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mercoledì 6 maggio 2015

Considerazioni libere (401): a proposito di quello che dovremmo fare (se ce lo lasceranno fare)...


Com'era ampiamente prevedibile una risicata maggioranza parlamentare - non legittimata da un mandato politico su questo tema ed eletta con una legge dichiarata anticostituzionale - ha approvato una nuova legge elettorale, ossia il sistema con cui nei prossimi anni sceglieremo i nostri rappresentanti in parlamento. Si tratta di una cattiva legge che, in maniera furbesca, elude solo sulla carta i rilievi di incostituzionalità sollevati dalla Corte a proposito del porcellum e che è stata costruita scientemente per favorire il partito personale del presidente-segretario, a cui verrà assegnato - al di là dell'effettivo consenso elettorale - un potere che nessun primo ministro ha mai avuto nella storia repubblicana del nostro paese.
Con l'approvazione dell'italicum e con l'abolizione dello Statuto dei lavoratori - anche se non riuscirà a completare il disegno di riforma costituzionale con l'abolizione del Senato elettivo, perché vorrà andare il prima possibile al voto, per capitalizzare il suo prossimo inevitabile successo elettorale - renzi sarà il presidente del consiglio che più ha fatto per applicare il progetto eversivo pensato da Licio Gelli. Si apre un tempo buio per la democrazia in Italia e quando se ne renderanno conto quelli che in questi anni si sono piegati, anche in buona fede, ai disegni di renzi, sarà ormai troppo tardi. Per loro e per noi.
Naturalmente, fatta questa premessa, credo che abbiamo fatto bene in questi giorni a protestare, spero continueremo a farlo in tanti e auspico che ci sia un'iniziativa politica forte contro questa legge, fino alla campagna per raccogliere le firme per chiedere il referendum abrogativo. Però non mi piace nascondermi dietro un dito. Da sempre penso che le leggi elettorali siano importanti, ma non fondamentali; e che sia inutile affannarsi a chiedere un cambiamento della legge elettorale, quando il problema vero è la mancanza di una reale prospettiva politica. In sostanza sono convinto che renzi e il suo partito vincerebbero comunque, perché sono l'espressione della parte peggiore della nostra società, ne garantiscono i privilegi e le rendite di posizione, e soprattutto perché rispondono ai dettami dei veri poteri che ci governano.
Esistono leggi elettorali giuste e leggi ingiuste; e questa è ingiusta. Esistono leggi elettorali migliori e leggi peggiori; e questa è peggiore. Ma nessuna legge elettorale risolve i problemi della politica. E la sinistra in Italia ne ha moltissimi. Noi siamo stati - anche questo era ampiamente prevedibile - sconfitti, perché - dobbiamo ammetterlo - non abbiamo mai davvero giocato. Da anni abbiamo smesso di giocare.
Solo negli ultimi giorni - fuori tempo massimo - una parte, peraltro poco consistente e politicamente residuale, del partito di maggioranza relativa ha deciso di opporsi a questo progetto, intuendo di essere definitivamente caduta in trappola. Ma ormai era troppo tardi. Avevano già consegnato la vittoria a renzi e ai suoi servi e adesso non credano che questa tardiva alzata di scudi serva a restituire loro una verginità che hanno irrimediabilmente perduto. Che abbiamo irremediabilmente perduto, anche noi che nel pd non siamo mai entrati, ma abbiamo messo le basi per la resistibile ascesa di matteo renzi.
Il governo, nonostante il voto alla Camera rappresenti - secondo le nostre vecchie categorie politiche - una sconfitta, è più forte, proprio perché quelle categorie non esistono più e ora l'unica cosa importante è vincere, non importa come. Il presidente-segretario, con un colpo di mano, ha ricattato il suo partito e l'intero parlamento e il ricatto ha funzionato, perché una parte consistente di deputati ha preferito votare a favore di una legge liberticida piuttosto che rischiare il "tutti a casa". Il problema però non è la debolezza di queste mezze figure, a cui anni fa abbiamo affidato sciaguratamente il partito, e né il trasformismo italico di qualche nuovo Scilipoti, che è corso "in aiuto" del pd - Migliore fa schifo anche me, ma con tutta evidenza il problema non può essere lui - il problema vero, tutto eminentemente politico, è che non non abbiamo una prospettiva di sinistra né per domani né per dopodomani.
