da Rinascita, 14 novembre 1975
Ma c'è un altro aspetto che forse non è ancora sufficientemente chiaro: e riguarda la necessità che - per uscire dalla crisi economica - si vada a nuove combinazioni (le chiamerei così) di momenti produttivi, a un intreccio originale di diverse competenze settoriali, e - in rapporto a ciò - ad una vera e propria invenzione di nuovi, ruoli sociali e di nuove forme di vita e direzione politica. Non basta insomma un coordinamento dell'esistente. C'è bisogno di una creatività sociale e politica. Quando parliamo di maggiore connessione fra scienza e produzione, dobbiamo pensare ad una maggiore incorporazione nella vita produttiva non solo di nuove tecnologie, ma - vorrei dire - anche di scienza politica, di nuova conoscenza della società e dello Stato.
Gli esempi emergono dai fatti e dalle lotte di ogni giorno. Si parla oggi di una programmazione articolata, decentrata a livello del potere locale, per individuare e realizzare, a livello ravvicinato, un collegamento fra riforma nelle campagne e riconversione industriale, e giungere ad una organizzazione di consumi collettivi che dia un punto di riferimento alla produzione. Questa sembra la strada attraverso cui gli organi di potere locali possono trovare il loro volto moderno e rispondere alla domanda impetuosa che oggi li incalza e a volte li travolge. Ma ciò richiede una creazione diffusa di competenze combinate, che va contro un'organizzazione della direzione politica, concentrata in una somma di carrozzoni ministeriali, i quali agiscono dall'alto e separati.
Ancora. E' possibile che il campo ribollente della scuola possa durare nelle condizioni di caos, di crisi di identità e quindi di spreco che oggi lo travaglia? Sembra logico che si vada ad una ridefinizione del suo ruolo nella società e quindi del suo rapporto col lavoro produttivo. E' cosa urgente. Un tale cambiamento di contenuti, di ruolo, di collocazione nella società, appare possibile solo con una irruzione ancora più forte della società dentro la scuola (famiglie, organismi sociali, forze culturali) che si colleghi però con una proposta generale, con una idea dello Stato, con una sua riqualificazione.
E così, sembra arduo misurarsi con i problemi della salute, come si presentano ormai al nostro tempo e alla nostra coscienza, senza che si producano livelli diversi e più diffusi e più coordinati di sapere e di pratica medica, i quali colmino l'attuale distanza tra il grande "luminare" e il malato, evitino l'astrazione della malattia e della sua cura dall'ambiente di vita, ci portino fuori dall'ingolfamento che sta riducendo la rete degli ospedali a straripanti "ammucchiate". Ecco allora che la ricerca e la sperimentazione di metodi e ruoli nuovi, che ancora ieri sembrava esercizio utopistico, comincia ad apparire necessità razionale, bisogno di economicità, per evitare assurde dispersioni di ricchezza, materiale ed intellettuale, guasti nelle terapie, crisi delle professioni.
Ecco, insomma, tutta una serie di campi in cui bisogni elementari domandano ormai un altro modo di essere dello Stato che poggi su nuovi modelli di organizzazione sociale. Il privatismo non regge più. Anzi tanti momenti privati della nostra vita rimandano sempre più al modo con cui è organizzato lo Stato: rimandano alla politica nel suo significato più generale, nel senso che, per affrontare e risolvere certi problemi, diviene indispensabile non fermarsi a visioni settoriali, ma risalire alle connessioni fra l'uno e l'altro aspetto dello Stato, alle forme politiche e giuridiche più complesse in cui si realizza oggi il rapporto Stato-società e Stato-economia. Parlavo del voto del 15 giugno. Credo che ciascuno di noi potrebbe portare esempi di gente che ha votato per noi, a sinistra, perché nella sua vita privata, e ancora più nella sua "professione", si è scontrata più di ieri con una disfunzione dello Stato, che non gli appare più settoriale, particolare, ma che comincia ad apparirgli generale, per così dire organica. Questa è la conferma di come la politica, nel suo senso più consapevole e più profondo, c'entri sempre di più nelle cose. Ma proprio perché tanti momenti della nostra vita sembrano intridersi sempre più direttamente di politica, essa non può restarsene confinata in alto, né ridursi a una delega a gruppi illuminati di vertice. Quella incorporazione di scienza politica, di direzione programmata nell'attività produttiva e sociale, che è la grande spinta che scaturisce dai problemi, se vuole essere effettiva, deve diventare diffusa e penetrante, deve diventare processo di massa che coinvolga e trasformi milioni di uomini e di donne e si realizzi in una molteplicità di livelli e di sedi. Il bisogno di "socializzazione della politica" si presenta sempre meno come sogno generoso, come astratta domanda di democrazia, e sempre più come necessità pratica, "economica". E d'altra non è proprio questo processo diffuso di "socializzazione della politica" la via vera non solo per dare concretezza alla democrazia, ma anche per giungere dalla confusione attuale a quello che noi chiamiamo un ordine nuovo e cioè per far camminare una disciplina reale, che sappia fare fronte ai rischi enormi di disgregazione, di frantumazione corporativa, che è poi spazio aperto all'autoritarismo?
lunedì 30 marzo 2015
mercoledì 25 marzo 2015
Verba volant (172): cittadinanza...
Cittadinanza, sost. f.
Da vecchio internazionalista non ho mai dato un grande valore alla cittadinanza, né alla mia - anche perché non mi sento particolarmente orgoglioso di essere italiano - né a quella degli altri: un uomo - e una donna - valgono per quello che sono, per quello che pensano, per quello che fanno, per quello per cui lottano. E tutti gli uomini sono uguali, indipendentemente da dove sono nati. Però, da ufficiale d'anagrafe, so quanto sia importante la cittadinanza, per i diritti e i doveri che comporta; vedo la soddisfazione degli stranieri quando cambiano finalmente la carta d'identità perché sono diventati, dopo molti anni in cui vivono qui e dopo un iter complicato e costoso, cittadini italiani.
Premetto anche che io sono uno di quelli che vorrebbero che in Italia fosse applicato lo ius soli, ossia credo che possa diventare cittadino italiano chiunque nasca su suolo italiano: mi sembra un criterio oggettivo che prescinde dalla cittadinanza dei genitori - non sempre facile da definire - e da altre valutazioni di natura politica e burocratica. Sinceramente trovo ingiusto che adesso possano votare persone che non hanno mai messo piede in Italia, che sono nate e sempre vissute all'estero, solo perché un loro bisnonno era italiano, e che non lo possano fare persone che vivono in Italia, che lavorano in Italia, che pagano le tasse in Italia, ma i cui genitori sono senegalesi o filippini o ucraini.
Scrivo questa definizione perché, grazie al calcio - l'unico vero argomento di cui pare importare qualcosa alla maggioranza di chi vive in questo paese - si torna a parlare del tema. E ci si divide sull'opportunità o meno di convocare gli oriundi; dal momento che siamo tutti decubertiani, gli oriundi vanno bene quando vinciamo e vanno male quando perdiamo.
Non è questo però quello di cui voglio parlare. Legata a questa vicenda, leggo che il governo appoggia in maniera autorevole la proposta di legge di istituire la cosiddetta cittadinanza sportiva, che garantirebbe di diventare italiani ai minori stranieri tesserati nel nostro paese entro i dieci anni. Viste le premesse non sono tendenzialmente contrario a questa proposta, che comunque allarga la possibilità degli stranieri più giovani di diventare cittadini italiani, ma francamente ne temo le conseguenze. L'opportunità di essere tesserati verrà venduta da società sportive senza scrupoli a famiglie che fanno già fatica a sbarcare il lunario e che dovranno fare questo ulteriore sacrificio per garantire questo beneficio ai loro figli. Succederà - con meno rischi e molte meno possibilità di essere scoperti - quello che succede già con il mercato dei matrimoni: il racket della prostituzione usa le nozze con vecchi italiani, che vengono comprati con pochi soldi - visto il gramo livello delle pensioni dell'Inps - per "regolarizzare" ragazze che arrivano in Italia da ogni paese del mondo. Al di là del giro di soldi "sporchi" e del malaffare che si muoverà intorno a questa proposta - che servirà naturalmente ad arricchire la criminalità organizzata, che si conferma main sponsor di questo governo - è curioso che lo sport sia l'unico motivo che spinge la nostra malmessa classe politica e la cosiddetta società civile che la vota e la sostiene - ossia ne è complice - ad affrontare finalmente un tema così importante.
Mi rendo conto che entro i dieci anni è difficile valutare altre doti di un bambino e di una bambina, ma perché non istituire anche la cittadinanza scientifica? Se accettiamo l'idea che il nostro paese ha così bisogno di calciatori, da modificare una legge che molti considerano scolpita nella pietra, pur di ingrossare i vivai delle nostre società sportive, non siamo disposti a cambiare la legge per avere più ingegneri, più scienziati, magari più filosofi e perfino più poeti?
Chi conosce i bambini sa bene che non si controllano la cittadinanza a vicenda per diventare amici e per giocare insieme. Non è importante sapere che cittadinanza abbia un bambino o una bambina; la cosa importante è che venga educato per diventare un calciatore o uno scienziato o qualsiasi altra cosa, è importante che diventi una persona che sappia fare il proprio lavoro con coscienza e serietà.
Partiamo dalla scuola e proviamo a immaginare che il criterio per l’attribuzione della cittadinanza sia quello culturale: è cittadino chiunque, nato in Italia, risulti legato ai valori essenziali della nostra comunità, definiti dalla Costituzione. Fatto salvo il principio, dovremmo - senza isterismi e senza ipocrisie - provare a fissare dei parametri per compiere tale valutazione. Personalmente credo che un periodo di alcuni anni - meno di dieci, però - di residenza, lo svolgimento di un ciclo scolastico o universitario, l'inserimento nel mondo del lavoro, la regolarità contributiva, possano essere elementi utili. Non mi sembra irragionevole prevedere anche un percorso per gradi.
In questo modo potremmo costruire una comunità politica che sia prima di tutto culturale, e non più etnica. Perché l'Italia ha bisogno, prima di tutto, di cittadini.
Da vecchio internazionalista non ho mai dato un grande valore alla cittadinanza, né alla mia - anche perché non mi sento particolarmente orgoglioso di essere italiano - né a quella degli altri: un uomo - e una donna - valgono per quello che sono, per quello che pensano, per quello che fanno, per quello per cui lottano. E tutti gli uomini sono uguali, indipendentemente da dove sono nati. Però, da ufficiale d'anagrafe, so quanto sia importante la cittadinanza, per i diritti e i doveri che comporta; vedo la soddisfazione degli stranieri quando cambiano finalmente la carta d'identità perché sono diventati, dopo molti anni in cui vivono qui e dopo un iter complicato e costoso, cittadini italiani.
Premetto anche che io sono uno di quelli che vorrebbero che in Italia fosse applicato lo ius soli, ossia credo che possa diventare cittadino italiano chiunque nasca su suolo italiano: mi sembra un criterio oggettivo che prescinde dalla cittadinanza dei genitori - non sempre facile da definire - e da altre valutazioni di natura politica e burocratica. Sinceramente trovo ingiusto che adesso possano votare persone che non hanno mai messo piede in Italia, che sono nate e sempre vissute all'estero, solo perché un loro bisnonno era italiano, e che non lo possano fare persone che vivono in Italia, che lavorano in Italia, che pagano le tasse in Italia, ma i cui genitori sono senegalesi o filippini o ucraini.
Scrivo questa definizione perché, grazie al calcio - l'unico vero argomento di cui pare importare qualcosa alla maggioranza di chi vive in questo paese - si torna a parlare del tema. E ci si divide sull'opportunità o meno di convocare gli oriundi; dal momento che siamo tutti decubertiani, gli oriundi vanno bene quando vinciamo e vanno male quando perdiamo.
Non è questo però quello di cui voglio parlare. Legata a questa vicenda, leggo che il governo appoggia in maniera autorevole la proposta di legge di istituire la cosiddetta cittadinanza sportiva, che garantirebbe di diventare italiani ai minori stranieri tesserati nel nostro paese entro i dieci anni. Viste le premesse non sono tendenzialmente contrario a questa proposta, che comunque allarga la possibilità degli stranieri più giovani di diventare cittadini italiani, ma francamente ne temo le conseguenze. L'opportunità di essere tesserati verrà venduta da società sportive senza scrupoli a famiglie che fanno già fatica a sbarcare il lunario e che dovranno fare questo ulteriore sacrificio per garantire questo beneficio ai loro figli. Succederà - con meno rischi e molte meno possibilità di essere scoperti - quello che succede già con il mercato dei matrimoni: il racket della prostituzione usa le nozze con vecchi italiani, che vengono comprati con pochi soldi - visto il gramo livello delle pensioni dell'Inps - per "regolarizzare" ragazze che arrivano in Italia da ogni paese del mondo. Al di là del giro di soldi "sporchi" e del malaffare che si muoverà intorno a questa proposta - che servirà naturalmente ad arricchire la criminalità organizzata, che si conferma main sponsor di questo governo - è curioso che lo sport sia l'unico motivo che spinge la nostra malmessa classe politica e la cosiddetta società civile che la vota e la sostiene - ossia ne è complice - ad affrontare finalmente un tema così importante.
Mi rendo conto che entro i dieci anni è difficile valutare altre doti di un bambino e di una bambina, ma perché non istituire anche la cittadinanza scientifica? Se accettiamo l'idea che il nostro paese ha così bisogno di calciatori, da modificare una legge che molti considerano scolpita nella pietra, pur di ingrossare i vivai delle nostre società sportive, non siamo disposti a cambiare la legge per avere più ingegneri, più scienziati, magari più filosofi e perfino più poeti?
Chi conosce i bambini sa bene che non si controllano la cittadinanza a vicenda per diventare amici e per giocare insieme. Non è importante sapere che cittadinanza abbia un bambino o una bambina; la cosa importante è che venga educato per diventare un calciatore o uno scienziato o qualsiasi altra cosa, è importante che diventi una persona che sappia fare il proprio lavoro con coscienza e serietà.
Partiamo dalla scuola e proviamo a immaginare che il criterio per l’attribuzione della cittadinanza sia quello culturale: è cittadino chiunque, nato in Italia, risulti legato ai valori essenziali della nostra comunità, definiti dalla Costituzione. Fatto salvo il principio, dovremmo - senza isterismi e senza ipocrisie - provare a fissare dei parametri per compiere tale valutazione. Personalmente credo che un periodo di alcuni anni - meno di dieci, però - di residenza, lo svolgimento di un ciclo scolastico o universitario, l'inserimento nel mondo del lavoro, la regolarità contributiva, possano essere elementi utili. Non mi sembra irragionevole prevedere anche un percorso per gradi.
In questo modo potremmo costruire una comunità politica che sia prima di tutto culturale, e non più etnica. Perché l'Italia ha bisogno, prima di tutto, di cittadini.
lunedì 23 marzo 2015
Verba volant (171): pollo...
Pollo, sost. m.
Il termine latino pullus deriva dal greco polos e indica in maniera generica ogni animale ancora giovane, un puledro, un pulcino, e, usato come un vezzeggiativo, anche il cucciolo di uomo; la radice pu- è molto antica e rimanda, già nel sanscrito, all'atto di procreare, di generare. La parola italiana è il nome generico con cui chiamiamo i gallinacei domestici, soprattutto per indicare le specie che si allevano per la carne e si considerano sotto un aspetto culinario. Pellegrino Artusi illustra ben diciotto ricette con il pollo, da quello semplicemente lesso al ben più sostanzioso alla cacciatora. In questa definizione voglio parlare proprio dei polli che mangiamo (anche se non darò nessuna ricetta).
L'università dell'Ohio ha studiato i polli e ha scoperto un dato interessante. Nel 1957 un pulcino appena nato pesava circa 34 grammi, mentre nel 2005 44 grammi; sempre nel '57, quello stesso animale, dopo 56 giorni dalla nascita, pesava circa 905 grammi (un aumento di circa 15 grammi al giorno), mentre nel 2005 il suo peso arrivava ben a 4,202 chilogrammi (l'aumento è di 74 grammi al giorno). Per fare una sintesi, in cinquant'anni il peso del pollo è più che quadruplicato e soprattutto siamo riusciti a incidere sulla sua velocità di crescita. Il maggior peso è stato concentrato per lo più nel petto. Probabilmente questi dati sono già cambiati, dal momento che, nonostante la crescita di questi decenni, i polli non hanno ancora raggiunto il peso massimo consentito dalla loro struttura corporea: e naturalmente c'è chi studia per raggiungere il prima possibile questo limite. E, se possibile, per superarlo.
Mentre nei giorni scorsi leggevo questa notizia e prendevo qualche appunto per la definizione che adesso avete la pazienza di leggere, è scoppiata la polemica tra Domenico Dolce ed Elton John sui "figli sintetici". Vista la notorietà pop di questi due personaggi sul tema si è scatenata una vivace discussione, in cui molti ribadivano la necessità di non forzare la natura e quindi di lasciare che i cuccioli di uomo nascano attraverso il sistema tradizionalmente conosciuto. Va bene, credo anch'io che la natura sia importante e vada rispettata, ma come mai la natura non interessa più a nessuno quando parliamo dei polli?
Io non sono un animalista, sono un carnivoro che mangia, tra gli altri animali, anche i polli, però credo che dovremmo interrogarci anche su questa crescita, che ci può apparire naturale, ma è assolutamente artificiale, dettata unicamente dalle regole del mercato.
Sempre l'università dell'Ohio ha rilevato quanto sia aumentato il consumo di pollo negli Stati Uniti. Negli ultimi trent'anni c'è stata una vera e propria ossessione a sostituire la carne rossa con la carne bianca. Un americano mangia in media 35 chili di pollo all'anno; che poi una parte consistente di questo pollo venga consumato dopo essere stato pesantemente fritto è un'altra storia, che spiega come mai i bambini americani siano così obesi. Anche perché le patatine fritte non sono verdura.
I polli "naturali", quelli che nascevano di 34 grammi, non sarebbero mai bastati per soddisfare il bisogno dei venditori di pollo di far mangiare questa pietanza agli americani e dal momento che non volevano neppure allevare più polli, cosa che avrebbe aumentato i costi - e quindi diminuito i loro guadagni - hanno cominciato a studiare come far crescere ogni singolo pollo, come aumentare la carne in ciascun petto. E siccome hanno insegnato agli americani a mangiare la carne bianca dei petti, hanno anche cosce, ovviamente più grosse, che vendono ai paesi più poveri, che devono accontentarsi di quello che "non piace" negli Stati Uniti.
Per parafrasare lo stilista milanese questi non sono "polli sintetici"? Lo sono, ma dal momento che l'unico obiettivo è quello di spendere poco e di incassare molto, ossia di guadagnare sempre di più, in nome del sacro dio dollaro, siamo disposti a sorvolare su tutto il resto, senza farci troppe domande. Vale per i polli, ma vale per tutto il nostro rapporto con la natura: noi vogliamo costantemente forzarne i limiti. Gli scienziati che hanno creato - come novelli Frankenstein - questi super-polli, hanno applicato, tra le altre cose, le leggi darwinanie della selezione naturale, ma qui non c'è nulla di naturale: ai polli non serve avere un petto grande, anzi probabilmente li fa vivere peggio, ma a noi non interessa. A noi interessa che il pollo costi poco e che continui a essere un cibo popolare: è facile convincere le persone a mangiarne sempre di più, guadagnando sempre di più. Bisogna solo continuare ad aumentare il peso dei polli. Ma anche questo è semplice, solo che non è lecito: è immorale, perché forza i limiti che la natura ha posto e che noi uomini dobbiamo saper riconoscere e accettare.
