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venerdì 11 ottobre 2013

"Segreteria telefonica" di Mario Benedetti

Risponde il numero 5179617. In questo momento non possiamo rispondere. Se volete lasciare un messaggio parlate dopo il segnale acustico.
Questo messaggio è per Abilio e chi parla è Juan Alberto. Ti stupisci, Abilio? Immagino di sì. Da cinque anni non avevi mie notizie. E da cinque anni io non ho più volto né corpo e nemmeno ombra. Ma, stranamente, ho una voce. E con la mia voce posso ancora farti visita, ricordarti cose, accompagnarti tuo malgrado.
Il ricordo più nitido che conservo di te è l'odio nei tuoi occhi azzurri quando sovrintendevi alle torture che altri ci infliggevano. Questo tuo livore, così esagerato, è sempre stato un mistero per me. Non ho mai avuto scontri diretti con te, non ho violentato tua moglie né tua figlia, non ti ho tradito, e non ti ho neanche mai sputato in faccia, anche se molte volte ho desiderato farlo. Tu, invece, ti sei infiltrato tra di noi, e hai cominciato a venderci, uno dopo l'altro tutti quanti. Hai distrutto con pazienza le nostre vite familiari, hai fatto tutto il possibile perché su di noi incombesse sempre la minaccia di morte, come pane quotidiano.
Risponde il numero 5179617. In questo momento non possiamo rispondere. Se volete lasciare un messaggio parlate dopo il segnale acustico.
A quanto pare, la tua segreteria non è molto capiente. Allora continuerò finché non si esaurisce lo spazio. Hai rovinato l'esistenza delle nostre donne e dei nostri figli. Facevi ascoltare loro le registrazioni con le nostre voci e le urla che cacciavamo mentre ci torturavano. Non si può dire che tu sia un boia pentito, come alcuni che stanno venendo fuori adesso. Tu per vocazione eri uno zelante esecutore di ordini. Ti divertivi. Eppure non ti serbo rancore. Nella dimensione in cui galleggio adesso, non c'è posto per il rancore, ti dirò di più, è inconcepibile. Non voglio anticiparti come è questo spazio, dovrai verificarlo da solo, quando verrà il tuo giorno, o la tua notte, come è successo a me.
Un avvertimento. Non credere che incontrerai Dio. Né il tuo né quello degli altri. Fino ad ora hanno brillato per la loro assenza. In tutta tranquillità, puoi smettere di andare a messa. Non succede niente.
Ti confesso che in fondo mi fai pena. So che non puoi dormire. So anche che è troppo tardi per pentirsi. Trasporti troppi morti nel container della tua memoria.
Non so se qualcun altro dei tuoi cadaveri comparirà, come adesso, sulla tua segreteria telefonica. E non lo so perché qui non comunichiamo tra noi. Siamo una confraternita di solitari. Sapevi che la morte è un'infinita prateria grigia? Ti prometto che non ti darò più fastidio. Sì, la morte è un'infinita prateria grigia. Una prateria grigia, Senza alleluia. Grigia.

