è capitato di avere la responsabilità, insieme ad altre persone, di trovare il miglior candidato per fare il sindaco in alcuni comuni della provincia bolognese. Il metodo usato era quello di consultare una platea più o meno vasta di iscritti al partito, ma non solo iscritti, e di persone, naturalmente elettori della sinistra, impegnate mondo delle associazioni, dell'economia, del volontariato e infine fare una sintesi di tutto questo. Vi assicuro che è un sistema più complicato delle primarie, perché richiede tempo, pazienza, predisposizione all'ascolto, ma è un sistema che funziona. Naturalmente a patto di farlo bene e con coscienza. Certo si può partire con una propria idea, un proprio candidato, ma bisogna anche avere l'onestà intellettuale di capire quando quella proposta non riceve la maggioranza dei consensi e, di conseguenza, avere la capacità di cambiare idea. Poi bisogna avere la capacità di sapere che valore ha il giudizio della persona che ti sta davanti; in qualsiasi realtà, ci sono persone che, al di là del loro ruolo, hanno un'autorevolezza tale per cui il loro giudizio ha un valore maggiore di quello di altri. Un po' come diceva Cuccia a proposito dei voti nei consigli di amministrazione che si devono pesare e non solo contare. Ma per sapere questo occorre stare davvero sul territorio, come adesso continuamente si dice, ma poco si fa. Bisogna conoscere le persone, fidarsi di loro e naturalmente essere conosciuti e avere la loro fiducia; bisogna insomma che il partito funzioni in tutta la sua articolazione.
Troppo spesso le primarie sono diventate semplicemente il modo in cui un gruppo dirigente sancisce, attraverso una consultazione a prima vista democratica, un candidato che esso stesso ha scelto, senza però fare quel percorso che prima ho cercato di spiegare. Ogni riferimento alle primarie bolognesi è puramente casuale, come si dice in questi casi. Io non nego il legittimo diritto di un gruppo dirigente di esprimere un proprio candidato, tutt'altro, ritengo che sia un proprio dovere, questo sì statutario, ma critico il fatto che questa scelta avvenga senza un percorso che coinvolga davvero il territorio o almeno quella parte che rappresenta il tuo potenziale elettorato di riferimento. Personalmente ritengo che il sistema della consultazione e della sintesi sia molto più democratico di quello delle primarie, oltre che più efficace. Poi c'è il voto, le elezioni vere, che dicono se quella scelta è stata giusta o sbagliata; e a questo giudizio, giustamente, non si scappa.
Personalmente non credo alla primarie ed è uno dei motivi - non il solo, ma uno dei più importanti - per cui ho deciso di non aderire al Pd, che invece ha inserito il sistema delle primarie all'interno del proprio statuto come strumento per la definizione di tutte le cosiddette cariche monocratiche, ossia sindaco, presidente di provincia e di regione, presidente del consiglio. Mi rendo conto di essere attaccato a modelli che a molti sembrano addirittura premoderni - o almeno novecenteschi, uno dei massimi insulti per chi vuol fare il partito nuovo - ma penso che la scelta di fare sempre le primarie sia la rinuncia da parte della politica a svolgere uno dei propri ruoli fondamentali. Quando facevo un altro mestiere - qualche tempo fa - mi è capitato di avere la responsabilità, insieme ad altre persone, di trovare il miglior candidato per fare il sindaco in alcuni comuni della provincia bolognese. Il metodo usato era quello di consultare una platea più o meno vasta di iscritti al partito, ma non solo iscritti, e di persone, naturalmente elettori della sinistra, impegnate mondo delle associazioni, dell'economia, del volontariato e infine fare una sintesi di tutto questo. Vi assicuro che è un sistema più complicato delle primarie, perché richiede tempo, pazienza, predisposizione all'ascolto, ma è un sistema che funziona. Naturalmente a patto di farlo bene e con coscienza. Certo si può partire con una propria idea, un proprio candidato, ma bisogna anche avere l'onestà intellettuale di capire quando quella proposta non riceve la maggioranza dei consensi e, di conseguenza, avere la capacità di cambiare idea. Poi bisogna avere la capacità di sapere che valore ha il giudizio della persona che ti sta davanti; in qualsiasi realtà, ci sono persone che, al di là del loro ruolo, hanno un'autorevolezza tale per cui il loro giudizio ha un valore maggiore di quello di altri. Un po' come diceva Cuccia a proposito dei voti nei consigli di amministrazione che si devono pesare e non solo contare. Ma per sapere questo occorre stare davvero sul territorio, come adesso continuamente si dice, ma poco si fa. Bisogna conoscere le persone, fidarsi di loro e naturalmente essere conosciuti e avere la loro fiducia; bisogna insomma che il partito funzioni in tutta la sua articolazione.
Troppo spesso le primarie sono diventate semplicemente il modo in cui un gruppo dirigente sancisce, attraverso una consultazione a prima vista democratica, un candidato che esso stesso ha scelto, senza però fare quel percorso che prima ho cercato di spiegare. Ogni riferimento alle primarie bolognesi è puramente casuale, come si dice in questi casi. Io non nego il legittimo diritto di un gruppo dirigente di esprimere un proprio candidato, tutt'altro, ritengo che sia un proprio dovere, questo sì statutario, ma critico il fatto che questa scelta avvenga senza un percorso che coinvolga davvero il territorio o almeno quella parte che rappresenta il tuo potenziale elettorato di riferimento. Personalmente ritengo che il sistema della consultazione e della sintesi sia molto più democratico di quello delle primarie, oltre che più efficace. Poi c'è il voto, le elezioni vere, che dicono se quella scelta è stata giusta o sbagliata; e a questo giudizio, giustamente, non si scappa.
sabato 29 maggio 2010
Considerazioni libere (119): a proposito di Bologna (II)...
Alcuni giorni fa ho scritto una "considerazione" piuttosto critica sulla mia città (la nr. 117, per la precisione); a questo punto mi sembra doveroso scriverne una sorta di seguito o meglio, per dirla alla maniera di Bacone, far seguire alla pars destruens una pars construens, per non lasciare un'eccessivo senso di pessimismo nei miei sparuti lettori.
