Sipario, sost. m.
Il 26 novembre 1965 va in onda sul Programma Nazionale della Rai la commedia di Noël Coward Al calar del sipario, nella traduzione di Renzo Nissim e con la regia di Marcello Sartarelli, un bravo artigiano della Hollywood sul Tevere, passato, come tanti suoi colleghi, alla televisione. Il nome di questo notissimo drammaturgo inglese non è molto conosciuto dal pubblico televisivo, anche se sono state trasmesse in agosto del 1963 I rubini di Lady Alessandra con Lia Zoppelli nel ruolo della protagonista - una parte che nel debutto londinese è stata di Vivien Leigh - e nel giugno dell’anno successivo Breve incontro con Carla del Poggio e Raoul Grassilli.
Qualcuno del pubblico di quella sera di fine autunno ha potuto vedere nel 1945 a teatro una celebre edizione di Spirito allegro della compagnia Morelli-Stoppa e alcuni forse ricordano Intermezzo con Sergio e Rosetta Tofano del 1937. Comunque in Italia a metà degli Sessanta Coward è un autore noto solo a pochi appassionati: i suoi testi sono “troppo” inglesi. Forse se qualche anno prima avesse accettato di essere il Dr. No nel primo film dedicato alle gesta di James Bond la sua popolarità sarebbe aumentata. Poi i testi di Coward sono troppo scandalosi, occupandosi, sotto la patina di un’apparente leggerezza, di tradimenti, di famiglie disgregate, di omosessualità, di dipendenze. E offrono l’immagine di una donna indipendente che “disturba” il pubblico borghese.
L’interesse del pubblico per questa commedia più che per l’autore è senz’altro per le protagoniste. La commedia infatti si svolge all’interno di una casa di riposo per attrici, i personaggi sono molti e quindi l’elenco delle interpreti, rigorosamente in ordine di entrata, racconta un bel pezzo di storia del teatro italiano. Questo articolo è dedicato doverosamente a loro. E anch’io comincio seguendo l’ordine dei titoli di testa.
Sarita Myrtle - Emma Gramatica. E qui c’è uno dei motivi che rendono speciale questa commedia: la grande signora del teatro - nata nel 1874 - è morta a novantuno anni l’8 novembre 1965, proprio pochi giorni dopo aver finito le riprese di Al calar del sipario. Emma, che ha debuttato adolescente accanto a Eleonora Duse nella Gioconda di D’Annunzio, racconta con la sua carriera la storia dello spettacolo del Novecento. All’inizio del secolo è una celebre Nora in Casa di bambola - Ibsen sarà un autore da lei molto amato. Negli anni Venti è la prima interprete di Ma non è una cosa seria e La signora Morli, una e due di Luigi Pirandello. Fa lunghe tournée in America e in Europa: in Germania recita in tedesco. E, pur continuando la sua attività teatrale - ha anche una sua compagnia - accompagna la nascita dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Recita alla radio - è Hedda Gabbler ancora da Ibsen - al cinema e in televisione. Nel 1944 è con la sorella Irma, un’altra grandissima, e Olga Solbelli una delle protagoniste delle Sorelle Materassi, nel 1951 Vittorio De Sica vuole che sia Lolotta in Miracolo a Milano e dieci anni dopo è indimenticabile come Desolina in Don Camillo monsignore… ma non troppo, la vecchia madre che prega ogni giorno la Madonnina del Borghetto per il figlio disperso in guerra. Nel 1955 in televisione recita ne I dialoghi delle Carmelitane, un dramma che ha portato con successo sulle scene.
È un privilegio vedere in questa commedia l’ultima interpretazione di Emma Gramatica. Certo ci appare stanca e malata, in una scena è evidente l’ombra del suggeritore che le porge la battuta, ma quando comincia a recitare illumina la scena, anche nei gesti, come quando accende con precisione maniacale e con entusiasmo fanciullesco i fiammiferi che ha rubato a una delle ospiti, perché la passione di Sarita è quella di vedere la fiamma che si accende e dopo poco svanisce. E sarà proprio questa sua mania a costringere chi dirige la casa di riposo ad allontanarla. Quando esce, accompagnata dagli infermieri, salutando le amiche, ci regala un ultimo intenso sguardo, perso nei ricordi, come un’ingenua Norma Desmond, che parte per un’ultima tournée. Vita e teatro si mescolano e diventano tutt’uno in quest’ultimo addio alle compagne di una vita sul palcoscenico. C’è un’altra scena indimenticabile. Quando si accorge che la giovane giornalista che si è intrufolata nella casa cerca di farle una fotografia e le chiede di sorridere, Sarita, che fino a quel momento ha farfugliato in maniera confusa i propri pensieri, mescolando ricordi e vaneggiamenti, dice che sì può fotografarla, ma che non sorriderà, “Perché io sono tragica” e posa, con un gesto affettato e di maniera, come tante volte ha fatto. E come tante volte ha fatto Emma.
Come ho detto la commedia racconta le vicende di una casa di riposo per vecchie attrici, “The Wings” nell’originale e “Le Quinte” nella traduzione italiana. Sono sette le ospiti, più Martha che non esce mai dalla propria camera e il cui unico legame con il mondo all’esterno della casa è Osgood Meeker, un ammiratore, più giovane di lei di venticinque anni, diventato ormai vecchio anche lui, che immancabilmente ogni settimana va a trovare l’oggetto della sua ammirazione e probabilmente di un antico amore segreto e impossibile. Il tranquillo equilibrio della casa e di quelle ospiti così particolari viene turbato dall’arrivo di Lotte Bainbridge, un’altra celebre attrice. Tutte sanno che cova una forte inimicizia tra la nuova arrivata e May Davenport, che fino a quel momento è stata la “stella” della casa: le due non si parlano da anni, anche se nessuna di loro sa quale sia il motivo. Lotte spera che quella forzata convivenza convinca May a dimenticare, ma questa non vuole cedere. Il fatto che le due non si rivolgano la parola crea tensione alla “Quinte”. Finalmente una notte, dopo che Sarita ha quasi causato l’incendio della casa, le due donne, rimaste sole, iniziano a parlare. Scopriamo così che è un uomo la causa di quell’inimicizia, un uomo che ha lasciato May per Lotte e che poi ha lasciato anche Lotte, portando in Canada il figlio.
May Davenport - Laura Carli. Nata nel 1906, debutta all’inizio degli anni Trenta nella compagnia di Renzo Ricci, poi dalla metà degli anni Quaranta ne ha una propria e in seguito diventa anche direttrice del Teatro dei Satiri a Roma. La sua carriera si sviluppa per oltre quarant’anni tra teatro, radio, cinema e televisione. Sul palcoscenico predilige autori contemporanei, al cinema è impegnata soprattutto nel doppiaggio, anche nei film di animazione - è sua la voce dell’elefantessa Catty in Dumbo, della Fata Smemorina in Cenerentola e della Rosa e della Regina di Cuori (quando canta) in Alice nel Paese delle Meraviglie - è un volto familiare nei grandi sceneggiati degli anni Cinquanta e Sessanta: è Bessy in Jane Eyre, poi è nel cast di Piccolo mondo antico, Il romanzo di un giovane povero, è Marfa Ignàt’evna ne I Fratelli Karamazov.
Lotte Bainbrigde - Wanda Capodaglio. È una voce nota della prosa alla radio, fin dai tempi dell’Eiar, e poi un volto molto conosciuto della prosa di quella bella televisione in bianco e nero. Lavora in Piccole donne, anche lei in Jane Eyre, poi è la zia Betsey in David Copperfield e Matilde Crawley ne La fiera della vanità. È nata nel 1889 in una famiglia di attori teatrali, il cui capostipite è sua nonno Luigi. Un fratello di Wanda ha sposato Anna Gramatica, la sorella minore di Irma ed Emma, anch’essa attrice. Wanda comincia proprio nella compagnia di Irma, poi lavora con Ruggero Ruggeri e alla fine degli anni Dieci ha la propria compagnia: Cechov è in questi anni il suo autore preferito. Negli anni Trenta recita molto in Germania, al fianco del celebre attore austriaco Alessandro Moissi. Dal 1939 affianca alla recitazione l’insegnamento all’Accademia nazionale d’arte drammatica: Vittorio Gassman, Tino Buazzelli, Monica Vitti, Rossella Falk, Gian Maria Volonté sono tra i suoi allievi.
Altrettanto note le attrici che completano il gruppo delle signore. E si tratta si comprimarie di grandissimo valore. Grazie al testo di Coward e alla loro bravura, queste attrici non costituiscono un coro, ma danno vita a personaggi distinti, anche se con poche battute, rivelano caratteri e passioni diverse l’una dall’altra. D’altra parte ciascuna di loro è stata una prima donna e non lo dimentica.
Diana O’Malley - Paola Borboni. Sarebbe molto riduttivo confinarla al personaggio sopra le righe che abbiamo conosciuto nell’ultima parte della sua vita grazie alle frequenti apparizioni come ospite di talk show. Questa grande attrice, nata il 1 gennaio 1900, è stata una grande interprete pirandelliana, una delle più importanti della sua generazione. All’inizio degli anni Venti è nella compagnia di Irma Gramatica e sostituisce la protagonista quando è ammalata. Lavora con Ruggeri, poi fonda una propria compagnia. Nel 1942 riporta in scena La vita che ti diedi, che il drammaturgo siciliano ha scritto per Eleonora Duse e che, a seguito delle critiche della grande attrice, è stata ritirata e non più rappresentata fino a quel momento. Borboni è un’attrice poliedrica, alterna senza problemi la commedia brillante, come Ciao Rudy di Garinei e Giovannini con le tragedie greche, passa dalla rivista a Pirandello, e anzi usa i soldi che guadagna nel teatro leggero e al cinema - interpreta oltre settanta film, in ruoli da grande caratterista - proprio per finanziare i suoi spettacoli pirandelliani e la sua attività di monologhista.
Molti autori scrivono dei testi appositamente per questi suoi fortunati recital, che Borboni registra anche su disco. Nel 1994, pochi mesi di morire, torna a Pirandello con Il berretto a sonagli. Nella commedia di Coward Paola Borboni mette tutta la sua verve, interpretando il personaggio più comico della casa, l’unico che peraltro muore in scena.
Bonita Belgrave - Elsa Merlini. È nata nel 1903 e vuole recitare, ma fatica a perdere il suo marcato accento triestino. Si trasferisce a Firenze, studia dizione e a diciassette anni debutta nella compagnia di Annibale Ninchi. Poi crea una propria compagnia con Sergio Tofano e un’altra con il suo compagno Renato Cialente. Negli anni Trenta mettono in scena molti classici e una celebre edizione di Piccola città di Thornton Wilder. In questi anni comincia anche una fortunata carriera come cantante, registra molti 78 giri, incidendo alcuni duetti con Vittorio De Sica. Superata con fatica la perdita di Cialente, Merlini dopo la guerra torna al teatro e, come tutte le sue colleghe, lavora al cinema e approda alla prosa radiofonica e televisiva: recita in Il mago della pioggia con Alberto Lupo, in Orgoglio e pregiudizio, Il mulino del Po ed è Perpetua nella bellissima edizione I promessi sposi del 1967, diretta da Sandro Bolchi. Continua a recitare fino a pochi anni prima della morte: nel 1979 è la protagonista di Mela di Dacia Maraini.
Cora Clarke - Cesarina Gheraldi. Anche lei, nata nel 1915, è un’attrice molto attiva tra teatro, radio, cinema e televisione. Entra giovanissima nella compagnia di Lamberto Picasso, poi con Antonio Gandusio e infine con Ruggero Ruggeri. Negli anni Cinquanta ha una propria compagnia e ottiene il successo: è la protagonista di La vedova scaltra con la regia di Strehler, Ippolita, Medea. Poi fonda una nuova compagnia, con Leonardo Severini, che si specializza in spettacoli dedicati al genere poliziesco e giallo. È la zia Giuseppina in Il bell’Antonio con Marcello Mastroianni e nel cast di 55 giorni a Pechino. In televisione è tra gli interpreti di Canne al vento, è Madame Thénardier ne I miserabili con Gastone Moschin e Tino Carraro e la vecchia nel castello dell’Innominato ne I promessi sposi e Mrs Allen ne La valle della paura con Nando Gazzolo che fa Sherlock Holmes.
Maud Melrose - Paola Barbara. Nata nel 1912, dopo le prime esperienze teatrali, grazie alla sua bellezza, si afferma come attrice cinematografica. Interpreta alcuni film nel cinema dei telefoni bianchi, poi è la protagonista di Amazzoni bianche del 1936, in cui mette in mostra le sue capacità di sciatrice, e dimostra la sue doti drammatiche in La peccatrice, uno dei primi film realisti. Il film, in cui Paola Barbara recita con Gino Cervi, Fosco Giachetti, Vittorio De Sica, è il grande successo alla Biennale di Venezia del 1940. Non si interessa di politica e per questo non viene considerata come una diva del regime. Nonostante le venga richiesto, non vuole nemmeno partecipare al provino per la protagonista de La cena delle beffe, ruolo che sarà di Clara Calamai: sa che Alessandro Blasetti vuole che Ginevra appaia a seno nudo e lei non vuole farlo. Nel 1943 si trasferisce in Spagna, dove gira dei film, doppia molte pellicole che la Fox, in attesa della fine della guerra, vuole distribuire in Italia. Tornata a Roma è la protagonista di La monaca di Monza con Rossano Brazzi. Ritorna al teatro e soprattutto lavora nella prosa televisiva. Anche lei è nel cast di Canne al vento ed a fianco di Ubaldo Lay in un episodio di Sheridan, squadra omicidi. Il cinema le offre ruoli secondari, con lo pseudonimo Pauline Baards appare in diversi western negli anni Settanta.
Estelle Craven - Tina Lattanzi. Per lei, nata nel 1897, la carriera teatrale comincia in maniera davvero inaspettata. Nel 1922, sposata e madre di due bambini, assiste a una recita universitaria dove conosce un giovane Vittorio De Sica, che a sua volta le presenta Tatiana Pavlova. L’attrice e regista di origini russe rimane colpita dall’eleganza di Tina e le propone di insegnarle a recitare. In poco tempo entra stabilmente nella sua compagnia. Lavora in seguito con la compagnia di Ruggeri, con cui fa una tournée in Sud America, e con quella di Mario Mattioli. Nel 1930 debutta al cinema, ma soprattutto scopre il doppiaggio. Per trent’anni e per oltre trecento film Tina Lattanzi è la doppiatrice più famosa del cinema italiano, è sua la voce di Joan Crawford, Myrna Loy, Greer Garson, Rosalind Russell, Rita Hayworth, Marlene Dietrich e soprattutto di Greta Garbo. Ed è la “cattiva” in alcuni classici della Disney: Biancaneve, La bella addormentata e Cenerentola. Insieme a Laura Carli dà la sua voce alla Regina di Cuori. Nel 1937 la diva Francesca Braggiotti vuole che sia Tina Lattanzi a doppiarla in Scipione l’africano, il colossal del regime, le offre lei stessa una cifra ingente perché vuole avere la voce di Greta Garbo. Di fronte al suo rifiuto, viene convocata dal ministro Alfieri, che la prega di ripensarci, arrivando a minacciarla del confino. Lattanzi non ha paura: “Se lei dovesse scegliere tra me la Braggiotti, chi preferirebbe?”. “Lei”, risponde il ministro. “Ecco, io ho fatto la stessa cosa”. Continua a lavorare in teatro. Desta scandalo il suo costume di scena in L’imperatore d’America di George Bernard Shaw del 1942: sembra nuda. La censura, sollecitata dalla chiesa e dalla stampa conservatrice, vuole bloccare le repliche: deve intervenire Mussolini per far sì che lo spettacolo non venga chiuso. Continua a lavorare al cinema: Luchino Visconti la vuole come nobildonna ne Il Gattopardo. Negli anni Cinquanta insegna recitazione presso il Centro sperimentale di cinematografia. All’inizio degli anni Sessanta, quando le dive della Golden Age del cinema americano smettono di recitare, anche la carriera di Tina Lattanzi segna una battuta d’arresto. Torna a teatro. Garinei e Giovannini la scritturano per il ruolo della madre del professor Higgins in My Fair Lady, accanto a Delia Scala e Gianrico Tedeschi, e in Ciao Rudy. Ma recita anche in opere impegnate come Nerone è morto? e con l’amica Paola Borboni in Becket e il suo re. Ed è una presenza ricorrente nella prosa della Rai: Ottocento, Zio Vanja, Il conte di Montecristo, Il Circolo Pickwick sono tra i titoli entrati nella storia della televisione.
Ecco adesso mettetevi comodi e guardate su YouTube queste regine (il link, qui). E poi arriveranno altre storie. La prossima puntata sarà dedicata alla versione di Broadway in cui si fronteggiano Lauren Bacall e Rosemary Harris. E la terza all’originale inglese.
martedì 4 aprile 2023
sabato 25 marzo 2023
Verba volant (830): sfortuna...
Sfortuna, sost. f.
Ci sono delle vecchie storie che vengono raccontate di continuo ai tavoli di Sardi’s e durante le lunghe pause nei backstage, come quella del fantasma di Olive Thomas - che “vive” ancora al New Amsterdam sulla 42esima (1) - o quella di Jackson Mortinsen o, come lo chiamano tutti a Broadway, The Unlucky Jack (2).
Certamente Jack è stato sfortunato nella sua carriera, eppure lui nel destino ci ha sempre creduto. D’altra parte solo il destino poteva far sì che si ritrovassero e si incontrassero a Hurtsboro sua padre Jozef e sua madre Anna, arrivati in America, senza conoscersi, dalla stessa città, Bratislava, nei primi anni del Novecento (3). A dire la verità la parte davvero incredibile di questa storia è che quel falegname e quella sarta siano arrivati, facendo lunghi viaggi, in quel piccolo e dimenticato paese in mezzo all’Alabama. Una volta giunti lì era naturale che si incontrassero: erano gli unici slovacchi nella chiesa di padre O’Malley.
Jackson è nato a Hurtsboro il 24 giugno 1913. A Jack piace andare a scuola e adora giocare a baseball, ma più di tutto ama cantare. A Hurtsboro l’unica occasione per farlo è il coro della chiesa battista e così Jack la domenica mattina va a messa nella chiesina cattolica di padre O’Malley e poi va a cantare con i suoi compagni di scuola nella congregazione di padre Davis: è l’unico ragazzo bianco, ma ha una voce potente. E poi gioca bene anche a football, a padre Davis fa comodo un ragazzo così nella sua chiesa. A Jack piace anche ballare, ma quello è impossibile a Hurtsboro. I genitori delle ragazze nere non vogliono che Jack balli con le loro figlie e quelli delle ragazze bianche non vogliono che le loro figlie parlino con “quello che canta con i negri”. La passione per il ballo Jack l’ha presa da sua madre e così lui può ballare solo con lei.
Nel 1935, quando ha ventidue anni, Jack decide di lasciare Hurtsboro: vuole far fortuna, magari cantando, ma soprattutto sa che per lui rimanere lì è un pericolo, quelli del Ku Klux Klan gli fanno capire che non c’è posto per quelli come lui in città (4).
A New York Jack studia ballo, lavora nelle giostre a Coney Island, frequenta i vaudeville, consegna i giornali, si esibisce in qualche serata del dilettante, fa il lavapiatti da Childs’ a Brooklyn, al 503 di Fulton Street (5), corteggia Orthense, una commessa di Macy’s che va sempre a mangiare in quel ristorante, fa un provino dopo l’altro.
Finalmente, il 2 gennaio 1940, la telefonata che sta aspettando da quando è arrivato in città. Il suo agente gli dice che quattro giorni dopo debutterà a Broadway in Very Warm for May (6): un tale ha mollato e la produzione cerca un sostituto per la parte dell’elettricista. Un piccolo ruolo, ma è Broadway, ragazzo mio. Il giorno successivo, alle nove precise deve essere all’Alvin Theatre e chiedere dell’aiuto regista William Torpey. Il vecchio agente preferisce non raccontargli che lui è il sostituto del sostituto. Pare che sia già il quarto che lascia dopo neppure due mesi di repliche.
Jack non sta nella pelle: il 6 gennaio è il compleanno di sua madre. È un segno del destino e lui ci crede nel destino. Si licenzia da Childs’ e quella sera porta Orthense a cena fuori. Vanno a Manhattan, passeggiano lungo la 52esima e si fermano davanti ai manifesti dell’Alvin Theatre. Jack è al settimo cielo: il nuovo musical di Kern e Hammerstein, di nuovo insieme dopo che il compositore è stato per qualche anno a Hollywood. Lo spettacolo ha debuttato a novembre: rimarrà in cartellone almeno un anno, sarà un successo come Show Boat, e dopo lui e Orthense potranno sposarsi.
La mattina dopo Jack è puntualissimo. Una sarta gli sistema alla meglio il vestito di scena, un assistente gli dà il copione e gli spiega quello che deve fare. Jack non nota i musi lunghi della compagnia, che lo accolgono senza troppo entusiasmo.
Finalmente sabato sera Jack Mortinsen debutta a Broadway. A Orthense sembra strano che il teatro sia mezzo vuoto, ma è felice di vedere il suo Jack là sul palco e quando alla fine tutti escono sulla ribalta lei è quella che applaude con più entusiasmo. Calato il sipario William Torpey chiede alla compagnia di fermarsi un momento prima di tornare nei camerini: annuncia che quella è stata l’ultima replica, Max Gordon ha deciso di chiudere lo spettacolo. Da lunedì potranno andare nell’ufficio in Times Square per ricevere l’ultima paga. Jack è l’unico che rimane sorpreso da quella notizia, che tutti evidentemente si stanno aspettando (7).
Per fortuna il suo capo da Childs’ non ha ancora assunto un nuovo lavapiatti. Sono passati solo pochi mesi dal suo sfortunato debutto a Broadway, ma Jack crede che la grande occasione stia per arrivare. Spulcia i numeri di Variety per avere informazioni sulle nuove produzioni, telefona ogni settimana al suo agente per sapere se ci sono audizioni adatte a lui. Finalmente ad agosto crede di aver trovato quella giusta: il ruolo di quello squattrinato cantante di nightclub sembra fatto per lui.
Ed effettivamente il provino per il ruolo del protagonista in Pal Joey va bene. Jerome Whyte ed Edison Rice scelgono lui e altri cinque tra i tanti che si sono presentati all’audizione. Al regista George Abbott, al coreografo Robert Alton e a Richard Rodgers, che ha composto la musica delle canzoni, spetta la decisione finale. Viene fatto un sorteggio per decidere l’ordine con cui si esibiranno. Jack è il sesto. Pensa sia di buon augurio: si ricorderanno di lui quando dovranno prendere la decisione. Jack conosce di vista anche gli altri. Li ha visti ballare tutti, tranne quel suo coetaneo di Pittsburgh, che però dicono sia più un coreografo che un ballerino. Sa che ha preparato i numeri per una rivista di Billy Rose. Jack è nervoso, ma è convinto di poterli convincere con la sua esibizione. Rimane in camerino mentre si esibisce quello prima di lui, che è proprio quello di Pittsburgh. Alla fine del suo numero Jack è soddisfatto, pensa di aver fatto bene. Purtroppo Rodgers e Abbott assistono un po’ distratti all’esibizione di Jack. Hanno già scelto: solo Gene Kelly può essere Joey Evans o, come lo chiamano tutti a Chicago, Pal Joey. Sarà il primo e l’ultimo spettacolo di Broadway di quel ballerino di Pittsburgh: la stella di Gene Kelly è destinata a brillare a Hollywood (8).
Adesso fa il cameriere, la paga è più alta e poi ci sono le mance. Lui e Orthense si sono sposati, anche senza l’ingaggio a Broadway. A settembre, quando un amico gli dice che Sam Harris sta allestendo un nuovo spettacolo e sta cercando un cantante per interpretare la parte di un fotografo gay (9), Jack non ci pensa due volte e chiede al suo agente di poter fare un provino. Non si tratta di un ruolo da protagonista, ma è il musical per cui Ira è tornato a scrivere, tre anni dopo la morte di George. E con la musica di Kurt Weill. A Broadway c’è una grande attesa ed essere nel cast, a fianco di una regina come Gertrude Lawrence, per Jack sarebbe la svolta.
Il provino va bene: Harris gli dice che ci sono ottime possibilità. Ma proprio quella sera il librettista Moss Hart, che è anche il regista di Lady in the Dark, decide di prendersi una pausa dal lavoro e porta sua moglie a La Martinique, il nightclub sulla 57esima. Si esibiscono marito e moglie: lei è Sylvia Fine, suona il piano e compone canzoni, lui si chiama Danny Kaye, canta, fa battute, imita ogni cosa, incanta il pubblico con la sua bravura. Dopo quella sera Moss non ha dubbi: sarà lui a interpretare Russell e proprio sulle sue incredibili capacità Ira Gershwin e Kurt Weill scrivono la canzone Tschaikowsky (and Other Russians): solo Danny riesce a snocciolare i nomi di cinquanta compositori russi in meno di quaranta secondi. Quello spettacolo segna la carriera di quell’attore di Brooklyn, i cui genitori sono arrivati dall’Ucraina (10).
