sabato 31 ottobre 2009

"Spiego alcune cose" di Pablo Neruda

Domanderete: e dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che spesso percuoteva
le sue parole riempiendole
di pertugi e di uccelli?

Tutto ciò che mi accade vi dirò.

Vivevo in un rione
di Madrid con campane,
con orologi ed alberi.

Di là si vedeva
il volto secco della Castiglia
come un oceano di cuoio.

La mia casa era detta
la casa dei fiori, perchè dappertutto
scoppiavano gerani: era
una bella casa
piena di cani e di bambini.
Raul, ricordi?
Ricordi, Rafael?
Federico, ricordi
sotto terra,
ricordi la mia casa coi balconi dove
la luce di Giugno soffocava fiori nella tua bocca?

Fratello, fratello!

Tutto
era un gran vociare, un sapore di merci,
cumuli di pane palpitante,
banchi del mio rione di Arguelles con la statua
simile a un pallido calamaio tra i merluzzi:
l’olio raggiungeva i cucchiai,
un profondo pulsare
di piedi e di mani gremiva le strade,
metri, litri, essenza
acuta della vita,
pesci affastellati,
trama di tetti dove si smarrivano
freddi raggi di sole,
delirante avorio fine delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.

E una mattina tutto prese fuoco,
e una mattina roghi
uscirono dal suolo
a divorare persone,
e da quel momento incendi,
spari da quel momento,
da quel momento sangue.

Banditi con aeroplani e con mori,
banditi con anelli e con duchesse,
banditi con neri frati benedicenti
venivano dal cielo ad uccidere dei bambini,
e per le strade il sangue dei bambini
scorreva semplice, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo sciacallo scaccerebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere odierebbero!

Di fronte a voi ho visto il sangue
di Spagna sollevarsi
per annegarvi in una sola onda
di orgoglio e di coltelli!

Generali,
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardate la Spagna a pezzi:
ma da ogni casa morta esce metallo ardente
e non fiori,
ma da ogni squarcio della Spagna
esce la Spagna,
ma da ogni bambino morto esce un fucile con occhi,
ma da ogni delitto nascono proiettili
che scoveranno un giorno
la tana del vostro cuore.

Chiederete perchè la sua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del suo paese natio?

Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venite a vedere il sangue
per le strade!

Considerazioni libere (23): a proposito del futuro della sinistra...

L'intervista a Francesco Rutelli che oggi è pubblicata sul "Corriere della sera" segna un passaggio importante per il futuro della sinistra nel nostro paese. Dobbiamo ringraziarlo per la franchezza con cui ha espresso le sue idee, eliminando i troppi elementi di ambiguità che hanno aleggiato fino a ora sul Partito democratico. Mi auguro che anche Pierluigi Bersani ora intervenga con la stessa sincerità e con la stessa chiarezza, doti che non gli sono mancate nella sua attività di amministratore e di ministro.
Devo fare una premessa, che sarà scontata per chi ha avuto la pazienza di leggere altre mie "considerazioni": non condivido nulla dell'analisi politica che fa Rutelli. Secondo lui la socialdemocrazia "è un’esperienza storica che non ha alcuna possibilità di parlare ai contemporanei. Non ci sono più le fabbriche, i sindacati, le strutture sociali del Novecento". Secondo me invece in Italia - come in tutto il mondo - è necessaria una forza socialista. Come ha detto una volta Bersani, "la sinistra esiste in natura". I socialisti hanno l'ambizione e la speranza di eliminare le ingiustizie che ci sono nella società, e continueranno a esserci, purtroppo.
Rutelli, coerentemente con questa sua posizione ideologica - non temiamo di usare questa parola, credendola anch'essa residuo del secolo scorso - spiega che il Pd è un "partito mai nato", perché gli amici della Margherita avevano posto alcune condizioni per lo scioglimento del loro partito all'interno del Pd: "niente appro­do nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil alle primarie, dimostrano che non ne sia­mo fuori. Pluralismo politico; ma anziché crea­re un pensiero originale, si oscilla tra babele culturale e voglia di mettere all’angolo chi dissen­te".
Come ho detto, io apprezzo la sincerità di Rutelli, non polemizzo con lui, che sostiene legittimamente le proprie idee, per quanto distanti dalle mie; non riesco neppure ad arrabbiarmi davvero con la Binetti. In fondo ha ragione lei: sapevano tutti qual erano le sue idee quando hanno deciso di candidarla. Io sono arrabbiato con quei dirigenti del mio ex partito - la maggioranza, visto il risultato di questo lungo percorso congressuale - che hanno accettato, in maniera più o meno ipocrita, l'idea di costruire un partito nuovo e poi hanno lavorato, più o meno sottotraccia, per uno sbocco diverso. Tra questi c'è naturalmente anche Bersani. E sono anche arrabbiato con quei dirigenti che, provenendo dalla tradizione e dalla storia del cattolicesimo sociale, hanno usato il Pd semplicemente come un modo per riciclarsi e mantenere le proprie posizioni di potere. Io non ho partecipato né al congresso del mio circolo, non essendo iscritto al Pd, né ho votato alle primarie: da un punto di vista politico e valoriale mi ritrovo nelle considerazioni fatte da Bersani in questi mesi e se fossi andato al seggio avrei certamente dato a lui il mio voto, per quello che vale. Ma dal momento che le idee devono necessariamente camminare sulle gambe degli uomini (e magari anche su quelle delle donne, ma qui il discorso si complica ulteriormente), non sono riuscito a votare per un gruppo dirigente nazionale e locale che ha aderito strumentalmente al Pd per poi costruire un soggetto politico diverso.
Delle due l'una: tutti questi dirigenti o credevano al progetto sostenuto da Veltroni oppure dovevano coerentemente dire che non era quello il traguardo a cui tendere. Purtroppo abbiamo impiegato più di due anni per raggiungere un risultato positivo, lasciandoci però dietro un cumulo di macerie; e temo che non sia ancora finita, perché a sinistra le recriminazioni reciproche tendono a continuare per anni, come sanno bene i compagni socialisti. In questa battaglia troppo lunga e giocata in maniera troppo ambigua, abbiamo lasciato sul campo due dirigenti importanti come Veltroni e Fassino. Perché in tanti non hanno detto subito che non era quel partito, quell'idea di Pd, la soluzione? Abbiamo lasciato un vantaggio enorme al centrodestra e loro se ne sono ampiamente approfittati.
Credo sia evidente a questo punto quanto fosse determinante il tema della collocazione degli europarlamentari del Pd; il tema è stato rinviato, ridimensionato, eppure quello era il nodo di fondo, come giustamente ha sempre ricordato Rutelli. E' stato generoso il lavoro fatto da Fassino per ottenere una diversa denominazione per il gruppo europeo del Pse, ma, come è evidente anche in questi giorni, la sinistra in Europa è rappresentata, nel bene e nel male, dai socialisti. Il Pd ha deciso di fare parte di questa famiglia, e questa decisione è ulteriormente rafforzata dall'esito del congresso e delle primarie. Il Pd deve essere il partito che in Italia rappresenta il Pse e naturalmente deve dare il proprio contributo a sviluppare quelle scelte politiche che i cittadini europei chiedono alla sinistra in questo momento così difficile. Il voto per il rinnovo del parlamento europeo con la generalizzata sconfitta delle forze socialiste, l'esito delle elezioni tedesche disastroso per la Spd, la più che probabile sconfitta dei laburisti alle prossime elezioni in Gran Bretagna stanno lì come macigni, ma non dicono che la socialdemocrazia è finita, come Rutelli e tanti altri continuano a dire, ma che occorre riflettere a fondo su cosa significa essere socialisti nel nuovo millennio.
Qui in Italia la sinistra si trova di fronte a un cammino, se possibile, ancora più in salita.

