Acqua, sost. f.
Come sapete, da qualche anno vivo in una piccola città - che amo - in cui l'acqua è molto importante, anzi è il bene primario, la fonte - non solo metaforica - della ricchezza di questa comunità. Pensandoci è curioso che io, che vengo dal paese del latte, sia arrivato proprio qui. Comunque sia, l'acqua è solo una delle due risorse di Salsomaggiore e di Tabiano, perché l'altra è il lavoro degli uomini - e delle donne - che quell'acqua l'hanno saputa - e la sanno - usare. E anche qui potremmo fare una qualche analogia con il latte, che non viene soltanto dalle mucche - come forse qualcuno di voi crede - ma anche dal lavoro delle donne e degli uomini. Per tornare al tema di questa definizione, senza il lavoro la nostra acqua sarebbe soltanto un liquido, formato dalla combinazione dell'idrogeno con l'ossigeno, arricchita con tutti i minerali che la natura le ha regalato; è il lavoro che la fa diventare quell'acqua per cui Salsomaggiore e Tabiano sono conosciute in Italia e in Europa da più di un secolo.
L'azienda, pubblica, che gestisce le terme di Salsomaggiore e di Tabiano sta per fallire. Le ragioni di questa lunga crisi sono molte e non è questa la sede per affrontarle in maniera dettagliata. C'è prima di tutto la crisi del termalismo in Italia, che ha coinvolto praticamente tutte le realtà come la nostra; poi a quella crisi qualcuno ha saputo reagire meglio e qualcuno, come Salsomaggiore, decisamente peggio. C'è stata l'incapacità e l'invadenza della politica e c'è stata una responsabilità dei lavoratori, che hanno troppe volte approfittato di una situazione privilegiata, senza mettersi mai in discussione. Terme di Salsomaggiore e Tabiano è un'azienda pubblica e quindi condivide i vizi di questo tipo di attività che, almeno in Italia, sono tutte destinate al fallimento.
Soprattutto in gran parte della nostra comunità c'è stata una notevole mancanza di lungimiranza, di saper vedere oltre alla contingenza del momento, e quindi quando le cose hanno cominciato ad andare male - dal momento che c'erano, nonostante tutto, ancora risorse e mezzi - molti hanno fatto le cicale, pensando che i tempi belli sarebbero tornati. I tempi belli non sono tornati e adesso siamo al punto in cui siamo. Non mi interessa però affrontare la storia del perché le terme siano sostanzialmente fallite - vivo qui da poco e quindi rischio di sbagliarmi o di dire cose banali - anche perché questo immagino interessi poco a chi ha la pazienza di leggermi e non è di Salsomaggiore. E non ho nemmeno la presunzione di avere la soluzione per risolvere il problema: mi pare siano già troppi quelli che sanno esattamente cosa fare, soprattutto quelli che a posteriori avrebbero saputo cosa fare. Almeno mi pare che, a questo punto, tutti - o quasi - si siano resi conto che stavolta è davvero finita: e un po' di realismo non credo faccia male.
Mi interessa invece fare una riflessione che credo riguardi tutto il nostro paese, proprio partendo da quello che succede qui, nella mia città.
Capisco che valga il detto a mali estremi, estremi rimedi e che quindi una soluzione possibile sia quella di trarre un beneficio dalla risorsa che c'è, ossia l'acqua. E' vero: l'acqua è una risorsa tangibile, è una cosa che può essere immediatamente venduta; e immagino ci siano già le persone interessate a comprare questo nostro bene, per poi rivendercelo. Ma siamo davvero disposti a "salvarci", vendendo - o svendendo - l'acqua? E poi, chi può vendere l'acqua, visto che l'acqua è di tutti?
Guardando quello che succede in Italia, evidentemente non sono bastati 26 milioni di "sì" per trasformare il sistema di gestione del servizio idrico italiano. Quel referendum è stata un'occasione persa, anche perché, nonostante il 54% degli elettori abbia detto di essere contrario a qualunque forma di privatizzazione, non è stata fatta una norma a livello nazionale che regoli la materia. E quindi ogni territorio si muove come gli sembra più conveniente: ci sono regioni, come l'Emilia-Romagna e la Toscana, in cui il referendum è stato del tutto ignorato e, in alcuni casi, si è addirittura ridotta la partecipazione pubblica nelle multiutility. In questo paese, nonostante le energie che si sono messe in moto a partire proprio da quel referendum, non c'è una cultura dei beni comuni, mentre esiste - anzi è addirittura dominante e pervasiva - un'idea mercantile, per cui tutto può essere comprato e venduto, tutto ha un prezzo. Dobbiamo imparare che non è così, che ci sono cose che non hanno prezzo, semplicemente perché non possono essere vendute. In Grecia, quando c'era l'altro governo, i tecnici del Fondo monetario internazionale hanno inventariato e messo un valore, seppur simbolico, agli scavi archeologici, alle foreste e a tutti gli altri beni naturali. Poi si sono affrettati a spiegare che questo non significava che quei beni sarebbero stati venduti; ma se non li vuoi vendere o pensi che non possano essere venduti, perché determini un prezzo? E' la logica ad essere radicalmente sbagliata.
L'altra questione, per cui mi pare che Salsomaggiore racconti - in piccolo - quello che succede in Italia, è che si considera il lavoro solo come un costo e mai come una risorsa. Eppure - come ho detto all'inizio di questa definizione - l'acqua senza il lavoro non esiste. Al di là di quello che avviene qui, a me la cosa che preoccupa di più è che non si parta mai dal lavoro. Oggi il governo di questo paese "festeggia" il +0,1% di crescita, analisti e commentatori aspettano come oracoli gli indici delle borse, pare che lo spread determini la vita o la morte di un governo, ma nessuno di questi numeri misura il lavoro e infatti può succedere che a un aumento della crescita non corrisponda ad esempio un aumento del numero di occupati o un aumento dei salari. Anzi la diminuzione dei salari, insieme alla erosione dei diritti, è vista come un elemento di crescita. E quindi per tornare alla vicenda della mia città faccio davvero fatica a considerare una buona opportunità per Salsomaggiore, per la sua comunità, una soluzione che preveda decine di licenziamenti, condizioni di lavoro e salario peggiori per quelli che rimangono, oltre a una drastica eliminazione di diritti.
