lunedì 8 giugno 2015

"Il manifesto delle duemila parole" di Ludvìk Vaculìk

In principio l'esistenza del nostro popolo fu minacciata dalla guerra. Poi seguì un triste periodo i cui avvenimenti misero in pericolo la sua esistenza spirituale e il suo carattere. La maggioranza della popolazione aveva accettato con speranza il programma socialista. Ma la direzione dello Stato pervenne nelle mani di uomini inadatti. Il fatto che non avessero sufficiente esperienza negli affari di Stato né conoscenze scientifiche e preparazione filosofica non avrebbe avuto troppo peso se essi avessero posseduto una maggiore dose di comune buonsenso e di decoro, se avessero ascoltato il parere degli altri e lasciato gradualmente il posto ai più capaci.
Il partito comunista, che dopo la guerra godeva della grande fiducia del popolo, la sostituì gradualmente con la burocrazia e ben presto non gli restò altro. Possiamo ben dirlo, perché tra noi comunisti la delusione per i risultati è grande quanto la delusione degli altri.
Una linea di direzione sbagliata trasformò il partito da associazione ideologica in organizzazione di forza, che offriva grandi occasioni a chiunque fosse assetato di potere, al tornaconto dei codardi e delle coscienze poco pulite. Il loro esempio influiva sul comportamento del partito, la cui struttura non permetteva agli individui onesti di far sentire la loro voce senza incorrere in conseguenze, né di contribuire alla sua trasformazione e di adeguarlo al mondo contemporaneo. Numerosi comunisti si batterono contro questo stato di cose, ma non riuscirono a cambiare niente.

La situazione all'interno del partito comunista serviva da modello per un'analoga situazione nello Stato. La fusione tra il partito e lo Stato fece perdere al partito la capacità di ritirarsi dalle responsabilità esecutive. Non era ammesso criticare l'operato delle organizzazioni statali ed economiche. Il Parlamento dimenticò le sue procedure, il governo dimenticò in qual modo si governa, i direttori dimenticarono come si dirige. Le elezioni non avevano alcun significato, le leggi non contavano. Non potevamo aver fiducia nei nostri rappresentanti né in alcun corpo rappresentativo; se la avevamo, essi non erano in grado di fare alcunché per noi. Ma la cosa peggiore era che ormai non potevamo fidarci l'uno dell'altro. Era in declino l'onore personale e collettivo. L'onestà non portava in nessun posto ed era inutile elogiare la capacità. La maggioranza della popolazione aveva perduto ogni interesse per la cosa pubblica e si occupava solo dei fatti propri. I rapporti umani si erano deformati e il popolo aveva cessato di trovare soddisfazione nel lavoro; in altri termini, si era inaugurato un periodo che minacciava l'integrità spirituale e il carattere del popolo.
Dall'inizio di quest'anno stiamo attraversando un processo di rinnovamento e di democratizzazione. Esso è cominciato all'interno del partito comunista. Bisogna dirlo, sebbene tra di noi lo sappiano anche i non comunisti che finora non si attendevano niente di buono. Bisogna aggiungere soprattutto che tale processo non avrebbe potuto essere iniziato altrove. Perché in tutto questo ventennio soltanto i comunisti hanno avuto modo di vivere una qualche vita politica, soltanto la critica comunista era presente nelle cose che si facevano, soltanto l'opposizione nel partito comunista aveva il privilegio di essere in contatto con l'avversario.
Ecco perché l'iniziativa e gli sforzi dei comunisti democratici rappresentano una parte del debito che tutto il partito deve ai non comunisti per averli tenuti in una posizione di inferiorità. Perciò al partito comunista non è dovuto alcun ringraziamento, anche se bisogna riconoscere che si sta onestamente sforzando di approfittare degli ultimi avvenimenti per salvaguardare il rispetto suo e del popolo.
Il processo di rinnovamento non apporta niente di particolarmente nuovo. Avanza proposte e idee che in gran parte sono più vecchie degli errori del nostro socialismo, e alcune altre emergono da sotto la superficie di quel che è visibile. Avrebbero dovuto essere espresse da molto tempo. Ora, non illudiamoci che per il trionfo di queste idee sia stata determinante solo la forza della giustizia. Determinante per la loro vittoria è stata la debolezza del vecchio sistema di direzione.

Ci rivolgiamo a voi con una speranza che ancora oggi è minacciata. Sono dovuti trascorrere alcuni mesi perché molti di noi si convincessero che possono cominciare a parlare, ma molti altri ancora dubitano che ciò sia possibile. Tuttavia abbiamo cominciato a parlare, scoprendo che se vogliamo sviluppare i nostri pensieri non ci rimane che umanizzare questo regime. Altrimenti la vendetta delle vecchie forze sarebbe crudele. Ci rivolgiamo principalmente a coloro che finora hanno atteso. I giorni che arrivano saranno determinanti per molto tempo.
Si avvicina l'estate con le vacanze, durante le quali, secondo le vecchie abitudini, vorremmo dimenticar tutto. Possiamo essere certi che i nostri cari avversari non si concederanno alcuna vacanza, e mobiliteranno tutte le loro forze per trascorrere poi in pace il Natale! Attenzione dunque a quanto accadrà, cerchiamo di comprendere e di agire conseguentemente. Rinunciamo all'impossibile pretesa che ci sia sempre qualcuno in alto pronto a fornire delle cose una sola interpretazione e una soluzione semplice e unica. Ognuno deve trovare la soluzione per conto suo e assumersene la responsabilità. Soluzioni comuni e concordi possono scaturire soltanto dalla discussione basata sull'indispensabile libertà di parola, che in effetti è certo l'unica nostra possibilità democratica per il presente.
Nei prossimi giorni dovremo dimostrare spirito autonomo di iniziativa e di decisione.
In questi ultimi tempi la gente è inquieta perché il processo di democratizzazione si è arenato. Questa sensazione riflette in parte la stanchezza per i molti giorni di eccitazione e in parte corrisponde allo stato delle cose. Quello trascorso è stato un periodo di sorprendenti rivelazioni, di dimissioni di personalità e di appassionanti dibattiti d'insolita audacia. Ma la lotta tra le varie forze è ancora sotterranea, adesso si combatte per il contenuto e per l'applicazione delle leggi, per la portata delle misure pratiche. Inoltre, ai nuovi ministri, procuratori, presidenti e segretari dobbiamo lasciare del tempo perché possano lavorare. Essi ne hanno diritto per poter giustificare o smentire la fiducia riposta in loro. Oltretutto non ci si può attendere miracoli dagli organi politici centrali. Anche se a malincuore, si sono dimostrati meravigliosamente saggi.

Se in questo momento non è possibile attendersi di più dagli organi politici centrali, bisogna ottenere di più nei circondari e nei distretti, specialmente per quanto riguarda i comunisti. Esigiamo che se ne vadano coloro che hanno abusato del loro potere, dilapidato il patrimonio pubblico e agito non da uomini onesti ma da tiranni. Bisogna solo trovare il modo di farli andar via. Ad esempio: con la critica pubblica, con le risoluzioni, con le dimostrazioni, con lo sciopero, con il boicottaggio delle loro iniziative. Ma bisogna rinunciare all'uso di metodi illegali, sconvenienti e grossolani, che essi potrebbero denunciare a Alexander Dubcek, per tentare d'influenzarlo. La nostra avversione per l'invio di lettere insolenti dev'essere tale che essi, ogni volta che ricevono una lettera, devono poterla considerare come se l'avessero scritta loro stessi. Rilanciamo l'attività del Fronte Nazionale. Esigiamo che le riunioni dei comitati nazionali siano pubbliche. Formiamo speciali comitati di cittadini e commissioni per discutere i problemi volutamente ignorati dai dirigenti. La cosa è semplice: alcune persone si riuniscono, eleggono un presidente, stendono dei verbali, rendono note le loro decisioni, ne chiedono l'attuazione e non permettono di venire messi a tacere. Trasformiamo la stampa distrettuale e locale, degenerata in portavoce dell'apparato, in una libera tribuna di tutte le forze politiche; esigiamo che nei collegi redazionali ci siano rappresentanti del Fronte Nazionale, oppure fondiamo altri giornali. Istituiamo dei comitati per la difesa della libertà di espressione. Organizziamo presso tutte le nostre assemblee un servizio d'ordine. Quando sentiamo strani comunicati, verifichiamoli con l'invio di delegazioni presso le autorità competenti e rendiamo pubbliche le risposte ottenute. Appoggiamo i servizi di sicurezza quando agiscono per la repressione della criminalità; la nostra aspirazione non è il caos né l'incertezza generale. Sottraiamoci agli attaccabrighe, non perdiamo la testa per le questioni politiche. Smascheriamo i confidenti e gli spioni.

In questi ultimi tempi si nota una grande inquietudine per la possibilità che potenze straniere interferiscano nel nostro sviluppo. Di fronte alle superpotenze l'unica nostra alternativa è tener duro, senza assumere iniziative. Possiamo garantire ogni sostegno al nostro governo, se occorre anche con le armi, se esso realizzerà il mandato che gli affideremo; e assicureremo i nostri alleati che terremo fede ai trattati di alleanza, amicizia e commercio.
La trascorsa primavera ci ha nuovamente ridato, come dopo la guerra, una grande occasione. Abbiamo di nuovo la possibilità di riprendere in mano la nostra causa comune, che in ogni caso chiamiamo "socialismo", e darle il volto che meglio corrisponda alla buona opinione che un tempo avevamo di noi stessi. La primavera è appena finita e non tornerà mai più. Il prossimo inverno ci chiarirà tutto.
Concludiamo così il nostro proclama agli operai, ai contadini, agli impiegati, agli artisti, agli scienziati, ai tecnici e a tutti gli altri.