venerdì 30 ottobre 2009

"La bufera" di Eugenio Montale

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell'oro
che s'è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d'istante - marmo manna
e distruzione - ch'entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l'amore a me, strana sorella, -
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti - per entrar nel buio.

Considerazioni libere (22): ancora a proposito di precarietà...

Questi appunti sono il seguito della storia che ho raccontato nella "considerazione" nr. 18 o meglio sono il tentativo di raccontare come i lavoratori - uso volutamente questa parola dal sapore antico, perché mi pare ormai uscita dal lessico politico - stanno affrontando la sempre più probabile chiusura della loro azienda. Rispetto ad alcuni giorni fa, quando ho scritto la nota precedente, l'azienda non si è presentata a un nuovo tavolo convocato presso il Ministero per lo sviluppo economico ed è cominciato uno sciopero a oltranza che ha bloccato di fatto ogni attività. Prima di entrare nel vivo del racconto, voglio scusarmi se qualcuno dei miei sporadici lettori, riconoscendosi nelle mie descrizioni, riterrà le mie valutazioni sbagliate o, peggio ancora, offensive: non è certo mia intenzione. Voglio semplicemente provare, pur rischiando di non esserne capace, a ricavare alcune considerazioni di carattere generale da una vicenda particolare.

La cosa che mi pare emerga con più evidenza dalle vicende di questi giorni è il fatto che manca quella che un tempo si sarebbe chiamata "solidarietà di classe": questo è dovuto in parte a limiti evidenti delle persone coinvolte, che tendono a pensare esclusivamente ai propri problemi, senza farsi carico di quelli degli altri, ma in parte anche da scelte consapevoli portate avanti dalla proprietà (è molte forte la tentazione di usare un'altra parola antica, padrone). Intanto i call center interessati sono quindici, dislocati in differenti parti d'Italia, dal nord al sud: la prospettiva cambia molto se si guarda da Novara o da Vibo Valenzia. Poi ci sono molte tipologie di contratto: chi ha un contratto a tempo indeterminato fatica a legare la propria lotta con quella di chi ha un contratto a progetto, e viceversa. C'è una precarietà del lavoro, ma c'è anche una precarietà della lotta e della protesta.
Tra chi non viene pagato e presto forse non avrà più un lavoro, ci sono studenti universitari che hanno bisogno di un lavoro per essere (e per sentirsi) più autonomi dai propri genitori e ci sono madri separate per le quali questo lavoro è l'unico sostegno della propria famiglia: è evidente che tra questi due poli le differenze di valutazione sono notevoli. Nessuno di questi partecipa di fatto allo sciopero, se ne sono andati. I primi stanno cercando un lavoro simile, che garantisca loro lo stesso salario; le seconde valutano che partecipare a una manifestazione o a un presidio è per loro un costo che non possono permettersi, non possono fare viaggi a vuoto e dedicano ogni loro energia, con lucida disperazione, per cercare un nuovo posto di lavoro.
Rimangono così in pochi. Alcuni tentano di continuare a lavorare. Non sono crumiri - sarebbe ingeneroso definirli così - sono persone che in maniera acritica vogliono credere che la situazione si risolverà e non vogliono essere considerati responsabili del tracollo dell'azienda. Alcuni in più, ma comunque pochi, partecipano alle iniziative; l'unica spinta unitaria è venuta dalla decisione, sostenuta dal sindacato, di avviare un'azione legale per ottenere un'ingiunzione di pagamento per gli stipendi non pagati. Attorno a questi si muove poco: la Cisl e la Uil non esistono, la Cgil fa qualcosa, ma potrebbe fare di più, i mezzi di informazione non sono particolarmente attenti, il Pd non conosce la situazione, solo Rifondazione si è schierata, ma è debolissima, gli enti locali sono preoccupati, ma non hanno gli strumenti per intervenire. Peraltro in alcune regioni gli enti locali hanno dato contributi molto ingenti a questa azienda nell'ambito delle politiche per il sostegno all'occupazione e quindi, nella migliore delle ipotesi, sono anch'essi parti lese, mentre nella peggiore, sono complici.
La sostanza è che quasi tutti i lavoratori ormai, presi dai loro serissimi problemi, pensano a trovare una soluzione a questi problemi, magari accettando un nuovo contratto a progetto e condizioni di lavoro peggiori di quelle che hanno lasciato, e non pensano a difendere quel posto di lavoro, la professionalità che hanno accumulato, l'esperienza che hanno fatto in questi anni: sono stati divisi e di conseguenza si muovono in maniera autonoma. Temo sia evidente capire chi ha vinto questa partita.

mercoledì 28 ottobre 2009

"Vita fedele alla vita" di Mario Luzi

La città di domenica
sul tardi
quando c'è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere interite
e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l'umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull'asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all'infortunio,
e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio...
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

lunedì 26 ottobre 2009

Considerazioni libere (21): a proposito dei figli perfetti...

