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mercoledì 11 gennaio 2017

Considerazione libere (416): a proposito di due sì...

In questi giorni potremmo dedicare il nostro tempo a riflettere sui motivi, legittimamente giuridici o inconfessabilmente politici, che hanno spinto i giudici della Consulta a emettere questa sentenza oppure a discutere su come sono stati scritti i quesiti o ancora a pensare alle conseguenze politiche di questa sentenza, sull'opportunità che si voti prima possibile il referendum o che si vada a elezioni anticipate. O su come questo referendum ci servirà a ricostruire una sinistra in Italia. Francamente però oggi non abbiamo questo tempo. Ne abbiamo pochissimo. E abbiamo scarse energie. E il nostro poco tempo e le nostre scarse energie dobbiamo dedicarle a fare propaganda per il SI', a spiegare qual è il vero significato di questi referendum, di quelli su cui saremo chiamati ad esprimerci e anche di quello che per ora non è stato ammesso. Ed è qualcosa che non riguarda solo strettamente il tema dell'utilizzo dei voucher o quello degli appalti o finanche quello, seppur fondamentale, dell'art. 18. Sono temi che abbiamo affrontato e su cui torneremo. Ma la questione vera riguarda la dignità costituzionale del lavoro, che i costituenti vollero sancire in maniera solenne - e assolutamente inedita - in quell'art. 1 molto citato, ma poco applicato.
La battaglia in cui dobbiamo essere impegnati già da queste ore e su cui dovremo saper costruire un fronte il più ampio possibile - speriamo maggioritario - è simile a quella che ci ha impegnato nei mesi passati. Perché anche lo scorso 4 dicembre in gioco non era tanto la sopravvivenza del Senato o il meccanismo di formazione delle leggi, quanto l'idea stessa di democrazia rappresentativa. Oggi allo stesso modo questi referendum ci servono a ribadire la centralità costituzionale del lavoro, l'idea che i diritti delle persone che lavorano devono essere garantiti a partire dalla legge fondamentale del nostro ordinamento.
Perché il nostro lavoro, il lavoro di tutti, deve essere uno sforzo libero. Pare scontato, ma non lo è: lo sforzo di uno schiavo, di un uomo o di una donna costretti a cedere il proprio tempo e le proprie energie, non può essere considerato lavoro. Le meraviglie architettoniche dell'antichità furono costruite da schiavi e oggi sono schiavi quelli che producono le magliette che indossiamo o i telefonini con cui ci teniamo continuamente in contatto, e questo non è lavoro. E non serve andare in Asia o in Africa, basta fermarsi nelle campagne dove si raccolgono le arance e i pomodori o andare in qualche fabbrica o in un call center. Lo dobbiamo ricordare quando valutiamo la crescita di un paese: la schiavitù conviene dal punto di vista puramente economico, dal momento che garantisce bassi costi di produzione e crescita della ricchezza complessiva. Però quello non è lavoro e non realizza la prosperità comune. Perché il lavoro di ciascuno di noi realizza a un tempo noi stessi e la società. E’ abbastanza semplice capire che il lavoro libero di ciascuno di noi contribuisce al bene della comunità, è qualcosa di cui abbiamo immediata evidenza. Forse non abbiamo ancora capito quanto il lavoro sia importante per ciascuno di noi. A chi è successo - a me è successo intorno ai quarant’anni - di non avere un lavoro sa che si tratta di un momento che si ricorda con dolore e ansia. Chi non lavora non esprime la sua capacità di essere, in qualche modo non è. L'art. 1 dice questo e dice che la democrazia si realizza con il lavoro e che il lavoro si tutela con la democrazia.
Troppo spesso in questi anni ci hanno fatto credere che il lavoro sia solo un dovere o, ancora peggio, una concessione che ci viene fatta, qualcosa per cui dobbiamo ringraziarli. Invece il lavoro è un nostro diritto. In gioco nel prossimo referendum c'è semplicemente questo. La domanda che quei due quesiti rivolgono a tutti noi è questa: abbiamo diritto al lavoro, un lavoro sicuro, un lavoro retribuito in maniera proporzionale ed equa? SI'.

giovedì 15 dicembre 2016

Considerazioni libere (415): a proposito di una nuova battaglia...

Non è finita con il referendum. Lo sapevamo che non sarebbe finita. Se qualcuno tra noi che abbiamo votato NO ha creduto che quel voto cambiasse le cose è un illuso. Anzi la partita vera comincia adesso. Vedo purtroppo che molti compagni del NO sono rimasti delusi dal fatto che è nato il governo Gentiloni. Facciamo chiarezza: noi non abbiamo combattuto quella battaglia per cambiare governo, abbiamo lottato per la Costituzione. Se lo ricordino anche quelli del sì che adesso ci dicono con strafottenza che il nostro voto non è servito a nulla: invece quel voto è servito, anzi è servito anche a loro e prima o poi ci ringrazieranno di averli fatti perdere. Perché certamente è meglio che abbia vinto il NO e quindi che in questo paese ci sia ancora la nostra cara e vecchia Costituzione, per quanto un po’ acciaccata dalle mezze e male riforme che abbiamo fatto in questi anni, ma quel voto, per le sue stesse caratteristiche, non poteva segnare un nuovo inizio per la sinistra in questo paese. Come renzi si sbaglia quando crede che il 40% dei sì sia tutta "roba" sua, anche noi dobbiamo renderci conto che nel NO ci sono tante cose, spesso contrapposte.
Certo in quel NO c’è un pezzo importante della sinistra di questo paese, una sinistra che si è ritrovata unita, dopo molti anni in cui ha militato su fronti opposti. Ma queste differenze, per molti versi, ancora rimangono e pesano sulle vicende politiche, e perfino umane, di molti di noi.
Ad esempio tra me e D’Alema - si parva licet - nonostante questa volta ci siamo ritrovati a votare, dopo molti anni, nello stesso modo, c’è una differenza notevole, perché immagino che lui continui a essere un socialdemocratico che pensa che il capitalismo si possa riformare, passo dopo passo, mentre io penso che a questo punto occorra assumere una prospettiva davvero alternativa, e dichiaratamente anticapitalista e rivoluzionaria. Sono convinto che se siamo arrivati a questo punto così basso è anche per una precisa responsabilità di D’Alema - e anche mia, visto che stavamo nello stesso partito - ad esempio perché in quegli anni ci siamo convinti che fosse necessario modificare le leggi sul lavoro, e che fosse "moderno" togliere un po’ di diritti ai lavoratori, per guadagnarci in competitività. Invece abbiamo visto che togliere diritti serve solo a dare più armi agli speculatori e fa crescere solo le disuguaglianze. E il malaffare.
Nelle prossime settimane avremo forse una possibilità nuova, anche in questo caso grazie a un referendum, questa volta per abolire la cosiddetta riforma del lavoro conosciuta come jobs act. Non so se D’Alema ed io voteremo ancora nello stesso modo - spero di sì, e non solo per un attacco strumentale a questo governo, che evidentemente quella riforma ancora la difende. Perché a me - lo ripeto a scanso di equivoci - interessa poco la sorte di questo o di quel governo, interessano poco le narrazioni più o meno immaginifiche, interessa ancor meno il dibattito all'interno del pd. invece mi interessano le condizioni vere delle persone. Bisogna ripartire dalle sofferenze delle donne e degli uomini: tanti di quelli che hanno votato NO hanno usato quel voto proprio per dire che stanno male e che nessuno pensa a loro.
Personalmente non credo che a breve ci sia lo spazio per costruire in questo paese un forte partito di sinistra radicale e francamente non penso neppure che sia fondamentale dedicare tutte le nostre energie nelle prossime settimane a costruire una nostra risicata rappresentanza parlamentare - anche se vedo che questo tema di politique politicenne appassiona molti - ma penso che ci sia spazio per una serie di battaglie sociali su temi di sinistra. E il lavoro è senz’altro il primo di questi temi.
In qualche modo la battaglia per il NO alla modifica della Costituzione si lega a quella per l’abolizione del jobs act, perché quella formula dell’art. 1 "fondata sul lavoro" non è un espediente retorico, è un principio. E questo principio è adesso l’unico limite alle violenze di classe. E quindi la battaglia contro il jobs act e a favore dello Statuto dei lavoratori, diventa qualcosa di più, diventa il segno che dal lavoro si deve ricominciare.
Non so se sia vero che le elezioni anticipate verranno fatte scattare per impedire il referendum sul jobs act, come si è lasciato sfuggire il commensale di Buzzi e di Mafia capitale. Anche se fosse, quella battaglia per il lavoro e i diritti non deve perdere di intensità. Faremo rinascere una sinistra in Italia solo attraverso questa rinnovata consapevolezza che combattere per i diritti del lavoro è urgente e necessario.

lunedì 4 aprile 2016

Verba volant (260): costringere...

Costringere, v. tr.

In questi giorni - vi dirò poi perché - mi è tornata improvvisamente in mente un'espressione che sono sicuro di aver sentito diverse volte quando ero molto più giovane. Allora - sto parlando dell'Emilia-Romagna nella seconda metà del Novecento - se qualcuno veniva licenziato, perché era un lavativo o perché era palesemente inadeguato per il lavoro per cui era stato assunto, si diceva che il suo padrone era stato costretto a licenziarlo. Ecco vorrei soffermarmi su quel verbo - costringere - usato significativamente nella forma passiva.
Chi costringeva quel padrone a licenziare quel suo operaio incapace? Ovviamente nessuno, licenziare era un suo diritto - ora come allora - ma evidentemente quel licenziamento veniva sentito da quel padrone, in quel tempo, in quella particolare condizione sociale, come una ferita, come qualcosa che in qualche modo lo danneggiava. Da qui l'uso del verbo costringere, che costituisce davvero una strana coppia con il verbo licenziare, che ha in sé l'idea etimologica di libertà, di arbitrio.
Quel licenziamento era una ferita anche per il padrone, perché quel lavoratore - come tutti i lavoratori - della sua azienda, piccola o grande che fosse, era una sua risorsa, anzi la sua risorsa più preziosa, perché dalla capacità di lavorare di quell'operaio dipendeva la fortuna della sua azienda e quindi anche sua. E ovviamente un lavoratore bravo era un lavoratore che era stato formato, e quindi erano servite risorse per quella formazione e, se poi veniva licenziato, quella formazione era stata inutile, erano soldi gettati al vento. Un padrone allora non era soddisfatto di licenziare un suo dipendente, magari era contento di togliersi di dosso un rompicoglioni, ma un licenziamento era una misura che in qualche modo rappresentava una sconfitta anche per quell'impresa. Per ovvie ragioni io mi riferisco a una realtà di aziende piccole e piccolissime, di realtà artigiane, così diffuse nella nostra terra e anzi - come è stato ampiamente mitizzato negli anni successivi - vero motore della ricchezza di questo territorio. C'era un riconoscimento del valore del lavoro che in qualche modo univa le classi, pur sapendo che ciascuno aveva un proprio ruolo nel conflitto di classe, che c'era allora, come c'è oggi.
E quell'idea teneva in piedi un sistema di produzione antica, assolutamente old economy, secondo gli attuali parametri. Curiosamente lo stesso avviene ora nella new economy. Ho un amico che è il padrone di un'azienda di questo settore, un'azienda che non produce niente, che non fa delle cose, ma sviluppa idee. Ora questo mio amico un po' si incazza se viene definito padrone ed effettivamente credo che riesca a sopportare questo mio testardo uso di un lessico novecentesco solo perché è mio amico. Lui mi spiegava che nella sua azienda il saper fare è l'elemento chiave e quindi assumere è più importante che licenziare, perché un'assunzione è un investimento, mentre un licenziamento è una perdita. Ho fatto questo riferimento perché, ad ascoltare qualche narrazione - come si chiamano adesso le ideologie - sembra che sia moderno poter licenziare, mentre moderno è avere la capacità di assumere, è saper assumere e soprattutto saper spendere risorse per formare chi è stato assunto, sperando che quella persona reimpieghi quelle risorse, quelle sue capacità, quei suoi talenti, dentro l'azienda e non da un'altra parte.
Adesso vi spiego perché mi è venuta in mente questa definizione. Una di queste mattine, mentre mi preparavo per andare al lavoro, è passato in radio uno spot per magnificare gli effetti del jobs act. Sorvolo sul fatto che questo spot istituzionale sia passato immediatamente prima di quello di un noto lassativo che, per quanto dolcissimo - come recita un fortunato e storico slogan - quello deve fare. Comunque non mi scandalizza tanto la propaganda - la fa ogni governo, l'ho fatta anch'io, quando facevo un altro mestiere - quanto mi ha colpito lo slogan dedicato alle dimissioni telematiche: "rapide, semplici, sicure". Proprio come l'Euchessina. Tutto il jobs act, ossia uno dei punti più qualificanti - a sentir loro - dell'azione del governo, era ridotto a questa facilità di licenziare.
Questa enfasi sulla possibilità di licenziare, quello spot da ascoltare in maniera distratta, mi sembra che racconti meglio di qualsiasi testo sociologico cosa è diventato il lavoro in Italia, quanto sia stato svilito il saper fare bene qualcosa - che sia un carburatore o un sito web poco importa - così come quella frase - è stato costretto a licenziare - riesca a descrivere un'altra Italia, l'Italia che - pur con grandissimi limiti - ha saputo inventarsi un futuro dopo un lungo periodo di miseria terribile. Non ho fiducia che torneremo a quel lessico lì, ma francamente mi pare l'unica strada possibile.

sabato 4 aprile 2015

Verba volant (173): assumere...