Dante Alighieri mette nel terzo girone del settimo cerchio dell'Inferno coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, come spiega un anonimo commentatore del XIV secolo. Il poeta, senza mai citarla, si riferisce in particolare alla sodomia, ma quanti uomini nei nostri tempi peccano facendo violenza alla natura? Naturalmente non mi riferisco a Dolce e Gabbana, che ovviamente sono liberi di fare quello che vogliono. Chi fa crescere un pollo quattro volte più del normale, solo per arricchirsi, meriterebbe di camminare in eterno sul sabbione, colpito da una pioggia di fuoco.
Mi rendo conto che in una società in cui si applica costantemente e sistematicamente lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, probabilmente interessa poco lo sfruttamento dell'uomo sul pollo, eppure se ci pensate è qualcosa che nasce nello stesso modo, seguendo una stessa logica perversa, quella secondo cui tutto è lecito, in nome del guadagno individuale. Invece non è così. Prima lo impareremo, meglio sarà. Per gli uomini, e per i polli.
Il termine latino pullus deriva dal greco polos e indica in maniera generica ogni animale ancora giovane, un puledro, un pulcino, e, usato come un vezzeggiativo, anche il cucciolo di uomo; la radice pu- è molto antica e rimanda, già nel sanscrito, all'atto di procreare, di generare. La parola italiana è il nome generico con cui chiamiamo i gallinacei domestici, soprattutto per indicare le specie che si allevano per la carne e si considerano sotto un aspetto culinario. Pellegrino Artusi illustra ben diciotto ricette con il pollo, da quello semplicemente lesso al ben più sostanzioso alla cacciatora. In questa definizione voglio parlare proprio dei polli che mangiamo (anche se non darò nessuna ricetta).
L'università dell'Ohio ha studiato i polli e ha scoperto un dato interessante. Nel 1957 un pulcino appena nato pesava circa 34 grammi, mentre nel 2005 44 grammi; sempre nel '57, quello stesso animale, dopo 56 giorni dalla nascita, pesava circa 905 grammi (un aumento di circa 15 grammi al giorno), mentre nel 2005 il suo peso arrivava ben a 4,202 chilogrammi (l'aumento è di 74 grammi al giorno). Per fare una sintesi, in cinquant'anni il peso del pollo è più che quadruplicato e soprattutto siamo riusciti a incidere sulla sua velocità di crescita. Il maggior peso è stato concentrato per lo più nel petto. Probabilmente questi dati sono già cambiati, dal momento che, nonostante la crescita di questi decenni, i polli non hanno ancora raggiunto il peso massimo consentito dalla loro struttura corporea: e naturalmente c'è chi studia per raggiungere il prima possibile questo limite. E, se possibile, per superarlo.
Mentre nei giorni scorsi leggevo questa notizia e prendevo qualche appunto per la definizione che adesso avete la pazienza di leggere, è scoppiata la polemica tra Domenico Dolce ed Elton John sui "figli sintetici". Vista la notorietà pop di questi due personaggi sul tema si è scatenata una vivace discussione, in cui molti ribadivano la necessità di non forzare la natura e quindi di lasciare che i cuccioli di uomo nascano attraverso il sistema tradizionalmente conosciuto. Va bene, credo anch'io che la natura sia importante e vada rispettata, ma come mai la natura non interessa più a nessuno quando parliamo dei polli?
Io non sono un animalista, sono un carnivoro che mangia, tra gli altri animali, anche i polli, però credo che dovremmo interrogarci anche su questa crescita, che ci può apparire naturale, ma è assolutamente artificiale, dettata unicamente dalle regole del mercato.
Sempre l'università dell'Ohio ha rilevato quanto sia aumentato il consumo di pollo negli Stati Uniti. Negli ultimi trent'anni c'è stata una vera e propria ossessione a sostituire la carne rossa con la carne bianca. Un americano mangia in media 35 chili di pollo all'anno; che poi una parte consistente di questo pollo venga consumato dopo essere stato pesantemente fritto è un'altra storia, che spiega come mai i bambini americani siano così obesi. Anche perché le patatine fritte non sono verdura.
I polli "naturali", quelli che nascevano di 34 grammi, non sarebbero mai bastati per soddisfare il bisogno dei venditori di pollo di far mangiare questa pietanza agli americani e dal momento che non volevano neppure allevare più polli, cosa che avrebbe aumentato i costi - e quindi diminuito i loro guadagni - hanno cominciato a studiare come far crescere ogni singolo pollo, come aumentare la carne in ciascun petto. E siccome hanno insegnato agli americani a mangiare la carne bianca dei petti, hanno anche cosce, ovviamente più grosse, che vendono ai paesi più poveri, che devono accontentarsi di quello che "non piace" negli Stati Uniti.
Per parafrasare lo stilista milanese questi non sono "polli sintetici"? Lo sono, ma dal momento che l'unico obiettivo è quello di spendere poco e di incassare molto, ossia di guadagnare sempre di più, in nome del sacro dio dollaro, siamo disposti a sorvolare su tutto il resto, senza farci troppe domande. Vale per i polli, ma vale per tutto il nostro rapporto con la natura: noi vogliamo costantemente forzarne i limiti. Gli scienziati che hanno creato - come novelli Frankenstein - questi super-polli, hanno applicato, tra le altre cose, le leggi darwinanie della selezione naturale, ma qui non c'è nulla di naturale: ai polli non serve avere un petto grande, anzi probabilmente li fa vivere peggio, ma a noi non interessa. A noi interessa che il pollo costi poco e che continui a essere un cibo popolare: è facile convincere le persone a mangiarne sempre di più, guadagnando sempre di più. Bisogna solo continuare ad aumentare il peso dei polli. Ma anche questo è semplice, solo che non è lecito: è immorale, perché forza i limiti che la natura ha posto e che noi uomini dobbiamo saper riconoscere e accettare.
Dante Alighieri mette nel terzo girone del settimo cerchio dell'Inferno coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, come spiega un anonimo commentatore del XIV secolo. Il poeta, senza mai citarla, si riferisce in particolare alla sodomia, ma quanti uomini nei nostri tempi peccano facendo violenza alla natura? Naturalmente non mi riferisco a Dolce e Gabbana, che ovviamente sono liberi di fare quello che vogliono. Chi fa crescere un pollo quattro volte più del normale, solo per arricchirsi, meriterebbe di camminare in eterno sul sabbione, colpito da una pioggia di fuoco.
Mi rendo conto che in una società in cui si applica costantemente e sistematicamente lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, probabilmente interessa poco lo sfruttamento dell'uomo sul pollo, eppure se ci pensate è qualcosa che nasce nello stesso modo, seguendo una stessa logica perversa, quella secondo cui tutto è lecito, in nome del guadagno individuale. Invece non è così. Prima lo impareremo, meglio sarà. Per gli uomini, e per i polli.
giovedì 19 marzo 2015
Considerazioni libere (398): a proposito della ricostruizione della sinistra...
So che dell'argomento ho appena scritto, ma francamente mi sembra la novità più rilevante da molto tempo nel campo travagliato della sinistra italiana. Io sostengo la proposta di Maurizio Landini e della Fiom di costituire quella che ormai abbiamo cominciato a chiamare coalizione sociale, parteciperò alla manifestazione di sabato 28 marzo a Roma e farò, nel mio piccolissimo, quello che posso per sostenere questa proposta politica, cercando di valorizzarne il carattere di originalità, sperando che non diventi l'ennesimo esperimento concluso male, l'ennesima occasione di rimpianti e recriminazioni.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.E naturalmente il grande tema del lavoro - e dei lavori - su cui il sindacato sta già svolgendo un'azione importante. Ed è abbastanza naturale che la nostra azione sia partita da lì, anche perché è proprio contro il lavoro - privato e pubblico - che l'azione del governo è più violenta ed eversiva, in particolare nel rapporto tra democrazia e lavoro, come è stato sancito in maniera altissima dall'art. 1 della Costituzione.
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.
giovedì 12 marzo 2015
Considerazioni libere (397): a proposito di coalizione sociale...
Quello che sta succedendo in questi giorni nel nostro paese rende sempre più necessaria e urgente la creazione, tra noi di sinistra, di una coalizione sociale, ampia e resistente. Uso questo aggettivo non a caso, perché credo occorra trovare tra di noi uno spirito di collaborazione tra diversi, che fino ad ora è evidentemente mancato e ci ha resi deboli, in balia di una forza che, diventata egemone culturalmente prima che politicamente, ci sta lentamente fagocitando.
Il partito di governo è sempre più forte e sempre più arrogante. In questo momento non esiste alcuna alternativa politica possibile al blocco di potere che si è aggregato intorno al pd renziano. I piccoli partiti della sinistra radicale, oltre a essere divisi da suggestioni ideologiche a questo punto incomprensibili - che spesso nascondono antipatie personali e rancori, ancora più incomprensibili - sono in alcuni casi tentati dal rapporto con il monolite renziano, nell'illusione, per loro mortale, di riuscire a spostarne il baricentro politico, che rimane invece ormai saldamente ancorato a destra. Mi dispiace doverlo dire ancora una volta, ma la parabola di Vendola è ormai finita, visto anche che è al termine la sua esperienza amministrativa, che ha avuto qualche luce, ma troppe ombre.
A destra l'unica prospettiva possibile - e l'unica che viene mantenuta in vita dal sistema dei media, finanziati da quegli stessi poteri che finanziano il pd - è quella della Lega, a cui presto o tardi si unirà anche quel che rimane del populismo berlusconiano. Renzi ha interesse ad avere come unico interlocutore ed avversario una destra impresentabile e credo lo vedremo presto alle elezioni regionali in Veneto: la radicalizzazione lepenista della Lega, il suo abbraccio con i cascami del fascismo italiano, l'uscita di amministratori moderati di centrodestra come Tosi, favoriscono il pd anche in quella regione finora ostile, perfino con una candidata impresentabile come Alessandra Moretti.
Poi c'è Grillo, la cui forza politica, per quanto non irrilevante, rimane ai margini, finendo comunque per costituire un puntello per l'egemonia renziana. Se le alternative sono Salvini o Grillo, Renzi diviene un candidato accettabile perfino per un pezzo - grande, troppo grande - della sinistra. In questo è evidente la forza del pd di Renzi, non tanto nella capacità di attrarre una parte di ceto politico - Migliore e la Giannini sono le maschere farsesche di quel trasformismo che è così tipico nel nostro paese.
Non illudiamoci poi che nasca una qualche resistenza dentro al pd: al di là di qualche dichiarazione, forse di qualche uscita che avverrà nei prossimi mesi, non è da lì che rinascerà un barlume di sinistra in Italia. Anche perché il pd è figlio - per quanto degenere e degenerato - dei Ds, è figlio nostro, della nostra incapacità di elaborare una risposta politica di sinistra all'affermazione sfrontata e violenta dell'ideologia ultraliberista. Noi, con le nostre "terze vie", con i nostri ragionamenti capziosi sul riformismo, con la nostra incessante ricerca del centro, e soprattutto con una pratica di governo, nazionale e locale, che non ha dato un segno forte, ma ha semplicemente scimmiottato le politiche di destra, siamo i responsabili della nascita di Renzi. E quindi suonano un po' patetiche - al di là della simpatia personale che io continuo ad avere per l'uomo - certe riflessioni di Bersani. Noi - e non Renzi - siamo quelli che abbiamo finanziato le scuole paritarie, che abbiamo introdotto una miriade di contratti atipici, che abbiamo privatizzato tanti beni pubblici e la lista potrebbe continuare; mi fermo per carità di patria. Scusate, ci siamo sbagliati. Adesso proviamo a ripartire, anche forti di quegli errori.
Il segno della forza di questo disegno egemonico - di cui Renzi è soltanto la punta dell'iceberg, la faccia presentabile e manovrabile, da spendere in campagna elettorale - è in due provvedimenti con cui il governo in questi giorni - e significativamente uno dopo l'altro, uno insieme all'altro - ha voluto rendere evidente il proprio disegno "riformatore", come lo chiamano loro: la pesante modifica dello Statuto dei lavoratori, con la cancellazione dell'art. 18 e l'introduzione del demansionamento, e la riforma costituzionale - peraltro votata dalla sola maggioranza - con l'abolizione del senato, lo spostamento del potere sull'esecutivo e la riscrittura di quasi tutta la seconda parte della Costituzione. Questi due provvedimenti, anche nel loro carattere simbolico, svelano il carattere autoritario e di destra di questa maggioranza, a cui si accompagna una retorica genericamente rivolta alla coesione sociale, tesa a impedire il conflitto, a presentare la lotta sociale come un male in sé.
E non a caso adesso il nuovo bersaglio di questa forza egemonica, dopo aver annientato il maggior partito del centrosinistra, è la Cgil, ossia l'ultimo corpo sociale intermedio rimasto nel paese. Per un potere autoritario e populista i corpi intermedi sono un intralcio, perché ha bisogno di entrare in una relazione emozionale con il popolo, senza passaggi intermedi. E quando non funziona l'incantesimo ci si può sempre rivolgere ai cacicchi di turno, ai vari De Luca sparsi per la provincia italiana, ai sempiterni gestori di clientele. Lo so che la Cgil ha delle responsabilità per quello che è successo, sono parte delle responsabilità di cui parlavo prima, quelle che abbiamo anche noi, però non possiamo fare l'errore di accodarci a quelli che sputano su questo sindacato - sugli altri due sputiamo pure, non meritano di più - ne abbiamo bisogno adesso e ne avremo bisogno dopo. Senza la Cgil, pur con tutti i suoi limiti - e magari un po' meglio di quella con cui ci confrontiamo adesso, un po' più consapevole del suo ruolo politico e sociale in questa fase di emergenza, un po' meno attenta a certi equilibri politici e più attenta ai bisogni degli ultimi della società, un po' più di lotta e un po' meno di governo, come si diceva con un antico slogan - non nascerà la coalizione sociale.
Questo governo ha chiaramente scelto da che parte stare, senza infingimenti: dalla parte di Confindustria, dei padroni, delle rendite, di cui ha sposato il programma, in parte andando perfino oltre i loro desiderata - un po' come successe negli anni Venti con il fascismo - e garantendo a queste forze tutti i vantaggi legati alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Perché purtroppo il capitalismo italiano non è solo feroce ed avido, come quello degli altri paesi, è anche disonesto, arruffone, sempre pronto a legarsi alla criminalità. E adesso è vincente, e senza freni.
Spero di aver chiarito che si tratta di una situazione di emergenza, un'emergenza a un tempo democratica e sociale, a cui dobbiamo rispondere in maniera decisa, con risposte di emergenza. Prima di tutto rinunciando alle primogeniture, agli esami dei quarti di nobiltà di sinistra dei nostri interlocutori. Se hai fame, prima di chiederti di partecipare alla coalizione sociale, dovrei provare a offrirti un pasto, se sei malato, prima di chiederti di votare per la sinistra, dovrei provare a curarti. Noi non abbiamo ancora le pezze al culo come la Grecia - anche perché nelle regioni più povere del Mezzogiorno la criminalità organizzata sostituisce lo stato nella gestione del welfare - ma ci arriveremo e, se ci arriveremo avendo già l'idea di costruire una rete solidale di mense, di ambulatori, di servizi di aiuto per i bambini, per gli anziani soli, per i più deboli, la rinascita di una sinistra sociale sarà un po' meno difficile. E partirà da lì o non ripartirà.
Visto che loro ci attaccano sui fondamentali, ossia su democrazia e lavoro, noi dobbiamo resistere su questi stessi fondamentali, riscoprendo i valori fondanti di una sinistra che deve essere critica in maniera spietata degli attuali rapporti sociali e deve avere l'ambizione rivoluzionaria di trasformarli. In maniera radicale e non violenta.
Un compagno ha richiamato giustamente un pensiero di Antonio Gramsci che faccio mio:
Il partito di governo è sempre più forte e sempre più arrogante. In questo momento non esiste alcuna alternativa politica possibile al blocco di potere che si è aggregato intorno al pd renziano. I piccoli partiti della sinistra radicale, oltre a essere divisi da suggestioni ideologiche a questo punto incomprensibili - che spesso nascondono antipatie personali e rancori, ancora più incomprensibili - sono in alcuni casi tentati dal rapporto con il monolite renziano, nell'illusione, per loro mortale, di riuscire a spostarne il baricentro politico, che rimane invece ormai saldamente ancorato a destra. Mi dispiace doverlo dire ancora una volta, ma la parabola di Vendola è ormai finita, visto anche che è al termine la sua esperienza amministrativa, che ha avuto qualche luce, ma troppe ombre.
A destra l'unica prospettiva possibile - e l'unica che viene mantenuta in vita dal sistema dei media, finanziati da quegli stessi poteri che finanziano il pd - è quella della Lega, a cui presto o tardi si unirà anche quel che rimane del populismo berlusconiano. Renzi ha interesse ad avere come unico interlocutore ed avversario una destra impresentabile e credo lo vedremo presto alle elezioni regionali in Veneto: la radicalizzazione lepenista della Lega, il suo abbraccio con i cascami del fascismo italiano, l'uscita di amministratori moderati di centrodestra come Tosi, favoriscono il pd anche in quella regione finora ostile, perfino con una candidata impresentabile come Alessandra Moretti.
Poi c'è Grillo, la cui forza politica, per quanto non irrilevante, rimane ai margini, finendo comunque per costituire un puntello per l'egemonia renziana. Se le alternative sono Salvini o Grillo, Renzi diviene un candidato accettabile perfino per un pezzo - grande, troppo grande - della sinistra. In questo è evidente la forza del pd di Renzi, non tanto nella capacità di attrarre una parte di ceto politico - Migliore e la Giannini sono le maschere farsesche di quel trasformismo che è così tipico nel nostro paese.
Non illudiamoci poi che nasca una qualche resistenza dentro al pd: al di là di qualche dichiarazione, forse di qualche uscita che avverrà nei prossimi mesi, non è da lì che rinascerà un barlume di sinistra in Italia. Anche perché il pd è figlio - per quanto degenere e degenerato - dei Ds, è figlio nostro, della nostra incapacità di elaborare una risposta politica di sinistra all'affermazione sfrontata e violenta dell'ideologia ultraliberista. Noi, con le nostre "terze vie", con i nostri ragionamenti capziosi sul riformismo, con la nostra incessante ricerca del centro, e soprattutto con una pratica di governo, nazionale e locale, che non ha dato un segno forte, ma ha semplicemente scimmiottato le politiche di destra, siamo i responsabili della nascita di Renzi. E quindi suonano un po' patetiche - al di là della simpatia personale che io continuo ad avere per l'uomo - certe riflessioni di Bersani. Noi - e non Renzi - siamo quelli che abbiamo finanziato le scuole paritarie, che abbiamo introdotto una miriade di contratti atipici, che abbiamo privatizzato tanti beni pubblici e la lista potrebbe continuare; mi fermo per carità di patria. Scusate, ci siamo sbagliati. Adesso proviamo a ripartire, anche forti di quegli errori.