domenica 7 giugno 2015

"La ginestra, o fiore del deserto" di Giacomo Leopardi

E gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce.
Giovanni, III, 19


Qui su l'arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null'altro allegra arbor nè fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de' tuoi steli abbellir l'erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de' mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d'afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell'impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s'annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro
di muggito d'armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de' potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti suoi l'altero monte
dall'ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d'esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all'amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell'uman seme,
cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
dipinte in queste rive
son dell'umana gente
le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e proceder il chiami.
al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch'a ludibrio talora
t'abbian fra se. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto:
ben ch'io sappia che obblio
preme chi troppo all'età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell'aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell'alma generoso ed alto,
non chiama se nè stima
ricco d'or nè gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma se di forza e di tesor mendico
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest'orbe, promettendo in terra
a popoli che un'onda
di mar commosso, un fiato
d'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
nobil natura è quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire
fraterne, ancor più gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de' mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l'umana compagnia,
tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell'uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede così, qual fora in campo
cinto d'oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl'inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell'orror che primo
contra l'empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l'onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede
quale star può quel ch'ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e sulla mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto Seren brillar il mondo.
e poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch'a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l'uomo non pur, ma questo
globo ove l'uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz'alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell'uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto, e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell'universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co' tuoi piacevolmente, e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m'assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
cui là nel tardo autunno
maturità senz'altra forza atterra,
d'un popol di formiche i dolci alberghi,
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l'opre
e le ricchezze che adunate a prova
con lungo affaticar l'assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; così d'alto piombando,
dall'utero tonante
scagliata al ciel, profondo
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l'erba
di liquefatti massi
e di metalli e d'infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar là su l'estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e città nove
sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
non ha natura al seme
dell'uom più stima o cura
che alla formica: e se più rara in quello
che nell'altra è la strage,
non avvien ciò d'altronde
fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
anni varcàr poi che spariro, oppressi
dall'ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta più mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell'ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando più volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall'inesausto grembo
sull'arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
e se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l'acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontano l'usato
suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
torna al celeste raggio
dopo l'antica obblivion l'estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietà rende all'aperto;
e dal deserto foro
diritto infra le file
dei mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch'alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell'orror della secreta notte
per li vacui teatri, per li templi
deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per voti palagi atra s'aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l'ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
così, dell'uomo ignara e dell'etadi
ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino,
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l'uom d'eternità s'arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
già noto, stenderà l'avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
nè sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell'uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

Verba volant (192): volgare...

Volgarità, sost. f.

Ci sono molte ragioni per essere preoccupati ed arrabbiati per tutto quello che è emerso - e per quello che emergerà ancora - dall'inchiesta che, grazie ai giornali, ci siamo ormai abituati a chiamare Mafia capitale. Lascia sbigottiti - perfino noi pessimisti cronici - il livello di pervasività raggiunto da questo sistema di corruzione, la sottomissione di moltissimi politici e di tanti funzionari pubblici ai voleri di questa banda criminale, capace di condizionare il voto, di far eleggere e nominare consiglieri, assessori, dirigenti in Comune e in Regione, di determinare le scelte politiche di queste amministrazioni. Ormai non siamo più davanti a fenomeni di ingerenza, più o meno radicata, della criminalità nella politica, ma alla sua sostituzione tout court: è la criminalità che ha preso il posto della politica, che si è fatta sistema. Qui - deve essere ormai chiaro a tutti - non abbiamo a che fare con alcune mele marce, ma con un fruttivendolo disonesto.
Poi mi fa infuriare l'ipocrisia di chi da un lato lucra sull'accoglienza ai migranti, guadagna sulla pelle di questi poveri cristi, attraverso la loro permanenza sine die in centri inadeguati, senza offrire loro alcun servizio, e dall'altro lato sobilla l'opinione pubblica, lamentando che si assegnano troppe risorse a queste persone. Così come mi fanno infuriare quelli che nella mia città affittano in nero le loro case fatiscenti agli extracomunitari, poi si lamentano, quando vengono allo sportello, perché hanno dovuto aspettare, seduti accanto a cittadini stranieri. Sono questi "bravi" italiani che puzzano di carogna e non i "negri" che loro osservano con aria schifata e ipocrita.
C'è però un altro aspetto su cui mi voglio soffermare, apparentemente meno importante, ma - almeno secondo me - non meno significativo. Provate ad ascoltare o leggere le intercettazioni che hanno permesso ai magistrati di scoprire parte di questa rete criminale. Nessuno di questi sembra saper parlare italiano, tutti usano per lo più il romanesco, ogni loro conversazione è infarcita di parolacce e almeno ogni tre parole dicono cazzo. Il livello di queste conversazioni è sempre grossolanamente volgare, quando poi parlano di una donna scendono a un livello ancora più basso.
E non solo i criminali usano un linguaggio che sembra scimmiottato da quello dei protagonisti di Romanzo criminale, ma anche i politici, gli alti funzionari, i presidenti delle cooperative, i professionisti a libro paga, insomma tutti gli interlocutori di queste conversazioni parlano così, in questa nuova lingua franca delle classi dirigenti italiote. Il livello culturale di tutti costoro è una miscellanea nauseabonda del Bagaglino e dei peggiori film dei Vanzina, il loro maitre a penser è il compianto Bombolo, che pure quando non recitava non parlava così. Mi ha colpito la foto di uno di questi criminali, uno dei capi: un selfie con Belen e il fidanzato; per questo cretino il potere è farsi una foto con la starlette vista in televisione, come l'ultimo degli sfigati.
C'è un'opera letteraria che racconta meglio di tutti gli storici antichi la decandenza e la lunghissima fine dell'impero romano: il Satyricon di Petronio. La cena di Trimalcione, il lusso ostentato, l'ignoranza volgare dei personaggi, descrivono una società vanamente opulenta e potente, vincente - come direbbero oggi questi "signori" - ma destinata a morire, perché incapace di memoria, disabituata alla cultura, dimentica di qualsivoglia valore etico. Trimalcione e i suoi compagni di libagioni sono destinati a soccombere non perché moralmente cattivi, ma perché sono stupidi. Oggi non c'è un Petronio a raccontare le cene di questi personaggi, ma dalle intercettazioni emerge lo stesso squallore, la stessa ignoranza, la stessa grettezza, la stessa volgarità. Certo sono vincenti, sono loro a dettare le regole del gioco, ma sono destinati alla sconfitta. E noi con loro, perché quelle intercettazioni raccontano anche com'è davvero questo paese.
Non sappiamo come si svolgevano le conversazioni tra i capi mafiosi e i capi della Democrazia cristiana: non ci sono intercettazioni. In un film di qualche anno fa ha provato a descriverli - credo con una certa verosimiglianza - il regista Paolo Sorrentino: non c'è familiarità tra Andreotti e Riina, certo c'è la condivisione di obiettivi comuni, c'è il bisogno l'uno dell'altro, c'è il potere che li lega, ma non c'è - e non poteva esserci - consuetudine tra persone che parlavano comunque lingue diverse. C'è tra i due un rapporto formale, non la volgare familiarità che lega tutti i protagonisti delle vicende di cui parliamo.
E come Trimalcione raccontava la società dei suoi tempi, così, Carminati, Buzzi e tutti i loro compagni di abbuffate descrivono la nostra società, maschilista, ignorante, che riconosce il denaro come unico fine. Fossero soltanto dei criminali potremmo avere la speranza di scoprirli, arrestarli, condannarli, renderli in qualche modo inoffensivi, ma questi sono lo specchio della nostra società, sono la parte peggiore di noi, raccontano il ventre molle di questo paese. E quindi non è sufficiente eliminare queste persone per rendere l'Italia meno indecente. E' questa volgarità la nostra vera nemica, quello che impedisce al nostro paese di crescere, di scrollarsi di dosso una classe dirigente evidentemente inadeguata al proprio compito, di darsi un obiettivo che non sia avere i soldi sufficienti per comprarsi un'auto di lusso o avere il potere di piazzare in una municipalizzata l'amante di turno. Queste intercettazioni non raccontano un disegno criminale raffinato, ma proprio una serie di comportamenti meschini e di bassezze amorali.
L'unica speranza è che la nostra fine arriverà molto più velocemente di quella dell'impero romano.  

mercoledì 3 giugno 2015

Verba volant (191): indeterminato...

Indeterminato, agg.

Fino a qualche tempo fa una delle conseguenze più tangibili del fatto di avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato - il posto fisso, come si chiamava una volta - era la possibilità di ottenere un mutuo dalla banca, ad esempio per acquistare l'agognata "prima" casa. Per molte persone - anche chi scrive questa definizione - questo è stato il percorso abituale per mettere su famiglia. E infatti uno degli effetti più evidenti della precarizzazione dei rapporti di lavoro e della proliferazione di contratti atipici è stata proprio la difficoltà, per tantissimi ragazzi, di ottenere un finanziamento. Niente contratto a tempo indeterminato, niente mutuo. E, a meno che non intervenissero i genitori, niente casa.
Poi è arrivato il jobs act, ossia - per la propaganda del regime renzista - l'opportunità per tutti di avere finalmente il tanto desiderato contratto a tempo indeterminato, anche se ormai non si parla più di posto fisso. E infatti il pacioso ministro del lavoro di questo tutt'altro che pacioso esecutivo non perde occasione per snoccialare i numeri dei nuovi contratti stipulati in Italia da quando è stata approvata questa nuova legge. Ma perfino il pingue e bugiardo Poletti non si azzarda a dire che all'aumento di questi nuovi contratti a tempo indeterminato corrisponde una crescita di nuovi posti di lavoro. Si tratta semplicemente della trasformazione di contratti a tempo determinato già in essere.
Infatti questo governo, amico dei padroni, ha deciso che per ogni nuova assunzione il padrone godrà di un consistente beneficio fiscale e che potrà licenziare quando vorrà quel nuovo assunto, senza troppe conseguenze, limitandosi a pagare una piccola penale e soprattutto senza essere costretto a una lunga e costosa causa giudiziaria, che finisce per lo più a favore del lavoratore licenziato. Naturalmente i padroni licenziavano anche prima, anche quando c'era l'art. 18, la loro fantasia in questo campo era sfrenata, ma adesso sono infinitamente più liberi, non serve neppure che si sforzino per inventare scuse o per escogitare cavilli contrattuali o per commettere veri e propri reati, come costringere i lavoratori a firmare, insieme al contratto, la lettera di licenziamento in bianco. Grazie al jobs act  ogni nuova assunzione significa per il padrone un guadagno netto, anche calcolando il magro indennizzo dovuto per il licenziamento. Per questo il contratto a tempo indeterminato non corrisponde più al posto fisso, ma solo a una nuova forma di precarietà.
E se il lavoratore neo assunto vuole fare un mutuo? Teoricamente può esibire il suo bel contratto a tempo indeterminato, ma quelli delle banche - che tra l'altro sono molto amici dei padroni e quindi di questo governo - sanno che quell'aggettivo, senza il baluardo dell'art. 18, assume tutto un altro valore. E non si fidano più. Proprio ieri, passeggiando per Parma, mi è capitato di vedere una pubblicità della più grande banca italiana; in questo manifesto è scritto che chi accenderà un mutuo entro il 30 settembre avrà un tasso di interesse particolarmente agevolato, anche se ha un contratto a tutele crescenti. Anche se: ecco la parola chiave che ci fa capire cosa succede a chi chiede un mutuo.
Quindi la regola è che il mutuo a chi ha questo "nuovo" contratto indeterminato non viene più erogato, a meno che la banca non sia particolarmente benigna e non faccia speciali offerte per il periodo estivo. Quindi è cambiata le regola: anche se c'è il contratto a tempo indeterminato, niente mutuo. E, a meno che intervengano i genitori, niente casa. Per altro i genitori possono intervenire sempre meno visto che o sono pensionati o lo stanno per diventare e quindi faticano sempre più ad aiutare i figli.
E quindi cresce una generazione sempre più indeterminata. 

lunedì 1 giugno 2015

Verba volant (190): partito...