In questi giorni è passata sostalziamente inosservata una notizia giunta dagli Stati Uniti: la Disney rimborserà migliaia e migliaia di famiglie in tutto il mondo, che hanno acquistato i dvd della serie "Baby Einstein", perché questi video, pensati e realizzati per le bambine e i bambini tra i sei e i 24 mesi, non sviluppano l'intelligenza dei loro giovanissimi spettatori, così come promesso da una efficace campagna di marketing, che ha fatto leva su una certa "ansia da prestazione" degli stessi genitori. Dapprima la multinazionale americana ha deciso di togliere l'etichetta "educational" alla serie "Baby Einstein" - e a quelle collegate "Baby Galileo", "Baby Shakespeare" e "Baby Mozart" - poi, sotto la minaccia di una class action da parte dei genitori, guidati da alcune associazioni di pedagogisti e pediatri, ha deciso di rendere i soldi alle famiglie: una scelta "rivoluzionaria" per una delle grandi compagnie americane, uno dei simboli, insieme alla Coca Cola, del capitalismo stelle e striscie nel mondo.
Francamente la notizia interessante non mi sembra questa dei rimborsi. O almeno non è stata questa la notizia che ha acceso la mia riflessione. Mi sembra più interessante il fatto che migliaia di genitori abbiano creduto a una pubblicità che prometteva che questi dvd avrebbero aiutato a espandere l'intelligenza dei loro figli in tenerissima età. Gli esperti hanno dimostrato - ma probabilmente non servivano neppure gli esperti - che non solo i neonati che guardano questi dvd non diventano più intelligenti, ma anzi rischiano una diminuzione della capacità di attenzione in età scolare.
Collegata a questa, mi è tornata in mente una notizia che ho letto qualche settimana fa: in California una banca del seme ha lanciato un servizio che offre ai propri clienti gli spermatozoi di donatori selezionati in base alla loro somiglianza alle star del cinema, agli sportivi e ai leader politici. In questo modo i genitori sperano che i propri figli somiglino anch'essi a George Clooney, a Brad Pitt, o magari a Barack Obama, a seconda delle richieste.
Non credo si debba scomodare l'eugenetica o qualche altro delirio scientista, semplicemente è la smodata, oltre che vana, ricerca da parte dei genitori di una perfezione mitizzata: il proprio figlio deve essere il più bello, deve essere il più intelligente, il proprio figlio deve essere da copertina di rotocalco o da show televisivo. Credo sia naturale immaginare per i propri figli un futuro migliore del nostro e anche proiettare su di loro i nostri sogni, le nostre aspirazioni, ma penso anche ci sia qualcosa di morboso, di malato, in questa spasmodica ricerca di eccellere, in questa incapacità di accettare la normalità e di inseguire modelli così fortemente standardizzati. Il paradosso infatti è che questa ricerca di una presunta eccezionalità si incanala poi nell'adesione a modelli conosciuti, che, proprio perché ormai standard, finiscono per diventare comuni e normali. Il genio o la bellezza o l'estro sono tali proprio perché escono dagli schemi consueti e sorprendono per la loro eccezionalità. Dovremmo tutti imparare a convivere con la nostra normalità.

domenica 25 ottobre 2009

"Love for sale" di Cole Porter


When the only sound in the empty street,
Is the heavy tread of the heavy feet
That belong to a lonesome cop
I open shop.
When the moon so long has been gazing down
On the wayward ways of this wayward town.
That her smile becomes a smirk,
I go to work.

Love for sale,
Appetising young love for sale.
Love that's fresh and still unspoiled,
Love that's only slightly soiled,
Love for sale.
Who will buy?
Who would like to sample my supply?
Who's prepared to pay the price,
For a trip to paradise?
Love for sale
Let the poets pipe of love
in their childish way,
I know every type of love
Better far than they.
If you want the thrill of love,
I've been through the mill of love;
Old love, new love
Every love but true love
Love for sale.

Appetising young love for sale.
If you want to buy my wares.
Follow me and climb the stairs
Love for sale.
Love for sale.

potete ascoltare la canzone, cliccando sul titolo del post

sabato 24 ottobre 2009

"Piccolo testamento" di Eugenio Montale

Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d'officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest'iride posso
lasciarti a testimonianza
d'una fede che fu combattuta,
d'una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
scuotendo l'ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.
Non è un'eredità, un portafortuna
che può reggere all'urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l'estinzione.
Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
non era fuga, l'umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.

venerdì 23 ottobre 2009

Feste de l'Unità. Fotogrammi di storia

Un nuovo motivo del successo delle nostre feste, e di questa nazionale, è che esse sono frutto di quell’immensa mano operosa che è costituita dal lavoro indefesso, certosino, entusiasta di migliaia e migliaia di compagni e di compagne che, senza alcun tornaconto personale, ma mossi solo da spirito di dedizione e da una grande carica ideale, si sono prodigati con intelligenza e passione in tutte le incombenze e in tutti i mestieri dei quali c’è bisogno di mettere in piedi e far funzionare questa realizzazione davvero formidabile.
E’ forse questo il patrimonio inestimabile di cui più siamo ricchi. Questi compagni, queste compagne non sono semplici tesserati: sono dei militanti comunisti. E la cosa più significativa, e vorrei dire meritoria, è che questo nostro patrimonio noi non lo spendiamo solo per le cose del nostro partito, ma lo mettiamo a disposizione del paese in ogni circostanza, specialmente in quelle più drammatiche e dolorose.

