Verità, sost. f.
Giulio era un giovane intellettuale italiano, che ha cominciato a studiare le vicende del Medio oriente - e dell'Egitto in particolare - e che nel corso di questo lavoro si è appassionato a quello che stava facendo, forse troppo, forse commettendo qualche imprudenza, forse fidandosi di qualcuno di cui avrebbe fatto meglio a dubitare. Giulio era giovane, molto giovane, e questi sono errori che si possono commettere proprio quando si è giovani. Abbiamo tempo quando invecchiamo per perdere l'entusiasmo per quello che facciamo e il coraggio di andare fino in fondo per difendere le nostre idee. Giulio in particolare ha cercato di capire come si sta muovendo e organizzando il sindacato egiziano, per ora l'unico elemento di resistenza a quel regime. Probabilmente ha fatto anche un buon lavoro, visto che quello stesso regime ha deciso di rapirlo, di torturarlo e alla fine di ucciderlo.
Non sappiamo - probabilmente non sapremo mai - chi ha ucciso Giulio, o meglio non sapremo i loro nomi, ma sappiamo chi erano: poco importa se poliziotti, agenti dei servizi o delle forze speciali. Erano uomini del regime quelli che lo hanno imprigionato, torturato e ucciso per quello che sapeva, per quello che scriveva, per quello in cui credeva. E sono poco importanti i loro nomi: un regime ha sempre a disposizione molte persone per fare questi lavori sporchi.
Sappiamo però i nomi dei responsabili, ossia di chi ha saputo, di chi ha coperto, di chi ha voluto questo delitto, sappiamo i nomi di chi ha fatto uccidere Giulio. Si tratta di una lista non molto lunga. In cima a questa lista c'è il nome di Abd al-Fattah al-Sisi. Non mi interessa sapere se egli ha ordinato personalmente questa uccisione, probabilmente no, perché Giulio non era così importante da scomodare il capo del regime, ma certamente ora lui sa come sono andate le cose, sa chi ha deciso, chi ha materialmente compiuto l'azione, sa chi ha ucciso Giulio. E tace naturalmente, perché un dittatore fa così, protegge i suoi sgherri quando eliminano un nemico. E poi ci sono le varie cariche di quel regime, il ministro dell'interno, il capo dei servizi, il capo della polizia. Basta fare una ricerca in internet per avere i nomi delle persone che dovrebbero essere processate e condannate per la morte di Giulio.
Sarebbe comodo però fermarsi lì. Lo dico con senso di responsabilità, perché mi rendo conto che è un'affermazione grave, ma anche il governo italiano, a partire dal presidente del consiglio, è tra i responsabili di quel delitto e come tale dovrebbe essere chiamato a giudizio. E' responsabile perché sa, sa quello che sappiamo noi cittadini che proviamo a informarci, ma verosimilmente sa anche qualcosa di più - o almeno dovrebbe saperlo, altrimenti sarebbe ancora più grave. Il governo italiano sa che al-Sisi è un dittatore, sa che in Egitto c'è un regime autoritario in cui sono negati i diritti elementari di difesa e sa che Giulio è stato ucciso da quel regime. E che il suo cadavere è stato fatto trovare proprio nel giorno in cui il ministro espresso e indicato da Confindustria era in quel paese per stringere affari con quel regime. Il governo italiano, a partire da chi lo guida, è responsabile della morte di Giulio perché ha deciso che quel giovane studente non vale i 6 miliardi di dollari che in un anno si muovono tra i due paesi.
Naturalmente il governo italiano ha finto quel po' di sdegno che era lecito e doveroso attendersi di fronte all'emozione per la morte violenta di Giulio, ma poi quell'omicidio è diventato un argomento di cui è meglio non continuare a parlare. Perché l'Egitto è un alleato chiave in quel delicato scacchiere, perché gli Stati Uniti hanno fatto sapere che è meglio non alzare troppo la voce e soprattutto perché al governo del nostro paese quel regime piace, piace molto, perché fa affari con le aziende italiane, perché difende - immagino dietro compenso - i loro interessi, perché combatte i sindacati e gli imprenditori italiani amano fare impresa in paesi in cui i lavoratori non hanno diritti. Tra le persone da indagare per l'omicidio di Giulio bisogna mettere anche Emma Marcegaglia e Claudio Descalzi che sono a capo di Eni, l'azienda italiana che fa più affari in Egitto. Loro sono certamente responsabili, così come i vertici di Enel, Edison, Ansaldo, Banca Intesa Sanpaolo, Pirelli, Italcementi. L'elenco dei responsabili della morte di Giulio come vedete è molto lungo, perché 6 miliardi di dollari sono molti, ma con un po' di pazienza è possibile ricostruirlo.
Un regime non fa mai molta fatica a trovare i propri sicari, ma non ne fa neppure a trovare chi si adatta a servizi ancora più sordidi. Immediatamente dopo la morte di Giulio hanno cominciato a diffondersi voci maligne su quel giovane, sospetti, maldicenze, notizie false. In Italia conosciamo bene questa tecnica di diffamazione dei morti, l'ha usata spesso la mafia per coprire i propri delitti, e quindi non è strano che quel mondo oscuro che si muove attorno al governo del nostro paese usi questo sistema per tentare di screditare un morto che in qualche modo danneggia l'immagine moderna e progressista del regime che stanno costruendo qui in Italia. Anche in questo caso l'elenco è lungo, ma vorrei cominciare a chiamare alla sbarra Edward Luttwak che ha "assolto" il regime egiziano, dicendo che probabilmente Giulio è stato ucciso da un amante. E a seguire tutti quelli che hanno scritto che Giulio era un agente o peggio quelli che hanno scritto, più o meno velatamente, che Giulio in fondo se l'è andata a cercare. Non a caso la stessa frase che viene usata per giustificare i maschi che fanno violenza alle donne.
Giulio era un giovane intellettuale europeo, uno di quei giovani che. indipendentemente da dove siano nati, pensa di poter studiare e lavorare a Londra, a Parigi, o in qualsiasi altra città del mondo. Sono come i clerici vagantes che viaggiavano in tutta Europa per seguire le lezioni che a ciascuno di loro interessava di più, per incontrare quei docenti con cui si sentivano più in sintonia, per cercare i libri custoditi in quella biblioteca e non in un'altra. Quei giovani studenti rappresentarono una delle grandi risorse della storia europea, il segno di un risveglio culturale e sociale che è stato determinante per creare l'identità europea. Per questo i giovani come Giulio, come Valeria Solesin, come le centinaia di ragazze e ragazzi che studiano, lavorano, fanno ricerca, producono cultura, sono protagonisti della solidarietà, in giro per l'Europa, sono così importanti e dovrebbero essere aiutati, al di là dei paternalistici incoraggiamenti di un ministro che, essendo professore universitario, immagina che il mondo fuori sia tutto così corrotto e clientelare come quello che lei conosce e in cui ha fatto carriera. Purtroppo la generazione di Giulio non sembra raccontarci un mondo che sta per uscire dagli anni bui, ma un mondo destinato a crollare, sotto il peso dell'egoismo, della volgarità, della ricchezza, dell'ingiustizia. E forse è un bene che crolli questo impero, così marcio.
Giulio era un giovane di sinistra, un giovane che amava il pensiero di Antonio Gramsci, un giovane che pensava che il mondo potesse cambiare. Era un giovane che aveva delle idee, delle utopie direbbe qualcuno che quelle stesse utopie le ha buttate alle ortiche. E forse non solo un'occasione accademica l'ha portato fino nel paese in cui è morto, perché là - più che nel nostro mondo che sta morendo - sta nascendo una speranza, perché là ci sono tanti giovani - e anche tante giovani - che lottano, anche se è difficile, anche se è pericoloso, perché hanno una speranza. Il nostro impegno per trovare la verità sulla morte di Giulio, per condannare chi, a vario livello, è responsabile della sua morte, è importante non solo per onorare la sua memoria, ma soprattutto per quei giovani che Giulio ha conosciuto e che, nonostante tutto, continuano a lottare. La verità non servirà più a Giulio, ma servirà a loro; e questo è importante anche per Giulio.
VERITA' PER GIULIO REGENI
venerdì 19 febbraio 2016
mercoledì 17 febbraio 2016
Verba volant (248): complotto...
Complotto, sost. m.
Secondo Paola Taverna c'è un complotto per far vincere il Movimento Cinque stelle alle prossime amministrative di Roma. Tesi a suo modo suggestiva, ma a cui credo poco. Invece sto cominciando a credere che esista un complotto per far perdere ai grillini le politiche, un complotto tutto interno a quel partito.
Probabilmente è un limite legato alla mia età, alla mia formazione politica, alla mia ostinazione a leggere il mondo attraverso alcune categorie - la dicotomia tra destra e sinistra, il conflitto tra le classi sociali, e tutto quello che sapete - ma io davvero non capisco il Movimento Cinque stelle; non ce la faccio.
In Italia c'è un elettorato - credo ampio e potenzialmente in crescita - di sinistra, sostanzialmente orfano, che non sa per chi votare. Non vorrebbe votare pd perché c'è renzi, perché si è trasformato nel partito della nazione, per il jobs act e per tutte le cose che sapete. Ovviamente non voterà a destra. E francamente sembra lontana la prospettiva della creazione di un soggetto politico autonomo e forte a sinistra, come è avvenuto in Grecia e in Spagna. E quindi non sappiamo cosa fare, ci arrabbiamo, firmiamo appelli - qualcuno tiene addirittura un blog - e speriamo che qualcosa accada, ma sostanzialmente rimaniamo inermi. Verso questo elettorato, verso quelli come me, il M5s alza un muro, che ogni giorno sembra sempre più alto; ci vuole allontanare e questo sinceramente non lo capisco. Vi fanno così schifo i nostri voti? Pensate siano così pochi? Che siano così inutili?
Guardiamo quello che è successo in questi giorni. Il pd ha presentato un disegno di legge per garantire qualche diritto alle coppie formate da persone dello stesso sesso: è una legge importante, non di sinistra in senso stretto - in altri paesi provvedimenti del genere, anche più radicali, sono stati sostenuti da partiti di destra - ma comunque sentita come una necessità dalla parte più progressista di questo paese. E' una legge osteggiata da un fronte conservatore molto ampio, tra cui alcune forze, come le gerarchie cattoliche, strettamente legate al pd. Personalmente credo che al capo di quel partito non freghi nulla dei diritti degli omosessuali, però ha capito - o gli hanno fatto capire - che si tratta di una legge che assicura a quel partito la simpatia e l'adesione di molte persone di sinistra. Quando si presenteranno al voto, quelli del pd potranno dire ai loro potenziali elettori di sinistra: vedete, grazie a noi adesso ci sono le unioni civili. E molti elettori di sinistra cadranno nella trappola, dimenticando che questo è il governo che vuole stravolgere in senso autoritario la Costituzione, che ha cancellato molti diritti dei lavoratori, che ha fatto una politica sociale sostanzialmente di destra. Ovviamente il gioco funziona perché una parte di quel partito continua a votare contro questa legge sui diritti, e così il pd potrà da un lato presentarsi come il partito che ha voluto le unioni civili - ma non le adozioni - e dall'altro continuare a fare affari con la destra peggiore, e quindi a strizzare l'occhio sia ai movimenti degli omosessuali che alla Cei.
Stante così le cose, cosa poteva fare il M5s? Poteva rifiutare ogni dialogo con il pd, poteva dire da subito che non avrebbe mai votato una legge proposta da quel partito, poteva mettere renzi con le spalle al muro, dal momento che si sapeva che non avrebbe avuto i numeri per votare da solo quella legge in parlamento. Oppure - e sarebbe stata la soluzione migliore, secondo me - poteva "intestarsi" quella legge, farla diventare propria, dal momento che i voti dei parlamentari Cinque stelle sono indispensabili per approvarla. Insomma avrebbe potuto indebolire il pd, che per me è la cosa più importante, anche più delle legge sulle unioni civili. Invece cosa è successo. I leader del M5s hanno fatto un passo avanti, ne hanno fatto un mezzo indietro, hanno fatto un salto, hanno fatto una giravolta, l'hanno fatta un'altra volta, e così ci ritroviamo che renzi può dire che il pd avrebbe voluto una fare una legge migliore sulle unioni civili, ma che i grillini glielo hanno impedito, e potrà approvare una leggina che non scontenta troppo i suoi padrini di Oltretevere. E molti elettori di sinistra, alla prova del voto, preferiranno ancora il pd, che si finge di sinistra, rispetto al M5s. Io sono un estremista e la cosa che mi importa di più è la caduta di questo governo, ma vedo che per molti non è la stessa cosa. La decisione di oggi sul Ddl Cirinnà - così come è avvenuto nei mesi scorsi su altri provvedimenti - sembra fatta apposta per creare una frattura tra il M5s e una parte di potenziale elettorato di sinistra.
Se si arriverà al ballottaggio tra il pd e il M5s io non voterò per renzi, ma so che molti di più non voteranno per il M5s. Non so se non lo capiscono, non lo vogliono capire. O se c'è il complotto.
Secondo Paola Taverna c'è un complotto per far vincere il Movimento Cinque stelle alle prossime amministrative di Roma. Tesi a suo modo suggestiva, ma a cui credo poco. Invece sto cominciando a credere che esista un complotto per far perdere ai grillini le politiche, un complotto tutto interno a quel partito.
Probabilmente è un limite legato alla mia età, alla mia formazione politica, alla mia ostinazione a leggere il mondo attraverso alcune categorie - la dicotomia tra destra e sinistra, il conflitto tra le classi sociali, e tutto quello che sapete - ma io davvero non capisco il Movimento Cinque stelle; non ce la faccio.
In Italia c'è un elettorato - credo ampio e potenzialmente in crescita - di sinistra, sostanzialmente orfano, che non sa per chi votare. Non vorrebbe votare pd perché c'è renzi, perché si è trasformato nel partito della nazione, per il jobs act e per tutte le cose che sapete. Ovviamente non voterà a destra. E francamente sembra lontana la prospettiva della creazione di un soggetto politico autonomo e forte a sinistra, come è avvenuto in Grecia e in Spagna. E quindi non sappiamo cosa fare, ci arrabbiamo, firmiamo appelli - qualcuno tiene addirittura un blog - e speriamo che qualcosa accada, ma sostanzialmente rimaniamo inermi. Verso questo elettorato, verso quelli come me, il M5s alza un muro, che ogni giorno sembra sempre più alto; ci vuole allontanare e questo sinceramente non lo capisco. Vi fanno così schifo i nostri voti? Pensate siano così pochi? Che siano così inutili?
Guardiamo quello che è successo in questi giorni. Il pd ha presentato un disegno di legge per garantire qualche diritto alle coppie formate da persone dello stesso sesso: è una legge importante, non di sinistra in senso stretto - in altri paesi provvedimenti del genere, anche più radicali, sono stati sostenuti da partiti di destra - ma comunque sentita come una necessità dalla parte più progressista di questo paese. E' una legge osteggiata da un fronte conservatore molto ampio, tra cui alcune forze, come le gerarchie cattoliche, strettamente legate al pd. Personalmente credo che al capo di quel partito non freghi nulla dei diritti degli omosessuali, però ha capito - o gli hanno fatto capire - che si tratta di una legge che assicura a quel partito la simpatia e l'adesione di molte persone di sinistra. Quando si presenteranno al voto, quelli del pd potranno dire ai loro potenziali elettori di sinistra: vedete, grazie a noi adesso ci sono le unioni civili. E molti elettori di sinistra cadranno nella trappola, dimenticando che questo è il governo che vuole stravolgere in senso autoritario la Costituzione, che ha cancellato molti diritti dei lavoratori, che ha fatto una politica sociale sostanzialmente di destra. Ovviamente il gioco funziona perché una parte di quel partito continua a votare contro questa legge sui diritti, e così il pd potrà da un lato presentarsi come il partito che ha voluto le unioni civili - ma non le adozioni - e dall'altro continuare a fare affari con la destra peggiore, e quindi a strizzare l'occhio sia ai movimenti degli omosessuali che alla Cei.
Stante così le cose, cosa poteva fare il M5s? Poteva rifiutare ogni dialogo con il pd, poteva dire da subito che non avrebbe mai votato una legge proposta da quel partito, poteva mettere renzi con le spalle al muro, dal momento che si sapeva che non avrebbe avuto i numeri per votare da solo quella legge in parlamento. Oppure - e sarebbe stata la soluzione migliore, secondo me - poteva "intestarsi" quella legge, farla diventare propria, dal momento che i voti dei parlamentari Cinque stelle sono indispensabili per approvarla. Insomma avrebbe potuto indebolire il pd, che per me è la cosa più importante, anche più delle legge sulle unioni civili. Invece cosa è successo. I leader del M5s hanno fatto un passo avanti, ne hanno fatto un mezzo indietro, hanno fatto un salto, hanno fatto una giravolta, l'hanno fatta un'altra volta, e così ci ritroviamo che renzi può dire che il pd avrebbe voluto una fare una legge migliore sulle unioni civili, ma che i grillini glielo hanno impedito, e potrà approvare una leggina che non scontenta troppo i suoi padrini di Oltretevere. E molti elettori di sinistra, alla prova del voto, preferiranno ancora il pd, che si finge di sinistra, rispetto al M5s. Io sono un estremista e la cosa che mi importa di più è la caduta di questo governo, ma vedo che per molti non è la stessa cosa. La decisione di oggi sul Ddl Cirinnà - così come è avvenuto nei mesi scorsi su altri provvedimenti - sembra fatta apposta per creare una frattura tra il M5s e una parte di potenziale elettorato di sinistra.
Se si arriverà al ballottaggio tra il pd e il M5s io non voterò per renzi, ma so che molti di più non voteranno per il M5s. Non so se non lo capiscono, non lo vogliono capire. O se c'è il complotto.
lunedì 15 febbraio 2016
Verba volant (247): mediocrità...
Mediocrità, sost. f.
Perché tutti guardiamo Sanremo? Perché tutti parliamo di Sanremo? Perché ci racconta, perché descrive la nostra mediocrità e allo stesso tempo ci assolve, mostrandoci migliori di quanto effettivamente siamo. Un bell'applauso e via.
Tutti ci siamo sinceramente emozionati quando abbiamo ascoltato Ezio Bosso, tantissimi hanno condiviso sui social la sua esibizione - un po' perché ci ha davvero colpito la vitalità di quell'artista, un po' perché in questo modo eravamo sicuri di fare la cosa "giusta" - qualcuno ha fatto finta di sapere chi fosse, ma praticamente nessuno si è chiesto come mai questo artista sia molto più conosciuto all'estero che in Italia, come mai si esibisca regolarmente nei teatri europei, mentre per farlo qui in Italia debba aspettare che sia rispettata la quota: un artista disabile ogni cento "normali". Per i pochi minuti di quell'esibizione abbiamo potuto far finta che ci importi qualcosa dei diritti delle persone disabili, mentre ogni giorno quei diritti li ignoriamo e li calpestiamo, quando parcheggiamo nei posti a loro riservati, quando ostruiamo i passaggi a loro dedicati, quando evitiamo, se non siamo proprio costretti, la loro compagnia. E ovviamente investiamo pochissimo per l'abbattimento delle barriere architettoniche, ancora meno per la loro integrazione scolastica e praticamente nulla per quella nei posti di lavoro. Se uno di loro ce la fa - come ha fatto egregiamente Ezio Bosso, grazie alla sua musica - siamo disposti ad applaudirlo e a commuoverci, ma non facciamo nulla per aiutare quelli che non hanno il suo genio o la determinazione e la forza di Alex Zanardi. Gli altri si arrangino e non sperino in un nostro mi piace. Un bell'applauso e via.
