venerdì 13 dicembre 2019

Verba volant (736): sardina...

Sardina, sost. f.

Contravvengo la regola che mi sono dato da diversi mesi rispetto a quello che scrivo su questo blog: torno a parlare di politica. O meglio voglio parlare un po' della terra in cui sono nato, in cui vivo - e in cui, in anni ormai lontani, ho fatto politica - visto che molti in questi giorni, in attesa di elezioni regionali a cui mi pare si stia attribuendo un significato esagerato, parlano dell'Emilia-Romagna. Non sempre a proposito. E come spunto di riflessione - se vorranno - per i giovani che stanno riempiendo le piazze delle nostre città. Non mi rivolgo a quelli che si sono intrufolati in quelle belle manifestazioni, in cerca di un'improbabile verginità: siamo vecchi, non abbiamo più il fisico per stare in piazza con questo freddo. Per non incontrarvi io sono stato a casa.
Lo scorso 27 maggio - come probabilmente ricordate - ci sono state le elezioni europee e in diverse città, piccole e grandi, anche quelle comunali. Tra queste c'è stata Fidenza, una città di oltre 27mila abitanti, il comune più grande della nostra provincia dopo Parma. Fidenza è una tipica cittadina della nostra terra, un borgo cresciuto lungo la via Emilia, in mezzo a una campagna molto ricca, in cui c'è stato un importante sviluppo artigianale e industriale e che oggi ha un tessuto commerciale molto vivo: probabilmente la conoscete anche voi perché proprio all'altezza del casello dell'A1 c'è uno degli outlet più grandi del nord Italia e una serie di negozi in cui vengono venduti parmigiano e salumi tipici della nostra provincia. Fidenza ha una solida storia di sinistra, anche se in una zona che era più "bianca" rispetto al resto della regione.
In quella domenica di maggio circa tremila fidentini - più o meno un quinto dei voti validi - hanno votato per la Lega alle europee e allo stesso tempo hanno rieletto, al primo turno, il sindaco del Pd alle comunali. Non si tratta evidentemente di un errore né di una provocazione - sono troppi i voti per pensare a una cosa del genere - quelle persone hanno scientemente dato quei due voti, apparentemente contrastanti. Io sono cresciuto in un mondo politico dove una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere: o stavi di qua o stavi di là, i movimenti tra i due schieramenti erano piuttosto rari e soprattutto il voto era coerente, perché era prima di tutto l'espressione di un'adesione, più o meno convinta, a volte anche solo per la spinta di una tradizione familiare, a un'idea. Non è che lo stesso giorno votavi sia per Peppone che per don Camillo.
Qualcosa del genere è avvenuto anche in altre realtà delle regione, in cui si è registrato un exploit della Lega e contemporaneamente sono state confermate, pur con importanti eccezioni, le amministrazioni del centrosinistra. Ecco perché penso che per capire cosa sta succedendo in questa regione - e per capire cosa succederà - occorra partire proprio dal voto di questi tremila fidentini.
Seguo poco le vicende politiche, ma non mi pare che su questo dato sia stata avviata una riflessione seria né da parte della Lega, che si è limitata ad esultare per l'ottimo risultato, prefigurando la vittoria del prossimo anno, né da parte del Pd. Il sindaco si è arrogato il merito di questo risultato, dicendo che i suoi concittadini hanno voluto premiare proprio lui: spiegazione umanamente comprensibile dal suo punto di vita, ma quantomeno avventata. E' un buon ragazzo - probabilmente lo avrei votato perfino io, se non fosse stato del Pd - è un sindaco discreto, ma non è possibile che da solo abbia spostato tanti voti.
Quelle tremila persone sono della Lega o del Pd? Naturalmente non posso rispondere per ciascuno di loro, ma credo che culturalmente siano molto più vicine alle idee della Lega.
Sono tendenzialmente razziste, ossia guardano con sospetto alle persone che non sono nate qui, anche se naturalmente con queste persone fanno "affari" tutti i giorni: affittano le loro case agli stranieri - a volte in nero - li assumono - non sempre in regola - nelle loro aziende o come badanti per i loro genitori anziani - ma, per carità, non come baby sitter per i loro figli - vanno a comprare nei negozi gestiti dei cinesi, perché si spende meno, e frequentano i loro bar. Per soddisfare alcune "esigenze" non disdegnano le puttane nere o sudamericane che stanno lungo la via Emilia. Eppure, anche se dicono di non essere razzisti - anzi si offendono se li chiami così - pensano che gli stranieri siano troppi, che sia per colpa loro se c'è la crisi e che sia a causa loro se in città si registra un clima di insicurezza. E naturalmente guardano con sospetto alle iniziative che promuovono l'integrazione, tutta roba da "buonisti". E non vogliono ascoltare quando qualcuno prova a spiegare che le ragioni della crisi, come quelle dell'insicurezza - fenomeni che peraltro esistono - sono più complessi rispetto a questa semplicistica spiegazione.
Questi tremila si lamentano che le tasse sono troppo alte e che i servizi sono pochi - anche se per "quelli là" facciamo sempre troppo, diamo le case a "loro" e non ai "nostri" poveri - e quando gli fai notare che si potrebbe pagare tutti meno e avere servizi più efficienti, dicono di essere d'accordo. Ma quando il dentista o il meccanico gli propongono di non fare fattura, accettano subito: l'importante è pagare di meno, e non pensano alle conseguenze.
E hanno un rapporto complesso con le regole. A parole tutti dicono che sono importanti, basta che vengano applicate agli altri. Parcheggiano senza pensare nei posti riservati ai disabili, ma quando ne hanno legittimamente diritto loro o un loro familiare, si lamentano perché qualcuno ha posteggiato in quei posti. In generale nel rapporto con le leggi sono piuttosto indulgenti verso se stessi.
La caratteristica principale di questi tremila nostri concittadini - non sappiamo chi siano, ma evidentemente li conosciamo, sono i nostri vicini, i nostri colleghi, sono troppi per non conoscerli - è che pensano prima di tutto a se stessi e alle loro famiglie piuttosto che alla comunità. Questo è qualcosa che è molto lontano dallo spirito emiliano-romagnolo che io ho conosciuto. E credo che in questo egoismo profondo - che è più antropologico che politico - risieda uno dei motivi per cui hanno preferito votare per il Pd.
Votare per il Pd significa prima di tutto garantire una continuità che evidentemente fa comodo a molti. Perché l'amministrazione ogni anno dà quel po' di soldi indispensabili per continuare l'attività del gruppo culturale in cui passo il mio tempo libero, perché da anni concede una sede all'associazione a cui aderisco, perché mio figlio fa sport con una società a cui il Comune ha concesso l'uso degli impianti. E così via. Non è voto di scambio. Quei contributi, quelle concessioni di spazi, quegli aiuti sono assolutamente legittimi. Semplicemente molte persone pensano che sia meglio andare avanti così, non smuovere le acque. Peraltro i cambi di amministrazione non rappresentano queste rivoluzioni promesse nelle campagne elettorali: per lo più la continuità regna sovrana. Anche perché, per quanto cambino i sindaci, non cambiano mai gli apparati amministrativi.
L'amministrazione pubblica locale è qui piuttosto efficiente, quindi questi "bravi" leghisti fanno due conti: perché rischiare? Meglio l'usato sicuro. Che è il motivo per cui in Lombardia una parte degli elettori del Pd preferiscono tenersi nei loro Comuni i sindaci leghisti che, al di là dei toni da battaglia di certe dichiarazioni, sono amministratori capaci e garantiscono un rassicurante status quo.
Per questa ragione credo che il prossimo 26 gennaio Stefano Bonaccini sarà riconfermato presidente dell'Emilia-Romagna. Senza il mio voto, ma cosa farò io naturalmente importa assai poco. Immagino già i festeggiamenti delle sardine e dei coraggiosi - oltre al respiro di sollievo di quelli del Pd - ma quel giorno non avranno salvato l'anima di questa regione. Perché in sostanza non c'è più nulla da salvare. Salveranno qualche carriera politica, e un sistema sanitario che funziona bene, almeno per quelli di noi che vivono nelle città e vicino all'asse della via Emilia. Non è poco ovviamente - e si sa che noi vecchi - che siamo maggioranza - siamo sensibili a questo tema.
E per questo sinceramente suonano anacronistici gli slogan di entrambi gli schieramenti, secondo cui il voto alla Lega scardinerà l'ultima roccaforte rossa, mentre quello al Pd sarà l'estremo baluardo contro i barbari. L'Emilia "rossa" non esiste più. E quei tremila voti sono il segno più evidente della sconfitta della sinistra, in particolare dell'incapacità della nostra generazione, di noi che abbiamo amministrato negli ultimi trent'anni in Emilia-Romagna.
C'è un quadro - non tra i più famosi - di Francisco Goya, intitolato La sepoltura della sardina. Il pittore racconta la festa con cui si chiudeva a quel tempo il carnevale: non c'è gioia in quel dipinto, solo una folla allucinata che si dimena sotto uno stendardo in cui è rappresentato un ghigno grottesco. Fate attenzione, care sardine, spero davvero che questa non sia la vostra fine.

martedì 10 dicembre 2019

Verba volant (735): urlo...

Urlo, sost. m.

Spoletta ha visto troppi uomini giustiziati in quel modo, ha visto troppi uomini fucilati: Cavaradossi è morto, non può saper fingere così bene.
Non gli serve avvicinarsi al corpo per capire che il suo piano è andato in fumo. Guarda in faccia Sciarrone, vede la soddisfazione nei suoi occhi e adesso sa che è stato il suo gendarme ad armare i fucili dei soldati dopo che lui li aveva caricati a salve. Non sa però se lo ha tradito per ordine di Scarpia o se ha agito di sua iniziativa. Deve saperlo: nel primo caso anche Annina è in pericolo. Per ora deve far finta di nulla: si avvicina al corpo di Cavaradossi, constata che è morto, fa cenno ai suoi uomini di rientrare nella casamatta e dice a Sciarrone di seguirlo: andranno insieme a fare rapporto al barone. Percorrono lentamente i corridoi di Castel Sant'Angelo: nessuno dei due vuole dare la schiena all'altro.
In quel momento Spoletta pensa anche a Tosca, a quando scoprirà il corpo senza vita dell'amato, vorrebbe parlarle, vorrebbe spiegarle, è addolorato per lei. Ma adesso deve pensare a salvarsi. E a salvare Annina. Deve pensare in fretta, alla fine di quel corridoio c'è la porta che conduce all'appartamento di Scarpia. Un colpo di fortuna inatteso per lui incrociare padre Silvestro, il prete che è stato chiamato per Cavaradossi e che il pittore ha rifiutato. "Venga con noi, padre, sono certo che sua eccellenza il barone voglia incontrare anche lei". Finché nella stanza ci sarà anche il vecchio sacerdote, Spoletta sa di essere al sicuro: Scarpia non lo farà certo uccidere da Sciarrone davanti a un prete. E' sicuro di riuscire a capire, vedrà se i due si scambieranno un gesto d'intesa: se questo avverrà, non potrà che fuggire, sperando di guadagnare un po' di tempo prima che Scarpia gli scagli addosso tutta la polizia di Roma, avvertire Annina del pericolo che incombe su di lei, ma se quel gesto non ci sarà, gli basterà uccidere Sciarrone prima che riveli a Scarpia che lui lo ha tradito, cercando di salvare il pittore. E comunque Sciarrone non parlerà, se c'è il prete.
Spoletta bussa, ma da dentro non viene nessuna risposta. Bussa ancora, ma tutto tace. Don Silvestro dice che potranno tornare più tardi, e subito Sciarrone gli dà ragione. Vuole andarsene da lì, anche lui ha bisogno di tempo; sa che Spoletta vuole ucciderlo. Il capitano invece invece non ha più tempo: "No, dobbiamo entrare". Nessuno di loro si aspetta di vedere quel macabro spettacolo: Scarpia disteso a terra, in una pozza di sangue, due candelabri con le candele ormai spente a destra e a sinistra della sua testa e un crocifisso sul petto, imbrattato anch'esso di sangue. Le urla di don Silvestro attirano altri uomini. Spoletta capisce subito quello che è successo: Tosca si è vendicata. C'è ormai troppa gente, lui deve fare quello che tutti si aspettano che faccia: organizzare la cattura dell'assassina.

