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venerdì 21 settembre 2018

Άρνηση - "Rifiuto" di Georgos Seferis

Georgos Seferis morì ad Atene il 20 settembre 1971. I suoi funerali, due giorni dopo, divennero una grande manifestazione contro la dittatura dei Colonnelli. Le donne e gli uomini di Atene, mentre accompagnavano la salma del loro grande poeta intonavano questa canzone, intitolata Άρνηση - Rifiuto - che Seferis aveva scritto molti anni prima per Mikis Theodorakis e che divenne, da poesia d'amore che era, l'inno della resistenza greca contro la dittatura fascista. I Colonnelli ovviamente vietarono la canzone, ma le sue parole continuarono a risuonare nelle menti e nei cuori dei greci. Perché la poesia è più forte di qualsiasi regime. 

Στο περιγιάλι το κρυφό
κι άσπρο σαν περιστέρι
διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.
Διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.

Πάνω στην άμμο την ξανθή
γράψαμε τ' όνομά της
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.

Με τι καρδιά, με τι πνοή,
τι πόθους και τι πάθος
πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.
Πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.

Sulla spiaggia nascosta
e bianca come una colomba
avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.
Avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.

Sopra la sabbia bionda
scrivemmo il suo nome.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.

Con che cuore, con che respiro
- che speranze e che cori -
afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.
Afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.

domenica 4 marzo 2012

"Elèni" di Georgos Seferis


Se è vero che è una favola, se è vero
che l'uomo più non troverà
l'inganno antico degli dei;
se è vero
che a gran distanza d'anni, un altro Teucro
un altro Aiace, o un Priamo o un'Ecuba o un anonimo
ignoto, che abbia visto
tuttavia traboccare di corpi il fiume Scamandro
non abbia questa sorte nel suo fato:
di sentire arrivare messaggeri
con la nuova che tanto dolore, tante vite
sono finiti nel baratro
per una spoglia vuota, per un'Elena.

venerdì 2 marzo 2012

"Efeso" di Georgos Seferis


Parlava seduto su un marmo
simile a rovina d’antico portale:
sterminato e vuoto a destra il campo
a sinistra scendevano le ombre dal monte:
"La poesia è ovunque. La tua voce
a volte incede al suo fianco
come il delfino che per poco ti accompagna
vascello d’oro nel sole
e poi scompare. La poesia è ovunque
come le ali del vento nel vento
che per un attimo hanno sfiorato le ali del gabbiano.
Uguale e diverso dalla nostra vita, come cambia
il volto di una donna che si è spogliata,
e tuttavia rimane uguale. Lo sa
che ha amato: alla luce degli altri
il mondo implode: ma tu ricorda
Ade e Dioniso sono la stessa cosa".
Disse e imboccò la grande strada
che mena al porto di un tempo, ora inghiottito
laggiù fra i giunchi. Il crepuscolo pareva
per la morte di un animale,
così nudo.
Ricordo ancora:
viaggiava sulle coste della Ionia, in vuote conchiglie di teatri
dove solo la lucertola striscia sull’arida pietra,
e io gli chiesi: "Un giorno torneranno a riempirsi?"
E mi rispose: "Forse, nell’ora della morte".
E corse nell’orchestra urlando:
"Lasciatemi ascoltare mio fratello!".
Ed era duro il silenzio attorno a noi
e non rigato nel vetro azzurro.

lunedì 27 febbraio 2012

"Sopra un verso straniero" di Geogos Seferis

E si presenta ancora innanzi a me il fantasma
d'Odisseo, gli occhi rossi dal salmastro e da una brama
matura: rivedere ancora il fumo
che affiora dal calore della casa e il suo cane invecchiato
che aspetta sulla porta.
Sta, gigantesco, e mormora di tra la barba imbianchita parole della nostra lingua,
quale già la parlavano tremila anni fa.
Stende una mano incallita dalle gomene e dalla barra,
con la pelle segnata dal tramontano dall'afa e dalle nevi.
Sembra che voglia scacciare di mezzo a noi il Ciclope
titanico, monocolo, le Sirene che danno, se le ascolti,
l'oblio, Scilla e Cariddi:
tanti intricati mostri, che ci tolgono l'agio di pensare
ch'era un uomo anche lui che lottò
dentro il mondo, con l'anima e col corpo.
E il grande Odisseo: colui che disse di fare il cavallo
di legno - e gli Achei presero Troia.
M'immagino che venga a insegnarmi come fare un cavallo
di legno anch'io, per conquistare la mia Troia.
Mi dice l'ardua angoscia di sentire le vele della nave gonfie dalla memoria e l'anima farsi timone.
Ed essere solo, occulto nel buio della notte, a deriva
come festuca all'aia.
L'amaro di vedere naufragati fra gli elementi i cari,
dispersi: ad uno ad uno.
E come stranamente ti fai forte a parlare coi morti,
quando i vivi superstiti non bastano.
Parla... rivedo ancora le sue mani che sapevano, a prova,
se la gòrgone di prora era ben fatta
donarmi il mare senza flutti azzurro
nel cuore dell'inverno.

domenica 19 febbraio 2012

"La nostra terra è chiusa" di Georgos Seferis


La nostra terra è chiusa, tutta monti 
che hanno per tetto il basso cielo giorno e notte. 
Non abbiamo fiumi, non abbiamo pozzi non abbiamo sorgenti, 
solo poche cisterne, e queste vuote, che risuonano e che veneriamo. 
Suono stagnante e sordo, uguale alla nostra solitudine 
uguale al nostro amore, uguale ai nostri corpi. 
Ci stupiamo di aver potuto una volta costruire 
case capanne e ovili. 
E le nozze nostre, le fresche ghirlande e le dita 
diventano enigmi inspiegabili alla nostra anima. 
Come sono nati come si son fatti forti i nostri figli? 
La nostra terra è chiusa. La chiudono 
due cupe Simplegadi. Nei porti 
la domenica quando scendiamo a respirare 
vediamo rischiarati al tramonto 
rottami di viaggi mai portati a termine 
corpi che non sanno più come amare.

lunedì 13 febbraio 2012

"Alla maniera di G.S." di Giorgos Seferis


Dovunque viaggio la Grecia m'accora.
Al Pelio fra i castagni la camicia di Nesso
sgusciava tra le foglie per fare viluppo al mio corpo,
mentre salivo l'erta e mi seguiva il mare
salendo anch'esso come mercurio di termometro
fin che trovammo l'acqua alla montagna.
A Santorino, come sfioravo isole naufraghe
e udivo chissà dove tra le pomici un flauto,
inchiodò la mia mano al discollato
una freccia vibrata d'un tratto
dal limitare d'una giovinezza
spenta. A Micene sollevai i macigni e i tesori degli Atridi
e mi giacqui con essi all'albergo «Belle Hélène»;
dileguarono all'alba, quando garrì Cassandra
con un gallo sospeso al collo nero.
A Spezze a Poro a Mìcono
tutto lo strazio delle barcarole.

Intanto la Grecia viaggia, viaggia sempre
e se «fiorir vediamo il mare Egeo di morti»,
sono quelli che vollero prendere la grande nave a nuoto,
quelli stanchi d'attendere le navi che non salpano,
l'ELSA, l'AMBRACICO, la SAMOTRACE.
Fischiano adesso le navi che fa sera al Pireo,
fischiano fischiano sempre, ma non si muove argano
e non brilla catena madida nell'estrema luce che muore,
e il capitano resta pietrificato, tutto bianco e oro.

Dovunque viaggio la Grecia m'accora:
cortine di montagne, arcipelaghi, nudo granito.
La nave che viaggia si chiama AGONIA 937.