sabato 12 settembre 2020

Verba volant (787): cattiva...


Cattiva
, sost. f.

La crisi del '29 ha messo sul lastrico i Romero, una ricca famiglia di New York di origini cubane, che ha mantenuto forti legami con l'isola caraibica - la madre, Maria, si dice sia una figlia naturale dell'eroe nazionale Josè Martì - grazie all'attività di commercio dello zucchero. Per fortuna uno dei figli, Cesar, nato nel 1907 nella città americana, è affascinante, ha un'aria spavalda ed elegante, e sa ballare molto bene; e così riesce a mantenere la famiglia, anche dopo il crollo di Wall Street. Cesar fa qualche parte a Broadway, ma ben presto è attratto da Hollywood e qui troverà la sua fortuna. Negli anni Trenta e Quaranta, quando serve un gangster italiano o un principe indiano, un latin lover dall'aria scanzonata o un cow-boy dai tratti decisi, un affascinante truffatore o un seducente ballerino, Cesar Romero - sempre con i suoi baffi perfettamente curati - risponde alla chiamata: in questi anni interpreta decine di film e lavora con tutti i grandi. E, pur rimanendo uno scapolo incallito, viene fotografato nei locali più eleganti di New York e di Los Angeles con le più belle attrici di Hollywood, da Joan Crawford a Ginger Rogers, da Barbara Stanwyck ad Ann Sheridan. Poi, quando il cinema sembra aver meno bisogno di lui, e dei suoi baffetti, arriva la televisione: è lo zio donnaiolo di Zorro, nella serie degli anni Cinquanta che abbiamo amato per il povero sergente Garcia, interpretato dal bravo Henry Calvin. E comunque quando serve un playboy un po' in disarmo, Cesar c'è.

Burgess Meredith, nato anche lui nel 1907, a Cleveland, a differenza di Romero, non è uno dei belli di Hollywood; anche se ha sposato la splendida Paulette Goddard. Ma per almeno sessant'anni Burgess, membro a vita dell'Actor's Studio, uno dei pochissimi su invito, è stato un grande protagonista del teatro e del cinema americani. A Broadway ha interpretato moltissimi personaggi, dai classici shakespeariani a Beckett, passando per Eugene O'Neill, che porta anche a Londra. A teatro è anche un apprezzato regista: nel 1974 la sua regia di Ulysses in Nighttown, un adattamento di un episodio dell'Ulisse di Joyce, con Zero Mostel e Fionnula Flanagan, ottiene una nomination ai Tony. E sempre negli anni Settanta ottiene le due nomination agli Oscar come attore non protagonista della sua lunga carriera a Hollywood: per il ruolo di Harry Greener, un vecchio attore del vaudeville caduto in disgrazia in Il giorno della locusta, di John Schlesinger, e per quello di Mickey Goldmill, l'allenatore di Rocky. Anche se la sua interpretazione più importante rimane quella del personaggio di George nella versione cinematografica di Uomini e topi di John Steinbeck, diretta nel 1939 da Lewis Milestone. Uno dei pochi film in cui è il protagonista. Come nel suo, molto significativo, esordio cinematografico. Nell'autunno del 1935 Burgess è il protagonista a Broadway di Winterset, una delle opere più importanti del noto drammaturgo americano Maxwell Anderson. Burgess Meredith interpreta Mio Romagna che cerca di provare l'innocenza di suo padre, condannato a morte per una rapina e un omicidio che non ha commesso, una storia in cui sono ben chiari i riferimenti alla vicenda di Bartolomeo Vanzetti e di Nicola Sacco, uccisi dalla giustizia americana solo otto anni prima. Nel 1936 il dramma diventa un film, diretto da Alfred Santell, conosciuto in Italia con il titolo Sotto i ponti di New York: Burgess e gran parte degli altri attori che hanno portato in scena quello spettacolo sono chiamati a interpretare anche il film: un fatto abbastanza inusuale, ma siamo ancora nella Pre-Code Hollywood. E questo esordio sarà una delle ragioni per cui Burgess finirà nel mirino della Commissione per le attività antiamericane, con un inevitabile riflesso sulla sua carriera: negli anni Cinquanta e Sessanta potrà interpretare meno film, proprio a causa di queste accuse. Avrà comunque la sua rivincita: Burgess nel 1977 vince uno dei molti Emmy della sua carriera interpretando l'avvocato Joseph Nye Welch in un film per la televisione dedicato alla storia del senatore McCarthy. Welch è stato uno degli uomini che si è battuto in aula con più coraggio e determinazione contro McCarthy, contribuendo alla sua sconfitta.