Tutti ci siamo divertiti per le imitazioni di Virginia Raffaele, in molti hanno fatto notare che finalmente una donna ha avuto l'occasione di esibirsi in un ruolo che è ancora per lo più maschile (e infatti tutti gli altri comici invitati al Festival erano maschi). E qualcuno ha detto anche che una donna può avere delle belle gambe e saper far ridere, anche se non vedo il nesso. Comunque, brava Virginia, ma poi tutti i siti on line hanno dedicato ampi spazi alle gallerie fotografiche della bellissima Madalina Ghenea, che immagino in questi giorni - come nei prossimi - saranno le foto più "guardate" di questo Sanremo. E Madalina era su quel palco solo per essere guardata, esposta al nostro voyeurismo, e infatti l'hanno via via vestita - o svestita - proprio per essere desiderata. Ovviamente nulla di nuovo - Madalina è l'ultima di una lunga serie di donne usate e sfruttate in questo modo e altre ne seguiranno, purtroppo - ma la novità di quest'anno è che a fianco della bellezza femminile hanno messo una bellezza maschile, ugualmente afona. Peraltro, a stare alle cifre pubblicate, Garko avrebbe guadagnato più del doppio della Ghenea solo per essere bello: una vera ingiustizia, che la dice lunga sul ruolo delle donne nella nostra società. Invece di provare a cambiare modello, hanno rincorso una specie di non richiesta par condicio di genere. Invece di migliorare l'immagine della donna, hanno peggiorato quella del maschio, in questa ostentazione della banalità della bellezza. Alle nostre figlie - e anche ai nostri figli, a questo punto - potremo sempre dire: non preoccuparti, cara, basta che tu sia bella e vedrai che un lavoro lo troverai, che farai carriera, che andrai in televisione. Se sei bruttina puoi sempre andare all'estero, dove ad esempio il professore universitario non è una carica ereditaria. Un bell'applauso e via.
Tutti - non proprio tutti, a dire il vero, ma tanti - ci siamo rallegrati di quei nastri arcobaleno che sono spuntati nelle esibizioni di praticamente tutti i cantanti e degli ospiti più o meno illustri delle cinque serate. Nei giorni in cui si tenta finalmente di dare una legge, se non buona - perché buona sicuramente non sarà - ma almeno decente - anche se ormai penso che non sarà nemmeno così - sulle unioni civili, che garantisca uguali diritti alle coppie omosessuali, nei giorni in cui da parte della minoranza conservatrice più retriva e clericale c'è una reazione così violenta contro questa legge, vedere quei nastri ci ha fatto credere che l'Italia sia migliore di quella rappresentata da Bagnasco e dai suoi sodali, manifesti e occulti. Temo che anche in questo caso sia un'illusione. Non è tanto significativa l'opposizione becera di quelli che a ogni nastrino hanno schiumato di rabbia, ma il fatto che quei nastrini siano apparsi, una sera dopo l'altra, come una concessione alla moda del momento. Non voglio sindacare sulla buona fede di quegli artisti che hanno deciso di esprimere in questo modo una propria posizione, ma mi è rimasta l'impressione che si sia trattato di un gesto esteriore, dettato dall'emozione del momento, come quando le nostre foto su Facebook sono diventate tutte - o quasi - arcobaleno. O tutte - o quasi - bianche, rosse e blu. Poi, riposti i nastri, cominceranno i distinguo, le frasi tipo sono favorevole, anche se voglio dire che non sono gay oppure ho tanti amici gay, ma.... Cosa mi importa cosa sei tu e cosa sono i tuoi amici, mi importa sapere cosa pensi sui diritti. E così, anche per questa scarsa consapevolezza, per questa ignavia democratica, nascerà una brutta legge, perché in sostanza il nostro paese non vuole davvero una legge civile, ossia una legge che riconosca i matrimoni tra persone dello stesso sesso. A molti basta sventolare un nastrino, e far vedere agli altri di averlo sventolato. Un bell'applauso e via.
Guardando le interminabili puntate del Festival, emerge questa immagine rassicurante dell'Italia, che alla fine premia un gruppo come gli Stadio, che hanno una storia, che hanno scritto alcune belle pagine della musica d'autore del nostro paese, ma poi raccoglie una serie di canzoni di scarsa qualità, tanto il successo o meno di un pezzo sarà assicurato dal numero di passaggi in radio, che a sua volta dipenderà da quanti soldi avranno a disposizione quelli che controllano le playlist. Viene fuori un'Italia dei buoni sentimenti, che dedica una canzone ad Aylan e una ai morti dell'Ilva, ma che poi presta la sua attenzione morbosa ai delitti di cronaca nera, alle storie a sfondo sessuale, ai miracoli di padre Pio e a tutto quello che ammorba quotidianamente i nostri palinsesti. Viene fuori un'Italia che si dice moderna, ma che poi "inventa" uno spettacolo in cui a un certo punto arriva il superospite dall'America, come fossimo negli anni Cinquanta. Viene fuori un'Italia che deve piacere a tutti, in cui ogni forma di conflitto deve essere annullata, perché così vogliono i padroni del vapore; se ci pensate è lo stesso schema per cui hanno scelto come conduttore matteo renzi, che cerca di piacere a tutti, che non vuole essere definito né di destra né di sinistra, che dà una pacca sulla spalla all'handicappato, che fa il piacione con la bella di turno, che dice che i giovani sono il nostro futuro. Almeno Carlo Conti è più simpatico, spero che presto mettano lui a palazzo Chigi. Viene fuori un'Italia plurale - tre su otto delle Nuove proposte erano ragazzi italiani di origini straniere - ma sono in qualche modo addomesticati. Dove c'è anche posto per una canzone "fastidiosa" come N.E.G.R.A., che infatti è stata subito eliminata ed ha vinto una canzone - peraltro simpatica - che si chiude con il verso
Ovviamente Sanremo è uno spettacolo di varietà, Sanremo è una raccolta di canzoni, non è che possiamo cambiare il mondo attraverso Sanremo. Né pretendiamo che Sanremo si prenda carico o racconti i conflitti di questo paese. Sarebbe già importante che fosse fatto bene, con mano da artigiani. In un paese come il nostro in cui le cose si fanno male, sarebbe già rivoluzionario. Perché alla fine questa ricerca ossessiva del consenso, questo voler piacere per forza a tutti, non riesce a nascondere la mediocrità. Di Sanremo. E dell'Italia. Un bell'applauso. E amen.
Perché tutti guardiamo Sanremo? Perché tutti parliamo di Sanremo? Perché ci racconta, perché descrive la nostra mediocrità e allo stesso tempo ci assolve, mostrandoci migliori di quanto effettivamente siamo. Un bell'applauso e via.
Tutti ci siamo sinceramente emozionati quando abbiamo ascoltato Ezio Bosso, tantissimi hanno condiviso sui social la sua esibizione - un po' perché ci ha davvero colpito la vitalità di quell'artista, un po' perché in questo modo eravamo sicuri di fare la cosa "giusta" - qualcuno ha fatto finta di sapere chi fosse, ma praticamente nessuno si è chiesto come mai questo artista sia molto più conosciuto all'estero che in Italia, come mai si esibisca regolarmente nei teatri europei, mentre per farlo qui in Italia debba aspettare che sia rispettata la quota: un artista disabile ogni cento "normali". Per i pochi minuti di quell'esibizione abbiamo potuto far finta che ci importi qualcosa dei diritti delle persone disabili, mentre ogni giorno quei diritti li ignoriamo e li calpestiamo, quando parcheggiamo nei posti a loro riservati, quando ostruiamo i passaggi a loro dedicati, quando evitiamo, se non siamo proprio costretti, la loro compagnia. E ovviamente investiamo pochissimo per l'abbattimento delle barriere architettoniche, ancora meno per la loro integrazione scolastica e praticamente nulla per quella nei posti di lavoro. Se uno di loro ce la fa - come ha fatto egregiamente Ezio Bosso, grazie alla sua musica - siamo disposti ad applaudirlo e a commuoverci, ma non facciamo nulla per aiutare quelli che non hanno il suo genio o la determinazione e la forza di Alex Zanardi. Gli altri si arrangino e non sperino in un nostro mi piace. Un bell'applauso e via.
Tutti ci siamo divertiti per le imitazioni di Virginia Raffaele, in molti hanno fatto notare che finalmente una donna ha avuto l'occasione di esibirsi in un ruolo che è ancora per lo più maschile (e infatti tutti gli altri comici invitati al Festival erano maschi). E qualcuno ha detto anche che una donna può avere delle belle gambe e saper far ridere, anche se non vedo il nesso. Comunque, brava Virginia, ma poi tutti i siti on line hanno dedicato ampi spazi alle gallerie fotografiche della bellissima Madalina Ghenea, che immagino in questi giorni - come nei prossimi - saranno le foto più "guardate" di questo Sanremo. E Madalina era su quel palco solo per essere guardata, esposta al nostro voyeurismo, e infatti l'hanno via via vestita - o svestita - proprio per essere desiderata. Ovviamente nulla di nuovo - Madalina è l'ultima di una lunga serie di donne usate e sfruttate in questo modo e altre ne seguiranno, purtroppo - ma la novità di quest'anno è che a fianco della bellezza femminile hanno messo una bellezza maschile, ugualmente afona. Peraltro, a stare alle cifre pubblicate, Garko avrebbe guadagnato più del doppio della Ghenea solo per essere bello: una vera ingiustizia, che la dice lunga sul ruolo delle donne nella nostra società. Invece di provare a cambiare modello, hanno rincorso una specie di non richiesta par condicio di genere. Invece di migliorare l'immagine della donna, hanno peggiorato quella del maschio, in questa ostentazione della banalità della bellezza. Alle nostre figlie - e anche ai nostri figli, a questo punto - potremo sempre dire: non preoccuparti, cara, basta che tu sia bella e vedrai che un lavoro lo troverai, che farai carriera, che andrai in televisione. Se sei bruttina puoi sempre andare all'estero, dove ad esempio il professore universitario non è una carica ereditaria. Un bell'applauso e via.
Tutti - non proprio tutti, a dire il vero, ma tanti - ci siamo rallegrati di quei nastri arcobaleno che sono spuntati nelle esibizioni di praticamente tutti i cantanti e degli ospiti più o meno illustri delle cinque serate. Nei giorni in cui si tenta finalmente di dare una legge, se non buona - perché buona sicuramente non sarà - ma almeno decente - anche se ormai penso che non sarà nemmeno così - sulle unioni civili, che garantisca uguali diritti alle coppie omosessuali, nei giorni in cui da parte della minoranza conservatrice più retriva e clericale c'è una reazione così violenta contro questa legge, vedere quei nastri ci ha fatto credere che l'Italia sia migliore di quella rappresentata da Bagnasco e dai suoi sodali, manifesti e occulti. Temo che anche in questo caso sia un'illusione. Non è tanto significativa l'opposizione becera di quelli che a ogni nastrino hanno schiumato di rabbia, ma il fatto che quei nastrini siano apparsi, una sera dopo l'altra, come una concessione alla moda del momento. Non voglio sindacare sulla buona fede di quegli artisti che hanno deciso di esprimere in questo modo una propria posizione, ma mi è rimasta l'impressione che si sia trattato di un gesto esteriore, dettato dall'emozione del momento, come quando le nostre foto su Facebook sono diventate tutte - o quasi - arcobaleno. O tutte - o quasi - bianche, rosse e blu. Poi, riposti i nastri, cominceranno i distinguo, le frasi tipo sono favorevole, anche se voglio dire che non sono gay oppure ho tanti amici gay, ma.... Cosa mi importa cosa sei tu e cosa sono i tuoi amici, mi importa sapere cosa pensi sui diritti. E così, anche per questa scarsa consapevolezza, per questa ignavia democratica, nascerà una brutta legge, perché in sostanza il nostro paese non vuole davvero una legge civile, ossia una legge che riconosca i matrimoni tra persone dello stesso sesso. A molti basta sventolare un nastrino, e far vedere agli altri di averlo sventolato. Un bell'applauso e via.
Guardando le interminabili puntate del Festival, emerge questa immagine rassicurante dell'Italia, che alla fine premia un gruppo come gli Stadio, che hanno una storia, che hanno scritto alcune belle pagine della musica d'autore del nostro paese, ma poi raccoglie una serie di canzoni di scarsa qualità, tanto il successo o meno di un pezzo sarà assicurato dal numero di passaggi in radio, che a sua volta dipenderà da quanti soldi avranno a disposizione quelli che controllano le playlist. Viene fuori un'Italia dei buoni sentimenti, che dedica una canzone ad Aylan e una ai morti dell'Ilva, ma che poi presta la sua attenzione morbosa ai delitti di cronaca nera, alle storie a sfondo sessuale, ai miracoli di padre Pio e a tutto quello che ammorba quotidianamente i nostri palinsesti. Viene fuori un'Italia che si dice moderna, ma che poi "inventa" uno spettacolo in cui a un certo punto arriva il superospite dall'America, come fossimo negli anni Cinquanta. Viene fuori un'Italia che deve piacere a tutti, in cui ogni forma di conflitto deve essere annullata, perché così vogliono i padroni del vapore; se ci pensate è lo stesso schema per cui hanno scelto come conduttore matteo renzi, che cerca di piacere a tutti, che non vuole essere definito né di destra né di sinistra, che dà una pacca sulla spalla all'handicappato, che fa il piacione con la bella di turno, che dice che i giovani sono il nostro futuro. Almeno Carlo Conti è più simpatico, spero che presto mettano lui a palazzo Chigi. Viene fuori un'Italia plurale - tre su otto delle Nuove proposte erano ragazzi italiani di origini straniere - ma sono in qualche modo addomesticati. Dove c'è anche posto per una canzone "fastidiosa" come N.E.G.R.A., che infatti è stata subito eliminata ed ha vinto una canzone - peraltro simpatica - che si chiude con il verso
dimentichiamo tutto con un amen.Spero almeno che Francesco Gabbani volesse prenderci tutti per il culo, la sua origine carrarina dovrebbe garantircelo.
Ovviamente Sanremo è uno spettacolo di varietà, Sanremo è una raccolta di canzoni, non è che possiamo cambiare il mondo attraverso Sanremo. Né pretendiamo che Sanremo si prenda carico o racconti i conflitti di questo paese. Sarebbe già importante che fosse fatto bene, con mano da artigiani. In un paese come il nostro in cui le cose si fanno male, sarebbe già rivoluzionario. Perché alla fine questa ricerca ossessiva del consenso, questo voler piacere per forza a tutti, non riesce a nascondere la mediocrità. Di Sanremo. E dell'Italia. Un bell'applauso. E amen.
mercoledì 10 febbraio 2016
Verba volant (246): outsider...
Outsider, sost. m. e f.
E' molto interessante - e significativo - il modo in cui l'informazione di regime, qui in Italia - ma immagino che qualcosa del genere accada anche nel resto del mondo, visto che il pensiero dominante è sempre quello, a tutte le latitudini - racconta le primarie del New Hampshire e tenta di sovrapporre le figure di Donald Trump e di Bernie Sanders. Vengono presentati entrambi come degli outsiders e la loro vittoria, nei rispettivi campi, viene descritta come una generica e populistica critica al sistema, come fossero dei Grillo qualsiasi. Più riusciranno a farci credere che Trump e Sanders sono la stessa cosa, più riusciranno a sostenere che entrambi sono inadatti a guidare gli Stati Uniti, un compito per cui servirebbe una capacità di sintesi che entrambi non avrebbero. Ovviamente questi stessi organi di informazione - di qua e di là dell'Atlantico - sperano che alla fine vinca Clinton o Rubio o magari Bloomberg, pronto a scendere in campo nel caso di una vittoria alle primarie di Trump. Sono sempre quelli che ci hanno spiegato - e noi della sinistra europea purtroppo abbiamo loro creduto - che le elezioni si vincono andando al centro, e tagliando le estreme. Sono quelli che ci hanno spiegato che dovevamo imboccare la terza via, sono quelli che ci hanno messo in mano la pistola con cui ci siamo suicidati. Sono quelli che quanto è moderno renzi e quanta è vecchia la sinistra. Insomma sono i corifei della destra peggiore, quella del capitale.
Trump e Sanders non sono la stessa cosa e solo un'informazione faziosa e prezzolata può nascondere le differenze. Intanto Sanders non è affatto un outsider: è in parlamento - alla Camera prima e ora in Senato - dal 1991 e proprio questa sua attività parlamentare e politica è stata determinante nella vittoria in New Hampshire. Non è che in quel piccolo stato della costa orientale siano diventati tutti socialisti, così come non sono socialisti nell'ancor più piccolo Vermont, però lì conoscono Sanders, perché lì ha svolto tutta la sua carriera politica, è stato sindaco e soprattutto, anche dopo essere andato a Washington, ha mantenuto un forte legame con quel territorio: Sanders in questi venticinque anni è stato il rappresentante del Vermont, al di là delle proprie idee, che non ha mai rinnegato e che ha sempre espresso con chiarezza, anche quando andavano contro l'opinione comune, perfino dei cittadini del suo stato. Qualcosa di simile vale per un altro "giovane vecchio" della sinistra, come Jeremy Corbyn, che - nonostante non fosse di moda, nonostante fosse sempre all'opposizione rispetto al suo partito - ha mantenuto un forte legame con gli elettori del suo collegio di Islington north, che per otto volte l'hanno regolarmente rieletto alla Camera dei Comuni. Già da qui credo che potremmo imparare qualcosa: la sinistra c'è quando è credibile, quando dice la verità e quando sta sul territorio. Noi abbiamo smesso e siamo morti.
Neppure Trump è un outsider, anche se ovviamente ha tutto l'interesse a presentarsi come tale; è sulla scena pubblica da molto tempo, ma la sua "carriera" non è legata a un territorio, a un'esperienza politica di base, in qualche modo si è costruito - o lo hanno costruito - direttamente come un candidato alla presidenza. Sanders può vincere? Probabilmente no, perché alla lunga l'effetto del New Hampshire svanirà, perché ci sono tanti elettori, nell'America profonda, che non lo conoscono direttamente, mentre tutti conoscono Clinton, però la sua candidatura non è inventata. E infatti anima migliaia di volontari in tutto il paese, raccoglie fondi, poco da moltissimi, mentre Clinton riceve moltissimo da pochi. Neppure Trump vincerà - forse - ma la sua candidatura è inventata e francamente credo che sia stata costruita - anche nei suoi eccessi - per favorire la vittoria di un candidato - o una candidata - rassicurante e di centro, che potesse apparire come un argine rispetto al pericolo rappresentato da Trump. Per far diventare Clinton la meno peggio avevano bisogno del peggio e l'hanno fatto, in fondo servono solo moltissimi soldi, ma i capitalisti li hanno - li hanno rubati a noi. Se questo vi ricorda quello che succede in Italia, in Francia, nel resto d'Europa, è perché è esattamente lo stesso schema. Poi questi esperimenti sono sempre pericolosi e c'è il rischio che il giocattolo sfugga di mano - ai capitalisti è successo negli anni venti del secolo scorso con il fascismo, ma evidentemente hanno preferito rimuovere questa storia. Credo che anche stavolta sia successo qualcosa del genere, perché la candidatura di Trump è diventata all'improvviso reale, dal momento che tanti americani hanno visto in lui, nei suoi eccessi, una risposta ai loro problemi.
Sanders e Trump intercettano entrambi la rabbia, la paura, la disillusione, di un pezzo - evidentemente molto ampio - di America, ma c'è una bella differenza nel modo in cui lo fanno. Trump quella paura la esaspera, creando dei nemici - i musulmani in questo caso - e proponendo una sorta di politica fai-da-te: difendi te stesso e la tua famiglia - dice Trump all'americano impaurito - e io non ti condannerò, prenditi quello che ti serve, anche se lo devi togliere a qualcun altro, e io non ti condannerò. Trump in sostanza spiega agli americani che il loro benessere, individuale e collettivo, passa attraverso la povertà di altri, dentro e fuori gli Stati Uniti. Sanders fa un discorso opposto e spiega agli americani che possono crescere insieme, che il benessere di uno non deve andare a scapito di quello dell'altro. Ovviamente anche Sanders individua un nemico, ma quello giusto, ossia quei poteri economici che in questi anni hanno beneficiato della crisi e che sono gli unici che hanno goduto della crescita economica che c'è stata sotto la presidenza di Obama. La sconfitta dell'attuale presidente è proprio questa: l'economia americana in questi anni è cresciuta, ma di questo hanno beneficiato solo i ricchissimi, solo i padroni delle multinazionali, solo i padroni delle banche, solo quelli che ora vorrebbero come presidente Clinton o qualcuno che continui a fare le cose che ha fatto Obama, che continui a garantire i loro interessi.
La differenza tra Trump e Sanders c'è ed è la vecchia, cara - per molti superata - distinzione tra destra e sinistra, perché alla fine uno come Trump, come tutti i fascisti, starà sempre dalla parte dei padroni. Per questo gli Stati Uniti avrebbero bisogno del vecchio Bernie e ne avremmo bisogno anche noi.