Enrico Berlinguer - Reggio Emilia, 1983


giovedì 22 ottobre 2009

Considerazioni libere (20): a proposito di "Baarìa" e della bella politica...

"Baarìa" è un film molto coinvolgente, ben scritto, ben girato e ben recitato, davvero un bel film, curato con una passione e una precisione rare: è per il suo autore, Giuseppe Tornatore, il film della vita... e si sente in ogni singola scena. Vi consiglio di vederlo, possibilmente al cinema (per alcune scene il grande schermo è indispensabile) e spero che possa vincere l'Oscar (lo meriterrebbe più di "Nuovo cinema Paradiso").
Pare sia piaciuto anche al presidente Berlusconi, ma il suo è un giudizio interessato, essendo il proprietario della casa di produzione che ha realizzato il film; ci ha investito troppi soldi per accorgersi soltanto ora di aver prodotto un film su una famiglia di comunisti, ne era evidentemente consapevole: onore al merito. Diciamo comunque che il film di Tornatore può piacere anche a una persona di destra. Nonostante racconti una vicenda umana e familiare assolutamente privata, riesce - come ogni grande opera d'arte - a trasmettere un significato universale.
Per noi di sinistra indubbiamente "Baarìa" rappresenta qualcosa di più. Direi che in questi giorni è perfino terapeutico: è un film che dovrebbe essere prescritto dai medici a tutti noi malati di disillusione. Come certo avrete letto, alcuni giorni fa è uscita la notizia che un consigliere comunale del di Castellamare di Stabia è stato ucciso dalla camorra, probabilmente perché non aveva interamente versato alla sua "famiglia" una tangente che aveva riscosso; anche chi l'ha ucciso, un killer di camorra, era iscritto al Pd. Naturalmente non si può generalizzare, in Campania, come in tutto il paese, ci sono migliaia di persone che svolgono con onestà il loro impegno politico e amministrativo, a sinistra come a destra. Eppure la situazione del partito in Campania è molto difficile, tanto da aver costretto mesi fa Veltroni a commissariare il partito in quella regione. E purtroppo non c'è solo la Campania: gli organi di informazione riportano ogni giorno cronache di malaffare, in un clima di generale assuefazione.
Di fronte a questi avvenimenti ci viene spesso la voglia di mollare tutto - molti di noi hanno già tirato i remi in barca - "Baarìa" serve a ricordarci che in Italia è esistita anche un'altra politica, una bella politica, fatta forse in maniera ingenua (spesso Peppino Torrenuova ci appare troppo candido), eppure capace di grandi slanci. E questo vale non solo per la tradizione della sinistra. Certo ci furono nella storia di questo paese personaggi come l'assessore all'urbanistica cieco che intascava le mazzette e "ascoltava" con i polpastrelli il crescere disarmonico della sua città o i referenti delle cosche mafiose Salvo Lima e Vito Ciancimino, ma ci furono anche uomini coraggiosi e onesti come Piersanti Mattarella. Quando Peppino sale sui monti intorno a Bagheria e mostra al giornalista di Roma i luoghi dove furono assassinati Salvatore Carnevale, Placido Rizzotto, Domenico Cangelosi, Accursio Miraglia, recita una sorta di rosario laico, che accende e scalda le coscienze. Così come ci viene mostrato che il Pci fu non solo la retorica vuota - e derisa - del dirigente interpretato da Placido o il rigore inutilmente sabaudo del funzionario Corteccia, ma fu anche il tentativo di sottrarre terre ai latifondi per assegnarle ai contadini poveri.
Sono storie che abbiamo bisogno di tenere a mente, così come abbiamo bisogno di non dimenticare le storie di passioni dei nostri nonni e dei nostri genitori. Per questo ho voluto mettere in questo blog alcune foto delle Feste de l'Unità, per ricordare insieme una storia...

"Alla bandiera rossa" di Pier Paolo Pasolini


Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

mercoledì 21 ottobre 2009

"Milano, agosto 1943" di Salvatore Quasimodo


Invano cerchi tra la polvere
povera mano, la città è morta.
E' morta: s'è sentito l'ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l'usignolo
è caduto dall'antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

Considerazioni libere (19): a proposito dei segreti italiani...

Sarà anche vero quello che va dicendo in questi giorni il presidente Cossiga, ossia che noi italiani non crediamo mai alle versioni più semplici e tendiamo a prestare fede a quei resoconti che presuppongono trame segrete, risvolti misteriosi, finali complicati. Sarà vero - Cossiga è una persona d'esperienza e conosce molte storie, molte verità - eppure qualche dubbio mi rimane.
Forse gli italiani non credono alle storie semplici perché negli anni è stato insegnato loro a non credere alle verità ufficiali. Chi ha voluto che il bandito Giuliano facesse una strage a Portella delle Ginestre? Chi ha permesso che i responsabili dell'attentato di piazza Fontana fossero scagionati? Chi ha voluto la strage della stazione di Bologna? L'elenco delle menzogne che sono state dette agli italiani in questi sessant'anni di vita repubblicana è così lungo e così drammatico da averci disabituato alla verità. In questi giorni si parla con insistenza del cosiddetto "papello" e della trattativa che la mafia siciliana avrebbe voluto avviare con le istituzioni repubblicane, attraverso la mediazione di un ex sindaco democristiano, organico alle famiglie mafiose, e ufficiali dei carabinieri, non si capisce coperti da chi. Si tratta di una vicenda gravissima, che ha probabilmente segnato una fase recente della nostra storia (gli omicidi di Falcone e Borsellino, l'elezione del presidente Scalfaro, il governo Ciampi e gli attentati a Firenze, Roma, Milano), eppure sembra che questa storia sia qualcosa di ordinaria amministrazione e non si spera di venirne a capo: sarà l'ennesima vicenda su cui si stenderà un velo, squarciato ogni tanto da un'inchiesta o da un libro.
Sarò pessimista, ma mi sembra che in questo paese abbiamo perso la speranza che si possa conoscere la verità. In fondo anche un film come "Il divo", che pure racconta, facendo nomi e cognomi, un'altra vicenda complessa su cui non si è fatta piena luce, in qualche modo sembra farci accettare che su queste vicende, come sull'omicidio Ambrosoli - su cui ci sono un bellissimo libro e uno splendido film - l'unica verità possibile sia quella degli artisti: tutto diventa un racconto e si finisce per non distinguere più il vero dal verosimile. Non voglio essere frainteso, considero meritorio l'impegno civile degli scrittori, dei registi, degli artisti, eppure questo non dovrebbe bastarci, dovremmo avere il diritto alla verità, che è il più negato dei diritti in Italia.