Leggo che i vari Bersani, Cuperlo, Speranza, giurano e spergiurano che rimarranno nel pd e c'è da crederci, anche perché questi non riescono a immaginare altra vita fuori da quel partito. Civati se n'è andato. Bene, meglio tardi che mai, ma Civati è poca cosa e, comunque sia è un illuso chi pensa che da uno così possa rinascere la sinistra. Ce lo ricordiamo alla prima Leopolda, ce la ricordiamo con la sua smania "rottamatrice": Civati è soltanto un renzi venuto male, un renzi che ha perso; ed è destinato a perdere ancora. Si mettano l'animo in pace Camusso e quanti ancora pensano che ci sarà la scissione: non solo non è programmata, ma non è neppure immaginata. Anche perché - e su questo dobbiamo essere crudelmente realisti - una scissione non avrebbe comunque un approdo. Dove andrebbero quelli che oggi lasciano il pd?
C'è ancora troppo poco a sinistra: ci siamo noi "sinistri sparsi", ci sono alcune sigle storiche della sinistra politica, ovviamente in lite tra di loro, ci sono alcuni tentativi, molto lodevoli, di far nascere qualcosa a livello locale - penso all'esperienza bolognese di Ri-cominciamo a sinistra - certamente c'è la Cgil - e per fortuna che c'è - ma evidentemente in quell'organizzazione ci sono idee molto diverse sia su come dovrà essere il sindacato sia su quale ruolo potrà e dovrà avere in politica, in questa fase così complicata e drammatica della vita del paese. In sostanza c'è poco - e quel poco è frastagliato e debole - e su questo renzi continuerà a lucrare, con il suo populismo, con la sua retorica da quattro soldi, con le sue generiche promesse.
E' inutile quindi sperare in un capitombolo di renzi, in una qualche imboscata parlamentare - sarebbe ad ogni modo una buona notizia, perché il personaggio è anche umanamente odioso - ma questo ennesimo cambio di cavallo nascerebbe comunque nell'ambito della destra - così come Berlusconi è stato sostituito da Monti, Monti da Letta e Letta da renzi, nel tentativo, a volte affannoso, della destra finanziaria e dei "mercanti" di scegliere chi è in grado di garantire in maniera più efficace i propri interessi e privilegi. E quindi "loro" avrebbero comunque pronto uno con cui sostituire il fantoccio di Rignano.
Prepariamoci allora a costruire un'alternativa, altrimenti il prossimo sarà peggio, come renzi è decisamente peggio di Berlusconi. Non facciamoci troppe illusioni: non ci sono scorciatoie. Nelle prossime elezioni, al di là di questa cattiva legge, non saremo nemmeno in partita: il ballottaggio sarà evidentemente tra renzi e Grillo, tra il "partito della nazione" e il M5s. La legge è stata costruita per dare questo esito, che i giornali di regime presenteranno come lo scontro tra l'ordine e il disordine, tra la certezza e l'incertezza; sarà questo il vero banco di prova del "nuovo" pd che imbarcherà Bondi, Verdini e un altro bel pezzo di centrodestra, oltre ai "cacicchi" locali e a tutta la "merda" che sta già raccogliendo a livello locale, come è ben dimostrato dal caso campano. E vincerà ovviamente renzi, anche con tanti voti di sinistra, che di fronte a questo schema non resisteranno al richiamo del "voto utile". Dico fin d'ora che il mio voto il pd non lo avrà comunque, qualunque sia il suo avversario. Ma il mio voto conta appunto uno.
In questa fase sarebbe già importante poterci assicurare una sorta di diritto di tribuna, con la sinistra che c'è, con le liste che ci sono, in tutta la loro inadeguatezza. Come si dice: meglio che niente piuttosto.