All’inizio del 1941, quando il suo capo decide di andare in pensione propone ai manager di Childs’ che Jack lo sostituisca: conosce il lavoro, si impegna, e gli è appena nato un bambino. Jack continua a leggere Variety, ma ormai non ha più un agente. Si esibisce in qualche serata del dilettante nei locali di Brooklyn. Gli piace andare a teatro con Orthense. Nel 1948 la Child’s gli affida la direzione del proprio ristorante nel Paramount Building, al 1501 di Broadway (11). In fondo Jack nel destino ci ha sempre creduto.
Ed è proprio ai tavoli di quel ristorante Childs’ frequentato da tanti appassionati del teatro che Jack sente raccontare per la prima volta la storia di questo attore sfortunato, il cui primo spettacolo è stato chiuso proprio il giorno del suo debutto e che non è diventato una star per colpa di Gene Kelly e di Danny Kaye. A dire il vero nel corso degli anni la storia di The Unlucky Jack si arricchisce di altri episodi, molti del tutto inventati e alcuni capitati ad altri attori, come quella volta che il balconcino di Giulietta è caduto in testa a Romeo all’Imperial Theatre (12). Jack conosce la vera storia di quell’attore sfortunato, ma non la racconta a nessuno.
Ci sono delle vecchie storie che vengono raccontate di continuo ai tavoli di Sardi’s e durante le lunghe pause nei backstage, come quella del fantasma di Olive Thomas - che “vive” ancora al New Amsterdam sulla 42esima (1) - o quella di Jackson Mortinsen o, come lo chiamano tutti a Broadway, The Unlucky Jack (2).
Certamente Jack è stato sfortunato nella sua carriera, eppure lui nel destino ci ha sempre creduto. D’altra parte solo il destino poteva far sì che si ritrovassero e si incontrassero a Hurtsboro sua padre Jozef e sua madre Anna, arrivati in America, senza conoscersi, dalla stessa città, Bratislava, nei primi anni del Novecento (3). A dire la verità la parte davvero incredibile di questa storia è che quel falegname e quella sarta siano arrivati, facendo lunghi viaggi, in quel piccolo e dimenticato paese in mezzo all’Alabama. Una volta giunti lì era naturale che si incontrassero: erano gli unici slovacchi nella chiesa di padre O’Malley.
Jackson è nato a Hurtsboro il 24 giugno 1913. A Jack piace andare a scuola e adora giocare a baseball, ma più di tutto ama cantare. A Hurtsboro l’unica occasione per farlo è il coro della chiesa battista e così Jack la domenica mattina va a messa nella chiesina cattolica di padre O’Malley e poi va a cantare con i suoi compagni di scuola nella congregazione di padre Davis: è l’unico ragazzo bianco, ma ha una voce potente. E poi gioca bene anche a football, a padre Davis fa comodo un ragazzo così nella sua chiesa. A Jack piace anche ballare, ma quello è impossibile a Hurtsboro. I genitori delle ragazze nere non vogliono che Jack balli con le loro figlie e quelli delle ragazze bianche non vogliono che le loro figlie parlino con “quello che canta con i negri”. La passione per il ballo Jack l’ha presa da sua madre e così lui può ballare solo con lei.
Nel 1935, quando ha ventidue anni, Jack decide di lasciare Hurtsboro: vuole far fortuna, magari cantando, ma soprattutto sa che per lui rimanere lì è un pericolo, quelli del Ku Klux Klan gli fanno capire che non c’è posto per quelli come lui in città (4).
A New York Jack studia ballo, lavora nelle giostre a Coney Island, frequenta i vaudeville, consegna i giornali, si esibisce in qualche serata del dilettante, fa il lavapiatti da Childs’ a Brooklyn, al 503 di Fulton Street (5), corteggia Orthense, una commessa di Macy’s che va sempre a mangiare in quel ristorante, fa un provino dopo l’altro.
Finalmente, il 2 gennaio 1940, la telefonata che sta aspettando da quando è arrivato in città. Il suo agente gli dice che quattro giorni dopo debutterà a Broadway in Very Warm for May (6): un tale ha mollato e la produzione cerca un sostituto per la parte dell’elettricista. Un piccolo ruolo, ma è Broadway, ragazzo mio. Il giorno successivo, alle nove precise deve essere all’Alvin Theatre e chiedere dell’aiuto regista William Torpey. Il vecchio agente preferisce non raccontargli che lui è il sostituto del sostituto. Pare che sia già il quarto che lascia dopo neppure due mesi di repliche.
Jack non sta nella pelle: il 6 gennaio è il compleanno di sua madre. È un segno del destino e lui ci crede nel destino. Si licenzia da Childs’ e quella sera porta Orthense a cena fuori. Vanno a Manhattan, passeggiano lungo la 52esima e si fermano davanti ai manifesti dell’Alvin Theatre. Jack è al settimo cielo: il nuovo musical di Kern e Hammerstein, di nuovo insieme dopo che il compositore è stato per qualche anno a Hollywood. Lo spettacolo ha debuttato a novembre: rimarrà in cartellone almeno un anno, sarà un successo come Show Boat, e dopo lui e Orthense potranno sposarsi.
La mattina dopo Jack è puntualissimo. Una sarta gli sistema alla meglio il vestito di scena, un assistente gli dà il copione e gli spiega quello che deve fare. Jack non nota i musi lunghi della compagnia, che lo accolgono senza troppo entusiasmo.
Finalmente sabato sera Jack Mortinsen debutta a Broadway. A Orthense sembra strano che il teatro sia mezzo vuoto, ma è felice di vedere il suo Jack là sul palco e quando alla fine tutti escono sulla ribalta lei è quella che applaude con più entusiasmo. Calato il sipario William Torpey chiede alla compagnia di fermarsi un momento prima di tornare nei camerini: annuncia che quella è stata l’ultima replica, Max Gordon ha deciso di chiudere lo spettacolo. Da lunedì potranno andare nell’ufficio in Times Square per ricevere l’ultima paga. Jack è l’unico che rimane sorpreso da quella notizia, che tutti evidentemente si stanno aspettando (7).
Per fortuna il suo capo da Childs’ non ha ancora assunto un nuovo lavapiatti. Sono passati solo pochi mesi dal suo sfortunato debutto a Broadway, ma Jack crede che la grande occasione stia per arrivare. Spulcia i numeri di Variety per avere informazioni sulle nuove produzioni, telefona ogni settimana al suo agente per sapere se ci sono audizioni adatte a lui. Finalmente ad agosto crede di aver trovato quella giusta: il ruolo di quello squattrinato cantante di nightclub sembra fatto per lui.
Ed effettivamente il provino per il ruolo del protagonista in Pal Joey va bene. Jerome Whyte ed Edison Rice scelgono lui e altri cinque tra i tanti che si sono presentati all’audizione. Al regista George Abbott, al coreografo Robert Alton e a Richard Rodgers, che ha composto la musica delle canzoni, spetta la decisione finale. Viene fatto un sorteggio per decidere l’ordine con cui si esibiranno. Jack è il sesto. Pensa sia di buon augurio: si ricorderanno di lui quando dovranno prendere la decisione. Jack conosce di vista anche gli altri. Li ha visti ballare tutti, tranne quel suo coetaneo di Pittsburgh, che però dicono sia più un coreografo che un ballerino. Sa che ha preparato i numeri per una rivista di Billy Rose. Jack è nervoso, ma è convinto di poterli convincere con la sua esibizione. Rimane in camerino mentre si esibisce quello prima di lui, che è proprio quello di Pittsburgh. Alla fine del suo numero Jack è soddisfatto, pensa di aver fatto bene. Purtroppo Rodgers e Abbott assistono un po’ distratti all’esibizione di Jack. Hanno già scelto: solo Gene Kelly può essere Joey Evans o, come lo chiamano tutti a Chicago, Pal Joey. Sarà il primo e l’ultimo spettacolo di Broadway di quel ballerino di Pittsburgh: la stella di Gene Kelly è destinata a brillare a Hollywood (8).
Adesso fa il cameriere, la paga è più alta e poi ci sono le mance. Lui e Orthense si sono sposati, anche senza l’ingaggio a Broadway. A settembre, quando un amico gli dice che Sam Harris sta allestendo un nuovo spettacolo e sta cercando un cantante per interpretare la parte di un fotografo gay (9), Jack non ci pensa due volte e chiede al suo agente di poter fare un provino. Non si tratta di un ruolo da protagonista, ma è il musical per cui Ira è tornato a scrivere, tre anni dopo la morte di George. E con la musica di Kurt Weill. A Broadway c’è una grande attesa ed essere nel cast, a fianco di una regina come Gertrude Lawrence, per Jack sarebbe la svolta.
Il provino va bene: Harris gli dice che ci sono ottime possibilità. Ma proprio quella sera il librettista Moss Hart, che è anche il regista di Lady in the Dark, decide di prendersi una pausa dal lavoro e porta sua moglie a La Martinique, il nightclub sulla 57esima. Si esibiscono marito e moglie: lei è Sylvia Fine, suona il piano e compone canzoni, lui si chiama Danny Kaye, canta, fa battute, imita ogni cosa, incanta il pubblico con la sua bravura. Dopo quella sera Moss non ha dubbi: sarà lui a interpretare Russell e proprio sulle sue incredibili capacità Ira Gershwin e Kurt Weill scrivono la canzone Tschaikowsky (and Other Russians): solo Danny riesce a snocciolare i nomi di cinquanta compositori russi in meno di quaranta secondi. Quello spettacolo segna la carriera di quell’attore di Brooklyn, i cui genitori sono arrivati dall’Ucraina (10).
All’inizio del 1941, quando il suo capo decide di andare in pensione propone ai manager di Childs’ che Jack lo sostituisca: conosce il lavoro, si impegna, e gli è appena nato un bambino. Jack continua a leggere Variety, ma ormai non ha più un agente. Si esibisce in qualche serata del dilettante nei locali di Brooklyn. Gli piace andare a teatro con Orthense. Nel 1948 la Child’s gli affida la direzione del proprio ristorante nel Paramount Building, al 1501 di Broadway (11). In fondo Jack nel destino ci ha sempre creduto.
Ed è proprio ai tavoli di quel ristorante Childs’ frequentato da tanti appassionati del teatro che Jack sente raccontare per la prima volta la storia di questo attore sfortunato, il cui primo spettacolo è stato chiuso proprio il giorno del suo debutto e che non è diventato una star per colpa di Gene Kelly e di Danny Kaye. A dire il vero nel corso degli anni la storia di The Unlucky Jack si arricchisce di altri episodi, molti del tutto inventati e alcuni capitati ad altri attori, come quella volta che il balconcino di Giulietta è caduto in testa a Romeo all’Imperial Theatre (12). Jack conosce la vera storia di quell’attore sfortunato, ma non la racconta a nessuno.
Jackson Mortinsen è morto nella sua casa di Brooklyn il 6 gennaio 1984: una data che gli sarebbe piaciuta. In fondo lui ci credeva nel destino. È sepolto al cimitero di Green-Wood, non molto lontano dalla tomba di Frank Morgan, il mago di Oz. E da quella di Leonard Bernstein (13). Andate a salutarlo quando passate da Brooklyn.
Nella foto di apertura, Jackson Mortinsen, nella sola immagine che ci è rimasta di lui, negli anni Quaranta a New York (non sappiamo chi l’abbia ritratto). Stiamo ancora cercando, ma non sembra ci siano foto di scena di Mortinsen.
Note
Nella foto di apertura, Jackson Mortinsen, nella sola immagine che ci è rimasta di lui, negli anni Quaranta a New York (non sappiamo chi l’abbia ritratto). Stiamo ancora cercando, ma non sembra ci siano foto di scena di Mortinsen.
Note
1) Hanson, Nils, Lillian Lorraine. The Life and Times of a Ziegfeld Diva, McFarland Publishing 2011, pagg. 101-102.
2) Mulligan, Jerry, The Unfortunate Case of Jackson Mortinsen, University of Alabama Press 1999.
3) Stolarik, M. Mark, Where is My Home? Slovak Immigration to North America (1870-2010), Peter Lang AG 2012, pag. 205.
4) In merito alle tensioni razziali in questa città dell’Alabama merita di essere ricordato l’Hurtsboro race riot, New Race War Is On, "The Topeka State Journal", 30 dicembre 1920.
5) Brooklyn Telephone Directory, Winter 1939-1940, New York Telephone Company.
6) Out-of-Town Openings, "Billboard", 4 novembre 1939.
7) Brooks Atkinson, Justin, It’s not so hot for November, "New York Times", 6 novembre 1939.
8) Hyland, William, Richard Rodgers, Yale University Press 1998. pp. 126-131.
9) Capsuto, Steven, Alternate Channels: The Uncensored Story of Gay and Lesbian Images on Radio and Television, Ballantine Books 2000, pag. 31.
10) McClung, Bruce, Lady in the Dark, Biography of a Musical, Oxford University Press 2007.
11) Robins, Anthony W., New York Art Deco: A Guide to Gotham’s Jazz Age Architecture, State University of New York Press 2017, pagg. 90-91.
12) Hawkins, Hubert, Shakesperare on Broadway, Penguin Random House 1986, pag. 121
13) Reynolds, Donald, The Architecture of New York City: Histories and Views of Important Structures, Sites, and Symbols, New York: J. Wiley 1994, pagg. 318-319 e CWCG Cemetery Report
2) Mulligan, Jerry, The Unfortunate Case of Jackson Mortinsen, University of Alabama Press 1999.
3) Stolarik, M. Mark, Where is My Home? Slovak Immigration to North America (1870-2010), Peter Lang AG 2012, pag. 205.
4) In merito alle tensioni razziali in questa città dell’Alabama merita di essere ricordato l’Hurtsboro race riot, New Race War Is On, "The Topeka State Journal", 30 dicembre 1920.
5) Brooklyn Telephone Directory, Winter 1939-1940, New York Telephone Company.
6) Out-of-Town Openings, "Billboard", 4 novembre 1939.
7) Brooks Atkinson, Justin, It’s not so hot for November, "New York Times", 6 novembre 1939.
8) Hyland, William, Richard Rodgers, Yale University Press 1998. pp. 126-131.
9) Capsuto, Steven, Alternate Channels: The Uncensored Story of Gay and Lesbian Images on Radio and Television, Ballantine Books 2000, pag. 31.
10) McClung, Bruce, Lady in the Dark, Biography of a Musical, Oxford University Press 2007.
11) Robins, Anthony W., New York Art Deco: A Guide to Gotham’s Jazz Age Architecture, State University of New York Press 2017, pagg. 90-91.
12) Hawkins, Hubert, Shakesperare on Broadway, Penguin Random House 1986, pag. 121
13) Reynolds, Donald, The Architecture of New York City: Histories and Views of Important Structures, Sites, and Symbols, New York: J. Wiley 1994, pagg. 318-319 e CWCG Cemetery Report
martedì 21 marzo 2023
Verba volant (829): scherma...
Scherma, sost. f.
Negli anni Trenta a Hollywood nessuno è bravo a tirare di scherma come Basil Rathbone - d’altra parte ai tempi della prima guerra mondiale è stato per due anni consecutivi il campione dell’esercito inglese - ma sul grande schermo perde sempre, perché Basil negli anni Trenta a Hollywood è il villain per antonomasia. E il “cattivo” deve sempre perdere.
Basil nasce a Johannesburg nel 1892. Sua madre è una violinista e il padre un ingegnere minerario. I Rathbone devono lasciare la Repubblica Sudafricana quando Basil ha solo tre anni, perché il padre è accusato di aver preso parte a un tentativo di rovesciare il governo del presidente Kruger. Il ragazzo ha ottimi voti al liceo ed eccelle negli sport, il padre spera di farne un uomo d’affari e tira un sospiro di sollievo quando viene assunto dalla Liverpool and London Globe Insurance Company, perché Basil dimostra una “pericolosa” passione per il teatro, alimentata dal cugino, l’attore e impresario Frank Benson. Grazie a lui Basil debutta nel 1911 come Ortensio ne La bisbetica domata nella seconda compagnia che porta quella commedia in giro per la provincia. L’anno dopo, sempre con la seconda compagnia Benson, va a Broadway: si tratta di piccole parti, ma quel giovane si fa notare, tanto che nel 1915 il cugino lo chiama a recitare nella prima compagnia, insieme a lui: è Lisandro nel Sogno di una notte di mezza estate.
Scoppia la guerra contro la Germania e l’Impero Austro-ungarico e Basil si arruola. Nel suo reggimento c’è anche Claude Rains, un altro giovane che vuole fare strada nel West End. Basil si distingue sul campo di battaglia, serve sul fronte occidentale, dimostrando una particolare abilità nel lavoro di intelligence. Convince i suoi superiori a mandarlo a esplorare le posizioni durante il giorno, invece che la notte come si faceva di solito. Si “traveste” da albero: realizza una speciale tuta mimetica e si copre la testa con delle foglie appena raccolte. Sono missioni pericolose, ma il capitano Rathbone dimostra un grande coraggio. E ottiene la Military Cross.
Congedato, Basil decide che le assicurazioni non fanno per lui: il richiamo del teatro è troppo forte. Nel 1919 con la New Shakespeare Company partecipa al Summer Festival di Stratford-upon-Avon: interpreta Romeo, Florizel in Il racconto d’inverno, Cassio, Ferdinando ne La tempesta. L’anno successivo è finalmente il protagonista del nuovo dramma di George du Maurier, Peter Ibbetson, che ha debuttato a Broadway nel 1917 con John Barrymore. È un successo che fa finalmente decollare la carriera dell’attore. Nell’ottobre del 1923 torna a New York, ma questa volta come protagonista di The Swan con Eva Le Gallienne, una delle attrici più famose e chiacchierate di Broadway. Per tutti gli anni Venti fa la spola tra Londra e gli Stati Uniti.
Il 29 settembre 1926 debutta all’Empire Theatre di Broadway con il dramma di Édouard Bourdet The Captive con Helen Menken. È la prima volta che si affronta in maniera così esplicita sul palcoscenico il tema dell’omosessualità femminile. Il pubblico, specialmente femminile - si calcola che l’ottanta per cento sia composto da donne - assicura un successo allo spettacolo. La chiesa cattolica si schiera contro lo spettacolo, spalleggiata da William Randolph Hearst che scatena i suoi giornali. Disturba in particolare che Iréne sia lesbica senza soffocare la propria femminilità, senza adeguarsi agli stereotipi che quei “moralisti” hanno in testa. Il vicesindaco Joseph V. McKee, approfittando del fatto che il sindaco Jimmy Walker è in vacanza, ordina alla polizia di chiudere lo spettacolo. Il 9 febbraio 1927, durante il secondo atto, i poliziotti irrompono sul palco e tutti gli attori sono arrestati. Rathbone si indigna per questa cosa, pensa che a teatro si possa affrontare ogni tema. In Italia La prigioniera verrà messa in scena nel 1944 con Gino Cervi e Evi Maltagliati (Titania nel Sogno al Giardino dei Boboli): la chiesa cattolica fa pressione sul sottosegretario Andreotti per imporre il divieto, ma non riesce a bloccare lo spettacolo. Intanto Basil continua a lavorare, specialmente negli Stati Uniti, recita con Ethel Barrymore e in diverse occasioni con la grande Katharine Cornell, con cui mette in scena un’acclamata edizione di Romeo e Giulietta.
Naturalmente Hollywood si accorge di questo attore dallo sguardo altero e che sa usare la spada con incredibile talento. Negli anni Venti interpreta alcuni film muti, ma certamente lui non ha problemi a passare al sonoro.
Finalmente nel 1930 è il protagonista di The Bishop Murder Case. La Metro punta su di lui per il personaggio del detective elegante e snob Philo Vance, mentre negli stessi anni la Paramount ha affidato quel ruolo a William Powell. È un successo, anche se il nome di Basil Rathbone rimarrà legato a quello di un altro celeberrimo investigatore. Negli anni Settanta l’Italia avrà con Giorgio Albertazzi un grande Philo Vance, forse il migliore.
Né i tre film che Powell gira per la Paramount, né quello che gira successivamente per la Warner, né quello di Rathbone riescono a rendere sul grande schermo le complesse trame dei romanzi di S.S. Van Dine. Ottengono buoni risultati al botteghino perché sfruttano il successo commerciale dei libri, ma nulla più. Solo The Canary Murder Case si ritaglia un posto nella storia del cinema, perché la Paramount vuole nella parte di Margaret, la “Canarina” appunto, la donna uccisa attorno a cui ruotano molti uomini, la diva Louise Brooks, una donna che dà scandalo. Il film è girato inizialmente come muto, ma lo studio si accorge che è necessario trasformarlo in un talkie. Ma Louise è partita per Berlino, per interpretare Lulu nel nuovo film di Georg Wilhelm Pabst e si rifiuta di tornare a Hollywood per doppiare il film e girare alcune nuove scene. Sarà Margaret Livingston a dare la voce a Louise, che rimane una diva del muto, dei Roaring Twenties, destinata - come la “Canarina” - a “morire” artisticamente nel fiore della sua bellezza.
Invece, andando avanti negli anni Trenta la carriera cinematografica di Basil Rathbone si afferma. E diventa “cattivo”. È Mr. Murdstone in David Copperfield e Karenin in Anna Karenina con la bellissima Greta Garbo. E finalmente può tornare a tirare di spada contro il “buono” Errol Flynn in Captain Blood e The Adventures of Robin Hood, cercando invano di sposare Olivia de Havilland, che però ha occhi - e che occhi - solo per il suo rivale. Basil insegna all’amico Errol come migliorare la sua tecnica nella scherma, anche perché sa che in entrambi i film deve essere sconfitto. Nel 1940 insegna anche a Tyrone Power che interpreta l’eroe in The Mark of Zorro, mentre lui è il capitano Esteban Pasquale. E la bella è Linda Darnell.
Nel 1939 è anche il cattivissimo Riccardo III in Tower of London, un altro film che gli permette di maneggiare la spada.
Solo in due duelli può vincere. In Romeo and Juliet del 1936, diretto da George Cukor, con Leslie Howard e Norma Shearer nei ruoli del titolo, è Tebaldo che sconfigge John Barrymore che interpreta Mercuzio. Per questo film Basil ottiene la sua prima nomination all’Oscar. E in The Mark of Zorro sconfigge Eugene Pallette. Eugene, basso, grassottello e con un fisico non proprio atletico, è comunque un buon schermidore - anche per questo ottiene due anni prima la parte di Frate Tuck - ma non può certo competere con Basil.
È nel 1939 che la carriera di Basil Rathbone ha una svolta quando interpreta il ruolo del protagonista nel colossal di David O. Selznick Gone with the Wind, accanto a Vivien Leigh, dove ritrova Olivia de Havilland e Leslie Howard. Sì, lo so che la parte di Rhett Butler è andata a Clark Gable, ma Margaret Mitchell pensa proprio a Basil per quel ruolo. E se fosse andata così il cast del grande film sugli Stati del Sud sarebbe stato tutto inglese. Comunque la Twenty Century Fox quell’anno - un anno d’oro per il cinema americano (da Ombre rosse al Mago di Oz, da Ninotchka a Mr Smith va a Washington) - produce The Hound of the Baskervilles, ingaggiando Basil Rathbone e Nigel Bruce rispettivamente per i ruoli di Sherlock Holmes e del Dr. Watson. A dire la verità il primo nome sulla locandina - e quello che ha il cachet più alto - è quello di Richard Greene, che interpreta Harry Baskerville. Richard non farà particolarmente successo a Hollywood, torna in Inghilterra e qui negli anni Cinquanta gira una fortunata serie per ragazzi dedicata a Robin Hood. Quel film è un successo inaspettato, in pochi mesi viene girato The Adventures of Sherlock Holmes e i nomi di Rathbone e Bruce sono in alto sopra il titolo. Dal 1942 al 1947 usciranno altri dodici film dedicati al detective di Baker Street - prodotti dall’Universal - e dal ’39 al ’46 i due attori riprendono i loro personaggi in una popolarissima serie radiofonica. Ormai Basil Rathbone non è più il cattivo dei film di cappa e spada, è Sherlock Holmes, con il cappello da deerstalker e il mantello Inverness.
Il personaggio rimane incollato a Basil che, faticando negli anni successivi a trovare buoni ingaggi cinematografici, per lavorare - e, dicono i maligni, mantenere il costoso stile di vita della seconda moglie - non esita a indossare i panni del detective per una puntata del popolarissimo show di Milton Berle e per gli spot degli insetticidi Getz. Tenta di portare Sherlock anche a Broadway, ma lo spettacolo è un fiasco. Basil vorrebbe Nigel accanto a sé, ma l’amico sta male. La sua morte l’8 ottobre 1953, proprio durante le prove, deprime Rathbone e lo spettacolo viene chiuso solo dopo tre repliche.