Spoletta è diventato rivoluzionario prima di tutto per amore. E' stata Annina a parlargli delle idee nuove arrivate dalla Francia, di un mondo futuro in cui saranno tutti fratelli - e sorelle - in cui non ci saranno più papi e re. Annina ha imparato queste cose stando a servizio della marchesa Attavanti. Poi Spoletta ha visto come agiscono i difensori dell'ordine. Quando sono arrivati i napoletani, si è ritrovato in maniera inaspettata capitano dei carabinieri ed è diventato l'uomo di fiducia di Scarpia. Quante ingiustizie ha dovuto compiere per lui, per il papa, per i nuovi padroni. Come quella volta che il barone ha finto di salvare il conte Palmieri, accusato ingiustamente di tramare contro lo stato, in cambio dei gioielli di famiglia che il padre gli aveva portato. Prendendo tutte quelle ricchezze gli ha promesso solennemente che i fucili sarebbero stati caricati a salve. Ma naturalmente non ha prestato fede al giuramento e ha ordinato a Spoletta di procedere con l'esecuzione. Scarpia ha sperperato in pochi giorni tutto quel denaro e ha ormai dimenticato perfino il volto di quel giovane, invece ogni notte Spoletta si sveglia di soprassalto: vede davanti a sé, come quella fredda mattina, i visi della madre e del padre del giovane, vede annientarsi le loro speranze, mentre il corpo del figlio cade a terra, dopo che lui ha dato l'ordine fatale.
E così, quando Scarpia gli ha detto, di fronte alla povera Tosca, di fare "come Palmieri", si è sentito ribollire il sangue. Non può avere sulla coscienza anche quel delitto. Non vuole che anche Tosca diventi compagna dei suoi incubi. Spoletta sa bene qual è il prezzo che il barone chiede per la vita di Cavaradossi. Spoletta vorrebbe urlare a Tosca che è un inganno, che Cavaradossi morirà comunque, che il sacrificio della donna sarà inutile. Ma poi decide che questa volta sarà diverso, che questa volta non sarà come Palmieri, non può impedire a Tosca di sentire su di sé il corpo di quel lurido maiale, ma può salvare Cavaradossi. E quando saranno lontani, Tosca e Mario dimenticheranno quel 14 giugno.
Spoletta sa che sarà scoperto, che dovranno fuggire anche lui e Annina, ma ormai non ce la fa più a fare quella vita. E poi si sente responsabile di quello che sta per succedere a Cavaradossi e a Tosca. E' stato lui a far evadere Angelotti, a pensare al nascondiglio nella cappella di sant'Andrea della Valle. Non poteva sapere che Cavaradossi sarebbe stato lì e che sarebbe successo tutto quell'intrigo.
Non è riuscito neppure a salvare il fratello della marchesa, non ha fatto in tempo a rivelargli che era lui che lo aveva fatto fuggire: Angelotti si è suicidato proprio davanti a lui.

Angelotti è morto. Cavaradossi è morto. Almeno che riesca a salvare Tosca. Ordina agli uomini di bloccare le uscite di Castel Sant'Angelo. Li manda a controllare le scale. L'intera fortezza è in subbuglio. Lui e Sciarrone corrono verso la piattaforma dove è avvenuta la fucilazione. Stanno per salire le scale: il suo sottoposto lo precede. Spoletta si guarda intorno. Buio. Nessuno. Il suo coltello affonda nel corpo del traditore. Almeno Cavaradossi è vendicato. Tosca ha pensato a Scarpia e lui a Sciarrone.
Spoletta corre salendo gli ultimi gradini rimasti. Apre la porta. La luce finalmente. Respira come non ha mai respirato in vita sua. Vede i suoi uomini: "Prendete Floria Tosca. Viva".
Finalmente vede la donna. Le grida di fermarsi. Corre verso di lei, vuole dirle che lui sa, che lui è dalla sua parte. Deve arrivare da lei prima dei suoi uomini, stavolta deve avere il tempo di parlare. Tosca scappa. Per lei è solo lo sgherro di Scarpia. Gli grida addosso tutto il suo odio. Sale verso i camminamenti, inseguita da Spoletta. E' un attimo, ma Tosca vede una strana ansia negli occhi di quell'uomo, un'ansia che non riesce a spiegare. La donna ha ormai deciso. Lui sa bene cosa lei sta per fare.
Tosca ormai non può sentire nulla, neppure l'urlo disperato di Spoletta. 

sabato 7 dicembre 2019

Verba volant (734): polpetta...

Polpetta, sost. f.

Lo confesso: in cucina sono un conservatore. Al limite del fondamentalismo: mi corre un brivido lungo la schiena alle parole "tortellini alla panna". So che quando vado a Milano posso teoricamente mangiare di tutto, visto che in quella grande città ci sono ottimi ristoranti di tutti i generi, ma finisco praticamente tutte le volte per mangiare i piatti della cucina tradizionale. Come faccio nelle altre città che Zaira e visitiamo.
Se vado nella città ambrosiana mi piace mangiare i mondeghili con la polenta. Si tratta di polpette, e naturalmente come per tutti i piatti che nascono per riutilizzare gli avanzi non può esistere una ricetta codificata. Cosa c'è di più tradizionale e insieme contadino e proletario di una polpetta? Sono davvero tra i miei piatti preferiti, a ogni latitudine. Poi, oltre che essere appassionato di cucina, mi piace l'etimologia e così ho scoperto che questa parola lombarda deriva dallo spagnolo albondeguito - che significa appunto piccola polpetta - che viene a sua volta dall'arabo al-bunduc. Perché le parole spesso fanno questi strani giri e raccontano storie che non sappiamo o che, se sappiamo, preferiamo dimenticare.
Amo molto anche il risotto alla milanese, il ris giald come dicono là. Anche zafferano è una parola che deriva all'italiano direttamente dall'arabo. E così la ricetta che deriva da una tradizione araba che risale almeno al Medioevo. Curiosamente a Milano il risotto giallo è arrivato dall'Europa del nord, visto che pare sia stato servito per la prima volta, nella seconda metà del Cinquecento, alla tavola di Valerio di Fiandra, che era uno degli artisti che stava realizzando le vetrate del duomo.
E poi c'è la cotoletta: come fai ad andare a Milano e non mangiarla? Qui so che il dibattito è acceso. Gli italiani sostengono che questo piatto derivi dal lombolus cum panitio citato da Pietro Verri come una delle portate del pranzo dei canonici di sant'Ambrogio dei giorni di festa. Ma gli austriaci dicono si tratti semplicemente della loro Wiener schnitzel, che i milanesi avrebbero scoperto grazie a Maria Teresa.
Per fortuna credo che tra i miei lettori non ci sia nessun leghista milanese: non vorrei che scoprisse così che la cucina della sua città - di cui va giustamente fiero - è meticcia, molto prima del sushi e del kebab, e della pizza.

mercoledì 4 dicembre 2019

Verba volant (733): sfera...

Sfera, sost. f.

Prometeo sta facendo di tutto per convincere il fratello.
Fai come me. Aspetta qualche tempo e dopo le prime battaglie puoi fare una bella dichiarazione a favore di Zeus. Tanto vinceranno loro. Si sono già spartiti gli incarichi per gestire il dopoguerra. Oppure rimani neutrale. Ormai sono anni che vivi quaggiù, non si ricordano neppure di te, e poi nessuno sa di preciso dove sia la Mauritania. Se non dici niente, nessuno verrà qui a disturbarti. Al massimo puoi fare un comunicato a favore della pace e della riconciliazione: quello va sempre bene. E poi ci sono io, entrerò sicuramente nel nuovo gabinetto: sarò il prossimo ministro per i rapporti con i mortali. A quelli là sembra che non interessi: non capiscono che quello è il vero potere. Se controlli i mortali e il modo in cui ci adoreranno, controlli l'Olimpo. L'importante è che non rimani fedele a Crono.
Atlante sa che Prometeo si sta preoccupando soprattutto per la propria carriera: avere un fratello tra i nemici non è un bel biglietto da visita da presentare ai nuovi padroni. Comunque lo ascolta con pazienza: è sempre stato il più capace in queste cose.
A lui la politica non è mai interessata. Su questo Prometeo ha ragione. Ha chiesto di essere il re della Mauritania solo perché da queste catene montuose si vede benissimo il cielo. Per questo ha spostato la capitale in cima a questa montagna e si è fatto costruire qui il suo palazzo, con il grande osservatorio.
Lui è un astronomo, anzi lui ha inventato questa scienza. Prima gli dei e i mortali si limitavano a guardare il cielo stupiti, al massimo cantavano quei loro versi melensi rivolti alla luna. Si erano inventati tutte quelle storie sugli animali che si vedono in cielo: sciocchezze. Molti credono ancora che la terra sia piatta e che quelle luci là in cielo siano ferme e tutte alla stessa distanza. Lui invece le ha osservate e adesso sa come si muovono. E come si muoveranno. Non è che la cosa interessi molto ai mortali. Figurarsi agli dei, né ai vecchi né ai nuovi. Ma prima o poi dovranno imparare cosa succede sopra le loro teste.
Atlante pensa che se è come dice Prometeo - e suo fratello su queste cose ha sempre ragione - a lui converrebbe davvero far finta di niente, per continuare a studiare le stelle. Loro fratello Menezio invece è andato laggiù due giorni fa per convincerlo a schierarsi con Crono. Sta già raccogliendo fondi e truppe per finanziare la guerra: Crono gli ha promesso che lo farà re di Sicilia.
Guarda che Crono ha fatto la stessa promessa ad almeno altri due titani. Sa anche lui che sarà sconfitto: è disperato.
Questa riflessione di Prometeo non scuote troppo Atlante: anche lui sa che il vecchio Crono è un bastardo; però è il nostro bastardo. 
E tu Epimeteo che dici?
Atlante fa questa domanda al quarto fratello più che altro per educazione. Epimeteo non è il più intelligente della famiglia.

Prima di farlo entrare nella grande sala delle udienze, Ermes spiega ad Atlante le regole del cerimoniale: deve avanzare lentamente e quando è di fronte al trono di Zeus, deve inginocchiarsi. In quanto sconfitto, non può mai alzare lo sguardo e deve sempre rivolgersi a lui usando l'espressione "signore del fulmine". Non può parlare fino a quando Zeus gli darà il permesso.
Caro Atlante. Mi dispiace vederti così. Pensavo saresti rimasto neutrale. L'avrei accettato, dopotutto.
Naturalmente Zeus mente. E Atlante lo sa. L'unico modo per salvarsi sarebbe stato quello di stare dalla sua parte, come hanno fatto Prometeo ed Epimeteo.
Ora sono costretto, a malincuore, a punirti.
Anche su questo Atlante capisce che Zeus sta mentendo: c'è una gioia maligna nella sua voce.
Come sai, Menezio è già stato condotto nelle prigioni del Tartaro. A nulla sono valse le richieste di grazia fatte da tuo fratello.
Atlante non è così sicuro che Prometeo abbia cercato di aiutarli. Lo conosce, ha pensato prima a se stesso, alla sua carriera. E non farà certo qualcosa che possa danneggiarla. Non certo per amore dei suoi fratelli.
Conosco i tuoi studi astronomici, sono molto interessanti.
Adesso Atlante è sicuro che Prometeo l'ha venduto. Impossibile che quella capra di Zeus conosca i suoi studi sui movimenti degli astri e dei pianeti.
Sono interessanti, caro Atlante, ma sono molto pericolosi. Perché i mortali dovrebbero sapere che la terra è tonda, e ruota intorno al sole e tutte quelle cose lì? Come è più facile ricordare la storia di Elios e del suo carro. E le stelle? E' più semplice pensare che siano attaccate a una grande sfera e poi com'è poetico che uno veda un'orsa, una lupa, un ariete. O quel cavolo che ci vuol vedere. Non facciamo pensare troppo gli uomini. Meglio raccontare loro delle favole. Se cominciano a pensare, potrebbero perfino credere che noi non esistiamo. O che non hanno bisogno di noi.
Il titano sconfitto vorrebbe rispondergli, ma capisce che è ancora il momento di tacere.
Il nostro caro Ermes ne ha pensata una molto bella, che ti riguarda. Questa favola racconta che Zeus per punire la tua arrogante ribellione ha deciso di farti portare sulle spalle la volta celeste. Per l'eternità. Stanno già preparando le statue con la tua effige che sorreggi questa enorme sfera. Dovresti esserci grati: il tuo nome sarà ricordato. Ora, sei libero di esprimere il tuo ringraziamento verso di noi. E di tornartene nel tuo palazzo. Da cui non potrai uscire mai più e dove nessuno potrà mai entrare.
Atlante vorrebbe urlare tutta la sua rabbia. Il silenzio è rotto da un colpetto di tosse di Ermes. E così, con un filo di voce, il titano sibila la sua risposta.
Eppure le stelle continueranno a muoversi, anche quando le tue statue saranno solo paccottiglia per turisti.

lunedì 2 dicembre 2019

Verba volant (732): gigante...