In queste settimane a Bologna molti si domandano quale dovrà essere il profilo del prossimo sindaco o più prosaicamente scommettono su chi sarà il nuovo inquilino di Palazzo d'Accursio, saggiando alcuni nomi, bruciandone altri, tenendone nascosti altri ancora: in una parola il peggio della politica. Alcuni altri stanno provando a ragionare sul modello di città a cui aspiriamo e che legittimamente possiamo pensare di costruire; francamente questa discussione mi pare un poco più interessante. Questa città ha conosciuto la sua fase migliore, dall'immediato dopoguerra agli anni settanta del secolo scorso, perché la sua classe dirigente - tra il pragmatismo bonario di Giuseppe Dozza e l'analisi intellettuale un po' aristocratica di Renato Zangheri, passando per molti altri politici e amministratori, non solo proveniente dalle fila del Pci - aveva ben in testa un modello da seguire: Bologna doveva essere il modello della buona amministrazione, il modello del riformismo socialista in un Paese che era governato dall'immobilismo democristiano. Voglio far notare - ma è cosa nota - che il fatto che Bologna fosse l'unica grande città italiana da sempre governata dal Pci ha fatto sì che qui anche il livello degli esponenti della Dc sia stato mediamente più alto che a livello nazionale. Naturalmente non sempre i risultati furono all'altezza del modello - occorre essere onesti, al di là delle comprensibili nostalgie - ma fu importante avere una linea da seguire. E soprattutto fu importante che questa idea fosse non solo prerogativa di un gruppo dirigente, per quanto allargato, ma condivisa da un gran numero di cittadini, il cui senso civico e la cui sensibilità politica erano certamente sopra la media.
So bene che è impossibile ricreare quel clima ideale, non ci sono più da tempo le condizioni storiche e politiche perché questo avvenga. A essere onesti e per ristabilire una dura verità storica, Bologna è stata così duramente colpita dal terrorismo - basti pensare alla strage del 2 agosto - proprio perché non fosse più quel modello e bisogna dire che l'obiettivo è stato raggiunto. Nonostante questa necessaria premessa, credo che potremmo convenire su un'idea, su qualcosa su cui investire in maniera unanime, in modo che gli sforzi di tutti prendano una stessa direzione o almeno direzioni non troppo divergenti, come sta invece avvenendo ora. Personalmente penso che Bologna, accantonata l'idea di essere di nuovo un modello di qualcosa, potrebbe trovare la sua ragion d'essere, la sua idea forte - mi verrebbe da dire la sua anima, mi sembra il termine più chiaro - nel suo patrimonio culturale e creativo. Non pretendo di essere originale e so bene che tante volte ho sentito la frase "Bologna deve investire sulla cultura", ma altrettanto spesso ho visto disattesa questa dichiarazione di principio.
A Bologna c'è un'università che ha certo molti problemi, come ogni altra università italiana, ma che continua a godere di un prestigio in molti campi; a Bologna ci sono moltissimi artisti, scrittori, cineasti, teatranti, fumettisti, musicisti; a Bologna c'è già un pubblico potenzialmente attento e soprattutto può facilmente arrivarci da ogni parte d'Italia; Bologna continua a essere una bella città, nonostante l'incuria in cui versa da parecchi anni. E allora la città provi davvero a investire sulla cultura e sulla creatività. Facciamo in modo che i giovani che vengono a studiare a Bologna siano accolti dalla città, lottando veramente contro la piaga del caro affitti - basterebbero pochi controlli per scoprire i tantissimi proprietari che affittano in nero le loro case a prezzi oltre ogni vergogna - offrendo servizi e luoghi di aggregazione. Proviamo a immaginare iniziative, eventi, festival; negli anni passati, ne sono stati fatti di importanti e belli, pensiamo davvero di non esserne più capaci? Certo bisogna uscire dalla logica delle iniziative a spot, occorre programmare, seminare, anche rischiare. Torniamo a investire nei musei, nelle biblioteche, nei luoghi dove naturalmente e ogni giorno si produce cultura. Pensiamo cosa sarebbe la nostra città se si tornasse a lavorare sull'aggregazione associativa, su una miriade di piccoli eventi disseminati nelle vie e nelle piazze del centro e delle periferie - scusate l'inciso personale, ma ricordo con gioia alcune piccole feste dell'unità, ad esempio nei giardini della ex manifattura tabacchi e in piazza XX settembre. Sarebbe una città più pulita, più sicura e con una mobilità più sostenibile. Proviamo a immaginare un turismo diverso che non sia soltanto quello legato alle fiere. Io credo che ci sia una ricchezza possibile in una città che riscopra la sua anima accogliente, ospitale, anche un po' gaudente, che torni a essere un luogo a cui si guarda, in cui si abbia voglia di abitare, in cui faccia piacere venire, una città di cui si invidino almeno un po' i suoi cittadini.
In queste settimane a Bologna molti si domandano quale dovrà essere il profilo del prossimo sindaco o più prosaicamente scommettono su chi sarà il nuovo inquilino di Palazzo d'Accursio, saggiando alcuni nomi, bruciandone altri, tenendone nascosti altri ancora: in una parola il peggio della politica. Alcuni altri stanno provando a ragionare sul modello di città a cui aspiriamo e che legittimamente possiamo pensare di costruire; francamente questa discussione mi pare un poco più interessante. Questa città ha conosciuto la sua fase migliore, dall'immediato dopoguerra agli anni settanta del secolo scorso, perché la sua classe dirigente - tra il pragmatismo bonario di Giuseppe Dozza e l'analisi intellettuale un po' aristocratica di Renato Zangheri, passando per molti altri politici e amministratori, non solo proveniente dalle fila del Pci - aveva ben in testa un modello da seguire: Bologna doveva essere il modello della buona amministrazione, il modello del riformismo socialista in un Paese che era governato dall'immobilismo democristiano. Voglio far notare - ma è cosa nota - che il fatto che Bologna fosse l'unica grande città italiana da sempre governata dal Pci ha fatto sì che qui anche il livello degli esponenti della Dc sia stato mediamente più alto che a livello nazionale. Naturalmente non sempre i risultati furono all'altezza del modello - occorre essere onesti, al di là delle comprensibili nostalgie - ma fu importante avere una linea da seguire. E soprattutto fu importante che questa idea fosse non solo prerogativa di un gruppo dirigente, per quanto allargato, ma condivisa da un gran numero di cittadini, il cui senso civico e la cui sensibilità politica erano certamente sopra la media.
So bene che è impossibile ricreare quel clima ideale, non ci sono più da tempo le condizioni storiche e politiche perché questo avvenga. A essere onesti e per ristabilire una dura verità storica, Bologna è stata così duramente colpita dal terrorismo - basti pensare alla strage del 2 agosto - proprio perché non fosse più quel modello e bisogna dire che l'obiettivo è stato raggiunto. Nonostante questa necessaria premessa, credo che potremmo convenire su un'idea, su qualcosa su cui investire in maniera unanime, in modo che gli sforzi di tutti prendano una stessa direzione o almeno direzioni non troppo divergenti, come sta invece avvenendo ora. Personalmente penso che Bologna, accantonata l'idea di essere di nuovo un modello di qualcosa, potrebbe trovare la sua ragion d'essere, la sua idea forte - mi verrebbe da dire la sua anima, mi sembra il termine più chiaro - nel suo patrimonio culturale e creativo. Non pretendo di essere originale e so bene che tante volte ho sentito la frase "Bologna deve investire sulla cultura", ma altrettanto spesso ho visto disattesa questa dichiarazione di principio.