E' molto interessante - e significativo - il modo in cui l'informazione di regime, qui in Italia - ma immagino che qualcosa del genere accada anche nel resto del mondo, visto che il pensiero dominante è sempre quello, a tutte le latitudini - racconta le primarie del New Hampshire e tenta di sovrapporre le figure di Donald Trump e di Bernie Sanders. Vengono presentati entrambi come degli outsiders e la loro vittoria, nei rispettivi campi, viene descritta come una generica e populistica critica al sistema, come fossero dei Grillo qualsiasi. Più riusciranno a farci credere che Trump e Sanders sono la stessa cosa, più riusciranno a sostenere che entrambi sono inadatti a guidare gli Stati Uniti, un compito per cui servirebbe una capacità di sintesi che entrambi non avrebbero. Ovviamente questi stessi organi di informazione - di qua e di là dell'Atlantico - sperano che alla fine vinca Clinton o Rubio o magari Bloomberg, pronto a scendere in campo nel caso di una vittoria alle primarie di Trump. Sono sempre quelli che ci hanno spiegato - e noi della sinistra europea purtroppo abbiamo loro creduto - che le elezioni si vincono andando al centro, e tagliando le estreme. Sono quelli che ci hanno spiegato che dovevamo imboccare la terza via, sono quelli che ci hanno messo in mano la pistola con cui ci siamo suicidati. Sono quelli che quanto è moderno renzi e quanta è vecchia la sinistra. Insomma sono i corifei della destra peggiore, quella del capitale.
Trump e Sanders non sono la stessa cosa e solo un'informazione faziosa e prezzolata può nascondere le differenze. Intanto Sanders non è affatto un outsider: è in parlamento - alla Camera prima e ora in Senato - dal 1991 e proprio questa sua attività parlamentare e politica è stata determinante nella vittoria in New Hampshire. Non è che in quel piccolo stato della costa orientale siano diventati tutti socialisti, così come non sono socialisti nell'ancor più piccolo Vermont, però lì conoscono Sanders, perché lì ha svolto tutta la sua carriera politica, è stato sindaco e soprattutto, anche dopo essere andato a Washington, ha mantenuto un forte legame con quel territorio: Sanders in questi venticinque anni è stato il rappresentante del Vermont, al di là delle proprie idee, che non ha mai rinnegato e che ha sempre espresso con chiarezza, anche quando andavano contro l'opinione comune, perfino dei cittadini del suo stato. Qualcosa di simile vale per un altro "giovane vecchio" della sinistra, come Jeremy Corbyn, che - nonostante non fosse di moda, nonostante fosse sempre all'opposizione rispetto al suo partito - ha mantenuto un forte legame con gli elettori del suo collegio di Islington north, che per otto volte l'hanno regolarmente rieletto alla Camera dei Comuni. Già da qui credo che potremmo imparare qualcosa: la sinistra c'è quando è credibile, quando dice la verità e quando sta sul territorio. Noi abbiamo smesso e siamo morti.
Neppure Trump è un outsider, anche se ovviamente ha tutto l'interesse a presentarsi come tale; è sulla scena pubblica da molto tempo, ma la sua "carriera" non è legata a un territorio, a un'esperienza politica di base, in qualche modo si è costruito - o lo hanno costruito - direttamente come un candidato alla presidenza. Sanders può vincere? Probabilmente no, perché alla lunga l'effetto del New Hampshire svanirà, perché ci sono tanti elettori, nell'America profonda, che non lo conoscono direttamente, mentre tutti conoscono Clinton, però la sua candidatura non è inventata. E infatti anima migliaia di volontari in tutto il paese, raccoglie fondi, poco da moltissimi, mentre Clinton riceve moltissimo da pochi. Neppure Trump vincerà - forse - ma la sua candidatura è inventata e francamente credo che sia stata costruita - anche nei suoi eccessi - per favorire la vittoria di un candidato - o una candidata - rassicurante e di centro, che potesse apparire come un argine rispetto al pericolo rappresentato da Trump. Per far diventare Clinton la meno peggio avevano bisogno del peggio e l'hanno fatto, in fondo servono solo moltissimi soldi, ma i capitalisti li hanno - li hanno rubati a noi. Se questo vi ricorda quello che succede in Italia, in Francia, nel resto d'Europa, è perché è esattamente lo stesso schema. Poi questi esperimenti sono sempre pericolosi e c'è il rischio che il giocattolo sfugga di mano - ai capitalisti è successo negli anni venti del secolo scorso con il fascismo, ma evidentemente hanno preferito rimuovere questa storia. Credo che anche stavolta sia successo qualcosa del genere, perché la candidatura di Trump è diventata all'improvviso reale, dal momento che tanti americani hanno visto in lui, nei suoi eccessi, una risposta ai loro problemi.
Sanders e Trump intercettano entrambi la rabbia, la paura, la disillusione, di un pezzo - evidentemente molto ampio - di America, ma c'è una bella differenza nel modo in cui lo fanno. Trump quella paura la esaspera, creando dei nemici - i musulmani in questo caso - e proponendo una sorta di politica fai-da-te: difendi te stesso e la tua famiglia - dice Trump all'americano impaurito - e io non ti condannerò, prenditi quello che ti serve, anche se lo devi togliere a qualcun altro, e io non ti condannerò. Trump in sostanza spiega agli americani che il loro benessere, individuale e collettivo, passa attraverso la povertà di altri, dentro e fuori gli Stati Uniti. Sanders fa un discorso opposto e spiega agli americani che possono crescere insieme, che il benessere di uno non deve andare a scapito di quello dell'altro. Ovviamente anche Sanders individua un nemico, ma quello giusto, ossia quei poteri economici che in questi anni hanno beneficiato della crisi e che sono gli unici che hanno goduto della crescita economica che c'è stata sotto la presidenza di Obama. La sconfitta dell'attuale presidente è proprio questa: l'economia americana in questi anni è cresciuta, ma di questo hanno beneficiato solo i ricchissimi, solo i padroni delle multinazionali, solo i padroni delle banche, solo quelli che ora vorrebbero come presidente Clinton o qualcuno che continui a fare le cose che ha fatto Obama, che continui a garantire i loro interessi.
La differenza tra Trump e Sanders c'è ed è la vecchia, cara - per molti superata - distinzione tra destra e sinistra, perché alla fine uno come Trump, come tutti i fascisti, starà sempre dalla parte dei padroni. Per questo gli Stati Uniti avrebbero bisogno del vecchio Bernie e ne avremmo bisogno anche noi.
lunedì 8 febbraio 2016
Verba volant (245): coscienza...
Coscienza, sost. f.
Le parole - l'ho raccontato spesso in questo strano dizionario - cambiano, e la storia di questi cambiamenti ci dice sempre qualcosa di noi, che quelle parole le usiamo, più o meno bene.
In questi ultimi anni sembra che la coscienza sia un'esclusiva delle donne e degli uomini che professano la religione cattolica. Hanno una coscienza quei medici che, nelle strutture pubbliche, si rifiutano di praticare l'interruzione della gravidanza; hanno una coscienza quei funzionari pubblici che non vogliono registrare l'atto di un matrimonio contratto da persone dello stesso sesso; hanno una coscienza quei parlamentari che non voteranno a favore dell'estensione dei diritti civili agli omosessuali, in particolare dell'adozione del figlio del compagno o della compagna. Per questa bizzarra concezione noi atei non avremmo una coscienza, ma agiremmo in base a una qualche pretesa direttiva esterna, costretti da qualcosa che ci priverebbe della libertà di scegliere. Infatti quei medici, quei funzionari, quei parlamentari, invocano la loro libertà di coscienza, gettandocela in faccia, forti delle loro convinzioni e delle loro granitiche certezze. Mi dispiace, non è così. Abbiamo anche noi la coscienza e siamo liberi, quando abbiamo la forza di ascoltarla
La coscienza è una cosa seria con cui ciascuno di noi deve fare i conti, indipendentemente da quello in cui crede o non crede. Capisco che praticare un aborto sia un atto che interroga quel medico, che sia più difficile ed eticamente più sconvolgente che prescrivere un antibiotico, ma non lo è meno per la donna che prende quella decisione, che è la persona a cui dovremmo prestare maggior rispetto e di cui dovremmo preoccuparci davvero. E che ha fatto quella scelta, che riguarda lei e quella vita in potenza che c'è in lei, ascoltando la propria coscienza. Proprio perché l'aborto è una cosa seria, così seria - le donne lo sanno - dovrebbero farsi un esame di coscienza quei medici che fanno gli obiettori nelle strutture pubbliche e poi praticano gli stessi interventi in quelle private, oppure che costringono le loro pazienti a viaggi estenuanti, per cercare quelle strutture dove gli obiettori - che continuano a prendere lo stesso stipendio dei loro colleghi che aiutano le donne - non siano in maggioranza.
Allo stesso modo dovrebbero interrogarsi quei politici che usano la libertà di coscienza per raccogliere un po' di voti a buon mercato, per lanciare messaggi trasversali contro o a favore del governo, per ottenere un posto da sottosegretario o la presidenza di una commissione o qualche altro vantaggio meno confessabile. In merito al tema in questione sapete come la penso: credo che tutte le persone debbano avere gli stessi diritti e quindi credo che le persone dello stesso sesso dovrebbero poter scegliere se sposarsi, costituire un'unione con meno vincoli rispetto al matrimonio o semplicemente non sposarsi, esattamente come dovrebbero poter scegliere le coppie eterosessuali. So che ci sono persone che la pensano in maniera radicalmente diversa su questo punto specifico e ovviamente non ho la pretesa che la mia coscienza valga più della vostra, ma nemmeno sono disposto ad accettare che valga di meno. Poi ci confronteremo sui diritti e vedremo chi la spunterà. Però essere in pace con la propria coscienza significa dire la verità, in maniera esplicita: pensi che le persone omosessuali abbiano meno diritti di quelle eterosessuali? Dillo, senza nasconderti dietro il voto segreto. Il tuo partito vuol fare una battaglia politica su questo tema: dillo, senza fare gesuitiche distinzioni, invocando la libertà di coscienza.
Tra le molte cose di cui mi sono stancato c'è anche il fatto che la mia etica sia considerata un po' meno perché non credo in dio, nel dio in cui crede - o finge di credere - la maggioranza. Chiedo rispetto per la mia etica, anche se è fondata non su principi sanciti da un ente superiore, ma sulla cultura dei diritti delle donne e degli uomini, anche se la mia etica è così terrena, perché legata alla storia delle donne e degli uomini. Ho conosciuto persone che, pur non credendo, avevano principi morali saldissimi, rigidi, e un mio cruccio è non riuscire a seguirli, per debolezza, egoismo, pigrizia, quei difetti che credo di condividere con la maggioranza di voi, perché altrimenti il mondo sarebbe un po' meno peggio di quello che è, se noi fossimo davvero come pretendiamo di essere e come ci descriviamo. Tra questi principi c'è anche credere che le donne e gli uomini siano tutti uguali e che il significato della vita sia lottare affinché questo principio sia realizzato. Tra questi principi c'è anche il cercare di fare bene il proprio lavoro - farlo con coscienza, si usava dire dalle mie parti - perché bisogna avere rispetto di quello che si fa, anche se si puliscono i cessi. Tra questi principi c'è anche l'avere coscienza di classe, del fatto di essere parte di un popolo che lotta e cercare di fare la propria parte per continuare quella lotta. Tra questi principi c'è anche il coraggio di dire la verità, nella propria famiglia come nel mondo. Poi è difficile guardare nella propria coscienza, a volte non è uno spettacolo edificante, siamo liberi anche di non farlo, ma siamo più liberi quando lo facciamo.
Le parole - l'ho raccontato spesso in questo strano dizionario - cambiano, e la storia di questi cambiamenti ci dice sempre qualcosa di noi, che quelle parole le usiamo, più o meno bene.
In questi ultimi anni sembra che la coscienza sia un'esclusiva delle donne e degli uomini che professano la religione cattolica. Hanno una coscienza quei medici che, nelle strutture pubbliche, si rifiutano di praticare l'interruzione della gravidanza; hanno una coscienza quei funzionari pubblici che non vogliono registrare l'atto di un matrimonio contratto da persone dello stesso sesso; hanno una coscienza quei parlamentari che non voteranno a favore dell'estensione dei diritti civili agli omosessuali, in particolare dell'adozione del figlio del compagno o della compagna. Per questa bizzarra concezione noi atei non avremmo una coscienza, ma agiremmo in base a una qualche pretesa direttiva esterna, costretti da qualcosa che ci priverebbe della libertà di scegliere. Infatti quei medici, quei funzionari, quei parlamentari, invocano la loro libertà di coscienza, gettandocela in faccia, forti delle loro convinzioni e delle loro granitiche certezze. Mi dispiace, non è così. Abbiamo anche noi la coscienza e siamo liberi, quando abbiamo la forza di ascoltarla
La coscienza è una cosa seria con cui ciascuno di noi deve fare i conti, indipendentemente da quello in cui crede o non crede. Capisco che praticare un aborto sia un atto che interroga quel medico, che sia più difficile ed eticamente più sconvolgente che prescrivere un antibiotico, ma non lo è meno per la donna che prende quella decisione, che è la persona a cui dovremmo prestare maggior rispetto e di cui dovremmo preoccuparci davvero. E che ha fatto quella scelta, che riguarda lei e quella vita in potenza che c'è in lei, ascoltando la propria coscienza. Proprio perché l'aborto è una cosa seria, così seria - le donne lo sanno - dovrebbero farsi un esame di coscienza quei medici che fanno gli obiettori nelle strutture pubbliche e poi praticano gli stessi interventi in quelle private, oppure che costringono le loro pazienti a viaggi estenuanti, per cercare quelle strutture dove gli obiettori - che continuano a prendere lo stesso stipendio dei loro colleghi che aiutano le donne - non siano in maggioranza.
Allo stesso modo dovrebbero interrogarsi quei politici che usano la libertà di coscienza per raccogliere un po' di voti a buon mercato, per lanciare messaggi trasversali contro o a favore del governo, per ottenere un posto da sottosegretario o la presidenza di una commissione o qualche altro vantaggio meno confessabile. In merito al tema in questione sapete come la penso: credo che tutte le persone debbano avere gli stessi diritti e quindi credo che le persone dello stesso sesso dovrebbero poter scegliere se sposarsi, costituire un'unione con meno vincoli rispetto al matrimonio o semplicemente non sposarsi, esattamente come dovrebbero poter scegliere le coppie eterosessuali. So che ci sono persone che la pensano in maniera radicalmente diversa su questo punto specifico e ovviamente non ho la pretesa che la mia coscienza valga più della vostra, ma nemmeno sono disposto ad accettare che valga di meno. Poi ci confronteremo sui diritti e vedremo chi la spunterà. Però essere in pace con la propria coscienza significa dire la verità, in maniera esplicita: pensi che le persone omosessuali abbiano meno diritti di quelle eterosessuali? Dillo, senza nasconderti dietro il voto segreto. Il tuo partito vuol fare una battaglia politica su questo tema: dillo, senza fare gesuitiche distinzioni, invocando la libertà di coscienza.
Tra le molte cose di cui mi sono stancato c'è anche il fatto che la mia etica sia considerata un po' meno perché non credo in dio, nel dio in cui crede - o finge di credere - la maggioranza. Chiedo rispetto per la mia etica, anche se è fondata non su principi sanciti da un ente superiore, ma sulla cultura dei diritti delle donne e degli uomini, anche se la mia etica è così terrena, perché legata alla storia delle donne e degli uomini. Ho conosciuto persone che, pur non credendo, avevano principi morali saldissimi, rigidi, e un mio cruccio è non riuscire a seguirli, per debolezza, egoismo, pigrizia, quei difetti che credo di condividere con la maggioranza di voi, perché altrimenti il mondo sarebbe un po' meno peggio di quello che è, se noi fossimo davvero come pretendiamo di essere e come ci descriviamo. Tra questi principi c'è anche credere che le donne e gli uomini siano tutti uguali e che il significato della vita sia lottare affinché questo principio sia realizzato. Tra questi principi c'è anche il cercare di fare bene il proprio lavoro - farlo con coscienza, si usava dire dalle mie parti - perché bisogna avere rispetto di quello che si fa, anche se si puliscono i cessi. Tra questi principi c'è anche l'avere coscienza di classe, del fatto di essere parte di un popolo che lotta e cercare di fare la propria parte per continuare quella lotta. Tra questi principi c'è anche il coraggio di dire la verità, nella propria famiglia come nel mondo. Poi è difficile guardare nella propria coscienza, a volte non è uno spettacolo edificante, siamo liberi anche di non farlo, ma siamo più liberi quando lo facciamo.
venerdì 5 febbraio 2016
Verba volant (244): primavera...
per Giulio,
che ha creduto in un mondo diverso
e l'ha studiato con curiosità
Primavera, sost. f.
Sono passati ormai cinque anni da quelle settimane così cariche di speranza; e alla primavera araba è seguito un lungo inverno, la cui fine ci sembra ogni giorno più lontana.
Ho provato a rileggere le cose che avevo scritto allora. Al netto del mio entusiasmo per quei movimenti popolari che mi sembravano rappresentare davvero qualcosa di nuovo e, a suo modo, rivoluzionario, al netto del mio ottimismo - noi pessimisti quando cadiamo nel sentimento opposto tendiamo sempre ad eccedere - ci sono due punti su cui credo di non essermi sbagliato. E su cui sia utile continuare a riflettere.
Il primo è la nostra incapacità di comprendere da un lato e di sostenere dall'altro quei movimenti di protesta. Mi pare che i governi occidentali, i nostri governi, abbiano fatto di tutto per stroncare quelle rivolte, che pure a parole dicevano di apprezzare e di voler aiutare. In Egitto hanno immediatamente dato il loro placet al colpo di stato dei militari e nei mesi successivi, in ogni modo possibile, hanno sostenuto quel nuovo regime, probabilmente più autocratico di quello che c'era prima. In Libia sono intervenuti militarmente, senza alcuna strategia a lungo termine, ma con il solo obiettivo di eliminare non tanto il capo di un regime inviso, quanto un loro complice che non riuscivano più a controllare, da cui si sentivano traditi e che avrebbe potuto rivelare qualche verità imbarazzante; le cancellerie hanno agito con una logica da gangster, da malavitosi, e infatti ora in quel paese questa pare l'unica logica accettata. Nei paesi del Golfo si sono sostanzialmente piegati ai voleri del regime saudita che ha normalizzato, soprattutto con la forza del denaro, le situazioni che sembravano sfuggire al proprio controllo. In Siria hanno avuto paura, per una volta con cognizione di causa, di creare un regime peggiore di quello destinato a soccombere e hanno in sostanza congelato la situazione a cinque anni fa, mentre il resto dello scenario è mutato e le persone in quel paese hanno continuato - e continuano - a morire, nell'indifferenza globale. Di loro, come delle donne e degli uomini di tutti quei paesi, ai nostri governi non interessa nulla, a meno che non abbiano l'ardire di spingersi fino ai nostri confini: solo allora diventano un problema di cui occuparsi. L'unico paese in cui non sono intervenuti è la Tunisia, che - non a caso - è l'unico in cui, pur con tutte le sue difficoltà, la primavera è sbocciata e ha cominciato a dare i primi frutti.
La cosa che però mi pare ancora più preoccupante è che in questi cinque anni si è affermato tra di noi un pregiudizio determinista, se non apertamente razzista, ossia che gli arabi in particolare e i musulmani in generale non sarebbero fatti per la democrazia. La storia della Tunisia smentisce questa teoria strampalata, che pure in qualche modo si è fatta strada nell'opinione pubblica occidentale, non a caso diffusa e fatta crescere in maniera interessata mentre da noi venivano - e vengono - ristrette le prerogative democratiche. Credo sia utile ricordare che quelle manifestazioni di cinque anni fa, in qualche modo e forse allora con scarsa consapevolezza da parte nostra, si collegavano a un'esplosione di ribellione che coinvolse migliaia di giovani - e non solo - in ogni parte del mondo, per protestare contro un sistema capitalista sempre più ingiusto e sempre più potente. C'era un legame tra piazza Tahrir e Zuccotti park, tra i ragazzi di Madrid e quelli di Tunisi, un legame che è stato spezzato, perché potenzialmente poteva rappresentare il vero pericolo per i poteri costituiti, nei paesi occidentali prima ancora che nei paesi arabi. Ecco, se qualcosa è cambiato in questi cinque anni, è proprio il regime capitalista, che è diventato, se possibile, ancora più ingiusto e ancora più potente. E più sfrontato. E' questo regime il nemico che dobbiamo abbattere, noi, insieme a quei popoli che allora - come ora - chiedevano il pane, insieme alla libertà.
