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martedì 9 ottobre 2012

"L'intuizione dell'austerità" di Alexander Langer

Capita, di questi tempi, di sentir citare il richiamo berlingueriano del 1977 all'austerità… con un sospiro nostalgico. Dove si mescola la nostalgia verso Enrico Berlinguer a quella per il messaggio in favore di uno stile di vita più modesto, meno spendaccione, e di una vita più ardua, fatta anche di sacrificio, di rinuncia, persino di fatica e di noia (Berlinguer lo diceva a proposito dello studio).L'"intuizione dell'austerià", come viene qualche volta chiamata, la si evoca con sottolineature morali, ma anche come riferimento ad un diverso tenore di vita, ricco di implicazioni economiche e persino ecologiche.
Se Berlinguer, a suo tempo, non è riuscito a sfondare con il suo discorso sull'austerità, ciò è dovuto - a mio parere - ad una fondamentale ambiguità: era (e resta) difficile capire se l'allora segretario del Pci, pur così ricco di connotazioni etiche, intendesse sostanzialmente la stessa cosa che a quei tempi una larga parte del movimento sindacale (con Lama in testa) proclamava, o se si riferisse ad una diversa accezione di austerità. Nel primo caso era un "tirare la cinghia oggi per rilanciare la crescita domani", una politica dei due tempi che non metteva veramente in discussione l'obiettivo del "rilancio dell'economia", e che quindi esigeva uno sforzo di accumulazione per ripartire da una base più solida: meno consumi e più investimenti, meno soddisfazioni immediate e più risparmi, meno cicale e più formiche. Difficile entusiasmarsene, allora come oggi.
Una diversa e più profonda accezione di "austerità", che probabilmente era presente in Berlinguer, ma non realmente esplicitata a quel tempo, avrebbe significato qualcosa di non così facilmente riducibile alle esigenze politico-economiche dominanti di allora e di oggi. Vediamo dunque se il termine "austerità" può caratterizzare oggi uno stile di vita ed un'opzione sociale accettabile e persino desiderabile, o se invece si tratti sempre e di nuovo di un involucro mistificante per arrivare poi al solito dunque, quello di ricapitalizzare e di dare impulsi a quella che chiamano ripresa economica.
Ci sono alcune verità assai semplici da considerare: nel mondo industrializzato si produce troppo, si consuma troppo, si inquina troppo, si spreca troppa energia non rinnovabile, si lasciano troppi rifiuti non riassorbili senza ferite dalla natura, ci si sposta troppo, si costruisce troppo, si distrugge troppo. Naturalmente sappiamo bene che la distribuzione sociale di quei danni è inversamente proporzionale alla ricchezza: i ceti opulenti e benestanti esagerano più dei poveri, i quali hanno poco da sprecare perché mancano dei necessari presupposti economici. Ma essi non sono meno influenzati dalla cultura dominante, per cui aspirano - assai sovente - a diventare al più presto esattamente come i più ricchi, e trovano spesso insopportabile l'idea che la felicità non esiga l'automobile, il video-recorder e le vacanze a Madagascar.
Accettare oggi la positiva necessità di una contrazione di quel "troppo" e di una ragionevole e graduale decrescita, e rilanciare, di fronte alla gravissima crisi, un'idea positiva di austerità come stile di vita più compatibile con un benessere durevole e sostenibile, sarà possibile solo a patto che essa venga vissuta non come diminuzione, bensì come arricchimento di vitalità e di autodeterminazione. E ciò dipende, ovviamente, da tutto un intreccio di scelte personali e collettive, di condizioni culturali e sociali, di sinergie ed intese. Ma qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria, il privilegio di preferire nella vita tutte le cose che non si possono comperare o vendere, il privilegio di usare con saggezza e parsimoniosità l'eredità comune a tutti, senza recinti e privatizzazioni indebite. L'austerità di una vita più frugale, meno riempita da merci-usa-e-getta, più ricca di doni, di servizi mutui e reciproci, di condivisioni e co-usi a titolo gratuito, di ricuperi e riciclaggi, di soddisfazioni senza prezzo.
Riabilitare e rendere desiderabile questo genere di austerità come possibile stile di vita, liberamente scelto e coltivato come ricchezza, comporterà una notevole rivoluzione culturale ed una cospicua riscoperta della dimensione comunitaria. Perché‚ con meno beni e meno denaro si può vivere bene solo se si può tornare a contare sull'aiuto gratuito degli altri, sull'uso in comune di tante opportunità, sulla fruizione della natura come bene comune, non riducibile a merce.
