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venerdì 20 aprile 2018

Considerazioni libere (424): a proposito di un giornale e del suo fallimento...

Leggo che il Tribunale di Roma ha incaricato un perito di procedere alla valutazione di quello che rimane de l'Unità; quando la perizia sarà depositata, il giudice potrà vendere il giornale, attraverso un'asta pubblica. E' l'iter che si segue in ogni caso di fallimento.
Per il lavoro che ho fatto, per il ruolo che ho avuto nel partito che era il proprietario di quel giornale, mi considero responsabile di quel fallimento. Naturalmente posso invocare moltissime attenuanti: siamo in tantissimi a condividere questa responsabilità e certamente la mia è molto minore di quella di altri che, essendo stati dirigenti per molti più anni e con incarichi molto più importanti del mio, potevano capire cosa stava succedendo e cosa si poteva fare per non arrivare a questo punto. A mia parziale discolpa posso dire che quello che ho fatto io l'ho fatto per salvare l'Unità, anche se questo comportava sostenere piani di risanamento quanto meno fantasiosi e iniziative che invece hanno avuto un risultato ben diverso da quello che ci attendavamo, e di cui abbiamo convinto compagne e compagni, che hanno avuto fiducia in noi.
In nome di questa responsabilità faccio una proposta. Noi che abbiamo una qualche colpa, piccola o grande, e che siamo ancora vivi, siamo tantissimi, perché quel partito in cui abbiamo militato ha avuto una lunga storia e un gruppo dirigente vasto e ramificato. Ora non militiamo più nello stesso partito, quelli che fanno ancora politica hanno preso strade diverse, spesso contrapposte, in tanti abbiamo smesso. Capita sovente che ci guardiamo con ostilità, perché ci conosciamo bene. Se facessimo uno sforzo, anche minimo, e ciascuno di noi mettesse una piccola somma in un fondo, potremmo forse ricomprare l'Unità. Io ci starei. A un patto però, che noi nuovi proprietari consegnassimo questa testata alla storia. Non deve più nascere un giornale chiamato l'Unità, è un'esperienza finita, ma di cui noi dobbiamo preservare la memoria, affinché un giornale con questo nome non rinasca in altre forme, magari come un foglio scandalistico - come è successo a l'Avanti! - o perché non diventi l'organo di un qualche gruppo di destra. Compriamo tutti insieme il giornale e consegniamolo a un notaio con l'impegno a non farlo più nascere. Magari chiediamo che venga fatta una legge "salva Unità", che vieti l'impiego di quel nome per far un giornale. Per l'eternità.
E' uno sforzo economico? Magari per qualcuno di noi lo sarebbe anche, ma credo che sarebbe il modo per ripagare quello che il partito ha fatto per noi, quello che ci ha insegnato, quello che ci ha fatto diventare. Far parte di una comunità quando si ricordano i momenti belli è semplice, bisogna farlo anche quando ci sono dei problemi. Poi torneremo a votare in maniera diversa, torneremo a litigare, torneremo a guardarci con astio e a non parlarci. Appunto perché ci conosciamo bene. Ma almeno avremo onorato la memoria di un paio di generazioni di donne e di uomini del Partito Comunista Italiano, che hanno fatto la storia di questo paese, quella migliore. E di cui noi siamo stati così indegni eredi.

mercoledì 7 marzo 2018

Considerazioni libere (423): a proposito di un voto più ideologico di quanto si creda...

