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lunedì 2 novembre 2015

"Sfida ai dirigenti della televisione" di Pier Paolo Pasolini


Corriere della sera, 9 dicembre 1973

Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali - appunto fino a pochi anni fa - era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.
Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.
Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. E il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.
Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

mercoledì 19 agosto 2015

Verba volant (207): museo...

Museo, sost. m.

A onor del vero credo sia la prima volta che in questo paese si apre una qualche discussione, seppur ferragostana, seppur relegata nelle pagine interne dei giornali - perché in prima può starci solo la Boschi in bikini - sulla nomina dei direttori dei principali musei italiani e sarebbe anche una cosa positiva - Dio sa quanto bisogno ci sarebbe di discutere in maniera approfondita di cultura nel nostro paese - se non fosse che si sentono quasi esclusivamente delle incredibili stupidate. Da far girare la testa, e non solo la testa.
Capisco - anche se non giustifico - quelli che sono stati esclusi o che si sentono esclusi - quasi sempre le due categorie non coincidono - immagino che abbiano da criticare, nel merito e nel metodo, la scelta fatta dal ministero. Anche se, per carità di patria, farebbero meglio a stare zitti; spesso questi che criticano hanno già dato cattiva prova di sé in ruoli analoghi e anzi tanto più strillano tanto più sono stati direttori, assessori, curatori incapaci e insipienti.
Quelli che invece proprio non riesco a sopportare sono quelli che criticano la scelta perché dei venti nominati sette sono stranieri. Mi spiegate per quale arcana ragione solo un italiano potrebbe dirigere un museo italiano? Curioso poi è l'atteggiamento di questi nazionalisti in servizio permanente effettivo che plaudirebbero se un italiano fosse chiamato a dirigere un museo tedesco e invece deplorano come un'offesa alla dignità italiota se avviene l'inverso. Per professioni come queste non esiste il criterio della nazionalità, perché la cultura, come l'arte e la scienza, non ha nazionalità. Il direttore del Cern di Ginevra dovrebbe essere svizzero solo perché quel centro di ricerca si trova nella confederazione elvetica? E magari proprio originario di uno dei cantoni francofoni, per non urtare la loro sensibilità etnica. E un direttore d'orchestra deve essere nato nella città in cui ha sede l'orchestra che dirige? Pensate che in Lombardia potrebbero esserci solo musicisti leghisti. C'è anche un dato meramente statistico: visto che l'Italia detiene da sola quasi il 50% del patrimonio artistico mondiale, solo noi italiani, che siamo così pochi, dovremmo essere incaricati di occuparcene? E uno studioso tedesco o francese o addirittura cinese non potrebbe mai sperare di diventare direttore di un museo italiano, solo perché tale carica deve essere assegnata per forza a un nostro compatriota?
La questione non è la nazionalità di chi è chiamato a dirigere questa o quella istituzione culturale o scientifica, ma la sua competenza. Ora di questo non posso davvero dire nulla, non conosco nessuno di questi venti, o meglio ho la fortuna di conoscerne uno, perché bolognese e perché è un collega comunale. Lui so che è bravo, molto bravo, e farà bene a Caserta come ha fatto bene a Bologna, ma, con questa eccezione, visto chi ha scelto queste venti persone, non ho una grande fiducia nel risultato finale di questa selezione, di cui peraltro non sono chiarissimi i criteri e gli obiettivi. Il problema non è avere sette direttori stranieri, il problema vero è avere il ministro italiano. Il problema sono i consigliori, tutti rigorosamente italiani, del ministro. Magari potessimo avere al ministero tutti giovani - donne e uomini - provenienti dall'estero, non cresciuti in questa burocrazia asfittica e melmosa, non figli di, non amici di, non iscritti a, ma soprattutto potessimo avere persone capaci di sapere cosa succede nel mondo e non solo in tre o quattro ristoranti di Roma. E magari finalmente un ministro che un po' ne capisce, di politica e di cultura.
Il tema non è sapere se questa o quella persona è in grado di dirigere un museo, o almeno non è la più importante. Fondamentale è decidere che musei vogliamo, e investire di conseguenza. Il museo deve essere una struttura viva, in cui si fa conservazione, ma anche ricerca. E si fa di tutto per mettere a disposizione del pubblico, di tutto il pubblico, il patrimonio di quel museo.
I nostri musei si chiamano così perché così si chiamava il Museo - con l'iniziale maiuscola - che Tolomeo I e i suoi successori vollero costruire ad Alessandria come luogo di incontro tra studiosi, tra persone care alle Muse appunto, e come luogo di insegnamento. Peraltro il Museo era cosmopolita, come lo era la città che lo ospitava, perché quei sovrani vollero che vi arrivassero studiosi, artisti e scienziati di tutte le parti del mondo. Ed era felicemente promiscuo e contaminato, perché arte e scienza devono convivere, anche nel tempo moderno delle iperspecializzazioni. Certo anche nel Museo di Alessandria, al cui interno si trovava la grande biblioteca, la conservazione era importante, ma non era nato per questo, tanto che è stato distrutto, è andato a fuoco - e in quel rogo, o quei roghi, noi abbiamo perso tante opere degli antichi - ma quella distruzione non ha potuto distruggere la cultura di quei sapienti. E noi siamo figlie e figli di quella cultura, nonostante i roghi, perché il loro insegnamento è arrivato fino a noi. Perché la cultura la fanno le donne e gli uomini, non solo i libri, i quadri, le opere d'arte, per quanto splendidi, per quanto preziosi. E la fanno soprattutto quelli che con il loro lavoro riescono ad insegnare agli altri, ai loro contemporanei e a quelli che verranno dopo di loro.
A Eike Schmidt e ai suoi nuovi colleghi forse non potremo chiedere questo, perché si troveranno legati in una pania di regole assurde, di vincoli solo formali, perché avranno a disposizione poche risorse e un personale spesso demotivato, deliberatamente voluto così, perché non valorizzato, non riconosciuto, non pagato in maniera sufficiente. A loro non possiamo chiedere di cambiare il mondo, ma almeno di offrirci dei musei più simili a quelli che si vedono nelle città europee. Capire invece che tipo di museo vogliamo riguarda tutti noi, perché riguarda la politica - e quindi escludiamo Franceschini e i suoi complici - riguarda che idea abbiamo di società e di futuro.

