Scuola, sost. f.
Qualcuno di voi già lo sa, perché mi è capitato di raccontare questa storia in un'altra definizione di questo inconsueto vocabolario: molto tempo fa, alla fine del secolo scorso, mi sono occupato di servizi all'infanzia - asili nido e scuole materne - perché ero l'assessore alla pubblica istruzione nel comune del contado bolognese in cui sono cresciuto e ho cominciato a fare politica. Ci ho ripensato in questi giorni perché mi è capitato di vedere in televisione il bel documentario di Mauro Bartoli e Lorenzo K. Stanzani dal titolo Non arretreremo! - Zangheri, il sindaco professore. Tra le altre cose proprio Zangheri, in pochissime parole, con la sua consueta chiarezza e la sua tipica lucidità intellettuale - nell'intervista fatta dagli autori prima che Renato ci lasciasse e che è una delle parti più interessanti del film - spiega la filosofia con cui nacquero negli anni Settanta i servizi all'infanzia: i bambini sono persone e devono essere trattati come tali e quello che viene loro insegnato nei primissimi anni di vita incide profondamente su quello che saranno da adulti.
Ovviamente nel corso del documentario si sottolinea anche che questi servizi hanno offerto a molte donne l'opportunità di trovare un lavoro e questo ha rappresentato un elemento determinante della ricchezza di quella città e della nostra regione, però l'accento è posto, giustamente, soprattutto sul valore educativo dei servizi all'infanzia. Credo che questo sia qualcosa di cui dovremmo sempre tener conto, per il bene dei bambini. E per la crescita democratica e civile della nostra società.
L'altra ragione che mi ha spinto a scrivere questa definizione è la notizia - l'ennesima purtroppo - di un'educatrice accusata di maltrattamenti verso i bambini che le erano stati affidati. Sono molti i casi che sono emersi - 65 negli ultimi sette anni - tanto da far nascere un certo livello di allarme nelle famiglie e nella società, che si traduce, ad esempio, in petizioni per richiedere l'installazione di telecamere in tutti gli asili - l'ultimo invito a firmare una di queste petizioni on line mi è arrivato puntualmente dopo la notizia del caso di Milano - e a cui il parlamento sta cercando di dare risposta con una nuova legge che, temo, sarà frutto di questa emozione e farà ben poco per affrontare il vero nodo della questione, ossia la qualità del servizio, partendo dall'idea che i bambini sono persone e che l'educazione è una delle funzioni essenziali di uno stato.
Il ragionamento che voglio fare ovviamente non vuole sminuire le singole responsabilità, che devono essere verificate e, nel caso, sanzionate molto duramente. Credo però che occorra fare un ragionamento un po' più ampio, che parta proprio dalla qualità di questi servizi così importanti. Se ripenso alla mia esperienza di quegli anni lontani posso dire con certezza che un episodio del genere non sarebbe mai potuto accadere. Le insegnanti erano ragazze motivate, alcune di loro avevano cominciato agli inizi degli anni Settanta quando i servizi erano stati istituiti e quindi avevano tutto l'entusiasmo di quegli anni e il legittimo orgoglio di aver cominciato quell'avventura, per alcuni versi pionieristica. Io visitavo con molta frequenza le strutture, conoscevo molto bene le educatrici e le "dade", parlavo spesso con loro e naturalmente con i genitori, con cui c'era un confronto continuo, facilitato - lo devo riconoscere - dal fatto di vivere in una comunità piccola. C'era una coordinatrice pedagogica che svolgeva un lavoro prezioso, incontrava regolarmente il collettivo - si usava questo nome dal sapore sessantottesco, non so se si faccia ancora - gestiva la programmazione e l'aggiornamento. Erano servizi che gestivamo con cura, perché rappresentavano uno dei caratteri che definiva il "nostro" modo di amministrare.
Insegnare in un asilo nido o in una scuola materna era - ed è - un lavoro non facile, che impegna molto, da un punto di vista fisico e soprattutto psicologico, e per alcune insegnanti era faticoso continuare a farlo dopo molti anni, con il crescere dell'età. In quei casi cercavamo di trovare una soluzione: in un comune grande era più facile, in uno piccolo come Granarolo più difficile, ma in qualche caso siamo riusciti a trasferire alcune educatrici negli uffici amministrativi, facendo fare a loro esperienze nuove e mettendo a disposizione la loro capacità in nuovi lavori, e così ottime educatrici sono diventate ottime impiegate. Nessuna di queste cose era fatta con l'intenzione dichiarata di prevenire atti come quelli di cui stiamo parlando - e di cui ci stiamo preoccupando - o con l'intento di organizzare dei controlli, ma con l'obiettivo di gestire meglio i servizi, di migliorare la qualità dell'offerta educativa, che era il fine a cui tutti, amministratori, pedagogisti, personale prima di tutto, eravamo impegnati. Uno sforzo in cui erano coinvolti anche i genitori e le famiglie, che erano consapevoli del valore pedagogico di quel servizio. E credo che tutto sommato - anche al netto della nostalgia - siano stati raggiunti risultati significativi: personalmente ritengo il mio impegno di quegli anni sui servizi all'infanzia una delle cose più importanti che abbia fatto nel mio lavoro politico.
Molto è cambiato da allora. Quasi sempre i servizi all'infanzia non sono più gestiti direttamente dai comuni, ma dal privato, lasciando al pubblico solo una funzione di controllo, alcune volte - troppe volte - più formale che sostanziale. Mi arrabbio molto quando sento quelli che in maniera manichea criticano il pubblico ed esaltano il privato e non voglio commettere lo stesso errore: so che ci sono servizi gestiti da privati che funzionano bene, con personale preparato e motivato. Però certamente il privato ha l'obiettivo primario di ridurre i costi e in un'azienda di servizi l'unica voce su cui si può risparmiare è quella del personale. Naturalmente il fatto di essere pagata poco o di non essere pagata affatto non giustifica una persona che maltratta un bambino, ma in una struttura in cui i costi sono ridotti all'osso, in cui non si investe sulla formazione, in cui non c'è un referente pedagogico e psicologico, in cui le persone lavorano per molte ore alla settimana, per molti giorni in un anno, per un periodo molto lungo della loro vita, anche quando non sono più in condizioni di farlo, in una struttura del genere possono succedere episodi così gravi.
E comunque, anche se in tante strutture per fortuna non succede nulla del genere, si tratta di servizi in cui manca la qualità, in cui i bambini sono "parcheggiati" per molte ore al giorno e non sono educati. E' naturale che i genitori si preoccupino che i loro figli non vengano maltrattati a scuola, ma dovrebbero preoccuparsi anche di quello che imparano, di come sono educati e non solo di quanto costa il servizio o di quante ore è aperto. In questa mancanza di consapevolezza abbiamo fatto certamente dei passi indietro.
Il tema non è se mettere o meno le telecamere - peraltro ci sono forme di violenza, ad esempio quella psicologica, che non sempre possono essere riprese - ma che tipo di servizio vogliamo offrire alle nostre figlie e ai nostri figli, che investimenti vogliamo fare nell'educazione dei nostri concittadini più piccoli, che ruolo deve avere il pubblico in questo settore così importante. Io rimango ostinatamente ancorato a quelle parole di Zangheri, all'idea che l'asilo nido e la materne siano scuole a tutti gli effetti, con un valore pedagogico uguale - se non superiore - a tutte le altre, università compresa, ossia la schola per definizione. Se adottiamo questo punto di vista allora la questione non è sapere quanto costa un asilo nido - e infatti le istituzioni pubbliche investono sempre meno, vogliono che questo servizio incida sempre meno sui propri bilanci, con tutte le conseguenze che conosciamo, appalti al massimo ribasso, nessun controllo sul reclutamento del personale e così via - ma valutare che ricchezza rappresenta. Ed è una ricchezza che ovviamente non si può quantificare, perché non c'è un indice numerico che misuri la crescita culturale, la capacità di integrazione tra diversi, il rispetto tra generi, la capacità di gestire i conflitti e di attivare momenti di solidarietà, tutte cose che le bambine e i bambini cominciano a imparare proprio all'asilo nido e che possono imparare meglio qui, a contatto con gli altri, piuttosto che in famiglia, che è importantissima, ma che non può sostituire questo servizio come vorrebbero quelli che sostengono che le risorse per l'infanzia possono essere date direttamente alle famiglie e che si fanno forti proprio di questi episodi, di cui amplificano le conseguenze.
Una delle cose più pericolose che ci sta succedendo in questi anni di dominio del capitale è proprio utilizzare i soldi come unico criterio di giudizio. A noi quei comunisti là hanno insegnato che c'è anche altro e vogliamo con testardaggine non perdere questa memoria. A partire dall'idea che le bambine e i bambini sono persone. E che nella scuola, pubblica, potranno crescere.
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domenica 7 agosto 2016
lunedì 3 marzo 2014
Lettera di Mario Lodi agli insegnanti
21 settembre 2010 Care maestre e cari maestri,
mi è capitato spesso, in questo periodo, di ricevere lettere o telefonate da qualcuno di voi. La domanda che mi viene rivolta con maggiore insistenza è: “Come facciamo a insegnare, in tempi come questi?”. I sottintesi alla domanda sono molti: il ritorno del “maestro unico”; classi sempre più affollate; bambini e bambine che provengono da altre culture e lingue e non sanno l’italiano etc.
Anch’io, come voi, soprattutto nei primi anni della mia attività di maestro, mi ponevo interrogativi analoghi. Ho cominciato ad insegnare subito dopo la guerra. Le classi erano molto numerose. Capitava anche di avere bambini e bambine di età diverse.
Forse qualcuno di voi ha la brutta sensazione di lavorare come dopo un conflitto: in mezzo a macerie morali e culturali, a volte causate dal potente di turno – ce n’erano anche quando insegnavo io – che pensa di sistemare tutto con qualche provvedimento d’imperio. I vecchi contadini delle mie parti dicevano sempre che i potenti sono come la pioggia: se puoi, da essa, cerchi riparo; se no, te la prendi e cerchi di non ammalarti e, magari, di fare in modo che si trasformi in refrigerio e nutrimento per i tuoi fiori.
Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è questo: non sentitevi mai da sole e da soli! Prima di tutto ci sono i bambini e le bambine, che devono essere nonostante tutto al centro del vostro lavoro e che, vedrete, non finiranno mai di sorprendervi. Poi ci sono altre e altri che, come voi, si stanno chiedendo in giro per l’Italia quale sia ancora il senso di questo bellissimo mestiere. Capitò così anche a me, anche a noi. Cercammo colleghe e colleghi che si ponessero le nostre stesse domande e fu così che incontrammo Giuseppe Tamagnini, Giovanna Legatti, Bruno Ciari e altre e altri con i quali costruimmo il Movimento di Cooperazione Educativa. Poi ci sono anche i genitori e le zie e i nonni dei vostri alunni e delle vostre alunne, che possono darvi una mano, se saprete, anche insieme a loro, rendere la scuola un luogo accogliente e bello, in cui ciascuno abbia il piacere e la felicità di entrare e restare assieme ad altri.
Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese: che ha alla sua base un testo fondamentale e ricchissimo, la Costituzione, che può essere il vostro primo strumento di lavoro.
Siate orgogliosi dell’importanza del vostro mestiere e pretendete che esso venga riconosciuto per quel moltissimo che vale.
Un abbraccio grande.
venerdì 10 gennaio 2014
Verba volant (48): scatto...
Scatto, sost. m.