Il segno della forza di questo disegno egemonico - di cui Renzi è soltanto la punta dell'iceberg, la faccia presentabile e manovrabile, da spendere in campagna elettorale - è in due provvedimenti con cui il governo in questi giorni - e significativamente uno dopo l'altro, uno insieme all'altro - ha voluto rendere evidente il proprio disegno "riformatore", come lo chiamano loro: la pesante modifica dello Statuto dei lavoratori, con la cancellazione dell'art. 18 e l'introduzione del demansionamento, e la riforma costituzionale - peraltro votata dalla sola maggioranza - con l'abolizione del senato, lo spostamento del potere sull'esecutivo e la riscrittura di quasi tutta la seconda parte della Costituzione. Questi due provvedimenti, anche nel loro carattere simbolico, svelano il carattere autoritario e di destra di questa maggioranza, a cui si accompagna una retorica genericamente rivolta alla coesione sociale, tesa a impedire il conflitto, a presentare la lotta sociale come un male in sé.
E non a caso adesso il nuovo bersaglio di questa forza egemonica, dopo aver annientato il maggior partito del centrosinistra, è la Cgil, ossia l'ultimo corpo sociale intermedio rimasto nel paese. Per un potere autoritario e populista i corpi intermedi sono un intralcio, perché ha bisogno di entrare in una relazione emozionale con il popolo, senza passaggi intermedi. E quando non funziona l'incantesimo ci si può sempre rivolgere ai cacicchi di turno, ai vari De Luca sparsi per la provincia italiana, ai sempiterni gestori di clientele. Lo so che la Cgil ha delle responsabilità per quello che è successo, sono parte delle responsabilità di cui parlavo prima, quelle che abbiamo anche noi, però non possiamo fare l'errore di accodarci a quelli che sputano su questo sindacato - sugli altri due sputiamo pure, non meritano di più - ne abbiamo bisogno adesso e ne avremo bisogno dopo. Senza la Cgil, pur con tutti i suoi limiti - e magari un po' meglio di quella con cui ci confrontiamo adesso, un po' più consapevole del suo ruolo politico e sociale in questa fase di emergenza, un po' meno attenta a certi equilibri politici e più attenta ai bisogni degli ultimi della società, un po' più di lotta e un po' meno di governo, come si diceva con un antico slogan - non nascerà la coalizione sociale.
Questo governo ha chiaramente scelto da che parte stare, senza infingimenti: dalla parte di Confindustria, dei padroni, delle rendite, di cui ha sposato il programma, in parte andando perfino oltre i loro desiderata - un po' come successe negli anni Venti con il fascismo - e garantendo a queste forze tutti i vantaggi legati alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Perché purtroppo il capitalismo italiano non è solo feroce ed avido, come quello degli altri paesi, è anche disonesto, arruffone, sempre pronto a legarsi alla criminalità. E adesso è vincente, e senza freni.
Spero di aver chiarito che si tratta di una situazione di emergenza, un'emergenza a un tempo democratica e sociale, a cui dobbiamo rispondere in maniera decisa, con risposte di emergenza. Prima di tutto rinunciando alle primogeniture, agli esami dei quarti di nobiltà di sinistra dei nostri interlocutori. Se hai fame, prima di chiederti di partecipare alla coalizione sociale, dovrei provare a offrirti un pasto, se sei malato, prima di chiederti di votare per la sinistra, dovrei provare a curarti. Noi non abbiamo ancora le pezze al culo come la Grecia - anche perché nelle regioni più povere del Mezzogiorno la criminalità organizzata sostituisce lo stato nella gestione del welfare - ma ci arriveremo e, se ci arriveremo avendo già l'idea di costruire una rete solidale di mense, di ambulatori, di servizi di aiuto per i bambini, per gli anziani soli, per i più deboli, la rinascita di una sinistra sociale sarà un po' meno difficile. E partirà da lì o non ripartirà.
Visto che loro ci attaccano sui fondamentali, ossia su democrazia e lavoro, noi dobbiamo resistere su questi stessi fondamentali, riscoprendo i valori fondanti di una sinistra che deve essere critica in maniera spietata degli attuali rapporti sociali e deve avere l'ambizione rivoluzionaria di trasformarli. In maniera radicale e non violenta.
Un compagno ha richiamato giustamente un pensiero di Antonio Gramsci che faccio mio:
Mi sono convinto che anche quando tutto è perduto, bisogna mettersi tranquillamente all'opera ricominciando dall'inizio.Adesso tutto è perduto e noi non siamo tranquilli, siamo esasperati, siamo arrabbiati - e dobbiamo continuare ad esserlo - e per questo dobbiamo ricominciare dall'inizio, da una coalizione sociale che affondi nel territorio, avendo come valori la Costituzione, il lavoro, l'uguaglianza, la solidarietà.
mercoledì 11 marzo 2015
Verba volant (170): semplificare...
Semplificare, v. tr.
In Italia pagare le tasse è difficile e infatti molti, per evitare l'incomodo e per non sbagliare, preferiscono non pagarle. Naturalmente ci sono degli ostinati, per lo più lavoratori dipendenti e pensionati, che, nonostante la complessità della materia e il bizantinismo del fisco italiano, si ostinano ogni anno a pagarle, addirittura denunciandosi, ogni primavera, alle autorità costituite.
Nella sua magnanimità il governo italiano ha pensato a loro, anche se queste categorie non gli sono particolarmente simpatiche, visto che questi continuano a lamentarsi: che le pensioni sono basse, che i salari diminuiscono, che ci sono sempre meno diritti. Addirittura vanno in piazza contro il governo, che li tratta così bene. Renzi li considera - giustamente - degli ingrati e per questo preferisce di gran lunga la compagnia di quei valorosi italiani che hanno portato i loro soldi nei paradisi fiscali e hanno quindi parecchio tempo libero, visto che non devono pagare le tasse; nonostante ciò, ha deciso di aiutare anche i testardi che vogliono comunque pagarle, mandando loro a casa il 730 precompilato.
A dire il vero se siete lavoratori dipendenti o pensionati non aspettatevi di ricevere a casa una busta dal governo: la carta costa e poi è così poco moderna. Vi dovrete prima accreditare sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate, poi riceverete il vostro pin e così finalmente potrete accedere al vostro "cassetto fiscale", dove potete scaricare il 730 precompilato. Come vedete la cosa è piuttosto semplice, anche se in Italia siamo in fondo alle classifiche europee per quel che riguarda l'uso della rete - un terzo degli italiani non ha mai navigato - la diffusione della banda larga e la velocità di banda.
Facciamo finta che siate riusciti a scaricare il vostro 730 precompilato. Fate attenzione perché alcune cose ci sono e altre non ci sono. Ci saranno i redditi comunicati dal vostro datore di lavoro o dall'Inps, gli interessi passivi sui mutui, i premi pagati per le assicurazioni sulla vita, le polizze infortuni e i contributi previdenziali. Anche ammettendo che tutti questi dati siano esatti - comunque fossi in voi un controllo lo farei, visto il livello della burocrazia italiana - mancano le spese mediche, le tasse scolastiche e universitarie, le spese di ristrutturazione e altre cose che, da contribuente, hai interesse a dichiarare, per pagare un po' meno tasse; perché, per quanto tu sia testardo e ti ostini a voler pagare le tasse, non ne vuoi pagare più del dovuto.
Non credere comunque che per il solo fatto che il governo ti ha messo a disposizione il 730 precompilato tu sia a posto con il fisco. Se non accedi al "cassetto" e devi pagare, sarai multato, mentre se tu fossi a credito, non sarai rimborsato. Devi confermare o modificare la tua dichiarazione. Se la modifichi, sta' attento, perché a quel punto sarai responsabile di tutto, compresi i dati inseriti dall'Agenzia delle Entrate, anche se lo sbaglio lo hanno fatto loro.
E' più semplice questo sistema? Io qualche dubbio ce l'ho. Questa tanto strombazzata riforma del fisco non affronta il cuore del problema, ossia non serve a semplificare il sistema fiscale, anzi in qualche modo lo complica, perché con pochissimo tempo per informare le persone, ha scaricato i problemi sui cittadini e anche su quelle strutture che li aiutano ad affrontare ogni anno la dichiarazione dei redditi.
Perché bisogna dire che questa riforma è stata fatta anche - e forse soprattutto - per colpire i caf e quindi i sindacati, uno dei bersagli preferiti di questo governo, che odia i corpi intermedi e fa di tutto per distruggerli. Così ad esempio, per risolvere i problemi di contenzioso, il governo ha deciso di scaricare sul sistema dei caf le responsabilità di ogni cosa, compresa l'assunzione dei rischi economici dell'infedeltà delle dichiarazioni. Quindi il caf deve risarcire il fisco per qualsiasi infedeltà della dichiarazione, compreso l'errore di digitazione. Per concludere, da un lato si danno maggiori responsabilità ai caf e dall'altro si tolgono risorse, così i caf piccoli saranno costretti a chiudere e quelli più grandi, ad esempio quello della Cgil, faranno fatica ad andare avanti, per la gioia di questo governo di destra.
In sostanza il governo dice al cittadino contribuente: questo è il tuo 730 precompilato, se lo accetti così com'è io non ti controllo, ma se tu lo vuoi modificare - magari andando da quei menagrami della Cgil - io comincio a farti dei controlli e ve la faccio pagare, a te e a loro. Questo non è un patto fiscale degno di un paese civile, ma un'idea partorita dallo sceriffo di Nottingham.
La cosiddetta semplificazione voluta da questo governo non ha modificato di una virgola un sistema fiscale complesso, che unisce un alto tasso di corruzione e un livello di evasione ormai insostenibile. Questa riforma non rende più giusto il fisco, ossia l'unica cosa di cui avremmo davvero bisogno.
Una vera riforma del fisco deve partire dalla modifica di tutte quelle norme che offrono agli evasori alibi e scorciatoie. Ci sarebbero alcune cose da fare subito: ripristinare il reato di falso in bilancio; impedire la costituzione dei fondi che alimentano la corruzione; unificare e far comunicare le banche dati; portare la soglia di tracciabilità del contante a 300 euro; impedire e perseguire l'autoriciclaggio. E, per quel che riguarda il 730, bisogna rendere più chiaro il sistema delle detrazioni, renderle più comprensibili e più facili da calcolare. L'attuale sistema fiscale, con le sue complessità, con le sue inutili complicazioni, con un linguaggio ottusamente burocratico, è stato creato scientemente per favorire l'evasione fiscale e per penalizzare quelli che le tasse le pagano fino all'ultimo centesimo. E visto che questo governo difende gli interessi degli evasori, delle rendite, di chi le tasse non le paga o ne paga troppo poche, non ci sarà nessuna semplificazione.
Quindi mettetevi il cuore in pace, voi dovete solo pagare. Semplicemente.
In Italia pagare le tasse è difficile e infatti molti, per evitare l'incomodo e per non sbagliare, preferiscono non pagarle. Naturalmente ci sono degli ostinati, per lo più lavoratori dipendenti e pensionati, che, nonostante la complessità della materia e il bizantinismo del fisco italiano, si ostinano ogni anno a pagarle, addirittura denunciandosi, ogni primavera, alle autorità costituite.
Nella sua magnanimità il governo italiano ha pensato a loro, anche se queste categorie non gli sono particolarmente simpatiche, visto che questi continuano a lamentarsi: che le pensioni sono basse, che i salari diminuiscono, che ci sono sempre meno diritti. Addirittura vanno in piazza contro il governo, che li tratta così bene. Renzi li considera - giustamente - degli ingrati e per questo preferisce di gran lunga la compagnia di quei valorosi italiani che hanno portato i loro soldi nei paradisi fiscali e hanno quindi parecchio tempo libero, visto che non devono pagare le tasse; nonostante ciò, ha deciso di aiutare anche i testardi che vogliono comunque pagarle, mandando loro a casa il 730 precompilato.
A dire il vero se siete lavoratori dipendenti o pensionati non aspettatevi di ricevere a casa una busta dal governo: la carta costa e poi è così poco moderna. Vi dovrete prima accreditare sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate, poi riceverete il vostro pin e così finalmente potrete accedere al vostro "cassetto fiscale", dove potete scaricare il 730 precompilato. Come vedete la cosa è piuttosto semplice, anche se in Italia siamo in fondo alle classifiche europee per quel che riguarda l'uso della rete - un terzo degli italiani non ha mai navigato - la diffusione della banda larga e la velocità di banda.
Facciamo finta che siate riusciti a scaricare il vostro 730 precompilato. Fate attenzione perché alcune cose ci sono e altre non ci sono. Ci saranno i redditi comunicati dal vostro datore di lavoro o dall'Inps, gli interessi passivi sui mutui, i premi pagati per le assicurazioni sulla vita, le polizze infortuni e i contributi previdenziali. Anche ammettendo che tutti questi dati siano esatti - comunque fossi in voi un controllo lo farei, visto il livello della burocrazia italiana - mancano le spese mediche, le tasse scolastiche e universitarie, le spese di ristrutturazione e altre cose che, da contribuente, hai interesse a dichiarare, per pagare un po' meno tasse; perché, per quanto tu sia testardo e ti ostini a voler pagare le tasse, non ne vuoi pagare più del dovuto.
Non credere comunque che per il solo fatto che il governo ti ha messo a disposizione il 730 precompilato tu sia a posto con il fisco. Se non accedi al "cassetto" e devi pagare, sarai multato, mentre se tu fossi a credito, non sarai rimborsato. Devi confermare o modificare la tua dichiarazione. Se la modifichi, sta' attento, perché a quel punto sarai responsabile di tutto, compresi i dati inseriti dall'Agenzia delle Entrate, anche se lo sbaglio lo hanno fatto loro.
E' più semplice questo sistema? Io qualche dubbio ce l'ho. Questa tanto strombazzata riforma del fisco non affronta il cuore del problema, ossia non serve a semplificare il sistema fiscale, anzi in qualche modo lo complica, perché con pochissimo tempo per informare le persone, ha scaricato i problemi sui cittadini e anche su quelle strutture che li aiutano ad affrontare ogni anno la dichiarazione dei redditi.
Perché bisogna dire che questa riforma è stata fatta anche - e forse soprattutto - per colpire i caf e quindi i sindacati, uno dei bersagli preferiti di questo governo, che odia i corpi intermedi e fa di tutto per distruggerli. Così ad esempio, per risolvere i problemi di contenzioso, il governo ha deciso di scaricare sul sistema dei caf le responsabilità di ogni cosa, compresa l'assunzione dei rischi economici dell'infedeltà delle dichiarazioni. Quindi il caf deve risarcire il fisco per qualsiasi infedeltà della dichiarazione, compreso l'errore di digitazione. Per concludere, da un lato si danno maggiori responsabilità ai caf e dall'altro si tolgono risorse, così i caf piccoli saranno costretti a chiudere e quelli più grandi, ad esempio quello della Cgil, faranno fatica ad andare avanti, per la gioia di questo governo di destra.
In sostanza il governo dice al cittadino contribuente: questo è il tuo 730 precompilato, se lo accetti così com'è io non ti controllo, ma se tu lo vuoi modificare - magari andando da quei menagrami della Cgil - io comincio a farti dei controlli e ve la faccio pagare, a te e a loro. Questo non è un patto fiscale degno di un paese civile, ma un'idea partorita dallo sceriffo di Nottingham.
La cosiddetta semplificazione voluta da questo governo non ha modificato di una virgola un sistema fiscale complesso, che unisce un alto tasso di corruzione e un livello di evasione ormai insostenibile. Questa riforma non rende più giusto il fisco, ossia l'unica cosa di cui avremmo davvero bisogno.
Una vera riforma del fisco deve partire dalla modifica di tutte quelle norme che offrono agli evasori alibi e scorciatoie. Ci sarebbero alcune cose da fare subito: ripristinare il reato di falso in bilancio; impedire la costituzione dei fondi che alimentano la corruzione; unificare e far comunicare le banche dati; portare la soglia di tracciabilità del contante a 300 euro; impedire e perseguire l'autoriciclaggio. E, per quel che riguarda il 730, bisogna rendere più chiaro il sistema delle detrazioni, renderle più comprensibili e più facili da calcolare. L'attuale sistema fiscale, con le sue complessità, con le sue inutili complicazioni, con un linguaggio ottusamente burocratico, è stato creato scientemente per favorire l'evasione fiscale e per penalizzare quelli che le tasse le pagano fino all'ultimo centesimo. E visto che questo governo difende gli interessi degli evasori, delle rendite, di chi le tasse non le paga o ne paga troppo poche, non ci sarà nessuna semplificazione.
Quindi mettetevi il cuore in pace, voi dovete solo pagare. Semplicemente.
domenica 8 marzo 2015
"Blu scendente" di Hans Magnus Enzenberger
Dietro il muro nebbioso nel cervello
esistono ancora altre aree,
che sono più blu, di quanto pensi.
Come sembrerebbe piccola la storia,
vista dall’alto. Fresca e chiara,
senza peso andrebbe il tuo respiro lì,
dove il tuo Io non pesa.
esistono ancora altre aree,
che sono più blu, di quanto pensi.
Come sembrerebbe piccola la storia,
vista dall’alto. Fresca e chiara,
senza peso andrebbe il tuo respiro lì,
dove il tuo Io non pesa.
domenica 1 marzo 2015
Verba volant (169): acqua...
Acqua, sost. f.
Come sapete, da qualche anno vivo in una piccola città - che amo - in cui l'acqua è molto importante, anzi è il bene primario, la fonte - non solo metaforica - della ricchezza di questa comunità. Pensandoci è curioso che io, che vengo dal paese del latte, sia arrivato proprio qui. Comunque sia, l'acqua è solo una delle due risorse di Salsomaggiore e di Tabiano, perché l'altra è il lavoro degli uomini - e delle donne - che quell'acqua l'hanno saputa - e la sanno - usare. E anche qui potremmo fare una qualche analogia con il latte, che non viene soltanto dalle mucche - come forse qualcuno di voi crede - ma anche dal lavoro delle donne e degli uomini. Per tornare al tema di questa definizione, senza il lavoro la nostra acqua sarebbe soltanto un liquido, formato dalla combinazione dell'idrogeno con l'ossigeno, arricchita con tutti i minerali che la natura le ha regalato; è il lavoro che la fa diventare quell'acqua per cui Salsomaggiore e Tabiano sono conosciute in Italia e in Europa da più di un secolo.
L'azienda, pubblica, che gestisce le terme di Salsomaggiore e di Tabiano sta per fallire. Le ragioni di questa lunga crisi sono molte e non è questa la sede per affrontarle in maniera dettagliata. C'è prima di tutto la crisi del termalismo in Italia, che ha coinvolto praticamente tutte le realtà come la nostra; poi a quella crisi qualcuno ha saputo reagire meglio e qualcuno, come Salsomaggiore, decisamente peggio. C'è stata l'incapacità e l'invadenza della politica e c'è stata una responsabilità dei lavoratori, che hanno troppe volte approfittato di una situazione privilegiata, senza mettersi mai in discussione. Terme di Salsomaggiore e Tabiano è un'azienda pubblica e quindi condivide i vizi di questo tipo di attività che, almeno in Italia, sono tutte destinate al fallimento.