Coltiviamo quello che c'è, provando a non litigare troppo tra di noi, consapevoli che non sarà da lì che rinascerà la sinistra - che sarà il compito di un'altra generazione - e che ci vorrà tempo. Forse avremo qualche possibilità in più in alcuni contesti locali, nelle elezioni comunali. Leggo che a Bologna qualcuno accarezza finalmente l'idea di costruire una lista di sinistra capace di sconfiggere l'uomo imposto dal pd; non è impossibile, visto anche l'esito delle ultime elezioni regionali e la pochezza dell'attuale sindaco. Una rete di amministratori, alcune pratiche di buon governo, una diffusione il più capillare possibile sul territorio, credo possano essere molto utili a chi si assumerà l'onere di ripartire.
Senza eludere però la questione di fondo: non si può costruire la sinistra senza una cultura politica. Noi abbiamo ucciso la sinistra in Italia non solo perché siamo stati inadeguati - e lo siamo stati - ma soprattutto perché abbiamo rinunciato alla nostra cultura per abbracciare quella liberista, ci siamo culturalmente arresi al nostro nemico. Rimettiamoci allora a studiare, ripartendo da quello che abbiamo elaborato nel corso di un secolo, a partire dal socialismo. Non sarà facile, ma ne varrà la pena. Come ho detto, è quello che altri dovranno fare, noi - anche per rimediare ai nostri errori - dovremo resistere, per fare in modo che abbiano il tempo di farlo.

lunedì 20 aprile 2015

Verba volant (177): futuro...


Futuro, sost. m.

Le donne e gli uomini che hanno fatto la Resistenza erano giovani, spesso molto giovani; per lo più lo dimentichiamo, anche perché li abbiamo conosciuti quando ormai erano vecchi. E infatti la Resistenza è stato un movimento che ha avuto molti caratteri della giovinezza: l'entusiasmo, la temerarietà, la spontaneità. Ed ha avuto successo anche grazie a queste caratteristiche: forse tante azioni non sarebbero state neppure pensate - né tantomeno messe in pratica - se quei ragazzi fossero stati più saggi e più assennati, come sarebbero poi diventati negli anni e come ci hanno insegnato ad essere. A leggere le memorie dei partigiani quei ragazzi e quelle ragazze erano in qualche modo perfino spensierati, nonostante avessero imparato a conoscere molto presto la durezza della guerra, le atrocità della tortura, la morte. E spesso quei partigiani ti confessano la loro scarsa consapevolezza di allora: andavano e combattevano, perché sentivano - più che sapevano - che era giusto così. Le donne e gli uomini che hanno fatto la Resistenza - quelle ragazze e quei ragazzi - lottavano per il loro futuro e per quello dei loro figli - qualcuno era già padre e madre, nonostante la giovane età - tutti si immaginavano padri e madri. Chi è giovane vede inevitabilmente davanti a sé tanto futuro e lotta per conquistarne uno migliore di quello che le condizioni date sembrano offrirgli. La speranza è un altro attributo indispensabile della giovinezza, anche - e soprattutto - la speranza di cose impossibili. C'è tutta la vecchiaia per essere saggi ed essere realisti.
Pensavo a questa cosa, rileggendo un dato che conoscevo, ma su cui forse non ci siamo soffermati abbastanza. E che abbiamo dimenticato. L'Europa è il continente con l'età media più alta: già nel 1990 era di 37 anni, mentre nel 2050 sarà di 47; l'Africa invece è il continente più giovane - e lo rimarrà a lungo: l'età media era di 18 anni nel 1990 mentre sarà di 31 nel 2050. Noi e i tedeschi siamo tra i più vecchi - rispettivamente 44,5 e 46,1 anni; mentre nei paesi del Maghreb è circa la metà e in quelli dell'Africa centrale ancora più bassa.