A Bologna c'è un'università che ha certo molti problemi, come ogni altra università italiana, ma che continua a godere di un prestigio in molti campi; a Bologna ci sono moltissimi artisti, scrittori, cineasti, teatranti, fumettisti, musicisti; a Bologna c'è già un pubblico potenzialmente attento e soprattutto può facilmente arrivarci da ogni parte d'Italia; Bologna continua a essere una bella città, nonostante l'incuria in cui versa da parecchi anni. E allora la città provi davvero a investire sulla cultura e sulla creatività. Facciamo in modo che i giovani che vengono a studiare a Bologna siano accolti dalla città, lottando veramente contro la piaga del caro affitti - basterebbero pochi controlli per scoprire i tantissimi proprietari che affittano in nero le loro case a prezzi oltre ogni vergogna - offrendo servizi e luoghi di aggregazione. Proviamo a immaginare iniziative, eventi, festival; negli anni passati, ne sono stati fatti di importanti e belli, pensiamo davvero di non esserne più capaci? Certo bisogna uscire dalla logica delle iniziative a spot, occorre programmare, seminare, anche rischiare. Torniamo a investire nei musei, nelle biblioteche, nei luoghi dove naturalmente e ogni giorno si produce cultura. Pensiamo cosa sarebbe la nostra città se si tornasse a lavorare sull'aggregazione associativa, su una miriade di piccoli eventi disseminati nelle vie e nelle piazze del centro e delle periferie - scusate l'inciso personale, ma ricordo con gioia alcune piccole feste dell'unità, ad esempio nei giardini della ex manifattura tabacchi e in piazza XX settembre. Sarebbe una città più pulita, più sicura e con una mobilità più sostenibile. Proviamo a immaginare un turismo diverso che non sia soltanto quello legato alle fiere. Io credo che ci sia una ricchezza possibile in una città che riscopra la sua anima accogliente, ospitale, anche un po' gaudente, che torni a essere un luogo a cui si guarda, in cui si abbia voglia di abitare, in cui faccia piacere venire, una città di cui si invidino almeno un po' i suoi cittadini.
lunedì 24 maggio 2010
Considerazioni libere (117): a proposito di Bologna... (I)
Mi scuso con i miei pochi e pazienti lettori, che vivono quasi tutti lontani da Bologna, ma questa nuova "considerazione" è dedicata alle vicende bolognesi; come è successo altre volte, spero di riuscire a ricavarne qualche riflessione che possa interessare anche i non-bolognesi.
Come è noto la città dal febbraio scorso è retta dal Commissario straordinario, la dottoressa Anna Maria Cancellieri; nonostante qualche sempre più timida richiesta, si voterà nella prossima primavera. Si tratta, come è evidente, di una situazione irrituale, di cui porta la responsabilità prima di tutto il precedente sindaco - e conseguentemente le forze politiche che lo hanno scelto e sostenuto; se Delbono si fosse dimesso nei tempi previsti dalla legge, si sarebbe votato regolarmente nelle scorse settimane, contestualmente alle elezioni regionali. Nonostante le proteste di rito, questi mesi di sospensione dell'attività amministrativa sembrano andar bene a tutti gli schieramenti, e questo la dice lunga sulla situazione politica in cui si trova la nostra città.
In città non si trova nessuno che non manchi di lodare il pragmatismo e il buon senso della "commissaria" e anzi qualcuno si spinge a dire che si sta facendo in questi mesi più di quanto si sia fatto negli anni precedenti. Francamente non mi sento di unirmi al coro dei lodatori; certo la dottoressa Cancellieri è persona di buon senso, è probabilmente un funzionario capace, anche sopra la media, ma la sua azione non può incidere più di tanto sulla città. Certo la breve esperienza amministrativa di Delbono è stata scialba e, per ragioni diverse, le amministrazioni Guazzaloca e Cofferati non hanno risposto alle tante aspettative, legittimamente diverse, che avevano suscitato, ma in tutta onestà non si può dire che la città governata dal commissario sia, almeno finora, migliore di come era quando è iniziato il suo periodo di governo: è ugualmente sporca, ugualmente poco accogliente, ugualmente lontana dai bisogni dei cittadini, continua a non essere curata dai suoi cittadini e a non prendersi cura di essi. Al di là di alcune lodevoli eccezioni, i principali funzionari che presidiano la macchina comunale non hanno la capacità non solo per dare un colpo d'ala all'azione amministrativa, ma neppure quella di svolgere con attenzione la manutenzione. Tra i più entusiasti lodatori della "commissaria" ci sono personaggi che, pur non eletti, rappresentano alcuni poteri della città, come l'ex-rettore e ora presidente di un'importante fondazione bancaria e il presidente della Camera di commercio, già presidente dei commercianti. Anch'essi fanno parte della mediocre classe dirigente della città e ora sperano di superare questa fase di crisi, addossando ogni colpa sulla politica. Tra i cosiddetti "poteri forti" che non sono contenti - anche se non lo dicono, o lo dicono a mezza bocca - ci sono i costruttori, perché in una città senza la politica non vanno avanti i progetti di edificazioni da cui essi traggono i loro lauti guadagni. E, anche qui con grande franchezza, un'azione amministrativa che è tutta incentrata sulle opere e sul mattone, come quella degli ultimi anni, non è una buona amministrazione.
Il fatto che la politica abbia dato così scarsa prova di sé nell'amministrare la città non significa, come qualcuno sta tentando di dimostrare, che la politica non serva e che anzi sarebbe un ostacolo allo sviluppo ideale della città. Certo non si vede nella politica bolognese una soluzione degna di questo nome. Il centrodestra sta tenendo sulla graticola un possibile candidato, che probabilmente quando si arriverà al dunque non sarà più tale e non ha un gruppo dirigente degno di questo nome, e pare non voglia neppure averlo, dal momento che ha deciso di rimandare a Roma la candidata sconfitta alle elezioni regionali, che pure aveva migliorato il risultato della coalizione di centrodestra e poteva essere una delle persone attorno a cui costruire un nuovo gruppo dirigente. Il Pd teme di avere troppi candidati, preferirebbe non essere costretto a scegliere e pare invochi nuovamente un "briscolone", magari un candidato civico a cui non si possa dire di no e che permetta di non sollevare troppa polvere rispetto ai precari equilibri interni. Il Pd intanto è impegnato nel congresso per scegliere il nuovo segretario provinciale, che sarà probabilmente quello designato dai "maggiorenti" del partito; al di là del giudizio di merito sulla persona, è piuttosto bizzaro che sia candidato a segretario quello che fino a ieri era di fatto il vicesegretario, con una piattaforma di forte rinnovamente rispetto alla gestione precedente. Intorno al Pd sinceramente c'è poco, sia numericamente purtroppo - vedi la sinistra - sia per qualità politica, vedi l'Italia dei valori che è riuscita a fare una figuraccia per accaparrarsi qualche delega in più in Provincia, sì proprio in quell'ente che andrebbe eliminato.