E qui vengo al secondo punto su cui insistevo allora e su cui credo occorra ancora ragionare; anche per capire come poter partecipare a questo processo, come poterlo aiutare davvero. La democrazia ha bisogno di tempo per crescere. La vicenda tunisina non è frutto di un caso e il successo della primavera in quel paese non è il risultato di questi cinque anni, per quanto importanti, per quanto significativi. In quel paese, per una serie di vicende storiche, grazie al clima sociale che ha favorito l'incontro tra persone di culture e religioni diverse, grazie al consolidarsi delle organizzazioni sindacali, grazie alla diffusione dell'istruzione, grazie soprattutto al ruolo delle donne, esiste un terreno capace di sostenere quella pianta fragile, di farne attecchire le radici, di darle nutrimento. Naturalmente si è trattato di un percorso tutt'altro che lineare, ma con una direzione precisa. In fondo anche la nostra storia ha le stesse caratteristiche: all'interno dell'Unione europea ci sono paesi che solo quarant'anni fa erano ancora regimi autocratici fascisti o che vent'anni fa erano governati da un partito unico. In Europa ci sono voluti almeno due secoli per costruire la democrazia e non è che il cammino sia compiuto. Non è mai compiuto: la pianta della democrazia rischia di inaridire molto in fretta, perché va curata, va alimentata, va protetta, con una pazienza e un impegno che noi spesso non le dedichiamo. E dobbiamo ricordare, prima di tutto a noi stessi - che non dobbiamo avere la presunzione di poter insegnare qualcosa a qualcuno - che la democrazia cresce con l'educazione, con la cultura, con l'arte, perché donne e uomini consapevoli fanno crescere i diritti, politici e sociali.
Come dice Chance in Oltre il giardino, parlando dell'unica cosa che conosce:
In un giardino c'è una stagione per la crescita. Prima vengono la primavera e l'estate, e poi abbiamo l'autunno e l'inverno. Ma poi ritorna la primavera e l'estate.
martedì 2 febbraio 2016
Considerazioni libere (407): a proposito di come è cambiato quel mondo piccolo...
Se non siete di questa zona, se non conoscete la bassa emiliana, in particolare i paesi lungo la riva del Po, forse il nome Brescello non vi dice nulla, ma sicuramente conoscete la sua piazza, perché è una delle più famose della storia del cinema. Non esagero. Provate ad andare una domenica in questo piccolo paese in provincia di Reggio - a proposito, se venite da queste parti, fatemelo sapere, Zaira ed io vi saluteremo volentieri e vi daremo qualche consiglio su dove andare a mangiare - e incontrerete turisti stranieri che si fanno le foto davanti al carro armato o che guardano la campana, quella senza il batacchio naturalmente, ricordando in maniera precisa la scena in cui Peppone ci rimane sotto, perché i film tratti dalle storie di don Camillo sono conosciuti davvero in tutto il mondo.
Brescello non era il paese in cui il parmense Guareschi aveva immaginato le sue storie, ma venne scelto perché aveva le caratteristiche migliori da un punto di vista cinematografico e così è diventato, per tutto il mondo, il paese di Peppone e don Camillo. Ed il paese stesso, con la chiesa, la stazione, il municipio, le case, le botteghe, la grande piazza, è diventato in qualche modo uno dei protagonisti del film, il terzo personaggio, anche perché Peppone e don Camillo non sanno immaginarsi e non potrebbero vivere in un altro posto. Appena si allontanano, ne sentono immediatamente la nostalgia; e debbono tornarci. E' una nostalgia che prende talvolta anche noi, che pure non siamo nati a Brescello.
Quel piccolo paese ha quindi avuto l'opportunità, per molti anni, di rappresentare l'Italia - un'Italia bella, di cui amiamo considerarci figli - grazie alla capacità di Giovanni Guareschi di raccontare le storie del mondo piccolo e a quella di un formidabile gruppo di registi, sceneggiatori, attori, tecnici, che le hanno sapute trasformare in racconti cinematografici. Quei libri e soprattutto quei film hanno avuto un tale successo, non solo in Italia, perché raccontano storie universali, pur partendo dalle vicende di un paese lungo le rive del Po. E quelle storie hanno ancora un tale successo, perché sono vere, perché Guareschi racconta un'Italia vera, un'Italia che oggi naturalmente non c'è più. Fortunatamente non c'è più. E non c'è più anche per merito di persone come Peppone e don Camillo. Io ho avuto la fortuna di conoscerne molti di Peppone, alcuni di loro mi hanno insegnato la politica. E non solo.
Quell'Italia là non era migliore dell'Italia di oggi, come qualche volta potremmo pensare, sprofondati nello schifo in cui ci troviamo. O almeno nessuno di noi vorrebbe davvero tornare a vivere in quegli anni: ci siamo abituati troppo bene. Pur essendo commedie e dovendo finire bene, quei film raccontano un'Italia in cui c'era una miseria terribile, in cui per tante famiglie mangiare tutti i giorni non era affatto scontato, perché magari la terra era cattiva come quella della Bruciata o perché un fittavolo poteva essere sfrattato, con tutta la sua famiglia, senza sapere dove andare. Racconta un'Italia di contrapposizioni politiche e sociali molto dure, in cui gli scioperi duravano giorni e mettevano a rischio la vita delle persone, anche perché facevano morire le mucche che non venivano munte, e in cui la violenza era un aspetto non secondario della lotta politica, e di questo si poteva morire, come il giovane comunista per cui Peppone e don Camillo suonano le loro campane. Nel mondo piccolo raccontato da Guareschi si viveva con la paura, perché il grande fiume incombeva sulle vite di quei territori e poteva trasformarsi da fonte di vita a pericolo mortale. C'era generosità, rispetto per le persone, senso della memoria, ma c'erano anche tante meschinerie, tante paure, tanta ignoranza, che Guareschi racconta senza ipocrisie. Però quella Brescello lì raccontava l'Italia uscita dalla guerra, anzi che di guerre ne aveva combattute due; e quelli che vivevano a Brescello erano sempre stati sconfitti, perché i poveri le perdono sempre le guerre. Raccontava un'Italia che lavorava, in cui il lavoro era fondamentale: non per niente era la parola che, per una volta d'accordo, Peppone e don Camillo, avevano voluto nel primo articolo della nuova Costituzione. Raccontava un'Italia che voleva crescere, che voleva studiare, che voleva far studiare i propri figli - e per questo accettava ogni sacrificio - che voleva finalmente uscire dalla miseria, ma tutta insieme, cercando che nessuno rimanesse indietro. E ci sono anche riusciti Peppone e don Camillo, hanno fatto tanto e di quello che hanno fatto dobbiamo essere loro grati. Come dobbiamo riconoscerne i limiti, che pure ci sono stati.
Quel piccolo paese ha quindi avuto l'opportunità, per molti anni, di rappresentare l'Italia - un'Italia bella, di cui amiamo considerarci figli - grazie alla capacità di Giovanni Guareschi di raccontare le storie del mondo piccolo e a quella di un formidabile gruppo di registi, sceneggiatori, attori, tecnici, che le hanno sapute trasformare in racconti cinematografici. Quei libri e soprattutto quei film hanno avuto un tale successo, non solo in Italia, perché raccontano storie universali, pur partendo dalle vicende di un paese lungo le rive del Po. E quelle storie hanno ancora un tale successo, perché sono vere, perché Guareschi racconta un'Italia vera, un'Italia che oggi naturalmente non c'è più. Fortunatamente non c'è più. E non c'è più anche per merito di persone come Peppone e don Camillo. Io ho avuto la fortuna di conoscerne molti di Peppone, alcuni di loro mi hanno insegnato la politica. E non solo.
Quell'Italia là non era migliore dell'Italia di oggi, come qualche volta potremmo pensare, sprofondati nello schifo in cui ci troviamo. O almeno nessuno di noi vorrebbe davvero tornare a vivere in quegli anni: ci siamo abituati troppo bene. Pur essendo commedie e dovendo finire bene, quei film raccontano un'Italia in cui c'era una miseria terribile, in cui per tante famiglie mangiare tutti i giorni non era affatto scontato, perché magari la terra era cattiva come quella della Bruciata o perché un fittavolo poteva essere sfrattato, con tutta la sua famiglia, senza sapere dove andare. Racconta un'Italia di contrapposizioni politiche e sociali molto dure, in cui gli scioperi duravano giorni e mettevano a rischio la vita delle persone, anche perché facevano morire le mucche che non venivano munte, e in cui la violenza era un aspetto non secondario della lotta politica, e di questo si poteva morire, come il giovane comunista per cui Peppone e don Camillo suonano le loro campane. Nel mondo piccolo raccontato da Guareschi si viveva con la paura, perché il grande fiume incombeva sulle vite di quei territori e poteva trasformarsi da fonte di vita a pericolo mortale. C'era generosità, rispetto per le persone, senso della memoria, ma c'erano anche tante meschinerie, tante paure, tanta ignoranza, che Guareschi racconta senza ipocrisie. Però quella Brescello lì raccontava l'Italia uscita dalla guerra, anzi che di guerre ne aveva combattute due; e quelli che vivevano a Brescello erano sempre stati sconfitti, perché i poveri le perdono sempre le guerre. Raccontava un'Italia che lavorava, in cui il lavoro era fondamentale: non per niente era la parola che, per una volta d'accordo, Peppone e don Camillo, avevano voluto nel primo articolo della nuova Costituzione. Raccontava un'Italia che voleva crescere, che voleva studiare, che voleva far studiare i propri figli - e per questo accettava ogni sacrificio - che voleva finalmente uscire dalla miseria, ma tutta insieme, cercando che nessuno rimanesse indietro. E ci sono anche riusciti Peppone e don Camillo, hanno fatto tanto e di quello che hanno fatto dobbiamo essere loro grati. Come dobbiamo riconoscerne i limiti, che pure ci sono stati.
Brescello oggi non è solo il paese di Peppone e don Camillo, è anche un paese della 'ndrangheta. E' una di quelle realtà del nord in cui la criminalità ha preso piede, in maniera molto diversa da come aveva fatto storicamente nel Mezzogiorno, ma in maniera non meno permeante. A Brescello i mafiosi non sparano, ma fanno affari, prestano denaro, sostengono aziende in crisi, offrono servizi a basso costo, assumono un ruolo politico. A Brescello i mafiosi sono i nostri vicini di casa, i genitori dei compagni di scuola dei nostri figli, le persone con cui lavoriamo, magari il nostro commercialista o il nostro avvocato, le persone a cui chiediamo aiuto in un momento di difficoltà. Poi possiamo far finta di credere che la mafia qui al nord non esista; non ci chiediamo come mai quell'azienda riesca a smaltire i rifiuti industriali a un prezzo così basso, facendoci risparmiare; non ci meravigliamo di fronte a quei soldi, in contanti, con cui hanno acquistato il nostro bar che da mesi cercavamo di vendere, senza successo; non ci facciamo domande se, d'un tratto, cessano i furti che nelle settimane precedenti ci avevano allarmato; non ci stupiamo se il direttore della banca, mentre ci nega il prestito di cui abbiamo così bisogno, ci spiega che quei soldi possiamo averli comunque, chiedendo alla persona giusta. Possiamo far finta di niente, magari lamentarci che sia finito il tempo di Peppone e don Camillo e alla fine girarci dall'altra parte; e così anche noi abbiamo dato il nostro contributo alle mafie, le abbiamo aiutate a crescere, siamo diventati anche noi un po' mafiosi. Adesso Brescello rappresenta purtroppo questa Italia qui, di cui non amiamo considerarci figli, ma con cui conviviamo, arrabbiandoci sempre meno.
Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello. Certo la piazza è sempre quella, con la chiesa, il municipio, le botteghe sotto i portici bassi, ma la gente è certamente diversa e non è questione del colore della pelle o dell'inflessione dialettale, come qualche sciocco vorrebbe farci credere - c'è una 'ndrangheta che parla dialetto reggiano, come c'è una mafia che parla l'inglese fluente dei manager - è cambiata l'idea che dobbiamo farcela tutti insieme, perché ci siamo abituati a credere che ciascuno deve pensare a se stesso, non c'è più la voglia di non lasciare indietro nessuno, perché se l'altro non ce la fa ce ne sarà più per me. Pensiamo che studiare non serva a nulla, tanto mia figlia farà più successo se andrà al Grande fratello e poi si può diventar ricchi anche senza lavorare. E quella parola là, nel primo articolo della Costituzione, ha sempre meno significato: forse sarebbe perfino ora di cambiarla, di toglierla. Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello, perché vedrebbero la mafia che ha vinto. Ma almeno loro non smetterebbero di combattere.
Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello. Certo la piazza è sempre quella, con la chiesa, il municipio, le botteghe sotto i portici bassi, ma la gente è certamente diversa e non è questione del colore della pelle o dell'inflessione dialettale, come qualche sciocco vorrebbe farci credere - c'è una 'ndrangheta che parla dialetto reggiano, come c'è una mafia che parla l'inglese fluente dei manager - è cambiata l'idea che dobbiamo farcela tutti insieme, perché ci siamo abituati a credere che ciascuno deve pensare a se stesso, non c'è più la voglia di non lasciare indietro nessuno, perché se l'altro non ce la fa ce ne sarà più per me. Pensiamo che studiare non serva a nulla, tanto mia figlia farà più successo se andrà al Grande fratello e poi si può diventar ricchi anche senza lavorare. E quella parola là, nel primo articolo della Costituzione, ha sempre meno significato: forse sarebbe perfino ora di cambiarla, di toglierla. Peppone e don Camillo non riconoscerebbero più la loro Brescello, perché vedrebbero la mafia che ha vinto. Ma almeno loro non smetterebbero di combattere.
giovedì 28 gennaio 2016
Verba volant (243): nascondere...
Nascondere, v. tr.
Un curioso paradosso: proprio mentre stavamo celebrando il Giorno della memoria, ossia l'anniversario in cui è stato svelato al mondo l'orrore dei campi di sterminio nazisti, sugli organi di informazione si è parlato soprattutto di due nascondimenti.
Della decisione - non si capisce ancora di chi - di nascondere le statue antiche raffiguranti dei nudi all'interno dei Musei capitolini, per non offendere il presidente iraniano Rouhani, si è parlato molto. Ha fatto molto meno notizia - anche se è più grave, perché non c'è nemmeno l'attenuante della stupidità - un'altra copertura. A Londra, su un muro che si trova proprio davanti all'ambasciata francese, l'artista inglese Bansky ha tratteggiato in lacrime Cosette, nell'immagine divenuta un'icona pop grazie al musical Les Misérables, con alle spalle un tricolore francese sfrangiato e ai piedi una bomboletta e una nube di gas, per denunciare l'uso dei lacrimogeni sparati dalla polizia francese per respingere i migranti a Calais; la società proprietaria dell'edificio ha nascosto l'opera con un pannello di legno, evidentemente per non offendere le autorità francesi.
Se invito a cena un amico vegetariano evito di preparare i tagliolini ai quattro salumi - che pure sono una mia specialità - come nel caso in cui l'amico sia musulmano (in questo caso evito di mettere in tavola anche il vino): si tratta, con tutta evidenza, di regole di buon senso e di educazione, quella che insegnavano le nonne. Lo stesso buon senso avrebbe dovuto evitare di convocare la conferenza stampa di Rouhani proprio sotto l'immagine della Venere capitolina, per fare in modo che non apparisse in tutte le foto del presidente iraniano quel seno scoperto, per quanto di marmo: in quel caso, per non incorrere in una gaffe diplomatica, bastava scegliere un'altra sala. Coprire - e in quel modo - le statue che si trovavano lungo il percorso è stato invece un grave errore, anche dal punto di vista diplomatico, perché abbiamo trattato Rouhani - che è persona intelligente e colta - come un talebano, come un Adinolfi qualsiasi. Però la cosa preoccupante della vicenda di Roma è la stupidità. Sinceramente mi preoccupa che il cerimoniale, che è un aspetto importante e non marginale della vita di uno stato, perché attiene ai simboli che rappresentano il paese e quindi tutti noi cittadini, venga lasciato nelle mani di persone che evidentemente non sono capaci di fare il proprio lavoro. Così come è stato imbarazzante il successivo teatrino del rimpallo delle responsabilità, come se gli unici a dover pagare di questo errore fossero i falegnami che hanno montato quelle brutte casse.
Quella decisione è grave perché è stupida e perché è il segno che la stupidità - e non la fantasia come si sperava una volta - è al potere. Devo dire, per completezza, che è intriso di stupidità anche gran parte del dibattito che è seguito a questa bizzarra decisione. Non è questione di sudditanza all'islam, come hanno tuonato leghisti, fascisti e crociati di varia natura, ma è mancanza di consapevolezza che queste opere sono parte di un patrimonio culturale comune a tutta l'umanità. Se giustamente tutti deploriamo la distruzione di Palmira, allo stesso modo non possiamo nascondere le opere che raccontano la nostra civiltà. Che è anche la loro civiltà, visto che nel museo archeologico di Teheran ci sono opere fondamentali dell'arte greca. Quella Venere doveva essere liberata da quella brutta cassa non solo perché è una statua bellissima, ma soprattutto perché rappresenta le nostre comuni radici. Perché è il bello che ci potrà salvare in questo mondo in cui predominano sempre più il brutto e l'ignoranza.
La decisione di coprire l'opera di Bansky è più grave perché più consapevole. Chi lo ha ordinato sa che quella è un'opera d'arte - anche con un suo valore commerciale - e quindi non l'ha cancellata, come è avvenuto negli anni passati con tanti lavori di quell'artista, ma l'ha nascosta, perché quel messaggio evidentemente disturba. E certamente quel viso piangente, quel gas che sale, quella bandiera strappata, quel tricolore che in tanti altri quadri è simbolo di libertà, di lotta all'ingiustizia, di democrazia, sono un'offesa, un'offesa ben più provocatoria di un seno nudo.
Quell'immagine ci ricorda che oggi, a più di settant'anni dalla fine dei lager nazisti, in questo mondo - anche in questa parte del mondo, quella che ha liberato Auschwitz - ci sono ancora troppi campi di concentramento, che ovviamente non si chiamano più così, ma in cui donne e uomini vengono rinchiusi solo perché arrivano da un certo paese, solo perché la loro pelle ha un certo colore o solo perché sono poveri. Quell'immagine ci ricorda che c'è ancora un potere che usa la forza non per proteggere i deboli, ma difendere i privilegi dei ricchi. E' questo che dà così fastidio a tutti i potenti più di quanto un culo ben modellato offenda i cardinali o gli ayatollah. Bansky, con pochi tratti delle sue bombolette, ci dice che sono ancora troppi i miserabili che vivono nelle nostre città, tentando di fuggire da un potere che non ha nemmeno più l'ideale di ordine e la fedeltà alle leggi di Javert, ma solo l'avidità e la rapacità di Thénardier. E per questo il potere fa crescere in noi cittadini la paura, ci rende sempre più cattivi verso gli altri, che invece sono come noi, soffrono come noi.
E' difficile immaginare due opere d'arte così radicalmente diverse come la Venere capitolina e un graffito di Bansky. Eppure tutte e due sono state nascoste, perché evidentemente il potere ha paura dell'arte, della poesia, della cultura, perché evidentemente quelle due opere, per quello che rappresentano, sono uno schiaffo al potere che ci vuole sudditi ignoranti. Per questo noi abbiamo così bisogno che l'arte non sia nascosta, per questo abbiamo così bisogno che l'ignoranza sia sconfitta, per questo abbiamo così bisogno di cultura.
lunedì 25 gennaio 2016
Verba volant (242): banchetto...
Banchetto, sost. m.
Ho sempre cercato di avere attenzione e rispetto per le parole, anche prima di imbarcarmi in questa avventura di scrivere un vocabolario, perché credo che le parole raccontino molto, anche al di là del modo in cui noi le usiamo, o le sappiamo usare. Mi hanno colpito oggi alcune espressioni usate per raccontare la visita del presidente iraniano Rouhani in Italia. L'Italia al banchetto iraniano titola un giornale; nell'articolo si parla dei molti accordi commerciali che verranno firmati e viene usata l'espressione bottino italiano, per dire che saranno particolarmente lucrosi per alcune imprese di questo paese. Queste parole non sono state usate in senso negativo, ma in un articolo, peraltro ospitato in un giornale dei padroni, il cui autore voleva esprimere evidentemente tutto il proprio entusiasmo per questi soldi in arrivo verso le aziende del nostro paese.