Gigante, sost. m.

E se avessero vinto i giganti?
Poteva succedere, perché quella guerra non aveva un esito scontato. Lo so, voi che visitate palazzo Te a Mantova ed entrate nella sala dedicata alla gigantomachia, affrescata da quel mago degli effetti speciali che è Giulio Romano, pensate che i giganti non potessero che fare quella brutta fine, schiacciati dalla potenza degli dei che dominano il cielo. I giganti non hanno un'aria intelligente, sembrano selvaggi, la cui unica arma è la forza bruta. Come potevano pensare di competere con gli olimpi. Non fidatevi: Giulio Romano ha letto Ovidio e quindi fa un'opera di bieca propaganda a favore degli dei.
Intanto né Ovidio né Giulio Romano vi raccontano tutta la storia. La gigantomachia non è stata la prima guerra che Zeus e gli dei "nuovi" hanno dovuto combattere per affermare il proprio potere. E' stata preceduta dalla titanomachia, la guerra contro gli dei "vecchi".
Gli olimpi vogliono il potere, vogliono togliere di mezzo la generazione dei titani, ossia i loro padri e le loro madri, che tarpano le loro ambizioni e che non ne vogliono sapere di cedere il passo ai loro figli. La guerra dura da secoli e viene combattuta senza esclusioni di colpi, ma non sembra poter finire. I titani sono asserragliati sul monte Otri, mentre Zeus e gli altri hanno occupato la cima dell'Olimpo, ma nessuna delle due fazioni è disposta a cedere. Gli dei dell'Olimpo trovano infine un inatteso aiuto da Gea, la divinità più antica di tutti, quella che è stata spodestata dai titani. Pesa in lei il risentimento per come quei suoi figli l'hanno trattata, per come l'hanno messa da parte, ma spera che i nuovi dei saranno diversi. E così schiera a fianco degli olimpi i giganti, che sono anch'essi suoi figli. A quel punto la sorte del conflitto cambia radicalmente. I giganti riescono praticamente da soli a sconfiggere i titani e così Zeus e i suoi fratelli Poseidone e Ade possono assumere il potere.
Non sappiamo quale siano stati i termini dell'accordo che Gea e Zeus hanno stipulato, ma verosimilmente quell'antichissima dea non ha concesso il suo aiuto senza chiedere delle contropartite. Immaginate quindi il suo stupore quando, una volta sconfitti i titani, Zeus, che ha vinto senza aver praticamente combattuto, decide di salire al cielo, senza riconoscere nulla a Gea. La dea si accorge, probabilmente troppo tardi, dell'errore che ha commesso, e tenta allora una mossa disperata: dichiarare guerra al nuovo potere degli olimpi. E così i giganti, che hanno spazzato via la resistenza dei titani, cercano di abbattere anche i "nuovi" dei, trincerati sull'Olimpo.
I giganti sono decisamente i più forti e avrebbero certamente vinto anche quella guerra. Non c'è un solo oracolo disposto a scommettere sulla vittoria degli olimpi. A quel punto Zeus e gli altri pensano a una mossa geniale, per quanto disperata: allearsi con i mortali. Per i mortali l'alleanza è stipulata da Eracle, che immediatamente comincia a combattere. I giganti vengono sconfitti uno dopo l'altro. A dire il vero, almeno questa volta gli dei qualcosa fanno, partecipano ai combattimenti, scagliano frecce, le Moire perfino pestelli di rame. Ma in ogni scontro finché non arriva Eracle gli dei non vincono. Per fortuna Eracle arriva sempre.
Ecco, entrate nella Sala dei giganti, voi siete Gea, vedete i giganti cadere giù e gli dei volare là in alto, nel cielo. E sono là perché ce li avete messi voi. Comprensibile che sia furibonda. 
Stavolta Zeus capisce che non può permettersi di trattare i mortali come ha fatto con i giganti. A Eracle viene riconosciuto lo status di semidio, che gli permette di stare sull'Olimpo. Ma soprattutto Zeus stringe un patto con quelli che fino a quel momento sono esclusi dal potere: i maschi. Finché Gea ha voce in capitolo, le donne hanno il potere, d'altra parte è da loro che nascono i nuovi uomini, non è molto chiaro quale sia il contributo dei maschi. Certo i maschi sono forti, e quando c'è da andare a caccia o fare lavori pesanti possono tornare utili, ma quando occorre prendere una decisione importante, non puoi certo affidarti a loro. E poi se la prima divinità è una donna, qualcosa vorrà dire. Zeus promette ai maschi che adesso, sconfitti i giganti, tutto cambierà. Non devono aver più paura di Gea, adesso c'è un ordine nuovo. Bisogna però inventare nuove storie, bisogna dire che prima, quando c'erano le donne si stava peggio, che Gea non era poi questa gran divinità, bisogna trovare dei poeti maschi che dicano quanto si sta bene nei tempi nuovi. E che i giganti erano solo dei rozzi selvaggi, che non avrebbero mai potuto sconfiggere il perfetto ordine celeste.
I giganti? Per fortuna hanno perso. 
La prossima volta che andate a Mantova ed entrate nella sala dei giganti, quando guardate là in alto, non fidatevi di tutto quello che vi raccontano.   
 

venerdì 29 novembre 2019

Verba volant (731): gioia...

Gioia, sost. f.

Papageno, questo buffo personaggio che a forza di dare la caccia agli uccelli è diventato un po' come loro, entra in scena e racconta una bugia: credo sia per questo che ci è subito simpatico. In un mondo di principi e di fate, di sacerdoti e di regine, di personaggi che sentiamo "finti", perché o troppo buoni o troppo cattivi, Papageno è l'unico che si ricorda che un uomo per vivere deve mangiare e bere; ed è l'unico che per vivere deve lavorare. Papageno ha paura, ma quando serve trova il coraggio per andare avanti, mente, ma sa essere leale con chi lo merita. Non è del tutto buono, e neppure del tutto cattivo. Capiamo immediatamente che è uno di noi. Il flauto magico è prima di tutto una favola e, come tutte le favole, può essere terribilmente complicata, piena di significati nascosti e di misteriose rivelazioni. Però è anche la storia di Papageno, che è l'eroe della semplicità.
Papageno è tutto lì, senza arcani e senza filosofie. Non desidera né la fama né il denaro, non desidera nessuna di quelle cose per cui molti si affannano, spesso in maniera vana. Non cerca neppure la saggezza, un'attività che impegna pochissimi uomini. Non vuole migliorare se stesso: non seguirebbe mai uno di questi motivatori che oggi vanno tanto di moda. E non andrebbe neppure da uno psicanalista. Papageno chiede alla vita una cosa sola: la sua Papagena. Non è poco ovviamente. Chi ha trovato la propria Papagena - o il proprio Papageno - lo sa. E sa anche quanto sia importante continuare a cercarsi, giorno dopo giorno.
Prima del solenne e maestoso finale in cui i cattivi, i rappresentanti del mondo delle tenebre, vengono sconfitti e trionfano la luce, l'ordine di Sarastro e l'amore dei due eroi Tamino e Pamina, Papageno e Papagena, che non vogliono essere eroi, ma sono solo due innamorati, finalmente si riconoscono ripetendo di continuo la sillaba pa e poi i loro nomi, in un gioco musicale in cui Mozart dà prova di tutto il suo genio. C'è in questo duetto una gioia infantile, dapprima stupita e poi irresistibile, una gioia sincera, a un tempo leggera e profonda, carnale e candida. C'è una gioia naturale in questo canto, perché sono appunto le leggi segrete e potenti della natura che spingono queste due creature ad amarsi, per far nascere tante piccole Papagene e tanti piccoli Papageni.
Papageno è, durante tutta la storia, il testimone, per lo più inconsapevole, di vicende troppo più grandi di lui, ma non se ne preoccupa. Percorre le strade di questo Egitto immaginario come una sorta di Sancio Panza, solidamente radicato e affezionato alla propria realtà, naturalmente preoccupato dei propri bisogni primari, ma non per questo è un materialista. E non è mai gretto. La bugia iniziale non è un mezzo per ingraziarsi il favore di Tamino, non è un calcolo - Papageno non ne è capace - ma la proiezione di quello che vorrebbe davvero aver fatto. Papageno vorrebbe aver sconfitto il drago e salvato quell'uomo che, anche se non ha le piume, sente essere un proprio simile. E allo stesso modo cerca di rendersi utile, accompagna Tamino alla ricerca di Pamina, anzi è lui che trova la ragazza e cerca di spiegarle cosa sta succedendo, le racconta che c'è questo giovane senza piume - proprio come lei - che la vuole salvare e che la vuole amare. E con la stessa perseveranza vuole cercare di superare le prove a cui accetta di sottoporsi, senza scimmiottare Tamino, ma con l'obiettivo di riuscire a raggiungere lo scopo della propria vita, ossia trovare la sua Papagena.
Noi sappiamo che alla fine Papageno romperà il silenzio - e non potrebbe esserci una prova più terribile per lui, che è, come i suoi amati uccelli, tutto suono - ma quando succede siamo tristi per lui. E con lui. Noi sappiamo che Papageno perderà, che aprirà bocca. Eppure non è mai un perdente, perché nella sua candida ostinazione, non cede mai alla rabbia, e dimostra una forza d'animo che niente può scalfire. Papageno è - citando la canzone di Eugenio Finardi - come Vil Coyote che cade, ma non molla mai. Per Papageno la vera vittoria è provarci: ed è per questa sua testardaggine che alla fine viene premiato, e può ricongiungersi a Papagena.
Papageno non è stupido, perché la sua semplicità è la sua forza. Non è ingenuo, ma è l'uomo che, non potendo - e non volendo - essere destinato a compiere grandi gesta, trova la sua dimensione nelle piccole cose. E in quella cosa incredibilmente grande che è il suo amore per Papagena.
A Papageno poco importa del conflitto che si combatte sopra la sua testa. Lui chiede solo di essere felice. E quando si rende conto che non potrà mai esserlo, perché è convinto che non vedrà mai più Papagena, decide di morire. E non finge, anche se ovviamente cerca di rimandare fino all'ultimo quel tragico momento. Ma non è per paura. E' che sa di vivere in un mondo strano, in un mondo in cui tutto può davvero succedere. E spera fino alla fine che qualcosa succeda. Papageno sa che esiste Papagena e crede che le leggi della natura debbano essere rispettate: e quindi loro due dovrebbero ricongiungersi. Ma sa anche che questo a volte non succede, perché gli uomini, che siano i buoni come Sarastro o i cattivi come Astrifiammante ne alterano il corso.
Ma affinché accada il miracolo Papageno deve perdere anche l'ultima speranza. E' quando non ci crede più - nel momento più intensamente drammatico della sua storia, altrimenti sempre lieve e gioiosa - che i tre spiritelli lo fermano e gli dicono che ha vinto. Un altro forse si arrabbierebbe, ma non Papageno. Quei tre spiriti bambini - e chi li ha mandati - sono stati davvero crudeli con lui, ma ormai non è più importante. L'unica cosa che conta è aver raggiunto la felicità. Perché la grandezza - e adesso credo di dover usare davvero usare questo aggettivo - eroica di Papageno sta nel capire cosa è davvero importante. Noi ci mettiamo una vita per capirlo, quando ci riusciamo. Credo che alla fine questo sia il vero significato dell'opera di Mozart, al di là di ogni altra possibile lettura, di ogni interpretazione intellettualistica. Il flauto magico è la storia di Papageno ed è da lui che dobbiamo aspettarci la morale, come in ogni favola che si rispetti.
Quel gran poeta delle immagini che è stato Emanuele Luzzati nel disegnare l'incontro di Papageno e Papagena ha enfatizzato la vitalità creatrice di questa coppia: il mondo si riempie di piccoli Papageni, che dapprima cadono dagli alberi, come frutti, poi spuntano tra l'erba, come fiori, prima uno, poi due, poi un altro e un altro ancora, fino a che non perdiamo il conto. E tutti questi bambini con le piume sono le figlie e i figli della gioia. E, con un'invenzione che credo sarebbe piaciuta allo stesso Mozart, Gianini e Luzzati chiudono il loro Flauto magico non con la vittoria di Sarastro e il lieto fine della storia d'amore di Tamino e Pamina, ma con i piccoli Papageni che riempiono il mondo con il loro canto.
E noi, che viviamo in un mondo in cui ha vinto la Regina della notte? Almeno ogni tanto proviamo a ricordarci che dovremmo essere come Papageno. Pa-Pa-Pa-Pa-Pa

