Pigmalione, sost. m.
Oggi voglio fare con voi, pazienti lettrici e lettori, un piccolo esperimento: voglio raccontarvi una storia partendo dalla fine.
E' il 5 aprile 1965: a Santa Monica, presentata da Bob Hope, si svolge la 37° edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar. Il film che conquista il maggior numero di statuette è My Fair Lady: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior fotografia, miglior scenografia, migliori costumi, miglior sonoro e, ovviamente, miglior colonna sonora. Il film ha ottenuto anche quattro nomination: miglior attore non protagonista - il comico inglese Stanley Holloway, per il ruolo di Alfred Doolittle - miglior attrice non protagonista - Gladys Cooper, una grande del teatro inglese già all'inizio del Novecento, per il ruolo della madre del professor Higgins - infine miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio.
Naturalmente noi ricordiamo quel film soprattutto per Audrey Hepburn, per il suo elegante vestito bianco e nero, per lo splendido cappello dalla tesa amplissima, che solo lei avrebbe potuto portare con una tale raffinata naturalezza, ma lei non ricevette neppure una nomination: furono scelte invece Kim Stanley, per Ventimila sterline per Amanda, Debbie Reynolds per Voglio essere amata in un letto d'ottone, Anne Bancroft per Frenesia del piacere, Sophia Loren per Matrimonio all'italiana e Julie Andrews per Mary Poppins. Francamente credo che nella cinquina ci sarebbe potuta stare anche la Hepburn, ma Hollywood decise che doveva essere punita.
Quando Jack Warner - il quarto e l'ultimo dei Warner Brothers - decise di fare un film dal musical che aveva avuto un gradissimo successo a Broadway e nel West End, ne affidò la regia all'esperto George Cukor e volle confermare nel ruolo del professor Higgins l'attore inglese Rex Harrison, famoso anche al cinema - l'anno prima era stato Cesare nel colossal Cleopatra - ma si rifiutò di affidare il ruolo di Eliza a Julie Andrews, che aveva riscosso un grande successo a teatro, ma era sostanzialmente sconosciuta al pubblico cinematografico. Warner pensò allora alla Hepburn, la star di Vacanze romane, Sabrina, Colazione da Tiffany; Audrey non voleva accettare, perché non sapeva cantare e soprattutto per rispetto verso Julie Andrews, a cui quel ruolo spettava di diritto. Warner le spiegò però che Julie Andrews non sarebbe mai stata chiamata e che, se lei avesse rifiutato, il ruolo sarebbe toccato a Liz Taylor. Solo allora - e immagino punta sul vivo - Audrey accettò (e certamente era più adatta lei della star di Cleopatra).
E accettò anche che Marni Nixon le "prestasse" la voce nei numeri musicali. Marni si meritò il soprannome the voice of Hollywood perché le toccò spesso, anche senza essere accreditata, di "far cantare" altre attrici, come Natalie Wood in West side story, o di aiutarle, come fece con Marilyn: era Marni a cantare le note più alte in Diamonds are a girl's best friend.
Il film fu un successo mondiale, anche per la grazia inarrivabile di Audrey Hepbun - forse non molto credibile come sboccata fioraia londinese, ma incantevole quando si trasforma nella "creatura" del professor Higgins - ma Audrey fu l'unica a "pagare" per l'ostinazione di Jack Warner - che ritirò l'Oscar pe ril film - a volere una star, a garantirsi un grande successo di botteghino.
Per Julie Andrews quel rifiuto fu l'inizio di una carriera cinematografica sfolgorante. Walt Disney voleva che fosse proprio lei la protagonista del suo nuovo film, dedicato al personaggio inventato da P.L. Travers, tanto da essere disponibile a posticiparne la lavorazione se fosse stata scelta per My Fair Lady. Fu una scelta azzardata, ma assolutamente indovinata, che fece il successo del film e della Andrews, che vinse, meritatamente, l'Oscar. Per la cronaca Marni Fox è accreditata anche nel film di Disney: interpreta le oche che cantano con Mary e Bert.
Ultima curiosità di quell'edizione degli Oscar: Ieri, oggi e domani di Vittorio De Sica vinse - anche in questo caso meritatamente - il premio per il miglior film straniero. E nella categoria sceneggiatura originale ebbero una nomination anche Age, Scarpelli e Mario Monicelli per I compagni, uno dei più bei film italiani di quegli anni, che curiosamente ebbe più fortuna negli Stati Uniti che in patria.
Adesso facciamo un passo indietro. E' il 2 novembre 1950: muore all'età di novantaquattro anni George Bernard Shaw. Fino a quando il grande commediografo irlandese era vivo era impossibile mettere in musica Pigmalione, perché lui aveva detto espressamente che non voleva che la sua commedia diventasse un musical. A dire il vero non era proprio facile trasformare la storia di Bernard Shaw in una commedia musicale: mancavano il lieto fine, la storia d'amore tra i due protagonisti e una sottotrama comica. Ad esempio Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II - gli autori di tanti successi, tra cui Oklahoma! e che quindi di musical se ne intendevano - pensavano che fosse davvero impossibile.
Il paroliere Alan Jey Lerner e il compositore Frederic Loewe invece si erano convinti di poter vincere la sfida. Ed ebbero ragione. E per My Fair Lady scrissero alcune delle loro più belle canzoni, che sono rimaste nella storia della musica. I protagonisti sarebbero dovuti essere Noel Coward, l'elegante commediografo inglese e brillante attore teatrale, e la texana Mary Martin, che era stata la protagonista a Broadway di due grandi successi come South Pacific e The sound of music, due capolavori della "ditta" Rodgers&Hammerstein. Coward rifiutò, ma suggerì il giovane collega Harrison, anche se non aveva mai cantato. Anche la Martin rifiutò - probabilmente per paura che il musical non funzionasse - e quindi la scelta cadde sulla giovanissima Andrews (che anni dopo sarà anche la splendida protagonista della versione cinematografica di The sound of music, conosciuto in Italia con l'infelice titolo Tutti insieme appassionatamente). My Fair Lady ebbe 2.717 repliche a Broadway e 2.281 a Londra; era inevitabile che i "falchi" di Hollywood se ne impadronissero: ma questa è una storia che ho già raccontato.
Facciamo un altro passo indietro. E' il 23 febbraio 1939: nella sala da ballo di un grande albergo di Los Angeles si svolge la premiazione dell'undicesima edizione degli Oscar. Vince il film L'eterna illusione di Frank Capra e Walt Disney riceve un premio speciale per Biancaneve: un Oscar attorniato da sette piccole statuette. Tra i premiati c'è anche un nome che apparentemente non c'entra nulla con Hollywood: George Bernard Shaw, per la migliore sceneggiatura non originale del film Pigmalione. Il grande commediografo considerò quel premio una sorta di affronto, soprattutto per chi glielo aveva assegnato e naturalmente non andò a Los Angeles a ritirarlo. Comunque fu l'unico scrittore a ricevere sia il Nobel che l'Oscar, fino al 2016, quando l'Accademia di Svezia premiò Bob Dylan, che aveva già vinto un Oscar per la miglior canzone, Things have changed.
Il problema di Bernard Shaw era soprattutto il lieto fine del film. Quando nel 1936 il produttore Gabriel Pascal convinse il grande autore a lasciargli i diritti della sua commedia per farne un film, assicurandolo che avrebbe avuto voce in capitolo su ogni aspetto dell'opera, Bernard Shaw fu costretto a cedere proprio su questo unico punto: alla fine Eliza doveva tornare, o almeno gli spettatori dovevano sperare che sarebbe tornata.
Bernard Shaw, che amava il cinema e ne riconosceva il potenziale, partecipò attivamente alla sceneggiatura, preparò nuovi dialoghi, scrisse la scena del ballo all'ambasciata che non c'era nella commedia (e che sarà l'occasione per Loewe di scrivere un divertente valzer). L'Oscar, indipendentemente da quello che egli pensava dell'Academy, gli spettava. Non avrebbe voluto che Leslie Howard interpretasse il professor Higgins: troppo bello, troppo romantico, le donne avrebbero voluto che Eliza alla fine lo sposasse. Bernard Shaw non la spuntò e anche grazie a Pigmalione, l'attore inglese ottenne l'anno successivo la parte dello sfortunato e innamorato Ashley in Via col vento. Invece il commediografo riusci a ottenere che Eliza fosse interpretata nel film dalla giovane attrice inglese Wendy Hiller, che aveva impersonato quel ruolo a teatro a New York. Bernard Shaw era stato molto colpito dalla interpretazione della Hiller, che, grazie al sostegno del commediografo ottenne altre parti a Broadway nelle sue opere. Anche per quel che riguarda questo film il produttore avrebbe voluto un'attrice più famosa, ma su questo punto Bernard Shaw non volle cedere.
E così Wendy Hiller cominciò anche una bella carriera cinematografica, che la porterà a vincere l'Oscar come miglior attrice non protagonista nel 1959 per il film Tavole separate, anche se noi la conosciamo soprattutto per essere stata il "maestoso rudere", ossia la principessa Dragomiroff in Assassinio sull'Orient express - quello "vero", del 1974, con la regia di Sidney Lumet.
Ed eccoci all'ultimo passo indietro, stavolta molto indietro. Siamo a Roma, ai tempi dell'imperatore Augusto. Ovidio nelle Metamorfosi racconta la storia di Pigmalione. Ovidio, come spesso amava fare, modifica un po' il mito. Mentre secondo la tradizione Pigmalione è il re di Cipro che si innamora di una statua che poi prende vita, il poeta augusteo racconta che è uno scultore che, scandalizzato per i comportamenti troppo "liberi" delle sue concittadine, rifiuta il matrimonio e le donne. Un giorno però Pigmalione realizza una statua d'avorio che rappresenta una bellissima donna, la donna più bella che avesse mai visto. E se ne innamora, la adorna di vesti bellissime e di gioielli, la accarezza, la bacia, dorme insieme a lei. Fino al giorno in cui Afrodite, per esaudire le sue preghiere, trasforma la statua in una donna. Come sempre Ovidio è geniale e raffinato nella descrizione di queste metamorfosi, riesce a descrivere come reale quello che sappiamo che non può esserlo; racconta la trasformazione come l'ha sentita attraverso le sue mani Pigmalione, che avverte l'avorio cedere al tocco delle sue dita, coglie con le labbra il calore della carne dell'amata, e solo alla fine vede la statua trasformata e animata.
Vorremmo noi uomini essere come Pigmalione o come il professor Higgins? Immagino che ciascuno di noi abbia avuto questa tentazione almeno una volta nella vita. Purtroppo molti di noi vogliono che le "loro" donne siano le creature che si sono immaginati, ed esercitano questa forma di violenza, non meno pericolosa e crudele di quella fisica. Poi, quando siamo fortunati e non troppo stupidi, capiamo che amiamo una donna proprio perché non è quella che ci saremmo immaginati, non è quella "perfetta" che noi avremmo costruito in laboratorio, ma l'amiamo proprio perché lei è così. E naturalmente non è quella che deve portarci le pantofole.
mercoledì 10 aprile 2019
domenica 7 aprile 2019
Verba volant (646): figlia...
Figlia, sost. f.
I tre autori raccontano la stessa storia, ossia la vendetta di Oreste ed Elettra ai danni della loro madre Clitennestra e di Egisto, ma ciascuno a suo modo e le differenze, anche solo per accenni, sono molto utili per capire come ciascuno di loro vedeva Elettra.
Cominciamo dall'opera più antica, le Coefore, la seconda tragedia della trilogia che prende il nome da Oreste. E' il 458 a.C.: sono gli anni in cui comincia l'età d'oro della democrazia ateniese, gli anni dei primi successi militari di Atene su Sparta. Elettra è la figlia ideale: sente il dolore per la morte del padre, soffre moltissimo del fatto che sia stata proprio sua madre a ucciderlo, ma non può fare nulla, perché è una donna. Il suo destino è quello di aspettare il ritorno di Oreste, perché solo il primogenito maschio della casa può compiere quell'atto di giustizia, per quanto terribile.
Elettra è la sorella per cui Oreste uccide e infatti il cuore del dramma è la scena del riconoscimento. La giovane vede presso la tomba del padre le impronte di un uomo, poi un ciuffo di capelli, poi le vesti cucite in cui Oreste era stato avvolto da piccolo: sono i segni che aspettava. Saranno gli dei della polis - Atena in particolare - ad assolvere Oreste, e quindi anche Elettra, del matricidio. Eschilo non lo dice, ma Elettra andrà in sposa al fidato amico del fratello, Pilade: passa dalla condizione di figlia e sorella a quella di moglie.
Sono passati quarantacinque anni: è il 413 a.C., gli spartani hanno occupato una parte dell'Attica e la flotta siracusana ha inflitto una grave sconfitta a quella ateniese, la democrazia è ormai finita, nel giro di due anni ci sarà un colpo di stato. Euripide racconta la storia della morte di Clitennestra e di Egisto ed Elettra assume tutt'altro ruolo, a partire dal titolo. La giovane non vive più a palazzo, non è più la figlia di un re, ma la moglie di un contadino. Egisto infatti ha pensato a questo espediente per impedire che un futuro figlio di Elettra pretenda di salire al trono: il figlio di un contadino non sarà mai re. Ma - ci fa capire Euripide - non conta il sangue per fare grande un uomo: quell'umile contadino dimostra di essere un uomo di grande valore e di nobili ideali, per tutto il tempo del loro matrimonio rinuncia ad avere rapporti con quella moglie imposta, che evidentemente non voleva esserlo. Il contadino rinuncia al suo diritto per amore di Elettra.
Sono passati quarantacinque anni: è il 413 a.C., gli spartani hanno occupato una parte dell'Attica e la flotta siracusana ha inflitto una grave sconfitta a quella ateniese, la democrazia è ormai finita, nel giro di due anni ci sarà un colpo di stato. Euripide racconta la storia della morte di Clitennestra e di Egisto ed Elettra assume tutt'altro ruolo, a partire dal titolo. La giovane non vive più a palazzo, non è più la figlia di un re, ma la moglie di un contadino. Egisto infatti ha pensato a questo espediente per impedire che un futuro figlio di Elettra pretenda di salire al trono: il figlio di un contadino non sarà mai re. Ma - ci fa capire Euripide - non conta il sangue per fare grande un uomo: quell'umile contadino dimostra di essere un uomo di grande valore e di nobili ideali, per tutto il tempo del loro matrimonio rinuncia ad avere rapporti con quella moglie imposta, che evidentemente non voleva esserlo. Il contadino rinuncia al suo diritto per amore di Elettra.
Quando il vecchio pedagogo di Oreste la raggiunge nella sua nuova casa e le dice che presso la tomba di Agamennone c'è un'orma e una ciocca di capelli che lei potrà riconoscere, la ragazza dice che è impossibile farlo da questi segni, è anche sciocco pensarlo: mai Euripide era stato così brutale contro l'antico maestro. Il riconoscimento avviene grazie a una ferita di Oreste, ricordata non da Elettra, ma da un vecchio servo di casa.
Euripide cambia anche il modo in cui Clitennestra viene uccisa: Elettra finge di stare per partorire e chiama la madre affinché la aiuti. E la regina che finalmente entra in scena non è la donna crudele come fino a quel momento ci è stata descritta dalla figlia. E' una madre preoccupata e anche un po' orgogliosa perché sta diventando nonna: è nel momento in cui Clitennestra è più umana che viene uccisa dai figli. Euripide chiude il dramma con il racconto di quello che succederà nei giorni successivi fatto da Castore e Polluce: Oreste andrà ad Atene e sarà assolto, Elettra sposerà Pilade. Ma evidentemente Euripide non ci crede più: i due antichissimi dei, progenitori della casa di Atreo, sono due marionette. Sono gli uomini - e le donne - che agiscono e che rispondono delle loro azioni.