In uno sketch degli anni Ottanta in cui si mettevano alla berlina i primi politici leghisti che allora cominciavano ad apparire in televisione, il rappresentante di uno di questi fantomatici partiti del nord - peraltro interpretato da un comico del sud - diceva: non siamo noi a essere razzisti, siete voi a essere meridionali. Ecco, a proposito di quell'articolo mi verrebbe da dire: non siamo noi a essere anticapitalisti, siete voi a essere ladri. Perché non lo riuscite proprio a nascondere che in fondo il capitalismo è quella roba lì: un furto su larghissima scala, in cui le autorità che dovrebbero sanzionarvi non solo non fanno rispettare le leggi e la giustizia, ma sono vostri complici. I guadagni di queste aziende che da oggi torneranno a commerciare con l'Iran non rappresentano un beneficio per tutto il paese, ma solo per i padroni di quelle aziende. Per anni ci hanno fatto credere che fosse vera la frase attribuita a Gianni Agnelli che ciò che va bene per la Fiat va bene per l'Italia. No, non è così: ciò che va bene per la Fiat va bene per i padroni della Fiat, e gli interessi dei padroni della Fiat sono diversi, in alcuni casi, in conflitto, con gli interessi del paese, a partire da quelli dei lavoratori; eppure questa retorica funziona ancora, è entrata in circolo come un veleno e non riusciamo più a eliminarla. Anzi in nome di questa retorica, e degli affari che questa nasconde, si conduce tutta la politica. Il viaggio di Rouhani lo dimostra bene.
Leggendo quel titolo mi è venuta in mente anche la scena con cui si conclude La Fattoria degli animali di George Orwell, il banchetto in cui, per la prima volta, si ritrovano allo stesso tavolo i maiali e i proprietari delle fattorie vicine; gli altri animali, che guardano da fuori della finestra, non riescono più a distinguere quali siano gli uomini e quali i maiali. Ancora noi li distinguiamo i nostri maiali dai loro, perché il nostro presidente ha la cravatta e il loro ha un turbante, ma quelli del seguito, quelli per cui è stato davvero organizzato questo viaggio, sono indistinguibili, perché gli affari sono affari e quelli parlano tutti la stessa lingua, quella dei soldi, hanno tutti le stesse facce. Facce di cui non possiamo fidarci.
Ci sarebbero molte ragioni per essere soddisfatti di questo viaggio del presidente iraniano, della fine delle sanzioni, del ruolo che quel paese torna a svolgere in un'area del mondo in cui ha da sempre rappresentato un elemento centrale. Ci sarebbe da essere soddisfatti perché potrebbe significare che quel regime è destinato a cambiare, anche sotto la pressione di un'opinione pubblica che è tutt'altro che monolitica e in cui i giovani stanno svolgendo un ruolo importante. Noi dovremmo guardare con più attenzione a quel grande paese, dalla storia così ricca, cercando di capire come aiutare chi sta provando davvero a cambiare. Eppure questo è solo un viaggio per fare affari, per far arricchire ancora di più quelli che sono già ricchi e far diventare più poveri quelli che sono già poveri, perché il capitalismo, a cui nonostante tutto, nonostante tutta la retorica, anche gli ayatollah si sono piegati, come hanno fatto, prima di loro, i dirigenti comunisti cinesi, ha vinto. E vuole stravincere; anche nell'uso delle parole.
Ho sempre cercato di avere attenzione e rispetto per le parole, anche prima di imbarcarmi in questa avventura di scrivere un vocabolario, perché credo che le parole raccontino molto, anche al di là del modo in cui noi le usiamo, o le sappiamo usare. Mi hanno colpito oggi alcune espressioni usate per raccontare la visita del presidente iraniano Rouhani in Italia. L'Italia al banchetto iraniano titola un giornale; nell'articolo si parla dei molti accordi commerciali che verranno firmati e viene usata l'espressione bottino italiano, per dire che saranno particolarmente lucrosi per alcune imprese di questo paese. Queste parole non sono state usate in senso negativo, ma in un articolo, peraltro ospitato in un giornale dei padroni, il cui autore voleva esprimere evidentemente tutto il proprio entusiasmo per questi soldi in arrivo verso le aziende del nostro paese.
In uno sketch degli anni Ottanta in cui si mettevano alla berlina i primi politici leghisti che allora cominciavano ad apparire in televisione, il rappresentante di uno di questi fantomatici partiti del nord - peraltro interpretato da un comico del sud - diceva: non siamo noi a essere razzisti, siete voi a essere meridionali. Ecco, a proposito di quell'articolo mi verrebbe da dire: non siamo noi a essere anticapitalisti, siete voi a essere ladri. Perché non lo riuscite proprio a nascondere che in fondo il capitalismo è quella roba lì: un furto su larghissima scala, in cui le autorità che dovrebbero sanzionarvi non solo non fanno rispettare le leggi e la giustizia, ma sono vostri complici. I guadagni di queste aziende che da oggi torneranno a commerciare con l'Iran non rappresentano un beneficio per tutto il paese, ma solo per i padroni di quelle aziende. Per anni ci hanno fatto credere che fosse vera la frase attribuita a Gianni Agnelli che ciò che va bene per la Fiat va bene per l'Italia. No, non è così: ciò che va bene per la Fiat va bene per i padroni della Fiat, e gli interessi dei padroni della Fiat sono diversi, in alcuni casi, in conflitto, con gli interessi del paese, a partire da quelli dei lavoratori; eppure questa retorica funziona ancora, è entrata in circolo come un veleno e non riusciamo più a eliminarla. Anzi in nome di questa retorica, e degli affari che questa nasconde, si conduce tutta la politica. Il viaggio di Rouhani lo dimostra bene.
Leggendo quel titolo mi è venuta in mente anche la scena con cui si conclude La Fattoria degli animali di George Orwell, il banchetto in cui, per la prima volta, si ritrovano allo stesso tavolo i maiali e i proprietari delle fattorie vicine; gli altri animali, che guardano da fuori della finestra, non riescono più a distinguere quali siano gli uomini e quali i maiali. Ancora noi li distinguiamo i nostri maiali dai loro, perché il nostro presidente ha la cravatta e il loro ha un turbante, ma quelli del seguito, quelli per cui è stato davvero organizzato questo viaggio, sono indistinguibili, perché gli affari sono affari e quelli parlano tutti la stessa lingua, quella dei soldi, hanno tutti le stesse facce. Facce di cui non possiamo fidarci.
Ci sarebbero molte ragioni per essere soddisfatti di questo viaggio del presidente iraniano, della fine delle sanzioni, del ruolo che quel paese torna a svolgere in un'area del mondo in cui ha da sempre rappresentato un elemento centrale. Ci sarebbe da essere soddisfatti perché potrebbe significare che quel regime è destinato a cambiare, anche sotto la pressione di un'opinione pubblica che è tutt'altro che monolitica e in cui i giovani stanno svolgendo un ruolo importante. Noi dovremmo guardare con più attenzione a quel grande paese, dalla storia così ricca, cercando di capire come aiutare chi sta provando davvero a cambiare. Eppure questo è solo un viaggio per fare affari, per far arricchire ancora di più quelli che sono già ricchi e far diventare più poveri quelli che sono già poveri, perché il capitalismo, a cui nonostante tutto, nonostante tutta la retorica, anche gli ayatollah si sono piegati, come hanno fatto, prima di loro, i dirigenti comunisti cinesi, ha vinto. E vuole stravincere; anche nell'uso delle parole.
mercoledì 20 gennaio 2016
Verba volant (241): licenziare...
Licenziare, v. tr.
Sono un dipendente pubblico, che cerca di fare il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Tempo fa - una vita fa, a dire il vero - sono stato anche un amministratore, in un Comune. Per esperienza quindi so che ci sono tanti dipendenti pubblici bravi e naturalmente so anche che ce ne sono alcuni che meriterebbero di essere mandati a casa; in meno di 48 ore.
Proprio perché lavoro in un Comune sono contento che alcuni miei "colleghi" che lavoravano a Sanremo siano stati licenziati; spero anche che il lavoro della commissione disciplinare non si fermi lì e verifichi bene le responsabilità di quello che è accaduto. Perché se tante persone lavorano così male o non lavorano affatto, come pare sia accaduto in quell'ente, è difficile credere che la colpa sia solo di quei dipendenti infedeli, anzi sarebbe troppo comodo cavarsela così, con un po' di licenziamenti, peraltro sacrosanti - lo ripeterò allo sfinimento per non essere frainteso. Come mai i dirigenti ben pagati di quel Comune ci hanno impiegato così tanto tempo a capire cosa stava accadendo, peraltro in maniera così sfrontata e plateale? Dove erano gli amministratori che avrebbero dovuto accorgersi di quello che succedeva nella loro, neppure grandissima, città?
In Italia spesso siamo abituati ad affrontare le cose con questo impeto gattopardesco: ci infuriamo se qualcosa va male, incolpiamo qualcuno - in genere uno dei più sfigati - e poi ci disinteressiamo delle cause di quel problema, che infatti si ripresenterà, magari dopo qualche anno, in maniera perfino più grave. Pensate a quello che è successo negli anni Novanta con il fenomeno che ci siamo abituati a chiamare Tangentopoli: tutti in piazza, indignati verso chi rubava, tutti a richiedere misure esemplari, tutti a sventolare cappi o a gettare monetine, poi qualche pesce piccolo è rimasto nella rete, qualcuno ha fatto un po' di meritata galera, ma dopo qualche anno abbiamo scoperto che sostanzialmente il sistema delle tangenti è rimasto in piedi, a volte con gli stessi protagonisti di allora, specialmente tra i pagatori, che furono abbastanza scaltri e lesti da mettersi dalla parte delle vittime.
Adesso è popolare scagliarsi contro i dipendenti pubblici, anzi in questo paese lo è sempre stato: da sempre siamo oggetto di satira e di sberleffo, molto prima che arrivasse Checco Zalone. E quindi la politica cavalca questo sentimento popolare, anche se non proprio commendevole. Si richiedono interventi esemplari, ci spiegano che servono norme severe, severissime, per punire i dipendenti che fanno i furbi, che devono essere licenziati in 48 ore. Non ci dicono però che le leggi per licenziare i dipendenti che rubano lo stipendio, o che rubano altro, ci sono già, bisogna applicarle, come hanno fatto a Sanremo e, come ho detto, bisognerebbe applicarle con più rigore, andando più a fondo, senza guardare in faccia a nessuno, senza timore di urtare equilibri politici e sindacali consolidati e ben oliati. Perché - e lo dobbiamo dire senza ipocrisie - anche un certo modo di fare sindacato all'interno della pubblica amministrazione ci ha portato a questa situazione.
Non so se si farà questa legge per il licenziamento veloce. Spero di no, perché sarebbe un grave errore. Ma ormai non è neppure importante farla, perché il messaggio è passato: il governo è schierato con i cittadini vessati dai burocrati che timbrano il cartellino in mutande e sarà implacabile nel punirli. E da domani - al massimo da dopodomani - tutto tornerà come prima. Quelli che meriterebbero di andare a casa staranno lì, a fare poco o niente - quando va bene e non fanno danni - perché protetti da un sistema che in fondo non vuole davvero risolvere i problemi della pubblica amministrazione, ma preferisce tenerci così, come un alibi sempre a disposizione, quando qualcosa va male; e qualcosa che va male c'è sempre. Questo non va? E' colpa di quei dipendenti pubblici incapaci. Quest'altro non funziona? E' colpa di questi altri che hanno rubato. Ma tutto si risolverà, in 48 ore e poi in 24 e poi all'istante, perché prima o poi verrà il ministro che proporrà il licenziamento immediato, con l'esposizione del colpevole sulla pubblica gogna. E non dimentichiamo che ci sono quelli che ci guadagnano a dire che noi dipendenti pubblici siamo incapaci, inetti, furbastri, perché sono gli stessi che dicono che i privati - ossia loro - possono fare meglio di noi quello che noi facciamo male. Ovviamente lo fanno prendendo più soldi di quanti ne prendiamo noi e nessuno a loro sembra chiedere conto di come fanno quello che fanno, perché il privato è sempre bello e il pubblico sempre brutto e cattivo.
Ovviamente dopo questa ennesima sfuriata rimarranno al loro posto gli amici, gli amici degli amici, gli iscritti al circolo della canasta - ormai ai partiti non si iscrive più nessuno - e quelli che rubano molto, perché in genere sono quelli che hanno più amici. E anche noi rimarremo, noi che lavoriamo, noi che abbiamo pochi amici, noi che ci arrabattiamo con una legislazione sempre più confusa e bizantina, con mezzi sempre meno adeguati e con risorse ogni giorno più modeste. In attesa della prossima sfuriata che non cambierà nulla.
Sono un dipendente pubblico, che cerca di fare il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Tempo fa - una vita fa, a dire il vero - sono stato anche un amministratore, in un Comune. Per esperienza quindi so che ci sono tanti dipendenti pubblici bravi e naturalmente so anche che ce ne sono alcuni che meriterebbero di essere mandati a casa; in meno di 48 ore.
Proprio perché lavoro in un Comune sono contento che alcuni miei "colleghi" che lavoravano a Sanremo siano stati licenziati; spero anche che il lavoro della commissione disciplinare non si fermi lì e verifichi bene le responsabilità di quello che è accaduto. Perché se tante persone lavorano così male o non lavorano affatto, come pare sia accaduto in quell'ente, è difficile credere che la colpa sia solo di quei dipendenti infedeli, anzi sarebbe troppo comodo cavarsela così, con un po' di licenziamenti, peraltro sacrosanti - lo ripeterò allo sfinimento per non essere frainteso. Come mai i dirigenti ben pagati di quel Comune ci hanno impiegato così tanto tempo a capire cosa stava accadendo, peraltro in maniera così sfrontata e plateale? Dove erano gli amministratori che avrebbero dovuto accorgersi di quello che succedeva nella loro, neppure grandissima, città?
In Italia spesso siamo abituati ad affrontare le cose con questo impeto gattopardesco: ci infuriamo se qualcosa va male, incolpiamo qualcuno - in genere uno dei più sfigati - e poi ci disinteressiamo delle cause di quel problema, che infatti si ripresenterà, magari dopo qualche anno, in maniera perfino più grave. Pensate a quello che è successo negli anni Novanta con il fenomeno che ci siamo abituati a chiamare Tangentopoli: tutti in piazza, indignati verso chi rubava, tutti a richiedere misure esemplari, tutti a sventolare cappi o a gettare monetine, poi qualche pesce piccolo è rimasto nella rete, qualcuno ha fatto un po' di meritata galera, ma dopo qualche anno abbiamo scoperto che sostanzialmente il sistema delle tangenti è rimasto in piedi, a volte con gli stessi protagonisti di allora, specialmente tra i pagatori, che furono abbastanza scaltri e lesti da mettersi dalla parte delle vittime.
Adesso è popolare scagliarsi contro i dipendenti pubblici, anzi in questo paese lo è sempre stato: da sempre siamo oggetto di satira e di sberleffo, molto prima che arrivasse Checco Zalone. E quindi la politica cavalca questo sentimento popolare, anche se non proprio commendevole. Si richiedono interventi esemplari, ci spiegano che servono norme severe, severissime, per punire i dipendenti che fanno i furbi, che devono essere licenziati in 48 ore. Non ci dicono però che le leggi per licenziare i dipendenti che rubano lo stipendio, o che rubano altro, ci sono già, bisogna applicarle, come hanno fatto a Sanremo e, come ho detto, bisognerebbe applicarle con più rigore, andando più a fondo, senza guardare in faccia a nessuno, senza timore di urtare equilibri politici e sindacali consolidati e ben oliati. Perché - e lo dobbiamo dire senza ipocrisie - anche un certo modo di fare sindacato all'interno della pubblica amministrazione ci ha portato a questa situazione.
Non so se si farà questa legge per il licenziamento veloce. Spero di no, perché sarebbe un grave errore. Ma ormai non è neppure importante farla, perché il messaggio è passato: il governo è schierato con i cittadini vessati dai burocrati che timbrano il cartellino in mutande e sarà implacabile nel punirli. E da domani - al massimo da dopodomani - tutto tornerà come prima. Quelli che meriterebbero di andare a casa staranno lì, a fare poco o niente - quando va bene e non fanno danni - perché protetti da un sistema che in fondo non vuole davvero risolvere i problemi della pubblica amministrazione, ma preferisce tenerci così, come un alibi sempre a disposizione, quando qualcosa va male; e qualcosa che va male c'è sempre. Questo non va? E' colpa di quei dipendenti pubblici incapaci. Quest'altro non funziona? E' colpa di questi altri che hanno rubato. Ma tutto si risolverà, in 48 ore e poi in 24 e poi all'istante, perché prima o poi verrà il ministro che proporrà il licenziamento immediato, con l'esposizione del colpevole sulla pubblica gogna. E non dimentichiamo che ci sono quelli che ci guadagnano a dire che noi dipendenti pubblici siamo incapaci, inetti, furbastri, perché sono gli stessi che dicono che i privati - ossia loro - possono fare meglio di noi quello che noi facciamo male. Ovviamente lo fanno prendendo più soldi di quanti ne prendiamo noi e nessuno a loro sembra chiedere conto di come fanno quello che fanno, perché il privato è sempre bello e il pubblico sempre brutto e cattivo.
Ovviamente dopo questa ennesima sfuriata rimarranno al loro posto gli amici, gli amici degli amici, gli iscritti al circolo della canasta - ormai ai partiti non si iscrive più nessuno - e quelli che rubano molto, perché in genere sono quelli che hanno più amici. E anche noi rimarremo, noi che lavoriamo, noi che abbiamo pochi amici, noi che ci arrabattiamo con una legislazione sempre più confusa e bizantina, con mezzi sempre meno adeguati e con risorse ogni giorno più modeste. In attesa della prossima sfuriata che non cambierà nulla.
martedì 19 gennaio 2016
"Ai miei amici di Romagna" di Andrea Costa
Lugano, 1879
Miei cari amici,
fin da che uscii dal carcere di Parigi e potei ritornare a me stesso e parlare e scrivere liberamente, pensai di rivolgervi alcune parole, che vi dimostrassero come io, nonostante la lunga separazione e le pratiche diverse della vita e gli avvenimenti, era pur sempre vostro e non domandava di meglio che di riprendere con voi l’opera della nostra comune emancipazione; ma le poche notizie che aveva del movimento attuale italiano, le tristi condizioni di buona parte dei nostri amici e un po’ anche il mio stato di salute, mi trattennero dallo scrivervi.
[...] Miei cari amici! Noi ci troviamo, parmi, alla vigilia di un rinnovamento. Noi sentiamo tutti o quasi tutti che ciò che abbiam fatto fino ad ora non basta più a soddisfare né la nostra attività, né quel bisogno di movimento senza cui un partito non esiste: noi sentiamo insomma che dobbiamo rinnovarci o che i frutti del lavoro che abbiam fatto fin qui saran raccolti da altri. Io sono ben lungi dal negare il passato. Ciò che facemmo ebbe la sua ragion d’essere; ma se noi non ci svolgessimo, se non offrissimo maggior spazio alla nostra attività, se non tenessimo conto delle lezioni che l’esperienza di sette od otto anni ci ha date, noi ci fossilizzeremmo: noi potremmo fare oggi a noi stessi le medesime accuse che facevamo ai Mazziniani nel ‘71 e nel ‘72. Quando non si va avanti, si va necessariamente indietro: io credo che noi vogliamo tutti andare avanti.
Noi facemmo quello che dovevamo fare. Trovandoci da un lato tra un idealismo stantìo (il Mazzinianesimo) che senza tener conto dei postulati della scienza metteva la ragion d’essere dei diritti e della nobiltà dell’uomo non nell’uomo stesso, ma al di fuori di lui - in Dio -; trovandoci dall’altro tra un partito d’azione generoso, ma cieco e senza idee determinate, vagante dalle elevate concezioni della democrazia alla dittatura militare, (dei partiti governativi e del clericale non parlo perché sono fuori di discussione), noi rivelammo energicamente ed affermammo la forza viva del secolo - la classe operaia; ma senza racchiudervi in uno stretto cerchio di casta, voi accettaste il concorso fraterno di quella piccola parte della borghesia, di quei giovani soprattutto, che, i privilegi della loro classe, essendo loro odiosi, si mescolarono fra di voi, e vi sostennero coi mezzi medesimi che la borghesia loro aveva dati, aprendo ad essi l’adito alla scienza. Nel tempo stesso che noi affermavamo l’emancipazione dei lavoratori (cioè coloro che producono cose utili), noi sollevammo ed agitammo tutte le questioni che vi si riferiscono: proprietà, famiglia, stato, religione, dando ad esse una soluzione in armonia con la scienza e con la rivoluzione. Oltre a ciò noi non negammo le tradizioni rivoluzionarie del popolo italiano e soprattutto quel principio che inspirava fin dal ‘57 i nostri eroici precursori della spedizione di Sapri, la propagazione delle idee per mezzo dei fatti. Donde, il lavoro che facemmo contemporaneamente: lavoro di svolgimento intellettuale e morale per mezzo delle conferenze, dei giornali, dei congressi e tentativi rivoluzionarii per abituare il popolo alla resistenza e propagare colla evidenza dei fatti le idee ed ove fosse possibile attuarle.