Non è facile per Basil Rathbone continuare a lavorare dopo Sherlock Holmes. Ritorna volentieri a teatro dove ottiene grandi soddisfazioni. Nel 1948 riceve un Tony per la produzione originale di The Heiress. Ma l’anno successivo per l’adattamento cinematografico viene scelto Ralph Richardson, con Olivia de Havilland nella parte della figlia. Lavora molto in televisione, incide dischi di storie dell’orrore, come The Night Before Christmas, e molti racconti di Edgar Allan Poe - insieme a Vincent Price - e accetta di partecipare a thriller commerciali di scarsa qualità e basso budget. Con Boris Karloff, Vincent Price e Peter Lorre diventa uno dei Big Four dei film horror dell’American International Pictures. Insieme nel 1963 girano The Comedy of Terrors, film che ricordiamo soltanto per il cast.
Finalmente nel 1955 Basil Rathbone ritorna a tirare di scherma. Il film è la commedia musicale The Court Jester, scritta e diretta da Melvin Frank e Norman Panama per il genio comico di Danny Kaye. L’attore, che interpreta Hubert Hawkins, un menestrello che si finge il giullare alla corte dell’usurpatore del regno di Inghilterra, dimostra tutto il suo talento nelle scene comiche e nei numeri musicali e verso la fine della storia ingaggia un lungo duello con Basil che interpreta il malvagio Lord Ravenhurst, con una buona dose d’ironia ricordando i successi degli anni Trenta. Grazie a un incantesimo della strega Griselda, la nutrice della principessa Gwendolyn, una bravissima Angela Lansbury. Hubert, che non ha mai impugnato una spada diventa un abilissimo schermidore, capace di tagliare in due una serie di candele senza spegnerle o di bere mentre duella, peccato che la magia non sia troppo potente e basti uno schiocco di dita per far tornare Hubert il menestrello fifone che deve parare i colpi del perfido Ravenhurst. Anche questa volta Basil deve insegnare al collega come affondare i colpi, perché ancora una volta è lui quello che deve perdere.
Basil Rathbone muore per un infarto il 21 luglio 1967.
Nel 1986 la Disney realizza un film a cartoni animati intitolato The Great Mouse Detective. Si tratta delle avventure di due topolini che vivono nella cantina di una casa vittoriana al 221/B di Baker Street: Basil che, sognando di fare l’investigatore come l’uomo che sta al piano di sopra, si getta in ogni sorta di avventure e il mite Topson che, nonostante i suoi timori, lo asseconda e lo accompagna. Gli sceneggiatori non possono chiamare che Basil il topo intraprendente che, grazie al suo acume e al suo coraggio, sconfigge il perfido Rattigan - che ha la splendida e inquietante voce di Vincent Price. Gli autori del film per dare la voce al personaggio di Sherlock Holmes utilizzano proprio la voce dell’attore scomparso diciannove anni prima, campionata da una lettura del 1966 di The Red-Headed League. Perché Sherlock Holmes può essere solo Basil Rathbone, lo spadaccino destinato a perdere sempre.
Negli anni Trenta a Hollywood nessuno è bravo a tirare di scherma come Basil Rathbone - d’altra parte ai tempi della prima guerra mondiale è stato per due anni consecutivi il campione dell’esercito inglese - ma sul grande schermo perde sempre, perché Basil negli anni Trenta a Hollywood è il villain per antonomasia. E il “cattivo” deve sempre perdere.
Basil nasce a Johannesburg nel 1892. Sua madre è una violinista e il padre un ingegnere minerario. I Rathbone devono lasciare la Repubblica Sudafricana quando Basil ha solo tre anni, perché il padre è accusato di aver preso parte a un tentativo di rovesciare il governo del presidente Kruger. Il ragazzo ha ottimi voti al liceo ed eccelle negli sport, il padre spera di farne un uomo d’affari e tira un sospiro di sollievo quando viene assunto dalla Liverpool and London Globe Insurance Company, perché Basil dimostra una “pericolosa” passione per il teatro, alimentata dal cugino, l’attore e impresario Frank Benson. Grazie a lui Basil debutta nel 1911 come Ortensio ne La bisbetica domata nella seconda compagnia che porta quella commedia in giro per la provincia. L’anno dopo, sempre con la seconda compagnia Benson, va a Broadway: si tratta di piccole parti, ma quel giovane si fa notare, tanto che nel 1915 il cugino lo chiama a recitare nella prima compagnia, insieme a lui: è Lisandro nel Sogno di una notte di mezza estate.
Scoppia la guerra contro la Germania e l’Impero Austro-ungarico e Basil si arruola. Nel suo reggimento c’è anche Claude Rains, un altro giovane che vuole fare strada nel West End. Basil si distingue sul campo di battaglia, serve sul fronte occidentale, dimostrando una particolare abilità nel lavoro di intelligence. Convince i suoi superiori a mandarlo a esplorare le posizioni durante il giorno, invece che la notte come si faceva di solito. Si “traveste” da albero: realizza una speciale tuta mimetica e si copre la testa con delle foglie appena raccolte. Sono missioni pericolose, ma il capitano Rathbone dimostra un grande coraggio. E ottiene la Military Cross.
Congedato, Basil decide che le assicurazioni non fanno per lui: il richiamo del teatro è troppo forte. Nel 1919 con la New Shakespeare Company partecipa al Summer Festival di Stratford-upon-Avon: interpreta Romeo, Florizel in Il racconto d’inverno, Cassio, Ferdinando ne La tempesta. L’anno successivo è finalmente il protagonista del nuovo dramma di George du Maurier, Peter Ibbetson, che ha debuttato a Broadway nel 1917 con John Barrymore. È un successo che fa finalmente decollare la carriera dell’attore. Nell’ottobre del 1923 torna a New York, ma questa volta come protagonista di The Swan con Eva Le Gallienne, una delle attrici più famose e chiacchierate di Broadway. Per tutti gli anni Venti fa la spola tra Londra e gli Stati Uniti.
Il 29 settembre 1926 debutta all’Empire Theatre di Broadway con il dramma di Édouard Bourdet The Captive con Helen Menken. È la prima volta che si affronta in maniera così esplicita sul palcoscenico il tema dell’omosessualità femminile. Il pubblico, specialmente femminile - si calcola che l’ottanta per cento sia composto da donne - assicura un successo allo spettacolo. La chiesa cattolica si schiera contro lo spettacolo, spalleggiata da William Randolph Hearst che scatena i suoi giornali. Disturba in particolare che Iréne sia lesbica senza soffocare la propria femminilità, senza adeguarsi agli stereotipi che quei “moralisti” hanno in testa. Il vicesindaco Joseph V. McKee, approfittando del fatto che il sindaco Jimmy Walker è in vacanza, ordina alla polizia di chiudere lo spettacolo. Il 9 febbraio 1927, durante il secondo atto, i poliziotti irrompono sul palco e tutti gli attori sono arrestati. Rathbone si indigna per questa cosa, pensa che a teatro si possa affrontare ogni tema. In Italia La prigioniera verrà messa in scena nel 1944 con Gino Cervi e Evi Maltagliati (Titania nel Sogno al Giardino dei Boboli): la chiesa cattolica fa pressione sul sottosegretario Andreotti per imporre il divieto, ma non riesce a bloccare lo spettacolo. Intanto Basil continua a lavorare, specialmente negli Stati Uniti, recita con Ethel Barrymore e in diverse occasioni con la grande Katharine Cornell, con cui mette in scena un’acclamata edizione di Romeo e Giulietta.
Naturalmente Hollywood si accorge di questo attore dallo sguardo altero e che sa usare la spada con incredibile talento. Negli anni Venti interpreta alcuni film muti, ma certamente lui non ha problemi a passare al sonoro.
Finalmente nel 1930 è il protagonista di The Bishop Murder Case. La Metro punta su di lui per il personaggio del detective elegante e snob Philo Vance, mentre negli stessi anni la Paramount ha affidato quel ruolo a William Powell. È un successo, anche se il nome di Basil Rathbone rimarrà legato a quello di un altro celeberrimo investigatore. Negli anni Settanta l’Italia avrà con Giorgio Albertazzi un grande Philo Vance, forse il migliore.
Né i tre film che Powell gira per la Paramount, né quello che gira successivamente per la Warner, né quello di Rathbone riescono a rendere sul grande schermo le complesse trame dei romanzi di S.S. Van Dine. Ottengono buoni risultati al botteghino perché sfruttano il successo commerciale dei libri, ma nulla più. Solo The Canary Murder Case si ritaglia un posto nella storia del cinema, perché la Paramount vuole nella parte di Margaret, la “Canarina” appunto, la donna uccisa attorno a cui ruotano molti uomini, la diva Louise Brooks, una donna che dà scandalo. Il film è girato inizialmente come muto, ma lo studio si accorge che è necessario trasformarlo in un talkie. Ma Louise è partita per Berlino, per interpretare Lulu nel nuovo film di Georg Wilhelm Pabst e si rifiuta di tornare a Hollywood per doppiare il film e girare alcune nuove scene. Sarà Margaret Livingston a dare la voce a Louise, che rimane una diva del muto, dei Roaring Twenties, destinata - come la “Canarina” - a “morire” artisticamente nel fiore della sua bellezza.
Invece, andando avanti negli anni Trenta la carriera cinematografica di Basil Rathbone si afferma. E diventa “cattivo”. È Mr. Murdstone in David Copperfield e Karenin in Anna Karenina con la bellissima Greta Garbo. E finalmente può tornare a tirare di spada contro il “buono” Errol Flynn in Captain Blood e The Adventures of Robin Hood, cercando invano di sposare Olivia de Havilland, che però ha occhi - e che occhi - solo per il suo rivale. Basil insegna all’amico Errol come migliorare la sua tecnica nella scherma, anche perché sa che in entrambi i film deve essere sconfitto. Nel 1940 insegna anche a Tyrone Power che interpreta l’eroe in The Mark of Zorro, mentre lui è il capitano Esteban Pasquale. E la bella è Linda Darnell.
Nel 1939 è anche il cattivissimo Riccardo III in Tower of London, un altro film che gli permette di maneggiare la spada.
Solo in due duelli può vincere. In Romeo and Juliet del 1936, diretto da George Cukor, con Leslie Howard e Norma Shearer nei ruoli del titolo, è Tebaldo che sconfigge John Barrymore che interpreta Mercuzio. Per questo film Basil ottiene la sua prima nomination all’Oscar. E in The Mark of Zorro sconfigge Eugene Pallette. Eugene, basso, grassottello e con un fisico non proprio atletico, è comunque un buon schermidore - anche per questo ottiene due anni prima la parte di Frate Tuck - ma non può certo competere con Basil.
È nel 1939 che la carriera di Basil Rathbone ha una svolta quando interpreta il ruolo del protagonista nel colossal di David O. Selznick Gone with the Wind, accanto a Vivien Leigh, dove ritrova Olivia de Havilland e Leslie Howard. Sì, lo so che la parte di Rhett Butler è andata a Clark Gable, ma Margaret Mitchell pensa proprio a Basil per quel ruolo. E se fosse andata così il cast del grande film sugli Stati del Sud sarebbe stato tutto inglese. Comunque la Twenty Century Fox quell’anno - un anno d’oro per il cinema americano (da Ombre rosse al Mago di Oz, da Ninotchka a Mr Smith va a Washington) - produce The Hound of the Baskervilles, ingaggiando Basil Rathbone e Nigel Bruce rispettivamente per i ruoli di Sherlock Holmes e del Dr. Watson. A dire la verità il primo nome sulla locandina - e quello che ha il cachet più alto - è quello di Richard Greene, che interpreta Harry Baskerville. Richard non farà particolarmente successo a Hollywood, torna in Inghilterra e qui negli anni Cinquanta gira una fortunata serie per ragazzi dedicata a Robin Hood. Quel film è un successo inaspettato, in pochi mesi viene girato The Adventures of Sherlock Holmes e i nomi di Rathbone e Bruce sono in alto sopra il titolo. Dal 1942 al 1947 usciranno altri dodici film dedicati al detective di Baker Street - prodotti dall’Universal - e dal ’39 al ’46 i due attori riprendono i loro personaggi in una popolarissima serie radiofonica. Ormai Basil Rathbone non è più il cattivo dei film di cappa e spada, è Sherlock Holmes, con il cappello da deerstalker e il mantello Inverness.
Il personaggio rimane incollato a Basil che, faticando negli anni successivi a trovare buoni ingaggi cinematografici, per lavorare - e, dicono i maligni, mantenere il costoso stile di vita della seconda moglie - non esita a indossare i panni del detective per una puntata del popolarissimo show di Milton Berle e per gli spot degli insetticidi Getz. Tenta di portare Sherlock anche a Broadway, ma lo spettacolo è un fiasco. Basil vorrebbe Nigel accanto a sé, ma l’amico sta male. La sua morte l’8 ottobre 1953, proprio durante le prove, deprime Rathbone e lo spettacolo viene chiuso solo dopo tre repliche.
Non è facile per Basil Rathbone continuare a lavorare dopo Sherlock Holmes. Ritorna volentieri a teatro dove ottiene grandi soddisfazioni. Nel 1948 riceve un Tony per la produzione originale di The Heiress. Ma l’anno successivo per l’adattamento cinematografico viene scelto Ralph Richardson, con Olivia de Havilland nella parte della figlia. Lavora molto in televisione, incide dischi di storie dell’orrore, come The Night Before Christmas, e molti racconti di Edgar Allan Poe - insieme a Vincent Price - e accetta di partecipare a thriller commerciali di scarsa qualità e basso budget. Con Boris Karloff, Vincent Price e Peter Lorre diventa uno dei Big Four dei film horror dell’American International Pictures. Insieme nel 1963 girano The Comedy of Terrors, film che ricordiamo soltanto per il cast.
Finalmente nel 1955 Basil Rathbone ritorna a tirare di scherma. Il film è la commedia musicale The Court Jester, scritta e diretta da Melvin Frank e Norman Panama per il genio comico di Danny Kaye. L’attore, che interpreta Hubert Hawkins, un menestrello che si finge il giullare alla corte dell’usurpatore del regno di Inghilterra, dimostra tutto il suo talento nelle scene comiche e nei numeri musicali e verso la fine della storia ingaggia un lungo duello con Basil che interpreta il malvagio Lord Ravenhurst, con una buona dose d’ironia ricordando i successi degli anni Trenta. Grazie a un incantesimo della strega Griselda, la nutrice della principessa Gwendolyn, una bravissima Angela Lansbury. Hubert, che non ha mai impugnato una spada diventa un abilissimo schermidore, capace di tagliare in due una serie di candele senza spegnerle o di bere mentre duella, peccato che la magia non sia troppo potente e basti uno schiocco di dita per far tornare Hubert il menestrello fifone che deve parare i colpi del perfido Ravenhurst. Anche questa volta Basil deve insegnare al collega come affondare i colpi, perché ancora una volta è lui quello che deve perdere.
Basil Rathbone muore per un infarto il 21 luglio 1967.
Nel 1986 la Disney realizza un film a cartoni animati intitolato The Great Mouse Detective. Si tratta delle avventure di due topolini che vivono nella cantina di una casa vittoriana al 221/B di Baker Street: Basil che, sognando di fare l’investigatore come l’uomo che sta al piano di sopra, si getta in ogni sorta di avventure e il mite Topson che, nonostante i suoi timori, lo asseconda e lo accompagna. Gli sceneggiatori non possono chiamare che Basil il topo intraprendente che, grazie al suo acume e al suo coraggio, sconfigge il perfido Rattigan - che ha la splendida e inquietante voce di Vincent Price. Gli autori del film per dare la voce al personaggio di Sherlock Holmes utilizzano proprio la voce dell’attore scomparso diciannove anni prima, campionata da una lettura del 1966 di The Red-Headed League. Perché Sherlock Holmes può essere solo Basil Rathbone, lo spadaccino destinato a perdere sempre.
venerdì 10 marzo 2023
Verba volant (828): foresta...
Foresta, sost. f.
Rufus Edward Mackahan capisce molto presto di non avere la faccia dell’eroe. E neppure quella del cattivo. Ma questo ragazzone nato a Washington DC nel 1892 impara a conoscere bene l’industria del cinema - in fondo sono quasi coetanei - e sa che sul grande schermo l’eroe ha sempre bisogno, oltre che di un nemico e di una ragazza da salvare, di un amico fidato, che naturalmente sia meno forte e meno bello di lui. Così decide che quello sarà il suo ruolo. In questo modo Alan Hale - come comincia a farsi chiamare quando debutta in The Cowboy and the Lady, uno dei tanti film perduti di quell’età pioneristica - rinunciando a un promettente avvenire da cantante d’opera, si ritaglia un proprio spazio nella storia del cinema, in una carriera che dal 1911 al 1950 lo vede impegnato in ben duecentotrentacinque film, mai da protagonista. E per nove film anche dietro la macchina da presa.
C’è un personaggio in particolare che caratterizza la vita artistica di Alan, quello di Little John, il fedele compagno di avventure di Robin Hood. Alan interpreta questo ruolo nel 1922, poi nel 1938 e infine nel 1950, nell’ultimo film che riesce a girare, poco prima di morire. E ventitré anni dopo, nel dare la propria voce al personaggio del film di animazione della Disney, Phil Harris rende omaggio all’attore scomparso, ricalcandone l’accento. Perché ormai nell’immaginario di alcune generazioni di spettatori americani Little John è Alan Hale.
Il film muto del 1922 che noi conosciamo con il titolo Robin Hood è il primo lungometraggio dedicato all’eroe di Sherwood. Prima di questo film ce ne sono stati già cinque, ma tutti cortometraggi. Ormai il cinema è cresciuto, il pubblico vuole storie con trame più articolate e soprattutto vuole vedere sul grande schermo i propri beniamini: è nato lo star system. E infatti il titolo con cui è registrato ed è pubblicizzato il film è Douglas Fairbanks in Robin Hood. Il divo del muto vuole assolutamente fare questo film - è un sogno che culla da anni - e ne cura tutti gli aspetti. Fairbanks è nella squadra degli sceneggiatori, lo produce e lo distribuisce attraverso la United Artists, che ha creato qualche anno prima con Charlie Chaplin, David Wark Griffith e sua moglie Mary Pickford. Fairbanks è uno degli attori più potenti dell’industria del cinema e ha l’ultima parola su ogni decisione. Sceglie come regista l’esperto Allan Dwan - che accetta come compenso il cinque per cento sugli incassi, una novità per Hollywood - e incarica Victor Schertzinger di scrivere la colonna sonora: Victor nel 1935 otterrà l’Oscar per la colonna sonora di One Night of Love, nella prima edizione in cui viene introdotta questa categoria.
Douglas vuole che il suo film su Robin Hood sia memorabile. Da produttore comincia a preoccuparsi quando iniziano ad arrivare i conti delle scenografie disegnate dall’architetto Lloyd Wright, il figlio di Frank, e dallo scenografo Wilfred Buckland - storico collaboratore di DeMille e il primo di questa professione a ottenere il proprio nome nei titoli di testa - e realizzate da una squadra di oltre cinquecento carpentieri e falegnami. Nel Pickford-Fairbanks Studio vengono costruiti un enorme castello e l’intero villaggio di Sherwood, mentre per gli esterni vengono scelte quattro diverse location. La lavorazione del film richiede quasi un anno e i costi superano il milione di dollari: per gli anni Venti una cifra enorme, che comunque viene ampiamente ripagata dal successo al botteghino.
Nel cast figurano l’attrice di origine australiane Enid Bennett, il canadese Sam de Grasse nel ruolo del Principe Giovanni e Wallace Beery in quello di Riccardo Cuor di Leone. Per il ruolo di Little John viene scelto il trentenne Alan Hale, che si è fatto conoscere in diversi film della Biograph, in The Four Horsemen of the Apocalypse, il grande successo di Valentino, e come Torvald in A Doll’s House, con la diva Alla Nazimova come Nora.
La sua interpretazione in questo successo gli offre una discreta notorietà. Per Fairbanks, che negli anni Venti fa sognare il pubblico americano interpretando Robin Hood, D’Artagnan, Zorro e che i giornali chiamano “The King of Hollywood”, il passaggio al sonoro segna la fine della carriera. Altri attori prenderanno quel titolo. Invece Alan resiste, ha una bella voce e un’importante presenza sulla scena. Magari non sarà protagonista, ma lui continua a lavorare.
A metà degli anni Trenta la Warner Brothers decide che finalmente il sonoro deve avere il “suo” Robin Hood. Il film è in programma dalla fine del 1934 con James Cagney nel ruolo del protagonista, ma l’attore proprio quell’anno rompe il contratto con lo studio e così la Warner decide di aspettare, anche perché nella scuderia dello studio ci sono due giovani attori che potrebbero essere perfetti. L’australiano Errol Flynn è arrivato da poco a Hollywood dal Regno Unito: è bello e ha l’aria spavalda da seduttore, sa destreggiarsi con la spada e cavalca molto bene, può diventare il nuovo Fairbanks. Ha anche lo stesso brutto carattere. L’inglese Olivia de Havilland, dopo la buona prova in A Midsummer Night’s Dream di William Dieterle e Max Reinhardt, con quegli splendidi occhi scuri, è la nuova stella su cui la Warner decide di puntare: può essere la nuova Mary Pickford, insieme ingenua e determinata (si può cliccare su de Havilland per una deviazione su quel Sogno di celluloide).
Proprio nel 1935 esce il primo film in cui i due attori sono insieme e protagonisti, Captain Blood, diretti da Michael Curtiz. Il film, un classico del genere cappa e spada, in cui Flynn interpreta il ruolo di un medico diventato pirata, è un successo che supera le aspettative della Warner, il pubblico adora Errol e Olivia e ama vederli insieme. Sono perfetti per i ruoli di Robin e di Marian - tra l’altro Olivia sa cavalcare altrettanto bene come Errol - e si può aspettare anche un paio d’anni, quando saranno entrambi liberi da altri impegni. Così per The Adventures of Robin Hood si ricostituisce la squadra del film precedente: Curtiz dirige Errol Flynn e Olivia de Havilland, con Basil Rathborne, come nell’altro film, a fare il “cattivo” Guy di Gisborne. A completare il cast un altro eccellente attore inglese, Claude Rains, nel ruolo del Principe Giovanni.
A metà del 1937, quando tutti gli attori sono pronti, a tre mesi dall’inizio delle riprese, i produttori capiscono che a questo punto il loro Robin Hood deve essere non solo il primo a parlare, ma anche il primo in Technicolor. La Warner decide di spendere, di fare un grande film. La pellicola costa due milioni di dollari: lo studio non ha mai speso tanto per un film. Naturalmente su qualcosa si cerca di risparmiare. Nel film di Fairbanks il primo scontro tra Robin e Guy di Gisbourne e la prima scintilla del suo amore per Marian avviene durante un torneo. Si vorrebbe ripetere quella scena, anche se sarebbe molto costosa. Curtiz suggerisce che andrà bene anche un banchetto: basterà il Technicolor a rendere il primo momento in cui i tre personaggi sono insieme una scena indimenticabile. E il regista di origini ungheresi mette tutto il suo mestiere per realizzare un grande film. Anche grazie a The Adventures of Robin Hood diventa uno dei registi più famosi e pagati di Hollywood, ottenendo un meritato Oscar per la regia di Casablanca nel 1944.
Per le riprese in esterna vengono scelti alcuni dei luoghi in cui sono state girate le scene di Douglas Fairbanks in Robin Hood. Quel film è così famoso che il bosco di Bidwell Park è ormai conosciuto come Sherwood Forest.
La musica è stato uno dei motivi di successo del film di Fairbanks e la Warner vuole che sia lo stesso anche per quel nuovo film che stanno producendo. In quelle settimane il compositore Erich Wolfgang Korngold è in Austria a dirigere un’opera e la Warner gli chiede in maniera molto insistente di comporre le musiche per il nuovo film, come ha fatto per Captain Blood. Erich pensa che quella storia non sia nelle sue corde, ma i produttori sono sempre più pressanti. A questo punto il musicista accetta l’incarico, senza un contratto, si prende una settimana di tempo e se quello che farà non sarà soddisfacente si sentirà libero di rinunciare al progetto. Ma Korngold sa anche che l’Anschluss è alle porte e per lui, che è di origine ebraiche, continuare a vivere nel suo paese sarà molto pericoloso. Per completare la partitura si trasferisce negli Stati Uniti e non ritornerà in Europa fino alla fine della guerra. Comunque sia nata, la colonna sonora di The Adventures of Robin Hood è bellissima, un poema sinfonico, che richiama Puccini e Mahler. Korngold ottiene giustamente l’Oscar per questa colonna sonora, che viene eseguita anche in forma di concerto. John Williams cita proprio questo lavoro di Korngold come fonte d’ispirazione per le musiche di Star Wars.
Per i ruoli dei Merry Men la Warner chiama alcuni dei migliori caratteristi che ha sotto contratto. Will Scarlet è l’inglese Patrick Knowles, bello e scanzonato, spesso impegnato negli anni successivi nel ruolo del secondo protagonista maschile. Per il ruolo di Frate Tuck c’è Eugene Pallette, specializzato nel ruolo del milionario grassottello. Quando c’è da scegliere l’interprete di Little John non ci sono dubbi: deve essere Alan Hale.