E se fossero tornati i partiti? Provando ad analizzare il voto dello scorso 4 marzo mi sono fatto questa domanda, perché questo alla fine mi sembra il dato numericamente più eclatante di queste elezioni: sono state sconfitte le due forze politiche - il pd e Forza Italia - che in maniera più decisa si sono identificate con i loro capi, tanto da non esistere senza di loro e da avere come unica ideologia quello che pensano e dicono renzi e Berlusconi, e invece hanno vinto due partiti, il cui sistema ideologico in qualche modo prescinde dalle persone chiamate a rappresentarli. La Lega addirittura è diventato il più "vecchio" partito italiano, l'unico tra le forze politiche presenti in parlamento che può risalire fino alla cosiddetta prima repubblica, seppure alla sua fase terminale, che la stessa Lega ha contribuito in maniera determinante ad accelerare.
Lega e M5s, seppur in maniera molto diversa, garantiscono alle persone un profilo identitario preciso: se voti loro sai cosa voti. E non voti una persona, che può cambiare idea, lasciandoti spiazzato. Ed entrambi hanno una ideologia altrettanto definita, per quanto entrambi i partiti - e specialmente i pentastellati - rifuggano questa parola come la peste. Anzi l'ideologia del M5s è proprio quella di non essere né di destra né di sinistra, che in sé è una formula che non significa nulla, eppure ha un grande appeal, perché viene dopo uno sciagurato ventennio in cui è cresciuta una sorta di ideologia del maggioritario, destra contro sinistra, di qua contro di là. Visto che nessuna delle due parti ha saputo risolvere i problemi delle persone e che alla fine questa distinzione è sembrata più apparente che reale, il primo che ha avuto la capacità di dire che il re è nudo, che questo maggioritario non era niente altro che una farsa, ha avuto i consensi che abbiamo visto. E su questo ha creato un partito.
Il paradosso è che quelli che capiscono ci hanno spiegato che i partiti erano morti, erano strutture inutili nel momento in cui un leader aveva modo, grazie agli strumenti della comunicazione moderna, di avere un rapporto diretto con gli elettori, senza la necessità di passare quel corpo intermedio come strumento di collegamento, dialogo e scambio. Probabilmente è vero che adesso i partiti svolgono una funzione diversa rispetto a quella che abbiamo conosciuto noi, che in quei vecchi partiti siamo nati e cresciuti, ma queste elezioni ci dicono che i cittadini hanno bisogno di partiti come sistemi di valori, hanno bisogno di ideologie, e si sono stancati di votare per persone, per leader che appaiono o superati o inadeguati.
Le risposte offerte da Lega e M5s sono semplici? Certamente, anzi sono sempliciste, perché tendono a ridurre la complessità del mondo a pochi slogan. Le risposte offerte da Lega e M5s sono sbagliate? Per me sì, ovviamente e in qualche caso sono anche pericolose per la tenuta democratica del paese. Però sono comprensibili e in qualche modo coerenti. 
Per il cittadino che ha paura del futuro, che vede di avere sempre meno risorse e opportunità, che si chiede di chi è la responsabilità di tutto questo, è facile credere che la colpa sia degli "altri", e la Lega gli dice che è così - gli ha sempre detto che è così - e quindi voterà per quel partito, perché è l'unica risposta in campo. Oppure vota M5s perché loro non hanno colpe.
Alle persone che hanno paura noi non possiamo dire che è colpa degli "altri", ma non possiamo neppure dire che lo loro paura è stupida. Occorre trovare un'altra risposta, possibilmente semplice. Essere un partito è anche questo: offrire un'identità semplice nella complessità del mondo. Chi ci riesce vince, chi non ci riesce è destinato a sparire.
   

lunedì 20 giugno 2016

Considerazioni libere (410): a proposito di una ferita che non riusciremo a curare...