Tutto ciò non potrà essere proposto se lo si intendesse e lo si organizzasse come strada verso il rilancio del meccanismo perverso di accumulazione e crescita economica che ha generato l'inflazione selvaggia di natura, di piaceri e di valori che stiamo sperimentando: una "svalutazione" ben più grave di quella della lira (così come assai più grave appare il buco d'ozono rispetto al buco nelle finanze dello Stato) alla quale non si deve rispondere volendo "tornare nello Sme", cioè‚ riprendere al più presto possibile l'economia degli sprechi, del degrado, dello svuotamento dei valori.
L'austerità potrà invece essere vissuta con piacere e come miglioramento della qualità della vita, se ci farà dipendere meno dai soldi, da apparati, da beni e servizi acquistabili sul mercato, ed esigerà (anzi: permetterà) che ognuno ridiventi più interdipendente: sostenuto dagli altri, dalla qualità delle relazioni sociali ed interpersonali, dalle conoscenze ed abilità, dall'arte di adattarsi ed arrangiarsi, dalla capacita di ricercare e vivere soddisfazioni (individuali e collettive) non ottenibili con alcuna carta di credito, chiavi in mano, pronte ad essere passivamente consumate.
Può essere una grande occasione.

martedì 18 settembre 2012

"500 anni bastano! Ora cambiamo rotta!" di Alexander Langer

Sarebbe concepibile nella Parigi del 2312 una celebrazione dei 500 anni della conquista ed unificazione napoleonica dell'Europa? O addirittura, nella Berlino del 2442, una celebrazione dei 500 anni dalla "conferenza di Wannsee", dove venne progettata l'unificazione e la risistemazione dell'Europa - soprattutto centro-orientale - sotto egemonia tedesca, con gli slavi rimessi al posto che loro spetta, ripulita da ebrei, zingari ed altre razze inferiori?
No, chiaramente non sarebbe immaginabile. Le truppe napoleoniche e le armate naziste fortunatamente hanno perso, e ciò ha aiutato la nostra coscienza a capire ed affermare che quella strada era sbagliata. In quei casi gli invasi hanno fatto abbastanza presto ad espellere gli invasori, addirittura ad invadere a loro volta... E così niente cinquecentenario, niente celebrazioni.
La "scoperta" e successiva conquista delle Americhe da parte dell'Europa, soprattutto latina, invece, senz'altro non pianificata in partenza, ha vinto, e così è diventata luogo comune delle coscienze del Nord, viene celebrata (con qualche pudore e reticenza, con qualche concessione ad una marginale cattiva coscienza, è vero, ma sostanzialmente senza presa di distanza).
Anzi, lo stesso modo di celebrarsi - con ulteriori grandi opere, enfasi di cemento... - e attraverso la perpetuazione di relazioni Nord-Sud che si muovono ancor oggi in quella continuità, e assai rivelatore e chiede che si levino forti le voci contrarie.
La conquista e la sottomissione del Sud è stata legittimata in tutti questi secoli da varie sedicenti "ragioni di superiorità" che si sono succedute nel tempo: da quella religiosa, che giustificava la cristianizzazione forzata, a quella economica e commerciale che giustificava la spoliazione di interi continenti, a quella scientifica e tecnica che doveva giustificare la loro annessione violenta al "progresso", sino alle più moderne ideologie dello "sviluppo" che con le industrializzazioni ed i più recenti "aggiustamenti strutturali" hanno guidato i processi di modernizzazione imposta. E non è detto che l'ultima e la più moderna delle ragioni per ergersi a precettori del Sud non diventi l'ambientalismo, anche quello "made by the North"!
Con qualche pudore, qualche attenuazione culturale (qualche esposizione o servizio sugli indios, in Brasile ora telenovelas...), qualche mediazione, ma nella sostanza senza alcun "pentimento", alcuna volontà di mettere in discussione questi 500 anni, i nostri governi, le nostre imprese, i nostri media ed apparati culturali si accingono a "festeggiare". Non si è avuta nemmeno la forza per un bel gesto come quello della Svizzera, che in occasione dei suoi 700 anni ha preso due limitati, ma significativi provvedimenti: una parziale remissione del debito estero (700 milioni di franchi) ed un vincolo naturalistico di alcuni suoi territori per i posteri.
E noi? ci limitiamo a fare il contro-canto o le contro-celebrazioni?
Il rischio è che anche noi, i movimenti ecologisti, di solidarietà, di cooperazione solidale, facciamo parte del copione: qualcuno deve protestare, prendersi cura degli esclusi, dare voci agli sconfitti, ai conquistati, ai sopravvissuti al genocidio ed etnocidio. Magari opporre le proprie "controcelebrazioni" a quelle ufficiali.