Ovviamente capisco che a questo punto i sacrifici siano indispensabili, lo capiscono quasi tutti. Per altro in questi anni alcuni i sacrifici li hanno già fatti, ad esempio i cassintegrati a zero ore; e spiace dover ricordare che se alcuni - i soliti - hanno fatto sacrifici, altri ne hanno fatti molti meno, ad esempio i manager che hanno portato l'azienda al punto in cui siamo ora. E quindi sarebbe ora che i sacrifici fossero "spalmati" con un po' più di equità.
In questi giorni le soluzioni vengono prospettate come ineluttabili, le uniche soluzioni "tecniche" possibili. Magari il messaggio è condito da qualche paternalistica pacca sulla spalla, ma il senso è chiaro: o mangi questa minestra, o salti... Come sapete, io non credo che esista una soluzione unica, altrimenti non si capirebbe a cosa serve la politica, credo che possano esserci percorsi diversi, che forse ci porteranno - purtroppo - a un esito, socialmente duro, simile a quello prospettato dai "tecnici", perché i danni a cui rimediare sono davvero tanti. E anche in questo Salsomaggiore sembra un po' l'Italia. E se provassimo a ragionare, usando categorie diverse? Proviamo a partire dalla tutela e dalla valorizzazione dei beni comuni e dalla difesa dei diritti del lavoro, sicuro ed equamente retribuito. Magari salta fuori qualcos'altro: a Salsomaggiore e in Italia.
Visualizzazione post con etichetta acqua. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta acqua. Mostra tutti i post
domenica 1 marzo 2015
domenica 25 marzo 2012
Considerazioni libere (276): a proposito di acqua e di un diverso modello di sviluppo...
Nel mondo circa un miliardo di persone non ha accesso all'acqua potabile, altri due miliardi non hanno a disposizione acqua sana e quindi sono più di otto milioni le donne e gli uomini che muoiono ogni anno a causa di malattie legate all'acqua. La situazione comunque peggiorerà: la domanda mondiale di acqua aumenterà del 55% da qui al 2050, a causa della rapida crescita demografica e dell'incremento dell'urbanizzazione. L'acqua è un problema mondiale, ma - come spesso avviene - si preferisce parlare d'altro.
Il Forum mondiale dell'acqua che si è svolto nei giorni scorsi a Marsiglia sarebbe stata una buona occasione per provare ad affrontare questi temi, invece anche in quella sede si è parlato d'altro. I governi hanno approvato - con l'eccezione della Bolivia che si è rifiutata di firmare - un testo che non fa nessun riferimento alla risoluzione delle Nazioni Unite, approvata nel 2010, in cui si afferma che l'accesso all'acqua è un diritto umano universale e fondamentale. Per la cronaca è stato il governo canadese a pretendere che questo riferimento venisse tolto dal documento, che sarebbe servito ad addolcire una pillola comunque amara. Il testo approvato a Marsiglia rafforza il meccanismo del cosiddetto full recovery cost: in pratica si auspica un sistema di finanziamento del servizio idrico che coniughi tariffe, investimenti privati accanto alla mobilizzazione di risorse pubbliche, con un ulteriore accelerazione nella costruzione di grandi impianti idroelettrici. Già la sede faceva presagire quale sarebbe stato il taglio del documento finale: il Forum infatti si è svolto presso il Consiglio mondiale dell’Acqua, ossia l'associazione di diritti privato che riunisce le principali multinazionali del settore.
L'acqua oggi non è "finanziarizzata" come le altre grandi risorse, il petrolio, la terra, il cibo e le altre materie prime. Di questi temi ho già parlato, vi segnalo in particolare le "considerazioni" nr. 264 e nr. 268, che vi invito a leggere, se non lo avete ancora fatto. Quando critichiamo le deriva ultraliberista che guida ormai le élite economiche mondiali, quell'1% contro cui il 99% cerca inutilmente di far sentire la propria voce, dobbiamo in particolare mettere in luce il fatto che questi signori lavorano incessantemente per collocare in maniera sistemica i beni comuni nell'alveo finanziario. L'acqua era l'ultimo bene che mancava, ma dopo Marsiglia, ci sono un po' più vicini.
L'obiettivo finale, reso più semplice dal mancato riferimento aalla risoluzione dell'Onu, è la trasformazione dell'acqua in una commodity, e quindi poterla commercializzare attraverso un sistema di vendita globale dei diritti di sfruttamento. In alcuni stati degli Usa, in Cile, in Sudafrica, in Australia questo è già possibile e altri paesi stanno pensando di introdurre questo modello. Il risultato finale, quando questo sistema sarà adottato a livello mondiale, sarà quello una creare una vera e propria "borsa dell'acqua", dove sarebbe possibile comprare e vendere i diritti di sfruttamento, così come oggi già avviene con le materie prima e con i crediti di carbonio previsti dal protocollo di Kyoto. Chi ha un surplus di acqua o chi ha precedentemente acquisito a fini speculativi i diritti di un fiume, una falda o un lago potrà rivenderli a chi ha un deficit idrico. Possedere una certa quantità d'acqua significherà avere un asset finanziario in grado di generare una rendita; sarà inoltre possibile strutturare sull'acqua tutti prodotti finanziari derivati, come avviene oggi con i prodotti alimentari, con le conseguenze che sappiamo.
Negli stessi giorni si è riunito, sempre a Marsiglia, il Forum mondiale alternativo. Riporto alcuni passi significativi delle conclusioni.