Soprattutto in gran parte della nostra comunità c'è stata una notevole mancanza di lungimiranza, di saper vedere oltre alla contingenza del momento, e quindi quando le cose hanno cominciato ad andare male - dal momento che c'erano, nonostante tutto, ancora risorse e mezzi - molti hanno fatto le cicale, pensando che i tempi belli sarebbero tornati. I tempi belli non sono tornati e adesso siamo al punto in cui siamo. Non mi interessa però affrontare la storia del perché le terme siano sostanzialmente fallite - vivo qui da poco e quindi rischio di sbagliarmi o di dire cose banali - anche perché questo immagino interessi poco a chi ha la pazienza di leggermi e non è di Salsomaggiore. E non ho nemmeno la presunzione di avere la soluzione per risolvere il problema: mi pare siano già troppi quelli che sanno esattamente cosa fare, soprattutto quelli che a posteriori avrebbero saputo cosa fare. Almeno mi pare che, a questo punto, tutti - o quasi - si siano resi conto che stavolta è davvero finita: e un po' di realismo non credo faccia male.
Mi interessa invece fare una riflessione che credo riguardi tutto il nostro paese, proprio partendo da quello che succede qui, nella mia città.
Capisco che valga il detto a mali estremi, estremi rimedi e che quindi una soluzione possibile sia quella di trarre un beneficio dalla risorsa che c'è, ossia l'acqua. E' vero: l'acqua è una risorsa tangibile, è una cosa che può essere immediatamente venduta; e immagino ci siano già le persone interessate a comprare questo nostro bene, per poi rivendercelo. Ma siamo davvero disposti a "salvarci", vendendo - o svendendo - l'acqua? E poi, chi può vendere l'acqua, visto che l'acqua è di tutti?
Guardando quello che succede in Italia, evidentemente non sono bastati 26 milioni di "sì" per trasformare il sistema di gestione del servizio idrico italiano. Quel referendum è stata un'occasione persa, anche perché, nonostante il 54% degli elettori abbia detto di essere contrario a qualunque forma di privatizzazione, non è stata fatta una norma a livello nazionale che regoli la materia. E quindi ogni territorio si muove come gli sembra più conveniente: ci sono regioni, come l'Emilia-Romagna e la Toscana, in cui il referendum è stato del tutto ignorato e, in alcuni casi, si è addirittura ridotta la partecipazione pubblica nelle multiutility. In questo paese, nonostante le energie che si sono messe in moto a partire proprio da quel referendum, non c'è una cultura dei beni comuni, mentre esiste - anzi è addirittura dominante e pervasiva - un'idea mercantile, per cui tutto può essere comprato e venduto, tutto ha un prezzo. Dobbiamo imparare che non è così, che ci sono cose che non hanno prezzo, semplicemente perché non possono essere vendute. In Grecia, quando c'era l'altro governo, i tecnici del Fondo monetario internazionale hanno inventariato e messo un valore, seppur simbolico, agli scavi archeologici, alle foreste e a tutti gli altri beni naturali. Poi si sono affrettati a spiegare che questo non significava che quei beni sarebbero stati venduti; ma se non li vuoi vendere o pensi che non possano essere venduti, perché determini un prezzo? E' la logica ad essere radicalmente sbagliata.
L'altra questione, per cui mi pare che Salsomaggiore racconti - in piccolo - quello che succede in Italia, è che si considera il lavoro solo come un costo e mai come una risorsa. Eppure - come ho detto all'inizio di questa definizione - l'acqua senza il lavoro non esiste. Al di là di quello che avviene qui, a me la cosa che preoccupa di più è che non si parta mai dal lavoro. Oggi il governo di questo paese "festeggia" il +0,1% di crescita, analisti e commentatori aspettano come oracoli gli indici delle borse, pare che lo spread determini la vita o la morte di un governo, ma nessuno di questi numeri misura il lavoro e infatti può succedere che a un aumento della crescita non corrisponda ad esempio un aumento del numero di occupati o un aumento dei salari. Anzi la diminuzione dei salari, insieme alla erosione dei diritti, è vista come un elemento di crescita. E quindi per tornare alla vicenda della mia città faccio davvero fatica a considerare una buona opportunità per Salsomaggiore, per la sua comunità, una soluzione che preveda decine di licenziamenti, condizioni di lavoro e salario peggiori per quelli che rimangono, oltre a una drastica eliminazione di diritti.
Ovviamente capisco che a questo punto i sacrifici siano indispensabili, lo capiscono quasi tutti. Per altro in questi anni alcuni i sacrifici li hanno già fatti, ad esempio i cassintegrati a zero ore; e spiace dover ricordare che se alcuni - i soliti - hanno fatto sacrifici, altri ne hanno fatti molti meno, ad esempio i manager che hanno portato l'azienda al punto in cui siamo ora. E quindi sarebbe ora che i sacrifici fossero "spalmati" con un po' più di equità.
In questi giorni le soluzioni vengono prospettate come ineluttabili, le uniche soluzioni "tecniche" possibili. Magari il messaggio è condito da qualche paternalistica pacca sulla spalla, ma il senso è chiaro: o mangi questa minestra, o salti... Come sapete, io non credo che esista una soluzione unica, altrimenti non si capirebbe a cosa serve la politica, credo che possano esserci percorsi diversi, che forse ci porteranno - purtroppo - a un esito, socialmente duro, simile a quello prospettato dai "tecnici", perché i danni a cui rimediare sono davvero tanti. E anche in questo Salsomaggiore sembra un po' l'Italia. E se provassimo a ragionare, usando categorie diverse? Proviamo a partire dalla tutela e dalla valorizzazione dei beni comuni e dalla difesa dei diritti del lavoro, sicuro ed equamente retribuito. Magari salta fuori qualcos'altro: a Salsomaggiore e in Italia.
Come sapete, da qualche anno vivo in una piccola città - che amo - in cui l'acqua è molto importante, anzi è il bene primario, la fonte - non solo metaforica - della ricchezza di questa comunità. Pensandoci è curioso che io, che vengo dal paese del latte, sia arrivato proprio qui. Comunque sia, l'acqua è solo una delle due risorse di Salsomaggiore e di Tabiano, perché l'altra è il lavoro degli uomini - e delle donne - che quell'acqua l'hanno saputa - e la sanno - usare. E anche qui potremmo fare una qualche analogia con il latte, che non viene soltanto dalle mucche - come forse qualcuno di voi crede - ma anche dal lavoro delle donne e degli uomini. Per tornare al tema di questa definizione, senza il lavoro la nostra acqua sarebbe soltanto un liquido, formato dalla combinazione dell'idrogeno con l'ossigeno, arricchita con tutti i minerali che la natura le ha regalato; è il lavoro che la fa diventare quell'acqua per cui Salsomaggiore e Tabiano sono conosciute in Italia e in Europa da più di un secolo.
L'azienda, pubblica, che gestisce le terme di Salsomaggiore e di Tabiano sta per fallire. Le ragioni di questa lunga crisi sono molte e non è questa la sede per affrontarle in maniera dettagliata. C'è prima di tutto la crisi del termalismo in Italia, che ha coinvolto praticamente tutte le realtà come la nostra; poi a quella crisi qualcuno ha saputo reagire meglio e qualcuno, come Salsomaggiore, decisamente peggio. C'è stata l'incapacità e l'invadenza della politica e c'è stata una responsabilità dei lavoratori, che hanno troppe volte approfittato di una situazione privilegiata, senza mettersi mai in discussione. Terme di Salsomaggiore e Tabiano è un'azienda pubblica e quindi condivide i vizi di questo tipo di attività che, almeno in Italia, sono tutte destinate al fallimento.
Soprattutto in gran parte della nostra comunità c'è stata una notevole mancanza di lungimiranza, di saper vedere oltre alla contingenza del momento, e quindi quando le cose hanno cominciato ad andare male - dal momento che c'erano, nonostante tutto, ancora risorse e mezzi - molti hanno fatto le cicale, pensando che i tempi belli sarebbero tornati. I tempi belli non sono tornati e adesso siamo al punto in cui siamo. Non mi interessa però affrontare la storia del perché le terme siano sostanzialmente fallite - vivo qui da poco e quindi rischio di sbagliarmi o di dire cose banali - anche perché questo immagino interessi poco a chi ha la pazienza di leggermi e non è di Salsomaggiore. E non ho nemmeno la presunzione di avere la soluzione per risolvere il problema: mi pare siano già troppi quelli che sanno esattamente cosa fare, soprattutto quelli che a posteriori avrebbero saputo cosa fare. Almeno mi pare che, a questo punto, tutti - o quasi - si siano resi conto che stavolta è davvero finita: e un po' di realismo non credo faccia male.
Mi interessa invece fare una riflessione che credo riguardi tutto il nostro paese, proprio partendo da quello che succede qui, nella mia città.
Capisco che valga il detto a mali estremi, estremi rimedi e che quindi una soluzione possibile sia quella di trarre un beneficio dalla risorsa che c'è, ossia l'acqua. E' vero: l'acqua è una risorsa tangibile, è una cosa che può essere immediatamente venduta; e immagino ci siano già le persone interessate a comprare questo nostro bene, per poi rivendercelo. Ma siamo davvero disposti a "salvarci", vendendo - o svendendo - l'acqua? E poi, chi può vendere l'acqua, visto che l'acqua è di tutti?
Guardando quello che succede in Italia, evidentemente non sono bastati 26 milioni di "sì" per trasformare il sistema di gestione del servizio idrico italiano. Quel referendum è stata un'occasione persa, anche perché, nonostante il 54% degli elettori abbia detto di essere contrario a qualunque forma di privatizzazione, non è stata fatta una norma a livello nazionale che regoli la materia. E quindi ogni territorio si muove come gli sembra più conveniente: ci sono regioni, come l'Emilia-Romagna e la Toscana, in cui il referendum è stato del tutto ignorato e, in alcuni casi, si è addirittura ridotta la partecipazione pubblica nelle multiutility. In questo paese, nonostante le energie che si sono messe in moto a partire proprio da quel referendum, non c'è una cultura dei beni comuni, mentre esiste - anzi è addirittura dominante e pervasiva - un'idea mercantile, per cui tutto può essere comprato e venduto, tutto ha un prezzo. Dobbiamo imparare che non è così, che ci sono cose che non hanno prezzo, semplicemente perché non possono essere vendute. In Grecia, quando c'era l'altro governo, i tecnici del Fondo monetario internazionale hanno inventariato e messo un valore, seppur simbolico, agli scavi archeologici, alle foreste e a tutti gli altri beni naturali. Poi si sono affrettati a spiegare che questo non significava che quei beni sarebbero stati venduti; ma se non li vuoi vendere o pensi che non possano essere venduti, perché determini un prezzo? E' la logica ad essere radicalmente sbagliata.
L'altra questione, per cui mi pare che Salsomaggiore racconti - in piccolo - quello che succede in Italia, è che si considera il lavoro solo come un costo e mai come una risorsa. Eppure - come ho detto all'inizio di questa definizione - l'acqua senza il lavoro non esiste. Al di là di quello che avviene qui, a me la cosa che preoccupa di più è che non si parta mai dal lavoro. Oggi il governo di questo paese "festeggia" il +0,1% di crescita, analisti e commentatori aspettano come oracoli gli indici delle borse, pare che lo spread determini la vita o la morte di un governo, ma nessuno di questi numeri misura il lavoro e infatti può succedere che a un aumento della crescita non corrisponda ad esempio un aumento del numero di occupati o un aumento dei salari. Anzi la diminuzione dei salari, insieme alla erosione dei diritti, è vista come un elemento di crescita. E quindi per tornare alla vicenda della mia città faccio davvero fatica a considerare una buona opportunità per Salsomaggiore, per la sua comunità, una soluzione che preveda decine di licenziamenti, condizioni di lavoro e salario peggiori per quelli che rimangono, oltre a una drastica eliminazione di diritti.
Ovviamente capisco che a questo punto i sacrifici siano indispensabili, lo capiscono quasi tutti. Per altro in questi anni alcuni i sacrifici li hanno già fatti, ad esempio i cassintegrati a zero ore; e spiace dover ricordare che se alcuni - i soliti - hanno fatto sacrifici, altri ne hanno fatti molti meno, ad esempio i manager che hanno portato l'azienda al punto in cui siamo ora. E quindi sarebbe ora che i sacrifici fossero "spalmati" con un po' più di equità.
In questi giorni le soluzioni vengono prospettate come ineluttabili, le uniche soluzioni "tecniche" possibili. Magari il messaggio è condito da qualche paternalistica pacca sulla spalla, ma il senso è chiaro: o mangi questa minestra, o salti... Come sapete, io non credo che esista una soluzione unica, altrimenti non si capirebbe a cosa serve la politica, credo che possano esserci percorsi diversi, che forse ci porteranno - purtroppo - a un esito, socialmente duro, simile a quello prospettato dai "tecnici", perché i danni a cui rimediare sono davvero tanti. E anche in questo Salsomaggiore sembra un po' l'Italia. E se provassimo a ragionare, usando categorie diverse? Proviamo a partire dalla tutela e dalla valorizzazione dei beni comuni e dalla difesa dei diritti del lavoro, sicuro ed equamente retribuito. Magari salta fuori qualcos'altro: a Salsomaggiore e in Italia.
lunedì 23 febbraio 2015
Verba volant (168): squadra...
In questo paese inevitabilmente è forte il legame che si crea tra una città e la sua squadra di calcio: anche chi non si interessa del nostro sport nazionale o chi tifa per un'altra squadra sa qualcosa della squadra di calcio della propria città. E, a volte, le fortune - e le sfortune - della squadra cittadina raccontano le fortune - e le sfortune - della città. Qualcosa del genere sta succedendo a Parma, una città che vive indubbiamente un periodo difficile. E il Parma non sta certo meglio.
La vicenda del Parma dovrebbe interessare anche chi non ama il calcio, perché racconta quello che non funziona nel nostro paese. Da tempo il proprietario della squadra del Parma aveva espresso la volontà di vendere la società, anche se non aveva mai del tutto chiarito quali ne fossero le reali condizioni finanziarie; si supponeva ci fossero dei debiti, ma non quanto fossero ingenti. A gennaio di quest'anno è riuscito finalmente nel suo intento. Per un paio di settimane però non si è saputo chi avesse comprato la squadra, visto che il nuovo presidente era, per sua stessa ammissione, il prestanome di persone che volevano mantenere l'anonimato. Cominciò a esserci una certa preoccupazione in città quando si seppe che la società che aveva rilevato il Parma era stata fondata solo qualche giorno prima da due ragazze cipriote, con un capitale sociale di soli mille euro. A quanto pare si era trattato di un'operazione perfettamente legittima, giuridicamente possibile: ma credo converrete che sia preoccupante sapere che qualsiasi società italiana - non solo una squadra di calcio - possa essere acquistata così, senza alcuna tutela per l'azienda stessa, per chi ci lavora, per la sua storia e per quello che un'azienda rappresenta per un territorio. E questo è il primo problema svelato da questa vicenda.
Poi il misterioso compratore si è rivelato alla città: si trattava di persona nota - il cui nome era già stato fatto nei pettegolezzi da bar - un petroliere albanese molto ricco, che aveva già tentato di entrare nel calcio italiano. Al di là di alcune dichiarazioni roboanti, pare che soldi nelle sede di Collecchio se ne siano visti assai pochi. E qui sorge il secondo problema: che garanzie deve offrire una persona per acquistare una società? Pare nessuna. E infatti le autorità sportive non hanno fatto una piega, lasciando che la vicenda andasse per la sua strada. E' il mercato, baby. Dopo un altro paio di settimane l'imprenditore albanese pare essersi accorto che i debiti erano ingenti, molto ingenti, anche se purtroppo aveva già firmato un contratto che prevedeva di accollarsi tutto, senza rifarsi sul precedente proprietario. A questo punto la squadra è stata nuovamente venduta, a un imprenditore italiano con alcune società non meglio definite in Slovenia, ma anche questo pare non abbia mai sborsato un soldo. A questo punto la tensione è cominciata a salire: Equitalia ha iniziato a pignorare i beni della società, gli allenamenti delle squadre giovanili sono stati sospesi perché non c'è più l'acqua calda nelle docce e anche le partite della prima squadra sono sospese, perché non ci sono i soldi per aprire lo stadio. Il nuovo presidente annuncia un giorno sì e uno no che i soldi stanno per arrivare, ma ovviamente nulla si muove. A questo punto le autorità sportive si sono accorte che c'è un problema, ma pare ormai sia troppo tardi per rimediare.
Faccio un passo indietro nella storia della squadra - e della città - perché credo sia utile capire come si è arrivati fin qui. Il Parma è una squadra di lunga tradizione, fondata nel 1913, ma sostanzialmente una squadra di provincia, come tante, che però nel 1990 è stata acquistata da Callisto Tanzi, allora proprietario di Parmalat e una delle personalità più ricche e influenti di questo paese. Grazie ai soldi di Tanzi divenne una squadra di livello europeo, tanto che riuscì a vincere, in meno di un decennio, una volta la Coppa delle coppe e due volte la Coppa Uefa. Qualche anno dopo abbiamo scoperto che Tanzi era un delinquente, un truffatore a grandissimi livelli, un uomo che aveva a libro paga politici, giornalisti, cardinali, giudici e che, grazie a questa rete di complicità, aveva costruito un impero sul nulla, rapidamente crollato. I parmigiani faticano a ricordare questa storia, non solo perché molti di loro hanno perso molti soldi nella vicenda Parmalat, ma soprattutto perché c'è stato un livello di connivenza diffusa con il nuovo "padrone" della città, che faceva il mecenate e appunto faceva "vincere" la città, non solo la sua squadra di calcio. Con mezzi illeciti, ma la faceva vincere. Una parte della classe dirigente - in particolare del mondo economico - di questa città è ancora quella: e quindi o sono scemi che si sono fatti fregare o sono complici che sono stati zitti, quando non hanno partecipato alla truffa. Ho l'impressione che Parma non abbia ancora fatto tutti i conti con questa vicenda, che cerca di metabolizzare e di dimenticare. Rimane, a ricordare quel passato "glorioso" proprio la squadra di calcio, che adesso dovrebbe tornare tra le provinciali e abbandonare i "sogni di gloria".
Vedete che non è solo una storia di calcio. Questo paese è quello che è, quello da cui i giovani dovrebbero andarsene più in fretta possibile, perché regna questo malaffare diffuso, questo capitalismo arraffone e disonesto, questo bizantinismo inconcludente delle istituzioni, questa corruzione etica avvolgente e gelatinosa. E' un paese dove per una persona onesta, per uno che lavora, è difficile ottenere un mutuo da una banca, e dove quindi i poveri devono rivolgersi agli strozzini, ma per un disonesto sembra che certe porte siano tutte aperte e dove è possibile comprare un'azienda senza un soldo, solo con parole e impegni che non saranno rispettati. E' un paese in cui le regole valgono per qualcuno sì e qualcuno no, anche perché chi le dovrebbe far rispettare è spesso amico dei secondi.
Ieri mi è capitato di vedere, insieme a Zaira, una commedia di Eduardo che non conoscevo, De Pretore Vincenzo. Questo povero diavolo, questo mariuncello, di fronte al Padreterno, per raccontare la sua storia, e per giustificarsi, dice:
Industralizzo la disonestà.Questo verso, scritto nel '57, mi è sembrato profetico, perché racconta perfettamente cosa è diventata tutta l'Italia, un paese in cui davvero abbiamo imparato a industrializzare la disonestà.