Assumere, v. tr.

In questo verbo, la cui etimologia risale - come per gran parte della nostra lingua - al latino, si riconosce un'antica radice am- che ha il significato di prendere e di comperare.
Nei giorni scorsi un'agenzia di lavoro interinale ha diffuso un volantino per pubblicizzare i propri servizi. Al di là della retorica commerciale, credo sia utile riportare alcuni degli slogan utilizzati.
Vinci la crisi, cosa stai ancora aspettando: chi utilizza un lavoratore interinale rumeno risparmia. Beneficia del massimo della flessibilità ed in più: niente Inail, niente tredicesima, niente Inps, niente quattordicesima. Niente malattia, niente Tfr, niente infortuni, no problems, niente consulenti paghe. Alla tua azienda non rimane che pagare undici mensilità e non più 14 più Tfr, come stai facendo, ed in più senza nemmeno dover anticipare l'Iva essendo le nostre fatture intracomunitarie.
C'è un po' di inglese, che fa sempre "moderno", come insegna il presidente del consiglio. Ma soprattutto è un inno alla libertà: nessun vincolo, nessun controllo, nessuna complicazione. Finalmente un lavoratore che non dà problemi.
Uscita la notizia, i corifei del renzismo - compreso il sedicente professor taddei, responsabile economico del partito mal nato - hanno detto che si tratta di comportamenti illegali e che, come tali, dovranno essere perseguiti. Naturalmente queste prese di posizione - per quanto in malafede - mi fanno piacere - evidentemente qualcuno in quel partito ha ancora il senso della vergogna - ma mi pare che la questione non possa essere liquidata in questo modo.
Il problema è che tutti questi predatori sentono ormai l'odore del sangue, vedono che le loro vittime sono braccate, indifese e ferite, sanno che non ci sono più limiti alla loro ferocia. E quindi attaccano. Qualcuno, come l'estensore di questo volantino, lo fa in maniera scomposta e probabilmente rimarrà a bocca asciutta. Ma tutti gli altri lo stanno facendo in silenzio, senza gridare, senza vantarsi, ma con la stessa cinica indifferenza per gli altri.
Vuoi continuare a lavorare? Va bene, sei brava. Ma intanto ti riduco l'orario di lavoro da 40 a 35 ore, anche se naturalmente continuerai a lavorare 40 ore, senza essere pagata per quelle cinque ore in più. Lei si può rifiutare? Teoricamente sì, ma praticamente no, perché il suo stipendio è l'unico che arriva in casa - e ovviamente il suo padrone lo sa - e ci sono altre venti ragazze che potrebbero sostituirla. Naturalmente questo non lo troverete scritto in nessun volantino, ma succede, è successo. E deve anche ringraziare di avere ancora un lavoro.
Al di là della retorica, questo è il renzismo. Al di là dei provvedimenti legislativi, che sono molto negativi e che hanno riportato il nostro paese agli anni Cinquanta, è il clima politico e sociale ad essere cambiato. I padroni sanno che questo governo è apertamente schierato al loro fianco, perché ogni giorno dice che deve essere più facile licenziare, perché non fa nulla per impedire che padroni disonesti si comportino in questo modo, perché non fa nulla di concreto per alleviare la crisi e la crisi è la migliore alleata dei padroni che vogliono sfruttare i lavoratori. Perché i padroni, questi padroni, con la crisi ci guadagnano: il lavoro costa meno - solo undici mensilità, come recita il volantino - ma loro continuano a venderci le cose prodotte da quel lavoratore meno "pretenzioso" allo stesso prezzo, e quindi la differenza, che è cresciuta, va tutta in tasca a loro. Alla faccia della crisi.
E quindi, benvenuti nel paese dove i lavoratori non si assumono, si comprano. 

martedì 20 gennaio 2015

Considerazioni libere (394): a proposito di una speranza che potrebbe realizzarsi...

Siamo in tanti, in tutta Europa, a guardare con speranza a quello che succederà domenica prossima in Grecia: una vittoria netta di Syriza e la formazione di un nuovo governo guidato da Alexis Tsipras avrebbero un significato fondamentale non solo per quel paese, ma per tutta la sinistra europea, a partire da quei paesi dove i partiti del nostro schieramento sono più forti e possono legittimamente aspirare a vincere le elezioni, come in Spagna e in Irlanda, ma anche per l'Italia, dove la sinistra politica adesso di fatto non esiste e noi "sinistri" ci sentiamo sempre più "esodati della politica", spesso tentati dalla voglia di mollare, di astenerci.
Le forze dominanti presentano queste elezioni greche come una sorta di referendum pro o contro l'Unione europea, cercando quindi di far passare il messaggio che la "loro" Europa, l'Europa dei mercati, delle banche, delle rendite, è l'Europa tout court, l'unica e sola Europa possibile. La migliore delle Europe possibili, direbbe il dottor Pangloss. E quindi chi critica la "loro" Europa viene descritto come una sorta di terrorista, come chi la vuole distruggere. Basta guardare un telegiornale italiano o leggere un qualsiasi giornale: il primo obiettivo di Syriza sarebbe l'uscita dall'euro, una cosa che non c'è nel programma di Salonicco e anzi è fuori dall'orizzonte politico di quel partito, che è fortemente europeista.
Comprensibilmente la destra greca - e i loro servi del Pasok, il pd greco - fa di tutto per imbrogliare le carte e Samaras si presenta come il garante dell'unità del paese sotto l'egida dell'Europa "tedesca", dal momento che non può presentare nessun risultato positivo della sua azione di governo, visto che le ricette proposte dal Memorandum stilato dalla Troika si sono rivelate incapaci di invertire la tendenza e di portare il paese fuori dalla crisi. Anzi l'hanno aggravata, gettando nella povertà milioni di persone. La destra, mentendo, sostiene che la crisi del debito greco sia endogena, così da giustificare l'inevitabilità delle riforme neoliberali (più o meno lo stesso che hanno fatto in Italia, imponendo a napolitano i governi monti, letta e renzi). Tutti i corifei del regime spiegano che la violazione delle scelte imposte dal Memorandum, ossia la rinuncia alle "loro" riforme, provocherebbe l'uscita della Grecia dall'euro, con gravissime conseguenze, che però sarebbero limitate soltanto a quel paese. L'Economist però prevede che entro la fine di quest'anno saranno sette gli stati europei ad avere un debito pubblico al di sopra del 100% del loro pil, dimostrando quindi che il problema non è il debito pubblico greco, ma la crisi dell'eurozona. L'unico punto della propaganda elettorale di Samaras, ossia che la Grecia rimarrebbe isolata in Europa se vincesse Syriza, è smentita ormai nei fatti e anzi, proprio l'affanno con cui i leader europei, di destra e del cosiddetto centrosinistra, sostengono Samaras, sta favorendo il consolidamento elettorale della sinistra.
Vedremo cosa succederà lunedì prossimo. E' chiaro che un eventuale governo di Syriza non chiederà alla Troika di avere più tempo per rispettare gli impegni dettati dal Memorandum, non farà come hanno fatto in questi mesi Samaras e Venizelos, ma - proprio in forza di un risultato elettorale di questa portata e di un mandato democratico così ampio - chiederà la fine dell'austerità, in nome della non sostenibilità del debito. Per questo i poteri che lavorano nell'ombra per il fallimento della Grecia, dell'Italia, della Spagna hanno paura della democrazia, cercano di limitarla, come sta succedendo nel nostro paese, con le riforme istituzionali presentate dal governo renzi. Democrazia e lavoro sono due facce della stessa medaglia, come ci hanno insegnato i nostri padri Costituenti.
Naturalmente per Syriza, anche se otterrà la maggioranza assoluta, non sarà facile governare questo passaggio, perché incontrerà resistenze da parte del mondo politico e di ampi settori dell'amministrazione, che vedranno diminuire il potere che hanno acquisito - anche in maniera disonesta - in questi anni, e soprattutto del mondo degli affari, che ha già messo gli occhi sui beni da privatizzare e ha scommesso sul fallimento del paese, per acquistare a prezzi di realizzo tutto quello che può essere valorizzato. E tutti questi avranno l'appoggio delle istituzioni europee e degli organismi finanziari internazionali, che faranno di tutto - lecito e illecito - per sabotare l'esperienza greca. Immaginatevi come saranno schierati nelle prossime settimane gli organi di informazione, pronti a sottolineare ogni presunto errore del governo Tsipras. Per questo dobbiamo vigilare, anche qui, e sostenere quel governo.
L'esperienza di Syriza non deve essere una parentesi, come auspicano i nostri nemici. E sappiamo già che dopo le elezioni il potere della sinistra sarà fragile - troppo fragile, visti i nemici contro cui deve difendersi - se si limiterà al confronto istituzionale e se non troverà delle alleanze in Europa. E' una cosa che abbiamo già visto succedere troppe volte, perché un paese non si cambia solo dall'alto, perché non basta controllare le leve del potere, ma bisogna far crescere una cultura politica diversa; e questa volta non possiamo permetterci di sbagliare.
Bisogna partire dall'idea che in Europa c'è un conflitto, anche se non è quello che ci raccontano i giornali. Ed è un conflitto che, forse per la prima volta con questa nettezza, non avviene tra stati nazionali, ma nasce all'interno dei singoli stati ed è esteso a tutto il continente. La rivoluzione ha una lunga storia in questa parte del mondo - l'ha in qualche modo plasmata - ma questa storia si è sempre intrecciata con quella degli stati nazionali, perché le classi dominanti sono riuscite, praticamente in ogni occasione, a far in modo che gli interessi di ogni singolo paese prevalessero sui comuni interessi di classe naturalmente transnazionali, costringendo quindi i lavoratori francesi, tedeschi, inglesi, italiani, a combattersi, in nome proprio di questi fantomatici superiori interessi nazionali, che ovviamente nascondevano gli interessi delle classi che li guidavano.
Adesso lo scenario è mutato, anche per merito di quegli antifascisti che immaginarono, mentre erano ancora nelle carceri fasciste, un'Europa completamente diversa da quella in cui erano nati e cresciuti. L'auspicata vittoria di Syriza - come quelle che speriamo seguiranno di Podemos e del Sinn Fein - unisce in questo conflitto l'Europa dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, ossia di un mondo del lavoro che è sempre più sfruttato e oppresso. Lo vediamo bene in Italia, dove non per caso l'attuale governo si dedica con un'incredibile tenacia alla lotta contro i lavoratori e i loro diritti.
Proprio la consapevolezza di far parte di un conflitto globale ci può aiutare. E in qualche modo anche "loro" ci temono, nonostante la sicumera con cui ci affrontano, nonostante la vicenda greca venga in queste ultime ore sottovalutata, proprio per far passare l'idea che si tratta di un problema interno di quei "pigri" dei greci. La Germania deve fare i conti con i segnali di un rallentamento della propria economia e una parte della destra comincia a riflettere e avanza l'ipotesi che per uscire dalla crisi siano necessari gli investimenti pubblici e un allentamento delle politiche di austerità. La stessa Bce farà probabilmente quello che fino ad ora le è stato impedito di fare, ossia acquistare titoli di stato, invece che continuare a finanziare le banche con denaro prestato a tassi ridicolmente bassi, che poi viene messo sul mercato delle famiglie e delle imprese, con ampi margini di lucro. Ormai tra i cittadini europei cresce la consapevolezza che il denaro per "salvare" la Grecia sia stato utilizzato soltanto per pagare gli interessi sul debito e quindi sia servito alle banche del Nord per ridurre le perdite su crediti che hanno distribuito, in maniera quantomeno disinvolta, ai paesi del Sud.
Le compagne e i compagni di Syriza non possono farcela da soli, proprio perché la loro è una battaglia europea, che passa attraverso il taglio del debito e un piano di investimenti pubblici, una sorta di new deal europeo.
Per questo servono a loro, servono a noi, una forte consapevolezza politica, una riflessione teorica sulla crisi del capitalismo e al contempo una capacità di movimento che certamente in Italia non abbiamo avuto - troppo persi in un dibattito di posizionamento tattico tra piccole sigle e nel rapporto con il partito che ha egemonizzato, con tutti i mezzi, il centrosinistra - una presenza capillare nel territorio, anche in maniera solidale, per aiutare quelli che non ce la fanno, quelli che rischiano di rimanere indietro, una velocità di mobilitazione che ci può offrire la rete, se la sappiamo usare, al di là degli appelli generici o di firme fatte in maniera automatica, sull'onda di uno sdegno momentaneo. Serve in sostanza un partito socialista, insieme antico e nuovo, antico nei valori e nuovo nelle forme con cui fa politica, con un'attenzione solidale che è anch'essa antica, perché fa parte della migliore tradizione della sinistra.
Lo dico senza polemica, perché credo sinceramente che in questa fase - come dice il mio amico Fausto - tutti siamo indispensabili, ma mi sembra che la nostra discussione sia incentrata troppo su chi debba essere il Tsipras italiano, mentre sarebbe più importante concentrarsi su quello che ciascuno di noi può fare per far nascere questo nuovo partito.
To μέλλον έχει όνομα. Αξιοπρέπεια. Δικαιοσύνη. Δημοκρατία. 
Il futuro ha un nome. Dignità. Giustizia. Democrazia.