lunedì 19 ottobre 2009

Considerazioni libere (18): a proposito di precarietà...

Oggi provo a raccontarvi una storia, sforzandomi di essere il più imparziale e oggettivo possibile, quindi eviterò di fare commenti, più o meno espliciti; voglio provare - non so quanto ci riuscirò, nel caso non riuscissi, scusatemi - a non esprimere giudizi, che lascio a voi, se vorrete.

Si tratta di una storia di lavoro precario, molto simile a tante altre di questi tempi. E' ambientata in un call center, ma voglio sgombrare subito il campo da un possibile pregiudizio: non si tratta assolutamente di un posto come quello descritto da Paolo Virzì in "Tutta la vita davanti". Posti come quelli naturalmente ci sono, portano all'alienazione delle persone, esasperando al massimo il raggiungimento dei risultati e la competizione, ma non si tratta del nostro caso: l'ambiente della nostra storia è tranquillo, non particolarmente stressante (ogni lavoro in qualche modo lo è, inevitabilmente), si vende un prodotto utile e si è abbastanza certi di non dare una fregatura al cliente che si sente per qualche minuto al di là del telefono e con cui si cerca di instaurare quel minimo di rapporto necessario per la vendita. In sostanza è un lavoro "onesto", retribuito in rispondenza ai risultati (e anche questo pare ormai diventata la regola), cominciando con contratti di collaborazione a progetto, sperando in un'assunzione a tempo determinato. Vista la crisi che c'è in giro - nonostante ci siano i "soloni" che ci assicurano che ne stiamo uscendo - è un posto di lavoro ricercato, in cui si trovano non soltanto studenti che hanno bisogno di un lavoro part-time per pagarsi le tasse universitarie e l'affitto, ma anche trentenni e quarantenni, donne e uomini, che ricavano da qui il loro stipendio e quindi il sostegno per le loro famiglie. E' un luogo di lavoro - a differenza di alcuni altri - dove c'è la Rsu e sono instaurati normali rapporti sindacali, nonostante una scarsa sindacalizzazione di chi ci lavora.

Fin qui tutto bene, tanto che i dipendenti e i collaboratori hanno accettato per parecchi mesi di ricevere lo stipendio mensile in due tranche e hanno anche sopportato in più di un'occasione il ritardo di qualche giorno nei pagamenti; in fondo quando c'è la crisi, non bisogna troppo lamentarsi. Dalla scorsa estate sono emersi alcuni problemi, i cui elementi fondamentali non sono noti ai lavoratori, che hanno portato alla sospensione del pagamento degli stipendi: è stata pagata la prima tranche dello stipendio del mese di agosto e ci si è fermati qui. Non sono stati pagati la seconda parte dello stipendio di agosto e tutto quello di settembre. Peraltro pare non sia un problema legato ai committenti, che pagherebbero regolarmente per i servizi offerti dall'azienda.
Si continua a lavorare, ma in una situazione di incertezza, anche perché non arrivano segnali chiari dalla proprietà. L'azienda controlla diversi call center in Italia, e in tutti c'è la stessa situazione; in un caso la disperazione ha spinto una giovane madre ad andare nella sede centrale di questa azienda armata di un coltello. Stiamo parlando di più di seimila persone, ciascuno con la propria storia, i propri problemi, le proprie speranze; e naturalmente con le loro famiglie.
A rendere ancora più incerta la vicenda c'è la notizia che l'azienda sia stata acquistata da un'altra, che non dà alcun segnale, non partecipa ai tavoli convocati dal Ministero per lo sviluppo economico, non informa né i sindacati né i lavoratori. Esiste purtroppo un precedente preoccupante. Questa stessa grande azienda ha acquistato alcuni mesi fa un'altra azienda operante nel settore dei call center e questo ha comportato di fatto il licenziamento di oltre duemila lavoratori, con il rischio molto concreto di non vedersi neppure riconosciuto il tfr maturato nella prima azienda.
La cosa più preoccupante è che tutto questo sta avvenendo in silenzio, è una non-notizia nel tempo della crisi.

"Questa felicità" di Mario Luzi


Questa felicità promessa o data
m'è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell'unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

domenica 18 ottobre 2009

Considerazioni libere (17): a proposito di cavie umane...