Nonostante tutte queste storie, per noi ragazzini degli anni Settanta, cresciuti prima dei film di Tim Burton, Joel Schumacher e Christopher Nolan, Cesar Romero e Burgess Meredith saranno sempre Joker e il Pinguino nella serie televisiva degli anni Sessanta, arrivata in Italia all'inizio degli anni Ottanta nelle prime televisioni commerciali. 
So che i film sono filologicamente molto più aderenti all'originale rispetto a quella serie con il suo stile decisamente camp, così esagerato e teatrale, ostentatamente kitsch, con gli spari sottolineati dalla scritta BAM! e i pugni da quella ZONK!. So che Batman è un eroe tormentato rispetto ad Adam West che in ogni puntata spiega l'importanza di bere latte e mangiare verdure e che non sale mai in auto senza prima allacciarsi le cinture di sicurezza. E in quei mesi Adam West-Batman promuove in televisione l'appello del presidente Lyndon B. Johnson affinché gli americani acquistino i buoni di risparmio per sostenere la guerra in Vietnam. Eppure per me e per quelli della mia generazione Batman è quello lì, e soprattutto quelli sono i "cattivi", con buona pace dei Joker di Jack Nicholson, Heath Ledger e Joaquin Phoenix.
Special guest villain annunciano i titoli di testa: ed effettivamente in quei telefilm dalle trame per molti aspetti improbabili e sempre uguali, la cosa migliore sono i "cattivi", interpretati da alcuni grandissimi del cinema e del teatro americani. Con sedici apparizioni a testa Cesar Romero e Burgess Meredith fanno la parte del leone. E Cesar neppure per interpretare Joker ha accettato di tagliarsi i baffi, che sono coperti dal cerone bianco, ma comunque visibili. 
Ma devono essere citati altri grandi. Il Cappellaio Matto è David Wayne, due Tony e una grande carriera cinematografica e televisiva, e per noi il padre di Ellery Queen nella bellissima serie degli anni Settanta. Testa d'Uovo è Vincent Price, attore dalla dizione perfetta e carismatico interprete dei film horror che hanno fatto la fortuna del genere. Il Menestrello è Van Johnson, con Gene Kelly il protagonista di Brigadoon. Nella seconda serie l'Enigmista è John Astin, che certo ricordate come Gomez Addams in un'altra celeberrima serie televisiva, ma che è anche nel cast della famosa edizione del 1956 di The Threepenny Opera con Lotte Lenya, Edward Asner, Bea Arthur e Jerry Orbach. E poi c'è Mister Freeze, che è interpretato da George Sanders nella prima stagione, e da Otto Preminger e da Eli Wallach nella seconda. L'inglese Sanders è l'amante di Rebecca nel film di Hitchcock, ma anche la voce della tigre Shere Khan nel Libro della giungla della Disney, il velenoso critico teatrale in Eva contro Eva - ruolo per cui vincerà l'Oscar - e il raffinato pianista omosessuale di Lettera al Kremlino e il marito di Ingrid Bergman in Viaggio in Italia di Rossellini. Preminger è l'autore di Seduzione mortale, La magnifica preda, Carmen Jones e di molti altri film. Wallach è il "brutto" e uno dei volti degli spaghetti western. Anche Clint Eastwood è stato in predicato per entrare nel cast: per lui era pronto il ruolo di Due Facce, ma siccome il personaggio era considerato troppo cruento e non poteva essere facilmente caricaturizzato non se n'è fatto nulla. 
E poi c'è un quartetto di "cattive" che non posso non citare: Anne Baxter e Shelley Winters, che hanno vinto un'Oscar, e Joan Collins e Carolyn Jones, che abbiamo amato come Morticia Addams. Come vedete, con i "cattivi" di Batman posso raccontare vecchie storie di Hollywood ancora per un po'. 

A questo punto devo rassicurare i miei "colleghi" maschi. Non mi sono dimenticato di lei. Perché noi guardavamo Batman soprattutto per spiare le forme di Catwoman, fasciata da quella seducente tuta di pelle che oggi è conservata - giustamente - nelle sale dello Smithsonian a Washington. Peraltro quel costume è stato modificato proprio da Julie Newmar: ha voluto spostare la cintura dalla vita ai fianchi, in modo da enfatizzare la sua figura, rendendola ancora più sexy. 
Julie è nata a Los Angeles il 16 agosto 1933 e ha dimostrato fin da bambina un talento per la danza. A quindici anni è nella compagnia della Los Angeles Opera, ma con quelle gambe e quel sorriso così seducente il suo destino è naturalmente a Hollywood. Nella prima metà degli anni Cinquanta partecipa come ballerina - senza che il suo nome appaia nei titoli - a molti film musicali, compreso un classico come The Bandwagon di Vincente Minnelli. In Gli amori di Cleopatra è la ragazza completamente rivestita d'oro nella corte della regina d'Egitto. Finalmente nel 1954 è - anche se il nome nei titoli è ancora Julie Newmeyer - Dorcas Gaylen, una delle Sette spose per sette fratelli, quella che sposa il secondogenito Benjamin. E così Julie - ormai Newmar - può debuttare anche a Broadway. In The Marriage-Go-Round della commediografa Leslie Stevens, Julie è Katrin, la figlia di un professore universitario svedese che viene ospitata da una coppia di colleghi della New York University, Paul e Content, interpretati da due grandi come Charles Boyer e Claudette Colbert. La vita dei due professori è sconvolta dall'arrivo della giovane donna che si dimostra molto più disinibita delle sue coetanee americane, tanto da chiedere loro di poter fare un figlio con Paul, in modo che il bambino sia intelligente come lui e bello come lei. E visto che lei è Julie questa proposta - che naturalmente alla fine non sarà accettata - riesce a innescare tutta una serie di reazioni. Julie dimostra una grande capacità in questo spettacolo e ottiene un Tony. E così quando nel 1961 viene tratto un film - in Italia arrivato con il titolo Carosello matrimoniale - a Julie viene affidata ancora una volta la parte di Katrin, a fianco di James Mason e Susan Hayward.
La carriera di Julie prosegue tra Broadway - è Lola in una ripresa di Damn Yankees! e Irma in una di Irma La Douce - e Hollywood, dove recita in film non memorabili. Poi arriva Batman. Julie è Catwoman nella prima e nella seconda stagione, in cui le sue apparizioni, proprio per la crescente popolarità dell'attrice, diventano più frequenti rispetto alla prima. A causa degli impegni dell'attrice, nel film tratto dalla serie Catwoman è Lee Meriwether, mentre nella terza e ultima stagione - quando ormai la popolarità della serie è in netto declino - è l'attrice e cantante nera Eartha Kitt. E così, anche se Michelle Pfeiffer, Halle Berry e Anne Hathaway saranno splendide nel ruolo, Julie rimane Catwoman per un'intera generazione.
Nel 1995 esce una bella commedia che racconta il viaggio di tre drag-queen attraverso l'America. Hanno con loro una foto autografata proprio da Julie Newmar che hanno trovato in un bar. E il titolo del film è proprio questa dedica: To Wong Foo, Thanks for Everything! Julie Newmar. Perché Julie, nonostante una carriera probabilmente meno fortunata di quella che si poteva aspettare e che avrebbe meritato, è un mito. Anche per il suo impegno continuo a sostegno dei diritti della comunità LGBT.
E quindi, nel mio piccolo, anche io voglio dirle, thanks for everything, Julie Newmar!

mercoledì 9 settembre 2020

Verba volant (786): folletto...

Folletto, sost. m.