giovedì 20 marzo 2014

"L'esperienza letteraria: un dialogo delle culture" di Ezio Raimondi

All'inizio del Novecento, poco prima che l'Italia si destasse dai sogni rosei della belle époque nell'incubo insanguinato del primo conflitto mondiale, Renato Serra, nel volgere lo sguardo a Carducci, un protagonista della vita culturale che non aveva mai cessato di testimoniare il passato, aveva già la chiara percezione del distacco irrimediabile che separava le "lettere" novecentesche dalla tradizione, proprio mentre rilevava la necessità di continuare a ricercare il confronto con un tempo lungo alle nostre spalle per non cedere alle facili liquidazioni del passato che la "volgarità" del "nuovo a ogni costo" sembrava imporre. Alla maniera di Kraus e Benjamin, avvertiva la pericolosa inerzia di una lettura ridotta a consumo, del libro come attualità commerciale, e della lingua avvilita nella frase fatta, in particolare dalla parola dei giornali (i mass-media di allora) che tende alla violenza dell'istante senza più concedere spazio al silenzio, e quindi a una possibile conversazione.
Come la sua, anche altre intuizioni negli stessi anni videro che la tradizione non poteva essere l'oggetto di un superamento o di una liquidazione, quanto piuttosto un luogo di confronto, anche per via dei crescenti contatti del mondo occidentale con gruppi umani per i quali essa è una forza viva, ancora vigorosamente in azione. In verità tutte le rivoluzioni, anche quelle scientifiche e tecnologiche, pongono in un modo o nell'altro il problema della tradizione e del passato, e del resto dallo stesso orizzonte franto del moderno - lo testimoniano scrittori come Joyce, Eliot, Valéry, Hofmannsthal - veniva il richiamo ai segni del passato nell'archivio dei tempi, fra nomi, concetti, figure cui restava legato un senso più alto. La scelta del viaggio verso i padri poteva valere tanto un'iniziazione a un magistero formale, quanto un'iniziativa assunta in nome di un nuovo presente, da pionieri di un nuovo giorno della cultura. Anche quando la tradizione si frantumava in un museo di rovine, non si cessava ancora di inventarla: certo essa non aveva nulla d'uniforme o d'inerte, e nel suo strutturarsi in una spazialità orizzontale definiva in sostanza lo sfondo su cui si stagliavano, più nitide e intense, le figure fuori serie dell'originalità e dell'anomalia. Se la tradizione può dunque essere in determinate circostanze ricordo fedele ma anche lacerante rottura, non già a segno di una contraddizione, ma coerentemente a un'idea di memoria come «energia», aperta nella sua stessa omogeneità a un flusso erratico di urti, fratture, antagonismi, si capisce perciò come il passato tenda ad assumere la figura di una pluralità mobile e sincronica.
Questa è la concezione che emerge, poco prima della metà del secolo, dalle pagine di Ernst Robert Curtius, il grande studioso appartenente alla generazione di Gottfried Benn, che nella cultura della retorica, ossia la teoria delle forme profondamente radicata nella tradizione letteraria, veniva scoprendo una "morfologia della tradizione letteraria" che era insieme una "biologia della letteratura", simile, per esempio, alla "immaginazione creatrice" di Bergson, allo studio della sopravvivenza di stereotipi figurativi pagani nei nuovi cicli della cultura occidentale di Aby Warburg, e alle "immagini arcaiche originarie dell'inconscio collettivo" rivelate dalla psicologia del profondo di Jung. Attraverso tali pagine cominciava ad affermarsi la percezione che la cosiddetta "letteratura nazionale" avesse bisogno di una prospettiva più ampia entro cui darsi ragioni più complesse: quella stessa Europa di cui parlava Thomas Mann nelle Storie di Giuseppe, allorché evocava l'immagine del "pozzo del passato". Era insomma un'Europa che veniva dalla solidarietà di generazioni francesi, italiane, inglesi e tedesche e da una trama di significati condivisi, non troppo lontana dal quadro della Weltliteratur proposta da Goethe, perché proprio già in essa si dava l'ampliamento della significatività e della forza espressiva come una sorta di dilatazione dell'orizzonte, nella quale ogni voce, ogni tradizione e ogni testo, pur restando se stesso, attraverso il confronto sapeva diventare anche altro.
La letteratura del primo Novecento scopre infatti, nel quadro del suo peculiare enciclopedismo, di essere essa stessa uno spazio del molteplice, dove ragioni differenti coesistono con storie e ritmi variabili. Verrebbe quasi da dire, ricordando un pensiero di Virginia Woolf, che in ogni pagina si schiude una finestra, un'apertura, uno scorcio sulla realtà che ci sta intorno. Molteplice e sorprendente anche quando ci è familiare, ciò che si ricrea di continuo è un panorama di stratificazioni della memoria e di sedimentazioni della materia. Restando con lo sguardo all'Inghilterra, intorno a quegli stessi anni T.S. Eliot, in uno dei capitoli delle sue Note per la definizione della cultura, affermava poi che un uomo dovrebbe sentirsi non semplicemente un cittadino di una particolare nazione, ma di una parte particolare di questo paese, della sua "cultura", della sua tradizione "caratteristica": però tutt'altro che chiusa in se stessa, perché pronta al dialogo con altre tradizioni.
Ma tra Otto e Novecento la storia letteraria poteva ancora essere definita da una dimensione nazionale specifica, oggi dobbiamo invece iscriverla in un insieme più ampio, in un confronto interculturale e interstorico che muove di continuo di esperienza in esperienza, di ragione in ragione, come un grande dialogo che si svolge nel tempo con protagonisti sempre diversi e in cui gli scambi sono straordinariamente vivi e frequenti. E può essere che nel nostro compito nuovo, di fronte a un sistema letterario che anche dietro la spinta del mercato si costituisce strutturalmente all'incrocio fra mondo globale e mondi locali, finiamo col riconoscere motivi e caratteri che hanno radici lontane. Forse anche una letteratura come quella italiana, se interrogata in modo adeguato, alla luce dei nuovi problemi e delle nuove prospettive, potrebbe insegnare come un certo dialogo fra le tradizioni sia stato possibile anche in altri tempi. Pensiamo alla Divina Commedia: è chiaro che nel suo quadro prodigiosamente organico si determina una sorta di impulso all'universalità, in cui affluiscono, al positivo e al negativo, diverse culture e diversi codici mentali. E' un poema dove l'enciclopedia del sapere rinvia alla vita universitaria di Parigi così come, sebbene implicitamente, all'Inghilterra, e dove addirittura è compresente il mondo musulmano con ragioni, come è stato ipotizzato, che forse entrano persino nella stessa costruzione dell'opera, nel suo disegno vertiginoso dal razionale al metarazionale. In verità, è sempre avvenuto che le letterature si siano mescolate tra loro, come emerge palese quando ci si metta in rapporto anche con altre letterature nazionali. Si ricordava l'idea della Weltliteratur di Goethe, di una letteratura mondiale nella quale entravano nuove tradizioni e in cui assumeva un ruolo cruciale, alla base del dialogo delle nazioni, il problema della traduzione. E uno degli esempi veniva proprio da lui, che riscopriva la poesia persiana e ne faceva parte integrante della propria tradizione occidentale. D'altro canto quando Madame de Stäel scriveva De l'Allemagne scopriva nella cultura romantica tedesca una nuova entità che compariva a livello europeo. Pensiamo al grande slancio del Romanticismo tedesco: la Germania era un Paese sino ad allora apparentemente ai margini, che scopriva la modernità e immetteva uno straordinario flusso di energie nel contesto della cultura europea e finanche extraeuropea, non appena coinvolgeva gli Stati Uniti e l'America meridionale. Certo oggi il fenomeno si presenta in forme molto più radicali, su una scala incomparabilmente più vasta, in cui entrano in gioco tanto il mondo latino-americano quanto il mondo orientale, con l'India, l'Australia, la Cina, il Giappone, per tacere di Israele, dei paesi arabi o del Sudafrica. E sono proprio quelle che, in un lessico tradizionale, chiameremmo le periferie. Ma anche la dialettica tra centro e periferia, oggi, esige di essere rivista nel profondo, col riconoscimento dei processi fluidi che modificano di continuo le relazioni date e le dignità precostituite, tanto più nel contatto ineludibile con gruppi umani per i quali la tradizione autoctona continua a costituire una forza viva, entro i ritmi di un divenire che non si può adeguatamente intendere secondo il metro dello sviluppo occidentale.