mercoledì 22 ottobre 2014

Verba volant (138): costare...

Costare, v. intr.

Questo verbo viene dal latino constare, il cui primo significato è quello di essere fermo e quindi certo, stabilito, da cui il senso - oggi ormai prevalente - di avere un prezzo determinato. Spiega con la solita precisione il Pianigiani:
Valere, detto di cosa che si venda, ma con relazione al prezzo attribuitole.
Affronto oggi questa definizione perché questa mattina davanti all'ufficio in cui lavoro, l'anagrafe del Comune di Salsomaggiore, si è concluso il corteo dei lavoratori in sciopero del settore termale, ossia la "fabbrica" più grande della nostra città. Il motivo scatenante di questa protesta è stata la decisione dell'azienda - pubblica - di licenziare entro la fine di quest'anno ottantuno persone, circa un terzo di tutti quelli che ci lavorano. Non entro nel merito della vicenda complessa delle Terme di Salsomaggiore e Tabiano, che sono in crisi da molto tempo - e su cui ci sono molte e gravi responsabilità - ma su un aspetto che mi ha fatto riflettere. Il presidente di Terme ha detto che la decisione di licenziare queste ottantuno persone è frutto della volontà di far ripartire l'azienda, eliminando un costo gravoso che pesa su quei bilanci. Da un punto di vista puramente contabile posso capire la logica di questa scelta: meno persone che lavorano sono meno persone da pagare, però Terme è un'azienda che produce essenzialmente servizi e se non ci sono le persone che lavorano quei servizi non potranno più essere prodotti. Capisco che i lavoratori costino, ma in questo caso specifico sono anche l'unica fonte di reddito, perché la nostra acqua non si può semplicemente bere - nel caso basterebbe una persona a controllare i rubinetti - ma deve essere in qualche modo applicata e, senza questo lavoro, non può essere venduta e quindi non può produrre nuova ricchezza. Al di là del fatto che io - per antica e "sinistra" testardaggine - continuo a pensare che i lavoratori siano persone e non costi, in questo caso particolare la decisione di licenziare non riesce a convincermi neppure da un punto di vista strettamente economico.
Ovviamente il caso delle Terme di Salsomaggiore non è isolato. L'altra sera ho ascoltato l'intervista all'amministratore delegato di Meridiana che spiegava che per il rilancio di quell'azienda in crisi era necessario ridurre il numero delle persone che vi sono impiegate. Anche in questo caso si tratta di un curioso paradosso: senza piloti come volano gli aerei? E per far crescere gli affari di una compagnia aerea non sarebbe necessario far volare più aerei, coprire più rotte? E quindi non sarebbero necessarie più persone?
A me preoccupa molto che passi come una cosa naturale il fatto che i lavoratori siano il principale costo di un'azienda e quindi che per renderla più competitiva sia necessario ridurre i costi e quindi licenziare. Io non sono certo un esperto di politiche industriali, ma mi hanno insegnato che senza lavoro - manuale e intellettuale - non si produce ricchezza. Poi ovviamente servono altre cose, che certamente sono costi: servono le materie prime e l'energia; e bisognerebbe che queste cose costassero meno, ma non si può fare lo stesso ragionamento per il lavoro. Adesso invece sembra che lo svilippo passi necessariamente per la riduzione del costo del lavoro, e quindi meno salari e sempre più bassi. La storia, anche recente, del nostro continente - ce lo insegna quel comunista di Eric Hobsbawm - mostra il contrario: alla fine della seconda guerra mondiale l'economia europea e statunitense è cresciuta perché i salari si sono alzati e perché l'occupazione è molto aumentata.
Ogni tanto ci capita di guardare un programma che negli Stati Uniti si chiama  The high low project e in Italia Sabrina: Design accessibili. Il programma si svolge sempre così: una designer, Sabrina appunto, fa vedere a una famiglia una stanza arredata secondo tutti i loro desideri, e questo arredamento costa naturalmente molti soldi. Quando la famiglia si rende conto che non può spendere quella cifra iperbolica, Sabrina rifà un arredamento molto simile all'originale, spendendo anche dieci volte meno. In ogni puntata c'è un suo collaboratore che costruisce, con pochi soldi, un oggetto che sarebbe costato migliaia di dollari. Io mi arrabbio tutte le volte, perché quell'oggetto non costa soltanto il materiale che è servito a costruirlo, ma bisogna calcolare il valore del lavoro dell'aiutante di Sabrina che ci mette tempo, ma soprattutto fantasia e bravura nel fare quel tavolino o quella scansia o quel mobiletto. Si tratta solo di un un programma televisivo ovviamente, ma mi sembra sempre più una metafora dei nostri tempi. Se il lavoro è solo un costo, basta ridurlo, fino a portarlo a zero.
Come avrete capito, a me non piace affatto l'espressione costo del lavoro e vorrei che, almeno noi a sinistra, smettessimo di usarla; possiamo lasciarla a quelli di là, a Confindustria e al "suo" governo. Anche perché ormai non siamo più noi a stabilire il prezzo con cui "vendiamo" il nostro lavoro, sono sempre loro, quelli che lo "comprano", a definirlo e ad imporcelo, sempre più basso.
Diceva invece John Maynard Keynes.
Sono quindi vicino alla dottrina pre-classica, che ogni cosa è prodotta dal lavoro, coadiuvato da ciò che allora usava chiamarsi arte e che ora si chiama tecnica, dalle risorse naturali che sono gratuite o costano una rendita a seconda della loro abbondanza o scarsità, e dai risultati del lavoro del passato [...] È preferibile considerare il lavoro, compresi naturalmente i servizi personali dell'imprenditore e dei suoi collaboratori, come l'unico fattore di produzione, operante in un dato ambiente di tecnica, di risorse naturali, di beni capitali e di domanda effettiva.
Ecco a me il lavoro piace più considerarlo così, e mi piace considerare i lavoratori una voce di attivo invece che di passivo.

lunedì 22 settembre 2014

Verba volant (127): sindacato...

Sindacato, sost. m.