Lo so che l'ordine è Eschilo, Sofocle ed Euripide - e così noi studiamo i tragici greci - ma in questo particolare caso è il vecchio Sofocle a essere l'ultimo, perché la sua tragedia su Elettra - anche in questo caso il nome dell'eroina diventa il titolo - è almeno di un paio d'anni successiva a quella del giovane Euripide: la democrazia ateniese è ormai finita, sta nascendo una nuova epoca, che Sofocle non vedrà.
Almeno nel caso di Elettra, Aristofane si sbaglia quando nelle Rane - che è del 405 a.C. - mette in scena lo scontro tra Eschilo ed Euripide e dice che Sofocle è l'unico degno a prendere il posto del venerato maestro. Sofocle è quello che stravolge di più la storia, anche di più di quanto faccia Euripide.
Intanto Sofocle sposta in maniera significativa il momento in cui Elettra riconosce Oreste. Mentre in Eschilo e in Euripide avviene all'inizio della tragedia - per entrambi nel primo episodio - in modo da legare il destino dei due fratelli per il resto del dramma, Sofocle invece lo pone alla fine, nel terzo episodio. Quando al palazzo reale giunge il pedagogo con la falsa notizia della morte di Oreste, mentre Clitennestra accoglie la cosa con sollievo, Elettra capisce che adesso tocca a lei. Elettra non è più la fanciulla descritta da Eschilo, la giovane donna che aspetta il fratello, invece è quella che si assume il compito di uccidere la propria madre, è quella che si prende la responsabilità di fare quello che deve essere fatto. Quando la regina gioisce per la morte del figlio, perché è certa che nessuno la potrà più punire per il suo delitto, non capisce che invece Elettra ha deciso di ucciderla e che sarà davvero quella che compirà la vendetta.
Euripide cambia anche il modo in cui Clitennestra viene uccisa: Elettra finge di stare per partorire e chiama la madre affinché la aiuti. E la regina che finalmente entra in scena non è la donna crudele come fino a quel momento ci è stata descritta dalla figlia. E' una madre preoccupata e anche un po' orgogliosa perché sta diventando nonna: è nel momento in cui Clitennestra è più umana che viene uccisa dai figli. Euripide chiude il dramma con il racconto di quello che succederà nei giorni successivi fatto da Castore e Polluce: Oreste andrà ad Atene e sarà assolto, Elettra sposerà Pilade. Ma evidentemente Euripide non ci crede più: i due antichissimi dei, progenitori della casa di Atreo, sono due marionette. Sono gli uomini - e le donne - che agiscono e che rispondono delle loro azioni.
Lo so che l'ordine è Eschilo, Sofocle ed Euripide - e così noi studiamo i tragici greci - ma in questo particolare caso è il vecchio Sofocle a essere l'ultimo, perché la sua tragedia su Elettra - anche in questo caso il nome dell'eroina diventa il titolo - è almeno di un paio d'anni successiva a quella del giovane Euripide: la democrazia ateniese è ormai finita, sta nascendo una nuova epoca, che Sofocle non vedrà.
Almeno nel caso di Elettra, Aristofane si sbaglia quando nelle Rane - che è del 405 a.C. - mette in scena lo scontro tra Eschilo ed Euripide e dice che Sofocle è l'unico degno a prendere il posto del venerato maestro. Sofocle è quello che stravolge di più la storia, anche di più di quanto faccia Euripide.
Intanto Sofocle sposta in maniera significativa il momento in cui Elettra riconosce Oreste. Mentre in Eschilo e in Euripide avviene all'inizio della tragedia - per entrambi nel primo episodio - in modo da legare il destino dei due fratelli per il resto del dramma, Sofocle invece lo pone alla fine, nel terzo episodio. Quando al palazzo reale giunge il pedagogo con la falsa notizia della morte di Oreste, mentre Clitennestra accoglie la cosa con sollievo, Elettra capisce che adesso tocca a lei. Elettra non è più la fanciulla descritta da Eschilo, la giovane donna che aspetta il fratello, invece è quella che si assume il compito di uccidere la propria madre, è quella che si prende la responsabilità di fare quello che deve essere fatto. Quando la regina gioisce per la morte del figlio, perché è certa che nessuno la potrà più punire per il suo delitto, non capisce che invece Elettra ha deciso di ucciderla e che sarà davvero quella che compirà la vendetta.
E' una tragedia di donne l'Elettra di Sofocle. Oreste in questa opera non è l'eroe tragico di Eschilo, ma uno capace soprattutto di ordire inganni, diventa un Odisseo qualsiasi. E mentre in Eschilo e in Euripide è Egisto il primo a essere ucciso, perché per prima cosa occorre uccidere il re, qui viene uccisa per prima Clitennestra e l'esecuzione di Egisto rimane una sorta di corollario, neppure molto necessario, se non per rispettare la storia. Sofocle deve mettere nella trama anche Oreste ed Egisto, ma la tragedia si risolve tutta tra la figlia e la madre.
E anche se poi sarà Oreste a brandire materialmente il coltello che uccide la madre, è Elettra che scandisce con le proprie parole l'uccisione di Clitennestra, è lei che esegue la sentenza. E non c'è seguito nella storia, non c'è un dio a spiegare che i due assassini saranno assolti e che Elettra si sposerà. Elettra si è assolta e non ha bisogno di Pilade.
C'è in Elettra un'idea che domina sopra le altre, un valore che ne guida l'azione e che definisce il suo personaggio. Quello che in Edipo è la ricerca della verità e in Antigone il rispetto dei precetti religiosi, in Elettra è l'esigenza della giustizia. Clitennestra deve essere punita ed Elettra deve farlo, anche se si tratta di sua madre. Il vero punto centrale della tragedia è il dialogo - anche questo manca in Eschilo e in Euripide - tra Elettra e la sorella Crisotemi, quando ancora Elettra crede che Oreste sia morto e ha deciso che sarà lei a uccidere la madre. Crisotemi tenta di farla ragionare, perché l'azione è troppo rischiosa, perché può portare alla morte, perché sono donne.
C'è in Elettra un'idea che domina sopra le altre, un valore che ne guida l'azione e che definisce il suo personaggio. Quello che in Edipo è la ricerca della verità e in Antigone il rispetto dei precetti religiosi, in Elettra è l'esigenza della giustizia. Clitennestra deve essere punita ed Elettra deve farlo, anche se si tratta di sua madre. Il vero punto centrale della tragedia è il dialogo - anche questo manca in Eschilo e in Euripide - tra Elettra e la sorella Crisotemi, quando ancora Elettra crede che Oreste sia morto e ha deciso che sarà lei a uccidere la madre. Crisotemi tenta di farla ragionare, perché l'azione è troppo rischiosa, perché può portare alla morte, perché sono donne.
Ma qui c'è un punto centrale della cultura della Grecia antica. Un uomo - come un popolo - deve essere giudicato non per le conseguenze delle proprie azioni, ma per i principi che le hanno ispirate. E grazie a Sofocle questo ce lo insegna una donna.
mercoledì 3 aprile 2019
Verba volant (645): sigla...
Sigla, sost. f.
Nell'età d'oro del jazz le big band avevano una sigla, un pezzo con cui cominciavano sempre i loro spettacoli. La canzone che apriva le esibizioni della più grande delle big band, quella di Duke Ellington, era Sepia panorama, composta dallo stesso Ellington e arrangiata da Billy Strayhorn.
Nell'età d'oro del jazz le big band avevano una sigla, un pezzo con cui cominciavano sempre i loro spettacoli. La canzone che apriva le esibizioni della più grande delle big band, quella di Duke Ellington, era Sepia panorama, composta dallo stesso Ellington e arrangiata da Billy Strayhorn.
volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie..
lunedì 1 aprile 2019
Storie (XI). "L'autista..."
Mercoledì 20 marzo. San Donato Milanese. L'autista di un autobus che gestisce il trasporto scolastico ha sequestrato il mezzo che stava guidando, con a bordo cinquantuno tra ragazzi e ragazze che frequentano la scuola media. Nonostante i carabinieri abbiano cercato di fermarlo, ha dato fuoco al pullman: i ragazzi sono tutti morti.
Sono passati pochi minuti e la notizia si sta rapidamente diffondendo. In televisione sono cominciate le dirette dal luogo della strage; i giornalisti iniziano a braccare i genitori, i nonni, qualsiasi altro parente possibile di quei poveri ragazzi, per avere da loro una testimonianza “a caldo"; parte la querelle se mostrare o no i corpi dilaniati delle giovani vittime, cercando comunque di solleticare la curiosità morbosa dei telespettatori. Già nelle prime ore del pomeriggio la tensione è voluttuosamente sviluppata dai media e ingenuamente amplificata e diffusa in maniera incontrollata dai social.
Contemporaneamente cominciano ad arrivare le dichiarazioni di tutti quelli che sentono di avere il diritto e il dovere di intervenire di fronte ad avvenimenti del genere; si tratta naturalmente di un diritto e di un dovere che nessuno ha loro concesso o assegnato, ma di cui si sentono, con granitica certezza, i depositari. A dire il vero non sono vere e proprie dichiarazioni - una dichiarazione richiede un minimo di ragionamento - ma battute, cinguettii, frasi a effetto, a uso e consumo della successiva raccolta di like.
Siamo a poche ore dalla strage: la situazione nel paese è già fuori controllo. Il quadro è per tutti chiaro: uno di "loro" ha ucciso cinquantuno "nostri" figli. Nessuno riesce a dire che tra le cinquantuno vittime c'è un ragazzo che si chiama Samir, che è italiano, ma il cui padre è nato in Marocco e c'è Rami, che invece è ancora egiziano, e ce ne sono altri come loro, ma i nomi delle vittime vengono ignorati: conta solo che sono cinquantuno e che sono adolescenti.
Siamo a poche ore dalla strage: la situazione nel paese è già fuori controllo. Il quadro è per tutti chiaro: uno di "loro" ha ucciso cinquantuno "nostri" figli. Nessuno riesce a dire che tra le cinquantuno vittime c'è un ragazzo che si chiama Samir, che è italiano, ma il cui padre è nato in Marocco e c'è Rami, che invece è ancora egiziano, e ce ne sono altri come loro, ma i nomi delle vittime vengono ignorati: conta solo che sono cinquantuno e che sono adolescenti.
A dire il vero è proprio questa l'unica cosa di cui dovremmo occuparci, dovremmo cercare di conoscere quelle cinquantuno persone, giovani donne e giovani uomini, indipendentemente da dove sono nate, da dove sono nati i loro genitori, ma non è più così ormai. Chi ha parlato per primo, chi ha ha alzato di più la voce, chi ha trovato la parola giusta, ha detto che "loro" hanno ucciso cinquantuno "nostri" figli.
Il governo, riunito in seduta di emergenza, ha deciso che a partire dal giorno successivo tutte le scuole italiane dovranno rimanere chiuse. Riapriranno solo quando le prefetture saranno riuscite a identificare - e rimuovere - le persone straniere che guidano gli scuolabus, che lavorano nei centri di preparazione pasti, che fanno le pulizie nelle scuole. Quando qualcuno fa notare che l'omicida era un cittadino italiano, si decide che saranno identificati quelli che non sono nati in Italia. E quelli che sono nati in un paese dell'Unione europea? Si decide che il controllo andrà fatto sui genitori di tutti questi lavoratori. Si tratta di un esercito di persone e di un controllo che richiede forze e risorse che le prefetture non hanno.
Il governo, riunito in seduta di emergenza, ha deciso che a partire dal giorno successivo tutte le scuole italiane dovranno rimanere chiuse. Riapriranno solo quando le prefetture saranno riuscite a identificare - e rimuovere - le persone straniere che guidano gli scuolabus, che lavorano nei centri di preparazione pasti, che fanno le pulizie nelle scuole. Quando qualcuno fa notare che l'omicida era un cittadino italiano, si decide che saranno identificati quelli che non sono nati in Italia. E quelli che sono nati in un paese dell'Unione europea? Si decide che il controllo andrà fatto sui genitori di tutti questi lavoratori. Si tratta di un esercito di persone e di un controllo che richiede forze e risorse che le prefetture non hanno.
Il paese è praticamente paralizzato, perché diverse regioni, a partire dalla Lombardia, hanno deciso di sospendere le persone straniere che lavorano nei servizi di trasporto pubblico, in attesa di verifiche da parte delle forze dell'ordine. Nessuno sembra far caso all'assurdità di questi provvedimenti, che stanno mettendo il paese in ginocchio: la priorità per tutti è la sicurezza.
Intanto si stanno organizzando i funerali: è stato chiesto al papa di officiare la funzione all'interno del duomo di Milano. Sembra che solo a questo punto ci si accorga che delle cinquantuno vittime alcune sono straniere e presumibilmente musulmane. Vengono frettolosamente ridati i corpi ai genitori, la cerimonia religiosa viene trasmessa da tutte le televisioni, vi partecipano molti leader dei paesi dell'Unione europea e anche il Vicepresidente degli Stati Uniti.
In parlamento viene approvata in via d'urgenza la legge sulla legittima difesa, che era comunque già in calendario: i partiti di opposizione di astengono, perché chiaramente questo provvedimento risponde all'inquietudine che c'è nel paese.
La chiusura delle scuole e la parziale interruzione dei servizi di trasporto pubblico sta provocando seri danni all'economia, tanto più che diverse aziende hanno rescisso i loro contratti con le imprese di pulizia e di servizi che impiegano per lo più lavoratori stranieri. Un cittadino italiano di origine senegalese che da dieci anni guida uno scuolabus nella provincia di Treviso, dove vive insieme alla sua famiglia, si rende conto che sta per perdere il lavoro e che suo figlio difficilmente potrà sostenere la maturità per andare a ingegneria. Si chiude nel "suo" pullman, cercando di attirare l'attenzione degli organi di informazione sulla sua situazione. Mentre sta improvvisando un comizio affacciato dal finestrino, viene raggiunto da un colpo di fucile. I soccorsi sono inutili: muore in ospedale. I carabinieri, quando cercano di arrestare l'uomo che ha sparato, si trovano di fronte un muro di persone che non riescono a disperdere e l'omicida si barrica in casa propria, mentre i suoi concittadini organizzano una forma di "protezione" in giardino.
Il giorno dopo a Ventimiglia un balordo spara su un vecchio camioncino Volkswagen in cui ci sono sei stranieri che cercano di raggiungere il confine francese. Questo non viene protetto dai suoi concittadini, sanno tutti che è un matto e poi perché sparare verso quelli che finalmente se ne vanno.
E' l'alba del dodicesimo giorno dopo la strage. E le scuole non sono state ancora riaperte.
E' l'alba del dodicesimo giorno dopo la strage. E le scuole non sono state ancora riaperte.
domenica 31 marzo 2019
Verba volant (644): indulgenza...
Indulgenza, sost. f.
Naturalmente mi rendo conto che si tratta di una notizia assolutamente meno importante delle recenti elezioni regionali in Basilicata o della visita del presidente cinese a Roma o di qualunque altra cosa voi preferiate parlare, ma dal 4 al 21 marzo un ciclone ha colpito vastissime zone dell'Africa australe - la parte di quel continente più lontana da noi - seminando distruzione in Mozambico, Zimbabwe, Malawi e Madagascar.
Per ora è impossibile fare un conto esatto delle vittime - sono quasi ottocento, secondo i dati ufficiali, che in casi come questi sono sempre destinati a essere smentiti - ma più di tre milioni di persone sono state colpite da questo imponente fenomeno naturale, uno dei più gravi della storia recente di quella tormentata regione.