Lo sappiamo bene, ed è per questo che non possiamo fermarci alla critica alle celebrazioni Colombiane, nè alla semplice auto-critica storica o riscrittura della storia (magari altrettanto schematica quanto le celebrazioni, ed in tal caso non veritiera), nè ad una pura operazione culturale, affermare cioè un altro punto di vista che rimane una pietruzza decorativa ed inefficace nel pluralismo di opinioni. Dare altri e più veri nomi alle cose e cercando di generare altre consapevolezze è necessario, ma non sufficiente.
Vogliamo sviluppare - a partire da una diversa e più verace analisi - altre conseguenze (efficaci, possibilmente) ed altre alleanze. In Italia, in Europa, nel mondo. Convinti che il Cinquecentenario - e gli eventi che si situeranno in quest'anno - sia una buona occasione per "cambiare rotta", soprattutto da noi, più che da loro, e che di questo entrambi, Sud e Nord, abbiamo urgente bisogno.
Quando parliamo di "altro 1992", ci situiamo nel bel mezzo di alcune grandi scadenze mondiali dell'anno prossimo, che ci pare si intreccino direttamente con i "500 anni": la conferenza mondiale delle Nazioni Unite su "ambiente e sviluppo" (Unced, Rio de Janeiro, giugno 1992), la possibile conclusione del negoziato Gatt (su prezzi e condizioni del commercio mondiale) ed il completamento del mercato unico interno della Comunità Europea che dovrebbe avvenire alla fine dell'anno prossimo ed aprire le porte non già all'unificazione politica dell'Europa, bensì all'unificazione economica e monetaria dei 12 attuali partners della Comunità europea.
Ed è con l'occhio a questi tre eventi che vogliamo riflettere sulle relazioni Nord-Sud, come si sono consolidate in queste 500 anni, e come noi vogliamo contribuire a cambiarle.
Il superamento delle colonne d'Ercole non è più un mito positivo
L'audace superamento dei confini (dell'immaginazione prima che della navigazione..) simboleggiato da Cristoforo Colombo, in altri tempi poteva suscitare maggiori entusiasmi che oggi, nella nostra epoca che comincia ad essere segnata dalla consapevolezza della radicale crisi dell'equilibrio ecologico planetario. Superare le colonne d'Ercole del proprio mondo in altri tempi poteva far dimenticare o apparire irrilevante la violazione dei confini e l'invasione dei mondi altrui. Nell'entusiasmo per i navigatori - gli inventori, gli ingegneri, i cosmonauti... - si concentrava l'adorazione del progresso, del superamento dei limiti, dell'espansione dell'universo conosciuto e dominato attraverso i propri viaggi, commerci, guerre, tecnologie, leggi. Oggi che siamo di fronte alle conseguenze della sistematica violazione di tutti i confini, persino quelli del codice genetico della vita umana, ed alla generalizzata invasione sterminatrice dei residui mondi pre-moderni, facciamo fatica a guardare con beato ottimismo al viaggio di Cristoforo Colombo come quintessenza di progresso, di cambiamento positivo, di scoperta di "nuovi mondi". Ed in questo possiamo incontrarci, non solo per senso di solidarietà ma con piena partecipazione propria ed in nome nostro, con chi è stato "scoperto", invaso, conquistato, cristianizzato, schiavizzato, assimilato e sterminato. "Dare voce ai conquistati" e "dare voce agli obiettori di coscienza e disertori nelle file dei conquistatori" diventa un impegno comune, una voce comune.
Il Sud, nostro creditore; la questione del risarcimento
La "Campagna Nord-Sud", che insieme a diversi altri organismi ha contribuito a dare vita a questo incontro, ha da tempo capovolto l'approccio al tema classico del terzo mondo, quello del suo debito estero, con due scoperte copernicane: "pagare il debito finanziario fa male al terzo mondo e produrrebbe guasti che si ripercuotono anche sul Nord (distruggere ambiente per ricavare denaro danneggia anche noi), invece va ripianato con urgenza il comune debito ecologico, e sotto questo profilo il Nord ha debiti molto maggiori del Sud", e "il Sud è creditore del Nord" da molti punti di vista (persino finanziario, ma anche ambientale, sociale, culturale, lavorativo, sanitario, ecc.).
Di fronte alle celebrazioni oggi in vista, ed ai grandi eventi politici ed economici prima accennati, si pone con urgenza la questione dell'arresto di una politica, falsamente detta di cooperazione, e dell'esigenza di un sostanziale risarcimento che il Nord deve al Sud.