martedì 26 novembre 2019

Verba volant (730): bordello...

Bordello, sost. m.

Jack si sarebbe ricordato per sempre di quella domenica: è il 28 giugno 1914. Il suo primo giorno di lavoro al Mahogany Hall.
Lo ha scelto lei in persona. E' sempre lei che sceglie i suoi pianisti. Se entra in una chiesa, è perché ne sta cercando uno. Ha trovato così anche Jack: la domenica precedente, quando il ragazzo è uscito dalla piccola cappella presbiteriana dove andava a messa la sua famiglia e dove lui suonava l'organo da sei anni, è stato avvicinato da questa donna, bella ed elegante, completamente vestita di bianco, che porta un grande cappello e tanti gioielli. Jack sa chi è: tutti a New Orleans conoscono Lulu White.
Ragazzo, cominci domenica prossima, alle nove del mattino. Le regole sono semplici: a me devi dare il venti per cento sulle mance; e non devi imbrogliare. E non devi dare fastidio alle ragazze. Questi sono i soldi per un vestito decente, un cappello e un paio di scarpe nuove. Me li ridarai alla fine del terzo mese.

Sono le otto e mezza. Jack si sistema il cravattino e bussa alla porta. Si stupisce che sia proprio Lulu ad aprire.
Mi piacciono i pianisti puntuali. Con me anche Ferdinand lo era. Suona quello che vuoi. Ma che sia allegro. E che sia ragtime. Non voglio musica dei bianchi. Quella la possono sentire a teatro. Con le loro mogli. Qui devono sentire un'altra musica. E comunque non esagerare: non vengono ad ascoltare te. Questo Ferdinand se lo dimenticava sempre. E ricorda che ti pagano anche per il tuo silenzio: quello che vedrai qui lo devi subito dimenticare.

La domenica è un ottimo giorno. Certo molti dei clienti del Mahogany Hall non hanno bisogno di lavorare, ma ci sono anche parecchi uomini d'affari che possono dedicare alle ragazze di Lulu solo il giorno del Signore. Jack suona la domenica e il venerdì, dalle nove del mattino alla chiusura; la chiusura la decide Lulu, finché ci sono clienti.

Louis non sta nella pelle: quel lunedì, appena vede Jack gli chiede se ha visto le ragazze. Qualcuna l'ha vista, stanno in salotto, mentre lui suona, poi arrivano i clienti e salgono in camera. Tutti i lunedì Jack e Louis suonano insieme in un locale a Canal street. Louis è di qualche anno più giovane di lui. Jack sa che suo madre ha lavorato tanti anni nei bordelli e si sente in imbarazzo a parlare proprio con lui di quel suo nuovo lavoro. Per fortuna il padrone gli dice che non li paga per parlare, ma per suonare - a dire il vero non li paga affatto, gli dà solo da mangiare e si possono tenere le mance - e così Louis attacca con uno dei suoi assoli.

Sono belle le ragazze di Lulu, le più belle di Storyville. Per lavorare per Lulu devono essere tutte come lei: solo uno degli otto bisnonni doveva essere nero. E in genere era una bisnonna. E così quei ricchi signori bianchi possono andare a letto con una bella ragazza, che fuori è bianca come loro, ma dentro è nera. Il sindaco Berhman viene circa una volta alla mese, come l'ammiraglio Cavendish, che è il comandante della base navale. Jack sa chi sono molte di quelle persone che frequentano la casa. Li vede alla parate e durante le feste del 4 luglio.
Certo tutti quei signori vanno da Lulu per le sue ragazze, ma a volte anche per incontrarsi. Quel salotto è il posto ideale per stringere alleanze e fare affari. Il 9 maggio, mentre Jack suona, i clienti non sembrano particolarmente attenti neppure alle ragazze. Un importatore di origini francesi dice che è il momento che gli Stati Uniti entrino in guerra. Un commerciante tedesco sostiene invece che Wilson fa bene a mantenersi neutrale e che l'affondamento del Lusitania è stato un legittimo atto di guerra. Se non è per l'intervento di Lulu che porta due coppe di champagne, la guerra sarebbe arrivata fino al salotto del Mahogany.

Secondo te, Louis, scoppierà davvero la guerra?
L'amico guarda Jack, prende la tromba e comincia a suonare.

Lulu è contenta di Jack, tanto che gli dà anche il mercoledì: è diventato il primo pianista del Magohany. Prima di lui solo Ferdinand ha avuto tre giorni a settimana.
Ha smesso di suonare l'organo alla cappella presbiteriana e nei primi tempi sua madre ha dovuto cambiare chiesa. Poi Jack ha dato un bel contribuito per rimettere in piedi il vecchio campanile e, anche se tutti sanno da dove vengono quei soldi, sua madre può sedere in un posto in prima fila durante le funzioni.

Jack vede Elizabeth per la prima volta l'8 aprile del 1917: è il giorno di Pasqua, ma il locale non chiude. La casa di Lulu non chiude mai. Due giorni prima gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra alla Germania. Per Jack non è una sorpresa. Ormai tutti quelli che si fermano nel salotto di Lulu vogliono quella guerra: i banchieri hanno fatto grandi prestiti a chi esporta verso il Regno Unito e la Francia e non possono permettersi che questi due paesi vengano sconfitti e non paghino i loro debiti. Gli armatori, gli industriali, i grandi commercianti hanno tutti bisogno della guerra e naturalmente i politici li seguono. E così i giornalisti.
Anche Lulu pensa che la guerra farà bene ai suoi affari: New Orleans è una delle più importanti basi navali del paese. Con la guerra ci saranno più soldati per i piccoli bordelli e più ufficiali per la sua casa. Per questo ha fatto arrivare dalla Louisiana tre nuove ragazze. Naturalmente dice che sono delle Indie occidentali, anche lei ha detto di essere nata laggiù e non a Selma: i clienti vogliono le donne dei Caraibi.
Tra quelle tre ragazze c'è anche Elizabeth. Lulu le accompagna in salotto, la fa sedere e offre loro un bicchiere di liquore. E così aspettano i clienti. Jack ed Elizabeth si guardano. E Jack comincia a suonare una cosa diversa, una cosa che sta creando in quel momento, solo per lei. Elizabeth è così rapita da quella musica che non si accorge che Lulu la sta chiamando: un cliente ha scelto lei. In quasi tre anni di lavoro è la prima volta che a Jack succede quella cosa.

Louis, è bellissima. Mi sono innamorato. Ma se le parlo Miss Lulu ci licenzierà.
L'amico non sa davvero cosa dirgli. Prende la tromba e quella sera le sue melodie sono davvero struggenti.

Sono passate due settimane. Quando Louis comincia quell'assolo, Jack sa che in sala è entrata una bella ragazza: è come un pavone, e quella è la sua ruota. Jack prova a girarsi, ma dal suo sgabello vede solo uno spicchio della sala.
Fa' una delle tue magie su quei tasti, mentre io vado da quello splendore.
E' passato appena un minuto, quando Jack sente Louis di nuovo sul palco: di solito non si lascia scoraggiare dal primo rifiuto.
E' andata male, Jack, lo splendore è venuta solo per te.
In quel momento vede Elizabeth che gli sorride accanto al piano. E Jack comincia a suonare quella sua musica, quella che crea solo per lei. Louis non riesce proprio a stargli dietro.
Come hai fatto a sapere di questo posto?
Me l'ha detto Miss Lulu.
Jack pensa che non ne hanno mai parlato. Non credo approvi.
E infatti mi ha consigliato di non innamorarmi di te, ma se un giorno siamo liberi tutti e due, ha detto che non può impedire di vedersi. In casa però dobbiamo comportarci come sempre.
E così il lunedì diventa il giorno di Elizabeth e di Jack.

Credi che Louis sarebbe d'accordo se volessi cantare qualcosa insieme a voi?
Elizabeth ha una voce splendida, decisamente nera, e presto a New Orleans si comincia a parlare di questo curioso trio ragtime, in cui c'è una cantante quasi bianca.

I banchieri, gli industriali, gli armatori, tutti quelli che hanno puntato sulla guerra, stanno vincendo. Non è così per Lulu. I clienti sono aumentati, specialmente per i bordelli più economici che stanno vicino alla base. I soldati e i marinai non si possono permettere le ragazze di Lulu e poi Mahogany Hall è aperta solo ai bianchi.
L'ammiraglio Cavendish è stato destinato all'alto comando in Francia e il nuovo comandante non frequenta certi posti. E così anche gli ufficiali, seppur a malincuore, devono adeguarsi.
Durante l'estate quattro soldati rimangono uccidi a Storyville. Il ministero della guerra e quello della marina pretendono la chiusura dei bordelli. Il comune fa di tutto per resistere, ma di fronte alle autorità federali è costretto a cedere: a mezzanotte del 12 novembre 1917 tutti i bordelli di Storyville devono chiudere. Ai primi di novembre le compagnie assicurative hanno ricusato le polizze in caso di incendio: quelle case ormai non hanno più alcun valore.
Quella sera Lulu White ha organizzato una grande festa d'addio: nessun servizio in camera, ma le ragazze e i clienti più affezionati ballano, finendo le scorte di champagne. Naturalmente è Jack che suona il piano.
Elizabeth si avvicina, lo guarda e poi chiede: Miss Lulu, posso cantare?
A mezzanotte la festa deve finire. Come improbabili Cenerentole, quei ricchi signori di New Orleans devono lasciare la casa alla scoccare del dodicesimo rintocco. Sotto gli occhi dei poliziotti che pattugliano il quartiere.

E adesso?
In quei giorni quante volte Elizabeth e Jack si sono fatti quella domanda.
Lulu dice alle ragazze che lei partirà per la California. Loro possono continuare a lavorare: il governo degli Stati Uniti può chiudere i bordelli, ma non impedire agli uomini - neppure ai suoi soldati - di cercare le puttane. E loro sono pur sempre le migliori di New Orleans, le ragazze di Lulu White.
Elizabeth non può continuare a casa sua, dove vivono la madre e la sorella piccola, Susie. E poi non vuole più farlo. Soprattutto per la sorella vuole una vita diversa. Dice a Jack che loro tre dovranno tornare in Louisiana.
E smetterai di cantare?  
Per un pianista da bordello è dura la vita in una città in cui non ci sono più bordelli.
L'orchestra di Fate Marable ha ingaggiato Louis: se lo merita, è il più grande trombettista di New Orleans, farà una grande carriera.
E se mi arruolassi? Mi aspetteresti?