Questa parola - dal latino ex, ossia fuori, e captare, intensivo di capere, ossia prendere - ha indubbiamente un valore onomatopeico: infatti la parola riproduce in qualche modo il suono dell'azione. I più giovani dei miei lettori non possono ricordarlo, ma la grande maggioranza di voi ha fatto esperienza degli scatti di un telefono a gettone e può testimoniare che quando il gettone scendeva faceva proprio quel suono lì. Uno scatto.
Oggi però non è lo scatto di un archeologico telefono a essere balzato agli onori delle cronache, tanto da meritare una definizione in questo pur umile dizionario. Sono invece gli scatti allo stipendio degli insegnanti, prima concessi e poi frettolosamente ritirati; come noto nei prossimi mesi i lavoratori della scuola dovranno restituire il maltolto.
Ora mettiamo le mani avanti e anticipiamo le vostre facili ironie: noi dipendenti pubblici non scattiamo, mai; è contro la nostra natura.
Tornando al tema del giorno, questa repentina decisione del sedicente governo italiano ha provocato uno scatto d’ira, un moto di sdegno, non solo tra gli insegnanti - come era legittimo e doveroso aspettarsi - ma anche da altri.
Perfino un politico che ora va per la maggiore, già sindaco di una bella città del centro Italia, si è improvvisamente ricordato che esistono gli insegnanti e - dato che qualche suo consigliere gli ha spiegato che votano perfino - è andato in televisione - anche se l’ha fatto di malavoglia, vista la sua naturale ritrosia - per difendere i loro diritti. Naturalmente a questo qui, come a tutti gli altri che in queste ore hanno difeso gli scatti acquisiti degli insegnanti, poco importa della scuola, ma ogni occasione è buona per dare una stoccata a questo governo e quindi hanno usato anche gli insegnanti.
Il problema francamente - non me ne vogliano gli amici e le amiche insegnanti, siete un buon numero tra i miei lettori più fedeli - non è tanto quello degli scatti in sé. Naturalmente spero vi lascino quei quattro spiccioli, che si aggiungono a uno stipendio già inadeguato per un lavoro come il vostro.
Il problema vero è che già domani - al massimo dopodomani - finita la flebile eco della polemica di giornata, della scuola non importerà più nulla a nessuno. La scuola sparirà dai titoli dei giornali e dalle home page dei siti per tornare nel dimenticatoio in cui l’hanno relegata i nostri governi - tutti i nostri governi, di centrodestra e di centrosinistra - in questi anni. Abbiamo purtroppo assistito a una girandola di riforme e di controriforme, di cui abbiamo ormai perso il conto, nessuna delle quali ha migliorato davvero la scuola, la situazione è sempre peggiorata.
Alcune cose sulla mia idea di scuola, le ho scritte pochi giorni fa nella definizione di educare e non ci torno. Voglio solo dire che se andassi al governo - cosa che non succederà mai - la prima cosa che farei sarebbe quella di tornare a mettere l’aggettivo pubblica nel nome del ministero.
Comunque, passati gli scatti - che forse vi saranno perfino lasciati, cari amici insegnanti - continueremo a non parlare dello stato fatiscente di molti edifici scolastici, continueremo a non parlare del problema degli abbandoni - che in alcune zone d’Italia raggiunge picchi spaventosi - soprattutto continueremo a non parlare di un’istituzione che ha perso progressivamente il senso della propria missione civile.
Questo è avvenuto, nonostante il lavoro di molti di voi, ma anche per colpa di qualcuno di voi, che ha vissuto e vive la scuola in modo superficiale, lo considera un lavoro come un altro, che gli garantisce un magro stipendio, pochi problemi e parecchio tempo libero. Io sono un dipendente pubblico, orgoglioso di esserlo e della funzione pubblica del mio lavoro; mi arrabbio molto con ci addita genericamente come fannulloni, ma mi arrabbio anche perché i fannulloni ci sono, prendono lo stesso stipendio che prendo io e non fanno quello che dovrebbero fare. E questi ci sono anche tra i colleghi della scuola, magari sono anche quelli che oggi fanno più caciara perché hanno tolto loro gli scatti.
Il nostro paese - come ogni altro paese che vuol essere democratico - ha bisogno della scuola pubblica, di una scuola pubblica che funziona bene, con insegnanti preparati, che lavorano e ben retribuiti per il lavoro che fanno. In Italia siamo lontani da questo obiettivo, e infatti siamo sempre meno un paese democratico.
Servirebbe proprio uno scatto d’orgoglio.
Questa parola - dal latino ex, ossia fuori, e captare, intensivo di capere, ossia prendere - ha indubbiamente un valore onomatopeico: infatti la parola riproduce in qualche modo il suono dell'azione. I più giovani dei miei lettori non possono ricordarlo, ma la grande maggioranza di voi ha fatto esperienza degli scatti di un telefono a gettone e può testimoniare che quando il gettone scendeva faceva proprio quel suono lì. Uno scatto.
Oggi però non è lo scatto di un archeologico telefono a essere balzato agli onori delle cronache, tanto da meritare una definizione in questo pur umile dizionario. Sono invece gli scatti allo stipendio degli insegnanti, prima concessi e poi frettolosamente ritirati; come noto nei prossimi mesi i lavoratori della scuola dovranno restituire il maltolto.
Ora mettiamo le mani avanti e anticipiamo le vostre facili ironie: noi dipendenti pubblici non scattiamo, mai; è contro la nostra natura.
Tornando al tema del giorno, questa repentina decisione del sedicente governo italiano ha provocato uno scatto d’ira, un moto di sdegno, non solo tra gli insegnanti - come era legittimo e doveroso aspettarsi - ma anche da altri.
Perfino un politico che ora va per la maggiore, già sindaco di una bella città del centro Italia, si è improvvisamente ricordato che esistono gli insegnanti e - dato che qualche suo consigliere gli ha spiegato che votano perfino - è andato in televisione - anche se l’ha fatto di malavoglia, vista la sua naturale ritrosia - per difendere i loro diritti. Naturalmente a questo qui, come a tutti gli altri che in queste ore hanno difeso gli scatti acquisiti degli insegnanti, poco importa della scuola, ma ogni occasione è buona per dare una stoccata a questo governo e quindi hanno usato anche gli insegnanti.
Il problema francamente - non me ne vogliano gli amici e le amiche insegnanti, siete un buon numero tra i miei lettori più fedeli - non è tanto quello degli scatti in sé. Naturalmente spero vi lascino quei quattro spiccioli, che si aggiungono a uno stipendio già inadeguato per un lavoro come il vostro.
Il problema vero è che già domani - al massimo dopodomani - finita la flebile eco della polemica di giornata, della scuola non importerà più nulla a nessuno. La scuola sparirà dai titoli dei giornali e dalle home page dei siti per tornare nel dimenticatoio in cui l’hanno relegata i nostri governi - tutti i nostri governi, di centrodestra e di centrosinistra - in questi anni. Abbiamo purtroppo assistito a una girandola di riforme e di controriforme, di cui abbiamo ormai perso il conto, nessuna delle quali ha migliorato davvero la scuola, la situazione è sempre peggiorata.
Alcune cose sulla mia idea di scuola, le ho scritte pochi giorni fa nella definizione di educare e non ci torno. Voglio solo dire che se andassi al governo - cosa che non succederà mai - la prima cosa che farei sarebbe quella di tornare a mettere l’aggettivo pubblica nel nome del ministero.
Comunque, passati gli scatti - che forse vi saranno perfino lasciati, cari amici insegnanti - continueremo a non parlare dello stato fatiscente di molti edifici scolastici, continueremo a non parlare del problema degli abbandoni - che in alcune zone d’Italia raggiunge picchi spaventosi - soprattutto continueremo a non parlare di un’istituzione che ha perso progressivamente il senso della propria missione civile.
Questo è avvenuto, nonostante il lavoro di molti di voi, ma anche per colpa di qualcuno di voi, che ha vissuto e vive la scuola in modo superficiale, lo considera un lavoro come un altro, che gli garantisce un magro stipendio, pochi problemi e parecchio tempo libero. Io sono un dipendente pubblico, orgoglioso di esserlo e della funzione pubblica del mio lavoro; mi arrabbio molto con ci addita genericamente come fannulloni, ma mi arrabbio anche perché i fannulloni ci sono, prendono lo stesso stipendio che prendo io e non fanno quello che dovrebbero fare. E questi ci sono anche tra i colleghi della scuola, magari sono anche quelli che oggi fanno più caciara perché hanno tolto loro gli scatti.
Il nostro paese - come ogni altro paese che vuol essere democratico - ha bisogno della scuola pubblica, di una scuola pubblica che funziona bene, con insegnanti preparati, che lavorano e ben retribuiti per il lavoro che fanno. In Italia siamo lontani da questo obiettivo, e infatti siamo sempre meno un paese democratico.
Servirebbe proprio uno scatto d’orgoglio.
martedì 7 gennaio 2014
Verba volant (44): educare...
Educare, v. tr.
In questo caso l'etimologia è fondamentale. Il verbo latino è composto dalla particella e che significa da, fuori, e dal verbo ducare, ossia condurre; quindi educare è, secondo la sempre efficace definizione del maestro di etimologia Ottorino Pianigiani
Al di là di questi temi, credo che queste parole del papa abbiano anche un significato per così dire "laico". Personalmente ho trovato una certa affinità - mi si perdoni l’immodestia - tra quello che ha detto Bergoglio e quello che ho scritto qualche giorno fa sulle virtù artigiane della politica, nella definizione di laboratorio.
Penso anch'io che nell'educazione e nella formazione bisognerebbe applicare queste stesse virtù artigiane. In questi anni invece gli esperti ci hanno spiegato che la scuola deve funzionare come un’azienda, che lo spirito manageriale è quello che si richiede a insegnanti e formatori. Credo invece che nella scuola ci sia bisogno di più "artigiani" e di meno manager: farei partire da qui una futuribile riforma della scuola, affinché la formazione non sia poliziesca, ma non sia neppure standardizzata, come oggi troppe volte capita di vedere.
Tra l’altro questi concetti hanno, a mio avviso, un forte richiamo "classico", nella cultura dell'antica Grecia e in particolare nel pensiero politico di uomini come il sofista Protagora di Abdera, a cui ho dedicato questo blog. Tra l'altro il sofista era prima di tutto un artigiano della parola, uno capace di usare le parole e capace di insegnare questa abilità agli altri.
Per Protagora lo stato è qualcosa di essenziale alla vita degli uomini, senza di esso la razza umana sarebbe condannata all’estinzione, uccisa dagli altri, ben più forti, esseri viventi: il possedere l'arte politica è proprio di tutti i cittadini. L’arte politica non è un dono di natura e nemmeno del caso, come l’essere brutti o l’essere alti, ma è qualcosa che può essere acquisito e soprattutto può essere migliorato. Ovviamente anche se tutti gli uomini possiedono l'arte politica, ciascuno la possiede a un grado diverso: compito del sofista è allora quello di
Nasce qui la scuola per tutti. Qualcosa a cui non vogliamo rinunciare.
In questo caso l'etimologia è fondamentale. Il verbo latino è composto dalla particella e che significa da, fuori, e dal verbo ducare, ossia condurre; quindi educare è, secondo la sempre efficace definizione del maestro di etimologia Ottorino Pianigiani
condur fuori l'uomo dai difetti originali della rozza natura, instillando abiti di moralità e di buona creanza.Ho deciso di scrivere questa definizione perché ho letto ieri una frase di papa Francesco che mi è piaciuta molto e che mi ha colpito.