Come si può pensare che la Conferenza mondiale su "ambiente e sviluppo" non debba mettere al centro dei suoi lavori questo interrogativo? Quale negoziato, quale nuovo ordine mondiale può venir fuori tra forti e deboli, tra inquinatori ed inquinati, tra conquistatori e conquistati se non si parte dal riconoscimento della situazione reale - di debito e di credito, di torti e di ragioni - e non si decide di porvi rimedio? Che senso avrebbe la conferenza di Rio se, a 500 anni dallo sbarco degli europei in America, non sapesse gettare le basi di un nuovo ed assai diverso patto tra Sud e Nord?
Quando diciamo che il Sud è nostro creditore, non lo diciamo solo in termini morali (firmando così una modesta cambiale pagabile con qualche aggiustamento culturale verbale), ma anche in termini economici, monetari, finanziari, e diciamo da tempo che è nell'interesse anche delle popolazioni del Nord del mondo che il nostro debito venga pagato, per non spingere il Sud sulla via del massimo sfruttamento rapace delle sue risorse ed il Nord sulla via dell'ulteriore corsa al riarmo economico, tecnologico e finanziario. Non è solo questione umanitaria o ecologica o di giustizia, ma anche di salute e di benessere nostro. Aumentare i prezzi dei prodotti agricoli, soprattutto del Sud, pagare più care le risorse energetiche e le materie prime, interdire rigorosamente l'esportazione di rifiuti tossici e di prodotti chimici pericolosi, bloccare il traffico di armi, limitare la predazione dei mari, dei suoli e delle foreste del Sud da parte delle nostre industrie, far pagare caro l'inquinamento dell'atmosfera che viene dalle nostre industrie, dai nostri veicoli a motore e dai nostri riscaldamenti non significare regalare qualcosa al Sud, ma obbligare noi stessi a cercare vie più sostenibili per continuare a produrre, a scambiare, a trasportare, ad alimentarci, ad avere il necessario approvvigionamento energetico.
Questo anno 1991 si è aperto con la punizione esemplare di Saddam Hussein, la parte del Sud diventata più simile al Nord, e quindi più pericolosa. E' stato ribadito che è vietato minacciare ed invadere altri, che è vietato sterminare interi popoli (come i kurdi), che è vietato accumulare arsenali pericolosi a tutti: sacrosanti principi di un nuovo ordine mondiale.
Sappiamo come i movimenti terzomondisti fossero esitanti e divisi: nel Sud qualcuno faceva il tifo per Saddam Hussein (che era così poco convincente come campione del Sud), altri si mostravano indifferenti ed estranei, salvo forme grottesche di interventismo subalterno, di cui è simbolo l'aereo carico di soldati senegalesi pro-occidentali, precipitato durante il viaggio di rientro; nel Nord era diffuso l'imbarazzo tra due solidarietà altrettanto impossibili e la richiesta di un nuovo ordine mondiale post-blocchi, che si è dovuto constatare non ancora capace di affermarsi in modo pacifico e garantire la pace. Sui kurdi poi abbiamo sperimentato e spesso ci siamo associati ad invocazioni di eserciti di protezione, zone di sicurezza garantite dall'Ovest, di fronte alle migliaia e migliaia di morti "Sud-Sud". Come si vede, il nuovo ordine mondiale, invocato per ragioni diverse e talora contrastanti da molte parti, solo assai lentamente e contraddittoriamente riesce a farsi strada. E noi che qui parliamo della necessità di un nuovo patto Nord-Sud, a Rio de Janeiro, siamo consapevoli del rischio che questo nuovo ordine sia di nuovo autoritario e tecnocratico, anche se ammantato di ecologia: magari con le sue eco-tasse ed eco-compensazioni, e con i suoi diritti di polluzione, di prelievo, di crescita della popolazione, di pesca, di deforestazione, di stoccaggio rifiuti.... una sorta di borsa mondiale, dove tutto ha un prezzo (versione pacifica) o di poker politico-militare, dove vince il più forte ed impone le sue regole.
Perchè a Rio de Janeiro non si ripeta lo stesso copione, dobbiamo esprimere oggi un chiaro messaggio e fare del nostro meglio perchè si traduca in realtà: pagare il comune debito ecologico, a partire dal maggior debitore che è il Nord, e concordare le opportune politiche per risarcire i popoli e la natura del Sud dovrà essere, secondo noi, l'obiettivo primario della conferenza di Rio, ed è ciò che chiediamo alla Comunità europea ed ai nostri governi di portare avanti in quella sede. Ecco perché attribuiamo grande importanza alla presenza di voci non governative, dal Sud e dal Nord, in quella sede, ed ecco perchè pensiamo che - al di là di quel che la conferenza Unced sancirà, magari con un'operazione puramente cosmetica - oggi le relazioni Nord-Sud debbano essere impregnate da questi concetti. Ciò significa cambiare rotta perchè davvero "500 anni - di relazioni di dipendenza, di invasione, di omologazione, di spoliazione - bastano".