In queste ore, in cui leggiamo e ascoltiamo, fino alla noia, i commenti dei risultati elettorali, c'è una frase che mi ha colpito più di altre: la sconfitta mi appartiene. L'ha detto Roberto Giachetti, commentando l'esito del voto di Roma e l'ha detto, praticamente usando la stessa formula, il candidato della Lega a Varese. L'espressione ha perfino una sua qualche nobiltà retorica: il candidato sconfitto, con questa formula autoaccusatoria, sembra volersi far carico - unico e solo - degli errori che hanno portato appunto alla sconfitta. Temo non sia solo questo, purtroppo. Dietro questa frase c'è l'idea - diffusa, molto diffusa - che la politica non sia altro che lo scontro, più o meno muscolare, di due campioni, uno che vince e uno che necessariamente perde. E anche questi ultimi ballottaggi sono stati rappresentati come una sorta di rinnovata battaglia tra Orazi e Curiazi.
La politica è - o dovrebbe essere, o almeno a noi l'hanno insegnata così - un'altra cosa: impegno collettivo, condivisione di idee e di valori, sforzo comune, assunzione delle responsabilità da parte di tutti. In fondo i partiti rappresentavano anche questo, soprattutto questo: il luogo dove si faceva sintesi. E certo c'erano i leader - grandi leader - e c'erano i candidati, ma la responsabilità delle sconfitte - così come l'onere delle vittorie - era condiviso. Quando l'Italia era diversa, non credo che a nessun candidato sconfitto sarebbe venuta in mente una frase del genere - e non per schivare la propria parte, non piccola, di responsabilità - ma perché era quell'entità collettiva, il partito appunto, che aveva vinto o perso, e quindi la sconfitta - come la vittoria - non apparteneva al candidato, ma al partito. E infatti una delle funzioni fondamentali dei partiti era quella di selezionare e di scegliere i candidati. I meccanismi di questa selezione e di questa scelta non sempre erano trasparenti, non sempre erano lineari, non sempre erano giusti, ma comunque sia portava il livello della responsabilità dal singolo al collettivo. Sempre, in ogni occasione.
Se un giovane che non ha conosciuto quell'Italia lì mi chiedesse qual è la vera differenza tra quelle che ci siamo abituati a chiamare la prima e la seconda repubblica, direi che è proprio questa. In pochissimi anni, distrutti i partiti storici, la politica è diventata via via il campo di leader nazionali e locali sempre più autonomi, sempre più "padroni" delle sconfitte e delle vittorie.
Ci sono state precise scelte istituzionali che hanno portato a questo: l'introduzione dell'elezione diretta degli amministratori locali, dal sindaco al presidente della Regione, la scelta del maggioritario, la decisione di indicare il candidato alla presidenza del consiglio nella scheda elettorale e così via. Scelte a cui non ci siamo opposti, ma che anzi abbiamo auspicato e reso concrete, tagliando il ramo su cui eravamo seduti.
Poi ci sono state le scelte politiche che hanno accompagnato - e in qualche modo esasperato - questa tendenza a personalizzare la politica. La prima risposta, all'inizio degli anni Novanta, alla fine dei partiti della Costituente è stata la creazione di un partito inedito per la storia di questo paese, come Forza Italia, un partito personale, un partito in cui le candidature venivano assunte - quando non per ragioni clientelari o per le particolari "simpatie" del proprietario del partito - secondo criteri dettati dal marketing: quello veniva candidato perché più adatto a vincere. E quindi se non vinceva era lui il responsabile della sconfitta, la sconfitta era sua. Ecco dove è cominciato. Poi nel campo cosiddetto progressista è stata introdotta l'ideologia delle primarie, togliendo al partito l'ultimo potere rimasto, per consegnarlo a una sorta di ordalia dalle regole incerte, cambiate in funzione dell'obiettivo da raggiungere e del candidato da far emergere, e in cui spesso si sono inseriti interessi altri e diversi, pilotandone l'esito. Infine è nato un partito che ha rifiutato da subito di essere considerato tale - e anzi ha fatto di questo rifiuto di