Quando lo hanno chiamato dalla Warner per proporgli quel film, Fred ha finto di credere alle bugie che gli hanno raccontato: sapeva di non essere la loro prima scelta. Lo avevano già chiesto a Dick Van Dyke. Ma poi sono mancati i soldi, il progetto è stato rimandato di alcuni mesi e così Dick ha preso altri impegni. Fred invece non ha altri impegni: ha settant'anni e sono lontani i tempi in cui era uno dei re di Hollywood, uno dei pochissimi che si poteva permettere di non essere sotto contratto con uno dei grandi studios.
Il suo ultimo film musicale è uscito undici anni prima, nel 1957: Silk Stockings - che in Italia conosciamo con il titolo La bella di Mosca - è una sorta di remake in musica di Ninotchka. Per Fred è stata l'occasione per ballare ancora una volta con la splendida Cyd Charisse e di cantare le canzoni di Cole Porter: Silk Stockings è stato infatti l'ultimo spettacolo che l'autore di Night and day ha scritto per Broadway. Anzi proprio per il film tratto dal musical il vecchio Cole ha composto per il suo amico Fred una nuova canzone: The Ritz Rock and Roll. Fred appare in scena indossando il frac e il cappello a cilindro - proprio come in Puttin' on the Ritz - ma balla sulle note della musica nuova che quel ragazzo di Memphis, con la sua aria sfacciata, sta facendo conoscere a tutta l'America. E quando ha finito di ballare Fred schiaccia il cilindro. La musica è cambiata: per sempre. E comunque Silk Stockings è stato un fiasco, al botteghino non ha incassato neppure i soldi che è costato.
E adesso gli chiedono di fare il protagonista di un film tratto da un musical che è andato in scena a Broadway vent'anni prima. Fred lo ha visto a teatro. Le canzoni sono molto belle e la storia è divertente: comunque è un'azzardo, il gusto del pubblico in vent'anni è molto cambiato. Gli hanno detto che la protagonista sarà Petula Clark, che è nata negli anni in cui lui ballava con Ginger. Con Downtown ha avuto un incredibile successo: quella è la musica nuova. Fred è preoccupato di dover cantare con lei. E poi non conosce il regista, praticamente un esordiente. Francis Ford Coppola ha appena trent'anni, ha fatto qualche corto con Roger Corman e You're a Big Boy Now: un film bizzarro, ma che è arrivato a vincere un Oscar grazie all'interpretazione di Geraldine Page. Questo Coppola, con quella barba e quei capelli lunghi, deve essere un hippy. Nonostante tutto questo ha accettato quella proposta: vuol far vedere di cosa è ancora capace il vecchio Fred Astaire e poi Finian's Rainbow è un musical dei suoi tempi, quando a Broadway c'erano ancora tutti i grandi.

Il 10 gennaio 1947 debutta al 46th Street Theater il musical Finian's Rainbow, con il libretto di Edgar Yipsel Harburg e Fred Saidy e le canzoni scritte dallo stesso Harburg per i testi e da Burton Lane per le musiche. Quella sala - che esiste ancora e si chiama Richard Rodgers Theatre - è stata la prima a presentare la disposizione dei posti "democratica" dell'architetto Irwin Chanin: tutti gli spettatori entravano in teatro attraverso le stesse porte, mentre in tutti gli altri di Broadway quelli che sedevano nei posti più economici e nel mezzanino usavano ingressi separati da quelli dei "signori" della platea. Per Yip Harburg quello è il teatro perfetto in cui far debuttare quel suo spettacolo in odor di socialismo.
Yip è nato l'8 aprile 1896 nel Lower East Side. Alle superiori conosce un ragazzo che, come lui, è figlio di ebrei emigrati dalla Russia, è bravo a scrivere e ama i musical. Yip e Ira Gershwin rimarranno amici per tutta la vita. È proprio Ira che lo convince a scrivere testi delle canzoni e Yip si rivela particolarmente dotato. Come i Gershwin, come Berlin, come tutti gli altri di questa "diaspora" di musicisti ebrei di New York, vola a Hollywood e qui ha l'occasione della vita: nel 1939 compone Over the Rainbow e tutti i testi delle canzoni di Il Mago di Oz. E anche se questo suo sforzo non è accreditato, coordina il lavoro della squadra degli sceneggiatori, scrive o riscrive intere scene, perché quello è uno dei primi film in cui le canzoni sono pienamente integrate e sono tutt'uno con i dialoghi.
Ateo, socialista, difensore dei diritti civili, Yip è convinto che con il musical si possa raccontare tutto, anche quello che l'America non vuol sentirsi dire. E così, alla fine della seconda guerra mondiale, nel momento in cui gli Stati Uniti, dopo aver sconfitto il mostro fascista, si sentono investiti del ruolo di guida del mondo "libero", nascondendo tutte le contraddizioni di una società in cui la segregazione razziale è ancora fortissima e in cui le ingiustizie sociali sono sempre più nette, scrive Finian's Rainbow, apparentemente una favola, in cui si intrecciano due storie d'amore, quella principale, inizialmente tormentata e poi a lieto fine, tra Sharon e Woody - che culmina nella dolcissima Old Devil Moon - e quella secondaria in cui un "vero" folletto irlandese, un leprecauno, accetta di diventare uomo per amore di Susan the Silent, una ragazza muta che si esprime solo danzando.
Ma Yip non si limita a scrivere una favola. Sharon è la figlia di Finian, un vecchio irlandese che decide di lasciare il suo paese - ricordato con nostalgia dalla ragazza nella celebre How Are Things in Glocca Morra - alla ricerca della felicità nella Rainbow Valley. Crede di aver trovato quel posto favoloso in America, nel Missitucky, perché lì c'è Fort Knox, dove i ricchi americani riescono a "moltiplicare" il loro oro. E anche Finian ha un piccolo gruzzolo che spera di far crescere in quel lontano paese. Quello che Sharon non sa è che il padre ha rubato quell'oro a un giovane leprecauno di nome Og, che si è messo in viaggio alla ricerca di Finian: se non riesce a recuperare la sua magica pentola è destinato a diventare un mortale. Ma in quella terra Finian, Sharon e Og trovano una comunità di agricoltori che coltivano tabacco, guidata da Woody, una comunità in cui bianchi e neri lavorano insieme, senza alcuna tensione, ma che soffre per la prepotenza dello sceriffo e delle autorità e per lo sfruttamento dei padroni delle terre. E contro quei coltivatori c'è anche il vecchio senatore bianco del Missitucky, bigotto e razzista, a cui nel corso della storia succederà di diventare nero, di provare, letteralmente sulla propria pelle, il razzismo della polizia e dei "benpensanti". E tutti, in una girandola di equivoci e di magie, cominciano a cercare quell'oro, convinti che possa risolvere ogni loro problema. Ma alla fine, quando scoprono che quell'oro non c'è più, capiscono che quella non è la cosa davvero importante, perché, come dice la canzone che chiude lo spettacolo If This Isn't Love. Sharon e Woody si sposano, Og accetta di diventare un mortale perché è l'unico modo per vivere insieme alla sua amata Susan, che comincia a parlare, e anche il senatore Rawkins, tornato bianco, diventa se non proprio socialista, almeno un po' più progressista e non trova più scandaloso che bianchi e neri vivano insieme. Forse il vecchio Finian ha davvero trovato un posto magico, ma lui deve continuare a cercare il suo arcobaleno, perché alla fine forse non c'è una pentola d'oro, ma c'è certamente un bellissimo mondo nuovo.
Al suo pubblico Yip racconta che in fondo il tanto decantato american dream non è che una fantasia irrealistica, irraggiungibile per la maggioranza, ottenuta solo da qualcuno con mezzi tutt'altro che leciti. Finian's Rainbow è apparentemente una favola ricca di magia e di romanticismo, ma è soprattutto un'atto d'accusa contro l'ipocrisia dell'America ricca e bianca e un manifesto di ideali socialisti. E, forse al di là delle speranze dello stesso Yip, quel musical è un successo, che rimane in cartellone per settecentoventicinque repliche. Merito soprattutto delle canzoni di Harburg e di Lane.
Per inciso anche il compositore Burton Lane - pure lui nato a New York da una famiglia di origine ebraica - ha un qualche legame con Il Mago di Oz. Nel 1935 a Hollywood sta facendo dei provini. Si presentano due sorelle, Virginia e Mary Jane Gumm: bravine, ma nulla di più. Con loro c'è la sorella più piccola - ha solo tredici anni - Frances, che canta una canzone, così per gioco. Burton capisce subito che quella ragazzina ha una voce incredibile. Il giorno dopo accompagna Frances alla MGM e suona il piano mentre lei canta per Jack Robbins, il capo del dipartimento musicale dello studio, e poi per Louis B. Mayer e infine per tutti i registi che ci sono in giro per i teatri di posa. Quel provino, iniziato alle nove del mattino, finirà solo alle sette e mezza di sera: quel giorno, grazie all'intuizione di Burton Lane, "nasce" Judy Garland.