La lettera gli arriva in Francia il 10 novembre 1918. E' della madre di Elizabeth. Lo ringrazia ancora per il denaro che ha dato a loro prima di partire. Ma gli dice anche che la figlia si è ammalata. Il dottore ha detto che la vita a Storyville l'ha fatta morire.
Si è addormentata stringendo la tua ultima lettera e non si è più svegliata.

La guerra è finita. Jack decide di non tornare negli Stati Uniti. Elizabeth non c'è più e poi a Parigi piace la sua musica, che adesso si chiama jazz. E in quella città un nero non deve scendere dal marciapiede se passa un bianco.

E' Jackson Washington?
La ragazza ha in mano un libro, un paio di dischi, molti fogli, qualcuno sembra uno spartito. E' nera, la massa dei capelli crespi, però c'è qualcosa nei lineamenti di quella ragazza che gli ricordano qualcuno. Deve essere americana.
Jack risponde comunque in francese: Mi dispiace, da qualche anno non insegno più pianoforte.
Sono Elizabeth. Sono la figlia di Susie.
Jack allora la riconosce, anche se non sa neppure che esiste. Certamente è in quelle lettere che Susie gli ha scritto per anni e che lui non ha mai voluto leggere. Ha continuato a mandare del denaro alla sorella di Elizabeth, ma non ha mai saputo nulla di lei.
La ragazza non smette di raccontare, di come sua madre si è trasferita a Chicago, di come ha conosciuto suo padre, di come si è laureata in medicina. Anche di quando ha incontrato Louis Armstrong. E quella ragazza sa tutto anche di lui: cita dei dischi che Jack si è dimenticato di aver inciso.
Io sono cresciuta con la vostra storia. Mia madre per farmi addormentare mi cantava The house of the rising sun.
Tu canti?
Sì, ma non bene come la zia, immagino.
Cara, neppure le mie dita sono quelle di cinquant'anni fa.

Go tell my baby sisters
don't do what I have done
to shun that house in New Orleans
they call the rising sun.

sabato 23 novembre 2019

Verba volant (729): erotico...

Erotico, agg. m.

Siamo onesti: la fortuna del mito di Danae dipende soltanto dal fatto che ha dato la possibilità nel corso dei secoli a molti pittori - e anche a una pittrice - di ritrarre giovani donne, bellissime e nude, nel momento del loro massimo piacere sessuale, senza incorrere in censure. Perché la figlia del re di Argo è stata posseduta da una pioggia dorata: e quindi tutti questi pittori hanno potuto - cosa piuttosto rara nella storia dell'arte - rappresentare una donna che prova piacere senza dover far vedere l'atto "meccanico" che è la causa di questa sensazione, senza dover far vedere un uomo. Ci è riuscito anche Gian Lorenzo Bernini scolpendo l'estasi di santa Teresa d'Avila, ma ci voleva un genio barocco come lui, capace di trasformare il marmo in carne, e così ben introdotto nella Curia romana da essere sostanzialmente intoccabile, per rappresentare il momento in cui quella santa vede l'inconoscibile e l'ineffabile come il culmine di un amplesso. I pittori "normali" hanno dovuto accontentarsi di rappresentare un mito.
Il padre di Danae ha dovuto combattere per diventare re, perché il vecchio Abante - figlio del re Liceo, a sua volta figlio del re Danao - prima di morire aveva stabilito che i suoi due figli gemelli, Preto e Acrisio, dovessero regnare alternativamente sull'Argolide. Si sa che queste "staffette" non vanno mai a buon fine. Morto Abante, Acrisio comincia a regnare, ma al momento di cedere il trono al fratello si rifiuta. Preto organizza un esercito e cerca di reclamare quello che gli spetta, ma, dato che le loro forze si equivalgono, i due fratelli devono a malincuore spartirsi il regno paterno: ad Acrisio spetta il controllo di Argo e dell'entroterra, mentre a Preto quello di Tirinto e della costa.
Il re di Argo non ha figli maschi, ha solo una figlia, la bellissima Danae. Come ogni re dell'antica Grecia che ha un problema, Acrisio si rivolge all'oracolo di Delfi, che gli fa una strana profezia: non è destinato ad avere eredi, ma sarà ucciso dal figlio di sua figlia, che in questo modo diventerà re. Dopo tutto la Pizia è una donna e forse in questa sua arcana profezia pesa proprio una questione di genere: in questo gioco del potere che è solo per i maschi, in cui il trono può essere trasmesso unicamente da padre in figlio, la donna è il granello di sabbia capace di distruggere un ingranaggio così ben oliato. Se Danae potesse diventare regina - sembra dire la Pizia - forse il regno di Argo sarebbe ancora più forte e florido.
Naturalmente il re Acrisio non è così saggio da capire cosa vuol davvero intendere l'oracolo: fa rinchiudere la sua unica figlia in una cupa torre dalla porte di bronzo, e vi mette a guardia una torma di cani feroci. Rinchiude nella torre anche una vecchia nutrice, così che Danae possa avere un po' di compagnia: non sappiamo nulla di questa povera donna, neppure il nome, e soprattutto perché abbia dovuto condividere proprio lei questa terribile pena. Acrisio pensa così di aver sconfitto l'oracolo, ma - come sempre succede nel mito - gli dei si incaricano di punire la sua presunzione. Dato che la pena deve necessariamente prevedere di ingravidare una ragazza bellissima, Zeus stesso decide di assumere su di sé questo duro compito. Si trasforma in pioggia dorata e così supera gli ostacoli che Acrisio ha posto per tentare di fermarlo. A dire il vero Ovidio - che ci racconta questa storia in diverse sue opere - non è così chiaro su come sia avvenuto il fatto: certamente Zeus si è trasformato in pioggia per arrivare fino al letto di Danae, ma su come abbia fatto quello che doveva essere fatto il poeta è decisamente più reticente. Forse Zeus è tornato a essere Zeus e forse quell'oro è servito a blandire e a sedurre quella povera ragazza, che non avrebbe potuto comunque sfuggire al proprio destino. Il poeta augusteo sembra insinuare che Danae sia stata convinta da quell'oro, che non sarebbe stato quindi il mezzo per eludere gli ostacoli posti dal padre, ma il prezzo imposto dalla figlia. Una lettura non certo favorevole alla giovane donna. Ma si sa che raramente i poeti sono dalla loro parte.
Il mito racconta poi come da quel misterioso amplesso sia nato Perseo, che - tra le molte sue imprese, compresa quella di uccidere Medusa, un'altra donna che gode di cattiva stampa - toglie la vita ad Acrisio, anche se involontariamente - forse - e diventa re di Argo. Ma non è questo quello di cui devo parlarvi.
Un ignoto vasaio del Ceramico descrive la storia come veniva raccontata al suo tempo: c'è questa giovane donna seminuda - d'altra parte vive da sola, si può anche prendere qualche libertà - che osserva, con un qualche stupore, un pulviscolo che scende dal cielo e che la feconderà. Ma lei ancora non lo sa. L'anonimo autore di un'illustrazione di un'edizione medievale delle Metamorfosi racconta invece la versione di Ovidio: in un elegante letto a baldacchino vediamo, pudicamente coperti, Danae e Zeus, che raggiunta la giovane in forma di gocce, è ora un uomo pronto a giacere con lei.
Con il rinascimento l'attenzione si sposta su Danae. Correggio e poi Tiziano - che dedica due quadri a questo tema - mostrano questa donna che osserva una nuvola dorata e sa benissimo cosa le succederà. E più passano gli anni, e più si sviluppa il barocco, fino a Rembrandt, Danae appare come una donna che aspetta quella pioggia, e che è pronta a incassare. Questi pittori combinano la maldicenza di Ovidio e lo sguardo da voyeur: Danae è una donna pronta a vendere il proprio corpo. Evidentemente anche i pittori sono raramente dalla parte delle donne.
Significativamente in questi quadri compare quasi sempre quella vecchia nutrice, diventata ormai mezzana. Immaginiamo sia lei a incassare per conto della sua signora. E anche Artemisia Gentileschi non è molto tenera con Danae, né con la nutrice. Non è pioggia quella che sta cadendo sulle due donne, ma sono monete d'oro, e mentre Danae sembra godere di quel dono celeste, la vecchia alza la lunga gonna, in modo da raccogliere il maggior numero possibile di monete, prima che cadano a terra. Non c'è alcuna poesia in questo quadro della Gentileschi, ma solo cupidigia.
Occorre arrivare ai primissimi anni del Novecento per vedere una nuova, scandalosa, Danae: quella di Gustav Klimt. Danae è come compressa nella tela quadrata utilizzata dal pittore viennese, il suo corpo disegna una spirale, il cui centro è la mano della donna che stringe un lembo di stoffa. Mentre l'altra mano è nascosta dalla gamba. Un velo, una calza di seta quasi del tutto caduta, i capelli rossi sfatti, gli occhi chiusi: Danae sta provando piacere. Ma non ha bisogno di un uomo, né della pioggia dorata, Danae basta a se stessa: è cominciata un'altra storia. C'è anche qui l'oro - come sempre nei quadri di Klimt - ma non è una sostanza venale, è l'energia sensuale ed erotica che Danae è capace di trasmettere. A se stessa prima di tutto e a chi la sta guardando. Sappiamo naturalmente che il Novecento non è stato il secolo delle donne, come questa immagine di Klimt avrebbe potuto far sperare.

martedì 19 novembre 2019

Verba volant (728): venduta...

Angelo Morbelli, Venduta, 1897
Venduta, agg. f.

E' il 1904. Gli articoli 134,135, 136 e 137 del Codice civile del Regno d'Italia definiscono l'istituto giuridico dell'autorizzazione maritale. In pratica una donna sposata non può, senza la preventiva autorizzazione del marito, acquistare o vendere immobili, contrarre un mutuo o un'ipoteca. E non può neppure andare in giudizio. Lo stesso Codice prescrive che la potestà sui figli è esercitata unicamente dal padre, si chiama infatti patria potestà. L'articolo 486 del Codice penale prevede una pena detentiva da tre mesi a due anni per le donne colpevoli di adulterio, mentre non esiste tale reato per i mariti fedifraghi. Naturalmente le donne non hanno diritto di voto: nel 1912, in occasione della riforma che introduce il suffragio elettorale maschile, quando qualcuno dice che si potrebbe cogliere l'occasione per estendere il voto anche alle donne, la proposta è accolta come una ridicola provocazione, come un'assurdità non degna neppure di essere presa in considerazione. All'inizio del Novecento una donna su due è analfabeta e, a parte nelle classi più ricche della società, è raro che le bambine possano frequentare più dei primi due anni di scuola. Anche perché una bambina a casa può fare molti lavori, mentre a lei cosa serve saper leggere e scrivere? Nell'immaginario del tempo, la donna è, nel migliore dei casi, l'angelo del focolare. In quell'anno Ruggero Leoncavallo scrive per Enrico Caruso la romanza Mattinata, che ottiene immediatamente un grande successo; magari non conoscete il titolo, ma l'avete certamente ascoltata, è una dolce serenata che comincia con il verso "L'aurora di bianco vestita". La donna è quella cosa lì, che deve essere - come l'aurora - di bianco vestita, perché la donna deve essere vergine, cosa che - ça va sans dire - non è richiesta al maschio. E, come nella canzone, deve aspettare l'uomo che la sposerà; e che deciderà per lei, che leggerà e scriverà per lei, che voterà per lei.
E' il 17 febbraio 1904. Alla Scala di Milano c'è la prima di una nuova opera. Certamente non è il rito esibizionista e volgare che è diventato ora, ma una prima alla Scala è sempre un evento. C'è una divertente canzone del Quartetto Cetra - il testo è dei grandi Garinei e Giovannini - intitolata In un palco della Scala; racconta di una serata milanese del 1893, dieci anni prima della nostra storia, ma poco doveva essere cambiato: le signore in décolletté, un sorso di marsala, un mazzolino di pansée.
Tra la buona società di questa Italia così bigotta e conservatrice, così maschilista e retriva, pensate l'effetto che fa la storia che viene raccontata quella sera alla Scala. Un po' come se mia madre nel '94 fosse andata al cinema a vedere Pulp fiction.
C'è questa famiglia un tempo ricca e importante, che è caduta in disgrazia, tanto che il padre si è ucciso per la vergogna. La madre e gli altri parenti decidono che l'unica soluzione sia quella di "vendere" la propria figlia quindicenne. Per fortuna c'è un sensale che si occupa di tutto: affitta ai ricchi stranieri case già completamente arredate, moglie inclusa. Il matrimonio viene celebrato con tutti i crismi, anche se lo straniero sa che per lui non ha alcun valore, e naturalmente viene consumato: dopo tutto il signore ha pagato. E non poco. Poi gli impegni lo chiamano in patria e la bambina rimane lì, da sola, ma aspetta un figlio. Passano tre anni e lo straniero torna lì, perché nel frattempo si è regolarmente sposato nel suo paese e pensa sia giusto portare il bambino in una famiglia "vera". La ragazza però ama quell'uomo e ama quel loro bambino, anche se sa benissimo che il loro è stato un semplice accordo commerciale. Non è stupida, sa cosa è successo, sa che dietro quel matrimonio c'è stato un affare su cui tanti hanno lucrato. Per lei però è stato un matrimonio "vero". Quando si trova di fronte la nuova moglie di quell'uomo che lei si ostina a considerare suo marito, capisce che ormai non c'è più nulla da fare. Il bambino potrà crescere con suo padre e con la sua "vera" moglie, ma per lei non c'è più posto: e così si uccide, con la stessa spada con cui si è ucciso il padre.