Certo è un dato di fatto, come ha riconosciuto più di uno scrittore, che la letteratura oggi trova espressioni talora più vitali proprio alle periferie, che nell'atto stesso di riscoprire la letteratura e la sua tradizione le investono con il senso vivo dei propri problemi e con la freschezza delle proprie esperienze. E' come una metamorfosi di prospettive, ove il presente di popoli un tempo conquistati e oppressi, con il dramma di una cultura vinta, assume la letteratura e la sua tradizione come strumento di riscatto della propria identità e della propria dignità per poi farvi deflagrare la vitalità sovversiva e la forza di metamorfosi di una esperienza inalienabilmente originale, che chiede di essere riconosciuta nella sua differenza e nella sua eccentricità. Così, in un singolare movimento, gli scrittori delle periferie, che conoscono bene la letteratura istituzionalizzata e che talvolta si servono di una lingua altra da quella d'origine, si portano sin dentro il centro e lo traducono nella propria periferia, rivitalizzandolo a contatto con un universo di cose nuove da testimoniare e di nuove parole da trattenere. Più che di periferie, a questo punto, si deve parlare di nuovi centri, diversi da quelli tradizionali. Il policentrismo si rivela più che mai un'altra faccia del nostro universo globale e plurale.
Ma è poi vero, anche in questo caso, che la memoria del passato continua a rifluire nel presente. Quando si legge un romanzo come Paradiso del cubano Lezama Lima, quasi non si riesce più a distinguere tra medioevo, barocco e il presente dilacerato della realtà postcoloniale dei Caraibi. E' tutta la letteratura che viene messa in gioco. Ma questo, in un ordine più generale, è anche uno dei caratteri della letteratura del Novecento, che nel momento stesso in cui qualche volta sembra rompere drasticamente con il passato, lo mette in gioco per intero. Si è parlato, a questo proposito, di nuove opere-mondo. Diciamo piuttosto che il passato tende sempre più ad assumere la figura di una pluralità mobile e sincronica, ordinandosi non più secondo paradigmi selettivi e teleologici, ma alla stregua di una biblioteca o di un'enciclopedia paradossalmente aperta, forse anche di un grande bazar. Vero è che le tradizioni singole non si riescono più a isolare, sono inestricabilmente intrecciate fra loro, proprio come poliglottismo e creolizzazione definiscono i fenomeni emergenti nel nuovo ordine antropologico della società multietnica. Certo anche questa diversa "giovinezza" delle tradizioni e delle letterature deve diventare una parte della nostra esperienza. Si tratta di un compito straordinariamente arduo che va poi definito e assolto, fuori da ogni enfasi, nella dimensione umile e paziente del lavoro quotidiano, là dove si determina nel concreto il nostro modo di porci di fronte al mondo, ossia dinanzi agli uomini. Va da sé che il multiculturalismo susciti poi nuovi problemi: qualcuno parla di relativismo totale, altri invece, forse più a ragione, invitano a riconoscere che il multiculturalismo non significa relativismo dei valori, perché alla fine determina proprio dei valori umani comuni, differenziati ma insieme solidali. Come è stato acutamente osservato, proponendosi come un assoluto il relativismo non può alla fine che negare se stesso, perché se fosse valore assoluto non sarebbe più relativismo. Proprio negli scrittori delle periferie, invero, il sentimento profondo del luogo e del suo retaggio remoto non vanifica ma anzi avvalora la ricerca eticamente vincolante di un denominatore comune di umanità. E in realtà la letteratura si è sempre portata dentro, anche nel rivolgersi a tradizioni profondamente diverse come quella orientale, indiana o cinese, un proprio impulso a una dimensione globale, tutt'uno con il sentimento di un insieme più ampio, di cui veniva a far parte, acquistando il suo significato più autentico, anche il testo nuovo con la sua sfida inventiva. La varietà deve comportare anche un elemento comune, una ragione umana senza la quale non potrei intendere l'altro e riconoscere in lui, proprio in quanto diverso, un compagno della mia stessa avventura.
Nell'universo contemporaneo della complessità rientra senza dubbio il fenomeno di una sconfinata molteplicità di tradizioni che si trovano a convivere in un mondo che, per un altro dei paradossi del nostro presente, sentiamo più vasto e nello stesso tempo, con i nuovi strumenti informativi, straordinariamente rimpicciolito. Ma l'economia planetaria non elimina il dissidio anche sanguinoso degli interessi e delle visioni del mondo, l'ansia travagliata e talvolta intransigente dell'identità. Ciò che si profila è dunque un sistema culturale strutturalmente aperto e fluttuante, in cui confluiscono canoni, valori, comportamenti anche molto differenti e spesso in conflitto e in cui non si può fare a meno di un pluralismo autentico, fondato sullo scrupolo pensoso di ritornare di continuo sulla propria prospettiva parziale, senza abdicare alla propria singolarità ma impegnandola al confronto con il diverso, al gioco molteplice e spregiudicato delle relazioni, arricchita anche attraverso il dissenso. In un libro dedicato alla "società individualizzata", a quella che altri definisce "società orizzontale", un sociologo di severa e penetrante acutezza come Zygmunt Bauman può osservare che con la globalizzazione e la trasmissione elettronica dell'informazione si produce una "svalutazione del luogo", una perdita di significato dello spazio, mentre alla prospettiva dello "stanziale" sembra sostituirsi quella del "nomade". Ma più che un'alternativa irreversibile questo significa un nuovo rapporto tra "globale" e "locale", come afferma Roland Robertson, un veterano in materia, per il quale la globalizzazione produce non solo l' "uniforme" ma anche il "diverso" e diviene il contesto necessario entro cui si colloca anche la cultura differenziata del "luogo". Ne nasce allora la consapevolezza attiva di una pluralità di storie e tradizioni, il principio negoziato del confronto, la costruzione di un'identità attraverso la presenza dialogante dell'altro.
Ora la letteratura, con il suo spazio di figure visibili e invisibili, introduce ed educa esattamente a questa conoscenza, a questa compresenza di verità differenti nella pluralità libera delle coscienze. E il tema dell'altro, oggi così vivo nel discorso filosofico e in tante riflessioni avvertite di ordine sociologico, viene ineludibilmente in primo piano, nella vocazione della letteratura a riconoscere e a capire la diversità, ad assimilarla senza cancellarla o farle violenza. Ed anche la scuola, nel mondo della multiculturalità e della globalizzazione che crea, come sappiamo, nuove forme di etnia, ha il compito di salvaguardare il senso profondo della parola come dialogo, come rapporto tra un soggetto e un altro dove è l'altro che conta, in quanto è colui attraverso il quale anche il soggetto scopre qualcosa di sé.