La formazione è un'opera artigianale, non poliziesca. Dobbiamo formare il cuore. Altrimenti formiamo piccoli mostri.Chiaramente il papa con questa riflessione ha voluto prima di tutto mandare un messaggio diretto - e senza ambiguità curiali - ai suoi sottoposti, perché evidentemente egli sa che c’è ancora qualcuno che usa metodi educativi che potremmo definire datati. Francesco si riferisce in particolare all'educazione dei religiosi, anche perché ha denunciato nello stesso contesto il fenomeno della tratta delle novizie, che è qualcosa che ci ricorda la manzoniana monaca di Monza, ma che è purtroppo attuale in alcune parti del mondo.
Al di là di questi temi, credo che queste parole del papa abbiano anche un significato per così dire "laico". Personalmente ho trovato una certa affinità - mi si perdoni l’immodestia - tra quello che ha detto Bergoglio e quello che ho scritto qualche giorno fa sulle virtù artigiane della politica, nella definizione di laboratorio.
Penso anch'io che nell'educazione e nella formazione bisognerebbe applicare queste stesse virtù artigiane. In questi anni invece gli esperti ci hanno spiegato che la scuola deve funzionare come un’azienda, che lo spirito manageriale è quello che si richiede a insegnanti e formatori. Credo invece che nella scuola ci sia bisogno di più "artigiani" e di meno manager: farei partire da qui una futuribile riforma della scuola, affinché la formazione non sia poliziesca, ma non sia neppure standardizzata, come oggi troppe volte capita di vedere.
Tra l’altro questi concetti hanno, a mio avviso, un forte richiamo "classico", nella cultura dell'antica Grecia e in particolare nel pensiero politico di uomini come il sofista Protagora di Abdera, a cui ho dedicato questo blog. Tra l'altro il sofista era prima di tutto un artigiano della parola, uno capace di usare le parole e capace di insegnare questa abilità agli altri.
Per Protagora lo stato è qualcosa di essenziale alla vita degli uomini, senza di esso la razza umana sarebbe condannata all’estinzione, uccisa dagli altri, ben più forti, esseri viventi: il possedere l'arte politica è proprio di tutti i cittadini. L’arte politica non è un dono di natura e nemmeno del caso, come l’essere brutti o l’essere alti, ma è qualcosa che può essere acquisito e soprattutto può essere migliorato. Ovviamente anche se tutti gli uomini possiedono l'arte politica, ciascuno la possiede a un grado diverso: compito del sofista è allora quello di
aiutare chiunque, a diventare buono e virtuoso più di tutti gli altri.La parola chiave della sua filosofia politica è educazione. E infatti il suo interesse si sposta sulle forme di educazione, perché qualunque giovane, ricco o povero, nobile o plebeo, può essere educato a essere un cittadino.
Nasce qui la scuola per tutti. Qualcosa a cui non vogliamo rinunciare.
mercoledì 15 maggio 2013
Considerazioni libere (362): a proposito di un referendum e di scuole materne...
Se vivessi a Bologna, il prossimo 26 maggio voterei convintamente "A".
Per chi è di Bologna, non servono particolari spiegazioni: sapete di cosa si tratta e probabilmente, leggendo più o meno regolarmente queste "considerazioni", non vi stupirete di questa mia scelta. Per chi non è bolognese - ossia la gran maggioranza di voi, cari sparuti lettori - qualche informazione in più è doverosa. Il prossimo 26 maggio, mentre qui a Salsomaggiore voteremo per eleggere sindaco e consiglio comunale, i cittadini di Bologna saranno chiamati ad esprimersi su un referendum consultivo che, partito in sordina e confinato nel dibattito strettamente cittadino, è riuscito a ritagliarsi una qualche rilevanza nazionale. Questo referendum è stato promosso da alcuni partiti della sinistra, da una parte del sindacato e da alcune associazioni cittadine con l'obiettivo di interrompere il finanziamento comunale alle scuole materne paritarie. Per capire meglio la questione, bisogna fare un passo indietro. All'inizio degli anni novanta a Bologna e in molte altre realtà emiliano-romagnole le amministrazioni comunali del centrosinistra decisero di includere alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, in questo modo anche queste scuole potevano accedere ai finanziamenti regionali e comunali. In particolare il Comune di Bologna stipulò un accordo con la Fism, ossia la federazione delle scuole materne cattoliche, garantendo la convenzione per cinquanta classi, che in questi anni sono diventate più di settanta. Nel 2000 il sistema scolastico integrato - come si cominciò a chiamare - fu sancito a livello legislativo dal governo di centrosinistra. Oggettivamente questa decisione fu uno degli elementi che sancì, a livello locale prima e poi a quello nazionale, l'alleanza organica tra la sinistra riformista, erede del Pci, e una parte del cattolicesimo democratico italiano, in particolare quello che fino ad allora aveva fatto riferimento alla sinistra Dc. Non a caso questa esperienza si concretizzò a Bologna, la città di Romano Prodi. Quell'intesa, come noto, portò diversi frutti, alcuni buoni, altri marciti ancora prima di essere colti: fuor di metafora, l'Ulivo e il Pd.
I fronti si sono rapidamente definiti. Si è costituito il Comitato art. 33, che ha promosso la raccolta delle firme e sta gestendo in queste settimane la campagna elettorale. A sostenere l'opzione "A", ossia la fine dei finanziamenti, ci sono Sel, Rifondazione, quello che rimane dell'ex-partito di Antonio Di Pietro, la Fiom e la Flc, le chiese protestanti, associazioni varie e molti "sinistri sparsi"; e c'è anche il Movimento Cinque stelle. Nei giorni scorsi Stefano Rodotà ha scritto un breve articolo per sostenere le ragioni del referendum e del voto "A", richiamandosi in maniera inequivocabile ai principi costituzionali; ve ne consiglio naturalmente la lettura. A sostegno dell'opzione "B", ossia per il mantenimento dei finanziamenti, c'è uno schieramento decisamente maggioritario: il Comune ovviamente, l'ex-Pd - che in quella città, nonostante tutto, continua a essere forte - i partiti del centrodestra, la chiesa bolognese - al cui fianco è intervenuto anche il cardinal Bagnasco - i giornali cittadini, i sindacati - la Cisl in particolare è scatenata - Confindustria e le associzioni di categoria, Comunione e liberazione e tutto il mondo dell'associzionismo cattolico. Come è evidente si tratta, a parte la Cgil - che sulla questione cerca di barcamenarsi con scarso successo - del partito delle "larghe intese", ossia del vasto schieramento che sostiene il secondo governo Napolitano-Draghi. Il sindaco Merola stupidamente ha detto che il voto è un referendum sul Pd. E infatti il cattolico Prodi non si è ancora pronunciato; la cosa non stupisce chi sa quanto sia rancoroso e vendicativo l'uomo, che non è certo disposto a dimenticare lo "sgarro" della mancata elezione al Quirinale. La campagna per il "B" è un misto di opportunismo - molti si sono schierati così, perché così dice il partito che garantisce loro "il pane e le rose" - di buone intenzioni - qualche amico è sincero, conosce e ama davvero la scuola bolognese - di spirito di crociata. Al di là di queste note di colore, io avevo maturato la mia posizione già da qualche tempo, ma naturalmente la dichiarazione del sindaco mi ha tolto ogni dubbio: voterei contro l'ex-Pd anche in una riunione di condominio.
Al di là della mia posizione schiettamente politica anti-Napolitano, anti-Pd, anti-larghe intese, provo a motivare le ragioni della mia scelta, che nascono anche dalla mia personale esperienza politica, per quanto datata. Credo infatti che faccia un cattivo servizio - da ambo le parti - chi antepone le proprie convinzioni politiche e la polemica sull'attualità al merito della questione: al di là della tema costituzionale posto da Rodotà - che è sacrosanto a prescindere - provo a partire dai bambini e dai loro diritti. Io all'inizio degli anni Novanta facevo l'assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Granarolo e il tema lì non si poneva, perché non c'erano scuole materne private e soprattutto perché il pubblico riusciva a soddisfare completamente la richiesta delle famiglie: sostanzialmente tutti i bambini in età potevano frequentare la scuola materna pubblica. Anzi nel mio comune di allora il problema era un po' diverso, perché c'erano quattro sezioni di scuola materna comunale e due sezioni di scuola materna statale, a cui se ne aggiunse una terza proprio nell'anno in cui divenni assessore. Da noi la discussione verteva piuttosto sull'opportunità di passare allo stato anche le nostre sezioni di scuola materna, perché era effettivamente pesante per un Comune di quelle dimensioni mantenere un servizio di quel genere. C'erano resistenze sia da parte del personale, che nel passaggio ci avrebbe un po' rimesso, sia soprattutto da parte delle famiglie, perché oggettivamente l'offerta educativa della scuola comunale era migliore di quella della statale, prima di tutto per il valore delle insegnanti, ma anche per una serie di scelte che erano state fatte negli anni. Ricordo che queste strutture erano nate, insieme agli asili nido, all'inizio degli anni Settanta, in una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali; probabilmente questi servizi, insieme alla legge Basaglia, sono il frutto più solido e positivo di quella stagione di riforme. Per chi ci lavorava, ma anche per noi che facevamo gli amministratori - e in quel momento anche per le famiglie - c'era un elemento imprescindibile: asilo nido e scuola materna erano a tutti gli effetti "scuole" e come tali dovevano essere gestite. Ad esempio il Comune di Granarolo - ma cosa analoga avveniva in altre realtà, più grandi e più piccole - si avvaleva del lavoro di una coordinatrice pedagogica, cosa che non avveniva nella materna statale; successivamente, grazie ad un accordo con la direzione didattica - allora si chiamava così - il Comune, mettendoci proprie risorse, fece in modo che la coordinatrice comunale intervenisse anche nella programmazione della statale e le cose un po' migliorarono, almeno perché così c'era maggior uniformità nell'offerta pedagogica, ma le resistenze erano ancora forti da parte di quel personale.
Al di là della specifica vicenda di Granarolo, la logica che stava dietro al sistema integrato aveva dei punti che allora condividevo. Il pubblico - ossia l'amministrazione statale e i comuni - non riusciva da solo a garantire la creazione di nuove scuole materne, infatti sarebbero servite molte risorse per costruirne di nuove e per assumere nuovo personale; sul territorio esistevano già altre scuole materne, private, legate alle parrocchie, con strutture e personale, più o meno adeguati, in alcuni casi anche di buon livello. C'era poi un altro dato di fatto; per molte famiglie la scelta della scuola materna confessionale non era legata a una scelta educativa e religiosa - personalmente ho conosciuto pochissime famiglie che preferivano scuole confessionali a quelle pubbliche, anche quando il problema non era di natura economica, ossia quando potevano permettersi di pagare rette più alte rispetto a quelle della scuola pubblica - statale e comunale - che era comunque gratuita. Molti sceglievano la scuola paritaria semplicemente perché non c'era posto alla statale. Quindi il problema si spostava sul diritto dei bambini - e delle bambine ovviamente - di aver garantito un servizio il più possibile omogeneo e di qualità. In quella logica il finanziamento pubblico alle scuole private non era un semplice contributo, a "fondo perduto", ma veniva erogato nel momento in cui quella scuola, privata e confessionale, accettava di essere parte di quel sistema, ad esempio da un punto di vista pedagogico, pur mantenendo la propria identità culturale. Un aspetto importante, ad esempio, riguardava l'integrazione dei bambini stranieri, in un momento in cui il nostro territorio passava da un'immigrazione fatta di soli uomini a una composta di famiglie: non era infrequente che il figlio di una famiglia musulmana frequentasse una scuola materna cattolica e bisognava trovare la soluzione, pedagogica e culturale, al problema. In sostanza il sistema delle scuole materne, complessivamente inteso, doveva rafforzarsi e questo sarebbe stato un vantaggio per tutti i bambini. Questo sistema però presupponeva che l'elemento forte, trainante, dovesse essere comunque la scuola pubblica, con i suoi valori costituzionali ed educativi. Purtroppo non è quello che è avvenuto in questi anni e quel processo non è stato governato in questo modo. Anni di martellamento sul concetto che "privato è bene, pubblico è male" non sono passati invano, le scuole pubbliche, specialmente quelle rivolte all'infanzia, hanno goduto di sempre meno attenzione politica e di sempre minori finanziamenti. Gli asili nido e le scuole materne sono considerate sempre meno scuole e sempre più servizi sociali: è proprio l'opposto - come ho cercato di spiegare - dell'impostazione iniziale, per la quale altri hanno lottato e alcuni di noi hanno lavorato.