Non sapremo mai l'età media delle donne e degli uomini che sono morti l'altra notte nel Mediteranneo, e di quelli che sono morti nelle notti precedenti e di quelli che moriranno nelle prossime notti. Non sappiamo neppure il loro numero, figurarsi i nomi e le identità. Però è facile immaginare che fossero giovani, che fossero ragazze e ragazzi che avevavo già visto tante cose, che avevano già sofferto tanto, che magari avevano già dei figli, ma che erano ancora giovani e avevano le caratteristiche più belle della giovinezza.
Ci vuole una certa dose di incoscienza per intraprendere un viaggio così, che - bisogna ricordarlo a quelli che adesso dicono che il problema è garantire una presenza militare in Libia - non comincia sulle coste meridionali del Mediterraneo, ma molto più lontano. Spesso devono oltrepassare il deserto e probabilmente pare loro semplice attraversare quel relativamente piccolo braccio di mare che li separa dall'Europa. E anche quando arrivano in Europa - se ci arrivano - il loro viaggio non è finito, anzi rischia di cominciare la parte più dura, perché la stragrande maggioranza di loro deve prepararsi a soffrire un lungo periodo di povertà. Alcuni più sfortunati vengono sfruttati, alcune divengono prostitute; molti qui muoiono, senza aver realizzato neppure una parte dei propri sogni, senza aver visto un po' della felicità che avevano immaginato, probabilmente illudendosi, all'inizio del viaggio.
Lampedusa - quando ci arrivano - per molti di loro è l'inizio di una nuova sofferenza. Allora ci vuole un coraggio che sfocia nella temerarietà per cominciare questa avventura; eppure cominciano, anche perché sono giovani e credono di avere davanti a sé tutto il futuro. E si immaginano padri e madri di bambini che nasceranno in condizioni migliori di quelle in cui sono nati loro. Ci vuole scarsa consapevolezza, se non vera e propria incoscienza, per venire qui a farsi insultare, a farsi sfruttare, a farsi uccidere talvolta. Probabilmente molti, se chiedessimo loro perché hanno cominciato quel viaggio, non saprebbero risponderci in maniera chiara: sentono che devono farlo, che è giusto farlo, più di quanto ne capiscano le ragioni.
Sono giovani e dobbiamo perdonare loro anche queste speranze, per quanto siano vane. E, noi che giovani non lo siamo più, dovremmo anche provare a interrogarci sulle cause che spingono tante donne e tanti uomini a cominciare questo viaggio disperato, a interrogarci sulle povertà, sulle ingiustizie, sulle disuguaglianze; e cominciare a combattere affinché spariscano.
Loro sono giovani, hanno davanti a sé tanto futuro e lottano per conquistarne uno migliore di quello che le condizioni date - e noi che quelle condizioni contribuiamo a crearle - sembrano offrire. Basterebbe questo a capire che la loro lotta dovrebbe essere anche la nostra. Se vogliamo sperare in un futuro un po' migliore, per loro e per noi.

lunedì 28 luglio 2014

Considerazioni libere (391): a proposito di una scelta che forse sbaglieremo...

Sinceramente non ricordo un altro periodo della storia italiana in cui la sinistra sia stata così irrilevante, dal punto di vista culturale prima ancora che da quello politico. Siamo pochi e siamo storditi, non sappiamo cosa dobbiamo fare, neppure da dove cominciare.
L'esperienza della Lista Tsipras ci ha dato un po' di fiato, ci ha permesso almeno di riconoscerci, di incontrarci di nuovo - spesso ci eravamo persi di vista - perfino di attirare qualche nuovo compagno; però ci siamo fermati lì. E comunque per fortuna che ci abbiamo provato, che siamo riusciti a raccogliere le firme e a raggiungere il quorum; se non l'avessimo fatto, sarebbe molto peggio. Come era abbastanza prevedibile, dal giorno dopo, smaltita la fatica, ci siamo nuovamente dispersi.
So ovviamente che c'è una discussione in atto per capire come continuare quell'esperienza, come collegare le energie faticosamente emerse in queste settimane con i nostri tre europarlamentari, con il lavoro dell'intero gruppo, con lo stesso Tsipras, ma ho l'impressione che questa discussione sia come travolta da quello che avviene nel paese e soprattutto che non riesca a superare uno scoglio fondamentale, ossia quello del rapporto con il Pd. Siamo quattro gatti e siamo divisi su questo punto - e questa non sarebbe neppure una novità per la sinistra italiana - ma francamente credo che questo sia davvero un punto dirimente, che deve essere affrontato una volta per tutte.
