domenica 12 maggio 2013

Considerazioni libere (361): a proposito di stare in rete (e di come starci)...

Ho l'impressione che in questi giorni della rete si parli un po' a sproposito. A volte mi capita perfino di leggere Rete, con la "r" maiuscola, come se fosse una qualche entità soprannaturale. Io, pur usandola, non ne capisco molto e credo di essere in buona e folta compagnia. Proprio per questo provo a fare alcune riflessioni partendo da come uso io la rete e quindi tenete conto che potrebbero essere del tutto sbagliate; prendetele come mi vengono, con beneficio d'inventario.
La rete a me serve prima di tutto per essere informato o - sarebbe meglio dire - più e meglio informato. Certamente la rete è un grande aiuto e ti permette di accedere a fonti che difficilmente avresti potuto raggiungere in un altro modo, ma io - come credo molti di voi - cerco in rete solo quello che voglio trovare. Quando andavo sempre in edicola e avevo la possibilità - oltre che la necessità - di acquistare tutti i giorni più quotidiani, compravo sempre gli stessi giornali - ad esempio non ho mai comprato il Giornale, né quando era un vero quotidiano, né quando è diventato quello che è ora, ossia insana pornografia politica. Anche quando avevo meno soldi, ma facevo il pendolare e quindi avevo parecchio tempo libero, compravo sempre lo stesso giornale. Poi nei giornali che acquistavo, tendevo spesso a leggere certi articoli piuttosto che altri, così quando acquistavo il Corriere non leggevo mai gli editoriali di Ostellino, tanto sapevo cosa scriveva e sapevo già di non essere d'accordo con lui. Da quando vivo a Salsomaggiore ho smesso di acquistare un quotidiano, essenzialmente perché a me piace leggerlo la mattina e la mattina adesso non ho più tempo per farlo, perché fortunatamente lavoro a cinque minuti di distanza da dove vivo. Il pomeriggio e la sera, a seconda di quando finisco di lavorare, leggo le notizie e i commenti in rete, ma le mie scelte, nonostante il ventaglio delle possibilità sia incredibilmente più ampio di quando andavo in edicola ed estremamente più conveniente, non sono molto cambiate in questi anni. Continuano a esserci giornali e giornalisti che non leggo - e che non leggerò mai, da vecchio settario quale sono - e giornali e giornalisti che leggo con passione e interesse. Secondo lo stesso principio per cui non ho mai guardato i telegiornali delle reti Mediaset e ho ormai smesso da tempo di guardare quelli dei tre principali canali della Rai.
La rete mi ha permesso di fare una specie di mio "giornale ideale" - un po' come una volta c'era la selezione "resto del mondo", con i migliori calciatori di tutti gli altri paesi che giocavano contro una specifica nazionale - così leggo sempre Serra e Sofri da Repubblica, Franco dal Corriere, Sardo dall'Unità , Revelli e Viale dal Manifesto e così via. Poi consulto sempre Il Post, perché ci sono autori che mi piacciono e ha un taglio molto interessante, alternando notizie e approfondimenti di natura molto diversa; cerco di leggere il più regolarmente possibile alcuni altri siti, perché - come OsservatorioIraq - mi tengono informato su alcuni temi specifici. Poi capito spesso sul sito di Internazionale, l'unica rivista che comunque continuo a comprare anche in edicola. Infine leggo i blog di persone che stimo e con cui spesso sono d'accordo, come Mauro Zani e Corradino Mineo. Ora, se non ci fosse la rete questo non riuscirei mai a farlo, dovrei comprare molti quotidiani ogni giorno e comunque non potrei mai leggere i blog, ma non è la rete che ha cambiato o cambia le mie idee, quelle stanno lì e tendono a rimanere quelle o comunque cambiano - perché sono effettivamente cambiate in questi anni - per una mia evoluzione, legata anche alle letture che ho fatto e che faccio. In sostanza credo che la rete sia un'opportunità che sta a ciascuno di noi usare o non usare, usare bene o male; la rete è un mezzo - più potente di altri, senza dubbio - ma che non sostituisce in sé il messaggio. Provo a spiegare meglio questo concetto. L'accesso alla rete è diventato un elemento essenziale del progresso democratico, deve essere un diritto e giustamente Stefano Rodotà propone di inserirlo tra i diritti fondamentali della prima parte della nostra Costituzione. E' giusto e dobbiamo lottare affinché questo obiettivo sia raggiunto. Ma non facciamoci illusioni; anche in una società ideale in cui tutti abbiano accesso libero e gratuito alla rete, non è detto che ci sia maggiore trasparenza e soprattutto maggiore condivisione delle informazioni. Questa crescita di consapevolezza democratica e civile passa ancora attraverso l'educazione, la sua libertà e il suo pluralismo. E infatti non credo sia un caso che nella nostra società, in cui si restringono pericolosamente democrazia e diritti, chi è al potere faccia di tutto per smantellare la scuola pubblica e per favorire quella privata; ma questa è un'altra storia, su cui proverò a scrivere qualcosa in un'altra occasione.