essere definito partito il suo principale tratto ideologico - e in cui le scelte dei candidati vengono fatte in maniera oscura, per usare un eufemismo. E in questa crisi sono nate in tutto il paese leadership locali, più o meno estese, a volte ereditarie, a volte legate in maniera clientelare ai partiti nazionali, a volte slegate e in contrapposizione a essi. L'esito di questa nuova tornata amministrativa è sintomatico di questa svolta: a Salerno è stato eletto l'erede politico del ras Vincenzo De Luca, a Benevento è stato eletto il redivivo Clemente Mastella, a Napoli ha vinto Luigi De Magistris, personaggi diversi, molto diversi tra di loro, eppure tutti il segno della crisi della politica dei partiti e dell'affermarsi di una personalizzazione molto spinta. Che spesso non va oltre la figura del leader. Emblematico il caso di Milano: Giuliano Pisapia è stato eletto cinque anni fa con un grande consenso, ha governato bene la città e probabilmente sarebbe stato rieletto, ma, una volta che ha deciso di non continuare la sua esperienza amministrativa, la lista da lui promossa ha avuto esiti ridicoli; e temo succederà qualcosa di simile a Napoli, quando De Magistris sarà costretto a lasciare, se non sorgerà intanto un'altra "stella" popolare come lui.
Il dramma è che è ormai impossibile tornare indietro, perché in questi quasi trent'anni è stata fatta una campagna sistematica contro i partiti, a favore della personalizzazione della politica. Quando un esponente del Movimento Cinque stelle ha provato a porre il problema e ha proposto una sorta di congresso costitutivo di quel soggetto politico, è stato isolato e poi espulso: la vicenda di Federico Pizzarotti è tutta qui, al di là delle altre considerazioni di facciata. Il dramma è che i partiti sarebbero il vero e unico strumento per ridare un potere ai cittadini, un potere sostanziale e reale, ma sono gli stessi cittadini che beneficerebbero di ciò a rifiutare questo strumento, a voler espungere perfino questa parola dal lessico politico, a disprezzare l'unico strumento che in qualche modo li potrebbe difendere dalle oligarchie, dalle scelte dettate da forze i cui interessi sono sempre in contrasto con quelli dei cittadini. Guardate come sono riusciti a trasformare il referendum di ottobre, che non è più il confronto tra due opzioni di riforma costituzionale, ma il plebiscito su una persona; quando - come spero - vinceremo il referendum, loro avranno comunque riportato una vittoria, perché noi ci saremo piegati alla loro logica, una logica antidemocratica e profondamente oligarchica.
Mi chiedo spesso come siamo arrivati a questo, se avremmo potuto fare qualcosa per fermare questo attacco così violento alla democrazia, il più violento della storia repubblica, ancora più violento di quello subito negli anni della strategia della tensione e delle stragi fasciste. Ricordo però che avvenne tutto in fretta, molto in fretta: nel 1990 quando io venni eletto per la prima volta in consiglio comunale a Granarolo, alle elezioni si erano presentati la Dc, il Pci e il Psi, ossia i tre partiti della Costituente, e dopo cinque anni, alla fine di quel mandato, nessuno dei tre partiti esisteva più. Allora non capimmo che qualcuno aveva voluto che sparissero, qualcuno che poi negli anni successivi avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla mancanza dei partiti, qualcuno che ancora adesso sta tramando per diminuire gli ambiti democratici del paese, per rendere più deboli gli strumenti della democrazia rappresentativa, per far diventare la nostra repubblica un'altra cosa, anche attraverso le cosiddette riforme e anche attraverso la nostra accettazione di questo stato di cose sancita da un voto referendario. Per questo è così importante votare NO.
Fino a che non faremo i conti con questa storia, con gli errori che facemmo allora, e che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere, allora non riusciremo a ricostruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che potremo lasciare - non vergognandoci - a quelli che verranno dopo di noi.