giovedì 28 novembre 2013

Verba volant (19): per...

Per, prep.

Le parole non devono essere lunghe per essere importanti; ci sono infatti parole cortissime, fatte di una sola sillaba - le preposizioni appunto - che sono fondamentali nella nostra lingua e che sono ricche di significati.
Oggi voglio parlare di un per che non c'è più.
Probabilmente pochi di voi sanno chi sia un tal Massimo Bray e infatti importa poco saperlo; potete vivere benissimo con questa lacuna. Questo signore, dopo essere stato direttore della rivista Italianieuropei, è stato chiamato improvvisamente ed inaspettatamente a diventare ministro dei beni culturali nel governo Letta. Ministro di seconda fascia, ben inteso, perché in Italia la cultura conta poco, ma pur sempre ministro. Il suo dicastero si chiama, per esteso, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, anche se ormai si usa chiamarlo con la sigla, Mibac.
Peraltro a diversi ministeri è toccata questa sorte di essere chiamati con una sigla, perché evidentemente è più moderno. Le sigle fanno molto “americano“, tanto che a volte, nella storica sede del ministero in via del Collegio romano, risuona il grido: “Braye, facce Tarzan…“.
Comunque a me interessa il nome esteso, perché quel ministero si chiama così solo da pochi mesi, ossia da quando è nato - sfortunatamente per l’Italia - il governo Letta. Quel ministero è stato creato, nell’autunno del 1974, per il IV governo Moro, come Ministero per i beni culturali e ambientali.
Avete notato il per? Benissimo.
Per la cronaca il primo a ricoprire la carica di ministro è stato Giovanni Spadolini, uomo di lettere, direttore di giornali - compreso il Resto del Carlino - che probabilmente non fu estraneo alla scelta del nome, visto che fortissimamente volle quel ministero.
E il per è sempre rimasto lì, anche nel riordino dei nomi dei ministeri fatto da Bassanini; anzi dei dodici ministeri stabiliti allora da quella riforma questo era l’unico ad avere nel nome il per invece della preposizione di.
Il per infatti è sempre rimasto, anche durante gli incarichi di personaggi non sempre autorevoli.
A essere sinceri, dopo l’esperienza di Spadolini, quel dicastero è stato sempre ricoperto da figure di secondo o di terzo piano, è stato per diversi anni il contentino per qualche corrente democristiana, a cui non era stato dato un ministero di maggior peso - la stessa sorte del ministero della marina mercantile - e per quattro anni anni addirittura è stato ridotto a feudo del Psdi, che nominò, tra gli altri, l’ineffabile Vincenza Bono Parrino, preside siciliana diventata senatrice, dopo la prematura scomparsa del marito, anch’egli senatore dei “saragattiani“, come chiamavano un tempo, un po’ per celia, gli esponenti di quel partito. Nella cosiddetta seconda Repubblica il ministero ha avuto forse maggior appeal, anche se il livello dei ministri è rimasto spesso sotto la sufficienza. Giova ricordare tra gli ultimi ministri almeno il poeta Sandro Bondi.
Perché è stato tolto quel per? Probabilmente nessuno ci ha fatto caso. L’estensore della lista dei ministri ha pensato di uniformare quello che gli era sembrato un errore, se non una bizzaria. Invece quel per aveva un significato. Fino al 1974 di questi temi si occupava una sezione del Ministero della Pubblica Istruzione - bisognerà poi scrivere una definizione su come e perché si è perso l’aggettivo pubblica riferito ad istruzione, ma questa è un’altra storia - e parve giusto che su un tema così rilevante ci fosse un ministero ad hoc. Anche perché l‘art. 9 della Costituzione diceva - e dice ancora:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
La Costituzione quindi assegna alle istituzioni un ruolo attivo nel campo della cultura, di promozione, di impulso, che sembrava meglio espresso con quel per. Alle parole non sono seguiti i fatti e quel per è rimasto purtroppo lettera morta.
Adesso però non c’è neppure quel per.

venerdì 4 gennaio 2013

Considerazioni libere (329): a proposito di un'opera lirica...