Ma i tentativi di rivoluzione falliti avendoci privati per anni interi della libertà, o avendoci condannati all’esilio, noi ci disavvezzammo disgraziatamente dalle lotte quotidiane e dalla pratica della vita reale: noi ci racchiudemmo troppo in noi stessi e ci preoccupammo assai più della logica delle nostre idee e della composizione di un programma rivoluzionario che ci sforzammo di attuare senza indugio, anziché dello studio delle condizioni economiche e morali del popolo e de’ suoi bisogni sentiti ed immediati. Noi trascurammo così fatalmente molte manifestazioni della vita, noi non ci mescolammo abbastanza al popolo e quando, spinti da un impulso generoso, noi abbiamo tentato d’innalzare la bandiera della rivolta, il popolo non ci ha capiti, e ci ha lasciati soli.
Che le lezioni dell’esperienza ci approfittino. Compiamo ora ciò che rimase interrotto. Rituffiamoci nel popolo e ritempriamo in esso le forze nostre...
Noi dobbiamo fare assai più di quel che facemmo sino ad ora; ma in sostanza dobbiamo restare quel che fummo: un partito di azione. Ma essere un partito d’azione non significa voler l’azione ad ogni costo e ad ogni momento. La rivoluzione è una cosa seria. Un partito deve comporsi di elementi diversi che si compiano a vicenda. Ed un partito come il nostro che si propone di affrettare la trasformazione inevitabile delle condizioni sociali e dell’uomo - che s’inspira alla scienza - che non vede limiti al suo svolgimento - che non si occupa solo degli interessi economici del popolo, ma vuole soddisfatte tutte le sue facoltà intellettuali e morali, oltre al proletariato - uomini e donne - deve necessariamente comporsi della gioventù, dei pensatori e delle donne della borghesia a cui l’attuale stato di cose riesce odioso e che desiderano maggiore giustizia nei rapporti sociali: esso deve infondere nell’uomo uno spirito nuovo e - per quanto lo permettono le tristi condizioni sociali in cui viviamo e la cattiva educazione che abbiamo tutti ricevuta - dare a’ suoi membri quella forza e quella vita morale che li renderà un esempio vivente di vita nuova.
Non pensiamo che basti gettare al popolo il grido del «Pane!» per sollevarlo. Il popolo è di natura sua idealista (il Lazzaretti ce l’ha provato) e non si solleverà se non quando le idee socialistiche abbiano per lui il prestigio e la forza di attrazione che ebbe un tempo la fede religiosa.
Ma verrà tempo di occuparci come conviene anche delle questioni morali. Ora ne abbiamo altre che ci stringono più da vicino.
La rivoluzione è inevitabile; ma l’esperienza ci ha, credo, dimostrato che non è affare né di un giorno né di un anno. Perciò, aspettando e provocando il suo avvenimento fatale, cerchiamo quale è il programma generale intorno a cui si raccolgono tutte le forze vive e progressive della generazione nostra. Questo programma è, secondo me: il Collettivismo come mezzo, l’Anarchia come fine - programma d’oggi, che fu il nostro programma d’ieri. Intorno al Collettivismo si raccolgono oggi non solamente gli operai italiani che si occupano della loro emancipazione, ma la maggioranza degli operai francesi, belgi, spagnuoli, tedeschi, danesi e gran parte dei nichilisti russi. Non solo, ma il suo avvenimento inevitabile è così evidente, che dei pensatori usciti dalla borghesia, degli economisti, dei professori all’università di ogni nazione lo accettano a fondamento inevitabile del riordinamento sociale.
L’accomunamento della terra e degli strumenti da lavoro avrà per conseguenza necessaria l’accomunamento dei prodotti del lavoro; e quando questo accomunamento abbia luogo, ogni legge che regoli i rapporti fra gli uomini deve necessariamente sparire giacché e l’abbondanza della produzione e la nuova educazione, che le nuove condizioni sociali e la pratica della solidarietà umana daranno all’uomo, le renderanno inutili. Allora potrà attuarsi quel comunismo anarchico che oggi apparisce come il più perfetto ordinamento sociale. Ma per noi non si tratta solamente di proporre un ideale lontano che fra qualche anno forse potrà sparire offuscato da un ideale ancor più luminoso. Per noi si tratta di sceglierci un programma immediatamente attuabile, e questo crediamo di trovarlo nel collettivismo considerato come fondamento economico della società e nella federazione dei comuni autonomi considerata come organamento politico. Giacché la rivoluzione si compierà e non potrà compiersi che in condizioni economiche e morali relativamente all’avvenire assai tristi e non attuerà immediatamente, se non ciò che la maggioranza avrà dentro. Onde la necessità di un ordinamento interno. Quanto tempo questo abbia a durare, non so; ma esso si trasformerà ogni qualvolta ne sarà sentito il bisogno e si andranno man mano scoprendo le leggi dei rapporti sociali, giacché i fenomeni sociali come i naturali avvengono secondo leggi determinate, che non s’inventano né si decretano ma si scoprono; e l’uomo naturalmente - senza violenza alcuna - vi si uniformerà come si uniforma oggi alle leggi della gravitazione.
Il programma largo ed umano che mi sforzai di tracciarvi è oggi sostenuto dalla maggior parte de’ socialisti; ed io spero che sarà accettato da tutti coloro che non vogliono chiudersi la via ad un’azione efficace sul loro secolo e sul loro paese. Or mi resterebbe a dirvi quali mezzi pratici io penso che si debbano mettere in opera per farci sempre più largo tra il popolo, quale condotta dobbiamo tenere, sia verso il governo, sia verso gli altri partiti politici e quale importanza daremo alle riforme politiche, nella speranza delle quali si culla oggi gran parte del popolo italiano; ma la mia lettera è già troppo lunga; ed io spero che tali questioni le risolveremo insieme in un Congresso che si terrà quando che sia. Per ora, secondo me, la cosa più importante da farsi è quella di ricostituire il Partito socialista rivoluzionario italiano, che continuerà l’opera incominciata dall’Internazionale e che, federandosi o prima o poi coi partiti simili esistenti negli altri paesi, ristabilirà su basi solide la Internazionale, ora dappertutto in isfacelo. L’Internazionale - come esisté fino ad ora - rappresentò un momento storico della vita delle plebi; ma non potrebbe rappresentare tutta la loro vita: noi non abbandoneremo per altro il nome dell’Internazionale; ma vogliamo che non sia un semplice spauracchio, si bene che si fondi sull’organamento solido de’ partiti socialistici esistenti ne’ paesi diversi.
Questo, amici miei, è quanto doveva dirvi. Come vedete, non si tratta di rigettare il nostro passato, di cui, nonostante le sventure e i molti disinganni sofferti, possiamo per sempre andar fieri: né di cessar di essere quel che fummo; si tratta solamente di far di più e di far meglio. L’Internazionale ha fatto molto in Italia. Pensate a quel che eravamo sette od otto anni fa e a qual punto siamo ora, e vedrete.
[...] Coraggio adunque! Pensate quanti tentativi falliti prima che l’indipendenza d’Italia si compisse; e non isgomentiamoci se fino ad ora non ottenemmo tutto quello che avremmo voluto. Prepariamoci ad ottenere maggiormente. Grande compito è il nostro, o amici; e il momento di attendervi è propizio. Il movimento di pacificazione fra le diverse fazioni di socialisti, incominciato al Congresso di Gand, si va operando, grazie sopratutto alle persecuzioni internazionali dei governi. I vari partiti socialistici desistono dalle loro pretensioni assolute e, in luogo di cercare la divisione, si cerca dappertutto il contatto fraterno perché si sente che s’avvicina un tempo in cui dovremo disporre di tutte le forze nostre. Gli uomini, conosciutisi meglio, cominciano a stimarsi; e, se non vanno compiutamente d’accordo, non ricomincieranno giammai le polemiche dolorose degli anni passati. Le idee e il sentimento umano che si svolge ogni giorno più in noi ci animano alla lotta.
All’opera dunque! All’opera!
Il vostro Andrea Costa
Miei cari amici,
fin da che uscii dal carcere di Parigi e potei ritornare a me stesso e parlare e scrivere liberamente, pensai di rivolgervi alcune parole, che vi dimostrassero come io, nonostante la lunga separazione e le pratiche diverse della vita e gli avvenimenti, era pur sempre vostro e non domandava di meglio che di riprendere con voi l’opera della nostra comune emancipazione; ma le poche notizie che aveva del movimento attuale italiano, le tristi condizioni di buona parte dei nostri amici e un po’ anche il mio stato di salute, mi trattennero dallo scrivervi.
[...] Miei cari amici! Noi ci troviamo, parmi, alla vigilia di un rinnovamento. Noi sentiamo tutti o quasi tutti che ciò che abbiam fatto fino ad ora non basta più a soddisfare né la nostra attività, né quel bisogno di movimento senza cui un partito non esiste: noi sentiamo insomma che dobbiamo rinnovarci o che i frutti del lavoro che abbiam fatto fin qui saran raccolti da altri. Io sono ben lungi dal negare il passato. Ciò che facemmo ebbe la sua ragion d’essere; ma se noi non ci svolgessimo, se non offrissimo maggior spazio alla nostra attività, se non tenessimo conto delle lezioni che l’esperienza di sette od otto anni ci ha date, noi ci fossilizzeremmo: noi potremmo fare oggi a noi stessi le medesime accuse che facevamo ai Mazziniani nel ‘71 e nel ‘72. Quando non si va avanti, si va necessariamente indietro: io credo che noi vogliamo tutti andare avanti.
Noi facemmo quello che dovevamo fare. Trovandoci da un lato tra un idealismo stantìo (il Mazzinianesimo) che senza tener conto dei postulati della scienza metteva la ragion d’essere dei diritti e della nobiltà dell’uomo non nell’uomo stesso, ma al di fuori di lui - in Dio -; trovandoci dall’altro tra un partito d’azione generoso, ma cieco e senza idee determinate, vagante dalle elevate concezioni della democrazia alla dittatura militare, (dei partiti governativi e del clericale non parlo perché sono fuori di discussione), noi rivelammo energicamente ed affermammo la forza viva del secolo - la classe operaia; ma senza racchiudervi in uno stretto cerchio di casta, voi accettaste il concorso fraterno di quella piccola parte della borghesia, di quei giovani soprattutto, che, i privilegi della loro classe, essendo loro odiosi, si mescolarono fra di voi, e vi sostennero coi mezzi medesimi che la borghesia loro aveva dati, aprendo ad essi l’adito alla scienza. Nel tempo stesso che noi affermavamo l’emancipazione dei lavoratori (cioè coloro che producono cose utili), noi sollevammo ed agitammo tutte le questioni che vi si riferiscono: proprietà, famiglia, stato, religione, dando ad esse una soluzione in armonia con la scienza e con la rivoluzione. Oltre a ciò noi non negammo le tradizioni rivoluzionarie del popolo italiano e soprattutto quel principio che inspirava fin dal ‘57 i nostri eroici precursori della spedizione di Sapri, la propagazione delle idee per mezzo dei fatti. Donde, il lavoro che facemmo contemporaneamente: lavoro di svolgimento intellettuale e morale per mezzo delle conferenze, dei giornali, dei congressi e tentativi rivoluzionarii per abituare il popolo alla resistenza e propagare colla evidenza dei fatti le idee ed ove fosse possibile attuarle.
Ma i tentativi di rivoluzione falliti avendoci privati per anni interi della libertà, o avendoci condannati all’esilio, noi ci disavvezzammo disgraziatamente dalle lotte quotidiane e dalla pratica della vita reale: noi ci racchiudemmo troppo in noi stessi e ci preoccupammo assai più della logica delle nostre idee e della composizione di un programma rivoluzionario che ci sforzammo di attuare senza indugio, anziché dello studio delle condizioni economiche e morali del popolo e de’ suoi bisogni sentiti ed immediati. Noi trascurammo così fatalmente molte manifestazioni della vita, noi non ci mescolammo abbastanza al popolo e quando, spinti da un impulso generoso, noi abbiamo tentato d’innalzare la bandiera della rivolta, il popolo non ci ha capiti, e ci ha lasciati soli.
Che le lezioni dell’esperienza ci approfittino. Compiamo ora ciò che rimase interrotto. Rituffiamoci nel popolo e ritempriamo in esso le forze nostre...
Noi dobbiamo fare assai più di quel che facemmo sino ad ora; ma in sostanza dobbiamo restare quel che fummo: un partito di azione. Ma essere un partito d’azione non significa voler l’azione ad ogni costo e ad ogni momento. La rivoluzione è una cosa seria. Un partito deve comporsi di elementi diversi che si compiano a vicenda. Ed un partito come il nostro che si propone di affrettare la trasformazione inevitabile delle condizioni sociali e dell’uomo - che s’inspira alla scienza - che non vede limiti al suo svolgimento - che non si occupa solo degli interessi economici del popolo, ma vuole soddisfatte tutte le sue facoltà intellettuali e morali, oltre al proletariato - uomini e donne - deve necessariamente comporsi della gioventù, dei pensatori e delle donne della borghesia a cui l’attuale stato di cose riesce odioso e che desiderano maggiore giustizia nei rapporti sociali: esso deve infondere nell’uomo uno spirito nuovo e - per quanto lo permettono le tristi condizioni sociali in cui viviamo e la cattiva educazione che abbiamo tutti ricevuta - dare a’ suoi membri quella forza e quella vita morale che li renderà un esempio vivente di vita nuova.
Non pensiamo che basti gettare al popolo il grido del «Pane!» per sollevarlo. Il popolo è di natura sua idealista (il Lazzaretti ce l’ha provato) e non si solleverà se non quando le idee socialistiche abbiano per lui il prestigio e la forza di attrazione che ebbe un tempo la fede religiosa.
Ma verrà tempo di occuparci come conviene anche delle questioni morali. Ora ne abbiamo altre che ci stringono più da vicino.
La rivoluzione è inevitabile; ma l’esperienza ci ha, credo, dimostrato che non è affare né di un giorno né di un anno. Perciò, aspettando e provocando il suo avvenimento fatale, cerchiamo quale è il programma generale intorno a cui si raccolgono tutte le forze vive e progressive della generazione nostra. Questo programma è, secondo me: il Collettivismo come mezzo, l’Anarchia come fine - programma d’oggi, che fu il nostro programma d’ieri. Intorno al Collettivismo si raccolgono oggi non solamente gli operai italiani che si occupano della loro emancipazione, ma la maggioranza degli operai francesi, belgi, spagnuoli, tedeschi, danesi e gran parte dei nichilisti russi. Non solo, ma il suo avvenimento inevitabile è così evidente, che dei pensatori usciti dalla borghesia, degli economisti, dei professori all’università di ogni nazione lo accettano a fondamento inevitabile del riordinamento sociale.
L’accomunamento della terra e degli strumenti da lavoro avrà per conseguenza necessaria l’accomunamento dei prodotti del lavoro; e quando questo accomunamento abbia luogo, ogni legge che regoli i rapporti fra gli uomini deve necessariamente sparire giacché e l’abbondanza della produzione e la nuova educazione, che le nuove condizioni sociali e la pratica della solidarietà umana daranno all’uomo, le renderanno inutili. Allora potrà attuarsi quel comunismo anarchico che oggi apparisce come il più perfetto ordinamento sociale. Ma per noi non si tratta solamente di proporre un ideale lontano che fra qualche anno forse potrà sparire offuscato da un ideale ancor più luminoso. Per noi si tratta di sceglierci un programma immediatamente attuabile, e questo crediamo di trovarlo nel collettivismo considerato come fondamento economico della società e nella federazione dei comuni autonomi considerata come organamento politico. Giacché la rivoluzione si compierà e non potrà compiersi che in condizioni economiche e morali relativamente all’avvenire assai tristi e non attuerà immediatamente, se non ciò che la maggioranza avrà dentro. Onde la necessità di un ordinamento interno. Quanto tempo questo abbia a durare, non so; ma esso si trasformerà ogni qualvolta ne sarà sentito il bisogno e si andranno man mano scoprendo le leggi dei rapporti sociali, giacché i fenomeni sociali come i naturali avvengono secondo leggi determinate, che non s’inventano né si decretano ma si scoprono; e l’uomo naturalmente - senza violenza alcuna - vi si uniformerà come si uniforma oggi alle leggi della gravitazione.
Il programma largo ed umano che mi sforzai di tracciarvi è oggi sostenuto dalla maggior parte de’ socialisti; ed io spero che sarà accettato da tutti coloro che non vogliono chiudersi la via ad un’azione efficace sul loro secolo e sul loro paese. Or mi resterebbe a dirvi quali mezzi pratici io penso che si debbano mettere in opera per farci sempre più largo tra il popolo, quale condotta dobbiamo tenere, sia verso il governo, sia verso gli altri partiti politici e quale importanza daremo alle riforme politiche, nella speranza delle quali si culla oggi gran parte del popolo italiano; ma la mia lettera è già troppo lunga; ed io spero che tali questioni le risolveremo insieme in un Congresso che si terrà quando che sia. Per ora, secondo me, la cosa più importante da farsi è quella di ricostituire il Partito socialista rivoluzionario italiano, che continuerà l’opera incominciata dall’Internazionale e che, federandosi o prima o poi coi partiti simili esistenti negli altri paesi, ristabilirà su basi solide la Internazionale, ora dappertutto in isfacelo. L’Internazionale - come esisté fino ad ora - rappresentò un momento storico della vita delle plebi; ma non potrebbe rappresentare tutta la loro vita: noi non abbandoneremo per altro il nome dell’Internazionale; ma vogliamo che non sia un semplice spauracchio, si bene che si fondi sull’organamento solido de’ partiti socialistici esistenti ne’ paesi diversi.
Questo, amici miei, è quanto doveva dirvi. Come vedete, non si tratta di rigettare il nostro passato, di cui, nonostante le sventure e i molti disinganni sofferti, possiamo per sempre andar fieri: né di cessar di essere quel che fummo; si tratta solamente di far di più e di far meglio. L’Internazionale ha fatto molto in Italia. Pensate a quel che eravamo sette od otto anni fa e a qual punto siamo ora, e vedrete.
[...] Coraggio adunque! Pensate quanti tentativi falliti prima che l’indipendenza d’Italia si compisse; e non isgomentiamoci se fino ad ora non ottenemmo tutto quello che avremmo voluto. Prepariamoci ad ottenere maggiormente. Grande compito è il nostro, o amici; e il momento di attendervi è propizio. Il movimento di pacificazione fra le diverse fazioni di socialisti, incominciato al Congresso di Gand, si va operando, grazie sopratutto alle persecuzioni internazionali dei governi. I vari partiti socialistici desistono dalle loro pretensioni assolute e, in luogo di cercare la divisione, si cerca dappertutto il contatto fraterno perché si sente che s’avvicina un tempo in cui dovremo disporre di tutte le forze nostre. Gli uomini, conosciutisi meglio, cominciano a stimarsi; e, se non vanno compiutamente d’accordo, non ricomincieranno giammai le polemiche dolorose degli anni passati. Le idee e il sentimento umano che si svolge ogni giorno più in noi ci animano alla lotta.
All’opera dunque! All’opera!
Il vostro Andrea Costa
lunedì 18 gennaio 2016
Verba volant (240): vittima...
Vittima, sost. f.
Secondo l'etimologista Otorino Pianigiani ci sono diverse ipotesi per spiegare l'origine di questa parola. Potrebbe derivare da victus, ossia vitto, perché si trattava appunto del cibo offerto agli dei; oppure potrebbe essere legata al termine victoria perché gli antichi immolavano agli dei affinché questi li aiutassero a vincere le battaglie e, una volta ottenuta la vittoria, erano proprio i vinti le prime vittime dei loro sacrifici; infine potrebbe essere collegata al verbo vigere, ossia essere forte, perché venivano sacrificati gli animali più robusti, migliori, per compiacere in questo modo gli dei. Fortunatamente non esiste nessun dio e, se esistesse, non si curerebbe affatto di queste nostre inutili offerte.