Il Forum mondiale dell'acqua che si è svolto nei giorni scorsi a Marsiglia sarebbe stata una buona occasione per provare ad affrontare questi temi, invece anche in quella sede si è parlato d'altro. I governi hanno approvato - con l'eccezione della Bolivia che si è rifiutata di firmare - un testo che non fa nessun riferimento alla risoluzione delle Nazioni Unite, approvata nel 2010, in cui si afferma che l'accesso all'acqua è un diritto umano universale e fondamentale. Per la cronaca è stato il governo canadese a pretendere che questo riferimento venisse tolto dal documento, che sarebbe servito ad addolcire una pillola comunque amara. Il testo approvato a Marsiglia rafforza il meccanismo del cosiddetto full recovery cost: in pratica si auspica un sistema di finanziamento del servizio idrico che coniughi tariffe, investimenti privati accanto alla mobilizzazione di risorse pubbliche, con un ulteriore accelerazione nella costruzione di grandi impianti idroelettrici. Già la sede faceva presagire quale sarebbe stato il taglio del documento finale: il Forum infatti si è svolto presso il Consiglio mondiale dell’Acqua, ossia l'associazione di diritti privato che riunisce le principali multinazionali del settore.
L'acqua oggi non è "finanziarizzata" come le altre grandi risorse, il petrolio, la terra, il cibo e le altre materie prime. Di questi temi ho già parlato, vi segnalo in particolare le "considerazioni" nr. 264 e nr. 268, che vi invito a leggere, se non lo avete ancora fatto. Quando critichiamo le deriva ultraliberista che guida ormai le élite economiche mondiali, quell'1% contro cui il 99% cerca inutilmente di far sentire la propria voce, dobbiamo in particolare mettere in luce il fatto che questi signori lavorano incessantemente per collocare in maniera sistemica i beni comuni nell'alveo finanziario. L'acqua era l'ultimo bene che mancava, ma dopo Marsiglia, ci sono un po' più vicini.
L'obiettivo finale, reso più semplice dal mancato riferimento aalla risoluzione dell'Onu, è la trasformazione dell'acqua in una commodity, e quindi poterla commercializzare attraverso un sistema di vendita globale dei diritti di sfruttamento. In alcuni stati degli Usa, in Cile, in Sudafrica, in Australia questo è già possibile e altri paesi stanno pensando di introdurre questo modello. Il risultato finale, quando questo sistema sarà adottato a livello mondiale, sarà quello una creare una vera e propria "borsa dell'acqua", dove sarebbe possibile comprare e vendere i diritti di sfruttamento, così come oggi già avviene con le materie prima e con i crediti di carbonio previsti dal protocollo di Kyoto. Chi ha un surplus di acqua o chi ha precedentemente acquisito a fini speculativi i diritti di un fiume, una falda o un lago potrà rivenderli a chi ha un deficit idrico. Possedere una certa quantità d'acqua significherà avere un asset finanziario in grado di generare una rendita; sarà inoltre possibile strutturare sull'acqua tutti prodotti finanziari derivati, come avviene oggi con i prodotti alimentari, con le conseguenze che sappiamo.
Negli stessi giorni si è riunito, sempre a Marsiglia, il Forum mondiale alternativo. Riporto alcuni passi significativi delle conclusioni.
Lo sviluppo capitalista proprio del modello estrattivo occidentale ha generato delle profonde e gravissime crisi economiche, sociali e ambientali globali. La struttura capitalista neoliberista e non democratica che ha determinato questa situazione sta ormai crollando. [...] Il loro approccio, che considera l'acqua come una merce, contrariamente alla volontà delle popolazioni, è ingiusto e strutturalmente incapace di garantire l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari per tutti. Grazie al movimento per la Giustizia idrica, le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto umano all'acqua e ai servizi igienico-sanitari. Conseguentemente, sono state ottenute alcune vittorie di rilievo, fra cui: l'adozione di emendamenti costituzionali che integrano il riconoscimento questo diritto, presso numerosi Stati in America Latina; in Italia, il trionfo del referendum contro la privatizzazione dei sistemi di gestione delle acque; la rimunicipalizzazione dell'acqua a Parigi, e in numerose altre città del mondo; e le prime sentenze nazionali che riconoscono il diritto all'acqua.Leggendo queste proposte si capisce come, attraverso la difesa dell'acqua, si possa immaginare un diverso modello di sviluppo. Un mondo diverso è possibile; proviamo a non dimenticarlo, nonostante tutto quello che ci dicono.
Ci impegnamo a proseguire e incrementare il nostro sforzo dinamico in direzione dell'effettivo riconoscimento di questo diritto fondamentale, attraverso proposte concrete riguardanti la dimensione politica, democratica, ambientale e sociale del problema.
Sosteniamo sistemi di gestione dell'acqua pubblici e comunitari; proponiamo l'adozione di partenariati pubblici-pubblici e pubblici-comunitari.
Richiediamo una democrazia "reale": le popolazioni coinvolte devono partecipare alle decisioni fondamentali riguardanti l'acqua, quali - ad esempio - la scelta del sistema di gestione idrico o la realizzazione di un progetto di larga scala. La partecipazione comunitaria in questo processo è essenziale.
Proponiamo la realizzazione di un sistema giuridico internazionale indipendente, che sia in grado di garantire il diritto all'acqua e ai servizi igienico-sanitari. Tale diritto dev'essere esigibile da ogni individuo in ogni parte del mondo, e coloro che comettono violazioni in proposito devono essere perseguiti come responsabili. In particolare, viene formulata la richiesta di stabilire una Corte Penale Internazionale dell'Ambiente.
Riconosciamo l'importanza dei saperi tradizionali e dei diritti consuetudinari. Difendiamo i diritti e le pratiche dei popoli indigeni.
Sosteniamo l'agricoltura familiare e di piccola scala, come modello rispettoso dell'ambiente. Promuoviamo una vera sovranità alimentare che consenta ad ogni individuo di sfamarsi, e avere accesso all'acqua e alla terra.
Ribadiamo che i diritti delle donne sono al centro della lotta globale per l'acqua.
Riaffermiamo il diritto all'acqua per tutti: l'accesso incondizionato all'acqua per tutti, in quantità necessaria alla vita, è una responsabilità colletiva. Qualora si rendessero necessarie delle tarifficazioni, esse dovranno fondarsi sul criterio della progressività al fine di evitare l'esclusione sociale.
Sosteniamo la conservazione e l'integrità del ciclo dell'acqua, come forma di riconoscimento dei diritti degli ecosistemi e delle specie ad esistere, crescere ed evolvere.