Ma l'America degli anni Cinquanta non vuole sentirsi raccontare, anche se attraverso tante belle canzoni, quelle scomode verità. Yip Harburg già nel 1950 viene inserito nella "lista nera". Non è comunista, ma il suo coinvolgimento con l'Hollywood Democratic Committee, il suo rifiuto di identificare comunisti tra i suoi colleghi di Broadway e soprattutto le sue canzoni, sono per i suoi accusatori prove sufficienti: per dodici anni, fino al 1962, gli viene impedito di lavorare per il cinema, la televisione e la radio. E anche Broadway sbarra le porte a uno dei suoi più geniali talenti.
Anche per la protagonista femminile, Ella Logan, una brava attrice e un'ottima cantante nata a Glascow, Finian's Rainbow è la fine della carriera a Broadway: l'Fbi sospetta che sia un "corriere" dell'Unione Sovietica e non potrà mai più lavorare.
Il musical è invece il trampolino di lancio per il giovane attore del Michigan che interpreta Og, il folletto: David Wayne ottiene infatti il primo dei due Tony della sua ricca carriera teatrale. Forse il nome non vi dice nulla, ma il suo viso lo conoscete senz'altro, perché questo attore ha interpretato decine di film, anche se quasi mai da protagonista, è uno dei grandi caratteristi di Hollywood, presente in veri cult, da La costola di Adamo a Prima pagina, passando per Come sposare un milionario. Ed è un protagonista della televisione: se Ellery Queen per noi sarà sempre e solo l'allampanato e distratto Jim Hutton, è altrettanto vero che Wayne è perfetto nei panni del burbero ispettore Queen.

Nonostante il successo, Finian's Rainbow diventa di fatto "irrappresentabile". Solo nel 1955 un teatro di Broadway ne oserà una ripresa, con scarso successo. E cinque anni dopo Herbert Ross, all'inizio della sua carriera, è il regista e il coreografo di una nuova edizione che rimane in scena per poche repliche.
Nel 1954 il regista e disegnatore John Hubley progetta di realizzare un film d'animazione basato sulla storia del musical. Hubley da giovane ha lavorato per la Disney e ha collaborato ai grandi film di quello studio, da Biancaneve e i sette nani a Fantasia, poi ha fondato la propria compagnia e ha inventato il personaggio di Mr Magoo. Per realizzare questo film John riunisce un gruppo di animatori di grande talento, a partire da Art Babbit, artisti che hanno partecipato allo sciopero degli animatori contro la Disney, e chiama, oltre a Ella Logan e David Wayne, artisti come Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Oscar Peterson e Louis Armostrong per la colonna sonora. Quando esce la notizia di questo progetto, Hubley viene inserito nella "lista nera" e i finanziamenti per il film vengono frettolosamente ritirati. Rimangono schizzi dallo storyboard, pezzi di sceneggiatura, studi dei personaggi e diverse registrazioni di canzoni.
I diritti passano per diverse mani prima di arrivare alla Warner che nel 1967 decide finalmente di realizzare il film. Scrittura il vecchio Fred Astaire, che rimane, nonostante gli anni passati, un nome di richiamo al botteghino, e due idoli del rock del Regno Unito, come Petula Clarke e Tommy Steele. Petula confesserà in seguito di aver avuto paura di dover fare qualche numero di danza insieme a un mito come Astaire. Le premesse sembrano buone, ma Finian's Rainbow non è il successo su cui la Warner sperava. Le riprese sono complicate dal fatto che Coppola vorrebbe darne una versione realistica e quindi chiede che il film venga girato tutti in esterni, mentre Astaire non concepisce di cantare e danzare fuori da un teatro di posa. Sinceramente non è il film di Coppola e non sarà certo ricordato per questo. Ma il problema del film è che arriva ormai troppo tardi. Il cinema ormai viaggia su altre strade. Nel 1968 escono 2001: Odissea nello spazio, Rosemary's Baby, C'era una volta il West, Hollywood Party. In quello stesso anno esce un altro film musicale, The Producers, scritto e diretto da Mel Brooks, lontanissimo per struttura e musica da Finian's Rainbow. Non c'è davvero più spazio per la favola di Yip, che è figlia di un'altra epoca.
Ma soprattutto nell'anno in cui vengono uccisi Martin Luther King e Robert Kennedy quel messaggio non riesce più ad arrivare. Non è che il razzismo in America non esista più: l'omicidio di Memphis di un leader come il reverendo King racconta che c'è ancora tanto da fare, ma i giovani neri che vogliono cambiare la società pensano che ormai sia tempo di combattere con altre armi. E poi nell'America impantanata nel Vietnam dove può trovare il vecchio Finian l'inizio dell'arcobaleno?