Sapete che a me piace partire dall'etimologia, perché questa aiuta molto a definire meglio una parola - Verba volant in fondo è pur sempre un dizionario, per quanto sui generis e assolutamente non convenzionale - ma in questo caso è essenziale, non tanto dal punto di vista lessicale, quanto da quello politico. Spero che sarà più chiaro alla fine, ma io penso che noi tutti dobbiamo riscoprire il senso di questa nostra organizzazione, anche a partire dal termine che la definisce.
Noi italiani abbiamo preso questa parola dal francese syndicat, che deriva da syndic, che significa prima di tutto rappresentante, procuratore; a sua volta questo termine deriva dal greco syndikos, che significa difensore, protettore. Nella definizione di democrazia vi ho già raccontato la storia delle Danaidi, le cinquanta figlie di Danao, che preferirono fuggire ad Argo piuttosto che sposare i cinquanta figli di Egitto: la vicenda è raccontata in maniera poetica nella tragedia di Eschilo Le supplici. Verso la fine della tragedia, quando l'ambasciatore di Egitto minaccia di attaccare Argo se le ragazze non saranno lasciate andare, di fronte al timore delle Danaidi, il re Pelasgo, portavoce dell'assemblea che aveva votato - alzando la mano - di proteggere le giovani, ad ogni costo, dopo aver cacciato l'ambasciatore, dice loro, per rassicurarle:
Difensore vostro sono io, e tutti i cittadini, il cui voto ora si compie. 
E difensore qui è proprio syndikos.
Non era detto che scegliessero proprio questa parola per indicare le organizzazioni dei lavoratori. In Gran Bretagna si chiamavano già trade unions - o solo unions - proprio per valorizzare questa idea di unità. L'ho ricordato nella definizione di unione: questa parola indica proprio l'azione di unire, ovvero il fatto di unirsi con altri. C'è uno sforzo dinamico in questa parola, il desiderio, e anche la fatica, di raggiungere un'unità. Anche questa era una bella parola, che ci avrebbe definito bene, ma evidentemente chi fece quella scelta - più o meno consciamente - preferì proprio sottolineare il fatto che il sindacato nasceva per difendere, per proteggere, i lavoratori. Questo ha fatto nella sua storia, continua a farlo - anche se forse meno bene - e questo deve continuare a fare. Perché altrimenti non esiste.
Come sapete, io sono preoccupato per l'attacco che il governo sta portando allo Statuto dei lavoratori e credo che su questo dovremo lottare con una determinazione feroce. Ma in fondo fa il suo mestiere: tutti i governi di destra del mondo tutelano gli interessi dei ricchi e dei padroni, a scapito di quelli dei poveri e dei lavoratori; e Renzi non fa eccezione. Quello che mi preoccupa molto - forse perfino di più - è che stiano riuscendo - e in gran parte ci sono già riusciti - a rappresentare il sindacato come un pezzo del "potere costituito", come corresponsabile della situazione in cui siamo.
Parlando con le persone è evidente che sono ormai passati alcuni concetti, molto pericolosi, velenosi: siete tutti uguali, ci dicono spesso, oppure cosa avete fatto fino adesso? - di cui c'è la variante dov'era il sindacato? detto da Renzi - o ancora siete responsabili di quello che succede. Chi mi legge con una qualche assiduità, sa che io non sono tenero con il sindacato, neppure con il mio - ossia la Cgil - mentre quegli altri due non li considero neppure più sindacati; credo che molte di queste critiche che sentiamo anche tra chi lavora siano giustificate. Per questo dobbiamo fare di tutto per invertire questa tendenza; mentre lottiamo per difendere l'art. 18 e lo Statuto dei lavoratori, dobbiamo anche lottare per difendere un'idea di sindacato. La nostra idea di sindacato.
Io non credo di essere uguale alla Cisl e alla Uil - e non voglio che la mia organizzazione lo sia - perché in questi anni hanno interpretato in modo radicalmente sbagliato il loro essere sindacato. So che non è sempre stato così, ma da parecchi anni queste due organizzazioni hanno smesso di fare il sindacato, e sono diventati due partiti politici, piccoli ma piuttosto influenti che, pur senza presentarsi alle elezioni, sono riusciti comunque ad ottenere posti di potere e prebende, più o meno lucrose. Io non voglio che la Cgil sia un partito, ma voglio che continui a tutelare i lavoratori.
La Cgil ha sbagliato spesso quando ha cercato l'unità a tutti i costi con questi due soggetti: è il classico caso del morto che trascina il vivo. So anch'io che l'unità è importante - è uno dei valori costitutivi delle unions - ma quello che conta è l'unità dei lavoratori, non l'unità degli apparati. E cercare l'unità delle sigle, ci farà perdere l'unità dei lavoratori: ed è questo su cui stanno puntando i padroni, perché lavoratori divisi sono più deboli. Sempre. Fondamentale adesso è lasciarli andare per la loro strada e spiegare che loro non sono più sindacati o lo sono in una maniera che a noi non piace. Fare uno sciopero insieme o firmare una trattativa insieme a loro, se ci farà perdere identità - come troppe volte è successo in questi anni, per salvaguardare il feticcio dell'unità - porterà solo danni alla Cgil.
Questo si porta dietro il problema di come rispondere a chi chiede: "cosa avete fatto fino adesso?" e quindi rispondere anche a Renzi. Spesso la Cgil non è stata adeguata, anche culturalmente, alle sfide che ha posto il cambiamento del mondo del lavoro. Troppo spesso abbiamo pensato che si giocasse ancora la stessa partita, sullo stesso campo e con le stesse regole, invece i padroni hanno cominciato a barare, hanno ignorato e stravolto il regolamento e, per essere sicuri di vincere, si sono comprati l'arbitro. Visto che la situazione è questa, non possiamo continuare a invocare il fuorigioco, sperando che l'arbitro fischi; visto che ormai abbiamo capito che non fischierà, dobbiamo o giocare molto più duro o smettere di giocare e portare il via il pallone. Fuor di metafora, di fromte alla lotta di classe, violenta e furibonda che hanno scatenato i padroni contro i lavoratori, noi non possiamo continuare a prenderle, dobbiamo anche noi lottare, con radicalità, senza aver paura di questa parola. Per onestà bisogna dire che questa non è una colpa della sola Cgil, ma di tutta la sinistra italiana ed europea. Anzi in qualche modo la Cgil ha perfino resistito, se pensiamo che il maggior partito del centrosinistra italiano è regredito fino al punto di eleggere come segretario uno come Renzi. Però adesso non basta più essere un po' meno peggio, anche perché ci vuole davvero poco per essere meno peggio del Pd.
Per questo è fondamentale recuperare il valore etimologico del sindacato, come ho detto all'inizio. Raccontare che il sindacato è quello che in mezzo alle difficoltà prova a tutelare i lavoratori più deboli; vi assicuro che lo fa ancora, spesso in un lavoro oscuro, perché è sempre più difficile tutelare lavoratori che anche in una stessa azienda hanno una miriade di contratti diversi, e quindi capita che provando ad aiutare uno rischi di fare un danno all'altro. Ed è anche difficile farlo, perché si parte dalla situazione di sfiducia che ho descritto prima, per questo c'è bisogno di riacquistare fiducia, anzi questa è una precondizione per tornare a essere un sindacato che fa il sindacato, ossia che tutela i lavoratori, partendo da quelli che sono più deboli, le donne, gli stranieri, i giovani.
Proprio come le Danaidi, che erano giovani donne immigrate che però hanno trovato una città che le ha protette. Oggi dovrebbero trovare il sindacato.

lunedì 28 luglio 2014

Considerazioni libere (391): a proposito di una scelta che forse sbaglieremo...

Sinceramente non ricordo un altro periodo della storia italiana in cui la sinistra sia stata così irrilevante, dal punto di vista culturale prima ancora che da quello politico. Siamo pochi e siamo storditi, non sappiamo cosa dobbiamo fare, neppure da dove cominciare.
L'esperienza della Lista Tsipras ci ha dato un po' di fiato, ci ha permesso almeno di riconoscerci, di incontrarci di nuovo - spesso ci eravamo persi di vista - perfino di attirare qualche nuovo compagno; però ci siamo fermati lì. E comunque per fortuna che ci abbiamo provato, che siamo riusciti a raccogliere le firme e a raggiungere il quorum; se non l'avessimo fatto, sarebbe molto peggio. Come era abbastanza prevedibile, dal giorno dopo, smaltita la fatica, ci siamo nuovamente dispersi.
So ovviamente che c'è una discussione in atto per capire come continuare quell'esperienza, come collegare le energie faticosamente emerse in queste settimane con i nostri tre europarlamentari, con il lavoro dell'intero gruppo, con lo stesso Tsipras, ma ho l'impressione che questa discussione sia come travolta da quello che avviene nel paese e soprattutto che non riesca a superare uno scoglio fondamentale, ossia quello del rapporto con il Pd. Siamo quattro gatti e siamo divisi su questo punto - e questa non sarebbe neppure una novità per la sinistra italiana - ma francamente credo che questo sia davvero un punto dirimente, che deve essere affrontato una volta per tutte.
Per molti compagni è impossibile immaginare la sinistra italiana senza il Pd o almeno senza una parte di quel partito, perché il Pd si dichiara di centrosinistra, perché il Pd ha aderito al Pse, ma soprattutto perché nel Pd ci sono ancora tante persone con cui abbiamo condiviso periodi più o meno lunghi di lotta, con cui ci siamo confrontati, a volte scontrati, ma che abbiamo comunque sempre riconosciuto come del nostro campo. E poi perché nel Pd ci sono dei simboli - Renzi direbbe dei brand - che ci sono cari, ad esempio le Feste. Inoltre bisogna riconoscere che nel Pd esiste un dibattito, spesso dai toni accesi, e che ci sono persone che stanno male in quel partito, eppure stanno lì, in maniera quasi masochistica.
A volte, leggendo i commenti di alcuni amici che stanno in quel partito - non solo semplici iscritti, ma militanti, dirigenti locali, persone con incarichi nelle istituzioni - sembra quasi che Renzi abbia vinto contro il Pd. Che sia una sorta di corpo estraneo al partito che lo ha inspiegabilmente occupato e che è destinato ad esserne espulso, come in una crisi di rigetto. Molti compagni della cosiddetta sinistra radicale aspettano questo giorno e pensano che sia possibile lavorare ai fianchi quel partito per far sì che quella data si avvicini. Vista la mia storia personale, mi piacerebbe pensare che sia così facile, ma sinceramente non lo credo.
Certo in questa ultimissima fase abbiamo assistito a un processo di personalizzazione per noi della sinistra inedito, per cui Renzi e il partito si identificano e si sovrappongono, ma questo non basta a spiegare la trasformazione del Pd, di tutto il Pd, in un sistema di governo delle istituzioni e della società. E' qualcosa che è cominciato prima di Renzi, di cui abbiamo anche noi - ultimi dirigenti dei Ds - una parte di responsabilità e che coinvolge tutti, anche gli anti-renziani. In quel partito non solo non c'è più un riferimento ideale, ma ormai è prevalsa la totale identificazione tra partito e governo, il partito esiste in quanto governa. Se l'elemento fondante diventa quello che tutti chiamano ormai governance, è naturale che le posizioni interne siano piuttosto fluide e quindi che un presunto oppositore, come Orfini, diventi uno strenuo difensore del segretario e che i parlamentari e i dirigenti vengano valutati unicamente in base della fedeltà alla linea, quanto non alla presenza televisiva.
In questa trasformazione un elemento fondamentale è la crisi, perché è la crisi che giustifica l'urgenza di decidere, di governare per gestirla. L'unico vero valore che tiene unito il Pd è ormai l'urgenza e questo giustifica tutto, dalle scelte di politica economica alle proposte di revisione della Costituzione. Il patto del Nazzareno non è preoccupante per quello che c'è scritto o per quello che non c'è scritto, ma perché già il fatto di averlo stipulato indica che l'orizzonte politico del Pd è la pratica del potere in quanto tale. E basta.
Questo spiega - anche al netto degli opportunismi - le tante conversioni, per cui ad esempio qui in Emilia i dirigenti che si dicevano dalemiani sono passati, armi e bagagli, con il rottamatore, che effettivamente l'unica cosa che ha davvero rottomato è stato il suo partito. Ma anche Civati nasce come democratico ed è figlio dello spirito da cui è nato Renzi: inutile sperare che da una persona con quella storia possa rinascere la sinistra. Civati è soltanto un Renzi che ha perso. Quindi, compagni, non illudetevi, non ripartiremo né da lui né da Cuperlo.
Come credo sia evidente io sono uno di quelli che pensa che la sinistra possa crescere in Italia solo fuori e contro il Pd. Magari con il Pd sarà più semplice trovare punti d'intesa su alcune questioni rispetto di quanto lo sia con gli altri partiti del centrodestra, ma in Italia la sinistra può essere solo alternativa al Pd.
Il tema non è secondario anche perché nella prossima primavera ci sarà una tornata importante di elezioni regionali e in particolare perché qui in Emilia-Romagna voteremo già nel mese di novembre, dal momento che Vasco Errani si è dimesso. Concedo che queste dimissioni siano arrivate in maniera inattesa, come un fulmine a ciel sereno, ma ho come l'impressione che qualcuno non se ne sia ancora reso pienamente conto. Ormai siamo in agosto, forse ce ne occuperemo dopo le meritate vacanze; va bene, non c'è fretta, probabilmente non avremmo comunque fatto in tempo ad organizzarci, anche se ricordo che sapevamo già che si sarebbe votato in primavera.
Anche se mi sembra che qualcuno - penso in particolare agli amici di Sel - abbiano già deciso, ci sono soltanto due possibilità: o si fa una lista di sinistra a sostegno del candidato renziano, per cercare di condizionarne l'azione di governo o proviamo a presentare un nostro candidato - o una candidata - partendo dal 4,07% che abbiamo preso alle europee. Naturalmente in questo secondo caso saremmo destinati alla sconfitta - eventualità a cui, come noto io non aspiro, perché mi piace vincere - ma continueremo quella lunga fase di costruzione che ci aspetta, se non vogliamo lasciare questo paese in mano ai rappresentanti del pensiero unico. Ovviamente io spero che sceglieremo questa seconda strda, anche se ho il sospetto che una parte considerevole di noi opterà per la prima.  E quindi ci divideremo, rendendo le nostre forze ancora meno determinanti.
In Grecia, in Spagna, in Irlanda, ossia negli altri paesi europei in cui i rappresentanti del pensiero unico hanno governato con maggior violenza - e in cui quindi la crisi ha fatto maggiori vittime - una sinistra è tornata ad essere presente, dopo che il Pasok, il Psoe, i laburisti irlandesi hanno rinunciato di fatto a rappresentare questa parte dello schieramento, spesso dando vita a governi di coalizione con il centrodestra. Soprattutto, al di là dei risultati elettorali, in questi paesi la sinistra è un'opzione possibile, diversamente da quello che succede in Italia.
In questi paesi però il cammino è stato lungo, faticoso: a Syriza ci sono voluti più di sette anni per arrivare al risultato delle europee e la stessa Podemos ha cominciato da poco un cammino simile in Spagna, ma mettendo a frutto una parte del lavoro del movimento degli indignados, cominciato diversi anni fa. Un partito che nasce spontaneamente, già formato, come Atena dalla testa di Zeus, non esiste in natura, quindi non illudamioci qui in Italia, dove - facendo di necessità virtù - abbiamo messo i carri davanti ai buoi ed eletto dei parlamentari prima di avere un minimo radicamento sociale sul territorio. Il carro però adesso rischia di stare fermo, e i buoi con lui.
Al di là di quello che faremo alle prossime elezioni regionali, sia che decideremo di correre da soli sia che decideremo di stare fermi un giro - per me l'opzione di allearsi con il Pd non esiste e, nel caso, sarei fuori, tornando nell'oblio dell'astensione - credo occorra ricominciare, in ogni sede - qui in rete, come nelle piazze - a essere presenti, provando anche a collegarci ad altri movimenti, partendo sui due punti su cui credo la nostra azione possa avere più possibilità di parlare ad altri: la difesa della democrazia rappresentativa, oggi messa sotto scacco dalle riforme proposte dalla "larghissime intese" e difese - in maniera strenua quanto anticostituzionale - dal Quirinale; il considerare il lavoro come l'elemento fondante dell'economia.
Bisogna tornare ai fondamentali, anche perché ci stanno togliendo proprio questo.

venerdì 30 maggio 2014

Verba volant (94): burrone...