Dopo il fortunato film di Fairbanks, Alan ha recitato in tanti film, molti non particolarmente memorabili e alcuni entrati nella storia del cinema: It Happened One Night di Frank Capra, Fog Over Frisco con una splendida Bette Davis, Stella Dallas con Barbara Stanwyck. Prima del film su Robin Hood, Errol Flynn e Alan Hale hanno già lavorato insieme in The Prince and the Pauper - anche in questo cast c’è Claude Rains - e insieme gireranno in tutto quattordici film. In The Adventures of Don Juan interpretano rispettivamente Don Giovanni e Leporello. In quattro di questi film - Dodge City, The Private Lives of Elizabeth and Essex, Santa Fe Trail e Thank Your Lucky Stars - c’è anche Olivia. Sono nove i film in cui ritorna la coppia Flynn-de Havilland per la gioia dei rotocalchi e dei produttori.
Alan lavora molto, gira molti film e registra anche alcuni brevetti. Inventa una sedia scorrevole per permettere agli spettatori di scivolare indietro senza alzarsi quando i ritardatari arrivano al cinema e a teatro. Nel 1950 la Columbia decide di produrre un nuovo film dedicato agli eroi di Sherwood, per sfruttare la popolarità dell’astro emergente John Derek. La storia è ambientata alcuni anni dopo rispetto al film di Curtiz: Riccardo è morto durante la crociata e Giovanni è diventato re. Contro il suo progetto di aumentare le tasse per finanziare la creazione di un esercito mercenario, il figlio di Robin Hood mette insieme i vecchi compagni del padre che, nonostante gli anni passati, riescono a sventare i piani del re, che alla fine del film sarà costretto a concedere la Magna Charta. Rogues of Sherwood Forest, diretto dal veterano Gordon Douglas, è un film che rischiamo di dimenticare se non per l’interpretazione di Alan Hale, che riprende per la terza volta - e dopo ventotto anni - il ruolo di Little John.
È il suo ultimo film: nel 1950, a causa di un disturbo al fegato, Alan Hale muore. Lascia la moglie, Gretchen Hatrmann, una celebre attrice dell’età del muto. Si sono conosciuti sul set e si sono sposati nel 1914. Gretchen dopo sessantasette film, decide, come tante altre, di lasciare il cinema nel momento in cui si diffonde il sonoro. E lascia anche tre figli, tra cui Alan Hale Jr, che segue le orme del padre. Il figlio di Little John diventa famoso grazie alla televisione: è Jonas Grumby, detto Skipper nelle novantanove puntate della serie Gilligan’s Island. Anche lui è un caratterista che lavora tanto al cinema: tra i molti ruoli è Porthos in The Fifth Musketeer del 1979. Quarant’anni prima suo padre ha interpretato lo stesso ruolo in The Man in the Iron Mask.
Ci sono film che entrano nella storia e ci sono film che diventano leggende. Alan Hale ha avuto la fortuna - una fortuna ampiamente meritata grazie al suo lavoro - di essere nel cast di uno di questi ultimi. Perché The Adventures of Robin Hood è il film che consegna nell’immaginario di tante generazioni, compresa la nostra, Robin, Marian, Little John e tutti gli allegri compari di Sherwood.
Le scene e i costumi di questo film vengono citati, imitati, falsificati, tutte le volte che si torna a raccontare la storia. In Rabbit Hood Bugs Bunny incontra il personaggio che ha gli inconfondibili tratti di Errol Flynn, mentre in Robin Hood Duffy è proprio Daffy Duck a diventare l’eroe di Sherwood, con Porky Pig nella parte di Frate Tuck. E anche Pippo diventa Robin in Goofin’ Hood & His Melancholy Men. Mel Brooks saccheggia a piena mani dal film di Curtiz, come ha fatto qualche anno prima Danny Kaye.
Chiudete gli occhi e pensate a Robin Hood. Non vi verranno in mente i costumi certo più storicamente corretti di Kevin Costner o Russell Crowe, ma l’improbabile calzamaglia verde di Errol Flynn.
Rufus Edward Mackahan capisce molto presto di non avere la faccia dell’eroe. E neppure quella del cattivo. Ma questo ragazzone nato a Washington DC nel 1892 impara a conoscere bene l’industria del cinema - in fondo sono quasi coetanei - e sa che sul grande schermo l’eroe ha sempre bisogno, oltre che di un nemico e di una ragazza da salvare, di un amico fidato, che naturalmente sia meno forte e meno bello di lui. Così decide che quello sarà il suo ruolo. In questo modo Alan Hale - come comincia a farsi chiamare quando debutta in The Cowboy and the Lady, uno dei tanti film perduti di quell’età pioneristica - rinunciando a un promettente avvenire da cantante d’opera, si ritaglia un proprio spazio nella storia del cinema, in una carriera che dal 1911 al 1950 lo vede impegnato in ben duecentotrentacinque film, mai da protagonista. E per nove film anche dietro la macchina da presa.
C’è un personaggio in particolare che caratterizza la vita artistica di Alan, quello di Little John, il fedele compagno di avventure di Robin Hood. Alan interpreta questo ruolo nel 1922, poi nel 1938 e infine nel 1950, nell’ultimo film che riesce a girare, poco prima di morire. E ventitré anni dopo, nel dare la propria voce al personaggio del film di animazione della Disney, Phil Harris rende omaggio all’attore scomparso, ricalcandone l’accento. Perché ormai nell’immaginario di alcune generazioni di spettatori americani Little John è Alan Hale.
Il film muto del 1922 che noi conosciamo con il titolo Robin Hood è il primo lungometraggio dedicato all’eroe di Sherwood. Prima di questo film ce ne sono stati già cinque, ma tutti cortometraggi. Ormai il cinema è cresciuto, il pubblico vuole storie con trame più articolate e soprattutto vuole vedere sul grande schermo i propri beniamini: è nato lo star system. E infatti il titolo con cui è registrato ed è pubblicizzato il film è Douglas Fairbanks in Robin Hood. Il divo del muto vuole assolutamente fare questo film - è un sogno che culla da anni - e ne cura tutti gli aspetti. Fairbanks è nella squadra degli sceneggiatori, lo produce e lo distribuisce attraverso la United Artists, che ha creato qualche anno prima con Charlie Chaplin, David Wark Griffith e sua moglie Mary Pickford. Fairbanks è uno degli attori più potenti dell’industria del cinema e ha l’ultima parola su ogni decisione. Sceglie come regista l’esperto Allan Dwan - che accetta come compenso il cinque per cento sugli incassi, una novità per Hollywood - e incarica Victor Schertzinger di scrivere la colonna sonora: Victor nel 1935 otterrà l’Oscar per la colonna sonora di One Night of Love, nella prima edizione in cui viene introdotta questa categoria.
Douglas vuole che il suo film su Robin Hood sia memorabile. Da produttore comincia a preoccuparsi quando iniziano ad arrivare i conti delle scenografie disegnate dall’architetto Lloyd Wright, il figlio di Frank, e dallo scenografo Wilfred Buckland - storico collaboratore di DeMille e il primo di questa professione a ottenere il proprio nome nei titoli di testa - e realizzate da una squadra di oltre cinquecento carpentieri e falegnami. Nel Pickford-Fairbanks Studio vengono costruiti un enorme castello e l’intero villaggio di Sherwood, mentre per gli esterni vengono scelte quattro diverse location. La lavorazione del film richiede quasi un anno e i costi superano il milione di dollari: per gli anni Venti una cifra enorme, che comunque viene ampiamente ripagata dal successo al botteghino.
Nel cast figurano l’attrice di origine australiane Enid Bennett, il canadese Sam de Grasse nel ruolo del Principe Giovanni e Wallace Beery in quello di Riccardo Cuor di Leone. Per il ruolo di Little John viene scelto il trentenne Alan Hale, che si è fatto conoscere in diversi film della Biograph, in The Four Horsemen of the Apocalypse, il grande successo di Valentino, e come Torvald in A Doll’s House, con la diva Alla Nazimova come Nora.
La sua interpretazione in questo successo gli offre una discreta notorietà. Per Fairbanks, che negli anni Venti fa sognare il pubblico americano interpretando Robin Hood, D’Artagnan, Zorro e che i giornali chiamano “The King of Hollywood”, il passaggio al sonoro segna la fine della carriera. Altri attori prenderanno quel titolo. Invece Alan resiste, ha una bella voce e un’importante presenza sulla scena. Magari non sarà protagonista, ma lui continua a lavorare.
A metà degli anni Trenta la Warner Brothers decide che finalmente il sonoro deve avere il “suo” Robin Hood. Il film è in programma dalla fine del 1934 con James Cagney nel ruolo del protagonista, ma l’attore proprio quell’anno rompe il contratto con lo studio e così la Warner decide di aspettare, anche perché nella scuderia dello studio ci sono due giovani attori che potrebbero essere perfetti. L’australiano Errol Flynn è arrivato da poco a Hollywood dal Regno Unito: è bello e ha l’aria spavalda da seduttore, sa destreggiarsi con la spada e cavalca molto bene, può diventare il nuovo Fairbanks. Ha anche lo stesso brutto carattere. L’inglese Olivia de Havilland, dopo la buona prova in A Midsummer Night’s Dream di William Dieterle e Max Reinhardt, con quegli splendidi occhi scuri, è la nuova stella su cui la Warner decide di puntare: può essere la nuova Mary Pickford, insieme ingenua e determinata (si può cliccare su de Havilland per una deviazione su quel Sogno di celluloide).
Proprio nel 1935 esce il primo film in cui i due attori sono insieme e protagonisti, Captain Blood, diretti da Michael Curtiz. Il film, un classico del genere cappa e spada, in cui Flynn interpreta il ruolo di un medico diventato pirata, è un successo che supera le aspettative della Warner, il pubblico adora Errol e Olivia e ama vederli insieme. Sono perfetti per i ruoli di Robin e di Marian - tra l’altro Olivia sa cavalcare altrettanto bene come Errol - e si può aspettare anche un paio d’anni, quando saranno entrambi liberi da altri impegni. Così per The Adventures of Robin Hood si ricostituisce la squadra del film precedente: Curtiz dirige Errol Flynn e Olivia de Havilland, con Basil Rathborne, come nell’altro film, a fare il “cattivo” Guy di Gisborne. A completare il cast un altro eccellente attore inglese, Claude Rains, nel ruolo del Principe Giovanni.
A metà del 1937, quando tutti gli attori sono pronti, a tre mesi dall’inizio delle riprese, i produttori capiscono che a questo punto il loro Robin Hood deve essere non solo il primo a parlare, ma anche il primo in Technicolor. La Warner decide di spendere, di fare un grande film. La pellicola costa due milioni di dollari: lo studio non ha mai speso tanto per un film. Naturalmente su qualcosa si cerca di risparmiare. Nel film di Fairbanks il primo scontro tra Robin e Guy di Gisbourne e la prima scintilla del suo amore per Marian avviene durante un torneo. Si vorrebbe ripetere quella scena, anche se sarebbe molto costosa. Curtiz suggerisce che andrà bene anche un banchetto: basterà il Technicolor a rendere il primo momento in cui i tre personaggi sono insieme una scena indimenticabile. E il regista di origini ungheresi mette tutto il suo mestiere per realizzare un grande film. Anche grazie a The Adventures of Robin Hood diventa uno dei registi più famosi e pagati di Hollywood, ottenendo un meritato Oscar per la regia di Casablanca nel 1944.
Per le riprese in esterna vengono scelti alcuni dei luoghi in cui sono state girate le scene di Douglas Fairbanks in Robin Hood. Quel film è così famoso che il bosco di Bidwell Park è ormai conosciuto come Sherwood Forest.
La musica è stato uno dei motivi di successo del film di Fairbanks e la Warner vuole che sia lo stesso anche per quel nuovo film che stanno producendo. In quelle settimane il compositore Erich Wolfgang Korngold è in Austria a dirigere un’opera e la Warner gli chiede in maniera molto insistente di comporre le musiche per il nuovo film, come ha fatto per Captain Blood. Erich pensa che quella storia non sia nelle sue corde, ma i produttori sono sempre più pressanti. A questo punto il musicista accetta l’incarico, senza un contratto, si prende una settimana di tempo e se quello che farà non sarà soddisfacente si sentirà libero di rinunciare al progetto. Ma Korngold sa anche che l’Anschluss è alle porte e per lui, che è di origine ebraiche, continuare a vivere nel suo paese sarà molto pericoloso. Per completare la partitura si trasferisce negli Stati Uniti e non ritornerà in Europa fino alla fine della guerra. Comunque sia nata, la colonna sonora di The Adventures of Robin Hood è bellissima, un poema sinfonico, che richiama Puccini e Mahler. Korngold ottiene giustamente l’Oscar per questa colonna sonora, che viene eseguita anche in forma di concerto. John Williams cita proprio questo lavoro di Korngold come fonte d’ispirazione per le musiche di Star Wars.
Per i ruoli dei Merry Men la Warner chiama alcuni dei migliori caratteristi che ha sotto contratto. Will Scarlet è l’inglese Patrick Knowles, bello e scanzonato, spesso impegnato negli anni successivi nel ruolo del secondo protagonista maschile. Per il ruolo di Frate Tuck c’è Eugene Pallette, specializzato nel ruolo del milionario grassottello. Quando c’è da scegliere l’interprete di Little John non ci sono dubbi: deve essere Alan Hale.
Dopo il fortunato film di Fairbanks, Alan ha recitato in tanti film, molti non particolarmente memorabili e alcuni entrati nella storia del cinema: It Happened One Night di Frank Capra, Fog Over Frisco con una splendida Bette Davis, Stella Dallas con Barbara Stanwyck. Prima del film su Robin Hood, Errol Flynn e Alan Hale hanno già lavorato insieme in The Prince and the Pauper - anche in questo cast c’è Claude Rains - e insieme gireranno in tutto quattordici film. In The Adventures of Don Juan interpretano rispettivamente Don Giovanni e Leporello. In quattro di questi film - Dodge City, The Private Lives of Elizabeth and Essex, Santa Fe Trail e Thank Your Lucky Stars - c’è anche Olivia. Sono nove i film in cui ritorna la coppia Flynn-de Havilland per la gioia dei rotocalchi e dei produttori.
Alan lavora molto, gira molti film e registra anche alcuni brevetti. Inventa una sedia scorrevole per permettere agli spettatori di scivolare indietro senza alzarsi quando i ritardatari arrivano al cinema e a teatro. Nel 1950 la Columbia decide di produrre un nuovo film dedicato agli eroi di Sherwood, per sfruttare la popolarità dell’astro emergente John Derek. La storia è ambientata alcuni anni dopo rispetto al film di Curtiz: Riccardo è morto durante la crociata e Giovanni è diventato re. Contro il suo progetto di aumentare le tasse per finanziare la creazione di un esercito mercenario, il figlio di Robin Hood mette insieme i vecchi compagni del padre che, nonostante gli anni passati, riescono a sventare i piani del re, che alla fine del film sarà costretto a concedere la Magna Charta. Rogues of Sherwood Forest, diretto dal veterano Gordon Douglas, è un film che rischiamo di dimenticare se non per l’interpretazione di Alan Hale, che riprende per la terza volta - e dopo ventotto anni - il ruolo di Little John.
È il suo ultimo film: nel 1950, a causa di un disturbo al fegato, Alan Hale muore. Lascia la moglie, Gretchen Hatrmann, una celebre attrice dell’età del muto. Si sono conosciuti sul set e si sono sposati nel 1914. Gretchen dopo sessantasette film, decide, come tante altre, di lasciare il cinema nel momento in cui si diffonde il sonoro. E lascia anche tre figli, tra cui Alan Hale Jr, che segue le orme del padre. Il figlio di Little John diventa famoso grazie alla televisione: è Jonas Grumby, detto Skipper nelle novantanove puntate della serie Gilligan’s Island. Anche lui è un caratterista che lavora tanto al cinema: tra i molti ruoli è Porthos in The Fifth Musketeer del 1979. Quarant’anni prima suo padre ha interpretato lo stesso ruolo in The Man in the Iron Mask.
Ci sono film che entrano nella storia e ci sono film che diventano leggende. Alan Hale ha avuto la fortuna - una fortuna ampiamente meritata grazie al suo lavoro - di essere nel cast di uno di questi ultimi. Perché The Adventures of Robin Hood è il film che consegna nell’immaginario di tante generazioni, compresa la nostra, Robin, Marian, Little John e tutti gli allegri compari di Sherwood.
Le scene e i costumi di questo film vengono citati, imitati, falsificati, tutte le volte che si torna a raccontare la storia. In Rabbit Hood Bugs Bunny incontra il personaggio che ha gli inconfondibili tratti di Errol Flynn, mentre in Robin Hood Duffy è proprio Daffy Duck a diventare l’eroe di Sherwood, con Porky Pig nella parte di Frate Tuck. E anche Pippo diventa Robin in Goofin’ Hood & His Melancholy Men. Mel Brooks saccheggia a piena mani dal film di Curtiz, come ha fatto qualche anno prima Danny Kaye.
Chiudete gli occhi e pensate a Robin Hood. Non vi verranno in mente i costumi certo più storicamente corretti di Kevin Costner o Russell Crowe, ma l’improbabile calzamaglia verde di Errol Flynn.
continua… sì, la storia non finisce qui... nell’attesa, potete leggere ancora di de Havilland as Melania...
Verba volant (827): arco...
Arco, sost. m.
Anche se ci siamo innamorati di Lady Marian o abbiamo sognato di tirare di spada come l’eroe che ruba ai ricchi per donare ai poveri - roba da vecchi comunisti - se dobbiamo raccontare in una sola scena il film The Adventures of Robin Hood (che abbiamo già raccontato qui) non possiamo che ricordare il colpo “spacca la freccia”. Il principe Giovanni, istigato dal perfido Guy di Gisbourne, ha organizzato un torneo per stabilire chi sia il più abile arciere del regno. È una trappola: sanno che Robin Hood parteciperà, soprattutto per rivedere Marian, che premierà il vincitore con una freccia d’oro. Si susseguono i colpi, un centro dopo l’altro. Si distingue questo arciere misterioso, che naturalmente è Robin - come non riconoscere gli inconfondibili baffetti di Errol Flynn. Il capitano Philip de Arras - interpretato da James Baker, comparsa in tanti film degli anni Trenta, per esempio è un soldato in The Plainsman, ossia La conquista del West, il classico di DeMille - con il suo colpo fa un centro perfetto. Robin sorride beffardo, tende l’arco e scocca il colpo. Incredibilmente la freccia di Robin taglia esattamente a metà per la lunghezza la freccia di Philip e si fissa al centro del bersaglio. L’arciere misterioso ha vinto, ma viene arrestato dagli sgherri dello sceriffo di Nottingham: solo Robin Hood può fare un colpo simile.
Ovviamente non è Errol Flynn a scoccare quel colpo, lui si limita a tendere l’arco, è Howard Hill a lanciare tutte le frecce che durante il film colpiscono i soldati del principe Giovanni o i bersagli durante la gara. I soldati indossano sotto le uniformi delle piastre metalliche ricoperte da legno di balsa che dà l’illusione che le frecce penetrino nella carne. Nonostante queste indispensabili precauzioni i colpi fanno comunque male, anche se, grazie all’abilità di Howard non ci sono feriti nella lavorazione del film.
Howard è nato in Alabama nel 1899. Cresce in una fattoria di cotone, gli piacciono le armi e dimostra fin da bambino una grande abilità nell’usare l’arco. I boschi intorno alla sua casa sono la sua prima palestra. Al liceo eccelle nello sport, baseball, basket, football, golf e naturalmente tiro con l’arco. Nel settembre del 1918 si arruola, ma la prima guerra mondiale finisce due mesi dopo e così non parte per l’Europa. Pensa di diventare un professionista nel baseball, poi nel golf, ma alla fine capisce che la sua fortuna è l’arco. Si sposa con Elizabeth e si trasferisce in Florida. Negli anni Venti diventa, come scrivono i giornali, “il più grande arciere del mondo”. Vince centonovantasei gare consecutive. Nel 1928 ottiene il record per il tiro più lontano: scaglia una freccia a 358 metri. È l’età del jazz e Howard diventa una star, quando è il primo uomo bianco a uccidere con una freccia un elefante pesante più di quattro tonnellate durante un safari in Africa. A questo punto l’industria del cinema scopre Howard, che porta la sua famiglia a Hollywood. E l’arciere diventa stuntman e consulente di tiro per l’arco per le grandi case di produzione. In The Singing Buckaroo è l’indiano Maneeto, amico del protagonista interpretato da Fred Scott, il “cow-boy cantante” e poi arriva la grande occasione del film della Warner dedicato all’eroe di Sherwood. Nei titoli è accreditato come interprete di Elwyn il Gallese, il capo delle guardie di sir Guy, ma soprattutto è quello che scaglia le frecce, senza mai sbagliare un colpo. E che insegna a Errol Flynn e a tutti gli altri come si tiene in mano un arco.
Ma nemmeno a Howard riesce l’incredibile colpo “spacca la freccia”. Prova molte volte a realizzare quel tiro e in diverse occasioni riesce con la seconda freccia a colpire l’estremità della prima, ma spaccarla a metà, come si vede nel film, è davvero impossibile. Così entrano in gioco i tecnici della Warner che costruiscono una speciale freccia con la punta più larga e soprattutto che arriva nel posto stabilito grazie a un filo invisibile per “tagliare” la freccia già conficcata sul bersaglio. Così Howard riesce nell’impresa: ci vuole comunque una grande abilità e una mano fermissima. Negli anni successivi molti tenteranno, ma naturalmente nessuno ci riuscirà.
Dopo il film di Curtiz, la fama di Howard Hill cresce. Fa il consulente e tira le frecce in Bufalo Bill con Joel McCrea e la bellissima Maureen O’Hara, torna a lavorare con l’amico Errol in San Antonio, un classico del western, e quando la Columbia nel 1946 produce The Bandit of Sherwood Forest - con Russell Hicks nel ruolo del vecchio Robin Hood, Cornel Wilde in quello di suo figlio che fa innamorare Anita Louise (la bellissima Titania nel classico della Warner del 1935) - Howard torna a combattere contro gli uomini dello sceriffo. La Columbia vorrebbe intitolare il film Il figlio di Robin Hood, come il romanzo da cui è tratto, ma intanto la MGM ha acquistato i diritti sul nome “Robin Hood” e quindi bisogna cambiare titolo. Qualcuno pensa anche a Howard per il ruolo del protagonista, ma ormai è troppo vecchio. Il film non entra nella storia del cinema, ma è un ottimo successo al botteghino. Across the Wide Missouri con Clark Gable è un altro dei classici western per cui fa il consulente.
Il 17 febbraio 1955 Howard è l’ospite di You Bet Your Life, il popolare quiz condotto da Groucho Marx, trasmesso sulla NBC. Dal 1950 al 1961 saranno oltre cinquecento le puntate dello show che diventa un appuntamento del pubblico televisivo americano. Howard si diverte a raccontare a Groucho le sue esperienze di caccia all’elefante e le sue prodezze sui set cinematografici. Non riesce però a vincere il premio finale di millecinquecento dollari: sbaglia una risposta sulla battaglia di Hastings, un combattimento in cui gli arcieri hanno avuto un ruolo fondamentale.
Anche se ci siamo innamorati di Lady Marian o abbiamo sognato di tirare di spada come l’eroe che ruba ai ricchi per donare ai poveri - roba da vecchi comunisti - se dobbiamo raccontare in una sola scena il film The Adventures of Robin Hood (che abbiamo già raccontato qui) non possiamo che ricordare il colpo “spacca la freccia”. Il principe Giovanni, istigato dal perfido Guy di Gisbourne, ha organizzato un torneo per stabilire chi sia il più abile arciere del regno. È una trappola: sanno che Robin Hood parteciperà, soprattutto per rivedere Marian, che premierà il vincitore con una freccia d’oro. Si susseguono i colpi, un centro dopo l’altro. Si distingue questo arciere misterioso, che naturalmente è Robin - come non riconoscere gli inconfondibili baffetti di Errol Flynn. Il capitano Philip de Arras - interpretato da James Baker, comparsa in tanti film degli anni Trenta, per esempio è un soldato in The Plainsman, ossia La conquista del West, il classico di DeMille - con il suo colpo fa un centro perfetto. Robin sorride beffardo, tende l’arco e scocca il colpo. Incredibilmente la freccia di Robin taglia esattamente a metà per la lunghezza la freccia di Philip e si fissa al centro del bersaglio. L’arciere misterioso ha vinto, ma viene arrestato dagli sgherri dello sceriffo di Nottingham: solo Robin Hood può fare un colpo simile.
Ovviamente non è Errol Flynn a scoccare quel colpo, lui si limita a tendere l’arco, è Howard Hill a lanciare tutte le frecce che durante il film colpiscono i soldati del principe Giovanni o i bersagli durante la gara. I soldati indossano sotto le uniformi delle piastre metalliche ricoperte da legno di balsa che dà l’illusione che le frecce penetrino nella carne. Nonostante queste indispensabili precauzioni i colpi fanno comunque male, anche se, grazie all’abilità di Howard non ci sono feriti nella lavorazione del film.