In tempi di crisi, come quelli che stiamo vivendo, negli Stati Uniti fare la cavia può essere un sistema redditizio, anche se pericoloso, per guadagnarsi da vivere. Un cosiddetto "volontario sano", anche se ufficialmente non può essere retribuito, proprio perché teoricamente volontario, può ricevere fino a 300 dollari al giorno come rimborso spese per partecipare ai test che le industrie farmaceutiche fanno sui farmaci prima di immetterli sul mercato.
Proprio il fatto che quello di cavia sia diventata una sorta di professione per tante persone che non saprebbero in che altro modo guadagnarsi uno stipendio crea dei problemi alla stessa attendibilità dei test. Ad esempio gran parte dei test richiede che i volontari non abbiano preso altri farmaci nei trenta giorni precedenti, così da non alterare i risultati degli esami: alcuni "volontari", approfittando del fatto che non ci sono controlli, aggirano questa regola fondamentale e si presentano a nuovi test, senza aspettare che passino i trenta giorni, proprio per non perdere lo "stipendio". In altri casi i "volontari" non hanno dichiarato gli effetti collaterali che provocava loro l'assunzione di un farmaco, per non interrompere il test e quindi non perdere giornate di lavoro. In altri casi ancora un "volontario" ha dichiarato effetti collaterali che non aveva per interrompere il test e andare in un altro laboratorio dove sarebbe stato pagato meglio. Come è evidente tutti questi comportamenti rischiano di alterare i risultati dei test, con conseguenze imprevedibili quando il farmaco sarà sul mercato a disposizione dei cittadini.
Un altro aspetto preoccupante del problema è che non esistono forme di tutela per le persone che accettano di sottoporsi ai test e hanno complicazioni, anche gravi, in seguito a queste sperimentazioni: è un lavoro abbastanza ben remunerato, ma con nessuna tutela, perché nei fatti non esiste.
Il problema fondamentale non è tanto quello di pagare chi accetta di sottoporsi ai test (sarebbe utopistico pensare che ci possa essere chi accetti di farlo gratuitamente), ma quello di istituire una catena efficace di controlli. In passato i test erano condotti dalle università, che effettuavano controlli più severi perché da questo dipendeva il loro buon nome e il mantenimento dei finanziamenti. Oggi i test vengono effettuati da laboratori privati che dipendono unicamente dalle industrie farmaceutiche, che rispondono unicamente a logiche di mercato, spesso alla necessità di far uscire un farmaco il più velocemente possibile.
Inoltre gli International review board, ossia i comitati etici incaricati di controllare i test - che agiscono a livello dei singoli stati -, sono nominati dagli stessi soggetti che dovrebbero controllare. L'agenzia federale, la Food and drug admistration, controlla solo l'1% dei test. In sostanza chi dovrebbe controllare i laboratori che fanno i test non è un'autorità indipendente, non ha titoli scientifici o accademici, ma è semplicemente un ingranaggio del sistema industriale farmaceutico, da esso dipendente.
Anche da questo forse si riesce a capire la forza di un sistema industriale che sta bloccando una riforma sanitaria che cerca di limitare il potere del privato, a favore del pubblico.

p.s. devo queste considerazioni alla giornalista Alison Motluki, autrice di un articolo sulla rivista inglese New Scientist, tradotto e pubblicato nel nr. 817 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura

sabato 17 ottobre 2009

"In limine" di Eugenio Montale

Godi se il vento ch' entra nel pomario
vi rimena l' ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell' eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall' erto muro.
Se procedi t' imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l' ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine...

venerdì 16 ottobre 2009

Considerazioni libere (16): a proposito dell'influenza A...

A fidarci degli ultimi bollettini degli esperti, non dobbiamo preoccuparci troppo degli effetti dell'influenza A, già influenza suina (poveri maiali, cosa gli tocca sopportare...). Peccato che si tratti di quegli stessi esperti che alcune settimane fa lanciavano allarmi preoccupati. Temo che da qui fino all'inizio della primavera continueremo a registrare questa alternanza di giudizi. Molti di noi si ammaleranno, magari ci prenderemo anche l'influenza normale, qualcuno dovrà sottoporsi a più rigidi controlli, la maggioranza guarirà, avendo perso al massimo qualche giorno di lavoro (per chi ce l'ha).
Sinceramente trovo paradossali quei servizi giornalistici, sia in televisione che sui quotidiani, che invitano alla calma e intimano i cittadini a non farsi prendere dal panico: purtroppo sono gli stessi operatori dell'informazione che nelle settimane scorse hanno dedicato articoli su articoli agli effetti dell'influenza, ai primi morti e così via, gli stessi che in sostanza hanno alimentato la paura dell'epidemia o della pandemia, come si è cominciata a chiamarla, proprio per dare maggiore enfasi alla notizia. D'altra parte bisogna capirli, quest'estate non ci sono stati delitti sensazionali, la cronaca languiva, non c'è stato neppure il tormentone musicale estivo, e allora giornali e televisioni si sono dovuti buttare sulla notizia dell'influenza, gonfiandola e spremendola al massimo, rendendosi poi conto, quando è arrivato l'autunno e purtroppo altre emergenze, che avevano esagerato e la gente si è spaventata.
Ora tutti, compreso Topo Gigio (uno dei più credibili, detto senza ironia, tra i molti che frequentano i canali televisivi) ci esorta a lavarci frequentemente le mani, un saggio consiglio che dovremmo rispettare anche senza la pandemia.
Tra il disinteresse generale, lo scorso 17 settembre l'associazione Cittadinzattiva, che opera nel nostro paese dal '78, ha presentato il suo VII Rapporto su sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici. Questo Rapporto fa riferimento a 106 scuole di 11 regioni, per un totale di 33.606 studenti, di cui 610 disabili, e 3.726 insegnanti. Nel 69% delle scuole censite mancano gli asciugamani usa e getta, nel 61% manca il sapone, nel 44% manca la carta igienica. In molti di questi casi quasi sicuramente le famiglie si "tasseranno" per dotare le scuole di questi beni primari ed essenziali, anche se non ci fosse la pandemia. Purtroppo nel 12% dei casi sono presenti barriere architettoniche, nel 17% si sono rilevati distacchi dell'intonaco, nel 29% le finestre sono in qualche modo danneggiate: su questo i genitori non possono intervenire. Allora, secondo voi, qual è la notizia che meriterebbe l'apertura dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani?

p.s. il sito su cui leggere i dati è www.cittadinanzattiva.it

mercoledì 14 ottobre 2009

"La storia" di Eugenio Montale


La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbottia lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta. La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette. La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma di qualche
scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

Appunti per una storia delle Feste de l’Unità a Bologna 1945-2005 (II)