Mi pare che il ragionamento di chi propone il referendum parta da questo punto: mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi disponibili alla scuola pubblica? E questo deve necessariamente portarsi dietro una riflessione complessiva sul modello di scuola che vogliamo e di cui ha bisogno la nostra società. Io con questo spirito vorrei votare "A" domenica 26, consapevole però che sarebbe soltanto l'inizio di un cammino lungo e complicato. Per come la vedo io, questo referendum, al di là delle polemiche politiche di lunedì 27 su chi avrà vinto e chi avrà perso, e perfino al di là dei destini irrilevanti di Merola e del partito mal nato, dovrebbe servire a porre il tema della scuola all'attenzione del dibattito politico e sociale. Su questo purtroppo sono pessimista.
Per chi è di Bologna, non servono particolari spiegazioni: sapete di cosa si tratta e probabilmente, leggendo più o meno regolarmente queste "considerazioni", non vi stupirete di questa mia scelta. Per chi non è bolognese - ossia la gran maggioranza di voi, cari sparuti lettori - qualche informazione in più è doverosa. Il prossimo 26 maggio, mentre qui a Salsomaggiore voteremo per eleggere sindaco e consiglio comunale, i cittadini di Bologna saranno chiamati ad esprimersi su un referendum consultivo che, partito in sordina e confinato nel dibattito strettamente cittadino, è riuscito a ritagliarsi una qualche rilevanza nazionale. Questo referendum è stato promosso da alcuni partiti della sinistra, da una parte del sindacato e da alcune associazioni cittadine con l'obiettivo di interrompere il finanziamento comunale alle scuole materne paritarie. Per capire meglio la questione, bisogna fare un passo indietro. All'inizio degli anni novanta a Bologna e in molte altre realtà emiliano-romagnole le amministrazioni comunali del centrosinistra decisero di includere alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, in questo modo anche queste scuole potevano accedere ai finanziamenti regionali e comunali. In particolare il Comune di Bologna stipulò un accordo con la Fism, ossia la federazione delle scuole materne cattoliche, garantendo la convenzione per cinquanta classi, che in questi anni sono diventate più di settanta. Nel 2000 il sistema scolastico integrato - come si cominciò a chiamare - fu sancito a livello legislativo dal governo di centrosinistra. Oggettivamente questa decisione fu uno degli elementi che sancì, a livello locale prima e poi a quello nazionale, l'alleanza organica tra la sinistra riformista, erede del Pci, e una parte del cattolicesimo democratico italiano, in particolare quello che fino ad allora aveva fatto riferimento alla sinistra Dc. Non a caso questa esperienza si concretizzò a Bologna, la città di Romano Prodi. Quell'intesa, come noto, portò diversi frutti, alcuni buoni, altri marciti ancora prima di essere colti: fuor di metafora, l'Ulivo e il Pd.
I fronti si sono rapidamente definiti. Si è costituito il Comitato art. 33, che ha promosso la raccolta delle firme e sta gestendo in queste settimane la campagna elettorale. A sostenere l'opzione "A", ossia la fine dei finanziamenti, ci sono Sel, Rifondazione, quello che rimane dell'ex-partito di Antonio Di Pietro, la Fiom e la Flc, le chiese protestanti, associazioni varie e molti "sinistri sparsi"; e c'è anche il Movimento Cinque stelle. Nei giorni scorsi Stefano Rodotà ha scritto un breve articolo per sostenere le ragioni del referendum e del voto "A", richiamandosi in maniera inequivocabile ai principi costituzionali; ve ne consiglio naturalmente la lettura. A sostegno dell'opzione "B", ossia per il mantenimento dei finanziamenti, c'è uno schieramento decisamente maggioritario: il Comune ovviamente, l'ex-Pd - che in quella città, nonostante tutto, continua a essere forte - i partiti del centrodestra, la chiesa bolognese - al cui fianco è intervenuto anche il cardinal Bagnasco - i giornali cittadini, i sindacati - la Cisl in particolare è scatenata - Confindustria e le associzioni di categoria, Comunione e liberazione e tutto il mondo dell'associzionismo cattolico. Come è evidente si tratta, a parte la Cgil - che sulla questione cerca di barcamenarsi con scarso successo - del partito delle "larghe intese", ossia del vasto schieramento che sostiene il secondo governo Napolitano-Draghi. Il sindaco Merola stupidamente ha detto che il voto è un referendum sul Pd. E infatti il cattolico Prodi non si è ancora pronunciato; la cosa non stupisce chi sa quanto sia rancoroso e vendicativo l'uomo, che non è certo disposto a dimenticare lo "sgarro" della mancata elezione al Quirinale. La campagna per il "B" è un misto di opportunismo - molti si sono schierati così, perché così dice il partito che garantisce loro "il pane e le rose" - di buone intenzioni - qualche amico è sincero, conosce e ama davvero la scuola bolognese - di spirito di crociata. Al di là di queste note di colore, io avevo maturato la mia posizione già da qualche tempo, ma naturalmente la dichiarazione del sindaco mi ha tolto ogni dubbio: voterei contro l'ex-Pd anche in una riunione di condominio.
Al di là della mia posizione schiettamente politica anti-Napolitano, anti-Pd, anti-larghe intese, provo a motivare le ragioni della mia scelta, che nascono anche dalla mia personale esperienza politica, per quanto datata. Credo infatti che faccia un cattivo servizio - da ambo le parti - chi antepone le proprie convinzioni politiche e la polemica sull'attualità al merito della questione: al di là della tema costituzionale posto da Rodotà - che è sacrosanto a prescindere - provo a partire dai bambini e dai loro diritti. Io all'inizio degli anni Novanta facevo l'assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Granarolo e il tema lì non si poneva, perché non c'erano scuole materne private e soprattutto perché il pubblico riusciva a soddisfare completamente la richiesta delle famiglie: sostanzialmente tutti i bambini in età potevano frequentare la scuola materna pubblica. Anzi nel mio comune di allora il problema era un po' diverso, perché c'erano quattro sezioni di scuola materna comunale e due sezioni di scuola materna statale, a cui se ne aggiunse una terza proprio nell'anno in cui divenni assessore. Da noi la discussione verteva piuttosto sull'opportunità di passare allo stato anche le nostre sezioni di scuola materna, perché era effettivamente pesante per un Comune di quelle dimensioni mantenere un servizio di quel genere. C'erano resistenze sia da parte del personale, che nel passaggio ci avrebbe un po' rimesso, sia soprattutto da parte delle famiglie, perché oggettivamente l'offerta educativa della scuola comunale era migliore di quella della statale, prima di tutto per il valore delle insegnanti, ma anche per una serie di scelte che erano state fatte negli anni. Ricordo che queste strutture erano nate, insieme agli asili nido, all'inizio degli anni Settanta, in una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali; probabilmente questi servizi, insieme alla legge Basaglia, sono il frutto più solido e positivo di quella stagione di riforme. Per chi ci lavorava, ma anche per noi che facevamo gli amministratori - e in quel momento anche per le famiglie - c'era un elemento imprescindibile: asilo nido e scuola materna erano a tutti gli effetti "scuole" e come tali dovevano essere gestite. Ad esempio il Comune di Granarolo - ma cosa analoga avveniva in altre realtà, più grandi e più piccole - si avvaleva del lavoro di una coordinatrice pedagogica, cosa che non avveniva nella materna statale; successivamente, grazie ad un accordo con la direzione didattica - allora si chiamava così - il Comune, mettendoci proprie risorse, fece in modo che la coordinatrice comunale intervenisse anche nella programmazione della statale e le cose un po' migliorarono, almeno perché così c'era maggior uniformità nell'offerta pedagogica, ma le resistenze erano ancora forti da parte di quel personale.
Al di là della specifica vicenda di Granarolo, la logica che stava dietro al sistema integrato aveva dei punti che allora condividevo. Il pubblico - ossia l'amministrazione statale e i comuni - non riusciva da solo a garantire la creazione di nuove scuole materne, infatti sarebbero servite molte risorse per costruirne di nuove e per assumere nuovo personale; sul territorio esistevano già altre scuole materne, private, legate alle parrocchie, con strutture e personale, più o meno adeguati, in alcuni casi anche di buon livello. C'era poi un altro dato di fatto; per molte famiglie la scelta della scuola materna confessionale non era legata a una scelta educativa e religiosa - personalmente ho conosciuto pochissime famiglie che preferivano scuole confessionali a quelle pubbliche, anche quando il problema non era di natura economica, ossia quando potevano permettersi di pagare rette più alte rispetto a quelle della scuola pubblica - statale e comunale - che era comunque gratuita. Molti sceglievano la scuola paritaria semplicemente perché non c'era posto alla statale. Quindi il problema si spostava sul diritto dei bambini - e delle bambine ovviamente - di aver garantito un servizio il più possibile omogeneo e di qualità. In quella logica il finanziamento pubblico alle scuole private non era un semplice contributo, a "fondo perduto", ma veniva erogato nel momento in cui quella scuola, privata e confessionale, accettava di essere parte di quel sistema, ad esempio da un punto di vista pedagogico, pur mantenendo la propria identità culturale. Un aspetto importante, ad esempio, riguardava l'integrazione dei bambini stranieri, in un momento in cui il nostro territorio passava da un'immigrazione fatta di soli uomini a una composta di famiglie: non era infrequente che il figlio di una famiglia musulmana frequentasse una scuola materna cattolica e bisognava trovare la soluzione, pedagogica e culturale, al problema. In sostanza il sistema delle scuole materne, complessivamente inteso, doveva rafforzarsi e questo sarebbe stato un vantaggio per tutti i bambini. Questo sistema però presupponeva che l'elemento forte, trainante, dovesse essere comunque la scuola pubblica, con i suoi valori costituzionali ed educativi. Purtroppo non è quello che è avvenuto in questi anni e quel processo non è stato governato in questo modo. Anni di martellamento sul concetto che "privato è bene, pubblico è male" non sono passati invano, le scuole pubbliche, specialmente quelle rivolte all'infanzia, hanno goduto di sempre meno attenzione politica e di sempre minori finanziamenti. Gli asili nido e le scuole materne sono considerate sempre meno scuole e sempre più servizi sociali: è proprio l'opposto - come ho cercato di spiegare - dell'impostazione iniziale, per la quale altri hanno lottato e alcuni di noi hanno lavorato.
Mi pare che il ragionamento di chi propone il referendum parta da questo punto: mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi disponibili alla scuola pubblica? E questo deve necessariamente portarsi dietro una riflessione complessiva sul modello di scuola che vogliamo e di cui ha bisogno la nostra società. Io con questo spirito vorrei votare "A" domenica 26, consapevole però che sarebbe soltanto l'inizio di un cammino lungo e complicato. Per come la vedo io, questo referendum, al di là delle polemiche politiche di lunedì 27 su chi avrà vinto e chi avrà perso, e perfino al di là dei destini irrilevanti di Merola e del partito mal nato, dovrebbe servire a porre il tema della scuola all'attenzione del dibattito politico e sociale. Su questo purtroppo sono pessimista.
martedì 18 dicembre 2012
Considerazioni libere (326): a proposito di concorsi...