Howard è nato in Alabama nel 1899. Cresce in una fattoria di cotone, gli piacciono le armi e dimostra fin da bambino una grande abilità nell’usare l’arco. I boschi intorno alla sua casa sono la sua prima palestra. Al liceo eccelle nello sport, baseball, basket, football, golf e naturalmente tiro con l’arco. Nel settembre del 1918 si arruola, ma la prima guerra mondiale finisce due mesi dopo e così non parte per l’Europa. Pensa di diventare un professionista nel baseball, poi nel golf, ma alla fine capisce che la sua fortuna è l’arco. Si sposa con Elizabeth e si trasferisce in Florida. Negli anni Venti diventa, come scrivono i giornali, “il più grande arciere del mondo”. Vince centonovantasei gare consecutive. Nel 1928 ottiene il record per il tiro più lontano: scaglia una freccia a 358 metri. È l’età del jazz e Howard diventa una star, quando è il primo uomo bianco a uccidere con una freccia un elefante pesante più di quattro tonnellate durante un safari in Africa. A questo punto l’industria del cinema scopre Howard, che porta la sua famiglia a Hollywood. E l’arciere diventa stuntman e consulente di tiro per l’arco per le grandi case di produzione. In The Singing Buckaroo è l’indiano Maneeto, amico del protagonista interpretato da Fred Scott, il “cow-boy cantante” e poi arriva la grande occasione del film della Warner dedicato all’eroe di Sherwood. Nei titoli è accreditato come interprete di Elwyn il Gallese, il capo delle guardie di sir Guy, ma soprattutto è quello che scaglia le frecce, senza mai sbagliare un colpo. E che insegna a Errol Flynn e a tutti gli altri come si tiene in mano un arco.
Ma nemmeno a Howard riesce l’incredibile colpo “spacca la freccia”. Prova molte volte a realizzare quel tiro e in diverse occasioni riesce con la seconda freccia a colpire l’estremità della prima, ma spaccarla a metà, come si vede nel film, è davvero impossibile. Così entrano in gioco i tecnici della Warner che costruiscono una speciale freccia con la punta più larga e soprattutto che arriva nel posto stabilito grazie a un filo invisibile per “tagliare” la freccia già conficcata sul bersaglio. Così Howard riesce nell’impresa: ci vuole comunque una grande abilità e una mano fermissima. Negli anni successivi molti tenteranno, ma naturalmente nessuno ci riuscirà.
Dopo il film di Curtiz, la fama di Howard Hill cresce. Fa il consulente e tira le frecce in Bufalo Bill con Joel McCrea e la bellissima Maureen O’Hara, torna a lavorare con l’amico Errol in San Antonio, un classico del western, e quando la Columbia nel 1946 produce The Bandit of Sherwood Forest - con Russell Hicks nel ruolo del vecchio Robin Hood, Cornel Wilde in quello di suo figlio che fa innamorare Anita Louise (la bellissima Titania nel classico della Warner del 1935) - Howard torna a combattere contro gli uomini dello sceriffo. La Columbia vorrebbe intitolare il film Il figlio di Robin Hood, come il romanzo da cui è tratto, ma intanto la MGM ha acquistato i diritti sul nome “Robin Hood” e quindi bisogna cambiare titolo. Qualcuno pensa anche a Howard per il ruolo del protagonista, ma ormai è troppo vecchio. Il film non entra nella storia del cinema, ma è un ottimo successo al botteghino. Across the Wide Missouri con Clark Gable è un altro dei classici western per cui fa il consulente.
Il 17 febbraio 1955 Howard è l’ospite di You Bet Your Life, il popolare quiz condotto da Groucho Marx, trasmesso sulla NBC. Dal 1950 al 1961 saranno oltre cinquecento le puntate dello show che diventa un appuntamento del pubblico televisivo americano. Howard si diverte a raccontare a Groucho le sue esperienze di caccia all’elefante e le sue prodezze sui set cinematografici. Non riesce però a vincere il premio finale di millecinquecento dollari: sbaglia una risposta sulla battaglia di Hastings, un combattimento in cui gli arcieri hanno avuto un ruolo fondamentale.
giovedì 16 febbraio 2023
Verba volant (826): cortile...
Cortile, sost. m.
La vuoi smettere di guardare in casa del fotografo?!… Cosa ci troverai poi in quella biondina slavata di Park Avenue?… Quelle sono tutte uguali, sembrano fatte con lo stampo… E non capisco cosa ci trovi un uomo così affascinante come il signor Jefferies… Ha girato il mondo lui, non come te: l’unica volta che sei uscito da New York è quando mi hai portato ad Atlantic City in viaggio di nozze… Comunque non ci pensa proprio a sposarla. Me l’ha detto Clara, sì quella del drugstore all’angolo tra la Cristopher e la Bedford, che è cugina di Stella… Non sai chi è? Certo: tu non guardi quando c’è l’infermiera. Tu guardi solo quando c’è quella là… Non pensare di avere delle possibilità, anche se le fai gli occhi da triglia… E ho visto che l’altro giorno l’hai salutata quando è scesa dal taxi, insieme a quel cameriere del 21. Come se qui al Village non ci fossero ristoranti… Tu sei sposato, caro mio, e anche se mi dovessi uccidere, non pensare che una così prenderebbe uno come te… Ma mi stai ascoltando?
Certo il nome di Sara Berner non vi dice molto, ma negli anni Trenta e Quaranta la sua è la “voce più famosa di Hollywood”, come dicono i giornali. Sara recita moltissimo alla radio, perché è molto brava a fare le imitazioni - Greta Garbo, Mae West e Katharine Hepburn sono tra i suoi cavalli di battaglia - ma soprattutto è strepitosa negli accenti, tanto da poter sostenere più ruoli all’interno di uno stesso show. Dopo la radio e la popolarità nazionale con il ruolo di una garrula e pettegola centralinista in The Jack Benny Program, questa attrice, nata ad Albany e cresciuta tra Tulsa e Philadelphia, diventa la voce di tanti personaggi dei cartoni animati, tra cui Jerry. Quando il famoso topolino canta e balla con Gene Kelly in Anchors Aweugh la voce è proprio quella di Sara. Agli inizi degli anni Cinquanta la sua stella di comincia a tramontare, ma per fortuna c’è la televisione. E nel 1959 è sua la voce di una centralinista in North by Northwest, il suo ultimo ruolo al cinema.
Frank Cady decide solo dopo la guerra di dedicarsi completamente alla carriera di attore, anche se la passione per il palcoscenico l’ha accompagnato per tutto il suo percorso scolastico. Si laurea in giornalismo a Stanford e in quel prestigioso ateneo comincia anche a insegnare. Poi scoppia la guerra e Frank si arruola in aereonautica. Tornato dal Pacifico decide di trasferirsi a Hollywood. Il cinema non lo fa diventare una star, ma tra gli anni Sessanta e Settanta il suo viso diventa popolare grazie ad alcune fortunate serie televisive.
Sia per Sara che per Frank Rear Window rimarrà il titolo più importante delle loro carriere cinematografiche, anche se interpretano due personaggi che non hanno neppure un nome: sono la coppia che ha il cane e che, a causa del caldo torrido, dorme sul ballatoio delle scale antincendio. Hitchcock affida alla voce di Sara la lunga tirata sui vicini che dovrebbero aiutarsi, quando la donna scopre che uno di loro ha ucciso il suo piccolo animale, colpevole di scavare dove non avrebbe dovuto: è l’unico del vicinato che ha sempre avuto dei sospetti su quel commesso viaggiatore poco gentile del piano di sotto.
Durante la lavorazione del film Hitchcock non si muove mai dallo studio principale, ossia dall’appartamento di Jeff, perché vuole che quello sia il punto di vista dello spettatore. Tutti noi, quando guardiamo quel film, siamo seduti in quella scomoda sedia a rotelle e scrutiamo il mondo di fuori attraverso l’obiettivo del fotografo. Per questo dà indicazioni agli attori che stanno nel palazzo di fronte con degli invisibili auricolari. Nella scena della pioggia decide di togliere a Sara e Frank gli auricolari e di lasciarli liberi, senza indicazioni. Vuole scoprire, insieme a noi, cosa faranno quando vengono sorpresi dalla pioggia. E loro sono perfetti, perché uno va da una parte e una dall’altra, tirandosi dietro in qualche modo cuscini, lenzuola e materasso, in maniera confusa e disordinata. Proprio come avrebbe fatto qualsiasi coppia in quella situazione.
Charlie, Moe, venite presto. E non fate rumore.
Sei sicuro che tua madre non tornerà?
Tranquilli ragazzi, è andata dalla signora Horowitz per farle provare un vestito e poi deve passare dal negozio di stoffe sulla Grove. Ci metterà almeno due ore.
Per fortuna a quest’ora del pomeriggio lei è sempre in casa a ballare.
Che bella. Speriamo che oggi si tolga il reggiseno.
Di solito quando balla lo tiene.
Magari oggi siamo più fortunati.
Per voi è più bella lei o la fidanzata del fotografo del piano di sopra?
Non so, lei non l’abbiamo mai vista senza vestiti.
Ci vorrebbe qualcuno che abitasse dall’altra parte del cortile.
Ragazzi vi siete accorti che oggi i fiori hanno un’altezza diversa rispetto a ieri?
Charlie, con tutto quel ben di Dio che c’è lassù, tu come fai a pensare ai fiori?
Hitchcock sa che la Paramount è disposta ad aprire i cordoni della borsa pur di poter produrre finalmente un suo film - per di più con due star come James Stewart e Grace Kelly - ma soprattutto sa che in quei grandi studi troverà i tecnici di cui ha bisogno per creare il film che ha in mente da quando ha letto quel racconto di Woolrich.
Il regista spiega ai due scenografi che gli vengono messi a disposizione, Hal Pereira e Joseph McMillan Johnson, che non gli basta un teatro di posa, per quanto grande, vuole un vero cortile con intorno gli appartamenti che si affacciano intorno, facendone uno spazio comune per ogni abitazione. Pereira è a capo del dipartimento scenografico della Paramount dal 1951, da quando è andato in pensione il suo maestro, il grande Hans Dreier, ma ha lavorato con lui fin dall’inizio degli anni Quaranta. Rimarrà in quel posto fino al 1966, ossia quando la casa di produzione viene comprata dalla compagnia petrolifera Gulf and Western: nella sua carriera ottiene ben ventitré nomination, anche se vince un solo Oscar per The Rose Tattoo. McMillan Johnson è un brillante architetto che David O. Selznick vuole nella squadra di creativi di The Wizard of Oz: dopo quell’esperienza esaltante decide di rimanere a Hollywood, anche se nel periodo della “caccia alle streghe”, nel periodo in cui tutti sono spiati, deve tornare a fare l’architetto.
Hitchcock consegna ai due scenografi disegni e bozzetti che lui stesso ha preparato, un’abitudine che ha da quando faceva lo scenografo nel Regno Unito, prima di fare il regista. Con quelle indicazioni precise e seguendo quel progetto ambizioso Hal e Joseph si mettono al lavoro. Per giorni vagano per il Greenvich Village e finalmente trovano, al 125 di Cristopher Street, l’ambiente che soddisfa tutte le richieste di Hitchcock. Adesso basta solo ricostruirlo negli studi di Melrose Avenue a Hollywood. Servono sei settimane, in cui si lavora giorno e notte. L’appartamento di Jeff è lo studio principale, quello dove ci sono le macchine da presa e dove starà il regista, e ovviamente è a livello del terreno. Dal momento che nella finzione l’appartamento si trova in alto, bisogna scavare per realizzare il cortile e dall’altra parte vengono costruite le case, rispettando distanze e proporzioni. E così i tecnici e gli artigiani della Paramount ricostruiscono quel cortile del Village, e lo fanno con una precisione incredibile. Se andate a quell’indirizzo di Cristopher Street non faticherete a riconoscere le finestre dei Thorwald, di Miss Torso o del compositore.
Il set misura quasi trenta metri in larghezza, cinquantasei in lunghezza e più di dodici in altezza. Vi si affacciano trentuno appartamenti, di cui otto sono dotati di luce elettrica, gas e acqua, tanto che molti degli interpreti li usano al posto delle roulotte durante le riprese. Dal momento che una notte piove, i tecnici devono realizzare anche un sistema di drenaggio, affinché il cortile non si allaghi.
Il regista chiede altrettanta attenzione anche ai tecnici che si debbono occupare dell’illuminazione. Predispongono quattro set di luci, per un totale di più di mille fari, montati e smontati a seconda del momento della giornata raccontato dalle riprese: mattina presto, pomeriggio, poco prima del tramonto e notte.
La Paramount investe un milione di dollari per realizzare il film e un quarto di questa cifra è per le scene, mentre solo il dodici per cento per pagare gli attori. Naturalmente si tratta di un investimento oculato, solo nella sua corsa iniziale in Nord America il film incassa 5,3 milioni di dollari. Il film è un successo. Nel 1968 Hitchcock ne acquista i diritti: è uno dei cinque Missing Hitchcocks, i film che il regista vuole lasciare in eredità alla figlia Patricia. Rear Window verrà proiettato di nuovo solo nel 1984. Solo una volta viene trasmesso dall’ABC, ma illegalmente. Tra i cinque film scelti dal regista ci sono i quattro con James Stewart come protagonista.
Tra i grandi “artigiani” che Hitchcock trova alla Paramount ci sono anche Edith Head e Walter Westmore. Sono loro due che devono rendere Lisa Fremont irresistibile. Wally è il capo della sezione trucco dello studio e naturalmente per quel film così importante deve essere lui a rendere perfetta Grace Kelly. Qualunque grande studio Hitchcock avesse scelto per girare Rear Window quel compito sarebbe toccato a uno dei figli di George Westmore, il parrucchiere inglese che nell’età del muto “inventa” i riccioli di Mary Pickford e crea, insieme a un collega arrivato dalla Polonia, un certo Maksymilian Faktorowicz, la professione del make-up artist. George ha diciannove figli e sei di loro seguono le orme del padre, truccando le dive e i divi della Golden Age di Hollywood: Monte lavora alla Selznick International - lavorando tra gli altri a The Wizard of Oz - Percival alla Warner, Ernest prima alla RKO e poi alla 20th Century Fox, Bud all’Universal, Walter appunto alla Paramount, affiancato da Frank. Edith è destinata a diventare una leggenda di Hollywood, la donna con più Oscar vinti e con più nomination nella storia del cinema: otto statuette su trentacinque partecipazioni. I suoi abiti, come quelli splendidi che crea per Grace Kelly in questo film, entrano nella storia della moda. Nel 1973 appare in un cameo in un episodio di Columbo, ambientato nel mondo del cinema. La “cattiva”, una splendida Anne Baxter, che interpreta una diva sul viale del tramonto, per impressionare il tenente, lo porta in giro per gli studi e arriva con lui nel laboratorio di Edith. Colombo la guarda e chiede: “Ma è proprio quella che si vede sempre agli Oscar?”. È proprio lei.
Hitchcock ritrova alla Paramount il compositore Franz Waxman che ha già lavorato con il regista scrivendo le colonne sonore di Rebecca, Suspicion, The Paradine Case. Anche se il compositore di origine tedesche - è uno dei tanti ebrei fuggiti in America che ha fatto grande Hollywood - è accreditato come autore della colonna sonora, compone soltanto la musica per i titoli di testa e di coda e la melodia che “salva” Miss Lonelyhearts e le fa conoscere l’autore di canzoni. L’interprete di questo personaggio è il musicista Ross Bagdasarian, che qualche anno dopo questo film sarà il creatore di Alvin and the Chipmunks.
Hithcock mette nella riproduzione diegetica dei suoni la stessa meticolosa attenzione che chiede ai tecnici delle luci. Insieme ai rumori della città, dalle finestre degli appartamenti si possono riconoscere Bing Crosby con To See You Is to Love You - dalla colonna sonora del film della Paramount Road to Bali - Nat King Cole con Mona Lisa e Dean Martin con That’s Amore. E poi le musiche di Leonard Bernstein per il balletto di Jerome Robbins Fancy Free, la canzone di Richard Rodgers Lover e l’aria M’appari tutt’amor dall’opera Martha di Friedrich von Flotow, un’opera ormai dimenticata, se non fosse per questa fugace citazione. Chissà da quale finestra esce questa musica?
Alla signora che sta qui sotto, sì quella che fa quelle che fa quelle strane sculture, l’inquilino che abita sotto quelli che hanno il cane non piace affatto. Sì, quello che ha uno strano nome svedese. Ma sai, caro, che io con i nomi… non me li ricordo mai. Invece a me sembra proprio una brava persona. Quando metto il becchime nella gabbia del canarino lo vedo sempre che cura i fiori nella piccola aiuola che ha sotto casa. Uno che ama così i fiori deve essere una brava persona. E poi vedessi come tratta la moglie, tutti i giorni le porta la colazione a letto. Tu quand’è l’ultima volta che mi hai mai portato la colazione a letto? Dovresti prendere esempio da lui.
Apparentemente Rear Window ha la stessa trama del racconto It Had To Be Murder scritto da Cornell Woolrich e pubblicato nel 1942 nella popolare rivista Dime Detective - e infatti, per sfruttare il successo della pellicola, lo stesso Woolrich non esita a ripubblicarlo con il nuovo titolo - ma Hitchcock e il suo sceneggiatore John Michael Hayes - lavoreranno insieme anche nei film successivi: To Catch a Thief, The Trouble with Harry e The Man Who Knew Too Much - realizzano un film molto diverso dal racconto, perché in questo caso il tema centrale diventa il matrimonio. Tanto che l’indizio risolutivo, quello che smaschera l’assassino è, non a caso, una fede nuziale.
Di tutti i personaggi che compaiono nella storia raccontata da Hitchcock solo Miss Hearing Aid, l’eccentrica scultrice che vive a piano terra, non è sposata e vive questa sua condizione con apparente serenità. Ma chissà cosa è successo prima… e forse, qualche anno dopo questa storia, quell’apparentemente innocente signora sarà tra i leader della rivolta di Stonewall. Il matrimonio è il continuo argomento delle discussioni tra Jeff e Lisa. Thorwald ha talmente voglia di sposarsi da essere disposto a uccidere sua moglie pur di poterlo fare. Nel film sono più volte citati, anche se non li vediamo mai, la moglie del Detective Doyle e il marito di Stella. E immaginiamo sia sposato anche l’uomo che desidera la prorompente giovinezza di Miss Torso. Il matrimonio è l’ossessione di Miss Lonelyhearts e magari l’incontro di quelle due solitudini, la sua e quella del compositore, è destinato a creare il rapporto più solido del film. E Jeff, restio al matrimonio - perfino se glielo chiede un’irresistibile Grace Kelly - può osservare, in quel suo involontario esperimento sociale, la vita di tre coppie: gli sposini con la passione destinata a presto a svanire, la coppia con il cagnolino, che si sono ormai adattati alla loro routine domestica, e i Thorwald. E francamente non siamo portati a simpatizzare con la vittima, che brandisce quel loro matrimonio come un’arma contro il povero Lars.
Ed è proprio questo il messaggio che ci lancia il “vecchio” Hitch: attenti, tutti i matrimoni possono finire come quello dei Thorwald.
Pronto? Ciao Stanley. Come stai? Com’è Chicago? Mi manchi tanto. Ma so che tra due giorni sarai di nuovo qui. Questa te la devo proprio raccontare. Te lo ricordi il signor Jefferies, quello che abitava di fronte a me dieci anni fa al Village? Sì, quello che si è quasi fatto ammazzare per catturare quello che aveva ucciso la moglie. Si è fidanzato con Dolores, la mia collega alla Juilliard, sì, quella che insegna canto. È davvero piccolo il mondo. Adesso ha uno studio nell’Upper East Side e fa fotografie a quelli di Broadway. Ha divorziato da quella bella bionda con cui stava allora. Lei aveva deciso di seguirlo nei suoi viaggi avventurosi in giro per il mondo. Poi un bel giorno lui ha mollato tutto, moglie e lavoro, ed è tornato a New York. Si era stancato di quella vita. Spero per Dolores che non sia una delusione. Vorrei che fosse fortunata come me. Ti amo, Stanley.
Finite le riprese, Hitchcock dà a Georgine Darcy un paio di consigli: trovati un agente e vai in Europa a studiare i drammi di Cechov. E le promette che al suo ritorno la farà diventare una star del cinema, come Grace Kelly. Questa prorompente ragazza di Brooklyn crede che il regista stia scherzando.
Non pensa di essere un’attrice. Sa da sempre di essere bella. Sua madre le aveva consigliato di diventare spogliarellista: una carriera dove si guadagna bene e in fretta. A Georgine piace ballare. A sedici anni prende l’autobus e va in California. Quando Hitchcock la chiama, lei non sa nemmeno chi sia quell’ometto bianco. Il regista l’ha scelta personalmente, dopo averla vista in una foto pubblicitaria, splendida in un attillato body nero. Il contratto è ottimo: trecentocinquanta dollari. Edith Head non fa fatica a metterne in risalto le forme con i suoi costumi.
Un giorno Hitchcock le chiede quale torta detestasse e lei, stupita di quella domanda, risponde che non le piace quella di zucca. Il giorno in cui si gira la scena della morte del cagnolino, fa arrivare nel suo appartamento - lei è una di quelle che “vive” nella casa costruita da Hal Pereira e Joseph McMillan Johnson - una fetta di quella torta e riprende la sua espressione. La troupe alla fine delle riprese le regala una torta a forma di ”Miss Torso”, con il seno e tutto il “resto” al posto giusto: durante la lavorazione quella formosa ballerina di Brooklyn è diventata la preferita del set.
Rear Window è il film più importante della carriera di Georgine che, pur non considerandosi mai un’attrice, continua a lavorare, soprattutto in televisione: tra gli altri ruoli è Gipsy, l’irriverente segretaria dello studio legale in Harrigan and Son.
A proposito di avvocati, negli anni successivi diversi membri del cast avranno una parte in uno o più episodi di Perry Mason che, per nove stagioni, dal 1957 al 1966, tiene incollato il pubblico alle “finestre” del più grande “cortile” americano con le storie dell’avvocato che non sbaglia mai, il personaggio che fa diventare Raymond Burr da “cattivo” del cinema a “buono” della televisione. Frank Cady, Jesslyn Fax - Miss Hearing Aid - Rand Harper - lo sposo in luna di miele - Richard Simmons - l’uomo in casa di Miss Torso - e naturalmente Bess Flowers, “The Queen of the Hollywood Extras”, che nel film appare nella festa a casa del compositore, incontrano il collega Burr in quella fortunata serie. Ralph Smiley, il cameriere del 21, non prende parte a questa serie, ma all’inizio degli anni Settanta ritrova Lars Thorwald in Ironside.
Georgine probabilmente fa bene a non fidarsi troppo dei consigli di Hitchcock, che in quei mesi non può certo immaginare che la “sua” Grace lo lascerà per diventare principessa di quel piccolo regno sulla Costa azzurra, costringendolo a cercare nei film successivi una nuova musa, bionda come lei. E quando Scottie Ferguson “trasforma” Judy in Madeleine, in una delle sequenze più drammatiche di Vertigo, Hitchcock racconta la sua ossessione a trasformare in Grace qualsiasi attrice con cui sta lavorando. Ed è ancora James Stewart che, come in Rear Window, è chiamato a interpretare il personaggio che diventa “regista” della storia, il doppio di Hitch.
Ma ovviamente nessuna può essere come “Hot Ice”, così algida e provocante. E se Grace Kelly decide che ti vuole sposare, tu non puoi proprio resisterle.
Charlie, cosa succede? Sembra che hai visto un fantasma.
Moe, è stato il commesso viaggiatore a uccidere il cane. È un assassino.
Come fai a saperlo?
L’ho visto. Ti ricordi che avevo visto che qualcuno aveva smosso i fiori? Stanotte sono scivolato fuori per scoprire cosa era successo. Ho cominciato a scavare e ho trovato qualcosa, ma poi ho sentito che la porta si apriva e sono scappato. Era quel Thorwald, quando ha visto la terra sul vialetto ha pensato che fosse stato il cane che era lì vicino. L’ha preso e l’ha strozzato.
Adesso cosa pensi di fare?
Lo vorrei denunciare alla polizia, ma sono sicuro che non mi crederebbero.
La vuoi smettere di guardare in casa del fotografo?!… Cosa ci troverai poi in quella biondina slavata di Park Avenue?… Quelle sono tutte uguali, sembrano fatte con lo stampo… E non capisco cosa ci trovi un uomo così affascinante come il signor Jefferies… Ha girato il mondo lui, non come te: l’unica volta che sei uscito da New York è quando mi hai portato ad Atlantic City in viaggio di nozze… Comunque non ci pensa proprio a sposarla. Me l’ha detto Clara, sì quella del drugstore all’angolo tra la Cristopher e la Bedford, che è cugina di Stella… Non sai chi è? Certo: tu non guardi quando c’è l’infermiera. Tu guardi solo quando c’è quella là… Non pensare di avere delle possibilità, anche se le fai gli occhi da triglia… E ho visto che l’altro giorno l’hai salutata quando è scesa dal taxi, insieme a quel cameriere del 21. Come se qui al Village non ci fossero ristoranti… Tu sei sposato, caro mio, e anche se mi dovessi uccidere, non pensare che una così prenderebbe uno come te… Ma mi stai ascoltando?