lunedì 1 giugno 2015

Verba volant (190): partito...

Partito, sost m.

Mi lascia una strana sensazione - e ne parlo anche un certo imbarazzo - il triste epilogo umano, prima ancora che politico, di Pier Luigi Bersani, una persona, un compagno, che - nonostante tutto - ho continuato a stimare, anche quando le nostre posizioni politiche sono diventate divergenti, perché una storia non si cancella dall'oggi al domani. Anche una storia di partito; soprattutto del nostro partito.
Bersani è andato nei giorni scorsi a fare campagna elettorale per Raffaella Paita, a Genova, nei quartieri di sinistra in cui le primarie le aveva vinte Sergio Cofferati e dove c'è una maggiore ostilità verso il renzismo, è andato proprio lì perché sapeva - come è stato poi dimostrato dai risultati elettorali - che in quelle zone della città la candidata del pd era più debole, è andato lì per cercare di essere utile al "suo" partito. Il suo appello dell'ultimo giorno non è servito, ma questa è ormai un'altra storia. In questo modo Bersani ha dato un colpo di spugna alla primarie di quella regione, in cui ci sono stati brogli dimostrati, e che la candidata di renzi ha vinto di misura, grazie all'appoggio manifesto di una forza politica del centrodestra come l'Ncd e a quello, sotterraneo e occulto, ma ben più politicamente significativo, degli uomini di Scajola. E Bersani, che queste cose le sa, è andato comunque, per rendersi utile, perché quella roba lì continua a essere il suo partito, e nella sua idea - che del resto è anche la mia - al partito si deve disciplina. O doverismo, come ha detto lo stesso Bersani con un brutto neologismo, per giustificare il suo sostegno a De Luca, che non aveva bisogno di questo appello al voto, che ha finito soltanto per danneggiare l'onorabilità di chi l'ha fatto. 
E' vero, Pier Luigi, la disciplina è importante, però si deve disciplina prima di tutto alle idee. Questo è il nostro primo dovere.
La decisione di Bersani mi lascia perplesso, perché so che nel suo caso non c'è un bisogno "alimentare", Bersani non si è piegato perché deve comunque mandare avanti la famiglia; il conformismo politico a lui non serve per mantenere il posto di lavoro o per garantirsi una carriera, che Pier Luigi ha già fatto. Ne potrei citare tanti che hanno fatto così, ne conosco diversi che sono diventati renziani perché hanno il mutuo e una famiglia da sostenere, l'unico lavoro che hanno fatto in vita loro è la politica e quindi non possono permettersi di perderlo. Così come conosco quelli che sono servi nell'animo e che dicono al potente di turno, chiunque esso sia; anche questo non è il caso di Bersani, evidentemente. Questi sono motivi che non condivido naturalmente, ma che capisco, che sono in qualche modo spiegabili.
Ma Bersani non lo capisco e la cosa mi cruccia. Evidentemente c'è una ragione politica, che però fatico davvero a comprendere, nonostante una comune militanza, nonostante una comune formazione politica. Per me è importante cercare di capire cosa ha spinto Bersani a questa infelice scelta di sostenere - tra l'altro fuori tempo massimo - la candidata dell'uomo che l'ha estromesso dal partito, che lo tratta con plateale sufficienza e che egli giudica pericoloso per una serie di scelte, prima di tutte quelle delicatissime in materia costituzionale, e di appoggiare un candidato ineleggibile e così compremesso come quello che il pd ha schierato in Campania. In sostanza cercare di capire comunque Bersani e la sua apparentemente ottusa fedeltà alla "ditta", credo sia utile anche per capire noi, che quella storia l'abbiamo condivisa.
Immagino che Bersani non voglia staccarsi dai suoi compagni. Questo lo capisco da un punto di vista psicologico: anche a me manca quel partito, il senso di comunità, il fatto di potersi riconoscere in nome di una comune militanza, di un impegno condiviso, di idee e di valori diventati tuoi e insieme di tutti. Mi manca quel modo di stare nel partito e mi manca quella comunità, in cui avevo gran parte dei miei amici. E infatti quando da quel partito mi sono staccato mi ha fatto male. Trasferirmi in un'altra città, sufficientemente lontana da quella dove avevo fatto politica, mi è servito molto per superare questo distacco; e infatti torno sempre malvolentieri a Bologna, anzi se non sono costretto, non ci torno proprio, perché lì questa separazione si sente più forte. E per lo stesso motivo non vado alle "loro" feste, neppure per salutare gli amici che sono rimasti lì. Naturalmente ciascuno di noi vive quel rapporto in maniera diversa - perché ognuno di noi è diverso - ma ve l'ho raccontato per dire che per molti noi la politica è questa cosa qui, l'abbiamo vissuta così, con questa intensità; e così ancora la viviamo.
In questi anni in cui ho smesso di fare politica la rete e l'impegno di scrivere con una certa regolarità su questo blog mi hanno aiutato un po' a ricostruire una comunità, simile a quella che noi abbiamo conosciuto solo fino a qualche anno fa, ma è oggettivamente diverso, perché questo strumento è diverso dalla "cosa" in cui noi abbiamo vissuto. La rete non è il partito. Il gruppo di amici che commenta e condivide quello che scrivo non è la mia sezione, anche se allora non ho mai avuto tante persone ad ascoltarmi quante ne ho adesso. Non è una questione di quantità, ma di qualità, fatto salvo che sono ovviamente felicissimo che voi ci siate. Quindi posso intuire la difficoltà di Bersani di staccarsi da tutto questo.