Ci opponiamo ad ogni forma di sfruttamento industriale dei beni comuni naturali, segnatamente alle attività minerarie e di estrazione di idrocarburi (fra cui il gas di scisto) che danneggiano l'integrità delle risorse idriche.
Chiediamo lo sviluppo di una transizione verso dei sistemi energetici alternativi, sostenibili, locali, che comportino la riduzione dei consumi energetici. Tale processo implica in particolare l'immediata proibizione della fratturazione idraulica per l'estrazione di idrocarburi, e l'adozione di una moratoria internazionale sulle grandi dighe.
[...]
Invitiamo i governi a sostenerci nel rifiuto delle false soluzioni alla crisi finanziaria e ambientale globale propugnate dalla "green economy". Le grandi dighe, le centrali nucleari, le piantagioni di agrocarburanti e le monocolture industriali incidono negativamente sulla quantità e qualità delle acque. Accogliamo sistemi economici funzionali all'instaurarsi di comunità sane dal punto di vista umano e ambientale, e non esclusivamente alla massimizzazione del benessere individuale.
[...]
Sollecitiamo gli Stati a finanziare sistemi idrici e igienico-sanitari pubblici attraverso lo strumento della fiscalità generale progressiva, e/o delle imposte sulle transazioni finanziarie nazionali e internazionali. Il diritto umano all'acqua necessita infatti di un finanziamento pubblico adeguato. Si deve porre un termine alle politiche di austerità economica nel Nord globale, e agli aggiustamenti strutturali nel Sud globale: tali provvedimenti hanno indotto i governi tagliare brutalmente le spese per i fondamentali servizi idrici e igienico-sanitari, e aperto ulteriormente la strada al settore privato e alle multinazionali.
Gli Stati devono garantire che le Istituzioni Finanziarie Internazionali interrompano ogni tipo di attività volta a promuovere la privatizzazione e finanziarizzazione dei servizi idrici, e che in qualunque modo indebolisca il controllo e la gestione democratici dell'acqua.
mercoledì 15 giugno 2011
Considerazioni libere (238): a proposito di referendum e partecipazione...
La soddisfazione è legittima e giustificata: con le amministrative e con i referendum di questa meteorologicamente incostante fine di primavera abbiamo raggiunto alcuni risultati che, se non impossibili, ci apparivano difficilmente raggiungibili solo alcuni mesi fa. Penso sia un errore farsi prendere dall'euforia e dall'entusiasmo e pensare che ormai il più sia fatto, ma sarebbe altrettanto sbagliato sottovalutare i dati positivi, che provo a mettere in fila, almeno per come mi sembrano a me.
Il primo dato è che le forti mobilitazioni per le amministrative e i referendum non sono state estemporanee, ma si inseriscono in una fase della vita sociale italiana che ha visto due importanti momenti di partecipazione: la manifestazione delle donne con lo slogan "se non ora quando?" dello scorso febbraio - per inciso il voto delle donne è stato determinante sia per la vittoria di Pisapia a Milano sia per il raggiungimento del quorum - e lo sciopero generale promosso dalla Cgil nel mese di aprile. Questi due appuntamenti - a cui aggiungerei, seppur con un minor rilievo, l'inaspettato successo della trasmissione di Fazio e Saviano su RaiTre - sono stati importanti per scuotere un clima di apatia e di rassegnazione, che pareva andare generalizzandosi.
Il secondo dato è che queste elezioni ci hanno tolto un alibi: si vince anche senza televisioni. La televisione, sfruttata come al solito da B., non gli è servita per ribaltare l'esito del voto. Questo non significa - si badi bene - che in Italia non ci sia un'emergenza democratica: è grave che non ci sia una legge per impedire una concentrazione, al limite del monopolio, dell'informazione e dell'intrattenimento televisivi e della raccolta pubblicitaria nelle mani di una sola persona o di un solo gruppo editoriale, ed è ancora più grave che non ci sia una legge che impedisca a questo monopolista di candidarsi alle elezioni. Questi sono due nodi da risolvere se vogliamo che l'Italia torni a essere un normale paese europeo. A B. però le televisioni non sono bastate, perché non si può continuare a dire che tutto va bene, quando i problemi sono sotto gli occhi di tutti: il trucco può reggere per un po', ma alla lunga mostra la corda. Le persone hanno riscoperto il gusto di andare in piazza, magari le piazze virtuali di Facebook e di Twitter, ma comunque in tanti hanno voluto dire la propria opinione, hanno voluto metterci la faccia. E questo è un segno di maturità importante.
Il terzo elemento è che la "piazza" del centrosinistra, nella sua accezione più larga, ha mostrato una maturità che negli ultimi anni non aveva saputo trovare. Le manifestazioni di queste giorni non sono né le riunioni un po' snobistiche dei girotondini né i comizi sguaiati di Grillo e infatti, a differenza di quei momenti di partecipazione, hanno vinto e convinto. Bersani e la maggioranza del Pd hanno avuto l'intelligenza e la capacità di capire che i loro elettori erano nettamente schierati per il sì e hanno saputo mettersi a fianco della loro gente. I comitati referendari hanno avuto l'intelligenza di non recriminare il fatto che le firme erano state raccolte contro il parere del Pd, che non aveva concesso ad esempio le Feste dell'Unità, e che una parte di esponenti del partito - una parte dei quali per fortuna se ne sono andati - erano e sono per il no (vero caro "rottamatore" Renzi?).