Certo il nome di Sara Berner non vi dice molto, ma negli anni Trenta e Quaranta la sua è la “voce più famosa di Hollywood”, come dicono i giornali. Sara recita moltissimo alla radio, perché è molto brava a fare le imitazioni - Greta Garbo, Mae West e Katharine Hepburn sono tra i suoi cavalli di battaglia - ma soprattutto è strepitosa negli accenti, tanto da poter sostenere più ruoli all’interno di uno stesso show. Dopo la radio e la popolarità nazionale con il ruolo di una garrula e pettegola centralinista in The Jack Benny Program, questa attrice, nata ad Albany e cresciuta tra Tulsa e Philadelphia, diventa la voce di tanti personaggi dei cartoni animati, tra cui Jerry. Quando il famoso topolino canta e balla con Gene Kelly in Anchors Aweugh la voce è proprio quella di Sara. Agli inizi degli anni Cinquanta la sua stella di comincia a tramontare, ma per fortuna c’è la televisione. E nel 1959 è sua la voce di una centralinista in North by Northwest, il suo ultimo ruolo al cinema.
Frank Cady decide solo dopo la guerra di dedicarsi completamente alla carriera di attore, anche se la passione per il palcoscenico l’ha accompagnato per tutto il suo percorso scolastico. Si laurea in giornalismo a Stanford e in quel prestigioso ateneo comincia anche a insegnare. Poi scoppia la guerra e Frank si arruola in aereonautica. Tornato dal Pacifico decide di trasferirsi a Hollywood. Il cinema non lo fa diventare una star, ma tra gli anni Sessanta e Settanta il suo viso diventa popolare grazie ad alcune fortunate serie televisive.
Sia per Sara che per Frank Rear Window rimarrà il titolo più importante delle loro carriere cinematografiche, anche se interpretano due personaggi che non hanno neppure un nome: sono la coppia che ha il cane e che, a causa del caldo torrido, dorme sul ballatoio delle scale antincendio. Hitchcock affida alla voce di Sara la lunga tirata sui vicini che dovrebbero aiutarsi, quando la donna scopre che uno di loro ha ucciso il suo piccolo animale, colpevole di scavare dove non avrebbe dovuto: è l’unico del vicinato che ha sempre avuto dei sospetti su quel commesso viaggiatore poco gentile del piano di sotto.
Durante la lavorazione del film Hitchcock non si muove mai dallo studio principale, ossia dall’appartamento di Jeff, perché vuole che quello sia il punto di vista dello spettatore. Tutti noi, quando guardiamo quel film, siamo seduti in quella scomoda sedia a rotelle e scrutiamo il mondo di fuori attraverso l’obiettivo del fotografo. Per questo dà indicazioni agli attori che stanno nel palazzo di fronte con degli invisibili auricolari. Nella scena della pioggia decide di togliere a Sara e Frank gli auricolari e di lasciarli liberi, senza indicazioni. Vuole scoprire, insieme a noi, cosa faranno quando vengono sorpresi dalla pioggia. E loro sono perfetti, perché uno va da una parte e una dall’altra, tirandosi dietro in qualche modo cuscini, lenzuola e materasso, in maniera confusa e disordinata. Proprio come avrebbe fatto qualsiasi coppia in quella situazione.
Charlie, Moe, venite presto. E non fate rumore.
Sei sicuro che tua madre non tornerà?
Tranquilli ragazzi, è andata dalla signora Horowitz per farle provare un vestito e poi deve passare dal negozio di stoffe sulla Grove. Ci metterà almeno due ore.
Per fortuna a quest’ora del pomeriggio lei è sempre in casa a ballare.
Che bella. Speriamo che oggi si tolga il reggiseno.
Di solito quando balla lo tiene.
Magari oggi siamo più fortunati.
Per voi è più bella lei o la fidanzata del fotografo del piano di sopra?
Non so, lei non l’abbiamo mai vista senza vestiti.
Ci vorrebbe qualcuno che abitasse dall’altra parte del cortile.
Ragazzi vi siete accorti che oggi i fiori hanno un’altezza diversa rispetto a ieri?
Charlie, con tutto quel ben di Dio che c’è lassù, tu come fai a pensare ai fiori?
Hitchcock sa che la Paramount è disposta ad aprire i cordoni della borsa pur di poter produrre finalmente un suo film - per di più con due star come James Stewart e Grace Kelly - ma soprattutto sa che in quei grandi studi troverà i tecnici di cui ha bisogno per creare il film che ha in mente da quando ha letto quel racconto di Woolrich.
Il regista spiega ai due scenografi che gli vengono messi a disposizione, Hal Pereira e Joseph McMillan Johnson, che non gli basta un teatro di posa, per quanto grande, vuole un vero cortile con intorno gli appartamenti che si affacciano intorno, facendone uno spazio comune per ogni abitazione. Pereira è a capo del dipartimento scenografico della Paramount dal 1951, da quando è andato in pensione il suo maestro, il grande Hans Dreier, ma ha lavorato con lui fin dall’inizio degli anni Quaranta. Rimarrà in quel posto fino al 1966, ossia quando la casa di produzione viene comprata dalla compagnia petrolifera Gulf and Western: nella sua carriera ottiene ben ventitré nomination, anche se vince un solo Oscar per The Rose Tattoo. McMillan Johnson è un brillante architetto che David O. Selznick vuole nella squadra di creativi di The Wizard of Oz: dopo quell’esperienza esaltante decide di rimanere a Hollywood, anche se nel periodo della “caccia alle streghe”, nel periodo in cui tutti sono spiati, deve tornare a fare l’architetto.
Hitchcock consegna ai due scenografi disegni e bozzetti che lui stesso ha preparato, un’abitudine che ha da quando faceva lo scenografo nel Regno Unito, prima di fare il regista. Con quelle indicazioni precise e seguendo quel progetto ambizioso Hal e Joseph si mettono al lavoro. Per giorni vagano per il Greenvich Village e finalmente trovano, al 125 di Cristopher Street, l’ambiente che soddisfa tutte le richieste di Hitchcock. Adesso basta solo ricostruirlo negli studi di Melrose Avenue a Hollywood. Servono sei settimane, in cui si lavora giorno e notte. L’appartamento di Jeff è lo studio principale, quello dove ci sono le macchine da presa e dove starà il regista, e ovviamente è a livello del terreno. Dal momento che nella finzione l’appartamento si trova in alto, bisogna scavare per realizzare il cortile e dall’altra parte vengono costruite le case, rispettando distanze e proporzioni. E così i tecnici e gli artigiani della Paramount ricostruiscono quel cortile del Village, e lo fanno con una precisione incredibile. Se andate a quell’indirizzo di Cristopher Street non faticherete a riconoscere le finestre dei Thorwald, di Miss Torso o del compositore.
Il set misura quasi trenta metri in larghezza, cinquantasei in lunghezza e più di dodici in altezza. Vi si affacciano trentuno appartamenti, di cui otto sono dotati di luce elettrica, gas e acqua, tanto che molti degli interpreti li usano al posto delle roulotte durante le riprese. Dal momento che una notte piove, i tecnici devono realizzare anche un sistema di drenaggio, affinché il cortile non si allaghi.
Il regista chiede altrettanta attenzione anche ai tecnici che si debbono occupare dell’illuminazione. Predispongono quattro set di luci, per un totale di più di mille fari, montati e smontati a seconda del momento della giornata raccontato dalle riprese: mattina presto, pomeriggio, poco prima del tramonto e notte.
La Paramount investe un milione di dollari per realizzare il film e un quarto di questa cifra è per le scene, mentre solo il dodici per cento per pagare gli attori. Naturalmente si tratta di un investimento oculato, solo nella sua corsa iniziale in Nord America il film incassa 5,3 milioni di dollari. Il film è un successo. Nel 1968 Hitchcock ne acquista i diritti: è uno dei cinque Missing Hitchcocks, i film che il regista vuole lasciare in eredità alla figlia Patricia. Rear Window verrà proiettato di nuovo solo nel 1984. Solo una volta viene trasmesso dall’ABC, ma illegalmente. Tra i cinque film scelti dal regista ci sono i quattro con James Stewart come protagonista.
Tra i grandi “artigiani” che Hitchcock trova alla Paramount ci sono anche Edith Head e Walter Westmore. Sono loro due che devono rendere Lisa Fremont irresistibile. Wally è il capo della sezione trucco dello studio e naturalmente per quel film così importante deve essere lui a rendere perfetta Grace Kelly. Qualunque grande studio Hitchcock avesse scelto per girare Rear Window quel compito sarebbe toccato a uno dei figli di George Westmore, il parrucchiere inglese che nell’età del muto “inventa” i riccioli di Mary Pickford e crea, insieme a un collega arrivato dalla Polonia, un certo Maksymilian Faktorowicz, la professione del make-up artist. George ha diciannove figli e sei di loro seguono le orme del padre, truccando le dive e i divi della Golden Age di Hollywood: Monte lavora alla Selznick International - lavorando tra gli altri a The Wizard of Oz - Percival alla Warner, Ernest prima alla RKO e poi alla 20th Century Fox, Bud all’Universal, Walter appunto alla Paramount, affiancato da Frank. Edith è destinata a diventare una leggenda di Hollywood, la donna con più Oscar vinti e con più nomination nella storia del cinema: otto statuette su trentacinque partecipazioni. I suoi abiti, come quelli splendidi che crea per Grace Kelly in questo film, entrano nella storia della moda. Nel 1973 appare in un cameo in un episodio di Columbo, ambientato nel mondo del cinema. La “cattiva”, una splendida Anne Baxter, che interpreta una diva sul viale del tramonto, per impressionare il tenente, lo porta in giro per gli studi e arriva con lui nel laboratorio di Edith. Colombo la guarda e chiede: “Ma è proprio quella che si vede sempre agli Oscar?”. È proprio lei.
Hitchcock ritrova alla Paramount il compositore Franz Waxman che ha già lavorato con il regista scrivendo le colonne sonore di Rebecca, Suspicion, The Paradine Case. Anche se il compositore di origine tedesche - è uno dei tanti ebrei fuggiti in America che ha fatto grande Hollywood - è accreditato come autore della colonna sonora, compone soltanto la musica per i titoli di testa e di coda e la melodia che “salva” Miss Lonelyhearts e le fa conoscere l’autore di canzoni. L’interprete di questo personaggio è il musicista Ross Bagdasarian, che qualche anno dopo questo film sarà il creatore di Alvin and the Chipmunks.
Hithcock mette nella riproduzione diegetica dei suoni la stessa meticolosa attenzione che chiede ai tecnici delle luci. Insieme ai rumori della città, dalle finestre degli appartamenti si possono riconoscere Bing Crosby con To See You Is to Love You - dalla colonna sonora del film della Paramount Road to Bali - Nat King Cole con Mona Lisa e Dean Martin con That’s Amore. E poi le musiche di Leonard Bernstein per il balletto di Jerome Robbins Fancy Free, la canzone di Richard Rodgers Lover e l’aria M’appari tutt’amor dall’opera Martha di Friedrich von Flotow, un’opera ormai dimenticata, se non fosse per questa fugace citazione. Chissà da quale finestra esce questa musica?
Alla signora che sta qui sotto, sì quella che fa quelle che fa quelle strane sculture, l’inquilino che abita sotto quelli che hanno il cane non piace affatto. Sì, quello che ha uno strano nome svedese. Ma sai, caro, che io con i nomi… non me li ricordo mai. Invece a me sembra proprio una brava persona. Quando metto il becchime nella gabbia del canarino lo vedo sempre che cura i fiori nella piccola aiuola che ha sotto casa. Uno che ama così i fiori deve essere una brava persona. E poi vedessi come tratta la moglie, tutti i giorni le porta la colazione a letto. Tu quand’è l’ultima volta che mi hai mai portato la colazione a letto? Dovresti prendere esempio da lui.
Apparentemente Rear Window ha la stessa trama del racconto It Had To Be Murder scritto da Cornell Woolrich e pubblicato nel 1942 nella popolare rivista Dime Detective - e infatti, per sfruttare il successo della pellicola, lo stesso Woolrich non esita a ripubblicarlo con il nuovo titolo - ma Hitchcock e il suo sceneggiatore John Michael Hayes - lavoreranno insieme anche nei film successivi: To Catch a Thief, The Trouble with Harry e The Man Who Knew Too Much - realizzano un film molto diverso dal racconto, perché in questo caso il tema centrale diventa il matrimonio. Tanto che l’indizio risolutivo, quello che smaschera l’assassino è, non a caso, una fede nuziale.
Di tutti i personaggi che compaiono nella storia raccontata da Hitchcock solo Miss Hearing Aid, l’eccentrica scultrice che vive a piano terra, non è sposata e vive questa sua condizione con apparente serenità. Ma chissà cosa è successo prima… e forse, qualche anno dopo questa storia, quell’apparentemente innocente signora sarà tra i leader della rivolta di Stonewall. Il matrimonio è il continuo argomento delle discussioni tra Jeff e Lisa. Thorwald ha talmente voglia di sposarsi da essere disposto a uccidere sua moglie pur di poterlo fare. Nel film sono più volte citati, anche se non li vediamo mai, la moglie del Detective Doyle e il marito di Stella. E immaginiamo sia sposato anche l’uomo che desidera la prorompente giovinezza di Miss Torso. Il matrimonio è l’ossessione di Miss Lonelyhearts e magari l’incontro di quelle due solitudini, la sua e quella del compositore, è destinato a creare il rapporto più solido del film. E Jeff, restio al matrimonio - perfino se glielo chiede un’irresistibile Grace Kelly - può osservare, in quel suo involontario esperimento sociale, la vita di tre coppie: gli sposini con la passione destinata a presto a svanire, la coppia con il cagnolino, che si sono ormai adattati alla loro routine domestica, e i Thorwald. E francamente non siamo portati a simpatizzare con la vittima, che brandisce quel loro matrimonio come un’arma contro il povero Lars.
Ed è proprio questo il messaggio che ci lancia il “vecchio” Hitch: attenti, tutti i matrimoni possono finire come quello dei Thorwald.
Pronto? Ciao Stanley. Come stai? Com’è Chicago? Mi manchi tanto. Ma so che tra due giorni sarai di nuovo qui. Questa te la devo proprio raccontare. Te lo ricordi il signor Jefferies, quello che abitava di fronte a me dieci anni fa al Village? Sì, quello che si è quasi fatto ammazzare per catturare quello che aveva ucciso la moglie. Si è fidanzato con Dolores, la mia collega alla Juilliard, sì, quella che insegna canto. È davvero piccolo il mondo. Adesso ha uno studio nell’Upper East Side e fa fotografie a quelli di Broadway. Ha divorziato da quella bella bionda con cui stava allora. Lei aveva deciso di seguirlo nei suoi viaggi avventurosi in giro per il mondo. Poi un bel giorno lui ha mollato tutto, moglie e lavoro, ed è tornato a New York. Si era stancato di quella vita. Spero per Dolores che non sia una delusione. Vorrei che fosse fortunata come me. Ti amo, Stanley.
Finite le riprese, Hitchcock dà a Georgine Darcy un paio di consigli: trovati un agente e vai in Europa a studiare i drammi di Cechov. E le promette che al suo ritorno la farà diventare una star del cinema, come Grace Kelly. Questa prorompente ragazza di Brooklyn crede che il regista stia scherzando.
Non pensa di essere un’attrice. Sa da sempre di essere bella. Sua madre le aveva consigliato di diventare spogliarellista: una carriera dove si guadagna bene e in fretta. A Georgine piace ballare. A sedici anni prende l’autobus e va in California. Quando Hitchcock la chiama, lei non sa nemmeno chi sia quell’ometto bianco. Il regista l’ha scelta personalmente, dopo averla vista in una foto pubblicitaria, splendida in un attillato body nero. Il contratto è ottimo: trecentocinquanta dollari. Edith Head non fa fatica a metterne in risalto le forme con i suoi costumi.
Un giorno Hitchcock le chiede quale torta detestasse e lei, stupita di quella domanda, risponde che non le piace quella di zucca. Il giorno in cui si gira la scena della morte del cagnolino, fa arrivare nel suo appartamento - lei è una di quelle che “vive” nella casa costruita da Hal Pereira e Joseph McMillan Johnson - una fetta di quella torta e riprende la sua espressione. La troupe alla fine delle riprese le regala una torta a forma di ”Miss Torso”, con il seno e tutto il “resto” al posto giusto: durante la lavorazione quella formosa ballerina di Brooklyn è diventata la preferita del set.
Rear Window è il film più importante della carriera di Georgine che, pur non considerandosi mai un’attrice, continua a lavorare, soprattutto in televisione: tra gli altri ruoli è Gipsy, l’irriverente segretaria dello studio legale in Harrigan and Son.
A proposito di avvocati, negli anni successivi diversi membri del cast avranno una parte in uno o più episodi di Perry Mason che, per nove stagioni, dal 1957 al 1966, tiene incollato il pubblico alle “finestre” del più grande “cortile” americano con le storie dell’avvocato che non sbaglia mai, il personaggio che fa diventare Raymond Burr da “cattivo” del cinema a “buono” della televisione. Frank Cady, Jesslyn Fax - Miss Hearing Aid - Rand Harper - lo sposo in luna di miele - Richard Simmons - l’uomo in casa di Miss Torso - e naturalmente Bess Flowers, “The Queen of the Hollywood Extras”, che nel film appare nella festa a casa del compositore, incontrano il collega Burr in quella fortunata serie. Ralph Smiley, il cameriere del 21, non prende parte a questa serie, ma all’inizio degli anni Settanta ritrova Lars Thorwald in Ironside.
Georgine probabilmente fa bene a non fidarsi troppo dei consigli di Hitchcock, che in quei mesi non può certo immaginare che la “sua” Grace lo lascerà per diventare principessa di quel piccolo regno sulla Costa azzurra, costringendolo a cercare nei film successivi una nuova musa, bionda come lei. E quando Scottie Ferguson “trasforma” Judy in Madeleine, in una delle sequenze più drammatiche di Vertigo, Hitchcock racconta la sua ossessione a trasformare in Grace qualsiasi attrice con cui sta lavorando. Ed è ancora James Stewart che, come in Rear Window, è chiamato a interpretare il personaggio che diventa “regista” della storia, il doppio di Hitch.
Ma ovviamente nessuna può essere come “Hot Ice”, così algida e provocante. E se Grace Kelly decide che ti vuole sposare, tu non puoi proprio resisterle.
Charlie, cosa succede? Sembra che hai visto un fantasma.
Moe, è stato il commesso viaggiatore a uccidere il cane. È un assassino.
Come fai a saperlo?
L’ho visto. Ti ricordi che avevo visto che qualcuno aveva smosso i fiori? Stanotte sono scivolato fuori per scoprire cosa era successo. Ho cominciato a scavare e ho trovato qualcosa, ma poi ho sentito che la porta si apriva e sono scappato. Era quel Thorwald, quando ha visto la terra sul vialetto ha pensato che fosse stato il cane che era lì vicino. L’ha preso e l’ha strozzato.
Adesso cosa pensi di fare?
Lo vorrei denunciare alla polizia, ma sono sicuro che non mi crederebbero.
sabato 14 gennaio 2023
Verba volant (825): scarpa...
Oggi vi racconto la storia di una scarpetta, anzi della scarpetta più famosa della letteratura. Il problema è che non so da dove e da quando cominciare. Forse da un basso napoletano alla fine del Cinquecento. Oppure dall’antico Egitto al tempo dei faraoni della XXVI dinastia. O magari da qualche villaggio del Jiangxi durante il lungo regno dell’imperatore De Zong. Ma Luca Martini mi dice che non devo divagare troppo e quindi ho deciso di cominciare questo racconto nella Parigi del Seicento. Ossia da quando quella magica scarpetta è diventata di vetro.
Siamo nello studio ingombro di antiche carte, polverosi manoscritti e pesanti incunaboli di Charles Perrault. Sì, quello delle fiabe. Tutti, ma proprio tutti, conoscono le sue storie, molti meno il nome dello scrittore, magari confondendosi con i fratelli Grimm, gli austeri filologi tedeschi dell’Ottocento, anch’essi autori di un fortunato volume di fiabe, praticamente le stesse raccontate dal loro predecessore francese, perché tutti loro hanno semplicemente raccolto, riadattandole più o meno fedelmente, storie tradizionali, in qualche caso molto antiche, lo stesso che aveva fatto Giambattista Basile prima di tutti loro. Le stesse storie che nel Novecento hanno saccheggiato quelli della Disney, finendo per esserne considerati gli autori.
Credo che avrete ormai capito che vi voglio parlare di Cenerentola. Spero di non dovervi riassumere la storia, immagino che tutti abbiate visto - da bambini, da genitori, da nonni - il film a cartoni animati del 1950, con le voci, tra le altre, di Eleanor Audley e Verna Felton, rispettivamente la cattiva Lady Tremaine e la distratta Fata madrina - genialmente diventata, nella versione italiana la Fata Smemorina. Queste due attrici sono nomi importanti del doppiaggio dei film di animazione, la prima è stata anche Malefica, mentre la seconda la Regina di cuori e la suocera di Fred Flinstone. Nella versione italiana le voci sono di due artiste altrettanto brave, anche se oggi purtroppo dimenticate: Tina Lattanzi e Laura Carli. Ma questo non c’entra. Torniamo a Parigi.
Anzi, prima di tornare nello studio di Perrault, Zaira mi ricorda che noi siamo di una generazione, prima dell’home video e di internet, che ha imparato a conoscere Cenerentola non dal film della Disney, ma dalle Fiabe sonore della Fratelli Fabbri Editori. Se anche voi siete abbastanza vecchi, vi ricordate certamente quei 45 giri e i grandi albi con le belle illustrazioni realizzate dai migliori disegnatori italiani. E soprattutto ricordate la sigla che precedeva ogni favola: “A mille ce n’è / nel mio cuore di fiabe da narrar”.
Quelle storie erano raccontate dalla bella voce impostata di Silverio Pisu, il figlio di Mario, che, dopo una carriera da cantante impegnato nei cabaret milanesi, si è dedicato con successo al doppiaggio. Ve la ricordate la versione di Addio Lugano bella cantata da Gaber nella trasmissione Questo e quello? Insieme a Giorgio ci sono Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Otello Profazio e il nostro Silverio.
Pisu è anche l’autore dei testi delle sessanta favole della raccolta. E si diverte ad aggiungere qualche particolare stravagante. Per Cenerentola inventa Venceslao, il gattone della ragazza, che osserva sgomento - e un po’ arrabbiato, visto che si tratta del suo pranzo - la trasformazione dei topi in cavalli. E, dopo la fatidica mezzanotte, il Principe si lamenta che nessuno ha preso la targa della carrozza.
A questo progetto lavora un bel gruppo di attori, tra cui Ugo Bologna, Sante Calogero, Pupo De Luca e Isa Di Marzio. Mentre tutte le canzoni e le musiche - oltre alla sigla - sono composte da Vittorio Paltrinieri, che le esegue insieme al Quartetto Radar, quelli di Bidibodibù per un celebre “carosello”. Un bel gruppo di bravi artigiani dello spettacolo, di artisti che sapevano fare il loro mestiere. E noi possiamo dire, con affetto e con una punta di nostalgia, di aver avuto la fortuna di ascoltare quegli antichi “audiolibri”, quei piccoli sceneggiati creati apposta per noi bambini.
Adesso basta divagare. Quasi certamente Perrault non pensava che sarebbe diventato famoso grazie a quelle favole, pubblicate nel 1697 con il titolo Histoires ou Contes du temps passé avec des Moralités. Charles aveva mandato alle stampe il libro sotto il nome del suo terzo figlio, Pierre, che si chiamava come uno degli zii, traduttore in francese delle opere di Alessandro Tassoni e Receveur général des finances - ossia il responsabile delle tasse - nel governo di Colbert. Quel ragazzo gli dava dei pensieri: una testa calda, era stato anche in carcere a seguito di una rissa. Perrault era un padre vedovo - la moglie era morta quando i quattro figli erano ancora piccoli - ed era preoccupato per l’avvenire di quel ragazzo scapestrato, la pecora nera della famiglia. Sperava che, leggendo quelle storie edificanti, con la loro brava morale, la nobiltà francese avrebbe pensato che il ragazzo avesse messo la testa a posto. Inoltre il libro era dedicato a “Mademoiselle”, ossia Elisabetta Carlotta di Borbone-Orléans, la nipote del Re Luigi XIV: Perrault sperava in questo modo che il figlio fosse assunto come suo segretario. Il trucco non è andato a buon fine: il mondo intellettuale di Parigi ha capito subito che quel ragazzo diciannovenne non avrebbe potuto scrivere quelle storie, ma soprattutto usare quello stile così forbito, così tipico di suo padre. E quel posto è andato a un altro candidato, certamente più raccomandato del povero Pierre: allora andava così. D’altra parte la “seconda morale” della fiaba di Perrault recita: “Gran che certo, avere ingegno, coraggio, nobiltà, buon senso, e simili pregi che vi vengono dal cielo; ma a nulla vi serviranno per avanzar nella vita, se non avete o dei compari o delle comari che li facciano valere”. In sostanza per avere successo sempre meglio avere una “fata madrina”.
Perrault era certo che i posteri si sarebbero ricordati di lui per gli altri suoi lavori, magari per i suoi versi o forse le opere storiche. Non era certo immodesto, pensava di meritare il posto che gli era stato assegnato tra gli Immortali, il seggio n. 23 dell’Académie française, occupato prima di lui dal poeta Guillaume Colletet, amico di Richelieu, poi dal letterato Gilles Boileau, il più giovane eletto a quel prestigioso consesso, e Jean de Montigny. E su cui ora siede lo storico dell’arte ed ex direttore del Louvre Pierre Max Rosenberg. A proposito, un altro dei fratelli maggiori di Charles si chiamava Claude. Si era laureato in medicina alla Sorbona, ma i suoi interessi spaziavano in molteplici campi: oltre che un grande anatomista, è ricordato come botanico, studioso di meccanica, inventore, appassionato di architettura, tanto da tradurre l’opera di Vitruvio in francese e realizzare la grande facciata orientale del Louvre - quella che adesso dà su rue de l’Amiral de Coligny - con la sua celebre Colonnade, esempio mirabile del classicismo, che ha ispirato la facciata del Campidoglio e del Metropolitan Museum.
A dire la verità ai suoi tempi Charles Perrault era famoso soprattutto per la sua attività di polemista. A fine gennaio del 1687 legge ai suoi colleghi dell’Accademia una poesia intitolata Le Siècle de Louis le Grand. Gli Immortali ascoltano condiscendenti e decisamente annoiati: i soliti versi levigati e di maniera di Perrault. A un certo punto c’è qualcosa che sveglia la loro attenzione: il poeta dice che gli autori classici, a partire da Omero, sono sopravvalutati, molto meglio i poeti del Seicento, il secolo in cui le arti hanno raggiunto il loro apice. Si tratta di una tesi azzardata, ma gran parte degli accademici, punti sulla loro vanità, applaudono con entusiasmo. Pochi storcono la bocca per quei giudizi trancianti rivolti a venerati maestri, ma solo il poeta Nicolas Boileau, soprannominato il “Regent du Parnasse”, il seggio n. 1 dell’Accademia, si alza sdegnato, dicendo che è un crimine continuare ad ascoltare quelle farneticazioni. Comincia così la Querelle des Anciens et des Moderns, un dibattito intellettuale che proseguirà piuttosto stancamente per quasi un decennio.
Perrault è attivissimo come capofila dei “moderni”, scrive opere letterarie, pamphlet, risponde alle satire di Boileau. Il mondo accademico si appassiona a questo, per molti aspetti futile, dibattito. Tutti i letterati e gli intellettuali vi prendono parte, spesso schierandosi per una parte o per l’altra a seconda delle convenienze, seguendo amicizie e consorterie o peggio antipatie personali o sentimenti ancora meno commendevoli. Cose che succedevano tra gli intellettuali francesi del Seicento.
E c’entra anche la politica, perché i sostenitori dei “moderni” sono quelli più fedeli alla Corona, o quelli che sperano in qualche prebenda, mentre quelli che difendono gli “antichi” sono spesso critici verso il potere costituito, chi regge le Accademie e la Sorbona. Paradossalmente sostenere gli “antichi” diventa un segno se non di ribellione, di scarso entusiasmo per il potere. Lo stesso Boileau è vicino alle posizioni di Port-Royal. Anche un altro fratello maggiore di Charles, Nicolas, quello che, a differenza dei fratelli, si era laureato in teologia, era stato espulso dalla Sorbona proprio per le sue opinioni gianseniste, una cosa che per il fratello così ben inserito a Corte e nelle Accademie era un motivo di imbarazzo.
E la scarpetta? Non mi sono dimenticato. Sia Erodoto che Strabone raccontano che i calzari di Rodopi, la “cenerentola” egizia, diventata sposa del faraone Amasis, sono di oro rosso, e di una preziosa stoffa d’oro sono anche i sandali di Ye Xian, la ragazza di cui sappiamo che aveva piedi splendidi e piccolissimi - una caratteristica particolarmente apprezzata ancora oggi dagli uomini cinesi - mentre Giambattista Basile non dice di cosa sono fatte le pianelle di Zezzola, la Gatta cenerentola della tradizione napoletana. Ma come le scarpette della fiaba di Perrault e di quella dei Grimm - anche queste d’oro - tutte queste calzature hanno la peculiare caratteristica di adattarsi soltanto a una persona. Evidentemente queste storie sono molto precedenti al tempo del prêt-à-porter.
La folclorista inglese Marian Roalfe Cox, autrice del fondamentale testo del 1893 Cinderella: Three Hundred and Forty-Five Variants of Cinderella, Catskin and Cap o’Rushes, Abstracted and Tabulated with a Discussion of Medieval Analogues and Notes, dice che delle trecentoquarantacinque versioni della fiaba solo sei citano il vetro come materiale delle scarpette. Ma, grazie a Perrault - e a Disney - ormai nell’immaginario comune quelle scarpette sono di vetro. E The Glass Slipper è il titolo del film del 1955 basato sulla fiaba di Cenerentola, con un’incantevole Leslie Caron nel ruolo della giovane e due grandi caratteriste, Elsa Lanchester ed Estelle Winwood, in quelli rispettivamente della matrigna e di una misteriosa vecchietta si rivelerà una fata. Elsa è la “sposa” di Frankenstein, ma è meglio che mi fermi, anche perché Estelle ha interpretato il suo ultimo ruolo a novantasei anni, alla fine di una carriera lunghissima. E se comincio non finisco più.
Vi devo raccontare del vetro. Genevieve Warwick, che insegna storia dell’arte all’Università di Edimburgo, autrice del saggio Cinderella’s Glass Slipper: Towards a Cultural History of Renaissance Materialities, ci spiega perché Perrault ha fatto questa scelta così inusuale.
Perrault era un borghese, suo nonno realizzava arazzi per la Corte, suo padre era avvocato presso il Parlamento di Parigi, e Charles era nella condizione in cui ci troviamo tanti di noi che ci definiamo scrittori: non poteva sperare di vivere solo scrivendo, e quindi era costretto a lavorare.
Nel 1663 Colbert lo nomina segretario dell’Académie des inscriptions et belles-lettres, l’istituzione che ha il compito di redigere le iscrizioni sui monumenti e sulle medaglie in onore di Luigi XIV, e due anni dopo lo promuove controllore generale della Sovrintendenza agli edifici del Re. Per Charles si tratta di un bel balzo di carriera, che gli offre una notevole influenza nella vita artistica della Corte di Francia. È proprio grazie a questo incarico che riesce a far assegnare a Claude il rifacimento della facciata del Louvre, dopo aver scartato il progetto di Bernini, e a Pierre un progetto sulle fontane della nuova reggia che Luigi vuole costruire a Versailles. Grazie al “piccolo” della famiglia, i Perrault si sono davvero ben sistemati: ecco un’altra cosa che adesso non succede più.
Il Re vuole che nel corpo centrale della sua nuova reggia ci sia una grande sala, che renda evidente ai visitatori la grandezza della Francia sotto il suo regno. Incarica di questo ambizioso progetto Jules Hardouin-Mansart e l’architetto realizza un salone lungo settantatré metri e largo più di dieci che raggiunge l’attico del corpo centrale della reggia, con diciassette grandi finestre ad arco, aperte verso i magnifici giardini, a cui corrispondono sull’altro lato diciassette specchi, altrettanto grandi, in grado di far sembrare la sala ancora più vasta. Poi il re affida a Charles Le Brun la decorazione del soffitto, discutendo animatamente con il pittore sulla scelta dei soggetti: al centro campeggia un dipinto significativamente intitolato Il Re governa autonomamente. Oggi la Galleria degli Specchi è un’attrazione turistica e desta lo stesso ammirato stupore che provocava ai regnanti, ai ministri e agli ambasciatori che Luigi vi riceveva. Feste di nozze, battesimi reali, balli di carnevale: tutto è stato festeggiato in questa sala. E, non a caso, proprio qui nel 1871 Bismarck decide di far proclamare a Guglielmo I la nascita dell’Impero tedesco, dopo la fine della guerra franco-prussiana, e con lo stesso intento simbolico, nel 1919 il governo francese ne fa lo scenario della firma del Trattato di Versailles, che sancisce, tra l’altro, la fine di quell’Impero.
A Perrault viene affidato il delicato compito di sovraintendere alla realizzazione dei vetri e degli specchi che servono per decorare la Grande Galerie. Anche questo, nelle intenzioni del Re, deve essere un segno della grandezza della Francia. Ancora nel XVII secolo Venezia aveva il monopolio della realizzazione degli specchi. È stato proprio Colbert a fondare la Manufacture royale de glaces de miroirs, divenuta poi Compagnie de Saint-Gobain, capace di togliere il monopolio europeo del prodotto agli artigiani veneziani.
Inoltre, seguendo così da vicino il processo di lavorazione del vetro, Perrault impara che quel prodotto nasce dalla cenere. Perché, come dice la prima “morale”: “La buona grazia è il vero dono delle Fate; senza di essa, nulla si può, con essa, tutto". A questo punto di cosa poteva essere fatta la scarpetta che permette a una principessa, ingiustamente relegata al ruolo di sguattera, di tornare al posto che le compete nel mondo? Di vetro ovviamente. E Cenerentola diventa la metafora della Francia tornata grande grazie a Luigi e al suo vetro. Perrault capisce, molto prima di Disney, che le favole possono diventare un ottimo strumento di propaganda politica.
E poco importa se è davvero impossibile ballare indossando delle scarpette di vetro. A proposito nella versione danese le scarpette sono d’oro, ma Askepot, che evidentemente è una ragazza piuttosto previdente e pratica, indossa delle galosce per proteggere le sue preziose calzature, che non si sporchino di fango.
Credo che a questo punto sia necessario ricordare che a metà dell’Ottocento quelle scarpette di vetro hanno scatenato una piccola querelle. Nel 1841 Honoré de Balzac, nel romanzo Sur Catherine de Médicis, fa dire a un suo personaggio, di professione pellicciaio, che le scarpette di Cenerentola non sono di verre, ma di vair, che è la preziosa pelliccia di scoiattolo. Émile Littré, nel suo ponderoso Dictionnaire de la langue française, prende le parti di Balzac e di altri critici che, seguendo il grande romanziere, sostengono che sia molto più “razionale” pensare a scarpette di pelliccia piuttosto che di vetro. Evidentemente né Balzac né Littré erano dei ballerini, perché neppure pantofole foderate di pelliccia sono le calzature più adatte alla danza. Inoltre si adattano molto più facilmente ai piedi: forse perfino le sorellastre sarebbero riuscite a calzarle, senza tentare delle dolorose mutilazioni, come avviene nella più cruenta versione dei Grimm. Anzi, come dirà molti anni dopo Bruno Bettelheim, nel suo importantissimo testo The Uses of Enchantment: The Meaning and Importance of Fairy Tales, sembra molto più “razionale” che una scarpetta di vetro possa essere un pezzo unico e che un solo piede possa calzarla perfettamente. Comunque la querelle sulla presunta omofonia tra verre e vair era già stata risolta, con un sorriso, da Anatole France che, invitando il lettore a “diffidare del buon senso”, spiega che è tanto verosimile che le scarpette siano di vetro quanto che una zucca venga trasformata in una carrozza. La cosa davvero sorprendente, conclude France, sarebbe se una carrozza venisse trasformata in una zucca.
A proposito di letture razionaliste della fiaba, nel 1817 il genio illuminista di Gioachino Rossini accetta di scrivere la musica per un’opera dedicata a Cenerentola solo a patto di togliere tutti gli elementi magici e quindi scompaiono le magiche scarpette limited edition, la zucca - un’altra invenzione di Perrault che non si ritrova nelle versioni precedenti - e soprattutto la Fata madrina, sostituita da Alidoro, filosofo e antico precettore del principe. Il compositore pesarese non vuole magia: noi uomini bastiamo a combinare guai e talvolta a risolverli.
Comunque Perrault, frequentando, seppur soltanto da funzionario, la Corte, deve averne viste di bizzarrie a proposito di scarpe. Molte dame indossavano i cosiddetti “spilli”, scarpette altissime, su cui a fatica riuscivano a camminare, figurarsi se potevano ballare. Luigi era ossessionato dalle scarpe, molto più di Carrie Bradshaw, le cambiava di continuo ed erano sempre più elaborate, sempre più ricche di fiocchi, nappe, gioielli, le scarpe del Re non erano fatte per camminare, ma per essere invidiate. E chissà se Perrault scrivendo il Gatto con gli stivali non volesse rendere un omaggio, seppur velato, al coraggio di Luigi.
E il primo numero delle Fiabe Sonore è proprio dedicato a questa favola, con le splendide illustrazioni di Sergio, come si firmava il pittore Romano Rizzato. E di lui certamente conoscete le famose illustrazioni nell’edizione integrale di Pinocchio dei Fratelli Fabbri del 1965. Ma forse questo è meglio se ve lo racconto un’altra volta.
Credo che avrete ormai capito che vi voglio parlare di Cenerentola. Spero di non dovervi riassumere la storia, immagino che tutti abbiate visto - da bambini, da genitori, da nonni - il film a cartoni animati del 1950, con le voci, tra le altre, di Eleanor Audley e Verna Felton, rispettivamente la cattiva Lady Tremaine e la distratta Fata madrina - genialmente diventata, nella versione italiana la Fata Smemorina. Queste due attrici sono nomi importanti del doppiaggio dei film di animazione, la prima è stata anche Malefica, mentre la seconda la Regina di cuori e la suocera di Fred Flinstone. Nella versione italiana le voci sono di due artiste altrettanto brave, anche se oggi purtroppo dimenticate: Tina Lattanzi e Laura Carli. Ma questo non c’entra. Torniamo a Parigi.
Anzi, prima di tornare nello studio di Perrault, Zaira mi ricorda che noi siamo di una generazione, prima dell’home video e di internet, che ha imparato a conoscere Cenerentola non dal film della Disney, ma dalle Fiabe sonore della Fratelli Fabbri Editori. Se anche voi siete abbastanza vecchi, vi ricordate certamente quei 45 giri e i grandi albi con le belle illustrazioni realizzate dai migliori disegnatori italiani. E soprattutto ricordate la sigla che precedeva ogni favola: “A mille ce n’è / nel mio cuore di fiabe da narrar”.
Quelle storie erano raccontate dalla bella voce impostata di Silverio Pisu, il figlio di Mario, che, dopo una carriera da cantante impegnato nei cabaret milanesi, si è dedicato con successo al doppiaggio. Ve la ricordate la versione di Addio Lugano bella cantata da Gaber nella trasmissione Questo e quello? Insieme a Giorgio ci sono Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Otello Profazio e il nostro Silverio.
Pisu è anche l’autore dei testi delle sessanta favole della raccolta. E si diverte ad aggiungere qualche particolare stravagante. Per Cenerentola inventa Venceslao, il gattone della ragazza, che osserva sgomento - e un po’ arrabbiato, visto che si tratta del suo pranzo - la trasformazione dei topi in cavalli. E, dopo la fatidica mezzanotte, il Principe si lamenta che nessuno ha preso la targa della carrozza.
A questo progetto lavora un bel gruppo di attori, tra cui Ugo Bologna, Sante Calogero, Pupo De Luca e Isa Di Marzio. Mentre tutte le canzoni e le musiche - oltre alla sigla - sono composte da Vittorio Paltrinieri, che le esegue insieme al Quartetto Radar, quelli di Bidibodibù per un celebre “carosello”. Un bel gruppo di bravi artigiani dello spettacolo, di artisti che sapevano fare il loro mestiere. E noi possiamo dire, con affetto e con una punta di nostalgia, di aver avuto la fortuna di ascoltare quegli antichi “audiolibri”, quei piccoli sceneggiati creati apposta per noi bambini.
Adesso basta divagare. Quasi certamente Perrault non pensava che sarebbe diventato famoso grazie a quelle favole, pubblicate nel 1697 con il titolo Histoires ou Contes du temps passé avec des Moralités. Charles aveva mandato alle stampe il libro sotto il nome del suo terzo figlio, Pierre, che si chiamava come uno degli zii, traduttore in francese delle opere di Alessandro Tassoni e Receveur général des finances - ossia il responsabile delle tasse - nel governo di Colbert. Quel ragazzo gli dava dei pensieri: una testa calda, era stato anche in carcere a seguito di una rissa. Perrault era un padre vedovo - la moglie era morta quando i quattro figli erano ancora piccoli - ed era preoccupato per l’avvenire di quel ragazzo scapestrato, la pecora nera della famiglia. Sperava che, leggendo quelle storie edificanti, con la loro brava morale, la nobiltà francese avrebbe pensato che il ragazzo avesse messo la testa a posto. Inoltre il libro era dedicato a “Mademoiselle”, ossia Elisabetta Carlotta di Borbone-Orléans, la nipote del Re Luigi XIV: Perrault sperava in questo modo che il figlio fosse assunto come suo segretario. Il trucco non è andato a buon fine: il mondo intellettuale di Parigi ha capito subito che quel ragazzo diciannovenne non avrebbe potuto scrivere quelle storie, ma soprattutto usare quello stile così forbito, così tipico di suo padre. E quel posto è andato a un altro candidato, certamente più raccomandato del povero Pierre: allora andava così. D’altra parte la “seconda morale” della fiaba di Perrault recita: “Gran che certo, avere ingegno, coraggio, nobiltà, buon senso, e simili pregi che vi vengono dal cielo; ma a nulla vi serviranno per avanzar nella vita, se non avete o dei compari o delle comari che li facciano valere”. In sostanza per avere successo sempre meglio avere una “fata madrina”.
Perrault era certo che i posteri si sarebbero ricordati di lui per gli altri suoi lavori, magari per i suoi versi o forse le opere storiche. Non era certo immodesto, pensava di meritare il posto che gli era stato assegnato tra gli Immortali, il seggio n. 23 dell’Académie française, occupato prima di lui dal poeta Guillaume Colletet, amico di Richelieu, poi dal letterato Gilles Boileau, il più giovane eletto a quel prestigioso consesso, e Jean de Montigny. E su cui ora siede lo storico dell’arte ed ex direttore del Louvre Pierre Max Rosenberg. A proposito, un altro dei fratelli maggiori di Charles si chiamava Claude. Si era laureato in medicina alla Sorbona, ma i suoi interessi spaziavano in molteplici campi: oltre che un grande anatomista, è ricordato come botanico, studioso di meccanica, inventore, appassionato di architettura, tanto da tradurre l’opera di Vitruvio in francese e realizzare la grande facciata orientale del Louvre - quella che adesso dà su rue de l’Amiral de Coligny - con la sua celebre Colonnade, esempio mirabile del classicismo, che ha ispirato la facciata del Campidoglio e del Metropolitan Museum.
A dire la verità ai suoi tempi Charles Perrault era famoso soprattutto per la sua attività di polemista. A fine gennaio del 1687 legge ai suoi colleghi dell’Accademia una poesia intitolata Le Siècle de Louis le Grand. Gli Immortali ascoltano condiscendenti e decisamente annoiati: i soliti versi levigati e di maniera di Perrault. A un certo punto c’è qualcosa che sveglia la loro attenzione: il poeta dice che gli autori classici, a partire da Omero, sono sopravvalutati, molto meglio i poeti del Seicento, il secolo in cui le arti hanno raggiunto il loro apice. Si tratta di una tesi azzardata, ma gran parte degli accademici, punti sulla loro vanità, applaudono con entusiasmo. Pochi storcono la bocca per quei giudizi trancianti rivolti a venerati maestri, ma solo il poeta Nicolas Boileau, soprannominato il “Regent du Parnasse”, il seggio n. 1 dell’Accademia, si alza sdegnato, dicendo che è un crimine continuare ad ascoltare quelle farneticazioni. Comincia così la Querelle des Anciens et des Moderns, un dibattito intellettuale che proseguirà piuttosto stancamente per quasi un decennio.
Perrault è attivissimo come capofila dei “moderni”, scrive opere letterarie, pamphlet, risponde alle satire di Boileau. Il mondo accademico si appassiona a questo, per molti aspetti futile, dibattito. Tutti i letterati e gli intellettuali vi prendono parte, spesso schierandosi per una parte o per l’altra a seconda delle convenienze, seguendo amicizie e consorterie o peggio antipatie personali o sentimenti ancora meno commendevoli. Cose che succedevano tra gli intellettuali francesi del Seicento.
E c’entra anche la politica, perché i sostenitori dei “moderni” sono quelli più fedeli alla Corona, o quelli che sperano in qualche prebenda, mentre quelli che difendono gli “antichi” sono spesso critici verso il potere costituito, chi regge le Accademie e la Sorbona. Paradossalmente sostenere gli “antichi” diventa un segno se non di ribellione, di scarso entusiasmo per il potere. Lo stesso Boileau è vicino alle posizioni di Port-Royal. Anche un altro fratello maggiore di Charles, Nicolas, quello che, a differenza dei fratelli, si era laureato in teologia, era stato espulso dalla Sorbona proprio per le sue opinioni gianseniste, una cosa che per il fratello così ben inserito a Corte e nelle Accademie era un motivo di imbarazzo.
E la scarpetta? Non mi sono dimenticato. Sia Erodoto che Strabone raccontano che i calzari di Rodopi, la “cenerentola” egizia, diventata sposa del faraone Amasis, sono di oro rosso, e di una preziosa stoffa d’oro sono anche i sandali di Ye Xian, la ragazza di cui sappiamo che aveva piedi splendidi e piccolissimi - una caratteristica particolarmente apprezzata ancora oggi dagli uomini cinesi - mentre Giambattista Basile non dice di cosa sono fatte le pianelle di Zezzola, la Gatta cenerentola della tradizione napoletana. Ma come le scarpette della fiaba di Perrault e di quella dei Grimm - anche queste d’oro - tutte queste calzature hanno la peculiare caratteristica di adattarsi soltanto a una persona. Evidentemente queste storie sono molto precedenti al tempo del prêt-à-porter.
La folclorista inglese Marian Roalfe Cox, autrice del fondamentale testo del 1893 Cinderella: Three Hundred and Forty-Five Variants of Cinderella, Catskin and Cap o’Rushes, Abstracted and Tabulated with a Discussion of Medieval Analogues and Notes, dice che delle trecentoquarantacinque versioni della fiaba solo sei citano il vetro come materiale delle scarpette. Ma, grazie a Perrault - e a Disney - ormai nell’immaginario comune quelle scarpette sono di vetro. E The Glass Slipper è il titolo del film del 1955 basato sulla fiaba di Cenerentola, con un’incantevole Leslie Caron nel ruolo della giovane e due grandi caratteriste, Elsa Lanchester ed Estelle Winwood, in quelli rispettivamente della matrigna e di una misteriosa vecchietta si rivelerà una fata. Elsa è la “sposa” di Frankenstein, ma è meglio che mi fermi, anche perché Estelle ha interpretato il suo ultimo ruolo a novantasei anni, alla fine di una carriera lunghissima. E se comincio non finisco più.
Vi devo raccontare del vetro. Genevieve Warwick, che insegna storia dell’arte all’Università di Edimburgo, autrice del saggio Cinderella’s Glass Slipper: Towards a Cultural History of Renaissance Materialities, ci spiega perché Perrault ha fatto questa scelta così inusuale.
Perrault era un borghese, suo nonno realizzava arazzi per la Corte, suo padre era avvocato presso il Parlamento di Parigi, e Charles era nella condizione in cui ci troviamo tanti di noi che ci definiamo scrittori: non poteva sperare di vivere solo scrivendo, e quindi era costretto a lavorare.
Nel 1663 Colbert lo nomina segretario dell’Académie des inscriptions et belles-lettres, l’istituzione che ha il compito di redigere le iscrizioni sui monumenti e sulle medaglie in onore di Luigi XIV, e due anni dopo lo promuove controllore generale della Sovrintendenza agli edifici del Re. Per Charles si tratta di un bel balzo di carriera, che gli offre una notevole influenza nella vita artistica della Corte di Francia. È proprio grazie a questo incarico che riesce a far assegnare a Claude il rifacimento della facciata del Louvre, dopo aver scartato il progetto di Bernini, e a Pierre un progetto sulle fontane della nuova reggia che Luigi vuole costruire a Versailles. Grazie al “piccolo” della famiglia, i Perrault si sono davvero ben sistemati: ecco un’altra cosa che adesso non succede più.