Il primo Nazionale
Quella Festa del ’51 rimase per molti anni nella memoria delle compagne e dei compagni bolognesi. Il Prefetto, dopo una lunga serie di trattative e nonostante la protesta di tante associazioni democratiche e anche di tanti cittadini, negò il permesso per i Giardini Margherita: soltanto ventitre giorni prima della prevista inaugurazione del 18 settembre fu concessa la Montagnola. Lo slancio dei compagni fu incredibile, ingigantito, se possibile, proprio dal maldestro tentativo della Prefettura di vietare la manifestazione. Ma se la Festa de l’Unità non poteva essere fermata dal Prefetto, la pioggia non poteva essere “controllata” dalla tenacia dei compagni: cominciò a piovere la sera del 17 e andò avanti per tutto l’indomani. L’inaugurazione fu spostata al 19.
Di quella edizione fu memorabile la manifestazione conclusiva. Merita citare alcuni passi de l’Unità: “La Sezione Chiarini apre la sua parata con grandi cartelloni con le parole d’ordine in difesa della pace. Gli operai della Casaralta portano il plastico della loro fabbrica […] Gli operai della Calzoni portano un grosso scarpone che spezza le armi della guerra, anche gli operai della Sabiem-Parenti hanno costruito un carro allegorico significativo: un colossale martello che schiaccia i carri armati e le fabbriche di armi”. Alla parata seguono raffigurazioni ginniche e rappresentazioni in piazza VIII Agosto: “I ragazzi della Sezione Irma Bandiera hanno eseguito esercizi alla sbarra con agilità ed esperienza da ginnasti consumati. Medicina ha trasformato l’arena in una risaia: le betulle ai lati, un immenso cappello di paglia al centro, un coro di braccianti in sottofondo. Dal cappello sbocciano un bracciante e una mondina con una rossa bandiera. […] il grande complesso delle Sezioni Galanti e Busi ha formato successivamente e con movimenti ritmici e perfettamente eseguiti, i distintivi della Cgil, del Pci e del Psi”. Finalmente seguì il comizio di Palmiro Togliatti. Erano venuti compagni da tutta Italia. Le persone erano assiepate nella piazza e tutto intorno: da Porta Zamboni fino a piazza dei Martiri e su per via Marconi fino a piazza Malpigli; tutta via Indipendenza dal Nettuno alla stazione era piena. Togliatti parlò per due ore.
Festa di partito, anzi Festa del partito, ma anche festa popolare, una grande “fiera”. Sono ancora le parole di Edoardo Sanguineti a descrivere questo spirito popolare della Festa de l’Unità.
Il modello della “scampagnata” si è potuto risolvere nella Festa dell’Unità perché tale modello si è incrociato e saldato con quello della “fiera”, […] nel riplasmarsi di fenomeni che rimescolarono, lungamente, etimi religiosi e sviluppi mercantili, tra scadenze calendariali e libero proliferare di innumerevoli forme frante e nomadi, più o meno carnevalizzabili e carnevalizzate in un secolare rimescolarsi di professionalità municipali e di abilità marginali e stravaganti, tra microcommercio ambulante e artigiano vagabondo, tra parco dei divertimenti e spettacolo viaggiante.
La Montagnola
La Festa de l’Unità rimase in Montagnola anche nel ’52, poi la Federazione decise di tornare ai Giardini. Il ’53 si festeggiò il buon esito delle elezioni politiche: fu l’anno della “legge-truffa” e la grande cancellata dei Giardini davanti a Porta Santo Stefano fu coperta da una struttura su cui campeggiava la parola d’ordine: “L’Italia ha vinto, i truffatori respinti!”. Nunzio Filogamo presentò lo spettacolo intitolato “Mezzo secolo di canzoni”. Nel ’55 infine la scelta cadde definitivamente sulla Montagnola. Le Feste de l’Unità intanto dilagavano su tutto il territorio della nostra provincia; l’Unità riporta entusiasticamente alcuni dati riferiti al ’58: “276 Feste Sezionali, 1500 serate di Cellula, 28 milioni di sottoscrizione e un Festival Provinciale senza precedenti”. Naturalmente ogni anno il Festival era “senza precedenti”.
Cresceva e cambiava l’Italia; la Festa de l’Unità cresceva di anno in anno, aumentavano i ristoranti, la Cinquecento sostituì la moto Morini come premio finale della pesca. Nell’aprile del ’61 l’Urss lanciò in orbita Jury Gagarin, il primo cosmonauta. I compagni che organizzavano il Festival di Bologna non vollero far dimenticare l’evento che segnava una tappa importante per il “primo paese socialista del mondo” e si misero d’ingegno. Fu costruita una torre alta trenta metri con sopra una sfera luminosa di sei metri di diametro che rappresentava la terra e attorno, tenuto su da un’asta di metallo, lo Sputnik, “simbolo imperituro della tecnologia bolscevica”. Lo Sputnik di Bologna, come l’originale, emetteva a intervalli regolari il suo caratteristico “bi-bip”.
L’edizione del ’64 fu molto triste: il 21 agosto morì Palmiro Togliatti. La Direzione nazionale del partito decise che, in quelle condizioni, il Nazionale poteva svolgersi soltanto a Bologna. Più di duecentomila compagni si ritrovarono a Bologna da tutta Italia il 13 settembre per il comizio del nuovo segretario Luigi Longo, in ricordo del grande leader scomparso.
Nel ’68 ci fu l’ultimo Nazionale alla Montagnola. “Per un socialismo giovane, aperto alle idee nuove, con l’Unità, per la sinistra unita” fu la parola d’ordine che nell’anno della contestazione campeggiava lungo tutta la scalinata davanti a piazza VIII Agosto. Carmen Villani, Jimmi Fontana, Caterina Caselli e Johnny Dorelli furono gli ospiti musicali. L’ultima domenica furono serviti 60.000 pasti. Per costruire la Festa erano serviti 55 chilometri di tubi Innocenti e 47 quintali di fili elettrici. Fu l’ultimo anno in Montagnola. Il Comune doveva avviare una serie di lavori di risistemazione del parco, che ormai era troppo piccolo per contenere la Festa; serviva un’area più grande.