Come canta Maude, una delle donne di quella comunità di agricoltori, la vita è ingiusta perché ci sono gli sfruttati e gli sfruttatori, quelli che sono costretti a piegarsi per necessità e quelli che se ne approfittano.
My feet want to dance in the sun
My head wants to rest in the shade
The Lord says go out and have fun
But the landlord says, "Your rent ain't paid"
E, nonostante la poesia di Yip Harburg e l'eleganza di Fred Astaire, non c'è magia che possa cambiare questo stato di cose. 

sabato 5 settembre 2020

Verba volant (785): clacson...

Clacson, sost. m.

Splende il sole quella mattina di inizio aprile a Parigi: Jacob capisce finalmente cosa deve aver provato suo padre quando ha visto per la prima volta New York.
Moishes aveva appena vent'anni quando è arrivato in America da una cittadina vicino a San Pietroburgo, non conosceva una parola d'inglese, era solo uno dei tantissimi ebrei russi che cercavano fortuna in quel paese lontano, e sapeva che quello era un viaggio di sola andata. Jakob ha quasi ventotto anni, a New York il suo nome è già comparso sui giornali e sulle locandine di Broadway, e sa che tra una settimana quella breve vacanza finirà, perché la sua vita è al di là dell'oceano, in quella che è ormai la sua città, eppure rimane senza fiato di fronte a Parigi. Naturalmente ha già ammirato sui libri illustrati le foto di Notre-Dame e della Tour Eiffel, nei cinegiornali ha visto le immagini degli Champs-Élysées e della Senna, conosce bene quella città, ha ascoltato la musica dei suoi artisti, ma adesso è lì. Ed è tutta un'altra cosa: è annichilito da Parigi. Se Israel fosse lì, saprebbe certo raccontarlo meglio di lui: è suo fratello quello bravo con le parole, sa sempre trovare quelle giuste. Robert e Mabel Schirmer, che lo stanno ospitando, si sono offerti di accompagnarlo in giro per la città, ma quella mattina Jacob ha bisogno di stare da solo, deve scoprire Parigi. Vuole sentire la musica di quella città.
Fissa quella coppia di innamorati che passeggiano mano nella mano sul lungosenna. Il suo sguardo incrocia quello di una donna elegante che gli sorride. Jacob, intimidito, abbassa gli occhi, ma subito la sua attenzione è colpita dalla sirena di una chiatta. E poi da un organetto lontano. E dal profumo dei croissant di quella boulangerie e dai colori delle tende dei caffè. Crétin. Un urlo interrompe i suoi pensieri. E poi gli inconfondibili suoni dei clacson. Non capisce esattamente cosa gli sta dicendo l'autista di quel taxi, ma sa che ce l'ha con lui. Jacob si accorge di essere fermo in mezzo alla strada, proprio davanti al pont Saint-Michel. Anche il flic che è arrivato in quel momento gli fa segno di accostarsi al marciapiede: Attention, monsiuer. Dall'altra parte della strada tre bambini accompagnati da una giovane donna ridono di lui che goffamente corre verso il marciapiede, mentre un ragazzo che fa le consegne con la sua bicicletta riesce a evitarlo.