lunedì 26 agosto 2013

"Cambalache" di Mario Benedetti

Quella squadra di calcio, della regione del Rio de la Plata (non fornirò ulteriori particolari perché ciò che importa è l'aneddoto non il nome degli attori), arrivò in Europa a sole 24 ore dalla sua prima partita con una delle formazioni più prestigiose del Vecchio Continente (neanche in questo caso fornirò ulteriori particolari). Ebbero appena il tempo di fare un breve allenamento, in un campo più o meno periferico, il cui manto erboso era un disastro.
Quando finalmente entrarono nel vero campo di calcio (il rettangolo di gioco, come lo chiamano alcuni cronisti sportivi) rimasero stupefatti di fronte alle eccezionali dimensioni dello stadio, alle tribune stracolme e chiassose e al clima gelido di un gennaio implacabile.
Come d'abitudine si allinearono le due squadre per ascoltare e cantare gli inni nazionali. Per primo, ovviamente, fu suonato quello della squadra di casa, con il coro del pubblico e dei giocatori, seguito da una calorosa ovazione.
Poi l'inno dei nostri giocatori. La registrazione era spaventosa, di una stonatura veramente olimpica. Non tutti i giocatori conoscevano tutte le parole, però facevano il coro almeno nella strofa più famosa. Solo uno dei calciatori, per puro caso un attaccante, anche se si ricordava l'inno, decise di cantare al suo posto il tango Cambalache : "Che il mondo sia stato e sarà una schifezza, / già lo so, / nel cinquecentosei / e anche nel duemila". Solo nella tribuna d'onore alcuni applaudirono per dovere.
Quando finì questa parte della cerimonia, e prima del calcio d'inizio, che toccava ad un rugoso attore del cinema muto, i giocatori rio platensi circondarono l'attaccante discolo e lo rimproverarono duramente per aver cantato un tango al posto dell'inno. Tra i tanti gentili epiteti, gli affibbiarono: traditore, senza patria, sabotatore e cretino.
L'incidente ebbe inaspettate ripercussioni sulla partita. Per quanto possibile, gli altri giocatori evitavano di passare la palla al sabotatore, in modo che questi, per conquistarla, era costretto a retrocedere fino alle linee difensive, per poi avanzare, eludendo i prestanti avversari e infine passare il pallone (perché non era egoista) al giocatore meglio posizionato per tirare in porta.
Gli europei giocarono meglio, però mancavano pochi minuti alla fine e nessuna delle due squadre era riuscita a trafiggere la rete avversaria. Così fino al quarantreesimo minuto del secondo tempo. Fu in quel momento che il senza patria raccolse la palla da un falso rimbalzo e cominciò la sua audace corsa verso la porta avversaria. Penetrò nell'area di rigore e siccome fino a quel momento i suoi compagni avevano sprecato le buone occasioni che lui aveva procurato, dribblò con tre geniali finte due difensori, e quando il portiere uscì impaurito a coprire la porta, il cretino fece finta di tirare col destro, però calciò con il sinistro, spiazzando completamente il poveretto e introducendo il pallone nell'irraggiungibile incrocio dei pali. Fu il gol del trionfo.
La seconda partita si svolse in un'altra città (non entro nei particolari), in uno stadio altrettanto impressionante, con le sue tribune straripanti. Anche lì arrivò il momento degli inni. Prima quello locale, poi quello della squadra in trasferta. Anche se la banda musicale andava per conto suo, i 18 giocatori, perfettamente allineati e con la mano destra sul cuore, intonarono il tango Cambalache, di cui certamente tutti conoscevano le parole.
Nonostante avessero vinto anche questa partita (non ricordo esattamente il risultato), i dirigenti indignati decisero di sospendere il giro in Europa e di sanzionare economicamente tutti i giocatori, senza eccezione, accusandoli di essere traditori, senza patria, sabotatori e cretini.

giovedì 4 aprile 2013

"A domani" di Mario Benedetti


Sto per chiudere gli occhi a bassa voce
sto per entrare a tentoni nel sonno.
In questo istante l'odio non lavora

per la morte sua povera padrona
la volontà sospende il suo battito
e io mi sento distante, così piccolo

che invoco Dio, ma non gli chiedo
niente, a patto di condividere appena
questo universo che abbiamo conseguito

con le cattive e a volte con le buone.
Perché il mondo sognato non è lo stesso
che questo mondo di morte a piene mani?

Il mio incubo è sempre l'ottimismo:
dormo debolmente, sogno che son forte,
ma il futuro attende.
È un abisso.

Non dirmelo quando mi sveglio.

giovedì 18 agosto 2011

"Il pianto dei tamburi" di Mario Benedetti


Ascolta il pianto
dei tamburi sulle mani
la commozione del mare adirato
il risveglio della luna dimezzata
l’inganno di un gioco di parole
morde le righe del mio quaderno
che fuggono senza senso
come l’altra metà della luna
timida e silente
quando gridano i tamburi.

sabato 2 luglio 2011

"L'oblio è pieno di memoria" di Mario Benedetti


Ogni volta che ci danno lezioni di amnesia
come se mai fossero esistiti
i combustibili occhi dell'anima
o le labbra della pena orfana
ogni volta che ci danno lezioni di amnesia
e ci obbligano a cancellare
l'ebbrezza della sofferenza
mi convinco che la mia regione
non è la commedia di altri
nella mia regione ci sono calvari di assenza
moncherini di avvenire / sobborghi di lutto
ma anche candori di rosa muschiata
pianoforti strappalacrime
cadaveri che guardano ancora dai loro orti
nostalgie immobili in un pozzo d'autunno
sentimenti insopportabilmente attuali
che si negano a morire laggiù al buio

l'oblio è così pieno di memoria
che a volte non entrano le rimenbranze
e c'è da buttar rancori dal bordo
nel fondo l'oblio è un gran simulacro
nessuno sa ne può / malgrado voglia / dimenticare
un grande simulacro ripieno di fantasmi
questi pellegrini che viaggiano nell'oblio
come se fosse il cammino di Santiago

il giorno o la notte che scoppi l'oblio
che salti a pezzi o crepiti /
i ricordi atroci e di meraviglia
spezzeranno le sbarre di fuoco
trascineranno finalmente la verità per il mondo
e questa verità sarà che non c'è oblio.