L'intelligenza, specialmente in politica, non è però qualcosa che si conquista una volta per tutte, bisogna coltivarla; il centrosinistra è maestro nel mandare in malora i risultati positivi ottenuti. Gli italiani si sono espressi in netta maggioranza contro il nucleare e contro una gestione dei bene pubblici affidata ai privati. Bene, proviamo a partire da qui, giocando in positivo questi risultati. Il centrosinistra si faccia promotore di un piano energetico nazionale - che peraltro manca dal 1991 - che, escludendo il nucleare, dica come garantire il fabbisogno di energia in Italia nei prossimi vent'anni; faccia una proposta organica su come gestire un bene come l'acqua. Le teste ci sono, e per fortuna ci sono anche alcune amministrazioni che possono mettere in pratica, per la loro parte, queste proposte. Probabilmente su questo si troveranno dei compagni di strada inaspettati. Non dimentichiamo che in particolare nei referendum c'è stata una parte di elettori che, indipendentemente dal merito dei quesiti, è andata a votare per votare contro B. - penso a una parte degli elettori leghisti e a parte significativa degli elettori della sinistra; questi non sono elettori che automaticamente voteranno per il centrosinistra alle politiche, potrebbero continuare a votare a destra o scegliere l'astensione. Per questi, ma per tutti, c'è bisogno di costruire alcune proposte - non un'enciclopedia - ma che si possano realizzare. Come ho scritto in una "considerazione" dell'anno scorso a proposito della scelta di Pisapia e del voto milanese, si potrebbe perfino vincere.
Il primo dato è che le forti mobilitazioni per le amministrative e i referendum non sono state estemporanee, ma si inseriscono in una fase della vita sociale italiana che ha visto due importanti momenti di partecipazione: la manifestazione delle donne con lo slogan "se non ora quando?" dello scorso febbraio - per inciso il voto delle donne è stato determinante sia per la vittoria di Pisapia a Milano sia per il raggiungimento del quorum - e lo sciopero generale promosso dalla Cgil nel mese di aprile. Questi due appuntamenti - a cui aggiungerei, seppur con un minor rilievo, l'inaspettato successo della trasmissione di Fazio e Saviano su RaiTre - sono stati importanti per scuotere un clima di apatia e di rassegnazione, che pareva andare generalizzandosi.
Il secondo dato è che queste elezioni ci hanno tolto un alibi: si vince anche senza televisioni. La televisione, sfruttata come al solito da B., non gli è servita per ribaltare l'esito del voto. Questo non significa - si badi bene - che in Italia non ci sia un'emergenza democratica: è grave che non ci sia una legge per impedire una concentrazione, al limite del monopolio, dell'informazione e dell'intrattenimento televisivi e della raccolta pubblicitaria nelle mani di una sola persona o di un solo gruppo editoriale, ed è ancora più grave che non ci sia una legge che impedisca a questo monopolista di candidarsi alle elezioni. Questi sono due nodi da risolvere se vogliamo che l'Italia torni a essere un normale paese europeo. A B. però le televisioni non sono bastate, perché non si può continuare a dire che tutto va bene, quando i problemi sono sotto gli occhi di tutti: il trucco può reggere per un po', ma alla lunga mostra la corda. Le persone hanno riscoperto il gusto di andare in piazza, magari le piazze virtuali di Facebook e di Twitter, ma comunque in tanti hanno voluto dire la propria opinione, hanno voluto metterci la faccia. E questo è un segno di maturità importante.
Il terzo elemento è che la "piazza" del centrosinistra, nella sua accezione più larga, ha mostrato una maturità che negli ultimi anni non aveva saputo trovare. Le manifestazioni di queste giorni non sono né le riunioni un po' snobistiche dei girotondini né i comizi sguaiati di Grillo e infatti, a differenza di quei momenti di partecipazione, hanno vinto e convinto. Bersani e la maggioranza del Pd hanno avuto l'intelligenza e la capacità di capire che i loro elettori erano nettamente schierati per il sì e hanno saputo mettersi a fianco della loro gente. I comitati referendari hanno avuto l'intelligenza di non recriminare il fatto che le firme erano state raccolte contro il parere del Pd, che non aveva concesso ad esempio le Feste dell'Unità, e che una parte di esponenti del partito - una parte dei quali per fortuna se ne sono andati - erano e sono per il no (vero caro "rottamatore" Renzi?).
L'intelligenza, specialmente in politica, non è però qualcosa che si conquista una volta per tutte, bisogna coltivarla; il centrosinistra è maestro nel mandare in malora i risultati positivi ottenuti. Gli italiani si sono espressi in netta maggioranza contro il nucleare e contro una gestione dei bene pubblici affidata ai privati. Bene, proviamo a partire da qui, giocando in positivo questi risultati. Il centrosinistra si faccia promotore di un piano energetico nazionale - che peraltro manca dal 1991 - che, escludendo il nucleare, dica come garantire il fabbisogno di energia in Italia nei prossimi vent'anni; faccia una proposta organica su come gestire un bene come l'acqua. Le teste ci sono, e per fortuna ci sono anche alcune amministrazioni che possono mettere in pratica, per la loro parte, queste proposte. Probabilmente su questo si troveranno dei compagni di strada inaspettati. Non dimentichiamo che in particolare nei referendum c'è stata una parte di elettori che, indipendentemente dal merito dei quesiti, è andata a votare per votare contro B. - penso a una parte degli elettori leghisti e a parte significativa degli elettori della sinistra; questi non sono elettori che automaticamente voteranno per il centrosinistra alle politiche, potrebbero continuare a votare a destra o scegliere l'astensione. Per questi, ma per tutti, c'è bisogno di costruire alcune proposte - non un'enciclopedia - ma che si possano realizzare. Come ho scritto in una "considerazione" dell'anno scorso a proposito della scelta di Pisapia e del voto milanese, si potrebbe perfino vincere.
sabato 4 giugno 2011
da "Le città invisibili" di Italo Calvino
ArmillaSe Armilla sia così perché incompiuta o perché demolita, se ci sia un incantesimo o solo un capriccio, io lo ignoro. Fatto sta che non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città, eccetto le tubature dell'acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppopieni. Contro il cielo biancheggia qualche lavabo o vasca da bagno o altra maiolica, come frutti tardivi rimasti appesi ai rami. Si direbbe che gli idraulici abbiano compiuto il loro lavoro e se ne siano andati prima dell'arrivo dei muratori; oppure che i loro impianti, indistruttibili, abbiano resistito a una catastrofe, terremoto o corrosione di termiti.
