Visualizzazione post con etichetta Eco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eco. Mostra tutti i post

martedì 26 marzo 2019

da "Il nome della rosa" di Umberto Eco

L'Edificio, tranne il muro meridionale, diroccato, sembrava ancora stare in piedi e sfidare il corso del tempo. I due torrioni esterni, che davano sullo strapiombo, parevano quasi intatti, ma dappertutto le finestre erano occhiaie vuote le cui lacrime vischiose eran rampicanti putridi. Nell'interno l'opera dell'arte, distrutta, si confondeva con quella della natura e per vasti tratti dalla cucina l'occhio correva al cielo aperto, attraverso lo squarcio dei piani superiori e del tetto, diruti abbasso come angeli caduti. Tutto ciò che non era verde di muschio era ancora nero dal fumo di tanti decenni prima.
Rovistando tra le macerie trovavo a tratti brandelli di pergamena, precipitati dallo scriptorium e dalla biblioteca e sopravvissuti come tesori sepolti nella terra; e incominciai a raccoglierli, come se dovessi ricomporre i fogli di un libro. Poi mi avvidi che da uno dei torrioni saliva ancora, pericolante e quasi intatta, una scala a chiocciola allo scriptorium, e di lì, inerpicandosi per un pendio di macerie, si poteva arrivare all'altezza della biblioteca: la quale era però soltanto una sorta di galleria rasente le mura esterne, che dava in ogni punto sul vuoto.
Lungo un tratto di muro trovai un armadio, ancora miracolosamente ritto lungo la parete, non so come sopravvissuto al fuoco, marcio d'acqua e di insetti. Dentro vi stava ancora qualche foglio. Altri lacerti trovai frugando le rovine da basso. Povera messe fu la mia, ma passai una intera giornata a raccoglierla, come se da quelle disiecta membra della biblioteca dovesse pervenirmi un messaggio. Alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti, altri lasciavano intravvedere l'ombra di una immagine, a tratti il fantasma di una o più parole. Talora trovai fogli su cui erano leggibili intere frasi, più facilmente rilegature ancora intatte, difese da quelle che erano state borchie di metallo... Larve di libri, apparentemente ancora sane di fuori ma divorate all'interno: eppure qualche volta si era salvato un mezzo foglio, traspariva un incipit, un titolo...
Raccolsi ogni reliquia che potei trovare, e ne empii due sacche da viaggio, abbandonando cose che mi erano utili pur di salvare quel misero tesoro.
Lungo il viaggio di ritorno e poi a Melk passai molte e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia. Spesso riconobbi da una parola o da una immagine residua di quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi avesse lasciato quel legato, come se l'averne individuato la copia distrutta fosse stato un segno chiaro del cielo che diceva tolle et
lege. Alla fine della mia paziente ricomposizione mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri.

Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.
Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.
Est ubi gloria nunc Babylonia? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di Macabré, mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.
Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo! Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né immagine.

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

sabato 20 febbraio 2016

da "Le interviste impossibili" di Umberto Eco

Eco
Voi eravate una banda di atei che stava riscrivendo la stessa definizione di Dio, dell'anima, della morale.

Diderot
Nessuno di noi negava l'esistenza della divinità o di una morale naturale. No, no, no. Sono convinto che il pericolo stava altrove, anche se non è stato individuato subito come tale. Il pericolo stava nelle illustrazioni e nelle voci tecniche che le accompagnavano, là dove si descriveva come si coglie la canapa, come si spula il grano, come si concia il tabacco, come si fabbricano gli spilli.

Eco
Vuole spiegare meglio?

Diderot
Sì. Eh. L'Enciclopedia ha capovolto la visione del mondo perché ha portato in primo piano l'uomo che lavora, ha mostrato i processi dell'intelligenza non nell'esercizio astratto della logica o della dialettica, ma nell'esercizio concreto della trasformazione manuale del mondo. Capisce che atto rivoluzionario è stato parlare con rispetto e precisione del lavoro dell'agricoltore (ottantanove tavole), dell'ebanista (ottantotto tavole), del setaiolo (centotrentacinque tavole)? Capisce? Io non credo che da allora sia stata dedicata tanta attenzione scientifica al lavoro umano detto subalterno: tremila tavole, sa? E dal nulla. Non esisteva documentazione precedente. Si doveva andare dagli artigiani e accadeva che un tappezziere mi consegnasse dieci tavole zeppe di figure e tre quaderni scritti fitti fitti fitti per spiegarmi la sua tecnica; mentre un altro che doveva spiegarmi una manifattura complicatissima mi portò un piccolo catalogo di parole senza definizione, assicurandomi che della sua arte non si poteva dire nulla di più. E' che gli stessi artigiani non avevano coscienza critica del loro lavoro, oppure difendevano gelosamente i segreti del mestiere, dopo secoli in cui erano stati costretti a celare la loro unica ricchezza, perché... perché altri non se ne impadronisse. Talora occorreva introdursi come spie in un laboratorio fingendosi apprendisti, per capire qualcosa. E poi fare lavorare i disegnatori con precisione e con coerenza. Vent'anni di lavoro, ma in queste tremila tavole (dodici volumi di sole illustrazioni) c'era il segreto esplosivo dell'Enciclopedia, il primo vero poema didascalico del lavoro umano.