mercoledì 27 aprile 2011

"Non ti arrendere" di Mario Benedetti


Non ti arrendere, ancora sei in tempo
di conseguire e cominciare di nuovo,
seppellire le tue paure,
liberare il buonsenso,
riprendere il volo.
Non ti arrendere perché la vita e così.
Continuare il viaggio,
perseguire i tuoi sogni,
sciogliere il tempo,
togliere le macerie
e scoperchiare il cielo.
Non ti arrendere per favore, non cedere
anche se il freddo brucia
anche se la paura morde
anche se il sole si nasconde
e taccia il vento
ancora c’è fuoco nella tua anima
ancora c’è vita nei tuoi sogni.
Perché la vita è tua e tuo anche il desiderio
perche lo hai voluto e perché ti amo.
Perché esiste il vino e l’amore, è certo.
Perché non vi sono ferite che non curi il tempo
aprire le porte, togliere i catenacci,
abbandonare le muraglie che ti protessero,
vivere la vita e accettare la sfida,
recuperare il sorriso,
provare un canto,
abbassare la guardia
e stendere le mani
dispiegare le ali
e tentare di nuovo.
Celebrare la vita e riprendere i cieli.
Non ti arrendere, per favore non cedere,
anche se il freddo brucia
anche se la paura morde,
anche se il sole tramonti e taccia il vento,
ancora c’e fuoco nella tua anima,
ancora c’è vita nei tuoi sogni
perché ogni giorno è un nuovo inizio,
perché questa è l’ora e il miglior momento.
Perché non sei sola, perché ti amo.

mercoledì 13 aprile 2011

"La colpa è di uno" di Mario Benedetti


Forse è stata un’ecatombe di speranze
un crollo in qualche modo previsto
ah, però la mia tristezza ha avuto solo un senso
tutte le mie intuizioni si sono affacciate
per vedermi soffrire
e di sicuro m’hanno visto
fin qui avevo fatto e rifatto
i miei tragitti con te
fin qui avevo puntato
a inventare la verità
però tu hai trovato la maniera
una maniera così tenera
e insieme implacabile
di dare per spacciato il mio amore
con un solo auspicio l’hai tolto
dai sobborghi della tua vita possibile
l’hai avvolto in nostalgie
l’hai portato per strade e strade
e lentamente
senza che l’aria notturna lo avvertisse
semplicemente l’hai lasciato lì
da solo con la sua fortuna
che non è molta
credo che tu abbia ragione
la colpa è di uno quando non fa innamorare
e non dei pretesti
né del tempo è da tanto tantissimo
che non mi confrontavo
come stanotte con lo specchio
ed è stato implacabile come te
ma non è stato tenero
ora sono solo
francamente solo
si fa sempre un po’ di fatica
a iniziare a sentirsi disgraziato
prima di tornare
ai miei lugubri quartieri d’inverno
con gli occhi ben asciutti
casomai
guardo come vai addentrandoti nella nebbia
e comincio a ricordarti.

giovedì 7 aprile 2011

"Desaparecidos" di Mario Benedetti


Stanno da qualche parte / concordi
non concordi / sordi
cercandosi / cercandoci
assediati dai segni e dai dubbi
contemplando i cancelli delle piazze
i campanelli delle porte / le vecchie terrazze
mettendo in ordine i loro sogni / le loro dimenticanze
forse convalescenti della loro morte privata
nessuno gli ha spiegato con certezza
se sono passati o no
se sono striscioni o tremiti
sopravvissuti o rimproveri
vedono passare alberi ed uccelli
e ignorano a quale ombra appartengono
quando cominciarono a scomparire
tre/cinque/sette cerimonie fa
a scomparire come senza sangue
come senza volto e senza causa
videro dalla finestra della loro assenza
quello che restava indietro / questa impalcatura
di abbracci cielo e fumo
quando cominciarono a scomparire
come oasi nei miraggi
a scomparire senza un’ultima parola
tenevano fra le mani i frammenti
delle cose che amavano
stanno da qualche parte / nuvola o tomba
stanno da qualche parte / sono sicuro
là nel sud dell’anima
è possibile che abbiano smarrito la bussola
e ora vagano chiedendo chiedendo
dove diavolo è rimasto il buon amore
perché vengono dall’odio

sabato 2 aprile 2011

"Uomo che guarda al cielo" di Mario Benedetti


Mentre passa la stella cadente
raccolgo in questo desiderio istantaneo
cumuli di desideri profondi e prioritari
per esempio che il dolore non mi spenga la rabbia,
che l’allegria non smonti l’amore mio,
che gli assassini del popolo trangugino
i loro molari canini e incisivi
e si mordano giudiziosamente il fegato
che le sbarre delle celle
diventino di zucchero o si pieghino di pietà,
e i miei fratelli possano fare di nuovo
l’amore e la rivoluzione
che quando affronteremo l’implacabile specchio
non malediciamo né ci malediciamo
che i giusti vadano avanti,
anche se sono imperfetti e feriti
che vadano avanti caparbi come castori,
solidali come api, agguerriti come giaguari
e impugnino tutti i loro no
per insediare la grande affermazione
che la morte perda la sua schifosa puntualità
che quando il cuore uscirà dal petto
possa trovare la via del ritorno
che la morte perda la sua schifosa
e brutale puntualità,
ma se arriva puntuale, che non ci colga
morti di vergogna
che l’aria torni ad essere respirabile e di tutti
e che tu ragazzina
resti allegra e addolorata,
mettendo nei tuoi occhi l’anima
e inoltre la tua mano nella mia mano,

e nient’altro
perché ormai il cielo è di nuovo torvo
e senza stelle
con elicottero e senza dio.