Abbandonata prima o dopo esser stata abitata, Armilla non può dirsi deserta. A qualsiasi ora, alzando gli occhi tra le tubature, non è raro scorgere una o molte giovani donne, snelle, non alte di statura, che si crogiolano nelle vasche da bagno, che si inarcano sotto le docce sospese nel vuoto, che fanno abluzioni, o che si pettinano i lunghi capelli allo specchio. Nel sole brillano i fili d'acqua sventagliati dalle docce, i getti dei rubinetti, gli zampilli, gli schizzi, la schiuma delle spugne.
La spiegazione a cui sono arrivato è questa: dei corsi d'acqua incanalati nelle tubature d'Armilla sono rimaste padrone ninfe e naiadi. Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell'acqua. Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini come un dono votivo per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare.
venerdì 18 giugno 2010
Considerazioni libere (130): a proposito di energie pulite...
Nella homepage di Enel si legge: "Insieme possiamo costruire il futuro sul coraggio e la responsabilità". Questo slogan - quasi un messaggio elettorale - campeggia su una foto in cui si vede una famiglia - a prima vista "regolare": padre, madre e bambino/a - andare in bicicletta attraverso un prato verdissimo, dietro a una batteria di pannelli fotovoltaici. Ci sono un insieme di messaggi positivi: l'energia alternativa, il trasporto compatibile, la tutela dell'ambiente. E' legittimo che Enel cerchi di presentarsi al meglio ai suoi clienti italiani e naturalmente ai suoi piccoli e grandi azionisti, ma sarebbe utile sapere che immagine hanno di Enel dall'altra parte del mondo, precisamente in Patagonia.
Nel 2009 infatti Enel per 11 miliardi di dollari ha acquisito la società spagnola Endesa e con essa il progetto Hidroaysen: cinque centrali idroelettriche, per 2,75 Mw di potenza installata, due nel fiume Baker e tre nel fiume Pascua, e 2.300 chilometri di linee di trasmissione necessarie a trasportare la corrente dalla XI regione, in Patagonia, nel profondo sud del Cile, alla capitale Santiago. Il Baker e il Pascua sono definiti dai geografi due fiumi “ancestrali”, perché da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi sfociare nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un ambiente naturale unico al mondo, di grande interesse naturalistico. Le cinque dighe determineranno la formazione di altrettanti bacini artificiali che avranno conseguenze rovinose sulle risorse agricole dalle quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare il delicato ecosistema della regione. Sono a rischio parecchie specie di animali, ma soprattutto tantissime foreste, che sarà necessario abbattere per costruire gli elettrodotti; infatti insieme a Enel si stanno interessando al progetto due giganti cileni della carta, il gruppo Matte e l’Angelini.
Prudenza vorrebbe che si facessero studi attenti sull'impatto della costruzione di queste dighe su quel territorio, che per altro è soggetto a terremoti, come ha mostrato anche il recente sisma che ha colpito il Cile. Eppure il progetto non si ferma, dal momento che gli interessi in ballo sono altissimi. I costi dovrebbero raggiungere i 7 miliardi di dollari, per 12 anni di lavori, ma gli utili sono calcolati tra 1,2 e 1,4 miliardi di dollari all'anno: quindi il progetto Hidroaysen è in grado di coprire in poco tempo i costi, per poi garantire fortissimi guadagni negli anni successivi. Come abbiamo già visto in progetti simili, i benefici di queste opere non sono destinati a ricadere sulla popolazione: l'85% dell'energia prodotta sarebbe utilizzata da alcune industrie intorno a Santiago e dalle industrie minerarie del nord del paese.
L'Enel ha il diritto di fare queste opere, dal momento che acquistando Endesa ha anche acquisito il diritto di utilizzo dei fiumi. Infatti all'epoca della dittatura di Pinochet, il governo cileno, dal momento che la costituzione vieta che lo stato gestisca qualunque tipo di attività economica, ha privatizzato l'acqua e negli anni Endesa è diventata di fatto proprietaria dell'80% dell'acqua del Cile e in particolare del 96% dell'acqua della Patagonia cilena.
Uno dei più attivi a sostenere questa causa è il vescovo di Aysén Luis Infanti de la Mora - nato a Udine, ma che da 35 anni vive in Cile - autore di un libro dal significativo titolo "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana". Il vescovo Infanti ha partecipato lo scorso 29 aprile all'assemblea degli azionisti di Enel, a nome di associazioni e delle comunità locali, chiedendo non solo la sospensione del progetto, ma anche la restituzione ai cileni delle concessioni delle acque. Enel ha ribadito che il progetto è nell'interesse prima di tutto del Cile e quindi prevede di andare avanti.
Sicuramente Hidroaysen sarà un grande affare per Enel, non so quanto lo sarà per i cileni.
p.s. nel sito di Enel non ho trovato notizie del progetto Hidroaysen.
Nel 2009 infatti Enel per 11 miliardi di dollari ha acquisito la società spagnola Endesa e con essa il progetto Hidroaysen: cinque centrali idroelettriche, per 2,75 Mw di potenza installata, due nel fiume Baker e tre nel fiume Pascua, e 2.300 chilometri di linee di trasmissione necessarie a trasportare la corrente dalla XI regione, in Patagonia, nel profondo sud del Cile, alla capitale Santiago. Il Baker e il Pascua sono definiti dai geografi due fiumi “ancestrali”, perché da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi sfociare nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un ambiente naturale unico al mondo, di grande interesse naturalistico. Le cinque dighe determineranno la formazione di altrettanti bacini artificiali che avranno conseguenze rovinose sulle risorse agricole dalle quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare il delicato ecosistema della regione. Sono a rischio parecchie specie di animali, ma soprattutto tantissime foreste, che sarà necessario abbattere per costruire gli elettrodotti; infatti insieme a Enel si stanno interessando al progetto due giganti cileni della carta, il gruppo Matte e l’Angelini.