Il Parco Nord
Dopo il Sessantotto la Festa de l’Unità si spostò fuori dalle mura, prima in Fiera, poi all’Arcoveggio, quindi di nuovo in Fiera. Erano gli anni del Vietnam. Il 5 settembre del ’69 la Festa si fermò per manifestare il suo dolore per la morte di Ho Chi Min. Il lungo corteo si svolse sotto una fitta pioggia, come gran parte di quella Festa sfortunata, almeno dal punto di vista meteorologico. Nel ’71 la Federazione di Bologna si “gemellò” con la provincia vietnamita di Quang Tri: la Festa de l’Unità di quell’anno divenne l’occasione per organizzare una serie di sottoscrizioni straordinarie in favore del popolo vietnamita; tra le altre iniziative, si montò all’interno della Festa una emoteca per donare il sangue da mandare in Vietnam.
Nel ’73 finalmente la Festa de l’Unità trovò la propria “casa” al Parco Nord. La Festa di quell’anno ospitò il concerto dell’orchestra del Teatro comunale di Bologna diretta da Zubin Metha, una grande “prima”, che non mancò di far nascere qualche polemica tra i “puristi” della musica classica: si portava per la prima volta la grande musica fuori dalle mura cittadine, davvero tra il popolo. Il ’73 fu un anno di rodaggio, in attesa del Nazionale del ’74, la Festa del Cinquantesimo de l’Unità e del Cinquantesimo della morte di Lenin.
Fu una grande Festa, a partire dall’inaugurazione: in piazza Maggiore il Balletto del Teatro dell’Accademia musicale di Mosca presentò “Il lago dei cigni”. Fu imponente anche la manifestazione di chiusura per il comizio di Enrico Berlinguer. Il corteo partì alla mattina per il Parco Nord, ma non furono pochi quelli che non arrivarono in fondo. In molti ricordano ancora che diverse famiglie della Bolognina fecero scendere dalle loro finestre dei tubi di gomma attaccati ai rubinetti, perché quella domenica a Bologna faceva un gran caldo. E in via Ferrarese, quando ormai si capiva che il corteo non sarebbe più andato avanti e tutte quelle persone, arrivate da ogni parte d’Italia, non sarebbero arrivate al Parco Nord, non furono poche le case in cui si preparò uno “spuntino” per quelli del corteo. Si portarono fuori tavole e sedie e anche lì in fondo era la Festa de l’Unità.
La storia delle Feste de l’Unità naturalmente non è finita con quell’appuntamento. Bologna nel frattempo cambiava velocemente e con lei cambiava la Festa de l’Unità. Il 2 agosto del 1980 una bomba squarciava la stazione e uccideva ottantadue persone: come per rispondere a quel lutto, Bologna ospitò ancora una volta il Nazionale. All’ingresso della Festa un enorme quadrante segnava le 10.25. “Festa Nazionale a Bologna – si legge su l’Unità – nella stessa città nella quale si continua a morire per la strage del 2 agosto. Bologna ha ripreso a vivere! In nessuno dei sedici giorni sarà possibile, visitando la Festa, guardando le fotografie, i manifesti, i disegni della stazione, delle vittime, della piazza «evadere» dal momento e dal luogo in cui stiamo vivendo”.

Il resto esce dalla storia per entrare nella cronaca dei giorni nostri fino alle Feste de l’Unità dell’“opposizione”, dopo la sconfitta elettorale amministrativa del ’99 e la Festa de l’Unità senza l’Unità. In questi sessant’anni sono cambiate molte cose, è cambiata la società, le abitudini, le forme e i modi del divertimento. È cambiato il partito, che si è trasformato attraverso un processo lungo e travagliato, che ha coinvolto profondamente i tanti militanti e i volontari delle Feste de l’Unità. È cambiato radicalmente il quadro politico e con esso è mutata la natura delle feste di partito che progressivamente sono sparite (non ci sono più né le Feste de l’Avanti né le Feste dell’amicizia) o si sono trasformate radicalmente in convegni, in congressi annuali, sul modello di quello che avviene in Gran Bretagna.
In qualche modo sopravvive il modello Festa de l’Unità, ritornano i piccoli appuntamenti; le Feste diventano sempre più occasioni di aggregazione e di socializzazione (questo spiega perché vi partecipano attivamente tanti non iscritti), torna ad essere evidente nella Festa de l’Unità quel carattere, che si era in parte perduto, di festa semplice, popolare, paesana, nel senso migliore che ha questo termine. Le Feste de l’Unità continuano a rappresentare una grande occasione per stare insieme, soprattutto per chi le fa. Costruire qualcosa insieme è una sensazione bella, importante, che si trasmette anche ai visitatori. Le Feste sono un bel modo di fare politica. Non si capisce cos’è una Festa de l’Unità se non si coglie la passione dei volontari che la fanno vivere giorno per giorno. Con queste parole Enrico Berlinguer ringraziò le compagne e i compagni che organizzarono la Festa nazionale di Reggio Emilia del 1983, l’ultima Festa a cui partecipò, quella dello storico “abbraccio” di Roberto Benigni.
Un nuovo motivo del successo delle nostre feste, e di questa nazionale, è che esse sono frutto di quell’immensa mano operosa che è costituita dal lavoro indefesso, certosino, entusiasta di migliaia e migliaia di compagni e di compagne che, senza alcun tornaconto personale, ma mossi solo da spirito di dedizione e da una grande carica ideale, si sono prodigati con intelligenza e passione in tutte le incombenze e in tutti i mestieri dei quali c’è bisogno di mettere in piedi e far funzionare questa realizzazione davvero formidabile. E’ forse questo il patrimonio inestimabile di cui più siamo ricchi. […] E la cosa più significativa, e vorrei dire meritoria, è che questo nostro patrimonio noi non lo spendiamo solo per le cose del nostro partito, ma lo mettiamo a disposizione del paese in ogni circostanza, specialmente in quelle più drammatiche e dolorose.

fine