Burrone, sost. m.

Il 22 agosto 2012, in un articolo intitolato Suicidi in Fiat, l'operaia Maria Baratto scriveva
Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti.
In quell'articolo Maria raccontava la storia di due operai della Fiat di Nola: uno aveva tentato il suicidio e l'altro purtroppo era arrivato fino in fondo, dopo aver ucciso la moglie e ferito la figlia. Maria aveva voluto raccontare quelle due storie di disperazione perché le conosceva bene, erano suoi colleghi di lavoro e lei pensava fosse importante quella testimonianza. Forse aveva deciso di raccontare quella disperazione per esorcizzarla. Gli ultimi sei anni li aveva passati in cassa integrazione; il suo periodo di cassa sarebbe finito a luglio, ma lei evidentemente non aveva fiducia che sarebbe tornata al lavoro.
Raccontare quella storia però non le è bastato per allontanare quell’angoscia. Martedì 20 maggio Maria si è uccisa, in un modo terribile, piantandosi un coltello nello stomaco. Maria aveva 47 anni e non è riuscita a fermarsi sul ciglio del burrone.
Faccio fatica a parlare di questo argomento, perché in un passato recente ho conosciuto le difficoltà che si provano ad avere un lavoro precario, con la tensione che spesso ti tiene sveglio la notte e ti fa vedere nero il futuro. Maria è una nostra sorella che non ha avuto la forza di resistere, una vittima del lavoro che non c’è. Quando ricordiamo le vittime del lavoro dovremmo ricordarci anche di lei.
Naturalmente so che ogni suicidio è una storia a sé, un evento drammatico e privato, che coinvolge quella singola persona, le sue paure, le sue debolezze, le sue disillusioni; un suicidio è l’apice di una storia personale, di un dissidio insanabile con la propria coscienza, qualcosa di strettamente privato, che naturalmente ricade e coinvolge le persone vicine, le famiglie. E per questo ritengo anche che sia un errore leggere in questi fatti una causa comune, un unico elemento scatenante, anche perché sono naturalmente ben di più i lavoratori senza lavoro che decidono di andare avanti, di non rinunciare alla vita. Eppure tutti questi suicidi, che coinvolgono persone diverse, in paesi diversi, con culture diverse, ci raccontano qualcosa di quello che sta succedendo nel nostro mondo. Ed è qualcosa che dovrebbe preoccuparci tutti.
I lavoratori sono sempre meno tutelati, sono sempre più in balia di decisioni che vengono prese in luoghi che non conoscono e su cui loro non possono incidere. I lavoratori sono e si sentono soli. Di fronte alla perdita del lavoro o anche solo alla minaccia - reale o immaginata - di perderlo, non hanno strumenti per reagire, si sentono impotenti. E in qualche modo - come ha scritto e raccontato anche Maria - si sentono traditi dalle imprese per cui hanno lavorato, hanno investito tempo, risorse, intelligenza e si sentono traditi dallo stato.
Ha scritto Maria:
A 22 anni montavo il tergilunotto sull’Alfa 33 da sola, oggi prendo psicofarmaci.
In questi giorni abbiamo parlato d’altro, di elezioni europee, di equilibri politici, e la notizia della morte di Maria è stata relegata nelle pagine interne dei giornali o infondo alle home pages dei siti. Anche quando alcuni di noi hanno parlato del pericolo che le manovre speculative mettano in grave difficoltà le nostre economie, forse lo abbiamo fatto in maniera asettica, parlando di numeri, di percentuali, delle ripercussioni sulle monete e sulle banche. Certo c’è anche questo, ma la crisi è soprattutto crisi del lavoro, che ricade immediatamente su chi è più povero. E soprattutto ci sono le storie delle persone, la storia di Maria come la storia delle persone senza nome che in Cina si suicidano nelle grandi fabbriche dove si producono i telefonini e i computer che usiamo tutti i giorni e che ci danno l’illusione della libertà.
Maria aveva lottato, insieme ai suoi colleghi e al sindacato per difendere il proprio posto di lavoro, aveva raccontato la sua storia, era in qualche modo riuscita ad uscire dal novero degli invisibili, eppure è stata comunque travolta. Le organizzazioni sindacali, i partiti, le amministrazioni locali dovrebbero cominciare a pensare a forme di aiuto e di sostegno che non siano generiche, ma rispondano ai bisogni di ciascuno: a Maria non sono bastate le consuete forme di sostegno al reddito - che pure per la maggioranza dei suoi colleghi sono state sufficienti a non lasciarsi vincere dalla disperazione - sarebbe servito un sostegno psicologico, per salvarla dal male che alla fine ha vinto e l’ha fatta cadere.
Ricordiamoci che questa crisi è una crisi delle persone e che queste persone non sono numeri, ma sono storie, vite, amori. Questo esercizio della memoria e della consapevolezza potrebbe farci sentire più vicini, farci vedere negli occhi degli altri la sofferenza che è anche nostra, farci essere meno soli, meno indifesi. Naturalmente non è detto che questo possa bastare, magari a qualcuno comunque non basterà. Io credo però che se sul ciglio del burrone non ci arriviamo da soli e soprattutto non ci stiamo da soli, sia molto più difficile che compiamo quell’ultimo, fatale, passo.

domenica 4 maggio 2014

Considerazioni libere (389): a proposito di uno sciopero e di una città...

Per lunedì 5 maggio i sindacati confederali - Cgil, Cisl e Uil - hanno proclamato una giornata di sciopero dei dipendenti del Comune di Parma. In sé non sarebbe neppure una notizia particolarmente rilevante, se non fosse che in quello stesso giorno comincia Cibus, la fiera più importante dell'agroalimentare italiano - un appuntamento particolarmente atteso per l'economia di questa città - e lo sciopero dei vigili urbani causerà notevoli disagi alla circolazione stradale. Se non ci fosse stato Cibus lo sciopero dei colleghi di Parma sarebbe passato sostanzialmente inosservato, se non per le famiglie che portano i bambini all'asilo nido e per quei pensionati che, cascasse il mondo, devono andare in un ufficio comunale proprio quel giorno lì, perché nel resto della settimana non hanno tempo.
Se lavorassi nel Comune di Parma, sicuramente non farei questo sciopero, che trovo sbagliato per molti motivi.
Da dipendente pubblico, e da iscritto alla Cgil, da tempo sostengo che lo sciopero sia per noi un'arma spuntata, poco efficace dal punto di vista politico e comunicativo e sostanzialmente inutile dal punto di vista sindacale, visto che, nonostante gli scioperi che abbiamo fatto - e a cui anch'io ho regolarmente partecipato, da buon iscritto, per quanto critico - il nostro contratto continua a non essere rinnovato da diversi anni. Il problema è che molte persone, i cittadini per cui lavoriamo e i nostri colleghi del settore privato, ci considerano non una risorsa, ma un peso, pensano che siamo, nella migliore delle ipotesi, dei passacarte inutili. Tanto è vero che tutti i governi che si sono succeduti in questi anni - di centrodestra e di centrosinistra - per rendersi popolari hanno parlato male di noi, certi di guadagnare consenso. E ovviamente non è da meno l'attuale governo di centrodestra, che ha messo tra le suo priorità la riforma della pubblica amministrazione.
I sindacati hanno indetto questo sciopero, perché lamentano una difficoltà di dialogo con l'attuale amministrazione e soprattutto la mancata definizione delle risorse da destinare a indennità e produttività. In sostanza mentre gli altri lavoratori lottano per conservare il posto di lavoro o perché non sia ridotto il loro stipendio - cosa ormai frequente, anche per aziende un tempo sane, anche in questo territorio, da sempre ricco - noi "pubblici", che abbiamo posto di lavoro e salario garantiti, lottiamo per le indennità: immagino sia difficile trovare la solidarietà degli altri su questa battaglia di civiltà.
Curiosamente poi questo sciopero viene proclamato contro un'amministrazione grillina, l'unica in Italia - o almeno la più importante - e io, pur essendo un notorio antipatizzante grillino, temo che questa sia la vera - e sola - ragione di questa forma di lotta. Non c'è modo di fare la controprova, ma penso che se il sindaco fosse del Pd questo sciopero non ci sarebbe stato. Da iscritto alla Cgil mi spiace molto che il mio sindacato si sia prestato a questo giochino, magari per tirare la volata a una sua autorevole ex segretaria in vista delle prossime primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra. Io sono uno che crede che il sindacato debba far politica - molto di più di quanto lo stia facendo oggi - ma non in questo modo. Bisogna che la Cgil - come sapete io gli altri due non li considero nemmeno, essendo ormai da tempo tristi "sindacati gialli" - sostenga i valori e i temi della sinistra, visto che non c'è più un partito di riferimento per questa vasta area politica.
Perché allora dobbiamo per forza dar addosso al sindaco di Parma? Questi tra l'altro ha accettato, grazie anche alla lotta e alla capacità di persuasione della Cgil, di introdurre la valutazione del reddito nel calcolo della Tasi: un segnale importante, uno dei pochissimi in Italia, che ci dovrebbe far capire che non ci troviamo di fronte a un "nemico" - a Parma li abbiamo avuti eccome i "nemici" nell'amministrazione comunale - ma a qualcuno con cui si può parlare, che tra l'altro ha qualche problema con i leader nazionali del suo movimento. Forse, se proprio la Cgil voleva fare "bassa" politica, sarebbe stato meglio dialogare con Pizzarotti, magari favorendo il suo distacco da Grillo. No, la Cgil vuole in tutti i modi favorire il Pd, perché evidentemente ha nostalgia di essere "cinghia di trasmissione" del partito. Un conto però è esserlo del Pci di Berlinguer e un altro del Pd del clown fiorentino: forse qualche compagno della Cgil di Parma non ha ancora capito bene la differenza tra le due situazioni.
Tra l'altro mi pare che i compagni della Funzione pubblica di Parma, nella loro foga antigrillesca, abbiano smarrito la capacità di individuare da dove arriva davvero il pericolo. Sono troppo deboli ora i sindaci - tutti i sindaci - sono troppo pochi i loro margini di manovra, per pretendere da loro, qualsivoglia sia il loro colore politico o il loro orientamento sindacale, una qualche azione positiva a favore di noi lavoratori. In questi ultimi anni abbiamo assistito - e Renzi ha già mostrato di accentuare questa tendenza - a una forte centralizzazione del potere verso il governo, tagliando fuori il parlamento e le autonomie locali. A sindaci che non contano più un c... cosa possiamo chiedere? E soprattutto perché lottiamo contro di loro, finendo poi per danneggiare i cittadini e le città in cui noi stessi viviamo?
I nostri veri avversari stanno a Roma - e forse ormai neppure lì, visto che il nostro governo è commissariato di fatto - se scioperiamo adesso perché Pizzarotti non ci concede le briciole delle indennità, cosa faremo quando Renzi e Draghi ci toglieranno un pezzo di stipendio o ci cominceranno a licenziare? In Grecia è già successo, i dipendenti pubblici sono stati individuati come il capro espiatorio dei problemi di quel paese e contro di loro la troika è andata con la mano pesante. Noi avremmo bisogno adesso di riannodare i fili tra noi e i cittadini, tra noi e i colleghi del privato, dovremmo spiegare cosa facciamo e che il nostro lavoro è importante per loro, serve a loro. Se non lo faremo adesso, quando "lorsignori" ci licenzieranno, non solo gli altri non ci aiuteranno, ma anzi li applaudiranno. Io spero che prima o poi - e spero il prima possibile - il mio sindacato capisca che abbiamo bisogno di prepararci a questa lotta, non di ottenere venti o trenta euro di indennità.

giovedì 1 maggio 2014

Verba volant (87): lavoro...