Parliamo di unificazione dell'Europa, ci si esorta a non dimenticare il Sud: guerra dei poveri tra Est e Sud? fortezza assediata? sviluppo "blindato"?
Oggi molti al Sud, soprattutto tra i governi e gli organismi di cooperazione, appaiono preoccupati che l'Europa occidentale e forse anche gli Stati Uniti d'America "dimentichino il Sud, perché si concentrano sui problemi dell'Europa dell'Est che esce dal periodo comunista. Ed in effetti: ancor prima che veniamo efficacemente chiamati in causa dal Sud, l'altra metà di noi europei - obbligata per anni ad una sorta di solidarietà coercitiva e parolaia verso il Sud, ed ora pericolosamente stufa di sentir parlare di terzo mondo - ci interpella: sembra prevalere, al momento, il tentativo di diventare rapidamente come noi, e addirittura la Corea del Sud, Singapore, Formosa vengono visti come possibili modelli!
E' difficile prospettare a questi altri europei la via classica della cooperazione, o anche quella da decenni predicata al Sud: sforzatevi, tirate la cinghia, lavorate, risparmiate, tagliate le spese inutili (cioè sociali), procedete sulla via degli aggiustamenti strutturali, entrate nel fondo monetario e presto sarete come noi. La maggior domanda di democrazia, di sviluppo, di un livello di vita "europeo" è ancor meno comprimibile che al Sud, ed al tempo stesso l'esplicita chiamata in causa della "casa comune europea" non permette all'Europa occidentale di liquidare la sua altra metà negli stessi termini che sono stati riservati al Sud del mondo. Gli immigrati che in numero via via crescente premono dal Sud e dall'est verso i paesi ricchi, sono - del resto - un pezzo di Est ed un pezzo di Sud direttamente in casa nostra. Si profila con chiarezza, anzi, è già iniziata, una "guerra tra poveri" che l'Est europeo ed il Sud del mondo (ed i loro rispettivi emigrati nei paesi occidentali) combattono e combatteranno per ingraziarsi maggiormente il Nord occidentale. Una politica delle briciole, dell'elemosina, dell'aumento dallo 0,40 allo 0,70% degli "aiuti allo sviluppo" è manifestamente improponibile.
L'unificazione repentina del mondo, dopo la caduta del muro Est/Ovest, ha immesso l'intera umanità in un sistema di vasi comunicanti. Generalizzare ed estendere a tutti gli stessi livelli di vita, di consumi, di sprechi, di inquinamento del Nord occidentale è palesemente impossibile - per ragioni ambientali molto prima che economiche o sociali.
Così ci troviamo di fronte ad una realtà nuova, ad un bivio molto chiaro:
a) o lo "sviluppo ineguale e blindato" del Nord, con marginali concessioni - magari differenziate - all'Est ed al Sud;
b) o un radicale "cambio di rotta" verso scelte di condivisione e di equità.
Oggi appare senz'altro più probabile il primo dei due scenari: il Nord continuerà a voler crescere e svilupparsi, facendo debiti sempre maggiori a carico del Sud, e della natura, e delle future generazioni, rimandano più in là possibile il pareggio dei conti o, meglio, la bancarotta. Più in là si rimanda il pagamento dei conti, più disastrosamente impagabili risulteranno.
Tale scelta, che oggi - ripeto - appare prevalente, non solo è insana dal punto di vista ecologico, e quindi del benessere della gente nel Nord, ed ingiustificabile dal punto di vista della giustizia; per essere attuata chiede anche un alto livello di militarizzazione e di isolamento rispetto al resto del mondo, chiede - sostanzialmente - nuovi e più forti muri, eretti dalle isole occidentali di sviluppo: pensiamo al rapporto (speriamo ora sull'orlo del cambiamento) tra Israele ed i suoi vicini interni ed esterni, pensiamo al confine tra Usa e Messico, o al "muro" che l'Italia ha eretto verso gli albanesi, per non dover sempre pensare solo al Sudafrica.
Ma dall'interno stesso del Nord si levano voci e movimenti sempre più consistenti per chiedere e proporre cambiamenti di rotta: vivere in una fortezza assediata, magari privilegiata, non è bello per nessuno e comporta grande precarietà; ad assediati ed assedianti conviene di più un'altra scelta, quella del risanamento, del riequilibrio, del risarcimento, della giustizia.