Ho partecipato ai miei primi concorsi pubblici tra il '97 e il '98, subito dopo aver finito l'università. Gli altri partecipanti erano più o meno miei coetanei; io forse contribuivo ad alzare un po' la media, visto che mi ero laureato con "comodo". Nell'estate del '99 - quindi a 29 anni, avendo davanti anni molto produttivi - avrei potuto iniziare a lavorare in un Comune, ma rifiutai perché intanto avevo cominciato a fare un altro mestiere. Sono tornato a fare concorsi tra il 2009 e il 2010, più di dieci anni dopo le mie prime esperienze concorsuali. Con mia sorpresa, mi sono ritrovato ancora una volta tra coetanei, una masnada di "ex-giovani", in genere sposati, molti già con prole; anzi in questa nuova tornata ero tra i meno "vecchi" del gruppo. Ho ricominciato a lavorare in un Comune nel 2011; certamente a poco più di 40 anni sono ancora giovane e, grazie alle riforme del sistema previdenziale che si sono via via succedute, per me e per quelli della mia generazione l'orizzonte della pensione si è progressivamente allontanato - se non è già decisamente sfumato - eppure penso di essere, rispetto a dieci anni fa, un po' meno capace di apprendere cose nuove, in un momento in cui nella pubblica amministrazione questo è un elemento essenziale. L'esperienza è certamente importante, così come quella capacità di smussare gli angoli che si acquista con il passare degli anni, ma penso che lo sia altrettanto la freschezza dell'apprendimento e anche una certa irruenza e il desiderio di cambiare le cose che sono più tipiche di un giovane.
Al di là di queste note personali, in quei mesi di concorsi mi ha colpito questo brusco alzarsi dell'età media, che ho interpretato come un elemento negativo, il segnale che la crisi si stava estendendo e stava colpendo sempre più duramente la mia generazione. Mi ha colpito anche il fatto che molti, come me, erano disposti a spostarsi parecchio pur di riuscire a lavorare e naturalmente questo spostamento è tanto più un sacrificio se si ha una famiglia. Un altro segnale della crisi incombente, oltre all'età media dei partecipanti, è stato anche notare i titoli di studio dei concorrenti: nell'autunno del 2010, a Firenze, per un posto di categoria B, ci ritrovammo in tantissimi ed eravamo quasi tutti laureati.
Ho ripensato a questa mia esperienza e a queste personalissime constatazioni empiriche, leggendo che l'età media delle persone che hanno partecipato al concorso della scuola è 38 anni. Al di là di quello che avviene in questi giorni nel panorama politico - che francamente non presenta molte novità - credo che questo concorso sia il fatto più importante di questi giorni in Italia. Spesso ci sentiamo ripetere discorsi altisonanti sull'importanza della scuola: è certamente vero, purtroppo a queste dichiarazioni di principio non seguono i fatti. Gli articoli dei principali organi di informazione trattano del concorso della scuola come di un fenomeno di colore. Oggi ad esempio leggo sul Corriere che ha partecipato anche la moglie di Renzi, superando la prova selettiva; francamente non me ne importa nulla. Così come mi paiono poco rilevanti gli immancabili servizi su calciatori e miss che fanno l'esame di maturità.
Io non amo molto la retorica giovanilistica, non mi iscrivo al partito dei "rottamatori" - peraltro questa retorica si accompagna spesso al persistere della peggior gerontocrazia - ma penso che questo stato di fatto faccia perdere almeno dieci anni alla nostra società. Non sarebbe meglio che nella scuola e nella pubblica amministrazione ci fosse un'iniezione massiccia di persone di 30 anni piuttosto che di 40, come sta avvenendo ora? Perdere questi dieci anni di energia, di competenze, di gioventù non dovrebbe essere considerato uno scandalo da tutti? Poi so bene che questo concorso serve anche a dare una soluzione - lo speriamo vivamente - a una parte di quelle persone che da anni lavorano già nella scuola e che sono precari, ma credo comunque che una riflessione su questo tema andrebbe fatta. Pensate solo alla consuetudine con le nuove tecnologie: noi, anche se ci siamo adattati al nuovo mondo delle rete, non possiamo certo essere considerati dei "nativi digitali". I nostri figli, quelli che adesso cominciano la scuola, lo sono e sarebbe meglio che lo fossero anche i loro insegnanti, o almeno una parte di loro. Una riflessione sulla scuola deve partire prima di tutto dalla sua risorsa più importante, ossia gli insegnanti, ma mi pare che questo tema non sia all'ordine del giorno.
C'è poi un altro tema su cui mi piacerebbe che si aprisse un confronto. Capisco che per selezionare tante persone sia necessario trovare qualche sistema efficace e rapido e devo ammettere che sono rimasto piacevolmente stupito che il ministero sia riuscito a mettere in piedi un sistema come questo che sembra quasi quello di un normale paese occidentale. Ma siamo sicuri che i quiz siano il sistema giusto per selezionare i futuri insegnanti? Io non ne sono affatto sicuro. Certo chi risponde correttamente a cinquanta domande in cinquanta minuti dimostra una serie di qualità notevoli, una mente elastica, una capacità di cogliere al volo una questione, una certa trasversalità di competenze, una buona memoria, ma siamo certi che tutto questo basti a farne un insegnante capace? Naturalmente non esiste una ricetta del buon insegnante. Sappiamo che alcune persone che già insegnano non sono riuscite a superare questa prima fase. Un terzo dei partecipanti non è riuscito a passare: sono tutti inadatti all'insegnamento? O è il sistema incapace di selezionare le persone giuste? Francamente non lo so, ma temo che non lo sappiano molti altri.
Al di là di queste note personali, in quei mesi di concorsi mi ha colpito questo brusco alzarsi dell'età media, che ho interpretato come un elemento negativo, il segnale che la crisi si stava estendendo e stava colpendo sempre più duramente la mia generazione. Mi ha colpito anche il fatto che molti, come me, erano disposti a spostarsi parecchio pur di riuscire a lavorare e naturalmente questo spostamento è tanto più un sacrificio se si ha una famiglia. Un altro segnale della crisi incombente, oltre all'età media dei partecipanti, è stato anche notare i titoli di studio dei concorrenti: nell'autunno del 2010, a Firenze, per un posto di categoria B, ci ritrovammo in tantissimi ed eravamo quasi tutti laureati.
Ho ripensato a questa mia esperienza e a queste personalissime constatazioni empiriche, leggendo che l'età media delle persone che hanno partecipato al concorso della scuola è 38 anni. Al di là di quello che avviene in questi giorni nel panorama politico - che francamente non presenta molte novità - credo che questo concorso sia il fatto più importante di questi giorni in Italia. Spesso ci sentiamo ripetere discorsi altisonanti sull'importanza della scuola: è certamente vero, purtroppo a queste dichiarazioni di principio non seguono i fatti. Gli articoli dei principali organi di informazione trattano del concorso della scuola come di un fenomeno di colore. Oggi ad esempio leggo sul Corriere che ha partecipato anche la moglie di Renzi, superando la prova selettiva; francamente non me ne importa nulla. Così come mi paiono poco rilevanti gli immancabili servizi su calciatori e miss che fanno l'esame di maturità.
Io non amo molto la retorica giovanilistica, non mi iscrivo al partito dei "rottamatori" - peraltro questa retorica si accompagna spesso al persistere della peggior gerontocrazia - ma penso che questo stato di fatto faccia perdere almeno dieci anni alla nostra società. Non sarebbe meglio che nella scuola e nella pubblica amministrazione ci fosse un'iniezione massiccia di persone di 30 anni piuttosto che di 40, come sta avvenendo ora? Perdere questi dieci anni di energia, di competenze, di gioventù non dovrebbe essere considerato uno scandalo da tutti? Poi so bene che questo concorso serve anche a dare una soluzione - lo speriamo vivamente - a una parte di quelle persone che da anni lavorano già nella scuola e che sono precari, ma credo comunque che una riflessione su questo tema andrebbe fatta. Pensate solo alla consuetudine con le nuove tecnologie: noi, anche se ci siamo adattati al nuovo mondo delle rete, non possiamo certo essere considerati dei "nativi digitali". I nostri figli, quelli che adesso cominciano la scuola, lo sono e sarebbe meglio che lo fossero anche i loro insegnanti, o almeno una parte di loro. Una riflessione sulla scuola deve partire prima di tutto dalla sua risorsa più importante, ossia gli insegnanti, ma mi pare che questo tema non sia all'ordine del giorno.
C'è poi un altro tema su cui mi piacerebbe che si aprisse un confronto. Capisco che per selezionare tante persone sia necessario trovare qualche sistema efficace e rapido e devo ammettere che sono rimasto piacevolmente stupito che il ministero sia riuscito a mettere in piedi un sistema come questo che sembra quasi quello di un normale paese occidentale. Ma siamo sicuri che i quiz siano il sistema giusto per selezionare i futuri insegnanti? Io non ne sono affatto sicuro. Certo chi risponde correttamente a cinquanta domande in cinquanta minuti dimostra una serie di qualità notevoli, una mente elastica, una capacità di cogliere al volo una questione, una certa trasversalità di competenze, una buona memoria, ma siamo certi che tutto questo basti a farne un insegnante capace? Naturalmente non esiste una ricetta del buon insegnante. Sappiamo che alcune persone che già insegnano non sono riuscite a superare questa prima fase. Un terzo dei partecipanti non è riuscito a passare: sono tutti inadatti all'insegnamento? O è il sistema incapace di selezionare le persone giuste? Francamente non lo so, ma temo che non lo sappiano molti altri.
sabato 14 maggio 2011
Considerazioni libere (230): a proposito di scuole, di test, di pagelle...
Ammetto che sto per scrivere questa "considerazione" sui test Invalsi e sulla protesta che ha suscitato nel mondo della scuola la loro introduzione, senza avere una conoscenza approfondita della materia. Più o meno come la gran parte degli autorevoli commentatori - con poche lodevoli eccezioni - che ne scrivono sui giornali; io almeno ho l'attenuante - di cui mi avvalgo fin d'ora - che queste righe rimangono sostanzialmente clandestine, circoscritte nell'ambito dello stretto numero di lettrici e di lettori, che mi segue con affetto. E di questo affetto abuso, ogni tanto, per scrivere cose un po' meno meditate.
Non ho figli né nipoti e quindi la mia conoscenza della scuola risale a quando l'ho frequentata io, diverso tempo fa. Ho cominciato le elementari nel '76 - l'ultima volta in cui l'anno scolastico è cominciato in tutta Italia il 1 ottobre - e ho dato la maturità nell'89, un anno importante per me e soprattutto per il mondo. Negli anni successivi, per qualche tempo, mi sono occupato di pubblica istruzione, ma applicandomi per lo più all'educazione della prima infanzia, all'integrazione dei bambini portatori di handicap, all'edilizia scolastica, cose di cui deve occuparsi un amministratore comunale. Il mio approccio alla scuola, fatte queste premesse, è, per forza di cose, datato.