Per molti compagni è impossibile immaginare la sinistra italiana senza il Pd o almeno senza una parte di quel partito, perché il Pd si dichiara di centrosinistra, perché il Pd ha aderito al Pse, ma soprattutto perché nel Pd ci sono ancora tante persone con cui abbiamo condiviso periodi più o meno lunghi di lotta, con cui ci siamo confrontati, a volte scontrati, ma che abbiamo comunque sempre riconosciuto come del nostro campo. E poi perché nel Pd ci sono dei simboli - Renzi direbbe dei brand - che ci sono cari, ad esempio le Feste. Inoltre bisogna riconoscere che nel Pd esiste un dibattito, spesso dai toni accesi, e che ci sono persone che stanno male in quel partito, eppure stanno lì, in maniera quasi masochistica.
A volte, leggendo i commenti di alcuni amici che stanno in quel partito - non solo semplici iscritti, ma militanti, dirigenti locali, persone con incarichi nelle istituzioni - sembra quasi che Renzi abbia vinto contro il Pd. Che sia una sorta di corpo estraneo al partito che lo ha inspiegabilmente occupato e che è destinato ad esserne espulso, come in una crisi di rigetto. Molti compagni della cosiddetta sinistra radicale aspettano questo giorno e pensano che sia possibile lavorare ai fianchi quel partito per far sì che quella data si avvicini. Vista la mia storia personale, mi piacerebbe pensare che sia così facile, ma sinceramente non lo credo.
Certo in questa ultimissima fase abbiamo assistito a un processo di personalizzazione per noi della sinistra inedito, per cui Renzi e il partito si identificano e si sovrappongono, ma questo non basta a spiegare la trasformazione del Pd, di tutto il Pd, in un sistema di governo delle istituzioni e della società. E' qualcosa che è cominciato prima di Renzi, di cui abbiamo anche noi - ultimi dirigenti dei Ds - una parte di responsabilità e che coinvolge tutti, anche gli anti-renziani. In quel partito non solo non c'è più un riferimento ideale, ma ormai è prevalsa la totale identificazione tra partito e governo, il partito esiste in quanto governa. Se l'elemento fondante diventa quello che tutti chiamano ormai governance, è naturale che le posizioni interne siano piuttosto fluide e quindi che un presunto oppositore, come Orfini, diventi uno strenuo difensore del segretario e che i parlamentari e i dirigenti vengano valutati unicamente in base della fedeltà alla linea, quanto non alla presenza televisiva.
In questa trasformazione un elemento fondamentale è la crisi, perché è la crisi che giustifica l'urgenza di decidere, di governare per gestirla. L'unico vero valore che tiene unito il Pd è ormai l'urgenza e questo giustifica tutto, dalle scelte di politica economica alle proposte di revisione della Costituzione. Il patto del Nazzareno non è preoccupante per quello che c'è scritto o per quello che non c'è scritto, ma perché già il fatto di averlo stipulato indica che l'orizzonte politico del Pd è la pratica del potere in quanto tale. E basta.
Questo spiega - anche al netto degli opportunismi - le tante conversioni, per cui ad esempio qui in Emilia i dirigenti che si dicevano dalemiani sono passati, armi e bagagli, con il rottamatore, che effettivamente l'unica cosa che ha davvero rottomato è stato il suo partito. Ma anche Civati nasce come democratico ed è figlio dello spirito da cui è nato Renzi: inutile sperare che da una persona con quella storia possa rinascere la sinistra. Civati è soltanto un Renzi che ha perso. Quindi, compagni, non illudetevi, non ripartiremo né da lui né da Cuperlo.