Noi vogliamo fare dell'"altro 1992" un'occasione per rivedere radicalmente il rapporto tra assediati ed assedianti, in una prospettiva di soluzione durevole ed equa, che non può basarsi semplicemente sugli odierni rapporti di forza, con un elevato rischio per entrambi. E sarà in questa direzione che anche i movimenti Nord-Sud hanno da dire la loro sull'unificazione europea, e sul nuovo ordine mondiale. Quale sia la nostra scelta, è ormai chiaro a tutti.
Con chi possiamo fare che cosa?
Visto che noi qui non rappresentiamo i governi e le istituzioni, ma siamo parte di variegati movimenti, dobbiamo individuare strumenti di intervento che non siano solo petizioni ai governanti o raccomandazioni alla Conferenze internazionali, ma anche attivabili direttamente dai cittadini.
Tra questi vorrei ricordarne solo alcuni, in conclusione, ed a titolo puramente di esempio, visto che i diversi gruppi di lavoro vi si dedicheranno con attenzione e competenza:
a) importanza crescente potranno assumere le nostre scelte sul piano dei consumi, e dell'uso dei risparmi: i modi in cui noi ci trasportiamo, edifichiamo, ci alimentiamo, ci vestiamo, ci arrediamo la casa, imballiamo le nostre merci, curiamo le nostre malattie... e affidiamo i nostri risparmi, ha un'incidenza immediata verso gli equilibri sociali e naturali tra Nord e Sud. Qui si apre un vasto campo per "cambiare rotta";
b) la nostra accresciuta attenzione, conoscenza e solidarietà verso i popoli indigeni del Sud, che appaiono oggi più visibili sulla nostra scena, ci può portare a valutare assai più positivamente - e quindi forse vedere come "aiuto al (nostro) sviluppo" - stili di vita, ritmi temporali, economie "di vita" (non di profitto), diversità culturali, patrimoni di sapienza, ecc., e rendere le nostre vite individuali e comunitarie più esposte ad una sorta di "penetrazione dal Sud";
c) crescente rilevanza possono avere dei "patti diretti", delle alleanze Nord-Sud, come per esempio l'"alleanza per il clima" o analoghi rapporti di cooperazione (sostenibile) diretta, tra comunità locali del Nord e del Sud, e con implicazioni dirette verso i nostri modelli di sviluppo e di vita: impegnarci a promuovere dei cambiamenti al Nord, in un rapporto diretto e reciproco tra Nord e Sud, è una strada che vale la pena esplorare e praticare di più. E perchè non praticarla a tre, tra interlocutori rispettivamente del Nord, del Sud e dell'Est?
d) gli immigrati che rappresentano la diretta sporgenza ed ingerenza del Sud (e dell'Est) nel nostro mondo, sono oggi anche il primo banco di prova di tutti i nostri discorsi sulla cooperazione equa e solidale e sul risarcimento, e possono diventare un importante "ponte" tra le nostre società e le loro comunità di provenienza. Perchè non spingerci coraggiosamente avanti in quella direzione? Sarebbe un contributo assai concreto ad un "altro 1992".
In chiusura: da 500 anni conduciamo, con intensità via via crescente, una "scoperta" che poi si trasforma in conquista e addirittura in sterminio verso i popoli indigeni del Sud. Da 200 anni circa conduciamo, con intensità via via crescente, un'analoga campagna di scoperta, di conquista e di sterminio verso la natura di cui siamo parte.
Per poter avere un futuro vivibile, è essenziale che noi diciamo "basta" - o che perdiamo queste nostre guerre: vincerle sarebbe esiziale anche per noi del Nord.

martedì 3 luglio 2012

"Quattro consigli per un futuro amico" di Alexander Langer

discorso del 31 dicembre 1994

Parlando di un possibile futuro amico vorrei sottoporvi soprattutto due aspetti che penso siano importanti per renderci più amichevole, meno ostile, più vivibile il futuro e forse anche il presente.
Dei grandi impegni, delle grandi cause credo che quella per la riconciliazione con la natura, sicuramente abbia oggi un posto importantissimo. Anni fa il verde andava di moda; non c'era pubblicità che non avesse bisogno di sottolineare la qualità ecologica dei prodotti che cercava di propinarci: la macchina ecologica, il cibo ecologico, i materiali ecologici e così via. Dieci anni fa, per avere il consenso della gente bisognava dire: quello che noi vi proponiamo, quello che noi vi vendiamo fa bene non solo a voi ma fa bene anche alla natura. Questa moda per l'aspetto che era moda è rapidamente conclusa; purtroppo questa moda è passata anche a livello della grande politica. Vi ricorderete, due anni fa, il grande vertice mondiale di Rio de Janeiro, dove Nord e Sud del mondo dovevano trovarsi insieme per stabilire come usare insieme, in modo giudizioso e riguardoso, le risorse di tutta l'umanità, di tutto il pianeta? Ebbene il Nord, che avrebbe dovuto tirare un po' la cinghia, ha semplicemente detto che questo non interessava e il vertice salvo con alcune promesse generiche (sporcare meno, tagliare meno alberi, sterminare meno specie viventi) in realtà si è concluso senza grandi impegni.