Il Re vuole che nel corpo centrale della sua nuova reggia ci sia una grande sala, che renda evidente ai visitatori la grandezza della Francia sotto il suo regno. Incarica di questo ambizioso progetto Jules Hardouin-Mansart e l’architetto realizza un salone lungo settantatré metri e largo più di dieci che raggiunge l’attico del corpo centrale della reggia, con diciassette grandi finestre ad arco, aperte verso i magnifici giardini, a cui corrispondono sull’altro lato diciassette specchi, altrettanto grandi, in grado di far sembrare la sala ancora più vasta. Poi il re affida a Charles Le Brun la decorazione del soffitto, discutendo animatamente con il pittore sulla scelta dei soggetti: al centro campeggia un dipinto significativamente intitolato Il Re governa autonomamente. Oggi la Galleria degli Specchi è un’attrazione turistica e desta lo stesso ammirato stupore che provocava ai regnanti, ai ministri e agli ambasciatori che Luigi vi riceveva. Feste di nozze, battesimi reali, balli di carnevale: tutto è stato festeggiato in questa sala. E, non a caso, proprio qui nel 1871 Bismarck decide di far proclamare a Guglielmo I la nascita dell’Impero tedesco, dopo la fine della guerra franco-prussiana, e con lo stesso intento simbolico, nel 1919 il governo francese ne fa lo scenario della firma del Trattato di Versailles, che sancisce, tra l’altro, la fine di quell’Impero.
A Perrault viene affidato il delicato compito di sovraintendere alla realizzazione dei vetri e degli specchi che servono per decorare la Grande Galerie. Anche questo, nelle intenzioni del Re, deve essere un segno della grandezza della Francia. Ancora nel XVII secolo Venezia aveva il monopolio della realizzazione degli specchi. È stato proprio Colbert a fondare la Manufacture royale de glaces de miroirs, divenuta poi Compagnie de Saint-Gobain, capace di togliere il monopolio europeo del prodotto agli artigiani veneziani.
Inoltre, seguendo così da vicino il processo di lavorazione del vetro, Perrault impara che quel prodotto nasce dalla cenere. Perché, come dice la prima “morale”: “La buona grazia è il vero dono delle Fate; senza di essa, nulla si può, con essa, tutto". A questo punto di cosa poteva essere fatta la scarpetta che permette a una principessa, ingiustamente relegata al ruolo di sguattera, di tornare al posto che le compete nel mondo? Di vetro ovviamente. E Cenerentola diventa la metafora della Francia tornata grande grazie a Luigi e al suo vetro. Perrault capisce, molto prima di Disney, che le favole possono diventare un ottimo strumento di propaganda politica.
E poco importa se è davvero impossibile ballare indossando delle scarpette di vetro. A proposito nella versione danese le scarpette sono d’oro, ma Askepot, che evidentemente è una ragazza piuttosto previdente e pratica, indossa delle galosce per proteggere le sue preziose calzature, che non si sporchino di fango.
Credo che a questo punto sia necessario ricordare che a metà dell’Ottocento quelle scarpette di vetro hanno scatenato una piccola querelle. Nel 1841 Honoré de Balzac, nel romanzo Sur Catherine de Médicis, fa dire a un suo personaggio, di professione pellicciaio, che le scarpette di Cenerentola non sono di verre, ma di vair, che è la preziosa pelliccia di scoiattolo. Émile Littré, nel suo ponderoso Dictionnaire de la langue française, prende le parti di Balzac e di altri critici che, seguendo il grande romanziere, sostengono che sia molto più “razionale” pensare a scarpette di pelliccia piuttosto che di vetro. Evidentemente né Balzac né Littré erano dei ballerini, perché neppure pantofole foderate di pelliccia sono le calzature più adatte alla danza. Inoltre si adattano molto più facilmente ai piedi: forse perfino le sorellastre sarebbero riuscite a calzarle, senza tentare delle dolorose mutilazioni, come avviene nella più cruenta versione dei Grimm. Anzi, come dirà molti anni dopo Bruno Bettelheim, nel suo importantissimo testo The Uses of Enchantment: The Meaning and Importance of Fairy Tales, sembra molto più “razionale” che una scarpetta di vetro possa essere un pezzo unico e che un solo piede possa calzarla perfettamente. Comunque la querelle sulla presunta omofonia tra verre e vair era già stata risolta, con un sorriso, da Anatole France che, invitando il lettore a “diffidare del buon senso”, spiega che è tanto verosimile che le scarpette siano di vetro quanto che una zucca venga trasformata in una carrozza. La cosa davvero sorprendente, conclude France, sarebbe se una carrozza venisse trasformata in una zucca.
A proposito di letture razionaliste della fiaba, nel 1817 il genio illuminista di Gioachino Rossini accetta di scrivere la musica per un’opera dedicata a Cenerentola solo a patto di togliere tutti gli elementi magici e quindi scompaiono le magiche scarpette limited edition, la zucca - un’altra invenzione di Perrault che non si ritrova nelle versioni precedenti - e soprattutto la Fata madrina, sostituita da Alidoro, filosofo e antico precettore del principe. Il compositore pesarese non vuole magia: noi uomini bastiamo a combinare guai e talvolta a risolverli.
Comunque Perrault, frequentando, seppur soltanto da funzionario, la Corte, deve averne viste di bizzarrie a proposito di scarpe. Molte dame indossavano i cosiddetti “spilli”, scarpette altissime, su cui a fatica riuscivano a camminare, figurarsi se potevano ballare. Luigi era ossessionato dalle scarpe, molto più di Carrie Bradshaw, le cambiava di continuo ed erano sempre più elaborate, sempre più ricche di fiocchi, nappe, gioielli, le scarpe del Re non erano fatte per camminare, ma per essere invidiate. E chissà se Perrault scrivendo il Gatto con gli stivali non volesse rendere un omaggio, seppur velato, al coraggio di Luigi.
E il primo numero delle Fiabe Sonore è proprio dedicato a questa favola, con le splendide illustrazioni di Sergio, come si firmava il pittore Romano Rizzato. E di lui certamente conoscete le famose illustrazioni nell’edizione integrale di Pinocchio dei Fratelli Fabbri del 1965. Ma forse questo è meglio se ve lo racconto un’altra volta.
sabato 7 gennaio 2023
Verba volant (824): fatale...
Fatale, agg. m. e f.
Lo so che Anjelica è filologicamente perfetta e Catherine è sensualmente letale, ma per quelli della mia generazione Morticia Frump in Addams avrà sempre i grandi occhi azzurri di Carolyn Jones.
Carolyn è una ragazza di Amarillo che nella seconda metà degli anni Quaranta, come tante sue coetanee, divora le riviste dedicate alle dive e ai divi di Hollywood. Ma fin da bambina soffre di asma e questo limita molto le sue attività quotidiane: non riesce neppure ad andare al cinema con le amiche per vedere i suoi eroi sul grande schermo. Il padre ha abbandonato la moglie, lei e sua sorella minore. Il nonno, oltre che ospitarle, fa in modo che la ragazza faccia un intervento di rinoplastica per curare quella malattia e le paga la retta alla prestigiosa scuola di recitazione della Pasadena Playhouse.
Un talent scout la nota proprio in uno degli spettacoli della scuola e Carolyn viene messa sotto contratto dalla Paramount Pictures. E finalmente nel 1952, diretta da William Dieterle, debutta nel classico del noir The Turning Point: è una delle ragazze del nightclub del “cattivo” Ed Begley. I film in cui compare in questi anni non sono capolavori e le sue parti sono piccole, ma Carolyn comincia a farsi notare per la sua bellezza fuori dagli stereotipi dell’epoca e per il suo sguardo penetrante. È la ragazza che il folle scultore, interpretato da Vincent Price, “trasforma” nella statua in cera di Giovanna d’Arco in House of Wax. Interpreta la donna di un gangster in The Big Heat. In Shield for Murder è la biondissima e fatale Beth che fa girare la testa a Edmond O’Brien. Nel 1953 arriva finalmente la grande occasione: il ruolo di Alma in From Here to Eternity, con Burt Lancaster, Montgomery Clift, Frank Sinatra e Deborah Kerr. Ma Carolyn ha un attacco di polmonite, la produzione non si può fermare per quella giovane attrice, che viene sostituita da Donna Reed, che, proprio per quel film, vincerà l’Oscar, uno degli otto di quella fortunata pellicola.
La carriera di Carolyn comunque non si ferma. Nel 1956 è una delle protagoniste di Invasion of the Body Snatchers e ha una piccola parte in The Man Who Knew Too Much di Alfred Hitchcock. Poi arriva la nomination come attrice non protagonista per The Bachelor Party, in cui interpreta una ragazza misteriosa e sensuale, con quel vestito nero e i capelli a caschetto corvini, conosciuta solo con il nome l’Esistenzialista che, nonostante partecipi a ogni genere di feste, è sola ed estremamente malinconica. E ancora è Ronnie in King Creole, la giovane amata da Elvis Presley e uccisa da un perfido Walter Matthau. Lavora con Kirk Douglas, Frank Sinatra, Anthony Quinn e contemporaneamente fa anche molta televisione: con quegli occhi spesso viene scritturata per interpretare la “cattiva”.
Anche per questo quando, alla fine del 1963, David Levy la chiama per offrirle il ruolo della madre in una serie che sta per produrre per la ABC dedicata ai personaggi creati alla fine degli anni Trenta dal fumettista Charles Addams per The New Yorker, Carolyn esita: lei non è un’attrice comica e francamente quel progetto le appare un po’ azzardato. John Astin, il coprotagonista della serie, ha lavorato a Broadway in produzioni importanti come The Threepenny Opera, ma non è molto conosciuto a Hollywood, certamente molto meno di lei. Anche se non hanno mai lavorato insieme, Carolyn conosce ovviamente Jackie Coogan, che dovrebbe interpretare lo zio bizzarro: tutti a Hollywood conoscono Jackie, il “monello” di Chaplin, quello che ha fatto tanto per tutelare gli attori bambini, ma per i ragazzini a cui si rivolge la serie è un illustre sconosciuto. Comunque Carolyn non si può permettere di rinunciare a un ruolo da protagonista in una serie di trentaquattro puntate su una rete nazionale.
Carolyn si diverte molto sul set, fa amicizia con Blossom Rock, che le racconta le storie della vecchia Hollywood, quando lei era Sally, la centralinista del Blair General Hospital, in tutti i film della serie con protagonista il Dr. Kildare, mentre il gigantesco Ted Cassidy, nelle pause di lavorazione, suona il piano per la troupe.
Gli sceneggiatori creano per Carolyn il personaggio di Ophelia Frump, la sorella maggiore di Morticia, la “pecora bianca” della famiglia, visto che, a differenza degli altri, predilige questo colore per vestirsi e ha in testa una corona di fiori le cui radici le scendono fino ai piedi. E con lo svolazzante vestito di Ophelia, Carolyn può finalmente muoversi, e stendere con una mossa di judo il povero Gomez. La mano di Carolyn è anche l’interprete di Lady Fingers, la “cosa” a servizio della principessa Millicent von Schlepp - l’attrice Elvia Allman, la voce di Clarabella - che si fidanzerà con The Thing - che invece è la mano di Ted Cassidy.
La serie si rivela un inaspettato successo, anche se dura soltanto due stagioni. Per Carolyn è il ruolo più importante della carriera, che pure dura ancora molti anni, nei quali dimostra di essere un’ottima attrice. Nel 1967 a Broadway sostituisce Vivien Merchant nel ruolo di Ruth, l’enigmatico personaggio femminile che tutti gli uomini della famiglia del marito finiscono per desiderare, nel dramma di Harold Pinter The Homecoming. Torna anche al cinema: è la tenutaria di un bordello del classico horror del 1976 Eaten Alive. Ma è attiva soprattutto in televisione. È Marsha la Regina dei Diamanti, una delle “special guest villains” della fortunata serie Batman. Nella prima storia in cui compare, al termine del primo episodio l’Uomo Pipistrello non rischia la vita, come succede di solito, ma sta per sposarsi proprio con Marsha, che vuole diventare sua moglie per carpirne tutti i segreti. Servirà il provvidenziale intervento di Alfred, all’inizio del secondo episodio, per far saltare le nozze. Poi Carolyn è Ippolita, la madre di Lynda Carter in Wonder Woman e la moglie del padrone della piantagione in Roots. E appare come guest star in puntate di Ironside, Ellery Queen, Quincy M.E., The Love Boat - in cui fa la parte di una matrigna che vuole tarpare le ali alla carriera di cantate della figlia, aizzata dalle sorelle invidiose - Fantasy Island. Infine, all’inizio degli anni Ottanta, ottiene, anche se minata dal cancro, il ruolo di Myrna, la matriarca della famiglia Clegg, nella soap Capitol. È l’ultima sua parte da “cattiva”, poco prima di morire, a soli cinquantatré anni.
Una lunga parrucca corvina, un attillato vestito nero che termina in una serie di tentacoli e quei grandi occhi chiari che ci ammaliano dallo schermo: in questo modo quell’attrice trentaquattrenne originaria del Texas diventa Morticia, come lo stesso Charles Addams decide di chiamare il suo personaggio. Solo con la serie televisiva infatti gli Addams acquistano un nome di battesimo e si definiscono in maniera precisa i legami familiari e i caratteri dei personaggi, nonché le loro complicate genealogie. E si viene a sapere che sono in qualche modo imparentati con la grande famiglia che ha una sola D nel cognome, quella dei due presidenti: un fatto di cui gli Addams con due D comunque non sono particolarmente fieri.
Per la precisione Addams ha “battezzato” Morticia e Wednesday una paio d’anni prima l’uscita della serie, per lanciare le due bambole con le fattezze dei suoi personaggi: potenza del merchandising.
Charles vuole che anche nella serie, come nelle sue vignette, Morticia sia il vero capo della famiglia, attenta e sempre pronta a prendersi cura degli altri, una perfetta padrona di casa, una moglie innamorata e una madre premurosa. Morticia è, a suo modo, l’ideale mamma americana, come sarà dieci anni dopo Marion Cunningham, anche se un po’ più sofisticata. E decisamente più upper class. Ma è una mamma che taglia i boccioli di rosa per mettere nei vasi soltanto gli steli, cura una pianta carnivora, chiamata Cleopatra, rimane imperturbabile quando Pugsley gioca con gli esplosivi o lo zio Fester accende le lampadine mettendole in bocca o Mano - come chiamiamo in italiano The Thing - spunta da qualsiasi anfratto della casa. La forza comica del personaggio è che Carolyn, con la sua bellezza altera e irrigidita in quell’elegante costume, affronta ogni stranezza che capita nella loro cadente villa vittoriana al 0001 di Cemetery Lane senza minimamente scomporsi.
Accanto ad Addams, per realizzare la serie Levy chiama Nat Perrin, che ha a lungo collaborato con Groucho Marx ed è stato uno degli sceneggiatori di Hellzapoppin’. E Nat mette in pratica tutto quello che ha imparato osservando la comicità surreale dei Marx Brothers. Come loro, gli Addams fanno cose che agli occhi degli altri sembrano folli, ma senza rendersene conto, anzi considerando folli i comportamenti delle persone “normali”. Probabilmente Morticia è una strega - d’altra parte sua madre, la vecchia e dolce Nonna Frump, è Margaret Hamilton, la Malvagia Strega dell’Ovest - e infatti compie ogni genere di magia, ma non è come Samantha di Bewitched - l’altra fortunata serie dell’ABC andata in onda per la prima volta nel 1964 e che in Italia sarà Vita da strega - che è ben consapevole di essere una strega, anche perché sua madre Endora glielo ricorda di continuo, ma vorrebbe essere “normale”. Morticia è semplicemente Morticia. E credo proprio che abbia ragione lei: siamo noi a essere strani.
Lo so che Anjelica è filologicamente perfetta e Catherine è sensualmente letale, ma per quelli della mia generazione Morticia Frump in Addams avrà sempre i grandi occhi azzurri di Carolyn Jones.
Carolyn è una ragazza di Amarillo che nella seconda metà degli anni Quaranta, come tante sue coetanee, divora le riviste dedicate alle dive e ai divi di Hollywood. Ma fin da bambina soffre di asma e questo limita molto le sue attività quotidiane: non riesce neppure ad andare al cinema con le amiche per vedere i suoi eroi sul grande schermo. Il padre ha abbandonato la moglie, lei e sua sorella minore. Il nonno, oltre che ospitarle, fa in modo che la ragazza faccia un intervento di rinoplastica per curare quella malattia e le paga la retta alla prestigiosa scuola di recitazione della Pasadena Playhouse.
Un talent scout la nota proprio in uno degli spettacoli della scuola e Carolyn viene messa sotto contratto dalla Paramount Pictures. E finalmente nel 1952, diretta da William Dieterle, debutta nel classico del noir The Turning Point: è una delle ragazze del nightclub del “cattivo” Ed Begley. I film in cui compare in questi anni non sono capolavori e le sue parti sono piccole, ma Carolyn comincia a farsi notare per la sua bellezza fuori dagli stereotipi dell’epoca e per il suo sguardo penetrante. È la ragazza che il folle scultore, interpretato da Vincent Price, “trasforma” nella statua in cera di Giovanna d’Arco in House of Wax. Interpreta la donna di un gangster in The Big Heat. In Shield for Murder è la biondissima e fatale Beth che fa girare la testa a Edmond O’Brien. Nel 1953 arriva finalmente la grande occasione: il ruolo di Alma in From Here to Eternity, con Burt Lancaster, Montgomery Clift, Frank Sinatra e Deborah Kerr. Ma Carolyn ha un attacco di polmonite, la produzione non si può fermare per quella giovane attrice, che viene sostituita da Donna Reed, che, proprio per quel film, vincerà l’Oscar, uno degli otto di quella fortunata pellicola.
La carriera di Carolyn comunque non si ferma. Nel 1956 è una delle protagoniste di Invasion of the Body Snatchers e ha una piccola parte in The Man Who Knew Too Much di Alfred Hitchcock. Poi arriva la nomination come attrice non protagonista per The Bachelor Party, in cui interpreta una ragazza misteriosa e sensuale, con quel vestito nero e i capelli a caschetto corvini, conosciuta solo con il nome l’Esistenzialista che, nonostante partecipi a ogni genere di feste, è sola ed estremamente malinconica. E ancora è Ronnie in King Creole, la giovane amata da Elvis Presley e uccisa da un perfido Walter Matthau. Lavora con Kirk Douglas, Frank Sinatra, Anthony Quinn e contemporaneamente fa anche molta televisione: con quegli occhi spesso viene scritturata per interpretare la “cattiva”.
Anche per questo quando, alla fine del 1963, David Levy la chiama per offrirle il ruolo della madre in una serie che sta per produrre per la ABC dedicata ai personaggi creati alla fine degli anni Trenta dal fumettista Charles Addams per The New Yorker, Carolyn esita: lei non è un’attrice comica e francamente quel progetto le appare un po’ azzardato. John Astin, il coprotagonista della serie, ha lavorato a Broadway in produzioni importanti come The Threepenny Opera, ma non è molto conosciuto a Hollywood, certamente molto meno di lei. Anche se non hanno mai lavorato insieme, Carolyn conosce ovviamente Jackie Coogan, che dovrebbe interpretare lo zio bizzarro: tutti a Hollywood conoscono Jackie, il “monello” di Chaplin, quello che ha fatto tanto per tutelare gli attori bambini, ma per i ragazzini a cui si rivolge la serie è un illustre sconosciuto. Comunque Carolyn non si può permettere di rinunciare a un ruolo da protagonista in una serie di trentaquattro puntate su una rete nazionale.
Carolyn si diverte molto sul set, fa amicizia con Blossom Rock, che le racconta le storie della vecchia Hollywood, quando lei era Sally, la centralinista del Blair General Hospital, in tutti i film della serie con protagonista il Dr. Kildare, mentre il gigantesco Ted Cassidy, nelle pause di lavorazione, suona il piano per la troupe.
Gli sceneggiatori creano per Carolyn il personaggio di Ophelia Frump, la sorella maggiore di Morticia, la “pecora bianca” della famiglia, visto che, a differenza degli altri, predilige questo colore per vestirsi e ha in testa una corona di fiori le cui radici le scendono fino ai piedi. E con lo svolazzante vestito di Ophelia, Carolyn può finalmente muoversi, e stendere con una mossa di judo il povero Gomez. La mano di Carolyn è anche l’interprete di Lady Fingers, la “cosa” a servizio della principessa Millicent von Schlepp - l’attrice Elvia Allman, la voce di Clarabella - che si fidanzerà con The Thing - che invece è la mano di Ted Cassidy.
La serie si rivela un inaspettato successo, anche se dura soltanto due stagioni. Per Carolyn è il ruolo più importante della carriera, che pure dura ancora molti anni, nei quali dimostra di essere un’ottima attrice. Nel 1967 a Broadway sostituisce Vivien Merchant nel ruolo di Ruth, l’enigmatico personaggio femminile che tutti gli uomini della famiglia del marito finiscono per desiderare, nel dramma di Harold Pinter The Homecoming. Torna anche al cinema: è la tenutaria di un bordello del classico horror del 1976 Eaten Alive. Ma è attiva soprattutto in televisione. È Marsha la Regina dei Diamanti, una delle “special guest villains” della fortunata serie Batman. Nella prima storia in cui compare, al termine del primo episodio l’Uomo Pipistrello non rischia la vita, come succede di solito, ma sta per sposarsi proprio con Marsha, che vuole diventare sua moglie per carpirne tutti i segreti. Servirà il provvidenziale intervento di Alfred, all’inizio del secondo episodio, per far saltare le nozze. Poi Carolyn è Ippolita, la madre di Lynda Carter in Wonder Woman e la moglie del padrone della piantagione in Roots. E appare come guest star in puntate di Ironside, Ellery Queen, Quincy M.E., The Love Boat - in cui fa la parte di una matrigna che vuole tarpare le ali alla carriera di cantate della figlia, aizzata dalle sorelle invidiose - Fantasy Island. Infine, all’inizio degli anni Ottanta, ottiene, anche se minata dal cancro, il ruolo di Myrna, la matriarca della famiglia Clegg, nella soap Capitol. È l’ultima sua parte da “cattiva”, poco prima di morire, a soli cinquantatré anni.
Una lunga parrucca corvina, un attillato vestito nero che termina in una serie di tentacoli e quei grandi occhi chiari che ci ammaliano dallo schermo: in questo modo quell’attrice trentaquattrenne originaria del Texas diventa Morticia, come lo stesso Charles Addams decide di chiamare il suo personaggio. Solo con la serie televisiva infatti gli Addams acquistano un nome di battesimo e si definiscono in maniera precisa i legami familiari e i caratteri dei personaggi, nonché le loro complicate genealogie. E si viene a sapere che sono in qualche modo imparentati con la grande famiglia che ha una sola D nel cognome, quella dei due presidenti: un fatto di cui gli Addams con due D comunque non sono particolarmente fieri.
Per la precisione Addams ha “battezzato” Morticia e Wednesday una paio d’anni prima l’uscita della serie, per lanciare le due bambole con le fattezze dei suoi personaggi: potenza del merchandising.
Charles vuole che anche nella serie, come nelle sue vignette, Morticia sia il vero capo della famiglia, attenta e sempre pronta a prendersi cura degli altri, una perfetta padrona di casa, una moglie innamorata e una madre premurosa. Morticia è, a suo modo, l’ideale mamma americana, come sarà dieci anni dopo Marion Cunningham, anche se un po’ più sofisticata. E decisamente più upper class. Ma è una mamma che taglia i boccioli di rosa per mettere nei vasi soltanto gli steli, cura una pianta carnivora, chiamata Cleopatra, rimane imperturbabile quando Pugsley gioca con gli esplosivi o lo zio Fester accende le lampadine mettendole in bocca o Mano - come chiamiamo in italiano The Thing - spunta da qualsiasi anfratto della casa. La forza comica del personaggio è che Carolyn, con la sua bellezza altera e irrigidita in quell’elegante costume, affronta ogni stranezza che capita nella loro cadente villa vittoriana al 0001 di Cemetery Lane senza minimamente scomporsi.
Accanto ad Addams, per realizzare la serie Levy chiama Nat Perrin, che ha a lungo collaborato con Groucho Marx ed è stato uno degli sceneggiatori di Hellzapoppin’. E Nat mette in pratica tutto quello che ha imparato osservando la comicità surreale dei Marx Brothers. Come loro, gli Addams fanno cose che agli occhi degli altri sembrano folli, ma senza rendersene conto, anzi considerando folli i comportamenti delle persone “normali”. Probabilmente Morticia è una strega - d’altra parte sua madre, la vecchia e dolce Nonna Frump, è Margaret Hamilton, la Malvagia Strega dell’Ovest - e infatti compie ogni genere di magia, ma non è come Samantha di Bewitched - l’altra fortunata serie dell’ABC andata in onda per la prima volta nel 1964 e che in Italia sarà Vita da strega - che è ben consapevole di essere una strega, anche perché sua madre Endora glielo ricorda di continuo, ma vorrebbe essere “normale”. Morticia è semplicemente Morticia. E credo proprio che abbia ragione lei: siamo noi a essere strani.
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