Partito, sost m.

Mi lascia una strana sensazione - e ne parlo anche un certo imbarazzo - il triste epilogo umano, prima ancora che politico, di Pier Luigi Bersani, una persona, un compagno, che - nonostante tutto - ho continuato a stimare, anche quando le nostre posizioni politiche sono diventate divergenti, perché una storia non si cancella dall'oggi al domani. Anche una storia di partito; soprattutto del nostro partito.
Bersani è andato nei giorni scorsi a fare campagna elettorale per Raffaella Paita, a Genova, nei quartieri di sinistra in cui le primarie le aveva vinte Sergio Cofferati e dove c'è una maggiore ostilità verso il renzismo, è andato proprio lì perché sapeva - come è stato poi dimostrato dai risultati elettorali - che in quelle zone della città la candidata del pd era più debole, è andato lì per cercare di essere utile al "suo" partito. Il suo appello dell'ultimo giorno non è servito, ma questa è ormai un'altra storia. In questo modo Bersani ha dato un colpo di spugna alla primarie di quella regione, in cui ci sono stati brogli dimostrati, e che la candidata di renzi ha vinto di misura, grazie all'appoggio manifesto di una forza politica del centrodestra come l'Ncd e a quello, sotterraneo e occulto, ma ben più politicamente significativo, degli uomini di Scajola. E Bersani, che queste cose le sa, è andato comunque, per rendersi utile, perché quella roba lì continua a essere il suo partito, e nella sua idea - che del resto è anche la mia - al partito si deve disciplina. O doverismo, come ha detto lo stesso Bersani con un brutto neologismo, per giustificare il suo sostegno a De Luca, che non aveva bisogno di questo appello al voto, che ha finito soltanto per danneggiare l'onorabilità di chi l'ha fatto. 
E' vero, Pier Luigi, la disciplina è importante, però si deve disciplina prima di tutto alle idee. Questo è il nostro primo dovere.
La decisione di Bersani mi lascia perplesso, perché so che nel suo caso non c'è un bisogno "alimentare", Bersani non si è piegato perché deve comunque mandare avanti la famiglia; il conformismo politico a lui non serve per mantenere il posto di lavoro o per garantirsi una carriera, che Pier Luigi ha già fatto. Ne potrei citare tanti che hanno fatto così, ne conosco diversi che sono diventati renziani perché hanno il mutuo e una famiglia da sostenere, l'unico lavoro che hanno fatto in vita loro è la politica e quindi non possono permettersi di perderlo. Così come conosco quelli che sono servi nell'animo e che dicono al potente di turno, chiunque esso sia; anche questo non è il caso di Bersani, evidentemente. Questi sono motivi che non condivido naturalmente, ma che capisco, che sono in qualche modo spiegabili.
Ma Bersani non lo capisco e la cosa mi cruccia. Evidentemente c'è una ragione politica, che però fatico davvero a comprendere, nonostante una comune militanza, nonostante una comune formazione politica. Per me è importante cercare di capire cosa ha spinto Bersani a questa infelice scelta di sostenere - tra l'altro fuori tempo massimo - la candidata dell'uomo che l'ha estromesso dal partito, che lo tratta con plateale sufficienza e che egli giudica pericoloso per una serie di scelte, prima di tutte quelle delicatissime in materia costituzionale, e di appoggiare un candidato ineleggibile e così compremesso come quello che il pd ha schierato in Campania. In sostanza cercare di capire comunque Bersani e la sua apparentemente ottusa fedeltà alla "ditta", credo sia utile anche per capire noi, che quella storia l'abbiamo condivisa.
Immagino che Bersani non voglia staccarsi dai suoi compagni. Questo lo capisco da un punto di vista psicologico: anche a me manca quel partito, il senso di comunità, il fatto di potersi riconoscere in nome di una comune militanza, di un impegno condiviso, di idee e di valori diventati tuoi e insieme di tutti. Mi manca quel modo di stare nel partito e mi manca quella comunità, in cui avevo gran parte dei miei amici. E infatti quando da quel partito mi sono staccato mi ha fatto male. Trasferirmi in un'altra città, sufficientemente lontana da quella dove avevo fatto politica, mi è servito molto per superare questo distacco; e infatti torno sempre malvolentieri a Bologna, anzi se non sono costretto, non ci torno proprio, perché lì questa separazione si sente più forte. E per lo stesso motivo non vado alle "loro" feste, neppure per salutare gli amici che sono rimasti lì. Naturalmente ciascuno di noi vive quel rapporto in maniera diversa - perché ognuno di noi è diverso - ma ve l'ho raccontato per dire che per molti noi la politica è questa cosa qui, l'abbiamo vissuta così, con questa intensità; e così ancora la viviamo.
In questi anni in cui ho smesso di fare politica la rete e l'impegno di scrivere con una certa regolarità su questo blog mi hanno aiutato un po' a ricostruire una comunità, simile a quella che noi abbiamo conosciuto solo fino a qualche anno fa, ma è oggettivamente diverso, perché questo strumento è diverso dalla "cosa" in cui noi abbiamo vissuto. La rete non è il partito. Il gruppo di amici che commenta e condivide quello che scrivo non è la mia sezione, anche se allora non ho mai avuto tante persone ad ascoltarmi quante ne ho adesso. Non è una questione di quantità, ma di qualità, fatto salvo che sono ovviamente felicissimo che voi ci siate. Quindi posso intuire la difficoltà di Bersani di staccarsi da tutto questo.
Continuo però a non capirlo, almeno per due ordini di ragioni.
Prima di tutto la comunità che è diventata adesso il pd - per quello che posso intuire, guardandoli da fuori - mi sembra molto diversa da quella che noi abbiamo conosciuto, che abbiamo costruito e che - va detto, per onestà intellettuale - abbiamo contribuito a distruggere. E' volutamente una cosa diversa. L'enfasi sulle primarie, la decisione di utilizzare questo strumento per scegliere non solo i propri candidati nelle istituzioni, ma perfino gli organismi dirigenti, a partire dal segretario, è la negazione in nuce dell'idea di partito. Il pd è nato per non essere più quel partito che abbiamo conosciuto e con l'ambizione di essere un'altra cosa ed infatti è diventato un'altra cosa: di fatto il pd è la struttura che amplifica e diffonde la propaganda del leader, che ne difende le scelte e che gestisce sui territori il potere - per altro sempre meno - che il leader gli concede. Siamo lontanissimi dall'idea dei partiti come libere associazioni di cittadini legati da comuni valori, a cui noi siamo ostinatamente legati e che trova legittimazione nell'art. 49 della Costituzione.
Peraltro, come è evidente osservando anche i risultati di questa recentissima tornata elettorale, un partito strutturato così è preda, a livello locale, delle forze peggiori della società, di gruppi di potere, di lobbies, della criminalità organizzata. Il pd dove vince, ad esempio nelle regioni del Mezzogiorno, è ostaggio di boss locali, di gerarchi sempre più autonomi, di figuri che si sono costruiti la loro rendita di posizione e la mettono sul mercato. In queste regionali non ha vinto il pd, ma hanno vinto i vari De Luca, Emiliano e compagnia cantante, gente con nessuna etica, personaggi che, forti dei loro voti, della loro rete di affari e, temo, capaci di ricatti inconfessabili, tengono per le palle - peraltro non proprio d'acciaio - il povero renzi. E la situazione degli altri partiti "tradizionali" non è certo migliore.
Anche su questo punto credo che occorra essere onesti. Quell'idea di partito è morta e qualsiasi tentativo di ricostruirlo dall'alto è destinato al fallimento. Anche per questo noi che siamo cresciuti con quell'idea facciamo sempre più fatica a fare politica in questi tempi tristi, perché ci muoviamo con schemi che non esistono più e che forse non esisteranno più nel modo in cui li abbiamo conosciuti. Per questo noi siamo fatalmente inadeguati e dobbiamo aspettare una nuova generazione che sia in grado di risollevare una storia che noi abbiamo distrutto.
La cosa che però mi sembra più grave nel ragionamento di Bersani - e di quelli come lui - mi pare lo scarto tra il mezzo e il fine. Per quanto il partito sia importante - e lo è anche per me, naturalmente - dobbiamo ricordare che il partito è lo strumento che una parte della società, quella più debole - per quanto numericamente più consistente - si è data per difendersi dagli attacchi della parte più forte, più ricca, più potente. Il partito è lo strumento con cui combattiamo la guerra di classe che i ricchi hanno da sempre scatenato contro di noi. Se però perdiamo di vista questo contesto, se perdiamo di vista questo obiettivo, se dimentichiamo i valori e le idee, magari interiorizzando quelle del nemico - come abbiamo fatto progressivamente noi in questi ultimi trent'anni - allora lo strumento diventa fine a stesso, diventa soltanto per alcune persone un mezzo di promozione sociale o un'occasione per arricchirsi o per dare sfogo alla propria sete di potere.
Proprio questo progressivo slittamento verso l'ideologia neoliberista, questa incapacità di ammettere che abbiamo sbagliato in questi anni, questa ostinazione a non volersi fermare per cambiare finalmente strada è quello che sta progressivamente allontanando una parte di cittadini dalla politica, che fa commettere a Bersani questi gesti che appaiono meschini,  che contribuiscono a costruire un fossato sempre più profondo tra persone che hanno militato insieme. Penso spesso a quegli anni, cerco di ricordare qual è il momento in cui ci siamo persi definitivamente, in cui non potevamo tornare indietro. E probabilmente non c'è un fatto così, ma è la somma di tanti piccoli passi verso l'abisso che ciascuno di noi ha fatto. Ci sembravano irrilevanti, pensavamo che avremmo potuto tornare indietro e invece il burrone ci ha inghiottiti.
Ricordo bene un discorso che fece proprio Bersani, ormai molti anni fa, in un incontro a Milano, prima che nascesse il pd, in un passaggio delicato, quando ci schierammo contro Cofferati, perché ci sembrava volesse bloccare un percorso che invece sarebbe stato meglio fermare. Tra le altre cose disse più o meno (scusate, la memoria può giocare brutti scherzi): la sinistra esiste in natura, perché, dal momento che esistono le diseguaglianze, le ingiustizie, le differenze, la sinistra c'è - c'è necessariamente - per ristabilire l'uguaglianza, la giustizia, la parità. Lo disse anche Mauro Zani (questo lo ricordo meglio), anni dopo, quando tentò, con coraggio e con ostinazione, di opporsi alla nascita del pd. A quel punto credo che ormai non ci fosse più niente da fare, anche perché molti di noi l'avevano data per persa. E' vero, la sinistra esiste in natura; io a quell'idea sono rimasto fedele.  

sabato 30 maggio 2015

Verba volant (189): schedatura...

Schedatura, sost. f.

Io un lavoro ce l'ho e non lo cerco, ma, se lo cercassi, probabilmente non potrei lavorare all'Expo. Perché l'Expo è un sito di interesse strategico nazionale e quindi non valgono in quella manifestazione le regole che valgono nel resto del paese. Non potrei lavorare all'Expo non perché troppo vecchio o troppo giovane, troppo qualificato - succede anche questo in Italia - o troppo inesperto - capita nel paese in cui si assumono apprendisti con esperienza - ma semplicemente perché "non gradito alla Questura".
Infatti tutte le aziende che assumono per Expo devono inserire i dati della persona nella "piattaforma accrediti"; questi dati - anche se all'interessato non viene detto - vengono trasmessi alla Questura, che fa una verifica e decide, senza dare alcuna giustificazione o spiegazione, se concedere o meno il permesso. E senza questo parere preventivo non si lavora. Probabilmente io - come è successo ormai a molte persone - non passerei a questo vaglio poliziesco, anche se ho la fedina penale - come si chiamava una volta - pulita. Probabilmente basterebbe quello che scrivo su questo blog, le mie riflessioni sull'Expo o la mia adesione a campagne di disobbedienza civile come Libertà di dimora o le mie critiche - riconosco spesso aspre - alle forze dell'ordine per quello che è successo a Stefano Cucchi e per la vicenda della Diaz, o ancora i toni - anche in questo caso piuttosto accessi - con cui mi sono rivolto al precedente presidente della Repubblica, a cui ho anche scritto direttamente all'indirizzo mail del Quirinale. Si tratta di prese di posizione pubbliche, mai anonime e sempre firmate, in cui ci ho messo e ci metto la faccia. E legittime in una democrazia, garantite dalla Costituzione. Almeno fino ad ora.
Alcune persone si sono viste negare il permesso perché avevano partecipato a movimenti studenteschi o perché sono abituali frequentatori dei centri sociali. Verificando le storie personali delle persone che, nonostante fossero già state assunte, non hanno potuto neppure cominciare a lavorare e quindi sono state licenziate, basta una nota sugli schedari della polizia, una segnalazione o una denuncia mai arrivata a processo per vedersi negato il permesso. Nella piattaforrma sono attualmente registrate circa 30mila persone e per tutti questi - oltre che per i tantissimi che sono stati scartati - è stata avviata una campagna illegale di raccolta di informazioni e di schedatura di massa. E' uno scandalo per ora denunciato dalla Cgil della Lombardia e da pochi organi di informazione, ma di cui dobbiamo parlare, che dobbiamo condividere il più possibile.
Dobbiamo lottare affinché questo archivio illegale venga distrutto, vengano rimosse e condannate le persone che lo hanno promosso e autorizzato e soprattutto che si possa essere assunti all'Expo - come in qualunque altro posto di lavoro - senza che vengano prese informazioni sulle nostre opinioni politiche o filosofiche o religiose.
Le schedature dei lavoratori sono una brutta pagina della nostra storia. All'inizio degli anni '70 alcuni magistrati torinesi - tra cui Raffaele Guariniello - scoprirono l'archivio della Fiat in cui l'azienda aveva raccolto, anche grazie alla complicità di poliziotti e carabinieri corrotti, un'imponente mole di informazioni sui propri dipendenti. Leggere quegli schedari è un viaggio nella storia del paese. Nel 1954 un lavoratore è segnalato perché "ex partigiano, incensurato politicamente e penalmente, iscritto al Pci, attivista, è il propagandista più attivo dello stabile dove abita" , mentre nel '63 di un altro lavoratore si dice che "è simpatizzante Pci" e si mette in luce la sua "reputazione cattiva", anche perché ritenuto un omosessuale. Nel '68 un operaio è schedato con un pessimo giudizio: "trattasi di capellone". Sulle donne le schede Fiat, oltre alle scelte politiche, si dilungano su giudizi morali: "è nubile e madre di una bambina di quattro anni, simpatizza per i partiti di sinistra, conduce vita piuttosto libera" si dice di un'operaia; "è passata a seconde nozze nel luglio scorso; durante la vedovanza ha lasciato a desiderare per la condotta morale e civile, e ha avuto anche un aborto" è scritto nella scheda di un'altra lavoratrice, riferendosi alla "condotta" della madre.
E' una storia che non avremmo voluto più raccontare, anche perché l'art. 8 dello Statuto dei lavoratori, ancora non formalmente abrogato da questo governo, dice:
È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell'assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore.
Questa storia, come era successo a quella delle schedature della Fiat, rischia di passare sotto silenzio; per questo dobbiamo denunciarla. Io all'Expo non potrei entrare come lavoratore, ma naturalmente posso entrarci dopo aver pagato il biglietto. A questo punto però non so se vi darò 39 euro per entrare in un posto dove non mi accetereste come lavoratore.
Come abbiamo visto per molti altri aspetti, Expo gode di una sorta di extraterritorialità, a Expo non vale la Costituzione, anche sui più elementari diritti civili. Invece vale, vale sempre. Ricordatelo voi che ci spiate e ci schedate. E consideratela pure una minaccia. Ma soprattutto ricordiamolo noi, tutti i giorni, perché i diritti vanno coltivati, difesi, ampliati. Farlo è un nostro dovere.

post scriptum
Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto il fascicolo che fecero su di me i carabinieri di Granarolo in quanto eletto nel 1990 nella lista del Pci. So che c'era, perché in occasione di un lieve incidente che ho avuto con lo scooter anni fa, un appuntato ingenuamente me lo fece vedere. Ovviamente c'era assai poco, perché io ero allora - come oggi - poco pericoloso. E immagino anche che quei carabinieri - che lavoravano bene e con impegno - assolvessero a quel compito di schedatura dei membri del Pci con scarsa lena, più che altro per rispettare un formale adempimento burocratico. A noi dipendenti pubblici capita a volte di fare cose solo perché si facevano prima, anche se non ne capiamo bene il senso. La schedatura dei comunisti è un'altra pagina vergognosa di questo paese, una pratica che evidentemente è stato molto duro abbandonare.
Quindi, cari amici della Questura che state facendo il mio fascicolo, non affannatevi a cercare quel vecchio incartamento, non ci troverete nulla di interessante. Meglio Facebook.

mercoledì 27 maggio 2015

Verba volant (188): prospettiva...

Prospettiva, sost. f. 

Quattro uzbeki di religione musulmana sono morti nel parmense durante la Resistenza. Cosa ci facevano quei quattro giovani sulle nostre colline? Come erano arrivati fin qui dalle steppe dell'Asia centrale? E' una storia che merita di essere raccontata.
Erano stati fatti prigionieri dalla Wehrmacht durante l'Operazione Barbarossa, ossia l'invasione dell'Unione sovietica da parte delle truppe naziste. Con il procedere degli scontri, mentre cresceva la consapevolezza che il conflitto non sarebbe stato così breve, come avevano previsto Hitler e gli alti comandi dell'esercito, la Germania decise di utilizzare parte di quei prigionieri come truppe di complemento per altri fronti e così i nostri uzbeki - insieme a molti altri - furono inquadrati nell'esercito tedesco e destinati all'Italia, dopo che il nostro governo aveva firmato l'armistizio di Cassibile. Nonostante queste truppe servissero al Reich, erano trattate con una sprezzante superiorità ariana e spesso destinate o a lavori defatiganti o alle prime linee degli scontri: vera carne da macello. Anche per questo, e per l'ostilità che l'occupazione tedesca aveva suscitato in quegli anni fino alle più remote regioni dell'Asia, i quattro uzbeki ben presto disertarono e decisero di unirsi, insieme ad altri fuggiaschi, alla bande dei partigiani che si stavano costituendo in montagna qui nella provincia di Parma.
Verosimilmente avevano una ben scarsa consapevolezza di quello che stava succedendo intorno a loro, di dove si trovavano e di cosa stavano facendo, ma hanno combattuto e sono morti combattendo, per noi, per la nostra libertà, mentre lottavano, con in cuore la speranza di fare finalmente ritorno nella loro terra, dalle loro famiglie. E' giusto ricordare anche loro, onorarli insieme ai "nostri" caduti. Anche se i loro visi avevano fattezze orientali - mongole probabilmente - e la loro religione è quella che adesso viene presentata come nemica della nostra civiltà.
L'anonimo partigiano che a volte vediamo ritratto nelle statue - spesso piuttosto brutte - che stanno al centro delle nostre città è sempre un maschio di razza caucasica. La prossima volta che ci passiamo accanto, cambiamo prospettiva, proviamo a immaginarlo con gli occhi a mandorla. Oppure come una donna. Ci farà bene. 
Spesso ce ne dimentichiamo - perché la nostra prospettiva è sempre troppo parziale e limitata - ma quella guerra fu davvero mondiale, perché coinvolse donne e uomini di tutto il mondo. A Forlì c'è il cimitero dei soldati indu e sikh che combatterono nell'esercito inglese e il cui sacrificio fu determinante per lo sfondamento della Linea gotica. Quindi i tantissimi sikh che vivono nella nostra regione e allevano, con competenza e passione, le mucche da cui viene l'italianissimo parmigiano-reggiano non sono stati i primi a venire qui, ma i nipoti di quei soldati, che si ritrovarono catapultati dall'altra parte del mondo, strappati dalle loro case in India, per venire a combattere al fianco dei nostri nonni.
E potremmo citare tanti altri casi. Ricordo, ad esempio, che a Vergato, poco distante da Marzabotto - luogo caro alla nostra memoria - c'è un monumento che ricorda i soldati brasiliani caduti nel conflitto, a fianco degli Alleati. Eppure per noi i soldati hanno sempre la pelle bianca o al massimo sono neri degli Stati Uniti, come quello che mise incinta la ragazza di Napoli protagonista, insieme al suo bambino niro niro, di quel bellissimo canto popolare che è Tammuriata nera. Invece ci furono anche tanti di quelli che ora chiamiamo, con una qualche ipocrisia, extracomunitari. E che allora erano considerati appartenenti a razze inferiori. Allora naturalmente, perché oggi noi "uomini bianchi" siamo molto più evoluti e non crediamo più a queste cose; almeno spero.
E, allo stesso modo, anche la Grande guerra fu davvero mondiale, combattuta da soldati provenienti da ogni angolo della terra. Nella battaglia della Somme morirono soldati algerini, indiani, indocinesi, congolesi, caraibici, arruolati dalle potenze europee che in quel tempo dominavano praticamente tutte le terre conosciute. E quella guerra - anche se spesso lo dimentichiamo e neppure lo studiamo - fu combattuta, forse con ancora più violenza e più brutalità, in Africa, per il controllo delle colonie tedesche in quel continente. E nelle colonie i conflitti erano condotti dai soldati di quei paesi, guidati da ufficiali europei che li mandavano a combattere male armati e con equipaggiamenti inadeguati, dimostrando verso le "loro" truppe un disprezzo che non era solo di classe - come quello dei generali europei verso i soldati dei loro paesi - ma anche apertamente razzista. Sono centinaia di migliaia i caduti "stranieri" della prima guerra mondiale e forse il milite ignoto è nero.
Di questo non abbiamo assolutamente parlato in questo centesimo anniversario, eppure sarebbe stato molto utile per capire da dove arriviamo; e dove, forse, arriveremo. Perché la storia va studiata anche quando ci dà fastido, anche quando racconta verità che preferiremmo sottacere, anche quando mette in crisi le nostre certezze, i nostri giudizi e soprattutto i nostri pregiudizi.
Per questo dovremmo imparare a cambiare prospettiva, anche correndo il rischio di cui ci parla Eugenio Montale:
le cose sono fatti e i fatti
in prospettiva sono appena cenere