Prudenza vorrebbe che si facessero studi attenti sull'impatto della costruzione di queste dighe su quel territorio, che per altro è soggetto a terremoti, come ha mostrato anche il recente sisma che ha colpito il Cile. Eppure il progetto non si ferma, dal momento che gli interessi in ballo sono altissimi. I costi dovrebbero raggiungere i 7 miliardi di dollari, per 12 anni di lavori, ma gli utili sono calcolati tra 1,2 e 1,4 miliardi di dollari all'anno: quindi il progetto Hidroaysen è in grado di coprire in poco tempo i costi, per poi garantire fortissimi guadagni negli anni successivi. Come abbiamo già visto in progetti simili, i benefici di queste opere non sono destinati a ricadere sulla popolazione: l'85% dell'energia prodotta sarebbe utilizzata da alcune industrie intorno a Santiago e dalle industrie minerarie del nord del paese.
L'Enel ha il diritto di fare queste opere, dal momento che acquistando Endesa ha anche acquisito il diritto di utilizzo dei fiumi. Infatti all'epoca della dittatura di Pinochet, il governo cileno, dal momento che la costituzione vieta che lo stato gestisca qualunque tipo di attività economica, ha privatizzato l'acqua e negli anni Endesa è diventata di fatto proprietaria dell'80% dell'acqua del Cile e in particolare del 96% dell'acqua della Patagonia cilena.
Uno dei più attivi a sostenere questa causa è il vescovo di Aysén Luis Infanti de la Mora - nato a Udine, ma che da 35 anni vive in Cile - autore di un libro dal significativo titolo "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana". Il vescovo Infanti ha partecipato lo scorso 29 aprile all'assemblea degli azionisti di Enel, a nome di associazioni e delle comunità locali, chiedendo non solo la sospensione del progetto, ma anche la restituzione ai cileni delle concessioni delle acque. Enel ha ribadito che il progetto è nell'interesse prima di tutto del Cile e quindi prevede di andare avanti.
Sicuramente Hidroaysen sarà un grande affare per Enel, non so quanto lo sarà per i cileni.
p.s. nel sito di Enel non ho trovato notizie del progetto Hidroaysen.
domenica 11 aprile 2010
Considerazioni libere (99): a proposito di acqua e di Coca Cola...
Il Rajasthan è il più grande stato indiano - oltre 340.000 kmq - e uno dei più popolosi con i suoi 56 milioni di abitanti; è anche uno dei più aridi, una delle sue attrazioni è il deserto di Thar, il terzo per estensione dell'intera Asia. Dal 1999 nel villaggio di Kala Dera, a circa 40 chilometri dalla capitale Jaipur, è in funzione uno stabilimento della Coca-Cola, che produce bibite gassate e l'acqua in bottiglia Kinley. La Coca-Cola è tornata nel mercato indiano nel '93, dopo sedici anni di divieto di commercializzazione dei suoi prodotti; attualmente ha 52 stabilimenti di imbottigliamento e di pompaggio delle acque ed è leader nel mercato delle bevande analcoliche in quel paese, che conta una popolazione di oltre un miliardo di persone. La decisione di aprire uno stabilimento in quell'area, notoriamente arida, è stato il frutto di un accordo tra la Coca-Cola e il governo per la trasformazione di quel distretto, prevalentemente agricolo, in un polo industriale.
Nonostante questi progetti gran parte dei 13.000 abitanti di Kala Dera e degli altri villaggi che ci sono lì intorno continuano a lavorare nell'agricoltura, producendo miglio, arachidi, frumento e ceci. I lavoratori impiegati presso l’impianto della Coca-Cola variano dai 60 ai 250, a seconda della stagione.
Secondo un dossier elaborato nel 2004 dai ricercatori del Central Ground Water Board e dal Rajasthan Pollution Control Board, l’impianto della Coca-Cola ha utilizzato 1.370.694 metri cubi di acqua nel 2002 e 1.740.301 metri cubi nei primi nove mesi del 2003. La Coca-Cola ha pagato al governo del Rajastan una tassa di concessione annua di 5.000 rupie (110 dollari) nei tre anni dal 2000 al 2002 e di 24.246 rupie nel 2003
(610 dollari). Il dossier ha denunciato come l’impianto della Coca-Cola abbia creato uno “squilibrio ecologico-idrologico” nell’area. Occorre ricordare che in nessun distretto del Rajastan c'è l'accesso all'acqua potabile nelle case.
Nel ditretto di Jaipur di registra da alcuni anni un progressivo abbassamento delle falde acquifere; secondo alcuni ricercatori è passato da 40 a 80 piedi, ma il presidente del consiglio di villaggio di Kala Dera denuncia che sia sceso fino a 125 piedi. Il progressivo abbassamento delle falde ha diversi impatti sull’agricoltura locale: l'aumento dei costi di produzione, la diminuzione della produttività, la diminuzione della superficie di terra lavorabile, l'aumento della disoccupazione. Gli attivisti dei 32 comitati di lotta sorti nel distretto riportano che negli ultimi 4-5 anni la produzione di frumento è calata da 10 a 2 quintali per ettaro. Inoltre i pozzi dei villaggi utilizzati per l’uso domestico sono a rischio di essiccamento.
Ad aggravare la situazione è stata l'eccezionale siccità di quest'anno, la più grave dal 1972, secondo i dati dell'Indian Meteorological Department; nonostante la mancanza delle piogge monsoniche che alimentano le falde, i dirigenti della Coca-Cola hanno deciso di mantenere la produzione a pieno regime, rendendo ancora più grave la situazione per oltre diecimila famiglie.
Gli attivisti dei comitati di lotta continuano la loro protesta, nonostante la Coca-Cola goda di forti appoggi sia dal Partito del Congresso, ora al governo, sia dalle forze di opposizione. I comitati dichiarano che ogni giorno 24 tir, ciascuno con 1.100 imballaggi, trasportano i prodotti finiti fuori dagli stabilimenti; mentre i dirigenti della Coca-Cola non forniscono dati ufficiali sulla produzione.