Knight crew è un'opera lirica contemporanea, andata in scena per la prima volta il 3 marzo 2010 a Glyndebourne, nell'Inghilterra meridionale. L'autore della musica è il compositore Julian Philips, nato nel 1969, mentre l'autrice del libretto è la scrittrice Nicky Singer; la regia è stata affidata a John Fulljames, nato nel 1976, e la direzione musicale a Nicholas Collon, nato nel 1983. Knight crew racconta la storia di re Artù, adattandola ai giorni nostri e ambientandola tra le gang di una periferia urbana degradata. Al di là del merito dell'opera, che comunque è stata un successo e ha avuto buone critiche sui più importanti giornali inglesi, a me interessano alcuni aspetti della produzione, che mi sembra utile sottolineare e su cui credo si possa avviare qualche utile riflessione e un confronto con quello che succede nel nostro paese.
Glyndebourne è un'istituzione teatrale privata inglese molto prestigiosa, per quanto relativamente recente, dal momento che il primo spettacolo è stato allestito nel 1934, per iniziativa di John Christie, il proprietario della villa, appassionato di opera e marito di una cantante lirica, che costruì il primo teatro e sostenne le spese di quell'allestimento e di quelli successivi. L'attività teatrale e concertistica culmina ogni anno nel Glyndebourne Opera festival,che si svolge dal 1994 in un nuovo teatro da 1.200 posti, realizzato dagli eredi di Christie, ancora proprietari della villa. Insieme a questa attività nel 1986 è stato istituito un dipartimento educativo, che lavora con le scuole del Sussex e del Kent, sia per far conoscere l'opera ai ragazzi sia per insegnare loro musica e canto. Il progetto di Knight crew si inserisce proprio in questo filone di attività. Per l'allestimento di questo nuovo spettacolo, commissionato ad hoc per questo progetto, la fondazione che presiede le attività di Glyndebourne ha investito 400mila sterline, arrivati in parte dal governo - attraverso l'Arts Council of England - e in parte da privati. Si è trattato evidentemente di un allestimento non certo "amatoriale", ma curato da professionisti del settore, tra artisti e tecnici, come nella consuetudine degli spettacoli di quel teatro, conosciuto per l'alto livello delle produzioni. L'orchestra che ha eseguito l'opera era composta da sessanta elementi: trenta professionisti e trenta giovani studenti. Il coro - che svolge un ruolo molto importante in questa opera, rappresentando appunto la "gang" del Cavaliere - è stato composto da cinquanta tra ragazze e ragazzi, dai 14 ai 18 anni, non professionisti, scelti nelle scuole e nei centri giovanili del territorio. La ricerca di questi ragazzi e successivamente la responsabilità di insegnare loro questa difficile partitura musicale è stata affidata a Gareth Malone, nato nel 1975, che da qualche anno collaborava con il dipartimento educativo di Glyndebourne, e che è diventato noto al pubblico televisivo attraverso una serie di programmi trasmessi dalla Bbc. In particolare il lavoro fatto per Knight crew è stato presentato nel documentario in tre puntate Gareth Malone goes to Glyndebourne. Per avere un'idea del suo lavoro potete guardare qualche filmato che trovate su Youtube; Rai5 ha recentemente trasmesso questo programma - e altri dedicati a Malone - con il titolo complessivo I ragazzi del coro: vi consiglio di guardarli, è un'altra televisione rispetto a quella a cui siamo ormai purtroppo assuefatti. Tra le ragazze e i ragazzi scelti per partecipare al progetto alcuni avevano storie personali difficili, in qualche caso al limite della legalità. Alcuni sapevano bene cosa significa far parte di una gang e quali sono le dinamiche che si instaurano tra i suoi membri, perché ne hanno avuto in qualche modo un'esperienza diretta; questa consapevolezza dei ragazzi è stata utilizzata sia da Malone sia dal regista per rendere ancora più efficace la rappresentazione. L'opera prevede anche un coro delle madri e anche in questo caso le audizioni hanno coinvolto donne non professioniste che vivono vicino a Glyndebourne, in qualche caso si è trattato proprio delle madri delle ragazze e dei ragazzi impegnati nel coro. Per molte di quelle famiglie Glyndebourne, per quanto fosse a poche miglia di distanza da casa loro, era un luogo sconosciuto, così come l'opera lirica.
Ecco, visto che non si perde un'occasione per farci autorevolmente notare che dobbiamo fare come l'Europa, a me, in questo caso, piacerebbe proprio fare come l'Europa. Come sapete, io vivo nelle terre di Verdi. Il dramma in cui si dibatte il Teatro Regio di Parma, una delle istituzioni culturali più blasonate del mondo per quel che riguarda il melodramma, è emblematico dello stato della cultura oggi in Italia. L'anno scorso nel cartellone del Regio ci sono state soltanto due opere, di livello modesto, e si è trattato comunque non di produzioni originali, ma di riadattamenti di allestimenti già presentati al pubblico negli anni passati. Il resto dei teatri d'opera italiani temo si trovi in situazioni analoghe, anche se non così drammatiche. Nella prima parte di questa "considerazione" ho volutamente calcato l'attenzione sull'età delle persone coinvolte nel progetto; anche il direttore di Glyndebourne, di cui non so il nome e che è comparso fugacemente nella prima puntata del documentario della Bbc, dimostrava una quarantina d'anni. Pensate all'età media di direttori di teatri, registi, direttori d'orchestra che lavorano in Italia e vedrete immediatamente una differenza. Come ho già scritto io non sono un "novatore" sempre e comunque, penso che in ogni campo sia necessaria l'esperienza e la capacità di chi da anni lavora in quel campo come la carica di novità che possono portare i giovani: in Italia spesso mancano l'una e l'altra, a favore di una mediocrità che purtroppo non ha connotazioni anagrafiche.
Il progetto portato avanti da Glyndebourne, sostenuto finanziariamente dal governo inglese, "pubblicizzato" attraverso una trasmissione popolare della Bbc - i programmi di Malone sono del genere reality, per quanto ben fatti, e non programmi cult per melomani relegati in orari notturni - ha molti meriti, ma soprattutto quello di provare ad educare un pubblico. Probabilmente nessuno dei cinquanta ragazzi del coro diventerà un "divo" della lirica - o almeno a nessuno di loro è stata data questa speranza, anche a chi è emerso per innegabili doti vocali - ma certamente tutti diventeranno ascoltatori più consapevoli di un genere musicale complesso. E' stata offerta la possibilità di salire sul palco di Glyndebourne da protagonisti a cinquanta ragazzi che da spettatori non avrebbero mai messo piede in quel teatro, perché in quel paese - forse ancora più che da noi - ci sono forti differenze di classe. In Italia dove questa differenza di classe è oggettivamente meno visibile, l'esclusione dall'accesso a certi eventi culturali è essenzialmente determinata dai costi proibitivi dei biglietti.
Se leggessi in maniera esclusivamente politica la storia di Glyndebourne sarebbe una bella metafora di cosa dovrebbe fare la sinistra, ma guardandola semplicemente per quello che è, si tratta della possibilità di fare cultura in un modo diverso. Ecco se dovessi chiedere qualcosa al prossimo ministro della cultura di un governo di centrosinistra, gli chiederei di istituire dei dipartimenti educazione nei teatri d'opera italiani e di tentare un'operazione simile a quella fatta a Glyndebourne. Sono convinto che i professionisti in grado di fare queste cose ci siano in Italia, come ci sono in Gran Bretagna e, con un po' di impegno, si potrebbero trovare anche i soldi, magari risparmiando un po' su certi progetti faraoinici in cui sono coinvolti i "soliti noti". Se poi qualche "tecnico" volesse prendersi la briga di fare due conti, pensate alla potenzialità economica e turistica che potrebbe avere per il nostro paese un rilancio a questi livelli della musica lirica, un patrimonio per cui siamo conosciuti in tutto il mondo, un'eredità enorme che abbiamo ricevuto e che abbiamo via via dilapidato. Magari sarebbe un modo un po' più sensato di celebrare il bicentenario del Cigno di Busseto e forse a quel "rivoluzionario" di Verdi potrebbe anche far piacere.

sabato 19 febbraio 2011

Considerazioni libere (208): a proposito di Sanremo e di lavoro...