Nel 1928 Walter Damrosch dirige la New York Symphony Orchestra ormai da più di quarant'anni: per loro il vecchio Andrew Carnegie ha fatto costruire a due isolati da Central Park la Carnegie Hall. Il 12 febbraio 1924 Damrosch è uno tanti che assiste, nella fumosa sala della Aeolian Hall, al concerto organizzato e diretto da Paul Whiteman intitolato An Experiment in Modern Music. Trova lo spettacolo piuttosto noioso, ma il brano composto da quel ragazzo di Brooklyn, che lo ha anche suonato al pianoforte insieme all'orchestra, è qualcosa di davvero geniale. Il giorno dopo Damrosch contatta quel giovane che dicono si chiami Gershwin, quello che ha scritto Rhapsody in Blue, e gli commissiona un concerto per pianoforte per la Symphony Orchestra, una cosa dal taglio più classico, almeno nella forma e nella durata, ma con quello stile così incredibilmente moderno.
George e Ira stanno lavorando a tre musical, hanno firmato dei contratti, e così fino all'estate dell'anno successivo il compositore non può mettere mano a quel progetto. Finalmente il 3 dicembre 1925 alla Carnegie Hall va in scena il Concerto in fa eseguito dalla New York Symphony Orchestra diretta da Damrosch e dallo stesso Gershwin come solista. Al pubblico quella musica piace, ma i critici non sono tutti dello stesso parere, come i musicisti andati ad ascoltarlo. Prokofiev ha trovato il concerto "amatoriale", ma a Schoenberg è molto piaciuto.
Damrosch è entusiasta di quel concerto.
Gershwin è il Principe che ha preso Cenerentola per mano e l'ha apertamente proclamata principessa al mondo attonito, senza dubbio per la furia delle sue sorelle invidiose.
Intanto George e Ira continuano a scrivere per Broadway: la "ditta Gershwin" fa uscire almeno due musical all'anno. Ma il compositore vuole fare anche qualcosa di diverso, vuole continuare a inventare una musica nuova, la musica del Novecento. Decide che è il momento di studiare quello che sta succedendo in Europa, quello che sta succedendo a Parigi. E così nell'aprile del 1926 è nella capitale francese. Mabel Schirmer gli ha organizzato un incontro con Maurice Ravel. George gli chiede di poter studiare con lui. Ma il grande autore, che sta per completare il Bolero, rifiuta.
Perché vuoi diventare un secondo Ravel, quando sei già il primo Gershwin?
Intanto Damrosch continua a chiedere a George un nuovo concerto per la Symphony Orchestra. Alla fine del 1927 Gershwin ricorda un piccolo brano - un "balletto rapsodico", come l'ha chiamato - che ha composto a Parigi in quei pochi giorni di aprile: l'ha intitolato Very Parisienne ed è stato il suo regalo per Robert e Mabel. Nella primavera del 1928 torna, questa volta accompagnato da Ira, nella città francese e qui finalmente completa quel lavoro. A differenza dei suoi precedenti è un concerto per solo orchestra, ma accanto agli strumenti tradizionali Gershwin usa quattro clacson di taxi parigini. Si fa accompagnare da Mabel a comprarli e li porterà con sé a New York. 
Con quei quattro corni il 13 dicembre 1928 alla Carniege Hall viene eseguito per la prima volta An American in Paris. A Gershwin non piace l'interpretazione di Damrosch, la giudica troppo lenta, ma quell'esecuzione è un grande successo.

Alla fine degli anni Quaranta la Metro-Goldwin-Mayer acquista da Ira il catalogo delle opere di Gershwin: un patrimonio di canzoni per tutti i loro film musicali. An American in Paris è bellissimo, ma è troppo lungo, impossibile inserirlo in un film. Ma ad Hollywood nulla è impossibile.
Alan Jay Lerner - il trentenne librettista e paroliere che con Frederick Loewe ha già scritto alcuni successi di Broadway e che sarà l'autore di My Fair Lady - prepara la sceneggiatura. Jerry - un veterano americano della seconda guerra mondiale che vive a Parigi tentando, con poco fortuna, di fare il pittore - rifiuta la corte della seducente e ricca Milo, perché ama Lise, una giovane francese che fa la commessa in una profumeria. La ragazza però sta per sposare un cantante, Henry, a cui è legata perché ha salvato lei e la sua famiglia durante la guerra. La storia è piuttosto esile, ma offre diverse occasioni per eseguire alcune tra le più belle canzoni dei Gershwin. E poi la grande sfida: il film si concluderà con un balletto di ben diciassette minuti, proprio sulle note di An American in Paris. Quel balletto sarà il coronamento della storia d'amore, ovviamente a lieto fine, tra Jerry e Lise.
La MGM ha sotto contratto sia il più grande regista di film musicali, Vincente Minnelli, l'uomo che sa "dare sostanza al mondo dei sogni", secondo la definizione dei Cahiers du Cinéma, sia l'unico ballerino e coreografo capace di accettare una sfida del genere. Solo Gene Kelly può essere Jerry, solo lui può creare quel fantasmagorico balletto, solo lui può raccontare con i suoi atletici passi di danza lo stupore di un uomo che si ritrova a Parigi e l'incanto di scoprire la donna che ama in quella città di sogno.
Il problema adesso è Lise. L'unica ballerina di Hollywood così brava è Cyd Charisse, che però aspetta un bambino; e poi è troppo provocante, troppo seducente, Cyd non è Lise. Gene Kelly va a Parigi e nella compagnia del Ballet des Champs-Élysées di Roland Petit scopre una ragazza di vent'anni, nata vicino a Parigi, Leslie Caron, che conosce bene l'inglese perché la madre è franco-americana e ha lavorato come ballerina a Broadway, e la convince a seguirlo a Hollywood: uno dei più incredibili debutti della storia del cinema. Leslie Caron con quell'aria innocente è davvero perfetta per il ruolo di Lise. E sarà una delle grandissime dello spettacolo, tra cinema, teatro e televisione, di qua e di là dell'Atlantico.
Peccato che Maurice Chevalier non voglia accettare di partecipare al film: il personaggio del cantante Henry Baruel è creato su di lui. Forse non vuole fare quello che perde. Viene scelto il francese Georges Guétary, che pure è più giovane di un paio di anni di Gene Kelly.
La MGM non mette limiti di spesa per creare quell'incredibile sequenza finale: quei quasi diciotto minuti di balletto costano 450mila dollari. Le scene e i costumi sono ispirati ai quadri di Raoul Dufy, Pierre-Auguste Renoir, Maurice Utrillo, Henri Rousseau e Henri de Toulouse-Lautrec. C'è tutto il colore dell'arte francese, ma c'è soprattutto, negli occhi che ballano di Gene Kelly lo stupore, lo stesso stupore che un giovane musicista di New York ha provato una mattina di aprile a Parigi. E che tutti noi proviamo - almeno un po' - quando andiamo in quella città. 

martedì 1 settembre 2020

Verba volant (784): fucile...

Fucile, sost. m.