Lavoro, sost. m.

Questa è la parola del Primo maggio, come libertà lo è del 25 aprile, due bellissime feste che, insieme al 2 giugno, rappresentano l'anima della nostra Repubblica. Credo dovremmo valorizzare di più queste feste e non considerarle soltanto l'occasione di qualche ponte primaverile.
Lavoro deriva dal sostantivo latino labor, che significa fatica; quindi il Pianigiani spiega che laborare vuol dire prima di tutto
operar faticando
Il grande studioso di etimologia spiega che in questa parola troviamo la radice labh, che ha come primo significato quello di afferrare e poi quello figurato di agognare. In questa parola c'è quindi uno sforzo e un desiderio, che rende bene, a mio avviso, il valore che il lavoro ha per ciascuno di noi. O che dovrebbe avere.
Per capire cosa significhi davvero questa parola, credo sia utile andare a rileggere le pagine dei verbali delle sedute dell’Assemblea costituente in cui è stato deciso che il lavoro dovesse essere l’elemento fondante della nostra Costituzione, da collocare nel primo comma del primo articolo della legge più importante della Repubblica.
Dai lavori della Commissione dei settantacinque il testo dell’articolo 1 era uscito con questa formulazione:
L’Italia è una Repubblica democratica. La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La sovranità emana dal popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi.
Bello certamente, ricco di significati, ma non proprio facile da ricordare. Quel richiamo al lavoro e soprattutto ai lavoratori fu fortemente voluto dai comunisti e dai socialisti. Fu però il democristiano Amintore Fanfani a proporre nella seduta plenaria dell’Assemblea del 22 marzo 1947 il dettato dell’articolo come poi fu approvato e come tutti lo conosciamo. Credo meriti rileggere queste sue parole.
Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune.
E’ ingiusto - e anche anacronistico - fare paragoni tra chi allora scrisse la Costituzione e chi oggi la vorrebbe riformare; troppo diverse sono le condizioni storiche, politiche, culturali e sociali tra l’Italia di allora e quella di oggi. E non possiamo solo dire che la classe politica è peggiorata, dobbiamo dire che anche la società è peggiore, noi tutti non riconosciamo e non seguiamo i valori che c’erano allora. E parimenti è sbagliato mettere su un piedistallo quella classe politica, senza riconoscerne i limiti, gli errori, in alcuni casi le nefandezze. Nonostante tutto questo però, quando si leggono parole come queste, scopri davvero un abisso e ti prende un senso di nostalgia e di sconforto, pensando a cosa saremmo potuti diventare e a cosa siamo diventati.
Al di là di questo inciso, ci sono due aspetti che credo sia giusto sottolineare nella parole di Fanfani, che penso possano essere utili anche per la riflessione dei nostri giorni su un tema così importante per la vita di tutti noi.
Il nostro lavoro, il lavoro di tutti, deve essere uno sforzo libero. Pare scontato, ma non lo è: lo sforzo di uno schiavo, di un uomo o di una donna costretti a cedere il proprio tempo e le proprie energie, non può essere considerato lavoro. Ci sono schiavi che nell’antichità hanno costruito capolavori architettonici e ci sono oggi schiavi che producono le magliette che indossiamo o i telefonini con cui ci teniamo continuamente in contatto, ma questo non è lavoro. E non serve andare in Asia o in Africa, basta fermarsi a Prato o nelle campagne dove si raccolgono le arance e i pomodori, solo per fare qualche esempio. Lo dobbiamo ricordare quando valutiamo la crescita di un paese: la schiavitù conviene dal punto di vista puramente economico, dal momento che garantisce bassi costi di produzione e crescita della ricchezza complessiva. Però quello non è lavoro e non realizza la prosperità comune.
Il secondo aspetto è che il lavoro di ciascuno di noi realizza a un tempo noi stessi e la società. E’ abbastanza semplice capire che il lavoro libero di ciascuno di noi contribuisce al bene della comunità, è qualcosa di cui abbiamo immediata evidenza. Forse non abbiamo ancora capito quanto il lavoro sia importante per ciascuno di noi. A me è successo, intorno ai quarant’anni, di non avere un lavoro e vi assicuro che si è trattato davvero di un momento buio della mia vita, che ricordo con dolore e ansia e che faccio di tutto per non ricordare. Chi non lavora non esprime la sua capacità di essere, in qualche modo non è.
Per questo mi arrabbio tantissimo quando mi capita di vedere qualche collega che non si rende conto della fortuna che ha e che lavora male. Lavorare male è sbagliato non solo perché danneggi quello che fai e chi quel lavoro te l’ha dato - e questo discorso vale tanto di più per noi “pubblici”, i cui datori di lavoro sono i cittadini - ma perché mina la tua dignità. Dobbiamo ricordare sempre che il lavoro è un diritto, ma anche un dovere, e che quindi richiede tutta la nostra responsabilità e tutto il nostro impegno.
Allo stesso modo chi ha responsabilità di governo dovrebbe ogni giorno rileggere queste parole di Fanfani per capire che l’articolo 1 della nostra Costituzione non è una formula, un espediente retorico - per quanto ben riuscito - ma un impegno cogente, per tutti.

giovedì 20 marzo 2014

Verba volant (76): precario...

Precario, agg. e sost. m.

Questo è uno dei non rari casi in cui l'etimologia è tutto, basta da sola a raccontare una parola. Questo aggettivo ha la stessa radice di preghiera: deriva infatti dal latino prex, precis e significa propriamente ottenuto con preghiere, concesso con grazia. In seguito ha assunto il significato attuale ed è diventato sinonimo di incerto. Precario è ciò che da un momento all'altro può subire un cambiamento, in genere in negativo; quando vi dicono che una situazione è precaria, vuol dire che è destinata, inesorabilmente, a peggiorare.
In questi ultimi anni precario - e naturalmente anche la forma femminile precaria - sono poi diventati sostantivi; precario indica una persona che ha un rapporto di lavoro temporaneo, senza garanzie di continuità e di stabilità, in genere legato a un contratto a termine. E qui, con tutta evidenza, torna il significato etimologico del termine, perché si tratta in genere di un lavoro concesso con grazia e ottenuto con preghiere.
In questi anni i teorici dell'ultraliberismo, dall'alto del loro sapere accademico - e comunque garantiti dalla loro bella cattedra a tempo indeterminato - ci hanno spiegato, con dovizia di particolari, che questa precarietà non deve essere considerata negativamente, ma anzi deve essere apprezzata, specialmente dai giovani, che la devono vivere come una grande opportunità loro concessa.
Le giovani e i giovani devono ringraziare di non essere più prigionieri di un lavoro fisso, a tempo indeterminato - la “sciagura” capitata ai loro genitori - e di avere la possibilità di cambiare molti lavori durante la loro vita. Questa precarietà, questo stare sempre sul filo, serve a mantenerli sempre giovani, come una sorta di elisir di lunga vita. Per questo motivo si cerca ora di estendere la precarietà, dimetterla a disposizione anche di altre generazioni, fino agli anziani, proprio con questo spirito terapeutico, per farli tornare ad essere giovani.
Proprio grazie a questi nuovi contratti - che una volta chiamavamo atipici, ma che adesso sono diventati molto tipici - i giovani non devono più sobbarcarsi onerosi mutui, non devono più avere la preoccupazione di acquistare casa, non devono più avere il pensiero di costituire una famiglia e di avere figli, con tutte le complicate e costose conseguenze di questa antica istituzione, figlia del Novecento. La precarietà favorisce l’amore libero e non è certo un caso che una parte di questi teorici dell'ultraliberismo si siano formati proprio nel Sessantotto, ai tempi della libertà sessuale.
Un altro grande vantaggio dei precari è quello che non si ammalano mai, diventano immuni a qualsiasi malattia, dal raffreddore alla malaria, visto che i loro contratti non prevedono che uno di loro si ammali. E vedete quindi quali benefici questa precarietà porti alla salute pubblica.
E il precario, proprio in forza della sua duttilità e della sua flessibilità, sa fare di tutto, non ha bisogno di formazione. Mi hanno raccontato di un posto di lavoro in cui tutti i dipendenti sono apprendisti e non c’è nessuno che insegni. Non so voi, ma a me questa cosa ha entusiasmato: finalmente vedo realizzata una forma di socialismo utopico.
Il precariato, come vedete, è una bella cosa, sono proprio fortunati i giovani d’oggi a vivere in un mondo così. Bisogna dunque favorire il lavoro precario e per fortuna il nuovo governo, così attento ai problemi dei giovani, ha deciso di affrontare fin da subito il tema. Senza tentennamenti.
Infatti, a causa di una norma liberticida, chi assumeva doveva spiegare per quale motivo il lavoratore veniva assunto a tempo determinato e non a tempo indeterminato, doveva giustificarsi. Vedete la bizzarria: è come chiedere a san Gennaro perché ha fatto la grazia a Ciro e non ad Antonio. Ora finalmente questa causale non serve più: il datore di lavoro ha la possibilità di assumere a tempo determinato e non deve dare nessuna giustificazione; ci mancherebbe altro.
Il fantoccio di Rignano è riuscito a fare quello che Monti e Fornero avevano solo cominciato, senza convinzione. E non solo. In cambio di questa riforma il governo ha graziosamente offerto 80 euro mensili in busta paga a chi lavora già. Vedete il genio dell’uomo, non per niente nato nella terra di Leonardo: chi lavora già riceve un premio affinché chi non lavora ancora non possa mai avere un posto fisso.
Il precario è quindi qualcuno che sa di dover cominciare a pregare: prima prega il datore di lavoro, chiedendogli di essere assunto, poi prega di essere pagato - come ho spiegato nella definizione di “retribuzione” non è affatto scontato che chi lavora sia anche pagato - e infine, alla scadenza del contratto, prega di essere riassunto. Una persona così disposta alla preghiera sarà sicuramente un ottimo lavoratore. E se non sarà riassunto, un altro al suo posto avrà quell'opportunità e lui potrà cominciare una nuova avventura in una nuova azienda.
Ora et labora.

lunedì 3 marzo 2014

"Filastrocca dei mestieri" di Mario Lodi


C'è chi semina la terra,
c'è chi impara a far la guerra,
chi ripara le auto guaste,
e chi sforna gnocchi e paste.
C'è chi vende l'acqua e il vino,
chi ripara il lavandino,
c'è chi pesca nel torrente
e magari prende niente.
C'è chi guida il treno diretto
e chi a casa rifà il letto,
chi nel circo fa capriole
e chi insegna nelle scuole.
C'è chi recita, chi balla
e chi scopa nella stalla.
Così varia è questa vita
che la storia è mai finita.
Ma la vita finirà,
se il lavoro cesserà.

lunedì 10 giugno 2013

Considerazioni libere (367): a proposito della riduzione dell'orario di lavoro...