Mi pare che per oggi abbia prevalso una certa visione pessimistica; nei prossimi giorni mi piacerebbe riuscire a scrivere a proposito di quello che si dovrebbe fare.
Come è noto la città dal febbraio scorso è retta dal Commissario straordinario, la dottoressa Anna Maria Cancellieri; nonostante qualche sempre più timida richiesta, si voterà nella prossima primavera. Si tratta, come è evidente, di una situazione irrituale, di cui porta la responsabilità prima di tutto il precedente sindaco - e conseguentemente le forze politiche che lo hanno scelto e sostenuto; se Delbono si fosse dimesso nei tempi previsti dalla legge, si sarebbe votato regolarmente nelle scorse settimane, contestualmente alle elezioni regionali. Nonostante le proteste di rito, questi mesi di sospensione dell'attività amministrativa sembrano andar bene a tutti gli schieramenti, e questo la dice lunga sulla situazione politica in cui si trova la nostra città.
In città non si trova nessuno che non manchi di lodare il pragmatismo e il buon senso della "commissaria" e anzi qualcuno si spinge a dire che si sta facendo in questi mesi più di quanto si sia fatto negli anni precedenti. Francamente non mi sento di unirmi al coro dei lodatori; certo la dottoressa Cancellieri è persona di buon senso, è probabilmente un funzionario capace, anche sopra la media, ma la sua azione non può incidere più di tanto sulla città. Certo la breve esperienza amministrativa di Delbono è stata scialba e, per ragioni diverse, le amministrazioni Guazzaloca e Cofferati non hanno risposto alle tante aspettative, legittimamente diverse, che avevano suscitato, ma in tutta onestà non si può dire che la città governata dal commissario sia, almeno finora, migliore di come era quando è iniziato il suo periodo di governo: è ugualmente sporca, ugualmente poco accogliente, ugualmente lontana dai bisogni dei cittadini, continua a non essere curata dai suoi cittadini e a non prendersi cura di essi. Al di là di alcune lodevoli eccezioni, i principali funzionari che presidiano la macchina comunale non hanno la capacità non solo per dare un colpo d'ala all'azione amministrativa, ma neppure quella di svolgere con attenzione la manutenzione. Tra i più entusiasti lodatori della "commissaria" ci sono personaggi che, pur non eletti, rappresentano alcuni poteri della città, come l'ex-rettore e ora presidente di un'importante fondazione bancaria e il presidente della Camera di commercio, già presidente dei commercianti. Anch'essi fanno parte della mediocre classe dirigente della città e ora sperano di superare questa fase di crisi, addossando ogni colpa sulla politica. Tra i cosiddetti "poteri forti" che non sono contenti - anche se non lo dicono, o lo dicono a mezza bocca - ci sono i costruttori, perché in una città senza la politica non vanno avanti i progetti di edificazioni da cui essi traggono i loro lauti guadagni. E, anche qui con grande franchezza, un'azione amministrativa che è tutta incentrata sulle opere e sul mattone, come quella degli ultimi anni, non è una buona amministrazione.
Il fatto che la politica abbia dato così scarsa prova di sé nell'amministrare la città non significa, come qualcuno sta tentando di dimostrare, che la politica non serva e che anzi sarebbe un ostacolo allo sviluppo ideale della città. Certo non si vede nella politica bolognese una soluzione degna di questo nome. Il centrodestra sta tenendo sulla graticola un possibile candidato, che probabilmente quando si arriverà al dunque non sarà più tale e non ha un gruppo dirigente degno di questo nome, e pare non voglia neppure averlo, dal momento che ha deciso di rimandare a Roma la candidata sconfitta alle elezioni regionali, che pure aveva migliorato il risultato della coalizione di centrodestra e poteva essere una delle persone attorno a cui costruire un nuovo gruppo dirigente. Il Pd teme di avere troppi candidati, preferirebbe non essere costretto a scegliere e pare invochi nuovamente un "briscolone", magari un candidato civico a cui non si possa dire di no e che permetta di non sollevare troppa polvere rispetto ai precari equilibri interni. Il Pd intanto è impegnato nel congresso per scegliere il nuovo segretario provinciale, che sarà probabilmente quello designato dai "maggiorenti" del partito; al di là del giudizio di merito sulla persona, è piuttosto bizzaro che sia candidato a segretario quello che fino a ieri era di fatto il vicesegretario, con una piattaforma di forte rinnovamente rispetto alla gestione precedente. Intorno al Pd sinceramente c'è poco, sia numericamente purtroppo - vedi la sinistra - sia per qualità politica, vedi l'Italia dei valori che è riuscita a fare una figuraccia per accaparrarsi qualche delega in più in Provincia, sì proprio in quell'ente che andrebbe eliminato.
Mi pare che per oggi abbia prevalso una certa visione pessimistica; nei prossimi giorni mi piacerebbe riuscire a scrivere a proposito di quello che si dovrebbe fare.
sabato 3 aprile 2010
Considerazioni libere (97): a proposito di minori, alcol e regole...
Per i miei assidui e pazienti lettori che non sono bolognesi riassumo brevemente una vicenda di cui in questi giorni si parla molto nella mia città. Mercoledì scorso, il 31 marzo, una ragazza bolognese di 15 anni, insieme a tre coetanei, è andata al cinema; dopo il film, invece di andare a mangiare una pizza - come la giovane aveva detto alla madre, con l'impegno di rientrare entro mezzanotte - i quattro sono andati in un locale del centro. Qui la ragazza pare abbia bevuto tre mojito e sei vodke. Uscita dal locale si è sentita male, ha chiamato la madre ed è stata immediatamente portata all'ospedale. Ora la ragazza sta bene, ma ha rischiato moltissimo: un altro bicchiere e sarebbe entrata in coma etilico. La madre, dopo aver sporto denuncia contro il gestore del bar che non ha controllato l'età dei ragazzi, ha scritto una lettera a una televisione locale bolognese per stigmatizzare il comportamento dei gestori dei locali, colpevoli di dare alcol ai minorenni, senza alcun tipo di controllo. Nei giornali di questi giorni, i gestori si difendono, lamentando l'impossibilità di riuscire a controllare tutte le persone che entrano nei locali, spiegando che in molti casi i maggiorenni prendono da bere anche per i minorenni, per aggirare i controlli. Le associazioni di categoria hanno preso posizione, smentendo la madre. I politici "proibizionisti" non hanno mancato di fare dichiarazioni per chiedere regole più severe su bar e discoteche e la polemica si è alimentata con le solite parti in commedia. Il Comune promette controlli più severi, anche con l'utilizzo di vigili urbani in borghese nei locali.