Che scandalo, che storia è mai questa. Una cosa così può capitare solo in Giappone. Che nel 1904 è come dire su Marte; sì, si sa che il Giappone esiste - proprio quell'anno ha cominciato una guerra con la Russia per il controllo della Manciuria e della Corea - ma è molto lontano. E poi quelli non sono neppure cristiani: magari laggiù succede davvero che le famiglie facciano sposare le loro figlie, quando sono ancora delle bambine. Da noi non succede. A dire la verità, l'articolo 55 del Codice civile del Regno d'Italia, dice che una donna per sposarsi deve avere quindici anni. Da noi, che siamo civili, le bambine lavorano nei campi o in fabbrica, ma non fanno mica figli, non sanno nemmeno come si fanno a quell'età. Veramente non serve che loro lo sappiano, è facile che trovino un maschio che "spieghi" loro come si fa, con le buone o con le cattive. Dicono che in certe case di vicolo Bottonuto ci sono anche delle bambine, ma io non le ho mai viste. Naturalmente io in certi posti non ci vado, parlo per sentito dire. E comunque se sono lì, è perché o loro o le loro madri hanno combinato qualcosa. Le figlie delle famiglie oneste non si trovano in quelle case lì. Il pittore milanese Angelo Morbelli dipinge due quadri intitolati Venduta, uno nel 1884 e un altro nel 1897: sono bambine, più piccole di Cio-Cio-San, sono piccoli ritratti con cui vuole gettare in faccia alla borghesia la piaga della prostituzione minorile. Per fortuna qui da noi queste cose non succedono: le bambine fanno le bambine, imparano a ricamare, a cucinare, a fare tutti questi lavori da donne. Siamo cristiani noi, siamo un popolo civile. Pinkerton non è giapponese, ma un cristiano, tanto che la ragazza si converte a questa religione e per questo viene ripudiata dalla sua famiglia, su istigazione dello zio bonzo. Però è un americano, e quelli lì non sono proprio come noi. Con un europeo una storia del genere non sarebbe potuta succedere: noi siamo di un'altra cultura, da noi le donne sono rispettate. E infatti nelle leggi in vigore nel 1904 in tutta Europa è prevista la fattispecie giuridica del delitto d'onore, ed è lecito bastonare una donna per “correggere” il suo comportamento, non è reato violentare una donna “di malaffare” e non è considerato uno stupro avere rapporti sessuali con la propria moglie se questa non è consenziente, anzi è lei che rischia di essere accusata di violare i doveri coniugali. La musica è bella, non c'è niente da dire: Puccini è sempre Puccini. E la Storchio: che voce, che temperamento. Non ha mica quindici anni: che donna. Certo che queste cantanti: pensa che l'anno scorso ha avuto un figlio da Toscanini. Sì, sì, le critiche sono state ingenerose. La musica è proprio bella, ma la storia, suvvia: sono cose che in un paese come il nostro non possono proprio succedere. Siamo troppo civili.

domenica 17 novembre 2019

Verba volant (727): affondare...

Affondare, v. intr.

Il mercante di Venezia è una storia in cui non c'è un "cattivo": è una cosa piuttosto rara perché questi personaggi sono molto utili per quelli che devono inventare delle storie. Nonostante questo Shakespeare è riuscito a scrivere una grande commedia che parla a noi, come parlava ai suoi contemporanei, e che continuerà a parlare alle donne e agli uomini che vivranno tra quattrocento anni - ammesso che questo pianeta ci sia ancora tra quattro secoli.
A dire la verità un "cattivo" in questa commedia c'è, è sempre in scena ed è ciò che fa muovere i personaggi: il denaro. E' il denaro che serve a Bassanio per poter diventare uno dei pretendenti di Porzia, è il denaro con cui Antonio dimostra il suo amore non corrisposto per l'amico, è il denaro che rende indispensabile un uomo altrimenti disprezzato come Shylock, è il denaro rubato con cui Jessica punisce il padre usuraio, è il denaro che diventa il terreno su cui si scontrano i due nemici Antonio e Shylock, è il denaro non restituito che vale una libbra di carne. Perché è il denaro a determinare i rapporti tra tutti i personaggi della commedia. E che li rende, di volta in volta, i "cattivi". E che rende così attuale questa storia, in un mondo come il nostro in cui i rapporti tra le persone sono definiti in maniera praticamente esclusiva dal denaro, da ciò che si possiede e da ciò che non si possiede, da ciò che si ostenta e da ciò che si desidera ostentare.
Ed è proprio il denaro a rendere ironicamente simili Antonio e Shylock. All'inizio della commedia il mercante guarda con superiorità, venata di razzismo, il parvenu a cui pure è costretto a ricorrere, ma poi, una volta caduto in disgrazia, perché le sue navi sembrano naufragate, diventa un uomo umiliato. Mentre Shylock, anche se è ricco, vive da povero, in qualche modo ostenta la propria finta povertà. E la fuga della figlia, che, a differenza di lui, è nata in un mondo in cui mostrare di essere ricchi è un valore, lo umilia. E così i due finiscono per diventare la stessa maschera. E quando Porzia, che non li conosce, arriva in tribunale, deve chiedere "Chi è l'ebreo?". Non c'è più una differenza di razza - che non c'è mai stata - ma la paura della povertà rende uguali questi due uomini per cui il denaro è così importante.
Per questo Il mercante di Venezia è prima di tutto una commedia sulla povertà, che tutti, senza distinzione di razza o religione, indistintamente temono. E che aleggia pericolosamente su ciascuno di loro.
Ed è una commedia sulla cupidigia, perché tutti vogliono il denaro. Per Shylock sua figlia è importante solo perché, morta la moglie, regge la casa. E una volta fuggita, non si preoccupa per lei, per quello che le potrebbe succedere, ma per i soldi che sta spendendo. Quando un amico lo informa che Jessica a Genova sta spendendo molto denaro, il padre dice
Morta vorrei vederla, qui, ai miei piedi,
coi gioielli agli orecchi!... In una bara,
e dentro i miei ducati!
Non c'è un "cattivo" neppure nella storia che vive oggi drammaticamente Venezia. Sarebbe bello se ci fosse: sconfitto il cattivo, avremmo salvato quella città. Invece è difficile immaginare che tra quattro secoli Venezia sia ancora lì. Forse sopravviverà soltanto la sua "brutta copia" che si trova a Las Vegas. Come nella commedia di Shakespeare, anche in quello che sta succedendo oggi nella città lagunare nessuno è davvero cattivo, perché lo siamo tutti, perché abbiamo accettato un mondo in cui il denaro è la pietra di paragone di ogni altro valore, è il fattore che determina le nostre vite.
E Venezia, come Jessica, è vittima della nostra cupidigia. Pensiamo a come ricavarne sempre nuovi ducati, e non pensiamo che un giorno potrebbe "fuggire". I mercanti di Venezia vendono la loro città, ma non se ne curano.
Antonio e Shylock - anche in questo ugualmente simili, nonostante non lo vogliano ammettere - saranno ugualmente colpevoli, quando alla fine la loro città affonderà.

mercoledì 13 novembre 2019

Verba volant (726): piuma...

Piuma, sost. f.

Ci sono questi tre maschi che, ciascuno in casa sua, aspettano una donna. Si tratta evidentemente per tutti e tre di un'occasione galante: forse è il primo appuntamento, forse si tratta di un'amante, certamente nessuna delle tre donne è la moglie o la fidanzata "ufficiale". Naturalmente cercano di preparare tutto al meglio: uno apparecchia il tavolo in giardino, uno si mette il papillon - ma siccome non sa fare il nodo, ha comprato un cravattino già fatto dai cinesi - uno ha addirittura messo le lucine di natale sul letto, come a dire "guarda che festa ti sto preparando". Quest'ultimo per sicurezza ha fatto anche una freccia per indicare dov'è il letto e, visto che pare abiti in un monolocale, bisogna dargli atto di essere abbastanza chiaro nelle sue intenzioni. A parte l'ovvio obiettivo con cui stanno facendo tutto questo, i nostri maschi hanno altri due punti in comune. Tutti e tre stanno cucinando; uso questo verbo in maniera un po' eufemistica, visto che stanno riscaldando una pizza surgelata. Non dico di cucinare qualcosa voi - comunque basta guardare un video di Benedetta Rossi per riuscire a tirare fuori una cosa commestibile - ma almeno potevate andare in rosticceria. Peraltro solo quello del giardino - che è il più vecchio e quindi il più ricco dei tre - ha due piatti. Le altre due malcapitate si devono accontentare di mezza pizza surgelata.
Ma siccome la mamma dei creativi è sempre incinta, l'altro tratto che accomuna questi tre maestri della seduzione è il fatto che cantano La donna è mobile. Immagino che il creativo - spero proprio non si tratti di una donna - ha fatto forse questo ragionamento: di questi tre si potrà dire che non sanno fare nulla in cucina, si potrà anche dire che sono taccagni, ma non si potrà certo dire che non sono uomini di mondo, conoscono perfino Verdi. 
E poi La donna è mobile è una canzone che tutti conoscono, perché ti entra immediatamente in testa, perché dopo che l'hai ascoltata, anche una sola volta, non puoi fare a meno di canticchiarla. Dal punto di vista pubblicitario funziona perché immediatamente associ la pizza a quel brano. Verdi lo sapeva benissimo - non che avrebbero usato la sua musica per vendere tristi pizze surgelate - ma che si trattava di una canzone facile da imparare. E infatti consegnò la pagina con lo spartito al direttore Gaetano Mares e al tenore Raffaele Mirate solo il giorno prima della messa in scena di Rigoletto, con l'ordine di non farla sentire a nessuno. Verdi sapeva che chiunque in teatro l'avesse ascoltata, immediatamente sarebbe uscito per le calli di Venezia fischiettando quel motivo, invece voleva che fosse una sorpresa per il pubblico che l'11 marzo 1851 assistette alla prima di quella sua opera.
Il Maestro Verdi con La donna è mobile scrive un brano molto orecchiabile, ma vuole scrivere anche qualcosa di assolutamente volgare. Quell'incauto pubblicitario chissà se ha ascoltato le parole della canzonaccia che ha voluto mettere in quello spot, per vendere due pizze surgelate in più. 
Verdi fa esordire il duca di Mantova con una ballata altrettanto volgare, Questa o quella per me pari sono. E' l'uomo che si vanta delle sue conquiste e per questo viene ammirato e invidiato dagli altri uomini che sono intorno a lui e anche corteggiato da troppe donne, che non si rendono conto di quanto sia pericoloso questo predatore, tanto più pericoloso, quanto più grande è il suo potere. E il duca nella sua città può tutto, può blandire, può minacciare, può stuprare, nessuna donna potrà mai accusarlo, anzi lo dovranno ringraziare per l'onore che ha fatto loro. 
Il duca di Mantova è un personaggio viscido, che usa il suo potere per ottenere le donne che desidera, che non conosce l'amore, perché è capace solo di possedere. E Verdi esprime il disprezzo per questo suo personaggio, il vero colpevole del suo dramma - un colpevole che non sarà punito - proprio facendogli cantare La donna è mobile in uno dei momenti più carichi di tensione dell'opera. E' l'inizio del terzo atto, il dramma di Gilda si è già compiuto: l'uomo che lei ama e da cui credeva di essere riamata, l'ha violentata e disonorata. Eppure lei lo ama ancora. Sa che il padre lo vuole far uccidere e si dispera per quell'uomo. Che intanto fa a comprarsi una donna - il duca è un maschio che ragiona così, le donne si comprano o si rubano - mentre va da Maddalena, canta appunto La donna è mobile.
Ma Verdi è un maestro del teatro e quelle note oscene torneranno. Siamo alla fine dell'opera, Rigoletto crede di aver compiuto la sua vendetta, davanti a lui c'è il sacco in cui pensa ci sia il cadavere del duca, ma all'improvviso si sente in lontananza una canzone, è quella canzone che Rigoletto ha già sentito tante volte, di cui ha riso, che probabilmente ha cantato anche lui insieme al suo padrone. Riconosce la voce e all'improvviso capisce di chi è il corpo in quel sacco, capisce che la maledizione si è compiuta. Gilda è morta, Rigoletto vive con il suo dolore indicibile, il duca canta, può continuare a cantare le sue canzoni da osteria, può continuare a comprare o a rubare le donne che desidera. 
Quindi sapete cosa dovrebbero fare quelle tre donne quando arrivano all'appuntamento? Tirare un bel ceffone a quei tre imbecilli che cantano La donna è mobile. E noi dovremo darne uno anche al creativo.