Mercoledì 11 maggio 1887: questo pomeriggio Alexandrina Victoria vedova Saxe-Coburg assisterà finalmente al grande spettacolo che ha debuttato due giorni prima a Londra, nell'arena costruita a Earl's Court proprio per questo evento. È molto curiosa: i quotidiani della capitale inglese ne parlano da giorni. I giornalisti che hanno assistito a quel primo spettacolo raccontano che è stato un successo, tutti i trentamila posti sono stati occupati. Quello spettacolo arrivato dall'America è davvero singolare: mai vista a Londra una cosa del genere, un avvenimento degno del giubileo d'oro della Regina. La vedova, dopo aver letto quegli articoli entusiasti, ne ha parlato con il figlio, e ha deciso di assistere allo spettacolo. Ha sessantotto anni, è una vecchia signora inglese, nata a meno di cinquant'anni dalla guerra d'indipendenza, ma desidera ancora conoscere tutto quello che succede nel mondo e quello spettacolo promette di raccontare come è avvenuta la conquista dei grandi territori dell'ovest di quelle che un tempo erano le Tredici Colonie delle Indie occidentali.
Le aspettative della signora Alexandrina non vengono certo deluse. Duecento artisti, tra cowboy e indiani d'America, tiratori scelti e musicisti, cavallerizzi e acrobati, e poi centottanta cavalli, diciotto bisonti, dieci alci, cinque grandi manzi; tutti arrivati dall'America con il piroscafo State of Nebraska, insieme a un'autentica diligenza e ai pali e alle tende per costruire alcuni tepee. Il colonnello William Frederick Cody ha fatto davvero le cose in grande per la sua prima tournée europea. I cowboy, montando i loro cavalli, hanno mostrato come radunano i bisonti e i manzi in quelle vaste praterie. Poi gli indiani hanno attaccato una diligenza - anzi la vera diligenza di Deadwood, come ha detto il colonnello nella presentazione di quel numero - finché non sono arrivati in soccorso i suoi uomini a mettere in fuga i "cattivi". A dire la verità a Deadwood quella diligenza è stata attaccata non dagli indiani, ma da banditi, ovviamente bianchi, ma a questo punto poco importa. Annie Oakley ha colpito la punta di un sigaro tenuto in bocca da suo marito. Mustang Jack è saltato su un cavallo, atterrando in piedi e ci è riuscito anche una seconda volta, tenendo in mano due manubri da dieci libbre. Gli indiani hanno costruito un villaggio e si sono esibiti in una loro danza di guerra, guidati da quello che dicono essere un loro grande capo, chiamato Toro Seduto. Ancora Annie da trenta passi con il suo fucile è riuscita a colpire diverse volte una carta da gioco prima che cadesse a terra e alcune monete da dieci centesimi, riesce a sparare anche voltata, tenendo la canna del fucile sulla spalla e guardando il suo obiettivo attraverso un piccolo specchio. E infine gli indiani hanno attaccato alcune capanne di tronchi fino a che il colonnello e i suoi cowboy li hanno sconfitti. La signora Alexandrina si è divertita moltissimo: quel Cody sarà anche americano, ma è proprio bravo a organizzare quegli spettacoli.
A dire la verità quel mercoledì pomeriggio sono solo ventisei gli spettatori di quello spettacolo che dura novanta minuti: se Sua Maestà Alexandrina Victoria di Hannover, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e Imperatrice dell'India, chiede una rappresentazione privata del Buffalo Bill's Wild West Show, non le si può certo dire di no. Quella speciale rappresentazione inizia con un cavaliere che porta una grande bandiera a stelle e strisce, segno di pace e di amicizia, come annuncia il direttore del circo, e, inaspettatamente, la regina Vittoria si alza e fa un leggero inchino: la prima volta che un sovrano inglese rende un tale omaggio alla bandiera degli Stati Uniti. Poi il colonnello Cody si avvicina al palco, con eleganza si leva il cappello, fa un inchino e dice: "Benvenuta, Sua Maestà, nel profondo west d'America.". E a questo punto lo spettacolo può davvero cominciare.
La regina lo ha apprezzato molto. Il colonnello Cody le ha fatto un'ottima impressione: un vero gentiluomo, per essere un cowboy delle colonie. In cinquant'anni di regno Vittoria ha già visto i rappresentanti di tanti popoli "selvaggi", considerando che il suo regno va dalla Nuova Zelanda alla Nigeria, dal Canada all'India: è la regina di un quarto della popolazione mondiale e del 40% della superficie del globo. Quegli "indiani", con le loro piume e i loro gridi di guerra, non la colpiscono molto. Probabilmente trova bizzarro che un loro grande capo come Toro Seduto, l'uomo che ha guidato le sue tribù in una battaglia in cui le truppe americane sono state massacrate e dopo è stato duramente sconfitto, decida di partecipare a uno spettacolo di quel genere: una cosa forse troppo "moderna" per Vittoria, una donna dell'Ottocento, che non capisce che sta nascendo un nuovo mondo in cui there's no business like show business.
Tra gli indiani che prendono parte allo spettacolo c'è anche Alce Nero, che da giovanissimo ha partecipato, con Toro Seduto, alla battaglia di Little Bighorn, e che nel 1890 rimarrà ferito nell'eccidio di Wounded Knee. Molti anni dopo Alce Nero ricorderà di aver stretto la mano a quella che lui chiama Grandmother England: la mano piccola e morbida di una grande donna, il capo di una immensa tribù, una grande sciamana.
Alla regina piace in particolare quella donna giovane e minuta - è alta solo un metro e cinquanta - che è così brava a tirare con il fucile. Le fa molte domande: sulla sua età, sulla sua famiglia, su come ha cominciato a sparare, sul suo futuro. 