Questa la vicenda e le polemiche - non molto fruttuose - che ne sono seguite. Francamente credo che, come spesso succede, si sia perso di vista l'elemento essenziale del problema.
Certamente ci sono gestori dei locali che chiudono anche due occhi e non rinunciano ai loro guadagni, chiedendo le carte di identità ai loro troppo giovani clienti. So bene, anche per diretta esperienza, che è difficile controllare tutti, specialmente in certe serate, e che spesso sono gli stessi ragazzi - e le ragazze - a ingannare deliberatamente i baristi. Vi assicuro che a volte non è facile dire che una ragazza è minorenne e che altrettanto spesso i ragazzi più grandi sono "complici" dei loro amici più giovani. Però è possibile controllare ed è un dovere etico che ogni gestore dovrebbe sentire. E quindi è sacrosanto fare dei controlli e punire, anche severamente, chi non rispetta le regole che ci sono e che vanno semplicemente applicate. Però non possiamo pretendere che i gestori dei locali diventino un'agenzia educativa; le famiglie non possono pensare che i loro figli troveranno sempre un barista attento e coscienzioso che vigilierà su di loro.
La responsabilità di questa storia, finita per fortuna bene, è prima di tutto della ragazza che, pur sentendosi abbastanza grande per uscire di sera con i suoi amici, non è in grado di controllarsi e di capire che il suo fisico non può sopportare quella dose di alcol. Poi c'è la responsabilità degli amici che non hanno capito quello che stava succedendo e non hanno fatto nulla per fermare il gioco pericoloso della loro amica. E poi c'è la responsabilità della madre e del padre della ragazza. E questa sinceramente mi sembra la più grave tra le tante emerse. Quando hanno dato il permesso a loro figlia di stare fuori fino a mezzanotte, quando le hanno dato i soldi per il cinema e per la cena (non dovevano essere pochi: tre mojito e sei vodke in un bar del centro costano parecchio), hanno valutato se la loro figlia era abbastanza matura per una responsabilità del genere? Conoscevano gli amici con cui stava uscendo? Evidentemente no, perché né la loro figlia né i suoi amici sono abbastanza maturi. Sicuramente è stata la prima volta che la ragazza ha osato tanto, ma francamente viene il sospetto che forse altre volte ci abbia provato, magari con quantità meno forti. In genere si scopre per gradi fino a che punto possiamo arrivare a reggere l'alcol, fino alla sera in cui non ci si rende conto che il limite è stato raggiunto, con tutte le conseguenza del caso - penso ci siamo passati in molti: in questo caso o la ragazza ha provato per la prima volta e nel caso non era certo pronta per uscire da sola oppure aveva già fatto delle "tappe di avvicinamento" ed è grave che la madre non se ne sia accorta. Quindi la madre, oltre a denunciare il barista, farebbe bene anche a capire dove ha sbagliato.
Questa la vicenda e le polemiche - non molto fruttuose - che ne sono seguite. Francamente credo che, come spesso succede, si sia perso di vista l'elemento essenziale del problema.
Certamente ci sono gestori dei locali che chiudono anche due occhi e non rinunciano ai loro guadagni, chiedendo le carte di identità ai loro troppo giovani clienti. So bene, anche per diretta esperienza, che è difficile controllare tutti, specialmente in certe serate, e che spesso sono gli stessi ragazzi - e le ragazze - a ingannare deliberatamente i baristi. Vi assicuro che a volte non è facile dire che una ragazza è minorenne e che altrettanto spesso i ragazzi più grandi sono "complici" dei loro amici più giovani. Però è possibile controllare ed è un dovere etico che ogni gestore dovrebbe sentire. E quindi è sacrosanto fare dei controlli e punire, anche severamente, chi non rispetta le regole che ci sono e che vanno semplicemente applicate. Però non possiamo pretendere che i gestori dei locali diventino un'agenzia educativa; le famiglie non possono pensare che i loro figli troveranno sempre un barista attento e coscienzioso che vigilierà su di loro.
La responsabilità di questa storia, finita per fortuna bene, è prima di tutto della ragazza che, pur sentendosi abbastanza grande per uscire di sera con i suoi amici, non è in grado di controllarsi e di capire che il suo fisico non può sopportare quella dose di alcol. Poi c'è la responsabilità degli amici che non hanno capito quello che stava succedendo e non hanno fatto nulla per fermare il gioco pericoloso della loro amica. E poi c'è la responsabilità della madre e del padre della ragazza. E questa sinceramente mi sembra la più grave tra le tante emerse. Quando hanno dato il permesso a loro figlia di stare fuori fino a mezzanotte, quando le hanno dato i soldi per il cinema e per la cena (non dovevano essere pochi: tre mojito e sei vodke in un bar del centro costano parecchio), hanno valutato se la loro figlia era abbastanza matura per una responsabilità del genere? Conoscevano gli amici con cui stava uscendo? Evidentemente no, perché né la loro figlia né i suoi amici sono abbastanza maturi. Sicuramente è stata la prima volta che la ragazza ha osato tanto, ma francamente viene il sospetto che forse altre volte ci abbia provato, magari con quantità meno forti. In genere si scopre per gradi fino a che punto possiamo arrivare a reggere l'alcol, fino alla sera in cui non ci si rende conto che il limite è stato raggiunto, con tutte le conseguenza del caso - penso ci siamo passati in molti: in questo caso o la ragazza ha provato per la prima volta e nel caso non era certo pronta per uscire da sola oppure aveva già fatto delle "tappe di avvicinamento" ed è grave che la madre non se ne sia accorta. Quindi la madre, oltre a denunciare il barista, farebbe bene anche a capire dove ha sbagliato.
mercoledì 3 febbraio 2010
Considerazioni libere (68): a proposito delle vicende bolognesi...
Ho scritto una prima "considerazione" sulle vicende bolognesi lunedì della settimana scorsa, qualche ora prima che il sindaco Flavio Delbono annunciasse le sue dimissioni in Consiglio comunale (per chi fosse interessato è la nr. 64). Visto l'evolversi della situazione, mi pare utile riprendere l'argomento: mi scuso con i non bolognesi che leggono il mio blog, ma credo che quello che capita in questi giorni a Bologna, in particolare nel Partito Democratico, possa essere di un qualche interesse non solo locale.