"La radio mi pugnala con il festival dei fiori" canta Sergio Caputo e in questi giorni è davvero difficile sfuggire alla kermesse canora: neppure io voglio esimermi e dedico questa mia nuova "considerazione" proprio al festival di Sanremo. Sinceramente non trovo ozioso o inutile riflettere su questo avvenimento. Non si tratta solo di canzonette. E se anche fossero soltanto canzonette, il festival viene visto da quasi la metà delle famiglie italiane, è il programma di punta di una delle più importanti agenzie culturali di questo paese: merita una qualche attenzione. E comunque - lo ripeto - non stiamo parlando solo di canzoni, come spero di riuscire a dimostrare.
Siamo talmente abituati alla mediocrità da rimanere stupiti di fronte alla normalità. Ci ho pensato guardando la terza serata del festival. Svegliandomi estremamente presto al mattino, ho praticamente smesso di guardare la televisione, che già prima delle mie levatacce guardavo di rado. Ma visto che giovedì e venerdì ho potuto alzarmi un po' più tardi del solito - comunque intorno alle 6.30 - e che era ampiamente annunciata la presenza di Roberto Benigni, giovedì sera - naturalmente insieme a Zaira - ho fatto un'eccezione. Benigni mi è piaciuto molto, ma non voglio parlare di lui; l'autore toscano è di un'altra categoria e francamente la "media" del livello culturale e della bellezza dello spettacolo di giovedì, e dell'intero festival, non può essere calcolata basandosi su di lui.
Tornando allo spettacolo per così dire "normale" di giovedì sera, ho trovato alcuni altri aspetti degni di nota: lo stile della conduzione di Gianni Morandi, le interpretazioni di Roberto Vecchioni, di Anna Oxa, di Davide Van De Sfroos, la qualità degli arrangiamenti e la capacità dell'orchestra, l'ironia di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu; così ho avuto l'impressione - a caldo per così dire - di assistere a uno spettacolo di qualità, sopra la media di quello che comunemente si vede in televisione. Naturalmente ci sono stati anche momenti decisamente sotto la media: alcune interpretazioni canore imbarazzanti, i siparietti difficili da sopportare - d'altra parte tra gli autori figura Federico Moccia con il suo cappellino - l'ingombrante e difficilmente gestibile presenza della futura signora Clooney, lo sfruttamento da lenoni della bellezza di Belen Rodriguez e così via. Ripensandoci a mente fredda, sono arrivato alla conclusione che quella serata del festival non sia stata un'eccellenza televisiva - naturalmente sempre al netto di Benigni - ma semplicemente uno spettacolo a cui hanno lavorato diverse persone che sanno fare il proprio mestiere. E questo nel nostro paese finisce per essere rivoluzionario. Per fare una buona media non sono necessari alcuni geni, ma sono sufficienti molte persone normali.
E siccome non stiamo parlando soltanto di canzonette, mi pare che questo avvenga ogni giorno, in ogni contesto. Quando sono al lavoro, mi capita di sentire dei cittadini che ringraziano i miei colleghi per la professionalità e la gentilezza che hanno trovato nel nostro ufficio, anche se sono venuti soltanto per chiedere un certificato o per rinnovare la carta d'identità. Al netto della capacità dei miei colleghi - che è comunque alta - mi sembra che anche questo dimostri che siamo talmente abituati all'approssimazione quando ci rechiamo a un qualsiasi sportello pubblico da stupirci quando veniamo trattati in maniera normalmente competente, anche per una pratica semplice. E lo stesso avviene - purtroppo è una constatazione comune e difficilmente confutabile - negli ospedali, nelle scuole, in molti ambienti di lavoro, anche privati. Ho già scritto diverse volte delle condizioni al limite dei diritti sindacali e costituzionali in cui sono costretti a lavorare tanti giovani, ad esempio nei call center, e non voglio tornarci sopra. E questo favorisce naturalmente la mancanza di professionalità. Mi pare quasi - ma magari su questo sarebbe necessario un maggior approfondimento - che a fronte di paghe basse e diritti inesistenti quei lavoratori, piuttosto che reagire chiedendo maggiori diritti, si rifugino nel far male il proprio lavoro. E' una sorta di rincorrersi al ribasso del concetto di do ut des: tu mi dai poco, ma io lavoro male. Invece il lavoro dovrebbe essere onorato, sempre, perché è qualcosa di prezioso.
Per tornare alle canzonette e alla televisione, mi sembra davvero che troppe volte il lavoro, sia di chi appare in scena sia di chi sta dietro le quinte, non venga affatto onorato. E probabilmente sta qui il danno più profondo che la televisione italiana sta facendo a questo paese, non tanto nella stucchevole faziosità di certi telegiornali o di alcuni programmi di informazione. Questa televisione ha insegnato a una generazione - e continua a insegnare - che non è tanto importante quello che sai fare e come lo sai fare, ma come sei, cosa indossi, come ti vedono gli altri.

martedì 27 luglio 2010

Considerazioni libere (146): a proposito di risorse per la cultura....

Mi sembra utile far conoscere ai miei sparuti lettori - che sempre caldamente ringrazio per la loro attenzione e la loro benevolenza - alcuni dati che Carla Moreni ha illustrato in un suo interessante articolo apparso sull'inserto culturale de Il Sole 24 ore di domenica scorsa.
Da alcuni anni il 65% del pubblico del Rossini Opera Festival - che si tiene a fine estate a Pesaro da 31 anni - è fatto di stranieri. Sempre al Rof dei 120 giornalisti accreditati, 70 sono stranieri, da tutte le parti del mondo.
Gli organizzatori del Festival Verdi di Parma hanno destinato quattromila biglietti, circa un quarto del totale, a operatori turistici stranieri: sono già stati tutti venduti attraverso pacchetti turistici che prevedono soggiorni brevi nel nostro paese. Si calcola che l'indotto generato da questi visitatori sia di circa 12 milioni di euro, per un festival che costa la metà.
Si tratta evidentemente di appuntamenti importanti, con interpreti e allestimenti di grande livello, e non si può pensare di ripetere esperienze come queste in tutto il nostro paese, eppure questi numeri ci dovrebbero far riflettere sulle grandi potenzialità di questo settore del nostro panorama culturale. So bene che ci sono in giro per l'Italia enti lirici che sprecano risorse da decenni, so bene che in troppi casi gli orchestrali godono di privilegi e di rendite di posizione francamente ingiustificabili, eppure la soluzione non può essere quella proposta dal ministro Bondi - e di tanti altri suoi predecessori e, temo, successori - di tagliare in maniera indiscriminata le risorse da destinare al teatro musicale italiano. La soluzione non può neppure essere di lasciare tutto come è adesso - come sperano in troppi, che in questi anni ci hanno guadagnato, al di là dei loro meriti - pena la fine di tante esperienze importanti e di una tradizione importante, che è profondamente italiana.
Dire che la cultura può essere una delle principali risorse del nostro paese è stato detto così tante volte da suonare fin banale: il problema è che nessuno ci crede davvero. Dovrebbe essere un caposaldo del programma di governo di qualsiasi forza politica, ma invece...

giovedì 8 luglio 2010

Considerazioni libere (137): a proposito di chi sa fare le cose...