Ed è anche un paese in cui molti si arrabbiano se fallisce una società di calcio - anzi la propria squadra, perché se fallisce un'altra squadra siamo contenti - e siamo pronti a scendere in piazza, chiediamo che intervengano le istituzioni, siamo perfino disposti a metterci dei soldi, visto che in tanti invocano l'azionariato popolare. Ma se fallisce un'azienda facciamo spallucce - peggio per loro - perché, in fondo, siamo tifosi prima che cittadini.
domenica 22 febbraio 2015
Verba volant (167): compromesso...
Compromesso, sost. m.
Nei giorni scorsi più o meno tutti i giornali italiani hanno detto che tra la Grecia e gli altri paesi della cosiddetta "eurozona" è stato raggiunto un compromesso. Questa parola negli ultimi anni ha assunto una connotazione negativa, come se ogni compromesso fosse sempre un accordo al ribasso. La sfortuna di questa parola è strettamente legata a quella del termine politica. Infatti dal momento che la politica è screditata agli occhi dei cittadini - certo per colpa delle pessime prove date dai politici, ma anche per l'interesse di altri poteri a gettare una cattiva luce sui meccanismi della democrazia - il compromesso viene visto sempre come una sorta di accordo sottobanco, qualcosa di indicibile, e che infatti non viene detto, un po' come è accaduto con il "patto del Nazareno", che è stato sottoscritto, spesso evocato e alla fine - forse - sciolto, senza che si sapesse esattamente cosa prevedesse, quali ne fossero le clausole.
La capacità di fare un compromesso invece è un elemento fondamentale della buona politica e credo che in questa occasione Tsipras e gli altri esponenti del governo greco lo abbiano dimostrato. So che c'è un pezzo di sinistra italiana che storce il naso per come sono andate le cose, che avrebbe voluto per la Grecia un accordo più soddisfacente. Sono gli stessi che hanno riposto le bandiere di Syriza quando hanno saputo che Tsipras avrebbe formato il governo con un partito di destra e che hanno criticato il leader greco per aver scelto e fatto votare come presidente della Repubblica un esponente di Nuova democrazia. Sono gli stessi che ci porteranno a perdere, se li seguiremo ancora.
Per fortuna Tsipras e i suoi compagni non hanno i difetti della peggior sinistra italiana e sanno ancora fare politica. Serviva fare un governo immediatamente, subito dopo il giorno delle elezioni, senza perdere tempo in estenuanti trattative che avrebbero finito per indebolire il risultato del voto e Tsipras ha scelto di allearsi con il partito che gli garantiva il sostegno sul punto più importante del suo programma, ossia la fine delle politiche di austerità. Serviva superare senza danni il passaggio della scelta del nuovo presidente - bisogna ricordare che in Grecia sono andati ad elezioni anticipate proprio per l'ostinazione di Samaras a volere indicare un proprio candidato - e Tsipras ha sparigliato i giochi, proponendo un candidato del partito che aveva perso le elezioni, scegliendolo tra i più presentabili di quella formazione; e in questo modo il presidente è stato eletto al primo voto, con una larga maggioranza, lasciando al governo il tempo di fare altro. Tsipras e i suoi stanno dimostrando capacità e pragmatismo, e anche un po' di furbizia, che in politica non guasta.
Per quel che riguarda il compromesso raggiunto durante l'ultima riunione dell'Eurogruppo, il governo greco ha ottenuto un risultato formale e simbolico importante: nei documenti dell'Unione non vengono più citate le parole troika e memorandum. Le vittorie simboliche a volte possono rivelarsi inutili e anzi pericolose, e questa non fa eccezione. Ma si tratta di un segnale importante, di cui i greci avevano bisogno. Però è un'altra - e più sostanziale - la vittoria raggiunta da Tsipras. Mentre Samaras si presentava alle riunioni europee chiedendo la benevolenza degli altri governi, fingendo una qualche protesta ad uso interno, ma sostanzialmente accettando la cornice entro cui si muoveva la trattativa, Tsipras ha inchiodato i governi europei a una discussione vera, obbligandoli a prendere sul serio le richieste della Grecia e soprattutto svelando il loro bluff. I governi europei avevano sempre minacciato la Grecia e gli altri governi "ribelli" che, se non avessero accettato le "riforme" della Troika, li avrebbero fatti uscire dall'euro. Si tratta però di un'arma spuntata, non solo perché non esistono protocolli e procedure per dire come un paese potrebbe uscire dall'euro, ma soprattutto perché l'uscita anche di un solo paese, anche di quello più debole, rischierebbe di mettere in crisi tutto il sistema, e questo nemmeno la grande Germania se lo può permettere.
Tsipras ha detto semplicemente questo, quello che né Hollande né renzi né nessun altro leader del cosiddetto centrosinistra ha avuto mai il coraggio di dire. E anche Merkel è stata costretta a sentire e anzi ha dovuto chiamare il collega "ribelle" di Atene, dopo aver ostentato per giorni indifferenza e superiorità. Il "caso Grecia" non è stato liquidato nel corso di una riunione - come pensavano di fare i spocchiosi tecnici del nord - ma sono stati necessari diversi incontri, perché Tsipras e il suo ministro Yanis Varoufakis hanno inchiodato l'Europa a una trattativa che i tedeschi ormai non si aspettavano di dover fare, visto che ormai tutti sembravano aver accettato i "dogmi" dell'austerità. Questa è stata la vittoria della Grecia, che comunque ha bisogno dei soldi dell'Europa, per pagare gli stipendi e le pensioni, e che quindi è partita da una posizione negoziale di estrema debolezza, sapendosi comunque risollevare.
La Grecia è da sola contro tutti gli altri e quindi credo che questo compromesso sia stato una vittoria, o almeno un pareggio fuori casa, dopo aver fatto un paio di goal. Per fare un buon compromesso però servono cose che gli altri leader europei che in questi hanno tentato di trattare con l'Europa hanno dimostrato di non avere. Bisogna avere una visione chiara, bisogna sapere su cosa si può cedere e su cosa è impossibile farlo, bisogna avere un forte e chiaro mandato mandato democratico. Il governo greco ha fatto una serie di concessioni, ma non ha preso l'impegno di aumentare l'Iva, di tagliare le pensioni né di raggiungere un avanzo primario del 3% nel 2015, come invece si era impegnato a fare il governo Samaras, sostenuto anche dal Pasok, il pd greco. Il governo greco non poteva non accettare alcuni vincoli, ma ha anche detto che il modo in cui li raggiungerà sarà determinato da scelte autonome e non dettate da altri. E c'è una cosa che i nostri giornali, che temono quello che sta succedendo in Grecia - perché hanno perso l'abitudine alla buona politica - non hanno detto: il governo greco ha pubblicato il testo dell'accordo, perché in democrazia chi è più forte e dice la verità non ha paura dei compromessi. Il governo greco ha dimostrato finora di non essere formato da un gruppo di sprevveduti idealisti, ma da persone che sanno fare politica: solo che è una politica diversa da quella a cui l'Europa si era abituata. I leader europei dovranno imparare in fretta.
Adesso, compagni greci, dovete stare molto attenti, perché la partita sarà lunga, e molto difficile. Avrete tutti contro, soprattutto quelli che ora fingono di sostenervi, con toni melliflui ed ipocriti; anzi sono proprio questi che sperano che la vostra azione fallisca. State dimostrando che un'altra sinistra è possibile e proprio per questa ragione vi temono quelli che dicono che l'unica sinistra è quella che si è piegata ai valori del finanzcapitalismo, che ha venduto la propria anima all'ultraliberismo. E naturalmente avrete contro quelli a cui togliete e toglierete i privilegi, quelli che si arricchiscono alle spalle degli altri, sfruttando gli altri. Per questo sono importanti le manifestazioni di sostegno dei greci e per questo credo sia importante anche il nostro sostegno. Grazie perché ci dimostrate che una politica diversa e di sinistra è possibile: ne avevamo bisogno.
Nei giorni scorsi più o meno tutti i giornali italiani hanno detto che tra la Grecia e gli altri paesi della cosiddetta "eurozona" è stato raggiunto un compromesso. Questa parola negli ultimi anni ha assunto una connotazione negativa, come se ogni compromesso fosse sempre un accordo al ribasso. La sfortuna di questa parola è strettamente legata a quella del termine politica. Infatti dal momento che la politica è screditata agli occhi dei cittadini - certo per colpa delle pessime prove date dai politici, ma anche per l'interesse di altri poteri a gettare una cattiva luce sui meccanismi della democrazia - il compromesso viene visto sempre come una sorta di accordo sottobanco, qualcosa di indicibile, e che infatti non viene detto, un po' come è accaduto con il "patto del Nazareno", che è stato sottoscritto, spesso evocato e alla fine - forse - sciolto, senza che si sapesse esattamente cosa prevedesse, quali ne fossero le clausole.
La capacità di fare un compromesso invece è un elemento fondamentale della buona politica e credo che in questa occasione Tsipras e gli altri esponenti del governo greco lo abbiano dimostrato. So che c'è un pezzo di sinistra italiana che storce il naso per come sono andate le cose, che avrebbe voluto per la Grecia un accordo più soddisfacente. Sono gli stessi che hanno riposto le bandiere di Syriza quando hanno saputo che Tsipras avrebbe formato il governo con un partito di destra e che hanno criticato il leader greco per aver scelto e fatto votare come presidente della Repubblica un esponente di Nuova democrazia. Sono gli stessi che ci porteranno a perdere, se li seguiremo ancora.
Per fortuna Tsipras e i suoi compagni non hanno i difetti della peggior sinistra italiana e sanno ancora fare politica. Serviva fare un governo immediatamente, subito dopo il giorno delle elezioni, senza perdere tempo in estenuanti trattative che avrebbero finito per indebolire il risultato del voto e Tsipras ha scelto di allearsi con il partito che gli garantiva il sostegno sul punto più importante del suo programma, ossia la fine delle politiche di austerità. Serviva superare senza danni il passaggio della scelta del nuovo presidente - bisogna ricordare che in Grecia sono andati ad elezioni anticipate proprio per l'ostinazione di Samaras a volere indicare un proprio candidato - e Tsipras ha sparigliato i giochi, proponendo un candidato del partito che aveva perso le elezioni, scegliendolo tra i più presentabili di quella formazione; e in questo modo il presidente è stato eletto al primo voto, con una larga maggioranza, lasciando al governo il tempo di fare altro. Tsipras e i suoi stanno dimostrando capacità e pragmatismo, e anche un po' di furbizia, che in politica non guasta.
Per quel che riguarda il compromesso raggiunto durante l'ultima riunione dell'Eurogruppo, il governo greco ha ottenuto un risultato formale e simbolico importante: nei documenti dell'Unione non vengono più citate le parole troika e memorandum. Le vittorie simboliche a volte possono rivelarsi inutili e anzi pericolose, e questa non fa eccezione. Ma si tratta di un segnale importante, di cui i greci avevano bisogno. Però è un'altra - e più sostanziale - la vittoria raggiunta da Tsipras. Mentre Samaras si presentava alle riunioni europee chiedendo la benevolenza degli altri governi, fingendo una qualche protesta ad uso interno, ma sostanzialmente accettando la cornice entro cui si muoveva la trattativa, Tsipras ha inchiodato i governi europei a una discussione vera, obbligandoli a prendere sul serio le richieste della Grecia e soprattutto svelando il loro bluff. I governi europei avevano sempre minacciato la Grecia e gli altri governi "ribelli" che, se non avessero accettato le "riforme" della Troika, li avrebbero fatti uscire dall'euro. Si tratta però di un'arma spuntata, non solo perché non esistono protocolli e procedure per dire come un paese potrebbe uscire dall'euro, ma soprattutto perché l'uscita anche di un solo paese, anche di quello più debole, rischierebbe di mettere in crisi tutto il sistema, e questo nemmeno la grande Germania se lo può permettere.
Tsipras ha detto semplicemente questo, quello che né Hollande né renzi né nessun altro leader del cosiddetto centrosinistra ha avuto mai il coraggio di dire. E anche Merkel è stata costretta a sentire e anzi ha dovuto chiamare il collega "ribelle" di Atene, dopo aver ostentato per giorni indifferenza e superiorità. Il "caso Grecia" non è stato liquidato nel corso di una riunione - come pensavano di fare i spocchiosi tecnici del nord - ma sono stati necessari diversi incontri, perché Tsipras e il suo ministro Yanis Varoufakis hanno inchiodato l'Europa a una trattativa che i tedeschi ormai non si aspettavano di dover fare, visto che ormai tutti sembravano aver accettato i "dogmi" dell'austerità. Questa è stata la vittoria della Grecia, che comunque ha bisogno dei soldi dell'Europa, per pagare gli stipendi e le pensioni, e che quindi è partita da una posizione negoziale di estrema debolezza, sapendosi comunque risollevare.
La Grecia è da sola contro tutti gli altri e quindi credo che questo compromesso sia stato una vittoria, o almeno un pareggio fuori casa, dopo aver fatto un paio di goal. Per fare un buon compromesso però servono cose che gli altri leader europei che in questi hanno tentato di trattare con l'Europa hanno dimostrato di non avere. Bisogna avere una visione chiara, bisogna sapere su cosa si può cedere e su cosa è impossibile farlo, bisogna avere un forte e chiaro mandato mandato democratico. Il governo greco ha fatto una serie di concessioni, ma non ha preso l'impegno di aumentare l'Iva, di tagliare le pensioni né di raggiungere un avanzo primario del 3% nel 2015, come invece si era impegnato a fare il governo Samaras, sostenuto anche dal Pasok, il pd greco. Il governo greco non poteva non accettare alcuni vincoli, ma ha anche detto che il modo in cui li raggiungerà sarà determinato da scelte autonome e non dettate da altri. E c'è una cosa che i nostri giornali, che temono quello che sta succedendo in Grecia - perché hanno perso l'abitudine alla buona politica - non hanno detto: il governo greco ha pubblicato il testo dell'accordo, perché in democrazia chi è più forte e dice la verità non ha paura dei compromessi. Il governo greco ha dimostrato finora di non essere formato da un gruppo di sprevveduti idealisti, ma da persone che sanno fare politica: solo che è una politica diversa da quella a cui l'Europa si era abituata. I leader europei dovranno imparare in fretta.
Adesso, compagni greci, dovete stare molto attenti, perché la partita sarà lunga, e molto difficile. Avrete tutti contro, soprattutto quelli che ora fingono di sostenervi, con toni melliflui ed ipocriti; anzi sono proprio questi che sperano che la vostra azione fallisca. State dimostrando che un'altra sinistra è possibile e proprio per questa ragione vi temono quelli che dicono che l'unica sinistra è quella che si è piegata ai valori del finanzcapitalismo, che ha venduto la propria anima all'ultraliberismo. E naturalmente avrete contro quelli a cui togliete e toglierete i privilegi, quelli che si arricchiscono alle spalle degli altri, sfruttando gli altri. Per questo sono importanti le manifestazioni di sostegno dei greci e per questo credo sia importante anche il nostro sostegno. Grazie perché ci dimostrate che una politica diversa e di sinistra è possibile: ne avevamo bisogno.
mercoledì 18 febbraio 2015
Verba volant (166): fretta...
Fretta, sost. f.
Zaira ed io abbiamo visto al cinema The imitation game: un film davvero ben fatto, che spero abbiate visto anche voi e che comunque vi consiglio.
La vicenda raccontata dal film è nota: è la storia di Alan Turing, un giovane inglese genio della matematica e della logica, esperto di crittografia, che partecipò al lavoro di decrittazione dei codici segreti usati dalla Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. Turing, proprio per riuscire velocemente a decifrare i codici tedeschi, creò una sorta di elaboratore elettronico: per questo è considerato un pioniere dell'informatica e dell'intelligenza artificiale. Il lavoro di Turing e degli altri che parteciparono a quel progetto fu tenuto segreto fino agli anni Settanta e solo allora si riconobbe il valore che questo lavoro ebbe per la vittoria delle forze alleate. Turing era un genio, un uomo dalle personalità complessa ed era omosessuale e per questo venne arrestato nel 1952. Allora in Gran Bretagna era un reato: Turing fu radiato dall'università e sottoposto, per evitare il carcere, alla castrazione chimica mediante assunzione di ormoni. Fu una pena terribile - che il film riesce a raccontare, anche se in maniera indiretta, descrivendo il dramma di quest'uomo - a cui Turing non seppe resistere: vinto dalla depressione, si suicidò, a poco meno di 42 anni, nel 1954.
Al di là della vicenda personale di Turing e di tutti gli aspetti legati a quel pezzo di storia della seconda guerra mondiale, a cui prese parte da protagonista, c'è un punto su cui credo dovremo riflettere: in Inghilterra, in quel civilissimo paese il cui contributo era stato determinante per sconfiggere il nazismo, sessant'anni fa - il tempo di una generazione, nulla, se confrontato alla storia degli uomini - essere omosessuale era un reato. La legge fu abrogata nel '67, poco prima che io nascessi. E un omosessuale poteva essere sottoposto a una "cura" per tornare "normale": una vera e propria tortura di stato. Forse quando parliamo di progresso sociale e culturale, quando parliamo di diritti che altri popoli dovrebbero introdurre, dovremmo ricordare questa storia. In quegli stessi anni nei civilissimi Stati Uniti, senza il cui sacrificio non sarebbe mai stato sconfitto il fascismo nel mondo, c'era una forma di apartheid, come quello che abbiamo conosciuto noi da giovani in Sudafrica e che abbiamo avuto la fortuna di veder crollare, per l'azione di un grande uomo come Nelson Mandela. E pensate cosa sarebbe successo se nel '45 non avessero vinto i "buoni".
Quanto tempo ci ha messo l'Europa a riconoscere che tutti gli uomini sono uguali? Secoli e, anche se ormai nelle leggi di tutti i nostri paesi è scritto che le discriminazioni sono vietate ed anzi sono state scritte delle nuove leggi per combatterle e per favorire l'integrazione, questo risultato non è ancora stato raggiunto. Ancora lo sanno purtroppo i nostri amici omosessuali, lo sanno troppo bene le donne, che c'è ancora tanta strada da fare e che non bisogna illudersi che certi traguardi siano raggiunti una volta per sempre. Anzi proprio in questi anni vediamo arretrare una certa cultura dei diritti, purtroppo anche qui in Europa. Ed è stato un cammino faticoso, in cui spesso siamo arretrati, sono state necessarie lotte durissime, persone hanno pagato con la vita per raggiungere questi obiettivi, che ormai ci sembrano acquisiti, ci sembrano normali.
Forse dovremmo essere meno presuntuosi quando parliamo di altri paesi, di altre culture, quando osserviamo come cresce - seppur a fatica - una consapevolezza dei diritti, della giustizia, della democrazia in contesti molto diversi dal nostro, con altre storie, altre culture, altre religioni.
Perché non proviamo ad essere un po' più pazienti e lasciamo loro il tempo per crescere, magari aiutandoli affinché non ci mettano i secoli che ci abbiamo impiegato noi, ma lasciando che quella consapevolezza cresca attraverso le stesse lotte che abbiamo dovuto fare noi. Noi abbiamo fretta: vogliamo che da subito gli omosessuali abbiano in quei paesi tutti i diritti - e ci dimentichiamo della fatica che abbiamo fatto noi e che da noi non hanno ancora il diritto di sposarsi. Abbiamo fretta: vogliamo che donne e uomini siano sullo stesso piano, quando neppure qui è così. Le riforme degli altri è come se non bastassero mai.