Continuo però a non capirlo, almeno per due ordini di ragioni.
Prima di tutto la comunità che è diventata adesso il pd - per quello che posso intuire, guardandoli da fuori - mi sembra molto diversa da quella che noi abbiamo conosciuto, che abbiamo costruito e che - va detto, per onestà intellettuale - abbiamo contribuito a distruggere. E' volutamente una cosa diversa. L'enfasi sulle primarie, la decisione di utilizzare questo strumento per scegliere non solo i propri candidati nelle istituzioni, ma perfino gli organismi dirigenti, a partire dal segretario, è la negazione in nuce dell'idea di partito. Il pd è nato per non essere più quel partito che abbiamo conosciuto e con l'ambizione di essere un'altra cosa ed infatti è diventato un'altra cosa: di fatto il pd è la struttura che amplifica e diffonde la propaganda del leader, che ne difende le scelte e che gestisce sui territori il potere - per altro sempre meno - che il leader gli concede. Siamo lontanissimi dall'idea dei partiti come libere associazioni di cittadini legati da comuni valori, a cui noi siamo ostinatamente legati e che trova legittimazione nell'art. 49 della Costituzione.
Peraltro, come è evidente osservando anche i risultati di questa recentissima tornata elettorale, un partito strutturato così è preda, a livello locale, delle forze peggiori della società, di gruppi di potere, di lobbies, della criminalità organizzata. Il pd dove vince, ad esempio nelle regioni del Mezzogiorno, è ostaggio di boss locali, di gerarchi sempre più autonomi, di figuri che si sono costruiti la loro rendita di posizione e la mettono sul mercato. In queste regionali non ha vinto il pd, ma hanno vinto i vari De Luca, Emiliano e compagnia cantante, gente con nessuna etica, personaggi che, forti dei loro voti, della loro rete di affari e, temo, capaci di ricatti inconfessabili, tengono per le palle - peraltro non proprio d'acciaio - il povero renzi. E la situazione degli altri partiti "tradizionali" non è certo migliore.
Anche su questo punto credo che occorra essere onesti. Quell'idea di partito è morta e qualsiasi tentativo di ricostruirlo dall'alto è destinato al fallimento. Anche per questo noi che siamo cresciuti con quell'idea facciamo sempre più fatica a fare politica in questi tempi tristi, perché ci muoviamo con schemi che non esistono più e che forse non esisteranno più nel modo in cui li abbiamo conosciuti. Per questo noi siamo fatalmente inadeguati e dobbiamo aspettare una nuova generazione che sia in grado di risollevare una storia che noi abbiamo distrutto.
La cosa che però mi sembra più grave nel ragionamento di Bersani - e di quelli come lui - mi pare lo scarto tra il mezzo e il fine. Per quanto il partito sia importante - e lo è anche per me, naturalmente - dobbiamo ricordare che il partito è lo strumento che una parte della società, quella più debole - per quanto numericamente più consistente - si è data per difendersi dagli attacchi della parte più forte, più ricca, più potente. Il partito è lo strumento con cui combattiamo la guerra di classe che i ricchi hanno da sempre scatenato contro di noi. Se però perdiamo di vista questo contesto, se perdiamo di vista questo obiettivo, se dimentichiamo i valori e le idee, magari interiorizzando quelle del nemico - come abbiamo fatto progressivamente noi in questi ultimi trent'anni - allora lo strumento diventa fine a stesso, diventa soltanto per alcune persone un mezzo di promozione sociale o un'occasione per arricchirsi o per dare sfogo alla propria sete di potere.
Proprio questo progressivo slittamento verso l'ideologia neoliberista, questa incapacità di ammettere che abbiamo sbagliato in questi anni, questa ostinazione a non volersi fermare per cambiare finalmente strada è quello che sta progressivamente allontanando una parte di cittadini dalla politica, che fa commettere a Bersani questi gesti che appaiono meschini,  che contribuiscono a costruire un fossato sempre più profondo tra persone che hanno militato insieme. Penso spesso a quegli anni, cerco di ricordare qual è il momento in cui ci siamo persi definitivamente, in cui non potevamo tornare indietro. E probabilmente non c'è un fatto così, ma è la somma di tanti piccoli passi verso l'abisso che ciascuno di noi ha fatto. Ci sembravano irrilevanti, pensavamo che avremmo potuto tornare indietro e invece il burrone ci ha inghiottiti.
Ricordo bene un discorso che fece proprio Bersani, ormai molti anni fa, in un incontro a Milano, prima che nascesse il pd, in un passaggio delicato, quando ci schierammo contro Cofferati, perché ci sembrava volesse bloccare un percorso che invece sarebbe stato meglio fermare. Tra le altre cose disse più o meno (scusate, la memoria può giocare brutti scherzi): la sinistra esiste in natura, perché, dal momento che esistono le diseguaglianze, le ingiustizie, le differenze, la sinistra c'è - c'è necessariamente - per ristabilire l'uguaglianza, la giustizia, la parità. Lo disse anche Mauro Zani (questo lo ricordo meglio), anni dopo, quando tentò, con coraggio e con ostinazione, di opporsi alla nascita del pd. A quel punto credo che ormai non ci fosse più niente da fare, anche perché molti di noi l'avevano data per persa. E' vero, la sinistra esiste in natura; io a quell'idea sono rimasto fedele.