lunedì 11 novembre 2019

Storie (XIV). "Il motoscafo di Puccini..."

Motoscafo, sost. m.

Quanta gente stasera a teatro. Sono così emozionato, eppure non sono io che devo cantare e ballare su quel palcoscenico. La nostra Kathy sarà bravissima. Vorrei tanto che Nora fosse qui con me. E vorrei ci fossero anche i miei genitori. Se oggi nostra figlia può debuttare a Broadway, è anche grazie alle manie di due uomini che io non mai conosciuto.

Cornelius Willmore Heyes non ha mai voluto acquistare un'automobile. Mio padre ci ha sempre raccontato che lui era rimasto l'ultimo cocchiere ad aspettare con la carrozza davanti al Metropolitan. Tutti gli altri erano autisti, a bordo delle loro luccicanti automobili. Ma il signor Heyes non ne ha mai voluta una, anche se naturalmente avrebbe potuto permettersela: era uno degli uomini più ricchi di New York. Questa mania - una delle tante del signor Heyes - è stata la fortuna di mio padre. Nel suo villaggio in Lituania aveva sempre badato ai cavalli, era la cosa che sapeva fare meglio, però in America aveva dovuto adattarsi a mille altri lavori per tirare avanti. Ma quando un suo lontano parente, che era a New York da molti anni ed era il cuoco del signor Heyes, gli disse che il vecchio cocchiere era morto, mio padre capì subito che quella era la sua grande occasione. Si presentò a casa Heyes, disse quello che sapeva fare e ottenne quel lavoro. Viveva in una piccola casa in fondo al giardino, a fianco delle stalle e della rimessa delle due carrozze. Mio padre amava il giardino, gli alberi erano la cosa che gli mancava di più della Lituania. Prima di trasferirsi a Manhattan, nella grande casa del signor Heyes, era vissuto a Brooklyn in vecchi caseggiati, dove non c'erano alberi.
Mio padre ricordava bene quella sera del 1910, lavorava per il signor Heyes da appena un mese. Una settimana prima il maggiordomo gli aveva detto che per il 10 dicembre avrebbe dovuto preparare i cavalli e la carrozza più bella: il signor Heyes sarebbe andato all'opera. Quel maggiordomo era un vecchio irlandese che era a servizio della famiglia da moltissimi anni. Tra la servitù si diceva perfino da prima che nascesse il signor Cornelius, ma mio padre sapeva che era impossibile. Però doveva essere vero che era già a servizio quando il giovane Cornelius era tornato da Parigi, alla morte del padre. E tornò molto ricco e molto strano. Cominciò allora a chiudersi in casa, senza voler vedere nessuno, se non per sistemare i suoi affari. Non si era mai sposato, ma si diceva che avesse amato una ragazza francese.
Mio padre aveva imparato qual era la strada più veloce per arrivare al Metropolitan e quella sera c'era davvero una gran confusione in tutta Manhattan: tutt'intorno al teatro c'erano bandiere americane e italiane. C'era una grande attesa per quella nuova opera. Un poliziotto fece passare la carrozza del signor Heyes, che poteva fermarsi proprio a lato del teatro, sulla 65esima. Il signor Heyes era il donatore più munifico del Metropolitan e quando la carrozza si accostò al marciapiede, il direttore del teatro era già lì per salutarlo. L'autista dei Vanderbilt - che veniva da un villaggio a pochi chilometri da quello dov'era nato mio padre - gli disse che quella sera c'era la prima di un'opera di un'importante musicista italiano, e che l'aveva ambientata in America. E che per quello spettacolo era venuto apposta dall'Italia. Era già venuto a New York un paio d'anni prima, una sera era andato anche a cena dai suoi padroni. Era uno famoso, però non si ricordava come si chiamava, una cosa come Piccini, o Piccioni. Gli disse anche che quella sera cantava Caruso e che dirigeva l'orchestra Toscanini. Mio padre non conosceva nessuno di questi nomi.
Era davvero freddo quella sera e lo spettacolo fu molto lungo. Mio padre pensava che sarebbe stato bello stare dentro un'automobile, specialmente quando cominciò a piovigginare. Almeno gli autisti non si bagnavano e si proteggevano dal vento.
Il signor Heyes era felice quando tornò alla sua carrozza e anche mio padre era contento di tornare finalmente a casa.
Erano passati solo due giorni dalla sera dello spettacolo, quando il maggiordomo arrivò tutto agitato nell'alloggio di mio padre. Il signor Cornelius aveva accettato un invito a casa Vanderbilt. Erano passati più di vent'anni da quando il signor Heyes era andato a un ricevimento. La sera usciva solo per andare all'opera.
Quella sera c'era una sola carrozza nel giardino dei Vanderbilt. Nevicava e tutti gli autisti stavano nelle auto. Mio padre vedeva il fumo delle loro sigarette uscire dai finestrini. "Vuole una tazza di caffè?" Mio padre raccontava che si era addormentato sotto il suo mantello e all'improvviso si sentì fare questa domanda. Era una delle cameriere che portava qualcosa di caldo agli autisti in attesa. Carmela cominciò proprio con quel ragazzo biondo che sedeva a cassetta della carrozza del signor Heyes. Anche suo padre a Roma faceva il cocchiere, Carmela sapeva quanto lungo fosse aspettare così, al freddo.
L'attesa non fu molto lunga, il signor Heyes venne via presto: mio padre si accorse subito che era contento, perché volle salire a cassetta insieme a lui. Lo faceva ogni tanto quando aveva visto qualcosa di straordinario da raccontare. Il signor Heyes aveva finalmente incontrato Giacomo Puccini, solo per quello si era convinto ad accettare l'invito dei Vanderbilt, che si aspettavano che - come al solito - rifiutasse. Era riuscito a parlargli in francese, gli aveva espresso tutta la sua ammirazione e gli aveva chiesto una pagina di spartito firmata. Puccini gli era parso riluttante, ma gli disse che era disposto a pagare qualsiasi cifra per quella firma. E il maestro accettò. Mio padre ascoltava con attenzione quello che il signor Heyes gli stava raccontando, anche se per lui l'unica cosa importante di quella sera erano gli occhi neri di Carmela.
I giorni successivi la casa del signor Heyes era in subbuglio: uno dei prossimi pomeriggi l'artista italiano sarebbe venuto a prendere il tè. Non ricevevano una visita da anni. Mio padre fu incaricato di aiutare il giardiniere, un vecchio italiano che faceva quel lavoro da sempre, ma non riusciva più a svolgere i lavori pesanti. E la cura del giardino ne risentiva. Il maggiordomo dovette assumere per quei giorni del nuovo personale. A parte mio padre erano tutti vecchi e il lavoro da fare era tanto. Il signor Heyes accettò perfino che venisse impiegata qualche donna. Non voleva donne a servizio.
Il maggiordomo chiese aiuto al suo collega dei Vanderbilt e fu così che mio padre poté rivedere Carmela. "Hai mai visto un'opera di Puccini?" Mio padre le rispose che non era mai stato a vedere un'opera, andava ogni tanto agli spettacoli di varietà: un mese prima aveva visto un inglese con i baffetti davvero spassoso. "A me Puccini piace molto, racconta bellissime storie d'amore, anche se finiscono tutte male." Mio padre si stupì quando lei accettò di andare insieme a lui a uno spettacolo. Raccontava che si meravigliò perfino di essere riuscito a fargliela quella domanda.
Mio padre quel pomeriggio vide finalmente Giacomo Puccini. Prima di entrare in casa il maestro si fermò in giardino, osservò gli alberi, raccolse una foglia caduta, accarezzò una siepe. Mio padre pensò che anche a Puccini dovevano mancare gli alberi della sua terra. Il maestro si fermò poco, il tempo per un tè e per concludere l'affare per cui era venuto: la firma sulla pagina di uno spartito in cambio di tremila dollari, la somma necessaria per acquistare un potente motoscafo che Puccini aveva visto a New York e che voleva per andare a caccia sul lago vicino a casa sua. La mania per l'opera del signor Heyes e quella per la velocità del genio italiano si erano perfettamente accordate.
Fu il signor Heyes che scelse la pagina: il valzer di Musetta, dalla Bohème. Ovviamente non ha mai detto a nessuno perché proprio quella. Chissà se Puccini glielo chiese. Probabilmente no, stava già pensando al suo nuovo motoscafo.
Il signor Heyes è stato molto generoso nel suo testamento. Anche con il Metropolitan. Lasciò una bella somma a ciascuno del personale di servizio. A mio padre fece anche un dono di nozze: aveva visto che quella cameriera dei Vanderbilt continuava a visitare il suo giardino. Regalò loro la pagina firmata da Puccini. Con quei soldi mio padre ha avviato l'attività di auto di lusso a noleggio, in cui ho lavorato anch'io e che adesso gestisce mio figlio. Non abbiamo più l'ufficio a Manhattan, ormai fa tutto con il computer. E' stata nonna Carmela a decidere di vendere lo spartito per pagare a Kathy i corsi alla Juilliard. E adesso sta per debuttare a Broadway.

John, l'uomo accanto a me sta già piangendo. Speriamo lo spettacolo sia bello: a me Rent sembra un titolo così strano.

giovedì 7 novembre 2019

Verba volant (725): fanciulla...

Fanciulla, sost. f.