Allora mi sembra che oggi ci sia bisogno che tra coloro che non cercano un impegno semplicemente effimero, che gridano libertà quando tutti gridano libertà, che gridano giustizia nel momento in cui tutti gridano giustizia, che gridano magari anche pace nel momento in cui tutti gridano pace o democrazia o solidarietà, che una attenzione particolare e anche contro corrente, anche al di fuori della moda, vada all'integrità del creato, se volete, alla reintegrazione della biosfera.
Una vita semplice.
Molti possono chiedersi: ma reintegrazione, riconciliazione con la natura, cosa vuol dire? Quali precetti devo seguire? Chi mi dà le indicazioni affidabili, su che cosa fare, per quali animali in pericolo di estinzione bisogna battersi? Quali alberi preservare?
Io credo che il messaggio di fondo della riconciliazione con la natura che noi oggi dobbiamo proporci e possiamo proporre, senza tema di essere smentiti, è sostanzialmente uno, cioè quello della vita più semplice.
Quando quasi duecento anni fa Kant si preoccupava che tipo si messaggio morale trovare per tutti, credenti o non credenti, cioè che tipo di regola dare o formulare perché fosse valida per tutti, fosse indiscutibile, ha trovato alla fine questa regola: cerca di comportarti in modo tale che i criteri che ispirano la tua azione possano essere gli stessi criteri che ispirano chiunque altro. Questa è stata alla fine la formulazione più laica e più universale che ha trovato.
Se noi guardiamo oggi la situazione del mondo, un mondo popolato da più di 5 miliardi di persone, dovremmo per lo meno dire che i criteri che ispirano il nostro agire, siano moltiplicabili per 5 miliardi; cioè cercate di sporcare quanto 5 miliardi di persone potrebbero permettersi di sporcare; cercate di consumare energia quanto 5 miliardi di persone possono consumare; cercate di deforestare quanto 5 miliardi di persone possono permettersi di deforestare.
Diversi noi.
Quindi credo che il primo e fondamentale messaggio ecologico che oggi si possa dare è semplicemente quello di una vita semplice, di una vita che consumi poco, di una vita che abbia grande rispetto di tutto quello con cui abbiamo a che fare, compresi gli animali, comprese le piante, comprese le pietre, compreso il paesaggio, cioè tutto quello che ci è stato dato in prestito e che dobbiamo dare agli altri.
Un secondo aspetto che mi permetto di offrirvi come possibile contributo a un futuro amico ha a che fare anch'esso con la conciliazione o con la convivenza. Ed è non la convivenza con la natura, ma la convivenza tra culture, la convivenza tra diversi noi, cioè tra gruppi di persone che non si identificano, pur vivendo nello stesso territorio.
Oggi in Europa e in particolare nelle grandi città la compresenza di persone, di lingua, di cultura e di religione, spesso di colore della pelle diversa, sarà sempre meno l'eccezione e sarà sempre più la regola.
Io credo che abbiamo, semplificato, due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio e quindi dire che chi li non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio.
L'altra possibilità è quella che ci attrezzammo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un'attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all'ascoltarsi. Ora credo che finché non costava, finché era una moda, il plurietnico, il pluriculturale era anche bello, faceva chic; per esempio l'Italia era un paese in cui tutti i grandi giornali erano pieni di sdegno sulla xenofobia altrui: gli svizzeri hanno fatto un altro referendum xenofobo, in Germania ci sono stati episodi di intolleranza xenofoba, in Francia ecc. Oggi ci accorgiamo che questo diventa tragicamente realtà anche da noi; forse per la semplice ragione che prima gli altri non li avevamo tra noi e quindi era facile sopportarli finché stavano lontani; una volta che ci sono, diventa meno facile. Allora io credo che, promuovere una cultura, una legislazione, un'organizzazione sociale, per la convivenza pluriculturale, plurietnica, diventa, oggi, uno dei segni distintivi della qualità della vita, una delle condizioni per poter avere un futuro vivibile.