Noi non siamo più intelligenti, abbiamo soltanto cominciato prima e non dovremmo metterci su un piedistallo, come modelli ineguagliabili o peggio i soli modelli possibili, o avere la pretesa di trasferire sic et simpliciter le nostre leggi ad altri, senza che abbiano fatto un percorso per farle diventare proprie.
Vedo che hanno fatto un certo scalpore le dichiarazioni di un imam saudita che ha detto che la terra è ferma e non ruota attorno al sole. Certo possiamo prenderlo in giro, però non dimentichiamo che noi qualche secolo fa abbiamo condannato Galileo perché diceva che la terra girava attorno al sole e che è stato un cammino faticoso e lungo convincere che lui aveva ragione e torto chi lo aveva condannato. Certo possiamo radere al suolo la scuola dove insegna quell'imam, uccidere lui e quelli come lui che dicono che la terra è ferma, possiamo spegnere quella voce, ma non sarà così che convinceremo milioni di persone che la terra gira effettivamente intorno al sole. Anzi se lo uccidessimo rischieremmo di farne un martire e le sue parole sarebbero più ascoltate di quanto lo sia adesso. Dovranno essere quei popoli a capire che i loro "saggi" stanno dicendo delle cose stupide e allora forse la storia prenderà una piega diversa. Anche per quei milioni di giovani che adesso sembrano vivere in una specie di medioevo culturale, che prima o poi comincerà ad andare loro stretto. Per questo le elites di quei paesi sono nemiche dell'educazione, come lo sono state in tutte le epoche. Per questo dobbiamo fare uno sforzo affinché le conoscenze si muovano più in fretta, e oggi, grazie a queste tecnologie, a queste macchine su cui scriviamo - pronipoti di quella "macchina" inventata da Turing - c'è qualche speranza in più.
Zaira ed io abbiamo visto al cinema The imitation game: un film davvero ben fatto, che spero abbiate visto anche voi e che comunque vi consiglio.
La vicenda raccontata dal film è nota: è la storia di Alan Turing, un giovane inglese genio della matematica e della logica, esperto di crittografia, che partecipò al lavoro di decrittazione dei codici segreti usati dalla Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. Turing, proprio per riuscire velocemente a decifrare i codici tedeschi, creò una sorta di elaboratore elettronico: per questo è considerato un pioniere dell'informatica e dell'intelligenza artificiale. Il lavoro di Turing e degli altri che parteciparono a quel progetto fu tenuto segreto fino agli anni Settanta e solo allora si riconobbe il valore che questo lavoro ebbe per la vittoria delle forze alleate. Turing era un genio, un uomo dalle personalità complessa ed era omosessuale e per questo venne arrestato nel 1952. Allora in Gran Bretagna era un reato: Turing fu radiato dall'università e sottoposto, per evitare il carcere, alla castrazione chimica mediante assunzione di ormoni. Fu una pena terribile - che il film riesce a raccontare, anche se in maniera indiretta, descrivendo il dramma di quest'uomo - a cui Turing non seppe resistere: vinto dalla depressione, si suicidò, a poco meno di 42 anni, nel 1954.
Al di là della vicenda personale di Turing e di tutti gli aspetti legati a quel pezzo di storia della seconda guerra mondiale, a cui prese parte da protagonista, c'è un punto su cui credo dovremo riflettere: in Inghilterra, in quel civilissimo paese il cui contributo era stato determinante per sconfiggere il nazismo, sessant'anni fa - il tempo di una generazione, nulla, se confrontato alla storia degli uomini - essere omosessuale era un reato. La legge fu abrogata nel '67, poco prima che io nascessi. E un omosessuale poteva essere sottoposto a una "cura" per tornare "normale": una vera e propria tortura di stato. Forse quando parliamo di progresso sociale e culturale, quando parliamo di diritti che altri popoli dovrebbero introdurre, dovremmo ricordare questa storia. In quegli stessi anni nei civilissimi Stati Uniti, senza il cui sacrificio non sarebbe mai stato sconfitto il fascismo nel mondo, c'era una forma di apartheid, come quello che abbiamo conosciuto noi da giovani in Sudafrica e che abbiamo avuto la fortuna di veder crollare, per l'azione di un grande uomo come Nelson Mandela. E pensate cosa sarebbe successo se nel '45 non avessero vinto i "buoni".
Quanto tempo ci ha messo l'Europa a riconoscere che tutti gli uomini sono uguali? Secoli e, anche se ormai nelle leggi di tutti i nostri paesi è scritto che le discriminazioni sono vietate ed anzi sono state scritte delle nuove leggi per combatterle e per favorire l'integrazione, questo risultato non è ancora stato raggiunto. Ancora lo sanno purtroppo i nostri amici omosessuali, lo sanno troppo bene le donne, che c'è ancora tanta strada da fare e che non bisogna illudersi che certi traguardi siano raggiunti una volta per sempre. Anzi proprio in questi anni vediamo arretrare una certa cultura dei diritti, purtroppo anche qui in Europa. Ed è stato un cammino faticoso, in cui spesso siamo arretrati, sono state necessarie lotte durissime, persone hanno pagato con la vita per raggiungere questi obiettivi, che ormai ci sembrano acquisiti, ci sembrano normali.
Forse dovremmo essere meno presuntuosi quando parliamo di altri paesi, di altre culture, quando osserviamo come cresce - seppur a fatica - una consapevolezza dei diritti, della giustizia, della democrazia in contesti molto diversi dal nostro, con altre storie, altre culture, altre religioni.
Perché non proviamo ad essere un po' più pazienti e lasciamo loro il tempo per crescere, magari aiutandoli affinché non ci mettano i secoli che ci abbiamo impiegato noi, ma lasciando che quella consapevolezza cresca attraverso le stesse lotte che abbiamo dovuto fare noi. Noi abbiamo fretta: vogliamo che da subito gli omosessuali abbiano in quei paesi tutti i diritti - e ci dimentichiamo della fatica che abbiamo fatto noi e che da noi non hanno ancora il diritto di sposarsi. Abbiamo fretta: vogliamo che donne e uomini siano sullo stesso piano, quando neppure qui è così. Le riforme degli altri è come se non bastassero mai.
Noi non siamo più intelligenti, abbiamo soltanto cominciato prima e non dovremmo metterci su un piedistallo, come modelli ineguagliabili o peggio i soli modelli possibili, o avere la pretesa di trasferire sic et simpliciter le nostre leggi ad altri, senza che abbiano fatto un percorso per farle diventare proprie.
Vedo che hanno fatto un certo scalpore le dichiarazioni di un imam saudita che ha detto che la terra è ferma e non ruota attorno al sole. Certo possiamo prenderlo in giro, però non dimentichiamo che noi qualche secolo fa abbiamo condannato Galileo perché diceva che la terra girava attorno al sole e che è stato un cammino faticoso e lungo convincere che lui aveva ragione e torto chi lo aveva condannato. Certo possiamo radere al suolo la scuola dove insegna quell'imam, uccidere lui e quelli come lui che dicono che la terra è ferma, possiamo spegnere quella voce, ma non sarà così che convinceremo milioni di persone che la terra gira effettivamente intorno al sole. Anzi se lo uccidessimo rischieremmo di farne un martire e le sue parole sarebbero più ascoltate di quanto lo sia adesso. Dovranno essere quei popoli a capire che i loro "saggi" stanno dicendo delle cose stupide e allora forse la storia prenderà una piega diversa. Anche per quei milioni di giovani che adesso sembrano vivere in una specie di medioevo culturale, che prima o poi comincerà ad andare loro stretto. Per questo le elites di quei paesi sono nemiche dell'educazione, come lo sono state in tutte le epoche. Per questo dobbiamo fare uno sforzo affinché le conoscenze si muovano più in fretta, e oggi, grazie a queste tecnologie, a queste macchine su cui scriviamo - pronipoti di quella "macchina" inventata da Turing - c'è qualche speranza in più.
martedì 17 febbraio 2015
da "Gli ultimi giorni dell'umanità" (atto I, scena I) di Karl Kraus
Primo reporter
Non è stato il fuoco di paglia di un'ebbrezza momentanea, né la chiassosa esplosione di un malsano isterismo di massa. Con autentica virilità Vienna accoglie la decisione gravida di destino. Lo sa come riassumerò l'atmosfera? L'atmosfera si può racchiudere nelle parole: ben lontano dall'arroganza e dalla debolezza. Ben lontani dall'arroganza e dalla debolezza, questa frase che abbiamo coniato per lo stato d'animo fondamentale di Vienna, non sarà mai ripetuta abbastanza. Ben lontani dall'arroganza e dalla debolezza! Allora, che mi dice?
Secondo reporter
Che vuole che le dica? Superbo.
Il primo
Ben lontani dall'arroganza e dalla debolezza. Migliaia eppoi migliaia di persone hanno oggi percorso le strade tenendosi a braccetto, ricchi e poveri, vecchi e giovani, umili e potenti. Ciascuno dimostrava col suo atteggiamento di essere pienamente consapevole della gravità dell'ora, ma anche fiero di sentir pulsare nel proprio corpo il battito dell'era gloriosa che ora s'inalba.
Una voce dalla folla
Vaffanculo
Il primo
Oggi Vienna ha terminato la sua giornata prima del solito. Oh, ma non dimentichiamoci di descrivere come la folla si è radunata davanti al Ministero della Guerra. Ma soprattutto non bisogna dimenticare di menzionare... indovini un po'?
Il secondo
Che non lo so? Non bisogna dimenticare di menzionare le centinaia eppoi centinaia di cittadini che si sono ammassati nella Fichtegasse davanti alla redazione della "Neue Freie Presse".
Il primo
Che testa sveglia! Così piace al capo. Ma perché centinaia eppoi centinaia? Quante storie! Dica subito migliaia eppoi migliaia, che gliene importa, già che si ammassano.
Il secondo
D'accordo. Ma non la si potrà prendere per una dimostrazione ostile, per il fatto che il giornale domenica scorsa, quando era già cominciata l'era gloriosa, portava ancora tanti annunci di massaggiatrici?
Il primo
In un momento così grande una considerazione tanto piccina è fuor di luogo. [...] E poi hanno lanciato dei fragorosi evviva...
Il secondo
Evviva eppoi evviva...
Il primo
...all'indirizzo dell'Austria, della Germania e della "Neue Freie Presse". In quest'ordie, che non era proprio lusinghiero per noi, ma comunque era un bel gesto da parte della folla entusiasta. Per tutta la sera è rimasta, quando non era impegnata davanti al Ministero della Guerra o sul Ballplatz, stipata gomito a gomito nella Fichtegasse, dove si era ammassata.
Il secondo
Io mi chiedo sempre dove lo va a prendere, la gente, tutto questo tempo.
Non è stato il fuoco di paglia di un'ebbrezza momentanea, né la chiassosa esplosione di un malsano isterismo di massa. Con autentica virilità Vienna accoglie la decisione gravida di destino. Lo sa come riassumerò l'atmosfera? L'atmosfera si può racchiudere nelle parole: ben lontano dall'arroganza e dalla debolezza. Ben lontani dall'arroganza e dalla debolezza, questa frase che abbiamo coniato per lo stato d'animo fondamentale di Vienna, non sarà mai ripetuta abbastanza. Ben lontani dall'arroganza e dalla debolezza! Allora, che mi dice?
Secondo reporter
Che vuole che le dica? Superbo.
Il primo
Ben lontani dall'arroganza e dalla debolezza. Migliaia eppoi migliaia di persone hanno oggi percorso le strade tenendosi a braccetto, ricchi e poveri, vecchi e giovani, umili e potenti. Ciascuno dimostrava col suo atteggiamento di essere pienamente consapevole della gravità dell'ora, ma anche fiero di sentir pulsare nel proprio corpo il battito dell'era gloriosa che ora s'inalba.
Una voce dalla folla
Vaffanculo
Il primo
Oggi Vienna ha terminato la sua giornata prima del solito. Oh, ma non dimentichiamoci di descrivere come la folla si è radunata davanti al Ministero della Guerra. Ma soprattutto non bisogna dimenticare di menzionare... indovini un po'?
Il secondo
Che non lo so? Non bisogna dimenticare di menzionare le centinaia eppoi centinaia di cittadini che si sono ammassati nella Fichtegasse davanti alla redazione della "Neue Freie Presse".
Il primo
Che testa sveglia! Così piace al capo. Ma perché centinaia eppoi centinaia? Quante storie! Dica subito migliaia eppoi migliaia, che gliene importa, già che si ammassano.
Il secondo
D'accordo. Ma non la si potrà prendere per una dimostrazione ostile, per il fatto che il giornale domenica scorsa, quando era già cominciata l'era gloriosa, portava ancora tanti annunci di massaggiatrici?
Il primo
In un momento così grande una considerazione tanto piccina è fuor di luogo. [...] E poi hanno lanciato dei fragorosi evviva...
Il secondo
Evviva eppoi evviva...
Il primo
...all'indirizzo dell'Austria, della Germania e della "Neue Freie Presse". In quest'ordie, che non era proprio lusinghiero per noi, ma comunque era un bel gesto da parte della folla entusiasta. Per tutta la sera è rimasta, quando non era impegnata davanti al Ministero della Guerra o sul Ballplatz, stipata gomito a gomito nella Fichtegasse, dove si era ammassata.
Il secondo
Io mi chiedo sempre dove lo va a prendere, la gente, tutto questo tempo.
lunedì 16 febbraio 2015
Verba volant (165): maleducazione...
Maleducazione, sost. f.
Sabato sera, un teatro di provincia. Lo spettacolo sta per cominciare - è suonata la prima campanella - in sala i soliti brusii, il chiacchericcio che precede il momento in cui si alza il sipario. A un certo punto una persona fa vedere ai suoi amici un video su Youtube, niente di particolare, uno sketch dall'umorismo un po' greve, ma il volume è piuttosto alto e fastidioso. Visto che le occhiate non bastano, un'altra persona gli fa notare che non è il caso e che sarebbe meglio spegnere il telefonino. A questo punto, il primo, con l'aria più stupita che colpevole, fa: ma la trasmissione non è ancora cominciata. Abbiamo capito di trovarci davanti a un "televisivo" che evidentemente pensava di essere a casa sua e di poter quindi fare quello che voleva, appunto prima che cominciasse la "sua" trasmissione preferita.
Domenica a pranzo, un ristorante di provincia. La sala è piuttosto piccola, diverse coppie, qualche tavolo un po' più grande, in tutto una decina di famiglie. Da un tavolo da sei partono musiche e coretti, anche qui attraverso i telefoni e i tablet di chi sedeva a tavola, che si baloccavano con i loro ultimi acquisti tecnologici. Per fortuna il tempestivo arrivo degli anolini ha bloccato il concerto.
Ho raccontato questi due episodi non solo perché mi sono capitati questo fine settimana - potevano capitare a voi in altri giorni e in altri contesti, anzi credo vi siano capitati fatti analoghi - ma perché mi interessa raccontare chi ne era il protagonista. In entrambi i casi non si trattava di giovani - o giovinastri, come comunemente si crede - ma di persone attempate - mature, per usare un eufemismo, anche se non hanno dato prova di grande maturità - vecchi in buona sostanza. Di fronte a un giovane maleducato hai la speranza che cambi, che qualcuno gli insegni come si sta al mondo, le elementari regole della buona educazione. Di fronte a un vecchio maleducato ti arrendi, non sai cosa fare, perché evidentemente sai che non cambierà più, e pensi che è un padre maleducato, un nonno maleducato, e che quindi ha allevato una genia di maleducati.
Sgombro il campo da un tema su cui si dibatte spesso. Questi vecchi che io ho avuto la sfortuna di incontrare non sono diventati così a causa delle nuove tecnologie, anche se apparentemente è proprio grazie ad esse che hanno dimostrato la loro cafonaggine. I telefonini hanno soltanto amplificato la loro maleducazione, che si sarebbe esercitata comunque. C'è una battuta in La parola ai giurati che mi è tornata in mente ieri. Uno dei giurati "arrabbiati" grida ad un altro, che cerca di moderare i toni, Cos'ha da essere tanto compito? e si sente rispondere: Per la stessa ragione per cui lei non lo è: sono stato educato così. Questi vecchi forse non sono stati educati così dai loro genitori, ma è questa società che li ha fatti diventare così. La nostra società ha bisogno di persone maleducate.
Ovviamente so che al mondo ci sono problemi peggiori e che ci sono truffatori, ladri, stupratori educatissimi, che spengono sempre la suoneria del telefono e che non mangiano mai con la bocca aperta. E non voglio diventare, invecchiando, gesuitico e tardo e tantomeno ligio al Passato, come lo Zio di molto riguardo di gozzaniana memoria. Eppure io credo che questa volgarità imperante, questa maleducazione sempre più ostentata, siano un segno abbastanza evidente della crisi profonda della nostra società. Perché la maleducazione, al di là di dire grazie e prego, è il segno della mancanza di considerazione verso le altre persone, è una forma violenta di egoismo. Una società maleducata, come la nostra, è anche una società dove le persone non hanno un valore in sé, ma solo in base a quanto noi ne possiamo guadagnare. E quindi saremo gentili, in maniera ipocrita, con coloro da cui ci aspettiamo un favore o di cui temiamo la collera. E' una società in cui i rapporti sono sempre più legati al loro valore venale, in cui le persone possono essere comprate e vendute. E in cui non c'è neppure più lo schermo dell'educazione.
Si fa, ma non si dice, si diceva un tempo e certo non era un gran insegnamento per i giovani. Invece adesso si fa e si dice, anzi si urla, magari al telefonino.
Sabato sera, un teatro di provincia. Lo spettacolo sta per cominciare - è suonata la prima campanella - in sala i soliti brusii, il chiacchericcio che precede il momento in cui si alza il sipario. A un certo punto una persona fa vedere ai suoi amici un video su Youtube, niente di particolare, uno sketch dall'umorismo un po' greve, ma il volume è piuttosto alto e fastidioso. Visto che le occhiate non bastano, un'altra persona gli fa notare che non è il caso e che sarebbe meglio spegnere il telefonino. A questo punto, il primo, con l'aria più stupita che colpevole, fa: ma la trasmissione non è ancora cominciata. Abbiamo capito di trovarci davanti a un "televisivo" che evidentemente pensava di essere a casa sua e di poter quindi fare quello che voleva, appunto prima che cominciasse la "sua" trasmissione preferita.
Domenica a pranzo, un ristorante di provincia. La sala è piuttosto piccola, diverse coppie, qualche tavolo un po' più grande, in tutto una decina di famiglie. Da un tavolo da sei partono musiche e coretti, anche qui attraverso i telefoni e i tablet di chi sedeva a tavola, che si baloccavano con i loro ultimi acquisti tecnologici. Per fortuna il tempestivo arrivo degli anolini ha bloccato il concerto.