Come credo sia evidente io sono uno di quelli che pensa che la sinistra possa crescere in Italia solo fuori e contro il Pd. Magari con il Pd sarà più semplice trovare punti d'intesa su alcune questioni rispetto di quanto lo sia con gli altri partiti del centrodestra, ma in Italia la sinistra può essere solo alternativa al Pd.
Il tema non è secondario anche perché nella prossima primavera ci sarà una tornata importante di elezioni regionali e in particolare perché qui in Emilia-Romagna voteremo già nel mese di novembre, dal momento che Vasco Errani si è dimesso. Concedo che queste dimissioni siano arrivate in maniera inattesa, come un fulmine a ciel sereno, ma ho come l'impressione che qualcuno non se ne sia ancora reso pienamente conto. Ormai siamo in agosto, forse ce ne occuperemo dopo le meritate vacanze; va bene, non c'è fretta, probabilmente non avremmo comunque fatto in tempo ad organizzarci, anche se ricordo che sapevamo già che si sarebbe votato in primavera.
Anche se mi sembra che qualcuno - penso in particolare agli amici di Sel - abbiano già deciso, ci sono soltanto due possibilità: o si fa una lista di sinistra a sostegno del candidato renziano, per cercare di condizionarne l'azione di governo o proviamo a presentare un nostro candidato - o una candidata - partendo dal 4,07% che abbiamo preso alle europee. Naturalmente in questo secondo caso saremmo destinati alla sconfitta - eventualità a cui, come noto io non aspiro, perché mi piace vincere - ma continueremo quella lunga fase di costruzione che ci aspetta, se non vogliamo lasciare questo paese in mano ai rappresentanti del pensiero unico. Ovviamente io spero che sceglieremo questa seconda strda, anche se ho il sospetto che una parte considerevole di noi opterà per la prima.  E quindi ci divideremo, rendendo le nostre forze ancora meno determinanti.
In Grecia, in Spagna, in Irlanda, ossia negli altri paesi europei in cui i rappresentanti del pensiero unico hanno governato con maggior violenza - e in cui quindi la crisi ha fatto maggiori vittime - una sinistra è tornata ad essere presente, dopo che il Pasok, il Psoe, i laburisti irlandesi hanno rinunciato di fatto a rappresentare questa parte dello schieramento, spesso dando vita a governi di coalizione con il centrodestra. Soprattutto, al di là dei risultati elettorali, in questi paesi la sinistra è un'opzione possibile, diversamente da quello che succede in Italia.
In questi paesi però il cammino è stato lungo, faticoso: a Syriza ci sono voluti più di sette anni per arrivare al risultato delle europee e la stessa Podemos ha cominciato da poco un cammino simile in Spagna, ma mettendo a frutto una parte del lavoro del movimento degli indignados, cominciato diversi anni fa. Un partito che nasce spontaneamente, già formato, come Atena dalla testa di Zeus, non esiste in natura, quindi non illudamioci qui in Italia, dove - facendo di necessità virtù - abbiamo messo i carri davanti ai buoi ed eletto dei parlamentari prima di avere un minimo radicamento sociale sul territorio. Il carro però adesso rischia di stare fermo, e i buoi con lui.
Al di là di quello che faremo alle prossime elezioni regionali, sia che decideremo di correre da soli sia che decideremo di stare fermi un giro - per me l'opzione di allearsi con il Pd non esiste e, nel caso, sarei fuori, tornando nell'oblio dell'astensione - credo occorra ricominciare, in ogni sede - qui in rete, come nelle piazze - a essere presenti, provando anche a collegarci ad altri movimenti, partendo sui due punti su cui credo la nostra azione possa avere più possibilità di parlare ad altri: la difesa della democrazia rappresentativa, oggi messa sotto scacco dalle riforme proposte dalla "larghissime intese" e difese - in maniera strenua quanto anticostituzionale - dal Quirinale; il considerare il lavoro come l'elemento fondante dell'economia.
Bisogna tornare ai fondamentali, anche perché ci stanno togliendo proprio questo.

venerdì 14 febbraio 2014

Considerazioni libere (385): a proposito di un colpo a sorpresa...