Nella mia carriera scolastica ho scritto moltissimi temi, anzi ho scritto soltanto temi, dai resoconti delle gite alle elementari, quelle da cui si tornava immancabilmente "stanchi, ma felici", al tema della maturità, per illustrare luci e ombre dell'età giolittiana. Dall'89 non ho più scritto un tema in vita mia. Eppure ho scritto tanto; ho scritto una tesi, articoli per giornali più o meno locali, relazioni, discorsi, programmi elettorali, perfino una breve storia delle Feste dell'Unità a Bologna. Forse posso dire di essere tornato a scrivere cose più simili ai temi di scolastica memoria da qualche anno, ma preferisco chiamarli, più modernamente, i post del mio blog. Intendiamoci, praticamente tutto quello che ho scritto è assolutamente dimenticabile e sarà dimenticato, ma nondimeno quei testi sono stati parte del mio lavoro, che ho cercato di fare il meglio possibile. Qualcuno ha votato un partito piuttosto che un altro grazie alle cose che ho scritto, qualcuno si è commosso a sentire un mio discorso, qualcuno ha imparato qualcosa che prima non sapeva, insomma le cose che ho scritto hanno raggiunto, più o meno bene, il loro scopo. Io ho imparato a usare la scrittura attraverso l'esercizio di un genere che non ho più usato e mai più userò. So che a scuola adesso per fortuna non si scrivono più soltanto i temi, ma anche articoli, relazioni, saggi brevi; penso che questo sia un bene. La morale di questa storia è che comunque c'è un'utilità anche a studiare cose apparentemente inutili.
Mentre frequentavo la scuola sono sempre stato giudicato attraverso compiti e interrogazioni, mai attraverso un test e sinceramente spero che per chi va a scuola adesso non sia più così. Io - come tutti voi - mi sono ritrovato spesso a dover rispondere a test, a quiz a domande multiple, ad altre prove del genere, per un concorso o per accedere al mondo del lavoro. Non ero preparato per farlo, perché a scuola non mi sono mai esercitato in questo senso. Trovo quindi poco fondata la polemica secondo cui i test sarebbero uno strumento inadeguato di valutazione perché valorizzano troppo la velocità mentale e troppo poco altre capacità come l'astrazione, l'organizzazione mentale, la sensibilità estetica. E' vero: i test "misurano" alcune cose e infatti devono essere considerati come strumenti di valutazione complementari e non alternativi. Ricordiamoci però che, ci piaccia o no, la ragazza e il ragazzo che esce dalla scuola, spesso per accedere all'università, praticamente sempre per entrare nel mondo del lavoro, deve saper superare dei test e quindi deve essere allenato a risolverli.
Riguardo alla questione specifica, ossia alla protesta di studenti e di insegnanti che, in parte, si sono rifiutati i primi di eseguire i test, i secondi di distribuirli e di correggerli, trovo piuttosto comprensibile il gesto degli studenti che hanno individuato questa forma di protesta come messaggio per criticare un governo che, con ragione, vedono impegnato a smantellare la scuola pubblica italiana. Un po' meno comprensibile è la posizione degli insegnanti, al di là delle questioni prettamente sindacali - di cui non conosco davvero i termini e su cui non intervengo - io credo che gli insegnanti dovrebbero chiedere non l'abolizione dei test Invalsi, ma il loro miglioramento.
Il governo e chi sostiene la validità delle prove Invalsi sbaglia se considera questo come l'unico modo per valutare il sistema scolastico. Così come lo studente deve essere valutato e con i test e con le interrogazioni, i compiti in classe - insomma tutti quegli strumenti "tradizionali" con cui siamo stati valutati noi - anche la scuola nel suo complesso deve essere valutata con un sistema che preveda strumenti diversi, non solo i test Invalsi. Devono esserci degli ispettori formati e selezionati con questo scopo, e deve esserci la possibilità di raccogliere anche i giudizi degli studenti. Su questo purtroppo siamo molto indietro e su questo dovremmo concentrare una forte azione politica.
Poi ci deve essere accordo su quali sono le finalità delle valutazioni, siano i test Invalsi siano altri strumenti. Se tutto si riduce a dare pagelle agli insegnanti, magari mettendone in rilievo le provenienze geografiche, allora non avremo fatto un buon servizio alla scuola. Bisogna invece usare gli strumenti di valutazione - ripeto, tutti gli strumenti di valutazione possibili - per un periodico monitoraggio dei risultati, per garantire agli studenti e alle loro famiglie che le scuole svolgano con efficacia la loro funzione costituzionale, per scoprire dove sono i problemi e individuare le buone pratiche che possono essere prese come modelli.
C'è infine un altro compito che una classe politica che ha veramente a cuore la scuola dovrebbbe porsi: definire cosa devono sapere i ragazzi, al termine della scuola elementare, della scuola media, della scuola superiore. Se non si definiscono questi obiettivi di apprendimento è praticamente impossibile, per quanto siano efficaci i sistemi di valutazione, capire se gli obiettivi sono stati raggiunti o meno. Se ci fosse una classe politica e, più in generale un Paese, che avesse a cuore la scuola...
Non ho figli né nipoti e quindi la mia conoscenza della scuola risale a quando l'ho frequentata io, diverso tempo fa. Ho cominciato le elementari nel '76 - l'ultima volta in cui l'anno scolastico è cominciato in tutta Italia il 1 ottobre - e ho dato la maturità nell'89, un anno importante per me e soprattutto per il mondo. Negli anni successivi, per qualche tempo, mi sono occupato di pubblica istruzione, ma applicandomi per lo più all'educazione della prima infanzia, all'integrazione dei bambini portatori di handicap, all'edilizia scolastica, cose di cui deve occuparsi un amministratore comunale. Il mio approccio alla scuola, fatte queste premesse, è, per forza di cose, datato.
Nella mia carriera scolastica ho scritto moltissimi temi, anzi ho scritto soltanto temi, dai resoconti delle gite alle elementari, quelle da cui si tornava immancabilmente "stanchi, ma felici", al tema della maturità, per illustrare luci e ombre dell'età giolittiana. Dall'89 non ho più scritto un tema in vita mia. Eppure ho scritto tanto; ho scritto una tesi, articoli per giornali più o meno locali, relazioni, discorsi, programmi elettorali, perfino una breve storia delle Feste dell'Unità a Bologna. Forse posso dire di essere tornato a scrivere cose più simili ai temi di scolastica memoria da qualche anno, ma preferisco chiamarli, più modernamente, i post del mio blog. Intendiamoci, praticamente tutto quello che ho scritto è assolutamente dimenticabile e sarà dimenticato, ma nondimeno quei testi sono stati parte del mio lavoro, che ho cercato di fare il meglio possibile. Qualcuno ha votato un partito piuttosto che un altro grazie alle cose che ho scritto, qualcuno si è commosso a sentire un mio discorso, qualcuno ha imparato qualcosa che prima non sapeva, insomma le cose che ho scritto hanno raggiunto, più o meno bene, il loro scopo. Io ho imparato a usare la scrittura attraverso l'esercizio di un genere che non ho più usato e mai più userò. So che a scuola adesso per fortuna non si scrivono più soltanto i temi, ma anche articoli, relazioni, saggi brevi; penso che questo sia un bene. La morale di questa storia è che comunque c'è un'utilità anche a studiare cose apparentemente inutili.
Mentre frequentavo la scuola sono sempre stato giudicato attraverso compiti e interrogazioni, mai attraverso un test e sinceramente spero che per chi va a scuola adesso non sia più così. Io - come tutti voi - mi sono ritrovato spesso a dover rispondere a test, a quiz a domande multiple, ad altre prove del genere, per un concorso o per accedere al mondo del lavoro. Non ero preparato per farlo, perché a scuola non mi sono mai esercitato in questo senso. Trovo quindi poco fondata la polemica secondo cui i test sarebbero uno strumento inadeguato di valutazione perché valorizzano troppo la velocità mentale e troppo poco altre capacità come l'astrazione, l'organizzazione mentale, la sensibilità estetica. E' vero: i test "misurano" alcune cose e infatti devono essere considerati come strumenti di valutazione complementari e non alternativi. Ricordiamoci però che, ci piaccia o no, la ragazza e il ragazzo che esce dalla scuola, spesso per accedere all'università, praticamente sempre per entrare nel mondo del lavoro, deve saper superare dei test e quindi deve essere allenato a risolverli.
Riguardo alla questione specifica, ossia alla protesta di studenti e di insegnanti che, in parte, si sono rifiutati i primi di eseguire i test, i secondi di distribuirli e di correggerli, trovo piuttosto comprensibile il gesto degli studenti che hanno individuato questa forma di protesta come messaggio per criticare un governo che, con ragione, vedono impegnato a smantellare la scuola pubblica italiana. Un po' meno comprensibile è la posizione degli insegnanti, al di là delle questioni prettamente sindacali - di cui non conosco davvero i termini e su cui non intervengo - io credo che gli insegnanti dovrebbero chiedere non l'abolizione dei test Invalsi, ma il loro miglioramento.
Il governo e chi sostiene la validità delle prove Invalsi sbaglia se considera questo come l'unico modo per valutare il sistema scolastico. Così come lo studente deve essere valutato e con i test e con le interrogazioni, i compiti in classe - insomma tutti quegli strumenti "tradizionali" con cui siamo stati valutati noi - anche la scuola nel suo complesso deve essere valutata con un sistema che preveda strumenti diversi, non solo i test Invalsi. Devono esserci degli ispettori formati e selezionati con questo scopo, e deve esserci la possibilità di raccogliere anche i giudizi degli studenti. Su questo purtroppo siamo molto indietro e su questo dovremmo concentrare una forte azione politica.
Poi ci deve essere accordo su quali sono le finalità delle valutazioni, siano i test Invalsi siano altri strumenti. Se tutto si riduce a dare pagelle agli insegnanti, magari mettendone in rilievo le provenienze geografiche, allora non avremo fatto un buon servizio alla scuola. Bisogna invece usare gli strumenti di valutazione - ripeto, tutti gli strumenti di valutazione possibili - per un periodico monitoraggio dei risultati, per garantire agli studenti e alle loro famiglie che le scuole svolgano con efficacia la loro funzione costituzionale, per scoprire dove sono i problemi e individuare le buone pratiche che possono essere prese come modelli.
C'è infine un altro compito che una classe politica che ha veramente a cuore la scuola dovrebbbe porsi: definire cosa devono sapere i ragazzi, al termine della scuola elementare, della scuola media, della scuola superiore. Se non si definiscono questi obiettivi di apprendimento è praticamente impossibile, per quanto siano efficaci i sistemi di valutazione, capire se gli obiettivi sono stati raggiunti o meno. Se ci fosse una classe politica e, più in generale un Paese, che avesse a cuore la scuola...
lunedì 28 febbraio 2011
Considerazioni libere (211): a proposito di cose che fanno arrabbiare...
In un brevissimo commento su Facebook ho già fatto notare - e per fortuna non sono stato il solo - la bizzarria di un capo di governo (purtroppo il nostro, ça va sans dire) che denigra la scuola pubblica del suo paese, applaudito dal suo ministro dell'istruzione. Una cosa del genere non potrebbe avvenire in nessuna altra parte del mondo. Se chiedeste a Barack Obama com'è la scuola pubblica statunitense, egli certamente comincerebbe a citare risultati positivi e a fornire statistiche per sostenerne la validità. Anche se faceste la stessa domanda a Gheddafi - se avesse tempo per rispondervi - vi spiegherebbe che le scuole della Jamahiriya sono le migliori del mondo. Direbbero tutti la stessa cosa, anche quelli consapevoli di mentire.
Spero almeno che l'ennesima cretinata detta da B. ci spinga un po' a riflettere sulla scuola italiana. Ammetto che sul tema sono manicheo: per me la scuola è pubblica o non è. Non ci sono vie di mezzo. Naturalmente le famiglie hanno tutto il diritto di scegliere per i loro figli una scuola privata, ma questa scelta non deve assolutamente ricadere sulla collettività. Se vogliono una scuola privata devono pagarsela, fino all'ultimo centesimo. So che questo in Italia è un'utopia - e anche una bestemmia - perché in questo paese scuola privata è sinonimo di scuola cattolica e non si possono togliere alle gerarchie quelle risorse che si sono faticosamente conquistate. Devo ammettere che sono stati davvero bravi, perché sono riusciti, contro il dettato costituzionale, a far entrare nel sentire diffuso l'idea che le famiglie hanno il diritto di scegliere per i propri figli la scuola che sentono più affine ai loro valori. Non è vero: le famiglie hanno il diritto costituzionale di avere una scuola pubblica che funzioni, se poi non si avvalgono di questo diritto è una scelta loro, con tutte le conseguenze, anche economiche del caso.