Ho raccontato questi due episodi non solo perché mi sono capitati questo fine settimana - potevano capitare a voi in altri giorni e in altri contesti, anzi credo vi siano capitati fatti analoghi - ma perché mi interessa raccontare chi ne era il protagonista. In entrambi i casi non si trattava di giovani - o giovinastri, come comunemente si crede - ma di persone attempate - mature, per usare un eufemismo, anche se non hanno dato prova di grande maturità - vecchi in buona sostanza. Di fronte a un giovane maleducato hai la speranza che cambi, che qualcuno gli insegni come si sta al mondo, le elementari regole della buona educazione. Di fronte a un vecchio maleducato ti arrendi, non sai cosa fare, perché evidentemente sai che non cambierà più, e pensi che è un padre maleducato, un nonno maleducato, e che quindi ha allevato una genia di maleducati.
Sgombro il campo da un tema su cui si dibatte spesso. Questi vecchi che io ho avuto la sfortuna di incontrare non sono diventati così a causa delle nuove tecnologie, anche se apparentemente è proprio grazie ad esse che hanno dimostrato la loro cafonaggine. I telefonini hanno soltanto amplificato la loro maleducazione, che si sarebbe esercitata comunque. C'è una battuta in La parola ai giurati che mi è tornata in mente ieri. Uno dei giurati "arrabbiati" grida ad un altro, che cerca di moderare i toni, Cos'ha da essere tanto compito? e si sente rispondere: Per la stessa ragione per cui lei non lo è: sono stato educato così. Questi vecchi forse non sono stati educati così dai loro genitori, ma è questa società che li ha fatti diventare così. La nostra società ha bisogno di persone maleducate.
Ovviamente so che al mondo ci sono problemi peggiori e che ci sono truffatori, ladri, stupratori educatissimi, che spengono sempre la suoneria del telefono e che non mangiano mai con la bocca aperta. E non voglio diventare, invecchiando, gesuitico e tardo e tantomeno ligio al Passato, come lo Zio di molto riguardo di gozzaniana memoria. Eppure io credo che questa volgarità imperante, questa maleducazione sempre più ostentata, siano un segno abbastanza evidente della crisi profonda della nostra società. Perché la maleducazione, al di là di dire grazie e prego, è il segno della mancanza di considerazione verso le altre persone, è una forma violenta di egoismo. Una società maleducata, come la nostra, è anche una società dove le persone non hanno un valore in sé, ma solo in base a quanto noi ne possiamo guadagnare. E quindi saremo gentili, in maniera ipocrita, con coloro da cui ci aspettiamo un favore o di cui temiamo la collera. E' una società in cui i rapporti sono sempre più legati al loro valore venale, in cui le persone possono essere comprate e vendute. E in cui non c'è neppure più lo schermo dell'educazione.
Si fa, ma non si dice, si diceva un tempo e certo non era un gran insegnamento per i giovani. Invece adesso si fa e si dice, anzi si urla, magari al telefonino.
giovedì 12 febbraio 2015
Verba volant (164): naufragio...
Naufragio, sost. m.
Le parole spiegano, ma ci sono anche parole che servono a nascondere: in questi giorni una di esse è proprio naufragio. I mezzi di informazione ci raccontano le storie di queste piccole barche che naufragano nel Mediterraneo e, anche se con più difficoltà, le storie dei naufraghi, senza nome, che trovano la morte in una traversata che rappresenta per loro la speranza.
Se queste tragedie fossero soltanto naufragi i responsabili sarebbero le persone che, senza scrupoli, organizzano questi "viaggi", che stipano centinaia di persone in barche malmesse e incapaci di reggere, con un simile carico, una navigazione in un mare difficile. Se queste tragedie fossero soltanto naufragi i responsabili sarebbero gli stessi naufraghi, che accettano, probabilmente in maniera consapevole, i rischi di un tale viaggio, pur di lasciare il loro paese, pur di arrivare in Europa. Se queste tragedie fossero soltanto naufragi noi non saremmo responsabili, potremmo limitarci a guardare, attraverso i nostri televisori, quello che succede , organizzando gli aiuti per quelli che sopravvivono. Al massimo potremmo discutere su come intervenire, quando far partire i soccorsi, a quante miglia dalla costa cominciare i pattugliamenti.
Però non sono soltanto naufragi. E proprio per questo noi dobbiamo riconoscere di esserne in qualche modo responsabili.
Non si può rimanere indifferenti di fronte agli uomini e alle donne che lasciano la loro terra, i loro affetti, le loro famiglie, che spendono tutti i loro soldi, guadagnati in una vita di lavoro, che mettono a rischio la loro vita e, a volte, quella dei loro figli. Queste persone meritano il nostro rispetto e il nostro aiuto. Avere rispetto per queste persone e per le sofferenze che stanno incontrando significa anche affrontare il tema con parole chiare, senza infingimenti e tatticismi, perché il rispetto si misura anche nelle parole. Prima di tutto chi fugge la miseria, la fame, le malattie, ha gli stessi diritti di chi fugge da un paese in guerra o da una dittatura: non si può chiamare il secondo rifugiato e il primo clandestino. Un clandestino è qualcuno che arriva di nascosto, con l'inganno, mentre i disperati dell'intera Africa arrivano alla luce del sole e tutto il mondo li può vedere. Anche se non li vogliamo vedere.
Anzi noi vediamo una piccola parte di questa loro odissea, piangiamo i morti in mare, ma quando arrivano in Libia o in Tunisia, e si preparano a salpare, il loro viaggio è cominciato da mesi e spesso hanno già dovuto attraversare il deserto, una prova perfino più terribile della traversata, tutto sommato breve, tra l'Africa e l'Italia. Quanti di loro sono morti nel deserto, lontano dai nostri occhi, lontano dalle nostre telecamere. E probabilmente pensano che, una volta arrivati al mare - come Senofonte nell'Anabasi - il loro viaggio sia terminato: l'Europa è lì, si può quasi toccare. Perché Lampedusa è Europa: loro lo sanno, noi - a volte - ce ne dimentichiamo. Suona ancora più beffarda e tragica la morte quando il traguardo è così vicino.
Tutte le donne e tutti gli uomini hanno gli stessi diritti. Nessuno può essere lasciato in mare o può essere respinto senza averne stabilito nome e nazionalità. Nessuno deve morire in mare e a nessuno possono essere rifiutati il primo soccorso e le cure mediche. Tutti devono essere nutriti e dissetati. Poi bisogna essere consapevoli che ci sono dei limiti all'accoglienza, limiti che non devono essere definiti dal nostro egoismo o da qualche calcolo politico, ma dalla reale capacità di fare spazio agli altri. Sono limiti che possono essere dilatati, se c'è un impegno vero, ma sono oggettivi e bisogna riconoscerli. Lo spazio a disposizione non può continuare a crescere, mentre invece è destinato a crescere il numero di persone che chiedono di occupare questo spazio: di fronte a questa situazione è sbagliato - oltre che immorale - rigettare i profughi in mare, ma è altrettanto sbagliato - oltre che politicamente miope - accogliere tutti, quando si sa che è umanamente impossibile avere le risorse per loro.
Per questo occorre una risposta diversa, che parte da una domanda diversa e da parole diverse. Dobbiamo capire quali sono le vere cause di queste tragedie, che ci ostiniamo a chiamare naufragi: perché - come dice con un'espressione bella ed eloquente Enzo Bianchi:
Le parole spiegano, ma ci sono anche parole che servono a nascondere: in questi giorni una di esse è proprio naufragio. I mezzi di informazione ci raccontano le storie di queste piccole barche che naufragano nel Mediterraneo e, anche se con più difficoltà, le storie dei naufraghi, senza nome, che trovano la morte in una traversata che rappresenta per loro la speranza.
Se queste tragedie fossero soltanto naufragi i responsabili sarebbero le persone che, senza scrupoli, organizzano questi "viaggi", che stipano centinaia di persone in barche malmesse e incapaci di reggere, con un simile carico, una navigazione in un mare difficile. Se queste tragedie fossero soltanto naufragi i responsabili sarebbero gli stessi naufraghi, che accettano, probabilmente in maniera consapevole, i rischi di un tale viaggio, pur di lasciare il loro paese, pur di arrivare in Europa. Se queste tragedie fossero soltanto naufragi noi non saremmo responsabili, potremmo limitarci a guardare, attraverso i nostri televisori, quello che succede , organizzando gli aiuti per quelli che sopravvivono. Al massimo potremmo discutere su come intervenire, quando far partire i soccorsi, a quante miglia dalla costa cominciare i pattugliamenti.
Però non sono soltanto naufragi. E proprio per questo noi dobbiamo riconoscere di esserne in qualche modo responsabili.
Non si può rimanere indifferenti di fronte agli uomini e alle donne che lasciano la loro terra, i loro affetti, le loro famiglie, che spendono tutti i loro soldi, guadagnati in una vita di lavoro, che mettono a rischio la loro vita e, a volte, quella dei loro figli. Queste persone meritano il nostro rispetto e il nostro aiuto. Avere rispetto per queste persone e per le sofferenze che stanno incontrando significa anche affrontare il tema con parole chiare, senza infingimenti e tatticismi, perché il rispetto si misura anche nelle parole. Prima di tutto chi fugge la miseria, la fame, le malattie, ha gli stessi diritti di chi fugge da un paese in guerra o da una dittatura: non si può chiamare il secondo rifugiato e il primo clandestino. Un clandestino è qualcuno che arriva di nascosto, con l'inganno, mentre i disperati dell'intera Africa arrivano alla luce del sole e tutto il mondo li può vedere. Anche se non li vogliamo vedere.
Anzi noi vediamo una piccola parte di questa loro odissea, piangiamo i morti in mare, ma quando arrivano in Libia o in Tunisia, e si preparano a salpare, il loro viaggio è cominciato da mesi e spesso hanno già dovuto attraversare il deserto, una prova perfino più terribile della traversata, tutto sommato breve, tra l'Africa e l'Italia. Quanti di loro sono morti nel deserto, lontano dai nostri occhi, lontano dalle nostre telecamere. E probabilmente pensano che, una volta arrivati al mare - come Senofonte nell'Anabasi - il loro viaggio sia terminato: l'Europa è lì, si può quasi toccare. Perché Lampedusa è Europa: loro lo sanno, noi - a volte - ce ne dimentichiamo. Suona ancora più beffarda e tragica la morte quando il traguardo è così vicino.
Tutte le donne e tutti gli uomini hanno gli stessi diritti. Nessuno può essere lasciato in mare o può essere respinto senza averne stabilito nome e nazionalità. Nessuno deve morire in mare e a nessuno possono essere rifiutati il primo soccorso e le cure mediche. Tutti devono essere nutriti e dissetati. Poi bisogna essere consapevoli che ci sono dei limiti all'accoglienza, limiti che non devono essere definiti dal nostro egoismo o da qualche calcolo politico, ma dalla reale capacità di fare spazio agli altri. Sono limiti che possono essere dilatati, se c'è un impegno vero, ma sono oggettivi e bisogna riconoscerli. Lo spazio a disposizione non può continuare a crescere, mentre invece è destinato a crescere il numero di persone che chiedono di occupare questo spazio: di fronte a questa situazione è sbagliato - oltre che immorale - rigettare i profughi in mare, ma è altrettanto sbagliato - oltre che politicamente miope - accogliere tutti, quando si sa che è umanamente impossibile avere le risorse per loro.
Per questo occorre una risposta diversa, che parte da una domanda diversa e da parole diverse. Dobbiamo capire quali sono le vere cause di queste tragedie, che ci ostiniamo a chiamare naufragi: perché - come dice con un'espressione bella ed eloquente Enzo Bianchi:
quasi mai il pane va verso i poveri e quasi sempre i poveri vanno verso il pane.Alla fine la storia è tutta qui: è di una semplicità perfino imbarazzante. Dobbiamo capire questo e dobbiamo lottare, con tutta la nostra intelligenza e tutto il nostro coraggio, perché questo non sia più vero. Altrimenti saremo noi destinati a naufragare.
lunedì 9 febbraio 2015
Considerazioni liberte (396): a proposito di puttane e di puttanieri...
Sembra che tanti in questi giorni si siano accorti, come all'improvviso, che a Roma ci sono moltissime puttane. E non mi riferisco a tutti quelli che hanno tradito i loro ideali - spesso anche i loro amici - e che hanno venduto la propria coscienza e qualunque altra cosa si potesse vendere, per un seggio parlamentare o per un posto in Rai o per un qualche incarico nel sottobosco ministeriale; a tutti costoro ormai ci siamo assuefatti. Dico proprio le puttane, quelle che stanno lungo le strade, che ci forniscono un servizio che viene più o meno congruamente retribuito. Anzi pur essendo una delle tante categorie di lavoratori atipici di questo paese, sono tra le poche che vengono ancora pagate, a differenza di molti altri lavoratori che pare debbano lavorare gratis. Anche a loro però - come a tutti noi - non è garantita alcuna previdenza.
Comunque sia, tanti intellettuali, giornalisti, commentatori e compagnia cantante della nostra capitale hanno scoperto che nella loro città ci sono le puttane, dal momento che l'amministrazione comunale ha detto che sperimenterà, a partire dal mese di aprile, la creazione di una specie di zona "a luci rosse", dove la prostituzione sarà tollerata. A dire la verità la prostituzione adesso è "tollerata" in tutta la città di Roma, come in tutte le altre città italiane, piccole e grandi, proprio perché facciamo finta che non ci sia. L'ipocrisia di tutti quelli che in questi giorni si sono detti contrari a questa proposta mi ricorda quella di certi sussiegosi giornali di provincia, i cui direttori tuonano in prima pagina contro la prostituzione, mentre l'ultima pagina raccoglie - ovviamente dietro pagamento - sotto l'innocente titolo "annunci personali", una serie di inviti, spesso piuttosto espliciti, a provare i servizi di questa o quella "signorina". Forse quei direttori sono così ingenui da credere che parte del loro stipendio venga pagato da persone che fanno davvero i massaggi o che cercano, con sempre meno speranza, l'anima gemella; oppure non leggono tutto il giornale che dirigono.
Al di là dei commenti di tutti questi, che fanno finta che il problema non ci sia e che anzi la creazione di una zona "a luci rosse" favorirebbe la prostituzione - una stupidata colossale detta da chi evidentemente ignora, e vuole ignorare, i numeri di questo fenomeno - questa decisione ha alcuni aspetti positivi, per quanto limitati. L'obiettivo dell'amministrazione è quello, attraverso il lavoro di alcune squadre di operatori sociali, di effettuare controlli sanitari, di distribuire preservativi e soprattutto di evitare infiltrazioni da parte dei cosiddetti "protettori". Un compito improbo, che evidentemente non è realizzabile in un'area molto vasta, sostanzialmente grande come la città, ma che può essere tentato in una zona più delimitata. Si tratta della logica della riduzione del danno e se in questo modo anche soltanto poche ragazze potranno essere aiutate, saranno comunque soldi pubblici spesi bene.
Ovviamente non è con questa proposta che si combatte lo sfruttamento. Le giovani donne di tanti paesi poveri continueranno a essere vendute, spesso dalle loro famiglie, a mercanti di schiavi che le faranno arrivare qui, nell'evoluto e ricco Occidente, per buttare i loro corpi sul mercato. E quindi il discorso ritorna inevitabilmente - come sempre succede - sulle ingiustizie del mondo e su quello che possiamo fare per combatterle. E questa lotta è quello che dovrebbe dare il senso alla nostra vita.
La tratta degli esseri umani è dopo il commercio illegale di droga e di armi la terza voce del "fatturato" della grande criminalità internazionale. E quindi bisogna necessariamente lavorare sulla repressione del crimine. Eppure lo spaccio di droga è considerato un allarme sociale, perché tanti ragazzi sono vittime di questo mercato, mentre non c'è lo stesso allarme contro la prostituzione, forse perché i padri di quegli stessi ragazzi ne sono clienti soddisfatti. Un drogato è una persona a cui non affideremmo sicuramente i nostri risparmi, mentre non ci importa che il direttore della nostra banca vada regolarmente a puttane. Un drogato è una persona a cui non affideremmo la nostra salute, mentre non ci importa che il primario che ci ha in cura vada regolarmente a puttane. Un drogato è una persona a cui non affideremmo l'educazione dei nostri figli, mentre non ci importa che il loro professore vada regolarmente a puttane. Non ci importa neppure che i nostri politici vadano regolarmente a puttane; lo sappiamo per certo, ma in fondo non ci interessa. Forse perché anche noi andiamo regolarmente a puttane. E quindi siamo solidali, e complici.
Ormai parecchi anni fa Peppino Impastato, per combattere non tanto la mafia, quanto l'atteggiamento di complice acquiscienza dei suoi concittadini verso le persone che aderivano alle cosche, urlava: la mafia è una montagna di merda. Il suo grido scosse le coscienze di molti giovani, perché finalmente qualcuno diceva qualcosa che nessuno fino ad allora aveva avuto il coraggio di dire. Ecco io credo che noi dovremo cominciare a dire che chi va a puttane è una montagna di merda, o se preferite che i maschi che vanno a puttane sono pezzi di merda. Credo possiate sbizzarrirvi negli insulti: la nostra lingua lo permette.
Poi dovremo finalmente insegnare ai nostri figli, maschi - purtroppo il problema sta lì, perché sono i maschi che vanno a puttane - a vivere meglio, con maggiore consapevolezza, la propria sessualità, ovviamente nel rapporto con le altre persone. Perché è anche in questa debolezza, in questa mancanza di educazione, che si crea il bisogno di andare a puttane. In questa idea perversa che tutto si può comprare. Ma prima dobbiamo dire che andare a puttane fa schifo e che ci va fa schifo.
Comunque sia, tanti intellettuali, giornalisti, commentatori e compagnia cantante della nostra capitale hanno scoperto che nella loro città ci sono le puttane, dal momento che l'amministrazione comunale ha detto che sperimenterà, a partire dal mese di aprile, la creazione di una specie di zona "a luci rosse", dove la prostituzione sarà tollerata. A dire la verità la prostituzione adesso è "tollerata" in tutta la città di Roma, come in tutte le altre città italiane, piccole e grandi, proprio perché facciamo finta che non ci sia. L'ipocrisia di tutti quelli che in questi giorni si sono detti contrari a questa proposta mi ricorda quella di certi sussiegosi giornali di provincia, i cui direttori tuonano in prima pagina contro la prostituzione, mentre l'ultima pagina raccoglie - ovviamente dietro pagamento - sotto l'innocente titolo "annunci personali", una serie di inviti, spesso piuttosto espliciti, a provare i servizi di questa o quella "signorina". Forse quei direttori sono così ingenui da credere che parte del loro stipendio venga pagato da persone che fanno davvero i massaggi o che cercano, con sempre meno speranza, l'anima gemella; oppure non leggono tutto il giornale che dirigono.
Al di là dei commenti di tutti questi, che fanno finta che il problema non ci sia e che anzi la creazione di una zona "a luci rosse" favorirebbe la prostituzione - una stupidata colossale detta da chi evidentemente ignora, e vuole ignorare, i numeri di questo fenomeno - questa decisione ha alcuni aspetti positivi, per quanto limitati. L'obiettivo dell'amministrazione è quello, attraverso il lavoro di alcune squadre di operatori sociali, di effettuare controlli sanitari, di distribuire preservativi e soprattutto di evitare infiltrazioni da parte dei cosiddetti "protettori". Un compito improbo, che evidentemente non è realizzabile in un'area molto vasta, sostanzialmente grande come la città, ma che può essere tentato in una zona più delimitata. Si tratta della logica della riduzione del danno e se in questo modo anche soltanto poche ragazze potranno essere aiutate, saranno comunque soldi pubblici spesi bene.