Visto che abbiamo parlato di comunicazione interculturale io credo che essa non debba avvenire in modo volontaristico e quasi a denti stretti come un obbligo, ma diventare anche un piacere. Penso che nella convivenza tra diversi noi sia molto importante che ognuno di questi noi non si senta in pericolo, cioè non si senta minacciato. Quando si sente minacciato è vicina la tentazione della violenza e non c'è conflitto più coinvolgente di quello etnico o razziale o religioso, che subito forma fronti, schieramenti difficilissimi poi da riconciliare. Quindi io credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interlculturale o interetnica. Se non c'è comunicazione interculturale, credo che andiamo incontro a una Jugoslavia generalizzata, per dirla con un telegramma forse un po' pessimista ma temo non lontano dalla realtà.
Criteri per un futuro amico.
Questi sono due aspetti che io volevo sottoporvi per un futuro amico. Vorrei adesso diversi brevemente quattro piccole modalità che possono aiutare in questo.
La prima riguarda la credibilità delle parole. Io credo che oggi ci sia pochissima fede, giustamente, nelle parole, perché è difficile distinguere la notizia dalla pubblicità, la realtà dalla fandonia, che se ripetuta autorevolmente e televisivamente diventa realtà essa stessa.
È credibile chi può dire "vieni e vedi"; è credibile chi ha un'esperienza da offrire alla quale ognuno può partecipare, che ognuno può condividere. Dove non c'è un "vieni e vedi" io sarei molto diffidente. In questo senso la televisione, è un vedi sì, ma è un vedi mediato, tanto che non ha nessuna verifica possibile.
Un secondo criterio, lo chiamerei il criterio dei cinque giusti e si rifà alla trattativa sulla distruzione di Sodoma e Gomorra. Vi ricorderete che Abramo tentava di non far distruggere Sodoma e Gomorra sostenendo che tanti giusti sarebbero morti nella catastrofe insieme ai malvagi. Allora comincia una lunga trattativa perché gli angeli dicono: forniscici un elenco credibile dei giusti almeno cinque tirali fuori, fuori i nomi perché altrimenti non ci crediamo.
Penso che se noi non vogliamo diventare prigionieri delle nostre illusioni, almeno una minima verifica sui cinque giusti dovremmo farla; una verifica se anche altri ritengono importanti le cose che a ognuno di noi sembrano importanti e mettersi insieme con altri che le condividano, prima di andare a urlare in televisione.
Un'altra modalità per costruire un futuro amico e paritario è quello di concludere anche magari molto formalmente dei patti. Io credo che oggi ci siano molte forme di patto, molte forme di alleanza che possono essere concluse e che restituiscono anche dignità e giustizia a chi apparentemente è il ricevente. Pensate alla grandiosa esperienza di Emmaus, dove dei cosiddetti scarti umani delle comunità di Emmaus, considerati tali da molti hanno imparato a restituire prima dignità agli scarti, ai rifiuti raccogliendoli, separandoli, riutilizzandoli, mettendoli in circolo, e quindi riguadagnando dignità anche loro. Credo che oggi il modello dell'alleanza del patto di una reciprocità, sia non solo una condizione molto importante ma possa essere perseguita molto concretamente perché siamo a un livello della comunicazione facilitata.
L'ultimo aspetto che oggi vedo molto sottovalutato riguarda la relazione tra nord del mondo rispettivamente col sud e con l'est. Oggi chi è di sinistra è molto tifoso del Terzo Mondo; chi viceversa viene da una tradizione più di destra, è invece più attento all'est perché è stato a lungo educato alla solidarietà con chi era oppresso dal comunismo.
Quindi oggi rischiamo di riprodurre, anche dopo la caduta del comunismo, queste solidarietà su binari differenziati o col sud o con l'est. Parlando di alleanze, di patti, credo che sarebbe una buona strada da seguire che noi, nelle cose che facciamo, cercassimo di avere partner all'est e al sud e che li facessimo anche conoscere tra di loro, anche perché spesso sono in competizione, perché entrambi ci corteggiano.
Sono arrivato alla chiusura e vorrei tentare il riassunto, con una variazione su un motto molto conosciuto. Voi sapete il motto che il barone De Coubertain ha riattivato per le moderne Olimpiadi, prendendolo dall'antichità: il motto del citius, più veloce, altius, più alto, fortius, più forte, più possente. Citius altius e fortius era un motto giocoso di per sé, era un motto appunto per le Olimpiadi che erano certo competitive, ma erano in qualche modo un gioco. Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte bene come quinta essenza della nostra civiltà e della competizione della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Questo è un po' il messaggio cardine che oggi ci viene dato. Io vi propongo il contrario, io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini, più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo.