mercoledì 14 febbraio 2018

"Sarà domani San Valentino" di William Shakespeare


Sarà domani San Valentino,
ci leveremo di buon mattino,
alla finestra tua busserò,
la Valentina tua diventerò.
Allora egli si alzò,
delle sue robe tutto si vestì,
la porta della camera le aprì,
ed ella non più vergine ne uscì.

Per Gesù, per la Santa Carità,
ahimè, quanta vergogna ci verrà!
I giovani lo fanno,
incuranti del danno,
e del biasimo che gliene verrà. 
Dice lei: "Promettesti di sposarmi,
prima di rovesciarmi."
Dice lui: "Avrei fatto quel che ho detto,
se non fossi venuta nel mio letto."

Così canta Ofelia, nella scena V dell'atto IV di Amleto, mentre vaga per le sale del castello di Elsinore, incontrando re Claudio, la regina e i cortigiani che la guardano con ipocrita compassione. Povera pazza: tutti sembrano dire ascoltando le parole senza senso della giovane figlia di Polonio. Eppure, nonostante questa sia follia, c'è ancora del metodo!
Per quante donne, ancora oggi, in ogni parte del mondo, sono vere queste parole. Per quante donne quell'atto di amore, quella passione, quella gioia, diventano colpa, vergogna, morte. E mentre i maschi non pagano mai per quel loro sfogo, anzi se ne possono vantare, sulle donne ricade il biasimo della società, perché in fondo se l'è cercata. E poi Ofelia è solo una povera pazza.

Verba volant (486): autovalutazione...

Autovalutazione, sost. 

Come immagino la stragrande maggioranza di voi che avete la pazienza di leggermi, sono cresciuto in un tempo in cui non esistevano forme così spinte di marketing scolastico.
Proviamo a immaginare la scena: c'è questo professore a cui il preside ha chiesto di scrivere una scheda di autovalutazione della loro scuola. Ci pensa un po', probabilmente non vuole metterci troppo tempo, perché ha cose più importanti da fare, ad esempio insegnare - e magari lo fa anche bene - e comincia a mettere in fila un po' di banalità in stile ministeriale. Poi pensa ai genitori che gli rompono le scatole durante le ore di ricevimento e comincia a scrivere quello che i padri e le madri dei suoi possibili futuri studenti vorrebbero leggere; e sono in grado di capire. In questa scuola - comincia - non ci sono stranieri - sottinteso non ci sono negri e musulmani - non ci sono ragazzi diversamente abili - sa che in questo genere di prosa non può usare la parola handicappato o spastico o mongoloide o scemo, ossia i termini che usano i genitori dei figli "sani" per parlare di quelli lì - ci sono solo i figli dei ricchi, di quelli che frequentano i posti giusti. Potesse dire che nella sua scuola c'è il cugino di uno che è andato al Grande fratello o la sorella di una velina di Striscia, lo scriverebbe senz'altro, perché darebbe molto più "prestigio" all'istituto. Compiuta questa fatica letteraria, fa leggere la scheda al preside, che lo loda per lo spirito imprenditoriale: questo farà senz'altro crescere il numero degli studenti. E magari quella scuola non sarà chiusa o accorpata a un altro istituto.
Poi salta fuori un giornalista che ha voglia di fare polemica e scrive un articolo per denunciare che quella scuola è classista. Nella stessa pagina in cui ha ampio spazio un lungo pezzo dedicato ai preparativi del matrimonio tra Harry e Meghan e nello stesso sito dove c'è una bella gallery dedicata ai ristoranti più chic e costosi della città, quelli frequentati dai genitori degli studenti del loro istituto, da quelli del Grande fratello e dalle veline. Così un funzionario del ministero richiama il preside, il preside richiama il professore e quella scheda viene frettolosamente riscritta in stile burocratico, dicendo in maniera ipocrita quello che adesso bisogna dire per far bella figura, ossia che in quella scuola ci possono andare i figli delle famiglie povere, sempre che abbiano i soldi per comprare i libri, i sussidi didattici, i vestiti e le scarpe per non far fare brutta figura ai loro ragazzi, che ci possono andare perfino i negri e i musulmani - dopo tutto ci sono anche i negri musulmani ricchi, non hanno tutti le pezze al culo - e ci possono andare anche gli handicappati: ci sono le rampe, i maniglioni nei bagni, cinque anni anni fa hanno fatto i lavori per adeguare la scuola - non ricordate - hanno anche arrestato l'imprenditore che li ha fatti per aver pagato una tangente all'assessore provinciale.
E così sono tutti contenti. Il professore è contento perché l'anno prossimo col cavolo che il preside gli rifilerà quel compito; il preside è contento perché sono aumentate le iscrizioni nel suo "prestigioso" istituto, quello dove va solo la "crema" della città; i genitori sono contenti perché i loro figli non dovranno dividere i banchi con i poveri; il giornalista è contento perché con quell'articolo ha avuto più visualizzazioni di quello stronzo che scrive solo su Masterchef; anche i genitori "democratici" sono contenti, perché hanno lanciato una bella petizione in rete e questa volta si sono fatti sentire. Gli unici a cui di questa cosa non frega nulla sono i ragazzi, sia quelli poveri, sia quelli ricchi, perfino quello che sua sorella è amica di una che doveva diventare velina. E non hanno neppure nulla di cui essere contenti, perché la scuola dove vanno continua a fare schifo, nonostante la splendida scheda di autovalutazione. 

martedì 13 febbraio 2018

Verba volant (485): carnevale...

Carnevale, sost. m.

La parola con cui indichiamo questa festa è relativamente recente: il primo testo scritto in cui viene citato il carnovale è una poesia del giullare del XIII secolo Matazone da Caligano. E si tratta già della festa cristiana, perché il termine indica chiaramente che in questo giorno viene "levata" - ossia viene tolta - la carne, in vista dei giorni di penitenza della quaresima. Si tratta però di una festa molto antica, forse la più antica tra quelle che noi ancora ricordiamo e celebriamo, perché è il momento dell'anno in cui il caos torna a prendere il sopravvento sull'ordine.
Nell'antica Babilonia, quando l'inverno stava per finire, si inscenava la lotta tra il dio Marduk e il drago Tiamat, tra l'ordine e il disordine, e ogni anno il dio, dopo una dura lotta, sconfiggeva il terribile drago e questa vittoria era celebrata con un lungo corteo che percorreva la via principale della città, una sorta di processione guidata da un carro su cui sedevano il sole e la luna che, vinto il mostro, potevano finalmente tornare nel tempio. In Grecia questi erano i giorni di Dioniso, il dio dell'ebrezza, della sfrenatezza sessuale, un dio - a differenza del Bacco latino - tutt'altro che rassicurante e bonario, le cui sacerdotesse erano assai temute. A Roma durante i saturnalia veniva sovvertito l'ordine sociale: gli schiavi si comportavano come uomini liberi e potevano perfino eleggere un proprio principe. Durante queste feste, richiamandosi al culto della dea egizia Iside - perché gli antichi romani avevano questa grande capacità di assimilare ogni religione, facendola diventare propria, un insegnamento che forse potrebbe tornare utile in questi tempi bui - si svolgevano cortei di uomini e donne in maschera, si facevano scherzi e si mangiava. Le nostre feste di carnevale, compresi i vestiti da Zorro della nostra infanzia e i dolci fritti che ogni paese chiama con un nome diverso, derivano da queste feste antichissime. Un tratto comune di queste tradizioni è che in questi giorni speciali dell'anno i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti tendevano a scomparire: sono i giorni in cui dagli inferi esce un gruppo di creature terribili, la cosiddetta famila Herlechini, un corteo di anime morte guidate da un demone, che sarebbe diventato nelle campagne bergamasche Arlecchino.   
Semel in anno licet insanire, dicevano gli antichi, una volta all'anno è lecito "impazzire", non rispettare le regole e le convenzioni, ma - beninteso - ciò è permesso solo una volta all'anno, perché per il resto quelle regole devono essere rigorosamente osservate. Ogni anno si rinnova lo scontro tra l'ordine e il disordine, ma l'esito della lotta è scontato: il caos non può tornare a vincere. Nonostante tutto il carnevale è una festa fortemente conservatrice, perché, proprio nel momento in cui apparentemente scioglie i vincoli sociali, li rende ancora più forti. Come il carnevale esiste - anche dal punto di vista etimologico - in funzione della quaresima, così questa temporanea sospensione dell'autorità e della gerarchia viene progressivamente raccontata o come qualcosa di terribile - le sacerdotesse di Dioniso erano considerate pazze, e diventeranno nei secoli successivi streghe, un ruolo che le donne dovranno spesso interpretare nel corso della storia - o come uno scherzo - e il ghigno demoniaco di Arlecchino diventerà la maschera rassicurante e clownesca di un servo sciocco.
Il potere, che avrebbe dovuto avere paura del carnevale e di quello che rappresentava - e non a caso alla fine di questi giorni si faceva un rogo, un'altra terribile costante della storia - è riuscito a trasformarlo in una burla, in una festa assolutamente domestica, in cui fingendo di ribellarci, stringiamo ancora più forti le catene con cui siamo legati.
Nel 1559 Pieter Bruegel il Vecchio dipinge uno dei suoi quadri più famosi, La lotta tra Carnevale e Quaresima. L'artista non prende posizione, non sceglie nessuno dei due contendenti, entrambi caricature; in questo quadro così visionario i soli personaggi veri sono i poverissimi mendicanti, la cui condizione è descritta con crudo realismo. Per loro non c'era - e non c'è - carnevale, perché sono le vittime di questo ordine che abbiamo bisogno di sconfiggere.

venerdì 9 febbraio 2018

Considerazioni libere (422): a proposito di Pamela...


Sinceramente non credo che a Macerata si stesse meglio una volta, quando ci conoscevamo tutti, quando le famiglie erano tutte del posto, quando non c'erano gli immigrati, non si stava meglio quando si potevano tenere le chiavi attaccate alle porte e i bambini giocavano in strada e tutte le cose che di solito ci raccontiamo, fingendo di credere che fosse meglio allora di oggi. Mi perdoneranno gli amici di Macerata se uso come esempio la loro città; per qualche giorno, almeno fino al prossimo delitto, dovete rassegnarvi a essere citati di continuo. Parlo di Macerata, ma potrei parlare di qualsiasi altra realtà della provincia italiana, che sono più simili di quanto noi, così attaccati alle nostre radici, fino al campanilismo, vogliamo credere: tutta l'Italia è Macerata.
Si tenevano le chiavi attaccate alle porte, ma i ladri c'erano anche allora, solo che in gran parte delle case non c'era nulla da rubare. I bambini giocavano in strada, ma non andavano neppure a scuola, spesso lavoravano ed erano oggetto della violenza degli adulti. In quell'età dell'oro sempre vagheggiata era normale che i padri picchiassero le figlie e che i mariti facessero lo stesso con le mogli, solo che nessuno lo diceva, perché andava bene così. I preti erano ladri e predatori sessuali molto più di oggi, solo che nessuno lo avrebbe mai raccontato, i padroni potevano prendersi le donne che lavoravano per loro, perché a tutti, specialmente alle famiglie di quelle donne, andava bene così. Si conoscevano tutti, ma questo non vuol dire che si fidassero, anzi proprio perché si conoscevano tutti, non si fidavano, sapevano chi era cattivo e molti lo erano. Allora i poveri morivano come mosche: non si stava meglio. E non si stava meglio neppure se andiamo meno indietro, anche quelli della generazione, che hanno avuto modo di vedere da bambini la provincia prima - prima degli stranieri, prima di internet, prima dei telefonini - quando ci conoscevamo tutti, sanno che non era poi così idillica.
Non puoi riavvolgere il nastro, il mondo è cambiato e dobbiamo viverci così, ma senza accettare che continui a fare così schifo.
In questa storia c'è una vittima: Pamela, una giovane donna di appena diciotto anni.
Naturalmente è giusto che quelli che hanno dato l'eroina a Pamela, che ne hanno provocato la morte, che hanno smembrato e gettato il suo corpo, paghino per questi terribili reati, ma Pamela sapeva benissimo dove andare a procurarsi la droga a Macerata, come tutti noi sappiamo dove potremmo comprare droga nelle nostre città, se solo ci venisse voglia di farlo. Nelle nostre città, grandi e piccole, ci sono zone dedicate a questo, possiamo far finta che non ci siano, ma sappiamo che ci sono, tanto che diciamo ai nostri figli e alle nostre figlie di non andarci. E lo sanno le autorità, lo sanno le forze dell'ordine, perché sono consapevoli che si tratta di un fenomeno impossibile da debellare e in questo modo cercano di tenerlo sotto controllo: meglio sapere che gli spacciatori sono tutti intorno alla stazione piuttosto che averli sparsi per la città. Ovviamente non è colpa del questore di Macerata se Pamela è morta e non basterà una retata in quella città per risolvere il problema, ma non possiamo far finta di non sapere che Pamela è morta anche per questo.
Pamela è vittima ovviamente di quegli spacciatori, ma ci sono altre persone che hanno responsabilità per la sua morte. C'è chi l'ha caricata in auto e l'ha portata via dalla comunità, poi c'è l'uomo - per età poteva essere suo padre - che, probabilmente conoscendola, ha comprato il suo corpo per cinquanta euro, c'è il farmacista che le ha venduto una siringa, senza farsi neppure una domanda o forse avendo smesso di farsele, perché rimangono sempre senza risposta. Ci sono tutti quelli che hanno visto, ma non hanno guardato, perché Pamela era ormai ai nostri occhi una ragazza "persa", oggetto solo delle attenzioni di chi voleva un servizio veloce su una coperta in un garage o di chi aveva da vendere della droga. E poi c'è la storia di Pamela prima di questi due ultimi giorni di gennaio. Forse Pamela era una ragazza debole, forse non si sarebbe comunque salvata, ma non è solo colpa sua se è scivolata così in basso, se si è perduta fino a questo punto. E noi non siamo innocenti: Pamela aveva l'età per essere mia figlia e vorrei credere che se fosse stata mia figlia oggi sarebbe viva, ma non posso saperlo. Credo dovremmo pensare a lei come a una figlia che non abbiamo saputo proteggere. Pamela ci dice che siamo inadeguati.
E per paradosso oggi parliamo di lei, di questa vittima tra le vittime, perché un fascista ignorante ha deciso di sparare a caso sui "negri" di Macerata. Se non ci fosse stata quella tentata strage, se non ci fossero state le dichiarazioni dei politici in campagna elettorale, se non ci fosse stata la questione se andare o non andare a Macerata per una grande manifestazione, oggi non parleremmo di Pamela, che sarebbe al massimo un numero utile ad alimentare la statistica dei femminicidi. Ma in fondo neppure oggi parliamo di Pamela. 

giovedì 8 febbraio 2018

Verba volant (484): creatura...

Creatura, sost. f.

C'è uno scienziato geniale che compie una scoperta incredibile, ma quando riesce finalmente a metterla in pratica, non riesce a controllarne gli effetti e quello che poteva essere un beneficio per il genere umano si rivela una sciagura. Come avete capito si tratta, in estrema sintesi, della trama del romanzo di Mary Shelley Frankenstein, o il moderno Prometeo, pubblicato nel 1818, appena due secoli fa.
Ci ho pensato leggendo che un gruppo di ex dipendenti di Google e Facebook hanno creato un'associazione, chiamata Center for humane tecnology, che ha l'obiettivo di organizzare delle campagne educative per l'uso responsabile delle nuove tecnologie e di denunciare i rischi che queste comportano, specialmente per i più giovani. Si tratta di qualcosa che conoscono assai bene, perché sono gli stessi che hanno realizzato quegli strumenti da cui ora ci mettono in guardia. E che, per inciso, stanno usando anche adesso per questo fine che è senz'altro lodevole.
Credo che queste persone facciano un lavoro importante, perché ci descrivono meccanismi di condizionamento di cui siamo tutti vittime, per lo più inconsapevoli, i cui effetti ora non possiamo nemmeno immaginare. E che ci vorrebbe un'artista come Mary Shelley capace di raccontare. In questo gruppo c'è tra l'altro Justin Rosenstein, l'inventore del like su Facebook, che spiega come quel gesto apparentemente insignificante, che ripetiamo non so quante volte in un giorno, rischi di diventare una specie di dipendenza. Tutti noi che usiamo regolarmente i social - e non facciamo finta di non usarli, perché non saremmo qui, come quando diciamo di non guardare Sanremo mentre siamo davanti alla televisione a criticarne le canzoni - sappiamo che se mettiamo una foto accanto a quello che scriviamo avremo più like, che se in quella foto c'è un qualche ammiccamento sessuale i like aumenteranno sensibilmente, che se usiamo qualche parola "forte" sarà più facile essere letti e così via. Sono trucchi che usiamo, più o meno consapevolmente, e che hanno un rischio, perché quando tutti li useremo regolarmente dovremo trovarne altri, affinché i nostri post emergano, in una spirale in cui si alimenta la volgarità e la sensazione. E anche molte fake news nascono così, al di là di chi lo fa consapevolmente. Perché quei like in qualche modo ci gratificano, perché li aspettiamo, ce ne sono alcuni che aspettiamo più di altri, così come da adolescenti aspettavamo uno sguardo o un sorriso dalla nostra ragazzina dai capelli rossi. E quel riaggiornare continuamente la pagina diventa come passare il tempo a tirare la leva di una slot machine: diventiamo dipendenti, aspettiamo la "mano fortunata", apparentemente a rischio zero, perché non dobbiamo ogni volta mettere una monetina, ma c'è il piacere dell'attesa, che per lo più si traduce in una nuova pubblicità, magari la stessa pubblicità scientificamente ripetuta, che ci induce a comprare quel prodotto piuttosto che un altro o soprattutto quel prodotto di cui non abbiamo affatto bisogno.
Come due secoli fa, ai tempi del dottor Frankenstein e della sua creatura, non fu possibile fermare la scienza, anzi furono proprio gli anni in cui la scienza cominciò quella corsa senza freni di cui ora godiamo gli effetti, ora non ha senso fermare la tecnologia o vietarla, come pure qualcuno tenta di suggerire, magari sulla scorta di studi come quello portato avanti da questi cosiddetti "pentiti della Silicon valley". Non possiamo fermare qualcosa che è inarrestabile in natura e di cui conosciamo anche gli aspetti positivi. E poi non possiamo cambiare la natura umana, perché i social, come la scienza, non l'hanno modificata, ne hanno solo esasperato alcuni tratti, per alcuni aspetti l'hanno resa più fragile, ma noi siamo sempre quelli, che abbiamo paura della "creatura" di Frankenstein, ma non possiamo smettere di leggere il romanzo di Shelley, perché quella lettura ci regala piacere, che accettiamo i condizionamenti perché ne abbiamo bisogno. Siamo animali con degli istinti piuttosto elementari e con questi istinti dobbiamo imparare a convivere.
Ma accettare questa ineluttabilità della natura umana, non significa anche accettare che qualcuno possa sfruttarla per addomesticarci, per renderci mansueti, per farci fare quello che altri vogliono che facciamo. In fondo la nostra storia su questa terra sta in tutta in questo conflitto e quello che possiamo fare è offrire strumenti a chi verrà dopo di noi per combattere, senza dover ricominciare sempre dall'inizio. 

martedì 6 febbraio 2018

Verba volant (483): diplomazia

Diplomazia, sost. f.

E' una delle tante parole che derivano dal greco antico. Infatti in quella lingua diploma significa, come dice il Pianigiani con uno dei suoi termini desueti, cosa addoppiata: si trattava di uno scritto piegato in due, doppio appunto, emanato da un'autorità pubblica che determinava particolari privilegi o definiva particolari obblighi. Di questo significato antico rimane traccia nella nostra lingua nella diplomatica, uno dei dolci più tradizionali della pasticceria italiana - nato nel Mezzogiorno - che deriva il proprio nome dal fatto di essere farcito con una crema diplomatica, ossia doppia, metà crema pasticcera e metà chantilly. Solo alla fine del Settecento, e attraverso il francese, che allora era la lingua dei rapporti internazionali - ad esempio il Congresso di Vienna si svolgeva in questa lingua, che pure era quella del paese sconfitto - questa parola è passata a indicare l'arte di trattare, per conto dello stato, gli affari di politica internazionale, e quindi gli organi che di questi affari si occupano.
So bene che uno dei compiti della diplomazia è quello di parlare con i nemici e quindi non mi pare strano che i diplomatici di tutti i paesi, compreso il nostro, tengano relazioni stabili, attraverso i loro omologhi di quel paese, anche con uno stato come la Turchia, che per il suo ruolo e la sua forza non possiamo fare finta che non esista. Però è un altro conto organizzare una visita di stato del presidente turco in Italia, con tutto quello che comporta, anche da un punto di vista simbolico e cerimoniale.
Chi rappresenta oggi le istituzioni italiane ha fatto una scelta, immagino legittima da un punto di vista politico, anche se in aperto contrasto con lo spirito della Costituzione, decidendo di incontrare in questo modo il boia di Ankara e non basta rilasciare un comunicato dicendo che il colloquio tra lui e Mattarella è stato "franco". Questo non vi salverà la coscienza. Avete detto a Erdogan che il suo governo sta commettendo un crimine imprigionando migliaia di oppositori politici? Non ero in quella stanza e non so che parole franche abbiate usato, anche se fatico a immaginare Mattarella che urla contro Erdogan rinfacciandogli il colpo di stato dei mesi scorsi. Ma ammettiamo pure che per una volta don Abbondio si sia incazzato. Non si può dire, perché le regole della diplomazia vietano di dirlo e quindi di questa visita rimarranno le foto delle strette di mano e dei corazzieri sull'attenti davanti a un criminale.
Avere un'idea radicalmente diversa della politica è anche immaginare che, pur mantenendo un'ambasciata ad Ankara, nessun rappresentante delle istituzioni repubblicane dovrebbe dare la mano o parlare a uno come Erdogan. E magari incontrare, in forma ufficiale, le vittime della repressione, le famiglie dei prigionieri politici, i rappresentanti dell'opposizione e della stampa libera. Oppure, se Erdogan dovesse venire comunque a Roma, magari per incontrare il capo di un piccolo stato straniero che sta dentro i nostri confini, dedicare quella giornata a Nazim Hikmet, tappezzare i muri della città di sue poesie, per ricordare che esiste anche un'altra Turchia. Come vorremmo che esistesse davvero anche un'altra Italia.

venerdì 2 febbraio 2018

Verba volant (482): sfida...

Sfida, sost. f.

Non serve la palla di vetro per sapere cosa succederà nel nostro paese dopo il 4 marzo. Il Movimento Cinque stelle sarà il primo partito, ma - grazie a come è stata congegnata questa ennesima pessima legge elettorale - non avrà la maggioranza per formare un governo; toccherà quindi al pd e a Forza Italia - poco importa chi vincerà tra questi due la volata per la piazza d'onore - far nascere un nuovo esecutivo - anche se ci saranno poche differenze con quello che abbiamo adesso, a partire dal nome del presidente del consiglio - benedetto dal Quirinale, dall'Europa, dalla Cei, da Draghi, da Repubblica e dal Corriere, insomma dalla solita compagnia di giro. Ovviamente sarà un governo che imbarcherà molti "responsabili", compresi un po' di quelli di Liberi e Uguali, che, dietro alla promessa di escludere la Lega, saranno ben lieti di portare il loro soccorso "rosa pallido" a questa neonata coalizione. Mi dispiace per i tanti ex-compagni di buona volontà che voteranno convintamente per quel partito così poco utile, ma il 5 marzo Liberi e Uguali sarà già un ricordo e Grasso l'ennesimo magistrato prestato alla politica sul viale del tramonto, come un Ingroia qualsiasi.
Nel complesso quello del 4 marzo sarà tutto un voto sostanzialmente inutile, perché ci hanno già autorevolmente spiegato che il prossimo governo, al di là di chi lo guiderà, al di là della sua composizione, dovrà essere fedele alle linee scritte in altre sedi: privatizzazione dei servizi pubblici, precarizzazione del lavoro, riduzione al lumicino del welfare universale, a partire dalle pensioni, riduzione della tassazione diretta a favore di quella indiretta. Insomma il prossimo governo sarà, come tutti quelli che lo hanno preceduto, un governo di classe, della "loro" classe, un governo che favorirà i ricchi e i padroni. Grazie a Berlusconi e al ritorno in forza delle gerarchie cattoliche, non ci saranno neppure quei pochi diritti civili, che sono serviti in questi cinque anni a dare una parvenza progressista ai governi a guida pd. Di fronte all'inutilità del nostro voto la cosa migliore sarebbe stata annullare la scheda: io almeno pensavo di fare così. Fino alla nascita di Potere al popolo!.
Mi sto convincendo che un mio voto a questo partito sia utile. Ovviamente Potere al popolo! non vincerà le elezioni, né avrà la forza per sostenere la nascita di un governo progressista, e quindi apparentemente il nostro voto sarà solo di testimonianza, ma ci sono momenti storici in cui anche una testimonianza è importante. Questo mio voto sarà utile perché permetterà a Potere al popolo! di superare lo sbarramento del 3% e quindi di mandare una pattuglia di sinistra, per quanto numericamente esigua, in parlamento. Anche in questo caso credo dobbiamo essere chiari tra di noi, eletti ed elettori di Potere al popolo!, non dobbiamo aspettarci che questi pochi nostri parlamentari abbiano la forza di cambiare le cose, anche loro dovranno stare lì nei prossimi cinque anni a testimoniare che esiste un'altra Italia, un'altra sinistra. E lo dico ora per allora: anche se il 5 marzo scoprissimo che non ce l'abbiamo fatta, che i nostri voti sono stati troppo pochi per mandare quei nostri compagni in parlamento, non dobbiamo disperarci né considerarci sconfitti. Non è questa la battaglia che conta, non è questa la cosa davvero importante.
Se ci penso, trovo questo mio invito ai compagni di Potere al popolo! perfino un po' paradossale. Mi spiego. Io sono stato politicamente educato a credere nell'importanza delle istituzioni e che fosse necessario che noi di sinistra facessimo tutto il possibile per assumerci responsabilità all'interno di esse. Io sono uno di quelli che ha cominciato presto a governare, perché mi avevano insegnato che era giusto così. Nel corso di quella mia lunga e bella esperienza mi è capitato di trovarmi in contrapposizione con compagni che consideravano sbagliato questo nostro approccio, lo giudicavano troppo di "destra" e preferivano un'opposizione sociale, uno dei cui bersagli eravamo anche noi, quelli di sinistra che erano passati al "lato oscuro". Adesso sono quei compagni là che hanno messo in piedi questa forza politica per dare una rappresentanza parlamentare a un movimento che è sociale prima di essere politico, e io mi ritrovo invece dall'altra parte, a pensare che si tratti di uno sforzo non molto utile, che sosterrò comunque con il mio voto, ma che non considero essenziale. Probabilmente sono cambiato più io di quanto siano cambiati loro. E credo sia un bene, visti i danni che quelli come me hanno provocato.
Al di là di questa notazione, credo però che - al di là del risultato della lista, che speriamo sia migliore di quello che si immagina questo vecchio menagramo - tutto questo serva a far vedere cosa si muove nelle viscere della sinistra italiana. E' importante che sia nata Potere al popolo! - la declino così, perché vorrei fosse femmina - ma è ancora più vitale che continui a vivere a Napoli l'esperienza del centro sociale Je so' pazzo, nato nell'ex-ospedale psichiatrico del rione Materdei, dove funzionano un ambulatorio che offre visite mediche gratuite, un centro per i migranti, una squadra di calcio, un teatro, una palestra, tutto quello che una volta i nostri vecchi avrebbero ospitato in una casa del popolo. Quel centro sociale - come altre realtà simili che ci sono in giro per l'Italia, senza che nessuno ne parli - rappresenta qualcosa di più, perché è nato in uno spazio pubblico abbandonato, come ce ne sono tanti nel nostro paese, e che sarebbe diventato preda del mercato, è stato uno spazio sottratto al capitale, dove si fa opposizione quotidiana al capitale.
Noi perderemo le prossime elezioni, sappiamo che non possiamo vincerle, non ce le farebbero neppure vincere. Ma davvero non è importante adesso sedere nei loro parlamenti "borghesi", come si diceva una volta. Adesso abbiamo bisogno di fare opposizione, di essere noi stessi opposizione, di dire, fino allo sfinimento, che questo sistema non ci va bene, perché è ingiusto, perché è crudele, perché - anche questo si diceva una volta - è basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, come sull'ambiente, perché quando crea ricchezza lo fa solo per pochissimi e per tutti gli altri crea solo miseria. Sarà un lavoro lunghissimo che non si farà in parlamento, ma solo nelle strade, anche in queste virtuali che percorriamo ogni giorno. Dobbiamo ricostruire una comunità prima ancora di ricominciare a fare politica o forse dobbiamo ricominciare a fare politica ricostruendo una comunità. Già questo sarà una rivoluzione.     

giovedì 1 febbraio 2018

"Il Nobel della lettura" di Nicanor Parra


Il Nobel della Lettura
dovrebbero darlo a me
che sono il lettore ideale
e leggo tutto ciò che trovo:
leggo i nomi delle strade
e le insegne luminose
e i muri dei bagni
e le nuove liste di prezzi
e la cronaca nera
e i pronostici del derby
e le targhe delle auto.

martedì 30 gennaio 2018

Verba volant (481): cavia...

Cavia, sost. f.

Cavia è il nome scientifico che alla fine del Settecento lo zoologo tedesco Peter Simon Pallas diede a quel piccolo roditore che in italiano è conosciuto come porcellino d'India. A dire il vero questa prolifica famiglia di animali non è originaria della terra del Gange, ma dell'America meridionale, e infatti in inglese la cavia si chiama Guinea pig, probabilmente per una storpiatura del termine Guiana. Diciamo che, almeno linguisticamente, a questi simpatici animaletti è successo quello che è capitato ai nativi americani, che noi continuiamo ancora a chiamare indiani, per quell'antico errore di Cristoforo Colombo che voleva buscar el levante por el poniente. Prima della classificazione di Pallas in tedesco questo animale si chiamava soltanto Meerschweinchen, letteralmente piccolo maiale di mare, perché probabilmente la carne di questi animali serviva a sfamare gli uomini che compivano la traversata dell'oceano.
Le cavie, grazie alla loro prolificità, sono diventate nel corso dell'Ottocento e per tutto il Novecento gli animali su cui con più frequenza venivano fatti gli sperimenti scientifici, erano testati i nuovi farmaci ed erano valutate le risposte fisiologiche a degli stimoli. Questi piccoli animali sono stati i protagonisti sconosciuti e inconsapevoli dell'incredibile progresso scientifico di cui oggi tutti noi godiamo gli effetti, anche quando ne temiamo le possibili conseguenze e ne critichiamo i metodi (ad esempio per l'utilizzo delle cavie); e infatti questa parola è diventata di uso comune per indicare tutti gli animali - compresi gli uomini - oggetto di sperimentazione animale.
Grazie alla scoperta di alcuni quotidiani tedeschi abbiamo saputo che gli scienziati dell'università di Aquisgrana hanno testato gli effetti dei gas di scarico su una serie di persone, che avevano accettato consapevolmente di fare quel lavoro. Ora quel laboratorio non è più in attività e i responsabili delle più importanti case automobilistiche tedesche - destinatari di quei test - hanno recisamente smentito di sapere che erano state utilizzate cavie umane.
Una volta, quando facevo un altro mestiere, ho avuto l'occasione di vedere uno di questi esperimenti con i roditori. Credo che in quel caso - come ormai avviene oggi nella grande maggioranza dei laboratori scientifici - si trattasse di topi, visto che questi animali sono più facili da trovare delle cavie. Quei piccoli topi bianchi "abitavano" in tante piccole cellette poste una sull'altra a formare una sorta di grattacielo e quei loro piccoli "appartamenti" erano sottoposti, ovviamente in scala ridotta, allo stesso livello di onde elettromagnetiche che arrivano quotidianamente, a ogni ora del giorno e della notte, nelle nostre case. Quei topini, che stavano sicuri e al caldo in quelle loro tane artificiali e ricevevano ogni giorno la giusta dose di acqua e di cibo, eravamo noi che abitiamo nelle nostre case, sostanzialmente ignari di tutto quello che ci gira intorno, ci colpisce senza che lo percepiamo e lentamente ci uccide. Si trattava di un esperimento molto serio, condotto da scienziati che lavoravano - e lavorano - per il nostro benessere, che serviva per capire quanto siano pericolose le onde elettromagnetiche e quanto debbano essere ridotte per non danneggiarci.
Al di là delle ottime intenzioni di quegli scienziati, continuo a ricordarmi di quei topi. Di quanti esperimenti noi siamo cavie ignare, tutti i giorni?
Ogni giorno su di noi, mentre siamo chiusi nelle nostre cellette così confortevoli, vengono testati nuovi prodotti, ogni giorno veniamo sottoposti a nuovi stimoli - a volte elaborati, a volte elementari - affinché decidiamo di comprare quello shampoo o di votare per quel partito. Ogni giorno vengono fatti su di noi degli esperimenti. Quegli scienziati vedono quanto possiamo sopravvivere dopo averci inquinato l'acqua e l'aria e come ci adattiamo a un ambiente sempre meno ospitale. Sperimentano quanti di noi possono stare in una barca prima che questa affondi, fino a che punto la disperazione della nostra condizione ci fa dimenticare i pericoli che un viaggio su quelle barche può comportare, dove siamo disposti a spingerci pur di salvare le persone a cui vogliamo bene, cosa siamo disposti a vendere - il nostro corpo, il nostro lavoro, la nostra intelligenza, la nostra dignità - pur di garantire un futuro diverso per i nostri figli, quante ingiustizie possiamo sopportare senza chiederne conto. Ma sperimentano anche quanto odio possiamo provare verso i nostri simili, quante altre cavie come noi siamo disposti a sfruttare, a tradire, a uccidere; mentre aspettiamo tranquilli la nostra porzione di fieno. 

domenica 28 gennaio 2018

Verba volant (480): candidato...

Candidato, sost. m.

L'etimologia di questa parola è molto semplice, quasi intuitiva, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Nell'antica Roma chi si presentava al popolo per essere eletto a una qualche carica indossava una toga bianca, candida appunto, a simboleggiare la propria onestà; per lo stesso motivo, seppur in un'altra epoca, si usava che le spose vestissero di questo verginale colore. Immagino che già gli antichi abitanti dell'Urbe, che ne avevano viste parecchie, fossero piuttosto scettici di fronte a quel nugolo di toghe immacolate che nei giorni precedenti le elezioni passeggiavano per il foro. Per fortuna i tempi sono cambiati e al giorno d'oggi i candidati possono vestirsi - e svestirsi - come vogliono; e possono anche essere palesemente disonesti. 
La discussioni e le polemiche di questi giorni intorno alle liste mi hanno fatto tornare in mente una storia accaduta solo ventiquattro fa, nel marzo del 1994, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche di quell'anno, le prime con il sistema maggioritario. Noi del Pds avevamo dato vita alla coalizione dei Progressisti, passata alla storia per l'infelice definizione dell'allora segretario Achille Occhetto come la "gioiosa macchina da guerra". I collegi dell'Emilia-Romagna erano "sicuri", avrebbe vinto il candidato dei Progressisti chiunque fosse, e quindi furono diversi gli alleati paracadutati qui da ogni parte d'Italia e anche i dirigenti nazionali del nostro partito che preferirono farsi votare qui piuttosto che nelle loro città. Nel collegio 19 della Camera - che comprendeva anche Granarolo - venne candidato Ottaviano Del Turco. Al di là del giudizio sulla persona - che ricordo con piacere - fummo i più sfortunati della provincia, perché sui rapporti tra noi e i socialisti pesava ancora, e molto, Craxi: per noi sarebbe stata una campagna elettorale non delle più semplici. Ricordo le riunioni in sezione, i mugugni dei compagni, ma alla fine il candidato era quello, anzi i compagni di Bologna ci spiegarono che la scelta non era così strana, dal momento che in alcuni comuni importanti del collegio - come Budrio - il Psi era ben radicato e poi c'era anche Molinella, da sempre roccaforte dei "saragattiani": in queste particolari circostanze Del Turco sarebbe stato il candidato ideale. Ci parve una giustificazione stiracchiata, ma cominciammo a lavorare e fu una bella campagna elettorale. Per inciso ricordo che le maggiori difficoltà in quelle settimane furono causate proprio dai socialisti del nostro territorio, che non amavano quel loro dirigente per come si era opposto a Craxi e che non fecero nulla per facilitarci il lavoro. Peraltro Del Turco ci chiese di visitare molte fabbriche, cosa su cui nutrivamo qualche dubbio visto che per i nostri compagni era quello che aveva spaccato la Cgil sul referendum della scala mobile; ma anche questi incontri andarono bene, perché spesso era lui per primo che affrontava la questione, e non evitava di parlarne: la sua franchezza e la passata comune militanza sindacale furono premiate.
Per me quella fu la prima volta in cui ebbi l'opportunità di uscire dal mio paese per fare politica. Si costituì una sorta di coordinamento con rappresentanti di tutti i comuni e di tutte le forze politiche, affidato dalla Federazione alla capacità e alla pazienza di Paola Bottoni, e io fui indicato come il rappresentante di Granarolo. Oltre a Paola, e ai compagni di Castenaso che conoscevano mio padre e questo a loro bastava per conoscere anche me, conobbi alcuni compagni - voglio ricordare per tutti Augusto Dallacasa - con cui avrei lavorato in molte occasioni negli anni a venire: in qualche caso mi toccò fare la parte del compagno di Bologna che doveva giustificare, in qualche modo più o meno convincente, una candidatura non gradita.
Vincemmo nel collegio 19, vincemmo praticamente in tutti i collegi delle cosiddette "regioni rosse", ma quelle elezioni le vinse - come noto - Berlusconi e cominciò tutta un'altra storia.
Credo che possiate legittimamente chiedermi perché vi ho parlato di questa storia. Francamente non lo so. Probabilmente solo per il gusto di raccontarvi qualcosa. O forse per ricordare a voi - e anche a me - che non conta tanto il modo di scegliere i candidati - che può essere pessimo, come gli indecorosi spettacoli a cui abbiamo assistito in questi giorni da parte di quasi tutte le forze politiche, ma che non è mai perfetto, perché il sistema perfetto non esiste - e non contano neppure tanto i candidati scelti in questi vari modi - che possono essere pessimi, come gran parte di quelli che ci saranno propinati nelle prossime settimane, e che non saranno mai perfetti, perché anche noi elettori non lo siamo - ma quello che conta davvero è la politica. Allora mi pare che provassimo a farla, poi non la facemmo bene visto quello che è successo in questi ventiquattro anni. Ma almeno possiamo dire di averci provato. Sarebbe bello che qualcuno tornasse a provarci.     

mercoledì 24 gennaio 2018

Verba volant (479): programma...

Programma, sost. m.

Programma è una parola del greco antico arrivata, attraverso il latino, senza alcuna modifica fino a noi e significa propriamente ciò che è scritto prima. Ad Atene il programma era il messaggio scritto dai pritani e affisso in vari punti della città affinché tutti i cittadini potessero sapere quale sarebbe stato l'argomento discusso in assemblea. Questo semplice mezzo di comunicazione ci chiarisce quindi un punto chiave della democrazia ateniese dell'età classica. I pritani erano i cinquanta magistrati, scelti attraverso un rigido meccanismo di sorteggio, a cui era affidato il compito di gestire i lavori della ecclesia, ossia dell'assemblea di tutti i cittadini di Atene, il massimo organo a cui era demandato il potere legislativo della polis. I pritani erano quindi semplici cittadini che per poco più di un mese erano chiamati a svolgere un incarico per il proprio paese e che per questo venivano pagati con un'indennità giornaliera e ricevevano un pasto, che consumavano in comune. Erano artigiani, contadini, marinai, potevano essere ricchi proprietari di terra o spiantati che non avevano un lavoro: proprio per questo rappresentavano tutti quelli che partecipavano all'assemblea, e tutti avevano la possibilità - tutt'altro che teorica - di diventare pritani a loro volta, anche perché ogni ateniese poteva avere questo onore al massimo due volte nella vita. Perché questo non semplice sistema istituzionale funzionasse occorreva una condizione essenziale, che tutti i cittadini ateniesi sapessero leggere e scrivere, anche perché non esisteva una burocrazia che supportasse il loro lavoro. 
Non ci sono ragioni per mitizzare quel sistema, che poteva funzionare soltanto in una piccola comunità: prima che scoppiasse la guerra del Peloponneso Atene - con la sua campagna attica - era una città di circa duecentomila abitanti, più o meno come il solo centro urbano di Parma. Ma non bisogna dimenticare che la democrazia ateniese escludeva gli stranieri, gli schiavi e le donne. I cittadini maschi liberi e adulti, che quindi potevano partecipare all'assemblea, erano circa quarantamila. Comunque quei quarantamila, indipendentemente dalla loro nascita e dalle loro ricchezze, riuscivano a comprendere un testo scritto e, seppur con qualche difficoltà in alcuni casi, potevano scriverlo, quindi erano in grado di scrivere e leggere il programma. La democrazia può nascere soltanto così, quando le persone chiamate a parteciparvi sono messe in condizione e sono state educate per farlo.
C'è stato un tempo lontano - ma non lontano come l'Atene di Pericle - in cui io per lavoro facevo le campagne elettorali. In quel tempo mi è capitato di contribuire a scrivere qualche programma elettorale: evidentemente già allora avevo questa mania, di cui ora siete voi a fare le spese. Credo che poche cose al mondo siano così poco lette come quei documenti, che pure tutti evocano e invocano. Quante volte abbiamo sentito la frase ci vuole il programma? Quante volte lo abbiamo chiesto anche noi, salvo poi non leggerlo una volta pubblicato.
Facciamoci un esame di coscienza: abbiamo mai letto davvero tutto un programma elettorale? No, perché non ci serviva, perché ci hanno insegnato a dare il nostro voto non per quello che c'è scritto in un programma, ma in forza di un sistema di valori. Il vero motivo per cui ci sentiamo così estranei oggi alla politica è proprio questo: il fatto che sistematicamente i valori sono stati sradicati dalla politica e si è lasciata al loro posto una terra arida, senza alcuna radice.
Anche i cittadini di Atene davano il loro voto in assemblea in base a sistemi di valori radicati e contrapposti: c'erano quelli più conservatori e quelli più progressisti, quelli che sostenevano una politica egemonica e quelli che pensavano fosse necessario trovare un accordo con le città avversarie, quelli che volevano favorire le attività commerciali e quelli che invece preferivano basarsi sull'economia agricola. Poi naturalmente c'era la capacità di alcuni leader di imporsi in città e di dare vita a qualcosa di molto simile a un partito. Poi c'erano interessi molto meno nobili, perché i voti potevano anche essere comprati e venduti. E in un'assemblea di migliaia di persone c'erano fattori spesso imprevedibili: un discorso davvero efficace e ispirato era capace di spostare le emozioni e i voti di una maggioranza dei cittadini, anche se per solo una giornata. Per questo l'assemblea di Atene era per lo più incontrollabile. Comunque sia né Pericle né Cimone né gli altri leader ateniesi hanno mai dovuto scrivere un programma elettorale; e nessuno di quelli che votavano per loro glielo ha mai chiesto.
Come nessuno ha mai chiesto di conoscere il programma del Pci e della Dc, nessuno ha mai chiesto di sapere ciò che è scritto prima, perché sapevamo già cosa avrebbero fatto - o non fatto - dopo: bastavano i valori, le idee, e gli uomini e le donne che li rappresentavano. Poi c'erano tutti gli aspetti meno commendevoli che abbiamo già visto nell'Atene classica: l'adesione acritica verso un leader, il voto scambiato per una qualche prebenda, la difesa del proprio particulare fingendo di occuparsi del bene pubblico. Ma al di là di tutto c'erano dei valori e questi bastavano. E questi non potranno mai essere sostituiti da un programma, per quanto completo e articolato, per quanto ben scritto. 
E anche stavolta, nonostante raccontiamo - ai noi stessi più che agli altri - che voteremo questo o quel partito perché ne condividiamo il programma, per quello che hanno scritto prima, noi voteremo qualcuno ancora in base alle nostre idee, sperando che quello che farà dopo non sia troppo diverso da queste. Una speranza che svanirà molto velocemente.

sabato 20 gennaio 2018

Verba volant (478): maestro...

Maestro, sost. m.

Magari possiamo crederlo quando siamo ragazzi, ma invecchiando scopriamo che non è vero che gli eroi son tutti giovani e belli. E crescendo scopriamo anche che i nostri maestri non sono le persone che pensavamo che fossero. Scopriamo che gli scrittori, gli artisti, i filosofi che ci hanno insegnato a vivere, che hanno formato la nostra personalità e la nostra cultura, non sono le persone che ci eravamo immaginati dalle loro opere. Scopriamo che erano bugiardi, adulteri, giocatori, invidiosi, ladri e anche peggio, ma, nonostante tutto, mostriamo verso di loro indulgenza, perché siamo grati di quello che ci hanno lasciato - e spesso le loro opere sono figlie di questi vizi - e anche perché quelle colpe sono anche le nostre. Siamo indulgenti verso di loro perché lo siamo verso di noi e perché riusciamo sempre a trovare una giustificazione per noi, e quindi anche per loro.
Ma cosa succede quando la colpa è qualcosa di terribile, qualcosa per cui non riusciamo a provare indulgenza? Cosa succede quando un artista che amiamo fa qualcosa per cui proviamo orrore, è colpevole di qualcosa di così grave da far vacillare persino la nostra idea, così saldamente radicata, che nessun reo meriti la morte? La violenza verso i bambini è per me - come credo per moltissimi di voi - uno di questi crimini che non possono avere né giustificazione né perdono. E se di questo crimine viene giudicato colpevole un mio maestro? Continuerò a considerarlo tale? Continuerò a leggere, a guardare, a studiare le sue opere?
Non si tratta di un caso di scuola, di una sorta di esercitazione filosofica, ma di qualcosa di cui devo occuparmi perché uno dei registi che amo di più, l'autore di Io e Annie e Zelig e di molti altri film, è accusato di aver molestato la propria figlia adottiva, quando aveva solo sette anni. Vorrei non fosse così, lo vorrei soprattutto per la vita di quella giovane ragazza che comunque è la vittima di questa storia, perché, anche nel caso che le accuse fossero inventate, si troverebbe al centro di un drammatico e implacabile conflitto familiare, di cui lei certamente non ha colpa.
Accettiamo che le accuse siano vere - sono comunque verosimili - e credo che abbiano fatto bene alcuni attori - da ultimo è stato Colin Firth - ad annunciare che non sono più disponibili a lavorare con Woody Allen, anche se questo atteggiamento, se diventasse condiviso da molti, potrebbe portare al fatto che il regista newyorkese non potrà più fare film. Ma cosa dovremmo fare con i film che ha già fatto? Dovremmo smetterli di guardarli, di consigliarli, di considerarli bellissimi, come effettivamente sono? Dovremmo smettere di cercare di capire il rapporto tra donne e uomini attraverso quei film? E nessuno sa raccontare le donne come lui. Dovremmo rinunciare a interrogarci sulla colpa e sull'identità, altri temi sempre presenti nell'opera di Allen? O dovremmo smettere di ridere o di essere cullati dalla nostalgia, perché il loro autore è un molestatore di bambini?
Maestro deriva da una forma contratta del latino magister, che ha la stessa radice di magnus, grande, e ne è un comparativo: il maestro è etimologicamente colui che è più grande di noi e quindi ha il diritto di insegnarci. Un maestro che commette una colpa così grave non è più grande di noi e quindi dovrebbe perdere tale diritto. Però ci sono le sue opere e quelle continuano a fare quello che devono. Capisco che può apparire gesuitica e ipocrita questa distinzione tra l'autore e le sue opere, eppure mi pare l'unico modo per affrontare questo tema così delicato.
In Crimini e misfatti, un altro dei grandissimi film di Allen, l'unico personaggio positivo pare il professor Louis Levy, l'intellettuale capace di capire il dramma degli uomini e di trovarne una possibile soluzione. Nel documentario che girano su di lui il professore dice tra le altre cose:
La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della creazione, siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all'universo indifferente. Eppure la maggior parte degli esseri umani sembra avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia e nella speranza che le generazioni future possano capire di più.
Il professore sembra aver trovato il senso della vita, ma la registrazione del documentario deve essere interrotta, perché il professor Levy si suicida, contraddicendo con questo gesto estremo tutte le sue parole.
Spesso i maestri non sono i più grandi, forse non è neppure necessario che lo siano. E se i maestri fossero sopravvalutati, se fossimo più importanti noi che impariamo dai nostri e dai loro errori? Perché alla fine non possiamo dare la colpa ad altri di quello che siamo e neppure pensare che sia merito di altri: siamo noi responsabili di quello che siamo, nel bene e nel male. E soprattutto per le cose buone che avremo fatto e per quelle cattive, perché tutti commettiamo le une e le altre: non c'è bianco e nero, ma solo una vastissima gamma di grigi. E per questo saremo giudicati e ricordati: discepoli e maestri.

mercoledì 17 gennaio 2018

Considerazioni libere (421): a proposito di una donna vittima degli uomini...

Ci sono artisti capaci di superare le barriere del tempo: Giuseppe Verdi è senz'altro uno di questi. Mia moglie ed io abbiamo avuto la fortuna di assistere al Regio di Parma a un bellissimo allestimento del Rigoletto. Si è trattato di un'occasione speciale e unica: celebrare i cinquant'anni in cui il grande baritono Leo Nucci ha interpretato questo ruolo, in oltre cinquecento rappresentazioni in ogni parte del mondo.
È stato ripreso uno storico allestimento della fine degli anni Ottanta, senza alcun tentativo di attualizzare l'opera - come troppe volte si tenta di fare, con risultati non sempre felici - eppure, guardato e ascoltato oggi, con la sensibilità di oggi, pensando a quello che succede ogni giorno intorno a noi, Rigoletto ci racconta una storia i cui tratti essenziali sono assolutamente attuali.
Il duca di Mantova è un predatore sessuale, un maschio che gode unicamente della conquista, incapace di provare una qualsivoglia forma di amore, perché questa o quella per me pari sono. Non è consapevole del dolore che lascia dietro di sé, il suo unico obiettivo è appagare il proprio piacere. Un tipo del genere dovrebbe essere fermato, ma è un uomo di potere e quindi questa sua voracità sessuale non può essere sanzionata, anzi viene non solo tollerata, ma in qualche modo assecondata da chi sta intorno a lui, cortigiani vil razza dannata. Basta aprire un qualsiasi giornale per vedere le vicende di tanti uomini come il duca, uomini che usano il loro potere per soddisfare i propri appetiti ai danni delle donne e che, come il duca, sanno sempre trovare una giustificazione del loro comportamento. L'ultima aria cantata dal duca è la celeberrima La donna è mobile, una canzonaccia da osteria, per quanto resa sublime dalle note di Verdi. Il duca ci dice che non è colpa sua, ma è colpa delle donne che sono volubili e che si offrono: è il se l'è cercata, che diventa l'alibi di qualunque predatore.
Rigoletto è un padre egoista, un uomo che, pur dicendo che fa tutto quello che fa per amore della figlia, è concentrato solo su se stesso. Il mondo di Rigoletto comincia e finisce in lui e la figlia deve vivere in questo mondo asfittico in cui c'è un solo dominus. Rigoletto ama la figlia in maniera smisurata, ma come estensione di sé e per proteggerla la tiene esclusa dal mondo, le nasconde perfino il proprio nome, le impedisce di vivere. E anche Rigoletto, come il duca, non arriva mai a essere consapevole della propria colpa. Di fronte al corpo senza vita della figlia, uccisa per la sua cieca brama di vendetta, il buffone non riconosce la propria responsabilità, ma incolpa la maledizione lanciata su di lui. Questo urlo, che chiude il dramma, suggella l'ennesima fuga dalle proprie colpe. E quante volte abbiamo sentito le parole di un padre come Rigoletto: l'ho fatto per il suo bene, perché lei non poteva capire, ho dovuto decidere io per lei. No, tua figlia capiva benissimo, ma tu non eri capace di accettare le sue decisioni, non volevi accettarle, perché l'hai sempre considerata una tua proprietà.
Gilda è la vittima di questi due uomini ed è la sola che muore. Eppure Gilda li ama, anzi è l'unica capace di amare davvero. Ama suo padre, nonostante la tenga reclusa, nonostante non le abbia mai insegnato a vivere, si sforza di capire il dramma di quell'uomo e si convince che accettare quella forzata prigionia lo faccia star meglio. E la accetta, anche se ne soffre. Ama il duca di Mantova, lo ama nonostante lo veda mentre la tradisce, mentre dice a un'altra le stesse parole che ha detto a lei, e lo ama al punto da sacrificarsi per lui, anche se sa che non lo merita e che lui non conoscerà mai questo sacrificio. Quante donne sono state vittime di questo amore sbagliato, di questo amore che le ha rese cieche, anche all'evidenza. Quante donne non hanno denunciato l'uomo che le picchiava perché convinte - come Gilda - che ma pur m'adora. E aspettano, e troppe volte aspettano fino a quando lui le uccide.
Gilda è certamente migliore dei due uomini che hanno voluto possederla. L'unica decisione che ha potuto prendere da sola nella sua vita è quella di consegnarsi al sicario che la ucciderà, il dramma che vive quella giovane donna è che la sua libertà si compie nell'accettare la morte, in una scelta sbagliata, in quella di annullarsi. Ancora una volta.

lunedì 15 gennaio 2018

Verba volant (477): fascismo...

Fascismo, sost. m.

Quando c'era lui... è ormai una frase che ci sentiamo ripetere sempre più spesso, e non solo da alcuni vecchi nostalgici. Infatti questa frase - variamente articolata e variamente espressa - è diventata una sorta di refrain che possiamo ascoltare da persone delle più diverse provenienze politiche, tutti quelli che vogliono spiegarci che Mussolini e i fascisti hanno fatto anche cose buone.
Dal punto di vista della storiografia, è la scoperta dell'acqua calda: è ovvio che quel regime ha compiuto azioni politiche positive per la crescita sociale ed economica di questo paese. Il fascismo è durato vent'anni e ha avuto un consenso - sincero - molto ampio; non basta la forza della propaganda per spiegare le ragioni di questa convinta adesione. Il regime fascista ha avviato un vasto programma di opere pubbliche che ha dato lavoro a migliaia e migliaia di persone e che ha cambiato il paese, ha creato un sistema di welfare, migliorando le condizioni di vita di tantissime famiglie. Questi sono dati di fatto facilmente dimostrabili, anche senza fidarsi della memoria dei nostri vecchi, che ovviamente tendono a ricordare con indulgenza l'età in cui erano bambini. Lo facciamo tutti.
Riconoscere questi risultati e anche ammirare alcune delle cose che quel regime ci ha lasciato - ad esempio io ho sempre trovato l'Eur molto bello - non significa essere fascisti o nostalgici. Significa soltanto aver studiato un po' di storia. Cosa che non hanno fatto quelli che in questi anni si sono ritrovati a parlare delle "cose buone" fatte dal fascismo.
L'aspetto preoccupante di queste frasi, a volte buttate lì senza molto rifletterci e spesso usate in maniera spericolata per agguantare qualche voto nei circoli del fascismo più estremo, non è tanto quello che dicono - che è anche vero - ma quello che non dicono, o meglio quello da cui nascono queste parole in libertà. Quando la politica diventa sempre più una tecnica, apparentemente neutra, e sempre meno un sistema di valori - come è avvenuto e come continua ad avvenire - allora è naturale guardare solo ai risultati. E quei risultati sono numeri. Quanti bambini grazie alle colonie volute dal regime hanno potuto fare le vacanze? Moltissimi; e allora chi non sa altro applaude Mussolini. Ma la politica è un'altra cosa, è appunto un insieme di valori, un progetto ideale, anche un'utopia per molti di noi. Quel sistema di welfare dedicato all'infanzia era finalizzato a creare consenso, a plasmare l'educazione delle italiane e degli italiani. E ci riusciva, con un certo successo.
Credo ricorderete Una giornata particolare, il più bel film di Ettore Scola e certamente uno dei più significativi per capire il fascismo. Antonietta, il personaggio interpretato con dolorosa rassegnazione da Sophia Loren, non è fascista, eppure ha il suo album di ritagli con le foto di Mussolini e con gli slogan del fascismo. Antonietta è fascista perché il mondo attorno a lei è tutto fascista e perché il fascismo riempie la sua vita. Il fascismo le ha permesso anche di vivere meglio dei suoi genitori, di abitare in un appartamento con la luce elettrica, per quanto modesto. Permette ai suoi figli di andare a scuola. E Antonietta è fascista e fatica persino a capire perché Gabriele, l'annunciatore Eiar a cui presta il suo volto malinconico Marcello Mastroianni, non lo sia. Il fascismo era l'indottrinamento in cui Antonietta viveva e stava crescendo i suoi figli, era quel sistema di valori così onnipresente, grazie anche alla forza del sistema della comunicazione radiofonica. E allora quando parliamo delle "cose buone" del fascismo non possiamo separare questi due aspetti: per questo si dice regime totalitario, perché un regime così tende a plasmare tutta una società, mettendo ai margini gli irregolari, i diversi, quelli incapaci di adeguarsi, come Gabriele.
A me preoccupa non tanto la nuova insorgenza del fascismo, con quelle caratteristiche di violenza che sappiamo grazie ai libri di storia - che pure è un fenomeno che esiste e che va tenuto sotto controllo - ma il fatto che tanti non capiscano la differenza e che per tanti quel governo fu un governo come gli altri, che fece cose giuste e cose sbagliate. Mi preoccupa che per tanti - per la maggioranza temo - la politica non sia più un sistema di valori, ma una sorta di grande abaco con le sue palline colorate: le cose buone da una parte e quelle cattive dall'altra, poi si contano e si sceglie. E' la logica che sta dietro ai governi dei "tecnici", ai governi delle "larghe intese", ai governi per tutte le stagioni, perché qualcosa di buono lo fanno tutti, anche per sbaglio. Ma ognuna di quelle palline colorate non è solo un numero, ma è una persona.
A me fa paura un nuovo fascismo che si sta facendo sempre più forte - quello imposto dal capitale -che tende a omologare tutto, a nascondere le differenze e i conflitti, che ci dice che c'è un'unica ricetta. E' un fascismo che non ci vuole in divisa, apparentemente non ci vuole tutti uguali, ma ci omologa, perché ci considera solo un numero, una statistica, un dato nei fatturati, perché esistiamo quando consumiamo e quando compriamo. Ed è un fascismo da cui sarà molto difficile liberarci, molto più difficile di quanto sia stato togliere di mezzo quel regime che fece anche "cose buone". 

domenica 14 gennaio 2018

Verba volant (476): cesso...

Cesso, sost. m.

Il Pianigiani nel suo celebre Dizionario etimologico di fine Ottocento affronta certi lemmi con una certa comprensibile riluttanza, ma non può certo esimersi dal compito. Ci spiega quindi che trattasi di "quel luogo appartato della casa, ove si suol deporre le superfluità del ventre, che più comunemente dicesi luogo comodo". Si tratta infatti del participio passato del verbo latino cedere, che significa ritirarsi. Per questo nei treni si usava la parola ritirata, prima che i termini stranieri toilette e wc ci togliessero dall'imbarazzo.
Comprensibilmente The Donald, nonostante la sua carica, non dimostra la stessa ritrosia dell'etimologista senese: se deve dire cesso, dice cesso. Anzi usa quella parola come un manifesto politico e con quella parola lancia un segnale preciso. A dire il vero Trump ha usato una parola ben più volgare del termine italiano di cui oggi mi occupo in Verba volant. E sono convinto che lo abbia fatto di proposito. Perché sapeva che quella scurrilità, pur usata nel corso di un incontro riservato, sarebbe trapelata e avrebbe provocato le reazioni indignate di quelli che parlano bene, dei grandi giornali, mentre sarebbe stata molto apprezzata dai suoi elettori, da quelli che l'hanno votato e anche da qualcuno che non l'ha votato, ma che sul punto la pensa esattamente allo stesso modo e si è rotto le scatole di ascoltare in televisione i commenti politicamente corretti di quelli che spiegano quali parole possono essere usate e quali no.
Quella parola così volgare è servita a Trump per riannodare i fili con un'America profonda che pensa che gli Stati Uniti non debbano continuare ad accogliere quella gente là e che considera ipocrita quelli che oggi hanno criticato il presidente pur pensando sostanzialmente la stessa cosa.
Il problema non è quale termine Trump abbia usato, ma che idea oggi sia prevalente in una società come quella degli Stati Uniti. E anche nella nostra. Evidentemente nonostante otto anni di un presidente nero, nonostante tanti telefilm così attenti a bilanciare la presenza delle tante componenti della società americana, nonostante un'attenzione maniacale per l'uso delle parole - o probabilmente anche come reazione a tutte queste cose - un pezzo rilevante della società americana, forse maggioritaria, crede che sia colpa di quegli stronzi di immigrati che farebbero meglio a stare nei loro cessi di paese. Trump ha detto quello gli americani volevano sentirsi dire, anzi ha usato le stesse parole che usano loro, non come quegli altri damerini della televisione che hanno paura di usare certe parole.
Ovviamente per noi che siamo dalla parte giusta, per noi che non usiamo cesso neppure per dire che dobbiamo andare a deporre le superfluità del ventre e che non penseremmo mai di usare quel termine per definire i paesi da cui vengono le donne e gli uomini che arrivano nei nostri paesi, per noi che siamo così bravi, è facile criticare Trump, è facile dire che è un rozzo troglodita, ma quando lo abbiamo criticato, quando ci siamo messi la nostra brava medaglia al valore del politicamente corretto, non abbiamo fatto nulla per affrontare la questione vera, ossia quello che pensano le persone che hanno votato Trump, che sfogano in questo modo - sbagliato e ignorante fin che si vuole, ma è il loro modo - le loro paure e le loro insicurezze. Anzi rischiamo che queste critiche rafforzino Trump, perché, al di là dello sdegno per quella volgarità, non abbiamo dato una risposta a quelle paure.
Mentre Trump - e quelli come Trump - una risposta l'ha data: il muro, noi di qua e loro di là. E' qualcosa che si capisce, che alla lunga non funziona - noi lo sappiamo, ma loro no - mentre la nostra risposta è incomprensibile.
La nostra risposta è per forza di cose più complessa, perché è più difficile - ma non così difficile -  spiegare che i nemici non sono quelli di là dal mare, ma sono i padroni, sono quelli che ci sfruttano, sono quelli come Trump, ma credo sia necessario fare uno sforzo per usare parole chiare. E soprattutto avere il coraggio e la capacità di parlare con quelle persone che hanno paura e che fino ad ora hanno creduto solo a quelli come Trump.
E a Trump diciamo di stare attento: prima o poi riusciremo a tirare la catena.
 

giovedì 11 gennaio 2018

Verba volant (475): università...

Università, sost. f.

Pur essendo un non-elettore di Liberi e Uguali, non sono tra quelli che hanno accolto con sufficienza la proposta di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie; per quanto parziale, mi sembra una scelta giusta e condivisibile, anche se credo andrebbe accompagnata con una riflessione su questo tema un po' più ampia, che probabilmente non può essere fatta durante queste concitate settimane di campagna elettorale, ma che prima o poi a sinistra dovremmo cominciare a fare.
Sinceramente non ricordo quanto pesassero sull'economia della mia famiglia le tasse universitarie quando io mi iscrissi all'Alma mater - era la fine del Novecento, c'erano ancora il Pci e l'Unione sovietica - anche se credo meno di quanto pesino ora. Ricordo che i libri erano un costo gravoso, e immagino sia ancora così. E sarebbe stato molto oneroso mantenermi in un'altra città, se non fossi vissuto a pochi chilometri da Bologna: ricordo che per gli studenti delle altre regioni l'affitto era una spesa notevole e penso sia ancora così. Tra l'altro si trattava per lo più di soldi in nero, che alimentavano - e alimentano - un'economia illegale grazie a cui tanti "bravi" bolognesi prosperavano - e prosperano.
Comunque sia, per i miei genitori operai mantenere un figlio all'università era una spesa considerevole, ma in qualche modo sostenibile, seppur facendo dei sacrifici. Per loro, che si erano fermati alle elementari e all'avviamento, quel costo rappresentava un investimento per il futuro, l'assicurazione che io avrei trovato, grazie a quel fatidico "pezzo di carta", un lavoro migliore del loro e avrei avuto una vita migliore della loro. Sono grato ai miei genitori di avermi dato questa opportunità, che mi è servita molto, non solo per fregiarmi del titolo di dottore, ma soprattutto perché quell'esperienza mi ha fatto crescere, mi ha fatto incontrare libri, persone, idee, mi ha fatto amare il mondo antico e tanto altro ancora. E ha anche permesso quello che i miei genitori si erano proposti: ora lavoro anche grazie a quella laurea, non sono diventato ricco - non ne avevo neppure l'ambizione - ma comunque sto un po' meglio dei miei genitori.
Se mia moglie ed io avessimo un figlio o una figlia credo faremmo di tutto affinché potesse frequentare l'università e comunque, anche pagando le tasse universitarie, faremmo meno sacrifici di quelli che hanno fatto i nostri genitori, ma non avremmo la loro stessa ottimistica consapevolezza. Sapremmo che quella laurea non sarebbe una garanzia per il suo futuro. Se non partiamo da qui mi sembra che la discussione sull'abolizione o meno delle tasse universitarie sia assolutamente irrilevante. E probabilmente anche ingiusta, nonostante i buoni propositi di partenza. Perché oggi, probabilmente più che negli anni in cui mi sono laureato io, è più facile che si laurei il figlio di un padrone che il figlio di un operaio, e rischiamo che l'abolizione delle tasse universitarie faccia risparmiare un po' di soldi al primo - magari per comprarsi un'altra auto o per andare in vacanza - piuttosto che aiutare il secondo a laurearsi.
Più che abolire tout court le tasse universitarie riduciamole drasticamente in base al reddito, finanziamo le borse di studio, che sono state radicalmente ridotte, aiutiamo gli studenti più poveri - e gli studenti lavoratori - ad acquistare i libri, facciamo politiche attive affinché i fuorisede non siano taglieggiati dai proprietari di casa. E poi diamo valore all'educazione universitaria, facciamola diventare un bene su cui tutti noi, anche se non abbiamo figli, dobbiamo investire. In una società in cui conta di più andare al Grande fratello o avere un bel paio di tette non è facile spiegare ai nostri figli e alle nostre figlie che devono studiare, e poi che devono lavorare grazie a quello che hanno studiato. In una società in cui l'educazione è un valore si possono anche pagare le tasse universitarie.

martedì 9 gennaio 2018

"Bambino di Modena" di Gianni Rodari


Perché in silenzio
bambino di Modena,
e il gioco di ieri
non hai continuato?
Non è più ieri:
ho visto la Celere
quando sui nostri babbi ha sparato.

Non è più ieri, non è più lo stesso:
ho visto, e so tante cose, adesso.
So che si muore una mattina
sui cancelli dell’officina,
e sulla macchina di chi muore
gli operai stendono il tricolore.

lunedì 8 gennaio 2018

Verba volant (474): canone...

Canone, sost. m.

Questa è una parola che ha una storia che merita di essere raccontata. In greco antico il κανών era il regolo, il bastone di legno - è la stessa radice di canna - usato dagli artigiani come unità di misura. Ma già in Omero questa parola viene usata in senso figurato per indicare una norma e questo significato ha avuto una particolare fortuna. Eusebio di Cesarea, che fu il primo storico della chiesa nascente, prima di diventare eretico, chiamò canoni le tabelle, ideate da lui, in cui raccolse i passi concordati dei vangeli. Nel codice teodosiano canone indica l'ordinamento dei tributi in natura delle province e quindi così viene chiamata nella nostra lingua la prestazione, in denaro o in natura, che viene corrisposta a intervalli determinati di tempo come corrispettivo del godimento di un bene. In italiano il canone per eccellenza è quello che ciascuno di noi paga in ottemperanza al regio decreto del 1938 in cui è contenuta la "disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni".
In linea di principio io sono favorevole a pagare il canone: basta che ci mettiamo d'accordo sul perché ce lo fanno pagare.
Se si tratta - come ormai è diventato in Italia - di una tassa sul televisore - indipendentemente che venga utilizzato o meno - allora è una forma di patrimoniale e, visto che io sono comunista, credo che le patrimoniali siano sacrosante. Sono abbastanza ricco da possedere un bene, specialmente un bene di cui potrei fare a meno? Allora devo pagare qualcosa di più rispetto a chi non possiede quel bene. Magari piuttosto che far pagare la patrimoniale sul televisore sarebbe più giusto far pagare il canone su qualche altro elettrodomestico ancora più inutile, ad esempio l'apparecchio che prepara gli hot dog: se compri una boiata del genere è giusto che tu paghi una tassa più alta. Poi in questo paese le patrimoniali sono applicate in maniera ingiusta: la pagano le fasce più povere, ad esempio sul possesso del televisore e dell'automobile, e non la pagano i ricchi e i ricchissimi sui loro patrimoni e sui loro beni di lusso. Come sapete, io trovo ingiusto che anch'io - che pure non sono ricco - non paghi una patrimoniale sulla mia casa. Possiedo una casa e sono più ricco di chi non la possiede: quindi dovrei pagarla. Non a caso i governi culturalmente di destra che si sono succeduti in questo ultimo tragico venticinquennio - al di là del falso bipolarismo di facciata - hanno tolto la tassa sulla casa, perché sono contro ogni forma di patrimoniale, a parte ovviamente quelle che colpiscono i poveri.
Se invece il canone fosse una tassa sulla televisione - sul contenuto e non sul contenitore - non capisco perché devo pagarla. Lo farei volentieri se quei soldi servissero a finanziare una televisione pubblica che non avesse altra entrata oltre questa, ma evidentemente non è quello che succede adesso in Italia. La Rai non solo vende pubblicità, ma soprattutto gestisce i propri palinsesti e produce i propri programmi per venderne di più, come una qualsiasi rete commerciale: si tratta ovviamente di una scelta legittima che io, da spettatore, posso apprezzare o meno, ma che, da cittadino, non voglio finanziare.
Non entro nel merito di quello che la Rai produce e trasmette, visto che la guardo sempre meno: l'ultimo telegiornale l'ho visto nel dicembre del 2012, i programmi di cosiddetta informazione ho smesso di guardarli da molto prima. Per dovere di cronaca non guardo neppure quelli trasmessi dalle reti commerciali. Guardo regolarmente i programmi di Rai5 e i cartoni di Rai Yoyo - ma non mi piace Peppa Pig - e ascolto molto i canali radio della televisione di stato. Non prendetemi per uno di quegli snob che dicono - mentendo - che non guardano la televisione, io la guardo: mi piacciono i telefilm polizieschi - il crime come si chiama adesso - e non disdegno programmi che definireste certamente trash. La televisione è uno dei modi in cui trascorro il mio tempo libero: e non capisco perché devo pagare una tassa su questo.
Anche perché pago già, accettando di guardare la pubblicità - non ho il decoder e non guardo canali a pagamento - così come so che posso usare gratuitamente la rete - un altro modo in cui passo il mio tempo libero - accettando che vengano utilizzati i miei dati di navigazione e tollerando le inserzioni pubblicitarie. Pago per la televisione quando a vado a fare la spesa, perché ovviamente il costo della pubblicità ci viene imputato insieme a quello dei prodotti, così come quello degli imballaggi inutili. E non voglio pagare due volte per la stessa cosa.
Al di là di una boutade di campagna elettorale, credo che dovremmo ragionare se debba ancora esistere una televisione pubblica e quindi a carico della collettività. La Rai che ricordiamo più volentieri - e che alimenta ancora oggi i programmi che ne saccheggiano i magazzini - è quella che viveva in regime di monopolio e quindi poteva permettersi di non assoggettarsi al mercato. Certo doveva sottostare ad altri vincoli - spesso molto pesanti e non sempre commendevoli - ma in fondo quel monopolio era anche un segno di libertà: si poteva sperimentare e perfino correre il rischio che un programma non avesse successo. Non c'era altro da vedere. La tecnologia, spezzando quel monopolio, ha apparentemente portato una maggior libertà, ma ha anche omologato l'offerta, rendendo spesso indistinguibile una rete dall'altra.
Pur essendo un vecchio statalista, a questo punto credo che abbia poco senso una televisione di stato che, alla fine, non garantisce né la pluralità delle opinioni - e questa non era garantita neppure dalla Rai democristiana - né la qualità dell'offerta - che invece allora era garantita; e in maniera molto alta. Anzi rispetto alla qualità temo - parlo sempre da comunista - che il mercato ci garantisca di più, perché alla fine una serie scritta e girata bene sarà più vista e quindi venderà più detersivi di una mal fatta, un programma di intrattenimento intelligente avrà più audience di uno volgare. Certo la roba brutta continuerà a esserci in televisione, come i brutti romanzi d'appendice continuarono a essere pubblicati nel secolo scorso, ma ora tutti i brutti romanzi sono dimenticati e noi leggiamo ancora Pinocchio e Uno studio in rosso, come i nostri figli vedranno ancora le serie più belle che guardiamo noi ora. Indipendentemente dal canone.
E francamente non so se, a questo punto, una televisione pubblica senza pubblicità e tenuta in piedi solo con il canone sarebbe utile, sarebbe uno spazio libero in cui far crescere idee nuove. Certamente in Italia non funzionerebbe così, sappiamo già che sarebbe ancora una volta un mezzo per aiutare gli amici, gli amici degli amici, e al massimo per garantire un po' di soldi a qualcuno, una sorta di welfare mascherato. Credo però che anche in una società più virtuosa della nostra le novità si sperimenterebbero da altre parti, perché oggettivamente la rete dà possibilità che prima non avevamo e soprattutto dà a chi è capace un pubblico che un tempo solo la televisione sapeva garantire.
Al di là delle promesse demagogiche di questi giorni, continueremo naturalmente a pagare il canone - siamo obbligati a farlo, altrimenti ci tagliano la luce - e a guardare buona televisione. Questo è più difficile perché dipende soprattutto da noi, dalla nostra capacità di esercitare uno spirito critico, di scegliere quello che è fatto bene, a scapito di quello che è fatto male. Dovremo usare la nostra intelligenza e darci un po' di strumenti, dovremo darci un canone.

sabato 6 gennaio 2018

Verb volant (473): befana...

Befana, sost. f.

Gli antichi Romani, facendo proprie alcune tradizioni che erano presenti in tutta l'Italia centrale e che si rifacevano a credenze antichissime, celebravano dodici notti nel cuore dell'inverno, dal solstizio al momento in cui la natura sembrava finalmente rinascere. Erano notti dense di mistero, in cui i confini tra il regno dei morti e quello dei vivi tendevano a diventare sempre più labili. In queste dodici notti alcune mitiche figure femminili volavano sui campi per propiziarne la fertilità nell'anno che stava per cominciare. E' così che nasce la befana.
A dire il vero quel numero dodici era un tentativo per dare un ordine a qualcosa che faticava a essere inquadrato in un altro modo. Furono infatti i Romani a imporre il loro calendario solare, basato appunto su dodici mesi, rispetto a quello lunare, ossia il loro calendario patriarcale, segno di una società dominata dagli uomini, rispetto a quello sottoposto alla luna, alle donne e alla loro dea primigenia, la Gran madre. Come noto, i cristiani non fecero altro che sovrapporre le loro feste a quelle romane. Il giorno in cui veniva celebrato il Sol invictus divenne il giorno in cui loro festeggiavano la nascita di Gesù e dodici giorni dopo - perché anche loro preferivano mettersi sotto il segno maschilista del sole - decisero di celebrare l'epifania, ossia il momento in cui quel bambino, nato in un povero paese della Giudea, il figlio di un oscuro falegname di Nazareth, si era manifestato al mondo nella sua maestà divina, tanto da essere onorato da alcuni re venuti da ogni angolo del mondo, guidati da una stella, portando doni preziosi e esotici.
Ma nonostante i Romani e nonostante i cristiani, quelle creature misteriose, il cui tempo era segnato dalle fasi lunari, dal ciclo femminile e dall'alternarsi delle stagioni, riuscirono a resistere, presero il nome, storpiandolo, da quella nuova festa dei cristiani e continuarono a volare nelle lunghe notti invernali, cominciando anch'esse a portare doni. Erano certo creature benigne, ma erano anche pronte a punire, se noi mortali lo avessimo meritato; e spesso lo meritiamo. Ovviamente non mancò la reazione dei maschi che, non potendo sconfiggere quelle potentissime creature, le dipinsero vecchie e brutte, con i vestiti laceri. E cominciarono a fare roghi per bruciare quelle streghe nella notte dell'epifania.
La befana riuscì comunque a resistere ancora. E' stata sconfitta - e questa volta per sempre - soltanto dalla forza della pubblicità. 

martedì 2 gennaio 2018

Verba volant (472): campagna...

Campagna, sost. f.

Volenti o nolenti, le prossime otto settimane saremo in campagna elettorale.
E che campagna sarà? Certamente brutta. Non occorre essere un aruspice particolarmente dotato per fare questa previsione. E, per favore, non diamo la colpa di questo alla classe politica. Se questo paese fa schifo - e credo che su questo il giudizio sia difficilmente confutabile - non è per colpa di renzi o di Berlusconi, di Grillo o di Salvini, ma perché l'Italia è piena di uomini e di donne come loro. La nostra classe politica, con la sua arrogante ignoranza, la sua ipocrita ignavia, la sua fraudolenta avidità, rappresenta una società in cui queste "virtù" sono molto diffuse, anzi sono decisamente preponderanti. Poi possiamo far finta di credere - come abbiamo fatto negli ultimi vent'anni - che non sia così e che sia possibile una sorta di catartica palingenesi, solo votando per quello che dice che con lui cambierà tutto.
Chi voterò alla fine di questa campagna elettorale, che immagino già estenuante? Ovviamente non voterò per la destra che conosciamo - quella di Berlusconi e di Salvini - che probabilmente tornerà a vincere. Né voterò per la destra che promette di cambiare tutto, perché nessuna destra vuole mai davvero il cambiamento. Non voterò per il pd - anche questo potevate immaginarlo - anzi spero che queste elezioni segnino una sonora sconfitta per questo partito. Non voterò neppure per Liberi e Uguali perché li conosco troppo bene e non mi fido di loro. Nonostante quello che pensa di me qualcuno che mi ha conosciuto in un'altra vita, ossia che sia stato colpito da una forma precoce di esacerbata demenza, non sono così sciocco da pensare che la rivoluzione sia possibile, ma scegliere come proprio leader uno come Grasso significa dire che la rivoluzione non solo non è possibile, ma è sbagliata. Grasso e i miei ex compagni del Pds rappresentano una storia - che peraltro è anche la mia - piena di tragici errori, che dovremmo lasciarci alle spalle il prima possibile.
Immagino finirò per votare per la lista Potere al Popolo, di cui forse conosco troppo poco per non fidarmi e di cui, proprio per questo, non approfondirò la conoscenza nelle prossime settimane: non vorrei essere costretto a cambiare idea. Confesso che non conosco neppure abbastanza bene il meccanismo perverso della nuova legge elettorale per capire se questo sia un voto "utile" o perso, se servirà a eleggere una rappresentanza, anche minima, della sinistra radicale in parlamento o se sarà solo un segno di sconfortata testimonianza. In ogni caso ho deciso di smettere di votare pensando alle conseguenze del mio voto, cercando di capire se il mio voto servirà o meno, perché in fondo penso che non serva. A prescindere.
Per questo credo sia necessario cambiare prospettiva e le prossime elezioni, nella loro inutilità, mi interessano poco. E mi appassionano poco. L'espressione campagna elettorale è una metafora mutuata dal linguaggio militare. Come noto la campagna è il territorio aperto ed esteso fuori dal centro urbano; da qui questa parola è passata al significato di luogo adatto al rapido movimento degli eserciti e quindi è diventata sinonimo di guerra e per metafora ha cominciato a indicare quel particolare conflitto che avviene prima delle elezioni e a cui io ho tante volte partecipato nella mia vita precedente.
Cambiando prospettiva mi piacerebbe anche cambiare metafora. Al di là di quello che succederà il prossimo 4 marzo, la sinistra in Italia avrebbe bisogno dei tempi lunghi e dei ritmi della campagna. Chi coltiva la terra sa bene che dal momento in cui si prepara la terra per la semina a quello del raccolto deve passare del tempo, sa che in qualche caso bisogna lasciar riposare la terra, non seminarla, se si vuole che la raccolta degli anni successivi sia migliore. E sa che ci vuole pazienza e che ogni stagione richiede uno specifico lavoro. Il terreno della sinistra in Italia è inaridito - per colpa soprattutto di quelli come noi - e seminare in questa terra cattiva porterà frutti scarsi, rischiando di impoverirla ancora di più. Credo che adesso sarebbe più utile ricostruire e riparare gli attrezzi, che abbiamo usato fino a distruggerli, sarebbe più saggio mettersi a studiare - visto che abbiamo smesso di farlo - per capire di cosa la terra ha bisogno e cosa sarebbe meglio coltivare, sarebbe forse meglio prevedere un periodo di maggese. E soprattutto aspettare che cresca una nuova generazione di contadini.