Oggi voglio parlarvi di una vittima, il cui sacrificio è stato certamente inutile e l'etimologia mi viene davvero in aiuto. Ashley era certamente migliore dell'uomo che l'ha uccisa, che forse lo ha fatto proprio perché si è sentito più debole di quella donna indipendente e libera. Ashley era certamente migliore di molti di quelli - per lo più maschi - che hanno parlato e scritto di quell'omicidio. Perché Ashley è stata non solo la vittima di quell'uomo che l'ha uccisa, ma è stata soprattutto la vittima di un'ipocrisia diffusa, di una morbosità pornografica imperante nei mezzi di informazione. Se la vittima di quella tragica notte di sesso fosse stato il maschio, i commentatori avrebbero certamente accusato la donna, colpevole di aver eliminato quell'uomo che l'aveva voluta solo per una notte; quel maschio sarebbe stato presentato come un dongiovanni, un donnaiolo, ma nessuno avrebbe scritto se l'è andata a cercare. Ashley invece è colpevole anche se è stata uccisa, perché evidentemente una donna, per di più fidanzata, che si porta a letto un uomo, per di più nero - e irregolare ricordano i leghisti - solo per una notte, in fondo è un po' zoccola e quindi lei se l'è andata a cercare, come molti hanno pensato, o almeno non è stata prudente, come molti altri, più ipocriti, hanno scritto. Niente candele sui social per una così, niente di quelle forme di pietà a buon mercato che esibiamo quando muore qualcuno di cui ci importa poco o nulla, ma che ci servono a far bella figura in questa piazza virtuale.
Ashley era una donna di trentacinque anni - smettiamola anche di etichettarla come giovane, solo in una società gerontocratica, maschilista e sessuofoba come la nostra una donna di trentacinque anni è una giovane, e quindi stupida - era una donna libera e capace di scegliere, che aveva il diritto di scegliere e doveva essere sicura quando lo faceva, libera anche di scegliere chi portarsi a letto; anche solo per una notte.
Sono più di vent'anni che la nostra sedicente civiltà è in guerra, con il pretesto di portare in un altro mondo il nostro stile di vita, giustificando quell'eterno conflitto con la necessità - che nessuno di noi nega - di riconoscere alle donne di quei paesi i diritti che sarebbero riconosciuti alle nostre donne. Anche il diritto di fare sesso con chi vogliono? Anche per una sola notte? Curiosamente quelli che sono così battaglieri nel voler togliere il burqa alle donne islamiche sono gli stessi che dicono che una donna occidentale - nostra figlia, nostra sorella, una nostra amica - in minigonna o con i jeans attillati non può essere considerata una vittima, perché ha provocato il povero uomo, evidentemente incapace di intendere e di volere. Sono davvero pedanti questi maschi che pretendono di dire cosa le donne devono o non devono indossare. Forse allora il problema di questi maschi non sono i vestiti, ma sono proprio le donne, perché si sentono minacciati da loro.
So bene che le donne di questa parte del mondo - diciamo per semplicità la nostra - stanno meglio delle donne dell'altra parte, per merito soprattutto delle donne, della loro capacità di lottare, perché se avessero aspettato noi maschi sarebbero rimaste ancora un bel po' indietro. Però la storia di Ashley ci dice che quel cammino non è compiuto, perché in una società in cui la mobilità sociale è così frenetica può succedere che si incontrino elementi di culture così differenti e che l'incontro tra un maschio cresciuto in una società fortemente misogina - perfino più della nostra - e una donna libera abbia esiti drammatici. Perché per molte persone - specialmente maschi purtroppo - il sesso è ancora qualcosa di misterioso, difficile da capire e da interpretare; e quello che potrebbe essere un atto di gioia, un momento di incontro, anche occasionale, diventa una relazione di potere, qualcosa che possiamo ottenere pagando, in segno del nostro potere, visto che, finite le guerre di conquista e la possibilità di stuprare le prigioniere, ci rimangono solo le puttane. Perché ancora per troppi giudici dei nostri civilissimi paesi se una donna apre le gambe non è stupro. E perché, nel modo in cui raccontiamo questo incontro - specialmente quando diventa scontro, come nel caso di Ashley - c'è ancora qualcosa che tradisce tutti i nostri pregiudizi, tutta la la nostra arretratezza, tutta la nostra ignoranza.
Dovremmo riconoscere che sono più forti, migliori di noi, ma non per questo devono diventare vittime.
Secondo l'etimologista Otorino Pianigiani ci sono diverse ipotesi per spiegare l'origine di questa parola. Potrebbe derivare da victus, ossia vitto, perché si trattava appunto del cibo offerto agli dei; oppure potrebbe essere legata al termine victoria perché gli antichi immolavano agli dei affinché questi li aiutassero a vincere le battaglie e, una volta ottenuta la vittoria, erano proprio i vinti le prime vittime dei loro sacrifici; infine potrebbe essere collegata al verbo vigere, ossia essere forte, perché venivano sacrificati gli animali più robusti, migliori, per compiacere in questo modo gli dei. Fortunatamente non esiste nessun dio e, se esistesse, non si curerebbe affatto di queste nostre inutili offerte.
Oggi voglio parlarvi di una vittima, il cui sacrificio è stato certamente inutile e l'etimologia mi viene davvero in aiuto. Ashley era certamente migliore dell'uomo che l'ha uccisa, che forse lo ha fatto proprio perché si è sentito più debole di quella donna indipendente e libera. Ashley era certamente migliore di molti di quelli - per lo più maschi - che hanno parlato e scritto di quell'omicidio. Perché Ashley è stata non solo la vittima di quell'uomo che l'ha uccisa, ma è stata soprattutto la vittima di un'ipocrisia diffusa, di una morbosità pornografica imperante nei mezzi di informazione. Se la vittima di quella tragica notte di sesso fosse stato il maschio, i commentatori avrebbero certamente accusato la donna, colpevole di aver eliminato quell'uomo che l'aveva voluta solo per una notte; quel maschio sarebbe stato presentato come un dongiovanni, un donnaiolo, ma nessuno avrebbe scritto se l'è andata a cercare. Ashley invece è colpevole anche se è stata uccisa, perché evidentemente una donna, per di più fidanzata, che si porta a letto un uomo, per di più nero - e irregolare ricordano i leghisti - solo per una notte, in fondo è un po' zoccola e quindi lei se l'è andata a cercare, come molti hanno pensato, o almeno non è stata prudente, come molti altri, più ipocriti, hanno scritto. Niente candele sui social per una così, niente di quelle forme di pietà a buon mercato che esibiamo quando muore qualcuno di cui ci importa poco o nulla, ma che ci servono a far bella figura in questa piazza virtuale.
Ashley era una donna di trentacinque anni - smettiamola anche di etichettarla come giovane, solo in una società gerontocratica, maschilista e sessuofoba come la nostra una donna di trentacinque anni è una giovane, e quindi stupida - era una donna libera e capace di scegliere, che aveva il diritto di scegliere e doveva essere sicura quando lo faceva, libera anche di scegliere chi portarsi a letto; anche solo per una notte.
Sono più di vent'anni che la nostra sedicente civiltà è in guerra, con il pretesto di portare in un altro mondo il nostro stile di vita, giustificando quell'eterno conflitto con la necessità - che nessuno di noi nega - di riconoscere alle donne di quei paesi i diritti che sarebbero riconosciuti alle nostre donne. Anche il diritto di fare sesso con chi vogliono? Anche per una sola notte? Curiosamente quelli che sono così battaglieri nel voler togliere il burqa alle donne islamiche sono gli stessi che dicono che una donna occidentale - nostra figlia, nostra sorella, una nostra amica - in minigonna o con i jeans attillati non può essere considerata una vittima, perché ha provocato il povero uomo, evidentemente incapace di intendere e di volere. Sono davvero pedanti questi maschi che pretendono di dire cosa le donne devono o non devono indossare. Forse allora il problema di questi maschi non sono i vestiti, ma sono proprio le donne, perché si sentono minacciati da loro.
So bene che le donne di questa parte del mondo - diciamo per semplicità la nostra - stanno meglio delle donne dell'altra parte, per merito soprattutto delle donne, della loro capacità di lottare, perché se avessero aspettato noi maschi sarebbero rimaste ancora un bel po' indietro. Però la storia di Ashley ci dice che quel cammino non è compiuto, perché in una società in cui la mobilità sociale è così frenetica può succedere che si incontrino elementi di culture così differenti e che l'incontro tra un maschio cresciuto in una società fortemente misogina - perfino più della nostra - e una donna libera abbia esiti drammatici. Perché per molte persone - specialmente maschi purtroppo - il sesso è ancora qualcosa di misterioso, difficile da capire e da interpretare; e quello che potrebbe essere un atto di gioia, un momento di incontro, anche occasionale, diventa una relazione di potere, qualcosa che possiamo ottenere pagando, in segno del nostro potere, visto che, finite le guerre di conquista e la possibilità di stuprare le prigioniere, ci rimangono solo le puttane. Perché ancora per troppi giudici dei nostri civilissimi paesi se una donna apre le gambe non è stupro. E perché, nel modo in cui raccontiamo questo incontro - specialmente quando diventa scontro, come nel caso di Ashley - c'è ancora qualcosa che tradisce tutti i nostri pregiudizi, tutta la la nostra arretratezza, tutta la nostra ignoranza.
Dovremmo riconoscere che sono più forti, migliori di noi, ma non per questo devono diventare vittime.
domenica 10 gennaio 2016
Verba volant (239): bomba...
Bomba, sost. f.
I miei lettori più giovani non lo possono ricordare, ma per noi - e soprattutto per la generazione prima della nostra - la bomba è stata una minaccia reale, molto concreta per quanto lontana. Noi avevamo paura della bomba, anche se naturalmente nessuno ne aveva subito gli effetti e - per fortuna - li avrebbe mai subiti. Ovviamente non mi riferisco alle bombe "convenzionali" che purtroppo abbiamo visto e sentito scoppiare, anche molto vicino a noi, alle bombe che hanno ucciso a Milano, a Brescia, a Bologna, ma alla bomba atomica e a quella ad idrogeno, le bombe che erano state usate soltanto ad Hiroshima e a Nagasaki e che riempivano gli arsenali degli Stati Uniti, dell'Unione Sovietica e di alcuni altri paesi.
Razionalmente sapevamo che quelle bombe erano efficaci solo se non scoppiavano, anzi proprio perché non sarebbero mai scoppiate, che servivano a quella che si chiamava deterrenza, eppure ne avevamo comunque paura, perché i loro effetti sarebbero stati imprevedibili. Avevamo paura che una bomba scoppiasse per errore o per mano di un folle, dando così il via a un conflitto dagli esiti catastrofici per l'intero pianeta. La paura della bomba era qualcosa che tentavamo di esorcizzare in molti modi, perfino a scuola, nei disegni in cui ingenuamente rappresentavamo gli uomini di paesi diversi, un bianco, un nero, un cinese e così via - anche se i neri non avevano la bomba - tenersi la mano in un girotondo di pace, in un mondo finalmente libero dalla bomba. Capita ancora qualche volta di imbattersi in cartelli con la scritta Comune denuclearizzato; anche quello era un modo per esprimere, in maniera certamente velleitaria, l'impegno per la pace e per un mondo senza bombe. Quei cartelli avevano la stessa efficacia dei disegni che noi facevamo alle elementari. La bomba era un pericolo reale e incombente, contro cui le nostre speranze e anche il nostro impegno finivano inevitabilmente per soccombere.
Dopo qualche anno, a un certo punto, praticamente all'improvviso, abbiamo smesso di avere paura della bomba. Le bombe c'erano - e ci sono - ancora, sono sempre là dov'erano prima, custodite negli stessi arsenali - anche se in qualche caso è cambiata la bandiera che ci sventola sopra. Molte negli anni sono state distrutte, ma non tutte, e sappiamo che quelle poche che sono rimaste sarebbero sufficienti per distruggere il pianeta. Non c'è ragione per essere tranquilli, eppure non abbiamo più paura. Immagino che a scuola non si facciano più gli stessi ingenui disegni che facevamo allora e i cartelli Comune denuclearizzato sono ormai un oggetto di "archeologia amministrativa". Eppure il mondo è più complesso ora di allora, ci sono più soggetti fuori controllo, le bombe potrebbero molto più facilmente di allora cadere in mano a pazzi o a fanatici o a disperati. Ma non abbiamo più paura, neppure la notizia che forse il regime della Corea del nord potrebbe avere la bomba ci ha davvero spaventato, nonostante l'impegno con cui i mezzi di informazione hanno tentato di far rinascere la paura, disegnando un "nuovo cattivo" contro cui dovremmo batterci.
Forse è successo perché adesso abbiamo una paura più concreta, più reale, più probabile, come quella di rimanere vittime di un attentato terroristico, mentre assistiamo a un concerto, a una partita di calcio, o semplicemente perché un giorno abbiamo preso un vagone della metropolitana piuttosto che un altro o imboccato con la nostra auto una strada proprio in quel fatale momento.
In fondo la bomba ci proteggeva, perché contribuiva a dare un ordine al mondo che, mancata la paura della bomba, è andato inesorabilmente perduto. Ovviamente questo è qualcosa che riguarda soltanto noi, che abbiamo avuto la fortuna di vivere in questa parte del mondo, quella che aveva la bomba, perché nei quasi cinquant'anni in cui è durata la "pace delle bombe", negli altri paesi del mondo, quelli che non avevano la bomba, le guerre sono continuate e là le donne e gli uomini hanno continuato a morire per colpa delle bombe "normali". Noi vivevamo protetti dal fungo atomico, mentre là fuori i poveri si scannavano, quasi sempre in conflitti in cui combattevano al nostro posto. Allora qualcuno di noi pensava e diceva che le guerre, tutte le guerre, dovevano finire, che non avrebbe più dovuto esserci la bomba, ma che avremmo dovuto anche rimuovere le cause che provocavano quei conflitti, che si continuavano a combattere con i fucili, in alcuni casi perfino con le spade e i coltelli. Non è successo. La bomba è stata in qualche modo disinnescata, ma le cause di quei conflitti sono ancora tutte lì, anzi sono state in qualche modo acuite, perché è cresciuto il divario tra i pochissimi che hanno quasi tutto e i moltissimi che non hanno quasi niente, perché la guerra di classe che i ricchi combattono contro i poveri è sempre più violenta e crudele. E così la guerra delle bombe "normali", dei fucili, perfino dei coltelli è tornata anche qui, dove ci eravamo dimenticati cosa significasse. Per questo dobbiamo riannodare il filo del nostro impegno politico, ricordare cosa dicevamo un tempo, fare in modo che la nostra lotta sia la lotta di quella degli altri popoli, che non devono più essere nostri nemici, ma diventare nostri alleati. Dobbiamo ricordare, a noi e a loro, che i poveri del mondo devono combattere la stessa guerra, perché hanno gli stessi nemici, mentre ora ci fanno combattere su fronti opposti. E che, se vinceremo, vinceremo insieme.
E' così che ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.
I miei lettori più giovani non lo possono ricordare, ma per noi - e soprattutto per la generazione prima della nostra - la bomba è stata una minaccia reale, molto concreta per quanto lontana. Noi avevamo paura della bomba, anche se naturalmente nessuno ne aveva subito gli effetti e - per fortuna - li avrebbe mai subiti. Ovviamente non mi riferisco alle bombe "convenzionali" che purtroppo abbiamo visto e sentito scoppiare, anche molto vicino a noi, alle bombe che hanno ucciso a Milano, a Brescia, a Bologna, ma alla bomba atomica e a quella ad idrogeno, le bombe che erano state usate soltanto ad Hiroshima e a Nagasaki e che riempivano gli arsenali degli Stati Uniti, dell'Unione Sovietica e di alcuni altri paesi.
Razionalmente sapevamo che quelle bombe erano efficaci solo se non scoppiavano, anzi proprio perché non sarebbero mai scoppiate, che servivano a quella che si chiamava deterrenza, eppure ne avevamo comunque paura, perché i loro effetti sarebbero stati imprevedibili. Avevamo paura che una bomba scoppiasse per errore o per mano di un folle, dando così il via a un conflitto dagli esiti catastrofici per l'intero pianeta. La paura della bomba era qualcosa che tentavamo di esorcizzare in molti modi, perfino a scuola, nei disegni in cui ingenuamente rappresentavamo gli uomini di paesi diversi, un bianco, un nero, un cinese e così via - anche se i neri non avevano la bomba - tenersi la mano in un girotondo di pace, in un mondo finalmente libero dalla bomba. Capita ancora qualche volta di imbattersi in cartelli con la scritta Comune denuclearizzato; anche quello era un modo per esprimere, in maniera certamente velleitaria, l'impegno per la pace e per un mondo senza bombe. Quei cartelli avevano la stessa efficacia dei disegni che noi facevamo alle elementari. La bomba era un pericolo reale e incombente, contro cui le nostre speranze e anche il nostro impegno finivano inevitabilmente per soccombere.
Dopo qualche anno, a un certo punto, praticamente all'improvviso, abbiamo smesso di avere paura della bomba. Le bombe c'erano - e ci sono - ancora, sono sempre là dov'erano prima, custodite negli stessi arsenali - anche se in qualche caso è cambiata la bandiera che ci sventola sopra. Molte negli anni sono state distrutte, ma non tutte, e sappiamo che quelle poche che sono rimaste sarebbero sufficienti per distruggere il pianeta. Non c'è ragione per essere tranquilli, eppure non abbiamo più paura. Immagino che a scuola non si facciano più gli stessi ingenui disegni che facevamo allora e i cartelli Comune denuclearizzato sono ormai un oggetto di "archeologia amministrativa". Eppure il mondo è più complesso ora di allora, ci sono più soggetti fuori controllo, le bombe potrebbero molto più facilmente di allora cadere in mano a pazzi o a fanatici o a disperati. Ma non abbiamo più paura, neppure la notizia che forse il regime della Corea del nord potrebbe avere la bomba ci ha davvero spaventato, nonostante l'impegno con cui i mezzi di informazione hanno tentato di far rinascere la paura, disegnando un "nuovo cattivo" contro cui dovremmo batterci.
Forse è successo perché adesso abbiamo una paura più concreta, più reale, più probabile, come quella di rimanere vittime di un attentato terroristico, mentre assistiamo a un concerto, a una partita di calcio, o semplicemente perché un giorno abbiamo preso un vagone della metropolitana piuttosto che un altro o imboccato con la nostra auto una strada proprio in quel fatale momento.
In fondo la bomba ci proteggeva, perché contribuiva a dare un ordine al mondo che, mancata la paura della bomba, è andato inesorabilmente perduto. Ovviamente questo è qualcosa che riguarda soltanto noi, che abbiamo avuto la fortuna di vivere in questa parte del mondo, quella che aveva la bomba, perché nei quasi cinquant'anni in cui è durata la "pace delle bombe", negli altri paesi del mondo, quelli che non avevano la bomba, le guerre sono continuate e là le donne e gli uomini hanno continuato a morire per colpa delle bombe "normali". Noi vivevamo protetti dal fungo atomico, mentre là fuori i poveri si scannavano, quasi sempre in conflitti in cui combattevano al nostro posto. Allora qualcuno di noi pensava e diceva che le guerre, tutte le guerre, dovevano finire, che non avrebbe più dovuto esserci la bomba, ma che avremmo dovuto anche rimuovere le cause che provocavano quei conflitti, che si continuavano a combattere con i fucili, in alcuni casi perfino con le spade e i coltelli. Non è successo. La bomba è stata in qualche modo disinnescata, ma le cause di quei conflitti sono ancora tutte lì, anzi sono state in qualche modo acuite, perché è cresciuto il divario tra i pochissimi che hanno quasi tutto e i moltissimi che non hanno quasi niente, perché la guerra di classe che i ricchi combattono contro i poveri è sempre più violenta e crudele. E così la guerra delle bombe "normali", dei fucili, perfino dei coltelli è tornata anche qui, dove ci eravamo dimenticati cosa significasse. Per questo dobbiamo riannodare il filo del nostro impegno politico, ricordare cosa dicevamo un tempo, fare in modo che la nostra lotta sia la lotta di quella degli altri popoli, che non devono più essere nostri nemici, ma diventare nostri alleati. Dobbiamo ricordare, a noi e a loro, che i poveri del mondo devono combattere la stessa guerra, perché hanno gli stessi nemici, mentre ora ci fanno combattere su fronti opposti. E che, se vinceremo, vinceremo insieme.
E' così che ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.
lunedì 4 gennaio 2016
Verba volant (238): rovescio...
Rovescio, agg. e sost. m. e f.