Non so voi, ma io ho l'impressione che Keynes sia molto più citato - non so quanto a proposito - che effettivamente conosciuto: da alcuni è sventolato come una bandiera e da altri rifiutato, come un uomo di un passato ormai superato e da non rimpiangere. Personalmente non ho particolari competenze in campo economico - anzi per me è una disciplina decisamente oscura - e vorrei saperne e capirne di più, visto il ruolo che l'economia gioca ormai nelle nostre vite. Provando a cercare in rete i testi più noti dell'economista di Cambridge ho trovato alcuni estratti di un suo articolo intitolato Prospettive economiche per i nostri nipoti, che è la trascrizione di una conferenza tenuta a Madrid nel 1930. Ecco un passaggio su cui mi sembra utile riflettere.
I miglioramenti tecnici nei settori manifatturiero e dei trasporti sono proceduti negli ultimi dieci anni con tassi molto superiori a quelli registrati precedentemente nella storia. […] Nel giro di pochissimi anni, intendo dire nell'arco della nostra vita, potremmo essere in grado di compiere tutte le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero con un quarto dell'energia umana che eravamo abituati a impegnarvi. Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. I paesi che non sono all'avanguardia del progresso ne risentono in misura relativa. Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.
Se questo ragionamento valeva per il decennio tra il 1920 e il 1930, cosa dovremmo dire adesso, dopo la rivoluzione informatica? Keynes leggeva questo progresso come una dinamica positiva della storia dell'uomo, tanto da immaginare che dopo un secolo gli uomini avrebbero lavorato molto meno di quanto avveniva nella sua epoca: soltanto "turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici". E' passato ormai quasi un secolo dalla conferenza di Madrid e, con tutta evidenza, siamo ancora piuttosto lontani da quell'obiettivo, nonostante gli attuali progressi della scienza e della tecnologia sarebbero apparsi a Keynes come un racconto di fantascienza. Seguendo il ragionamento di Keynes, potremmo pensare che la disoccupazione non sia una sorta di calamità - come troppe volte siamo portati a pensare o meglio come ci fanno pensare - ma un elemento imprescindibile dello sviluppo economico capitalistico. Ossia non è soltanto colpa della crisi - che certo ci ha messo del suo - se adesso c'è un livello così alto di disoccupazione, specialmente giovanile, ma si tratta di un elemento inevitabile dei processi economici come si sono sviluppati fino ad ora. Vedete chiaramente che accettare questa tesi cambia in maniera radicale la prospettiva con cui possiamo affrontare un tema fondamentale come quello del lavoro e specialmente della sua mancanza.
Nella sua lunga e gloriosa storia il movimento operaio europeo ha lottato in maniera costante per la riduzione dell'orario di lavoro. Nelle rivoluzioni europee del 1848, ad esempio in Gran Bretagna e in Francia, l'obiettivo era quello delle "10 ore"; nel Regno Unito le Trade unions riuscirono a imporre proprio in quell'anno questo limite, almeno per il lavoro dei bambini, mentre al di là della Manica uno dei primi provvedimenti del governo controrivoluzionario di Cavaignac fu quello di riportare la giornata lavorativa a 12 ore. Nel 1890 la Seconda Internazionale impose la parola d'ordine delle "8 ore", un risultato che si raggiunse soltanto nel periodo tra le due guerre - in Italia la legge fu varata del 1923 - proprio quando Keynes faceva le riflessioni da cui sono partito. Da allora di fatto la situazione è rimasta sostanzialmente immutata, nonostante la tecnologia sia progredita in maniera imprevedibile. Soltanto in Francia, quando capo del governo era il socialista Jospin, è stata varata una legge per la riduzione del lavoro settimanale da 40 a 35 ore. Contro quella legge si è scatenata una battaglia ideologica molto dura, di cui sono stati protagonisti gli industriali francesi e i grandi mezzi di informazione; la pesantissima sconfitta di Jospin alle presidenziali del 2002, arrivato terzo dietro il fascista Le Pen, è stata una battuta di arresto anche per questa legge, che in questi anni è stata superata di fatto, o attraverso delle trattative aziendali o con l'utilizzo degli straordinari. Quella legge è ormai mal tollerata dalla sinistra riformista francese, che non è certo più disposta a battersi per la sua applicazione né tantomeno viene presa da modello dagli altri partiti della sinistra di governo in Europa: troppo poco moderna, troppo di sinistra. In Germania, alla Volkwagen e in qualche altra industria automobilistica, c'è stato un accordo per le 36 ore settimanali, ma ovviamente non si è trattato di una battaglia fatta propria dalla sinistra e soprattutto è stato un accordo legato a quel preciso settore industriale, finalizzato a risolvere un problema di produzione in una fase delicata del mercato automobilistico. In sostanza è passato circa un secolo, ma l'orario di lavoro - dove è regolamentato e quindi escludendo gran parte del pianeta - non è certo quello incautamente profetizzato da Keynes, ma soprattutto è rimasto quello di quegli anni, anche se la produttività, come l'economista aveva in questo caso giustamente previsto, è enormemente aumentata, con la riduzione dell'energia umana impiegata per unità di prodotto. Questo incredibile aumento di produttività ha alimentato i profitti e le rendite, visto che la quota destinata ai salari nel pil è scesa in tutti i paesi occidentali in questi ultimi vent'anni: in sostanza il nostro lavoro produce più ricchezza, ma di questa godono solo alcuni e certamente non noi. L'impoverimento da un lato e la necessità di mantenere comunque costante la domanda ha comportato la crescita del debito e qui siamo alla crisi di questi anni, di cui non vediamo purtroppo la fine.
E se cominciassimo a lavorare meno? Che impatto avrebbe la riduzione dell'orario di lavoro, naturalmente a salario invariato, sull'occupazione? Io non so rispondere in maniera precisa a questa domanda, ma credo sarebbe una strada da tentare. Io vorrei che il nuovo partito di sinistra a cui spero dovremo cominciare a pensare - specialmente in Italia dopo il suicidio dell'ex-Pd e l'incapacità di altre sigle di porsi all'altezza di questo compito - provasse a ipotizzare questo tema. O che almeno ci provasse il sindacato, spero quello in cui io milito. La questione non è tanto quella racchiusa nello slogan "lavorare meno, lavorare tutti": questa può essere la soluzione transitoria per una crisi aziendale, durante la quale per non lasciare a casa qualche lavoratore tutti gli altri possono accettare dei sacrifici, a partire dalla riduzione dell'orario di lavoro. Ridurre in maniera generalizzata l'orario di lavoro, almeno per equiparare il settore privato a quello pubblico, potrebbe favorire l'assunzione di nuove persone, che in questo modo riuscirebbero a entrare in un mondo che adesso è loro precluso. Tutto invece sta andando nella direzione opposta. Il primo governo Napolitano ha fatto una riforma del mercato del lavoro tutta tesa ad allungare i tempi del lavoro, ad esempio aumentando ulteriormente l'età in cui le persone possono andare in pensione. Inoltre le aziende chiedono interventi per tassare meno gli straordinari e si è cercato di far lavorare più ore una parte dei dipendenti pubblici, in particolare quelli della scuola. E se invece defiscalizzassimo la riduzione dell'orario di lavoro? Anche coloro che sostengono la necessità di tornare al pensiero di Keynes dicono che occorre creare nuovo lavoro, il che è possibile solo grazie all'intervento diretto dello stato, come è avvenuto negli Stati Uniti durante la presidenza Roosvelt o nei paesi europei dopo la seconda guerra mondiale. Certo questo è importante - e Keynes diceva che questa doveva essere la soluzione praticabile nel tempo più breve - ma questo da solo non risolve il problema di fondo, ossia che serve sempre meno tempo e meno energie per fare qualsiasi cosa.
C'è poi un'altra riflessione: cosa ci è servito questo progresso se non riesce a liberare gli uomini dal tempo del lavoro e dalla fatica? Se non ci permette di avere più tempo per studiare, per stare con la nostre famiglie, per divertirci o semplicemente per riposare? Che senso ha questo progresso se non riesce a distribuire in maniera equa il lavoro e la ricchezza?
Diceva Keynes in quella stessa conferenza del 1930, mentre l'Europa si preparava alla guerra:
Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione "denaro" il suo vero valore. L'amore per il denaro come possesso, e distinto dall'amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po' ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali. [...] Naturalmente continueranno a esistere molte persone dotate di attivismo e di senso dell'impegno intensi e insoddisfatti, che perseguiranno ciecamente la ricchezza a meno che non riescano a trovarvi un sostituto plausibile. Ma non saremo più tenuti all'obbligo di lodarli e di incoraggiarli perché sapremo penetrare, più a fondo di quanto sia lecito oggi, il significato vero di questo "impegno" di cui la natura ha dotato in varia misura quasi tutti noi.
Keynes pensava, sbagliando, che la crescita della ricchezza sarebbe stata equa, perché questo aumento avrebbe inevitabilmente reso "sempre più vaste [...] le categorie e i gruppi di persone che in pratica non conoscono i problemi della necessità economica". Non è andata così, anzi sta andando tutto nella direzione opposta perché la crescita del benessere si concentra in una fascia sempre più ridotta di persone. E' qui il nodo che va spezzato, evidentemente rifiutando la logica del mercato - la logica anche di Keynes - che è in sé incapace di redistruibuire la ricchezza. Questo è un compito che dobbiamo assumerci noi.

venerdì 1 marzo 2013

Considerazioni libere (343): a proposito di una donna che lavora e degli uomini che la guardano...

Una breve nota a margine su un episodio minore di questa campagna elettorale, un episodio che però racconta molto di questo paese. Come noto, alla fine di una manifestazione all'interno della sede di una grande azienda, B. ha pesantemente offeso una dipendente, con alcune battute a sfondo sessuale, tra i sorrisi compiaciuti del proprietario e dei manager dell'azienda che erano con lui sul palco e la sostanziale indifferenza del pubblico, formato dai dipendenti della stessa azienda, "liberamente" intervenuti al comizio del vecchio politico italiano.
Nei giorni successivi si è molto parlato di questo episodio. In molti hanno apertamente criticato quelle battute, denunciandone il maschilismo; nessuno di quelli che hanno stigmatizzato il comportamento di B. lo avrebbe comunque votato e quindi queste battute non gli hanno fatto perdere nessun voto, se non quello della signora in questione, che forse era un elettrice del centrodestra. Molti - naturalmente senza dirlo in maniera esplicita - hanno invece molto apprezzato le battute del vecchio politico, perché il maschilismo è uno dei "valori" della destra italiana. E' un atteggiamento mentale che è proprio dei maschi, ma che riguarda anche un certo numero di donne, come ha raccontato con impareggiabile maestria Ettore Scola nel film Una giornata particolare: la popolana interpretata da Sophia Loren è fascista proprio perché il Duce è simbolo virile del maschilismo italiano. Al netto quindi di quel voto perso, le battute di B. hanno avuto un ritorno positivo sul suo elettorato e hanno contribuito, tra le altre cose, al suo risultato elettorale.
In questa "considerazione" però non mi interessa tanto l'atteggiamento di B. quanto un aspetto che mi pare sia passato sotto traccia. Perché quella donna era stata chiamata sul palco? Svolgeva un ruolo preciso? Doveva illustrare qualche importante novità su ciò di cui si occupa quell'azienda? No, è stata invitata sul palco soltanto perché è una bella donna e, come tale, è stata "esibita" dall'azienda davanti all'ospite illustre. Immagino che qualche responsabile dell'azienda abbia valutato quale delle dipendenti fosse più "adatta" alla bisogna e qualcun altro si sia raccomandato affinché lei fosse vestita bene e si fosse sistemata i capelli, prima della manifestazione. Forse la stessa "funzione" è stata svolta da lei e da qualche altra sua collega in occasione della visita di qualche cliente importante. Alcuni hanno criticato quella donna per non essere riuscita immediatamente a reagire di fronte alle offese di B.; oggettivamente non era facile in quel momento. Ma probabilmente non le sarebbe neppure stato possibile rifiutarsi di fare quella "esibizione": forse ci sarebbero state delle conseguenze, come delle conseguenze ci sono state dopo che lei ha giustamente criticato le allusioni di B., mettendo in "imbarazzo" la sua azienda. Se quella lavoratrice si fosse rifiutata di fare la "valletta" o addirittura se avesse immediatamente risposto alle offese, sarebbe stata accusata di essere una "femminista", una "comunista", una "rompicoglioni", come succede alle donne che rispondono a tono alle allusioni dei loro colleghi e dei loro superiori; e se non rispondono possono dare l'impressione di accettare queste allusioni o anche di gradirle. Non è facile per le donne tenere una posizione di fronte a queste provocazioni. Naturalmente è un problema prima di tutto di noi maschi, del modo in cui consideriamo le nostre colleghe. E cominciamo a chiamare le cose con il loro nome: questa esibizione delle donne è una forma - forse più lieve, ma non meno volgare - di prostituzione.
Mi scuso con le lettrici di questo blog, non voglio in alcun modo offendere quella lavoratrice o le donne che ogni giorno nelle aziende e nei loro luoghi di lavoro sono valutate più per come sono che per quello che valgono, più per lo loro aspetto che per le loro idee. Io non penso che nell'atteggiamento di queste donne, che ogni giorno faticano per svolgere il loro lavoro, ci sia alcunché di negativo o che il loro modo di comportarsi possa dare adito a dubbi. Il problema è nelle teste degli uomini che le guardano e che in genere hanno funzioni più importanti delle loro, senza averne i meriti.
Quante volte ci è capitato di andare a un convegno e di trovare in sala delle belle ragazze che fanno le hostess e la cui unica funzione è quella di indicare dove si trova la segreteria, funzione che potrebbe essere assolta con la stessa efficacia da un cartello? O che portano l'acqua agli oratori? Lo stesso lavoro non lo potrebbe fare un maschio disoccupato. Perché sono sempre donne? E sempre giovani e sempre carine?