La Rai nei mesi estivi, evidentemente per risparmiare su nuovi programmi, utilizza a piene mani le risorse dei suoi cospicui archivi, assemblando spezzoni di vecchi varietà. Si tratta di video che si possono trovare anche su Youtube, cercandoli con un po' di pazienza.
Non so se chi cura questi programmi e chi ne autorizza la messa in onda si rende conto dell'indiscusso effetto autolesionistico di questa operazione; spero non voluto: altrimenti dovremmo più correttamente parlare di masochismo. Guardando quegli spezzoni di trasmissioni in bianco e nero è inevitabile il confronto con quello che è in onda in questi anni e purtroppo questo confronto è quasi sempre impietoso: i nuovi programmi ne escono ancor più brutti di quello che effettivamente sono.
Mi pare che il motivo fondamentale di questo decadimento sia piuttosto semplice da trovare: la televisione non cerca chi sa fare, ma per lo più valorizza chi non sa fare. E purtroppo questo è vero anche in altri campi di questo paese.
A suo modo è emblematica la storia di Pietro Taricone, che è morto tragicamente pochi giorni fa, suscitando una forte commozione. Taricone era diventato popolare perché aveva partecipato alla prima edizione del Grande fratello: era stato scelto non perché sapesse fare qualcosa, perché avesse un qualche talento, ma perché, secondo gli autori di quella fortunata trasmissione, poteva rappresentare meglio di altri un tipo di giovane maschio italiano, un po' sbruffone, dongiovanni, ma poi capace di farsi voler bene, un tipo spesso presente nei film della commedia all'italiana. Ed effettivamente Taricone rappresentò al meglio questa "maschera", perché probabilmente lui era proprio così. Finita la trasmissione, Pietro avrebbe potuto tranquillamente vivere di rendita, passare da una trasmissione all'altra, continuando a non saper fare nulla, ma rimanendo al centro dell'attenzione mediatica. Taricone ha fatto una cosa decisamente controcorrente - e che in qualche modo ha pagato - e ha deciso che non poteva continuare a essere famoso senza saper far nulla; in questo è stato davvero poco italiano. Ha provato, con una determinazione ammirevole, a fare l'attore, probabilmente con risultati non sempre eccelsi, ma bisogna dargli atto di questa scelta, perseguita con ostinazione.
Per il resto la televisione odierna è spesso fatta da ballerine che non sanno ballare, pur potendo vantare altre evidenti doti, da comici che non fanno ridere, ma soprattutto da autori che non sanno scrivere e dirigenti televisivi che non capiscono molto di televisione. Davvero la televisione in questo è specchio fedele della nostra società.

p.s. oggi è morto Lelio Luttazzi, uno che sapeva fare le cose...

mercoledì 30 giugno 2010

Considerazioni libere (135): a proposito di politiche culturali...

Oggi voglio raccontare una piccola storia italiana, che - almeno a mio parere - non ha avuto l'attenzione che meriterebbe.
Ravello è una splendida cittadina della provincia di Salerno, uno dei moltissimi tesori italiani, tanto che l'Unesco ha dichiarato Ravello e la costiera amalfitana patrimonio dell'umanità. La città ospita ogni anno il Festival di Ravello, dedicato a Wagner, che proprio in un soggiorno nella località campana trasse l'ispirazione per comporre il suo ultimo capolavoro, il Parsifal, e che è solo uno dei tanti turisti illustri che si è innamorato di questo luogo.
Dal 2002 il presidente della Fondazione Ravello è il sociologo Domenico De Masi che è riuscito a rilanciare il Festival, grazie anche alla sua capacità di raccogliere contributi privati: questo appuntamento culturale infatti ha un bilancio che vive per il 66% grazie a sponsor privati e per il 34% con fondi pubblici, un caso unico nel Sud. De Masi si è proposto un altro ambizioso progetto, realizzare a Ravello un grande auditorium, un luogo in cui avviare, non solo nei mesi estivi, un'attività culturale capace di attirare turisti in quel comune che, pur avendo solo 2.500 abitanti, conta diciotto alberghi, di cui cinque a cinque stelle. Oscar Niemeyer, uno dei più importanti architetti del mondo, il "padre" di Brasilia, ha realizzato gratuitamente il progetto di questo auditorium e la Fondazione ha ottenuto dall'Unione europea 18,5 milioni di euro necessari per realizzare l'opera.
A questo punto sono iniziati i contenziosi. Nei primi sei anni chi sedeva all'opposizione in Consiglio comunale ha fatto di tutto per non far realizzare l'opera e si è costituito un comitato contro l'auditorium, sostenuto anche da Italia Nostra. Sono partiti esposti, si sono svolti diversi processi e i lavori sono stati più volte sospesi. Nel febbraio del 2005 infine il Consiglio di Stato ha dato il via libera ai lavori che sono terminati nel 2009. Oggi la sala può piacere o non piacere, affascinare o apparire uno sfregio, ma è una realtà da 18.5 milioni di euro. L'auditorium è stato anche inaugurato, ma ora è chiuso, anzi rimarrà chiuso proprio per l'edizione 2010 del Festival, che si inaugura il 1 luglio con uno spettacolo in cui si esibiranno John Malkovich e la Wiener Akademie.
Nel frattempo è diventato Sindaco chi fino a pochi mesi fa si era opposto alla realizzazione dell'auditorium. Il 2 ottobre del 2009 il sindaco Imperato ha sottoscritto un atto di comodato con cui il Comune affidava alla Fondazione la gestione della sala; la Fondazione aveva già preparato un cartellone prevedendo quattro festival, uno per ogni stagione e un piano industriale che prevede il pareggio nei primi due anni di attività. Ma il 22 aprile di quest'anno il Consiglio comunale, compreso lo stesso Sindaco Imperato, ha bocciato questa convenzione, decidendo di costituire una propria società di gestione: evidentemente qualcuno ha colto le potenzialità economiche della struttura. Nel frattempo i Vigili del fuoco non hanno ancora concesso l'agibilità e il Comune non ha particolare fretta, visto che prima vuole risolvere la partita della gestione.
Così a Ravello c'è un'auditorium, progettato da uno dei più grandi architetti del mondo e costato 18,5 milioni di euro, che nessuno sta utilizzando. Ogni altro commento mi pare superfluo.

sabato 29 maggio 2010

Considerazioni libere (119): a proposito di Bologna (II)...