Lo ammetto: Renzi mi ha sorpreso. Ovviamente era chiaro fin dall'inizio che il suo obiettivo era far fuori l'amico Enrico e sedersi a palazzo Chigi, ma ero convinto che avrebbe adottato una tattica diversa, che avrebbe preso tempo, per logorare il suo avversario in una lunga battaglia di posizione. Invece ha spiazzato tutti, in primis Napolitano e Letta - che pure sono vecchie volpi della politica - e ha tentato il blitz, la guerra lampo. Tattica rischiosa, ma evidentemente l'uomo è temerario e, almeno questa volta, ha avuto fortuna. Ha vinto e chi vince, come noto, ha sempre ragione.
Le vicende di questi giorni mi spingono a qualche riflessione che, per forza di cose, sono disorganiche e frammentarie; d'altra parte è inevitabile, vista la rapidità con cui questi fatti si susseguono.
La prima riflessione riguarda il metodo o meglio le regole del gioco. Molti di quelli che criticano Renzi dicono che si tratta dell'ennesimo "colpo di stato", in quanto la crisi si è svolta tutta al di fuori del parlamento e Renzi finirà per essere il terzo presidente del consiglio consecutivo non investito dal mandato elettorale, non eletto dai cittadini.
Su questo non sono d'accordo. Nel nostro paese, nonostante tutti i tentativi che sono stati fatti per modificarla, è ancora vigente la Costituzione del '48 e quindi l'Italia è formalmente una repubblica parlamentare, il che comporta che i cittadini eleggano il parlamento che, a sua volta, elegge il governo. Negli ultimi vent'anni ci sono state spinte fortissime per modificare questo schema e arrivare a un sistema in cui, più o meno direttamente, i cittadini eleggano il capo del governo o il presidente della Repubblica, nella versione più spinta. E' stata cambiata la legge elettorale in senso maggioritario, è stata introdotta l'indicazione del candidato presidente del consiglio nella scheda elettorale, ma soprattutto è stata fatta una propaganda asfissiante per convincerci che questo è il migliore dei sistemi possibili. E ci siamo convinti, anche perché nel frattempo si sono suicidati i partiti politici che costituivano la nervatura della precedente fase politico e si è fatta strada un'idea leaderistica e plebiscitaria, che nel centrodestra si è incarnata in B. e nel centrosinistra è stata coniugata con l'ideologia delle primarie. E chiaramente questo è ciò a cui ci vuole portare la riforma istituzionale che ha in mente Renzi: una sola camera eletta con una legge elettorale maggioritaria, una drastica riduzione delle competenze degli enti locali, una progressiva attribuzione della funzione legislativa al governo e in sostanza un sistema imperniato sulla carismatica figura del capo dell'esecutivo.
Nella seconda metà del 2011 però questo meccanismo si è inceppato, o meglio è stato sospeso. Dal momento che le elezioni continuava a vincerle il centrodestra e il centrosinistra sembrava ormai annichilito, il presidente della Repubblica ha deciso di fare in proprio, costringendo alle dimissioni B. e imponendo a un parlamento sempre più debole il governo Monti. La cosa è continuata nella primavera scorsa: Napolitano ha impedito che nascesse il governo Bersani e ha imposto il governo Letta. E' in quei due passaggi che è avvenuto il vulnus più grave alla nostra democrazia ed è per questa ragione che io dal novembre del 2011 non riconosco più Napolitano come presidente legittimo. Perché sia avvenuto l'ho spiegato più volte. La destra non si fidava più di B. e ha deciso di giocare autonomamente, imponendo al paese quel programma di austerità che Draghi aveva scritto nella famosa lettera dell'agosto 2011; lo stesso programma di austerità che è stato imposto all'Europa dalla destra ultraliberista e supinamente accettato dalla sinistra imbelle del Pse.