I dirigenti della Coca-Cola si difendono ricordando cosa hanno fatto e continuano a fare di positivo per la regione. L'azienda ha costruito una strada nel villaggio e ha donato un campo medico per la distribuzione di medicinali. Dona borse di studio agli studenti meritori in tredici scuole della zona e macchine da cucire per cinquanta vedove. Inoltre hanno finanziato l'installazione di 27 impianti per l'irrigazione a goccia, per consumare meno acqua. I tecnici dell'azienda sostengono infatti che l'agricoltura sia la maggior responsabile dell'abbassamento delle falde. I comitati ribattono che i beneficiari dei sussidi per l’irrigazione a goccia sono stati solo alcuni benestanti, persone influenti che hanno sostenuto le attività della Coca-Cola e che comunque possono permettersi la costosa manutenzione di questo tipo di impianto.
A supportare la protesta dei comitati di lotta ci sono inoltre i risultati di un'indagine indipendente del prestigioso Environmental Research Institute di New Delhi, pubblicati nel 2009. Nel rapporto si legge che le attività della Coca-Cola di Kala Dera "continueranno a contribuire al peggioramento della situazione idrica e ad essere fonte di stress per le comunità locali".
Ho cercato di raccogliere e riferire le notizie in maniera asettica, probabilmente non riuscendoci; forse hanno una parte di ragione i manager della Coca-Cola quando affermano che lo spostamento dell'azienda da Kala Dera sarebbe un danno per la regione e che le tecniche utilizzate dai contadini indiani contribuiscono all'abbassamento delle falde. Ma hanno ragione gli attivisti dei comitati a continuare a denunciare un modello di sviluppo in cui c'è qualcuno che guadagna e qualcuno che progressivamente ci rimette. A Kala Dera ci sta perdendo l'ambiente e ci stanno rimettendo, a un prezzo durissimo, un gran numero di famiglie.
Nonostante questi progetti gran parte dei 13.000 abitanti di Kala Dera e degli altri villaggi che ci sono lì intorno continuano a lavorare nell'agricoltura, producendo miglio, arachidi, frumento e ceci. I lavoratori impiegati presso l’impianto della Coca-Cola variano dai 60 ai 250, a seconda della stagione.
Secondo un dossier elaborato nel 2004 dai ricercatori del Central Ground Water Board e dal Rajasthan Pollution Control Board, l’impianto della Coca-Cola ha utilizzato 1.370.694 metri cubi di acqua nel 2002 e 1.740.301 metri cubi nei primi nove mesi del 2003. La Coca-Cola ha pagato al governo del Rajastan una tassa di concessione annua di 5.000 rupie (110 dollari) nei tre anni dal 2000 al 2002 e di 24.246 rupie nel 2003
(610 dollari). Il dossier ha denunciato come l’impianto della Coca-Cola abbia creato uno “squilibrio ecologico-idrologico” nell’area. Occorre ricordare che in nessun distretto del Rajastan c'è l'accesso all'acqua potabile nelle case.
Nel ditretto di Jaipur di registra da alcuni anni un progressivo abbassamento delle falde acquifere; secondo alcuni ricercatori è passato da 40 a 80 piedi, ma il presidente del consiglio di villaggio di Kala Dera denuncia che sia sceso fino a 125 piedi. Il progressivo abbassamento delle falde ha diversi impatti sull’agricoltura locale: l'aumento dei costi di produzione, la diminuzione della produttività, la diminuzione della superficie di terra lavorabile, l'aumento della disoccupazione. Gli attivisti dei 32 comitati di lotta sorti nel distretto riportano che negli ultimi 4-5 anni la produzione di frumento è calata da 10 a 2 quintali per ettaro. Inoltre i pozzi dei villaggi utilizzati per l’uso domestico sono a rischio di essiccamento.
Ad aggravare la situazione è stata l'eccezionale siccità di quest'anno, la più grave dal 1972, secondo i dati dell'Indian Meteorological Department; nonostante la mancanza delle piogge monsoniche che alimentano le falde, i dirigenti della Coca-Cola hanno deciso di mantenere la produzione a pieno regime, rendendo ancora più grave la situazione per oltre diecimila famiglie.
Gli attivisti dei comitati di lotta continuano la loro protesta, nonostante la Coca-Cola goda di forti appoggi sia dal Partito del Congresso, ora al governo, sia dalle forze di opposizione. I comitati dichiarano che ogni giorno 24 tir, ciascuno con 1.100 imballaggi, trasportano i prodotti finiti fuori dagli stabilimenti; mentre i dirigenti della Coca-Cola non forniscono dati ufficiali sulla produzione.
I dirigenti della Coca-Cola si difendono ricordando cosa hanno fatto e continuano a fare di positivo per la regione. L'azienda ha costruito una strada nel villaggio e ha donato un campo medico per la distribuzione di medicinali. Dona borse di studio agli studenti meritori in tredici scuole della zona e macchine da cucire per cinquanta vedove. Inoltre hanno finanziato l'installazione di 27 impianti per l'irrigazione a goccia, per consumare meno acqua. I tecnici dell'azienda sostengono infatti che l'agricoltura sia la maggior responsabile dell'abbassamento delle falde. I comitati ribattono che i beneficiari dei sussidi per l’irrigazione a goccia sono stati solo alcuni benestanti, persone influenti che hanno sostenuto le attività della Coca-Cola e che comunque possono permettersi la costosa manutenzione di questo tipo di impianto.
A supportare la protesta dei comitati di lotta ci sono inoltre i risultati di un'indagine indipendente del prestigioso Environmental Research Institute di New Delhi, pubblicati nel 2009. Nel rapporto si legge che le attività della Coca-Cola di Kala Dera "continueranno a contribuire al peggioramento della situazione idrica e ad essere fonte di stress per le comunità locali".
Ho cercato di raccogliere e riferire le notizie in maniera asettica, probabilmente non riuscendoci; forse hanno una parte di ragione i manager della Coca-Cola quando affermano che lo spostamento dell'azienda da Kala Dera sarebbe un danno per la regione e che le tecniche utilizzate dai contadini indiani contribuiscono all'abbassamento delle falde. Ma hanno ragione gli attivisti dei comitati a continuare a denunciare un modello di sviluppo in cui c'è qualcuno che guadagna e qualcuno che progressivamente ci rimette. A Kala Dera ci sta perdendo l'ambiente e ci stanno rimettendo, a un prezzo durissimo, un gran numero di famiglie.
Iscriviti a:
Post (Atom)