martedì 26 maggio 2015

"In memoria del vescovo Romero" di Davide Maria Turoldo


In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,
vi ordino: non uccidete!
Soldati, gettate le armi…
Chi ti ricorda ancora,
fratello Romero?
Ucciso infinite volte
dal loro piombo e dal nostro silenzio.
Ucciso per tutti gli uccisi;
neppure uomo,
sacerdozio che tutte le vittime
riassumi e consacri.
Ucciso perché fatto popolo:
ucciso perché facevi
cascare le braccia
ai poveri armati,
più poveri degli stessi uccisi:
per questo ancora e sempre ucciso.
Romero, tu sarai sempre ucciso,
e mai ci sarà un Etiope
che supplichi qualcuno
ad avere pietà.
Non ci sarà un potente, mai,
che abbia pietà
di queste turbe, Signore?
nessuno che non venga ucciso?
Sarà sempre così, Signore?

domenica 24 maggio 2015

Verba volant (187): bandiera...

Bandiera, sost. f.

So che le idee di quei sindaci sono molto distanti dalle mie, che il loro intento è provocatoriamente polemico e soprattutto che non condividiamo le ragioni di fondo per cui faremmo alla fine la stessa scelta, ma francamente trovo assennata e molto condivisibile la presa di posizione di quelle amministrazioni comunali che hanno deciso di non esporre la bandiera italiana il 24 maggio - limitandosi a lasciarla a mezz'asta, per ricordare i morti di quel sanguinoso conflitto - senza esaltare l'inizio di una guerra di cui non c'è davvero nulla che valga la pena di essere celebrato.
Sono passati esattamente cent'anni dal giorno in cui l'Italia decise di far partire, dal Forte Verena sull'altopiano di Asiago, il primo colpo di cannone verso le fortezze austriache che si trovavano sulla Piana di Vezzena, dando così il via alle operazioni militari che si sarebbero concluse quasi quattro anni dopo, con oltre un milione di morti. Non c'è nulla da festeggiare, non è più il tempo di lanciarsi in tirate retoriche di sapore patriottardo, di citare il Piave marmorante e altre stupidate del genere. Fu una guerra sbagliata, a cui l'Italia non avrebbe mai dovuto partecipare e che fu condotta con un misto pericoloso di dilettantismo e di arroganza; una guerra che l'Italia ha vinto, solo perché hanno perso gli altri. Possiamo soltanto - ed è doveroso naturalmente - commemorare i caduti, senza appunto gli orpelli della propaganda nazionalista, e cercare di capire cosa è successo davvero cent'anni fa. Sperando che la storia possa insegnarci qualcosa.
Quella guerra è stata devastante per il nostro paese, così come per il resto dell'Europa. I morti sono stati più di 15 milioni, secondo le stime più prudenti, anche se la cifra dovrebbe essere molto più alta, aggiungendo tutti quelli che sono morti per altre cause, comunque provocate e favorite dalla guerra, come l'epidemia di spagnola scoppiata a partire dal '17. In Italia quella guerra è stata voluta dalla monarchia, dagli alti gradi dell'esercito, dai grandi capitalisti, dalle classi dirigenti più retrive e conservatrici, compresa ovviamente la chiesa cattolica - in sostanza dalla parte peggiore di questo paese - per manifestare un inutile e fallace orgoglio nazionalista, per soddisfare un tronfio militarismo, ma soprattutto per colpire il più duramente possibile le classi più povere del paese. E siccome quel conflitto non riuscì - come tutti costoro avrebbero voluto - a spezzare le nascenti energie del socialismo e del movimento operaio, anzi in qualche modo le rafforzò, grazie a quello che era successo in Russia, grazie all'esempio della Rivoluzione d'ottobre, quelle stesse forze alcuni anni dopo avrebbero delegato il compito di finire l'opera alle squadre di Mussolini, senza rendersi conto delle conseguenze. Il regime fascista è la logica conseguenza di quella guerra, delle vere ragioni che spinsero tutta l'Europa a quella carneficina.
C'è una riflessione lucidissima di Antonio Gramsci, scritta nel '21, che racconta bene cosa è stato quel conflitto, chi l'ha voluto e chi ne ha tratto vantaggio e che fa capire quello che è accaduto negli anni successivi, perché la terribile stagione dei totalitarismi fascisti deriva da quella guerra. Quel conflitto è stato in Europa - e in Italia - una delle fasi dello scontro delle forze della reazione contro quelle del progresso, della guerra di classe che queste forze hanno dichiarato contro gli strati più poveri della società, guerra di classe dei ricchi contro i poveri che è continuata in tutto questo secolo e che continua ancora, purtroppo, anzi adesso in maniera più violenta e sfrenata che mai.
Poi quando i potenti decidono - per i loro motivi inconfessabili, per difendere i propri interessi e per arricchirsi - di cominciare una guerra, trovano sempre dei servi capaci di giustificare quel conflitto, di ammantarlo di nobili ideali, di convincere i popoli che quella guerra viene fatta nell'interesse di tutti. E capaci di "inventarsi" un nemico. Allora erano gli austriaci e ci dissero che avremmo dovuto combattere per Trento e Trieste, poi sarebbero state la perfida Albione e le altre "democrazie plutocratiche e reazionarie", poi i comunisti, gli integralisti islamici, i marziani e così via, passando di nemico in nemico. Mentre il nostro vero nemico è sempre quello: il capitale.
La Grande guerra è stata per tutta l'Europa - e per l'Italia in particolare - una strage, pagata a caro prezzo da migliaia di contadini e di operai strappati dalle loro terre e dalle loro case per combattere nelle trincee. E' stata il primo grande crimine contro l'umanità, per questo credo sia un grave errore sventolare una bandiera che finisce soltanto per nascondere, dietro una retorica di maniera, questa verità.
E se dobbiamo trovare una pagina che racconti davvero la partecipazione dell'Italia in quel conflitto, che rappresenti il nostro paese, non dovremmo ricordare né il Piave né il bollettino di Diaz, ma Caporetto. La stupidità e l'incompetenza degli alti comandi dell'esercito, l'atteggiamento sprezzante con cui questi mandarono al macello i loro soldati, i tanti disertori e renitenti uccisi dai plotoni di esecuzione perché si rifiutavano di avanzare o perché cercavano giustamente di lasciare quel fronte: ecco la pagina di storia che racconta meglio l'Italia, perché in fondo siamo sempre lì, a un'eterna Caporetto, per colpa dell'arroganza e dell'incapacità delle nostre classi dirigenti. Il vero pericolo per tanti giovani italiani non erano i nemici che si trovavano di fronte, ma i capi che erano alle loro spalle. E la storia purtroppo si è ripetuta troppe volte: quante altre volte in questo paese i cittadini non hanno potuto aver fiducia nelle istituzioni, che li hanno usati, ingannati, traditi.
Quindi ammainiamo le bandiere, evitiamo di sventolarle stupidamente e senza capire che vergogne nascondono. Quei morti meritano il nostro ricordo, ma soprattutto ci chiedono di non abbandonare la lotta, di continuare a combattere per la nostra libertà e per i nostri diritti, e per la pace, contro quelli che, facendoci combattere per difendere i loro interessi, ci tolgono libertà e diritti.

giovedì 21 maggio 2015

Verba volant (186): utile...

Utile, agg

Per molti anni non ho avuto bisogno di un aggettivo per definire il mio voto. Votavo per il partito a cui ero iscritto, di cui sono stato per molto tempo militante - come si diceva una volta - e di cui sono stato dipendente per quasi sei anni e dirigente, anche se questa parola mi sembra pretenziosa, ripensando alla mia esperienza di quegli anni; ma serve per capirsi. Poi tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007 quel partito ha deciso di suicidarsi e da allora per me votare è sempre stato più complicato e il mio voto ha avuto bisogno di un aggettivo per definirsi, per giustificarsi.
Alcune volte ho annullato la scheda perché non sapevo cosa votare e altre ho cercato di dare un voto utile. In questi ultimi casi in genere ho sbagliato, ossia il mio voto non è stato affatto utile, o almeno non come intendevo io. Anzi il mio voto nelle elezioni del 2013 non solo non è stato utile, ma è stato terribilmente dannoso, letale direi, e mi rammarico ogni giorno di averlo dato.
Il mio voto di prima era utile? Francamente non so: alcune volte è servito a far vincere il partito e la coalizione, altre volte non è servito, alcune volte quel mio voto è andato al governo e altre all'opposizione. E comunque non mi sembrava che l'utilità fosse il motivo per cui votavo. Votavo perché ci credevo, perché condividevo i valori e le idee, perché quel voto mi raccontava e descriveva la comunità in cui ero cresciuto e mi ero formato: era in sostanza un voto identitario e valoriale.
Quando io ero un ragazzino, nel piccolo paese in cui vivevo - nel contado bolognese - era una cosa normale dichiarare la propria appartenenza politica, dire per chi si votava. Certo il voto era segreto e c'erano un po' di persone che "sfuggivano" a questa regola, ma più o meno sapevamo chi era comunista, chi socialista, chi democristiano e così, a scendere, fino ai "saragattiani", ai radicali, e ad altre eccentricità del genere. Quando lavoravo a Castel Maggiore, uno dei comuni più "rossi" della provincia di Bologna, mi raccontarono un aneddoto riferito alle prime elezioni comunali, svoltesi nella primavera del '46. I comunisti erano in nettissima maggioranza, c'erano pochi socialisti e ancor meno democristiani, mi pare una trentina; sul muro dove erano esposti i risultati di quel primo importante scrutinio, qualcuno scrisse, accanto al numero che indicava i voti della Dc, "vi conosciamo", certo con intento non velatamente minaccioso. Comunque sia li conoscevano davvero, perché quel mondo lì era fatto così, perché la politica aveva un significato ben più importante di quello che ha adesso e serviva a definire una persona, una famiglia, una comunità.
Poi, anche grazie al maggioritario, siamo arrivati al voto utile; anche noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscere quella politica lì, quella bella politica. Naturalmente il voto utile è cosa ben diversa dal voto di scambio, però mi sembra che sia un modo per svilirne comunque il senso e il valore. Voterò quello non perché mi convince o perché penso che sia il candidato migliore, ma perché in questo modo perderà quell'altro, che mi sembra peggiore. Voterò quello per mandare un segnale a quell'altro che avrei votato, ma che vorrei cambiasse un po' la linea. E così via, di elucubrazione in elucubrazione. Naturalmente quelli che votiamo se ne fregano altamente dei motivi, più o meno palesi, più o meno reconditi, per cui li abbiamo votati e, una volta eletti, fanno come vogliono, e i nostri ragionamenti stanno lì, appesi al filo delle nostre buone intenzioni. Credo che, se proprio siamo costretti a dare un voto utile, dobbiamo interrogarci non tanto sul significato dell'aggettivo, ma sul complemento: utile a chi?
Domenica 31 maggio io non voterò, perché nella mia regione non si vota; abbiamo già dato, recentemente. Se vivessi in una delle regioni in cui si vota, darei la mia preferenza a una delle liste che sono nate dall'esperienza di L'Altra Europa con Tsipras e comunque a una lista di sinistra che non sostenga il candidato del pd. Mi dispiace per i tanti amici che ho in Sel, ma ormai non considero più utile un voto al vostro partito, che finisce comunque per favorire, sempre e comunque, il peggior pd, nonostante tutte le vostre migliori intenzioni.
Praticamente in tutte le regioni questo mio voto sarebbe sostanzialmente inutile, perché comunque il risultato è segnato e quindi questo voto a sinistra sarebbe soltanto il segno di una residua testimonianza, proprio come è avvenuto nell'autunno scorso per il voto a L'Altra Emilia-Romagna nella mia regione. Ma nonostante tutto, in qualche modo, credo sia comunque utile: in attesa che a sinistra nasca qualcosa di nuovo e di diverso, penso sia necessario tenere in piedi la sinistra che c'è, che magari non ci piace molto, che ci fa arrabbiare per la sua endemica litigiosità, per la sua autoreferenzialità, ma che comunque c'è e la dobbiamo in qualche modo preservare. Come ho scritto in un'altra occasione, non nascerà da lì la sinistra del futuro, ma, visto che i tempi sono lunghi e questo sarà il lavoro di un'altra generazione, nostro compito è almeno quello di tenere accesa una fiammella.
In Liguria invece il mio voto - il nostro voto di "sinistri sparsi" - potrebbe essere utile, molto utile: non conosco questo Luca Pastorino e non ho per lui motivo di particolare simpatia - in fondo è sempre uno del pd, un civatiano, roba che a me non piace affatto - ma il mio voto a sinistra potrebbe far perdere la candidata pd e far vincere quello di Forza Italia. E' già un punto a favore. So che c'è ancora qualcuno che crede che questo sia un errore e che, pur di non far vincere Berlusconi, è disponibile a votare perfino renzi, ma io non sono tra quelli. Questo governo deve essere fermato, adesso è impossibile, perché è molto forte e lo sarà ancora di più se vincerà le prossime regionali. Non spero che una sconfitta, anche parziale, anche di misura, come sarebbe quella in Liguria, lo farebbe cadere, ma almeno sarebbe un sassolino per incrinare la sua boriosa sicumera.
Ma soprattutto, per rispondere alla domanda utile a chi?, credo che questo voto sarebbe utile alla Liguria. E' un terra bellissima, che rappresenta un po' tutto il nostro paese, nella sua bellezza appunto, ma anche nella sua fragilità. La Liguria racconta l'Italia, nella crisi dell'occupazione industriale, nell'incapacità di far nascere un turismo vero, economicamente redditizio e culturalmente responsabile, nella forza del voto di scambio e del ricatto politico, nella pervasività delle mafie, nell'arroganza di una classe dirigente, non solo politica, che ha sempre governato - male - quel territorio, spogliandolo e violentandolo, nel mancato rispetto delle regole. Credo che in Liguria si giochi una partita importante, il vero banco di prova del partito della nazione. In sostanza votando per un altro che non sia Raffaella Paita o Giovanni Toti, rifiutando la logica del voto utile, noi vogliamo dire che ci sono tanti pezzi di Italia in cui il partito della nazione c'è già, c'è da molto prima di renzi, è un "superpartito" che governa di fatto tanta parte del nostro paese e che adesso, grazie all'abilità retorica del fantoccio di Rignano, può installarsi per molti anni al governo.
E noi dobbiamo fare tutto il possibile per impedirlo.

sabato 16 maggio 2015

Verba volant (185): pensione...

Pensione, sost. f.

Sono di una generazione che ha ormai escluso l'idea di ricevere una decente pensione dallo Stato. Immagino che a un certo punto sarò decisamente troppo vecchio per continuare ad andare a lavorare e quindi mi sarà possibile lasciare il mio posto per raggiunti limiti di età, ma allo stesso tempo so che dovrò pensare da solo agli anni che mi rimarranno, che mi auguro non siano pochi. Per questo mia moglie ed io - come credo facciano altri di voi - stiamo risparmiando, stiamo mettendo via un po' di soldi per allora. Noi siamo tra i fortunati che possono farlo, molti - troppi - non riescono e sinceramente non so come potranno andare avanti. Ma questo è un problema che non interessa a nessuno in questa società in cui si pensa unicamente ad oggi, al di là della retorica giovanilistica sul futuro del paese.
Nonostante abbia ormai rinunciato alla pensione pubblica, per età, per storia personale, per un'antica consuetudine con certe parole d'ordine, credo che ricevere una rendita regolare - è questo il significato etimologico del termine latino pensio, pensionis - in relazione al periodo di lavoro che ho svolto, sia un mio diritto, un diritto che mi è stato - anzi ci è stato - progressivamente tolto. Peraltro io ho dato, sto dando e darò il mio contributo a costituire la mia futura pensione - che non vedrò - pagando regolarmente le tasse; ma anche di questo pare non importi a nessuno. Si tratta, come è noto a chi frequenta quel testo - sono sempre meno purtroppo - di un diritto sancito dalla Costituzione, all'art. 38.
Temo che per quelli più giovani di me, per quelli che cominciano adesso a lavorare - quando riescono a cominciare - la pensione, oltre ad essere un miraggio, non venga più considerata neppure un diritto. La propaganda di questi anni - che vediamo in azione anche in questi giorni in maniera martellante - agisce in maniera subdola. La pensione viene presentata non come un diritto, ma come un'elargizione, una forma di beneficienza che può essere dilazionata, ridotta o addirittura sospesa, se non ci sono più le condizioni per farla. Al di là delle facili ironie, le lacrime della Fornero raccontavano proprio questo: mi dispiace, non ci sono più soldi e non vi possiamo più dare la pensione.
Se ci pensate è il messaggio che in maniera indiretta viene trasmesso proprio in questi giorni, a seguito della decisione della suprema Corte di dichiarare incostituzionale la norma adottata dal governo Monti di bloccare l'indicizzazione delle pensioni. Intanto nessuno nel governo ha detto che quella norma era sbagliata, ma anzi tutti fanno capire che la sentenza della Consulta è subita più che accettata. Ovviamente non possono esimersi dal rispettarla, ma ogni dichiarazione è volta a far passare l'idea che quei soldi che saranno dati ai pensionati - non dicono mai restituiti, come sarebbe giusto dire - saranno tolti ad altri, in particolare ai giovani. In questo modo il governo innesca volontariamente un conflitto generazionale tra vecchi e giovani, ma soprattutto instilla l'idea che la previdenza non sia qualcosa che le persone devono aspettarsi di ricevere - anche perché l'hanno già pagata - ma qualcosa che, se e quando la ricevono, viene sottratta agli altri.
Io in televisione guardo sempre meno i programmi di informazione, ma l'altro giorno mi ha colpito l'intervista di un economista, che ovviamente insegna in una prestigiosa università privata, che ovviamente sostiene il governo, che ovviamente loda le politiche di austerità europee; questo "solone" si è detto rammaricato - ha detto proprio così - della sentenza. Questo personaggio - e tanti come lui, servi dell'ideologia ultraliberista ormai vincente - si rammarica del fatto che è stata ristabilita la giustizia, perché è stata abrogata una norma, forse efficace per il risanamento dei conti pubblici, ma illegittima dal punto di vista costituzionale.
Allo stesso modo in questi giorni è tornata in auge una ricorrente polemica contro le cosiddette "pensioni d'oro". Naturalmente anch'io trovo immorale che alcune persone godano di pensioni così vergognosamente alte - come per altro trovo immorale che gli stessi prima avessero stipendi così alti, così volgarmente sproporzionati rispetto a quelli delle persone che lavorano alle loro dipendenze - ma mi fa arrabbiare che questa sacrosanta indignazione venga incanala contro le pensioni tout court, contro l'idea stessa di previdenza.
E potrei citare altri esempi di questa propaganda continua ed insinuante. Un importante giornale dei "padroni", ovviamente schierato con il governo, porta le testimonianze dei pensionati disposti a "rinunciare" al rimborso, disposti evidentemente a sacrificarsi per il bene del paese. Non siamo molto lontani dalla retorica patriottarda tipo "oro alla patria", che questo paese ha già conosciuto.
Credo che ormai sia chiaro che questo governo - come tutti quelli che l'hanno preceduto - ha l'obiettivo di smantellare la previdenza pubblica. Si tratta di un obiettivo ormai neppure tenuto nascosto, ma dichiarato in maniera plateale, comune a tutti gli altri governi europei, qualunque sia il loro orientamento, a parte naturalmente il governo greco, che infatti viene osteggiato, criticato, deriso dai giornali dei padroni, dagli economisti, dalle televisioni. In questo modo ci faremo le nostre pensioni private, daremo i nostri soldi alle banche affinché ce ne restituiscano un po' quando saremo vecchi. Se ci arriveremo.

mercoledì 13 maggio 2015

Verba volant (184): insegnante...

Insegnante, sost. m. e f.

Come immagino sia successo anche a voi, nella mia - ormai lontana - vita scolastica ho incontrato alcuni bravi - e brave - insegnanti e altri decisamente meno bravi. A essere sincero il mio giudizio di allora, la mia valutazione da studente, non combacia con quello che penso adesso. Ci sono insegnanti che allora ritenevo capaci, che apprezzavo molto, e di cui ora ho un ricordo sbiadito e altri, che allora consideravo malissimo, che invece mi hanno lasciato un segno, che hanno contribuito in maniera rilevante alla mia educazione. E il verbo insegnare, etimologicamente, significa esattamente questo: imprimere un segno nella mente. Naturalmente il verbo italiano deriva dal latino, ma anche nel greco antico εγχαρασσειν significa prima di tutto incidere, imprimere e di seguito insegnare.
A scuola puoi imparare molte cose: alcune ti serviranno e altre no. Personalmente ne ho imparate molte a scuola, ma tante - forse di più - le ho imparate da solo, leggendo, provando a scoprire quello che avevo voglia di sapere. La scuola, dalle elementari con la maestra unica all'università, hanno contribuito a farmi diventare, nel bene e nel male, quello che sono adesso. Ovviamente a questo hanno concorso, in maniera determinante, i miei genitori e anche tante persone che ho incontrato durante la mia vita. Per me in particolare la politica è stata un'occasione di formazione importantissima e sono tanti i "segni" che mi sono stati impressi dalle compagne e dai compagni che ho avuto la fortuna di incontrare. So che per altri hanno avuto questa funzione lo sport o l'ingresso nel mondo del lavoro, perché l'educazione passa, fortunatamente, per molte vie.   
Qualche anno fa mi sono occupato di scuola anche nella mia attività politica e amministrativa e mi sono fatto un'idea, forse banale, ma di cui sono profondamente convinto: la buona scuola la fanno i buoni insegnanti. Poi occorrono edifici scolastici adeguati, sono utili i supporti, specialmente quelli offerti dalle nuove tecnologie, sono indispensabili ovviamente le risorse, ma la scuola è fatta prima di tutto dagli insegnanti. E quindi la politica, quando si occupa di scuola, dovrebbe prima di tutto affrontare questo tema, dovrebbe partire dagli insegnanti.
L'istruzione è un settore troppo importante per ragionare solo in base alla simpatia con cui si guarda al governo che di volta in volta propone la riforma "epocale" della scuola. Così sarebbe semplice: io detesto il governo e quindi detesto la riforma della scuola che questo propone. Non basta neppure dire che la riforma di renzi renderà la scuola elitaria o che è poco democratica, perché affida ai dirigenti scolastici un potere arbitrario.
Credo che - soprattutto noi che detestiamo questo governo e che, per una buona serie di motivi, critichiamo questa riforma - dovremmo ragionare sul tema fondamentale della valutazione degli insegnanti. Nelle scuole, in tutte le scuole - di ogni ordine e grado, come si diceva una volta - devono esserci dei meccanismi di valutazione e devono esserci le persone per farli valere. Naturalmente questi meccanismi devono essere trasparenti e oggettivi, ma devono esserci e possono dare luogo a differenze, anche di retribuzione, in base al merito. E se questi giudizi sono sbagliati o se producono differenze arbitrarie bisogna punire i dirigenti che ne sono responsabili. Anche mandandoli a fare un altro lavoro, perché questo è molto importante e richiede persone capaci, molto capaci.
La scuola italiana soffre di quello che soffriamo tutti noi che lavoriamo nella pubblica amministrazione, ma ovviamente, essendo una delle funzioni fondamentali di una società democratica, questa sofferenza è ancora più grave e ha conseguenze più pericolose. Nella scuola italiana all'inamovibilità si aggiunge la routine e in più gli insegnanti sono sottopagati: da questa situazione, da questa miscela perniciosa, non può nascere una buona scuola. Nella scuola italiana non abbiamo coltivato l'uguaglianza, ma l'appiattimento; e dall'appiattimento nasce solo il declino. La scuola - come la politica - è lo specchio della società e, visto che nella nostra società si coltiva l'irresponsabilità, non possiamo far finta di credere che nella scuola viga il principio di responsabilità, nonostante gli sforzi, ormai eroici, con cui tanti insegnanti continuano a svolgere con coscienza il proprio lavoro. Io critico la cosiddetta riforma di renzi proprio perché non affronta, non vuole affrontare, questo nodo.
Proprio perché teniamo alla scuola, alla pubblica istruzione - come noi "novecenteschi" continuiamo ostinatamente a chiamarla - la valutazione non deve essere considerata uno strumento di controllo e di punizione, non può essere legata solo alla competitività, magari scimmiottata dai criteri del mercato. La valutazione, nelle forme e nei modi che possono essere sperimentati - a partire dall'autovalutazione e da esperienze virtuose che già ci sono, nonostante il turbinio delle riforme che si sono succedute in questi anni - deve servire a far crescere l'idea di educazione, al di là di ogni retorica del merito. Come ho detto prima non credo che gli studenti abbiano gli strumenti per valutare i loro insegnanti o meglio non credo sia giusto che le loro valutazioni siano determinanti: francamente questo non sarebbe un passo in avanti nella loro crescita pedagogica. Naturalmente gli studenti devono essere protagonisti della scuola e credo possano esserci strumenti per trovare nuove forme di cooperazione e di collaborazione tra studenti e insegnanti, con obiettivi mirati scuola per scuola, classe per classe, studente per studente, sulla base delle diverse condizioni di partenza e non del risultato da ottenere.
Fidiamoci degli insegnanti, diamo loro le risorse per studiare, paghiamoli come meritano, lasciamoli lavorare nella loro sacrosanta autonomia, rispettiamoli per il lavoro che fanno, poi valutiamoli, in maniera trasparente. E se non sono in grado di fare un lavoro così delicato, mettiamoli a fare altro. E così i bravi insegnanti potranno continuare a lasciare il loro segno - positivo - sui loro studenti; che poi sono i nostri figli, sono quelli a cui dovremo affidare - speriamo il prima possibile - questo scalcagnato paese.

sabato 9 maggio 2015

Verba volant (183): parata...

Parata, sost. f.

Sono passati settant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale in Europa: un anniversario che avrebbe meritato ben altra attenzione, anche per cercare di capire cosa sia successo nel nostro continente in questi settant'anni, uno dei periodi più lunghi in cui non c'è stato un conflitto tra i più importanti stati europei, segnatamente tra Francia e Germania. L'Europa unita è nata perché c'è stata la seconda guerra mondiale, eppure nessuno oggi pare ricordarlo.
Abbiamo perso l'occasione di celebrare come si conveniva questo anniversario perché inevitabilmente questa cerimonia avrebbe coinvolto la Russia, il paese che da un punto di vista geografico ha preso il posto dell'Unione sovietica e ne ha in qualche modo ereditato il titolo di festeggiare questa vittoria. E l'Unione sovietica è stata il paese che ha indubbiamente pagato il prezzo più alto in quel conflitto. Una seppur legittima questione di politica attuale, un importante conflitto geopolitico, che riguarda l'influenza sull'Ucraina e sugli altri paesi che si trovano tra l'Unione europea e la Russia e soprattutto il controllo di alcuni fonti primarie, come quelle energetiche, hanno impedito di fatto di fare le celebrazioni che avremmo dovuto fare. Che chi allora ha combattuto - e oggi ormai non c'è più - avrebbe meritato.
Per inciso vorrei far notare ai governi occidentali che a me - che ovviamente non valgo nulla - Putin ha sempre fatto piuttosto schifo - come in genere detesto tutti gli autocrati - mentre le cancellerie europee per anni lo hanno sostenuto, finanziato, armato. Per molti anni Putin è stato non solo uno dei tanti fornitori di puttane - e del relativo mobilio - per l'allora nostro presidente del consiglio, ma soprattutto l'interlocutore privilegiato di chi voleva fare affari, senza troppi intralci, in quel vastissimo paese. Adesso che Putin ha smesso di vendere o ha cominciato ad alzare i prezzi della propria mercanzia, è diventato un nemico. Segno evidente di chi fa davvero la politica estera nelle nostre cosiddette democrazie.
L'unico paese che ha ricordato con una qualche enfasi il settantesimo anniversario della fine di quel tragico conflitto è stata proprio la Russia di Putin, che ha fatto quello che di solito fanno gli autocrati in occasioni di questo genere: una grandiosa parata militare.
Leggo che alcuni compagni della sinistra italiana criticano il nostro paese - e gli altri dell'Unione - per non aver partecipato alle celebrazioni di Mosca; molte bacheche in questi giorni sono un fiorire di bandiere con la falce e il martello e di altri cimeli dell'Armata rossa. A questi compagni vorrei sommessamente far notare che voi ogni 2 Giugno sollevate una gran polemica per la parata - molto più casareccia di quella sulla Piazza Rossa - organizzata delle nostre forze armate ai Fori imperiali.
Personalmente non ho mai avuto particolare simpatia per i militari di ogni latitudine e sinceramente non amo le parate, in nessuna occasione; non mi sembrano il modo più idoneo né per celebrare la nostra Repubblica né tantomeno per ricordare la fine di una guerra. Anzi molti combatterono in quel conflitto proprio perché dall'altra parte c'erano regimi che costringevano i loro cittadini a queste continue parate. Quindi evitiamo di dolerci per il fatto di non aver partecipato ad una celebrazione di dubbio gusto e francamente poco rispettosa dell'incredibile sacrificio fatto dalle donne e dagli uomini di quella generazione per sconfiggere il totalitarismo fascista e nazista.
E soprattutto proviamo a non dimenticare cosa è successo settant'anni fa e che se, nonostante tutto quello che è successo e che succede, noi siamo qui, a scrivere sostanzialmente quello che ci pare sui nostri blog, è anche merito di quelli che sono morti allora. Mi rendo conto che suona retorico, ogni celebrazione inevitabilmente lo è, ma bisogna che lo ricordiamo e che ne siamo convinti. 

mercoledì 6 maggio 2015

Considerazioni libere (401): a proposito di quello che dovremmo fare (se ce lo lasceranno fare)...