Poi io - come altri - uso la rete anche in un altro modo, ci scrivo sopra o dentro, come preferite. Ho scoperto che in Italia siamo in quattro milioni ad avere un blog: è un numero interessante e significativo. Ora qualcuno potrebbe giustamente dire che in fondo i blog esistevano anche prima della rete e si chiamavano diari. Tutto sommato è giusto, anche se in questo caso il mezzo finisce per essere parte del messaggio. Anche prima della rete molte persone avevano un quaderno delle ricette, perfino mia madre e immagino anche le vostre. La rete ha offerto una possibilità in più: da un lato l'appagamento di una legittima vanità e dall'altro la curiosità di conoscere nuove cose. E qualcosa di simile avviene per tutti coloro che condividono, attraverso i loro blog, un hobby o una passione artistica. Anzi forse la rete ha offerto uno stimolo in più alla creazione artistica. Parlo ancora una volta di me: quasi sicuramente se non avessi avuto la possibilità di farli leggere a qualcun altro - oltre a mia moglie - probabilmente non avrei scritto i piccoli racconti che trovate qui. Naturalmente non se ne sentiva la mancanza e sono irrilevanti per la storia della letteratura italiana di questo secolo, ma nonostante tutto sono nati perché c'è la rete e vivono in rete. Credo che questo sia vero per creazioni artistiche di ben altra rilevanza e che invece avranno altro peso nella nostra cultura; e di questo dovremo ringraziare la rete.
Poi c'è la dimensione politica e questa, ovviamente, mi interessa di più. Io - e credo alcuni altri amici - uso questo strumento per continuare un impegno politico che in un'altra stagione mi ha visto partecipare attivamente e direttamente alla vita di un partito e, attraverso questo, delle istituzioni. Dal momento che un partito in cui militare non l'ho più, avrei dovuto smettere di partecipare, limitandomi al voto, nelle occasioni consentite. Oggettivamente la rete offre a una parte di cittadini alcune possibilità nuove, che probabilmente non abbiamo ancora del tutto capito. Riusciamo effettivamente a partecipare? In qualche modo sì. A patto di non credere alle scempiaggini sentite in questi ultimi giorni. Esiste il "popolo della Rete", di cui si favoleggia nei giornali? Ecco una cretinata spesso evocata, secondo alcuni sciocchi avrebbe avuto addirittura un ruolo nell'elezione del presidente della Repubblica, determinando la mancata elezione di Marini. Bersani - lo ricorderete - ha ordinato ai parlamentari del Pd di spegnere Twitter nelle successive elezioni, dimostrando davvero poca lucidità. Io in quei giorni ho scritto, molto, ovunque mi fosse possibile, su questo blog, su Twitter, su Facebook; ho mandato due mail a Bersani, ho mandato dei messaggi ad alcuni amici diventati deputati e senatori del Pd. Ho ottenuto qualcosa? Assolutamente no, visto che abbiamo raggiunto per me il peggior risultato possibile: la rielezione di quello che considero il più pericoloso e antidemocratico presidente della storia repubblicana, la nomina di un governo fantoccio, che risponde unicamente ai dettami delle autorità finanziarie internazionali, il ritorno sulla scena di un personaggio come B. e infine il suicidio dell'ex-Pd. Potevo stare zitto? Visti i risultati sì, ma almeno non possono dire che l'hanno fatto in mio nome e, se le mie riflessioni sono servite a far nascere un dubbio anche a una sola persona, non mi considero del tutto sconfitto. La rete serve a far esprimere pareri, a volte anche in maniera viscerale e poco ponderata, ma è più o meno lo stesso che avviene in una piazza. Anche in questo caso non c'è una differenza qualitativa, ma soltanto quantitativa.
Infine penso che sulla rete si possa organizzare quel minimo di resistenza che ci è ancora possibile. E infatti adesso, non a caso, da Napolitano in giù, hanno individuato nella rete il "nemico". Dicono che le nostre parole sono pericolose. La rete è uno spazio della democrazia e di conseguenza la vogliono limitare, così come in questi vent'anni hanno limitato il potere e il ruolo del parlamento, hanno depotenziato lo strumento referendario e sono riusciti a eliminare i partiti - a onor del vero, bisogna dire che i partiti, compreso il mio, hanno fatto di tutto per favorire questa distruzione. Poi cos'è diventato il mondo dell'informazione è sotto gli occhi di tutti, purtroppo. Proprio perché questo è l'ultimo ambito che ci è rimasto e visto che "loro" vogliono togliercelo, dobbiamo fare attenzione, non sprecare questa opportunità e soprattutto non cadere nelle provocazioni, nelle trappole che ci tenderanno sempre più spesso e in maniera sempre più subdola. Ad esempio dobbiamo evitare una possibilità che pure la rete ci offre, ossia quella di restare anonimi: dobbiamo metterci la firma e la faccia, sempre. Per me è essenziale e credo debba diventare una delle regole base di questa nuova resistenza. E pur senza cadere nell'errore di porci castranti autocensure, non dobbiamo usare un linguaggio che inneggia alla violenza. In nessuna occasione e contro nessuno, neppure contro quello che odiamo di più, non serve nemmeno che vi dica chi è. Anzi, su questo dobbiamo essere per primi noi resistenti a chiedere il rispetto delle regole; nei giorni scorsi Rodotà ha detto su questo punto alcune parole molto chiare, che faccio mie: "La rete non ha bisogno di una legge speciale, le regole ci sono già. Bisogna solo farle rispettare. C'è un vecchio detto che quello che è illegale offline lo è online". Noi, proprio perché siamo più deboli, abbiamo interesse che le regole ci siano e che vengano rispettate.
Ho già avuto occasione di scriverlo, ma lo voglio ripetere. Io non ho intenzione di abbassare i toni, così come non voglio partecipare a nessuna pacificazione. In una recente occasione solenne, nel ricordare le vittime del terrorismo, Napolitano ha condannato un uso delle parole che può alzare il lvello dello scontro politico; in sostanza il presidente non vuole che si disturbi il manovratore. Io continuerò a disturbarlo, nel mio piccolo, senza nessun timore e senza nessun rispetto per la sua età e la sua storia. Naturalmente per lui e per quelli come lui sarà una puntura di spillo, ma abbiamo il dovere da farlo.

1 commento:

  1. Rita Casalgrandi18 maggio 2013 21:21

    Mi trovi assolutamente d'accordo ed apprezzo particolarmente la pacatezza nell'esprimere le critiche.

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