Eco
E dice che di questo potenziale esplosivo non se ne sono accorti subito?

Diderot
Certo che se ne sono accorti, eh. Ma qui, qui emerge uno dei lati curiosi di tutta la faccenda.

Eco
Quale?

Diderot
Che non si può dire che il potere fosse contrario a questa impresa.

Eco
Come?

Diderot
Sì. Il potere... E be', scusi eh? Cosa significa questa parola? Come in ogni epoca storica il potere era impersonato da una classe retriva, che tendeva a lasciare le cose come stavano, ma al tempo stesso era rappresentato da elementi dinamici, che intravedevano che il futuro economico della Francia stava nello sviluppo economico. Per questa classe l'Enciclopedia rappresentava un affare da incrementare.

Eco
Lei mi sta dicendo che stava facendo una rivoluzione con l'appoggio del potere.

Diderot
No, io non le sto dicendo che ero un rivoluzionario nel senso in cui lo intendete voi adesso, così come la Rivoluzione francese non è stata una rivoluzione come adesso voi la intendereste. Era una rivoluzione attuata dalla classe borghese. E chi doveva farla la rivoluzione, se non la classe più giovane, più fresca, più incorrotta rispetto alle vecchie strutture dello stato? Chi? L'Enciclopedia era un manuale rivoluzionario della borghesia rivoluzionaria, se vuole metterla in questi termini. Era un libro liberatorio anche per i lavoratori subalterni, ma la loro liberazione poteva iniziare solo attraverso la liberazione delle energie borghesi. Così l'Enciclopedia glorificava il lavoro anonimo dei filatori, ma era sostenuta da una classe di imprenditori nuovi, che avrebbero poi tratto profitto da quel lavoro anonimo, costruendo l'industria moderna e sfruttando quegli stessi filatori. Intravede una strada diversa? Come avrei dovuto agire?

Eco
Molti compromessi?

Diderot
Molti, molti di cui non me ne pento, eh. Ah, no. alcuni vorrei dire, automatici. Quando andai in prigione, per esempio. Sa chi mi tirò fuori?

Eco
Chi?

Diderot
Gli editori, sì, con l'aiuto del governo. L'Enciclopedia era un affare economico troppo grosso. Un guadagno del cinquecento per cento per gli editori, un giro di affari che il commercio con le Indie non aveva mai reso tanto, mille operai impiegati per vent'anni. Pensi un po'. Era un affare di stato, con la concorrenza dei librai olandesi che stavano rovinando il mercato. Eh, e io solo ero in grado di capire qualcosa in quella babele di progetti, di manoscritti, di bozze di stampa. Mi tirarono fuori, anche se avevo offeso i costumi e la religione. Ma chi mi tirò fuori? Eh? Chi mi tirò fuori? Quelli che mi avevano messo dentro. Lo sa anche lei, l'economia francese in quegli anni non poteva permettersi colpi di testa.

Eco
Quindi l'Enciclopedia fu fatta con l'aiuto dei suoi nemici.

Diderot
I quali oggettivamente dovevano essere amici. Sembra strano.

Eco
Erano stupidi? Erano degli illuministi in incognito?

Diderot
Né l'uno né l'altro. Erano uomini e donne del loro tempo, che vivevano le contraddizioni di una società feudale che stava diventando industriale. Io ebbi un compito, e forse questo fu il mio unico merito, eh, mi scusi: far giocare quelle contraddizioni, e giocarvi sopra, e sfruttarle. Eh, eh, eh! Le vie della libertà sono infinite.

Eco
Quindi lei, il terribile eversore, fu un uomo di potere?

Diderot
Un operatore dell'industria culturale. Vissi nel potere, perché starne fuori non serviva che a blandire la mia cattiva coscienza. Se vuole trovarmi dei meriti, sono stato, ecco, sono stato il primo intellettuale a capire la nuova struttura del potere, con cui ogni intellettuale avrebbe dovuto fare i conti.

Eco
Lei si definisce, ma non si giudica. Come si giudicherebbe?

Diderot
No, no, no. Io non definisco me stesso. Io definisco l'Enciclopedia. Eh! Guardi, è qui su questo tavolo. E' qua, di fronte a lei. Smetta di intervistare me e intervisti queste pagine.