Com'era ampiamente prevedibile una risicata maggioranza parlamentare - non legittimata da un mandato politico su questo tema ed eletta con una legge dichiarata anticostituzionale - ha approvato una nuova legge elettorale, ossia il sistema con cui nei prossimi anni sceglieremo i nostri rappresentanti in parlamento. Si tratta di una cattiva legge che, in maniera furbesca, elude solo sulla carta i rilievi di incostituzionalità sollevati dalla Corte a proposito del porcellum e che è stata costruita scientemente per favorire il partito personale del presidente-segretario, a cui verrà assegnato - al di là dell'effettivo consenso elettorale - un potere che nessun primo ministro ha mai avuto nella storia repubblicana del nostro paese.
Con l'approvazione dell'italicum e con l'abolizione dello Statuto dei lavoratori - anche se non riuscirà a completare il disegno di riforma costituzionale con l'abolizione del Senato elettivo, perché vorrà andare il prima possibile al voto, per capitalizzare il suo prossimo inevitabile successo elettorale - renzi sarà il presidente del consiglio che più ha fatto per applicare il progetto eversivo pensato da Licio Gelli. Si apre un tempo buio per la democrazia in Italia e quando se ne renderanno conto quelli che in questi anni si sono piegati, anche in buona fede, ai disegni di renzi, sarà ormai troppo tardi. Per loro e per noi.
Naturalmente, fatta questa premessa, credo che abbiamo fatto bene in questi giorni a protestare, spero continueremo a farlo in tanti e auspico che ci sia un'iniziativa politica forte contro questa legge, fino alla campagna per raccogliere le firme per chiedere il referendum abrogativo. Però non mi piace nascondermi dietro un dito. Da sempre penso che le leggi elettorali siano importanti, ma non fondamentali; e che sia inutile affannarsi a chiedere un cambiamento della legge elettorale, quando il problema vero è la mancanza di una reale prospettiva politica. In sostanza sono convinto che renzi e il suo partito vincerebbero comunque, perché sono l'espressione della parte peggiore della nostra società, ne garantiscono i privilegi e le rendite di posizione, e soprattutto perché rispondono ai dettami dei veri poteri che ci governano.
Esistono leggi elettorali giuste e leggi ingiuste; e questa è ingiusta. Esistono leggi elettorali migliori e leggi peggiori; e questa è peggiore. Ma nessuna legge elettorale risolve i problemi della politica. E la sinistra in Italia ne ha moltissimi. Noi siamo stati - anche questo era ampiamente prevedibile - sconfitti, perché - dobbiamo ammetterlo - non abbiamo mai davvero giocato. Da anni abbiamo smesso di giocare.
Solo negli ultimi giorni - fuori tempo massimo - una parte, peraltro poco consistente e politicamente residuale, del partito di maggioranza relativa ha deciso di opporsi a questo progetto, intuendo di essere definitivamente caduta in trappola. Ma ormai era troppo tardi. Avevano già consegnato la vittoria a renzi e ai suoi servi e adesso non credano che questa tardiva alzata di scudi serva a restituire loro una verginità che hanno irrimediabilmente perduto. Che abbiamo irremediabilmente perduto, anche noi che nel pd non siamo mai entrati, ma abbiamo messo le basi per la resistibile ascesa di matteo renzi.
Il governo, nonostante il voto alla Camera rappresenti - secondo le nostre vecchie categorie politiche - una sconfitta, è più forte, proprio perché quelle categorie non esistono più e ora l'unica cosa importante è vincere, non importa come. Il presidente-segretario, con un colpo di mano, ha ricattato il suo partito e l'intero parlamento e il ricatto ha funzionato, perché una parte consistente di deputati ha preferito votare a favore di una legge liberticida piuttosto che rischiare il "tutti a casa". Il problema però non è la debolezza di queste mezze figure, a cui anni fa abbiamo affidato sciaguratamente il partito, e né il trasformismo italico di qualche nuovo Scilipoti, che è corso "in aiuto" del pd - Migliore fa schifo anche me, ma con tutta evidenza il problema non può essere lui - il problema vero, tutto eminentemente politico, è che non non abbiamo una prospettiva di sinistra né per domani né per dopodomani.
Leggo che i vari Bersani, Cuperlo, Speranza, giurano e spergiurano che rimarranno nel pd e c'è da crederci, anche perché questi non riescono a immaginare altra vita fuori da quel partito. Civati se n'è andato. Bene, meglio tardi che mai, ma Civati è poca cosa e, comunque sia è un illuso chi pensa che da uno così possa rinascere la sinistra. Ce lo ricordiamo alla prima Leopolda, ce la ricordiamo con la sua smania "rottamatrice": Civati è soltanto un renzi venuto male, un renzi che ha perso; ed è destinato a perdere ancora. Si mettano l'animo in pace Camusso e quanti ancora pensano che ci sarà la scissione: non solo non è programmata, ma non è neppure immaginata. Anche perché - e su questo dobbiamo essere crudelmente realisti - una scissione non avrebbe comunque un approdo. Dove andrebbero quelli che oggi lasciano il pd?
C'è ancora troppo poco a sinistra: ci siamo noi "sinistri sparsi", ci sono alcune sigle storiche della sinistra politica, ovviamente in lite tra di loro, ci sono alcuni tentativi, molto lodevoli, di far nascere qualcosa a livello locale - penso all'esperienza bolognese di Ri-cominciamo a sinistra - certamente c'è la Cgil - e per fortuna che c'è - ma evidentemente in quell'organizzazione ci sono idee molto diverse sia su come dovrà essere il sindacato sia su quale ruolo potrà e dovrà avere in politica, in questa fase così complicata e drammatica della vita del paese. In sostanza c'è poco - e quel poco è frastagliato e debole - e su questo renzi continuerà a lucrare, con il suo populismo, con la sua retorica da quattro soldi, con le sue generiche promesse.
E' inutile quindi sperare in un capitombolo di renzi, in una qualche imboscata parlamentare - sarebbe ad ogni modo una buona notizia, perché il personaggio è anche umanamente odioso - ma questo ennesimo cambio di cavallo nascerebbe comunque nell'ambito della destra - così come Berlusconi è stato sostituito da Monti, Monti da Letta e Letta da renzi, nel tentativo, a volte affannoso, della destra finanziaria e dei "mercanti" di scegliere chi è in grado di garantire in maniera più efficace i propri interessi e privilegi. E quindi "loro" avrebbero comunque pronto uno con cui sostituire il fantoccio di Rignano.
Prepariamoci allora a costruire un'alternativa, altrimenti il prossimo sarà peggio, come renzi è decisamente peggio di Berlusconi. Non facciamoci troppe illusioni: non ci sono scorciatoie. Nelle prossime elezioni, al di là di questa cattiva legge, non saremo nemmeno in partita: il ballottaggio sarà evidentemente tra renzi e Grillo, tra il "partito della nazione" e il M5s. La legge è stata costruita per dare questo esito, che i giornali di regime presenteranno come lo scontro tra l'ordine e il disordine, tra la certezza e l'incertezza; sarà questo il vero banco di prova del "nuovo" pd che imbarcherà Bondi, Verdini e un altro bel pezzo di centrodestra, oltre ai "cacicchi" locali e a tutta la "merda" che sta già raccogliendo a livello locale, come è ben dimostrato dal caso campano. E vincerà ovviamente renzi, anche con tanti voti di sinistra, che di fronte a questo schema non resisteranno al richiamo del "voto utile". Dico fin d'ora che il mio voto il pd non lo avrà comunque, qualunque sia il suo avversario. Ma il mio voto conta appunto uno.
In questa fase sarebbe già importante poterci assicurare una sorta di diritto di tribuna, con la sinistra che c'è, con le liste che ci sono, in tutta la loro inadeguatezza. Come si dice: meglio che niente piuttosto.
Coltiviamo quello che c'è, provando a non litigare troppo tra di noi, consapevoli che non sarà da lì che rinascerà la sinistra - che sarà il compito di un'altra generazione - e che ci vorrà tempo. Forse avremo qualche possibilità in più in alcuni contesti locali, nelle elezioni comunali. Leggo che a Bologna qualcuno accarezza finalmente l'idea di costruire una lista di sinistra capace di sconfiggere l'uomo imposto dal pd; non è impossibile, visto anche l'esito delle ultime elezioni regionali e la pochezza dell'attuale sindaco. Una rete di amministratori, alcune pratiche di buon governo, una diffusione il più capillare possibile sul territorio, credo possano essere molto utili a chi si assumerà l'onere di ripartire.
Senza eludere però la questione di fondo: non si può costruire la sinistra senza una cultura politica. Noi abbiamo ucciso la sinistra in Italia non solo perché siamo stati inadeguati - e lo siamo stati - ma soprattutto perché abbiamo rinunciato alla nostra cultura per abbracciare quella liberista, ci siamo culturalmente arresi al nostro nemico. Rimettiamoci allora a studiare, ripartendo da quello che abbiamo elaborato nel corso di un secolo, a partire dal socialismo. Non sarà facile, ma ne varrà la pena. Come ho detto, è quello che altri dovranno fare, noi - anche per rimediare ai nostri errori - dovremo resistere, per fare in modo che abbiano il tempo di farlo.