Phoebe Ann Mosey è nata lunedì 13 agosto 1860, in una contea rurale dell'Ohio, ai confini con l'Indiana. Non esiste ancora il Regno d'Italia, ma Alexandrina Victoria è già regina da ventitré anni, anche se non ha ancora il titolo di imperatrice dell'India e non è ancora vedova di Alberto. La piccola impara a sparare molto presto, perché l'unico modo di mantenere la sua famiglia, poverissima, anche perché il padre è morto e i figli sono in tutto nove, è quello di andare a caccia. Quando ha solo quindici anni nella sua cittadina arriva un immigrato irlandese che si guadagna da vivere facendo spettacoli di tiro a segno nelle campagne americane. Di solito arriva in una cittadina e sfida gli abitanti: scommette cento dollari che nessuno di loro riuscirà a batterlo. E per lo più è così, perché Frank Butler è un tiratore davvero eccellente. Ma quando arriva in quella parte dell'Ohio dicono che c'è qualcuno che può batterlo. Frank non riesce a crederci: quella ragazzina alta un soldo di cacio spara meglio di lui. E Frank perde i cento dollari. Ma trova una moglie e una compagna di lavoro. È stato un lungo matrimonio: e quando Annie morirà a 66 anni, alla fine del 1926, Frank smetterà di mangiare e si spegnerà diciotto giorni dopo. Buffalo Bill, quando fonda a metà degli anni Ottanta il Wild West Show, ingaggia subito Frank e Annie, che nel frattempo ha cominciato a usare il cognome Oakley. William Cody ha fiuto per lo show business e quei due, una coppia nella vita e nell'arte, diventano una delle attrazioni più importanti del suo spettacolo. Con buona pace di Frank, che ha ormai accettato che sua moglie è più brava di lui, Annie diventa una vedette. Durante uno spettacolo a Berlino, il principe di Prussia le lancia una sfida: deve riuscire a far saltare la cenere dalla sigaretta che egli tiene in bocca. Naturalmente Annie riesce: se avesse sbagliato la mira, Guglielmo non sarebbe diventato Kaiser e forse non sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale.

A differenza di Annie, Dorothy Fields è una "figlia" di New York. Nasce venerdì 15 luglio 1904: la regina Vittoria è morta solo tre anni prima, Buffalo Bill porta ancora in giro il suo spettacolo, che però ha ormai più fortuna in Europa che in America. Annie non ne fa più parte. Nel 1901 il treno che porta gli artisti e il materiale del Wild West Show deraglia per un grave incidente, Annie rimane paralizzata e subisce cinque operazioni spinali. Ricomincia a camminare e a sparare, con la stessa precisione di prima, ma ormai non riesce più a sostenere la fatica di quelle lunghissime tournée. Scrivono per lei lo spettacolo The Western Girl: Annie interpreta il ruolo di Nancy Berry, una donna della frontiera che sconfigge un gruppo di fuorilegge. In provincia lo spettacolo funziona, ma non può arrivare a Broadway.
Invece Dorothy cresce proprio a Broadway. Suo padre è Lew Fields, un immigrato ebreo polacco che, insieme a Joe Weber, costituisce il duo comico più famoso del teatro americano della fine del diciannovesimo secolo e, pur continuando a recitare, diventa, all'inizio del Novecento, uno dei più geniali e produttori di musical: è Lew che fa debuttare il diciannovenne Richards Rodgers. Il vecchio Lew non ne vuole sapere che la figlia intraprenda la carriera teatrale, ma Dorothy è irresistibilmente attratta da quel mondo, there's no business like show business. Recita in qualche rivista, ma capisce presto che il suo talento è un altro: quello di scrivere i testi delle canzoni. In quasi cinquant'anni di carriera Fields ne ha scritte più di quattrocento e ha lavorato a quindici musical e ventisei film, ha collaborato con tutti i grandi musicisti, è stata una delle regine di Broadway.
Nel '45 Dorothy sente che vuole fare qualcosa di più e decide di scrivere il libretto di un musical. È convinta che questo sia il vero contributo degli Stati Uniti alla storia del teatro, il genere veramente americano, e con Oklahoma! Rodgers e Hammerstein hanno dimostrato che con il musical si può raccontare anche l'epopea del west, ossia l'unica storia di quel paese così giovane. E lei decide che farà lo stesso, raccontando però la storia di una donna, la più grande donna del west, e comincia a immaginare il libretto di Annie Get Your Gun.
Il produttore Mike Todd boccia l'idea, ma Richards Rodgers e Oscar Hammerstein II, che nel frattempo hanno deciso di diventare anche produttori, la sostengono: lei e suo fratello Herbert scriveranno il libretto, mentre le canzoni le scriveranno Herbert e il compositore Jerome Kern. Ma alla fine del '45 Kern muore. Hammerstein crede nel progetto e chiama Irving Berlin, che all'inizio rifiuta: pensa di non riuscire a scrivere canzoni che debbano anche raccontare una storia, è una cosa di cui non si sente pronto. E poi lui scrive sia i testi che le musiche. Herbert si ritira e Hammerstein riesce a convincerlo. In pochi giorni Berlin compone le prime canzoni. E si convince che dopo tutto può accettare quella sfida.
Annie Get Your Gun debutta a Broadway, all'Imperial Theatre, il 16 maggio 1946 e rimane in cartellone per 1.147 repliche. Nell'ottobre del '47 parte la tournée negli Stati Uniti che dura fino alla metà dell'anno successivo. Il 7 giugno 1947 debutta anche nel West End e rimane in cartellone al London Coliseum per 1.304 repliche. Ha successo perfino in Francia: Annie du Far-West rimane in cartellone per oltre un anno al Théâtre du Châtelet di Parigi, dopo il debutto del 19 febbraio 1950.
Anche il film prodotto dalla MGM nel 1950 ha avuto buoni incassi, nonostante non sia il capolavoro che avrebbe potuto essere. Rischiamo di ricordarlo più come un'occasione perduta per Judy Garland nella fase più drammatica della sua vita. E non è stato il trampolino per il successo della pur brava Betty Hutton.
Questo musical è certamente il più grande successo di Dorothy Fields e di Irving Berlin, anche per merito delle prime interpreti, perché Annie è una delle più belle parti femminili del genere. Per Ethel Merman, che pure aveva già interpretato tanti successi dei fratelli Gershwin e di Cole Porter, questo sarà il ruolo della vita, quello che la consacrerà come la più grande tra le regine di Broadway.

Irving Berlin, poco prima delle prove, sta per togliere dallo spettacolo la canzone che diventerà più famosa: crede, sbagliando, che a Rodgers non piaccia. Per fortuna cambia idea. Non la canta Annie, ma la interpretano insieme, in una scena davvero divertente, Frank, il colonnello Cody e Charlie Davenport, il manager dello spettacolo. Devono convincere quella ragazzina cresciuta tra i boschi e le praterie, che non sa leggere e scrivere, ma solo sparare, a unirsi allo spettacolo, perché there's no business like show business. Annie lo capisce immediatamente: e così quella "selvaggia" ragazza delle praterie un giorno potrà incontrare la più grande regina del mondo.