Renzi in questi giorni ha fatto come il bambino della favola che dice che il re è nudo. Tutti avevano ormai dato per scontato che il governo lo dovesse scegliere Napolitano, con la sua riconosciuta saggezza, ma la Costituzione non è mai stata cambiata e Renzi ha semplicemente fatto quello che poteva fare, ossia sfiduciare il presidente del consiglio imposto da Napolitano e chiedere quella carica per sé, in qualità di segretario del partito di maggioranza. Ha avuto quel coraggio che Bersani un anno fa non ha avuto, perché non ha voluto disobbedire agli ordini del Quirinale.
Detto questo - e passo alla seconda riflessione - il mio giudizio su Renzi rimane quello che ho espresso in ogni sede e in ogni occasione possibile: pessimo. Renzi è un politico intrigante e furbo che sa approfittare delle debolezze altrui ed è un esponente di quel centro moderato che ha sempre governato questo paese, riducendoci allo stato in cui siamo. Come abbia fatto un personaggio di tale meschineria etica e con questi valori politici a diventare il leader del maggior partito del centrosinistra, in cui si trovano donne e uomini che hanno militato nel Pci, è il segno non della spregiudicatezza del sindaco di Firenze, ma dell'inconsistenza e della gravissima crisi che ha colto il maggior partito della sinistra italiana negli ultimi vent'anni, crisi di cui molti - me compreso - siamo responsabili. Se siamo arrivati a Renzi vuol dire che abbiamo fatto molti errori, spesso per dolo temo, certamente per negligenza. Abbiamo lasciato correre e all'improvviso ci siamo accorti che non c'era più tempo e spazio per rimediare a questi errori.
Su questo permettetemi un inciso. E' la prima - e credo l'ultima - volta che lo faccio, ma ho guardato in streaming i lavori della direzione del Pd ed è stato uno spettacolo desolante. Il gruppo dirigente bersaniano ha fatto di tutto per raggiungere il microfono e per tessere le lodi del nuovo caro leader. Ma al di là del folklore dei servi - una categoria tipica del nostro paese - l'intervento più illuminante è stato quello di Vincenzo De Luca. Questi è un uomo che viene dal Pci, badate bene, uno che è stato mio compagno di partito e, sentendolo parlare, io mi sono vergognato di questa comune militanza. De Luca, diventato il potente ras renziano della Campania, ha sparato a zero sul governo di cui pure ha fatto parte, senza mostrare un minimo senso di vergogna. E ha argomentato questa ferma opposizione al governo, spiegando che nel suo ministero, quello delle Infrastrutture e dei trasporti, tutte le decisioni venivano prese per favorire gli amici del ministro Lupi. De Luca, candidamente e senza vergogna, ha spiegato che è giunta l'ora di cambiare e che adesso bisogna cominciare a favorire gli interessi degli amici del Pd e immagino dei suoi amici. De Luca e quelli come lui - che sono tanti nel Pd - non fanno neppure finta di essere onesti. Questo è il Pd di Renzi: non facciamoci illusioni di sorta.
Per questo, venendo alla terza e ultima di queste riflessioni disorganiche, a me francamente importa poco di questo nuovo governo. Come era un pessimo governo quello di Letta, sarà un pessimo governo quello di Renzi. Personalmente sono da un'altra parte e cambia poco chi guida il governo e chi nominerà nelle prossime settimane i vertici delle principali aziende pubbliche, visto che questo è uno degli elementi inconfessati e inconfessabili che ha spinto un pezzo di potere italiano a schierarsi con Renzi contro Letta. Non cambia nulla perché il nuovo governo sarà comunque incapace di affrontare la crisi vera del paese, in quanto sostanzialmente espressione di quei poteri e di quegli interessi che la crisi l'hanno provocata, la alimentano e ne trarranno beneficio. Renzi sarà forse più brillante, ma alla fine anche lui tirerà l'asino dove vuole il padrone. La vicenda di questi giorni con la politica non c'entra nulla, figuriamoci poi con il futuro dell'Italia - non prendiamoci in giro - si è trattato di una lotta, senza esclusione di colpi, per il potere in cui una fazione ha perso e una ha vinto. Ma tutto si è svolto nell'ambito di quel potere che non vuole il cambiamento dell'Italia. E che, al netto della retorica, non farà nulla per cambiare.