martedì 22 marzo 2011

"E se Dio fosse una donna?" di Mario Benedetti

E se Dio fosse una donna?
si chiede Juan senza immutarsi,
guarda, guarda, se Dio fosse donna
è possibile che gnostici ed atei
ci diremmo no con la testa
e diremmo si con le viscere.
Forse ci avvicineremmo alla sua divina nudità
per baciare i suoi piedi non di bronzo,
il suo pube non di pietra,
le sue tette non di marmo,
le sue labbra non di gesso.
Se Dio fosse donna l’abbracceremmo
per strapparla dalla sua lontananza
e non ci sarebbe da giurare
fino a che la morte ci separi
giacché sarebbe immortale per antonomasia
e invece di trasmetterci Aids o panico
ci contagerebbe la sua immortalità.
Se Dio fosse donna non si installerebbe
lontana nel regno dei cieli,
ma ci aspetterebbe nel vestibolo dell’inferno,
con le sue braccia non chiuse,
la sua rosa non di plastica
e il suo amore non di angeli.
Ah, mio Dio, mio Dio
se per sempre e da sempre
fossi una donna
che bello scandalo sarebbe,
che felice, splendida, impossibile,
prodigiosa bestemmia.

domenica 13 marzo 2011

"Tattica e strategia" di Mario Benedetti


per Zaira

La mia tattica è
guardarti
imparare come sei
amarti come sei
la mia tattica è
parlarti
e ascoltarti
costruire con parole
un ponte indistruttibile
la mia tattica è rimanere nel tuo ricordo
non so come
né con quale pretesto
ma rimanere in te
la mia tattica è
essere franco
e sapere che tu sei franca
e che non ci vendiamo simulacri
affinché tra noi due
non ci siano sipario
né abissi
la mia strategia è
invece
più profonda
e più semplice
la mia strategia è
che un giorno qualsiasi
non so come
né con che pretesto
finalmente tu abbia bisogno di me.

domenica 6 marzo 2011

"Crepe" di Mario Benedetti


La verità
è che le crepe
non mancano

così passando
ricordo quelle che
separano i mancini e i destrorsi
i pechinesi e i moscoviti
i presbiti e i miopi
i gendarmi e le prostitute
gli ottimisti e gli astemi
i sacerdoti e i doganieri
gli esorcisti e le checche
i facili e gli incorruttibili
i figliol prodighi e gli investigatori
borges e sabato
le maiuscole e le minuscole
gli artificieri e i pompieri
le donne e le femministe
gli acquariani e i taurini
i profilattici e i rivoluzionari
le vergini e gli impotenti
gli agnostici e i chierichetti
gli immortali e i suicidi
i francesi e i non-francesi
il breve o il lunghissimo periodo
tutte però sono sanabili
c’è una sola crepa decisamente profonda
ed è quella che sta a metà tra
la meraviglia dell’uomo e i disillusionatori
è ancora possibile saltare
da un bordo all’altro
ma attenzione qui ci siamo tutti
voi e noi
per affondarla
signore e signori
a scegliere a scegliere
da che parte poggiate il piede.

venerdì 4 marzo 2011

"Mi serve e non mi serve" di Mario Benedetti


La speranza così dolce
così pulita così triste
la promessa così lieve
non mi serve

non mi serve così mite
la speranza

la rabbia così docile
così debole così umile
l’ira così prudente
non mi serve

non mi serve così saggia
tanta rabbia

il grido così giusto
se il tempo lo permette
l’urlo accurato
non mi serve

non mi serve così buono
un gran tuono

il coraggio così docile
la bravura così inconsistente
la sfrontatezza così lenta
non mi serve

non mi serve così fredda
l’audacia

mi serve, sì, la vita
che è vita fino a morirne
il cuore allerta
sì, mi serve

mi serve quando avanza
la fiducia

mi serve il tuo sguardo
che è generoso e deciso
e il tuo silenzio schietto
sì mi serve

mi serve la misura
della tua vita

mi serve il tuo futuro
che è un presente libero
e la tua lotta di sempre
sì, mi serve

mi serve la tua battaglia
senza medaglia

mi serve la modestia
del tuo orgoglio possibile
e la tua mano sicura
sì, mi serve

mi serve il tuo sentiero
compañero.