Una premessa è d'obbligo. Io dal giugno del '99 al dicembre del 2005 sono stato un funzionario della federazione bolognese dei Democratici di Sinistra: è stata un'esperienza per me molto importante e, senza esagerare, indimenticabile, che mi ha dato grandi soddisfazioni (e mi ha lasciato alcuni rimpianti e qualche amarezza), che mi ha fatto conoscere molte persone splendide (e qualcuno che avrei preferito evitare), insomma un periodo abbastanza lungo della mia vita che, calcolati i più e i meno, si è concluso con un segno decisamente positivo. Il ruolo che ho avuto, per quanto non molto rilevante dal punto di vista politico, fa sì che anch'io abbia una qualche responsabilità per quello che è successo in questi anni e che cercherò di spiegare, almeno per come adesso la vedo.
Alla data di oggi non si sa quando si voterà e questa decisione cambierà indubbiamente gli scenari, le scelte dei candidati e la logica degli schieramenti, ma questo per il momento non mi sembra la questione più importante, per quanto la più interessante dal punto di vista politico e giornalistico. Mi interessa capire come si è arrivati a questo punto.
Credo che più di un dirigente abbia avuto - e l'abbia ancora - la tentazione di scaricare ogni responsabilità su Delbono, sulla sua "passione" per l'altro sesso e sulle sue "leggerezze": francamente sarebbe troppo comodo. Il tema non è tanto cercare di capire chi non poteva non sapere, come ha dichiarato il segretario della federazione, in maniera un po' sibillina, nel corso dell'ultima direzione - e lui, comunque dov'era in questi anni? - ma capire le ragioni profonde di una crisi, che ci ha portato negli anni a perdere iscritti ed elettori, sperperando un grande patrimonio ideale e la capacità di incidere in maniera forte sulla vita della città.
Occorre andare un po' indietro nel tempo. Alla fine degli anni Novanta si aprì un confronto molto deciso all'interno del partito che portò alla decisione di non ricandidare il sindaco uscente Walter Vitali. Si consumò uno scontro molto aspro - anche personale - che parve non dettato da motivi politici, ma unicamente dal bisogno di contarsi, in vista della definizione del potere in città, dopo un periodo di oggettiva stasi e di fronte alle nuove prospettive che si aprivano con la fine del Pci e, a livello nazionale, l'avvento di una nuova stagione politica. La storia è nota: fu candidata Silvia Bartolini, che avrebbe potuto essere un buon sindaco, ma fu la persona giusta nel momento sbagliato, e vinse Giorgio Guazzaloca. I principali "duellanti" finirono fuori dai giochi: Vitali fu chiamato a un incarico romano e poi eletto in Senato, dove peraltro ha lavorato bene, e Alessandro Ramazza, all'epoca segretario della federazione, si mise a fare un altro mestiere, che fa ancora con successo. Le tossine di quel conflitto sono rimaste, chi ha combattuto quello scontro è rimasto, in posizioni più o meno defilate, e pochissimo è cambiato nel partito, anche perché una persona capace e seria come Mauro Zani, che pure era stato chiamato a"commissariare" il partito dopo il '99, non ebbe "la forza e il cuore di ripulire la baracca con il lanciafiamme" (cito dal suo blog).
Parve che la candidatura di Sergio Cofferati potesse scompaginare tutti i giochi: egli non aveva ovviamente partecipato a quello scontro, si portava dietro un grande prestigio personale, sembrava poter fare ripartire la città. Ci fu un grande entusiasmo nella campagna elettorale, che rapidamente svanì, per responsabilità soprattutto dello stesso Cofferati, che non agì come avrebbe dovuto e potuto. E siamo arrivati alla candidatura di Delbono, che oggettivamente, alla vigilia del congresso del Pd, è stata il segnale più chiaro dell'alleanza, non scontata in una primissima fase, tra l'area diessina facente capo a Bersani e a D'Alema con quella di Prodi. Intanto si costruiva un partito nuovo con una identità sempre più incerta e un gruppo dirigente sempre più debole, dove logiche di schieramento e ambizioni personali tendono a prevalere su qualunque altra considerazione.
Non so esattamente quando, eppure a un certo punto abbiamo buttato via il bambino con l'acqua sporca. Nella città in cui il Pci è stato il partito di maggioranza, dove si sono sperimentate con successo scelte politiche e amministrative riformiste e - anche se era una "bestemmia" in tempi lontani - socialdemocratiche, il Pd si è affidato a un sindaco che nulla aveva a che fare con questa tradizione e quando questo ha fallito, ha pensato che la soluzione fosse affidarsi a una persona, stimabilissima, che a quella storia socialista certo non è appartenuto. Anche a Bologna evidentemente qualcuno ha deciso che il riformismo socialista è morto. Io continuo a non crederlo.
Una premessa è d'obbligo. Io dal giugno del '99 al dicembre del 2005 sono stato un funzionario della federazione bolognese dei Democratici di Sinistra: è stata un'esperienza per me molto importante e, senza esagerare, indimenticabile, che mi ha dato grandi soddisfazioni (e mi ha lasciato alcuni rimpianti e qualche amarezza), che mi ha fatto conoscere molte persone splendide (e qualcuno che avrei preferito evitare), insomma un periodo abbastanza lungo della mia vita che, calcolati i più e i meno, si è concluso con un segno decisamente positivo. Il ruolo che ho avuto, per quanto non molto rilevante dal punto di vista politico, fa sì che anch'io abbia una qualche responsabilità per quello che è successo in questi anni e che cercherò di spiegare, almeno per come adesso la vedo.
Alla data di oggi non si sa quando si voterà e questa decisione cambierà indubbiamente gli scenari, le scelte dei candidati e la logica degli schieramenti, ma questo per il momento non mi sembra la questione più importante, per quanto la più interessante dal punto di vista politico e giornalistico. Mi interessa capire come si è arrivati a questo punto.
Credo che più di un dirigente abbia avuto - e l'abbia ancora - la tentazione di scaricare ogni responsabilità su Delbono, sulla sua "passione" per l'altro sesso e sulle sue "leggerezze": francamente sarebbe troppo comodo. Il tema non è tanto cercare di capire chi non poteva non sapere, come ha dichiarato il segretario della federazione, in maniera un po' sibillina, nel corso dell'ultima direzione - e lui, comunque dov'era in questi anni? - ma capire le ragioni profonde di una crisi, che ci ha portato negli anni a perdere iscritti ed elettori, sperperando un grande patrimonio ideale e la capacità di incidere in maniera forte sulla vita della città.