Ecco arrabbiamoci pure con B. per le sue battute, però dobbiamo combattere prima di tutto le persone come il proprietario di quell'azienda e quei manager - tutti maschi ovviamente - che hanno fatto sì che a capitasse proprio a lei questa brutta avventura. Non lo merita lei e non lo meritano le donne che lavorano.

martedì 29 gennaio 2013

Considerazioni libere (334): a proposito di finanza e di lavoro...

Ammetto che il dibattito politico-giornalistico di questi giorni sul Monte dei Paschi di Siena non mi sta particolarmente coinvolgendo: ho l'impressione che sia l'ennesima "arma di distrazione di massa", ossia un modo per non farci parlare di altri problemi. Meglio che l'opinione pubblica continui a parlare dell'Imu, meglio che continui a parlare di Mps, la cosa importante è continuare a non parlare del lavoro, di quello che c'è, precario e sottopagato, e di quello che con non c'è, e soprattutto non bisogna mai mettere in una qualche relazione le parole "lavoro" e "diritti". Comunque dell'ultimo caso non mi appassionano in particolare il balletto delle accuse, visto che ognuno dei tre schieramenti cerca di scaricare le responsabilità su gli altri due, e i toni sempre più enfatici di questa discussione; credo ad esempio che Bersani potesse risparmiarsi quel "li sbraniamo", mi pare che il segretario del Pd sia più a suo agio con le metafore contadine, come quella - finora insuperata - del tacchino sul tetto. Eppure la vicenda Mps è molto istruttiva e avrebbe potuto essere l'occasione per affrontare - almeno dalle parti della sinistra, a cui questo tema dovrebbe competere per statuto - una riflessione sull'economia italiana, e non solo italiana. Partiamo da un dato: il valore dei derivati sui mercati finanziari sta salendo costantemente - nonostante la crisi, provocata proprio da questi prodotti finanziari - ed è arrivato a superare di nove volte il pil mondiale. Con queste proporzioni - lo ripeto, nove a uno - è naturale che la finanza "malata" continui a inquinare l'economia reale. Molte volte ho già denunciato un sistema che produce ricchezza in gran parte attraverso il denaro, lo scambio del denaro, gli interessi sul denaro, le scommesse sul denaro e che di conseguenza poco si interessa delle cose prodotte, ossia della ricchezza che nasce dal lavoro. In una società se non c'è lavoro non può esserci benessere: sembra una regola elementare, quasi lapalissiana, eppure è in gran parte dimenticata.
Passando dal globale al locale, o meglio al municipale, è molto significativo quello che è successo in questi anni a Siena, e per qualche verso anche istruttivo. Il Monte dei Paschi è una realtà bancaria molto particolare, legata a filo doppio alla città in cui quell'istituto è nato, cresciuto e prosperato. Proprio perché il Monte è una realtà ecumenicamente cittadina, tutti, da sinistra a destra, hanno condiviso le sorti di quell'istituto: tutti i partiti dell'arco costituzionale della prima repubblica - a differenza del sistema delle casse rurali, feudo rigorosamente democristiano - tutti i partiti della seconda repubblica, la massoneria, la curia senese, i professionisti e gli industriali, l'università. E proprio per questo è significativo che in quel micro-laboratorio, in quello specchio dell'Italia, di un'Italia ricca, di un'Italia provinciale che funziona, che produce, che sa fare rete - da molte altre parti di questo paese non è così - non si sia levata per tempo una voce critica su quello che stava succedendo. D'altra parte era difficile che succedesse, che qualcuno si alzasse in piedi per dire che forse la strada era sbagliata, perché l'ultraliberismo è progressivamente diventato mainstreaming, come dicono quelli che parlano bene, o l'ideologia del pensiero unico, come continuiamo a dire noi vecchi "sinistri". L'idea che il mercato sia un'entità positiva - la sola positiva - che ha in sé la forza di correggere i propri errori è stata la base dell'ideologia reaganiana degli anni Ottanta ed è ancora oggi la tesi di fondo che anima un appuntamento come quello di Davos e soprattutto che influenza coloro che prendono le decisioni, chi guida le autorità finanziarie internazionali, da Draghi a Lagarde, e Trichet e Strauss Kahn prima di loro.
Come sia riuscita questa idea a permeare in maniera così pervasiva la sinistra europea è un tema su cui si dovranno esercitare gli storici, per ora dobbiamo accettare questo dato di fatto. Negli anni in cui tutti - faccio ammenda perché in quegli anni anch'io ho contribuito, nel mio piccolissimo, a questa deriva - ragionavamo della cosiddetta "terza via", in cui veniva prospettato il superamento della divisione novecentesca tra destra e sinistra, in cui si diceva che il centrosinistra avrebbe dovuto trovare il modo di coniugare i propri valori tradizionali con quelli del mercato, come potevano i compagni di Siena immaginare uno schema diverso. La banca cresceva e tutti erano contenti, perché gli unici numeri a cui si badava - e si bada purtroppo - sono gli utili finanziari. Progressivamente il Monte è diventata una banca tra le banche, né migliore né peggiore delle altre, e come le altre ha utilizzato tutti i sistemi per accrescere il proprio patrimonio. Nessuno si è più posto il problema se questi mezzi fossero più o meno leciti, perché il pensiero imperante spiegava - e spiega - che tutti i sistemi sono leciti, pur di ottenere il risultato. E anche adesso mi pare che si accusi Mussari non tanto di aver utilizzato i derivati, ma di averlo fatto male. Mussari si è dimesso perché, per imperizia o per eccesso di ambizione, si è fatto scoprire e molti suoi colleghi di questo lo accusano, non di un sistema che anch'essi quotidianamente utilizzano, su cui lucrano e che permette loro di ottenere ricchi dividendi e stipendi stratosferici. Naturalmente una banca per sua natura non produce "cose", ma dovrebbe avere come obiettivo di far crescere la ricchezza "reale", favorendo chi produce e chi lavora, prestando loro denaro; temo che questo obiettivo non sia tra le priorità di una banca, qualsiasi essa sia. Su questo dovremmo cominciare a interrogarci, al di là di qualche sparata propagandistica sui banchieri che sono tutti ladri o sulla banche da nazionalizzare.
In questi giorni la Cgil ha presentato il suo Piano del lavoro. E' un documento importante, ricco di spunti, a volte un po' involuto - perché il "sindacalese" ha fatto forse più danni del "politichese" - con qualche mancanza - ad esempio si dovrebbe ragionare di più, anche con i numeri, su qual è il giusto e degno stipendio - ma comunque è fondamentale che ci sia. Da qui dobbiamo partire adesso per una riflessione compiuta su questo tema. Ci sono proposte, ci sono numeri e tabelle, non è riassumibile in slogan o in tweet e quindi la sua presentazione non è riuscita a diventare una notizia. I giornalisti inviati alla conferenza programmatica si sono limitati a fare un po' di colore sugli interventi di campagna elettorale dei politici presenti, stilando una sorta di classifica su chi è più o meno vicino alle posizioni del sindacato di Susanna Camusso. Il problema, al di là della difficile comunicabilità del testo, è che per molti questo approccio è spiazzante, praticamente impossibile da recepire, perché, al di là delle singole proposte, il documento dice che il re è nudo, che non è più possibile accettare la logica ineluttabile del capitalismo e dei mercati; questo è per molti una cosa incomprensibile, è una cosa, ad esempio, che il Pd non riesce più - e temo non voglia - fare.
Sul lavoro e su qualcosa che si produce grazie al lavoro, in questi giorni c'è stata un'altra notizia, che non ha goduto di particolare attenzione, come invece avrebbe meritato. Per fortuna ne ha parlato Adriano Sofri, in uno dei suoi molti articoli, mai banali, sulla situazione di Taranto. La notizia è che all'Ilva, nonostante la produzione di acciaio si mantenga poco al di sotto di quanto previsto dall'Aia - ossia sui 7 milioni di tonnellate rispetto a 8 - i dati dell'inquinamento sono sotto controllo: da settembre dell'anno scorso non ci sono più stati superamenti nelle emissioni di pm10. Il merito di questo risultato è il rispetto delle regole. Infatti da quando l'azienda è diretta dai custodi nominati dal tribunale e non più dai manager dell'Ilva si rispettano le regole di produzione e questo comporta una decisa diminuzione dell'inquinamento. Questo risultato non dipende da quanto si produce, ma da come lo si fa: infatti nel 2009, quando la produzione è stata dimezzata, arrivando a 4,5 milioni di tonnellate, non c'è stata una significativa dimunizione delle emissioni delle polveri inquinanti, perché non si cambiarono i metodi di produzione. Nell'articolo di Sofri uno degli operai fa un esempio che chiarisce molto bene la situazione: 

Mettiamo che per svuotare un convertitore siano prescritti 4 minuti e tu lo faccia in 30 secondi. Immagina di versare birra in un bicchiere: se la versi velocemente, la schiuma cresce e finisce fuori. L'acciaio non è diverso dalla birra, a parte le conseguenze.
Questi dati dimostrano che non è un'utopia coniugare produzione e rispetto della salute e che non è necessario mettere i lavoratori dell'Ilva e le loro famiglie di fronte a una scelta netta: o il lavoro o la salute. Come ha rilevato lo stesso direttore dell'Arpa pugliese questa notizia - una buona notizia, finalmente - non è piaciuta ovviamente ai Riva, perché mette ancora più in luce le loro responsabilità, ma non è piaciuta neppure a chi ideologicamente pensa che l'acciaieria debba chiudere, senza se e senza ma. I custodi, per mancanza di tempo e soprattutto di risorse, non sono riusciti neppure ad avviare i grandi lavori strutturali - che pure rimangono necessari - come la copertura della cokeria, ma i dati dimostrano che basta rispettare le regole che ci sono e che gli industriali non vogliono accettare, perché una produzione più veloce significa un maggior guadagno per loro, a scapito della salute dei lavoratori e dei cittadini, che è un costo sociale di cui naturalmente non vogliono farsi carico. Come nella vicenda del Monte dei Paschi - per questo ho voluto mettere insieme queste due notizie - siamo di fronte a un esempio "normale" di ultraliberismo e non a un fenomeno patologico, come qualche commentatore interessato vorrebbe farci credere. Ancora una volta è da qui che dobbiamo partire, dal radicale e rivoluzionario cambiamento di questo stato di cose.