In questi primissimi giorni del 2016 si sta parlando molto, e quasi sempre a sproposito, dell'errore di oltre un minuto con cui Rai Uno ha annunciato in anticipo l'arrivo del nuovo anno. Ormai non sanno fare più nemmeno il conto alla rovescia, ma francamente mi pare un errore veniale. Non è scandaloso quello sbaglio nella sincronizzazione dell'orologio con cui tanti di noi hanno fatto il conto alla rovescia per stappare le bottiglie di spumante e in fondo non è neppure scandalosa la bestemmia scritta in un sms da un telespettatore e trasmessa inavvertitamente per pochi secondi, insieme agli altri auguri che passavano velocemente nella parte bassa del teleschermo.
Naturalmente la cosa sta facendo rumore perché è stato nominato Dio invano e questo disturba l'azionista di maggioranza della televisione pubblica italiana: se fosse stato un insulto a carattere sessuale rivolto a una donna le gerarchie vaticane avrebbero fatto molto meno casino e di questo episodio non parleremmo più. Il funzionario colpevole di questa disattenzione ha detto che quella bestemmia gli è sfuggita perché prima aveva già dovuto cancellare più di trecento messaggi con contenuti inappropriati e questo la dice lunga sul genere di società in cui viviamo, se trecento persone si sono prese la briga di mandare un sms con una bestemmia o una sconcezza solo per il gusto di vederla in televisione. Per non parlare di quelli che hanno letto tutti quegli inutili messaggi con la sola segreta speranza di leggere una bestemmia o qualche altra volgarità.
E questo paese è anche così becero e spesso squallido, perché la televisione è becera e spesso squallida: e lo spettacolo dell'altra notte ne è l'esempio più eclatante. Lo scandalo vero, la cosa di cui dovremmo indignarci, è che il più importante canale televisivo pubblico di questo paese non sia riuscito a fare nulla di meglio di uno spettacolo indecoroso e triste come L'anno che verrà, anzi che da molti anni non riesca a fare nulla di meglio di così. Lo scandalo è l'assoluta incapacità di fare qualcosa di meglio di questa esanime e ripetitiva sagra da strapaese.
La Rai quest'anno ha deciso di trasmettere lo spettacolo di fine d'anno da Matera e non più da Courmayeur, un po' perché la Regione Val d'Aosta ha deciso di smettere di tirare fuori dei soldi per finanziare questo preteso "evento", e un po' per avere il pretesto di festeggiare la prossima capitale europea della cultura. E così i guitti sono scesi, armi e bagagli, nella città lucana - miracolando Rocco Papaleo, per la ragione che è l'unico lucano che conoscono - e hanno messo in piedi un carrozzone fatto di battute di terz'ordine, di qualche ragazza scosciata, di imitazioni di basso livello, di qualche canzone troppo conosciuta: ormai qualunque telespettatore con un po' di memoria potrebbe indovinare quali brani verranno trasmessi in una trasmissione del genere. Ai preti, ai benpensanti, agli intellettuali di questo paese non dà fastidio che le donne in televisione vengano usate solo come tappezzeria? Che vengano valutate solo per la taglia del reggiseno? Ai preti, ai benpensanti, agli intellettuali non disturba la stupidità, la mancanza di fantasia, la scarsa professionalità? No, a loro importa solo dell'ora esatta e delle bestemmie. L'unica idea avuta dagli autori dello spettacolo è il rapporto con il pubblico, che fa tanto social, rappresentato appunto da quello scorrere di messaggi inutili e sgrammaticati, che ha tirato fuori il peggio dei telespettatori, al netto della censura poco efficace. Non c'è da stupirsi, se la televisione da anni insegna che per far ridere basta dire merda o cazzo e che un bel sedere fa alzare l'audience cosa possiamo aspettarci da quelli che smanettano da casa con il loro cellulare?
Nessuno si aspetta che lo spettacolo di fine d'anno debba essere un evento culturale, debba essere qualcosa di memorabile. In molte case si accende la televisione proprio perché c'è il conto alla rovescia e quindi se ormai non serve neppure a questo c'è poco da guardare. Né potevamo pensare che quello spettacolo davvero rappresentasse la cultura dell'Italia o di Matera o del nostro Mezzogiorno, o forse purtroppo la rappresenta, anche troppo bene.
Quello spettacolo dovrebbe essere soltanto uno spettacolo, un varietà si diceva una volta, qualcosa di leggero, che possa accompagnare le famiglie che rimangono a casa e davanti alla televisione, fino alla mezzanotte, possibilmente senza sbagliare nell'indicare l'ora esatta. Non sarebbero necessari fior di autori o i più bei nomi dello spettacolo italiano, basterebbe che vi è impegnato sapesse far bene il proprio lavoro. Spesso è impietoso confrontare il livello dei varietà della Rai in bianco e nero con quelli di oggi, eppure bisogna farlo per capire come è peggiorata non solo la televisione, ma tutta la nostra società. E quella era pure una società chiusa, bigotta, maschilista - democristiana in una parola sola - che la televisione, governata appunto dai democristiani, rappresentava in tutti i suoi limiti. Però chi faceva la televisione lo sapeva fare. Il "segreto" di quegli spettacoli che adesso ancora guardiamo divertendoci, è piuttosto semplice: erano realizzati da artisti, da autori, da tecnici, capaci di fare il proprio mestiere, da bravi artigiani, da "lavoratori dello spettacolo", secondo la definizione dell'Enpals. A volte erano artisti di grande livello, a volte no, ma erano comunque persone del mestiere. Perché bisogna essere capaci, anche a fare i censori.
Altrimenti si rischia inevitabilmente di andare a rovescio.
In questi primissimi giorni del 2016 si sta parlando molto, e quasi sempre a sproposito, dell'errore di oltre un minuto con cui Rai Uno ha annunciato in anticipo l'arrivo del nuovo anno. Ormai non sanno fare più nemmeno il conto alla rovescia, ma francamente mi pare un errore veniale. Non è scandaloso quello sbaglio nella sincronizzazione dell'orologio con cui tanti di noi hanno fatto il conto alla rovescia per stappare le bottiglie di spumante e in fondo non è neppure scandalosa la bestemmia scritta in un sms da un telespettatore e trasmessa inavvertitamente per pochi secondi, insieme agli altri auguri che passavano velocemente nella parte bassa del teleschermo.
Naturalmente la cosa sta facendo rumore perché è stato nominato Dio invano e questo disturba l'azionista di maggioranza della televisione pubblica italiana: se fosse stato un insulto a carattere sessuale rivolto a una donna le gerarchie vaticane avrebbero fatto molto meno casino e di questo episodio non parleremmo più. Il funzionario colpevole di questa disattenzione ha detto che quella bestemmia gli è sfuggita perché prima aveva già dovuto cancellare più di trecento messaggi con contenuti inappropriati e questo la dice lunga sul genere di società in cui viviamo, se trecento persone si sono prese la briga di mandare un sms con una bestemmia o una sconcezza solo per il gusto di vederla in televisione. Per non parlare di quelli che hanno letto tutti quegli inutili messaggi con la sola segreta speranza di leggere una bestemmia o qualche altra volgarità.
E questo paese è anche così becero e spesso squallido, perché la televisione è becera e spesso squallida: e lo spettacolo dell'altra notte ne è l'esempio più eclatante. Lo scandalo vero, la cosa di cui dovremmo indignarci, è che il più importante canale televisivo pubblico di questo paese non sia riuscito a fare nulla di meglio di uno spettacolo indecoroso e triste come L'anno che verrà, anzi che da molti anni non riesca a fare nulla di meglio di così. Lo scandalo è l'assoluta incapacità di fare qualcosa di meglio di questa esanime e ripetitiva sagra da strapaese.
La Rai quest'anno ha deciso di trasmettere lo spettacolo di fine d'anno da Matera e non più da Courmayeur, un po' perché la Regione Val d'Aosta ha deciso di smettere di tirare fuori dei soldi per finanziare questo preteso "evento", e un po' per avere il pretesto di festeggiare la prossima capitale europea della cultura. E così i guitti sono scesi, armi e bagagli, nella città lucana - miracolando Rocco Papaleo, per la ragione che è l'unico lucano che conoscono - e hanno messo in piedi un carrozzone fatto di battute di terz'ordine, di qualche ragazza scosciata, di imitazioni di basso livello, di qualche canzone troppo conosciuta: ormai qualunque telespettatore con un po' di memoria potrebbe indovinare quali brani verranno trasmessi in una trasmissione del genere. Ai preti, ai benpensanti, agli intellettuali di questo paese non dà fastidio che le donne in televisione vengano usate solo come tappezzeria? Che vengano valutate solo per la taglia del reggiseno? Ai preti, ai benpensanti, agli intellettuali non disturba la stupidità, la mancanza di fantasia, la scarsa professionalità? No, a loro importa solo dell'ora esatta e delle bestemmie. L'unica idea avuta dagli autori dello spettacolo è il rapporto con il pubblico, che fa tanto social, rappresentato appunto da quello scorrere di messaggi inutili e sgrammaticati, che ha tirato fuori il peggio dei telespettatori, al netto della censura poco efficace. Non c'è da stupirsi, se la televisione da anni insegna che per far ridere basta dire merda o cazzo e che un bel sedere fa alzare l'audience cosa possiamo aspettarci da quelli che smanettano da casa con il loro cellulare?
Nessuno si aspetta che lo spettacolo di fine d'anno debba essere un evento culturale, debba essere qualcosa di memorabile. In molte case si accende la televisione proprio perché c'è il conto alla rovescia e quindi se ormai non serve neppure a questo c'è poco da guardare. Né potevamo pensare che quello spettacolo davvero rappresentasse la cultura dell'Italia o di Matera o del nostro Mezzogiorno, o forse purtroppo la rappresenta, anche troppo bene.
Quello spettacolo dovrebbe essere soltanto uno spettacolo, un varietà si diceva una volta, qualcosa di leggero, che possa accompagnare le famiglie che rimangono a casa e davanti alla televisione, fino alla mezzanotte, possibilmente senza sbagliare nell'indicare l'ora esatta. Non sarebbero necessari fior di autori o i più bei nomi dello spettacolo italiano, basterebbe che vi è impegnato sapesse far bene il proprio lavoro. Spesso è impietoso confrontare il livello dei varietà della Rai in bianco e nero con quelli di oggi, eppure bisogna farlo per capire come è peggiorata non solo la televisione, ma tutta la nostra società. E quella era pure una società chiusa, bigotta, maschilista - democristiana in una parola sola - che la televisione, governata appunto dai democristiani, rappresentava in tutti i suoi limiti. Però chi faceva la televisione lo sapeva fare. Il "segreto" di quegli spettacoli che adesso ancora guardiamo divertendoci, è piuttosto semplice: erano realizzati da artisti, da autori, da tecnici, capaci di fare il proprio mestiere, da bravi artigiani, da "lavoratori dello spettacolo", secondo la definizione dell'Enpals. A volte erano artisti di grande livello, a volte no, ma erano comunque persone del mestiere. Perché bisogna essere capaci, anche a fare i censori.
Altrimenti si rischia inevitabilmente di andare a rovescio.
sabato 2 gennaio 2016
Verba volant (237): allarme...
Allarme, sost. m.
E così, in qualche modo, abbiamo passato anche questo capodanno, con tutta la sua retorica, con tutti i suoi annessi e connessi.
Da qualche anno uno dei topos dell'informazione nella settimana tra Natale e san Silvestro è rappresentato dai botti. Nessun telegiornale, nessun organo di informazione, si fa mancare una serie di servizi per invitare alla prudenza nell'utilizzo dei fuochi d'artificio, leciti e illeciti. Vengono intervistati pompieri, medici del pronto soccorso, esperti in fuochi artificiali e poi la solita compagnia di giro degli opinionisti, ossia di quelli che, non occupandosi di niente, hanno un'opinione su tutto. Alcune amministrazioni comunali, seguendo la moda imperante, hanno fatto ordinanze, inapplicabili e sostanzialmente inapplicate, per vietare i botti nei loro rispettivi territori, e quelle che non le hanno emanate, per realistico buon senso, sono state costrette a giustificarsi, invitando comunque i propri cittadini al buon senso. Molti cittadini hanno chiesto ai propri sindaci che fossero vietati i botti, gli stessi che si sarebbero fieramente opposti se i loro sindaci avessero emesso un'ordinanza per vietare l'uso delle auto, a causa dell'inquinamento. I detrattori dei botti hanno poi trovato dei formidabili alleati tra coloro che amano gli animali e, dal momento che molti prestano più attenzione alle sofferenze degli animali che a quelle dei cristiani, verso i botti è stata montata una vera e propria campagna denigratoria, che è riuscita a limitarne la vendita e l'utilizzo. Personalmente non me ne rammarico: i botti mi sono sempre piaciuti poco e fatico ad associarli alle feste.
Vorrei però farvi notare una cosa. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio al pronto soccorso del Maggiore di Parma è arrivata una sola persona con una ferita provocata dai botti, mentre ne sono arrivate quindici con problemi legati all'abuso di alcol; e qualcosa di sostanzialmente analogo è avvenuto negli altri ospedali della nostra regione. E mentre i botti sono un problema prettamente di questo periodo festivo, il numero delle persone portate all'ospedale perché ubriache è pressoché costante tutto l'anno. Allora chiediamoci cosa fa più danni? La faciloneria con cui alcuni improvvisati "bombaroli" danno fuoco alle polveri o l'uso smodato di alcolici? Almeno numericamente il secondo, però il problema dell'abuso di alcol non è avvertito come un dramma sociale, non è sentito come un problema, non c'è alcun tipo di allarme e nessun organo di informazione si sognerebbe mai di fare un servizio il 31 dicembre per raccontare dei morti per alcol nel nostro paese. Anche perché nessuno fa ubriacare il proprio cane.
Leggendo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità, l'uso di alcol nel 2012 ha causato nel mondo 3,3 milioni di morti, ossia il 5,9% di tutti i decessi, e il 5,1% degli anni di vita persi a causa di malattia, disabilità o morte prematura. Il consumo di bevande alcoliche è responsabile o aumenta il rischio dell'insorgenza di molte malattie ed è responsabile di molti danni indiretti dovuti a comportamenti associati a stati di intossicazione acuta, ad esempio infortuni sul lavoro, incidenti stradali ed episodi di violenza domestica. L'alcol è una sostanza tossica, potenzialmente cancerogena e con la capacità di indurre dipendenza: causa danni diretti alle cellule di molti organi, soprattutto fegato e sistema nervoso centrale, e in particolare alle cellule del cervello. Però non c'è un allarme sociale sui rischi dell'abuso di alcol, così come c'è un allarme sociale sull'abuso di tabacco. E infatti l'alcol è disponibile ovunque e non c'è alcun controllo all'acquisto e al consumo: un minorenne può tranquillamente acquistarlo al supermercato e nessuno gli dirà mai nulla. Di alcol in giro ce n'è tanto, costa relativamente poco e può essere acquistato senza problemi.
L'allarme sociale sull'abuso del tabacco comincia a dare i suoi frutti, perché, anche se meno lentamente di come si potrebbe sperare, cala il numero dei fumatori e soprattutto cresce la percezione che il fumo sia un problema e che fumare sia un segno distintivo negativo. Sul bere non abbiamo fatto nulla e così per molti giovanissimi - ragazzi e anche moltissime ragazze - bere superalcolici è ancora un rito di passaggio, un modo per sentirsi grandi, per sentirsi apprezzati dagli altri. Ovviamente non credo che proibire sia la strada giusta - come mi è già capitato di dire, io sono anche per la legalizzazione di alcune droghe - ma credo sia necessario avviare una campagna sull'abuso di alcol, che in questo paese non abbiamo mai davvero cominciato. Sul tabacco abbiamo fatto tante campagne, tanto lavoro nelle scuole, spesso inutilmente retorico, ma a volte efficace. Bisogna cominciare a farlo anche sull'alcol. Se ci dedicassimo con lo stesso impegno con cui parliamo dei botti credo sarebbe già un successo.
E così, in qualche modo, abbiamo passato anche questo capodanno, con tutta la sua retorica, con tutti i suoi annessi e connessi.
Da qualche anno uno dei topos dell'informazione nella settimana tra Natale e san Silvestro è rappresentato dai botti. Nessun telegiornale, nessun organo di informazione, si fa mancare una serie di servizi per invitare alla prudenza nell'utilizzo dei fuochi d'artificio, leciti e illeciti. Vengono intervistati pompieri, medici del pronto soccorso, esperti in fuochi artificiali e poi la solita compagnia di giro degli opinionisti, ossia di quelli che, non occupandosi di niente, hanno un'opinione su tutto. Alcune amministrazioni comunali, seguendo la moda imperante, hanno fatto ordinanze, inapplicabili e sostanzialmente inapplicate, per vietare i botti nei loro rispettivi territori, e quelle che non le hanno emanate, per realistico buon senso, sono state costrette a giustificarsi, invitando comunque i propri cittadini al buon senso. Molti cittadini hanno chiesto ai propri sindaci che fossero vietati i botti, gli stessi che si sarebbero fieramente opposti se i loro sindaci avessero emesso un'ordinanza per vietare l'uso delle auto, a causa dell'inquinamento. I detrattori dei botti hanno poi trovato dei formidabili alleati tra coloro che amano gli animali e, dal momento che molti prestano più attenzione alle sofferenze degli animali che a quelle dei cristiani, verso i botti è stata montata una vera e propria campagna denigratoria, che è riuscita a limitarne la vendita e l'utilizzo. Personalmente non me ne rammarico: i botti mi sono sempre piaciuti poco e fatico ad associarli alle feste.
Vorrei però farvi notare una cosa. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio al pronto soccorso del Maggiore di Parma è arrivata una sola persona con una ferita provocata dai botti, mentre ne sono arrivate quindici con problemi legati all'abuso di alcol; e qualcosa di sostanzialmente analogo è avvenuto negli altri ospedali della nostra regione. E mentre i botti sono un problema prettamente di questo periodo festivo, il numero delle persone portate all'ospedale perché ubriache è pressoché costante tutto l'anno. Allora chiediamoci cosa fa più danni? La faciloneria con cui alcuni improvvisati "bombaroli" danno fuoco alle polveri o l'uso smodato di alcolici? Almeno numericamente il secondo, però il problema dell'abuso di alcol non è avvertito come un dramma sociale, non è sentito come un problema, non c'è alcun tipo di allarme e nessun organo di informazione si sognerebbe mai di fare un servizio il 31 dicembre per raccontare dei morti per alcol nel nostro paese. Anche perché nessuno fa ubriacare il proprio cane.
Leggendo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità, l'uso di alcol nel 2012 ha causato nel mondo 3,3 milioni di morti, ossia il 5,9% di tutti i decessi, e il 5,1% degli anni di vita persi a causa di malattia, disabilità o morte prematura. Il consumo di bevande alcoliche è responsabile o aumenta il rischio dell'insorgenza di molte malattie ed è responsabile di molti danni indiretti dovuti a comportamenti associati a stati di intossicazione acuta, ad esempio infortuni sul lavoro, incidenti stradali ed episodi di violenza domestica. L'alcol è una sostanza tossica, potenzialmente cancerogena e con la capacità di indurre dipendenza: causa danni diretti alle cellule di molti organi, soprattutto fegato e sistema nervoso centrale, e in particolare alle cellule del cervello. Però non c'è un allarme sociale sui rischi dell'abuso di alcol, così come c'è un allarme sociale sull'abuso di tabacco. E infatti l'alcol è disponibile ovunque e non c'è alcun controllo all'acquisto e al consumo: un minorenne può tranquillamente acquistarlo al supermercato e nessuno gli dirà mai nulla. Di alcol in giro ce n'è tanto, costa relativamente poco e può essere acquistato senza problemi.
L'allarme sociale sull'abuso del tabacco comincia a dare i suoi frutti, perché, anche se meno lentamente di come si potrebbe sperare, cala il numero dei fumatori e soprattutto cresce la percezione che il fumo sia un problema e che fumare sia un segno distintivo negativo. Sul bere non abbiamo fatto nulla e così per molti giovanissimi - ragazzi e anche moltissime ragazze - bere superalcolici è ancora un rito di passaggio, un modo per sentirsi grandi, per sentirsi apprezzati dagli altri. Ovviamente non credo che proibire sia la strada giusta - come mi è già capitato di dire, io sono anche per la legalizzazione di alcune droghe - ma credo sia necessario avviare una campagna sull'abuso di alcol, che in questo paese non abbiamo mai davvero cominciato. Sul tabacco abbiamo fatto tante campagne, tanto lavoro nelle scuole, spesso inutilmente retorico, ma a volte efficace. Bisogna cominciare a farlo anche sull'alcol. Se ci dedicassimo con lo stesso impegno con cui parliamo dei botti credo sarebbe già un successo.
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