Occorre andare un po' indietro nel tempo. Alla fine degli anni Novanta si aprì un confronto molto deciso all'interno del partito che portò alla decisione di non ricandidare il sindaco uscente Walter Vitali. Si consumò uno scontro molto aspro - anche personale - che parve non dettato da motivi politici, ma unicamente dal bisogno di contarsi, in vista della definizione del potere in città, dopo un periodo di oggettiva stasi e di fronte alle nuove prospettive che si aprivano con la fine del Pci e, a livello nazionale, l'avvento di una nuova stagione politica. La storia è nota: fu candidata Silvia Bartolini, che avrebbe potuto essere un buon sindaco, ma fu la persona giusta nel momento sbagliato, e vinse Giorgio Guazzaloca. I principali "duellanti" finirono fuori dai giochi: Vitali fu chiamato a un incarico romano e poi eletto in Senato, dove peraltro ha lavorato bene, e Alessandro Ramazza, all'epoca segretario della federazione, si mise a fare un altro mestiere, che fa ancora con successo. Le tossine di quel conflitto sono rimaste, chi ha combattuto quello scontro è rimasto, in posizioni più o meno defilate, e pochissimo è cambiato nel partito, anche perché una persona capace e seria come Mauro Zani, che pure era stato chiamato a"commissariare" il partito dopo il '99, non ebbe "la forza e il cuore di ripulire la baracca con il lanciafiamme" (cito dal suo blog).
Parve che la candidatura di Sergio Cofferati potesse scompaginare tutti i giochi: egli non aveva ovviamente partecipato a quello scontro, si portava dietro un grande prestigio personale, sembrava poter fare ripartire la città. Ci fu un grande entusiasmo nella campagna elettorale, che rapidamente svanì, per responsabilità soprattutto dello stesso Cofferati, che non agì come avrebbe dovuto e potuto. E siamo arrivati alla candidatura di Delbono, che oggettivamente, alla vigilia del congresso del Pd, è stata il segnale più chiaro dell'alleanza, non scontata in una primissima fase, tra l'area diessina facente capo a Bersani e a D'Alema con quella di Prodi. Intanto si costruiva un partito nuovo con una identità sempre più incerta e un gruppo dirigente sempre più debole, dove logiche di schieramento e ambizioni personali tendono a prevalere su qualunque altra considerazione.
Non so esattamente quando, eppure a un certo punto abbiamo buttato via il bambino con l'acqua sporca. Nella città in cui il Pci è stato il partito di maggioranza, dove si sono sperimentate con successo scelte politiche e amministrative riformiste e - anche se era una "bestemmia" in tempi lontani - socialdemocratiche, il Pd si è affidato a un sindaco che nulla aveva a che fare con questa tradizione e quando questo ha fallito, ha pensato che la soluzione fosse affidarsi a una persona, stimabilissima, che a quella storia socialista certo non è appartenuto. Anche a Bologna evidentemente qualcuno ha deciso che il riformismo socialista è morto. Io continuo a non crederlo.
lunedì 25 gennaio 2010
Considerazioni libere (64): a proposito di scandali bolognesi...
Ho preferito aspettare qualche giorno prima di scrivere questa "considerazione", dedicata a quello che sta succedendo a Bologna: generalmente è un buon sistema - purtroppo poco adottato - per evitare commenti e giudizi di cui alla fine si è costretti a pentirsi.
Quasi tutti i miei pochi e fedeli lettori non sono di Bologna, ma vista l'esposizione mediatica nazionale che in questi giorni hanno avuto il sindaco Flavio Delbono, la sua ex-compagna ed ex-segretaria Cinzia Cracchi, gli altri personaggi minori di questa non edificante storia bolognese, penso non sia necessario riassumere la vicenda. Da bolognese, da elettore della sinistra, da persona che ha avuto qualche responsabilità politica - nel Pds e in seguito nei Ds - ci sono diversi aspetti della storia che non mi piacciono, ma uno su tutti mi ha colpito e su questo permettetemi qualche annotazione.
Qualche tempo fa ho scritto una "considerazione" (la nr. 9, per la precisione) per denunciare un annuncio di lavoro gravemente "maschilista": si ricercava per uno studio professionale bolognese una donna laureata in ingegneria o in architettura, richiedendo come unico altro requisito la "bella presenza". Per tornare alla vicenda oggetto delle cronache, mi pare che questo caso nasconda la stessa logica. Da un lato c'è un uomo che ha utilizzato il proprio ruolo e la propria influenza, prima per favorire la sua compagna (assegnandole un lavoro più gratificante e meglio retribuito, portandola in giro nei suoi viaggi istituzionali e così via) e in seguito, finita la storia d'amore, per danneggiarla (togliendole il lavoro e tutti i benefit inclusi); dall'altro lato c'è una donna che ha accettato, forse ha preteso - non sono in grado di sapere come è andata e francamente non mi interessa molto saperlo - comunque ha approfittato di questa situazione, fino a che non ne ha dovuto pagare le conseguenze. Ci sono poi tante "comparse", persone che conoscevano la situazione, che hanno fatto chiacchiere a mezza bocca, che prima omaggiavano la signora e dopo hanno fatto finta di non conoscerla e così via. Sinceramente non considero Cinzia Cracchi una vittima, ma certo Flavio Delbono ha delle responsabilità maggiori.
Un uomo qualsiasi - virtuoso e peccatore nella media - che nella sua vita ha avuto anche solo un po' di potere, sa che ci si sente gratificati, e sotto sotto anche orgogliosi, delle attenzioni che gli vengono rivolte, specialmente da persone dell'altro sesso, anche quando si sospetta siano interessate. E' umano, però non bisognerebbe approfittarne e purtroppo temo che Delbono lo abbia fatto, al di là delle storie che si raccontano e che ovviamente a questo punto trovano spazio anche nei giornali seri. Questo non ha rilevanza penale, ma ha una forte valenza etica e politica. Io vorrei che il mio sindaco fosse convinto che il rispetto delle donne passa non solo attraverso la decisione di avere una giunta con molte donne, ma soprattutto attraverso un cambiamento profondo della mentalità, che è tipica di noi maschi, di approfittare della nostra forza.
Purtroppo ci sono anche donne che, entrate nella vita politica, hanno un atteggiamento decisamente maschile e penso che non sia un buon modello per riformare in profondità la politica. Il tema quindi non è solo quello di promuovere donne, ma quello di cambiare una mentalità che ha radici profonde. Alcuni giorni fa - prima che scoppiasse lo scandalo e quando a Bologna si parlava d'altro - di fronte alle difficoltà del partito bolognese di eleggere il nuovo segretario della federazione (per i veti, i contro-veti, le gelosie e le piccinerie dei tanti piccoli potentati , in cui si sta trasformando il partito), un autorevole esponente ha lanciato la proposta di eleggere in quel ruolo una donna. Inutile dire che quell'esponente è un uomo; questa proposta - forse al di là della buona fede del proponente - finisce per essere ancora più riduttiva per le donne. Il segretario di federazione si sceglie - o si dovrebbe scegliere - in base alle idee, alle esperienze, alle proposte, non in base al fatto che sia uomo o donna.