Alcuni giorni fa ho scritto una "considerazione" piuttosto critica sulla mia città (la nr. 117, per la precisione); a questo punto mi sembra doveroso scriverne una sorta di seguito o meglio, per dirla alla maniera di Bacone, far seguire alla pars destruens una pars construens, per non lasciare un'eccessivo senso di pessimismo nei miei sparuti lettori.
In queste settimane a Bologna molti si domandano quale dovrà essere il profilo del prossimo sindaco o più prosaicamente scommettono su chi sarà il nuovo inquilino di Palazzo d'Accursio, saggiando alcuni nomi, bruciandone altri, tenendone nascosti altri ancora: in una parola il peggio della politica. Alcuni altri stanno provando a ragionare sul modello di città a cui aspiriamo e che legittimamente possiamo pensare di costruire; francamente questa discussione mi pare un poco più interessante. Questa città ha conosciuto la sua fase migliore, dall'immediato dopoguerra agli anni settanta del secolo scorso, perché la sua classe dirigente - tra il pragmatismo bonario di Giuseppe Dozza e l'analisi intellettuale un po' aristocratica di Renato Zangheri, passando per molti altri politici e amministratori, non solo proveniente dalle fila del Pci - aveva ben in testa un modello da seguire: Bologna doveva essere il modello della buona amministrazione, il modello del riformismo socialista in un Paese che era governato dall'immobilismo democristiano. Voglio far notare - ma è cosa nota - che il fatto che Bologna fosse l'unica grande città italiana da sempre governata dal Pci ha fatto sì che qui anche il livello degli esponenti della Dc sia stato mediamente più alto che a livello nazionale. Naturalmente non sempre i risultati furono all'altezza del modello - occorre essere onesti, al di là delle comprensibili nostalgie - ma fu importante avere una linea da seguire. E soprattutto fu importante che questa idea fosse non solo prerogativa di un gruppo dirigente, per quanto allargato, ma condivisa da un gran numero di cittadini, il cui senso civico e la cui sensibilità politica erano certamente sopra la media.
So bene che è impossibile ricreare quel clima ideale, non ci sono più da tempo le condizioni storiche e politiche perché questo avvenga. A essere onesti e per ristabilire una dura verità storica, Bologna è stata così duramente colpita dal terrorismo - basti pensare alla strage del 2 agosto - proprio perché non fosse più quel modello e bisogna dire che l'obiettivo è stato raggiunto. Nonostante questa necessaria premessa, credo che potremmo convenire su un'idea, su qualcosa su cui investire in maniera unanime, in modo che gli sforzi di tutti prendano una stessa direzione o almeno direzioni non troppo divergenti, come sta invece avvenendo ora. Personalmente penso che Bologna, accantonata l'idea di essere di nuovo un modello di qualcosa, potrebbe trovare la sua ragion d'essere, la sua idea forte - mi verrebbe da dire la sua anima, mi sembra il termine più chiaro - nel suo patrimonio culturale e creativo. Non pretendo di essere originale e so bene che tante volte ho sentito la frase "Bologna deve investire sulla cultura", ma altrettanto spesso ho visto disattesa questa dichiarazione di principio.
A Bologna c'è un'università che ha certo molti problemi, come ogni altra università italiana, ma che continua a godere di un prestigio in molti campi; a Bologna ci sono moltissimi artisti, scrittori, cineasti, teatranti, fumettisti, musicisti; a Bologna c'è già un pubblico potenzialmente attento e soprattutto può facilmente arrivarci da ogni parte d'Italia; Bologna continua a essere una bella città, nonostante l'incuria in cui versa da parecchi anni. E allora la città provi davvero a investire sulla cultura e sulla creatività. Facciamo in modo che i giovani che vengono a studiare a Bologna siano accolti dalla città, lottando veramente contro la piaga del caro affitti - basterebbero pochi controlli per scoprire i tantissimi proprietari che affittano in nero le loro case a prezzi oltre ogni vergogna - offrendo servizi e luoghi di aggregazione. Proviamo a immaginare iniziative, eventi, festival; negli anni passati, ne sono stati fatti di importanti e belli, pensiamo davvero di non esserne più capaci? Certo bisogna uscire dalla logica delle iniziative a spot, occorre programmare, seminare, anche rischiare. Torniamo a investire nei musei, nelle biblioteche, nei luoghi dove naturalmente e ogni giorno si produce cultura. Pensiamo cosa sarebbe la nostra città se si tornasse a lavorare sull'aggregazione associativa, su una miriade di piccoli eventi disseminati nelle vie e nelle piazze del centro e delle periferie - scusate l'inciso personale, ma ricordo con gioia alcune piccole feste dell'unità, ad esempio nei giardini della ex manifattura tabacchi e in piazza XX settembre. Sarebbe una città più pulita, più sicura e con una mobilità più sostenibile. Proviamo a immaginare un turismo diverso che non sia soltanto quello legato alle fiere. Io credo che ci sia una ricchezza possibile in una città che riscopra la sua anima accogliente, ospitale, anche un po' gaudente, che torni a essere un luogo a cui si guarda, in cui si abbia voglia di abitare, in cui faccia piacere venire, una città di cui si invidino almeno un po' i suoi cittadini.

domenica 20 settembre 2009

Considerazioni libere (3): a proposito dell'incapacità di ascoltare...

Le parole di rabbia del ministro Brunetta, al di là di ogni altra valutazione sul merito delle cose dette, sono soltanto l'ultimo segno di un imbarbarimento del dibattito politico che è cominciato da diversi anni e temo sia ormai irreversibile (come ho già detto, l'età mi rende sempre più pessimista, in particolare sul futuro di questo sfortunato paese).
Visitare i siti dei vari partiti e leggere i post e i commenti di quelli che una volta avremmo definito simpatizzanti è come aprire i forum delle peggiori tifoserie calcistiche. Oppure è sufficiente leggere i post che su Facebook sono dedicati alla politica italiana: qualunque sia l'argomento iniziale, basta un attimo perché si arrivi all'insulto, spesso infamante, su questo o su quel personaggio (naturalmente Berlusconi la fa da padrone, nel bene e nel male). Nessuno, o quasi, prova ad ascoltare le ragioni dell'altro. Qualsiasi considerazione sul merito di una questione viene azzerata dalla tendenza a sbattersi in faccia delle colpe, vere o presunte, e ogni discussione trascende sul piano personale.
Non possiamo pretendere che chi fa politica sia migliore della società che esprime quello stesso mondo politico: basta vedere qualunque trasmissione televisiva, da quelle sportive a quelle genericamente di intrattenimento ai reality, per vedere come la discussione, al limite della rissa, sia un elemento fondante della cultura diffusa di questo paese. I giornali e le trasmissioni televise si polarizzano: uno di destra acquista "Il Giornale" perché è sicuro di trovare un nuovo attacco alla sinistra e uno di sinistra guarda "Annozero" perché sa che verrà attaccato Berlusconi. E la politica naturalmente amplifica tutto questo (su questo gli esempi sono numerosi e il povero Brunetta è davvero solo l'ultimo della fila).
Il problema è che in questo paese ci percepiamo antropologicamente diversi gli uni agli altri; una parte del paese considera la sinistra foriera di tutti i mali con la stessa tenace convinzione con cui l'altra parte considera Berlusconi un pericolo per la democrazia. Molto di più e con molta maggior forza di quanto ciascuno sostenga i meriti e i valori della propria parte. Votiamo contro molto più di quanto votiamo per qualcuno. Non so quanto questo sia un fenomeno generalizzato e globale e quanto uno specifico tratto italiano: ho l'impressione che questa deriva sia più forte in Italia di quanto avvenga negli altri paesi europei, ma temo che questa sia la tendenza, anche perché tutti vediamo ormai le stesse omologate trasmissioni televisive, tutti tendiamo ormai agli stessi modelli culturali. E questo è, mio avviso, un problema essenzialmente culturale: si è persa ogni considerazione positiva della politica (e i politici hanno fatto di tutto per far perdere prestigio alla politica), la dimensione del privato, dell'interesse personale prevale nettamente su quella del pubblico.
Personalmente credo che Berlusconi sia un leader politico non all'altezza dei compiti che ha di fronte e che il centrodestra italiano sia peggiore degli schieramenti di analogo segno degli altri paesi europei (purtroppo anche il centrosinistra mi pare un passo indietro rispetto ai partiti della sinistra europea), ma penso anche che uno storico che studierà tra un secolo le vicende italiane di questi decenni, dovrà giudicare Berlusconi non tanto per la sua attività politica, per le cose fatte o non fatte durante il suo governo, ma per la sua attività editoriale e culturale. Naturalmente non è stato solo, ma l'essere il monopolista di fatto dell'offerta televisiva, ossia della maggior agenzia culturale del paese, comporta per lui enormi responsabilità. E il giudizio su questa attività dovrà essere severo: il livello culturale, e anche etico, della nostra società è peggiorato e l'offerta televisiva ha assecondato e guidato questo declino.