Sapete che io adoro raccontarvi vecchie storie sui musical, ma oggi voglio parlarvi di uno che è molto speciale: perché non è mai stato composto. A dire la verità il soggetto è stato scritto nei primi anni del Novecento: è una bella storia d'amore ambientata nel west al tempo della corsa all'oro. C'è tutto quello che serve per un ottimo musical: c'è la trama principale, ci sono le sottotrame, e poi c'è passione, c'è suspense, c'è emozione, c'è lo sceriffo che è il cattivo e c'è il bandito che alla fine è il buono, e c'è lei, la protagonista, bella, forte, che combatte per il suo amore, e poi c'è il lieto fine con i due innamorati che galoppano insieme al tramonto. E il west piace sempre: è un classico. La miglior dimostrazione che questo soggetto funziona l'ha data Cecil B. DeMille che nel 1915, basandosi su questo script, ha sceneggiato, montato, diretto e prodotto un film che è stato un successo di quell'anno. E Cecil è uno che di belle storie se ne intende: pensate a quella dove c'è l'eroe che per salvare il suo popolo in fuga con il suo bastone divide in due le acque del Mar Rosso. Quindi il soggetto c'è. Manca il libretto, o meglio ci sarebbe anche quello, ma è in italiano ed è un po' datato, a volte un po' troppo aulico: in fondo la poesia italiana dei primi anni del Novecento risente inevitabilmente o della retorica carducciana o dell'estro dannunziano. Comunque questo non sarebbe il problema maggiore: trovata l'idea e composta la musica, il libretto si scrive da sé. E c'è già anche la musica. Bellissima, coinvolgente, piena di emozioni. Indubbiamente un capolavoro. Ma non è stata scritta per Broadway, il pubblico che esce dallo spettacolo non si mette a canticchiare quelle arie come fa invece con le canzoni di Oklahoma!
Oh, what a beautiful mornin'
Oh, what a beautiful day
Intendiamoci: è musica moderna per i suoi tempi, molto moderna, e prepara tutta la musica "nuova" che ci sarà nel Novecento, ma non è ancora jazz. E' "solo" opera.
Luciano Berio conosce molto bene le opere di Giacomo Puccini. Lo apprezza proprio perché con la sua musica il compositore lucchese sperimenta nuove forme, nuovi colori, nuove armonie. Puccini è un musicista che vuole contaminare i suoni di tutti i continenti. Berio sa bene che Puccini è il maestro di tutto il Novecento e per questo ha deciso di comporre un musical partendo da uno dei suoi capolavori, La fanciulla del west. Purtroppo non ci riuscirà e a noi rimane il rammarico di immaginare cosa sarebbe potuto nascere dal lavoro comune di questi due grandi compositori, le cui musiche, così diverse, aprono e chiudono il Novecento.
Non potremo mai assistere a questo musical perché Berio non ha fatto in tempo, perché ha impiegato molto tempo prima di affrontare Puccini. Ha dovuto essere Berio fino in fondo, ha dovuto sperimentare moltissimo prima di affrontare questo "classico", in qualche modo è dovuto diventare lui stesso un "classico".
A più di settant'anni decide di scrivere il finale di Turandot, dimenticando quello composto da  Franco Alfano e tagliato con l'accetta da Arturo Toscanini. Berio riprende le pagine già scritte da Puccini, che si è portato dietro a Bruxelles e su cui ha continuato a lavorare fino alla morte, le arrangia per l'orchestra cercando di essere il più fedele possibile allo stile del maestro di Torre del lago, e aggiunge quello che manca, questa volta senza dimenticare di essere Berio, senza rinunciare al proprio stile, con tutte le sue asperità. Eppure quando ascolti il terzo atto dell'opera, dopo la morte di Liù, tu sai che non è più Puccini, e probabilmente non è neppure Berio, è semplicemente Turandot, è semplicemente grande musica. Ovviamente non c'è nulla di semplice, ma è qualcosa che ti arriva al cuore, perché quella storia ti parla, ti parla il sacrificio di Liù e ti parla il cambiamento della principessa che finalmente diventa donna.
Mi piace pensare che Berio con questo finale e con il progetto di far diventare un musical La fanciulla del west abbia voluto dirci proprio questo, che la musica è più forte di tutte le nostre categorie, di tutti i nostri generi, di tutte le nostre filosofie. E credo che Puccini sarebbe stato assolutamente d'accordo.

sabato 2 novembre 2019

Verba volant (724): favorito...

Favorito, agg. m.

Chi ha scritto My favorite things? John Coltrane, dirà qualcuno di voi, ricordando di aver ascoltato questo bellissimo pezzo suonato dal sassofono del geniale jazzista americano. Tranquilli, non siete gli unici ad aver fatto questo errore.
Molti pensano, sbagliando, che My favorite things sia una mia composizione; vorrei tanto averla scritta io, ma è di Rodgers e Hammerstein.
E' il 1960: nonostante il successo di Kind of blue, John decide di lasciare il gruppo di Miles Davis e fonda il proprio quartetto con McCoy Tyner al pianoforte, Steve Davis al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria. Ha voglia di esplorare le possibilità espressive del sax soprano e di esercitare il suo stile musicale su alcuni brani "classici", ormai diventati standard jazz. Ne sceglie due di Gershwin, But not for me e Summertime - su cui aveva già lavorato a lungo Davis con la sua tromba - uno di Cole Porter, Ev'ry time we say goodbye, e poi una canzone che l'anno precedente Rodgers e Hammerstein hanno scritto per il loro nuovo musical, The sound of music. Non è certo la canzone più famosa di quello spettacolo, ma a Coltrane piace molto ed è sicuro di riuscire a ricavarne quello che sta cercando. Ha ragione: My favorite things, quella traccia di quasi quattordici minuti in cui lui e Tyner intrecciano i loro assoli su una melodia apparentemente semplice, diventerà uno dei suoi brani più famosi. Lo interpreterà molte altre volte e ogni volta sarà sempre differente da quella prima storica registrazione. In un concerto a Tokyo del 1966 quel brano dura quasi un'ora.
Strano destino quello di questa canzone. Forse la conoscete anche come una canzone di natale, perché tanti artisti l'hanno inserita nei loro album natalizi, da Tony Bennett a Barbra Streisand. Anche se le prime a farne un classico delle feste sono state le Supremes nel 1965. Certo ci sono le campane e le slitte, la neve e le manopole di lana, i pacchetti, ma non è Natale, semplicemente siamo a Salisburgo; e infatti tra le cose preferite di questa giovane ragazza austriaca c'è la schnitzel. O magari avete sentito questa canzone nella versione dei Chicago oppure cantata da Björk nel finale di Dancer in the dark.
Poi naturalmente potete averla ascoltata nel film Tutti insieme appassionatamente, come è stato tradotto in Italia, in maniera davvero bizzarra, il titolo del film che nel 1965 è stato tratto dal musical. La musica è sempre quella di Richard Rodgers, ma le parole sono di Antonio Amurri, uno dei padri del varietà radiofonico e televisivo del nostro paese, insieme a Maurizio Jurgens e Dino Verde, con cui ha spesso lavorato. Amurri - che è anche un prolifico paroliere - abbandona il testo di Oscar Hammerstein II e lo riscrive completamente. Spariscono così le oche selvatiche che volano con la luna sulle ali, come gli inverni argentati che si sciolgono nella primavera. Nella versione italiana del film è Tina Centi a dare voce a Maria, cantando con grazia Le cose che piacciono a me. In quegli anni doppia anche le canzoni di My fair Lady e Mary Poppins: Tina Centi è una delle grandi voci "dimenticate" del cinema italiano, eppure è grazie a lei se ricordiamo alcune splendide canzoni della nostra infanzia. Per noi Julie Andrews avrà sempre la voce di Tina Centi.
Naturalmente potete aver sentito questa canzone nella versione più "classica", ossia quella interpretata da Julie Andrews per il film. In pochi mesi, tra il 1964 e il '65, con Mary Poppins e The sound of music, l'attrice diventa una delle più grandi star di Hollywood, un'icona della cultura del Novecento.
Ma arriviamo finalmente alla canzone per come è stata scritta - probabilmente la versione che davvero pochi di voi conoscono - ossia quella per il musical che ha debuttato il 16 novembre 1959 al Lunt-Fontanne theatre a Broadway, appena sessant'anni fa. E scopriamo, inaspettatamente, che si tratta di un duetto.
Le monache di Nonnberg non sanno proprio cosa fare con quella giovane postulante che ama tanto cantare e che si perde di continuo tra i monti intorno all'abbazia: forse non è pronta per la vita monastica, bisogna che stia per qualche tempo fuori da lì, nel mondo. La madre badessa dice a Maria che ormai la decisione è presa: sarà la nuova governante dei sette figli del capitano von Trapp, che è rimasto vedovo. A questo punto Maria naturalmente canta e - dopo tutto è un musical - insieme a lei canta anche la madre badessa; e cantano, una dopo l'altra, The favorite things. Nel film - come ricorderete - la canzone arriva un po' più avanti nella storia: Maria è già al lavoro, si è già conquistata l'affetto dei figli del capitano, quando una notte scoppia un violento temporale e la giovane canta questa canzone per tranquillizzarli. Ormai gran parte delle produzioni teatrali accettano questa versione e The favorite things viene cantata dalla sola Maria a questo punto della storia.
A Broadway le due interpreti del brano sono Mary Martin e Patricia Neway - rispettivamente nei ruoli di Maria e della madre badessa. Martin è una delle grandi regine di Broadway: dopo una lunghissima gavetta e tantissimi provini - da cui il soprannome Audition Mary - viene finalmente notata da Hammerstein. E' l'inizio di una brillante carriera, in pochi anni è la protagonista di tre grandi musical: South Pacific, Peter Pan e appunto The sound of music, per ciascuno dei quali vince il Tony. Mary Martin rimarrà sempre una grande interprete teatrale, Hollywood non la riconoscerà mai come una possibile star. Per questo rischiamo di dimenticarla, nonostante i suoi grandi successi e la sua splendida voce.
Come non conosciamo il nome di Patricia Neway, una delle maggiori soprano statunitense, che nella sua carriera ha alternato continuamente - e con successo - i ruoli nel musical con quelli nell'opera, in un periodo particolarmente felice per il teatro negli Stati Uniti. Nel 1946 debutta come Fiordiligi in Così fan tutte di Mozart e due anni dopo è nel coro femminile della prima di The rape of Lucretia di Benjamin Britten. Nel 1950 è la protagonista femminile dell'opera di Gian Carlo Menotti Il console, poi la Madre nei Sei personaggi in cerca di un autore di Hugo Weisgall - dalla commedia di Pirandello - e ancora Santuzza nella Cavalleria rusticana di Mascagni, Marie nel Wozzeck di Alban Berg, Erodiade nella Salomé di Richard Strauss. A Parigi è la protagonista della Tosca di Puccini, ma in America continua a interpretare le opere di autori suoi contemporanei come Samuel Barber, Lee Hoiby, Carlisle Floyd. E nel 1960 per il suo ruolo in The sound of music ottiene meritatamente il Tony. E' di sei anni più giovane di Mary Martin, ma la sua interpretazione e la sua voce si impongono. Naturalmente per il film è troppo giovane: la madre badessa sarà Peggy Wood, un'attrice di grande tradizione.
Patricia Neway nel corso di tutta la sua carriera, accetta molti ruoli in opere "moderne", dando quindi un grande contributo al rinnovamento di questo genere nel teatro statunitense - perché, a differenza di quello che credono molte cariatidi qui in Italia, ci sono anche opere "moderne" - e in tutti i suoi ruoli riesce sempre a tenere insieme una grande capacità interpretativa alle indubbie doti canore. In rete potete trovare alcune sue interpretazioni - specialmente televisive - che meritano di essere viste.
Rileggendo quello che ho scritto fino adesso, mi sembra proprio di aver raccontato diverse cose che piacciono a me: le variazioni modali di John Coltrane, la bella televisione di Amurri e Verde, l'incantevole eleganza di Julie Andrews, le canzoni di Mary Poppins cantate da Tina Centi e Oreste Lionello, la possibilità di raccontare in tanti modi le commedie di Luigi Pirandello, le belle opere liriche, di tutte le epoche, la voce appassionata di Patricia Neway, e naturalmente la luna sulle ali della oche selvatiche.