Naturalmente non è stato devastante soltanto il ciclone nel momento del suo scatenarsi, ma lo sono altrettanto le sue conseguenze. La rete dell'energia elettrica è stata distrutta e non è possibile sapere quando sarà ripristinata, e lo stesso vale per quella dell'acqua potabile. Sono state gravemente danneggiate le strade e le ferrovie e quindi molti territori, specialmente quelli rurali, sono irraggiungibili. In queste condizioni in quei paesi non c'è da mangiare e da bere, e le condizioni igieniche sono al limite, e tutto questo favorisce il diffondersi di epidemie, a partire dal colera. Naturalmente anche i raccolti sono andati distrutti e quindi gli effetti del ciclone dureranno molti mesi in quei paesi, aumentandone la povertà. Le persone che moriranno a causa del ciclone saranno molte di più, in un tempo purtroppo molto lungo. Basta rileggere Manzoni per sapere quanto le disgrazie siano sempre concatenate l'una all'altra: la guerra favorisce la carestia, che a sua volta permette un più rapido propagarsi della pestilenza e così via. E il tema non è capire se siano morte più persone per la carestia o per la peste: sono comunque morte.
Ovviamente non è affar nostro - e per questo non ce ne siamo minimamente occupati - non è colpa nostra se quel ciclone è stato così violento e se si è abbattuto proprio laggiù. E anche se c'entrasse in qualche modo il riscaldamento globale, l'inquinamento, ossia il nostro spasmodico bisogno di energia, il nostro desiderio di avere molto caldo d'inverno e molto freddo d'estate, la nostra volontà di muoverci continuamente da una parte all'altra del pianeta, ma anche del nostro quartiere, usando dei mezzi a motore, non sono stati certo gli scarichi della mia automobile o il consumo dle mio condizionatore a causare quella catastrofe. Io sono innocente. Non è affar nostro perché quei paesi sono davvero lontani e chi fuggirà da quella devastazione non riuscirà ad arrivare qui. Io non voto - e non ho mai votato - per quelli che vogliono chiudere le frontiere e i porti, per quelli che vogliono che muoiano tutti in mare. Io sono innocente. Io non lucro sulla povertà dell'Africa. Certo voglio cambiare smartphone ogni anno e cerco di spendere ogni volta il meno possibile: e quindi il coltan che si produce in quella regione dell'Africa è meglio che costi poco. Ma non è il coltan che serve per il mio smartphone a causare lo sfruttamento in quei paesi. Io sono innocente. E' proprio così: questo ciclone non è affar nostro: per quello non ne abbiamo parlato. Non perché siamo egoisti, o perché ce ne freghiamo, ma è che siamo senza colpa; siamo sempre senza colpa.
Se proprio sentiamo che qualcosa ci rode dentro - e non è il sushi che non abbiamo digerito - possiamo mandare un'offerta a una delle associazioni che lavorano in quei paesi: è un modo molto comodo per comprarci l'indulgenza, come facevano i ricchi qualche secolo fa. Avremo comunque fatto del bene, avremo aiutato chi là sta facendo davvero qualcosa in quella situazione di emergenza, ma non pensiamo di esserci salvati l'anima con quei soldi. E comunque non ne abbiamo bisogno, perché a differenza dei banchieri e dei mercanti che sapevano benissimo che in paradiso ci sarebbero potuti entrare solo con quegli aiuti così terreni - e che sono stati determinanti per finanziare una bella parte del nostro Rinascimento - noi siamo sempre convinti di essere innocenti.
Non ci farebbe male che cominciassimo a sentirci colpevoli. Solo un po', senza esagerare - non ci siamo abituati - e comunque non possiamo affrontare da soli i mali del mondo. Rendersi conto che nel mese di marzo un pezzo del nostro pianeta è stato distrutto sarebbe già qualcosa.
Naturalmente mi rendo conto che si tratta di una notizia assolutamente meno importante delle recenti elezioni regionali in Basilicata o della visita del presidente cinese a Roma o di qualunque altra cosa voi preferiate parlare, ma dal 4 al 21 marzo un ciclone ha colpito vastissime zone dell'Africa australe - la parte di quel continente più lontana da noi - seminando distruzione in Mozambico, Zimbabwe, Malawi e Madagascar.
Per ora è impossibile fare un conto esatto delle vittime - sono quasi ottocento, secondo i dati ufficiali, che in casi come questi sono sempre destinati a essere smentiti - ma più di tre milioni di persone sono state colpite da questo imponente fenomeno naturale, uno dei più gravi della storia recente di quella tormentata regione.
Naturalmente non è stato devastante soltanto il ciclone nel momento del suo scatenarsi, ma lo sono altrettanto le sue conseguenze. La rete dell'energia elettrica è stata distrutta e non è possibile sapere quando sarà ripristinata, e lo stesso vale per quella dell'acqua potabile. Sono state gravemente danneggiate le strade e le ferrovie e quindi molti territori, specialmente quelli rurali, sono irraggiungibili. In queste condizioni in quei paesi non c'è da mangiare e da bere, e le condizioni igieniche sono al limite, e tutto questo favorisce il diffondersi di epidemie, a partire dal colera. Naturalmente anche i raccolti sono andati distrutti e quindi gli effetti del ciclone dureranno molti mesi in quei paesi, aumentandone la povertà. Le persone che moriranno a causa del ciclone saranno molte di più, in un tempo purtroppo molto lungo. Basta rileggere Manzoni per sapere quanto le disgrazie siano sempre concatenate l'una all'altra: la guerra favorisce la carestia, che a sua volta permette un più rapido propagarsi della pestilenza e così via. E il tema non è capire se siano morte più persone per la carestia o per la peste: sono comunque morte.
Ovviamente non è affar nostro - e per questo non ce ne siamo minimamente occupati - non è colpa nostra se quel ciclone è stato così violento e se si è abbattuto proprio laggiù. E anche se c'entrasse in qualche modo il riscaldamento globale, l'inquinamento, ossia il nostro spasmodico bisogno di energia, il nostro desiderio di avere molto caldo d'inverno e molto freddo d'estate, la nostra volontà di muoverci continuamente da una parte all'altra del pianeta, ma anche del nostro quartiere, usando dei mezzi a motore, non sono stati certo gli scarichi della mia automobile o il consumo dle mio condizionatore a causare quella catastrofe. Io sono innocente. Non è affar nostro perché quei paesi sono davvero lontani e chi fuggirà da quella devastazione non riuscirà ad arrivare qui. Io non voto - e non ho mai votato - per quelli che vogliono chiudere le frontiere e i porti, per quelli che vogliono che muoiano tutti in mare. Io sono innocente. Io non lucro sulla povertà dell'Africa. Certo voglio cambiare smartphone ogni anno e cerco di spendere ogni volta il meno possibile: e quindi il coltan che si produce in quella regione dell'Africa è meglio che costi poco. Ma non è il coltan che serve per il mio smartphone a causare lo sfruttamento in quei paesi. Io sono innocente. E' proprio così: questo ciclone non è affar nostro: per quello non ne abbiamo parlato. Non perché siamo egoisti, o perché ce ne freghiamo, ma è che siamo senza colpa; siamo sempre senza colpa.
Se proprio sentiamo che qualcosa ci rode dentro - e non è il sushi che non abbiamo digerito - possiamo mandare un'offerta a una delle associazioni che lavorano in quei paesi: è un modo molto comodo per comprarci l'indulgenza, come facevano i ricchi qualche secolo fa. Avremo comunque fatto del bene, avremo aiutato chi là sta facendo davvero qualcosa in quella situazione di emergenza, ma non pensiamo di esserci salvati l'anima con quei soldi. E comunque non ne abbiamo bisogno, perché a differenza dei banchieri e dei mercanti che sapevano benissimo che in paradiso ci sarebbero potuti entrare solo con quegli aiuti così terreni - e che sono stati determinanti per finanziare una bella parte del nostro Rinascimento - noi siamo sempre convinti di essere innocenti.
Non ci farebbe male che cominciassimo a sentirci colpevoli. Solo un po', senza esagerare - non ci siamo abituati - e comunque non possiamo affrontare da soli i mali del mondo. Rendersi conto che nel mese di marzo un pezzo del nostro pianeta è stato distrutto sarebbe già qualcosa.
mercoledì 27 marzo 2019
Verba volant (643): sogno...
Sogno, sost. m.
Si avvicina il solstizio d'estate e ad Atene ci si prepara per le nozze di Teseo, il duca della città, e Ippolita, la regina delle Amazzoni. Tra i più entusiasti ci sono sei artigiani - un falegname, uno stipettaio, un tessitore, un riparatore di mantici, un calderaio e un sarto - che vogliono mettere in scena un dramma da recitare a palazzo durante la grande festa nuziale.
Si avvicina il solstizio d'estate e ad Atene ci si prepara per le nozze di Teseo, il duca della città, e Ippolita, la regina delle Amazzoni. Tra i più entusiasti ci sono sei artigiani - un falegname, uno stipettaio, un tessitore, un riparatore di mantici, un calderaio e un sarto - che vogliono mettere in scena un dramma da recitare a palazzo durante la grande festa nuziale.
Chissà se William Shakespeare sapeva che nella Grecia antica, molto prima del tempo raccontato da Omero, prima del tempo in cui erano considerati eroi quelli che avevano combattuto sotto le mura di Troia e di Tebe, quelli che avevano partecipato alla spedizione per rubare il vello d'oro, quel popolo onorava molto più dei guerrieri i poeti e gli artigiani, perché erano questi gli unici capaci di creare qualcosa dal nulla. Immagino di sì, perché il Sogno di una notte di mezza estate non è solo una fiaba, un divertente e galante gioco sull'amore - e basterebbe questo a farne un gioiello dell'arte di Shakespeare - ma è il racconto di una nostalgia.
La nostalgia di un tempo in cui nei boschi, in certe notti d'estate - e d'inverno - gli uomini potevano incontrare esseri magici e divini, fate, elfi e folletti, in cui i confini tra mondi così diversi erano meno rigidi, in cui i ritmi di vita degli uomini erano scanditi dal susseguirsi in cielo del sole e della luna e la vita della natura era segnata dal succedersi delle stagioni. La nostalgia di un tempo in cui un tessitore dalla testa d'asino poteva amare la bellissima regina delle fate. La nostalgia di un tempo in cui poeti e artigiani, in forza della loro capacità creatrice, erano quelli che guidavano le loro piccole comunità. E in cui tutti - donne e uomini - potevano esercitarsi a diventare poeti e artigiani, perché - a differenza del mestiere delle armi, che era elitario, perché basato sul censo - questi lavori sono eminentemente democratici: il saper fare non richiede ricchezza, ma solo intelligenza, impegno e passione.
Il figlio del guantaio di Stratford sapeva naturalmente che quel tempo era irrimediabilmente perduto, che avevano vinto i guerrieri, avevano definitivamente vinto Teseo e Ippolita, con le loro convenzioni borghesi e i loro calendari rigidamente definiti. E sapeva che da lì a poco ai guerrieri si sarebbero affiancati gli scienziati, con tutte le loro filosofie e la loro logica. Ma Shakespeare con questa commedia ci vuole dire - anche a noi, che viviamo in un tempo in cui guerrieri e scienziati non sono mai stati così potenti - che c'è qualcosa in noi che rimarrà sempre irriconducibile alla logica della guerra e della scienza, ossia la capacità di fare qualcosa dal nulla.
E creare qualcosa - una poesia come un paio di scarpe, un vaso come una canzone - è un'attività schiettamente umana, che ha in sé qualcosa di magico. Naturalmente vale per ciascuno di noi, quando ci impegniamo a fare qualcosa. Per Shakespeare questa attività "magica" era ovviamente il teatro e infatti il Sogno è la commedia della passione per il teatro, per lo scrivere per la scena e per il recitare, della capacità degli attori di inventarsi leoni, muri o chiari di luna. Shakespeare con il Sogno ci ha detto quanto fosse magico il suo lavoro. E quanto siamo magici noi quando scriviamo, disegniamo, cantiamo. Quando riconosciamo il Puck che è nascosto in ciascuno di noi.
La nostalgia di un tempo in cui nei boschi, in certe notti d'estate - e d'inverno - gli uomini potevano incontrare esseri magici e divini, fate, elfi e folletti, in cui i confini tra mondi così diversi erano meno rigidi, in cui i ritmi di vita degli uomini erano scanditi dal susseguirsi in cielo del sole e della luna e la vita della natura era segnata dal succedersi delle stagioni. La nostalgia di un tempo in cui un tessitore dalla testa d'asino poteva amare la bellissima regina delle fate. La nostalgia di un tempo in cui poeti e artigiani, in forza della loro capacità creatrice, erano quelli che guidavano le loro piccole comunità. E in cui tutti - donne e uomini - potevano esercitarsi a diventare poeti e artigiani, perché - a differenza del mestiere delle armi, che era elitario, perché basato sul censo - questi lavori sono eminentemente democratici: il saper fare non richiede ricchezza, ma solo intelligenza, impegno e passione.
Il figlio del guantaio di Stratford sapeva naturalmente che quel tempo era irrimediabilmente perduto, che avevano vinto i guerrieri, avevano definitivamente vinto Teseo e Ippolita, con le loro convenzioni borghesi e i loro calendari rigidamente definiti. E sapeva che da lì a poco ai guerrieri si sarebbero affiancati gli scienziati, con tutte le loro filosofie e la loro logica. Ma Shakespeare con questa commedia ci vuole dire - anche a noi, che viviamo in un tempo in cui guerrieri e scienziati non sono mai stati così potenti - che c'è qualcosa in noi che rimarrà sempre irriconducibile alla logica della guerra e della scienza, ossia la capacità di fare qualcosa dal nulla.
E creare qualcosa - una poesia come un paio di scarpe, un vaso come una canzone - è un'attività schiettamente umana, che ha in sé qualcosa di magico. Naturalmente vale per ciascuno di noi, quando ci impegniamo a fare qualcosa. Per Shakespeare questa attività "magica" era ovviamente il teatro e infatti il Sogno è la commedia della passione per il teatro, per lo scrivere per la scena e per il recitare, della capacità degli attori di inventarsi leoni, muri o chiari di luna. Shakespeare con il Sogno ci ha detto quanto fosse magico il suo lavoro. E quanto siamo magici noi quando scriviamo, disegniamo, cantiamo. Quando riconosciamo il Puck che è nascosto in ciascuno di noi.
martedì 26 marzo 2019
da "Il nome della rosa" di Umberto Eco
L'Edificio, tranne il muro meridionale, diroccato, sembrava ancora stare in piedi e sfidare il corso del tempo. I due torrioni esterni, che davano sullo strapiombo, parevano quasi intatti, ma dappertutto le finestre erano occhiaie vuote le cui lacrime vischiose eran rampicanti putridi. Nell'interno l'opera dell'arte, distrutta, si confondeva con quella della natura e per vasti tratti dalla cucina l'occhio correva al cielo aperto, attraverso lo squarcio dei piani superiori e del tetto, diruti abbasso come angeli caduti. Tutto ciò che non era verde di muschio era ancora nero dal fumo di tanti decenni prima.
Rovistando tra le macerie trovavo a tratti brandelli di pergamena, precipitati dallo scriptorium e dalla biblioteca e sopravvissuti come tesori sepolti nella terra; e incominciai a raccoglierli, come se dovessi ricomporre i fogli di un libro. Poi mi avvidi che da uno dei torrioni saliva ancora, pericolante e quasi intatta, una scala a chiocciola allo scriptorium, e di lì, inerpicandosi per un pendio di macerie, si poteva arrivare all'altezza della biblioteca: la quale era però soltanto una sorta di galleria rasente le mura esterne, che dava in ogni punto sul vuoto.
Lungo un tratto di muro trovai un armadio, ancora miracolosamente ritto lungo la parete, non so come sopravvissuto al fuoco, marcio d'acqua e di insetti. Dentro vi stava ancora qualche foglio. Altri lacerti trovai frugando le rovine da basso. Povera messe fu la mia, ma passai una intera giornata a raccoglierla, come se da quelle disiecta membra della biblioteca dovesse pervenirmi un messaggio. Alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti, altri lasciavano intravvedere l'ombra di una immagine, a tratti il fantasma di una o più parole. Talora trovai fogli su cui erano leggibili intere frasi, più facilmente rilegature ancora intatte, difese da quelle che erano state borchie di metallo... Larve di libri, apparentemente ancora sane di fuori ma divorate all'interno: eppure qualche volta si era salvato un mezzo foglio, traspariva un incipit, un titolo...
Rovistando tra le macerie trovavo a tratti brandelli di pergamena, precipitati dallo scriptorium e dalla biblioteca e sopravvissuti come tesori sepolti nella terra; e incominciai a raccoglierli, come se dovessi ricomporre i fogli di un libro. Poi mi avvidi che da uno dei torrioni saliva ancora, pericolante e quasi intatta, una scala a chiocciola allo scriptorium, e di lì, inerpicandosi per un pendio di macerie, si poteva arrivare all'altezza della biblioteca: la quale era però soltanto una sorta di galleria rasente le mura esterne, che dava in ogni punto sul vuoto.
Lungo un tratto di muro trovai un armadio, ancora miracolosamente ritto lungo la parete, non so come sopravvissuto al fuoco, marcio d'acqua e di insetti. Dentro vi stava ancora qualche foglio. Altri lacerti trovai frugando le rovine da basso. Povera messe fu la mia, ma passai una intera giornata a raccoglierla, come se da quelle disiecta membra della biblioteca dovesse pervenirmi un messaggio. Alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti, altri lasciavano intravvedere l'ombra di una immagine, a tratti il fantasma di una o più parole. Talora trovai fogli su cui erano leggibili intere frasi, più facilmente rilegature ancora intatte, difese da quelle che erano state borchie di metallo... Larve di libri, apparentemente ancora sane di fuori ma divorate all'interno: eppure qualche volta si era salvato un mezzo foglio, traspariva un incipit, un titolo...
Raccolsi ogni reliquia che potei trovare, e ne empii due sacche da viaggio, abbandonando cose che mi erano utili pur di salvare quel misero tesoro.
Lungo il viaggio di ritorno e poi a Melk passai molte e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia. Spesso riconobbi da una parola o da una immagine residua di quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi avesse lasciato quel legato, come se l'averne individuato la copia distrutta fosse stato un segno chiaro del cielo che diceva tolle et
lege. Alla fine della mia paziente ricomposizione mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri.
Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.
Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.
Est ubi gloria nunc Babylonia? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di Macabré, mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.
Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo! Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né immagine.
Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
Lungo il viaggio di ritorno e poi a Melk passai molte e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia. Spesso riconobbi da una parola o da una immagine residua di quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi avesse lasciato quel legato, come se l'averne individuato la copia distrutta fosse stato un segno chiaro del cielo che diceva tolle et
lege. Alla fine della mia paziente ricomposizione mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri.
Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.
Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.
Est ubi gloria nunc Babylonia? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di Macabré, mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.
Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo! Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né immagine.
Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
lunedì 25 marzo 2019
"Poesia come arte che insorge" di Lawrence Ferlinghetti
Osa essere un guerrigliero poetico non-violento,
un antieroe.
Controlla la tua voce più incontrollata con
compassione.
Fai il vino nuovo con gli acini della rabbia.
Ricorda che gli uomini e le donne sono esseri
infinitamente estatici, infinitamente sofferenti.
Solleva i ciechi, spalanca le tue finestre chiuse,
solleva il tetto,
svita le serrature delle porte, ma non buttare via
i cardini.
Verba volant (642): vipera...
Vipera, sost. f.
C'è questa giovane donna, così giovane da dover dipendere in tutto dal suo tutore. Non è libera di uscire, non è libera di vedere altre persone, specialmente altri uomini, se non i suoi insegnanti e il suo parrucchiere. E' prigioniera in casa, perché il suo tutore non vuole neppure che si affacci alle finestre. Ma questa giovane donna si innamora di qualcuno di cui, secondo le convenzioni, non dovrebbe innamorarsi. Nonostante questa cultura oppressiva in cui è cresciuta, questa giovane donna non è sottomessa, conosce le regole, accetta di rispettarle, ma vuole anche decidere della propria vita. Ama quel giovane, sa di esserne riamata e per questo è determinata nella sua decisione: quel giovane sarà suo. Questa giovane donna non vuole essere una ribelle, accetta le regole della società in cui vive, ma non è disposta ad accettare che altri decidano per lei. La vediamo lottare per raggiungere questo obiettivo, mettere a rischio la sua condizione, con una determinazione e una scaltrezza che stupiscono per una giovane di quell'età, che apparentemente conosce così poco delle cose del mondo, e alla fine ottiene quello per cui ha combattuto: quell'uomo sarà suo.
Sembra una storia di oggi, anche se purtroppo non sempre le giovani donne riescono a sconfiggere le costrizioni imposte loro dalla famiglia e dalla società in cui vivono. Per tante giovani donne è il maschio che decide che quella donna sarà sua, indipendentemente da quello che lei vuole. Invece è la trama del Barbiere di Siviglia, l'opera buffa musicata da Gioachino Rossini su libretto di Cesare Sterbini, scritta e andata in scena nel 1816, quando il congresso di Vienna era finito da meno di un anno ed era cominciato il tentativo di far finta che la rivoluzione francese non fosse mai scoppiata.
Naturalmente nei due atti del Barbiere succedono anche altre cose rispetto alla trama che ho raccontato io, ma sostanzialmente la storia è questa e la vera protagonista, a dispetto dei titoli - perché debuttò come Almaviva, o sia l'inutile precauzione - è Rosina e gli uomini, da Figaro al Conte, a don Bartolo agiscono perché agisce Rosina. Ed è lei che nell'aria Una voce poco fa ci racconta tutta la sua forza.
Certo Rossini, con malizia e ironia, ci ricorda che l'amore è un "male universale", nell'unica aria dell'altro personaggio femminile dell'opera, Berta, la governante della casa di don Bartolo, in un'amara riflessione sulla vecchiaia, che stupisce in un giovane autore di ventiquattro anni. Ma Rossini sapeva che il matrimonio di Rosina non sarebbe stato poi così felice, che sarebbe stata regolarmente tradita da quel suo "fido sposo", come ci racconta Mozart nelle Nozze di Figaro. Forse Rosina, diventata ormai contessa, si pente di quel suo ardore giovanile, di quella sua decisione così fortemente voluta, ma certo non dimentica la sua forza e continua a essere colei che risolve le questioni, questa volta a dispetto del marito, come prima l'aveva fatto contro don Bartolo. Nel prequel rossiniano vediamo Rosina prima di essere la contessa e ne riconosciamo il carattere; e sappiamo che è stata lei a scegliere quel marito. E in Mozart la contessa continua a far scattare le sue trappole.
E noi maschi, che siamo gretti come don Bartolo o ci crediamo furbi come Figaro, dovremmo sperare che le nostre figlie fossero "vipere" come Rosina.
C'è questa giovane donna, così giovane da dover dipendere in tutto dal suo tutore. Non è libera di uscire, non è libera di vedere altre persone, specialmente altri uomini, se non i suoi insegnanti e il suo parrucchiere. E' prigioniera in casa, perché il suo tutore non vuole neppure che si affacci alle finestre. Ma questa giovane donna si innamora di qualcuno di cui, secondo le convenzioni, non dovrebbe innamorarsi. Nonostante questa cultura oppressiva in cui è cresciuta, questa giovane donna non è sottomessa, conosce le regole, accetta di rispettarle, ma vuole anche decidere della propria vita. Ama quel giovane, sa di esserne riamata e per questo è determinata nella sua decisione: quel giovane sarà suo. Questa giovane donna non vuole essere una ribelle, accetta le regole della società in cui vive, ma non è disposta ad accettare che altri decidano per lei. La vediamo lottare per raggiungere questo obiettivo, mettere a rischio la sua condizione, con una determinazione e una scaltrezza che stupiscono per una giovane di quell'età, che apparentemente conosce così poco delle cose del mondo, e alla fine ottiene quello per cui ha combattuto: quell'uomo sarà suo.
Sembra una storia di oggi, anche se purtroppo non sempre le giovani donne riescono a sconfiggere le costrizioni imposte loro dalla famiglia e dalla società in cui vivono. Per tante giovani donne è il maschio che decide che quella donna sarà sua, indipendentemente da quello che lei vuole. Invece è la trama del Barbiere di Siviglia, l'opera buffa musicata da Gioachino Rossini su libretto di Cesare Sterbini, scritta e andata in scena nel 1816, quando il congresso di Vienna era finito da meno di un anno ed era cominciato il tentativo di far finta che la rivoluzione francese non fosse mai scoppiata.
Naturalmente nei due atti del Barbiere succedono anche altre cose rispetto alla trama che ho raccontato io, ma sostanzialmente la storia è questa e la vera protagonista, a dispetto dei titoli - perché debuttò come Almaviva, o sia l'inutile precauzione - è Rosina e gli uomini, da Figaro al Conte, a don Bartolo agiscono perché agisce Rosina. Ed è lei che nell'aria Una voce poco fa ci racconta tutta la sua forza.
Certo Rossini, con malizia e ironia, ci ricorda che l'amore è un "male universale", nell'unica aria dell'altro personaggio femminile dell'opera, Berta, la governante della casa di don Bartolo, in un'amara riflessione sulla vecchiaia, che stupisce in un giovane autore di ventiquattro anni. Ma Rossini sapeva che il matrimonio di Rosina non sarebbe stato poi così felice, che sarebbe stata regolarmente tradita da quel suo "fido sposo", come ci racconta Mozart nelle Nozze di Figaro. Forse Rosina, diventata ormai contessa, si pente di quel suo ardore giovanile, di quella sua decisione così fortemente voluta, ma certo non dimentica la sua forza e continua a essere colei che risolve le questioni, questa volta a dispetto del marito, come prima l'aveva fatto contro don Bartolo. Nel prequel rossiniano vediamo Rosina prima di essere la contessa e ne riconosciamo il carattere; e sappiamo che è stata lei a scegliere quel marito. E in Mozart la contessa continua a far scattare le sue trappole.
E noi maschi, che siamo gretti come don Bartolo o ci crediamo furbi come Figaro, dovremmo sperare che le nostre figlie fossero "vipere" come Rosina.
domenica 24 marzo 2019
Verba volant (641): stupro...
Stupro, sost. m.
Uno dei capolavori assoluti della scultura di tutti i tempi, una delle opere più belle che continueremo per sempre a osservare con stupita ammirazione, è la descrizione di uno stupro: l'Apollo e Dafne che Gian Lorenzo Bernini - con la collaborazione di Giuliano Finelli, che creò le foglie e le radici - realizzò per la collezione del suo potente mecenate, il cardinale Scipione Borghese.
Bernini immortala nel marmo la storia raccontata da Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi, e in particolare il momento più difficile da rappresentare visivamente con una scultura, ossia quando il corpo della giovane Dafne comincia a trasformarsi in una pianta di alloro, proprio quando il dio l'ha raggiunta e comincia a toccarla.
E' nota la storia, almeno per come ce l'ha tramandata il più grande poeta dell'età augustea. Cupido, per vendicarsi di Apollo che l'ha deriso mentre si allenava con il suo arco - dicendogli che le armi sono una "cosa da uomini" - colpisce il dio con una freccia che scatena la sua passione, mentre ne scaglia un'altra contro la bellissima ninfa, figlia del fiume Peneo, che le fa rifiutare l'amore.
Ovidio descrive il lungo inseguimento di Apollo - ossia quello che succede prima del momento miracolosamente scolpito da Bernini - e credo meriti rileggere quei versi, che sono così tragicamente "moderni". Il dio che non riesce a raggiungere la giovane prima cerca di convincerla a fermarsi, usando l'argomento che lo sta facendo "per il suo bene": se continuerà a correre così - le sussurra mellifluo il dio - rischia di cadere e di farsi male. Poi, visto che Dafne continua la sua corsa, fa un'altra cosa che noi maschi facciamo - è la variante del "lei non sa chi sono io" - e le enumera i suoi titoli, le sue ricchezze, le fa capire che dovrebbe essere grata che uno come lui insegua una come lei e che quindi dovrebbe fermarsi. Apollo è davvero la quintessenza della parte peggiore di noi maschi e infatti nel momento in cui ghermisce il corpo di Dafne e si rende conto che si sta trasformando in una pianta, pronuncia la frase "sarai il mio albero". Dafne deve essere sua, a tutti i costi, viva o morta. Apollo è il maschio che considera la donna una sua proprietà.
E adesso torniamo a osservare la scena dello stupro come l'ha scolpito Bernini. L'avvocato di Apollo si sarebbe subito preso la briga di dire che non si tratta tecnicamente di stupro, perché evidentemente non c'è stata penetrazione, e magari un giudice avrebbe fatto notare che Dafne non avrebbe dovuta essere così provocatoriamente svestita, anche se è chiaro che la veste le sta cadendo nello sforzo di sfuggire alle mani del suo stupratore. E invece lo stupro c'è stato perché Apollo riesce a toccare il corpo di Dafne non ancora trasformato: ce lo fa vedere Bernini e ce lo racconta Ovidio, dicendo che riesce a sentire ancora il suo cuore che batte, pur attraverso la pelle che sta diventando corteccia, e che bacia quel corpo in trasformazione. E c'è lo stupro perché Dafne fa in tempo a sentire su di sé quella mano che la sta violando, quelle labbra che non voleva sentire: il dolore del suo volto è perché sente che lo stupro si sta consumando.
C'è ancora una violenza su Dafne nel racconto di Ovidio. Dopo la tirata di Apollo in cui spiega che da quel momento l'alloro diventerà la "sua" pianta e che servirà a cingere poeti e condottieri - quello che oggi fanno i neolaureati, per festeggiare l'inizio del periodo in cui saranno disoccupati - un alito di vento scuote i rami e Apollo - e purtroppo anche Ovidio - considera quel tremito naturale come un cenno di assenso. Il dio vuole che comunque Dafne dica sì.
Naturalmente noi dobbiamo continuare a guardare con meraviglia quella scultura di Bernini, come continueremo a leggere i versi levigatissimi di Ovidio. Ma non dobbiamo usare espressioni ipocrite: Apollo non è innamorato di Dafne, non la sta corteggiando. La sta stuprando, sta esercitando su di lei una violenza terribile. A Dafne dobbiamo, almeno noi, l'uso delle parole esatte.
Uno dei capolavori assoluti della scultura di tutti i tempi, una delle opere più belle che continueremo per sempre a osservare con stupita ammirazione, è la descrizione di uno stupro: l'Apollo e Dafne che Gian Lorenzo Bernini - con la collaborazione di Giuliano Finelli, che creò le foglie e le radici - realizzò per la collezione del suo potente mecenate, il cardinale Scipione Borghese.
Bernini immortala nel marmo la storia raccontata da Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi, e in particolare il momento più difficile da rappresentare visivamente con una scultura, ossia quando il corpo della giovane Dafne comincia a trasformarsi in una pianta di alloro, proprio quando il dio l'ha raggiunta e comincia a toccarla.
E' nota la storia, almeno per come ce l'ha tramandata il più grande poeta dell'età augustea. Cupido, per vendicarsi di Apollo che l'ha deriso mentre si allenava con il suo arco - dicendogli che le armi sono una "cosa da uomini" - colpisce il dio con una freccia che scatena la sua passione, mentre ne scaglia un'altra contro la bellissima ninfa, figlia del fiume Peneo, che le fa rifiutare l'amore.
Ovidio descrive il lungo inseguimento di Apollo - ossia quello che succede prima del momento miracolosamente scolpito da Bernini - e credo meriti rileggere quei versi, che sono così tragicamente "moderni". Il dio che non riesce a raggiungere la giovane prima cerca di convincerla a fermarsi, usando l'argomento che lo sta facendo "per il suo bene": se continuerà a correre così - le sussurra mellifluo il dio - rischia di cadere e di farsi male. Poi, visto che Dafne continua la sua corsa, fa un'altra cosa che noi maschi facciamo - è la variante del "lei non sa chi sono io" - e le enumera i suoi titoli, le sue ricchezze, le fa capire che dovrebbe essere grata che uno come lui insegua una come lei e che quindi dovrebbe fermarsi. Apollo è davvero la quintessenza della parte peggiore di noi maschi e infatti nel momento in cui ghermisce il corpo di Dafne e si rende conto che si sta trasformando in una pianta, pronuncia la frase "sarai il mio albero". Dafne deve essere sua, a tutti i costi, viva o morta. Apollo è il maschio che considera la donna una sua proprietà.
E adesso torniamo a osservare la scena dello stupro come l'ha scolpito Bernini. L'avvocato di Apollo si sarebbe subito preso la briga di dire che non si tratta tecnicamente di stupro, perché evidentemente non c'è stata penetrazione, e magari un giudice avrebbe fatto notare che Dafne non avrebbe dovuta essere così provocatoriamente svestita, anche se è chiaro che la veste le sta cadendo nello sforzo di sfuggire alle mani del suo stupratore. E invece lo stupro c'è stato perché Apollo riesce a toccare il corpo di Dafne non ancora trasformato: ce lo fa vedere Bernini e ce lo racconta Ovidio, dicendo che riesce a sentire ancora il suo cuore che batte, pur attraverso la pelle che sta diventando corteccia, e che bacia quel corpo in trasformazione. E c'è lo stupro perché Dafne fa in tempo a sentire su di sé quella mano che la sta violando, quelle labbra che non voleva sentire: il dolore del suo volto è perché sente che lo stupro si sta consumando.
C'è ancora una violenza su Dafne nel racconto di Ovidio. Dopo la tirata di Apollo in cui spiega che da quel momento l'alloro diventerà la "sua" pianta e che servirà a cingere poeti e condottieri - quello che oggi fanno i neolaureati, per festeggiare l'inizio del periodo in cui saranno disoccupati - un alito di vento scuote i rami e Apollo - e purtroppo anche Ovidio - considera quel tremito naturale come un cenno di assenso. Il dio vuole che comunque Dafne dica sì.
Naturalmente noi dobbiamo continuare a guardare con meraviglia quella scultura di Bernini, come continueremo a leggere i versi levigatissimi di Ovidio. Ma non dobbiamo usare espressioni ipocrite: Apollo non è innamorato di Dafne, non la sta corteggiando. La sta stuprando, sta esercitando su di lei una violenza terribile. A Dafne dobbiamo, almeno noi, l'uso delle parole esatte.
venerdì 22 marzo 2019
Verba volant (640): corbelleria...
Corbelleria, sost. f.
Lo so, è la seconda volta che scrivo su Verba volant contro Cacciari. A mia discolpa, posso solo dire che ha cominciato lui: non è colpa mia se dice spesso delle corbellerie. Una delle ultime in ordine di tempo è questa sua apodittica affermazione, detta immagino con il suo solito piglio professorale:
Lo so, è la seconda volta che scrivo su Verba volant contro Cacciari. A mia discolpa, posso solo dire che ha cominciato lui: non è colpa mia se dice spesso delle corbellerie. Una delle ultime in ordine di tempo è questa sua apodittica affermazione, detta immagino con il suo solito piglio professorale:
Se la gente avesse letto qualche libro in più oltre a Topolino, capirebbe molte cose.
Ho avuto la fortuna nella mia vita accademica di non aver mai dovuto leggere un libro del professor Cacciari e naturalmente non l'ho fatto neppure dopo, per puro diletto. Nonostante io e Cacciari condividiamo l'augusto titolo di filosofi - anche se io non esercito.
Invece ho avuto la fortuna di leggere moltissimi numeri di Topolino. Anche questo l'ho già raccontato da qualche altra parte di questo dizionario: io sono cresciuto nel contado bolognese, dentro un'edicola.
Quando io ero piccolo, nei primissimi anni Settanta, nelle edicole non c'erano molti fumetti, ma c'era Topolino. Ho un ricordo vivissimo del momento in cui Topolino arrivava, ogni settimana, a Quarto. Mentre praticamente tutto il resto che veniva venduto in edicola - dai giornali alle riviste - arrivava dal distributore la mattina intorno alle cinque - costringendo i miei nonni a delle quotidiane levatacce - Topolino arrivava all'ufficio postale. Non ho mai saputo perché - mi pare che succedesse anche con la Settimana enigmistica, ma la cosa mi interessava molto meno, come potete immaginare. Il mercoledì mattina mio nonno andava all'ufficio postale e prendeva il pacco di Topolino. Io spesso lo accompagnavo e agguantavo il giornalino prima di tutti: ero il primo a Quarto a poter leggere Topolino. Per un po' ero convinto di essere il primo al mondo a poter leggere Topolino.
Quando io ero piccolo, nei primissimi anni Settanta, nelle edicole non c'erano molti fumetti, ma c'era Topolino. Ho un ricordo vivissimo del momento in cui Topolino arrivava, ogni settimana, a Quarto. Mentre praticamente tutto il resto che veniva venduto in edicola - dai giornali alle riviste - arrivava dal distributore la mattina intorno alle cinque - costringendo i miei nonni a delle quotidiane levatacce - Topolino arrivava all'ufficio postale. Non ho mai saputo perché - mi pare che succedesse anche con la Settimana enigmistica, ma la cosa mi interessava molto meno, come potete immaginare. Il mercoledì mattina mio nonno andava all'ufficio postale e prendeva il pacco di Topolino. Io spesso lo accompagnavo e agguantavo il giornalino prima di tutti: ero il primo a Quarto a poter leggere Topolino. Per un po' ero convinto di essere il primo al mondo a poter leggere Topolino.
Come si dice, l'occasione fa uomo ladro. E' esattamente quello che è successo a me: crescere in un'edicola, con Topolino a disposizione, e Geppo, Tiramolla e i pochi altri che stavano nello scaffale dei fumetti - me lo ricordo con precisione dove stava quello scaffale, a distanza di una quarantina d'anni - ha fatto di me un precoce lettore. Di questo deve ringraziare certamente Topolino.
E devo dire che Topolino mi ha anche insegnato l'italiano: magari non riuscivo a capire cosa significassero esattamente pusillanime e villanzone, ma quel giornale stuzzicava sempre la mia curiosità. Perché Topolino era scritto in un bell'italiano, ricco e senza errori. E mi ha insegnato anche un po' di storia, visto che topi e paperi non disdegnavano di avventurarsi in epoche lontane. E la geografia, dato che viaggiavano moltissimo, viste le disponibilità finanziarie di Paperone.
Poffarbacco, se non ci fosse stato Topolino non sarei diventato neppure un filosofo.
Poffarbacco, se non ci fosse stato Topolino non sarei diventato neppure un filosofo.
giovedì 21 marzo 2019
Verba volant (639): poesia...
Poesia, sost. f.
Cos'è una poesia? Etimologicamente, risalendo al greco antico ποιέω - che significa fare - è una cosa fatta, una creazione. Al di là di questo, è però qualcosa difficile da definire, anche se tutti noi, compresi quelli che sono poco avvezzi alle poesie, probabilmente anche chi non ne mai letta una e perfino chi non sa proprio leggere, la saprebbe riconoscere, quando ne vedesse una. Sono quelle lettere in un rapporto del tutto particolare con il resto della pagina. Ovviamente una poesia è una cosa un po' più complessa di un insieme di parole al centro di uno spazio bianco, però la "cosa" poesia è in parte questo. In più una poesia è musica e qui quell'insieme di parole si apre magicamente all'infinito.
Borges - che aveva una particolare capacità di raccontare l'infinito - costruisce la sua infinita biblioteca, come l'insieme di tutti i possibili libri in cui si susseguono le sequenze dei venticinque simboli ortografici in tutte le loro possibili combinazioni. Dopo aver terminato questa terribile costruzione, geometrica e barocca, l'autore argentino si rende conto che
Cos'è una poesia? Etimologicamente, risalendo al greco antico ποιέω - che significa fare - è una cosa fatta, una creazione. Al di là di questo, è però qualcosa difficile da definire, anche se tutti noi, compresi quelli che sono poco avvezzi alle poesie, probabilmente anche chi non ne mai letta una e perfino chi non sa proprio leggere, la saprebbe riconoscere, quando ne vedesse una. Sono quelle lettere in un rapporto del tutto particolare con il resto della pagina. Ovviamente una poesia è una cosa un po' più complessa di un insieme di parole al centro di uno spazio bianco, però la "cosa" poesia è in parte questo. In più una poesia è musica e qui quell'insieme di parole si apre magicamente all'infinito.
Borges - che aveva una particolare capacità di raccontare l'infinito - costruisce la sua infinita biblioteca, come l'insieme di tutti i possibili libri in cui si susseguono le sequenze dei venticinque simboli ortografici in tutte le loro possibili combinazioni. Dopo aver terminato questa terribile costruzione, geometrica e barocca, l'autore argentino si rende conto che
a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d'un numero infinito di fogli infinitamente sottili.
Curiosamente Borges, che era cieco e quindi ascoltava le poesie invece di leggerle - e le dettava invece di scriverle - non immagina un'altra forma di infinito possibile, racchiuso questa volta in un solo verso. Scegliete voi un qualsiasi verso di una qualsiasi poesia e immaginate di ripeterlo molte volte nel corso della vostra vita: ogni volta quel verso sarà leggermente diverso, perché cambia lo strumento, cambia la vostra voce - che è diversa dalla mattina alla sera di uno stesso giorno ed è diversa quando siete bambini e quando siete vecchi - e soprattutto perché cambiate voi e ogni volta che recitate quel verso siete una persona diversa. E naturalmente cambia quel verso se lo recita un'altra persona, perché la sua voce è diversa dalla vostra e di qualunque altro essere vivente. E anche nell'epoca della riproducibilità infinita dei suoni, quandanche fosse possibile costruire degli strumenti così perfetti capaci di riprodurre quel verso ogni volta nello stesso identico modo, saremmo diversi noi che lo ascoltiamo e quindi quel verso sarebbe ancora ogni volta diverso. C'è un infinito in ogni verso di ogni poesia. Ed è qualcosa che a un tempo ci affascina e ci mette ansia, come muoversi negli infiniti corridoi della biblioteca di Borges.
E allora cambiamo la domanda, cambiando solo un articolo: cos'è la poesia? E qui è ancora più complicato, perché evidentemente non basta dire che è la capacità di fare poesie, anche se questa definizione che assimila il poeta a qualunque altro artigiano, a qualunque altro uomo capace di fare un oggetto, è etimologicamente esatta. Perché in fondo le poesie sono cose che noi uomini facciamo. Qualcuno è molto bravo a farle, qualcuno è meno bravo, qualcuno si crede bravo. Per qualcuno è il proprio lavoro, per altri è solo una passione. C'è un aspetto tecnico del fare poesia che è naturalmente ineludibile. Il calzolaio fa una cosa che serve proteggere i nostri piedi, il falegname fa una cosa che serve a farci sedere, e così via, il poeta fa una cosa che serve a comunicare, a raccontare. A volte, anche se credo molto raramente, una poesia serve solo a chi la scrive, ma in generale è un modo per costruire legami, per trasmettere idee o anche solo piacere.
La poesia è importante per chi la fa, ma anche per quelli per cui è fatta, ossia per tutti noi. C'è un piacere particolare quando scopriamo la poesia. E la poesia non la si trova solo nelle poesie, ma c'è una poesia nelle parole a cui noi dovremmo fare più attenzione. Adesso lo faccio raramente, ma a me piace leggere ad alta voce. Rileggo ad alta voce queste cose che voi leggete, per correggerle; studiavo ad alta voce, e ogni tanto sentivo - anche in un testo che non voleva essere poesia, che non doveva essere poesia - un qualcosa che non sapevo definire, ma che mi sembrava poesia. A volte è la semplice scelta di una parola piuttosto che un'altra o il modo per chiudere una frase.
Borges racconta che i bibliotecari passano la loro vita a cercare un libro e naturalmente questa ricerca è inutile e frustrante, perché è praticamente impossibile trovare un libro in una marea infinita di libri. Noi più semplicemente dobbiamo fare attenzione a quello che leggiamo - ma anche a quello che scriviamo - a quello che ascoltiamo - ma anche a quello che diciamo - perché, nascosto lì, da qualche parte, può esserci un po' di poesia. E per fortuna è molta più di quella che pensiamo e quindi la nostra ricerca non sarà così vana. Dobbiamo solo abituarci a riconoscerla.
p.s. buona Giornata mondiale della poesia...
lunedì 18 marzo 2019
Verba volant (638): coltello...
Coltello, sost. m.
Questa è la storia di una canzone, e anche il modo per raccontare, attraverso una canzone, un po' di storia del Novecento.
Questa è la storia di una canzone, e anche il modo per raccontare, attraverso una canzone, un po' di storia del Novecento.
volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie..
domenica 17 marzo 2019
Verba volant (637): massacro...
Massacro, sost. m.
Era il 16 marzo 1968 e mentre molto lontano dal villaggio di May Lai alcuni giovani cercavano di cambiare il mondo - o almeno pensavano di farlo - in quello sperduto angolo dell'Indocina altri loro coetanei uccidevano cinquecentoquattro civili inermi e disarmati, per lo più anziani, donne, bambini e neonati. Certo avevano avuto l'ordine di farlo dal loro comandante, il tenente William Calley, ma molti di loro si avventarono crudelmente contro quei "nemici" che non potevano difendersi - molti furono torturati, molte donne furono stuprate. Quei giovani soldati non solo non si opposero a un ordine palesemente ingiusto, ma lo eseguirono con incredibile e colpevole ferocia. Ci volle il coraggio di tre uomini, altri tre soldati, Hugh Thompson jr, Larry Colburn e Glenn Andreotta, che - resisi conto da bordo del loro elicottero di quello che stava succedendo - si misero tra i pochi vietnamiti ancora superstiti in fuga e i loro compagni d'arme, minacciandoli di aprire il fuoco, se non si fossero fermati.
Il massacro di May Lai è considerato uno spartiacque della guerra del Vietnam: le immagini che riuscirono ad arrivare negli Stati Uniti, i resoconti che furono fatti - per quanto ostacolati ed edulcorati dalle gerarchie militari e dai politici che volevano continuare quel conflitto - grazie, anche in questo caso, ai pochi soldati che decisero di non tacere, furono determinanti a cambiare i sentimenti dell'opinione pubblica. Gli Stati Uniti persero la guerra del Vietnam a May Lai.
Ma, al di là delle vicende politiche, perché quei ragazzi, nati alla fine della seconda guerra mondiale, figli di genitori che avevano combattuto quel lungo e terribile conflitto o comunque ne avevano subito, più o meno direttamente, le conseguenze, si fecero loro stessi carnefici? Perché diventarono come i nemici che i loro padri avevano sconfitto? La guerra è certamente un'esperienza terribile, inimmaginabile per chi - come noi - non l'ha provata sulla propria pelle, un'esperienza capace di renderci peggiori, di trasformarci, di farci perdere ogni umanità. I ragazzi che protestavano a Berkeley e quelli che uccidevano i civili a May Lai erano cresciuti nelle stesse città, nelle stesse famiglie, erano cresciuti ascoltando la stessa musica e guardando gli stessi film.
Al di là della retorica pacifista - molta della quale è la stessa di quella di quei ragazzi di cinquant'anni fa - credo che dovremmo ricordare questa lezione. Quando siamo in guerra, quando ci fanno essere in guerra, quando ci dicono - per qualsiasi motivo lo facciano - che proprio "quelli" sono i nostri nemici, quando ci costringono a combatterli, non possiamo sapere cosa ci succederà, non possiamo sapere se avremo la forza di fermarci di fronte a un ordine ingiusto o se addirittura ci abbandoneremo ai nostri istinti peggiori, magari per un mal riposto sentimento di vendetta, perché abbiamo visto morire un nostro amico, un nostro compagno. Impariamo a riconoscere la "cultura del nemico" e a difenderci dai suoi messaggi più subdoli.
Anche chi, come me, crede che il conflitto sia inevitabile e che verrà un giorno lontano in cui finalmente i nostri figli e i nostri nipoti combatteranno di nuovo, in un conflitto che non sarà più per il controllo di risorse economiche, per il possesso di un pezzo di terra, ma per il potere, in una guerra rivoluzionaria e di classe, sa che comunque anche quella guerra sarà crudele, come tutte le guerre. Anche una guerra "giusta" è crudele, come ben sanno i nostri padri e i nostri nonni che hanno combattuto contro il nazifascismo e che hanno visto alcune cose che non vogliono raccontare, anche se non possono dimenticare. Anche questo dovremo imparare a riconoscere: per riuscire a difenderci.
p.s. Questa foto è stata scattata dal fotografo dell'esercito Ronald L. Haerberle quel giorno a May Lai.
Era il 16 marzo 1968 e mentre molto lontano dal villaggio di May Lai alcuni giovani cercavano di cambiare il mondo - o almeno pensavano di farlo - in quello sperduto angolo dell'Indocina altri loro coetanei uccidevano cinquecentoquattro civili inermi e disarmati, per lo più anziani, donne, bambini e neonati. Certo avevano avuto l'ordine di farlo dal loro comandante, il tenente William Calley, ma molti di loro si avventarono crudelmente contro quei "nemici" che non potevano difendersi - molti furono torturati, molte donne furono stuprate. Quei giovani soldati non solo non si opposero a un ordine palesemente ingiusto, ma lo eseguirono con incredibile e colpevole ferocia. Ci volle il coraggio di tre uomini, altri tre soldati, Hugh Thompson jr, Larry Colburn e Glenn Andreotta, che - resisi conto da bordo del loro elicottero di quello che stava succedendo - si misero tra i pochi vietnamiti ancora superstiti in fuga e i loro compagni d'arme, minacciandoli di aprire il fuoco, se non si fossero fermati.
Il massacro di May Lai è considerato uno spartiacque della guerra del Vietnam: le immagini che riuscirono ad arrivare negli Stati Uniti, i resoconti che furono fatti - per quanto ostacolati ed edulcorati dalle gerarchie militari e dai politici che volevano continuare quel conflitto - grazie, anche in questo caso, ai pochi soldati che decisero di non tacere, furono determinanti a cambiare i sentimenti dell'opinione pubblica. Gli Stati Uniti persero la guerra del Vietnam a May Lai.
Ma, al di là delle vicende politiche, perché quei ragazzi, nati alla fine della seconda guerra mondiale, figli di genitori che avevano combattuto quel lungo e terribile conflitto o comunque ne avevano subito, più o meno direttamente, le conseguenze, si fecero loro stessi carnefici? Perché diventarono come i nemici che i loro padri avevano sconfitto? La guerra è certamente un'esperienza terribile, inimmaginabile per chi - come noi - non l'ha provata sulla propria pelle, un'esperienza capace di renderci peggiori, di trasformarci, di farci perdere ogni umanità. I ragazzi che protestavano a Berkeley e quelli che uccidevano i civili a May Lai erano cresciuti nelle stesse città, nelle stesse famiglie, erano cresciuti ascoltando la stessa musica e guardando gli stessi film.
Al di là della retorica pacifista - molta della quale è la stessa di quella di quei ragazzi di cinquant'anni fa - credo che dovremmo ricordare questa lezione. Quando siamo in guerra, quando ci fanno essere in guerra, quando ci dicono - per qualsiasi motivo lo facciano - che proprio "quelli" sono i nostri nemici, quando ci costringono a combatterli, non possiamo sapere cosa ci succederà, non possiamo sapere se avremo la forza di fermarci di fronte a un ordine ingiusto o se addirittura ci abbandoneremo ai nostri istinti peggiori, magari per un mal riposto sentimento di vendetta, perché abbiamo visto morire un nostro amico, un nostro compagno. Impariamo a riconoscere la "cultura del nemico" e a difenderci dai suoi messaggi più subdoli.
Anche chi, come me, crede che il conflitto sia inevitabile e che verrà un giorno lontano in cui finalmente i nostri figli e i nostri nipoti combatteranno di nuovo, in un conflitto che non sarà più per il controllo di risorse economiche, per il possesso di un pezzo di terra, ma per il potere, in una guerra rivoluzionaria e di classe, sa che comunque anche quella guerra sarà crudele, come tutte le guerre. Anche una guerra "giusta" è crudele, come ben sanno i nostri padri e i nostri nonni che hanno combattuto contro il nazifascismo e che hanno visto alcune cose che non vogliono raccontare, anche se non possono dimenticare. Anche questo dovremo imparare a riconoscere: per riuscire a difenderci.
p.s. Questa foto è stata scattata dal fotografo dell'esercito Ronald L. Haerberle quel giorno a May Lai.
sabato 16 marzo 2019
Verba volant (636): religione...
Religione, sost. f.
Credo ci faccia bene ripensare a quanto ci ha raccontato Umberto Eco con Il nome della rosa, anche se attraverso una versione incredibilmente noiosa come quella che ci propina in queste settimane la Rai. Tra le tante cose che ci sono in quella storia complessa, c'è la descrizione di un mondo, il nostro mondo, in cui solo pochi secoli fa, si poteva morire - tra le molte cause per cui si può morire - perché il "mio" dio non è uguale al "tuo". E non serviva essere straniero, non era necessario essere venuto da un paese lontano, ci si uccideva tra italiani, tra francesi, tra inglesi, tra tedeschi, perché non solo il "mio" dio è diverso dal "tuo", ma perché il "mio" è migliore - o almeno il "tuo" è certamente peggiore - e quindi bisogna che anche tu ti convinca ad adorarlo. Per secoli in Europa, in Italia, si è combattuta questa terribile guerra civile, italiani contro italiani, per decidere quale dio far vincere.
In Nuova Zelanda, in una normale mattina di marzo, si è svolta una nuova tragica battaglia di questa guerra che sembra infinita: neozelandesi contro neozelandesi, per affermare che il "mio" dio non vuole che tu preghi il "tuo".
Noi che non crediamo, noi che - dopo aver sentito queste notizie - ci consideriamo fortunati perché non crediamo, non possiamo però far finta di nulla, dire che non è un problema nostro. Intanto perché anche uno di noi atei rischia di finire in mezzo alla loro guerra. Ma soprattutto perché anche noi abbiamo trovato i nostri motivi per uccidere gli altri: perché hai la pelle diversa dalla mia, perché parli un'altra lingua, perché la pensi diversamente da me, e quindi sbagli.
So che molti di voi si illudono che un mondo senza religioni sarebbe migliore. Sarebbe comunque un mondo fatto di uomini, che troverebbero altre ragioni per cercare di sopraffarsi.
Non è chiara quale sia l'etimologia della parola religione. Secondo alcuni deriva dal verbo latino religere, che significa letteralmente continuare a scegliere e quindi in maniera figurata cercare con attenzione; secondo altri deriva dal verbo religare, ossia unire insieme. Vanno bene entrambi i significati, perché le persone che credono si uniscono scegliendo qualcuno o qualcosa a cui dedicare tutta la loro attenzione. E' qualcosa che non possiamo impedire: chi ha cercato di farlo, a prezzo di crimini indicibili, è stato sempre sconfitto. Però dovremmo chiedere a chi crede di fare uno sforzo, di prestare etimologicamente attenzione agli altri, di più rispetto a quello che già fa, e lo stesso sforzo dovremmo farlo anche noi. Nella consapevolezza che, per quanto fatichiamo a farlo, siamo costretti a essere uniti.
Credo dovremmo tutti - anche noi atei - partire da un punto essenziale, ossia quello di non voler essere maggioranza. So che è complicato, perché è naturale avere la voglia di convincere gli altri della bontà delle nostre idee. Eppure credo che dovremmo farlo, considerandoci sempre come una minoranza, indipendentemente da quanti siamo.
Proviamo a pensarci come una minoranza e scopriremo quanto è difficile esserlo, anche vivendo da secoli nel nostro paese, condividendo con gli altri il colore della pelle, la lingua, le tradizioni. Proviamo a immaginarci stranieri nel paese in cui siamo nati, in cui sono nati i nostri genitori e i nostri nonni. Forse capiremo come deve sentirsi chi è straniero davvero, chi ha un colore di pelle diverso, chi parla un'altra lingua, quando si trova a essere minoranza in un paese, la cui maggioranza gli è, più o meno esplicitamente, ostile. Proviamo a partire da qui, da questa doppia idea di minoranza, per cominciare a sconfiggere le pulsioni, sempre latenti, del conflitto, in cui anche noi fatalmente cadiamo. Se ci pensassimo come minoranze che vogliono rimanere tali? Che hanno paura di esserlo - ogni minoranza sente questa ansia - ma che riconoscono la loro stessa paura nelle altre? Continueremmo a essere uomini, con tutti i nostri terribili difetti, ma forse da questo incontro di minoranze che vogliono rimanere tali, il mondo sarebbe un po' meno pericoloso. Almeno per i nostri figli.
Credo ci faccia bene ripensare a quanto ci ha raccontato Umberto Eco con Il nome della rosa, anche se attraverso una versione incredibilmente noiosa come quella che ci propina in queste settimane la Rai. Tra le tante cose che ci sono in quella storia complessa, c'è la descrizione di un mondo, il nostro mondo, in cui solo pochi secoli fa, si poteva morire - tra le molte cause per cui si può morire - perché il "mio" dio non è uguale al "tuo". E non serviva essere straniero, non era necessario essere venuto da un paese lontano, ci si uccideva tra italiani, tra francesi, tra inglesi, tra tedeschi, perché non solo il "mio" dio è diverso dal "tuo", ma perché il "mio" è migliore - o almeno il "tuo" è certamente peggiore - e quindi bisogna che anche tu ti convinca ad adorarlo. Per secoli in Europa, in Italia, si è combattuta questa terribile guerra civile, italiani contro italiani, per decidere quale dio far vincere.
In Nuova Zelanda, in una normale mattina di marzo, si è svolta una nuova tragica battaglia di questa guerra che sembra infinita: neozelandesi contro neozelandesi, per affermare che il "mio" dio non vuole che tu preghi il "tuo".
Noi che non crediamo, noi che - dopo aver sentito queste notizie - ci consideriamo fortunati perché non crediamo, non possiamo però far finta di nulla, dire che non è un problema nostro. Intanto perché anche uno di noi atei rischia di finire in mezzo alla loro guerra. Ma soprattutto perché anche noi abbiamo trovato i nostri motivi per uccidere gli altri: perché hai la pelle diversa dalla mia, perché parli un'altra lingua, perché la pensi diversamente da me, e quindi sbagli.
So che molti di voi si illudono che un mondo senza religioni sarebbe migliore. Sarebbe comunque un mondo fatto di uomini, che troverebbero altre ragioni per cercare di sopraffarsi.
Non è chiara quale sia l'etimologia della parola religione. Secondo alcuni deriva dal verbo latino religere, che significa letteralmente continuare a scegliere e quindi in maniera figurata cercare con attenzione; secondo altri deriva dal verbo religare, ossia unire insieme. Vanno bene entrambi i significati, perché le persone che credono si uniscono scegliendo qualcuno o qualcosa a cui dedicare tutta la loro attenzione. E' qualcosa che non possiamo impedire: chi ha cercato di farlo, a prezzo di crimini indicibili, è stato sempre sconfitto. Però dovremmo chiedere a chi crede di fare uno sforzo, di prestare etimologicamente attenzione agli altri, di più rispetto a quello che già fa, e lo stesso sforzo dovremmo farlo anche noi. Nella consapevolezza che, per quanto fatichiamo a farlo, siamo costretti a essere uniti.
Credo dovremmo tutti - anche noi atei - partire da un punto essenziale, ossia quello di non voler essere maggioranza. So che è complicato, perché è naturale avere la voglia di convincere gli altri della bontà delle nostre idee. Eppure credo che dovremmo farlo, considerandoci sempre come una minoranza, indipendentemente da quanti siamo.
Proviamo a pensarci come una minoranza e scopriremo quanto è difficile esserlo, anche vivendo da secoli nel nostro paese, condividendo con gli altri il colore della pelle, la lingua, le tradizioni. Proviamo a immaginarci stranieri nel paese in cui siamo nati, in cui sono nati i nostri genitori e i nostri nonni. Forse capiremo come deve sentirsi chi è straniero davvero, chi ha un colore di pelle diverso, chi parla un'altra lingua, quando si trova a essere minoranza in un paese, la cui maggioranza gli è, più o meno esplicitamente, ostile. Proviamo a partire da qui, da questa doppia idea di minoranza, per cominciare a sconfiggere le pulsioni, sempre latenti, del conflitto, in cui anche noi fatalmente cadiamo. Se ci pensassimo come minoranze che vogliono rimanere tali? Che hanno paura di esserlo - ogni minoranza sente questa ansia - ma che riconoscono la loro stessa paura nelle altre? Continueremmo a essere uomini, con tutti i nostri terribili difetti, ma forse da questo incontro di minoranze che vogliono rimanere tali, il mondo sarebbe un po' meno pericoloso. Almeno per i nostri figli.
mercoledì 13 marzo 2019
Verba volant (635): pedofilo...
Pedofilo, sost. m.
La notizia della condanna di George Pell è stata accolta da tantissimi con malcelata soddisfazione. Il popolo gode sempre quando vede la caduta di un potente; se poi questo potente è anche un prete, uno di quelli che ci faceva la morale, uno di quelli che ci diceva cosa dovevamo o non dovevamo fare, la gioia è ancora più grande. E poi c'è il torbido di uno scandalo sessuale: non potevamo chiedere di meglio per soddisfare la nostra sete di voyeuristica vendetta. E così ci dimentichiamo di coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di questa brutta vicenda, ossia quei ragazzini che sono stati le vittime di questo personaggio. Siamo così felici di vedere il potente cardinale arrestato che non pensiamo a quelle vittime: francamente credo che avremmo dovuto sperare che quei due ragazzini non avessero sofferto quello che hanno dovuto soffrire e di cui porteranno sempre le conseguenze.E la contentezza per l'arresto di Pell ci impedisce anche di pensare a cosa davvero è successo, a cosa purtroppo continuamente succede. Soprattutto ci impedisce di pensare alla pedofilia che c'è intorno a noi, anche vicino a noi. Tutti conoscete la storia del dottor Jekyll e del signor Hyde, scritta a fine Ottocento dallo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson e spesso banalizzata nella cultura popolare del Novecento, dai film ai fumetti, fino ai cartoni animati per i bambini. Io ho sempre pensato che il vero "cattivo" della storia non sia Edward Hyde: quello di cui dobbiamo davvero aver paura è il "buon" dottor Jekyll. Da uno come Hyde stiamo istintivamente lontani, ma invece ci fidiamo di uno come Jekyll, arriviamo ad affidargli la nostra vita e quella dei nostri figli. Dobbiamo avere paura di Jekyll perché è come noi.
E infatti quanto della cattiveria di Jekyll c'è in ciascuno di noi? La pedofilia, le violenze sessuali verso i bambini e le bambine sono probabilmente sempre esistiti. Non sono uno psicologo e non so cosa porti alcuni di noi a provare piacere in questo modo, che a tanti altri sembra aberrante. C'è naturalmente una responsabilità personale fortissima delle singole persone che si piegano a questi impulsi e credo che la società debba trovare i mezzi idonei a punirli, con tutta la severità possibile. Ma questa responsabilità è anche nostra, ossia di chi non ha questi impulsi o, se li ha da qualche parte nel proprio inconscio, riesce a dominarli e a non farli mai emergere.
La nostra società non riesce a fare i conti con la sessualità, non riesce a fare i conti con il corpo della donna. Non serve acquistare le riviste pornografiche, basta sfogliare un qualsiasi giornale per trovarci davanti a un modello femminile di donna sempre bellissima, sempre giovane, sempre disponibile, che viene usata per indurci ad acquistare qualsiasi prodotto. Non è necessario cercare siti particolari nella rete, basta guardare i video musicali condivisi su Youtube per vedere immagini costruite apposta per sollecitare la nostra sessualità, anche nei suoi aspetti più morbosi.
Abbiamo ormai accettato questo continuo bombardamento di immagini, di allusioni, di promesse, che credo mettano in difficoltà chi è più debole, chi è più giovane, chi non ha una compagna o un compagno con cui riuscire a esprimere la gioia e la bellezza di un rapporto fisico da entrambi voluto e condiviso. E fatalmente si sposta sempre più il livello di ciò che è proibito, con tutto il fascino perverso che questo si porta con sé.
Ripeto, così come la società patriarcale e autoritaria di alcuni decenni fa non giustificava la violenza domestica contro le donne e non toglie responsabilità agli uomini che hanno esercitato questa violenza, così la nostra società così apparentemente disinibita non può servire da alibi per chi non riesce a contenere i propri impulsi di violenza, verso le donne o verso i bambini. La responsabilità personale rimane, ma dobbiamo anche fare qualcosa per insegnare ai nostri figli che esiste una sessualità diversa, fatta di reciproca intesa, di accettazione tra pari, che quindi esclude la pedofilia, dove sempre c'è violenza, perché c'è troppa differenza tra le due persone, tra le diverse consapevolezze con cui affrontano quel rapporto. E forse anche la chiesa dovrebbe insegnare ai preti a pensare alla propria sessualità.
Dobbiamo chiedere aiuto alle donne, ma dobbiamo cominciare noi uomini a riflettere su questo tema, anche a costo di scontrarci. Un amico che si vanta delle sue "conquiste" sempre più giovani non è qualcuno da invidiare, ma uno da mettere fuori dalla cerchia delle proprie amicizie, provandogli a spiegare perché sta sbagliando. Un collega che ci racconta le sue "avventure" con le prostitute, magari in un viaggio in un paradiso tropicale, non è qualcuno da ammirare, ma uno da evitare. Non è questione di essere moralisti, ma bisogna cercare di andare controcorrente rispetto a un mondo che va, purtroppo, in una direzione che non ci piace.
A noi ogni giorno può capitare di salutare o di stringere la mano al dottor Jekyll, di salutare o di stringere la mano a un pedofilo, non possiamo evitare di farlo temo, perché in molti casi è impossibile da capire. Ma possiamo - dobbiamo - fare qualcosa perché quelle persone non continuino a trasmettere il proprio modello. Prima di tutto facendo vincere un modello diverso di società, in cui la sessualità è un aspetto bello della vita e in cui le donne non sono oggetti dei maschi. Dobbiamo chiedere ai maschi di fare i conti con il Jekyll che è in loro, partendo dal Jekyll che è in noi.
E infatti quanto della cattiveria di Jekyll c'è in ciascuno di noi? La pedofilia, le violenze sessuali verso i bambini e le bambine sono probabilmente sempre esistiti. Non sono uno psicologo e non so cosa porti alcuni di noi a provare piacere in questo modo, che a tanti altri sembra aberrante. C'è naturalmente una responsabilità personale fortissima delle singole persone che si piegano a questi impulsi e credo che la società debba trovare i mezzi idonei a punirli, con tutta la severità possibile. Ma questa responsabilità è anche nostra, ossia di chi non ha questi impulsi o, se li ha da qualche parte nel proprio inconscio, riesce a dominarli e a non farli mai emergere.
La nostra società non riesce a fare i conti con la sessualità, non riesce a fare i conti con il corpo della donna. Non serve acquistare le riviste pornografiche, basta sfogliare un qualsiasi giornale per trovarci davanti a un modello femminile di donna sempre bellissima, sempre giovane, sempre disponibile, che viene usata per indurci ad acquistare qualsiasi prodotto. Non è necessario cercare siti particolari nella rete, basta guardare i video musicali condivisi su Youtube per vedere immagini costruite apposta per sollecitare la nostra sessualità, anche nei suoi aspetti più morbosi.
Abbiamo ormai accettato questo continuo bombardamento di immagini, di allusioni, di promesse, che credo mettano in difficoltà chi è più debole, chi è più giovane, chi non ha una compagna o un compagno con cui riuscire a esprimere la gioia e la bellezza di un rapporto fisico da entrambi voluto e condiviso. E fatalmente si sposta sempre più il livello di ciò che è proibito, con tutto il fascino perverso che questo si porta con sé.
Ripeto, così come la società patriarcale e autoritaria di alcuni decenni fa non giustificava la violenza domestica contro le donne e non toglie responsabilità agli uomini che hanno esercitato questa violenza, così la nostra società così apparentemente disinibita non può servire da alibi per chi non riesce a contenere i propri impulsi di violenza, verso le donne o verso i bambini. La responsabilità personale rimane, ma dobbiamo anche fare qualcosa per insegnare ai nostri figli che esiste una sessualità diversa, fatta di reciproca intesa, di accettazione tra pari, che quindi esclude la pedofilia, dove sempre c'è violenza, perché c'è troppa differenza tra le due persone, tra le diverse consapevolezze con cui affrontano quel rapporto. E forse anche la chiesa dovrebbe insegnare ai preti a pensare alla propria sessualità.
Dobbiamo chiedere aiuto alle donne, ma dobbiamo cominciare noi uomini a riflettere su questo tema, anche a costo di scontrarci. Un amico che si vanta delle sue "conquiste" sempre più giovani non è qualcuno da invidiare, ma uno da mettere fuori dalla cerchia delle proprie amicizie, provandogli a spiegare perché sta sbagliando. Un collega che ci racconta le sue "avventure" con le prostitute, magari in un viaggio in un paradiso tropicale, non è qualcuno da ammirare, ma uno da evitare. Non è questione di essere moralisti, ma bisogna cercare di andare controcorrente rispetto a un mondo che va, purtroppo, in una direzione che non ci piace.
A noi ogni giorno può capitare di salutare o di stringere la mano al dottor Jekyll, di salutare o di stringere la mano a un pedofilo, non possiamo evitare di farlo temo, perché in molti casi è impossibile da capire. Ma possiamo - dobbiamo - fare qualcosa perché quelle persone non continuino a trasmettere il proprio modello. Prima di tutto facendo vincere un modello diverso di società, in cui la sessualità è un aspetto bello della vita e in cui le donne non sono oggetti dei maschi. Dobbiamo chiedere ai maschi di fare i conti con il Jekyll che è in loro, partendo dal Jekyll che è in noi.
domenica 10 marzo 2019
Verba volant (634): jazz...
Jazz, sost. m.
La sala grande del Palace Hotel è strapiena: è arrivata gente da tutta Chicago per ascoltare ancora una volta la "banda", che si è riunita - forse per l'ultima volta - per quell'occasione speciale. E ci sono proprio tutti, anche quelli che non sono interessati allo spettacolo: i Good Ole Boys, i nazisti dell'Illinois, e soprattutto, tanti, tanti poliziotti.
La sala grande del Palace Hotel è strapiena: è arrivata gente da tutta Chicago per ascoltare ancora una volta la "banda", che si è riunita - forse per l'ultima volta - per quell'occasione speciale. E ci sono proprio tutti, anche quelli che non sono interessati allo spettacolo: i Good Ole Boys, i nazisti dell'Illinois, e soprattutto, tanti, tanti poliziotti.
volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie..
venerdì 8 marzo 2019
Verba volant (633): soubrette...
Soubrette, sost. f.
Una delle pochissime cose in cui il fascismo ebbe davvero poco successo fu la cosiddetta autarchia linguistica: perché le parole sono più forti di qualsiasi regime.
Soubrette è una di queste. I fascisti tentarono di chiamare "brillanti" quelle giovani attrici che illuminavano con la loro bellezza il teatro di rivista, ma quella parola francese, di antica derivazione provenzale e la cui etimologia richiama l'idea di eccesso e di superfluo, superò la guerra e arrivò in televisione, negli spettacoli di varietà della Rai.
E una delle ragioni per cui guardiamo ancora quegli spettacoli televisivi di anni ormai lontani - e ci piacciono - è anche perché ci piacciono ancora quelle soubrettes, perché erano belle e perché erano brave. Potevano anche non essere bellissime - anche se certo non erano mai brutte - ma certamente non potevano essere poco brave. Potevi essere molto bella, ma se non sapevi cantare, ballare e recitare con disinvoltura su un palcoscenico, non diventavi una soubrette. Era l'Italia artigiana del miracolo economico, in cui anche tra i lavoratori dello spettacolo vigevano le stesse regole che valevano nella società e nel mondo del lavoro: valevi per quello che sapevi fare.
Credo che non me vorrà Lorella Cuccarini, se dico che ormai è una donna matura - siamo più o meno coetanei - che invecchia con grazia. Lorella Cuccarini non è più una soubrette. Non si tratta di un dato anagrafico, ma di una pura constatazione. Non può essere una soubrette, perché le soubrettes non esistono più, perché non esistono più gli spettacoli in cui sia richiesto saper cantare, ballare, recitare, perché non serve più saper fare qualcosa. Sei bella, o meglio molto bella: sei un personaggio televisivo, non serve altro.
Mi è capitato di vedere un bel documentario su Ava Gardner. Quando Louis B. Mayer - ossia la seconda M della Mgm - vide il suo primo provino, pare abbia detto:
Oggi nessuno avrebbe chiesto ad Ava Gardner di studiare - e lei, che era pigra, ne sarebbe stata felice. Chissà se però le sarebbe bastato essere Ava Gardner. Perché lei era bella in un suo modo particolare, come erano belle, pur essendo assolutamente diverse l'una dall'altra, Lana Turner, Lauren Bacall, Rita Hayworth, per citarne solo alcune di quegli anni favolosi. Oggi le giovani che non devono saper fare nulla, devono anche essere tutte uguali, perché viviamo nel tempo della bellezza omologata e costruita.
Mi rendo conto di essere andato un po' fuori tema, perché avevo cominciato a scrivere questa definizione solo per rispondere a una domanda: una soubrette può essere di destra? Certo, come qualunque altra donna che lavora.
Lorella Cuccarini dice delle cose sbagliate? Personalmente penso di sì, e qualcuna anche grossolanamente stupida. Sapete che io non sono un democratico, non credo a quella cazzata che mettono in bocca all'incolpevole Voltaire sul fatto che si può anche morire per difendere il diritto di tutti di parlare. Non difendo il diritto di Lorella Cuccarini di essere di destra, ma mi fa davvero arrabbiare la sufficienza con cui molti ribattono a quello che dice: tanto è una soubrette, tanto è una donna, cosa ne volete che capisca di politica.
Visto che è anche incidentalmente l'otto marzo, difendiamo il diritto delle donne di dire cose stupide. Di fare il proprio lavoro. E anche di essere belle per come lo sono.
Una delle pochissime cose in cui il fascismo ebbe davvero poco successo fu la cosiddetta autarchia linguistica: perché le parole sono più forti di qualsiasi regime.
Soubrette è una di queste. I fascisti tentarono di chiamare "brillanti" quelle giovani attrici che illuminavano con la loro bellezza il teatro di rivista, ma quella parola francese, di antica derivazione provenzale e la cui etimologia richiama l'idea di eccesso e di superfluo, superò la guerra e arrivò in televisione, negli spettacoli di varietà della Rai.
E una delle ragioni per cui guardiamo ancora quegli spettacoli televisivi di anni ormai lontani - e ci piacciono - è anche perché ci piacciono ancora quelle soubrettes, perché erano belle e perché erano brave. Potevano anche non essere bellissime - anche se certo non erano mai brutte - ma certamente non potevano essere poco brave. Potevi essere molto bella, ma se non sapevi cantare, ballare e recitare con disinvoltura su un palcoscenico, non diventavi una soubrette. Era l'Italia artigiana del miracolo economico, in cui anche tra i lavoratori dello spettacolo vigevano le stesse regole che valevano nella società e nel mondo del lavoro: valevi per quello che sapevi fare.
Credo che non me vorrà Lorella Cuccarini, se dico che ormai è una donna matura - siamo più o meno coetanei - che invecchia con grazia. Lorella Cuccarini non è più una soubrette. Non si tratta di un dato anagrafico, ma di una pura constatazione. Non può essere una soubrette, perché le soubrettes non esistono più, perché non esistono più gli spettacoli in cui sia richiesto saper cantare, ballare, recitare, perché non serve più saper fare qualcosa. Sei bella, o meglio molto bella: sei un personaggio televisivo, non serve altro.
Mi è capitato di vedere un bel documentario su Ava Gardner. Quando Louis B. Mayer - ossia la seconda M della Mgm - vide il suo primo provino, pare abbia detto:
Non sa recitare, non sa neanche parlare: è assolutamente fantastica.E nonostante questo lusinghiero giudizio di uno degli uomini più importanti e potenti di Hollywood ci vollero diversi anni, di cui molti trascorsi nella scuola di recitazione della Metro, prima che Ava Gardner diventasse una diva. Non diventò mai una grandissima attrice - forse non lo voleva nemmeno - ma ha interpretato grandi film. E in questo modo oggi di lei ricordiamo non solo la sconvolgente bellezza ipnotica.
Oggi nessuno avrebbe chiesto ad Ava Gardner di studiare - e lei, che era pigra, ne sarebbe stata felice. Chissà se però le sarebbe bastato essere Ava Gardner. Perché lei era bella in un suo modo particolare, come erano belle, pur essendo assolutamente diverse l'una dall'altra, Lana Turner, Lauren Bacall, Rita Hayworth, per citarne solo alcune di quegli anni favolosi. Oggi le giovani che non devono saper fare nulla, devono anche essere tutte uguali, perché viviamo nel tempo della bellezza omologata e costruita.
Mi rendo conto di essere andato un po' fuori tema, perché avevo cominciato a scrivere questa definizione solo per rispondere a una domanda: una soubrette può essere di destra? Certo, come qualunque altra donna che lavora.
Lorella Cuccarini dice delle cose sbagliate? Personalmente penso di sì, e qualcuna anche grossolanamente stupida. Sapete che io non sono un democratico, non credo a quella cazzata che mettono in bocca all'incolpevole Voltaire sul fatto che si può anche morire per difendere il diritto di tutti di parlare. Non difendo il diritto di Lorella Cuccarini di essere di destra, ma mi fa davvero arrabbiare la sufficienza con cui molti ribattono a quello che dice: tanto è una soubrette, tanto è una donna, cosa ne volete che capisca di politica.
Visto che è anche incidentalmente l'otto marzo, difendiamo il diritto delle donne di dire cose stupide. Di fare il proprio lavoro. E anche di essere belle per come lo sono.
mercoledì 6 marzo 2019
Verba volant (632): moglie...
Moglie, sost. f.
Andromaca non amava il potere. Certo era consapevole di essere la figlia di un re e le era stato insegnato, fin da quando era bambina, che un giorno sarebbe stata la sposa di un re e poi la madre di un re. Andromaca non era una ribelle, aveva sempre fatto quello che suo padre le aveva detto di fare e allo stesso modo avrebbe fatto quello che il suo sposo le avrebbe detto di fare; perché pensava che fosse giusto così, perché credeva che quello fosse l'ordine delle cose, perché sua madre le aveva detto di fare così. Non le pesava essere una sposa, ma non avrebbe voluto essere una regina.
E fu per questo che amò immediatamente quel giovane che suo padre Eezione e Priamo avevano deciso che diventasse suo marito, perché aveva capito che anche lui non voleva essere re. Lo sarebbe diventato, era quello il suo destino, ma non era quello che Ettore davvero voleva.
La principessa Andromaca non amava il potere. E per questo lei ed Ecuba non riuscirono mai a capirsi, a parlarsi, perché la regina di Troia era una donna che amava il potere, che voleva esercitarlo. E lo sapeva fare. E pensava anche che quella donna della Cilicia avesse una cattiva influenza su suo figlio. Andromaca invece voleva bene a quella giovane ragazza di Sparta che Paride aveva portato a corte e fatto diventare sua sposa. Le altre donne di Troia la evitavano, parlavano male di lei, ma Andromaca sapeva bene che non era certo a causa sua se era scoppiata quella guerra che sarebbe durata tanto a lungo. Era colpa degli uomini che volevano sempre più potere, e le ricchezze che passavano dallo stretto. Andromaca sentiva che Elena in fondo era come lei, era forse un po' sciocca, un po' troppo presa dalla propria bellezza, ma erano difetti di gioventù: la sposa di Ettore sapeva che alla fine anche la figlia di Leda avrebbe capito.
Più il tempo passava, più la guerra andava avanti, sempre uguale a se stessa, più Andromaca si rendeva conto che non detestava tanto il potere quanto il modo in cui i maschi lo esercitavano. Pensava alla spose rimaste nelle città greche, si chiedeva se fossero come lei oppure come Ecuba, se volevano quella guerra o la subivano. E si immaginava che Astianatte potesse crescere in un mondo diverso da quello in cui era cresciuto suo padre e suo nonno prima di lui. In un mondo in cui magari non ci fosse neppure il bisogno che lui diventasse un re, un mondo senza re. Pensava che questa cosa di diventare re era proprio una cosa da maschi. Come la guerra.
Andromaca era esausta della guerra. Guardava suo figlio, guardava le bambine e i bambini di Troia e pensava che era terribile che crescessero in mezzo a un conflitto, e che quella guerra era pericolosa non perché potevano morire ogni giorno, ma perché correvano il rischio di sopravvivere. Con la guerra in testa, imparando che al mondo ci poteva essere solo la guerra. Nel mondo che costruivano i maschi.
Alla notizia della morte di Ettore provò un dolore indicibile, eppure anche un senso di sollievo, anch'esso indicibile. Se ne vergognava, aveva perfino paura di questo pensiero: ma la morte di Ettore era il segno che la guerra stava per finire. Pianse per quello sposo che aveva amato così intensamente, ma pensò anche che si fosse sacrificato, per Astianatte, per i figli dei troiani e anche per quelli dei greci.
Quando osservò il grande cavallo di legno entrare solennemente in città, sapeva che Cassandra aveva ragione - Cassandra aveva sempre ragione, ma nonostante questo, le voleva bene, perché era una donna così fragile. Sapeva che la guerra stava finalmente per finire. Andromaca sapeva anche che non poteva salvare Astianatte, perché, nella logica dei greci che stavano per vincere, la stirpe di Ilo doveva scomparire: un'altra cosa tipica del potere dei maschi.
Alla figlia di Eezione parve naturale che nella divisione del bottino di guerra lei toccasse a Neottolemo. Suo padre aveva ucciso Ettore e lui stesso aveva ucciso Astianatte: di chi altro poteva diventare concubina. C'era qualcosa di selvaggio in quel ragazzo, ma anche qualcosa di puro. Andromaca non riusciva ad odiarlo. Anzi provava per lui un'inaspettata tenerezza quando Neottolemo giaceva con lei: era strano, perché sarebbe potuto essere suo figlio, in fondo lo era, perché anche per lui Ettore si era sacrificato. Sapeva che non poteva essere la sua sposa, ma amò i loro figli, come aveva amato Astianatte.
Andromaca soffrì molto quando Ermione cercò di ucciderla. Non perché avesse paura di morire, anzi la vita per lei si stava facendo sempre più faticosa. Soffriva della sua sconfitta: perché Ermione era la figlia della sua cara Elena, perché vedeva in lei, ancora un volta, prevalere il potere dei maschi. La giovane Ermione, che poteva essere sua figlia, pensava come un maschio: il sacrificio di Ettore era stato inutile, avevano vinto loro.
Andromaca non amava il potere. Certo era consapevole di essere la figlia di un re e le era stato insegnato, fin da quando era bambina, che un giorno sarebbe stata la sposa di un re e poi la madre di un re. Andromaca non era una ribelle, aveva sempre fatto quello che suo padre le aveva detto di fare e allo stesso modo avrebbe fatto quello che il suo sposo le avrebbe detto di fare; perché pensava che fosse giusto così, perché credeva che quello fosse l'ordine delle cose, perché sua madre le aveva detto di fare così. Non le pesava essere una sposa, ma non avrebbe voluto essere una regina.
E fu per questo che amò immediatamente quel giovane che suo padre Eezione e Priamo avevano deciso che diventasse suo marito, perché aveva capito che anche lui non voleva essere re. Lo sarebbe diventato, era quello il suo destino, ma non era quello che Ettore davvero voleva.
La principessa Andromaca non amava il potere. E per questo lei ed Ecuba non riuscirono mai a capirsi, a parlarsi, perché la regina di Troia era una donna che amava il potere, che voleva esercitarlo. E lo sapeva fare. E pensava anche che quella donna della Cilicia avesse una cattiva influenza su suo figlio. Andromaca invece voleva bene a quella giovane ragazza di Sparta che Paride aveva portato a corte e fatto diventare sua sposa. Le altre donne di Troia la evitavano, parlavano male di lei, ma Andromaca sapeva bene che non era certo a causa sua se era scoppiata quella guerra che sarebbe durata tanto a lungo. Era colpa degli uomini che volevano sempre più potere, e le ricchezze che passavano dallo stretto. Andromaca sentiva che Elena in fondo era come lei, era forse un po' sciocca, un po' troppo presa dalla propria bellezza, ma erano difetti di gioventù: la sposa di Ettore sapeva che alla fine anche la figlia di Leda avrebbe capito.
Più il tempo passava, più la guerra andava avanti, sempre uguale a se stessa, più Andromaca si rendeva conto che non detestava tanto il potere quanto il modo in cui i maschi lo esercitavano. Pensava alla spose rimaste nelle città greche, si chiedeva se fossero come lei oppure come Ecuba, se volevano quella guerra o la subivano. E si immaginava che Astianatte potesse crescere in un mondo diverso da quello in cui era cresciuto suo padre e suo nonno prima di lui. In un mondo in cui magari non ci fosse neppure il bisogno che lui diventasse un re, un mondo senza re. Pensava che questa cosa di diventare re era proprio una cosa da maschi. Come la guerra.
Andromaca era esausta della guerra. Guardava suo figlio, guardava le bambine e i bambini di Troia e pensava che era terribile che crescessero in mezzo a un conflitto, e che quella guerra era pericolosa non perché potevano morire ogni giorno, ma perché correvano il rischio di sopravvivere. Con la guerra in testa, imparando che al mondo ci poteva essere solo la guerra. Nel mondo che costruivano i maschi.
Alla notizia della morte di Ettore provò un dolore indicibile, eppure anche un senso di sollievo, anch'esso indicibile. Se ne vergognava, aveva perfino paura di questo pensiero: ma la morte di Ettore era il segno che la guerra stava per finire. Pianse per quello sposo che aveva amato così intensamente, ma pensò anche che si fosse sacrificato, per Astianatte, per i figli dei troiani e anche per quelli dei greci.
Quando osservò il grande cavallo di legno entrare solennemente in città, sapeva che Cassandra aveva ragione - Cassandra aveva sempre ragione, ma nonostante questo, le voleva bene, perché era una donna così fragile. Sapeva che la guerra stava finalmente per finire. Andromaca sapeva anche che non poteva salvare Astianatte, perché, nella logica dei greci che stavano per vincere, la stirpe di Ilo doveva scomparire: un'altra cosa tipica del potere dei maschi.
Alla figlia di Eezione parve naturale che nella divisione del bottino di guerra lei toccasse a Neottolemo. Suo padre aveva ucciso Ettore e lui stesso aveva ucciso Astianatte: di chi altro poteva diventare concubina. C'era qualcosa di selvaggio in quel ragazzo, ma anche qualcosa di puro. Andromaca non riusciva ad odiarlo. Anzi provava per lui un'inaspettata tenerezza quando Neottolemo giaceva con lei: era strano, perché sarebbe potuto essere suo figlio, in fondo lo era, perché anche per lui Ettore si era sacrificato. Sapeva che non poteva essere la sua sposa, ma amò i loro figli, come aveva amato Astianatte.
Andromaca soffrì molto quando Ermione cercò di ucciderla. Non perché avesse paura di morire, anzi la vita per lei si stava facendo sempre più faticosa. Soffriva della sua sconfitta: perché Ermione era la figlia della sua cara Elena, perché vedeva in lei, ancora un volta, prevalere il potere dei maschi. La giovane Ermione, che poteva essere sua figlia, pensava come un maschio: il sacrificio di Ettore era stato inutile, avevano vinto loro.
lunedì 4 marzo 2019
Verba volant (631): stalla...
Stalla, sost. f.
Io ho conosciuto Radames. Era alla fine del secolo scorso, a Granarolo, e credo che allora avesse un'ottantina d'anni. Era originario di Bagnarola. Non so se da giovane fosse prestante, se avesse il fisico di un condottiero, ma - almeno quando l'ho conosciuto io - non valeva il detto latino nomen omen. Radames era mingherlino ed era uno di quelli che anche al bar raramente alzava la voce.
Perché uno che aveva sempre fatto il contadino a Bagnarola si chiamava così?
Il motivo principale era che quel nome era stato per la sua famiglia, nei primi anni del Novecento, un segno di ribellione. Radames è un nome adespota - anche se i genitori del piccolo non avrebbero mai usato questa parola - che in sostanza significa che sul calendario non troverete un san Radames. Anche perché quel nome non era neppure egiziano: lo aveva inventato l'egittologo francese Auguste Mariette, che scrisse il soggetto del dramma da cui Antonio Ghislanzoni ricavò il libretto che fu la base per l'Aida del Maestro Verdi. Evidentemente la famiglia del piccolo Radames volle scegliere un "nome estraneo al senso cristiano", affinché - secondo quanto prescritto dal canone 855 del Codice canonico il bambino non fosse neppure "battezzabile". A dire la verità i preti non erano così rigidi nell'interpretare questa regola: si poteva sempre infilare un Giuseppe durante la funzione per "santificare" quel Radames e poi la festa di Ognissanti serviva anche a superare l'inconveniente di non avere un giorno in cui festeggiare l'onomastico. Non so poi se Radames sia stato effettivamente battezzato o no: magari il parroco di Bagnarola era un appassionato delle opere di Verdi e trovava quel nome di "senso cristiano".
E' molto probabile che i genitori di Radames non sapessero né leggere né scrivere: non serviva per fare i contadini a Bagnarola. Eppure quei due giovani - perché allora i figli si facevano da ragazzi - quando furono al momento di scegliere un nome per il loro bambino pensarono, al di là di ogni altra motivazione ideologica, alle opere di Verdi. I genitori di Radames ovviamente non avevano visto l'opera a teatro, forse avevano ascoltato le note della Marcia trionfale da un organetto a rullo arrivato fortunosamente fino a Bagnarola, durante il giro di un cantastorie per la bassa bolognese, ma certamente qualcuno aveva loro raccontato, durante una sera d'inverno, in una delle stalle in cui erano soliti ritrovarsi nelle nostre campagne, la storia infelice della principessa etiope diventata schiava che si innamora del nemico che ha sconfitto il suo popolo e ha fatto prigioniero suo padre. E chissà cosa avrà provato la madre di Radames a sentire la violenza di Amneris contro Aida, quando, scoperto che amano entrambe lo stesso uomo, le sbatte in faccia di essere "figlia de' faraoni" e la costringe a guardare il trionfo sul suo popolo sconfitto. Forse anche a lei un giorno una delle padrone aveva sbattuto in faccia quella differenza di classe, di ceto.
Grazie a quel povero teatro di stalla, a quel racconto dove forse le storie si mescolavano, quei due giovani contadini avevano imparato a conoscere Verdi - anche se non non avevano mai sentito una sua nota - ma soprattutto erano diventati consapevoli della loro dignità e di quello che valevano loro due e il loro lavoro. E hanno provato a rendere evidente tutto questo nel nome di quel loro bambino, che, anche se sapevano che sarebbe stato un contadino per tutta la vita, si sarebbe sempre chiamato Radames.
Io ho conosciuto Radames. Era alla fine del secolo scorso, a Granarolo, e credo che allora avesse un'ottantina d'anni. Era originario di Bagnarola. Non so se da giovane fosse prestante, se avesse il fisico di un condottiero, ma - almeno quando l'ho conosciuto io - non valeva il detto latino nomen omen. Radames era mingherlino ed era uno di quelli che anche al bar raramente alzava la voce.
Perché uno che aveva sempre fatto il contadino a Bagnarola si chiamava così?
Il motivo principale era che quel nome era stato per la sua famiglia, nei primi anni del Novecento, un segno di ribellione. Radames è un nome adespota - anche se i genitori del piccolo non avrebbero mai usato questa parola - che in sostanza significa che sul calendario non troverete un san Radames. Anche perché quel nome non era neppure egiziano: lo aveva inventato l'egittologo francese Auguste Mariette, che scrisse il soggetto del dramma da cui Antonio Ghislanzoni ricavò il libretto che fu la base per l'Aida del Maestro Verdi. Evidentemente la famiglia del piccolo Radames volle scegliere un "nome estraneo al senso cristiano", affinché - secondo quanto prescritto dal canone 855 del Codice canonico il bambino non fosse neppure "battezzabile". A dire la verità i preti non erano così rigidi nell'interpretare questa regola: si poteva sempre infilare un Giuseppe durante la funzione per "santificare" quel Radames e poi la festa di Ognissanti serviva anche a superare l'inconveniente di non avere un giorno in cui festeggiare l'onomastico. Non so poi se Radames sia stato effettivamente battezzato o no: magari il parroco di Bagnarola era un appassionato delle opere di Verdi e trovava quel nome di "senso cristiano".
E' molto probabile che i genitori di Radames non sapessero né leggere né scrivere: non serviva per fare i contadini a Bagnarola. Eppure quei due giovani - perché allora i figli si facevano da ragazzi - quando furono al momento di scegliere un nome per il loro bambino pensarono, al di là di ogni altra motivazione ideologica, alle opere di Verdi. I genitori di Radames ovviamente non avevano visto l'opera a teatro, forse avevano ascoltato le note della Marcia trionfale da un organetto a rullo arrivato fortunosamente fino a Bagnarola, durante il giro di un cantastorie per la bassa bolognese, ma certamente qualcuno aveva loro raccontato, durante una sera d'inverno, in una delle stalle in cui erano soliti ritrovarsi nelle nostre campagne, la storia infelice della principessa etiope diventata schiava che si innamora del nemico che ha sconfitto il suo popolo e ha fatto prigioniero suo padre. E chissà cosa avrà provato la madre di Radames a sentire la violenza di Amneris contro Aida, quando, scoperto che amano entrambe lo stesso uomo, le sbatte in faccia di essere "figlia de' faraoni" e la costringe a guardare il trionfo sul suo popolo sconfitto. Forse anche a lei un giorno una delle padrone aveva sbattuto in faccia quella differenza di classe, di ceto.
Grazie a quel povero teatro di stalla, a quel racconto dove forse le storie si mescolavano, quei due giovani contadini avevano imparato a conoscere Verdi - anche se non non avevano mai sentito una sua nota - ma soprattutto erano diventati consapevoli della loro dignità e di quello che valevano loro due e il loro lavoro. E hanno provato a rendere evidente tutto questo nel nome di quel loro bambino, che, anche se sapevano che sarebbe stato un contadino per tutta la vita, si sarebbe sempre chiamato Radames.
sabato 2 marzo 2019
Verba volant (630) scalinata...
Scalinata, sost. f.
volete sapere come va avanti questa storia? dovrete aspettare il libro in cui ho raccolto tutte queste storie...
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