Ovviamente non è con questa proposta che si combatte lo sfruttamento. Le giovani donne di tanti paesi poveri continueranno a essere vendute, spesso dalle loro famiglie, a mercanti di schiavi che le faranno arrivare qui, nell'evoluto e ricco Occidente, per buttare i loro corpi sul mercato. E quindi il discorso ritorna inevitabilmente - come sempre succede - sulle ingiustizie del mondo e su quello che possiamo fare per combatterle. E questa lotta è quello che dovrebbe dare il senso alla nostra vita.
La tratta degli esseri umani è dopo il commercio illegale di droga e di armi la terza voce del "fatturato" della grande criminalità internazionale. E quindi bisogna necessariamente lavorare sulla repressione del crimine. Eppure lo spaccio di droga è considerato un allarme sociale, perché tanti ragazzi sono vittime di questo mercato, mentre non c'è lo stesso allarme contro la prostituzione, forse perché i padri di quegli stessi ragazzi ne sono clienti soddisfatti. Un drogato è una persona a cui non affideremmo sicuramente i nostri risparmi, mentre non ci importa che il direttore della nostra banca vada regolarmente a puttane. Un drogato è una persona a cui non affideremmo la nostra salute, mentre non ci importa che il primario che ci ha in cura vada regolarmente a puttane. Un drogato è una persona a cui non affideremmo l'educazione dei nostri figli, mentre non ci importa che il loro professore vada regolarmente a puttane. Non ci importa neppure che i nostri politici vadano regolarmente a puttane; lo sappiamo per certo, ma in fondo non ci interessa. Forse perché anche noi andiamo regolarmente a puttane. E quindi siamo solidali, e complici.
Ormai parecchi anni fa Peppino Impastato, per combattere non tanto la mafia, quanto l'atteggiamento di complice acquiscienza dei suoi concittadini verso le persone che aderivano alle cosche, urlava: la mafia è una montagna di merda. Il suo grido scosse le coscienze di molti giovani, perché finalmente qualcuno diceva qualcosa che nessuno fino ad allora aveva avuto il coraggio di dire. Ecco io credo che noi dovremo cominciare a dire che chi va a puttane è una montagna di merda, o se preferite che i maschi che vanno a puttane sono pezzi di merda. Credo possiate sbizzarrirvi negli insulti: la nostra lingua lo permette.
Poi dovremo finalmente insegnare ai nostri figli, maschi - purtroppo il problema sta lì, perché sono i maschi che vanno a puttane - a vivere meglio, con maggiore consapevolezza, la propria sessualità, ovviamente nel rapporto con le altre persone. Perché è anche in questa debolezza, in questa mancanza di educazione, che si crea il bisogno di andare a puttane. In questa idea perversa che tutto si può comprare. Ma prima dobbiamo dire che andare a puttane fa schifo e che ci va fa schifo.
domenica 8 febbraio 2015
da "La grande magia" di Eduardo De Filippo
Calogero Di Spelta
Un altro giuoco. Ma scusate, la signora ha detto: “È morta!”
Otto Marvuglia
Proprio così. Un altro giuoco.
Calogero
(dopo una pausa) Ma perché facciamo questi esperimenti? Scusate, professo’, ma che ce ne viene in tasca facendo questi giuochi d’illusione?
Otto
(colpito dalla domanda di Calogero, lo guarda lungamente assumendo un’aria sincera quanto sconfortata) Non lo so. È un trucco che non conosco. Io che esercito la professione di illusionista, mi presto ad esperimenti esercitati da un altro prestigiatore più importante di me… e così via, via, via fino alla perfezione… Ecco il giuoco prodigioso dell’illusione! Guarda… (mostrando la gabbia dove sono i canarini) Li vedi quegli uccelli? Appena me vedeno se metteno a cantà… Accòstati. (si avvicina alla gabbia seguito da Calogero) ‘E ssiente? (infatti si ode il cinguettio petulante del canarini insieme) Hê ‘a vede’ comme me cunosceno; e forse, me vonno pure bene. Per forza, li governo io ogni mattina. Lle porto ‘a preta ‘e zucchero, ‘a cemmetella ‘e nzalata, l’uosso ‘e seppia, il mangime… Hê ‘a vede’ comme m’aspettano.
Calogero
Veramente? Quanto so’ belle!
Otto
Ogni tanto io po’ sa che faccio? Metto ‘a mano dint’ ‘a gabbia e me ne piglio uno che mi deve servire per un esperimento d’illusione. (prende da un mobile una gabbietta, quella del primo atto) Lo metto in quest’altra gabbietta più piccola e lo presento al pubblico. “Ecco, signori”. La copro con un quadrato di stoffa nera, m’allontano di quattro passi, e sparo nu colpo ‘e rivoltella. Figurati il pubblico: “È sparito. Comme ha fatto? È un mago!” Ma il canarino non sparisce! Muore. Muore schiacciato tra un fondo e un doppio fondo. Il colpo di rivoltella serve a mascherare il rumore che produce lo scatto della piccola gabbia truccata. Poi naturalmente devo riordinare, e sai che trovo? Una poltiglia di ossicini, sangue e piume. (mostrando i canarini) ‘E vvide chisti ccà, chiste nun sanno niente. Illusioni non se ne possono fare. Noi, invece, si, ed è questo il privilegio. (osservando il volto triste di Calogero, muta di umore in un attimo; ridiventa allegro e superficiale) Guè, embè? Su con la vita: svegliati. Dobbiamo continuare il giuoco, il nostro giuoco. Guarda, là ci sta tutto il pubblico che aspetta. Ti sembrerà un secolo: ma poi vedrai che in un attimo si concluderà
Un altro giuoco. Ma scusate, la signora ha detto: “È morta!”
Otto Marvuglia
Proprio così. Un altro giuoco.
Calogero
(dopo una pausa) Ma perché facciamo questi esperimenti? Scusate, professo’, ma che ce ne viene in tasca facendo questi giuochi d’illusione?
Otto
(colpito dalla domanda di Calogero, lo guarda lungamente assumendo un’aria sincera quanto sconfortata) Non lo so. È un trucco che non conosco. Io che esercito la professione di illusionista, mi presto ad esperimenti esercitati da un altro prestigiatore più importante di me… e così via, via, via fino alla perfezione… Ecco il giuoco prodigioso dell’illusione! Guarda… (mostrando la gabbia dove sono i canarini) Li vedi quegli uccelli? Appena me vedeno se metteno a cantà… Accòstati. (si avvicina alla gabbia seguito da Calogero) ‘E ssiente? (infatti si ode il cinguettio petulante del canarini insieme) Hê ‘a vede’ comme me cunosceno; e forse, me vonno pure bene. Per forza, li governo io ogni mattina. Lle porto ‘a preta ‘e zucchero, ‘a cemmetella ‘e nzalata, l’uosso ‘e seppia, il mangime… Hê ‘a vede’ comme m’aspettano.
Calogero
Veramente? Quanto so’ belle!
Otto
Ogni tanto io po’ sa che faccio? Metto ‘a mano dint’ ‘a gabbia e me ne piglio uno che mi deve servire per un esperimento d’illusione. (prende da un mobile una gabbietta, quella del primo atto) Lo metto in quest’altra gabbietta più piccola e lo presento al pubblico. “Ecco, signori”. La copro con un quadrato di stoffa nera, m’allontano di quattro passi, e sparo nu colpo ‘e rivoltella. Figurati il pubblico: “È sparito. Comme ha fatto? È un mago!” Ma il canarino non sparisce! Muore. Muore schiacciato tra un fondo e un doppio fondo. Il colpo di rivoltella serve a mascherare il rumore che produce lo scatto della piccola gabbia truccata. Poi naturalmente devo riordinare, e sai che trovo? Una poltiglia di ossicini, sangue e piume. (mostrando i canarini) ‘E vvide chisti ccà, chiste nun sanno niente. Illusioni non se ne possono fare. Noi, invece, si, ed è questo il privilegio. (osservando il volto triste di Calogero, muta di umore in un attimo; ridiventa allegro e superficiale) Guè, embè? Su con la vita: svegliati. Dobbiamo continuare il giuoco, il nostro giuoco. Guarda, là ci sta tutto il pubblico che aspetta. Ti sembrerà un secolo: ma poi vedrai che in un attimo si concluderà
sabato 7 febbraio 2015
Verba volant (163): esposizione...
Esposizione, sost. f.
Naturalmente spero che l'Expo di Milano vada bene, che arrivino nel nostro paese milioni di visitatori, che - al di là dell'insopportabile retorica renziana - questa fiera campionaria imbellettata ridia un po' di fiato alla nostra traballante economia, ma sinceramente non riesco proprio ad unirmi al coro degli entusiasti, a quelli che celebrano le magnifiche sorti e progressive legate a questa manifestazione. L'Italia è sempre più un paese senza speranza - perché sostanzialmente senza regole e senza vergogna - e non servirà questa Expo a cambiare le cose.
Fino ad ora ci sono molte ragioni per criticare questa manifestazione. Tutti sappiamo che è stata l'occasione per nuove, e sempre più fameliche, ruberie di stato. D'altra parte alle mafie e ai tanti grassatori che si trovano nella pubblica amministrazione serviva un grande evento, previsto da tempo, per lucrare un po' - un bel po', a sentire le prime stime - sul bilancio pubblico. D'altra parte anche loro hanno bisogno di avere una qualche certezza: per incrementare i ricavi delle loro attività non possono contare soltanto sui disastri naturali, che in Italia si sa che avverranno, ma purtroppo non sono calendarizzabili con precisione. E infatti l'Expo è stata considerata alla stregua di una calamità naturale: finanziamenti straordinari, controlli molto blandi, procedure di assegnazione degli appalti fatte molto in fretta e poco trasparenti, tutto finalizzato a rubare e far rubare. Dopo tutto l'Expo del 2015 è stata assegnata all'Italia soltanto nel marzo del 2007: non c'era davvero il tempo per fare le cose per bene.
Un'altra caratteristica curiosa dell'Expo di Milano è il fatto che al suo interno non si applicano alcune regole che valgono nel mondo "di fuori", un po' come succedeva nel Medioevo con le cattedrali. Infatti le autorità pubbliche hanno previsto che, a fronte delle 640 persone assunte a tempo determinato, lavoreranno 18.500 volontari con un turn over di circa 500 ogni due settimane, per almeno 5 ore di lavoro al giorno. Questi volontari avranno la funzione di "supporto al visitatore in coda in caso di bisogno" e potranno essere utilizzati come guide all’interno dei padiglioni: in pratica ogni 29 persone impiegate, 28 lavoreranno gratis. Peraltro tra i pochissimi che saranno retribuiti il contratto prevalente - almeno fino al 60% degli assunti - sarà quello di stage o tirocinio, che prevede un salario mensile di 516 euro, oltre al buono pasto di 5,29 euro. Confindustria, entusiasta, parla già di "modello Expo" e probabilmente questa sostanziale sospensione del principio che chi lavora ha diritto di essere pagato sarà una delle poche cose che rimarrà dell'Expo al nostro paese. Pensate che a Parigi, finita l'Exposition universelle del 1889, è rimasta la Tour Eiffel; a noi rimarrà un qualche decreto Poletti.
Al di là di tutte queste cose, ossia della sostanziale disonestà delle nostre classi dirigenti, che sfruttano ogni occasione per arricchirsi, ai danni di tutti gli altri cittadini, il problema è che l'Expo nasce vecchio. Se non già morto. La prima Esposizione universale - chiamata Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations - si svolse a Londra nel 1851, a cui ne seguì una sostanzialmente analoga nel 1855 a Parigi, per cercare di superare il grande successo della precedente edizione londinese. L'Esposizione universale è stata di fatto per tutto l'Ottocento - e fino alla scoppio della prima guerra mondiale - la celebrazione della rivoluzione industriale, di quel progresso che allora sembrava inarrestabile. Le scoperte scientifiche, le nuove possibilità offerte dalla tecnologia, stavano creando un mondo nuovo, con una rapidità impensabile solo qualche decennio prima. L'Esposizione universale era l'ostentazione orgogliosa - e ovviamente retorica - di tutti questi cambiamenti, della modernità, e di quella nuova classe - la borghesia - che quel mondo stava saldamente dominando, dopo averne spodestato le vecchie classi. Questa ostentazione ormai non più senso sia perché abbiamo imparato - stiamo imparando - a nostre spese che quel progresso è avvenuto a danno del pianeta e anzi rischia di mettere in crisi la vita della nostra specie sulla terra. E adesso sappiamo che quel progresso è stato uno degli strumenti - il più potente - con cui una minoranza - sempre più ristretta - domina, in maniera sempre più spietata, sulla stragrande maggioranza degli altri uomini. E quindi noi non abbiamo proprio nulla da festeggiare e da celebrare.
Ovviamente i corifei dell'Expo ci stanno spiegando che questa manifestazione è cambiata. Questa edizione di Milano, come è noto, è dedicata al tema dell'alimentazione. Per dare il senso che questa manifestazione non è solo un'occasione per fare affari - o per rubare - oggi il nostro sedicente governo presenta la Carta di Milano, un documento che ha l'ambizione di definire la linea politica dell'Expo. Curiosamente il testo base di questo documento, che dovrebbe contenere alcune linee guida per i governi su un tema così importante, è stato redatto, per il governo italiano, da una fondazione finanziata dal più importante gruppo industriale italiano che si occupa di agroalimentare. Ovviamente è lecito che un grande gruppo industriale come Barilla esprima una propria opinione sulle politiche per l'alimentazione, ma personalmente trovo pericoloso - oltre che profondamente squilibrato - che la sua posizione diventi quella "ufficiale" del nostro paese, e del mondo.
Le grandi esposizioni della fine dell'Ottocento hanno contribuito a portarci alla prima guerra mondiale, vedremo dove ci condurrà l'Expo.
Naturalmente spero che l'Expo di Milano vada bene, che arrivino nel nostro paese milioni di visitatori, che - al di là dell'insopportabile retorica renziana - questa fiera campionaria imbellettata ridia un po' di fiato alla nostra traballante economia, ma sinceramente non riesco proprio ad unirmi al coro degli entusiasti, a quelli che celebrano le magnifiche sorti e progressive legate a questa manifestazione. L'Italia è sempre più un paese senza speranza - perché sostanzialmente senza regole e senza vergogna - e non servirà questa Expo a cambiare le cose.
Fino ad ora ci sono molte ragioni per criticare questa manifestazione. Tutti sappiamo che è stata l'occasione per nuove, e sempre più fameliche, ruberie di stato. D'altra parte alle mafie e ai tanti grassatori che si trovano nella pubblica amministrazione serviva un grande evento, previsto da tempo, per lucrare un po' - un bel po', a sentire le prime stime - sul bilancio pubblico. D'altra parte anche loro hanno bisogno di avere una qualche certezza: per incrementare i ricavi delle loro attività non possono contare soltanto sui disastri naturali, che in Italia si sa che avverranno, ma purtroppo non sono calendarizzabili con precisione. E infatti l'Expo è stata considerata alla stregua di una calamità naturale: finanziamenti straordinari, controlli molto blandi, procedure di assegnazione degli appalti fatte molto in fretta e poco trasparenti, tutto finalizzato a rubare e far rubare. Dopo tutto l'Expo del 2015 è stata assegnata all'Italia soltanto nel marzo del 2007: non c'era davvero il tempo per fare le cose per bene.
Un'altra caratteristica curiosa dell'Expo di Milano è il fatto che al suo interno non si applicano alcune regole che valgono nel mondo "di fuori", un po' come succedeva nel Medioevo con le cattedrali. Infatti le autorità pubbliche hanno previsto che, a fronte delle 640 persone assunte a tempo determinato, lavoreranno 18.500 volontari con un turn over di circa 500 ogni due settimane, per almeno 5 ore di lavoro al giorno. Questi volontari avranno la funzione di "supporto al visitatore in coda in caso di bisogno" e potranno essere utilizzati come guide all’interno dei padiglioni: in pratica ogni 29 persone impiegate, 28 lavoreranno gratis. Peraltro tra i pochissimi che saranno retribuiti il contratto prevalente - almeno fino al 60% degli assunti - sarà quello di stage o tirocinio, che prevede un salario mensile di 516 euro, oltre al buono pasto di 5,29 euro. Confindustria, entusiasta, parla già di "modello Expo" e probabilmente questa sostanziale sospensione del principio che chi lavora ha diritto di essere pagato sarà una delle poche cose che rimarrà dell'Expo al nostro paese. Pensate che a Parigi, finita l'Exposition universelle del 1889, è rimasta la Tour Eiffel; a noi rimarrà un qualche decreto Poletti.
Al di là di tutte queste cose, ossia della sostanziale disonestà delle nostre classi dirigenti, che sfruttano ogni occasione per arricchirsi, ai danni di tutti gli altri cittadini, il problema è che l'Expo nasce vecchio. Se non già morto. La prima Esposizione universale - chiamata Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations - si svolse a Londra nel 1851, a cui ne seguì una sostanzialmente analoga nel 1855 a Parigi, per cercare di superare il grande successo della precedente edizione londinese. L'Esposizione universale è stata di fatto per tutto l'Ottocento - e fino alla scoppio della prima guerra mondiale - la celebrazione della rivoluzione industriale, di quel progresso che allora sembrava inarrestabile. Le scoperte scientifiche, le nuove possibilità offerte dalla tecnologia, stavano creando un mondo nuovo, con una rapidità impensabile solo qualche decennio prima. L'Esposizione universale era l'ostentazione orgogliosa - e ovviamente retorica - di tutti questi cambiamenti, della modernità, e di quella nuova classe - la borghesia - che quel mondo stava saldamente dominando, dopo averne spodestato le vecchie classi. Questa ostentazione ormai non più senso sia perché abbiamo imparato - stiamo imparando - a nostre spese che quel progresso è avvenuto a danno del pianeta e anzi rischia di mettere in crisi la vita della nostra specie sulla terra. E adesso sappiamo che quel progresso è stato uno degli strumenti - il più potente - con cui una minoranza - sempre più ristretta - domina, in maniera sempre più spietata, sulla stragrande maggioranza degli altri uomini. E quindi noi non abbiamo proprio nulla da festeggiare e da celebrare.
Ovviamente i corifei dell'Expo ci stanno spiegando che questa manifestazione è cambiata. Questa edizione di Milano, come è noto, è dedicata al tema dell'alimentazione. Per dare il senso che questa manifestazione non è solo un'occasione per fare affari - o per rubare - oggi il nostro sedicente governo presenta la Carta di Milano, un documento che ha l'ambizione di definire la linea politica dell'Expo. Curiosamente il testo base di questo documento, che dovrebbe contenere alcune linee guida per i governi su un tema così importante, è stato redatto, per il governo italiano, da una fondazione finanziata dal più importante gruppo industriale italiano che si occupa di agroalimentare. Ovviamente è lecito che un grande gruppo industriale come Barilla esprima una propria opinione sulle politiche per l'alimentazione, ma personalmente trovo pericoloso - oltre che profondamente squilibrato - che la sua posizione diventi quella "ufficiale" del nostro paese, e del mondo.
Le grandi esposizioni della fine dell'Ottocento hanno contribuito a portarci alla prima guerra mondiale, vedremo dove ci condurrà l'Expo.
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