Detto questo, il problema non è la differenza tra scuola pubblica e scuola privata - quest'ultima peraltro è per larghissima parte di qualità inferiore, dal momento che in genere lì gli insegnanti scartati dalle scuole pubbliche insegnano a ragazzi che non riescono nella scuola pubblica - francamente quale sia il livello qualitativo della scuola privata è una cosa che deve interessare le istituzioni e la società. Il problema vero è la frattura nella scuola pubblica tra nord e sud dell'Italia. In alcune regioni del Mezzogiorno, secondo i dati Pisa (acronimo per Programme for International Student Assessment) forniti dall'Invalsi, l'istituto di valutazione della scuola italiana, quasi il 25% dei quindicenni non sono in grado di svolgere semplici calcoli aritmetici o di calcolare il cambio tra due valute, il 15% non è in grado di interpretare ed elaborare le informazioni di un semplice testo. In Italia il tasso di abbandono scolastico è arrivato al 19,2%, anche qui con enormi differenze tra nord e sud. Secondo i dati della Fondazione Agnelli presentati l'anno scorso uno studente del nord ha 68 punti Pisa in più rispetto a un suo collega del sud, come se quest'ultimo fosse indietro di un anno e mezzo.
Questo, caro presidente, va indignare, ancora di più delle sue parole del vento o della sua vergognosa condotta morale.
Spero almeno che l'ennesima cretinata detta da B. ci spinga un po' a riflettere sulla scuola italiana. Ammetto che sul tema sono manicheo: per me la scuola è pubblica o non è. Non ci sono vie di mezzo. Naturalmente le famiglie hanno tutto il diritto di scegliere per i loro figli una scuola privata, ma questa scelta non deve assolutamente ricadere sulla collettività. Se vogliono una scuola privata devono pagarsela, fino all'ultimo centesimo. So che questo in Italia è un'utopia - e anche una bestemmia - perché in questo paese scuola privata è sinonimo di scuola cattolica e non si possono togliere alle gerarchie quelle risorse che si sono faticosamente conquistate. Devo ammettere che sono stati davvero bravi, perché sono riusciti, contro il dettato costituzionale, a far entrare nel sentire diffuso l'idea che le famiglie hanno il diritto di scegliere per i propri figli la scuola che sentono più affine ai loro valori. Non è vero: le famiglie hanno il diritto costituzionale di avere una scuola pubblica che funzioni, se poi non si avvalgono di questo diritto è una scelta loro, con tutte le conseguenze, anche economiche del caso.
Detto questo, il problema non è la differenza tra scuola pubblica e scuola privata - quest'ultima peraltro è per larghissima parte di qualità inferiore, dal momento che in genere lì gli insegnanti scartati dalle scuole pubbliche insegnano a ragazzi che non riescono nella scuola pubblica - francamente quale sia il livello qualitativo della scuola privata è una cosa che deve interessare le istituzioni e la società. Il problema vero è la frattura nella scuola pubblica tra nord e sud dell'Italia. In alcune regioni del Mezzogiorno, secondo i dati Pisa (acronimo per Programme for International Student Assessment) forniti dall'Invalsi, l'istituto di valutazione della scuola italiana, quasi il 25% dei quindicenni non sono in grado di svolgere semplici calcoli aritmetici o di calcolare il cambio tra due valute, il 15% non è in grado di interpretare ed elaborare le informazioni di un semplice testo. In Italia il tasso di abbandono scolastico è arrivato al 19,2%, anche qui con enormi differenze tra nord e sud. Secondo i dati della Fondazione Agnelli presentati l'anno scorso uno studente del nord ha 68 punti Pisa in più rispetto a un suo collega del sud, come se quest'ultimo fosse indietro di un anno e mezzo.
Questo, caro presidente, va indignare, ancora di più delle sue parole del vento o della sua vergognosa condotta morale.
mercoledì 1 dicembre 2010
Considerazioni libere (183): a proposito di università e di manifestazioni...
Sto cercando di farmi un'opinione sulla riforma Gelmini, ma non è davvero semplice. Nonostante questo sia il tema del giorno, mi pare si discuta molto poco del merito della legge. La maggioranza ne ha fatto la bandiera del cosiddetto "governo del fare", provando a lasciare un segno - speriamo l'ultimo, in vista del 14 dicembre - della capacità di produrre iniziative politiche, nonostante il momento di estrema debolezza. Il gruppo "futurista" ha usato la riforma, in maniera piuttosto ribalda, per continuare a indebolire il governo, ha proposto emendamenti per tenere sotto scacco la maggioranza e dimostrare che non ha più i numeri per governare; furbescamente e senza vergogna, Fini ha dichiarato che questa riforma è una delle cose migliori che ha fatto il governo, mentre i finiani salivano sui tetti della facoltà di architettura per solidarizzare con i manifestanti. L'opposizione si è barcamenata, cercando di entrare nel gioco parlamentare attraverso le divisioni del centrodestra e sostenendo le proteste degli studenti e dei ricercatori. In sostanza mi sembra che di università si sia parlato - e si parli - assai poco, perché i vari attori in commedia sono impegnati a recitare un altro copione.
Paradossalmente neppure nelle piazze si parla molto di università. Ho l'impressione che i ragazzi che in questi giorni stanno animando la protesta, con una lodevole energia e con la capacità di trovare consensi anche in altri strati del paese, non stiano lottando solo contro questa riforma, ma più in generale protestino contro una società che offre sempre meno prospettive. E hanno ragione da vendere, perché il sistema formativo funziona poco e male - e l'università funziona molto male - perché il mondo del lavoro è pronto ad accoglierli solo come precari senza diritti, perché la politica non offre loro nessuna credibile risposta. C'è sempre molte cose nelle manifestazioni degli studenti e nelle occupazioni. Francamente non ricordo che cosa chiedevamo, all'inizio degli anni novanta, nelle manifestazioni della cosiddetta "pantera", ma ricordo una grande e bella manifestazione, qui a Bologna, che ci portò da piazza Verdi fin davanti al tribunale con l'obiettivo di autodenunciarci tutti, perché alcuni ragazzi erano stati denunciati per l'occupazione del rettorato - o della facoltà di scienze politiche, non ricordo bene dopo vent'anni. Le manifestazioni degli studenti sono anche questo: l'espressione del bisogno di esserci, di dire la propria, così, a prescindere.
Bisogna fare attenzione, perché ci sono quelli che usano queste manifestazioni, che approfittano dell'entusiasmo della folla: ci sono i militanti di tutte le stagioni, quelli che vorreberro sempre distruggere qualcosa, ma ci sono anche quelli che trovano nelle manifestazioni un comodo pretesto per ricompattare il fronte dei "benpensanti". Oggettivamente le manifestazioni di questi giorni sono servite al centrodestra per ricompattarsi, per segnare un punto tra chi sta di qua e chi sta di là; spiace che in alcuni casi le forze dell'ordine siano state usate in questo gioco. Chi in questi giorni ha voluto militarizzare Roma o ha dato l'ordine di dare qualche "colpetto" ai ragazzi dei cortei aveva un obiettivo ben preciso.
Per tornare al merito, ossia alla legge sull'università, io per farmi un'idea ho guardato a chi sta protestando contro la riforma Gelmini: è un metodo empirico, ma - almeno secondo me - efficace. Protestano gli studenti, protestano i ricercatori, ossia protestano le ultime ruote del carro. Come ho detto sopra, credo che gli studenti facciano bene a protestare, ma così facendo non devono difendere un vecchio assetto che rischia di essere peggiore di quello che uscirebbe dalla riforma. I ricercatori, quelli veri, quelli capaci, hanno poi il diritto sacrosanto di protestare, perché davvero il loro ruolo è misconosciuto, ma non solo da questa riforma.
Non protestano, se non per fare bella figura, per fare vedere quanto sono democratici, i professori, ossia chi davvero gode di privilegi ed è ben deciso a conservarli. Io appoggerei una riforma dell'università - così, a scatola chiusa - se sapessi che la sua applicazione scatenerebbe le ire dei professori: vorrebbe dire che si è cominciato a mettere mano a un sistema che non funziona, dove troppi fanno troppo poco, dove chi è mediocre riesce comunque a barcamenarsi, dove non è sostanzialmente importante se tu sia bravo o no, se tu sia un docente capace o no. Francamente non è possibile che un docente italiano possa essere licenziato soltanto se è scoperto, in flagrante, a fare sesso con una sua studentessa; e anche in questo caso scattano dei distinguo. Servono veri meccanismi di selezione che possano premiare chi è capace, a partire da nuovi metodi di selezione: i concorsi universitari, così come sono ora organizzati, diventano sempre più oggetto di cronaca giudiziaria. Io all'università ho avuto alcuni docenti bravi e altri molto meno bravi, prendevano tutti lo stesso stipendio, avevano tutti garantita la cattedra fino alla pensione. In generale i peggiori erano quelli con maggiori relazioni, con una più rete più fitta di assistenti, con una "clientela" più vasta. Io, da studente, ho dato esami con gli uni e con gli altri e spesso i voti migliori li ho avuti con i peggiori. E nessuno dei miei docenti è mai stato valutato per quello che ha insegnato o non ha insegnato. Certo chi scrive libri, chi pubblica articoli, chi viene invitato a partecipare a seminari e a convegni, ha una stima accademica maggiore, ma alla fine questo importa fino a un certo punto, se non ci sono altri sistemi per premiare e per non premiare.
Da quello che ho letto non mi pare che questa riforma, come quella che l'hanno preceduta - comprese quelle del centrosinistra - incida davvero su questo stato di cose. L'università pubblica meriterebbe altro e meriterebbe che si lottasse davvero per cambiarla.
Paradossalmente neppure nelle piazze si parla molto di università. Ho l'impressione che i ragazzi che in questi giorni stanno animando la protesta, con una lodevole energia e con la capacità di trovare consensi anche in altri strati del paese, non stiano lottando solo contro questa riforma, ma più in generale protestino contro una società che offre sempre meno prospettive. E hanno ragione da vendere, perché il sistema formativo funziona poco e male - e l'università funziona molto male - perché il mondo del lavoro è pronto ad accoglierli solo come precari senza diritti, perché la politica non offre loro nessuna credibile risposta. C'è sempre molte cose nelle manifestazioni degli studenti e nelle occupazioni. Francamente non ricordo che cosa chiedevamo, all'inizio degli anni novanta, nelle manifestazioni della cosiddetta "pantera", ma ricordo una grande e bella manifestazione, qui a Bologna, che ci portò da piazza Verdi fin davanti al tribunale con l'obiettivo di autodenunciarci tutti, perché alcuni ragazzi erano stati denunciati per l'occupazione del rettorato - o della facoltà di scienze politiche, non ricordo bene dopo vent'anni. Le manifestazioni degli studenti sono anche questo: l'espressione del bisogno di esserci, di dire la propria, così, a prescindere.
Bisogna fare attenzione, perché ci sono quelli che usano queste manifestazioni, che approfittano dell'entusiasmo della folla: ci sono i militanti di tutte le stagioni, quelli che vorreberro sempre distruggere qualcosa, ma ci sono anche quelli che trovano nelle manifestazioni un comodo pretesto per ricompattare il fronte dei "benpensanti". Oggettivamente le manifestazioni di questi giorni sono servite al centrodestra per ricompattarsi, per segnare un punto tra chi sta di qua e chi sta di là; spiace che in alcuni casi le forze dell'ordine siano state usate in questo gioco. Chi in questi giorni ha voluto militarizzare Roma o ha dato l'ordine di dare qualche "colpetto" ai ragazzi dei cortei aveva un obiettivo ben preciso.
Per tornare al merito, ossia alla legge sull'università, io per farmi un'idea ho guardato a chi sta protestando contro la riforma Gelmini: è un metodo empirico, ma - almeno secondo me - efficace. Protestano gli studenti, protestano i ricercatori, ossia protestano le ultime ruote del carro. Come ho detto sopra, credo che gli studenti facciano bene a protestare, ma così facendo non devono difendere un vecchio assetto che rischia di essere peggiore di quello che uscirebbe dalla riforma. I ricercatori, quelli veri, quelli capaci, hanno poi il diritto sacrosanto di protestare, perché davvero il loro ruolo è misconosciuto, ma non solo da questa riforma.
Non protestano, se non per fare bella figura, per fare vedere quanto sono democratici, i professori, ossia chi davvero gode di privilegi ed è ben deciso a conservarli. Io appoggerei una riforma dell'università - così, a scatola chiusa - se sapessi che la sua applicazione scatenerebbe le ire dei professori: vorrebbe dire che si è cominciato a mettere mano a un sistema che non funziona, dove troppi fanno troppo poco, dove chi è mediocre riesce comunque a barcamenarsi, dove non è sostanzialmente importante se tu sia bravo o no, se tu sia un docente capace o no. Francamente non è possibile che un docente italiano possa essere licenziato soltanto se è scoperto, in flagrante, a fare sesso con una sua studentessa; e anche in questo caso scattano dei distinguo. Servono veri meccanismi di selezione che possano premiare chi è capace, a partire da nuovi metodi di selezione: i concorsi universitari, così come sono ora organizzati, diventano sempre più oggetto di cronaca giudiziaria. Io all'università ho avuto alcuni docenti bravi e altri molto meno bravi, prendevano tutti lo stesso stipendio, avevano tutti garantita la cattedra fino alla pensione. In generale i peggiori erano quelli con maggiori relazioni, con una più rete più fitta di assistenti, con una "clientela" più vasta. Io, da studente, ho dato esami con gli uni e con gli altri e spesso i voti migliori li ho avuti con i peggiori. E nessuno dei miei docenti è mai stato valutato per quello che ha insegnato o non ha insegnato. Certo chi scrive libri, chi pubblica articoli, chi viene invitato a partecipare a seminari e a convegni, ha una stima accademica maggiore, ma alla fine questo importa fino a un certo punto, se non ci sono altri sistemi per premiare e per non premiare.
Da quello che ho letto non mi pare che questa riforma, come quella che l'hanno preceduta - comprese quelle del centrosinistra - incida davvero su questo stato di cose. L'università pubblica meriterebbe altro e meriterebbe che si lottasse davvero per cambiarla.
venerdì 25 giugno 2010
Considerazioni libere (132): a proposito di maturità...
Come ogni anno di questi tempi, ripenso con nostalgia al mio esame di maturità. Sono stato uno dei tanti fortunati che ha fatto l'esame "sperimentale" introdotto dal ministro Sullo nel 1967 e riformato dopo quasi trent'anni - notoriamente in Italia le cose più durature sono sempre le provvisorie - dal ministro Berlinguer; allora l'esame prevedeva due prove scritte e due sole materie per l'orale, di cui una scelta ufficialmente dallo studente e una teoricamente assegnata dalla commissione esterna, ma di fatto concordata tra lo studente e il cosiddetto membro interno: uno dei primi compromessi così tipicamente italiani che il maturato avrebbe poi sperimentato nella sua vita futura di cittadino.
Io ho dato l'esame nell'89, anno fatidico per ben altri motivi: ho fatto il tema storico, su luci e ombre dell'azione di governo di Giolitti, è uscito latino - un passo del Dialogus de oratoribus di Tacito - e ho portato all'orale storia e greco.
Scusate questa forse inutile premessa personale, ma francamente non invidio i giovani che in questi giorni sono stati impegnati nella prova di italiano. Ho letto sul sito del ministero le tracce e nonostante la possibilità di scelta sia maggiore rispetto ai miei tempi non avrei davvero saputo cosa scegliere. E mi pare ci sia anche qualcosa da dire sulle tracce.
Per il tema di argomento storico si è chiesto al maturando di delineare la "complessa vicenda del confine orientale" italiano, soffermandosi in particolare sugli anni tra il '43 e il '54; banalizzando si tratta di un tema sulle foibe. Non so bene quale sia il programma del quinto anno della scuola superiore, ma sinceramente fatico a credere che in molti istituti si sia davvero affrontato questo passaggio effettivamente così complicato della storia recente del nostro paese. Tanto più che su questo argomento, per responsabilità non solo degli esponenti della destra, ma comunque per una loro certa enfasi, c'è stato un dibattito politico che poco ha che spartire con una vera analisi storica. Di foibe in questo paese si è certamente parlato, ma con posizioni spesso preconcette e quindi immagino che difficilmente gli insegnanti si siano infilati questo ginepraio, rischiando di apparire schierati da una parte o dall'altra. Temo davvero che la scelta di questo argomento sia stata da parte dei funzionari del ministero più una forma di piaggeria verso l'attuale maggioranza di governo che una scelta meditata: il fatto che questa traccia sia stata scelta da un'assoluta minoranza degli studenti italiani la dice lunga sulla capacità del ministero di sapere quello che si affronta nel corso dell'anno scolastico.
Poi c'era la traccia per l'articolo o il saggio breve di ambito storico-politico dall'apparente innocuo titolo "Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader". Curiosa la scelta delle citazioni che gli studenti avrebbero dovuto analizzare; quattro sono i leader di cui vengono raccolti i giudizi: Benito Mussolini, Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II. Una scelta stravagante.
Del "leader" Mussolini è citato un passo del celebre discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 in cui il presidente del consiglio "rivendica" di fatto l'uccisione di Giacomo Matteotti e le violenze fasciste: da tutti gli storici quel discorso è considerato come l'inizio della fase più dura della dittatura fascista in Italia. Non si capisce cosa c'entri questo funesto discorso con l'argomento del tema, su cui pure ci sarebbero stati argomenti. Il regime fascista prestò grande attenzione ai giovani, molto di più di quanto avesse mai fatto lo stato liberale e fu anche movimento di giovani, ma quel discorso sembra messo lì in maniera posticcia, giusto per inserire Mussolini, in maniera asettica e apparentemente neutrale, tra i "leader" italiani. Ammetto di essere un inguaribile antifascista, ma sinceramente questo tentativo di banalizzare il regime fascista mi sembra grave e da condannare. Purtroppo mi pare che questa traccia sia passata quasi inosservata e ben pochi ne abbiano stigmatizzato i contenuti.
Anche le altre citazioni mi sono sembrate piuttosto gratuite: Togliatti doveva bilanciare Mussolini e Moro doveva bilanciare Togliatti, in modo da mantenere una qualche forma di par condicio storica? Forse lo scopo era far sì che il maturando lodasse il pensiero di Giovanni Paolo II, ma non credo che egli abbia bisogno, seppure in maniera postuma, delle pie lodi del ministro Gelmini e dei suoi devoti funzionari.
Anche il tema sulla ricerca della felicità non mi sembra proprio alla portata. Penso proprio che abbia fatto bene Balotelli a dedicarsi al tema sulla musica, sperando che ne ascolti di quella capace di renderlo più maturo, in vista dei prossimi campionati mondiali di calcio.
Io ho dato l'esame nell'89, anno fatidico per ben altri motivi: ho fatto il tema storico, su luci e ombre dell'azione di governo di Giolitti, è uscito latino - un passo del Dialogus de oratoribus di Tacito - e ho portato all'orale storia e greco.
Scusate questa forse inutile premessa personale, ma francamente non invidio i giovani che in questi giorni sono stati impegnati nella prova di italiano. Ho letto sul sito del ministero le tracce e nonostante la possibilità di scelta sia maggiore rispetto ai miei tempi non avrei davvero saputo cosa scegliere. E mi pare ci sia anche qualcosa da dire sulle tracce.
Per il tema di argomento storico si è chiesto al maturando di delineare la "complessa vicenda del confine orientale" italiano, soffermandosi in particolare sugli anni tra il '43 e il '54; banalizzando si tratta di un tema sulle foibe. Non so bene quale sia il programma del quinto anno della scuola superiore, ma sinceramente fatico a credere che in molti istituti si sia davvero affrontato questo passaggio effettivamente così complicato della storia recente del nostro paese. Tanto più che su questo argomento, per responsabilità non solo degli esponenti della destra, ma comunque per una loro certa enfasi, c'è stato un dibattito politico che poco ha che spartire con una vera analisi storica. Di foibe in questo paese si è certamente parlato, ma con posizioni spesso preconcette e quindi immagino che difficilmente gli insegnanti si siano infilati questo ginepraio, rischiando di apparire schierati da una parte o dall'altra. Temo davvero che la scelta di questo argomento sia stata da parte dei funzionari del ministero più una forma di piaggeria verso l'attuale maggioranza di governo che una scelta meditata: il fatto che questa traccia sia stata scelta da un'assoluta minoranza degli studenti italiani la dice lunga sulla capacità del ministero di sapere quello che si affronta nel corso dell'anno scolastico.
Poi c'era la traccia per l'articolo o il saggio breve di ambito storico-politico dall'apparente innocuo titolo "Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader". Curiosa la scelta delle citazioni che gli studenti avrebbero dovuto analizzare; quattro sono i leader di cui vengono raccolti i giudizi: Benito Mussolini, Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II. Una scelta stravagante.
Del "leader" Mussolini è citato un passo del celebre discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 in cui il presidente del consiglio "rivendica" di fatto l'uccisione di Giacomo Matteotti e le violenze fasciste: da tutti gli storici quel discorso è considerato come l'inizio della fase più dura della dittatura fascista in Italia. Non si capisce cosa c'entri questo funesto discorso con l'argomento del tema, su cui pure ci sarebbero stati argomenti. Il regime fascista prestò grande attenzione ai giovani, molto di più di quanto avesse mai fatto lo stato liberale e fu anche movimento di giovani, ma quel discorso sembra messo lì in maniera posticcia, giusto per inserire Mussolini, in maniera asettica e apparentemente neutrale, tra i "leader" italiani. Ammetto di essere un inguaribile antifascista, ma sinceramente questo tentativo di banalizzare il regime fascista mi sembra grave e da condannare. Purtroppo mi pare che questa traccia sia passata quasi inosservata e ben pochi ne abbiano stigmatizzato i contenuti.
Anche le altre citazioni mi sono sembrate piuttosto gratuite: Togliatti doveva bilanciare Mussolini e Moro doveva bilanciare Togliatti, in modo da mantenere una qualche forma di par condicio storica? Forse lo scopo era far sì che il maturando lodasse il pensiero di Giovanni Paolo II, ma non credo che egli abbia bisogno, seppure in maniera postuma, delle pie lodi del ministro Gelmini e dei suoi devoti funzionari.
Anche il tema sulla ricerca della felicità non mi sembra proprio alla portata. Penso proprio che abbia fatto bene Balotelli a dedicarsi al tema sulla musica, sperando che ne ascolti di quella capace di renderlo più maturo, in vista dei prossimi campionati mondiali di calcio.
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