Un ulteriore appunto. Delle difficoltà del Partito Democratico ho già scritto altre volte (da ultimo nella "considerazione" nr. 61) e credetemi che lo faccio con amarezza, vorrei davvero poter dire con orgoglio che questo è il mio partito. Credo però che occorra riflettere su una scelta, quella di candidare Delbono, nata a tavolino, in una logica di equilibrio, senza riflettere su quello che è avvenuto davvero nella vita politica di questa città, almeno a partire dagli anni novanta, con tutto quello che c'è stato in mezzo (la lotta tra gruppi dirigenti che ha portato alla fine dell'esperienza di Vitali, gli anni di Guazzaloca e di Cofferati, per motivi diversi "estranei" a quella lotta ed entrambi incapaci di risolvere la questione). E' innegabile che la crisi della sinistra in questa città ha accompagnato la crisi della città nel suo complesso. Naturalmente ciascuno è responsabile per quello che fa. Se Delbono ha delle responsabilità penali, è giusto che paghi; personalmente credo che abbia responsabilità morali e di questo giudicherà la sua coscienza e, se ci sarà l'occasione, giudicheranno gli elettori. Ma la responsabilità del punto a cui siamo arrivati non è solo sua, è di molti, a livelli e in gradi diversi, anche nostra di militanti ed elettori.
p.s. So bene che in questo paese ci sono già moltissime leggi - e troppe non sono applicate - ma francamente ritengo urgente un codicillo che vieti, con pene severissime per i trasgressori, di coniare nuove parole con il suffisso -gate per indicare un qualsivoglia scandalo politico.
Quasi tutti i miei pochi e fedeli lettori non sono di Bologna, ma vista l'esposizione mediatica nazionale che in questi giorni hanno avuto il sindaco Flavio Delbono, la sua ex-compagna ed ex-segretaria Cinzia Cracchi, gli altri personaggi minori di questa non edificante storia bolognese, penso non sia necessario riassumere la vicenda. Da bolognese, da elettore della sinistra, da persona che ha avuto qualche responsabilità politica - nel Pds e in seguito nei Ds - ci sono diversi aspetti della storia che non mi piacciono, ma uno su tutti mi ha colpito e su questo permettetemi qualche annotazione.
Qualche tempo fa ho scritto una "considerazione" (la nr. 9, per la precisione) per denunciare un annuncio di lavoro gravemente "maschilista": si ricercava per uno studio professionale bolognese una donna laureata in ingegneria o in architettura, richiedendo come unico altro requisito la "bella presenza". Per tornare alla vicenda oggetto delle cronache, mi pare che questo caso nasconda la stessa logica. Da un lato c'è un uomo che ha utilizzato il proprio ruolo e la propria influenza, prima per favorire la sua compagna (assegnandole un lavoro più gratificante e meglio retribuito, portandola in giro nei suoi viaggi istituzionali e così via) e in seguito, finita la storia d'amore, per danneggiarla (togliendole il lavoro e tutti i benefit inclusi); dall'altro lato c'è una donna che ha accettato, forse ha preteso - non sono in grado di sapere come è andata e francamente non mi interessa molto saperlo - comunque ha approfittato di questa situazione, fino a che non ne ha dovuto pagare le conseguenze. Ci sono poi tante "comparse", persone che conoscevano la situazione, che hanno fatto chiacchiere a mezza bocca, che prima omaggiavano la signora e dopo hanno fatto finta di non conoscerla e così via. Sinceramente non considero Cinzia Cracchi una vittima, ma certo Flavio Delbono ha delle responsabilità maggiori.
Un uomo qualsiasi - virtuoso e peccatore nella media - che nella sua vita ha avuto anche solo un po' di potere, sa che ci si sente gratificati, e sotto sotto anche orgogliosi, delle attenzioni che gli vengono rivolte, specialmente da persone dell'altro sesso, anche quando si sospetta siano interessate. E' umano, però non bisognerebbe approfittarne e purtroppo temo che Delbono lo abbia fatto, al di là delle storie che si raccontano e che ovviamente a questo punto trovano spazio anche nei giornali seri. Questo non ha rilevanza penale, ma ha una forte valenza etica e politica. Io vorrei che il mio sindaco fosse convinto che il rispetto delle donne passa non solo attraverso la decisione di avere una giunta con molte donne, ma soprattutto attraverso un cambiamento profondo della mentalità, che è tipica di noi maschi, di approfittare della nostra forza.
Purtroppo ci sono anche donne che, entrate nella vita politica, hanno un atteggiamento decisamente maschile e penso che non sia un buon modello per riformare in profondità la politica. Il tema quindi non è solo quello di promuovere donne, ma quello di cambiare una mentalità che ha radici profonde. Alcuni giorni fa - prima che scoppiasse lo scandalo e quando a Bologna si parlava d'altro - di fronte alle difficoltà del partito bolognese di eleggere il nuovo segretario della federazione (per i veti, i contro-veti, le gelosie e le piccinerie dei tanti piccoli potentati , in cui si sta trasformando il partito), un autorevole esponente ha lanciato la proposta di eleggere in quel ruolo una donna. Inutile dire che quell'esponente è un uomo; questa proposta - forse al di là della buona fede del proponente - finisce per essere ancora più riduttiva per le donne. Il segretario di federazione si sceglie - o si dovrebbe scegliere - in base alle idee, alle esperienze, alle proposte, non in base al fatto che sia uomo o donna.
Un ulteriore appunto. Delle difficoltà del Partito Democratico ho già scritto altre volte (da ultimo nella "considerazione" nr. 61) e credetemi che lo faccio con amarezza, vorrei davvero poter dire con orgoglio che questo è il mio partito. Credo però che occorra riflettere su una scelta, quella di candidare Delbono, nata a tavolino, in una logica di equilibrio, senza riflettere su quello che è avvenuto davvero nella vita politica di questa città, almeno a partire dagli anni novanta, con tutto quello che c'è stato in mezzo (la lotta tra gruppi dirigenti che ha portato alla fine dell'esperienza di Vitali, gli anni di Guazzaloca e di Cofferati, per motivi diversi "estranei" a quella lotta ed entrambi incapaci di risolvere la questione). E' innegabile che la crisi della sinistra in questa città ha accompagnato la crisi della città nel suo complesso. Naturalmente ciascuno è responsabile per quello che fa. Se Delbono ha delle responsabilità penali, è giusto che paghi; personalmente credo che abbia responsabilità morali e di questo giudicherà la sua coscienza e, se ci sarà l'occasione, giudicheranno gli elettori. Ma la responsabilità del punto a cui siamo arrivati non è solo sua, è di molti, a livelli e in gradi diversi, anche nostra di militanti ed elettori.
p.s. So bene che in questo paese ci sono già moltissime leggi - e troppe non sono applicate - ma francamente ritengo urgente un codicillo che vieti, con pene severissime per i trasgressori, di coniare nuove parole con il suffisso -gate per indicare un qualsivoglia scandalo politico.
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